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Edizione Acrobat a cura di Patrizio Sanasi (patsa@tin.it).William Shakespeare Come vi piace 2
PERSONAGGI L'ex Duca, esiliato da suo fratello Duca Federico, suo fratello, usurpatore del titolo Rosalinda, figlia dell'ex Duca Celia, figlia del Duca Federico Oliviero, fratello maggiore Giacomo, secondo fratello Orlando, fratello minore Figli del signore Rolando de Bois A corte: Paragone, clown o buffone di corte Le Beau, cortigiano Adamo Dennis servi di Oliviero Charles, lottatore del Duca Nobili, al seguito del Duca Nella foresta di Arden: Amiens Jacques nobili al seguito dell'ex Duca Corino Silvio Pastori Febe, pastora Audrey, campagnoli Guglielmo giovane campagnolo

Don Oliviero Chiosatesti, vicario di villaggio Nobili in abito da boscaioli, al seguito dell'ex Duca Due paggi cantori Imene, nella festa di nozze SCENA: a casa di Oliviero, alla corte di Federico e nella foresta di Arden in Francia..William Shakespeare Come vi piace

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ATTO I SCENA PRIMA Un giardino nella casa di Oliviero. Entrano Orlando e Adamo. ORLANDO: Per quanto ricordo, Adamo, ecco quel che accadde: per testamento mio padre destin a me un migliaio scarso di corone e, me lo dici tu stesso. incaric, benedicendolo, mio fratello di allevarmi nel migliore dei modi. E cos ebbe inizio la mia infelicit. Costui mantiene mio fratello Giacomo agli studi, e dei suoi progressi si dicono cose magnifiche; invece mantiene me, in casa, come un poveraccio, anzi, per dirla schietta, neanche mi mantiene, mi ci tiene segregato. Un tale trattamento, per un gentiluomo della mia nascita, differisce forse dal trattamento d'un bue nella stalla? I suoi cavalli sono curati, poich oltre ad essere ben nutriti, vengono addestrati al maneggio da istruttori assoldati a caro prezzo; ma io, suo fratello, in questa situazione non ci guadagno altro che di crescere, e di sentirmi obbligato verso di lui quanto i suoi animali nel letame. A parte questo niente che mi d in abbondanza, pare comportarsi in modo da privarmi di quel poco che la natura mi ha dato: mi fa mangiare coi servi, mi priva dei diritti di fratello, tenta in ogni modo di avvilire, con tale educazione, la mia nobilt. Questo quanto mi intristisce, Adamo, e lo spirito di mio padre, che io sento in me, comincia a ribellarsi contro questa schiavit. Non voglio pi sopportare queste cose. anche se non so ancora quale sia il modo per evitarle. (Entra Oliviero.) ADAMO: Viene il mio padrone, vostro fratello. ORLANDO: Allontnati, Adamo, sentirai come mi maltratter. OLIVIERO: Beh, signore, che state facendo qui? ORLANDO: Niente, dal momento che sono stato educato a far niente. OLIVIERO: Allora, signore, che state disfacendo? ORLANDO: Diamine, signore, vi sto aiutando con l'ozio a disfare un'opera di Dio: un povero vostro fratello senza merito. OLIVIERO: Diamine, signore, sceglietevi una migliore occupazione, e fatela finita. ORLANDO: Dovr badare ai vostri porci e mangiare con loro le ghiande? Quale eredit ho sperperato per meritarmi simile miseria? OLIVIERO: Sapete dove siete, signore? ORLANDO: Oh, signore, molto bene: qui, nel vostro giardino. OLIVIERO: Sapete, signore, di fronte a chi siete? ORLANDO: Certo, meglio di quanto chi mi sta di fronte sa chi sono io. So che voi siete mio fratello maggiore e, per la comune nobilt del sangue, dovreste conoscermi. Gli usi delle nazioni vi consentono, come primogenito, d'essermi superiore, ma le stesse tradizioni non smentiscono il mio sangue, anche se, fra di noi, vi fossero venti fratelli: nostro padre in me come in voi, per quanto confesso che il vostro esser nato prima dovrebbe rendervi pi simile a lui nei rispetti umani. OLIVIERO: Insomma, ragazzo! ORLANDO: Su, su, fratello maggiore, siete ancora troppo giovane in questo OLIVIERO: Mi metti le mani addosso, canaglia? ORLANDO: Non sono una canaglia: sono il figlio cadetto del signore Rolando de Bois, che era mio padre, ed tre volte canaglia chi dice che questoo padre ha generato delle canaglie. Se tu non fossi mio fratello, non ti toglierei la mano dalla gola finch quest'altra non tavesse strappato la lingua per quello che hai detto: tu hai infamato te stesso. ADAMO: Miei cari padroni, siate pazienti. Per la memoria di vostro padre, pace. OLIVIERO: Lasciami, ti dico. ORLANDO: Quando vorr: dovete ascoltarmi. Mio padre nelle sue ultime volont vi affid il

compito di darmi una buona educazione: voi mi avete allevato come un bifolco, rendendomi oscuro e soffocando tutte le qualit che fanno un gentiluomo. Lo spirito di mio padre si.William Shakespeare Come vi piace

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rafforza in me, e io non posso pi continuare cos: perci, o mi concedete l'educazione dovutami, degna di un gentiluomo, o mi date la misera parte che m'ha lasciato mio padre in eredit, e con quella mi comprer la mia fortuna. OLIVIERO. E che farai, chiederai l'elemosina quando l'avrai finita? Bene, signore, rientrate in casa. Non voglio che mi si secchi pi: avrete parte di quel che vi spetta. Vi prego, lasciatemi. ORLANDO: Non voglio offendervi pi di quanto non mi convenga. OLIVIERO: Seguitelo, vecchio cane. ADAMO: Vecchio cane la mia ricompensa; vero, ho perduto i denti al vostro servizio. Dio assista il mio vecchio padrone: egli non mi avrebbe mai chiamato cos. (Escono Orlando e Adamo.) OLIVIERO: Siamo a questo punto? Incominci a rivoltarti contro di me? Guarir la tua insolenza, non ti dar nemmeno le mille corone. Ehi, Dennis! (Entra Dennis.) DENNIS: Vostra signoria mi chiama? OLIVIERO: Charles, il lottatore del duca, non era qui per parlarmi? DENNIS: Se non vi dispiace, alla porta, e insiste per vedervi. OLIVIERO: Fallo entrare. (Esce Dennis.) Capita opportunamente, domani ci sar la lotta. (Entra Charles.) CHARLES: Buongiorno a vostra signoria. OLIVIERO: Buon monsieur Charles, quali nuove alla nuova corte? CHARLES: Nessuna nuova a corte, signore che non sia vecchia: cio il vecchio duca bandito dal fratello minore, il nuovo duca, e tre o quattro signori affezionati all'esiliato l'hanno seguito volontariamente; ora le loro terre e rendite arricchiscono il nuovo duca il quale, ovviamente, concede loro volentieri d'andar vagando. OLIVIERO: Potete dirmi se Rosalinda, la figlia del Duca, ha seguito suo padre in esilio? CHARLES: Oh no, perch la figlia del Duca, sua cugina, l'ama talmente - allevate come sono state insieme fin dalla culla - che la avrebbe seguita nell'esilio, o sarebbe morta, se separata da lei. Rosalinda a corte, amata dallo zio non meno di quanto egli ami sua figlia, n mai due donne s'amarono tanto fra loro. OLIVIERO: Dove vivr, il vecchio duca? CHARLES: Si dice che gi si trovi nella foresta di Arden, e insieme a lui un'allegra brigata, e l vivono, come il vecchio Robin Hood d'Inghilterra; si dice che molti giovani gentiluomini, ogni giorno, si uniscano a lui, e trascorrano il tempo spensierati come accadeva nell'et dell'oro. OLIVIERO: Dunque voi domani lotterete davanti al nuovo duca. CHARLES: Altroch, signore; e sono venuto ad avvertirvi di una cosa: mi si fatto sapere segretamente che il vostro fratello minore, Orlando, intende battersi con me, travestito. Domani, signore, io lotter per la mia fama, e chi uscir dalla prova senza qualche osso rotto dovr dire che gli andata bene. Vostro fratello giovane e delicato e - per amor vostro - mi dispiacerebbe batterlo brutalmente, come devo fare per il mio onore se mi sfida. Proprio per il mio amore per voi, quindi, sono venuto ad avvertirvi: O voi siete in grado di dissuadere vostro fratello, o dovrete sopportare le disgrazie che gli potranno capitare, di sua e contro la mia volont. OLIVIERO: Ti ringrazio, Charles, per l'amore che mi porti, e per il quale sapr ricompensarti. Anch'io conosco le intenzioni di mio fratello, ed ho fatto di tutto, indirettamente, per dissuaderlo, ma risoluto. Ti dir, Charles: egli il giovane pi ostinato di Francia, pieno d'ambizione, invidioso dei meriti altrui, subdolo e vile mestatore contro di me, suo fratello naturale. Perci comportati come vuoi: per me lo stesso che tu gli rompa il collo o un dito. Sta' bene attento, perch se tu gli fai una leggera scalfittura, o se lui non prover il gusto di.William Shakespeare Come vi piace

una vittoria su di te, complotter col veleno, ti far cadere in qualche infido tranello, e non ti lascer finch non t'avr privato della vita in un modo o nell'altro, poich, t'assicuro (e te lo dico quasi in lacrime) non c' al giorno d'oggi nessuno tanto giovane e cos malvagio. Io non parlo che in modo fraterno di lui, ma se dovessi analizzartelo nei particolari dovrei arrossire e piangere e tu diventeresti pallido di meraviglia. CIlARLES: Sono contento. di cuore. d'esser venuto da voi. Se domani si presenter, gli dar quel che si merita: se potr andarsene via ancora con i suoi mezzi, io non lotter pi per denaro. Vostra signoria, che Dio vi assista. (Esce.) OLIVIERO: Addio, buon Charles. Ora invoglier quel giocatore d'azzardo di mio fratello, nella speranza di vederne la fine. La mia anima, senza ch'io ne sappia il perch, non odia niente pi di lui. Eppure egli ha un'innata gentilezza; senza aver mai studiato, colto; pieno di nobilt; amato con calore da ogni sorta di persone; cos vivo nel cuore di tutti - e specialmente della mia gcnte, che lo conosce meglio - che io vengo ormai del tutto disprezzato. Ma non durer a lungo: questo lottatore metter fine ad ogni cosa. Non mi resta che incitare il ragazzo alla lotta; lo far immediatamente. (Esce.).William Shakespeare Come vi piace

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SCENA SECONDA Un prato davanti al palazzo del Duca. Entrano Rosalinda e Celia. CELIA:: Ti prego, Rosalinda, mia dolce cugina, sii allegra. ROSALINDA: Cara Celia, mostro pi allegria di quanta non ne abbia, e mi vorresti ancora pi allegra? Se non m'insegni a dimenticare un padre in esilio, non puoi insegnarmi come si ricorda una gioia che non c. CELIA: Da ci capisco che non mi ami con la mia stessa intensit. Se mio zio, il tuo padre in esilio, avesse bandito tuo zio, il duca mio padre, e tu avessi continuato a stare con me, avrei potuto, con uguale amore, accettare tuo padre come mio; tu pure lo potresti, se la sincerit del tuo amore per me avesse la stessa tempra della mia sincerit. ROSALINDA: Bene, dimenticher il mio stato per godere del tuo. CELIA: Sai che mio padre non ha altri figli che me, e probabilmente non ne avr altri; quando morir, tu erediterai, perch ci di cui egli ha privato tuo padre con la forza io lo restituir a te con l'affetto. Sul mio onore, se io rompo questo giuramento, ch'io mi trasformi in mostro. Mia dolce Rosa, mia cara Rosa, sii allegra, dunque. ROSALINDA: D'ora in poi lo sar, e immaginer anche come divertirci. Vediamo... che ne diresti se ci innamorassimo? CELIA: Puoi divertirti, certo, con l'amore; ma guai ad amare qualcuno sul serio, o spingere il gioco tanto in l da non poter difendere il tuo onore semplicemente arrossendo. ROSALINDA: Allora, qual il gioco che faremo? CELIA: Qui sedute, a canzonare quella buona massaia della Fortuna s che scendendo dalla sua ruota sappia d'ora in avanti distribuire i suoi doni equamente. ROSALINDA: Magari potessimo farlo: i suoi benefici sono mal riposti, ch lei, cieca donatrice, favorisce di meno le donne. CELIA: vero: le belle, raramente le fa serie, e le serie per niente belle. ROSALINDA: Eh, ma ora scambi i compiti della Fortuna con quelli della Natura, ch la Fortuna ha potere sui doni della terra, non sulle fattezze della Natura. (Entra Paragone.) CELIA: No? Non pu forse una creatura fatta bella dalla Natura cadere nel fuoco per colpa della Fortuna? Per quanto la Natura ci abbia dato lo spirito per burlarci della Fortuna, non forse la Fortuna che ci manda questo buffone per troncare i nostri discorsi? ROSALINDA: Certo, si tratta d'una Fortuna troppo dura contro la Natura, se si serve d'un idiota per natura per troncare le manifestazioni naturali dell'intelligenza. CELIA: Forse neanche questa opera della Fortuna, ma della Natura, la quale, accortasi dell'eccessiva goffaggine dei nostri discorsi sulle divinit superne, ci ha mandato questo idiota per affilarci: da sempre l'ottusit del buffone serve ad affilare la lama dell'intelligenza. Ehi, tu, intelligenza, dove vai vagando? PARAGONE: Signora, voi dovete venire da vostro padre. CELIA: Ti hanno fatto messaggero?

PARAGONE: No, sul mio onore, ma mi hanno mandato a cercarvi. ROSALINDA: Da chi hai imparato a giurare, buffone? PARAGONE: Da un certo cavaliere, che, sul suo onore, giurava che le frittelle erano buone, e, sul suo onore, giurava che la mostarda era una schifezza. Ora io sostengo che le frittelle erano una schifezza e la mostarda era buona; tuttavia il cavaliere non giurava il falso. CELIA: Nella gran mole della tua sapienza, come puoi provarlo? ROSALINDA: Andiamo, su, togli la museruola alla tua saggezza. PARAGONE: Venite avanti tutte e due, accarezzatevi il mento e giurate sulle vostre barbe che io sono una canaglia. CELIA: Sulle nostre barbe, se le avessimo, tu lo sei. PARAGONE: Sulla mia canaglieria, se l'avessi, sarei una canaglia; ma se voi giurate su ci che non. William Shakespeare Come vi piace

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esiste, non giurate il falso. Allo stesso modo il cavaliere, il quale giurava su un onore che non aveva mai avuto; o se l'aveva avuto, spergiurando se l'era giocato prima d'aver mai visto quelle frittelle e quella mostarda. CELIA: A chi alludi, ti prego? PARAGONE: Ad uno che il vecchio Federico, vostro padre, ama. CELIA: L'amore di mio padre basta a onorarlo. Non parlare pi con tanta confidenza di mio padre o, uno di questi giorni, te la far pagare con la frusta. PARAGONE: Il guaio peggiore che i buffoni non possano parlare saggiamente delle buffonate che fanno gli uomini saggi. CELIA: Hai ragione, da quando la poca saggezza dei pazzerellil stata messa a tacere, quel poco di pazzia che i saggi hanno s'impone fin troppo apertamente. Ecco che viene il bello, Monsieur Le Beau. (Entra Le Beau.) ROSALINDA: Con la bocca piena di notizie. CELIA: Che vorr imbeccarci, come i piccioni fanno con i loro piccoli. ROSALINDA: Allora saremo ben rimpinzate. CELIA: Tanto meglio: varremo di pi sul mercato. Bon jour, Monsieur Le Beau, quali nuove? LE BEAU: Bella principessa, vi siete perduta un bel divertimento. CELIA: Divertimento? Di che tipo? LE BEAU: Di che tipo, signora? Come posso rispondervi? ROSALINDA: Come vogliono spirito e fortuna. PARAGONE: O come decretano i Fati. CELIA: Ben detto: tanto vale mettercela tutta. PARAGONE: Se vengo meno al mio rango... ROSALINDA: Riveli il tuo rancido. LE BEAU: Mi confondete, signore. Avrei voluto narrarvi di un bell'incontro di lotta che avete perduto. ROSALINDA: Raccontatecelo. LE BEAU: Vi narrer il principio, e se piacer alle vostre signorie, potrete vederne la fine, perch il meglio deve ancora farsi; verranno ad esibirsi qui, dove voi siete. CELIA: Dunque, questo principio, morto e sotterrato ormai? LE BEAU: C'era un vecchio e i suoi tre figli... CELIA: Assomiglia ad una vecchia favola... LE BEAU: Tre giovani poderosi, di statura e presenza eccezionale... ROSALINDA: Con tanto di targa al collo: Con la presente si rende noto a tutti.... LE BEAU: Il maggiore dei tre ha lottato con Charles, il lottatore del duca, e in un attimo stato atterrato con tre costole rotte, e c' poco da sperare che sopravviva. In simil guisa fu servito il secondo, e del pari il terzo. L giacciono costoro stesi a terra, e quel brav'uomo del loro vecchio padre li va piangendo cos pietosamente che tutti gli astanti partecipano in lacrime al suo dolore. ROSALINDA: Ahim. PARAGONE: Qual , monsieur, il divertimento che le signore hanno perduto? LE BEAU: Ci di cui parlo, appunto.

PARAGONE: Oh, gli uomini aumentano in saggezza ogni giorno. Per la prima volta sento che rompere le costole sia un divertimento per signore. CELIA: Anchio, te lo giuro. ROSALINDA: C' ancora qualcuno che ama la musica delle costole rotte, e c' ancora chi s'appassiona a rompere le costole? Cugina, la dobbiamo vedere, questa gara di lotta? LE BEAU: Se rimarrete qui, vi sarete costrette, perch questo il luogo prescelto, e sono gi pronti per l'incontro. CELIA: Ecco, l, stanno venendo. Restiamo qui e vediamo..William Shakespeare Come vi piace

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(Squilli di tromba. Entrano il Duca, nobili, Orlando, Charles e persone del seguito.) DUCA: Avanti. Poich il giovane non vuole sentire ragione, corra il rischio della sua presunzione. ROSALINDA: quello l luomo? LE BEAU: Proprio lui, signora. CELIA: Dio, troppo giovane, ma sembra sicuro di s. DUCA: Come, come, figlia e nipote, qui! Siete venute quatte quatte ad assistere all'incontro? ROSALINDA: S, mio signore, se ce ne date il permesso. DUCA: Vi divertirete poco, secondo me, perch la superiorit di Charles schiacciante. Per piet della giovinezza dello sfidante, l'ho sconsigliato di tutto cuore, ma lui non accetta consigli. Signore, parlategli voi, vedete se riuscite a convincerlo. CELIA: Fatelo venire qui, buon Monsieur Le Beau. DUCA: Bene. Io non desidero essere presente. LE BEAU: Monsieur lo sfidante, la principessa vi vuole. ORLANDO: Eccomi a loro, con rispetto e devozione. ROSALINDA: Voi, giovanotto, avete sfidato Charles, il lottatore? ORLANDO: No, graziosa principessa: lui che sfida tutti. Io, come gli altri, vengo qui solo per misurare con lui la forza della mia giovinezza. CELIA: Giovane gentiluomo, avete uno spirito troppo audace per la vostra et. Avete visto una crudele dimostrazione della forza di quest'uomo. Se sapeste vedervi con i vostri occhi e conoscervi con intelligenza, il timore per il rischio che correte vi consiglierebbe di evitarlo. Per il vostro bene, vi preghiamo di pensare alla vostra incolumit e rinunciare alla prova. ROSALINDA: Certo, non ne uscir diminuita la vostra reputazione, giovane signore. Noi pregheremo il Duca di fare sospendere l'incontro. ORLANDO: Vi scongiuro, non punitemi con la severit dei vostri pensieri, anche se mi sento molto colpevole rifiutando qualcosa a due cos graziose e nobili signore. Fate che i vostri begli occhi e i vostri auguri m'accompagnino nella prova: se verr battuto, sar stato umiliato un poveretto che non ha mai avuto fortuna; se ucciso, sar morto uno che non ha desiderato che la morte. Non dar dolore ad amici, dato che non ne ho nessuno per piangermi; nessun danno al mondo, perch in esso io non ho niente: il mio posto nel mondo, quando l'avr lasciato vuoto, verr certo occupato meglio. ROSALINDA: Quella poca forza che ho, vorrei che fosse per voi. CELIA: E la mia anche, a sorreggere la sua. ROSALINDA: Buona fortuna a voi. Prego il cielo che mi smentisca per quanto vi riguarda. CELIA: I desideri del vostro cuore si avverino! CHARLES: Beh, dov' quel baldo giovane che tiene tanto a giacere con sua madre terra? ORLANDO: Eccolo, signore, ma egli ha pretese pi modeste. DUCA: Il combattimento sar di una sola ripresa. CHARLES: No, lo garantisco a vostra grazia: non avrete modo d'incitarlo ad una seconda, dopo aver tanto tentato di dissuaderlo dalla prima. ORLANDO: Se intendete beffarvi di me dopo, non avreste dovuto farlo ora. Ma avanti, andiamo! ROSALINDA: Ercole taiuti, giovane! CELIA: Potessi essere invisibile, per afferrare quell'energumeno alle gambe. (Lottano.) ROSALINDA: Giovane formidabile! CELIA: Avessi un fulmine nell'occhio, saprei chi fulminare. (Grida.) (Charles viene atterrato.) DUCA: Basta, basta. ORLANDO: Ancora, ve ne supplico, vostra grazia: non mi sono neanche scaldato.

DUCA: Come stai, Charles? LE BEAU: Non pu parlare, mio signore. DUCA: Portatelo via. (Charles viene portato fuori.) Giovane, qual il tuo nome? ORLANDO: Orlando, mio sovrano: il figlio pi giovane del signor Rolando de Bois. DUCA: Ti avrei preferito figlio di un altro. Tutti stimavano tuo padre uomo d'onore, ma per me fu. William Shakespeare Come vi piace

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solo un nemico: tu mi saresti stato pi gradito per la tua impresa, se fossi disceso da un'altra famiglia. Ma io ti saluto, sei giovane di coraggio. Vorrei solamente che mavessi parlato di un altro padre. (Esce il Duca con Le Beau. Paragone e il seguito.) CELIA: Se io fossi stata mio padre, cugina, avrei fatto cos? ORLANDO: Sono ancor pi orgoglioso d'esser figlio del signore Rolando, il suo figlio pi giovane, n cambierei il mio nome per essere adottato da Federico e divenirne erede. ROSALINDA: Mio padre amava il signore Rolando come l'anima sua, e tutti condividevano il suo sentimento. Se io avessi saputo che questo giovane era suo figlio, avrei aggiunto lacrime alle mie suppliche, prima ch'egli corresse un tal pericolo. CELlA: Gentile cugina, andiamo a ringraziarlo e incoraggiarlo: l'atteggiamento rude ed invidioso di mio padre mi ha fatto male al cuore. - Signore, siete stato molto bravo. Se anche in amore mantenete le promesse come quelle che ora avete pi che mantenuto, la vostra donna sar felice. ROSALINDA (dandogli una catenina): Gentiluomo, portate questa per me. Vorrei dare di pi, ma. licenziata da Madonna Fortuna, la mia mano povera di mezzi. - Andiamo, cugina? CELIA: Vengo. Buona fortuna, gentiluomo cortese. ORLANDO: M' impossibile rispondere grazie? Il meglio di me fuori combattimento, e ci che di me sta qui, non che un fantoccio, un simulacro senza vita. ROSALINDA: Ci richiama indietro. Con la mia fortuna ormai finita anche la mia dignit. Gli chiedo che cosa vuole. - Avete chiamato, signore? Signore, avete lottato bene e guadagnato ben pi di una vittoria sul nemico. CELIA: Vuoi venire, cugina? ROSALINDA: Vengo. Addio. (Esce con Celia.) ORLANDO: Quale passione m'appesantisce la lingua? Non riesco a dirle nulla mentre lei vuol parlare. (Entra Le Beau.) Povero Orlando, sei stato atterrato! Da Charles o da un tocco ben pi delicato? LE BEAU: Buon signore, vi consiglio da amico di abbandonare questo luogo. Pur se avete meritato alta stima, plauso sincero e amore, lanimo del duca tale ormai da male interpretare quello che avete fatto. Il Duca capriccioso. Ci che , in realt, voi potrete supporlo meglio ch'io non vi dica. ORLANDO: Grazie, signore. Ma vi prego, ditemi, quale delle due giovani presenti all'incontro la figlia del duca? LE BEAU: Nessuna, a giudicare dai modi, ma, in realt, la pi alta sua figlia. L'altra la figlia del duca esiliato, qui trattnuta dall'usurpatore suo zio, come compagna della figlia, e il loro affetto pi profondo di quello naturale fra sorelle. Posso dirvi che il Duca di recente, s' rivelato ostile alla nipote, per la semplice ragione che il popolo l'ama per le sue virt, e, per amore di suo padre, la compiange; sulla mia vita, il suo malanimo per la signora scoppier presto. Signore, io vi saluto: altrove, in un mondo migliore di questo io vorr amarvi e conoscervi meglio. ORLANDO: Vi sono obbligato. Addio a voi. (Esce Le Beau.) Dal fumo alla brace. Io passo da tiranno a tiranno: da Duca a fratello. Ma divina Rosalinda! (Esce.).William Shakespeare Come vi piace

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SCENA TERZA Una stanza nel palazzo. Entrano Celia e Rosalinda. CELIA: Su,su cugina, su, Rosalinda. Cupido abbi piet, neanche una parola? ROSALINDA: Nemmeno una da gettare a un cane.

CELIA: No, le tue parole sono troppo preziose per essere gettate ai cani. Gettale su di me, su, e tormentami con le tue ragioni. ROSALINDA: Ci saranno allora due cugine distrutte: l'una storpiata con le ragioni e l'altra impazzita senza ragione. CELIA: tutto per tuo padre? ROSALINDA: No, anche un po' per il padre di mio figlio. Oh, com' pieno di rovi, questo mondo di fatica quotidiana! CELIA: Sono solo lappole, cugina, gettate addosso in una giornata di festa; se non camminiamo sui sentieri battuti, ci si attaccano alle gonne. ROSALINDA: Potrei scuoterle dal vestito, ma queste lappole le ho in seno. CELIA: E tu fai hem e buttale fuori. ROSALINDA: Ci proverei, se facendo hem venisse lui. CELIA: Su, su, lotta contro i tuoi sentimenti. ROSALINDA: Oh, loro fanno il tifo per un lottatore molto pi forte di me. CELIA: Auguri a te: a suo tempo ci proverai, anche a rischio di rimaner sotto. Ma, a parte gli scherzi, parliamone con pi seriet: possibile che in un batter d'occhio tu ti sia innamorata cos profondamente del figlio pi giovane del vecchio signore Rolando? ROSALINDA: Il Duca mio padre amava molto suo padre. CELIA: per questo tu dovresti amare molto suo figlio? Ragionando cos io dovrei odiarlo, perch mio padre odiava il suo; ma io non odio Orlando. ROSALINDA: No, per amor mio, non lo odiare. CELIA: E perch no? Non uno dei suoi meriti? (Entra il Duca con i suoi nobili.) ROSALINDA: Lascia che lo ami io per i suoi meriti, e tu amalo perch lo amo io. - Guarda, venuto il Duca. CELIA: Col furore negli occhi. DUCA: Signora, per la vostra salvezza, lasciate subito la nostra corte. ROSALINDA: Io, zio? DUCA: Voi, nipote. Se fra dieci giorni ti scopriranno ancora entro un raggio di venti miglia dalla nostra corte, sarai uccisa. ROSALINDA: Chiedo a vostra grazia di portare con me la prova della mia colpa. Se non ho perso l'intelletto, se ho ancora il controllo della mia volont, se non sogno o non sono pazza - come so di non essere - allora, caro zio, mai, nemmeno con un pensiero non pensato, io ho offeso vostra altezza. DUCA: Cos dicono tutti i traditori. Se le parole bastassero a discolparli, sarebbero innocenti come la virt stessa. Ti basti, ch'io non mi fido di te. ROSALINDA: La vostra sfiducia non pu fare di me una traditrice. Ditemi da cosa vi nasce il sospetto. DUCA: Sei figlia di tuo padre e tanto basta. ROSALINDA: Lo ero al momento che vostra altezza prese il ducato, lo ero al momento che vostra altezza band mio padre. Il tradimento mio signore, non s'eredita; e, se lo ereditassimo, ci non mi riguarda: mio padre non trad. Perci, mio sovrano, non errate contro di me fino al punto da ritenere la mia povert un tradimento. CELIA: Ascoltate me, caro sovrano. DUCA: Celia, l'abbiamo tenuta qui per amor tuo, se no sarebbe lontano con suo padre. CELIA: Non fui io a pregarvi che restasse: lo avete fatto di vostra volont e per rimorso. Ero troppo giovane per apprezzarla, allora, ma ora la conosco: se ha tradito, anch'io l'ho fatto; abbiamo dormito sempre insieme, e, deste, studiato, giocato, mangiato insieme, e andavamo, come i due cigni di Giunone, sempre in coppia e inseparabili..William Shakespeare Come vi piace

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DUCA: troppo astuta per te; la sua dolcezza, il suo silenzio e la sua pazienza stessa parlano al popolo, che ha piet di lei. Tu sei una sciocca: lei ti ruba il buon nome; farai miglior figura e sarai pi apprezzata quando lei sar via. Non aprir bocca. La mia condanna ferma e irrevocabile: che sia bandita. CELIA: Allora, mio sovrano, pronunciate la stessa sentenza contro di me; io non posso vivere senza di lei. DUCA: Sei una sciocca. - Tu, nipote, preparati. Se rimarrai oltre il tempo previsto, sul mio onore, e

sulla mia parola di sovrano, tu morirai. (Esce il Duca con il seguito) CELIA: O mia povera Rosalinda, dove andrai? Vogliamo scambiarci padri? io ti do il mio. Non essere pi addolorata di me: un ordine. ROSALINDA: Io ne ho pi ragione. CELIA: Cugina, non ne hai. Sii serena, ti prego; non capisci che il duca ha bandito anche me, sua figlia? ROSALINDA: Non lha fatto. CELIA: No? Ti manca allora quell'amore, Rosalinda, che avrebbe dovuto farti capire che tu ed io siamo una cosa sola. Chi pu separarci? Chi pu dividerci, dolcezza mia? No, mio padre si cerchi un altro erede. Quindi pensa con me come fuggire, dove andare e che cosa portare via con noi. E non cercare di portare da sola il peso del tuo destino, del tuo dolore, abbandonandomi. Perch, per questo cielo impallidito per le nostre pene, di' tutto quel che vuoi, ma io verr via con te. ROSALINDA: E dove andremo? CELIA: Nella foresta di Arden, alla ricerca di mio zio. ROSALINDA: Per, possono esserci molti pericoli per due ragazze sole in un viaggio cos lungo. La bellezza tenta i ladri pi dell'oro. CELIA: Indosser un abito povero ed ordinario, e m'imbratter il volto di terra d'ombra; cos farai tu, e passeremo inosservate, senza timore d'aggressioni. ROSALINDA: Non sarebbe meglio, dato che sono pi alta del comune, che mi vesta addirittura come un uomo? Con un elegante pugnale al fianco, un arnese da caccia in mano, bench in cuore sian nascosti tutti i timori femminili, avremo un aspetto spavaldo e marziale, come l'hanno tanti uomini codardi che sotto tali sembianze mascherano la paura. CELIA: Come ti chiamer quando sarai uomo? ROSALINDA: Mi spetta almeno il nome del paggio di Giove: mi chiamerai Ganimede. E tu, come vuoi essere chiamata? CELIA: Con un nome che si riferisca al mio stato: non pi Celia ma Aliena. ROSALINDA: Senti, cugina, se tentassimo di portare con noi quello zotico del buffone di corte, non sarebbe un conforto per il viaggio? CELIA: Verrebbe in capo al mondo, con me. Lo sedurr, lascia fare a me. Andiamo a prendere i nostri gioielli e gli altri valori; studieremo l'ora pi opportuna e la via pi sicura per sfuggire a chi ci inseguir. Andiamo via felici verso la libert, e non verso l'esilio. (Escono.).William Shakespeare Come vi piace

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ATTO II SCENA PRIMA La foresta di Arden. Entrano l'ex Duca, Amiens e due o tre nobili vestiti da boscaioli. EX DUCA: Miei compagni e fratelli in esilio, l'abitudine a questi luoghi non ha reso la vita pi dolce che nel lusso dorato? Non sono questi boschi pi sicuri della corte piena d'invidie? Non sentiamo il mutar delle stagioni, come Adamo in peccato, e all'artiglio del gelo e alla ruvida sferza del vento invernale, quando soffia e m'addenta il corpo fino a farmi rattrappire per il freddo, rido e dico Questa non adulazione. Questi sono consiglieri che mi persuadono concretamente di ci ch'io sono. L'avversit mi si mostra dolce, come il rospo brutto e velenoso che reca in capo una gemma preziosa'. La nostra vita, non costretta in pubblico, sente gli alberi che parlano, i ruscelli che narrano, i discorsi delle pietre e bont in ogni cosa. AMIENS: Io non vorrei cambiare. Vostra grazia felice, che pu mutare la fortuna inflessibile in una cos quieta dolcezza EX DUCA: Andiamo dunque a catturare selvaggina? Anche se mi fan pena le povere vittime pezzate, libere cittadine di questo luogo aperto, che sentono trafitti i loro fianchi carnosi dalle frecce forcute proprio nel loro territorio. NOBILE: In verit, mio signore, il malinconico Jacques ne soffre e giura che qui siete usurpatore pi di vostro fratello che vi ha bandito. Oggi il signore d'Amiens ed io stesso gli siamo giunti alle spalle mentre stava disteso sotto una quercia le cui vecchie radici affiorano dal ruscello risonante nel bosco. L era venuto a languire un povero cervo sbandato, ferito a morte dalla

mira d'un cacciatore; signor mio, quella povera bestia emetteva gemiti tali che gli tendevano la pelle fin quasi a scoppiare, e grosse lacrime rotonde correvano sul suo muso innocente. Cos il meschino dal manto vellutato, sotto lo sguardo attento del melanconico Jacques, stava sul ciglio estremo del rapido ruscello, alimentandolo di lacrime. EX DUCA: E che diceva Jacques? Non traeva una morale da quello spettacolo? NOBILE: Oh, s, con mille similitudini. Prima per le lacrime inutili cadute nel ruscello: Povero cervo, diceva, tu fai un testamento come lo fanno i mortali, dando qualcosa in pi a chi ha gi troppo. Riferendosi poi alla sua solitudine, rimasto senza alcun compagno vellutato: giusto, diceva, la miseria distacca dal flusso dei compagni. Poi s'avvicina un branco, sazio e spensierato, a gran balzi gli passa accanto e nessuno indugia a salutarlo. Gi, dice Jacques, tirate via, grossi e sazi borghesi, questo l'uso. Perch guardare un povero fallito, un rottame? E ancora pi aspro inveiva contro la campagna, la citt, la corte, la nostra stessa vita, giurando che siam tutti usurpatori, tiranni, e ci che c' di peggio, dato che spaventiamo e uccidiamo animali nei luoghi naturali della loro vita. EX DUCA: E lo avete lasciato cos a meditare? II NOBILE: Lo lasciammo, mio signore, a contemplare e piangere il cervo in lacrime. EX DUCA: Mostratemi dove: mi piace misurarmi con le sue crisi di tristezza poich, in quei momenti, pieno di risorse. NOBILE: Vi conduco subito da lui. (Escono.).William Shakespeare Come vi piace

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SCENA SECONDA Una stanza nel palazzo. Entra il Duca con nobili del seguito. DUCA: Possibile che nessuno le abbia viste? Non pu essere: qualche traditore, qui alla corte, si reso loro complice e favoreggiatore. I NOBILE: Non so di nessuno che l'abbia vista. Le cameriere l'avevano aiutata a coricarsi ma di prima mattina hanno trovato il letto spoglio della loro preziosa signora. II NOBILE: Mio signore, sparito anche quel rognoso buffone del quale vostra grazia si compiaceva tanto di ridere. Isperia, gentildonna della principessa, confessa d'aver segretamente udito vostra figlia e sua cugina lodare altamente qualit e grazie di quel lottatore che ha battuto test il formidabile Charles, e pensa che, dovunque siano andate, sicuramente il giovane in loro compagnia. DUCA: Cercate quel bellimbusto di suo fratello; e se non c' portatemi l'altro fratello. Dovr trovarlo lui. Su presto, agite, chiedete, cercate senza sosta, e riportatemi qui queste pazze scappate da casa. (Escono.).William Shakespeare Come vi piace

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SCENA TERZA Davanti alla casa di Oliviero. Entrana Orlando e Adamo ORLANDO: Chi l? ADAMO:Il mio giovane padrone! Gentile signore, mio dolce signore immagine del vecchio signore Rolando. Che fate qui? Perch siete coraggioso? Perch il popolo v'ama? Perch tanto gentile, capace e forte? Perch tanto pazzo da atterrare il gran campione di un duca capriccioso? Troppo solerte vi precede la fama. Padrone, non sapete che per alcuni le virt stesse sono nemiche? Cos per voi, gentile padrone, i vostri meriti, pur santi e benedetti, vi tradiscono. Oh, che mondo mai questo, dove ci che giusto avvelena chi lo porta in s. ORLANDO: Perch, cosa successo? ADAMO: Giovane infelice, non entrate sotto questo tetto, ci vive il nemico di tutti i vostri meriti: vostro fratello - no, non fratello - eppure figlio, - no, non figlio, impossibile chiamarlo figlio di colui ch'io stavo per chiamare suo padre. Ha sentito le vostre lodi, e questa notte vuole bruciare il vostro alloggio, con voi dentro. Se questo non gli riesce, trover altri modi per farvi fuori. Mi capitato di udire lui e i suoi piani. Questa casa non per voi: ridotta a un mattatoio; non entrate, temetela, aborritela.

ORLANDO: Ma dove vuoi che vada, Adamo? ADAMO: Non importa dove, purch non qui. ORLANDO: Vuoi vedermi chiedere l'elemosina di un tozzo di pane, o impugnando la spada infame del volgare grassatore procurarmi da vivere con la rapina per le strade? Dovrei far questo, o non so che altro, ma non lo voglio fare a nessun costo. Preferisco subire la violenza di un fratello sanguinario e snaturato. ADAMO: Non dovete. Sotto vostro padre ho risparmiato sul salario cinquecento corone, perch fossero il mio sostentamento quando reso inabile al servizio dalle mie vecchie membra, fossi stato messo da parte per l'et. Prendetele, colui che nutre i corvi e provvede per i passeri assister la mia vecchiaia. Ecco qui l'oro. Ve lo do tutto. Lasciate che vi serva: sembro vecchio, ma sono ancora vigoroso e forte, ch mai in giovent ho corrotto il mio sangue con liquori ribelli e focosi, n mai ho cercato spudoratamente come debilitarmi e degradarmi. La mia et quindi inverno asciutto freddo ma sano: fatemi venir con voi, vi servir come un giovane in tutti i vostri affari. ORLANDO: O mio buon vecchio, come in te traspare la fedele onest d'un tempo, quando si lavorava con sudore non per guadagnare ma per dovere! Tu non sei per le usanze d'oggi; oggi si fatica per la promozione e, ottenutala, si trascura il proprio dovere: tu non sei cos. Tu poti, povero vecchio, un albero marcio che non pu darti neanche un fiore in cambio di tutte le tue pene e fatiche. Ma s, vieni, andiamo via insieme, e prima di consumare i tuoi risparmi d'un'et migliore, troveremo una qualche soluzione, per meschina che sia. ADAMO: Padrone, andate: io vi seguo, leale e sincero fino all'ultimo respiro. Da diciassett'anni ad oggi ho vissuto qui, ma ora, ad ottanta, non voglio pi. A diciassette anni si cerca la fortuna, ma ad ottanta si gi in ritardo di una settimana. La miglior ricompensa che pu darmi la fortuna una buona morte, senza debiti col mio padrone. (Escono.).William Shakespeare Come vi piace

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SCENA QUARTA La foresta di Arden. Entrano Rosalinda nei panni di Ganimede, Celia in quelli di Aliena e il clown ossia Paragone. ROSALINDA: Giove, com' stanco il mio cuore! PARAGONE: Non m'importerebbe del cuore, se non avessi le gambe stanche. ROSALINDA: Avrei proprio voglia di contraddire il mio aspetto virile e piangere come una donna; ma devo confortare il vaso pi fragile, dato che giacca e calzoni devono dar coraggio alla sottana: quindi, coraggio, buona Aliena. CELIA: Sopportatemi, vi prego, non posso andare pi avanti. PARAGONE: Meglio sopportarvi, che portarvi, per quanto, a portar voi, non si porta croce, e nemmeno testa, dato che non avete il becco d'un quattrino. ROSALINDA: Bene, questa la foresta di Arden. PARAGONE: Gi, ora che sono ad Arden, sono pi scemo che mai. Stavo meglio, a casa, ma chi viaggia deve accontentarsi. (Entrano Corino e Silvio.) ROSALINDA: Cos sia, mio caro Paragone. - Guarda chi viene: un uomo e un vecchio in colloquio solenne. CORINO: Ma cos lei seguiter a dileggiarti. SILVIO: Se tu sapessi quanto io l'amo, Corino. CORINO: In parte lo capisco, ch un tempo ho amato anch'io. SILVIO: No, Corino, sei vecchio e non mi puoi capire anche se da giovane tu sei stato l'amante pi appassionato che abbia mai, a mezzanotte, sospirato sul suo guanciale. Ma se il tuo amore stato come il mio - nessuno, credo, ha mai amato cos - a quanti gesti ridicoli sei stato trascinato dalla tua fantasia? CORINO: Ad un migliaio, che ho dimenticato. SILVIO: Allora non hai mai amato con tutto il cuore. Se non ricordi tutte le minime follie cui t'abbia mai costretto l'amore, non hai amato. Se, come me. non hai mai stancato con le lodi di lei l'ascoltatore, non hai amato. Se non hai rotto con la compagnia d'improvviso, per passione. come ho fatto io? non hai amato. O Febe, Febe. Febe! (Esce.) ROSALINDA: Ah, povero pastore, frugando nella tua ferita mi hai fatto, ironia della sorte. ritrovare

la mia. PARAGONE: E io la mia. Ricordo che, innamorato, spezzai la spada sopra un sasso, dicendogli: Tieni. cos impari ad andare di notte nel letto di Gianna Sorrisi. Ricordo i baci da me dati al suo bastone battibucato e alle tette delle vacche munte dalle sue manine screpolate; e ricordo la corte che feci ad una pianta di pisello al posto di lei: le tolsi due baccelli e poi, nel restituirglieli, dissi piangendo: Portali per amor mio. A noi. veri amanti, capitano cose bislacche; ma come tutto mortale in natura, cos ogni natura innamorata matta da morire. ROSALINDA: Parli pi accorto di quanto non t'accorga. PARAGONE: Non m'accorgo della mia accortezza fino a che non mi ci rompo gli stinchi. ROSALINDA: La passione del pastore m'assomiglia, Giove mio. PARAGONE: Anche a me. ma la mia diventa rancida. CELIA: Vi prego, chiedete a quell'uomo laggi, se, pagando, si pu avere cibo. Muoio dalla fame. PARAGONE: Tu, pagliaccio! ROSALINDA: Zitto, buffone, non tuo parente. CORINO: Chi mi chiama? PARAGONE: Persone che stanno meglio di voi, signore. CORINO: Se no sarebbero proprio dei disgraziati. ROSALINDA: Zitto, ti dico. Buona sera a te, amico. CORINO: Anche a voi, gentile signore, e a tutti. ROSALINDA: Pastore, ti prego, se simpatia o denari possono procurarci ristoro in questo deserto, portaci dove ci si possa riposare e nutrire. C' qui una giovane, sfinita dal viaggio, bisognosa.William Shakespeare Come vi piace

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d'aiuto. CORINO: Caro signore, ne ho piet, e vorrei, per amor suo pi che mio, avere mezzi migliori per soccorrerla; ma io faccio il pastore sotto un altro, e non toso la lana che gli pascolo. Il mio padrone avaro di carattere: poco gli importa guadagnarsi il cielo compiendo atti d'ospitalit. La sua capanna, i greggi, i diritti di pascolo sono ora in vendita, nella nostra capanna, in sua assenza, non si trova di nulla da mangiare che vada bene per voi. Ma quello che c' venitelo a vedere: per me sarete i benvenuti. ROSALINDA: Chi gli deve acquistare i greggi e i pascoli? CORINO: Il giovanotto innamorato che avete visto qui, e che non pensa certo a comprare qualcosa. ROSALINDA: Ti prego, se credi che la cosa sia onesta, compra tu la capanna, i greggi, il pascolo; i soldi te li diamo noi. CELIA: T'aumenteremo il salario: il luogo mi piace e volentieri passerei qui il mio tempo. CORINO: Quanto ad essere in vendita, lo . Veni, con me. Se, dopo la stima, vi piacer il terreno, il profitto, il tipo di vita, io sar d'ora in poi il vostro fedele intendente e col vostro denaro l'acquister immediatamente. (Escono.).William Shakespeare Come vi piace

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SCENA QUINTA La foresta. Entrano Amiens, Jacques ed altri. AMIENS (canta): Chi, sotto verdi fronde, vuole posar con me e lietamente insieme cantare con gli uccelli, venga qui, qui venga, venga qui. Non vi vedr altri nemici che inverno e tempo crudo. JACQUES: Ancora, ancora, ti prego, ancora. AMIENS: Vi renderei malinconico, monsieur Jacques. JACQUES: Mi fa piacere. Ancora, ti prego. Posso succhiare malinconia da una canzone, come la faina succhia le uova. Vi prego, ancora.

AMIENS: La mia voce rozza, so che non posso piacervi. JACQUES: Non ti chiedo di piacermi, ma di cantare. Via, ancora una stanza. Si chiamano stanze? AMIENS: Come volete, monsieur Jacques. JACQUES: Non me ne importa come si chiamano, non sono mica delle cambiali a mio favore. Vuoi cantare? AMIENS: Pi per il piacer vostro che per il mio. JACQUES: Bene, allora, se ringrazier qualcuno ringrazier te. Bench quel che chiamano farsi complimenti mi sembra l'incontro fra due babbuini, e quando una persona mi ringrazia cordialmente, mi sento come chi ha dato l'obolo a un mendicante per riceverne un grazie. Su, canta; e voi che non volete cantare state zitti. AMIENS: Finir la canzone. - Signori, intanto apparecchiate: il Duca desidera ristorarsi sotto quest'albero. - V'ha cercato tutto il giorno. JACQUES: Ed io, per tutto il giorno, ho cercato di evitarlo. Ama troppo discorrere per i miei gusti. Io ho altrettante idee di lui; ma ne ringrazio il cielo, senza farmene vanto. Su, gorgheggia, via. TUTTI INSIEME: Canzone: Chi scevro d'ambizioni ed ama stare al sole, cercando ci che mangia, godendo ci che ha, venga qui, qui venga, venga qui. Non vi vedr altri nemici che inverno e tempo crudo. JACQUES: Voglio darvi una poesia adatta a questo motivo: l'ho composta ieri, a dispetto della mia scarsa ispirazione. AMIENS: E io ve la canto. JACOUES Dice cos Se ad uno capitasse di tramutarsi in asino lasciando beni ed agi per volont testarda ducdam, ducdam, ducdam, matti vedr come lui in quantit, se da me venir vorr. AMIENS: cke significa ducdam? JACQUES: E un'invocazione greca per attirare i matti nel cerchio magico. Vado a dormire, se posso; se non posso, me la prender con tutti i primogeniti d'Egitto..William Shakespeare Come vi piace

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AMIENS: Io andr a cercare il Duca; il rinfresco preparato. (Escono.).William Shakespeare Come vi piace

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SCENA SESTA La foresta. Entrano Orlando e Adamo. ADAMO: Non ce la faccio pi, caro padrone, muoio di fame. Mi stendo qui e prendo la misura della mia fossa. Caro padrone, addio. ORLANDO: Ma come, Adamo, questo il tuo coraggio? Prendi un po' fiato, riposati un po, tirati un po' su. Se nei recessi di questa foresta c' qualche bestia selvaggia, o mi mangia lei, o la porto a te da mangiare. Sei pi vicino alla morte con l'immaginazione che con le tue forze. Cerca di riposarti per amor mio, e tieni ancora per un po' la morte a debita distanza. Torner presto, e se non ti porto qualcosa da mangiare, ti dar io stesso il permesso di morire: ma se tu muori prima che io torni, sar una presa in giro di tutta la mia fatica. Benone stai gi meglio. Torno presto. Ma qui, sei troppo dsposto all'aria. Vieni, voglio portarti in qualche rifugio, e non morirai certo per mancanza di cibo, se c' qualcosa di vivo in questo deserto. Sta' su, buon Adamo.

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SCENA SETTIMA La foresta. Entrano l'ex Duca, Amiens e nobili, vesiti da boscaioli o briganti. EX DUCA: Per me, s' trasformato in bestia, perch in sembianze umane non lo trovo. I NOBILE: Signore, se n' andato un momento fa; era qui, allegro, ad ascoltare una canzone. EX DUCA: Se, stonato com', si interessa di musica, presto ci sar dissonanza nelle sfere. Cercatelo, che gli voglio parlare. (Entra Jacques.) I NOBILE: Viene qui da s e mi risparmia la fatica. EX DUCA: Allora. monsieur, che modo di vivere questo, che costringete i vostri poveri amici ad implorare la vostra presenza? Sembrate allegro. JACQUES: Un matto, un matto! Ho incontrato nella foresta un matto, un matto variopinto miserabile mondo! Com' vero che mangio l'ho incontrato, disteso a terra: si scaldava al sole, apostrofando Madonna fortuna in dotti accenti, dotti e sofistici, ed era un matto variopinto. Buongiorno, matto, dico. No, signore, niente matto" dice lui, finch il cielo non m'avr dato fortuna. E tira fuori un orologio dalla bisaccia; guardandolo con l'occhio appannato, dice, da molto saggio!: Son le dieci. Cos si pu vedere, afferma, quanto i! mondo corra. Un'ora fa non eran che le nove, passata un'ora in pi saran le undici, d'ora in ora, maturiamo e maturiamo, e poi, d'ora in ora, s marci e pi marci; cos sattacca la morale alla storia. Quando ho sentito il matto variopinto filosofeggiare sul tempo, i miei polmoni hanno lanciato un grido di gioia (sembravo un gallo) all'idea che i matti possano ragionare cos a fondo sulle cose. E ho riso, ho riso per un'ora intera del suo orologio. Nobile matto, ammirevole matto: non c' altra veste per l'uomo che quella del matto. EX DUCA: Ma che matto ? JACQUES: Un matto di qualit, un tempo cortigiano: dice che le signore, per loro dono, sanno d'esser giovani e belle, se lo sono, nel cervello, secco pi di una galletta alla fine d'un viaggio, ha strani ripostigli zeppi d'osservazioni, che squinterna tutte a pezzi e bocconi. Oh, fossi un matto! Come vorrei una livrea da matto. EX DUCA: Lavrai. JACQUES: Non voglio altro a condizione che sradichiate dal vostro cervello l'idea, ormai gi marcia, ch'io sia savio. Devo avere libert ampia e privilegiata come il vento, di soffiar su chi voglio -come i matti; e quelli che pi saranno molestati dalla mia pazzia pi ne dovranno ridere. Perch, signore? Il perch liscio come la via dell'orto: chi colpito a segno da un matto, proprio matto se, pur soffrendo, non si mostra insensibile al colpo. Se no la pazzia del saggio messa a nudo dalle stoccate che il matto tira alla cieca. Da voi l'investitura perch indossi il mio abito variopinto e perch possa parlare di cuore, e pulire e nettare il corpo immondo di questo mondo infetto; sempre che la gente voglia accettare la mia medicina. EX DUCA: Ma va' l, so bene io cosa faresti. JACQUES: Solo del bene: chi vuole scommettere? EX DUCA: Rimproverare il peccato peggiore: e proprio tu sei stato un libertino di una sensualit brutale ed impulsiva; tutte le piaghe purulente e i mali ormai maturi che ti sei procurato, licenzioso e sfrenato, vorresti ora rigettarli sul mondo intero. JACQUES: Perch, chi grida contro la superbia accusa forse qualcuno in particolare? La superbia si gonfia come il mare finch stanca ed esausta rifluisce. Ma quale donna di citt io nomino quando dico che la donna di citt porta su spalle indegne fasti principeschi? Mi si pu dire che io alludo a una in particolare quando la sua vicina come lei? Se uno di modeste condizioni, pensando che io pensi a lui, dice che il suo lusso non lo pago io, non si espone da pazzo allo spirito delle mie parole? Dove, come, quando la mia lingua gli ha fatto un torto? Me lo dimostri. Se le mie parole sono vere, egli ha offeso se stesso; se invece non colpevole, la mia lingua maligna vola via come un'anitra selvatica che nessuno richiama. -. William Shakespeare Come vi piace

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Chi che viene? (Entra Orlando.) ORLANDO: Fermi, smettete di mangiare! JACQUES: Non ho ancora mangiato niente. ORLANDO: N mangerai, prima di chi ha fame. JACQUES: Da dove salta fuori questo galletto? EX DUCA: Giovanotto, la miseria che ti rende cos ardito, o ti mostri tanto scortese perch disprezzi le buone maniere? ORLANDO: La nuda verit la prima: l'aguzza spina della miseria m'ha impedito di dimostrare i modi cortesi, che tuttavia conosco per la mia educazione. Fermi, dico, chi tocca uno di questi frutti, prima che io abbia piena soddisfazione, morir. JACQUES: Possa morire se non sarete debitamente soddisfatto. EX DUCA: Diteci che volete. Pi con la gentilezza che con la forza, potrai indurci alla gentilezza. ORLANDO: Muoio di fame: datemi un po di cibo. EX DUCA: Siedi, mangia e sii il benvenuto. ORLANDO: Parlate con generosit; vi prego, perdonatemi. Pensavo che tutto qui fosse selvaggio e perci volevo comportarmi da duro e prepotente. Ma chiunque voi siate che in questo inaccessibile deserto, sotto gli ombrosi rami malinconici, lasciate che il tempo scorra cos in abbandono - se mai avete conosciuto giorni migliori, se mai siete stati guidati ad una chiesa da un suono di campane, se mai avete partecipato alla festa di un uomo giusto, se mai sulle ciglia avete asciugato lacrime, se sapete che sia la piet e che cos' il riceverla, la gentilezza sar la sola mia forza necessaria; con questa speranza arrossisco e rinfodero la spada. EX DUCA: S, noi abbiamo visto giorni migliori, ed alla chiesa fummo richiamati dal suono delle campane, partecipammo alla festa di uomini perbene, ci asciugammo gli occhi da lacrime di sacrosanta piet: siediti fiducioso, con tranquillit, prendi- tutto ci che pu esserti d'aiuto. ORLANDO: Allora astenetevi ancora un po' dal cibo, mentre, come una cerva, vado a cercare il mio cerbiatto per dargli da mangiare. C' un povero vecchio che ha trascinato dietro di me i suoi stanchi passi solo per amore; finch egli, per primo, oppresso da due mali debilitanti, la vecchiaia e la fame, non si sar rifocillato, non toccher un boccone. EX DUCA: Andatelo a cercare. Fino al vostro ritorno non toccheremo nulla. ORLANDO: Vi ringrazio, e siate benedetti per il conforto che mi date. (Esce.) EX DUCA: Vedi, non siamo i soli ad essere infelici. Questo teatro vasto e universale presenta un mistero ben pi triste della scena che stiamo recitando noi. JACQUES: Il mondo tutto un palcoscenico, e uomini e donne, tutti, sono attori; hanno proprie uscite e proprie entrate; nella vita un uomo interpreta pi parti, ch gli atti sono le sette et. Primo, il bambino sbava e piange in braccio alla nutrice, poi lo scolaro, piagnucoloso, con la sua cartella e il volto infreddolito dal mattino, che si trascina svogliato, come una lumaca, verso la scuola, e poi l'amante: sospira come una fornace la ballata triste composta per il sopracciglio dell'amata; e poi il soldato, pieno di strampalate imprecazioni, baffuto come un gattopardo, geloso dell'onore, impulsivo e pronto al litigio, sempre alla ricerca, anche nella bocca del cannone, d'una reputazione da quattro soldi; e poi il giudice, pancia rotonda, piena di bei capponi, occhio severo, e rasatura a dovere, saggio acume, pedanteria aggiornata, recita la sua parte; la sesta et ti trasforma in un debole pantalone in ciabatte, le lenti al naso ed una borsa al fianco, calzoni d'un tempo ancora conservati, un mondo troppo largo per le sue gambe rinsecchite, e la voce, da maschio, di nuovo ridotta al falsetto infantile: striduli fischi dal suono incrinato; l'ultima scena, infine, a conclusione di questa varia strana storia, una seconda infanzia, puro oblio, senza denti, occhi, gusto, senza niente. (Entra Orlando con Adamo.) EX DUCA: Bentornato. Posate il vostro venerando fardello, e che si nutra. ORLANDO: Per lui io vi ringrazio. ADAMO: Fate bene: io non ho voce per ringraziare.. William Shakespeare Come vi piace

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EX DUCA: Benvenuti, e servitevi. Non voglio disturbarvi, con domande su quanto v' accaduto. Dateci un po' di musica, buon cugino, cantate. AMIENS: Canzone Soffia, vento dell'inverno:

non sei aspro come l'uomo duro e ingrato. Il tuo morso men si sente ch il tuo soffio non si vede, pur se rude. Ehi-oh! Canta sull'agrifoglio verde. L'amicizia finzione e l'amore follia. Ehi-oh all'agrifoglio, ch la vita bella e gaia. Gela, gela, cielo amaro, ch non mordi, tu, pi a fondo dell'ingrato: la ferita tua di ghiaccio meno aspra dell'oblio di un amico. Ehi-oh! Canta sull'agrifoglio verde. L'amicizia finzione e l'amore follia. Ehi-oh all'agrifoglio, EX DUCA: Se siete proprio il figlio del signor Rolando, come mi avete sussurrato in fede che lo siete e come il mio occhio ne ritrova l'aspetto vivido e vero sulla vostra faccia, siate qui il benvenuto. Io sono il duca che amava vostro padre. Per raccontarmi il resto dei vostri casi, venite nella mia grotta. - Mio buon vecchio, anche a te benvenuto, come il tuo padrone. Sostenetelo per il braccio; e voi datemi la mano e ditemi tutto quello che vi accaduto. (Escono. ).William Shakespeare Come vi piace

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ATTO III SCENA PRIMA Una stanza nel palazzo. Entrano il Duca, nobili e Oliviero. DUCA: Non l'hai pi visto? Amico, caro amico, non pu essere. Se io non fossi clemente, con te qui fra le mani, non andrei a cercare lontano una vendetta. Ma bada bene: ovunque sia, trova tuo fratello; cerca con la candela: vivo o morto, entro dodici mesi che sia qui; se no, a vivere nel nostro territorio non tornare mai pi. La terra e tutto ci che chiami tuo, sar confiscato e lo terremo finch tu non possa essere sollevato dalla bocca stessa di tuo fratello dal sospetto che nutriamo contro di te. OLIVIERO: Potesse, vostra altezza, conoscermi il cuore! Per tutta la vita non ho mai amato mio fratello. DUCA: Pi colpevole ancora. Via, cacciatelo, e gli ufficiali addetti provvedano al sequestro della sua casa e delle terre. Fatelo alla svelta, e lui, cacciatelo. (Escono. ).William Shakespeare Come vi piace

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SCENA SECONDA La foresta. Entra Orlando ORLANDO: CosI appesi, miei versi, testimoniate il mio amore, e tu tricoronata regina della notte, ammira con l'occhio casto, dall'alto della sfera pallida, il nome della cacciatrice che ha in mano la mia vita. O Rosalinda, gli alberi saranno i miei libri, e sulla scorza scriver i miei pensieri: chiunque volga lo sguardo in questa foresta veda la tua virt testimoniata ovunque. Va', corri, Orlando ad incidere su ogni albero la bella casta inesprimibile lei. (Esce.) (Entrano Corino e Paragone.) CORINO: Cosa ne dite, mastro Paragone, di questa vita da pastore? PARAGONE: In verit, per se stessa, pastore, una bella vita; ma, in quanto vita da pastore, non vale niente; come vita solitaria, mi piace molto; ma, come vita appartata, uno schifo. Come vita all'aperto, mi senz'altro gradita; ma, poich non si svolge a corte, una noia. Come vita frugale, vedete, si conf al mio umore ma, come vita che non d pi di quel che d, si scontra

con gli interessi del mio stomaco. Comunque, pastore, tu avrai una tua filosofia? CORINO: Eccola qua: so che pi uno malato, peggio sta; se uno non ha mezzi, denaro, contentezza, gli mancano tre buoni amici; che la pioggia ha la virt di bagnare e il fuoco di bruciare; che il buon pascolo fa le pecore grasse; che la grande causa della notte la mancanza di sole; che chi non ha imparato nulla dalla natura o dall'arte, pu ben lamentarsi di non aver ricevuto una buona educazione a meno che non discenda da una razza balorda. PARAGONE: questo tipo di innocente che chiamano filosofo naturale. Pastore, sei mai stato a corte? CORINO: Veramente mai. PARAGONE: Allora sei dannato. CORINO: Spero di no. PARAGONE: Dannato come un uovo cotto solo da una parte. CORINO: Perch non sono mai stato a corte? Spiegatemelo. PARAGONE: Eh, se non sei stato mai a corte, non sai cosa sono le buone maniere, e se non lo sai, vuol dire che le tue maniere sono cattive, e la cattiveria peccato, e il peccato dannazione. Ti va male, pastore. CORINO: Proprio per niente, Paragone. Quelle che sono le buone maniere a corte, fanno ridere in campagna, come le abitudini di campagna possono, a corte, far ridere. Mi avete detto che l vi salutate baciandovi la mano: una cortesia un po' sporca, se i cortigiani fossero pastori. PARAGONE: Un esempio, presto, un esempio! CORINO: Noi stiamo sempre a maneggiare le pecore, e la loro lana grassa, lo sapete. PARAGONE: Perch, le mani dei cortigiani non sudano? A parte il fatto che il grasso di un montone sano come il sudore di un uomo. Dici sciocchezze. Un esempio migliore, su. CORINO: Le nostre mani sono ruvide. PARAGONE: Le labbra, baciandole, le sentiranno meglio. Ancora schiocchezze. Su, un esempio pi sensato. CORINO: Spesso, curando le pecore, ci incatramiamo le mani. Vorreste che ci baciassimo il catrame? Le mani dei cortigiani, invece, sono profumate di zibetto. PARAGONE: Grandissimo scemo! Carne verminosa invece che bel pezzo di filetto! Impara da chi saggio, e pensaci: lo zibetto ha un'origine pi volgare del catrame: sozzissima merda di gatto. Pastore, cambia esempio. CORINO: Il vostro spirito e troppo da cortigiano, per me; qui mi fermo. PARAGONE: Se ti fermi rimani dannato. Dio ti venga in aiuto, e ti faccia un innesto in quel tuo tronco da insensato. CORINO: Non sono che un lavoratore, signore; mi guadagno quello che mangio, tutto quello che ho ce l'ho indosso, non mi va di odiare nessuno, non invidio nessuno per la sua felicit, godo del bene degli altri, e i miei guai me li tengo; la mia pi grande aspirazione di vedere le mie.William Shakespeare Come vi piace

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pecore pascolare e i miei agnelli poppare. PARAGONE:Altro tuo peccato d'ignoranza: accoppiare pecore e montoni e procurarti da vivere con la monta del bestiame, far da ruffiano ad un montone dal campanaccio, e far mettere sotto una pecorella di dodici mesi da un vecchio becco ramificato, dalla testa storta, contro ogni giustizia nuziale: se per questo non sei dannato, vuol dire che il diavolo stesso non sa che farsene dei pastori. Non vedo proprio come tu ti possa salvare. CORINO: Viene il giovane padron Ganimede, fratello della mia nuova padrona. (Entra Rosalinda.) ROSALINDA (legge): Dall'lndia ad Est a quella nuova ad Ovest non c' gioiello come Rosalinda. La sua fama preziosa per il mondo porta, nel vento, il nome Rosalinda. Le pitture pi belle e pi graziose non son che nere vicino a Rosalinda Nessun viso rimane nella mente se non di Rosalinda, bello e chiaro.

PARAGONE: Anch'io potrei poetare a questo modo per otto anni di seguito, salvi i pranzi, le cene e i sonni; versi caracollanti come le contadine che vanno in fila a portare il burro al mercato. ROSALINDA: Via, buffone. PARAGONE: Un assaggio: Se un cervo a corto della sua cerbiatta vada a cercarsi allora Rosalinda. Se la gatta va sempre dietro al gatto, cos fa pure sempre Rosalinda. Le fodere, d'inverno, ingrassan gli abiti: cos accadr alla magra Rosalinda. I covoni si legano e si portano via col carro, come pure Rosalinda, La noce dolce ha il guscio pi amaro: una noce cos Rosalinda. Chi vuol la rosa profumata, prova la spina dell'amore e Rosalinda. molto falso il galoppo di quei versi. Perch ve ne lasciate contagiare? ROSALINDA: Taci, stupido buffone, li ho trovati su un albero. PARAGONE: Un albero che produce cattivi frutti. ROSALINDA: Vi far un innesto con te, cos l'avr innestato con un nespolo, ne nascer il frutto pi precoce del paese, perch tu sarai marcio prima ancora di essere maturo, ed questa la caratteristica della nespola. PARAGONE: Lo dite voi; se vero o no, lasciate che lo giudichi la foresta. (Entra Celia con un foglio.) ROSALINDA: Zitto, sta venendo mia sorella intenta nella lettura. Nascondiamoci. CELIA (legge):Forse questo un gran deserto ch non c' nessuno? Oh, no, ch sui rami porr motti che qui parlin civilmente. Uno dice che la vita breve viaggio, con il peso dei suoi anni, non va oltre la misura di una spanna. Ed un altro che, fra amici, le promesse son violate..William Shakespeare Come vi piace

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Ma sui rami pi leggiadri, alla fine di ogni motto, porr il nome Rosalinda; cos ognun che legge impara come il cielo mostri in lei d'ogni spirito l'essenza. A Natura impose il Cielo che un sol corpo fosse ricco d'ogni grazia pi squisita: la Natura distill guancia d'Elena, non cuore maest di Cleopatra, somma grazia d'Atalanta, la modestia di Lucrezia. Volle il sinodo celeste che, del volto, gli occhi, il cuore, le fattezze pi preziose fosser date a Rosalinda. Tali i doni che il ciel le diede in sorte ed io son schiavo suo in vita e in morte. ROSALINDA: O giusto Giove, con quale seccante omelia d'amore hai annoiato i tuoi parrocchiani, e senza mai dire Brava gente, abbiate pazienza. CELIA: Ah, gli amici in agguato! - Vattene, pastore, e tu, bel tomo, via con lui.

PARAGONE: Pastore, facciamoci una ritirata onorevole, su: anche se non con armi e bagagli, almeno con sacchetta e bisaccia. (Esce con Corino.) CELIA: I versi, li hai sentiti? ROSALINDA: S, tutti, e anche di pi, perch alcuni avevano qualche piede di troppo. CELIA: Poco male, cos i piedi tenevano in piedi i versi. ROSALINDA: Gi, ma i piedi, zoppi com'erano, non stavano in piedi e cos azzoppavano anche i versi. CELIA: Ma non ti sei stupita nel sentire quante volte il tuo nome era stato appeso e inciso su questi alberi? ROSALINDA: Ero gi al settimo giorno di stupore, su nove, quando sei arrivata tu: guarda un po', chi m'avrebbe detto quel che avrei trovato su una palma! Mai si son fatti versi su di me dal tempo di Pitagora, quando ero un topo irlandese, e non posso ricordarmene. CELIA: Chi immagini l'abbia fatto? ROSALINDA: Un uomo? CELIA: Con una catena al collo che, una volta, portavi tu. Cambi colore? ROSALINDA: Ti prego, chi? CELIA: Signore Iddio, sar forse difficile per gli amici incontrarsi, ma anche le montagne lo fanno, quando le muove il terremoto. ROSALINDA: Insomma, chi ? CELIA: Non lo capisci? ROSALINDA: Ti prego, ti supplico con ogni mia forza. dimmi chi . CELIA: Meraviglia delle meraviglie delle meraviglie, pi meraviglia ancora, oltre ogni grido di meraviglia. ROSALINDA: Oh, per la mia natura! Poich sono travestita da uomo, pensi che io abbia messo anche ai miei sensi giacca e calzoni? Se tu indugi ancora d'un pollice, io mi perdo nel mare del sud inesplorato. Dimmi subito chi , ti prego tutto d'un fato. Vorrei che balbettando versassi questo nome dalla tua bocca come il vino esce da una bottiglia dal collo stretto: o troppo tutto in una volta o niente. Togliti il tappo dalla bocca, ti prego, per potermelo bere fino in fondo. CELIA: Gi, cos ti fai entrare un uomo in pancia. ROSALINDA: un uomo come Dio comanda? Che razza d'uomo? Ha una testa che valga il cappello o un mento che valga la barba? CELTA: Bah, di barba ne ha poca..William Shakespeare Come vi piace

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ROSALINDA: Dio gliene mander dell'altra, se lui sapr mostrarsi riconoscente. Sapr aspettare che gli cresca la barba purch tu non perda altro tempo nel presentarmene il resto. CELIA: il giovane Orlando, quello che nello stesso istante ha dato lo sgambetto al lottatore del Duca ed al tuo cuore. ROSALINDA: Eh no, al diavolo gli scherzi: parla da persona seria, o almeno da ragazza onesta. CELIA: Giuro, cugina, lui. ROSALINDA: Orlando? CELIA: Orlando. ROSALINDA: Giorno infelice, che far con questa giacca e questi calzoni? L'hai visto? Che faceva? Che ha detto? Come t' parso? Dove andava? Che fa qui? Ha chiesto di me? Dove abita? Come vi siete lasciati? Lo rivedrai? E quando? Rispondimi in una parola. CELIA: Una parola! Prima prestami la bocca di Gargantua. parola troppo grande per una bocca di misura d'oggi. Dire s e no a tutte le tue domande, pi che rispondere a tutto un catechismo. ROSALINDA: Che io mi trovo in questa foresta, vestita da uomo, lui lo sa? ancora fresco come il giorno della lotta? CELIA: cos facile contare gli atomi come rispondere alle domande di un'innamorata. Ti do un assaggio del mio incontro con lui, ma gustalo con attenzione. L'ho trovato sotto un albero, come una ghianda caduta. ROSALINDA: giusto che la quercia sia chiamata albero di Giove, se ne cadono questi frutti. CELIA: Buona signora, datemi udienza. ROSALINDA: Va avanti. CELIA: Se ne stava l, disteso, come un cavaliere ferito.

ROSALINDA: Per quanto triste, un simile spettacolo, doveva essere proprio un bel quadro. CELIA: Ti prego, frena la tua lingua: si dimena irragionevolmente. -Era vestito da cacciatore. ROSALINDA: Cattivo segno, viene a straziare quel cerbiatto del mio cuore. CELIA: La mia canzone, vorrei cantarla senza accompagnamento: mi fai andare fuori tono. ROSALINDA: Non lo sai che sono donna? Quando penso, devo parlare. Continua, dolcezza. (Entrano Orlando e Jacques.) CELIA: Mi confondi. Buona, non lui che viene? ROSALINDA: lui. Mettiamoci da parte e osserviamolo. JACQUES: Vi ringrazio della compagnia, ma, ad essere sincero, anche solo sarei stato bene. ORLANDO: Io pure. Per, per gentilezza, vi ringrazio della vostra compagnia. JACQUE5: Dio vi ricompensi, incontriamoci il meno possibile. ORLANDO: Mi auguro che si instauri fra noi la pi completa estraneit. JACQUES: Vi prego di non rovinare pi gli alberi, scrivendo canzoni d'amore sulle loro cortecce. ORLANDO: Vi prego di non rovinare pi i miei versi, leggendoli senza grazia. JACQUE5: Sicch il vostro amore si chiama Rosalinda? ORLANDO: S, appunto. JACQUE5: Il nome non mi piace. ORLANDO: Nessuno pensava a piacervi, quando fu battezzata. JACQUE5: Quant' alta? ORLANDO: Mi tocca appunto il cuore. JACQUE5: Siete pieno di risposte spiritose. Avete forse frequentato le mogli degli orefici, per esservi cos impadronito dei motti degli anelli? ORLANDO: No. Vi rispondo invece secondo i motti di quei pannelli dipinti di cui voi avete fatto tesoro per le vostre domande. JACQUES: Siete di spirito pronto; credo vi derivi dai talloni d'Atalanta. Volete sedervi vicino a me e inveire insieme contro il mondo -puttana amante - e le nostre miserie? ORLANDO: Non posso inveire proprio contro nessuno che respiri l'aria di questo mondo, se non contro me stesso che mi so il pi colpevole. JACQUES: la vostra colpa peggiore che siete innamorato. ORLANDO: Questa colpa non la vorrei scambiare con la migliore delle vostre virt. M'avete annoiato..William Shakespeare Come vi piace

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JACQUES: In verit, quando ho trovato voi cercavo un matto. ORLANDO: annegato nello stagno. Guardateci dentro e lo vedrete. JACQUES: Vedr solo la mia immagine. ORLANDO: Quella, appunto, di un matto, o, al pi, d'una nullit. JACQUES: Non intendo proprio pi perdere tempo con voi. Addio, buon signor Amore. (Esce.) ORLANDO: Sono proprio felice che ve ne andiate. Addio, buon monsieur Malinconia. ROSALINDA: Voglio approfittare di questo vestito da lacch per fare l'impudente e prenderlo in giro. - Sentite, boscaiolo? ORLANDO: Sento benissimo, che volete? ROSALINDA: Per favore, che ora segna l'orologio? ORLANDO: Volete dire che parte del giorno sono orologi. ROSALINDA: Questo dimostra che nella foresta non c' nessun vero innamorato, altrimenti i suoi sospiri ogni minuto e i gemiti ogni ora segnerebbero il pigro passo del tempo come un orologio. ORLANDO: Pigro? Non sarebbe stato altrettanto giusto dire: il veloce passo del tempo? ROSALINDA: Per niente, signore: il tempo va diversamente a seconda della persona. Io potrei dirvi con chi va al passo, con chi va al trotto, con chi al galoppo, e con chi sta fermo. ORLANDO: Per favore, con chi va al trotto? ROSALINDA: Per la Vergine, trotta faticosamente con la ragazza fra il giorno del suo contratto di nozze e quello della cerimonia; se l'intervallo di sette notti, il tempo trotta cos lentamente da sembrare sette anni. ORLANDO: Con chi va al passo? ROSALINDA: Con un prete che non sa il latino e con un ricco che non ha la gotta: il primo dorme beato perch non gliene importa niente di studiare, il secondo si d alla bella vita perch non

ha nessun dolore: l'uno perch non porta il peso di una scienza magra e sfibrante; l'altro perch non conosce quello d'una povert greve e noiosa. Con questi il tempo va al passo. ORLANDO: Con chi galoppa? ROSALINDA: Con un ladro verso la forca, perch, per quanto il suo passo sia il pi lento possibile, gli sembra sempre di arrivare troppo presto. ORLANDO: Con chi sta fermo? ROSALINDA: Coi giudici in vacanza che, addormentati fra una sessione e l'altra, non s'accorgono che il tempo passa. ORLANDO: Dove abiti, bel giovanotto? ROSALINDA: Con mia sorella, questa pastorella, ai margini della foresta, come sulla frangia di un vestito. ORLANDO: Sei nato in questo luogo? ROSALINDA: Come il coniglio che vedete vivere dove la madre l'ha sgravato. ORLANDO: Il vostro accento pi fine di quanto possiate averlo acquistato in un luogo desolato come questo. ROSALINDA: Me io hanno detto in molti: m'ha insegnato a parlare un vecchio religioso, mio zio, che in giovent fu uomo di mondo -visse a corte anche troppo, e la s'innamor. L'ho sentito spesso mettere in guardia contro queste sue esperienze, tanto che ringrazio Dio di non essere una donna, e non sentirmi colpito da tutte le follie di cui egli accusava le donne. ORLANDO: Ricordi qualcuna delle follie principali che attribuiva alle donne? ROSALINDA: Non ce n'erano di principali: s'assomigliavano tutte, come s'assomigliano fra loro tutti i mezzi penny: ogni colpa pare mostruosa finch non la si paragona con una sua simile. ORLANDO: Dimmene qualcuna, ti prego. ROSALINDA: Oh, non spreco medicine per chi non malato. C' un poveretto che saggira per la foresta e sconcia i nostri giovani alberi incidendo sulle loro scorze Rosalinda: appende odi sui biancospini ed elegie sui pruni. vedi un po' per deificare il nome di Rosalinda. Se potessi incontrare quello spacciatore di fantasie gli vorrei dare qualche buon consiglio. perch si preso, a quanto pare, una brutta febbre terzana damore. ORLANDO: Sono io quello che trema d'amore. Vi prego, ditemi la vostra cura. ROSALINDA: Non vedo in voi nessuno dei sintomi che mio zio m'ha insegnato per riconoscere quando un uomo innamorato: voi non siete di certo prigioniero in quella gabbietta di vimini..William Shakespeare Come vi piace

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ORLANDO: Quali sono i sintomi ? ROSALINDA: Guancia smunta, che voi non avete; occhio infossato e bluastro, che voi non avete; scontrosit, che voi non avete- barba incolta, che voi non avete - ma per la barba posso scusarvi, dal momento che, quella poca che avete, pu valere al massimo la rendita d'un fratello cadetto. Le vostre calze, inoltre, dovrebbero essere senza giarrettiera, il vostro cappello senza nastro, le vostre maniche sbottonate, le scarpe slacciate, e tutto quanto avete indosso dimostrare una desolata trascuratezza. Invece voi non siete cos: nel vostro abbigliamento siete piuttosto accurato, come se foste pi che altro innamorato di voi stesso. ORLANDO: Caro giovane, vorrei poterti convincere che amo. ROSALINDA: Convincere me? Fareste meglio a convincere quella che amate: pi disposta - vi garantisco - ad amarvi che non a confessarlo; uno dei punti in cui ancora le donne riescono a darla a intendere alla propria coscienza. Insomma. siete davvero voi ad appendere sugli alberi le strofe in cui si parla tanto di questa Rosalinda? ORLANDO: Giovanotto, ti giuro, per la mano bianca di Rosalinda, che quello sventurato sono proprio io. ROSALINDA: Innamorato proprio come dicono i vostri versi? ORLANDO: Tanto che n poesia n prosa possono dire tutto. ROSALINDA: L'amore, vi dico, non che pazzia e merita, come i pazzi, una stanza buia e la frusta. La ragione per cui gli innamorati non vengono puniti n curati che quelli che dovrebbero frustare i pazzi d'amore sono anche loro innamorati: una malattia troppo comune. In ogni modo io posso curare per procura. ORLANDO: Avete gi curato qualcuno in questo modo? ROSALINDA: S, uno: doveva immaginare che io fossi il suo amore, la sua amata, e ogni giorno

doveva farmi la corte, ed io, da quel giovane lunatico che sono, fingevo di essere triste, facevo la femminetta, e poi volubile, presuntuoso, ardente, orgoglioso, capriccioso, scimmiesco, frivolo, incostante, piagnucoloso, e sorridente; appassionato di tutto e in verit di niente, come lo sono tutte le bestie di questa specie, uomini e donne. Ora mi piaceva, ora minfastidiva; ora stavo bene con lui, ora lo respingevo; ora mi struggevo per lui, ora gli sputavo dietro; tanto da indurre il mio innamorato dall'umore pazzo dell'amore all'umore vivace della pazzia, al punto che arriv a rinnegare la fantasmagoria del mondo per rincantucciarsi in una solitudine monastica. Lo curai cos e nello stesso modo m'impegno a rendere il vostro fegato limpido come il cuore di una pecora sana, senza una sola macchia d'amore. ORLANDO: Non potrei guarire, giovanotto. ROSALINDA: Io vi guarir, se mi chiamerete Rosalinda e se verrete ogni giorno alla mia capanna a corteggiarmi. ORLANDO: Beh, quant' vero che amo, lo far. Dov' la capanna? ROSALINDA: Venite e ve la mostrer e cammin facendo mi direte dove abitate voi nella foresta. Vogliamo andare? ORLANDO: Con tutto il mio cuore, caro giovane. ROSALINDA: No, no, dovete chiamarmi Rosalinda. - Sorella, vieni, andiamo. (Escono.).William Shakespeare Come vi piace

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SCENA TERZA La foresta. Entrano Paragone, Audrey e Jacques inosserrato. PARAGONE: Su, svelta, buona Audrey, andr io a cercare le tue capre, Audrey. Ma come, non sono l'uomo che fa per te? Le mie fattezze semplici non sono di tuo gradimento? AUDREY: Le vostre fattezze? Dio mi perdoni, ma quali fattezze? PARNGONE: Me ne sto qui, fra te e le tue capre, come il casto Ovidio, il pi capriccioso dei poeti, se ne stava a Capri. JACOUES: O sapienza male alloggiata, peggio di Giove in una capanna di paglia! PARAGONE: Quando l'estro poetico di un uomo non viene compreso, n la sua acutezza di spirito secondata da quel ragazzaccio insolente che l'intelletto, il disgraziato viene colpito a morte pi che da un conto salato per una piccola stanzuccia di locanda. Quanto vorrei che gli di ti avessero fatta poetica. AUDREY:Non so che vuol dire poetica; forse onesta negli atti e nelle parole? Si tratta di una cosa che ha a che fare con la verit? PARAGONE: Non direi, dal momento che la poesia pi vera pi fmta. Gli amanti sono dediti alla poesia ci che essi giurano in versi una gran bella finzione. AUDREY: Vorreste proprio che gli di m'avessero fatta poetica? PARAGONE: Certo, dal momento che mi giuri d'essere onesta. Se tu fossi poetica potrei sperare che non dicessi la verit. AUDREY: Non mi vorreste onesta? PARAGONE: Certo che no, a meno che non avessi tu fattezze sgradevolissime, ch l'onest, accoppiata alla bellezza, come condire zucchero col miele. JACQUES: Matto sensato! AUDREY: Beh, io non sono proprio bella, perci prego gli di che mi mantengano perlomeno onesta. PARAGONE: Certo, ma sprecare l'onest per una brutta sozzona sarebbe come servire carne buona su un piatto s?orco. AUDREY: Non sono una sozzona, ma, ringraziando gli di, brutta s. PARAGONE: Ringraziamo pure gli di per la bruttezza; quanto alla sozzeria possiamo rimandarla. Comunque sia, ti voglio sposare, e, per questo, mi sono accordato con Don Oliviero Chiosatesti, vicario d'un villaggio vicino, il quale ha promesso di incontrarsi con noi in questo punto della foresta per accoppiarci. JACQUES: Una vera gioia. assistere a tale incontro. AUDREY: Che gli di ci diano felicit. PARAGONE: Amen. Un individuo dal cuore pavido potrebbe titubare di fronte a un evento cos

impegnativo. quando poi al posto del tempio c' il bosco e al posto degli invitati delle bestie con le corna. E allora? Coraggio! In quanto alle corna, esse saranno un argomento odioso ma inevitabile. Si dice: Molti non sanno tutto il bene che hanno. Giusto: molti hanno delle bellissime corna e non lo sanno. Gi, perch sono la dote delle mogli, e non il contributo dei mariti. Le corna? Appunto. Sono solo per i poveri? No, no, anche il pi nobile dei cervi le ha delle stesse dimensioni del pi scalcagnato cornifero della sua specie. Allora, lo scapolo benedetto? No; come una citt fortificata vale molto di pi di un villaggio, cosi la fronte dell'uomo sposato molto pi onorevole di quella liscia di uno scapolo. E come una concreta difesa vale pi del non sapersi destreggiare, cos un corno molto meglio averlo che non averlo. (Entra Don Oliviero Chiosatesti.) Ecco che viene Don Oliviero. - Don Oliviero Chiosatesti, voi siete benvenuto. Ci volete sbrigare qui sotto quest'albero, o dobbiamo venire nella vostra cappella? DON OLIVIERO: Chi qui che ha il compito di offrire la donna? PARAGONE: lo non la voglio in offerta da nessuno. DON OLIVIERO Bisogna che qualcuno la offra, altrimenti il matrimonio non valido. JACQUES: Andate avanti, procedete. Sono io che offro la sposa. PARAGONE: Buona sera caro padron Vattelapesca. Come state, signore? Ben venuto e ben atteso..William Shakespeare Come vi piace

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Iddio vi rimeriti per l'ultima volta che ho goduto della vostra compagnia, sono felicissimo di rivedervi. Si tratta di una faccenduola da nulla, signore, ma vi prego, tenete il cappello. JACQUES: Tu che sei di tutti i colori vuoi sposarti? PARAGONE: Come il bue ha il suo giogo, signore, il cavallo il suo barbazzale, il falcone i suoi sonagli, cos l'uomo ha i suoi desideri: come i piccioni si beccano cosi gli sposi abboccano. JACQUES: Un uomo della tua condizione sposarsi sotto un cespuglio, come un pezzente? Ma vai in chiesa e rivolgiti a un buon prete che sappia dirti cos il matrimonio. Quest'individuo qui potr unirvi come s`incollano due pannelli di legno, che poi se uno di voi si restringe, s'incurver come il legno verde. PARAGONE: Certo che sarebbe, meglio essere sposato da questo qui anzich da un altro, perch pare che non sposi sul serio, e il non essere sposato suI serio sar una buona scusa in futuro per sbarazzarsi della moglie. JACQUES: Vieni con me e lasciati consigliare. PARAGONE: Vieni, dolce Audrey, o ci si sposa o si fa vita vergognosa. Addio buon Don Oliviero. Non: Oliviero mio dolcissimo Oliviero mio bravissimo Tutto solo non lasciami invece Fila via, ti dico, fila Fila via ripeto va', Non ti spetta di sposarmi. DON OLIVIERO: Non importa; non ce n' uno fra tutti questi lunatici furfanti che possa indurmi a ripudiare la mia vocazione. (Escono. ).William Shakespeare Come vi piace

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SCENA QUARTA La foresta. Entrano Rosalinda e C'elia. ROSALINDA: Non parliamo pi, ch voglio piangere. CELIA: Piangi pure, ma abbi la bont di considerare che le lacrime non sono da uomo. ROSALINDA: Non ho ragione di piangere? CELIA: Tutta la ragione che vuoi, perci piangi. ROSALINDA: Persino i suoi capelli hanno il colore del tradimento. CELIA: Un tono un po' pi scuro di quelli di Giuda. E i suoi baci? Sono addirittura figli di Giuda. ROSALINDA: Veramente, i suoi capelli hanno un bel colore.

CELIA: Pi che bello: il castano sempre stato il miglior colore. ROSALINDA: E il suo bacio santo come il pane consacrato. CELIA: Ha comprato da Diana un paio di labbra di scarto. Una monaca dell'ordine dell'Inverno non bacia con maggior devozione: e poi le sue labbra son di ghiaccio come la castit. ROSALINDA: Ma perch ha giurato di venire qui stamattina viene? CELIA: Decisamente non sa cosa sia la buonafede. ROSALINDA: Credi? CELIA: S, non un borsaiolo n un ladro di cavalli, ma, quanto a fede in amore, lo ritengo vuoto come un bicchiere capovolto o una noce bacata. ROSALINDA: Non sincero in amore? CELIA: Potrebbe esserlo se fosse innamorato, ma non lo . ROSALINDA: Tu l'hai sentito giurare inequivocabilmente che lo era. CELIA: Era, non . Il giuramento di un innamorato vale quanto la parola di un oste: tutti e due fanno i conti falsi. Ora si trova qui nella foresta al seguito del duca tuo padre. ROSALINDA: Ieri ho incontrato il duca, e abbiamo parlato molto. Mi ha chiesto della mia famiglia, e gli ho risposto che valeva quanto la sua: ha riso e m'ha lasciato andare. Ma perch parlare di padri, quando esiste un uomo come Orlando? CELIA: Grand'uomo, quello! Scrive gran versi, fa grandi discorsi, e grandi giuramenti che poi infrange grandiosamente puntando di traverso al cuore dell'amata, proprio come un giostratore inesperto che sperona il cavallo da un lato solo e spezza la lancia come un minchione. Ma pur sempre grandioso tutto quello che giovent cavalca e che follia comanda. - Chi viene? (Entra Corino.) CORINO: Miei padrona e padrone, m'avete spesso chiesto del pastore sofferente d'amore, che avete visto seduto sul prato insieme a me e che lodava quella smorfiosa e altezzosa pastorella che la sua amata. CELIA: Bene, che ne di lui? CORINO: Se voi volete assistere allo scontro drammatico fra il pallido sembiante dell'amore sincero e il rosso ardore dello scherno e del rifiuto, venite insieme a me, che vi ci porto; sempre che vi interessi. ROSALINDA: Su, andiamo pure: la vista degli amanti nutre chi innamorato. Portaci a questo spettacolo, nella commedia mi mostrer attore di talento. (Escono. ).William Shakespeare Come vi piace

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SCENA QUINTA Un'altra parte della foresta. Entrano Silvio e Febe. SILVIA: O dolce Febe, non mi disprezzare. Di' che non mi ami, ma non dirlo in modo cos amaro. Il pubblico carnefice, con il cuore indurito dall'abitudine alla morte, non alza la mannaia sul collo del condannato senza prima chiedergli perdono. Vuoi essere pi cinica di chi dal sangue altrui trae vita e morte? (Entrano Rosalinda, Celia, e Corino, inosservati.) FEBE: Non voglio essere il tuo carnefice: io ti sfuggo soltanto per non farti quel male. Tu dici che il mio sguardo assassino: certo, curioso, ed assai probabile che gli occhi, che sono la cosa pi fragile e delicata, pronta a serrare le sue porte codarde perfino agli atomi, sian chiamati tiranni, macellai, assassini. Ora con tutto il cuore scaglio contro di te il mio sguardo severo: se i miei occhi feriscono, ti uccideranno subito. Fingi di venir meno, adesso, cadi, o se non puoi, vergognati, vergognati, non mentire e non dire che i miei occhi uccidono. Mostrami la ferita che ti hanno fatto i miei occhi. Se ti pungi con uno spillo, resta un graffio; se t'appoggi ad un giunco, nella mano rimane per qualche attimo l'impronta; ma ora i dardi che i miei occhi ti han scagliato contro, non ti han colpito: son sicura che gli occhi non hanno la forza di far male. SILV10: O cara Febe, se mai potrai incontrare - e questo mai potrebbe essere vicino - in una fresca guancia la forza dell'amore, conoscerai le ferite invisibili che fanno le sue frecce. FEBE: Fino ad allora, per, stammi lontano, e se quel giorno verr, fatti beffe di me senza piet, come, fino ad allora, io mi far di te. ROSALINDA: E perch mai, scusate? Chi tua madre, che esulti nell'insulto su quel povero

infelice? Come puoi tu, senza bellezza (ch non ne vedo in te pi di quel tanto che manda a letto senza la candela) esser cos spietata ed orgogliosa? E adesso, che significa? Perch mi guardi cos? Io vedo in te soltanto uno di quei banali prodotti messi in vendita dalla natura. Per la mia vita breve mi par proprio che questa si voglia accaparrare anche i miei occhi. Non ci sperare, mia cara presuntuosa. Le tue ciglia d'inchiostro e i tuoi capelli di seta nera, i tuoi occhi di gaietto, le tue guance butirrose non potranno indurmi a venerarti. E tu, pastore sciocco, perch la segui come la nebbia del sud, gonfia di bruma e pioggia? Tu, come uomo vali mille volte pi di lei come donna: sono i pazzi come te a riempire il mondo di figli brutti. Non il suo specchio, sei tu a farla insuperbire: lei per tuo mezzo si vede molto pi bella di quanto lo siano i suoi lineamenti. Ragazza, cerca di conoscerti: gi in ginocchio. e digiunando ringrazia il cielo che ti fa amare da un uomo per bene; da amico io ti dico in un orecchio vendi, dal momento che puoi vendere, ch la tua merce difficile da piazzare. Chiedi scusa a quest'uomo, amalo, accettalo: la bruttezza pi brutta quando senza piet. E tu pastore, prendila, e tanti auguri. FEBE: Giovane dolce, vi prego, maltrattatemi un anno intero: preferisco le vostre insolenze alla corte di costui. ROSALINDA: Lui innamorato della vostra bruttezza, - e lei s' incapricciata della mia durezza. Se cos. quando ti risponder con sguardi sdegnosi, io te la condir con parole amare. - Perch mi guardi cos? FEBE: Perch non vi porto proprio alcun rancore. ROSALINDA: Per carit, non tinnamorare di me: sono pi falso di chi giura ubriaco, e poi non mi piaci. - Se volete sapere dove abito, la mia capanna vicina a quel fitto di ulivi. - Sorella, andiamo? -Tu, pastore, non darle mai tregua. - Su, sorella. - Tu, pastora, guardalo pi dolcemente, senza darti tante arie: non c' al mondo nessuno che come lui si lasci imbambolare dalla tua vista. Su raggiungiamo il gregge. (Esce con Celia e Corino.) FEBE: Morto pastore, ora capisco la forza del tuo detto: Chi mai ha amato, se non ha amato a prima vista?. SILVIO: Dolce Febe... FEBE: Eh? Cosa dici, Silvio? SILVIO: Dolce Febe, abbi piet di me. FEBE: Certo, Silvio gentile, mi fai pena..William Shakespeare Come vi piace

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SILVIO: Dove c' pena, potrebbe esserci conforto. Se ti fa pena la mia pena d'amore, concedendomi amore, la tua pena e la mia sarebbero entrambe eliminate. FEBE: Ma io ti voglio bene: non si deve amare il prossimo? SILV10: Ma io voglio te. FEBE: Troppa pretesa, Silvio; in passato t'ho odiato, e ancora adesso io non ti posso amare, ma il tuo parlar d'amore cos bello, che la tua compagnia, prima tediosa, la trovo sopportabile; anzi, voglio giovarmi del tuo aiuto, ma non chiedere altra ricompensa se non la gioia d'avermi aiutata. SILVIO: Cos santo e perfetto in me l'amore e tanto poca la grazia a me concessa, che stimer raccolto molto ricco raccattare le spighe che ha scartato chi ha mietuto le messi. Lascia di quando in quando per me qualche sorriso, e ne avr vita. FEBE: Conosci il giovane che or ora m'ha parlato? SILVIO: Non molto, ma l'ho incontrato spesso: ha acquistato la capanna e i pascoli di propriet di quel vecchio pastore. FEBE: Se chiedo di lui, non che l'ami. sgarbato, ma parla molto bene. Ma che importano le parole? S, son belle, se chi le dice piace a chi l'ascolta. un bel ragazzo, cio, non molto bello, per presuntuoso, ma una presunzione che gli si addice. Sar un uomo in gamba. La cosa migliore in lui il colorito. Prima ancor di ferire con quella sua lingua, con l'occhio gi guarisce. Non molto alto, ma alto per l'et; cos cos le gambe, ma bene dopotutto. D'un rosso assai grazioso le sue labbra, molto pi vive della sua guancia: l'esatta differenza fra il rosso unito e il rosso damascato. Tante altre donne, Silvio, come me, guardandolo cos, parte per parte, se ne sarebbero quasi innamorate; per parte mia, invece, non lo amo n odio, bench abbia pi ragione d'odiarlo che d'amarlo. Perch, prima, egli m'ha rimproverata? Ce l'ha contro i capelli e gli occhi neri, e, mi ricordo, m'ha presa pure in giro; mi meraviglio che non

gli ho risposto. Ma non fa niente, c' sempre tempo per rispondere; gli scriver una lettera coi fiocchi, e gliela porterai, vero, Silvio? SILVIO: Con tutto il cuore, Febe. FEBE: Ora la scrivo. Ho tutto in mente, tutto dentro il cuore; sar amara con lui, e sbrigativa. Silvio, vieni con me. (Escono. ).William Shakespeare Come vi piace

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ATTO IV SCENA PRIMA La foresta. Entrano Rosalinda, Celia e /acques. JACQUES: Caro giovane, spero che ci si conosca meglio. ROSALINDA: Dicono che siete un uomo malinconico. JACQUES: vero, amo la malinconia pi che le risate. ROSALINDA: Chi sabbandona all'eccesso, per un verso o per l'altro, gente detestabile, che merita pi biasimo degli ubriaconi. JACQUES: Gi, ma bello essere tristi e starsene in silenzio. ROSALINDA: Allora bello essere un palo. JACQUES: Io non ho la malinconia dell'intellettuale che invidia, n quella del musicista, che delirio, n quella dei cortigiano, che superbia, n quella del soldato, che ambizione, n quella dell'uomo di legge, che opportunismo, n quella della donna, che civetteria, n quella dell'innamorato, che la somma di tutte le altre: una malinconia tutta mia, amalgama di un'infinit di elementi, distillati da tante cose, e, pi che altro, un complesso meditare sui miei viaggi, la cui frequente ruminazione mi trascina nella pi umorosa delle tristezze. ROSALINDA: Un viaggiatore! Avete ben ragione d'essere triste: scommetto che vi siete venduto le vostre terre per conoscere quelle degli altri; e cos, avere visto molto senza posseder pi niente come avere occhi ricchi e mani vuote. JACQUES: S, ma ho acquistato esperienza. (Entra Orlando.) ROSALINDA: E la vostra esperienza vi rende triste. Preferisco un matto che mi renda allegro a un'esperienza che mi faccia triste - e ci avete sprecato la fatica del viaggio! ORLANDO: Buongiorno e lieta sorte, mia cara Rosalinda! JACQUES: Ah, che Dio v'accompagni, parliamo in versi sciolti. (Esce.) ROSALINDA: Addio, monsieur viaggiatore. Cercate di parlare con l'erre moscia e di indossare abiti strani, di criticare tutte le qualit della vostra terra; rinnegate le vostre origini e magari maledite Dio d'avervi dato i tratti che v'ha dato; altrimenti io non potr credere che voi siate mai stato in una gondola. - Orlando, finalmente, dove siete stato tutto questo tempo? Voi, un innamorato! Fatemi un altro scherzo di questo genere, e non mi vedrete mai pi. ORLANDO: Mia bella Rosalinda, vengo con meno d'un'ora di ritardo. ROSALINDA: possibile rubare un'ora a una promessa d'amore? Chi, in amore, dopo aver diviso un minuto in mille parti, vien meno ad una parte di quella millesima parte, vuol dire che Cupido gli ha dato, s, un colpetto sulla spalla, ma non gli ha certo spezzato il cuore, ve lo garantisco. ORLANDO: Perdonami, cara Rosalinda. ROSALINDA: No, se siete cos' poco puntuale, non fatevi pi vedere: tanto varrebbe farmi corteggiare da un lumacone. ORLANDO: Da un lumacone? ROSALINDA: Gi, da un lumacone: per quanto vada lento, porta sempre con s la sua casa - un patrimonio ben pi concreto, penso, di quello che voi potreste offrire ad una donna. E poi, ha gi in s il suo destino. ORLANDO: E cio? ROSALINDA: Le corna; di cui i tipi come voi sono di solito debitori alle rispettive mogli. Il lumacone, invece, si presenta gi armato del suo destino, e cos previene i pettegolezzi su sua moglie. ORLANDO: La virt non fa le corna; e la mia Rosalinda virtuosa. ROSALINDA: Sono io la tua Rosalinda. CELIA: Gli fa piacere chiamarti cos, ma la sua Rosalinda ben pi meravigliosa.

ROSALINDA: Fammi la corte, su, fammi la corte: mi sento d'umore festoso e piuttosto disponibile. Cosa mi diresti, ora, se io fossi davvero la tua vera Rosalinda? ORLANDO: Prima di parlare, bacerei. ROSALINDA: No, meglio parlare prima; quando poi ti dovessi insabbiare per mancanza. William Shakespeare Come vi piace

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d'argomenti, potresti cogliere l'occasione per un bacio. I migliori oratori, quando non sanno cosa dire, sputano; gli innamorati invece a corto d'argomenti (Dio ce ne guardi) hanno un ripiego pi pulito: il bacio. ORLANDO: E se il bacio rifiutato? ROSALINDA: Allora lei ti mette in condizione di supplicare, e cos si avvia un nuovo argomento. ORLANDO: Chi potrebbe sentirsi a corto di argomenti davanti a colei che ama? ROSALINDA: Tu stesso, se fossi io quella che ami; altrimenti dovrei pensare che la mia onest peggiore del mio spirito. ORLANDO: Perch, mi spoglieresti di tutti gli argomenti? ROSALINDA: Non confondiamo indumenti e argomenti: soltanto questi ti toglierei. Non sono la tua Rosalinda? ORLANDO: Mi fa piacere dire che lo sei, perch di lei che voglio parlare. ROSALINDA: Bene, per conto di lei io dico che non ti voglio. ORLANDO: E io, per conto mio, muoio. ROSALINDA: Per carit, muori per procura. Questo povero nostro mondo vecchio quasi di seimila anni e in tutto questo tempo non c' mai stato nessuno che sia morto in proprio, videlicet, per amore. Troilo fin col cervello maciullato da una clava greca, bench prima avesse fatto di tutto per morire, senza riuscirci: eppure uno dei grandi modelli di amore. Leandro, anche se Ero si fosse fatta monaca, sarebbe vissuto ancora dei begli anni, se non ci fosse stata una certa calda notte di mezza estate: il buon giovane s'era spinto nell'Ellesponto per fare un bagno, ma, colto da malore, affog, e gli idioti cronisti del tempo dissero che fu per colpa di Ero di Sesto. Tutte bugie: da che mondo mondo gli uomini sono sempre morti, e sono stati mangiati da vermi, ma mai per amore. ORLANDO: Non vorrei che questo fosse il modo di pensare della mia vera Rosalinda: il suo cipiglio mi ucciderebbe. ROSALINDA: Per questa mano, non ucciderebbe una mosca. Su, voglio far la tua Rosalinda di umore pi disponibile. Chiedi quel che vuoi e t'accontenter. ORLANDO: Amami, Rosalinda. ROSALINDA: Sicuro, lo far venerd e sabato compresi. ORLANDO: E mi vorrai? ROSALINDA: Certo, e altri venti come te. ORLANDO: Ma cosa dici? ROSALINDA: Perch, non sei buono tu? ORLANDO: Lo spero bene. ROSALINDA: E allora, c' un limite alle cose buone che si possono desiderare? Vieni, sorella, tu sarai il prete che ci sposa. Dammi la mano, Orlando. - Che cosa dici, sorella? ORLANDO: Sposaci, te ne prego. CELIA: Non so la formula. ROSALINDA: Devi cominciare con Vuoi tu, Orlando. CELIA: Ah, gi! Vuoi tu, Orlando, prendere per moglie la qui presente Rosalinda? ORLANDO: Lo voglio. ROSALINDA: S, ma quando? ORLANDO: Adesso, pi presto che lei pu. ROSALINDA: Allora devi dire lo ti prendo in moglie, Rosalinda. ORLANDO: lo ti prendo in moglie, Rosalinda. ROSALINDA: Potrei chiedere qualche garanzia, comunque io ti prendo come marito, Orlando. Una ragazza pi svelta del prete: il pensiero di una donna pi veloce dell'azione. ORLANDO: Tutti i pensieri sono alati. ROSALINDA: Ora dimmi, per quanto tempo te la vorresti tenere dopo averla posseduta? ORLANDO: Per sempre, pi un giorno ancora.

ROSALINDA: Di' un giorno senza il per sempre. No, no, Orlando, gli uomini sono come l'aprile quando s'innamorano, come dicembre quando si sposano; le ragazze sono come maggio da fanciulle, ma, da mogli, per loro il cielo cambia. Di te io sar pi gelosa che un piccione di Barberia della sua femmina, pi chiassosa di un pappagallo quando piove, pi vanesia di una scimmia, nei miei desideri pi estrosa di una bertuccia; pianger per un niente,. William Shakespeare Come vi piace

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come Diana in mezzo alla sua fontana, e lo far proprio quando tu sarai disposto all'allegria; e rider come una iena quando tu avrai voglia di dormire. ORLANDO: Far cos la mia Rosalinda? ROSALINDA: Per la mia vita, far esattamente come faccio io. ORLANDO: Ma no, lei saggia. ROSALINDA: Se no non avrebbe l'intelligenza di farlo. Pi intelligente, una donna, e pi ostinata. Chiudi la porta in faccia al suo spirito, e quello uscir dalla finestra. Spranga la finestra e quello filer per il buco della serratura. Tappa il buco, e quello se ne andr col fumo per la cappa del camino. ORLANDO: Allora, un uomo con una moglie simile, potrebbe dire: spirito, batti un colpo. ROSALINDA: Aspetta a chiedergli di battere, fino a quando non incontrerai lo spirito di tua moglie che va a infilarsi nel letto del tuo vicino. ORLANDO: Con quale spirito il suo spirito potrebbe scusarsi? ROSALINDA: Vergine santa, dicendo che andata l per cercarvi. Non la sorprenderete mai senza risposta, a meno che non sposiate una donna senza lingua. Oh, la donna che non sa ritorcere la propria colpa contro il marito, non allatti mai il suo bambino: ne verrebbe fuori un cretino. ORLANDO: Rosalinda, devo lasciarti per due ore. ROSALINDA: Non posso rinunciare a te per due ore, amore caro! ORLANDO: Devo andare a pranzo dal Duca. Alle due sar di ritorno. ROSALINDA: S, andatevene pure, andate: sapevo del vostro comportamento, le mie amiche me l'avevano detto, e io me l'aspettavo. La seduzione della vostra lingua m'ha conquistato; ma quando ci si sente messa da parte, vieni, morte. Le due, avete detto? ORLANDO: S, dolce Rosalinda. ROSALINDA: In verit, in tutta sincerit, con l'aiuto di Dio e secondo tutti gli altri possibili noti giuramenti, se voi mancherete anche d'un soffio alla vostra promessa, o arriverete un minuto pi tardi dell'ora fissata, vi considerer il pi meschino spergiuro, l'innamorato pi vacuo, l'individuo pi indegno di colei che chiamate Rosalinda. Guardatevi quindi dal mio biasimo e mantenete la promessa. ORLANDO: Lo far come se tu fossi la mia vera Rosalinda, religiosamente. Addio. ROSALINDA Bene, il tempo il vecchio giudice istruttore di tutti gli imputati di questo genere, spetta al tempo istruire il processo. Addio. (Esce Orlando.) CELIA: Con questo tuo sofisticare sull'amore hai messo in pessima luce il nostro sesso: bisognerebbe che ti tirassero su sopra la testa giacca e calzoni, per far vedere al mondo che scempio ha fatto l'uccello del proprio nido. ROSALINDA: Cugina mia, cugina, piccola deliziosa cugina, se tu potessi vedere di quante braccia sono sprofondata nell'amore! Ma tu non puoi sondarlo: la mia passione un fondo imperscrutabile, come la baia del Portogallo. CELIA: Direi piuttosto che senza fondo, pi ci versi dentro la passione, pi quella esce dall'altra parte. ROSALINDA: No, a giudicare la profondit del mio amore ci vuole quel bastardaccio figlio di Venere, generato dal cervello, concepito dall'ipocondria e nato dalla follia, quel ragazzaccio cieco che inganna la vista di tutti perch lui non pu vedere niente. Ti confesso Aliena, che quando non vedo Orlando non vivo pi, vado a cercare un po' d'ombra dove restare a sospirare finch non torner. CELIA: E io vado a dormire. (Escono. ).William Shakespeare Come vi piace

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SCENA SECONDA

La foresta. Entrano Jacques e nobili vestiti da boscaioli JACQUES: Chi che ha ucciso il cervo? NOBILE: Sono stato io, signore. JACQUES: Presentiamolo al duca come un trionfatore romano: sarebbe bene mettergli in capo come corona trionfale le corna del cervo. Non avete un qualche inno, guardaboschi, adatto all'occasione? NOBILE: S, signore. JACQUES: Cantatelo. Non importa se stonato, purch sia a tutto volume. (Musica.) Canzone Cosa avr chi uccise il cervo? Ne porter la pelle e le corna. In suo onore cantiamo tutti il ritornello. Non t'offender per le corna: son retaggio nobiliare; le ha portate anche tuo nonno imitato da tuo padre. Corno, corno, mio bel corno, non fai rider per lo scorno. (Escono.).William Shakespeare Come vi piace

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SCENA TERZA La foresta. Entrano Rosalinda e Celia. ROSALINDA: Che dici? Non sono le due passate? E chi lo vede Orlando? CELIA: Col suo puro amore e il cervello in subbuglio, t'assicuro io, ha preso arco e frecce e se n' andato a dormire. (Entra Silvio.) Guarda chi viene. SILVIO: Bel giovane, a voi porto un messaggio; la mia Febe gentile disse di darvi questo. Io non so che c' dentro, ma suppongo dal dispetto e dalla rabbia con cui ha scritto codesto foglio, un tono furibondo. Perdonatemi, io sono un messaggero senza colpa. ROSALINDA: La pazienza, lei stessa spazientita, fremerebbe a questa lettera; sopportarla significherebbe sopportare tutto. Dice che sono brutto, ineducato, superbo, e che non potrebbe amarmi anche se rari come la fenice fossero gli uomini. Perdio, il suo amore non la lepre di cui vado a caccia. Perch mi scrive questo? Bene, bene, pastore, tu hai inventato questa lettera. SILVIO: No, giuro che non so quel che c' dentro. L'ha scritta Febe. ROSALINDA: Via, via, sei un pazzo rovinato dall'amore. Ho visto le sue mani: sono di cuoio, color di mattone. Credevo che portasse guanti vecchi, invece erano proprio le sue mani: mani da sguattera - ma poco importa. Non l'ha inventata lei, no, questa lettera: un uomo che l'ha concepita e scritta. SILVIO: Eppure sua. ROSALINDA: No, lo stile furioso e crudele, stile provocatorio. Veh, mi sfida, come il turco il cristiano; la gentilezza di una donna non arriva a smargiassate tanto brutali, espressioni da etiope ancor pi nere negli effetti che nell'aspetto. Vuoi sentire la lettera? SILVIO: S, ve ne prego, ch non la conosco, bench conosca la crudelt di Febe. ROSALINDA: Lei febeggia con me. Ascolta la tiranna (legge): Sei tu un dio che s' mutato in pastore, per bruciare d'una fanciulletta il cuore? Pu una donna lanciare offese simili? SILVIO: Le chiamate offese queste? ROSALINDA (legge): Perch lasci la divina Tua natura al dolce cuore Di una donna vuoi far guerra?

Avete mai sentito un tale insulto? Non son d'uomo gli occhi tuoi, ch altrimenti non avrei sopportato tanta pena. Vuol darmi della bestia. Se i tuoi occhi duri e ardenti san svegliare in me l'amore, quale effetto avrebber se fosser dolci anzich amari? Mi sgridavi, ed io t'amavo: che farei, se mi pregassi? Chi t'annuncia l'amor mio.William Shakespeare Come vi piace

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del mio cuore nulla sa. A lui svela il tuo volere se tu, giovane e gentile, vuoi da me la piena fede e quant'altro m'appartiene, o, per mezzo suo, ripudiami, e vedr come morire. SILVIO: E li chiamate rimproveri questi? CELIA: Ahim, povero pastore! ROSALINDA: Ne hai piet? No, non merita nessuna compassione. - E tu vorresti amare una donna come questa? Che di te ha fatto uno strumento per trarne note false contro te stesso? insopportabile. Torna da lei (dal momento che l'amore t'ha ridotto in vermiciattolo addomesticato) e dille questo: che, se ama me, io la obbligo ad amare te; se non d'accordo, io non la vorr mai, a meno che non sia tu a supplicare per lei. Se sei veramente innamorato, fila via e taci, perch viene gente. (Esce Silvio. Entra Oliviero.) OLIVIERO: Buon giorno, bella gente, per favore, sapete se in queste vicinanze c', nella foresta, una capanna da pastore circondata da ulivi? CELIA: Pi a ponente, nel vicino valloncello, lasciate sulla destra il filare di vimini lungo il ruscello mormorante, e la troverete. Ma la casa a quest'ora abbandonata, senza nessuno. OLIVIERO: Se l'occhio pu essere aiutato dalla voce, vi riconosco dalla descrizione. Tali gli abiti, tale l'et: il ragazzo, mi han detto, biondo, dai lineamenti femminei, sembra una sorella maggiore; lei pi piccola e scura del fratello. Non siete voi i padroni della casa che cercavo? CELIA: Non un vanto rispondere che lo siamo. OLIVIERO: Orlando vuol essere ricordato a entrambi, e al giovane che chiama la sua Rosalinda manda questa pezzuola insanguinata. Siete voi? ROSALINDA: S, certo, sono io. Ma che significa? OLIVIERO: La mia vergogna, quando da me saprete che uomo sono, e come, quando, dove si macchiato questo fazzoletto. CELIA: Dite, vi prego. OLIVIERO: Quando il giovane Orlando v'ha lasciato con la promessa di ritornare in un'ora, camminando in mezzo alla foresta, succhiava il dolce-amaro del suo amore. Ed ecco: gett l'occhio da una parte, e sentite cosa vide: sotto un'annosa quercia dai vasti rami coperti di muschio, la cima spoglia e rinsecchita dal tempo, un povero straccione, tutto irsuto, stava dormendo, esausto. Intorno al collo gli si era attorta una serpe dorata e color verde, che con la testa minacciosa strisciava verso la sua bocca aperta. D'improvviso, vedendo Orlando, si sciolse e in mosse sinuose fugg in un cespuglio. All'ombra del cespuglio stava accovacciata una leonessa, dalle mammelle secche, senza latte. Testa a terra, in attesa felina del risveglio del disgraziato. Voi sapete che l'istinto regale di quella bestia non permette d'attaccare ci che sembra morto. Orlando, a quella vista, si accosta all'uomo, e scopre che suo fratello, il fratello maggiore. CELIA: M'ha parlato di questo suo fratello come il pi snaturato che ci sia.

OLIVIERO: Giustamente. Quanto sia snaturato io lo so. ROSALINDA: E Orlando? Lasci suo fratello in pasto alla leonessa smunta ed affamata? OLIVIERO: Deciso, s'allontan due volte. Ma la bont, pi nobile della vendetta, e l'indole, che ha una sua forza ben maggiore dell'opportunit, lo spinse ad affrontare la leonessa, e in un batter d'occhio la uccise; il rumore mi ridest dal miserabile sonno. CELIA: Siete voi suo fratello? ROSALINDA: E vi ha salvato? CELIA: Quello che ha tentato tante volte d'ucciderlo? OLIVlERO: Ero io. Ma non lo sono pi. Non mi vergogno di dirvi ci che sono stato, perch il.William Shakespeare Come vi piace

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sapore della conversione molto dolce. ROSALINDA: E il fazzoletto insanguinato? OLIVIERO: Ecco. Dopo avere inumidito di dolcissime lacrime i nostri racconti, e dopo avergli detto com'ero capitato in questo gran deserto... insomma, mi condusse dal buon duca, che, gentile, m'offerse un vestito nuovo e ospitalit, affidandomi all'amore di mio fratello. Subito mi condusse alla sua capanna; l si spogli: aveva sul braccio una profonda ferita: la leonessa; aveva perduto molto sangue; indebolito, svenne, invocando il nome di Rosalinda. Lo rianimai, bendai la sua ferita, e dopo un po', ripresa conoscenza, mi mand qui, sebbene sconosciuto, a raccontarvi tutto. Egli si scusa d'aver mancato alla promessa; questo fazzoletto macchiato del suo sangue, lo dona a quel giovane che per gioco egli chiama la sua Rosalinda. (Rosalinda sviene.) CELIA: Su, Ganimede, caro Ganimede! OLIVIERO: Molti svengono alla vista del sangue. CELIA: Non questo soltanto. - Cugino Ganimede! OLIVIERO: Guardate, rinviene. ROSALINDA: Vorrei essere a casa. CELIA: T'accompagnamo. Vi prego, prendetelo sottobraccio. OLIVIERO: Giovanotto, coraggio, che uomo siete! Non avete coraggio. ROSALINDA: Lo so e lo confesso. Eh, caro mio, c' chi direbbe che ho finto molto bene. Vi prego, dite a vostro fratello come ho recitato bene. Ahim. OLIVIERO: Macch finzione: il vostro viso testimonia una sofferenza vera. ROSALINDA: Una commedia, v'assicuro. OLIVIERO: Coraggio, allora, e fate la parte di un vero uomo. ROSALINDA: La faccio, ma, in verit, dovrei essere donna. CELlA: Sci sempre pi pallido, andiamo a casa, ti prego. - Buon signore, venite con noi. OLIVIERO: Certo, devo portare la risposta che Rosalinda scusa mio fratello. ROSALINDA: Devo pensarci. Ma, vi prego, ditegli come so fingere bene. Andiamo? (Escono. ).William Shakespeare Come vi piace

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ATTO V SCENA PRIMA La foresta. Entrano Paragone e Audrey. PARAGONE: Audrey, troveremo il momento giusto; abbi pazienza, gentile Audrey. AUDREY: Il prete, per me andava abbastanza bene, anche se quel vecchio rimbambito faceva tante storie. PARAGONE: Un farabutto, Audrey, quel Don Oliviero un Chiosatesti sciagurato. C' per qui nella foresta, Audrey, un giovanotto che ha delle pretese su di te. AUDREY: So chi , ma su di me non ha nessun diritto al mondo. Eccolo che viene. (Entra Guglielmo.) PARAGONE: Incontrare uno zotico del genere, per me, come mangiare e bere. Gente di spirito come noi, che ha la risposta pronta, deve sempre prendere in giro qualcuno, non pu farne a meno. GUGLIELMO: Buonasera, Audrey.

AUDREY: Iddio dia la buonasera anche a voi, Guglielmo. GUGLIELMO: E buonasera a voi, signore. PARAGONE: Gentile amico, buonasera. Copriti la testa, cpritela, su. Ti prego, copriti. Quanti anni hai, amico? GUGLIELMO: Venticinque, signore. PARAGONE: Una bella et. Ti chiami Guglielmo? GUGLIELMO: S, signore, Guglielmo. PARAGONE: Un bel nome. Sei nato qui, nella foresta? GUGLIELMO: Ringraziandone Dio, s, signore. PARAGONE: Ringraziandone Dio: bella risposta. Sei ricco? GUGLIELMO: Cos cos, signore. PARAGONE: Cosi cos: ben detto, molto bene, stupendamente bene. Ma no, non che una risposta cos cos. Sei saggio? GUGLIELMO: Ho abbastanza spirito, signore. PARAGONE: Bravo, dici bene. Ben ricordo un detto: Il pazzo pensa d'esser saggio, mentre il saggio sa d'esser pazzo. Il filosofo pagano, quando volesse mangiare un grappolo d'uva, dischiuderebbe le labbra per mettersela in bocca; ci per dimostrare che l'uva fatta per essere mangiata e le labbra per essere dischiuse. Voi amate questa fanciulla? GUGLIELMO: S, signore. PARAGONE: Datemi la mano. Sei istruito? GUGLIELMO: Signore, no. PARAGONE: Allora impara questo da me: avere avere, una figura retorica il fatto che una bevanda versata da una tazza in un bicchiere svuoti la prima per riempire il secondo; tutti gli scrittori d'altronde, sono d'accordo sul fatto che ipse vuol dire colui Ora, voi non siete ipse, dal momento che io sono colui. GUGLIELMO: Colui chi, signore? PARAGONE: Colui signore, che deve sposare questa donna. Quindi tu buffone abbandona (che sarebbe come dire volgarmente lascia) il tuo tentativo d'associarti (che rozzamente vuol dire fare compagnia) a questa quintessenza di femminilit (che comunemente si dice donna); complessivamente il tutto suona cos: abbandona il tuo tentativo d'associarti a questa quintessenza di femminilit, o, se no, cafonaccio, ne perirai; oppure, per il tuo migliore comprendonio, t'uccider; ovvero, ancora, ti mander all'altro mondo, ti trasferir dalla vita alla morte, dalla libert alla schiavit. Adoperer veleni, tortri, lame d'acciaio; organizzer complotti contro di te, ordir sottili machiavelli, ti eliminer in centocinquanta modi diversi. Perci trema e scompari. AUDREY: S, buon Guglielmo..William Shakespeare Come vi piace

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GUGLIELMO: Dio vi dia letizia, signore. (Esce.) (Entra Corino.) CORINO: Il padrone e la padrona vi cercano: venite subito. PARAGONE: Trotta, trotta, Audrey, trotta. Arrivo, arrivo. (Escono. ).William Shakespeare Come vi piace

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SCENA SECONDA La foresta. Entrano Orlando e Oliviero. ORLANDO: Ma possibile che, avendola appena conosciuta, ti sia tanto piaciuta? Che ti sia innamorato a prima vista? E che subito ti sia messo a corteggiarla, e che lei accetti cos la tua corte? Vuoi veramente arrivare a possederla? OLIVIERO: Non badare alla rapidit con cui si sono svolte le cose: la povert di lei, il pochissimo tempo per conoscerci, la mia corte improvvisa e il suo improvviso consenso. Ma di' con me: lo amo Aliena. E di' con lei che lei mi ama, e riconosci con entrambi che saremo l'uno dell'altro. Torner anche a tuo vantaggio, perch sia la casa che le rendite che furono del signore Rolando nostro padre, io le intester a te, perch voglio vivere e morire qui come un pastore.

(Entra Rosalinda.) ORLANDO: Hai il mio consenso. Il tuo matrimonio abbia luogo domani stesso inviter il Duca e tutta l'allegra compagnia. Va a preparare Aliena, perch, guarda, sta venendo la mia Rosalinda. ROSALINDA: Dio vi salvi, fratello. OLIVIERO: Anche voi, bella sorella. (Esce.) ROSALINDA: Mio caro Orlando, mi rattrista molto di vederti il cuore al collo. ORLANDO: il braccio. ROSALINDA: Credevo che tu avessi avuto il cuore ferito dagli artigli di un leone. ORLANDO: Ferito s, ma dagli occhi di una donna. ROSALINDA: Vostro fratello v'ha detto come ho finto bene di svenire quando mi ha mostrato il vostro fazzoletto? ORLANDO: S, ma ci che m'ha stupito di pi stata un'altra cosa. ROSALINDA: So di che parlate. vero: non si mai data cosa pi improvvisa salvo lo scontro fra due montoni, o quella vanteria trasonica di Cesare: venni, vidi, vinsi. Vostro fratello e mia sorella, appena incontrati, subito a guardarsi; appena guardati, subito a innamorarsi; appna innamorati, subito a sospirare; appena sospirosi, subito se ne sono chiesta la ragione; appena conosciuta la ragione, subito a cercare il rimedio: grado per grado hanno fatto una gradinata che li porta alle nozze, e, o ci salgono incontinentemente, o diventano incontinenti prima delle nozze. Sono in pieno furore amoroso e vogliono accoppiarsi: neanche le bastonate li staccherebbero. ORIANDO: Si sposeranno domani e io voglio invitare il Duca alle nozze. Che amarezza per vedere la felicit attraverso gli occhi di un altro! Domani io avr il cuore tanto pi pesante quanto pi penser alla felicit di mio fratello che ha ottenuto ci che desiderava. ROSALINDA: Non posso recitare anche domani il ruolo di Rosalinda? ORLANDO: Non ce la faccio pi a vivere in questa ambiguit. ROSALINDA: Non voglio pi annoiarvi con discorsi stupidi. Vi parlo sul serio: sappiate che vi conosco come gentiluomo d'intelligenza pronta. Non lo dico perch vi facciate un'alta opinione della mia perspicacia, dato che ho capito che uomo siete; n faccio il minimo sforzo per suscitare in voi stima e fiducia inducendovi a credere che io voglio il vostro bene e non trarne vantaggio io. Comunque, vi prego di credere se vi dico che io posso far meraviglie. Da quando avevo tre anni ho avuto familiarit con un mago molto profondo nella sua arte e tuttavia non dedito alla magia nera. Se Rosalinda vi sta tanto a cuore come il vostro comportamento dimostra quando vostro fratello sposer Aliena, voi sposerete lei. Io so in quali avversit si trovi, ma non m' impossibile, se non avete nulla in contrario, presentarla domani ai vostri occhi, in carne ed ossa. senza pericolo. ORLANDO: Dici sul serio? ROSALINDA: Sulla mia vita, s: vita a cui tengo molto, anche se dico di essere un mago. Perci,. William Shakespeare Come vi piace

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vestitevi come meglio potete e invitate i vostri amici ch, se domani volete sposarvi, lo potrete, e con Rosalinda, se lo volete. (Entrano Silvio e Febe.) Guardate, sta venendo la mia innamorata col suo innamorato. FEBE: Giovane, siete stato assai sgarbato a mostrare la lettera che scrisse. ROSALINDA: Non me n'importa niente. Io voglio essere, con te, sgarbato e dispettoso. Questo pastore che ti segue fedelmente: pensa a lui e ama lui: egli ti adora. FEBE: Buon pastore, di' a questo giovanotto cosa vuol dire amare. SILVIO: Vuol dire tutto lacrime e sospiri com'io per Febe. FEBE: Ed io per Ganimede. ORLANDO: Ed io per Rosalinda. ROSALINDA: Ed io per nessuna. SILVIO: esser tutto fede e devozione, com'io per Febe. FEBE: Ed io per Ganimede. ORLANDO: Ed io per Rosalinda. ROSALINDA: Ed io per nessuna. SILVIO: E esser tutto quanto fantasia, tutto passione tutto desideri, e rispetto e dovere e adorazione,

tutto umilt, pazienza ed impazienza, tutto purezza, prova ed obbedienza, com'io per Febe. FEBE: Ed io per Ganimede. ORLANDO: Ed io per Rosalinda. ROSALINDA: Ed io per nessuna. FEBE (a Rosalinda): Se cos, perch mi rimproverate d'amarvi? SILVIO (a Febe): Se cos, perch mi rimproverate d'amarvi? ORLANDO: Se cos, perch mi rimproverate d'amarvi? ROSALINDA: A chi dite se cos perch mi rimproverate d'amarvi? ORLANDO: A quella che non qui e che non pu ascoltare. ROSALINDA: Ora basta, vi prego, sembriamo lupi irlandesi che ululano alla luna. (A Silvio) Se posso, vi aiuter. (A Febe) Vi amerei, se potessi. - Domani venite tutti da me. (A Febe) Se mai sposer una donna, e domani mi sposer, sposer voi. (A Orlando) Se mai ho fatto felice un uomo, far felice voi, e domani vi sposerete. (A Silvio) Se ci che vi piace v'accontenta, io vi far contento, e domani vi sposerete. (A Orlando) Se amate Rosalinda non mancate. (A Silvio) Se voi amate Febe non mancate. - Com' vero che io non amo nessuna donna, non mancher. Addio: vi ho fatto le consegne. SILVIO: Non mancher, se vivo. FEBE: Io pure. ORLANDO: Io pure. (Escono. ).William Shakespeare Come vi piace 46 SCENA TERZA La foresta. Entrano Paragone e Audrey. PARAGONE: Domani, Audrey, un giorno pieno di gioia, domani ci sposeremo. AUDREY: Lo desidero con tutto il cuore e spero che non sia un desiderio disonesto desiderare di essere una donna di mondo. Guarda: due paggi del duca bandito. (Entrano due paggi.) I PAGGIO: Caro signore, che piacere vedervi! PARAGONE: Parola, il piacere tutto mio. Su, su, sedetevi, una canzone. II PAGGIO: Ottima idea. Voi sedetevi nel mezzo. IPAGGIO: Vogliamo attaccare subito, senza tanti raschiamenti di gola, sputacchiamenti e scuse per la raucedine - tutti preamboli per gli stonati? II PAGGIO: Giustissimo; e all'unisono, come due zingari su un cavallo solo. PAGGI: Canzone Lui la sua bella tiene per mano dicendo ehi, come no, tutto qui far si pu, son gi passati fra il verde grano, in primavera, al tempo dell'anello, canta l'uccello e tutto il mondo canti: la primavera aman gli amanti. Un mar di segale rinserra, dicendo ehi, come no, tutto qui far si pu, i villanelli rotolati a terra, in primavera, al tempo dell'anello canta l'uccello e tutto il mondo canti: la primavera aman gli amanti. Cos cantando passan le ore, dicendo ehi, come no, tutto qui far si pu, perch la vita non che un fiore, in primavera, al tempo dell'anello canta l'uccello e tutto il mondo canti: la primavera aman gli amanti. Perci cogliete l'attimo breve dicendo ehi, come no, tutto qui far si pu, fare all'amore ora si deve,

in primavera, al tempo dell'anello, canta l'uccello e tutto il mondo canti: la primavera aman gli amanti. PARAGONE: A dire il vero, signorini miei, bench le parole non avessero molto senso, in compenso la musica era assai stonata. PAGGIO: Vi sbagliate, signore: noi abbiamo rispettato il tempo, non l'abbiamo mai perduto. PARAGONE: Lo riconosco, ma per me tempo perso stare a sentire filastroccole simili. Dio vi conservi e vi rimedi la voce. Vieni Audrey. (Escono. ).William Shakespeare Come vi piace

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SCENA QUARTA La foresta. Entrano l'ex Duca, Amiens, Jacques, Orlando, Oliviero e Celia. EX DUCA: Tu credi, Orlando, dunque, che il ragazzo possa far tutto quello che ha promesso? ORLANDO: Qualche volta lo credo, ed altre no, come chi teme ci che spera, e sa di temere. (Entrano Rosalinda, Silvio e Febe.) ROSALINDA: Pazientate ancora un po'; il nostro patto va ribadito: dite, se qui vi portassi Rosalinda, la dareste ad Orlando? EX DUCA: Anche se, insieme a lei, dovessi dare un regno. ROSALINDA: Voi dite che se ve la porto la volete? ORLANDO: Anche se fossi re di tutti i regni. ROSALINDA: Tu dici che mi sposeresti, se io lo volessi? FEBE: S, dovessi morirne un'ora dopo. ROSALINDA: Ma, se tu mi rifiutassi, ti daresti a questo fedelissimo pastore? FEBE: Affare fatto. ROSALINDA: E tu dici, pastore, che accetteresti Febe, se acconsente? SILVIO: Anche se, avendola, io dovessi morirne. ROSALINDA: lo ho promesso di sistemare tutto. Mantenete, duca, la parola di dare vostra figlia, e voi, Orlando, d'accettarla. E tu, Febe, la tua di sposar me, o, rifiutandomi, di sposar questo pa-store. Tu, Silvio, mantieni la parola di sposarla se mi rifiuta. Ed ora io vado e torno per sciogliere ogni dubbio. (Escono Rosalinda e Celia.) EX DUCA: Nel giovane pastore quasi avverto qualcosa della grazia di mia figlia. ORLANDO: Quando l'ho visto per la prima volta mi sembrato fratello di vostra figlia. Ma, mio signore, questo ragazzo nato nella foresta, e fu avviato a studi oscuri e stravaganti da uno zio chedice - era un gran mago, rimasto nascosto (entrano Paragone e Audrey) sempre nel cuore di questa foresta. JACQUES: Sta certo per scatenarsi un altro diluvio, e tutte queste coppie cercano rifugio nell'arca. Ecco un paio di quelle bestie stranissime che in qualunque lingua si chiamano buffoni. PARACONE: Salute e omaggi a tutti. JACQUES: Dategli, mio buon signore, il benvenuto. Si tratta di quel gentiluomo variopinto e pezzato anche nel cervello, che ho incontrato tante volte nella foresta: giura d'essere stato un cortigiano. PARAGONE: Se qualcuno ne dubita, sottoponetemi alla prova del fuoco. Ho partecipato al gran ballo di corte: ho adulato la gran dama, sono stato diplomatico con l'amico e affabile col nemico, ho rovinato tre sarti, ho avuto quattro questioni d'onore, di cui una quasi finiva in un duello. JACQUES: E come s' poi aggiustata? PARAGONE: Al momento dello scontro scoprimmo che la contesa dipendeva dall'arrivare o no al settimo grado. JACQUES: Al settimo grado? - Mio buon signore, apprezzatelo, questo bel tipo. EX DUCA: Lo apprezzo molto. PARAGONE: Dio ve ne renda merito, signore, altrettanto a voi. Mi sono precipitato qui, signore, con tutti questi villici in fregola, per giurare e spergiurare a seconda di come il matrimonio ci vincoli e il sangue si divincoli. Una povera verginella, signore, priva di grazia, signore, ma tutta mia, un capriccetto, signore, di voler per me ci che nessun altro vuole. La ricca onest

abita come un avaro, signore, in una povera casa, come la splendida perla nell'ostrica immonda. EX DUCA: Certo pronto e pieno di trovate. PARAGONE: Son le frecciate di un matto, signore, e altre dolci amarezze. JACQUES: Quanto al settimo grado: come trovaste che la contesa riguardava il settimo grado? PARAGONE: Si tratta della smentita data sette volte. - Sta' pi composta, Audrey, via. - Ecco qua,. William Shakespeare Come vi piace

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signore. Non mi piaceva il taglio della barba d'un certo cortigiano. Egli mi fece sapere che, se io affermavo che la sua barba era mal tagliata, lui invece era convinto del contrario: questo va sotto il nome di Replica Cortese. Se io avessi insistito che la barba non era ben tagliata, lui mi avrebbe mandato a dire che la barba se la tagliava come gli pareva: avremmo avuto il Sarcasmo Discreto. Se io ancora a insistere No, non tagliata bene per niente, e lui avesse risposto che non avevo giudizio, avremmo avuto la Risposta Villana. Se io, duro, avessi ancora detto che il taglio non andava, ed egli avesse risposto che negavo il vero, eccoci di fronte alla Ferma Riprovazione. Se io, pi duro che mai, No, non tagliata bene e lui avesse detto che mentivo, ecco la Ritorsione Provocatoria. Cos via via fino alla Smentita Condizionale e alla Smentita Formale. JACQUES: Per quante volte, dunque, gli offendeste la barba? PARAGONE: Non osai oltre la Smentita Condizionale, ed egli non os darmi la Smentita Formale. Cos misurammo le spade e ci separammo. JACQUES: Potreste riassumere adesso nella loro sequenza i gradi della smentita? PARAGONE: Signore, noi litighiamo a regola di codice, come voi avete il codice delle buone maniere. Vi riassumo i gradi: primo, Replica Cortese; secondo, Sarcasmo Discreto; terzo, Risposta Villana quarto Ferma Riprovazione; quinto, Ritorsione Provocatoria; sesto, Smentita Sotto Condizione; settimo, Smentita Formale. Tutte fasi annullabili, tranne la Smentita Formale; ma anche questa lo con un se. Ho visto sette giudici una volta, incapaci di risolvere una controversia, quando le parti si posero l'una di fronte all'altra e ad una delle due venne l'ispirazione di un se: se voi avete detto cos, io ho detto cos. Subito si strinsero la mano e giurarono affetto fraterno. Il se l'unico paciere: somma virt ha in se un se. JACQUES: Non un tipo unico, signore? buono a tutto ed buffone. EX DUCA: Usa la follia come se fosse un cavallo addestrato per la caccia, al riparo del quale egli spara il suo spirito. (Entrano Imene, Rosalinda e C`elia. Musica sommessa.) IMENE: C' gran gioia su nel cielo se le cose della terra son concordi. Tu, buon duca, hai qui tua figlia, che dall'alto Imen ti porta: sono Imene. Che tu unisca la sua mano con chi gi dentro il suo cuore. ROSALINDA (al Duca): lo, tutta a voi mi dono, ch son vostra. (A Orlando ) lo, tutta a voi mi dono, ch son vostra. EX DUCA: Se vero ci che vedo, tu sei mia figlia. ORLANDO: Se vero ci che vedo, tu sei la mia Rosalinda. FEBE: Se vero ci che vedo e ci che appare, addio, amore mio. ROSALINDA: Nessun padre io avr fuori di voi. Nessun marito io avr fuori di voi. Se mai sposer donna, sposer voi. IMENE: Basta con la confusione! A me spetta porre fine ad eventi cos strani. Siete in otto a unirvi insieme con il vincolo di Imene se quel che vero vero - Tu e tu, mai vi divida un contrasto o la sventura.

- Tu e tu sempre nel cuore siate uniti l'un con l'altra. - Se il tuo amore tu non vuoi una donna sposerai. - Tu e tu siate legati come il gelo lo all'inverno. - Mentre il canto delle nozze tutti quanti intoneremo,.William Shakespeare Come vi piace

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voi scambiatevi domande s che passi lo stupore per l'incontro fortunato, e sia il dubbio dissipato. Canto Nuziale Le nozze son corona della grande dea Giunone: della tavola e del letto benedetta sia l'unione. il dio Imene che popola ogni citt del mondo e l'onorato nodo nuzial rende fecondo. Si tributi perci fama ed onore a Imene d'ogni terra protettore. EX DUCA: O mia cara nipote, tu sei la benvenuta: sarai per me come un'altra figliola. FEBE (a Silvio): Non mi rimanger la parola: sarai mio, la tua fedelt ha vinto le mie ubbie. (Entra il secondo fratello.) II FRATELLO: Concedetemi udienza: sar breve. Sono il secondo figlio del vecchio signore Rolando e porto molte notizie a questa bella compagnia. Il duca Federico, avendo pi volte udito che ogni giorno uomini di gran valore affluivano qui nella foresta, aveva assunto il comando del suo possente esercito per condurlo fin qui allo scopo preciso di sorprendere suo fratello e passarlo a fil di spada; ma, quando giunse ai limiti della selva, incontr un vecchio religioso, e, dopo aver parlato con lui, fu convertito a lasciare l'impresa e il vano mondo. Al fratello esiliato la corona concede e i beni delle terre restituisce agli altri insieme a lui esiliati. Questa la verit, ne rispondo con la vita. EX DUCA: Benvenuto, giovane, offri bei doni alle nozze dei tuoi fratelli: all'uno le sue terre confiscate; all'altro una nazione intera, un potente ducato. Ma prima concludiamo, in questa foresta, quel che bene si gi concepito ed avviato; poi tutti i miei felici compagni che hanno diviso con me dure notti e aspri giorni, con me divideranno la ritornata fortuna, ognuno secondo il proprio rango. Frattanto dimentichiamoci della dignit restituitaci e ritorniamo alla nostra festa campestre. Musica, e tutti voi sposi e voi spose mostrate l'esultanza nelle danze gioiose. JACQUES: Pazienza, prego. Se ho sentito bene, il duca ha scelto la vita religiosa e rigettato la pomposa corte. II FRATELLO: Cos . JACQUES: Vado da lui, da questi convertiti c' molto da ascoltare e da imparare. (Al duca) Lascio voi alla vostra antica dignit grazie a virt e pazienza preservata. (A Orlando) Voi all'amore con fede meritato. (A Oliviero) Voi alle vostre terre, all'amore e alla stirpe (A Silvio) Voi ad un letto a lungo desiderato. (A Paragone) Voi alle baruffe, ch il vostro viaggio d'amore ha vettovaglie solo per due mesi. Ad ognuno un piacere singolare. Io, quanto a me, non voglio pi danzare. EX DUCA: Resta, Jacques, ti prego. JACQUES: Non per vedere questi giochi, io. Se mi volete nella vostra deserta grotta mi troverete. (Esce.) EX DUCA: Si proceda. Iniziamo questa celebrazione in sincera letizia, confidando che altrettanto felice ne sia la conclusione. (Esce con tutti gli altri tranne Rosalinda.) ROSALINDA: Non nell'uso vedere la donna recitare l'epilogo, ma non certo pi sgradevole che vedere l'uomo recitare il prologo. Se vero che il buon vino non ha bisogno della frasca, anche vero che una bella commedia non ha bisogno dell'epilogo; come per il buon vino, per,

susano belle frasche cos le buone commedie risultano migliori con dei begli epiloghi. Il mio un caso strano perch io non sono un buon epilogo, n posso convincervi che la commedia buona; insomma, non sono conciata da mendicante e quindi non posso mendicare. Quello che posso di cercare d'incantarvi, e voglio cominciare dalle donne. A me gli occhi: vi ordi-no, donne, per il vostro amore per gli uomini, di approvare di questa commedia quel che vi.William Shakespeare Come vi piace

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piace. Vi ordino, uomini, per il vostro amore per le donne (e mi pare, dai sorrisetti, che nessuno di voi le odi) che, fra voi e le donne, la commedia vi piaccia tutta. Se io fossi una donna bacerei quanti tra voi hanno una barba di mio gusto, un colorito che mi piace e un alito che non mi respinga. E senza dubbio quanti di voi hanno o belle barbe, o belle facce, o alito fresco vorranno, in cambio della mia gentile offerta quando vi far la riverenza, augurarmi buona fortuna. (Esce.)