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La ragazza

che toccu le nuvole

Per tutte le donne che mi hanno insegnato a volare. E per Ed, Liam e Dewey, gli uomini che hanno creduto.

Louisa Carmelina Stravona Hansen

1862-1924

Gilda Meredith Franklin Hansen

1885-1953

I

Isadora Cooney Hansen

1910- 1978

Charlotte Franklin ~ansen

1931-1943

Myra Cooney Franklin Hansen

1938-

9

Carmen

Hansen

1964-

Maeve Cooney

Hansen

1967-

l

Georgia Louisa

Hansen

1982-

Eva Meredith

Hansen

1972-

Suki Franklin

Hansen

1974-

Da sempre le donne Hansen volano di notte, anche con il cattivo tempo. Zia Eva preferisce volare con il temporale. Dice che in questo modo ci guadagna in velocità. Però poi fini- sce in periferia e deve tornare a piedi lungo la strada ferrata se non ha il vento favorevole. Noi voliamo di notte quando gli altri dormono. Due giri del prato o un solo giro sull'altura servono a schiarirci le idee prima di andare a letto. Una volta, quando aveva sedici anni, zia Suki è rimasta fuori tutta la notte. Si è spinta al confine della contea, a Madison. Voleva vedere fin dove riusciva a volare. - È questo il pericolo maggiore per i giovani che volano, - dice mamma. - Non sanno mai quando tor- nare indietro. Dopo quel volo zia Suki rimase a letto due giorni in preda alla febbre e ai crampi. Non è facile. Volare, intendo. Non è facile come si potrebbe pensare. Ci sono correnti e sacche d'aria, per non parlare degli uccelli. Mai sottovalutare gli uccelli. Può essere molto difficile captare l'arrivo di una ron- dine al crepuscolo. E sono quasi inevitabili gli scontri

con i gufi, anche se ci vedono benissimo di notte. E non si scherza con loro. - Meglio non allontanarsi troppo da casa quando si è agli inizi, - dice mamma. - Meglio non correre troppi rischi.

La prima donna della nostra famiglia a volare è stata Louisa Hansen, la mia bis-bis-bisnonna. Immi- grò in America dall'Albania più di cento anni fa. Una donna scura, forte, di sangue zingaro. Si dice sia stata la sofferenza a spingerla al volo, e il dolore a librarla in alto, sulle onde del mare. Aveva il cuore spezzato per aver perduto il marito e

il figlioletto in un naufragio al largo di Terranova nel 1884. Sopravvisse con altre sette persone, tratte in salvo da una goletta di pescatori. Fini poi per sposare uno di loro, Jonathan Hansen, e andò a vivere con lui nella sua casa sulle rive dell'oceano. Si dice che abbia cominciato a volare durante il sonno, sorvolando gli scogli, in cerca dei suoi cari perduti, e che tornasse al mattino bagnata della schiuma del mare. Da allora, tutte le donne Hansen hanno volato. Zia Eva dice che è come per le famiglie di acrobati o di scalatori. Se una generazione è convinta di poter volare, lascia in eredità la convinzione alla genera- zione successiva. È questo che rende unica la nostra famiglia: noi non abbiamo dimenticato. Noi ci cre- diamo ancora. Per quanto ne so, siamo la sola famiglia che vola, qui

a Hawthome. Potrebbero esserci centinaia, migliaia di donne al mondo che volano, ma è difficile sapere chi

siano. Non basta guardare una persona negli occhi per capirlo. Quasi tutta la gente che vola ha una vita nor- malissima. Zia Eva crede che ogni donna possa volare, indipen- dentemente dalla forma del corpo o dal peso. Ma sol- tanto quelle convinte di poterlo fare, quelle che non hanno dubbi, ci riescono. Non devi mai permettere che il dubbio ti si insinui dentro. Nemmeno nell'an-

golo più minuscolo della mente, o rischi di precipitare

di colpo dal cielo.

Come tutte le donne della mia famiglia, ho comin-

ciato a volare dal giorno in cui sono

nata. È stata

scelta zia Eva per farmi volare la prima volta. È la mia madrina e nel volo è la più resistente fra tutte noi. Ha

le braccia di una nuotatrice. Braccia che non cedono

mai. Ha volato anche cinque o sei ore di seguito senza mai atterrare. Lo so perché mamma ha scelto Eva per guidarmi. Voleva che io provassi la stessa fiducia. Quando ero assicurata al petto di zia Eva, la sensazione del volo mi entrava nelle ossa, e non mi ha più abbandonato.

In casa nostra vivono tre generazioni di donne Han- sen. Abitiamo molto fuori città, sulla strada provin- ciale, in una assurda casa vittoriana che apparteneva alla mia bisnonna Isadora Cooney Hansen. Nel 1928 dipinse di blu tutta la casa. All'intemo e all'estemo. I1 blu era il suo colore preferito. La cucina è blu anatra, il terzo piano è blu cielo e l'esterno è blu pervinca rifi- nito in blu oltremare. Nel corso degli anni, le zie hanno dipinto di rosa e crema le loro stanze, e la

dispensa non è più verde mare ma di un bel giallo caldo. Tutto il resto è ancora blu, anche l'interno degli armadi.

Ci sono otto camini e sei stanze da bagno, quattro

con le vasche sorrette da zampe di leone e così profonde che ci si può perdere, e una lunga scala a chiocciola che porta al terzo piano. Una scala a pioli conduce dal pianerottolo alla terrazza coperta in cima alla casa, di quelle che una volta servivano da osser- vatorio per guardare il mare. Io sono la sola che an-

cora salga alla terrazza. Mamma e le zie ci andavano

a fumare quando avevano la mia età, e ancora rima-

ne qualche ricordo di quel periodo. Un fascio di vec-

chie riviste di moda piene di fotografie di donne magrissime che indossano jeans a zampa d'elefante e hanno i capelli tagliati corti e ispidi, una cassetta di bottiglie vuote di Coca-Cola, due portaceneri a forma

di pesce.

lo salgo alla terrazza ogni mattina, presto, quando

tutti dormono tranne mamma, che si alza prima del- l'alba per cucinare o stendere la biancheria. Le zie

fanno tardi la notte volando, e la mattina poltriscono

a lungo. Spesso non scendono a colazione prima di

mezzogiorno. La nonna non si sveglia mai prima delle dieci.

Ho due zie che vivono con me, Suki ed Eva. Suki è la più giovane. Ha la carnagione chiara, i capelli

biondi e gli occhi azzurri nascosti da occhiali cerchiati

di tartaruga. Suona il clarinetto e il pianoforte e prati-

camente qualsiasi strumento su cui riesce a mettere le

mani. Vola quasi ogni giorno e ha grandi abilità di

navigatrice: riesce a individuare il nord senza bussola in una notte di nebbia. Eva ha due anni più di Suki. È pittrice e le piace indossare vivaci sciarpe di seta che pendono in modo buffo dalla sua figura allampanata. Ha capelli ricci, castani. Li porta molto corti e sono sempre arruffati, come se fosse appena scesa dal letto. I suoi orecchini d'argento le arrivano a metà collo. Sa parlare di tutto con tutti. E la mia principale fonte di informazioni sulla storia di famiglia. Mia madre, Maeve, ha cinque anni più di Eva. È pic- colina e graziosa, di una bellezza delicata. Non ha mai compiuto voli solitari e non vola dal giorno in cui sono nata io. Eva dice che un tempo era la più brava della famiglia, ma la nonna non permette più che voli. È la nonna a stabilire le regole. Non tollera nessuno attorno migliore di lei o più forte in qualcosa. La maternità conferisce forza a chi vola, e la nonna non vivrebbe mai nella stessa casa con una figlia che e madre e che sa anche volare bene. La nonna è un tipo che è meglio non contraddire. Ha avuto molti innamorati quando era giovane, ma adesso non lo si direbbe proprio. Ha un viso teso e severo ed è forte e solida come una casa. Porta scarpe comode con suole pesanti e preferisce il grigio agli altri colori. Qualcosa in lei mi fa pensare a un pezzo di granito. Freddo, polveroso, arido. Una superficie sulla quale non vorresti atterrare con violenza o che non vorresti urtare se si muovesse in fretta verso di te. Io devo assomigliare a mio padre - a parte gli occhi, che sono come quelli di mamma. Ho lunghi capelli

neri e una carnagione olivastra. Sono alta e snella e non ho neanche un po' di seno.

Di lui so soltanto che una sera di primavera capitò

nella nostra strada cercando una via di accesso al fiume. Era uno scienziato dell'università del Vermont che studiava la migrazione delle oche, e la nostra pro- prietà arrivava fino al parco naturale. Aveva capelli neri come l'ala di un corvo e carnagione olivastra. Mamma era giovanissima allora, aveva soltanto quin- dici anni. Era innamorata. Dice che mio padre le ricordava la notte. Fresco e scuro.

Lui se ne andò il giorno dopo averla incontrata e lei non lo avrebbe rivisto più, e fu meglio così perché la nonna non gli avrebbe mai permesso di fermarsi. A nes- sun uomo è permesso vivere in casa nostra. La nonna pensa che se un uomo scoprisse che noi voliamo, non avremmo più pace e la magia si perderebbe. Gli uomini vorrebbero farci volare durante il giorno per poterci tenere d'occhio. Non credo che mia madre e le mie zie siano di questa opinione, e certamente non lo sono io.

Penso al contrario che sarebbe piacevole avere ogni tanto un po' più di uomini attorno, sarebbe divertente.

La storia delle Hansen volanti è piena di regole ridi-

cole come questa. La nonna dice: "Nessun uomo deve vivere in casa nostra". La bisnonna Isadora aveva detto: "Non si deve mangiare carne". La bis-bisnonna Gilda: "Non si deve volare alla luce del giorno". La bis-bis-bisnonna Louisa aveva stabilito che dovevamo tenere come cognome Hansen. Forse, se rimango qui abbastanza a lungo, anch'io stabilirò una regola, e sarà: "Non devono esserci più regole".

Nessuno della mia famiglia lavora nel senso proprio del termine. Ci ha pensato la nonna a impedirlo. Suo padre ha inventato il gancio che collega il piccolo galleggiante rosso nel serbatoio del gabinetto alla sot- tile manovella di metallo che si alza e si abbassa. Il Gancio Cooney fece la ricchezza della famiglia, e la nonna la investì molto oculatamente. Ormai non viene più usato nei gabinetti moderni. Ma si intende che ogni gabinetto in casa nostra ne ha uno. La nonna mi ha fatto esaminare la manovella di me- tallo, il galleggiante e il gancio quando avevo sei anni e avevo buttato nel gabinetto una scatola di matite.

- La vedi. quella piccola manovella di metallo, Geor- gia? - La toccò con il dito. Io feci cenno di si.

- Lo vedi che non si muove? Guardai oltre il bordo nel serbatoio arrugginito, spa- ventata all'idea di quello che avrei potuto vederci gal- leggiare. Ma c'erano soltanto acqua e la manovella a cui era fissata una palla di gomma rossa.

- Bene. Non è ammissibile. No, non è proprio am- missibile. I1 tuo bisnonno Harold Esmit Cooney ha de- dicato la sua vita a rendere le cose più facili alla gente. Ha inventato questo piccolo gancio in modo che potesse alzarsi e abbassarsi. Indicò un pezzo di metallo arrugginito nel punto in cui la manovella si piegava. - A causa del tuo piccolo esperimento di oggi, non si muove più. E paralizzato. Rimase a guardarmi dall'alto, con le mani sui fian- chi ampi, aspettando che la forza delle sue parole si facesse strada nel mio cervello di sei anni.

- A me la manovella sembra tanto stanca, nonna. Credo che abbia bisogno di riposare, - risposi. Non era facile distogliere la nonna dal suo scopo. - Georgia, devi liberare la manovella. È la tua mis- sione di questo pomeriggio. Ti lascio una pompa, un mestolo e un secchio. - Indicò i vari oggetti, tutti ordinatamente appoggiati a terra vicino alla vasca.

- Sono i tuoi strumenti. Non importa di quanto tempo avrai bisogno. Hai capito? Devi liberare la manovella. Buona fortuna. - E uscì dalla stanza da bagno, chiudendosi la porta alle spalle. Mamma e Suki mi dissero quella notte, quando ero riuscita a finire il lavoro, che anche loro alla mia età avevano avuto la stessa lezione per aver gettato biglie e pezzi di carota nel gabinetto.

- È un rito di passaggio in casa nostra, tesoro, - mi confidò Suki. Non capii a quale passaggio si riferisse. Riuscivo a immaginare soltanto una galleria lunga, scura, stretta che dal gabinetto portava a una caverna segreta sca- vata sotto la casa. - Per la nonna il gancio ha un significato speciale, - mi spiegò mamma. - Per noi tutte in realtà. Ci dà la libertà di volare, di raggiungere i nostri obiettivi per- sonali.

- La chiamiamo la "rendita dello sciacquone", - ag- giunse Suki, e scoppiammo tutte a ridere.

In una casa piena di donne, è gradevole avere un posto in cui rifugiarsi. Un posto lontano dalle chiac- chiere. Io sono una che ama ascoltare. Osservare. Mi

trovo bene specialmente nella terrazza, a scrivere i miei sogni su un vecchio diario rilegato in cuoio che tengo nascosto sotto il divano, e a guardare dall'alto la vita che scorre sulla proprietà Hansen. Come mio padre, sono anch'io un po' scienziata. Guardo l'andiri- vieni delle donne della mia famiglia come fossero tante formichine indaffarate nella foresta tropicale. Dentro e fuori. Su e giù. E sempre a parlare. Di mattina salgo la scala, sollevo la botola, mi iner- pico sul nudo pavimento in legno della terrazza. E una stanza rotonda senza pareti, tutta finestre. A ogni finestra c'è una veneziana: quando c'è luce, il sole manda strisce di colore tenue sul vecchio divano di velluto rosso e lungo le assi del pavimento. Dall'alto della terrazza riesco a vedere fino a Ganison

e nella Hawthorne Valley. Nei giorni limpidi si vede a est la torre di controllo antincendio della Redborn Mountain. Al tramonto la luce si rifrange dallo sche-

letro d'argento sopra la centrale delle guardie forestali

e lo rende simile a un uomo alto, scarno che apre le braccia come per dire: "Io non saprei, e voi?''.

A nord ci sono soltanto prati e colline fino al fiume

Missisquoi. In autunno le oche polari vengono al fiume per riposarsi nel loro viaggio verso sud. Arri-

vano un giorno, in genere attorno al mio compleanno. Una formazione di corpi bianchi e argentei, simile a una schiera di angeli che ricopre il cielo sopra casa nostra.

A ovest c'è l'altura. È una roccia che scende a stra-

piombo per più di quattro metri in un profondo bur- rone. E di là che decolliamo. E il punto migliore per

prendere il vento. Per le principianti il decollo è in genere il momento più difficile. Può farti paura, se ci rifletti troppo. Ci vuole pratica, ma per me non è diffi- cile quanto l'atterraggio. Guardando l'altura, ripenso all'esercitazione di ieri notte con Eva. Come sempre, era buio, e io non potevo vedere il ciglio dell'altura. Dovevo sentire con i piedi nudi dove finiva l'erba e iniziava la roccia tagliente. Sto ancora esercitandomi, così Eva mi ha accompagnata nella corsa e mi ha tenuto la mano fin- ché non sono stata pronta a decollare. - Corri più in fretta che puoi, tesoro, per non pen- sare, - mi ha detto. Era necessario che mi si addensasse aria a suffi- cienza sotto lo stomaco e il petto perché, una volta arrivata al ciglio, potessi abbandonarmi tranquilla- mente alle correnti e lasciarmi catturare. Una volta preso il vento, il resto dipendeva da me. Sapevo di non poter volare più in alto di Eva e rima- nevo nei limiti che lei tracciava. Eva mi sta sempre al fianco: non potrei volarmene via neppure se volessi, e ogni tanto lo vorrei. A volte sogno di volare da sola nel cielo notturno. Di innalzarmi oltre le cime degli alberi. Senza nessuno a sorvegliarmi. Nessuno a dirmi dove posso andare o che cosa posso fare. Nessuna regola da seguire. Libera come un falco o uno spar- viero. Volare nella tenebra d'inchiostro dove l'aria è sottile e le stelle sembrano a portata di mano. Ci vestiamo di nero quando voliamo; se qualcuno ci awista sembriamo soltanto ombre contro il cielo, come un enorme pipistrello. Voliamo alto. A più di

tremila metri prima che la mancanza di ossigeno ci faccia venire gli accessi di riso, e più o meno a quat- tromila prima di dover rientrare. È un mito che chiun- que potrebbe volare sulla luna o vicino al sole. Non è

possibile superare il livello dell'ossigeno. C'è chi ha provato, ma è molto triste quando qualcuna vola troppo alto, quando non conosce i propri limiti. A volte non torna indietro o, se torna, non volerà mai più. Però, immagino benissimo come possa accadere. Come si possa dimenticare se stesse, quando si e sole, e volare sempre più in alto. Non esiste una sensazione

al mondo paragonabile a quella di abbandonarsi al

È come venire sollevate con

vento che ti innalza.

molta dolcezza. Quando voli da sola e cominci a innalzarti non hai nessuno vicino per dirti di smettere. Sei soltanto tu e l'oceano di aria che ti circonda. La terra sotto di te è cosi piccola, cosi priva di impor- tanza, che non vedi perché ci dovresti tornare. E a

questo punto devi ricordarti le parole di tua madre o

di tua zia, o di chiunque ti abbia insegnato a volare.

Devi ricordare il tuo dovere di tenere viva la tradi- zione. Devi seguire la prima regola del volo: tornare a casa prima dell'alba, sempre e senza eccezioni.

Le donne Hansen sono brave a non dare nell'occhio.

Se il cattivo tempo ci porta fuori rotta, atterriamo in un posto isolato. Nessuno sa che noi voliamo, ma ci sospettano di altre cose. Non siamo streghe, anche se alcuni dicono proprio così. Non abbiamo alcun potere

di lanciare incantesimi o di fare prodigi, tranne zia

Carmen che non ho mai incontrato. Suki dice che Car-

rnen è come una strega, ma non altrettanto prevedi- bile. Carmen è la mia terza zia, la maggiore delle sorelle di mia madre. Vive dall'altra parte del Paese, in una casa sull'oceano dove i venti sono molto forti. Nes- suno ne parla, tranne mamma, e anche lei ne parla soltanto di notte quando le altre sono a letto o fuori a volare. E ne parla in modo strano, sottovoce, come se fosse morta. Dice che agli occhi della nonna zia Car- rnen è dawero morta. Non so che cosa abbia fatto per essere stata bandita da casa. Immagino debba essere stata una cosa om- bile o forse niente di molto grave. Forse è stata cac- ciata dalla famiglia perché aveva dipinto la sua stanza del colore sbagliato. Chi può saperlo? E questo l'a- spetto più duro per chi deve piegarsi alle regole della nonna: non sai mai se o quando ti dirà di andartene. Ho chiesto molte volte a mamma di raccontarmi che cosa ha fatto Carmen, per essere sicura di non farlo mai. Ma lei dice soltanto: - Carmen non ha seguito le regole, Georgia. Non ci si può fidare di lei. Un giorno o l'altro si farà del male. Ma è andata via, e se non altro non potrà più fare del male a noi.

Mmmmam mii chlama perché scenda

dalla terrazza. È sabato e il sabato andiamo sempre in città a fare acquisti e a ritirare la posta. Prendiamo Beulah, la vecchia station wagon Volvo, dipinta di beige chiaro da un lato e di marrone dall'altro. Un nome del sud come Beulah le sta benissimo. Sembra davvero una di quelle profumate donne del sud: canticchia tra sé quando viaggia e si prenderà sempre cura di te. Siamo state colte una o due volte da una brutta tempesta di neve con Beulah e non abbiamo mai dubitato che ce ne avrebbe tirate fuori. Non ha quattro ruote motrici, né qualche altro conge- gno simile. Ha soltanto il peso giusto e una composta solennità. Parcheggiamo davanti all'ufficio postale e io vado a piedi al supermercato di Wally. Mamma non ha la

pazienza di fare la spesa, e così tocca sempre a me. Per prima cosa leggo il tabellone degli annunci. Una lunga asse bianca inchiodata sulla facciata del negozio piena

di buchi di puntine e di macchie di fango, fradicia d'ac-

qua per essere stata esposta a troppi lunghi invemi. Vi

si trovano notizie di feste degli alberi e di cene, di

appartamenti da affittare a Hawthome, di corsi di yoga.

Niente di tutto questo mi interessa. Io sono in cerca di un cavallo. Sono quattro anni che lo cerco. E vero: la nostra casa risuona sempre della presenza delle zie e di mia madre e della nonna, ma a volte in tutto questo ronzio di donne, comincio a sentirmi per- duta, come se fossi un'estranea. Mi sento quasi sem- pre di troppo, difficile da collocare. Troppo giovane per condividere i loro segreti, troppo grande per essere la loro bambina. Un cavallo sarebbe l'ideale per me. Prendo lezioni di equitazione sin da quando avevo sette anni alle Scuderie Barkley, a circa cinque chilo- metri da casa. Non è un posto elegante come le scude- ne a Ganison, ma alcuni cavalli sono molto buoni. Da cinque anni ormai cavalco un vecchio sauro di nome Mic, che ha un ottimo carattere e pochissimi denti. Lo guido su sentieri facili e passo gran parte del tempo a strigliarlo e a dargli l'avena. E molto affettuoso, ma io sono ormai pronta per un cavallo tutto mio. Purtroppo, alla nonna non piacciono i cavalli e dice che una ragazza della mia età dovrebbe impiegare in modo diverso il suo tempo. Io l'ho pregata, implorata e supplicata, ma inutilmente. Quando la nonna ha preso una decisione non c'è verso di farle cambiare idea. Non ha mai avuto alcuna esperienza con gli ani- mali. Non capisce che cosa significhi occuparsi di un cavallo o andargli in groppa. E diverso dal volo. Quando cavalco sono parte del cavallo. Mi piace por- tare fuori Mic al tramonto o all'inizio della primavera quando gli alberi cominciano a germogliare. Mi piace sentire la forza del suo corpo e mi piace il senso di libertà.

Ma non ho rinunciato del tutto alla speranza, anche se la nonna rifiuta di prendere in considerazione la mia richiesta. Ogni sabato guardo sempre il tabellone sulla facciata del negozio di Wally e mi metto a sognare. Oggi vengono offerti in vendita due capre e un lama.

Forse la settimana prossima

Quando ero bambina avevo paura di entrare da sola nel negozio di Wally. I reparti sono stipati fino al sof-

fitto di prodotti per la casa e cibo di ogni genere e non

c'è scaffale che abbia l'aria tanto solida da sopportare il

peso della merce. Temevo che uno di loro crollasse e mi

seppellisse sotto una montagna di detersivi, lascian- domi là sotto per sempre. Ora sono abbastanza grande

da sapere che se davvero crollasse qualcuno mi tire-

rebbe fuori. Prima o poi. Ventilatori mi pendono peri-

colosamente sopra la testa e dappertutto si sente odore

di fieno e di cibo per cani, e di pesce, anche se, a

quanto mi risulta, non si vende pesce da Wally. Tutti quelli che lavorano al negozio sono in qualche modo imparentati con Wally, che ormai ha quasi cent'anni e vive in una casa di riposo nel Nebraska. E stata la sola casa che lo ha accettato - è dispettoso come pochi. L'ho incontrato una volta quando avevo otto anni. Era in piedi accanto alla cassa e discuteva con un cliente il prezzo del maiale. Era un ometto tutto storto con un ciuffo di capelli bianchi che gli spuntava dalla testa come una spiga di grano. Portava una tuta di due taglie più grande sulla maglia e sulle

mutande lunghe. Alla fine della discussione si schiarì la voce, sputò a terra a pochi centimetri dai miei piedi,

mi guardò con aria minacciosa e se ne andò.

penso entrando.

Adesso il negozio lo dirige il nipote di Wally, un

uomo timido con una ispida barba grigia, e non l'ho mai visto sputare. Le nipoti di Wally stanno alle casse. Sono sulla sessantina. Mi sono detta spesso che mi piacerebbe lavorare da qualche parte, allontanarmi per poche ore ogni giorno dallo sguardo attento della nonna al termine della scuola, ma non ho mai pensato

di cercare un posto da Wally. Ci sono troppi bisnipoti

e parenti vari che aspettano il loro turno. La competi- zione mi atterrisce. Vado diretta al reparto gastronomia sul retro e ordino due etti e mezzo di prosciutto cotto e un etto di

formaggio svizzero più due panini. Tutti nella mia famiglia sono vegetariani. Le Hansen hanno rinun- ciato alla carne quando la bisnonna Isadora ha stabi- lito la sua dieta per il volo. Era convinta che la carne appesantisse, togliesse energia e contribuisse al rischio

di incidenti. E suggeriva di mangiare cibi sani e con

molta aria. Riso, fagioli, broccoli. Qualsiasi cosa cre-

sca in superficie. I vegetali con le radici sono tollerati ma non raccomandati. La mia famiglia pensa che anch'io sia vegetariana e

io non lo nego. Sono troppo ostinate perché si possa

discutere con loro. Mi preparo i due panini sul posto,

davanti alla signora Shroeder, che dirige il reparto gastronomia ed è una lontana cugina di Wally. E una donna grande, rotonda, con un seno enorme e non il minimo accenno di vita. Mi sorride mentre mi porto i panini al tavolo da picnic dietro il magazzino e li mangio lentamente. Compirò sedici anni il prossimo giovedi e non sono

mai uscita con un ragazzo. Certe volte penso che sia perché ho mangiato così poca carne rossa. Come può una ragazza avere un seno sviluppato se mangia sol- tanto tofu e fagioli? Zia Eva mi definisce alta, esile e snella come un giunco. - Hai proprio la struttura della ballerina classica, - dice con un sospiro di invidia. Ma io non voglio fare la ballerina. Voglio avere delle belle curve: se un ragazzo un giorno mi stringerà, dovrà avere qualcosa a cui aggrapparsi. Se mangio due panini al prosciutto ogni sabato per il resto della mia vita, forse crescerò con un bel seno forte e sodo, che riempirà i miei golfini; e zia Eva non sospirerà più di invidia per la mia figura esile come un giunco. Finito di mangiare, mi tolgo le briciole dal viso e ritorno nel negozio. Riempio il carrello con latte di soia, hamburger vegetali e alghe. Prendo dal banco frigorifero il pallido tofu e il tempeh, aggiungo due confezioni di palline di malto, e sorrido. Scelgo la cassa della signora Gunther perché non parla molto e raramente mi guarda con un'aria strana come le altre cassiere. Noi Hansen siamo un mistero a Hawthorne perché ce ne stiamo per conto nostro, e alcune per- sone si sentono disturbate dal mistero. Ma la signora Gunther si limita a chiedere come va la scuola e io posso rispondere tranquillamente: "Bene," e a lei basta. A essere sinceri, la scuola non va bene. Non sono proprio un disastro ma non sono neanche brillante. E difficile essere la sola allieva che vola in una classe di abitanti della Terra. Alcune mattine sono così stanca per aver volato durante la notte che a malapena riesco

a tenere aperti gli occhi. La signora Wrigley, l'infer- miera della scuola, è preoccupata. Mi hanno mandato da lei due volte in un mese perché mi sono addormen- tata sul banco.

- Lo sai, cara, che le ragazze della tua età hanno bisogno di dormire molto. Tu dormi abbastanza? Io allora vorrei spiegarle: "No, non dormo abba- stanza. Sono stata fuori tutta la notte a esercitarmi per il mio volo in solitario, in programma per la fine del mese, e l'altitudine mi ha chiuso l'orecchio destro". Naturalmente non lo faccio. Dico: - Oh, non si preoc- cupi per me, signora Wrigley, starò benissimo. Torno da Beulah con la spesa, vado all'ufficio postale e guardo dentro. Niente mamma. Guardo al bar e poi tomo da Wally, ma di lei non c'è traccia. Mi dirigo verso il parco e intravedo il.suo golf azzurro. È seduta su una panchina, e la testa arriva appena a sporgere dallo schienale. Mamma è la donna più piccola che io conosca. I polsi sono così esili che riuscivo a circondarli con le dita quando avevo cinque anni. La nonna dice che ha una costituzione delicata a causa della febbre. Da bambina ha avuto una febbre reumatica che le ha indebolito il cuore, così non è cresciuta bene. Le vado dietro zitta zitta. Lei ha la testa china, sta leggendo. Le batto sulla spalla. - Oh, Georgia! - sussulta. - Mi hai spaventato, tesoro. Ripiega in fretta nella borsa il foglio che aveva in mano.

- Che cos'è? Una lettera d'amore? - chiedo.

Lei mi respinge dandomi un colpetto. - No, no. naturalmente no. Come è andata la spesa? Hai trovato tutto? Prendo una pallina di malto dalla tasca e me la metto in bocca. Faccio cenno di si. - Posta interes- sante? - insisto. - Niente per me? Mi dà un opuscolo di Johnson Hardware con il buono d'ordine e un dépliant per un nuovo programma dima- grante alla Chiesa Unitaria. - Tutto qui? Mamma sorride. - Tutto qui. Perché, aspettavi qual- cosa di speciale?

- No, ma ci speravo, - rispondo. So che le ragazze della mia età ricevono lettere da ragazzi, ma non è questo in fondo che voglio. Aspetto che mi accada qualcosa. Qualcosa che arrivi per posta e cambi per sempre la mia vita. Mamma caccia un nutrito fascio di lettere nella borsa. - I1 resto è per tua nonna. E disgustoso quanta posta riceve ogni giorno la nonna. Lettere di avvocati e banchieri e agenti immo- biliari. Pacchi ufficiali urgenti e un sacco di altre cose. E ingiusto che una donna giovane e potenzialmente fiorente come me riceva soltanto dépliant e buoni d'ordine, e una donna di sessant'anni, che abita nel paese di Chissadove, Vennont, abbia tante lettere da poterci costruire una casa. Sospiro.

- Forse, sabato prossimo ci sarà qualcosa per te, - mi dice mamma per consolarmi. Ma so che il prossimo sabato ci sarà un altro nutrito fascio di lettere indiriz- zate a Myra Cooney Franklin Hansen, come è sempre accaduto.

Lungo la strada del ritorno, mamma rimane in silen- zio. Mi lascia guidare Beulah anche se io non ho ancora la patente. Dice che se una ragazza sa volare a un'altezza di quasi quattromila metri, può anche gui- dare una station wagon a meno di cinquanta chilome- tri all'ora, la velocità che non devo superare perché lei stia tranquilla. 11 sabato mattina è il solo momento in cui io e mamma rimaniamo sole. A volte, durante il ritorno a casa, provo una strana sensazione allo stomaco. Come un sussulto, l'incalzante sensazione che que- sta sia la mia sola possibilità di parlare davvero con mamma, di sentirmi vicina a lei; ma non so come farlo. Anche mamma prova lo stesso, perché mi fa sempre notare quanto le piacciono questi momenti, e si chiede se non sarebbe bello fare un picnic insieme nel pratone come un tempo, quando io ero bambina. Una volta ha messo una mano sulla mia e io l'ho quasi respinta. Non riesco a spiegare perché, non rie- sco proprio. Mi viene da pensare che se mi avvicinassi troppo a lei mi sentirei soffocare. Diventerei come lei, e io le voglio bene, ma non voglio diventare come lei. In conclusione, finisce quasi sempre che sediamo in silenzio o parliamo di banalità senza importanza tipo cosa prepariamo per cena, o non è stata breve que- st'anno la stagione delle foglie morte? Quando arri- viamo a casa, mamma mi aiuta a sistemare gli acqui- sti, poi scompare al piano di sopra e chiude la porta della sua stanza.

Tutti i sabato sera vado a cena dalla mia amica Alice. La sua casa è a breve distanza dalla mia. Per arrivarci devo superare due roulotte disastrate che appartengono a Seth Orkin e a suo fratello Armand. Veri abitanti del Vermont, considerano ancora la non- na una donna delle pianure, anche se è nata nella casa in cui viviamo e ci ha vissuto per tutti i suoi ses- santa anni. Ma, dal punto di vista di Armand, non si è un vero abitante del Vermont se non si è della terza o quarta generazione, come me. Nella stagione piovosa, Armand si offre a volte di liberare Beulah quando ri- mane presa nel fango, e Seth ci rivela dove trovare legna secca, ma, a parte questo, non ci frequentiamo. I1 loro cortile è disseminato di macchine in disuso e di strumenti da idraulico e tengono due feroci pastori tedeschi incatenati sul retro. Cammino in fretta quando passo di lì. Alice e sua madre Grace vivono, al contrario, in una casa fatata. È fatta di legno, con una torretta; dai vani delle porte pendono campanelle a vento e ci sono campanelle legate anche agli alberi del cortile. A Suki piace volare sopra casa loro quando la notte è ven- tosa. Dice che sembra di sentire gli accordi di un'or- chestra nei boschi. Grace è un'ostetrica. Quando Alice era bambina, passava molto tempo in casa nostra se la madre doveva stare fuori la notte per un parto notturno. E sembra che questi siano i soli parti di cui si sia mai dovuta occupare. Adesso Alice accompagna la madre. È molto esperta in fatto di anatomia femminile. Tutto quello che so l'ho imparato da loro. Sono due enciclo-

pedie in carne e ossa, ma molto più interessanti di un'enciclopedia vera. Quandoeravamo bambine, io e Alice giocavamo con le bambole incinte di Grace. Ogni bambola aveva una pancia di dimensioni diverse, in base alla settimana di gravidanza che doveva rappresentare. Grace se ne ser- viva per mostrare alle signore che cosa dovevano aspettarsi. Una volta abbiamo preso l'utero cucito a mano di Grace, versione imbottita dell'oggetto reale, per usarlo come casa delle bambole. Quando Grace scopri che era scomparso e che noi eravamo le colpe- voli, ce ne spiegò accuratamente la funzione. Ci disse come il bambino ci sta dentro e poi esce attraverso quella che sembra un'apertura molto piccola. Poi lo rimise a posto sullo scaffale più alto della libreria per evitare che lo macchiassimo di succo di arancia. - Gli uteri costano, ragazze. Questo per esempio costa ven- ticinque dollari. Alice dice che una sola cosa fa arrabbiare la madre:

non riuscire a trovare il suo utero quando una cliente viene per la prima volta. Non abbiamo mai giocato con le solite bambole tipo Barbie. Grace diceva che quelle bambole fanno sentire

a disagio le persone normali, come Alice perché non è

tutta pelle e ossa. Alice è molto graziosa, anche se la

gente non la pensa sempre così quando la vede per la prima volta a causa del suo peso. Alice dice che se

non sei fatta come una Barbie la gente non riesce a guardare più in la della tua carne. Ti vedono arrivare

e subito ti etichettano come "cicciona". Però non sem-

bra che la cosa la turbi molto. Tutte le donne della sua

famiglia sono grosse. - È così che Dio mi ha fatto, - dice. In casa di Alice c'è maggiore libertà. Posso parlare come voglio. Quando tutti attorno a te parlano di certi argomenti, è più facile esprimere i propri sentimenti. Non so bene perché. Forse perché hanno già nominato quello che non si dovrebbe mai nominare. A quel punto non ci sono più argomenti proibiti. Non ci sono tabù, né segreti inviolabili. Non è come a casa mia. La cosa buffa è che se dicessi ad Alice e Grace che qualche volta, quando la notte è limpida, volo sopra

la loro casa, non ne sarebbero sorprese. Probabil-

mente Grace direbbe: "Sai, Georgia, tesoro, l'ho sem- pre saputo che avevi dei talenti nascosti". Grace ha visto quasi tutto nella vita. Non è facile scandaliz- zarla. si intende che non posso parlare del volo, anche se vorrei tanto. Vorrei che ci fosse almeno una persona al mondo con cui poter essere me stessa. Grace è per metà indiana Abenaki e per metà irlan- dese. E alta, ha spalle ampie e mani forti, che hanno preso centinaia di bambini. Le pareti della cucina e dello studio sono tappezzate di fotografie di testoline nere o calve e di rosse faccette rugose. Ormai devono esserci più di quattrocento fotografie. Oltre a essere ostetrica, Grace è anche una gran

cuoca. Cucina piatti esotici di ogni genere, tutti a base

di carne. Prima pensavo che li facesse per me una

volta la settimana, ma Alice mi ha detto che lei e Grace mangiano così tutte le sere. Questa sera abbiamo pollo alla marocchina e cous cous, con pere al brandy per dessert. Carotine tagliate

-

in forma di ventaglio decorano il piatto. Vorrei che la nonna sentisse che meraviglia è la carne e cambiasse per una volta le sue regole. Ma sono felice di essere la sola a venire invitata da Alice. Dopo cena, Grace mi dà un libro dei sogni e un nuovo diario come regalo anticipato di compleanno. Alice e Grace hanno scritto i loro sogni per anni. Mi regalano sempre oggetti e libri sull'argomento. Quando avevo nove anni, facevo un sogno ricor- rente: un cavallo nero, selvaggio, mi girava attorno al galoppo. Aveva campanelle dorate legate alla criniera, e quanto più in fretta correva, tanto più forte suona- vano le campanelle. Io gli andavo dietro, fino ad avere le gambe molli per la fatica, e proprio quando gli arrivavo tanto vicino da afferrargli le redini, il cavallo esplodeva in una grande fiammata e non rimaneva altro che un mucchietto di cenere nera, in terra, davanti a me. Non so perché, ma raccontai il sogno a Grace, e lei era molto emozionata all'idea che io lo ricordassi nei dettagli. Mi fece scrivere tutto sul rovescio della pagina di uno dei suoi cataloghi di semi, e mi fece disegnare il cavallo, con le fiamme e il mucchio di cenere. Grace pensava che il mio sogno fosse importante. Pensa che tutti i sogni siano importanti. - Quando ti senti confusa o non sai che cosa fare, Georgia, - mi dice, - chiedi di avere un sogno prima di addormen- tarti e stai attenta al sogno che verrà. Da allora prendo nota dei miei sogni. Per incorag- giarmi, Grace mi regala un nuovo diario ogni sei mesi.

Metto il libro e il diario nello zainetto e cominciamo la prima di tre partite a Scarabeo. Alice le vince tutte, poi una delle sue pazienti telefona a Grace e io prendo le mie cose per andar- mene. Al telefono Grace dice a Katie Byron di respi- rare e rilassarsi e di assicurarsi che la madre vada a prendere gli altri bambini. - Non è il momento di preoccuparsi del mal di gola di John adesso. Pensi sol- tanto al bambino, - e appende il telefono. - E il terzo, - ci spiega. - Quindi è possibile che arrivi in fretta. Prende tutte le sue cose. Usciamo insieme. Freddo, odore di fumo di legna nell'aria, qualche stella. Grace non si offre di accom- pagnarmi a casa in macchina, perché sa che mi piace passeggiare di notte. E sicura che, come lei, io abbia del sangue indiano nelle vene. - Mi piace vedere una giovane donna che non ha paura della natura, - dice. Forse è sangue indiano, forse è soltanto perché sono abituata a stare fuori di notte fin da bambina, ma tor- nare a casa da sola la sera del sabato mi rende felice. Non mi importa di non vedere subito le cose con chia- rezza. Se le dai un po' di tempo, entra in gioco la tua visione notturna e le cose si mettono a fuoco da sole. Prendo il sentiero alla fine del viale di Grace che porta attraverso i boschi al pratone della nostra pro- prietà. Lassù c'è il cimitero di famiglia delle Hansen. Un appezzamento di un mezzo ettaro circondato da alberi di corniolo, con cinque pietre grigie che sbu- cano dal terreno come denti storti.

La memoria dei morti è una tradizione di famiglia antica quanto le prime Hansen che hanno volato. Quando la bisnonna Isadora comprò la proprietà nel 1928, come prima cosa destinò una parte del terreno al cimitero di famiglia. Voleva avere vicini tutti gli antenati, voleva circondarsi dell'eredità dei loro voli per non dimenticare la tradizione quando l'avrebbe trasmessa alle figlie. Isadora aveva fatto incidere pietre tombali per sua madre e sua nonna, anche se i corpi di Louisa e Gilda mancano all'appello. Louisa chiese di venir seppellita in mare, e Gilda morì durante un volo sul Labrador nel 1953, e le sue ossa potrebbero essere ovunque. Io non ho mai conosciuto la mia bisnonna, ma mia madre e le zie la conoscevano bene. Mi hanno raccon- tato spesso quanto fosse testarda e ostinata. Mamma dorme in quella che era la sua camera, al secondo piano. C'è un suo ritratto appeso sopra la scrivania. Una donna minuta, dall'aria severa, con i capelli rosso fuoco. Non so se Isadora abbia seppellito qualcosa sotto le pietre tombali di Louisa o Gilda. Se lo ha fatto, spero si trattasse di qualcosa di concreto come un dente o un ricciolo. Qualcosa che possa attirarle qui. Mi piace pensare che i loro spiriti passino di qua in notti chiare come questa, e si abbassino tanto sui pini da potermi scorgere. Accanto alle pietre di Louisa e di Gilda sorge la pietra di Charlotte Franklin Hansen, la sorella mag- giore della nonna. La nonna non parla mai di lei, e senza la pietra con il suo nome, non avrei mai saputo che è esistita. Eva mi ha raccontato la sua

storia un paio di anni fa. A lei l'aveva raccontata Isadora. Charlotte era la figlia preferita del bisnonno Harold. La portava con sé al fiume a pescare, o in città a com- prare stecche di liquerizia. Isadora dice che passavano ogni giorno insieme. Una mattina d'inverno Harold e Charlotte andarono a pattinare, e quando tornarono Harold era in collera. Isadora immaginò che Charlotte avesse incontrato un ragazzo sulla pista del ghiaccio e che Harold fosse geloso. Ma nessuno sapeva niente con certezza. Harold mandò Charlotte nella sua stanza e cominciò a bere e, quando beveva, Harold diventava attaccabrighe e cattivo. Prima di allora non si era mai arrabbiato con Charlotte, e lei si spaventò. Al crepu- scolo uscì segretamente dalla stanza; il tempo stava cambiando. Si innalzò dall'altura per fuggire da lui. Volò da sola in una tempesta di fine inverno e non tornò. Aveva dodici anni. Isadora avvolse in una coperta la nonna, che di anni allora ne aveva appena cinque, e uscì di casa. Lasciò tutte le luci accese e la stufa che ardeva. Portò la nonna da una vicina e andò in cerca della figlia maggiore. Volò tutta la notte ma non la trovò. Eva pensa che Isadora abbia seppellito sotto la pie- tra tombale i capelli di Charlotte bambina. Un ricciolo fulvo, ma non si sa perché Isadora non volle mai dirlo. Sulla pietra tombale di Charlotte sono incise le parole: PER COLEI CHE HA VOLATO TROPPO IN ALTO. PADRE MISERICORDIOSO ABBI PIETÀ. Accanto a Charlotte giace Isadora; poi, qualche metro più in là, isolata dalle altre, c'è la pietra tom-

bale di Harold. Sono i soli che siano veramente sepolti nel cimitero. Immagino che la nonna e la mamma e le

zie un giorno verranno seppellite lassù. C'è molto spa-

zio. Forse anch'io verrò seppellita la. La nonna, che pure segue tutte le tradizioni di fami- glia, questa non la rispetta. Non viene mai qui. 11 cimitero sarebbe invaso dalle erbacce se io non ci venissi ogni tanto e non strappassi via le più alte. In estate prendo margherite per ogni tomba. In questo periodo dell'anno tolgo le foglie. Non ho paura dei cimiteri. Quanto meno, non di piccoli appezzamenti

di terra nel Vermont in cui in realtà sono sepolti

pochissimi corpi. Qualche volta, se Eva non vuole volare e mamma e Suki sono occupate, io vengo qui e me ne sto con gli altri miei parenti. Sanno ascoltare benissimo. Quando torno a casa, sono accese soltanto una lam- pada nella camera di mamma e la lampadina da notte della nonna. I1 sabato cenano tutte presto e poi ognuna si dedica a quello che preferisce. Passando davanti alla stanza di mamma, sento le

voci delle zie. Sono riunite là. Non è una cosa incon- sueta. Le zie finiscono spesso per ritrovarsi in camera

di

mamma, sdraiate sul letto o distese sul pavimento

in

sacchi a pelo. Per loro e come un perenne ricevi-

mento notturno. Qualche volta mi invitano, ma in genere lascio che facciano le sorelline senza di me. Dalla voce di mamma capisco che, di qualsiasi cosa stiano parlando, non è una normale conversazione prima di addormentarsi. Sembra una cosa seria. Mi piacerebbe origliare, ma sono stanca, e inoltre tutte le

mie zie hanno la sventurata caratteristica di non saper tenere un segreto per più di ventiquattro ore. Sono certa che lo riveleranno prima del tramonto di domani. A volte, quando penso a tante zitelle sotto lo stesso tetto, mi sembra di sognare. Mi chiedo perché le zie non se ne siano mai andate per farsi la loro vita. O perché mamma non sia fuggita con mio padre quando ne aveva la possibilità. Bisogna aver coraggio per lasciare la sola casa che si è mai conosciuta. Tanto più quando c'è di mezzo un segreto importante come quello dei nostri voli notturni. E poi c'è la rendita dello sciacquone. Deve essere dura rinunciarvi. Perché chi se ne va deve rinunciare. I1 denaro è a disposizione soltanto di chi risiede nella proprietà Hansen. Se te ne vai, anche se poi ritorni, perdi ogni diritto. Le regole in proposito sono molto chiare. Non credo che io riuscirò a restare, costretta da regole stabilite da qualcun altro. Ho già deciso che cosa farò quando sarò pronta ad andarmene. Inven- terò un nuovo marchingegno. Non sarà poi tanto dif- ficile, no? Mi verrà qualche idea: biancheria che gal- leggia, matite commestibili che i bambini possono mordicchiare a scuola senza rischiare l'avvelenamento da piombo. Un'invenzione assolutamente priva di praticità che farà impazzire la nonna. Farò milioni con la mia trovata e libererò noi tutte dalla schiavitù dell'eredità familiare.

È domeni2ca mattina e mi sono sve-

gliata più tardi del solito per via del vento. Ha soffiato tutta la notte. Fedele al suo nome, Schizzetta, la mia gatta nera, ha continuato a schizzare per la stanza, rincorrendo le ombre dei rami degli alberi sulle pareti. I1 vento la confonde. Devo aver fatto almeno dieci sogni, quasi tutti popolati di oggetti volanti e di gente che non riusciva a parlare. Si limitavano a cantic- chiare e a fischiare e io non capivo nulla di quanto cercavano di dirmi. Più o meno ogni ora mi svegliava la porta del gra- naio che sbatteva. Immagino che nessun'altra debba aver dormito troppo bene, perché, quando arrivo in cucina, la trovo vuota e nell'asciugapiatti ci sono tre tazzine da caffè capovolte. Segno inequivocabile che mamma e le zie sono state in piedi quasi tutta la notte a parlare. L'orologio segna le undici. Guardo su per le scale verso il pianerottolo. La porta della nonna è chiusa. La domenica mattina Eva prepara cialde e cioccolata calda. Cialde di riso, per essere sinceri, e carrube tostate e latte di soia, ma è lo stesso un pasto speciale. È il solo pasto della settimana che consumiamo tutte

insieme. La domenica mattina mamma è libera dagli impegni in cucina, e spesso è quasi mezzogiorno prima che Eva si decida a sgusciare un uovo o a spre- mere un'arancia. Ho una tale fame oggi che non rie-

sco ad aspettare. Scenderò di nuovo più tardi e farò una seconda colazione quando saranno tutte riunite. Mi verso una tazza di cereali e metto due fette di pane

di farro nel tostapane. Faccio bollire l'acqua per il tè.

Ho un desiderio sfrenato di pancetta questa mattina,

ma si tratta di un sogno senza speranza. Nessun maiale

si è mai awicinato a una delle nostre pentole da

quando la bisnonna ha stabilito la dieta per chi vola. Porto al piano di sopra la magra colazione tenen- dola in equilibrio sul libro dei sogni, afferro Schiz-

zetta sotto il braccio, e mi dirigo alla terrazza. Prima lascio andare Schizzetta, poi, facendomelo scivolare sopra la testa, appoggio il libro sul pavimento senza far cadere una sola goccia di tè. E finalmente mi tiro su. Sistemo tutto sul tavolino vicino al divano. Una finestra è appena accostata e c'è un gran freddo. Vado per chiuderla e vedo che mamma e le zie sono vicine

al tavolo da picnic e alla corda per la biancheria. Non

è possibile che stiano ancora parlando, mi dico. È un vero record. Non le ho mai viste parlare tanto senza

mangiare. Deve trattarsi dawero di qualcosa di importante. Mamma ha l'aria stanca. Mi inginocchio sul pavi- mento, con il mento appoggiato al davanzale di legno, e spingo la finestra quel tanto che basta per sentire la sua voce. - Ne abbiamo parlato tutta la notte. Credo ci sia

ancora il tempo di mandare un'altra lettera per dirle di non venire. Eva sospira, si porta le mani ai fianchi. - Andiamo, Maeve. Tu la conosci meglio di noi. Pensi davvero che sarebbe utile? Quando vuole qualcosa, nessuno riesce a fermarla.

- Non posso permettere che venga qui, - dice mamma. - Che cosa dirò a Georgia?

- La verità, - interviene Suki. - Per amore del Cielo, Maeve, non è una bambina. Ha diritto di sapere.

Eva dice qualcosa, ma non riesco a sentirla.

È rico-

minciato il vento. A ovest si vedono nuvole di tempe- sta. Guardo le zie che camminano avanti e indietro. Suki si alza e si abbassa gli occhiali sul naso. Lo fa sempre quando è sconvolta. Poi le voci tacciono e tutte guardano il portico sul retro. Nel vano della porta c'è la nonna. I1 vento deve averla svegliata. - La colazione? - chiede. Le zie si affrettano a entrare lanciando un ultimo sguardo a mamma che rimane, lottando contro il vento con le mollette per i panni mentre ritira la bian- cheria. Da questa altezza, sembra ancora più piccola. La struttura delicata la fa apparire fragile, come se la prossima folata potesse portarsela via. Decido di rimanere di sopra. Questa mattina nessuna si accorgerà della mia mancanza. Sono troppo preoc- cupate. Le nuvole di tempesta si fanno più scure. A

nord il cielo è di un blu intenso, quasi nero. Le nuvole si muovono in fretta. In lontananza vedo larghe strisce di pioggia che pun- tano verso casa nostra. Spalanco la finestra, avvicino

una sedia e ci salgo sopra. Mi piace. Mi piace sentire il momento preciso in cui il temporale colpisce. Chiudo

gli

occhi e ascolto. La pioggia batte con violenza con-

tro

il granaio, il tetto del portico. La brezza mi getta

indietro i capelli. Trattengo il respiro. L'acqua gelida

mi sferza il viso e io grido.

- Carmen! - grido nel vento. Grido sempre la prima parola che mi viene in mente. Qualche volta è "paura"

o "cavalli" o

men dentro di me. È una strana sensazione, come un vortice nello stomaco, che provo sempre quando mamma e le zie parlano di lei. Come se fossi su una giostra che continua a girare. Rimango in piedi sulla sedia fino a diventare fradi- cia; poi chiudo la finestra, mi tolgo tutti i vestiti e mi awolgo nella vecchia trapunta sullo schienale del divano. Schizzetta mi guarda. Me la prendo in grembo e le accarezzo il mantello nero. Proprio mentre scivolo nel sonno, sento l'eco della voce di mamma che mi chiama per la colazione. Quando mi sveglio, la luce è bassa. Quasi svanita. Devono essere più o meno le cinque e mezza. Per il momento il temporale è finito. Mi tiro su a sedere, disturbando Schizzetta, che se ne rimane stupefatta sulle sue quattro zampette, e riflette per un attimo prima di acciambellarsi nell'angolo di un vecchio tap- peto vicino alla botola. Mi trascino fino alla finestra, al calduccio nella mia trapunta. Fuori tutto sa di fre- sco, lavato dal temporale. Guardo a occidente e seguo il pigro movimento di un uccello. Un falco, mi sem- bra. Forse lo stesso che ho visto volteggiare sul prato

"silenzio': Oggi sento la presenza di Car-

questa settimana. Ha la coda fulva. Viene verso di me. Più si awicina e meno sono certa che sia un uccello. Sembra piuttosto una delle mie zie, ma loro non vole- rebbero a quest'ora del giorno. A poco a poco riesco a distinguere lunghi capelli neri e il corpo esile di una donna. In una mano tiene qualcosa di grande. Sorvola due volte il pratone e subito plana nella radura ai piedi dei pini. I1 cuore comincia a battermi forte. Conosco una sola persona che volerebbe di giorno. Mi libero della tra- punta, apro la botola, scendo e corro nella mia stanza. Prendo a caso una maglietta e un paio di jeans, le calze rimaste sul letto. Scendo in fretta, silenziosa- mente, le scale e vado in cucina. In piedi davanti ai fornelli, mamma sta cucinando gli spaghetti. I1 grembiule che la nonna le ha regalato l'ultimo Natale è a pallini rossi. Sul disegno di una donna che ha le mani immerse fino al gomito nell'ac- qua saponata è stampato in nero: CAPOCUOCA E SCIACQUABOTTIGLIE. Eva dice che la nonna lo ha regalato a mamma per ricordarle il suo ruolo in fami- glia. Come se potesse dimenticarsene. Ma sono questi i regali che fa la nonna, quando ne fa. - Georgia, tesoro. Dove ti sei nascosta tutto il giorno? - chiede mamma, tenendo d'occhio la pentola che ha davanti. Non rispondo. Le vado vicino e la abbraccio. Odora di aglio. - Mamma, - sussurro, - è arrivata. - Chi, Georgia?- chiede cautamente. - Chi è ar- rivata?

- Lo sai, - ribatto. - Carmen. L'ho vista atterrare nella radura. Mamma guarda fisso il muro davanti a sé. - Mamma? - Aspetto che reagisca in qualche modo. Per un momento sembra sperduta, poi bruscamente si riprende.

- Aspettami nel capanno, - dice, togliendosi il grembiule. - Devo pensare a che cosa raccontare a tua nonna. Corre in tinello. Io vado fuori nel capanno e mi infilo il pesante golf blu e viola che Suki ha lavorato a maglia per Eva due anni fa. È rimasto tanto a lungo li dentro che odora di gerani appassiti e di muffa. Mam- ma mi raggiunge. Si mette una delle mie giacche. I nostri vestiti sono tutti intercambiabili. Prende la lan- tema dal gancio sul muro e la accende. Ci infiliamo gli stivali e usciamo. Saliamo la collinetta che porta alla radura. La luce della lanterna ci precede oscillando. Sento il respiro di mamma, un cane che abbaia giù nella valle. Rima- niamo in silenzio. Impieghiamo circa venti minuti per raggiungere la radura, un cerchio di erba appiattita circondato da pini. Sentiamo una voce di donna, che canta tra sé, piano ma in tono fermo. Mamma mi stringe il braccio.

- Georgia, non voglio che tu prenda sul serio niente di quel che potrà dire. E come una bambina. Si diverte

a giocare, a fare scherzi. Promettimi che non la ascol- terai. Prometti, Georgia.

- D'accordo, mamma, - dico. - Mi conosci. Non sto

a sentire il primo che capita, io.

Mamma sorride. Ormai è buio e io non la vedo, ma sento il suo sorriso. Allenta la stretta sul mio braccio. Entriamo nella radura. Vediamo una figura scura ran- nicchiata davanti a un piccolo fuoco. Subito si alza e si volta verso di noi.

- Ah, il comitato d'accoglienza. - Ride. - Maeve, sei tu? - Ci viene incontro e mamma alza la lanterna. - Sei sola, Maeve? Io mi faccio avanti nel cerchio di luce. Anche il viso di Carmen è illuminato e la vedo per la prima volta. Potrebbe essere la gemella di mamma, se mamma avesse la pelle più scura e avesse raggiunto una sta- tura normale. I suoi capelli sono lunghi e neri e non ha rughe attorno agli occhi. L'ombra della lanterna gioca con la sua pelle olivastra, rendendola ora bella, ora orribile. Carmen si avvicina e mi solleva il mento con la mano.

- È bella, Maeve, vero? Proprio come pensavamo. Mamma mi stringe alla vita. Non capisco di che cosa parlano, ma quella mano sul mento mi gela la pelle.

- Georgia, - dice Carmen, piano come pronunciasse il nome per la prima volta. - Ciao, Georgia. Sono tua zia Carmen. - Lo so, - rispondo. - Sono stata io a vederti atter- rare qui. Lei annuisce e mi toglie la mano dal mento, conti- nuando a guardarmi con attenzione. Poi si volta e torna verso il fuoco nella radura.

- Intendo volare fino a casa. - La voce viene dall'o- scurità. Una voce senza forma che parla all'aria. - Vuoi prendere la mia valigia?

Mamma non risponde.

- Ho le braccia stanche. Ho volato da questa mattina presto. Sopra Toronto c'era una pioggia gelida. Brutto. - Con un calcio butta un po' di polvere sul fuoco, soffo- cando le fiamme. - Lo hai detto alla vecchia signora che stavo venendo?

- No, - risponde mamma. - Lo sai come la pensa. Questa notte dovrai dormire nello studio.

- Oh, Maeve. Cerchi ancora di fermare le onde in tempesta. Certe cose non cambiano mai. Comincia a correre senza salutarci. Non deve correre a lungo prima di innalzarsi oltre i pini. Io mi avvicino al fuoco quasi spento, faccio per sollevare la valigia nera; mamma mi chiama.

- È tardi, Georgia. Lascia. Tornerà lei stessa a pren- derla domani. Porta la lanterna per piacere. Mamma non è come me, lei detesta tornare a casa con il buio. Non scorre sangue indiano nelle sue vene sottili. Arrivata al portico, scorgo una luce accesa nello stu- dio al secondo piano del granaio. Mamma è già entrata in cucina. Le zie e la nonna sono sedute a tavola. Io le guardo attraverso il vetro. La nonna rigida e seria, Eva che agita le mani attorno alla testa mentre parla, Suki che tamburella con le dita sul tovagliolo. E mamma davanti ai fornelli che si riempie silenziosamente il piatto di spaghetti. È uno spettacolo e io sono il pubblico. Non una di loro, no di certo. Soltanto una che si è trovata a pas- sare per caso accanto alla finestra in una sera d'au- tunno. E guarda. In momenti come questi mi sento

un'estranea. Lo sono sempre stata. Deve esserci da qualche parte un anello mancante che potrebbe colle- garmi a loro, chiudere il vuoto che c'e tra noi, se sol- tanto sapessi dove cercarlo. Apro la porta sul retro ed entro in punta di piedi nel calore della cucina, mi riempio un piatto. Muoio di fame. Non ho mangiato da quando ho fatto colazione. - Dico, era ora, - osserva Eva. - Stavamo per man- dare qualcuno a cercarti. La nonna guarda mamma con disapprovazione. - Davvero, Maeve. È già molto deplorevole che tu fossi fuori all'aria fredda della sera soltanto con una giacchetta indosso, ma Georgia deve fare il suo volo solitario la settimana prossima. Non possiamo per- mettere che si ammali. Mamma mi guarda, poi guarda la nonna. - Ave- vamo bisogno di stare un po' insieme da sole, tra madre e figlia, - dice quietamente. Eva e Suki la osservano, ma la nonna ha già affron- tato un altro argomento e parla di preparare il fieno per l'inverno. Credo che Carmen abbia avuto torto quando ha detto che le cose non cambiano mai. Ho la sensazione che stiano già cambiando.

E lunedì rnattSlnm e io sono in ritardo. Ho appena il tempo di infilarmi i pantaloni e la cami- cia e di prendere al volo una fetta di pane tostato prima che Grace suoni il clacson. Grace accompagna Alice e me a scuola mentre va in città. Lancio il mio zainetto sul sedile anteriore dell'Impala di Grace e sbatto forte la portiera dopo essermi seduta. Devi sbatterla forte per la ruggine. Oggi è un sollievo lasciare la casa. Sono felice di andare da qualche parte, fosse pure a scuola, invece di aspettare che la nonna e Carmen si incontrino. Grace e Alice parlano del parto di sabato notte, di come si è presentata la placenta. E la conversazione consueta del lunedì mattina. Dopo qualche tempo l'argomento cambia e si parla di cibo. Parti o cibo. Gli argomenti con Grace e Alice sono semplici e concreti. Nell'ora di inglese, la professoressa Browen ci dà da studiare in due settimane un libro di 360 pagine sulla storia dei Vittoriani, e mi restituisce il tema su Emily Bronte. Ho avuto C. Soltanto C. Sono delusa. Non per- ché a mamma importi dei voti. E neanche alla nonna. A loro importa molto di più che io non finisca tra gli alberi volando. Ma a me quel tema piaceva. Ci avevo

lavorato una settimana intera, e il risultato è una sola parola di commento: "VAGO" scritta in rosso a carat-

teri

significare? È vago tutto il tema o soltanto una parte? Le notizie sulla vita di Emily Bronte sono davvero piuttosto vaghe. Non si sa poi molto di lei, se non che ha scritto Cime tempestose. Gli ultimi anni della sua breve esistenza li ha trascorsi da reclusa. Penso che gli insegnanti vorrebbero la storia più emozionante di

come è in realtà. A loro non interessa sapere che Emily Bronte probabilmente passava i pomeriggi spolve- rando e cucinando. Vogliono intreccio, avventura. L'ora di spagnolo la cominciamo con dieci minuti di conversazione. Questa mattina ci rivolgiamo delle domande. Quando tocca a Carl Snyder lui chiede:

- iSe Georgia peina su pelo en las maiianas?

Divento rossa. Vorrei rispondere: "Sì, certo che mi pettino la mattina. Soltanta questa mattina non mi sono pettinata", ma non riesco a mettere insieme tutte in una volta tante parole spagnole. Carl è piccolo per la nostra classe. Ha un accenno di barba che gli cresce sul mento e porta spessi occhiali da lettura. Da fastidio senza farlo apposta, tutto quello che dice sembra un lamento o una piccola provoca- zione. Di solito mi limito a ignorarlo, sorrido, e vado avanti per i fatti miei, ma questa mattina strizzo gli

occhi e sussurro: - No me molesta ésta maiiana, Car-

10s. - "Non seccarmi questa mattina, Carl". Le ore trascorrono così. Cinque problemi sbagliati nel compito di matematica, nell'ora di arte il giudizio "incompleto" sul mio acquarello perché l'ho lasciato

cubitali lungo tutto il foglio. Che cosa dovrebbe

troppo vicino alle bocchette del riscaldamento e i bordi si sono bruciati. E come se non bastasse, av- viandomi a fare ginnastica ricordo di avere dimenti-

cato di indossare la calzamaglia. Alle dodici e mezza ho una gran voglia di andare a casa. Non mi sono portata il pranzo, così Alice mi offre la metà della sua insalata di salmone e formaggio Brie, e un bigné al cioccolato. Certe volte mi chiedo perché faccio lo sforzo di venire a scuola. L'unica materia che mi piace è inglese e anche in inglese sono "vaga''. Non mi sento a mio

casa mia. È difficile fare

agio a scuola e neanche a

amicizia con gente alla quale devi mentire. Qualcosa

di me potrei dirgliela, ma il resto dovrei inventarlo. In

un modo o in un altro, dovrei costruirmi una vita nor- male. Forse il solo posto in cui mi sento davvero bene è in cielo o in groppa a un cavallo, dove non c'è biso- gno di spiegare nulla. Torno a casa alle tre e vado direttamente in camera mia a pettinarmi. Per essere ottobre, la giornata è

calda, e io mi tolgo il golf a collo alto e mi metto una camicetta di flanella leggera. Apro la finestra. È una

di quelle grandi finestre all'antica, con trentadue pan-

nelli di vetro, del genere che ho visto nei film ambien- tati sulla Costa Azzurra. Mi è stato permesso di vivere in questa stanza soltanto quando ho compiuto sette anni, quella che la nonna aveva definito l'età della ragione. Prima diceva che ero troppo piccola per avere una stanza così grande, con una finestra da cui sarei potuta cadere rompendomi l'osso del collo. Ma

in realtà non sarebbe certo accaduto, perché sto molto

attenta e ho un equilibrio perfetto. E, naturalmente, perché so volare. Sento una voce sotto di me. È la nonna che urla verso il tetto del granaio. L'ho vista fare così in pas- sato, quando i piccioni lo avevano eletto a loro resi- denza. Avere piccioni nel granaio è uno dei più grandi timori della nonna. - I piccioni nel granaio sono come parenti insoppor- tabili. Rovinano la casa, si piazzano, e quando te ne vai in vacanza invitano conoscenti e amici ad abitare con loro. Non credo però che adesso stia gridando contro i piccioni, perché quando la voce della nonna tace un'altra voce le risponde. Mi sporgo quanto posso dalla finestra per vedere che cosa succede. Sul tetto del portico, proprio sotto lo studio, è seduta Carmen. Completamente nuda, prende il sole. Anche se la giornata è calda per essere in ottobre, mi viene freddo soltanto a guardarla.

- Stai a sentire, - le dice la nonna. - Vattene subito da questa proprietà o faccio venire lo sceriffo Stone a portarti via, con o senza vestiti. Hai capito?

- Per favore, - risponde Carmen. - Potresti abbas- sare la voce? Disturbi le mie meditazioni. - Agita la mano verso la nonna come se cercasse di cacciare via una mosca che le si è posata sul naso. - Cerca di stare calma e io più tardi troverò un momento per parlarti. Si sdraia su un pezzo di stoffa che deve aver stac- cato da una parete dello studio e si rimette gli occhiali da sole. Non ho mai sentito nessuno parlare così alla nonna.

Anche il ragazzo che porta i giornali ha paura di lei e

la chiama: "Signora Hansen, signora". La nonna

diventa rossa. Penso che potrebbe anche esplodere.

- Adesso chiamo lo sceriffo; - abbaia rivolta al tetto. Carmen si rimette a sedere, lasciando dove sono gli occhiali da sole.

- Dico, il Vermont è uno Stato libero, no? Ho il diritto di prendere il sole sulla mia proprieta, credo. - E qui che ti sbagli. Questa non è la tua proprieta. Carmen prende la borsa nera che le sta appoggiata

di fianco. Deve averla recuperata questa mattina, o

forse le ha soltanto fatto un piccolo incantesimo la

notte scorsa e la borsa è volata qui da sola. La apre, e

ci tuffa dentro la mano, che ne emerge tenendo una

grossa busta; Carmen la agita verso la nonna.

- C'è qualcosa che dobbiamo discutere noi due; per- ché non vuoi fare la brava vecchietta e parlare con me alle cinque del pomeriggio, nello studio? La nonna si volta e si dirige in casa con aria mar-

ziale, sbattendosi la porta alle spalle. Non so se ridere

o sentirmi imbarazzata per lei. Non riesco a credere

che Carmen abbia avuto la forza di mandarla via. Stu- pefacente. Mi chiedo dove siano Suki, Eva e mamma, quando mi sento chiamare. E Carmen. Si è voltata verso di me. Ero tanto interessata alla loro discussione che mi sono sporta quanto basterebbe per farmi cadere a capofitto, dando così ragione alla nonna. Prima di adesso non avevo mai visto nuda una donna dell'età di Carmen. Qualche volta ho visto di sfuggita mamma quando esce dalla doccia, ma Car- men è diversa. Ha seni pieni e sodi e ha il ventre piat-

to come il mio. Alta, ha muscoli forti, allenati da tanti anni di volo. La guardo fissa.

- Osservi sempre il mondo dall'alto o qualche volta scendi a controllare? Si infila dalla testa una camicetta.

- Quella vecchia signora è un pallone gonfiato. Non

so come riesci a sopportarla. Ma almeno non hai paura di.lei. Questo lo vedo. Non ti ha ancora tolto il tuo potere, vero? Certo, non ti ho mai veramente visto volare, ma immagino che tu ci riesca. Non come Maeve. Povera Maeve. Spero tu sappia cavartela meglio di lei. Smetto di guardarla, e mi sento il viso in fiamme. Un fiotto di rabbia mi sale in gola. Ne ho avuto abba- stanza per oggi. Questo è davvero troppo. E chi è poi Carmen? Un'estranea. Un'estranea e basta. Un'estra- nea che crede di sapere chi sono io e chi è mamma. Nel suo atteggiamento verso la nonna avrei ancora potuto trovare qualcosa di divertente, ma il modo in cui parla di mamma mi fa bruciare qualcosa nello sto- maco.

- Perché non te ne vai da dove sei venuta? - grido.

- Perché non te ne vai oggi? Qui nessuno ti vuole. Chiudo la finestra, la sbatto, e il vetro tintinna per il colpo. Faccio le scale a due a due, salto la veranda sul retro e corro fuori, via dalla casa, verso l'altura. Sono così arrabbiata che vorrei fare a pugni, rompere tutto. Corro senza nemmeno accorgermene, sono i piedi a portarmi. Veloce, sempre più veloce. Vedo l'altura che

mi viene incontro. Voglio fermarmi. So che dovrei fer-

marmi. Ci provo, ma i piedi non obbediscono. Sbatto contro uno spuntone di roccia e, senza volerlo, mi ritrovo per aria. Non mi tengo stretta a Eva. Non piombo nell'oscurità della notte, e vedo tutto. Gli alberi e le case e il cielo. Un cielo azzurro. Sono in volo tra il cielo e la terra e non in un buio vuoto senza fine. Dovrei tornare. Dovrei fare dietrofront subito e fin- gere che non sia successo niente, ma non riesco a pensare. Sono troppo arrabbiata. - Dannazione, Car- men! - urlo. - Maledetta te che mi hai costretto a questo.

Ma Carmen non e vicino a me e non mi ascolta. E

neanch'io riesco a sentirmi perché l'aria mi fischia nelle orecchie, e ho gli occhi abbagliati dalla bellezza del cielo. Continuo a volare. Cerco di non perdere il controllo, di concentrarmi sul respiro come mi ha insegnato Eva, di chiudere l'immagine di Carmen in una scatoletta in fondo al cervello, ma la rabbia continua a ribollirmi dentro, e io non glielo impedisco. Lascio che mi spinga in avanti.

Mi dirigo lungo la valle verso la piccola fattoria

rossa che ho visto tante volte dall'altura. Guardo il sole pomeridiano rifrangersi sul silo argenteo, trasfor-

mandolo in una torre scintillante. Vorrei avvicinarmi, ma non oso. E già un guaio che io stia spezzando le regole e che probabilmente non mi verrà mai per- messo di volare in solitario; non voglio anche essere vista. Forse dovrei continuare a volare e non tornare più. Dopo tutto, che cosa mi aspetta a casa per cui

valga la pena di tornare? La collera della nonna? La scuola? Carmen? I1 rischio di essere cacciata via? ~es~iroa fondo, mi libro più su nell'aria, e volo quanto più possibile lontano. Volo a sud sopra il campo di grano degli Hopkins, sopra le spighe fragranti e il loro cavallo Brandy. Ancora una volta ha saltato la siepe e sta brucando una zolla in cui l'erba è ancora alta e verde. Brandy è una vecchia cavalla, ma è in grado di superare qual- siasi ostacolo se dall'altra parte c'è qualcosa che vuole veramente. E il primo cavallo della mia vita. Bud Hopkins me la lasciava montare attorno alla stalla tutte le volte che mamma e io andavamo a comprare le uova. Prima di adesso non ho mai visto Brandy dal- l'alto. Sembra piccola. Le grido: - Salve, Brandy! - ma lei non mi sente. Non ha l'abitudine di guardare in alto. Gli animali in genere non ce l'hanno - e neanche gli esseri umani. Decido di non allontanarmi dalla campagna. Potrei creare un bel parapiglia se volassi sul villaggio di Hawthome a quest'ora del pomeriggio e qualcuno per caso dovesse alzare lo sguardo. Volo a sud in dire- zione delle isole, dove Eva non mi permette mai di andare. C'è un impianto idroelettrico sulla terraferma di fronte a St. Simon. Eva ha paura che io mi avvicini troppo, sa che sono curiosa e teme che venga folgo- rata dalle linee di alta tensione. Ma non desidero andare da quella parte. Io voglio vedere l'acqua. Ri- marrò su questo lato di St. Simon. Soffia un bel vento forte che mi spinge nella direzione giusta. Proprio sopra le acque del lago Champlain.

Più di diecimila anni fa, il lago Champlain era un mare interno collegato all'oceano Atlantico dal canale naturale di St. Lawrence. In quelle acque, a molti è capi- tato di imbattersi nello scheletro di una balena, e si mormora che nelle profondità viva ancora un mostro marino. Da quassù ha davvero un'aria profonda e misteriosa, quando le ombre delle nuvole lo attraver- sano. E delimitato dai grigi e freddi monti Adirondack che svettano a occidente. Le cime più alte sono spruz- zate di neve, come se portassero tanti cappellini bianchi. Dall'alto St. Simon sembra più piccola di come mi era apparsa l'estate scorsa qu.ando ci sono andata con mamma a raccogliere mirtilli. In estate, dalla terra- ferma, ci vuole un qiiarto d'ora di traghetto. In autunno non ci sono traghetti per St. Simon, quindi non c'è pericolo che mi vedano. Se anche fosse, mi scambierebbero per un gabbiano. Non è un brutto giorno per volare, quando si sorvola l'acqua, però, le correnti d'aria sono più forti e meno prevedibili. Cerco di dirigermi a nord, ma il vento si fa più violento e mi spinge verso sud. Correggo la rotta. Così definisce Eva la necessità di cambiare i propri piani a causa del tempo. Preparati ad aspettarti di tutto, Georgia. Non irrigi- dirti su certe regole del volo. Nel cielo le cose cam- biano da un momento all'altro. Allungo le braccia sui fianchi nel tentativo di prepa- rarmi alla discesa, ma nel giro di un minuto il vento mi spinge verso la terraferma. Non posso farci niente. Non posso battermi contro il vento, devo aspettare che cambi.

Sotto di me l'impianto idroelettrico è sempre più vicino, ma ho troppa paura per guardare giù. Devo

spingere al massimo e non scendere sotto le linee di alta tensione. Andarci vicino potrebbe essere letale.

Mi sento in bocca un ronzio leggero. Le otturazioni di

metallo dei denti si caricano di corrente. Suki mi ha detto che, se mai dovessi provare questa sensazione,

vuol dire che sono troppo vicina a una fonte di elet- tricità e devo allora volare alto, dritto a casa. Vedo la diga davanti a me. La paura mi afferra men-

tre

mi torna in mente l'immagine della pietra tombale

di

Charlotte. Una pietra fredda del colore della diga.

Charlotte volò da sola prima di ricevere l'iniziazione, e guarda che cosa le accadde. PER COLEI CHE HA VOLATO TROPPO IN ALTO. PADRE MISERICORDIOSO

ABBI PIETA. - Ti prego. Ti prego. Non come Charlotte! - urlo.

Se qualcuno mi avesse detto che avrei volato da sola

in pieno giorno sopra le acque del lago Champlain,

non ci avrei creduto. Proprio non l'avrei potuto immaginare questa mattina dove mi sarei trovata nel pomeriggio. Come Charlotte. Quella volta si era svegliata pen-

sando a una cosa soltanto. Pattinare. Pattinare con il padre. Si era vestita, lavata i denti e aveva salutato con un bacio Isadora senza pensarci troppo. Senza sapere che sarebbe stata l'ultima volta. Mi sento rab- brividire davanti alla casualità della vita. Sei in stato

di grazia, poi, all'improwiso, ti rompi un braccio o

precipiti in un crepaccio o vieni folgorata dall'alta

tensione.

Quassù questi pensieri mi riempiono soltanto di

paura, in cielo la paura e la nemica peggiore. Respiro a pieni polmoni e cerco di ricordare le parole di Eva.

La

primavera scorsa stavamo volando nel bel mezzo

di

una grandinata ed Eva mi ha detto: - Puoi non

sapere che cosa ti aspetta andando avanti, Georgia. I1 tempo potrebbe migliorare, o forse no. Ma non lasciarti mai inchiodare dalla paura. Devi sentirla la paura, lasciare che ti attraversi, e continuare a volare. Devi avere coraggio. Respiro a fondo e sento la paura che mi fa accappo- nare la pelle delle braccia e scivola via. Volo più in alto, e nel giro di un minuto il vento cambia e mi diventa favorevole, spingendomi a est, di nuovo sopra il lago. Volo verso casa. Mi ci vogliono circa dieci minuti per raggiungere l'altura. Mi avvicino da nord, dove è più difficile che qualcuno mi veda. Mi aspetto che tutta la famiglia sia là ad attendermi, ma non c'e nessuno in vista, e a questo punto non me ne importa più perché riesco a pensare soltanto che sono viva e che mi è stata data una seconda possibilità.

In questo periodo dell'anno il gra- naio profuma del fieno che il signor Gowen ci stipa per l'inverno. Non abbiamo bisogno di fieno. Non abbiamo animali da nutrire. Ma la nonna vuole che il fieno non manchi mai. I1 perché mi sfugge. La sola cosa a cui la nonna non ha pensato quando ha stabilito la regola "niente uomini" è stato come

muovere i trattori e .falciare i prati e riparare le tuba- ture in una casa affollata di donne artiste. Forse spe- rava che almeno una di noi avesse il pallino per la meccanica. In ogni caso, deve sempre assumere qual- cuno che si occupi dei lati pratici della vita. Impiega molto tempo a controllare e registrare la mano d'opera.

Lei la chiama "gente". Dice:

- Oppure: - È difficile trovare gente

disposta a venire qui. - Dov'è la mia gente oggi? - chiede freneticamente quando il signor Gowen, l'uomo tuttofare, o T.C. Pelman, l'idraulico, sono in ritardo per il taglio dell'erba o la fienagione o per uno qualsiasi dei mille lavoretti che la nonna ha preparato per ognuno della sua "gente". Conosco il signor Gowen da sempre. A dire il vero, il signor Gowen e T.C. Pelman sono i soli uomini della

- Ho brava gente che

lavora per me.

mia vita, a parte il mio insegnante di scienze, il pro- fessor Howard. I1 professor Howard potrebbe essere mio padre, ma non è accessibile come il signor Gowen. E sposato con quattro figli e vive in una grande casa a Garrison. Credo che anche così abbia già troppi impegni, troppe donne che pensano di occupare un posto speciale nella sua vita. Non gliene serve un'altra. I1 signor Gowen e diverso. Quando sto con lui, posso essere me stessa, e qualsiasi cosa dica o faccia sembra sempre contento. Sento Beulah che avanza lungo il viale. La nonna dedica tutti i lunedì pomeriggio a riordinare i libri per l'Associazione Storica di Hawthorne. Torna a casa sempre molto nervosa, lamentandosi perché le è venuto il torcicollo a forza di guardare in basso per tante ore nella cantina umida dell'Associazione. Mancano dieci minuti alle cinque. Devo nascon- dermi al solito posto se voglio ascoltare la conversa- zione tra Carmen e la nonna. Non ho visto Carmen dal mio ritorno. Sono andata dritta in camera e ho dormito una mezz'ora; ho fatto la doccia e ho acca- rezzato il mantello di Schizzetta fino a quando lei non si è stancata ed è scivolata sotto il letto. Sempre, quando sono preoccupata, mi metto a coccolare a lungo Schizzetta. Adesso sono preoccupata a causa di Carmen. Ho paura che mi abbia visto volare e che lo dica alla nonna. C'è un'asse del pavimento che si e spostata al secondo piano del granaio e apre una lunga fessura nel soffitto. Mi arrampico sui covoni di fieno, e con le mani cerco di trovare l'asse. La spingo, e sui capelli e

negli occhi mi cadono polvere e paglia. Se la nonna sapesse che l'asse viene via, chiederebbe al signor Gowen di ripararla; per questo non gliel'ho mai detto. La tengo bene accostata quando non la adopero come spioncino. Me ne sono accorta un giorno in cui aiu- tavo il signor Gowen a sistemare il fieno. Stavo in piedi e ho battuto la testa così forte contro l'asse che quella si è mossa. Da allora si è spostata sempre di più. Le assi di legno cominciano a invecchiare. I1 bisnonno aveva costruito lo studio verso la fine del secolo, era la stanz'a delle sue invenzioni. I1 Gan- cio Cooney è stato creato la. Si tratta della sola inven- zione che gli abbia fruttato denaro, anche se non credo che l'abbia inventata per questo. Ideare e costruire oggetti era quasi un bisogno fisico per lui. Ha inventato centinaia di congegni del tutto inutili, alcuni li ha finiti, altri giacciono in scatole al primo piano del granaio. Quello che preferisco è l'apriuovo:

un portauovo con un martellino fissato di lato con una molla. Se si tira il martellino con il dito e poi lo si lascia andare, il guscio dell'uovo nel portauovo si rompe. L'ho adoperato un paio di volte. Andrebbe per- fezionato, perché in genere l'uovo si spacca completa- mente e il liquido cola lungo il bordo. La nonna non nomina mai gli altri sforzi creativi del bisnonno. Non nomina mai niente che riguardi il padre, se non il Gancio Cooney, e a me questo atteg- giamento sembra piuttosto gretto. Mi appoggio a un covone e tiro fuori dalla tasca un pacchetto di palline di malto. E troppo buio per leg- gere gli ingredienti sull'etichetta, ma credo che non

abbiano alcun valore nutritivo, e questo mi fa molto piacere. Distinguo i piedi nudi di Carmen che camminano sul pavimento dello studio. Va al lavandino, accende una luce e si siede a tavola. Da qui vedo benissimo. Riesco

a vedere tutto tranne il suo braccio sinistro, che si

perde

lungo, affilato, con un naso aristocratico. È molto attraente, sensuale, direi, con l'aria di chi si sente a suo agio con se stessa. Mi chiedo se una persona che viola le regole abbia un aspetto che la distingue dagli altri, una linea particolarmente forte della mascella, uno sguardo sicuro come quello di Carmen. Mi chiedo se anch'io adesso ho un aspetto diverso. Se le assomi- gli0 di più. Se sono più come lei. Questa sera sembra dolce, meno strafottente, ma sempre imprevedibile. Non mi fido. Vorrei essere ancora arrabbiata con lei. Renderebbe le cose più facili. Cosa provo per lei è difficile dirlo.

So soltanto che sono felice di essere viva e in questo momento è una sensazione che vince su tutte le altre,

a parte il timore che lei faccia la spia. Mi piacerebbe

molto infrangere le regole della nonna, ma non voglio essere cacciata. Non voglio andarmene finché non sarò io a deciderlo. Mi sento un buco nella pancia al pensiero di non vedere più questa casa o mamma o Suki o Eva. Ho tanto da perdere. Quando ero piccola e mamma mi parlava dell'esilio inflitto a Carmen, mi chiedevo sempre che cosa avrei fatto, dove sarei andata, se avessi commesso un errore irreparabile. Anche allora non mi sembrava giusto che

nell'ombra. La guardo in viso. Ha un viso

la nonna avesse il controllo totale sulle nostre vite. E adesso sono qui. I1 mio futuro è nelle mani di una donna che in pratica non conosco. Carmen potrebbe anche aiutarmi a modo suo, ma so che ci metterebbe un secondo a distruggermi. I1 fatto è che è a cono- scenza del mio volo proibito. Carmen vuota un sacchetto di cuoio sul tavolo e ne cade una manciata di piccole pietre. Le volta e chiude gli occhi. Poi ne prende attentamente una, le dà un colpetto e la tiene nel palmo della mano.

- Pazienza, - dice, e sospira. Rune, credo si chia- mino rune. Grace ne ha un set, le conserva in una vecchia scatola di biscotti sul comodino. Ogni tanto le tira fuori e le lava nell'acquaio di cucina fino a farle diventare lucide e scure. A volte chiede ad Alice e a me di pensare a una domanda e di prendere una pietra dall'acqua. Io scelgo quasi sempre quella con la frec- cia. Segno di coraggio. Poco dopo le cinque sento i passi della nonna che salgono le scale fino allo studio. Carmen raccoglie le pietre e le rimette nel sacchetto. Io mi esercito a con- trollare il respiro. Respira, respira, trattieni. E una for- tuna che non sia allergica al fieno. Non c'è scambio di saluti quando la nonna entra nello studio. Lei è abilissima a raggelare gli altri con il silenzio. La vedo in viso, sembra di pietra. I1 corpo è rigido, indossa un grembiule grigio e scarpe comode. Carmen è vestita di seta nera e porta dei gioielli d'oro. Sento il tintinnio dei braccialetti che ha ai polsi. Scricchiolare di sedie sul pavimento.

- Voglio che tu guardi queste.

È la voce di Carmen. Rumore di fogli che vengono appoggiati sul tavolo. Silenzio. I fogli vengono spostati. Allungo il collo per mettere quanto più possibile l'orecchio vicino alla fes- sura dell'asse.

- Non capisco, non mi riguarda. La nonna ha una voce secca.

- E una copia del testamento, - spiega lentamente Carmen. - Ho fatto ricerche in vecchi archivi e ho scoperto che alla sua morte Isadora ha diviso in parti uguali la proprietà. A me ha lasciato il granaio, lo stu- dio e più di cinque ettari sulla collina orientale. So che tu non lo hai mai detto alle altre. La nonna spinge indietro la sedia e si alza. - Per questo sei tornata? Per distruggere le nostre vite? Non hai fatto già abbastanza danno l'ultima volta? Vedo la schiena di Carmen che si appoggia più comodamente alla sedia. - Dipende da quello che tu intendi per "danno". Mi sembra che non vi sia andata tanto male. Dopo tutto a voi è rimasta Georgia. A sentirle pronunciare il mio nome, rabbrividisco.

- Georgia non è affare tuo. Hai accettato l'accordo quando te ne sei andata.

- Non preoccuparti. Non sono, qui per lei. Sono venuta soltanto per l'iniziazione, come avevamo sta- bilito sedici anni fa. Lo so, tu speravi che dimenti- cassi. - Consegna qualcosa alla nonna. - Questo è il mio regalo di compleanno per Georgia. Le cedo la terra che è stata lasciata a me sulla collina orientale. Ho già fatto sistemare tutto dal mio legale a San Francisco.

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*!Jeiap!s

I1 masrtedi, dopo la scuola, lo passo con Suki. Tra le sue molte qualità, c'è anche quella di cucire benissimo. Ha dita abili come mamma e una grande pazienza. Suki mi aiuta a preparare il vestito per l'ini- ziazione. Tutte le donne Hansen conservano i loro vestiti riposti accuratamente in scatole di cartone. Vengono trattati con cura come si fa per gli abiti da sposa. Ho visto quelli di Eva e di Suki. Sono esotici. Tessuto nero decorato con belle perle di vetro e frange alle maniche o all'orlo, ma non sono fuori moda. Piuttosto bisognerebbe dire che vengono da un altro mondo. L'abito di Suki e a balze. Quattro strisce di nappine di seta nera ricoprono il davanti e l'abito è lungo appena sopra la caviglia. Quello di Eva e più semplice, più elegante. Gli abiti sono stati disegnati per essere belli e al tempo stesso comodi per il volo. Tutti e due hanno lunghi spacchi fino alla coscia per permettere le diverse manovre. L'inizianda si prepara da sola il vestito con l'aiuto della zia o della madre. Può metterci anche un anno per finirlo, ma deve farlo prima del suo sedicesimo compleanno. Io il mio l'ho quasi finito. La mia cerimonia di iniziazione comincerà con un

falò e una benedizione nella radura, al crepuscolo di giovedì. Volerò accompagnata fino all'altura e poi da sola fino al parco naturale del Missisquoi, circa otto chilometri a nord, e ritorno. Dormirò qualche ora nel parco per dimostrare che sono in grado di soprawi- vere nei boschi e anche per riposarmi prima del volo verso casa. Eva dice che è importante essere certe di riuscire a sopravvivere se mai dovesse capitare un atterraggio d'emergenza a causa del cattivo tempo. E poi all'inizio volare da soli richiede il doppio dell'e- nergia, perché oltre a volare si deve anche pilotare il proprio volo. E importante non stancarsi troppo e liberare la mente perché sia lucida all'occorrenza. Posso portare con me un sacco a pelo, fiammiferi e una candela. Niente altro. Quando mi riunirò alle altre, subito prima dell'alba, ci sarà una festa con cose buone da mangiare e musica. Dopo il primo volo in solitario, potrò volare da sola la notte con un minimo di controllo per sei mesi. Poi sarò libera di volare alla distanza e all'altitudine che voglio. Unico problema: la nonna potrebbe scoprire il mio volo di ieri pomeriggio. Se sapesse che ho volato da sola prima dell'iniziazione, verrei privata dei privilegi. Non ci sarebbe nessuna festa e mi chiederebbero di lasciare la famiglia. Anche se Camen non lo dice alla nonna, dovrò comunque affrontare la cerimonia e rispondere alla domanda: "Hai atteso fino al sedice- simo compleanno prima di volare sola nel cielo?". Come risponderò? Dirò una bugia per non perdere il favore della nonna? Per essere nutrita e vestita e ospi- tata? O dirò la verità?

Oggi Suki sta finendo l'orlo del mio vestito e io ricamo un cavallino sul davanti della fusciacca. Suki mi ha dato dei fili dorati, marrone e ruggine perché risaltino contro il nero del tessuto. Ho già ricamato il corpo e le zampe. Adesso sto lavorando alla testa. Suki dice che porta buono cucire un sogno o un desi- derio sull'abito dell'iniziazione.

- Sai, Georgia, questo sarà il giorno più importante della tua vita, la prima volta che voli da sola. Guardo la fusciacca che ho in grembo. Mi sento il viso in fiamme. Spero che non riesca a leggermi nel pensiero.

- Ricordo bene la mia iniziazione. I1 mio com- pleanno, lo sai, cade di giugno. I1 tempo era bello. Tua mamma mi ha aiutato per il vestito e mi ha pettinato i capelli in un nodo girato in alto. Portavo i lunghi orecchini di onice e argento della bisnonna. Avevo anche dei guanti neri, - ride. - Mi sentivo la donna più bella del mondo.

- Raccontami del gufo, - le dico. Voglio che Suki continui a parlare. Voglio sentire la sua voce calma che mi racconta delle storie per non dover pensare almeno per un po' a me. La storia del gufo è quella che preferisco.

- L'hai sentita tante volte, Georgia.

- No, per piacere, racconta.

- D'accordo, - si schiarisce la voce. - I1 gufo. Si concede un minuto per ricordare.

- Dunque, eravamo tutte nella radura per la cerimo- nia. Mamma, Eva, Maeve e tu, Georgia, a cantare attorno al falò. Te lo ricordi? - Faccio cenno di si.

Avevo otto anni allora e la cerimonia per Suki era per me un ricordo magico.

- La nonna pronunciò la benedizione e io cominciai ad allontanarmi. Quell'anno era stato deciso che non avrei volato con nessun'altra, ma avrei camminato da sola fino alla roccia. Maeve non aveva più volato da quando eri nata tu, Eva aveva un brutto raffreddore che le infiammava le orecchie e le toglieva il senso dell'equilibrio, e la nonna doveva rimanere per finire il rito. Adesso capisco perché è importante avere qual- cuno che vola o cammina con te fino all'altura: così puoi parlare invece di essere sola con la tua paura.

- Ero intimorita mentre mi incamminavo. Di colpo avevo paura del buio. Pensai: E se non ce la faccio? Fu soltanto un secondo. Però mi sentii turbata. E cam- minavo verso la roccia piena di dubbi.

- Mi voltai per tornare al falò e dire alla nonna che non ero ancora pronta. Camminai poco più di un metro quando un arruffare di piume venne dall'alto. Un grande gufo cornuto volò giù in picchiata da uno dei pini e atterrò ai miei piedi. Era grosso. Piegava avanti e indietro la testa e gli occhi gli scintillavano. Non faceva altro che starsene là. Lo scacciai con le mani, ma quello non volò via. Cercai di girargli attorno, ma il gufo si mosse per sbarrarmi la strada. Non voleva che tornassi indietro. Non voleva che cedessi alla paura. Per un secondo mi attraversò la mente il ricordo di Isadora mentre scolpiva il gufo in legno che sta sul tetto del granaio per spaventare i piccioni. Ci aveva lavorato ogni giorno per un mese intero. Rivedevo il suo viso e le mani mentre inta-

gliava le ali. Mi sembrava di sentire il suo odore e di ascoltare il suono del piccolo scalpello che tagliava via il legno dal blocco. Era una donna decisa. Dopo aver finito il lavoro, prese una delle scale dal granaio,

salì sul tetto e inchiodò il gufo alla base della vecchia banderuola. Se ne stava sulla scala vicino al suo gufo

e sorrideva, e nel ricordo mi sembrava che sorridesse

a me. Allora mi sentii invadere da una sensazione di

calma assoluta e seppi che tutto sarebbe andato bene. Mi voltai e camminai fino all'altura e il gufo volò di nuovo sugli alberi. Quella notte mi innalzai dritta dalla roccia come avevo sempre fatto quando mi alle- navo con la nonna. E da allora è sempre stato così. Restiamo qualche minuto in silenzio. L'immagine di Suki che si innalza dalla roccia è viva nella mia mente. Di colpo mi sento colpevole. Mi sento abban- donata. Forse non sarà la stessa cosa per me, perché l'ho già fatto. Forse sarò delusa dall'oscurità adesso che ho volato alla luce del giorno.

- Mi piace questa storia, - dico. - Sembra un sogno.

- E stato come un sogno, - sussurra Suki. Guardo la testa del cavallo che sto ricamando. Comincio ad avere dei crampi alle dita che stringono con tanta forza l'ago. Suki si curva verso di me e mi mette una mano sul ginocchio.

- Andrà tutto bene, Georgia. Non preoccuparti. Sarà il giorno più bello della tua vita. Presto avrai le tue storie da raccontare. Io annuisco. - Lo so. - Le sorrido appena. - Ormai è tempo di volare per me. Suki mi dice che ci vogliono ancora alcune ore di

lavoro per il vestito. Decidiamo di finirlo domani. Lei lo appende a un attaccapanni di seta, nell'armadio. Ora le giornate sono brevi. Sento già l'inverno. È una notte chiara, anche se fredda, e ho promesso di andare nella stanza di Eva prima di uscire a volare. Abbiamo ancora soltanto due notti per l'allenamento. Questa notte Eva mi porta al fiume, nel punto dove andrò in volo giovedì.

Mi fermo nella mia stanza e indosso un golf nero a

collo alto, cambio i jeans con pantaloni di velluto

nero e mi metto in testa un cappello nero lavorato a maglia.

La stanza di Eva è proprio in fondo al secondo

piano. Non ci vengo molto spesso perché è qui che Eva dipinge e non le piace essere disturbata. Prima dipingeva nello studio, ma dice che nella sua stanza la luce è migliore e può godere di una bella vista sulla valle. Busso piano. L'odore del suo profumo e dei colori a olio filtra dalla fessura sotto la porta e mi arriva alle narici.

- Entra, Georgia, - mi dice.

Apro la porta. La luce invade il corridoio.

Mi piace la stanza di Eva. È la stanza più bella della

casa. Non soltanto perché è grande e luminosa ma perché c'è la cupola. Una parete è tutta a finestre a balconcino che sporgono tra i rami di un acero gigan- tesco. Quando ero bambina e mamma mi leggeva la storia di Prezzemolina, immaginavo sempre che la torre di Prezzemolina fosse proprio come la stanza di Eva e che la nonna somigliasse tale e quale alla strega che ce la teneva rinchiusa.

La stanza di Eva è un'esplosione di colore. Questo mese le pareti sono dipinte in una tinta mandarino, con le rifiniture in verde avocado. Ci sono così tanti strati di pittura sulle sue pareti che la stanza sembra restringersi a ogni cambio di ispirazione. Eva dice che il color mandarino lo lascerà per un po' di tempo. È la sfumatura migliore che ha trovato finora. Ci sono tele più o meno finite allineate contro una parete. Eva ha coperto con un lenzuolo bianco la tela a cui sta lavo- rando. Non vuole che nessuno la guardi mentre dipinge. Pensa che porti male. - Riordino queste cose, tesoro, e vengo subito da te. Mentre Eva mette i pennelli a bagno in una vecchia lattina, io guardo i suoi quadri. Lei dipinge paesaggi, prati, granai, cielo. Rosso magenta, oro e indaco, con questa miscela dà l'idea del movimento. Sembra che i prati verdi e le montagne del Vermont siano in fiamme, awolti dal colore. - Eccomi, Georgia, sono pronta. Eva sospira. Le piace volare in primavera e in estate, ma quando comincia a fare freddo preferi- rebbe rimanere in casa a dipingere. Lo so che viene soltanto per me. Ha promesso, e lei mantiene sempre le promesse. A metà scala, dice che ha dimenticato di rimettere i tappi ai tubetti di colore e io rispondo che la aspetterò all'altura. Mentre mi awio incontro Carmen. Cammina verso casa, perduta nei suoi pensieri. Ho appena origliato una sua conversazione privata, e mi sento in imbaraz- zo. Mi chiedo se le sia permesso entrare, ma in fondo

non fa differenza. Cannen segue soltanto le proprie regole, quindi, come potrebbe infrangerne qualcuna?

- Bel volo, - dice. - Ieri pomeriggio. Ho ammirato la grazia. La guardo fissa, turbata nel sentirla parlare con tanta franchezza. Mi chiedo perché ancora non lo abbia rac- contato alla nonna. Gioca con me. Vuole provocami un'altra volta. Spingermi a un gesto ancora più ri- schioso. La collera esplode di nuovo, mi sale lungo le costole e preme come tante piccole dita ardenti, sem- pre più vicina alla gola, ma riesco a fermarla prima di uscirmene con le parole sbagliate. Parole che poi dovrei scontare. Fingo di non sapere di che cosa stia parlando. La guardo con aria innocente. C'è la possibi- lità che, se anche lo dicesse, nessuno le creda. Carmen guarda alle mie spalle. Sta arrivando Eva. Sento il tintinnio dei braccialetti che porta alla cavi- glia e sento il suo profumo. Lo ordina da un catalogo del Minnesota. Nella mia memoria il volo sarà sempre associato al profumo Paris Passion di Eva. - Cannen, - dice Eva con voce opaca. - Eva, - risponde Cannen. Avevo sempre pensato che a Eva e Suki Carmen interessasse ben poco, ma ora capisco che c'è tensione tra loro.

- Stavo giusto dicendo che Georgia deve volare con molta grazia, - osserva Carmen. - Sarà un dono di natura.

- Si, - Eva mi sorride. - E una brava allieva. - E bella anche, - aggiunge Cannen. Io la guardo stringendo gli occhi.

Eva mi dà un colpetto. - Di' grazie, Georgia, - mi incoraggia.

- Grazie, Georgia, - ripeto. Carmen ride.

- Mi piacerebbe volare con te un giorno, - mi dice. Sottolinea la parola giorno. Io guardo Eva, ma non sembra che sospetti nulla.

- Fai come vuoi, - rispondo.

- Sì, forse lo farò. Ma non questa notte. Questa notte sono occupata.

- Bene. Andiamo, Eva. Afferro la sua mano. Voglio allontanarmi da Carmen prima che parli di nuovo. Non mi fido di lei. Se non lo ha spifferato alla nonna non significa che non lo rac- conterebbe a Eva. Adesso capisco che cosa intende mamma quando dice che a Carmen piace giocare. Per lei siamo tante pedine di un gioco di scacchi. Torri e alfieri che può spostare e far cadere a seconda di come le gira. Forse Carmen vuole andare in casa per cercare mamma e raccontarle che ho infranto le regole. Mi vuole portare con se. Sì, deve essere così. E stanca di essere la sola pecora nera della famiglia e ha bisogno di compagnia. Forse aveva progettato tutto prima di venire. Probabilmente ha già la stanza pronta per me nella sua villetta vicino al mare. Bene, può scordar- selo, io non andrò con lei. Io andrò a vivere con Grace e Alice. Carmen mi sta fissando. - Ti sei persa nei tuoi pen- sieri? - chiede. Stringo con forza le labbra.

- Buona notte, Carmen, - dice Eva. - Buona notte, sorella, - risponde Carmen.

Questa notte Eva vuole che decolli senza tenerle la mano. Due notti fa avrei avuto paura, ma dopo il volo di ieri mi sento più fiduciosa. Accetto. - Ti senti pronta, tesoro? - Dovrò farlo giovedì notte. Mi farà bene allenarmi. - Così mi piace! - Eva sorride. - Adesso, ricorda bene. Vola di pancia, non di testa. Io ti starò accanto. Andiamo. Cominciamo tutte e due a correre. Fianco a fianco. Quando aniviamo al vuoto, io mi affido all'aria, leg- gera, proprio come ho fatto ieri. Eva lancia un piccolo grido, sarà l'emozione, e ho un sussulto. Nelle ultime sessioni di volo siamo sempre rimaste in silenzio. Vuole che io mi abitui a volare da sola. Niente domande, a meno che non si tratti di un'emergenza. Le risposte devo trovarle da sola. Capisco che questa notte Eva è soddisfatta della mia sicurezza. Rimane un poco indietro e mi osserva. Quando raggiungiamo i pini, volta verso destra, in direzione del fiume. La seguo. L'aria che mi sibila contro le guance è fredda. Fac- ciamo due volte il giro, e la seconda volta Eva indica un laghetto sotto di noi. Dovrò atterrarci giovedì. Questa notte no. È necessario che abbia delle sorprese quando sarò sola, che dia prova della mia abilità, ed Eva sa che l'atterraggio è il mio punto debole, il solo momento in cui comincio a pensare con la testa. Tendo la mano e stringo la sua, perché lei sappia che ho capito dove dovrò atterrare. Sono emozionata e felice al pensiero di volare da sola, ma sentirò la man- canza di Eva. Quando siamo in volo mi sento vicina a

lei come non mi accade quando siamo a casa. Su nel cielo, le cose sono un po' meno sicure. Ci appoggiamo l'una all'altra e questo avvicina. Non posso volare con mamma, certo, ma potrò ancora volare con Eva e Suki quando ne avrò voglia. Immagino che potrei volare con la nonna, anche se a questo non penso spesso. La nonna vola soltanto in rare occasioni, lo fa per tenersi in esercizio. Decolla in piena notte e torna a casa molto prima dell'alba. Sempre da sola. L'ho vista volare soltanto una volta. Avevo circa nove anni. Mi sono svegliata durante un temporale e lei volteggiava sopra la casa. I1 vento le spingeva indietro le maniche della camicetta nera e la rendeva simile a un uccello preistorico. Avevo paura che entrasse spaccando il vetro della mia finestra, che mi afferrasse con gli artigli e mi portasse via con sé, ma si limitò ad atterrare goffamente sul tavolo da picnic, si spazzolò la gonna e rientrò in casa. Eva vira e io la seguo. E il segnale del ritorno. Capi- sco dal modo in cui distoglie il viso dal vento che vuole tornare a dipingere.

Duirmnte la notte la temperatura è scesa di colpo, e il giardino è coperto da una brina gelata. Mi sembra stupefacente che sotto uno strato bianco i cavoli e i broccoli siano ancora vivi e abbiano conservato un bel colore verde e le zucche il loro vivido arancio, mentre accanto tutte le altre ver- dure sono marcite e scure. Questa mattina mi sono svegliata con un grandioso senso di libertà. Niente scuola. Oggi o domani, posso stare a casa per finirmi il vestito, aiutare negli ultimi preparativi per la mia iniziazione, e riposarmi, anche se la nonna non è molto soddisfatta all'idea del riposo. Prima di recarsi a Burlington a consultare il suo legale, ha scritto un lungo elenco di faccende che devo sbrigare e lo ha fissato al frigorifero. I1 primo compito è: PORTARE FUORI LA SPAZZATURA. Lo faccio tutte le mattine, dunque non è necessario ricordarmelo, ma alla nonna piace non lasciare nulla al caso. I1 cassonetto è vicino al campo dove si coltivano le zucche. Le mie scarpe di cuoio si coprono rapida- mente di fiocchi bianchi. E tempo di neve, ma que- st'anno non sono ancora pronta. Non voglio fare il volo in solitario durante una tempesta di neve. Volare

con la neve è più pericoloso che guidare. Rischi

grosso se perdi l'orientamento. Non c'è la luna a indi- carti la strada. Puoi volare troppo basso. Puoi awici- narti troppo a un silo o a un bosco di pini, oppure ai fili dell'elettricità.

I1 rumore di un camion lungo il viale mi risveglia

dai miei pensieri. Di rado abbiamo visite. Le sole per-

sone che frequentano la nostra casa sono gli operai che assume la nonna. Dal suono del motore, direi che si tratta del signor Gowen. 11 suo autocarro fa un discreto putt-putt come il motore di un Maggiolino Volkswagen.

I1 borbottio cresce e subito l'autocarro rosso del

signor Gowen sbuca da dietro il salice gigantesco alla curva della strada. Oggi ha portato anche il cane, Duke.

Duke è un vecchio bracco. Enorme. Dritto nel cassone dell'autocarro dove cerca di restare in equilibrio, è awolto in una giacca arancione fluorescente legata con uno spago. E la stagione della caccia, e nessun

cane è al sicuro, neanche qui. La nonna ha fatto pian- tare un cartello di divieto sulla nostra terra dieci anni fa, e il signor Gowen lo sostituisce ogni anno con uno nuovo. VIETATO CACCIARE O MEITERE TRAPPOLE SU QUESTO TERRENO. Pero non sembra che serva a molto. Intere generazioni hanno cacciato su questa terra prima che una Hansen la comprasse.

A cominciare da ottobre, i cacciatori camminano sul

limitare del prato. Parcheggiano i loro furgoncini in fondo alla strada. Ogni anno la nonna cerca di fer- marli spedendo il povero signor Gowen a parlare con loro. Scommetto che lui gli dice soltanto di tenersi a

distanza di sicurezza dalla casa o di tornare di sabato quando la vecchia signora non c'è. Sono contenta di fare il mio volo solitario prima che cominci la stagione della caccia. Di notte in cielo non

ci sono pericoli, ma dovrò dormire nel parco, e c'e il

rischio che qualche cacciatore di anatre anivi prima dell'alba. Proprio io che mangio panini al prosciutto, non dovrei giudicare i cacciatori, ma mi fa venire i brividi l'idea che si possa sparare a una creatura alata. Metto il secchi0 con la spazzatura sul portico e fac-

cio un cenno di saluto al signor Gowen.

- Dolce Georgia Brown! - grida riprendendo il titolo

di una vecchia canzone, e si sporge dal finestrino,

salutandomi con il lungo braccio scarno. Parcheggia l'autocarro e spegne il motore. Duke rimane fermo, fissandomi con il suo muso triste.

- Vieni qua e lasciati vedere, ragazza. - Io mi ami- cino. - Girati. Oh, ma che meraviglia. Mi vengono le lacrime ad ammirare una tale bellezza con questi miei occhi vecchi e stanchi. Gli occhi del signor Gowen sono grandi e scintillano e non sono per nulla stanchi. Rido e gli do piano un pugno sulla manica della camicia di flanella.

- C'e la brina sulle zucche, Georgia Brown.

- Lo so, signor Gowen, - dico accigliandomi.

- Che cosa c'e, tesoro? Non ti piace la neve? Non mi

dirai che stai diventando come gli abitanti delle pia- nure, vero? Quelli che volano in Florida alla vista del primo fiocco? Che se ne vanno a vivere come vecchi

pensionati?

- Forse, - dico. - Forse me ne andrò in volo a sud con

le oche uno di questi anni e non tornerò più a Chissa- dove nel Vennont.

- Sai, a pensarci bene non credo che tu sia tanto dolce. Ti chiamerò Dura Georgia Brown.

- Per me va benissimo. Scuote la testa e si passa uno stuzzicadenti tra i denti di sotto. - La vecchia signora è nei paraggi? - chiede abbassando la voce. Scende dall'autocarro, gira sul retro e fa uscire Duke.

- No, - rispondo. - Doveva andare a Burlington per affari.

- Bene. Bene. Perché ho notizie per te.

- Dawero? E quali?

- Mi dicono che Emmett Fogg ha un cavallo che non vuole tenere.

- E perché non lo vuole tenere? Cos'ha che non va? - chiedo.

- Calma, ragazza. Non metterti a cercare difetti dove non ce ne sono. Non c'è niente che non va. È una bel- lezza, l'ho visto. La scuderia di Emmett è troppo affol- lata. Non ha più posto. Forse te lo lascerà prendere per l'inverno. Qui nel granaio di spazio ce n'è. E di fieno di prima qualità non ne manca. Fogg non te lo dà se prima non si assicura che lo terrai bene.

- Posso vederlo? I1 signor Gowen si guarda attorno, sussurra. - E come la mettiamo con la scuola? Che cosa dirà la vec- chia signora?

- Non devo andare a scuola oggi e la nonna non dirà niente. Non è qui. Voglio soltanto guardarlo, signor Gowen. Per piacere, mi porta?

- Sì, tesoro, - ride. - Dopo che ho sistemato il can- cello. Prendo il secchi0 della spazzatura, rientro in casa, lo metto vicino all'acquaio e corro di sopra. La mia stanza è un vero caos. Riesco a scovare in fondo all'armadio dei jeans e un paio di stivali da equita- zione, calze, una camicia a scacchi. Tomo in cucina, acchiappo un cesto di dolcetti alle carote dalla men- sola, e mi precipito verso l'autocarro. Aspetto che il signor Gowen finisca. Lo so che non è venuto fin qui soltanto per aggiustare il cancello. In genere aspetta che la nonna abbia riunito una mezza dozzina di lavoretti, così li mette insieme e fa un viag- gio solo. E venuto per dirmi del cavallo. Sin da quando ero bambina il signor Gowen è sempre venuto a pren- dermi per portarmi a vedere i cavalli, rimpinzandomi di cioccolatini. Sono andata a tutte le fiere nella Mad River Valley grazie al signor Gowen, che mi accompagna fin là perché io possa sentire quell'odore particolare. Di cavalli e di fieno nuovo. Odore di natura e di libertà.

- Ha fatto in fretta,- dico mentre il signor Gowen si infila nel sedile accanto al mio. E un uomo alto, robu- sto, con la spina dorsale un po' curva, così la gamba destra è più corta della sinistra. Ha folti capelli brizzo- lati, lunghe basette scure e occhi azzurri dolcissimi.

- Lascio qui Duke fino al nostro ritorno. Curiosando nelle scuderie finirebbe col cacciarsi nei guai. - Si sporge a prendere uno dei pasticcini. - Ah, cibo per scoiattoli. - I1 signor Gowen dice che noi mangiamo come roditori, rosicchiando semi e noccioline. Dà un morso al pasticcino e mette in moto l'autocarro.

- Tua nonna mi chiama per lavoretti da niente. Tutte cose che potresti sbrigare tu o una delle tue belle zie. Osservo che non parla di mamma. Tutti sanno che mamma non è in grado di aggiustare niente o di solle- vare oggetti pesanti. Può cucinare, ma anche per que- sto devo aiutarla io a tirare giù le padelle di ferro da sopra la cucina economica.

- Lo sai qual è il guaio? Non ci sono uomini qua in giro. Non ci sono mai stati. Non capisco perché Myra, - si schiarisce la voce, - perché la vecchia signora non

ne prende nessuno.

Io scrollo le spalle. - E chi lo sa? Niente uomini. Niente cavalli. - Volto la testa e guardo i campi che corrono davanti al finestrino dell'autocarro. Scuri e aridi. In attesa che la coltre invernale arrivi a proteg- gerli. - E tutta di un pezzo la nonna, signor Gowen?

- Temo di sì, tesoro. Almeno da quando io la cono- sco. E tutta di un pezzo. Ho sempre pensato che c'en- trasse la tua bisnonna. Era una donna dura, irremovi-

bile. Dirigeva la casa come fosse una caserma. Imma- gino che il suo vecchio fosse troppo occupato per fare qualcosa a parte perdere tempo con le sue invenzioni strampalate, così tutto il lavoro ricadeva sulle sue spalle. Ma alla fine è stato lui ad avere la gloria. - Si interrompe come se avesse detto troppo. - Ormai non

mi riguarda più, tesoro. - Finisce il pasticcino, si puli-

sce la bocca sulla manica. - E allora, che cosa pensi di

farci con questo cavallo sempre che il signor Fogg decida di dartelo? Dove lo terrai? Nella tua stanza? Su nella terrazza?

- Lo so io, - rispondo. I1 signor Gowen si mette a canticchiare. Innesta la quarta e l'autocarro sussulta. - Mamma mia. Qui da voi ci vorrebbe un aiutante fisso.

La proprietà di Emmett Fogg è fuori dal villaggio di Gamson. Quaranta ettari di colline, pascoli, una fatto- ria e una scuderia che può ospitare dodici cavalli. Ci sono passata davanti una volta quando Eva e io siamo venute con i miei compagni dell'asilo a spremere il sidro a casa di Ralph Reimann. Ralph era il bambino più ricco della scuola. Quel giorno i suoi genitori ave- vano invitato tutta la classe a provare la nuova pressa per il sidro nel prato dietro casa. I Reimann vivono in una bella fattoria di mattoni con un portico che la cir- conda quasi tutta e piccoli sentieri lastricati che con- ducono a giardini nei boschi. Giardini con sorgenti e statue del Buddha o animali fantastici di marmo che contemplano il loro riflesso nell'acqua di piccole fon- tane. I genitori di Ralph sono artisti. La madre va a New York ogni due settimane in visita alle gallerie che espongono i suoi quadri. E una donna alta, esile, affa- scinante con un rigido caschetto di capelli che le incornicia il viso. Non è bella come sono abituata io a considerare bella una donna. E spigolosa e severa con i suoi pantaloni larghi e le casacche di seta. La si nota subito nel supermercato in fondo alla strada, con il rossetto intenso e quel profumo di colori a olio e di colonia da un sacco di dollari. I1 padre di Ralph, invece, è un uomo timido, goffo,

un po' calvo e tozzo. Con le camicie consumate e gli stivali da lavoro potrebbe sembrare un contadino del Vermont, finché non apre bocca. Ha un forte accento tedesco e balbetta appena. Fa lo scultore, scolpisce angeli, leoni, dee. Ho sempre pensato che Ralph abbia una gran for- tuna. Ha tutti e due i genitori e fanno un sacco di cose insieme. Quando era piccolo, non ho mai visto Ralph senza l'uno o l'altra. Non sembrava mai solo. Mai. Una volta l'ho detto a Eva e lei ha osservato: - Non si può mai sapere, Georgia, se la gente è sola o no. I Rei- mann sono una famiglia unita, ma lui può sentirsi solo lo stesso, qualche volta. Magari preferirebbe fare il cambio con te. - Non credo. Forse era per il modo in cui la signora Reimann prendeva sempre in braccio Ralph come se fosse la cosa più incantevole che avesse mai visto, o perché il signor Reimann dava la mano alla moglie in pubblico, ma sembrava che stessero proprio bene insieme. Era un gelido giorno d'ottobre quello in cui io e Eva andammo dai Reimann. Eva indossava un abito di seta e sandali di cuoio che si bagnarono tutti con la rugiada. Lei ci stava malissimo. Lo capivo dal modo in cui serrava le labbra. Nella pioggia i capelli comincia- rono ad arricciarsi e lei detesta che i capelli le diven- tino ricci. Fa qualsiasi cosa per evitarlo; arriva ad avvolgersi per tutta la notte la testa in stracci imbe- vuti di olio d'oliva. Ma quel giorno non poteva farci molto. Credevo che Eva si fosse messa così elegante sol-

tanto per accompagnarmi alla mia prima festa. Adesso so che lo aveva fatto perché voleva l'opi- nione della signora Reimann sui suoi quadri. Aveva pensato che quella fosse l'occasione giusta per in- contrarla e aveva caricato Beulah con otto tele. Ma non arrivarono mai a parlare di arte, perché l'indice di Ralph si incastrò nella pressa per il sidro e lui fu accompagnato d'urgenza al Pronto Soccorso di Bur- lington. Finì che noi rimanemmo la con la signora Johnson, la nostra maestra d'asilo, che passò un'ora a spiegarci come possano essere pericolose le presse per il sidro. Dalla strada non riesco a vedere la casa dei Rei- mann. Come quasi tutte le case in questa zona di Gar- rison, è nascosta tra gli alberi in fondo a un lungo viale. I1 signor Gowen ha sintonizzato la radio sulla sta- zione di musica country. Tammy Wynette sta stra- ziando una canzone.

- Come fa a sopportare questa musica, signor Gowen? - gli chiedo.

- Mi piace, tesoro. La musica country è la sola in cui si perdono l'innamorata, il cane, la casa e la mac- china tutto in una sola canzone. Al confronto, la mia vita non mi sembra poi così dura. Ma tu non puoi capire. Sei ancora troppo giovane per avere una vita dura. Io alzo gli occhi al cielo. - E quello che pensa lei, - dico. I1 signor Gowen sorride. Sorride molto. Anche se gli mancano tre denti davanti. Continua a spalancare la

bocca senza problemi. È uno dei suoi aspetti che lo rendono più caro. Entriamo nel vialone delle Scuderie Fogg e fer- miamo la macchina nel grande parcheggio a ferro di cavallo. - Bene, Dura Georgia, andiamo in missione. Emmett Fogg è in piedi davanti all'ingresso delle

scuderie. Sembra stupito di vederci, come se aspet- tasse qualcun altro. Tiene le braccia incrociate sul

petto largo.

È alto e autorevole, scuro. Fa un cenno di

saluto mentre noi ci awiciniamo. - Gowen, - dice. I1 signor Gowen, colpito da un improwiso attacco di timidezza, fissa gli occhi a terra. - Questa è la ragazza, - borbotta. Io lo guardo, scandalizzata. "Questa è la ragazza"? Sembra che chieda al signor Fogg di controllare se e di decidere se c'è posto per me in uno dei suoi box. questo il modo di presentami al proprie- tario di un cavallo che io desidero con tutta l'anima?" chiedo fra me e me al signor Gowen. Mi faccio avanti e tendo la mano. - Sono Georgia Hansen. Emmett Fogg non prende la mano che gli offro. Mi guarda come se non esistessi e si volta verso le scude- rie. - I1 cavallo è la, - dice e si allontana. - Entrate pure, date un'occhiata. Io devo fare una telefonata. È nel quarto box a destra. - Tipo cordiale, vero? - mi sussurra il signor Gowen. Io lo guardo. Non gli ho ancora perdonato quella patetica presentazione. Entriamo. La scuderia è bella, con una grande stanza per i finimenti. Guardo le selle e le briglie ordinata-

sono sana

mente appese al muro mentre il signor Gowen cerca il box. - Di qua, Georgia Brown. I1 nome RUGGINE è stampato a lettere maiuscole su una scheda fermata da una puntina da disegno. Vedo che tutti gli altri cavalli hanno belle targhe di bronzo con il nome affisse sulla facciata del box. Si capisce che Ruggine non è mai stato destinato a un lungo soggiorno nelle Scuderie Fogg. 11 cavallo sporge la testa dal box. Una testa grande, dolce, elegante. Noto subito che non è affatto color ruggine, come dice il suo nome. Chi lo ha chiamato così non lo ha mai visto prima. E piuttosto di un color noce intenso. Come una di quelle vecchie fotografie color seppia. Guardo il signor Gowen.

- Che cosa ti avevo detto? Non è una bellezza? - Tira fuori una carota dalla tasca. Lo sapeva che un cavallo cosi non me lo sarei lasciato scappare. Era cosi sicuro che si era riempito le tasche di carote. Emmett Fogg entra. In mano stringe un telefonino cellulare. Mi sta dietro.

- Pensi di poterlo cavalcare? Gowen mi dice che te la cavi bene in sella. E che hai un posto dove tenerlo. Un bel granaio asciutto? Io faccio cenno di si.

- Ti posso dare cibo soltanto per un mese. Al resto devi pensarci tu. A primavera puoi riportarlo qui o possiamo contrattare un prezzo. Mi arriva una giu- menta dal Tennessee la settimana prossima perciò devo saperlo presto.

- Sì, - dico quasi senza riflettere. - Sì, lo prendo,

signor Fogg. Lo prendo questo fine settimana. Starà bene con me. - Non vuoi rifletterci un po', tesoro? - mi chiede il signor Gowen, preoccupato. - Parlarne prima con qualcuno a casa? - No. A nome della mia famiglia, siamo lieti di pren- dere Seppia, - perché è questo il nome che ho.deciso di dargli.

Quellia notte, andando al granaio,

sento una formazione di oche che vola alta. Ogni volta che passa uno stormo, alzo la testa o corro a una finestra e mi sporgo fuori per sentirne il richiamo. Sono attratta dal loro volo verso sud e dalle loro grida, anche se mi accontento di guardare la V che tracciano nel cielo prima di sparire oltre i pini. C'è qualcosa di triste nel richiamo delle oche, anche se lo so che è il loro modo di indicare la direzione. Magari quello che si dicono non è affatto triste, solo che non capisco il loro linguaggio. Una volta ho letto un articolo su un giornale: par- lava di un'oca che si era ferita a un'ala mentre volava durante una tempesta di ghiaccio. Cadde in un terreno acquitrinoso e altre tre oche atterrarono insieme a lei e rimasero finché l'oca ferita non poté riprendere il volo. Le quattro oche trovarono una specie di fortino di paglia e rametti costruito da certi ragazzini l'estate precedente. Vissero là per una settimana, tenendosi caldo a vicenda fino a quando un fattore le trovò e le portò nel suo granaio. In primavera volarono via in quattro direzioni diverse. I1 giornalista ipotizzava che forse ne avessero avuto abbastanza di farsi compa-

gnia, ma io penso che semplicemente sapessero che era venuto il momento di separarsi. Dallo studio filtra la luce. Deve esserci Carmen. Mi sono tenuta lontano dal granaio da quando l'ho sen- tita discutere con la nonna. Questa sera Suki mi ha mandato in missione a esplorare il baule della bisnonna. Non lo avevo mai aperto prima. Cerco delle paillettes. Suki mi ha detto che c'è una bottiglietta di paillettes e di perle quasi in cima. I1 baule è troppo grande, portarlo in casa non è pos- sibile, così se ne sta qui coperto di vecchie tappezze- rie, soffocato dalla polvere. Non c'è luce in questa parte del granaio e io uso la torcia elettrica di Eva, quella che si fissa alla testa. Da un po' di tempo non vengo qui. I1 signor Gowen ha ammucchiato sedie rotte davanti al baule per fare spazio al fieno. Le spingo da parte, ne scelgo una senza gambe e mi siedo. Tolgo la polvere dal lucchetto e sollevo il coperchio. Un odore di muffa e di legno umido mi stordisce. Non ho mai conosciuto la mia bisnonna, ma la vista della biancheria piegata tanto accuratamente, dei fiori pressati tra lastre di vetro mi stringe alla gola con una sensazione che assomiglia alla malinconia. Suki ha detto che nell'angolo a destra sotto le foto- grafie del bisnonno avrei trovato la bottiglietta con le perle e le paillettes. Non la cerco subito. Tiro fuori un ritaglio ingiallito di giornale.

HAROLDESMIT COONEYDIVENTAMEMBRO DELL'ACCADEMIADEGLI INVENTORI. A WASHINGTON,D.C., LA CERIMONIA.

Una piccola fotografia sgranata del bisnonno accompagna il titolo. Un uomo alto, scarno, con pesanti sopracciglia scure, indossa un abito grigio e un berretto di tweed. Gli guardo gli occhi, cercando una somiglianza con qualcuno che conosco. Direi che potrebbe essere un incrocio tra Lincoln e Jimmy Stewart. Mi sembra strano che la fotografia non sia incorniciata in oro e appesa al muro nella stanza da bagno. Metto da parte il ritaglio, mangiato dal tempo, e provo un paio di lunghi guanti beige da sera, di quelli che un tempo le signore portavano ai balli. Mi vanno un po' stretti. Prendo una scatola di vecchi gemelli da polso, spille, bottoni, orecchini di strass a clip. Apro un piccolo scrigno di velluto rosso con un orologio d'oro. Quando sollevo l'orologio, anche il tessuto di cui è foderato lo scrigno viene via. Sotto, incastrato in un angolo, c'è un bigliettino ripiegato molte volte. Lo spiego. Un altro ritaglio di giornale.

Harold Esmit Cooney di County Road, Hawthome, è stato arrestato in casa sua sabato sera in seguito alla querela sporta dalla signora Esther Hodge, una vicina degli Hansen. Successivamente rilasciato, è stato affidato alla tutela della moglie, Isadora Coo- ney Hansen.

I1 resto del ritaglio è stato strappato. La data è quella del 25 febbraio 1943. I1 giorno in cui è scomparsa Charlotte. Ho sentito dire da Eva che quando scoprì che Charlotte era scomparsa durante il temporale, Harold cominciò a urlare il suo nome al vento e, un

po' per il dolore, un po' perché era ubriaco, diede quasi fuoco al granaio. Venne arrestato per aver tur- bato la quiete pubblica. Ripiego il ritaglio e lo rimetto sotto la fodera del piccolo scrigno di velluto. In questo preciso momento mi ritrovo in mano una bottiglietta di paillettes e perle come per dire: "Adesso basta. Non devi cercare ancora". Sento dei passi sopra la testa. Mi metto la bottiglietta in tasca e chiudo il baule. Si sentono passi diversi. Ascolto. Le voci sono soffocate. Non è la nonna, la riconoscerei. Se così fosse, lo capirei. La sua voce profonda si distingue nettamente dalle voci delle zie. Mi avvicino rapida e in silenzio ai covoni di fieno, mi arrampico su quello sotto l'asse rotta, la spingo e giro la lampada che porto in testa. Non riesco a credere che sto facendo una cosa simile dopo l'ultima volta, ma le vecchie abitudini sono dure a morire. E mamma. Vedo il tacco della sua scarpa sul pavimento.

- Non posso fermarmi molto, Carmen. Ho la cena nel forno, - dice.

- Siediti, per piacere, Maeve. - Mamma si siede. La voce di Carmen è stanca, dolce. - I1 compleanno di Georgia è domani, e dopo me ne andrò. Non avrò altre occasioni di parlarti prima di allora, con tutti i preparativi. Ascoltami, Maeve. So di non poter cam- biare le cose qui. Lo vorrei tanto, credimi. Ma questa è la vita che vi siete scelta, e vi sono grata per Georgia. È una ragazza forte. Non mi preoccupo per lei. - La voce si fa più dolce. - Chi volerà con Georgia domani? Eva? Suki? Silenzio.

- Non lo so ancora, - le risponde mamma con voce incerta.

- Dannazione, Maeve. Quando lo saprai? È la tua ultima occasione per riprendere il tuo posto. Una volta eri quella che volava meglio in famiglia, e adesso nostra madre ti ha convinta che sei troppo fra- gile. Lo sei davvero? Troppo fragile per volare con tua figlia il giorno del suo compleanno?

- Mia figlia? - ripete mamma.

- Sì. Io non posso farlo, Maeve. Devi farlo tu. Pro- mettimi che volerai con lei. Sento che mamma si agita sulla sedia.

- Non è semplice come credi, Carmen. Non sai che cosa vuol dire vivere qui.

- E invece sì, - ribatte Carmen. - Vedo tutto con molta chiarezza.

- È nostra madre che mi mantiene. Come avrei potuto allevare Georgia da sola? Insegnarle tutto quello. che doveva sapere? Non posso concedermi come te il lusso di ribellarmi alla mamma. Tu non hai niente da perdere.

- Lo so. Ho già perso tutto. Silenzio.

- Maeve, tu hai il potere qui. Più di quanto tu immagini. Se soltanto riuscissi a capirlo. Riprenditelo. Fallo almeno per Georgia. La porta del granaio si apre. Loro tacciono. Io mi nascondo nel covone di fieno. Intanto si materializza la nonna.

- Maeve! - chiama. Mamma non risponde. - Maeve, in cucina le pentole bollono troppo forte.

La voce della nonna ha un timbro acuto e seccato. Rimane la per un momento, poi la porta del granaio si richiude. Io tiro il fiato. Di sopra si sentono spostare le seggiole.

- Si vede che non e capace di abbassare il fuoco da sola, - osserva Carmen. Mamma fa una risatina nervosa. - Devo andare adesso, - dice.

- Tieni, questa è per te. - Carmen si volta, prende una busta bianca dal tavolo e gliela porge. - E spie- gato tutto, dentro. Immagino che la mostrerai anche a Eva e Suki. Accompagna mamma alla porta.

- Mi fa piacere che tu sia qui, - le dice, tenendo la busta in mano con aria incerta. - Sognavo che la vedessi.

- Grazie, Maeve. Hai fatto un ottimo lavoro con lei. Meglio di quello che avrei fatto io. La porta si chiude piano. Sento i passi di mamma che scendono le scale e attraversano il cortile. Carmen comincia a piangere. Un lamento lugubre che filtra attraverso le assi di legno e nell'aria. Non somiglia a nessun pianto che ho mai sentito. E un gemito profondo che mi brucia lo stomaco, e anch'io mi metto a piangere. Mi sembra di aver trovato qualcosa in quel suono solitario che riempie tutte le zone vuote del granaio. E un lamento profondo come il vento, come il suono di un'oca che cade dal cielo. Sola.

- Bene. Lo sapevo che c'erano, - dice Suki. Prende la bottiglietta e la tiene come fosse un prezioso

oggetto di contrabbando. La apre e fa cadere una manciata di perline di vetro mescolate a paillettes d'argento. - Bellissime. Guarda, Georgia. Le tiene controluce. Sono belle, ma in questo momento non penso alle perle di vetro. La mia mente è ancora nel granaio. Per quanto cerchi di concen- trarmi, i miei pensieri volano via. Guardo Suki. È gio- vane. Così giovane. Sembra perfino più giovane di me. Ha un viso perfetto. Pelle morbida e bei capelli biondi. Sembra il quadro di una Madonna che ho visto una volta in un libro d'arte nella stanza di Eva. Infila un ago con le lunghe dita snelle e ne passa la punta d'argento dentro una delle perline di vetro.

- Ecco il tocco finale. Hai fatto fatica a trovarle? - mi chiede.

- No. Erano quasi in cima.

- Bene. Sei coraggiosa, Georgia. A me fa paura andare nel granaio di notte. Si può inciampare al

buio. E quando il vento fischia

paura di quello che potrei sentire, capisci?

- Rabbrividisce. - Ho

- Lo so, - dico. - Qualche volta spaventa anche me.

E Iem matt Bna del mio compleanno. Mi sve-

glio ricordando un sogno.

Sono nella radura, dietro un pino, vestita di pelli d'animale. In mano ho un sonaglio. La luna è grande e pesante, del colore delle caramelle al latte. Io canto una vecchia canzone Abenaki che ho imparato da Grace, quando un suono nella radura mi interrompe. Due donne siedono attorno a un fuoco. Una delle donne è accovacciata e geme. Capisco che sta parto- rendo dal modo in cui inarca la schiena e si afSerra alla mano dell'altra donna.

- Potevi dirmelo! - ripete in continuazione la parto- riente. Si mette a piangere quando l'altra donna si alza e comincia a danzare attorno alfioco. Io guardo a destra, e un lupo è accucciato su una pietra vicino a me e legge un giornale. Il mantello e argenteo sotto la luce della luna.

- Potevano dirglielo, sai, - osserva il lupo, mettendo giù il giornale. Alza la testa e comincia a ululare all'unisono con la donna della radura. La donna che danza attorno al fuoco si ferma, e un branco di oche sui trampoli continua al suo posto la danza. A una a una le oche depositano un uovo nel

fuoco. Per il calore le uova si aprono, scagliando piume nel cielo.

- Non la aiutano. Non lo vedi? - mi chiede il lupo. - Pensano di farlo, ma non è cosi. Quello di cui ha bisogno è che qualcuno le dica la verita. Non credi? Guardo la luna. Sta sorgendo e diventa di un bianco luminoso. Direi la verita alla donna, se solo sapessi qual è la verita.

Sono in preda a quella che Grace chiama la sbornia del dopo-sogno. Un sogno così netto e vivido che dura fino al mattino e qualche volta fino al pomerig- gio. Grace dice che l'unico rimedio è mettere per iscritto il sogno e aprire la finestra, prendere grandi respiri, e scuotere la testa finché le idee non si schiari- scono. Ma questa mattina resto sdraiata, oppressa dal sogno, e penso alla notte della mia nascita. Mamma non me ne ha mai parlato. Tutto quello che so, viene da Eva; mi ha detto che quella notte si era scatenato un forte temporale che aveva lasciato

senza luce tutto lo Stato. Accade di rado in ottobre nel Vermont settentrionale. Eva e la nonna mi fecero nascere a lume di candela, in cucina, davanti alla stufa. E tutto quello che so. Chiedevo sempre a mamma di parlarmi di quella notte, ma lei non ha mai voluto.

- La tua nascita è stata un vero miracolo, Georgia. Non ha mai aggiunto altro. Grace dice che è possibile ricordare la propria nascita se si pratica la meditazione o grazie a particolari posi- zioni yoga capaci di riportare alla luce il ricordo del

primo respiro. Ma, quando chiudo gli occhi, mi arri- vano solo una luce opaca e un pianto di donna. In cucina mi aspetta una prima colazione da com- pleanno. Sento il profumo delle frittelle e delle fritta- tine speciali di mamma. Verrà Alice, e il signor Gowen

ha detto che doveva controllare gli scarichi e così

sarebbe passato anche lui. Lo ha fatto per tutti i miei

compleanni. Non se ne è mai perso uno. È una giornata di sole e io sono felice. Posso volare anche con il tempo cattivo, ma con il tempo buono è un'altra cosa. Prima di scendere, devo fermarmi un momento a riflettere su Seppia. Con tutti i preparativi per oggi

l'ho dimenticato. Mi sento il cuore in gola al pensiero

di averlo qui, ma appena cerco di immaginare cosa

dire alla nonna, la mente mi si svuota. Ho deciso di portarlo a casa domenica pomeriggio mentre la nonna è a prendere il tè da Agnes Himpley. Quando tornerà,

Seppia sarà già sistemato e lei non potrà farci niente. A dire il vero, ci potrà fare un sacco di cose. Mamma

mi ha detto di quando Suki portò a casa un cane che

aveva trovato per la strada. Suki doveva avere otto anni allora. I1 cane era un Labrador nero molto buo- no, con l'aria di chi non mangia da giorni. La nonna

ebbe una crisi di nervi, mise il cane nel portabagagli

di Beulah e lo portò allo stagno di Hawthorne. Non si

parlò neppure di tenerlo. Immagino che il solo punto a mio vantaggio è che Seppia non entrerebbe nel por- tabagagli di Beulah. Non mi sento diversa questa mattina. A sedici anni

sono proprio come a quindici, ma quando faccio il

mio ingresso in cucina mamma mi guarda come se cercasse qualche segno particolare in me. - Allora, Georgia. Che effetto fa? Scrollo le spalle. - Non mi sento diversa. Non ho i capelli grigi, vero? - dico chinandomi per farle vedere la mia testa.

- No, non mi pare. - Mamma ride. Studio per un momento il suo viso. E cambiata, oggi è più viva, più grande. - Siediti, tesoro. Alice farà tardi, e noi comin- ceremo senza di lei. - Chiama dal portico le zie e la nonna. - Georgia è qui! Eva entra per prima e mi bacia sulla guancia. - Buon compleanno, ragazzina. - Da dietro la schiena tira fuori un grosso pacco. Lo deve tenere con tutte e due le mani. - Spero che ti piaccia. Lo appoggio su un punto vuoto del tavolo di cucina

È un acquarello, siamo io e Suki

e lo scarto con cura.

che beviamo limonata l'estate scorsa nel prato. Ricor- do quando Eva ha fatto lo schizzo. E bello. I colori di Eva sono allegri e caldi e l'insieme e tanto bello che viene voglia di prenderlo a morsi. - Grazie, Eva,- dico, e la abbraccio. - Mi piace molto. Non credevo che avresti lavorato allo schizzo.

- E invece l'ho fatto.

- Un giorno quando i collezionisti passeranno al setaccio la Terra alla disperata ricerca di Eva Hansen originali, io sarò tra i fortunati proprietari,- ribatto. Eva ride, va verso la mensola e si versa del succo di frutta. - Lo vedi, mamma, ho un'ammiratrice. La nonna sorride appena. - Hai molto talento, Eva. L'ho sempre detto.

Eva alza gli occhi in modo espressivo. Poi viene Suki e mi porge una scatolina bianca legata con un nastro dorato. - E ho anche una can- zone per te, - sussurra. Nel pacchetto c'è un paio di orecchini di pietra blu cobalto. Dal peso capisco che sono preziosi. La guardo. Lei sorride.

- Grazie, li indosserò stasera. Mi chiedo come si sia potuta permettere un regalo così costoso con il mensile che le dà la nonna. La nonna si sta probabilmente chiedendo la stessa cosa. - Splendidi, Suki,- dice. Io bacio Suki sulla guancia. Ora tocca alla nonna consegnarmi il regalo. Come

sempre si tratta di una scatola di fazzoletti bianchi e

di un buono da venti dollari da spendere presso la

libreria Book Corner di Garrison. - Fanno una pro- mozione questo fine settimana, - aggiunge. Con la coda dell'occhio mi accorgo che Eva e Suki si guar- dano.

- Grazie, nonna. - Lei si ritrae prima che io possa soltanto cercare di abbracciarla o baciarla. È allergica a qualsiasi manifestazione di affetto, sia in pubblico che in privato.

- Bene, e adesso sediamoci, - dice mamma. Porta un piatto e me lo mette davanti. Frittelle di banana, pan-

cetta di tempeh e salsicce vegetali. In cima alla pila delle frittelle c'è una scatola rotonda, come una casetta inerpicata su una roccia.

- Maeve, che idea graziosa, - dice Suki. Prendo con cautela la scatola e la apro. Indovino che cos'è prima ancora di guardare. L'anello di opale

di mamma. Avrebbe dovuto portarlo lei per il suo volo

solitario. Me lo metto al dito. Mamma deve averlo fatto allargare perché mi sta alla perfezione. - Non è soltanto per questa notte. È tuo, per sempre.

- Grazie. - La bacio. Un bacio leggero, che sfiora appena la pelle morbida della sua guancia. Mamma serve frittelle e frittatine a tutti e final- mente si siede con un piatto per sé. Recitiamo una preghiera di ringraziamento. Non siamo una fami- glia religiosa - io non sono mai stata in chiesa in

vita mia

sempre delle preghiere. È la sola cosa su cui mamma non transige.

- Grazie, Creatore, per questa bella giornata ideale per volare. Grazie per Georgia, per la sua salute, la sua bellezza e la sua forza. Proteggila dai pericoli mentre

vola. Amen. Le frittelle sono deliziose. Non sono fatte con la farina di riso, ma con una vera pastella. Guardo le mie zie, mamma, e anche la nonna e provo un momento di felicità purissima. Qualcuno bussa alla porta e Alice fa capolino. - Ali- ce! - dice mamma alzandosi. - Entra. Ecco, mettiti vicino a Georgia. Alice si è vestita elegante per il mio compleanno, con pantaloni di seta nera e una lunga camicia a dise- gni indiani sotto una giacca dorata. Mamma le serve una grossa pila di frittelle e un bic- chiere di succo di arancia. Mi ritrovo a pensare che oggi sembriamo proprio una famiglia normale.

- Come sta tua madre, Alice? - chiede la nonna. Grace è una donna a cui la nonna non parlerebbe mai

- ma nelle occasioni speciali si recitano

in pubblico, eppure vuole sempre sapere cosa fa e

come sta. - Oh, sta bene, signora Hansen. Ha fatto nascere quattro bambini la settimana scorsa. - Tutti sani? - chiede mamma.

- Oh, sì, certo, - risponde Alice bevendo il succo. - Tutti i bambini di Grace nascono benissimo. Uno si presentava di schiena, ma Grace ha affrontato almeno quindici parti così. Una cosa da niente per lei. Ma di sicuro non per la partoriente, penso io.

- Tua madre e una donna molto in gamba, - dice la nonna. Fine della conversazione. Segue un lungo silenzio. Tutti mangiano. Suki e la

prima ad allontanare il piatto e si dà un colpetto sullo stomaco. - Ancora un boccone ed esplodo. - Suki mangia poco. - Devo riprendere in due punti il vestito

di Georgia, - dice. - Vuoi vederlo, Alice?

- Certo,- risponde Alice. - Mi lasci soltanto finire le frittelle. Alice e al corrente della mia cerimonia di inizia- zione. La giudica un rituale simpatico, un venire accolta come donna nella famiglia, ma non sa nulla del volo. Prima che Alice e Suki possano allontanarsi, si sente bussare ancora alla porta e ad entrare questa volta e Carmen. L'atmosfera nella stanza cambia. La nonna si irrigidisce. Mamma guarda nel suo piatto. Alice guar- da me. Carmen indossa una camicetta rosso vivo con pantaloni viola da odalisca. I capelli neri le ricadono lungo la schiena. Provo un improvviso orgoglio, e me

ne stupisco.

- Alice, ti presento mia mia zia Carmen. Carmen, la mia amica Alice St. Clair. Abita in fondo alla strada. Carmen sorride ad Alice. - Conoscevo tua madre molto tempo fa, - dice. - E un'ottima ostetrica. Alice sembra sorpresa. - Non sapevo che avessi anche un'altra zia.

Lo dice come se avessi dozzine di zie che crescono

sugli alberi in cortile e ne cogliessi una nuova ogni

volta che voglio.

Mi limito ad annuire. - Carmen vive in California, -

spiego. - Non viene da noi molto spesso.

- Parte domani, - aggiunge la nonna, lanciandomi

un'occhiata aspra.

- Infatti, - annuisce Carmen. - Volerò domani mat- tina presto. Sono venuta per il compleanno di Georgia.

Mi lascia sempre stupefatta l'abilità con cui le mie

zie nascondono le realtà della nostra vita.

- Oh, - dice Alice. - Detesto volare. Non sopporto l'idea di starsene chiusi dentro un lungo tubo di metallo a mangiare cibo che sa di plastica a novemila metri d'altezza, guardando un film su uno schermo che scende giù dal soffitto. Mio zio Raymond una volta si è trovato a bordo di un aereo che ha perso un motore e una ruota al momento del decollo. 1'1pilota è riuscito ad atterrare sull'acqua e tutti sono potuti uscire. È stato un miracolo. Da allora mio zio non ha più volato. Tutti guardano Alice. Nessuna di noi ha mai volato su un aereo, naturalmente, e la cosa ci sembra terro- rizzante.

- Non preoccuparti, Alice, - la tranquillizza Carmen.

- Sarò al sicuro. Ho volato su questa linea tutta la vita. Ho una fiducia assoluta. Si serve un piatto di frittelle e rimane appoggiata alla mensola. Mi sembra così evidente adesso quanto Car- men sia sola. Quanto sia abituata a essere sola. Mi alzo.

- Puoi sedere al mio posto, - le dico. - Alice e io andiamo di sopra a vedere il mio vestito. Carmen mi sorride. - Grazie, Georgia. Ma prima devo darti una cosa. Appoggia il piatto e prende una busta bianca dalla tasca dei pantaloni viola. La nonna si alza. - Vorrei parlarvi nello studio.

- No, mamma. Se vuoi dire qilalcosa, fallo adesso. Basta con queste conversazioni segrete. Apri la busta, Georgia, - insiste Carmen. Capisco che Alice ci guarda.

- No! - tuona la nonna. Io alzo lo sguardo. C'è qualcuno nel vano della porta. I1 signor Gowen.

- Georgia Brown. Sono passato giusto per farti gli auguri di compleanno. - Sorride con il suo sorriso sdentato. - Myra, - aggiunge, toccandosi il cappello in cenno di saluto, - ho un piccolo regalo per Georgia. Fuori. Con la testa indica la finestra della cucina. Incredi- bile, vedo un rimorchio verde scuro per il trasporto dei cavalli agganciato al suo furgone rosso. Le cose non vanno secondo i piani.

- Forse non è un buon momento, - osserva, guar- dando Carmen e poi la nonna. - Magari tomo più tardi.

- Entri, signor Gowen, - dice Carmen. - Abbiamo giusto finito di parlare qui.

La nonna batte il pugno sulla tavola facendo ballare l'argenteria. - Non voglio che tutta la città di Hawthome metta il naso negli affari miei. - I1 signor Gowen e Alice non sono tutta la città di Hawthorne, - ribatte Carmen. - Sono amici. Apri la busta, Georgia. Io li guardo. Nessuno tira il fiato. Aspettano tutti me. - So di che cosa si tratta, nonna. - Guardo Car- men. - Ho ascoltato la vostra conversazione attra- verso il pavimento dello studio. - Mi sento battere il cuore. - So che è un pezzo di terra che la bisnonna

Isadora ha lasciato a Carmen e che lei vuole dare a me

- Continuo a fissare Carmen, poi mamma, e

loro ricambiano e aspettano. - Perché vuole che lo

abbia io e io ho deciso di usarlo

Tanto vale vuotare il sacco. - Oggi il signor Gowen mi ha portato il mio regalo di compleanno. Non ho chie- sto il tuo permesso, nonna. L'ho fatto per tutta la vita ed è stato inutile. Mi occuperò da sola del mio cavallo sulla mia terra.

La nonna si alza da tavola, mi lancia un'occhiata minacciosa e abbandona tempestosamente la cucina. Carmen sorride. Io piego l'atto di donazione nella tasca della tuta e vado fuori con il signor Gowen. Seppia aspetta buono buono nel rimorchio. I1 signor Gowen e io apriamo lo sportello e lo facciamo uscire. All'aperto sembra più alto. - Oh, grazie, - dico, gettando le braccia al collo del signor Gowen. - Grazie. I1 signor Gowen arrossisce appena e ride. - Nessun problema, Georgia Brown.

per il mio cavallo. -

perché

- Come mai ha portato Seppia oggi, signor Gowen? Pensavo fosse per domenica.

- Ecco, la nuova giumenta di Fogg è arrivata prima

del previsto e quel tipo non ne poteva più di liberarsi

di Seppia, così ho pensato di farti una sorpresa.

- E ci è riuscito. Carmen mi si avvicina. Io la guardo. La guardo bene

per la prima volta. I capelli, gli occhi, le mani, il pro-

fumo. Spezie e incenso, e vorrei dire: "Chi sei in

realtà?" ma le parole non arrivano alle labbra.

- Ewiva la sincerità, Georgia. - Mi sorride. - Spero che tu abbia il coraggio, prima o poi, di raccontare la storia per intero. La paura mi stringe lo stomaco. Paura e poi rabbia.

Mi sconvolge vedere come a Carmen basti niente per

farmi infuriare. Strizzo gli occhi e mi giro ad accarez- zare Seppia sul collo.

- Signor Gowen, - dice Cannen.

- Carmen, - la saluta il signor Gowen. - Come stai, tesoro?- La abbraccia a lungo. - Ho saputo da Maeve che eri tornata. E ho deciso di passare di qua.

- Ci contavo.

Mi stupisce che si conoscano, ma sembra che sia

così. E che si conoscano molto bene.

- È passato tanto tempo, - dice il signor Gowen. Carmen annuisce.

- Ti sei occupato di Georgia come avevi promesso, -

osserva Carmen, asciugandosi gli occhi. I1 signor Gowen sorride. - Non è sempre stato facile,

ma certo si fa il possibile.

Mi fa l'occhiolino.

- Non lo porti fuori?- mi chiede Carmen.

- Oh, posso davvero, signor Gowen? Posso fargli fare una breve cavalcata?

- No, tesoro, il cavallo adesso ha bisogno di man- giare. Sempre che tu possa tenerlo.

- Posso tenerlo, - dico. Vedo che si è riunita una folla sotto il portico, ma non c'è traccia della nonna. - Pensavo di preparargli intanto un posto nel granaio. Suki ed Eva mi si fanno vicine. - Urrà, Georgia. Hai un coraggio da leone, - osserva Eva.

- Che cosa pensate che farà la nonna adesso?- sus- surra Suki.

- Niente, - dice Carmen. - Se restate tutte unite, non può fare niente. Tira fuori due buste bianche e le divide fra Suki ed Eva.

- Queste sono per voi. Si tratta di una copia del testamento di Isadora. Avevo sempre sospettato che avesse lasciato qualcosa a ognuna di noi. Al mio avvocato ci sono voluti sei mesi per mettere insieme i pezzi del rompicapo. A Maeve era stata lasciata la casa, a me lo studio e il granaio, completo dello spioncino - mi guarda con un mezzo sorriso - e più di cinque ettari sulla collina orientale. A ognuna di voi erano stati lasciati quattro ettari e cinquantamila dol- lari. Dovete soltanto rivendicarli. Suki ed Eva guardano Carmen come se parlasse un'altra lingua.

- La nonna possiede soltanto la terra che ospita il cimitero e circa tre ettari attorno alla radura. Alice si avvicina. L'avevo completamente dimenti-

cata. - Hai davvero una famiglia interessante, - dice, senza lasciarsi per niente turbare dalla cosa. - Mi pia- cerebbe fermarmi qui tutto il giorno. Ma Grace mi sta aspettando e la scuola anche. Ci abbracciamo. - Ti vedo sabato sera, - le dico.

- D'accordo, - lei annuisce aprendo lo zainetto e tirando fuori un pacchettino piatto. - Questo è per te, Georgia. Da parte di Grace e mia.

- Grazie, - sussurro mentre apro il pacchetto. E una trappola per catturare i sogni. Tre cerchi di rami intrecciati e al centro una piuma di tacchino e sei perle. C'è anche un biglietto: "Alla nostra Georgia. Perché tu possa intrappolare tutti i tuoi sogni''.

La m1m f arniwlim formerà il cerchio al crepu- scolo, nella radura. Manca ancora un'ora alla vestizione, così salgo al cimitero. Sarà una bella serata per il volo; il cielo è chiaro e rosa all'orizzonte, le nuvole sono poche. Sono salita qui in cerca di risposte. Non ho più paura che Carmen dica tutto alla nonna. Temo che sarò io a farlo. Siedo accanto a Louisa, tolgo dalla sua pietra alcune foglie secche, e mi stringo nel golf. Un topolino di campagna fugge via nei boschi con una nocciola in bocca. Vorrei essere al suo posto questa sera senza altro pensiero se non quello di sgranocchiare la noc- ciolina per cena e di rannicchiarmi in un buco. Invece devo prepararmi per le domande della nonna. Mentirò per rimanere in una famiglia alla quale in fondo non sento di appartenere, o dirò la verità facendomi cac- ciare? Non so decidere. Sono stanca. Ho paura. Non posso chiedere a mamma o a Suki o a Eva di aiutarmi. Non lo posso chiedere a Carmen. Posso chiederlo sol- tanto alle donne che sono venute prima di me. La pietra di Louisa è quella tenuta meglio. Protetta dalle altre, non è stata colpita dal vento, dalla neve e dalla pioggia.

LOUISA CARMELINA STRAVONA HANSEN

1862-1924

AMATA MADRE D1 GILDA MEREDITH FRANKLIN HANSEN

.

Mi chiedo cosa si leggerà un giorno sulla mia pie- tra: "Figlia amata e obbediente"? "Custode di segreti"? Chissà se Louisa avrebbe immaginato che si sarebbe arrivati a questo. Se la prima volta che volò sulllOceano Atlantico, intuì che tutte le sue discen- denti avrebbero in qualche modo pagato per la sua azione.

- Dunque, Louisa? Che cosa dovrei fare questa notte? - Lo so che non c'è sotto terra, allora guardo in alto e mi rivolgo al cielo, nel caso lei mi stia volando sopra la testa. Voglio un segno: un falco che compie due giri se devo dire la verità. Una tempesta di neve se devo mentire. Ma c'è solo il vento che mi fischia nelle orecchie. Niente altro.

- Qualcuno di voi, allora? - dico, parlando a Gilda, Charlotte, Isadora, Harold. - Avete niente di impor- tante da dire su questa faccenda? Voglio essere libera dalle regole della nonna, ma a quale prezzo? Comincio a piangere. - Per piacere, - sussurro. - Aiutatemi. Non c'è risposta, non vi è traccia di falchi, nessun cambiamento nel tempo. Soltanto il silenzio dei morti, il silenzio che sa.

Suki mi ha preparato sul letto il vestito, insieme a un paio di calze di seta e a un paio di sandali neri fer-

mati da un cinturino alla caviglia. Mamma ha intrec- ciato una ghirlanda di fiori freschi, la metterò tra i capelli.

Mi siedo nella grande poltrona troppo imbottita, con

una candela accesa sul comodino accanto, e guardo il vestito. Nel bagliore le perle di vetro scintillano. Un vestito magico. Ripiego ordinatamente i jeans sullo schienale della sedia e mi tolgo la camicetta. Mi soffio sulle mani, fredde perché sono stata seduta troppo a lungo nel cimitero.

Spero ancora in un segno, un'ispirazione, una trac-

cia che mi aiuti a trovare le parole per quando sarà il momento, ma temo che non avrò nessun aiuto.

Mi infilo una sottoveste di seta con uno spacco che

arriva fino all'attacco della coscia. Mi metto dietro le orecchie una goccia di Paris Passion. E di Eva, me lo ha lasciato sulla scrivania perché mi porti fortuna. Mi inginocchio accanto al letto e chiudo gli occhi, acca- rezzando con le mani aperte la seta e le perle. Suki ha finito di cucire lo scollo e l'orlo. Deve averci messo tutto il giorno.

Con le dita tocco qi~alcosadi duro e irregolare nel tessuto. Apro gli occhi e cerco nel vestito. Lungo una cucitura Suki ha attaccato un pacchettino ferman- dolo con un automatico. All'interno trovo un foglietto di carta ripiegato. Lo metto sul letto. La luce è fioca, e per leggerlo devo portarlo sotto la candela sul comodino. E scritto nella grafia nitida di Suki.

Sii come l'uccello che indugia nel volo su un ramo troppo fragile,

e lo sente cedere sotto il proprio peso

e canta, perché sa di avere le ali.

Victor Hugo

La sua citazione preferita. Sorrido, lo ripiego e lo

rimetto al suo posto. Infilo con cura l'abito dalla testa, e l'oscurità della seta nera mi avvolge. Mi annodo attorno alla vita la fusciacca nera, ammirando il mio bel cavallino ricamato. Poi spazzolo i capelli. Questa notte li lascerò sciolti. Appunto la ghirlanda, metto un po' di rossetto di mamma, infilo le scarpe, mi guardo tutta intera allo specchio. Perfetta. Soffio sulla can- dela e scendo le scale. Mamma attende in cucina insieme a Eva e Suki. Carmen entra dalla porta sul retro. C'è anche la nonna, seduta in un angolo a bere il te. È lei a presie- dere i riti. Per quanto furibonda, non può mancare. Mamma mi sorride. Distribuisce le lanterne e usciamo. L'aria è gelida, ma nessuna di noi indossa un sopra- bito. I1 falò ci terrà calde.

Mi fermo un minuto al granaio per guardare Seppia.

Sembra felice. I1 signor Gowen e io gli abbiamo pre- parato un box provvisorio ammucchiando covoni di fieno. Lo accarezzo sul collo. Soffrirei la mancanza di Seppia e del signor Gowen. Non sono certa che riusci- rei ad affrontare il pensiero di non vederli più.

Ci

incamminiamo in silenzio verso la radura. Mi

sento le gambe pesanti. I1 cuore in tumulto. C'è un po' di luce in cielo quando usciamo dal granaio, ma quando arriviamo alla radura è buio. Eva ha raccolto foglie e rami del sottobosco tutta la settimana. Rami più grandi e ciocchi formano una pila alta al centro del cerchio delineato da grandi pietre rotonde. Dovrebbe esserci tanta legna da durare fino al mattino. Le braci accese mi saranno di aiuto nella fase di atterraggio. Con un fiammifero Eva accende fogli di giornali appal-

lottolati sistemati alla base della pila. Prima fanno sol- tanto fumo, poi cominciano ad ardere. Noi circondiamo il falò. Sei donne a distanza regolare una dall'altra.

La voce della nonna rompe il silenzio e io sussulto al

suono del mio nome.

- Georgia Louisa Hansen, sei venuta per volare?

- Sì, - rispondo. La voce mi si spezza.

- Sei pronta a unirti alla famiglia delle donne che volano?

- Sì.

La nonna si volta verso Eva.

- Eva Meredith Hansen, questa donna è pronta per compiere questa notte il suo volo in solitario?

- Sì, - risponde Eva.

- Georgia Louisa Hansen, hai rispettato la tua maestra?

- L'ho rispettata.

- Hai seguito le sue istruzioni mentre eri in volo?

- Le ho seguite.

- Hai atteso fino a questa notte prima di volare sola nel cielo?

Non rispondo e guardo il cerchio di donne. Mentre aspetta la mia risposta, la nonna si sporge e aggiusta il colletto del vestito di mamma, lanciandole un'oc- chiata di disapprovazione. Nonna la tocca e mamma

si fa più piccola.

se stesso. Un gesto impercettibile. Forse sono anni che accade e io non l'ho mai notato prima. Ma qualcosa in quel gesto mi rende ora tutto chiaro. Esamino i volti illuminati dal fuoco. Sei donne inclusa me. Cinque vite dominate da una sola. Anche Carmen, che se ne sta accanto a me, alta e fiera. Qual- siasi cosa abbia fatto un tempo non valeva la collera della nonna. So che è così. Louisa Hansen non voleva che il dono del volo diventasse un fardello. Non voleva che rinunciassimo al nostro potere. Non voleva che vivessimo nella paura. La collera comincia a salirmi dentro. Collera perché tutto questo è sbagliato. Di colpo non ha importanza quello che accadrà. So che cosa devo fare. Per me stessa, per mamma, per tutte noi. - No, nonna. - La mia voce è limpida e forte. - Ho volato una sola volta senza alcun appoggio. Mamma si volta e mi guarda. Ha gli occhi spalan- cati. La nonna mi guarda minacciosa oltre le fiamme che salgono alte.

- In pieno giorno, - aggiungo. Suki ed Eva tratten- gono il fiato all'unisono. Carmen sorride. Segue un lungo silenzio. I1 fuoco crepita. Un ciocco umido sibila e fischia.

- Allora non ci sarà alcuna iniziazione questa notte, - dice la nonna, salda ed eretta come una pietra. - Discu-

È come se il suo corpo rientrasse in

teremo in casa le conseguenze delle tue azioni. Cono-

sci le regole.

Si curva e comincia a raccogliere le sue cose.

- No! Io mi guardo attorno.

- No! È stata mamma.

- Maeve! - La nonna ha la voce tesa. - Rimani al tuo posto.

- Qual è il mio posto, mamma? In cucina? A lavare piatti? Ho allevato Georgia in tutti questi anni, l'ho incoraggiata, amata, mentre tu dall'alto giudicavi e condannavi, e mi facevi sentire una nullità. Adesso mi chiedi di farmi da parte e di stare a guardare mentre

tu le sottrai quello che è suo per diritto di nascita. Non

lo farò. - Mamma per un istante tace. Le tremano le

gambe. - Ho mentito a Georgia sin da quando era bambina. Ho allevato la figlia di mia sorella come se fosse mia. Ho vissuto nel timore della verità, nel timore per la mia stessa vita, nel timore di te, mamma. Guardo mamma e poi guardo Carmen e quella sen- sazione che sembrava rodermi lo stomaco e che ho provato dalla prima notte in cui Carmen è apparsa comincia a sciogliersi. Non so che cosa dovrei pro- vare. Collera, dolore, confusione, ma soprattutto sol- lievo, come se non avessi respirato una boccata d'aria

fresca da giorni e giorni e ora finalmente mi fosse concesso. Aria dolce, fresca. Gli occhi di tutti sono su

di me. Anche la nonna aspetta la mia reazione. Io

guardo mamma in silenzio. Non mi viene in mente

nulla da dire.

Per molto tempo nessuno parla. Il fuoco sale alto e tutte ci allontaniamo per il calore. Faremo una votazione, - dice Carmen. - Chi è a favore dell'iniziazione di Georgia questa notte dica "Si". Le voci si innalzano in coro in un forte e nitido "Sì''. Tranne quella della nonna.

- Tutte abbiamo fatto

degli errori, mamma. Ci siamo nascoste la verità. È tempo di cambiare le regole. Possiamo fame di nuove. Regole umane. La nonna alza una mano. - Basta! Vedo benissimo come stanno le cose. Non mi serve un sermone, e cer- tamente non da te. - Ha la voce dura. - Se iniziate Georgia questa notte, sono affari vostri. Io non intendo prendervi parte. Per me la tradizione ha un valore, anche se vedo che per te non ne ha alcuno. Prende la sua lanterna e si awia in casa. La nonna è testarda ed è molto difficile che rimanga

a discutere. Pensa che non sia degno di lei scendere a

patti con qualcuna delle proprie

figlie. È abituata a

imporre la sua volontà quasi in tutto e a minacciarci di venire bandite se ci ribelliamo. Con le notizie che ha portato Carmen sul testamento di Isadora, non può più ricattarci, e lo sa. Rimaniamo in silenzio mentre guardiamo la sua figura scura che scompare tra gli alberi.

Carmen riprende a parlare.

- Cambierà idea, - dice Suki.

- O non lo farà, - aggiunge quietamente Eva. - Ma anche se non lo farà, noi siamo insieme. Per la prima volta da quando è arrivata, Carmen

viene inclusa in quel "noi''. Suki toglie il mandolino

dall'astuccio e comincia a cantare la canzone che ha scritto per questa notte. Parla di tornare in volo a casa all'alba. Ci insegna il ritornello e noi la accompa- gniamo. Le voci di cinque donne che si innalzano oltre i pini. Quando il fuoco arde e le fiamme si levano alte, ogni donna si fa avanti e mi offre un dono e un augu- rio. Eva porta il mio sacco a pelo. - Che tu possa avere una casa sulla terra e una nel cielo, - e me lo lega alla vita. Suki mi porge una scatola di fiammiferi. - Perché tu stia al caldo durante il viaggio. Carmen si avvicina e io la guardo negli occhi. I miei occhi, il mio naso, il mio volto. Perché non me ne sono accorta prima? Mi toglie dai capelli la ghirlanda

di fiori e la sostituisce con un cappello morbido di

lana. - Perché non ti si gelino le orecchie ai lati della

testa. Tutte ridono, e infine la tensione della presenza della nonna abbandona il cerchio. Mamma è l'ultima. Mi porge il suo golf nero pesante

e la sua mano. - Volerò con te fino all'altura, - dice.

Io annuisco. Sono troppo stupefatta per parlare.

Prima dell'inizio, mamma si volta verso Eva. - Gra- zie, Eva, - mormora.

- I1 piacere è stato mio. Georgia era un'allieva eccel- lente. - Bacia mamma sulla guancia. - Sono contenta per te, Maeve. Avresti dovuto volare sempre tu con lei. Poi Eva si rivolge a me. - Allora, ragazzina, è stato

divertente. Questo è il tuo gran momento. Vola come il vento! Abbraccio Eva e do la mano a mamma. Sembra più giovane, si è tolta un macigno dalle spalle. I1 vento si leva, cominciamo a correre insieme, e d'un tratto non mi importa di Seppia o di Carmen o della nonna. Tengo la mano di una donna che mi ha amato per tutta la vita.

Insieme voiiamo

fino al vuoto.

Mamma mi tiene sempre la mano. Siamo tutte e due inquiete. Lei trema un po' e ogni tanto si volta per essere certa che io le sia sempre al fianco e sappia dove andare. Sedici anni senza mai alzarsi in volo possono minare la tua sicurezza, ma lei se la cava

È radiosa, e so che è fiera per aver reagito alla

nonna ed essere venuta con me. Atterriamo tutte e due a circa trenta metri dal ciglio dell'altura. Alle nostre spalle la casa è buia. Solo una luce brilla: è la

finestra della nonna. Mi dispiace pensarla tutta sola con le sue regole e le sue convinzioni. Chissà che cosa sta facendo. Di sicuro non legge. Se qualcosa la turba, non riesce a concentrarsi. Solo il volo può calmarla, ma oggi non uscirebbe mai a volare. Potrebbe incon- trarmi e non le farebbe piacere. Vedo il raggio di luce che filtra da sotto la porta del granaio. Muoio dalla voglia di andare a controllare come sta Seppia. Mamma mi legge nel pensiero. - Gli darò un'occhiata prima di andare a letto, - mi rassicura. Stende a terra una coperta e ci sediamo nei nostri bei vestiti neri. Fa molto freddo e io mi awolgo nel golf che mi ha dato mamma. Lei non sembra avere

bene.

freddo. Non sembra piccola o fragile o debole. E forte e risoluta. - Quando Carmen aveva diciotto anni, - comincia - incontrò un ragazzo al ballo di San Valentino al Garrison Grange. La nonna le aveva proibito di andarci. Ma Carmen è sempre stata ribelle come il vento, incurante dei rischi. Sarn aveva diciannove anni, era timido e bello. Frequentava l'università e, durante il fine settimana, era a casa. Dopo il ballo, Cannen e Sarn trascorsero la notte insieme in un pic- colo deposito per lo zucchero nella fattoria di suo padre. Quando Carmen tornò a casa prima dell'alba, disse alla nonna di avere volato come sempre. Da allora Sarn tornò ogni sabato e Cannen si incontrava con lui. - Dopo due mesi circa, al mattino Cannen cominciò ad avere delle nausee e capì di essere incinta. Quando non poté più nasconderlo, annunci0 alla nonna che avrebbe sposato Sam. La nonna si infuriò. Non perché Cannen era in attesa, ma perché pretendeva di portare un uomo in famiglia. La nonna poteva tollerare l'idea di un bambino, ma rischiare di avere in casa un uomo che mettesse a repentaglio la sua autorità, questo pro- prio no. Tanto meno un uomo brillante come Sam. - È stato difficile per tutti. La nonna proibì a Car- rnen di raccontare la verità a Sarn e di rivederlo. Car- rnen non ebbe una gravidanza facile. Le occorreva tutta la sua forza per portarla avanti. Non gliene rimaneva per opporsi alla nonna, e passava molte serate in camera sua complottando per fuggire con te e con Sarn dopo la tua nascita. Eva e Suki allora erano

bambine, dieci e otto anni, ma io ne avevo quindici e capivo. Qualche volta mi capitava di incontrare Sam in città e lui mi chiedeva di Carmen. Gli dicevo che stava bene ma che le era proibito vederlo. Non sapeva che stavi arrivando tu. Lo scoprì soltanto in seguito. - Sei nata prima del previsto. Avevamo deciso di portare Carmen, quando si fosse arrivati al dunque, al pronto soccorso della clinica universitaria, ma non ce ne fu il tempo. Grace era una mia amica. Aveva sol- tanto ventitré anni ma aveva imparato come si face- vano nascere i bambini da sua nonna, un'indiana Abenaki, a St. Albans. E vero' che sei nata durante un temporale. Quella sera l'elettricità era saltata e il telefono anche. La nonna era fuori con Beulah, e io sono corsa a casa di Grace e l'ho pregata di venire. Dapprima lei non voleva. Alice allora non aveva neanche un anno, e Grace non aveva mai fatto nascere un bambino da sola. Ma non c'era nessun altro, e Carmen aveva bisogno di qualcuno che ne sapesse più di me, così Grace finì per accettare. - Alice dormiva nel mio letto mentre Grace ti faceva nascere davanti alla cucina economica. Era una notte fredda, e quella stufa a legna era la miglior fonte di calore in tutta la casa. Abbiamo riempito la cucina di candele accese: quando sei nata sembrava di essere in chiesa. - Carmen non ha gridato. Era come se durante il parto si fosse sdoppiata. Quando ti ha visto per la prima volta, si è messa a piangere. "Non mi permet- terà di tenerla," continuava a ripetere. "Non mi per- metterà di tenerla."

- In un modo o nell'altro Sam aveva saputo che Carmen era incinta. È stranissimo che qualcuno lo abbia scoperto, se si tiene conto che tua nonna aveva messo a tacere ogni cosa. Carmen si era diplomata a Hawthorne Valley la primavera precedente, e tua nonna andava raccontando a tutti che era partita. Che era ospite di un college esclusivo di Rhode Island, e sarebbe tornata soltanto a Natale. Non so che cosa si sarebbe inventata quando Carmen fosse ricomparsa con un bambino in braccio. Ma le cose non arrivarono a questo punto. Forse la nonna lo sapeva. Mamma si guarda le mani. - La mattina dopo la tua nascita, arrivò Sam. Forse fu Grace ad avvisarlo. Awolse te e Carmen in quelle calde coperte che si adoperano per i cavalli e vi

sistemò tutte e due nella cabina dell'autocarro. Si dice che nella vita l'importante sia cogliere l'attimo, e allora fu dawero così. La nonna entrò nel viale men- tre Sam stava andando via. Scoppiò una lite. La nonna gridò che loro due potevano anche andarsene e non tornare mai più, per quanto la riguardava, ma che la bambina doveva restare qui. Se tu fossi stata un maschio, Carmen avrebbe potuto prenderti con sé, ma

sei una Hansen, sai volare. La nonna non ti avrebbe

mai lasciata.

- Credo che Carmen sapesse sin dal principio di non

essere in grado di crescere un bambino. La nonna la convinse che non avrebbe mai potuto prendersi cura

di te con il solo aiuto di Sam. Carmen era così

è normale che finisse per cedere. La nonna

diede a entrambi molti soldi perché cominciassero

debole

una nuova vita da qualche parte. L'accordo era che Carmen ti avrebbe lasciata qui e non avrebbe cercato

di rivederti prima della vigilia del tuo sedicesimo

È strano che la nonna abbia fatto sia

pure questa piccola concessione, ma fu così.

- Carmen e Sam accettarono. Andarono in Califor- nia, dove Sam aveva un cugino che viveva vicino all'oceano. Ricordo come mi guardava Carmen quella mattina mentre ti consegnava a me. Disse:

"Abbi cura della mia piccolina, Maeve, vuoi? Abbine cura''. Io annuii e cercai di sorridere, ma piangevo troppo forte mentre ci abbracciavamo. Doveva par- tire, lo sapevo. Però faceva male lo stesso. Che dovesse andarsene senza di te sembrava ingiusto e crudele, e non fu che l'inizio delle sue sofferenze. Sam morì in un incidente d'auto un anno dopo che si erano trasferiti in California. Carmen ci avvisò con un telegramma. Pensavo che la nonna si sarebbe impietosita e le avrebbe chiesto di tornare. Invece ci vietò perfino di risponderle.

compleanno.

- La nonna badò a te mentre io finivo la scuola, poi dopo il diploma ci fu il passaggio di consegne. Un piano davvero perfetto. Io ero timida, una ragazza tranquilla. La nonna era riuscita a convincermi della mia fragilità. Dipendevo da lei, quindi ero facile da controllare. Ti ha dato a me perché sapeva che sarei rimasta.

- Scrivevo a Carmen una volta al mese e le raccon- tavo di te. Poi un giorno mi fece sapere che per lei era troppo doloroso, soprattutto ora che era rimasta sola.

Mi pregò di smettere.

- Sam né Carmen avrebbero voluto lasciarti mai. Posso dire soltanto che eravamo giovani, impaurite e che la nonna controllava la nostra esistenza. Non riu- scivamo a pensare con la nostra testa. Tu ci hai resti- tuito la libertà, Georgia, e te ne sono grata. Si interrompe e ci guardiamo. Non trovo le parole.

- Ho sofferto per non averti raccontato prima tutta la storia. Volevo farlo, ma quando mi sono decisa, tu hai smesso di fare domande. Tu sei mia figlia, Geor- gia, ma sei anche figlia di Carmen. E a suo modo, lei ti vuole bene. Ha trascorso la vita da sola. Ha perduto te e Sam che non aveva compiuto vent'anni. È stata cac- ciata soltanto perché aveva osato amare. Tutto qui, Georgia. Sei nata in una famiglia di donne che hanno ricevuto il dono del volo, e adesso è venuto per te il tempo di volare. Mi bacia in fronte. Odora di lavanda e di fumo di legna. Io annuisco, mi tolgo le scarpe in uno stato di trance, stringo il sacco a pelo alla vita e calzo bene il cappello di lana. Mi alzo, mi sgranchisco le gambe. Vorrei poterle rispondere, invece tutte le domande sono scomparse. Mi sento come se qualcuno mi avesse riempito il cervello di cotone e io non potessi più mettere insieme le parole. Le faccio un cenno di saluto, tocco con un dito il cavallino ricamato sulla fusciacca perché mi porti fortuna, e comincio a cor- rere come il giorno in cui Carmen mi ha fatto tanto arrabbiare. I1 giorno in cui ho capito che lei non se ne sarebbe andata senza mettere sottosopra la mia esi- stenza.

All'inizio è strano non avere nessuno accanto, e non è bello come di giorno. Davanti a me soltanto il buio.

Ma c'è una falce di luna e ci sono le stelle.

Devo concentrarmi bene sulla direzione. Ricordare

quello che mi ha insegnato Eva sulla necessità di avere

la mente libera e sgombra. Ascolto il mio respiro e sto

attenta a quello che mi circonda, lascio che i pensieri

mi attraversino come nuvole. Pino. Respira. Vento da

est. Respira. Mamma. Respira. Carmen. Respira. Respira. Respira. Mi dirigo verso nord, tenendomi a una trentina di metri oltre la linea dei pini. Mi ci vogliono circa dieci minuti per arrivare al fiume. Lo sorvolo più di una volta e poi punto sulla foresta al limitare del parco. Per fortuna la luna fa luce, e io

vedo il riflesso dell'acqua del laghetto che mi ha indi- cato Eva due notti fa. Mi preparo ad atterrare. Mentre scendo, un suono alle mie spalle, come di un gruppo di donne che chiacchierano, interrompe le mie fantasticherie. Oche selvatiche. Cercano un posto dove sostare per la notte. Volo più in alto. Le oche selvati- che in formazione sono fortissime. Uno stormo potrebbe scaraventarmi giù dal cielo. La direzione dei loro richiami cambia e capisco che adesso sono sotto

di me. Mi sento sollevata. Non mi voleranno contro -

e non mi sporcheranno. Non riesco nemmeno a pen- sare che impresa sarebbe togliermi la loro cacca dai capelli. Guardo giù e il cielo è diventato bianco. Candide oche polari! I loro corpi agili come angeli contro l'o- scurità notturna. Sembrano nuvole. Per un attimo penso che potrei aggrapparmi a loro e farmi condurre

in un regno incantato dall'altro lato del sole, come

Pollicina che vola verso la terra delle fate-fiori in groppa a una rondine. Per parecchi minuti voliamo su due piani paralleli. Mi sento emozionata a essere una

di

loro. Lanciano il loro richiamo e io rispondo, anche

se

non sono molto brava a imitare il loro verso. Pre-

sto, però, si allontanano in cerca di un rifugio per la

notte. - Buon riposo. Atterrate bene, - dico, sperando che possano capirmi. Brucio dal desiderio di voltarmi verso destra e di chiedere consiglio a Eva. Ma sono sola. È questa per

me la parte più difficile del volo: stabilire la distanza

e, dunque, il tempo di atterraggio. Trovo quella zona

libera presso il lago e atterro, spingendo leggermente

le braccia indietro e stringendole sempre più contro i

fianchi. Atterro correndo, portando avanti le braccia e fermandomi proprio sulla riva del lago. Traggo un profondo respiro. Nei boschi c'è tranquillità, non si vedono le mie amiche oche. Muovo le braccia. Ero tesa durante il volo e ora sono assalita dai dolori per aver tenuto il corpo rigido con- tro il vento. Esausta dopo questa giornata, tutto

quello che voglio è trovare un luogo riparato tra i pini, per aprire il mio sacco a pelo e addormentarmi. Ci impiego parecchi minuti prima di trovare il posto giusto e sganciarmi il sacco a pelo dalla vita. Dentro mamma ci ha infilato un paio di pantaloni di felpa e

una giacca di flanella pesante, calze, e una tavoletta

di cioccolata. Mi vesto, infilando il vestito nei panta-

loni, e scivolo nel sacco a pelo. I boschi sono silenziosi in questa stagione. Soltanto

il fruscio di poche ostinate foglie di faggio che stor- miscono l'una contro l'altra nella brezza. Non ci sono grilli per cantarmi la ninna nanna. Fa troppo freddo

per i grilli. Immagino che se non fossi abituata a stare

fuori di notte il silenzio mi spaventerebbe. Invece mi

dà pace. Mentre me ne sto sdraiata a terra, tutti gli

awenimenti del giorno vengono assorbiti dal terreno.

Decido che ho tutta la vita per capire. Ora devo solo dormire. Nelle prime ore del mattino mi sveglia lo scricchio-

lio di un ramo. Apro gli occhi. Non mi muovo. I1 cielo

è ancora nero.

- Georgia? - mi chiama piano una voce. Un brivido

mi percorre la schiena. Ha qualcosa di inquietante

sentire il tuo nome sussurrato nei boschi quando pensi di essere sola.

- Sei sveglia? Forse è un sogno. Forse è un antico spirito Abenaki venuto a tormentarmi. Dopo la giornata di ieri sono pronta a tutto. Annuisco per non offendere lo spirito, il sogno o qualsiasi cosa sia. I1 viso di Cannen si china su di me. Respiro di sollievo. - Carmen! - e mi tiro su a sedere.

- Russi, - lei dice e scoppia a ridere. - Se avessi avuto una giornata come quella che ho avuto io ieri, russeresti anche tu. Carmen ride di nuovo, si siede a gambe incrociate accanto a me. Si è cambiata d'abito e indossa un paio di pantaloni neri di lana pesante e un golf. Segue un silenzio imbarazzato. - Sto tornando a casa. Non ti avevo salutato e,

soprattutto, non ti avevo dato questo. - Mi porge un ciondolo. - Da un lato c'è un mio ritratto di quando avevo più o meno la tua età. Dall'altro c'è il ritratto di tuo padre. Samuel Gowen.

- Gowen?

- Sì, Sam era il figlio maggiore del signor Gowen. -

Le labbra si piegano un poco all'ingiù mentre pronun-

cia il suo nome.

- Dunque il signor Gowen è mio nonno? - chiedo.

- Esatto. Sam fece promettere alla nonna che il signor Gowen avrebbe potuto vederti quando voleva. E io feci promettere al signor Gowen che ti avrebbe tenuta d'occhio e non avrebbe permesso alla vecchia signora di dominarti. E il signor Gowen disse alla nonna che se mai avesse cercato di impedirgli di

vederti, un giorno ti avrebbe raccontato la verità. Così

la nonna lo ha assunto e in cambio lui ha promesso di

tacere.

- Povera me, Carmen. Adesso non mi riaddormento

di sicuro. Basta, per piacere.

- Scusami. Ma non ti vedrò per parecchio tempo e desideravo che tu avessi questo.

- Grazie, - dico prendendo il ciondolo. Lo apro. I miei genitori. Guardo a lungo i loro volti, cercandoci me stessa. L'uomo a destra è abbronzato e somiglia al signor Gowen. Ha qualcosa anche di me, negli occhi. Carmen è bella. I capelli sono più lunghi e le guance più piene.

- Lo so che sei tu la mia vera madre, ma è mamma che io sento come mia, - dico.

- E lo è. Più di quanto lo sia io. Ti ho messa al mon-

do, ma non ti ho voluto legare a me. Non sono un tipo materno. Sai una cosa? Tieni Maeve come madre,

d'accordo?

- D'accordo. - Non ti chiedo niente, Georgia. Volevo soltanto essere certa che tu conoscessi la verità. Ognuno ha il

diritto di conoscere la verità. E volevo essere sicura che tu non vivessi nella paura. Ma, ora che ti ho vista, ho capito e sono tranquilla. Sono fiera di conoscerti, Georgia Louisa Hansen. Vieni a trovarmi, se vuoi. Maeve sa dove abito. Ora devo andare. Ho la mia vita

e devo riprenderla, che tu ci creda o no. Annuisco. - Fai buon viaggio, - le auguro. Mi pia- cerebbe dare a Carmen qualcosa di me da portare via,

ma ho soltanto un consiglio da darle. - Eva dice che è meglio stare lontano dai Grandi Laghi.

- Ci vado apposta in quella direzione. - Carmen mi sorride. - I1 vento forte è un nemico da sconfiggere. Le tendo la mano. Carmen la prende e mi stringe a

- Carmen mi sorride. - I1 vento forte è un nemico da sconfiggere. Le tendo la
sé

in un abbraccio violento. Rapido e duro, e quando

ci

separiamo sento ancora il calore del suo corpo con-

tro il mio. Mi accarezza la testa con la punta delle dita

e scompare tra gli alberi.

Si dice che poco prima dell'alba la notte sia più buia. Vero. I1 cielo è del nero profondo dell'ossidiana.

I1

giorno sembra lontano, invece e alle porte. Arrotolo

il

sacco a pelo, mi appendo il ciondolo al collo e lo

infilo nel vestito. Qui non vedo rocce da cui lanciarsi per il decollo. C'è soltanto una collinetta sull'altra

sponda del lago. Non mi sento molto sicura, ma

ricordo le parole di Eva: "E più facile se c'e una roc- cia, ma puoi alzarti dal letto secco di un fiume se e necessario". Arrivata alla collina, mi calco bene il cappello sulle orecchie e mi arrampico correndo quanto più in fretta possibile. Una volta in cima, ho tanta aria sotto di me che mi lascio andare e volo. Quando arrivo in vista della casa un barlume illu- mina l'orizzonte. Non ci sono luci accese e la terrazza ha un'aria deserta e solitaria. Prima di dirigermi verso la radura c'è una cosa che devo fare. Volo sopra il tetto del granaio in direzione del pratone e plano sul cimitero. In tutti i miei anni di volo con Eva, non siamo mai venute qui. È la prima volta che lo vedo dall'alto e rido, pensando che questa deve essere la vista che hanno Louisa e Gilda quando lo sorvolano. Le pietre sembrano più piccole da questa angolatura e non sono storte come denti. Piuttosto simili a piccole dita grigie tese verso l'alto, immerse nell'oscurità. - Grazie, - dico alle pietre. - Grazie per il dono del volo. - Un'allodola fischia tra i cornioli, una foglia mi sfiora la guancia. Viro e plano a est nell'alba, verso le braci addormentate del falò e le sagome scure di tre donne che aspettano.