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LA MACCHINA VERBALE DI ULISSE RESTITUITA NELLA STRALINGUA DI GIANNI CELATI, ISPIRATA A RABELAIS E FOLENGO

CELATI/JOYCE lincanto del suono


a far vibrare il senso
di FABIO PEDONE

Si usa dire che le traduzioni invecchiano; il luogo comune indica che con il continuo mutare degli orizzonti culturali la ritraduzione dei classici non solo auspicabile ma necessaria: per rimettere in circolo ci che sembrava un possesso acclarato, consegnato allillusoria e spesso ingessata permanenza di versioni canoniche. Tanto pi problematico sar ritradurre un libro gi classico alla sua uscita come Ulysses, al contempo supremo azzardo, prototipo e esito altissimo dellavanguardia novecentesca. Un libro in cui la traduzione (intesa come attivit incessante di decodifica mentale da parte del lettore) la molla stessa di quel procedere a strappi, a balzi, a scoppi e sbandamenti che incarna il movimento del pensiero; e in cui ogni eco o barlume si fa immediatamente testo, suono, disegnando in progressione sulle pagine una mappa della coscienza, idolo e demoniaco primattore del secolo passato. La coscienza in cammino di un io-tutti divenuta linguaggio. Lanno scorso, con la caduta dei diritti sullopera di James Joyce, alla traduzione autorizzata del 1960 di Giulio De Angelis, superlativa per qualit di resa e creativit ma forse troppo alta per il nostro orecchio, venuta a affiancarsi quella di Enrico Terrinoni e Carlo Bigazzi, con il merito di recuperare la irishness del romanzo e la sua vocazione popolare e collettiva, nellottica di un common reader che, specchiandosi nei flussi pi impalpabili del pensiero, apprenda dal testo stesso sia le sue regole di interpretazione, sia un saper vivere democratico e tollerante. Dato per certo che tradurre la parola onnipotente di Joyce impossibile, proprio per questo limpresa va tentata. Se ogni versione non pu che essere gesto calato nella storia, e inoltre atto implicito di commento nato da una visione dellautore con cui si ingaggia il corpo a corpo cos come da unidea di lettore, non bisogna pensare che le varie traduzioni di uno stesso libro siano in febbrile agonismo tra loro per soppiantarsi a vicenda; a parit di competenza e di impegno, piuttosto si completano. A una pi efficace o adeguata sul piano informativo in un dato momento stori-

co e contesto di ricezione se ne aggiunger unaltra che punti a rieseguire le armoniche forti del testo rivivendole nella nuova, nellaltra lingua. E in ogni caso, se a porvi mano uno scrittore, fatale che balzi sulla scena la presenza di quel primum quasi fisico che la lingua per lui. Il lavoro di Gianni Celati, uscito dopo anni di attesa (Ulisse, Einaudi Letture, pp. 996, 28) si mostra subito per ci che non n vuole essere, a partire dalla nettezza di certe scelte lessicali, esibite quasi come petizione di principio: basti, nelle prime battute, lesortazione di Buck Mulligan a un esitante Dedalus (Come up, you fearful jesuit!), resa con un singolare disgustoso dun gesuita che si stacca dai pi affini pauroso (De Angelis) e spaurito (Terrinoni). Per lo scrittore di Parlamenti buffi e Verso la foce la macchina verbale di Ulysses, pi che un romanzo, un fiume di pensiero parlato cui abbandonarsi sullonda di unimmaginazione sonora, tra mosse di voce, pause estatiche, ritorni e trapassi, incagliamenti, apparizioni e sdrucciolii, senza la pretesa di capire tutto; qui le gerarchie sono abolite, tutto ha la stessa dignit, dalle canzonette alle insegne pubblicitarie alle citazioni della Bibbia e di Shakespeare, tutto umano e mobile e carico della grazia casuale di ci che vive. Senza lausilio di quegli apparati di note che invece distinguevano le altre versioni, rieseguendo la partitura joyciana dotata di un

ventaglio lessicale non paragonabile a alcun altro testo simile, Celati si orienta verso una propria personale stralingua ispirata alla furia deformante di Rabelais e Folengo e forse, anche sul piano del ritmo, memore del Cline di Guignols band da lui pure tradotto. Il disordine delle parole creato dalla continua mutevolezza del testo ci consegna a una peculiare estraneit, come linglese joyciano per molti versi straniero allinglese istituzionale. Perch suscitando nel lettore, anchegli a suo modo traduttore fantasticante, lesperienza di quello sfrenato potere liberatorio impresso prima di tutto dal suono, cantilenato nella testa, che Joyce agisce. Il lungo ascolto di Ulysses da parte di Celati intende perci sfociare in una forza di reinvenzione che attecchisca in un mondo unico e si esprima in un passo mentale solo suo, facendosi voce volutamente eccentrica, fuori ordinanza rispetto alla non-lingua della romanzeria di mercato odierna. A sollecitare il traduttore il corpo fisico della parola: alla ricerca di un suo teatrale sapore furfantesco, nei capitoli dove trionfa lo stile orale co-

me quello del Ciclope, lui affonda le mani nelle cadenze dei gerghi padani o latamente settentrionali (sfrombo, lingera, slumare, baito, sbiluciare). Una polverina desueta si stende su questo armamentario al contempo ricercato e popolare, sferzante e reticente, con un gusto di irrisione che emerge meglio nella seconda parte, nei momenti in cui Joyce insiste funambolicamente sul pedale della parodia del sublime. O laddove un puro rumore il nodo in cui si addensano le allusioni pi subdole (Tlin tlin tlin calessino va!, ovvero il rivale di Bloom, Boylan, che sta per raggiungere il letto di sua moglie Molly); e se appunto si volesse interrogare Ulysses sulla musica, risponderebbe louverture delle Sirene, dove annunciando e intrecciando i temi del capitolo fa le sue prove acustiche il soundsense (Bronzo con Oro udito il suon di zoccoli, dacciai rombanti); per non dire delle allitterazioni: Tic cieco cammina ticchettando un tic via laltro, singozzava di zuppa gorgogliante gi per il suo gorgozzule. Di Ulysses Celati insegue insomma anche la qualit incantatoria della parola, coessenziale al suo stesso suono, prima e al di l del senso, che sfonda il diaframma tra materia e simbolo e si impadronisce del lettore per precipitarlo in uno spaesamento, in una deriva fantasticante al co-

spetto della lingua nella sua interezza storica. Tipica di questa esperienza di lettura la sospensione tra le due spinte su cui si regge il romanzo: la tentazione del caos e quella dellordine, labbandono alla corrente e il clic che sveglia connessioni impensate tra dati di realt lontani, generando un nuovo abito percettivo. Cos la celebrazione della meraviglia di un giorno come tanti, delleroismo normale dellessere umani, di astuzie e crolli di unumanit bonariamente sbilenca non resta confinata nella letteratura. Ovvio che la relativa prevalenza della tela sonora sullimpianto narrativo rischi di allentare quelle reti di ricorsi e rimandi che quasi danno limpressione di un Ulysses che si autogenera, nel continuo fluire fra mondo individuale e condiviso, dentro e fuori, mente e realt. Ed ardua la sfida di precipitare ogni riferimento e allusione direttamente nel solo testo: una elaborazione sofferta, soggetta anchessa a sbandamenti e ritorni, emerge in certe giunture, dove sugge-

stioni individuali possono prender piede sul dato acquisito. Mentre, fra altre cose, la risoluzione delle ambiguit e degli enigmi joyciani parrebbe la spia della persistente importanza della versione De Angelis malgrado gli anni (il gioco omofonico Rose of Castille / rows of cast steel reso pur sempre con Semiramide ma in modo pi fiacco), felicemente operante: larcaico Agenbite of inwit, che interviene pi volte a far rintoccare il senso di colpa in Stephen, diventa un potente morsura animi. La traduzione io la sento come un modo di riscrivere i libri, dice Celati in Conversazioni del vento volatore, e per lui fedelt mantenere lenergia, i colori, le tonalit di un certo flusso; ne sorge una contentezza, quella di non dover rendere conto alla dittatura della maggioranza. A testimoniare una posizione intensamente parziale e personale, come accade per ogni vera versione dautore. Potrebbe essere di tutto finch non senti le parole. Bisogna aprire le orecchie per bene.

Pi che un romanzo, un fiume di pensiero parlato, in cui ogni cosa ha la stessa dignit dalle canzonette alle insegne pubblicitarie alle citazioni della Bibbia e di Shakespeare tra pause, ritorni, incagliamenti, dove tutto carico della grazia casuale di ci che vive
Ulissiade fulminante? Joyce addirittura non numer i diciotto capitoli delle tre parti del romanzo, Telemachiade, Odissea, Nostos. Celati-Einaudi hanno messo i numeri, ma non i titoli da J J comunicati a Linati e usati nella corrispondenza ma non nel libro. Dunque entriamo nel mondo di Ulisse con Buck Mulligan e il suo dattilo zampettante (buck): Imponente e grassoccio, Buck Mulligan stava sbucando dal caposcala. Eccoci sulla Torre Martello, donde la vista spazia su tutta la Baia di Dublino. il 16 giugno 1904, e Stephen non si unisce a Mulligan quando questi atletico si tuffa da uno scoglio sotto la torre nei bagni ivi tuttora operanti. Stephen ha il fantasma della madre sulla coscienza, la madre bestialmente morta come dice Buck. E Stephen si offende, lui freddo che non perdona il buffone traditore... Alla stessa ora mattutina Ulisse si sveglia in una nuova incarnazione. Mr Leopold Bloom mangiava di gusto le interiora di animali in genere e di volatili in particolare. in cucina a preparare la colazione per la sua signora, le molle del letto scricchiolano, la signora vuole sapere il significato della parola metempsicosi (non sa evidentemente, la nostra grande Molly, di essere la reincarnazione ora di Calipso, pi tardi, molto pi tardi, di Penelope). Bloom esce a comprare i suoi rognoni preferiti dietro langolo. Vede una vecchia e pensa a una terra desolata, alla sua razza ebraica: Errante in lungo e in largo per tutto il mondo, da una cattivit allaltra, moltiplicandosi, morendo, nascendo, dovunque. Adesso quella terra era l, esanime. Non poteva pi dar vita a niente. Morta, come quella duna vecchina: grigia fica del mondo, tutta affossata. Desolazione. A J J evidentemente piaceva suggestionare con lo stile che aveva imparato dalle litanie dei gesuiti e dal cardinale Newman. Una frase dopo laltra, lemozione trascina, ma tutto sorvegliato. C locchio noncurante di Shakespeare dietro, cui nulla sfugge. E un attimo dopo questo perdersi nella morta gora ecco basta una fanciullina a rianimare il 38enne Bloom: Un raggio di sole caldo e vivace sbuc dalla Berkeley Road, agile, in sandali snelli, sul marciapiede schiarito. Corre, lei corre per incontrarmi, ragazza dai capelli doro al vento. Ecco per cosa vivere, un fiotto di luce e di brezza. Molte ore dopo, a notte fonda, Ulisse e Telemaco faranno il loro stanco ritorno a Itaca, dopo che il padre ha protetto il figlio dalle insidie di Circe. E Bacco. Sar il punto pi basso della forza vitale. Ma quasi tutti sanno che cento pagine pi in l la vita trionfa, e proprio come immortale sesso femminile. Il prossimo 16 giugno per lottava volta consecutiva nel centro storico di Genova avr luogo la lettura pressoch integrale dellUlisse, in aule, giornali, botteghe, taverne, piazzette. Questanno ci sar la traduzione di Celati da porre accanto alle altre due preziose redazioni in commercio. Sceglieranno i gruppi di lettori quale prendere a riferimento per ciascun capitolo. Di solito sono circa cento i volontari che danno voce al romanzo, facendone sentire il fascino, la verve inesauribile, e quegli affondi impagabili. Se qualcuno tra i lettori di queste righe vuole unirsi al coro scriva a Claudio Pozzani clapoz@village.it, lorganizzatore del Festival di Poesia.

JOYCE/FESTIVAL

di MASSIMO BACIGALUPO

In preparazione a Genova la lettura dellUlisse nelle diverse traduzioni

Passato da poco lequinozio, stiamo planando rapidamente verso il solstizio, con esso il 16 giugno, il giorno di Bloom, che fu un gioved nel 1904 in cui si svolge lUlisse, e sar una domenica in questo 2013. Lo festeggeremo con una nuova avventurosa traduzione dalla fiammante copertina blu oceano, come lanno passato con quella demotica di Enrico Terrinoni. Gianni Celati e il suo editore sono stati invece discretamente eleganti come J J e il suo primo editore, lamazzone americana Sylvia. Niente note esplicative, solo un discorsetto iniziale del Prologo-Traduttore che ci dice che tutto un gioco. Molto serio, visto che se lo sobbarcato in et non pi verde e ha annunciato (tocchiamo ferro) il suo imminente decesso. Per

Un classico tale nella sua forma originaria, tutto il resto falsificazione. Il pi accettabile compromesso, per unopera letteraria, potrebbe essere soltanto la sua versione in interlinea
tore di mummeriers, quegli improptu di strada con attori a volte mascherati, cos frequenti in Inghilterra-e-Irlanda fino a qualche tempo fa. Chiamando Stephen mummer, Mulligan si riferisce al rifiuto dellamico alla richiesta della madre morente di inginocchiarsi e pregare con lei. Mulligan, che ha appena recitato una parodia della Messa, non certo mosso da indignazione ma pensa che Stephen non sia stato sincero nel suo rifiuto e piuttosto un poseur, forse anche un vile, considerate le condizioni della madre comunque un rozzo fanatico, lopposto esatto del suo (di Mulligan) atteggiamento dissacratorio, blasfemo e tuttavia ironico, disincantato, intellettualmente aristocratico, verso le ortodossie. Sono tutte implicazioni che il generico pagliaccio mi sembra eludere. Nose-rag tradotto dapprima correttamente straccetto da naso e poco dopo porta-moccio, mentre pi sotto snot (muco nasale informa il Partridge e cio: moccio) tradotto con limprobabile caccola che sudiciume nasale secco (in inglese, gum.) Proseguendo in questo mondo di schifi corporali, che scandalizzava Virginia Woolf ma era centrale alla libido joyciana (si vedano le incursioni erotico-stercorarie delle lettere alla moglie), e scusandomi di trascinarvi il lettore, ho limpressione che sia di un moccio (color verdeprecisa lautore come il vomito della madre morente, capiremo qualche riga pi gi), piuttosto che di una caccola, che si pu sentire quel cattivo gusto in gola cui accenna il testo. Non si tratta, da parte del critico, pur frettoloso, di inutili pignolerie ma di osservazioni rese necessarie dallimportanza posta da Joyce, in Ulysses, sulla scelta e il suono specifici delle parole anche quando si tratta di dettagli ripugnanti operazione diversa, noto, da quella affrontata in quel capolavoro assoluto che Finnegans Wake. Inscalfibile a ogni ipotesi di decodificazione e soprattutto alla possibilit di essere tradotto in altre lingue, questaltra opera rappresenta il futuro non tanto di una lingua ma di quel crogiolo monolingue, spietato e ineludibile, verso il quale da tempo convergono tutti gli idiomi. In continua metamorfosi, pur nella sua immobilit dopera darte, Finnegans Wake, grazie anche allimpossibilit di identificare e correggere tutti i refusi contenuti nelle sue pagine, non offre alternative a se stesso come il dio degli antichi semplicemente . Verso il 1934, alla domanda cosa mai fosse un classico, Ezra Pound rispondeva con arrogante superficialit unopera che ha una sua certa irreprimibile freschezza. Non pi convincente la definizione di Calvino: classico il libro che non ha mai finito di dire ci che ha da dire. La domanda : da dire a chi? allo studioso? al politico? allartista? allamante di letteratura? allo studente sotto esame e confida nel suo classico Bignami? Ogni categoria cerca cose diverse nel proprio classico e la capacit di dir ancora qualcosa cambia con le epoche gusto dominante e Zeitgeist sono sempre imposti, nessuna diffe-

Interpretare Ulisse in chiave moderna vuol dire banalizzarlo


di PIERO SANAVIO

Ognuno ha il suo Omero e ognuno ha il suo Joyce. Dei molti tour-de-force che compongono Ulysses, quel brillante e ormai insopportabile baedeker per aspiranti scrittori, il pi citato il monologo di Molly Bloom per ragioni extraletterarie, ho limpressione, i chilometri di lingua dentro il mio buco. Nelloriginale il luogo della penetrazione espresso con il piccolo borghese bottom (didietro), perbenistica autocensura verbale della signora e diventa involontariamente ironica al confronto con loscena, insopprimibile violenza del suo desiderio. Nella versione di Gianni Celati (Ulisse, Einaudi 2013), leufemismo di Molly diventa tafanario (per il Vocabolario Veneto-Italiano di Turato-Durante: sedere, deretano:

propriamente il posto preferito dai tafni, che si attaccano alle parti deretane dei cavalli o bovini per succhiare il sangue); ridotta, comprimendo la rabelaisiana comicit delliperbole, lestensione della penetrazione, 7 chilometri per Celati, rispetto alle 7 miglia (=11 chilometri e rotti) delloriginale. Forse sarebbe stato preferibile il chilometri e chilometri di lingua come, nelle sue lezioni a Ca Foscari, suggeriva Carlo Izzo, e al posto del faticoso tafanario, che sembra estratto da un dialogo tra seminaristi, il pi famigliare didietro. Anche parte marrone (brown part, nelloriginale con riferimento non soltanto allano ma allo sterco, menzionato da Joyce in loco) sarebbe stato pi efficace del celatiano parte scura, ma tant in una traduzione ognuno ha diritto al proprio tono di

voce. Celati, legittimamente, ha scelto quello parrocchiale. Perplessit generano piuttosto certe sciatterie. Nella prima sezione del testo non si capisce perch la frase di Mulligan a Stephen Dedalus, Kinch, knife-blade, dove Kinch sta per il fischio di una lama quando viene vibrata (R. Ellman, James Joyce, p. 131 ; del tutto trascurabile, la lettura di W. Y. Tyndall, bambino (Kinch da kinchen) in A Readers Guide to James Joyce) e anticipa il knife-blade (lama di coltello), sia tradotta Kinch, lama di coltello, senza che per lappellativo rivolto a Stephen (Kinch) sia trovata una qualche onomatopea o se ne dia conto in qualche nota. Sempre nelle stesse pagine: mummer (come Mulligan anche chiama Stephen) svilito in pagliaccio. Il termine, propriamente, indica un at-

renza se dal mercato o dal sovrano. Nella Francia del re Sole, per ricordare lovvio, Shakespeare era considerato un barbaro e le traduzioni fine Settecento di Amleto, Macbeth, re Lear di Jean-Franois Ducis erano adattate al classicismo locale eliminando dai drammi rispettivamente lo spettro, i becchini e il duello; le streghe; il fool. Si parla anche di Ulysses come di un classico ma nello spirito, temo, in cui per certa mobilia si parla di modernariato. E per: se un testo (o diventa ) classico, pu esserlo soltanto nella sua forma originaria sicch allinterno delle sue convenzioni culturali e il suo proprio idioma che deve essere avvicinato soprattutto quando si tratta di letteratura. Tutto il resto falsificazione e il pi accettabile compromesso, per un testo letterario, potrebbe essere la sua versione in interlinea o adattando il linguaggio in cui tradotto allepoca in cui lopera stata scritta nella sua lingua dorigine. un discorso solo in parte provocatorio: intendendo che la percezione dellopera darte, letteraria o meno che sia, richiede un lavoro, uno studio, e se laccesso allo studio e allacquisizione di strumenti intellettivi e espressivi, e la possibilit di usarli, sono diritti democratici inalienabili (o dovrebbero esserlo), nelle capacit percettive e creative delle persone non c democrazia, democratica soltanto la stupidit. Il proliferare di traduzioni parallele di classici del XX secolo, profittando che sono scaduti i diritti (dopo Conrad e Fitzgerald il turno di Ulysses due versioni in pochi mesi), tutte redatte nellidioma contemporaneo, come certi quadri dellassassinio di Giulio Cesare in abiti secenteschi, non allarga la comprensione dellopera, al contrario la banalizza riducendo il lavoro dinvenzione del suo autore al livello di ci che un tempo si chiamava letteratura amena. Personalmente non ho nulla contro la letteratura amena, a chi piace, e mi ricordava Gombrowicz che C spazio per tutto in letteratura. La risposta era: Finch non confondi Dostoevskij con Simenon. La sola giustificazione di una traduzione , pur con tutte le limitazioni di cui si detto, di essere educativa offrire al lettore che non conosce la lingua gli strumenti necessari per la comprensione dellopera. Nel caso di Ulysses sarebbe bastato correggere le possibili (inevitabili) inesattezze della versione di De Angelis come sta facendo il professor Materassi con le impressionistiche traduzioni dei romanzi di William Faulkner da parte di Elio Vittorini. Dei post-joyciani, Faulkner fu il solo, il caso di ricordarlo, a servirsi con profitto delle suggestioni stilistiche di Ulysses e a migliorarle e si pensa a The Sound and the Fury, Absalom Absalom!, As I lay Dying. Del tutto autonome da Joyce, invece, e legate semmai al dadaismo e la scrittura automatica, le sperimentazioni di John Dos Passos in U.S.A. La versione canonica di De Angelis e quella recente di Terrinoni, ognuna con i suoi apparati esplicativi, appaiono finalmente ben pi utili di quella di Celati, dove quegli apparati sono del tutto assenti. Il resoconto delle comprensibili, credibili angosce che hanno accompagnato il suo lavoro di traduttore, e di cui ci parla nellintroduzione, non chiarisce lopera a chi vi si avvicina per la prima volta e risulta anzi fuori luogo si tratta di dettagli che appartengono alla professione di scrittore e dei quali inutile parlare. Sarebbe come se un muratore o un calzolaio si lamentassero per i calli alle mani.

Unapparizione di James Joyce, accanto a Salvador Dal, nel film Hugo Cabret, 2011, di Martin Scorsese; in piccolo, le mani di Joyce in una foto di Gisle Freund e lo scrittore Gianni Celati

GERENZA
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CHESTERTON

di VIOLA PAPETTI

Inviato nel 1918 in Irlanda per indurla a raggiungere lesercito inglese in guerra

Scrittore di paradossi, aforismi, sorprendente, veloce, sgusciante, oggi in apparenza datato e per forse domani di nuovo allorizzonte, Chesterton il caso raro di un cattolico inglese, aggressivo ma dolce, malizioso ma pieno di carit che arriva a dire c sempre qualcosa di umano e umanizzante nella superstizione. Molto amato da Emilio Cecchi che dal 53 al 64 pubblic le opere principali, e dai lettori italiani per cui la lista delle sue opere tradotte pi lunga di quella di Kipling, un altro favorito. Mancavano tuttavia queste Impressioni irlandesi, ora edite da Medusa (traduzione di Cristiano Casalini e introduzione di Gregory Dowling, pp.140, 16,00), pubblicato nel lontano 1919, che riguarda la paludosa questione irlandese antecedente al 1922, data in cui lIrlanda fu divisa in due stati e il loro

drammatico futuro politico finalmente tracciato. Va detto che dalle Impressioni irlandesi non c da attendersi il prodigio empatico dellUomo che fu Gioved, il libro pi delizioso che un adolescente possa leggere anche oggi. Manganelli fu sedotto dal personaggio Chesterton una sorta di zio, un bizzarro zio che sa raccontare storie incredibili, che dice sciocchezze piene di una strana saggezza infantile, che non sgrida, non educa, ed eccita come solo uno zio pu fare. I suoi racconti lo affascinano come macchine strane e ingegnose, estrose prediche tra il parroco e il comico. Inutile discettare sui quei giocosi meccanismi narrativi. Meglio leggerlo. Come tutti i giocattoli a molla o carica come che sia, bisogna vederli allopera. Una delizia. Anche per Enrico Ghezzi Chesterton stato una passione adolescenziale, condivisa con il suo babbo, e da adulto ancora lo seduce. GKC pi vicino a

PKD (Philip K. Dick) e alla sprezzatura della fantascienza pi intensa e a noi che alla grande letteratura della sua epoca. Ne indaga le ragioni: il ciondolare della scrittura tra accensioni liriche e buchi neri narrativi indifferenza geniale alla dimensione temporale e al tempo stesso, dilatato o annullato Impressioni irlandesi furono in origine una serie di articoli scritti per The New Witness quando Chesterton nel 1918 si rec in Irlanda a promuovere un aiuto volontario degli irlandesi (spesso filogermanici) durante la prima guerra mondiale. Cosa non facile, ma facilitata dalla imminente fine del conflitto. Era amico di Yeats su invito del quale tenne alcune conferenze allAbbey Theatre di Dublino e simpatizzava con il Crepuscolo celtico, anti-moderno, nazionalista, implicitamente anti-capitalista e pre-industriale. Da quello zio estroso che

era propose agli irlandesi, delusi e arrabbiati per la questione sempre rimandata della Home Rule, di fare uno scherzo contro lInghilterra, proprio arruolandosi nellesercito inglese. Insieme allamico e affine Hilaire Belloc per loro Shaw immagin il mostruoso chesterbelloc anche lui convertitosi al cattolicesimo (una religione non la chiesa dove un uomo va, ma il cosmo in cui vive) proposero ai contadini irlandesi il movimento del distributivismo (tre acri e una mucca) che incoraggiava il ritorno a una societ fondata sulla piccola propriet agricola. Nel 1914 quasi tre quarti dei contadini irlandesi possedevano la terra che coltivavano (Quinn). Non tralasciate di leggere lultimo interessante capitolo Belfast e il sentimento religioso, ricco di inedite, audaci considerazioni su protestantesimo e cattolicesimo. Lo zio qualche volta va preso sul serio.

Copertina di Alias-D: Amerigo Bartoli, La zucca, 1956 c., Roma, collezione privata; il ritratto di Caproni di Dino Ignani