Filologia romanza
Filologia romanza
1. Lino Leonardi, Critica del testo
2. Laura Minervini, Linguistica
3. Eugenio Burgio, Analisi letteraria
Laura Minervini
Filologia romanza
2. Linguistica
© 2021 Mondadori Education S.p.A., Milano
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ISBN 978-88-00-74832-2
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Stampato in Italia – Printed in Italy – Novembre 2021
Indice
Introduzione VII
Avvertenza 3
Simboli 5
Abbreviazioni 7
Capitolo 1. Lo spazio linguistico romanzo 9
1.1 La Romània oggi: lingue e dialetti 9
1.2 La Romània in prospettiva storica: Romània continua,
Romània perduta, Romània nuova 13
1.3 Il contatto linguistico: bilinguismo, diglossìa e plurilinguismo
nel mondo romanzo 16
1.4 Ai confini dello spazio linguistico romanzo: pidgin, creoli
e lingue miste 23
1.5 La classificazione delle lingue romanze 26
Riferimenti bibliografici 29
Capitolo 2. Il latino e la genesi delle lingue romanze 30
2.1 La diffusione del latino 30
2.2 Il latino e le altre lingue: il plurilinguismo del mondo romano 33
2.3 Le fonti per lo studio del latino 37
2.4 Quando si è smesso di parlare latino? 40
Riferimenti bibliografici 45
Capitolo 3. I più antichi testi romanzi 46
3.1 L’apparizione scritta delle lingue romanze 46
3.2 L’area galloromanza 48
3.3 L’area italoromanza 53
3.4 L’area iberoromanza 58
3.5 L’area balcanoromanza 61
Riferimenti bibliografici 65
Capitolo 4. Profilo di storia linguistica romanza dal Medioevo
all’età moderna 66
4.1 Latino e volgari romanzi nell’epoca medievale 66
4.2 Il Rinascimento e il processo di codificazione delle lingue romanze 75
4.3 La diffusione delle lingue romanze nello spazio extraeuropeo 80
4.4 Processi di unificazione linguistica negli Stati nazionali 88
Riferimenti bibliografici 94
VI Indice
Capitolo 5. Elementi di grammatica storica: fonologia 95
5.1 La ristrutturazione del sistema vocalico 95
5.2 Sviluppi del vocalismo romanzo 100
5.3 Le vocali atone 104
5.4 Le grandi trasformazioni del sistema consonantico 106
5.5 Sviluppi del consonantismo romanzo 114
5.6 Le consonanti finali 115
Riferimenti bibliografici 117
Capitolo 6. Elementi di grammatica storica: morfologia e sintassi 118
6.1 Morfologia nominale 118
6.2 Morfologia verbale 127
6.3 Le grandi innovazioni della morfosintassi romanza 135
6.4 Sviluppi sintattici divergenti 147
Riferimenti bibliografici 151
Capitolo 7. Il lessico delle lingue romanze 152
7.1 Il lessico di origine latina 152
7.2 I prestiti 157
7.3 Le neoformazioni romanze 163
Riferimenti bibliografici 165
Bibliografia 167
Glossario e indice degli argomenti 173
Introduzione
Qualche anno fa, quando il flusso dei migranti premeva al confine tra
Italia e Francia, un corsivo satirico di Michele Serra inseriva la filologia
romanza tra le specialità che avrebbero consentito l’apertura della fron-
tiera: «I francesi, come prova di buona volontà, hanno finalmente dato la
loro disponibilità ad aprire le porte ai profughi accampati alla frontiera di
Ventimiglia. Sola condizione, che queste persone dispongano di curricola
professionali rispondenti a questi requisiti: servono quindici affinatori di
camembert, dodici docenti di filologia romanza, cinque astronauti con
esperienza di almeno due mesi su una stazione orbitante, otto traduttori
simultanei dal russo e dal cinese e una ventina di sommelier referenziati»
(Serra 2015). L’elenco mette insieme attività di nicchia, o di élite, o co-
munque di altissima specializzazione, o assolutamente improbabili. Ri-
servate a pochi, se non pochissimi; estranee alla vita normale.
Questa idea della filologia romanza come disciplina difficile richiede
una spiegazione. È certamente vero che la filologia romanza è una ma-
teria molto complessa, tanto da apparire oggi quasi impossibile: essa
comprende, in linea di principio, lo studio di tutte le lingue derivate dal
latino, con i relativi dialetti, e dei testi scritti in quelle lingue, per pubbli-
carli in modo affidabile e per offrirne un’interpretazione linguistica e
letteraria. Un’estensione enorme, ingestibile per la sua complessità, cro-
nologica e geografica. Ma è anche vero che in tale complessità sta il se-
greto della sua singolare bellezza, e della sua necessità nel quadro della
cultura europea.
Per provare a comprendere le ragioni di tale difficoltà e insieme di
tale necessità, sarà bene partire dal significato della stessa formula «fi-
lologia romanza», che non risponde alle grandi categorie in cui sono or-
ganizzati gli studi preuniversitari in ambito umanistico (letteratura, lin-
gua, storia, filosofia, storia dell’arte). Entrambi i componenti della for-
mula, il sostantivo e l’aggettivo, indicano insieme questa complessità e
questa importanza.
1. Filologia. Il termine filologia ha origine greca, e significa etimolo-
gicamente amore per la parola, come filosofia significa amore per la sa-
pienza. Nella tradizione europea il termine ha assunto vari significati, a
partire dalla cultura tardoantica e poi rinascimentale: oggi può ancora
avere un’accezione generica, e indicare l’insieme degli studi letterari (ad
esempio nel sistema universitario spagnolo esistono le facoltà di filologia,
che comprendono tutti gli studi linguistici e letterari; in Italia esiste il
corso di laurea magistrale in filologia moderna, che comprende gli studi
letterari dal Medioevo a oggi); oppure può indicare più specificamente
gli studi linguistici, come avviene in ambito anglo-americano (per Wiki-
pedia, «Philology is the study of language in oral and written historical
VIII Filologia romanza
sources»; per l’Encyclopedia Britannica, «Philology, traditionally, the
study of the history of language, including the historical study of literary
texts»); o ancora può indicare lo studio dei testi al fine della loro pubbli-
cazione e interpretazione, a partire dai manoscritti o dalle stampe anti-
che (è quella che si definisce anche filologia testuale, o critica del testo).
Più in generale, con filologia si intende un atteggiamento verso le lingue
e verso i testi che privilegi una lettura approfondita, fondata su documen-
tazione certa e su metodi espliciti, che ne analizzino la formazione origi-
naria e la trasformazione nel corso del tempo, al fine di proporne una mi-
gliore comprensione. Secondo una celebre pagina di Nietzsche, «Filolo-
gia è quella onorevole arte che esige dal suo cultore essenzialmente una
cosa, trarsi da parte, lasciarsi tempo, diventare silenzioso, diventare len-
to, come un’arte e una perizia di orafi della parola, che deve compiere un
finissimo attento lavoro e non raggiunge nulla se non lo raggiunge lenta-
mente; […] essa insegna a leggere bene, cioè a leggere lentamente, in pro-
fondità, con riguardo e cautela, con riflessione, lasciando porte aperte»
(Nietzsche 1886, p. 6). A questa definizione così generale si dovrà affian-
care quella più concreta e operativa di un grande filologo romanzo del
Novecento, Erich Auerbach: «La ricerca letteraria possiede tradizional-
mente metodi suoi propri, cioè i metodi filologici, gli unici che io conside-
ri indispensabili. Bisogna imparare grammatica e lessicografia, ricerca
delle fonti e critica dei testi, bibliografia e tecnica di raccolta; bisogna im-
parare a leggere coscienziosamente. Tutto il resto non è metodo perché
non è insegnabile» (Auerbach 1951, p. 201).
La filologia romanza, nata nella seconda metà dell’Ottocento sul
modello della filologia classica, ha mantenuto questa pluralità di signifi-
cati, nella convinzione che lo studio della formazione delle lingue e delle
tradizioni testuali sia fondamentale per la comprensione della cultura
europea. Di qui l’esigenza di tenere insieme tre ambiti, in genere distin-
ti, sotto una comune impostazione «filologica»: la critica testuale, o filo-
logia in senso stretto, la linguistica, e l’analisi letteraria. A ciascuno di
questi tre ambiti è dedicato un volume di questo manuale.
2. Romanza. Tale difficoltà, e tale ricchezza, sono ulteriormente
accresciute dall’oggetto a cui si applica la filologia romanza. L’aggetti-
vo indica le lingue derivate dal latino, cioè quelle che si parlano ancora
oggi in buona parte dell’Europa occidentale, dalla Penisola iberica al-
la Francia, dal Belgio al Lussemburgo a parte della Svizzera, dall’Ita-
lia alla Romania, e che si sono più o meno diffuse negli altri continen-
ti, in particolare in Africa e nell’America del Sud, che per questo si di-
ce Latina. Sono le varietà linguistiche che cominciarono a essere
percepite come distinte dalla loro matrice comune, il latino, nel corso
dell’Alto Medioevo, prima dell’anno Mille, e che furono allora nomi-
nate con varie formule generiche: una di queste fu lingua romanica, a
indicare appunto uno stato linguistico legato alla lingua di Roma, ma
distinto ormai dal latino. Dall’espressione romanice loqui, cioè parlare
in lingua romanica, deriva l’aggettivo romanzo, che indica dunque una
lingua, o meglio una pluralità di lingue, e che è stato recuperato dai fi-
lologi ottocenteschi per definire l’oggetto della disciplina (vedremo
Introduzione IX
come tale significato è collegato a quello oggi più comune del termine:
romanzo come genere letterario).
L’idea di studiare le lingue romanze nel loro insieme, comparativa-
mente, è alla base della nascita della filologia romanza, e muove dall’in-
tento di ricostruire le modalità della trasformazione che, dall’unità del
latino, ha portato alla pluralità delle lingue che ne sono derivate. Era
questo un tema centrale nella linguistica ottocentesca, affascinata dalla
sfida di poter ripercorrere puntualmente le tappe che hanno determina-
to la nascita di una nuova lingua, anzi di più lingue, a partire da una lin-
gua eccezionalmente ben documentata. E l’estremo interesse di questa
possibilità offerta dalle lingue romanze, di studiare i meccanismi di for-
mazione e trasformazione linguistica, è tuttora un elemento centrale
della nostra disciplina, che – soprattutto fuori d’Italia – si è spesso carat-
terizzata come linguistica romanza.
La prospettiva genealogica tipica dello studio delle lingue romanze
comporta dunque necessariamente uno sguardo privilegiato per il pe-
riodo medievale, nel quale si formano le nuove identità linguistiche: ciò
impone di affrontare il problema delle fonti manoscritte che costituisco-
no l’unica documentazione linguistica di quell’epoca, e quindi richiede
una stretta integrazione con lo studio più propriamente filologico della
testualità del passato: come si scriveva, come si leggeva, come si diffon-
deva un testo nel Medioevo, sono domande inevitabili per poter inter-
pretare correttamente le testimonianze di quei secoli.
3. Medioevo. La concentrazione sul periodo medievale è dunque un al-
tro elemento costitutivo della disciplina, almeno in Italia: e non solo per lo
studio delle lingue romanze, della loro formazione e dei loro rapporti con il
latino e le une con le altre. Il Medioevo, con l’emergere delle lingue cosid-
dette volgari, in quanto proprie del popolo (lat. vulgus) che non padroneg-
giava il latino, è anche l’epoca in cui nascono quelle che saranno le lettera-
ture nazionali in diversi paesi europei, Portogallo, Spagna, Francia, Italia.
E il quadro è molto più variegato, prima delle cristallizzazioni nazionali: si
va dalla letteratura francese d’Inghilterra (il cosiddetto «anglo-norman-
no»), a quella occitana nella Francia meridionale, a quella catalana, a quel-
la galego-portoghese, a quella franco-veneta, a quella siciliana. Un nuovo
spazio letterario si apre oltre la ristretta élite della cultura in latino, ed è uno
spazio europeo, che può essere compreso solo se studiato nel suo insieme.
Su entrambi i piani, linguistico e letterario, e sul piano testuale che è
comune a entrambi, il Medioevo è dunque l’epoca delle origini, un’epo-
ca di grande libertà e creatività.
Le lingue ancora non sono standardizzate, e ogni regione sviluppa
caratteristiche diverse che solo successivamente – spesso ben oltre il
Medioevo – vedranno il predominio dell’una sull’altra, con la differen-
ziazione tra lingue e dialetti. La letteratura inventa nuove forme, che di-
ventano nuovi modelli, rispetto alla tradizione latina e anche a quella la-
tina medievale, per rispondere alle esigenze di un nuovo pubblico, e per
ridefinire un canone che vada oltre l’autorità dei classici e dei padri della
Chiesa. I testi vivono processi di elaborazione, alla ricerca di nuovi regi-
stri stilistici ancora non codificati, in cui l’identità dell’autore è spesso ir-
X Filologia romanza
rilevante: sono eseguiti oralmente, o diffusi tramite manoscritti i cui co-
pisti non esitano a rielaborarli o aggiornarli, secondo processi di tra-
smissione che non sono stati ancora resi stabili dalla stampa, comparsa
solo dopo la metà del secolo XV.
Affrontare questa stagione di grande cambiamento nella storia cul-
turale europea ha un significato speciale dal punto di vista della storia
culturale italiana. L’età medievale è stata, in Italia, l’età di Dante, di Pe-
trarca e di Boccaccio, cioè l’età in cui la letteratura ha prodotto modelli
che diventeranno dei classici globali per i secoli a venire; anche sul piano
linguistico, la prevalenza del toscano nella formazione della lingua na-
zionale risale – caso unico in Europa – non alla supremazia politico-
economica di una regione sull’altra, ma al primato culturale fondato su
quella straordinaria stagione medievale.
Comprendere quell’epoca è dunque fondamentale, per la cultura ita-
liana, e forse anche per questo motivo la filologia romanza in Italia si è
particolarmente concentrata sul Medioevo, ed è così rimasta una disci-
plina centrale nel sistema universitario, mentre nel resto del mondo oc-
cidentale ha per lo più perso la prospettiva unitaria propria della sua
fondazione ottocentesca, dividendosi nelle diverse filologie nazionali, o
trasformandosi nella comparatistica. Per lo stesso motivo, sebbene nei
corsi di studio siano naturalmente previste discipline specifiche dedica-
te alla filologia, alla linguistica e alla letteratura italiane, questo manua-
le non escluderà l’ambito italiano dalla trattazione dell’insieme del pa-
norama romanzo, anzi lo considererà come un ambito di particolare ri-
lievo, alla luce del contesto romanzo.
4. Europa. La filologia romanza offre dunque, anche per l’area italia-
na, una prospettiva comparatista che allarga lo sguardo all’insieme della
cultura europea medievale. Questa caratteristica colloca la nostra disci-
plina in un punto di osservazione privilegiato, per comprendere il retro-
terra dell’Europa di oggi. Alla fine dell’Ottocento, la filologia romanza è
nata alla ricerca delle origini delle lingue e delle letterature degli Stati
nazionali, con l’idea forte che la comparsa e l’affermazione del volgare
esprimesse un’identità popolare, contrapposta alla cultura del Medioevo
latino come una nuova energia fondatrice. Nel corso del Novecento, i to-
talitarismi e la tragedia delle due guerre mondiali e dell’Olocausto han-
no portato alla crisi del modello culturale occidentale, fondato sul mito
della classicità e sul razionalismo, e lo studio della cultura medievale, in
particolare di quel mondo unitario che era il Medioevo latino, è apparso
nel grande libro di Ernst Robert Curtius (1948] come il possibile recupe-
ro di una radice comune europea, da cui ripartire.
Oggi, nel mondo del predominio della tecnologia e della globalizza-
zione, che porta a un ridimensionamento culturale dell’Europa sullo
scenario mondiale e al risorgere dei nazionalismi, la filologia romanza
può offrire una chiave di lettura positiva per il nostro passato europeo
che parli al nostro presente e al nostro futuro: che parli di quando l’Eu-
ropa è passata dall’unità del latino alla pluralità delle lingue volgari; di
come questa pluralità si possa leggere e comprendere solo nel dialogo
tra le diverse identità, e di queste con gli «altri», il mondo germanico,
Introduzione XI
arabo, slavo, bizantino, lo stesso mondo latino; di come in questa ric-
chezza di diversità dialoganti, espresse nelle lingue e nelle letterature
comprensibili a tutte e a tutti, si trovino alcuni fondamenti del nostro
immaginario comune, del nostro essere una civiltà.
E questa chiave di lettura del Medioevo romanzo è possibile solo per-
ché l’Europa è il luogo in cui le lingue dell’umanità hanno avuto nell’ulti-
mo millennio un’attenzione che è divenuta irrinunciabile. La fragilità po-
litica e culturale dell’Europa attuale non deve fare perdere di vista che
questo specifico contributo è una conquista per tutta la civiltà umana:
non per rivendicare una supremazia, ma al contrario per offrire un’oppor-
tunità, un servizio alla comprensione di chi siamo stati, di chi siamo.
Qualche esempio, per ciascuno dei tre ambiti a cui sono dedicati i volu-
mi del manuale.
5. Linguistica. La parola razza è stata una parola-chiave del Novecen-
to. Ha segnato il colonialismo, il nazifascismo e l’orrore dell’Olocausto, la
segregazione, l’apartheid. Oggi rischia di tornare attuale, nel tempo delle
migrazioni verso l’Europa. E sia in Francia sia in Italia si discute se elimi-
narla dalla Costituzione, dove compare naturalmente per negarle radical-
mente ogni valore (art. 3: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e so-
no eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua,
di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali»), ma
dove la sua sola presenza può costituirne una legittimazione.
Essa non esisteva in latino, ma è presente in tutte le lingue moderne,
non solo quelle romanze (it. razza, fr. ingl. race, ted. Rasse, sp. raza, port.
cat. raça, ecc.): gli studi sull’origine del termine nelle diverse lingue rin-
viano tutti alla forma italiana razza, che è attestata già nel Medioevo (sec.
XIII) e si è diffusa poi in tutta Europa. Ma qual è l’origine della forma ita-
liana? Sulla sua etimologia si sono fatte varie ipotesi: quella che ha avuto
più fortuna fu avanzata da Leo Spitzer, filologo romanzo ebreo fuggito
dalla Germania nazista nel 1933, che proprio quell’anno propose di spie-
gare razza come un derivato del lat. ratio, cioè ‘ragione’, nel senso di
‘principio identificativo’. Rivelò poi, tornando sull’argomento nel 1948, la
sua soddisfazione nel presentare alla Germania nazista l’idea che la paro-
la che veniva usata in contrapposizione a «spirito», per giustificare la su-
periorità biologica di un popolo sugli altri, avesse in realtà un’origine alta-
mente spirituale. Ma trent’anni dopo Gianfranco Contini osservò che in
italiano antico razza (anche nella forma razzo) è originariamente una tra-
sformazione medievale dell’antico francese haraz (termine di origine ger-
manica), cioè un allevamento di cavalli, una mandria, un branco. Ulterio-
ri studi hanno confermato quella scoperta: numerose testimonianze della
forma aratia/arazza/razza, con lo stesso significato e quindi con la stessa
derivazione dal francese, sono state rintracciate in documenti latini e vol-
gari della cancelleria angioina e poi aragonese di Napoli, e la storia del
termine si è così chiarita anche oltre la sua origine.
Per una delle più vistose parole-simbolo in nome delle quali si era
prodotta l’abiezione della ragione cadeva così l’illustre derivazione da
ratio, e veniva riconosciuta «una nascita zoologica, veterinaria, equi-
na». Un caso formidabile in cui la scoperta dell’origine di una parola,
XII Filologia romanza
nel contatto tra due lingue romanze, può cambiarne la percezione e l’u-
so, può accompagnare la sua trasformazione, da nobile segno di eccel-
lenza e di distinzione a specifico marchio di bestialità. Un caso in cui la
filologia europea ha saputo trovare la consapevolezza linguistica per
condannare il proprio stesso atroce passato.
6. Letteratura. I modi e le forme con cui tutta la cultura occidentale
concepisce ciò che chiamiamo il sentimento d’amore, con cui il nostro im-
maginario lo vive, con cui la poesia lo esprime, sono stati a lungo debitori
del linguaggio che per esso hanno trovato, nell’Italia tra il secolo XIII e il
XIV, Dante e Petrarca. Ma la loro elaborazione a sua volta affonda le sue
radici nella poesia dei trovatori, che nelle corti della Francia meridionale
avevano inventato un nuovo sistema letterario per rappresentare l’amore
e per sublimare il desiderio. L’Europa intera subì l’enorme impatto cultu-
rale di quella novità, che instaurò un dialogo sottile con la rappresentazio-
ne cristiana della caritas, e che si diffuse in forme diverse di rielaborazio-
ne non solo in tutta la Francia, ma nella Penisola iberica e in Italia, oltre
che in Germania. La lingua dei trovatori però, l’occitano, fu travolta già
nel secolo XIV dal predominio economico e militare della Francia del
nord, e divenne una lingua marginale, fino a sopravvivere solo come un
insieme di dialetti di uso locale. La riscoperta di quella dimenticata tradi-
zione poetica fu, nell’Ottocento, una componente fondamentale della na-
scita della filologia romanza, e tuttora la lingua e la letteratura dei trova-
tori si studiano solo nell’ambito della nostra disciplina.
Ma se pensiamo a un genere letterario che è forse ancor più centrale
nella costruzione dell’identità culturale dell’Occidente moderno, pen-
siamo al romanzo. Assente dalla triade classica (lirica, epica, teatro), il
romanzo moderno ha la sua radice nel Medioevo, e trae il suo stesso no-
me dalle prime manifestazioni letterarie medievali in volgare. Dall’e-
spressione antico francese mettre en romanz ‘mettere in lingua volgare’,
‘comporre un’opera in volgare’, il termine romanz passò a designare l’o-
pera letteraria stessa; e se in una prima fase poteva definire qualsiasi
opera, si specializzò in seguito a identificare un genere narrativo sempre
più diffuso e potente, nel rappresentare la società cavalleresca, nel cele-
brarne i miti, nel creare un immaginario condiviso. Le storie di Tristano
e Isotta, di Lancillotto e Ginevra, di re Artù e della Tavola Rotonda, e
infine la legittimazione religiosa di questo mondo mitico attraverso la
leggenda del Santo Graal, videro nascere una nuova forma narrativa in
prosa, con tutti gli ingredienti che faranno la fortuna del romanzo mo-
derno: la creazione del personaggio, l’intreccio di più piani del racconto,
l’organizzazione dei suoi tempi, la gestione di lunghe estensioni narrati-
ve, la creazione di cicli di più romanzi con prequel e sequel, la finalizza-
zione della trama a rappresentare il destino di un’epoca, a tenere insie-
me le armi e gli amori, la società cavalleresca e quella cortese, in una
prospettiva che fosse compatibile con la visione cristiana del mondo.
Due nuclei letterari tipicamente medievali, la lirica d’amore e il ro-
manzo cavalleresco, senza i quali buona parte della letteratura occiden-
tale moderna risulta incomprensibile.
Introduzione XIII
7. Critica testuale. La filologia, in quanto critica testuale, studia gli
antichi manoscritti e offre alla lettura contemporanea i testi medievali,
fondamento sia dell’analisi linguistica sia della storiografia letteraria:
essa è dunque alla base di tutto. Per raggiungere questo obiettivo, la cri-
tica testuale si interroga sulle trasformazioni dei testi nel tempo, e su co-
me essi costituiscono una tradizione, da una generazione all’altra, da
un’epoca all’altra.
Più che fare un esempio, è importante in questo caso sottolineare
che la critica testuale applicata al Medioevo romanzo ha un valore me-
todologico in sé. Sul terreno dell’analisi della tradizione manoscritta e
delle tecniche di edizione, la filologia romanza è stata infatti protagoni-
sta del dibattito internazionale lungo tutto il Novecento. Ben più della
filologia classica, da cui pure prese le mosse, la filologia romanza ha do-
vuto confrontarsi con una realtà testuale viva e dinamica: i testi in lin-
gua volgare lasciavano ai copisti – che quella lingua padroneggiavano
spesso come gli autori dei testi che trascrivevano – ampia libertà di in-
tervento, nel momento della loro trasmissione e diffusione. Il metodo
tradizionale della filologia classica è stato dunque messo a dura prova,
ed è nel campo della filologia romanza che se ne sono discussi i presup-
posti, e che si è poi viceversa costruito un nuovo e più complesso e con-
sapevole quadro metodologico per l’analisi delle tradizioni manoscritte
e per la conseguente resa editoriale dei testi del Medioevo.
Questa specializzazione nella lettura critica dei testi e delle loro fonti è
una chiave per la lettura critica della realtà. Alla fine dell’Ottocento, la
perizia grafologica di uno dei maggiori filologi romanzi dell’epoca, Paul
Meyer, fu decisiva per la revisione del processo ad Alfred Dreyfus, con-
dannato ingiustamente a morte per alto tradimento. Il caso giudiziario fe-
ce enorme scalpore nella Francia dell’epoca, e mostrò le potenzialità di
una disciplina che aveva il fine, come scrisse Proust, di «cercare la verità
nelle scritture» (1952, p. 505). La critica testuale si pone infatti in ultima
analisi come una ricerca di verità. In che misura un manoscritto riproduce
il testo originario? Quali sono gli errori che vi si trovano, e come si sono
generati? Cosa significa esattamente una parola, un verso, un testo nel
suo insieme? Quante sono le versioni di uno stesso testo? Quale di esse
precede, quale è successiva? Chi ne è l’autore? Domande come queste,
che sono il cuore della filologia, costituiscono un’utile palestra per chi og-
gi debba vivere nel mondo delle fake-news, delle verità alternative, o della
cosiddetta post-verità, e non intenda rassegnarsi all’assenza di una consa-
pevolezza critica della realtà comunicativa in cui viviamo.
8. Questo manuale. Obiettivo di questo manuale è dunque fornire
allo studente un’introduzione su tre livelli, che hanno una loro autono-
mia, per cui a ciascuno è dedicato un volume, ma che sono organica-
mente complementari. Per la filologia, si entra nelle procedure che go-
vernano la genesi e la trasmissione dei testi, cioè la storia della tradizio-
ne testuale, e che si applicano per ripercorrere quella storia e per
pubblicare edizioni affidabili. Per la linguistica, si definisce un quadro
della complessità dei rapporti tra alcune delle maggiori lingue europee,
a partire dalla loro formazione dal latino, fino alla loro piena trasforma-
XIV Filologia romanza
zione e diffusione. Per la letteratura, si introduce alla letteratura medie-
vale dell’Europa romanza, percorrendo i processi di elaborazione di al-
cune tra le principali forme che, in poesia e in prosa, costituiranno il
fondamento delle letterature moderne.
Lino Leonardi
Laura Minervini
Eugenio Burgio
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Per un approfondimento su ciascuno dei tre settori della filologia romanza, si può ricorrere per la cri-
tica testuale alle sintesi magistrali di Contini 1977 e di Varvaro 2012; per la letteratura alle due diverse
prospettive di Zumthor 1981 e di Segre 1994; per la linguistica al classico Lausberg 1971. Per una visione
d’insieme della disciplina, in diversi momenti della sua storia: Segre 2003, Roncaglia 1956, Avalle 1992,
Leonardi 2016.
Auerbach 1951
Erich Auerbach, Prefazione a Vier Untersuchungen zur Geschichte des französischen Bildung (1951),
in Id., La corte e la città. Saggi di storia della cultura francese, Carocci, Roma, 2007, pp. 199-203.
Avalle 1992
d’Arco Silvio Avalle, Un’idea di filologia romanza (1992), in Id., La doppia verità. Fenomenologia
ecdotica e lingua letteraria del Medioevo romanzo, Edizioni del Galluzzo, Firenze, 2002, pp. 705-
717.
Contini 1959
Gianfranco Contini, I più antichi esempi di «razza», in «Studi di filologia italiana», XVII (1959), pp.
319-327.
Contini 1977
Gianfranco Contini, Filologia (1977), a cura di L. Leonardi, il Mulino, Bologna, 2014.
Curtius 1948
Ernst Robert Curtius, Letteratura europea e Medioevo latino, trad. it., La Nuova Italia, Firenze, 1992
(ed. orig. 1948).
Lausberg 1971
Heinrich Lausberg, Introduzione, in Id., Linguistica romanza, Feltrinelli, Milano, 1971, pp, 11-45.
Leonardi 2016
Lino Leonardi, La filologia romanza in Italia: come rinnovare una tradizione?, in «Zeitschrift für
romanische Philologie», CXXXII (2016), pp. 979-996.
Nietzsche 1886
Friedrich Nietzsche, Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali, trad. it., Adelphi, Milano, 1978 (ed. orig.
1886).
Proust 1952
Marcel Proust, Jean Santeuil, trad. it., Einaudi, Torino, 1976 (ed. orig. 1952).
Roncaglia 1956
Aurelio Roncaglia, Prospettive della filologia romanza, in «Cultura neolatina», XVI (1956), pp. 1-13.
Segre 1994
Cesare Segre, Leggere i testi del Medioevo (1994), in Id., Opera critica, Mondadori, Milano, 2014,
pp. 169-183.
Introduzione XV
Segre 2003
Cesare Segre, La nascita della Filologia romanza, in Storia della letteratura italiana, diretta da E.
Malato, vol. XI, La critica letteraria dal Due al Novecento, Salerno Editrice, Roma, 2003, pp.
437-449.
Serra 2015
Michele Serra, Idea per gli immigrati, torniamo alla schiavitù, in «L’Espresso», 19 giugno 2015
<[Link]
torniamo-alla-schiavitu-1.217417> (consultato il 23 settembre 2021).
Spitzer 1948
Leo Spitzer, Storia della parola «razza» (1948), in Id., Critica stilistica e semantica storica, Laterza,
Bari, 1966, pp. 230-242.
Varvaro 2012
Alberto Varvaro, Prima lezione di filologia, Laterza, Roma-Bari, 2012.
Zumthor 1980
Paul Zumthor, Leggere il Medioevo, trad. it., il Mulino, Bologna, 1981 (ed. orig. 1980).
Linguistica
Avvertenza
Queste pagine intendono introdurre lo studente, o qualsiasi altro let-
tore interessato, alla linguistica romanza, che nelle università italiane si
studia prevalentemente all’interno dei corsi di Filologia romanza, ma
trova spazio anche in quelli di Linguistica generale, Linguistica italiana,
Storia della lingua italiana.
Il desiderio di presentare un quadro che alla dimensione diacronica
affiancasse quella sincronica, unito alla necessità di comprimere un
campo di studi tanto vasto in un numero limitato di pagine – tanto più
sentita in un lavoro che è parte di un trittico –, mi ha indotto a rinunce
dolorose: non si ripercorrono qui le tappe, più o meno remote, che han-
no portato al costituirsi della disciplina e non si menzionano i suoi gran-
di maestri, se non in riferimento a temi specifici; non si fornisce una bi-
bliografia esaustiva, né molto meno, ma solo un nucleo essenziale di li-
bri e articoli, prevalentemente in italiano e inglese, dove il lettore
troverà esposti in modo più disteso gli argomenti trattati in ogni capitolo
e dal quale potrà partire per ulteriori approfondimenti; non si presenta-
no, se non in casi eccezionali, diversi punti di vista sulle moltissime que-
stioni controverse, di grammatica storica come di storia linguistica delle
comunità parlanti, ma si segnala la problematicità di alcune ipotesi e ri-
costruzioni che non godono del consenso generale – anche qui, il lettore
interessato potrà, attraverso i riferimenti bibliografici, farsi un’idea del
dibattito scientifico presente e passato.
La trattazione presuppone una conoscenza della terminologia lin-
guistica di base (i cui elementi fondamentali sono comunque richiamati
nel glossario finale) ed è organizzata in questo modo: un capitolo inizia-
le introduce allo spazio linguistico romanzo attuale, con una panorami-
ca delle politiche linguistiche adottate nei vari paesi e una rassegna dei
principali criteri di classificazione delle lingue romanze; il secondo capi-
tolo analizza la genesi delle lingue romanze, soffermandosi sulla diffu-
sione geografica e sociale del latino e sulle fonti disponibili per il suo
studio; il terzo capitolo presenta la più antica documentazione relativa
alle maggiori lingue romanze in un arco cronologico che va dall’alto
Medioevo alla prima età moderna; il quarto capitolo ripercorre alcuni
snodi significativi della storia linguistica del mondo romanzo in relazio-
ne ai grandi mutamenti politici e socioculturali coevi; il quinto e il sesto
capitolo espongono i tratti più rilevanti della fonologia, della morfologia
e della sintassi delle lingue romanze, tanto in rapporto al latino quanto
agli sviluppi postmedievali delle singole lingue; il settimo capitolo af-
fronta il tema della formazione del lessico romanzo nelle sue diverse ar-
ticolazioni (lessico ereditario, prestiti, neoformazioni).
La scelta di cosa includere ed escludere, cosa approfondire e cosa
trattare sommariamente, si basa sulla mia lunga e gratificante espe-
4 Filologia romanza. Linguistica
rienza di insegnamento presso l’Università di Napoli Federico II, oltre
che naturalmente sulla mia formazione e i miei interessi scientifici.
Questo lavoro si differenzia perciò in modo abbastanza sensibile da al-
tri che l’hanno preceduto e da cui pure ha tratto largamente ispirazio-
ne – ricordo qui solo il denso manuale di Alberto Varvaro, formidabile
studioso e docente appassionato, il cui lascito intellettuale queste pa-
gine intendono onorare.
Ringrazio molto gli amici che hanno trovato il tempo per una lettura
parziale o completa del testo: Marcello Barbato, Chiara Carsana, Maria
Grossmann, Francesco Montuori, Anna Thornton e Miriam Voghera.
Le loro osservazioni mi hanno permesso di correggere non poche sviste,
imprecisioni e formulazioni infelici; quelle rimaste sono ovviamente di
mia esclusiva responsabilità.
LM