Il Medioevo
Il Medioevo
Nel Medioevo, la Spagna era molto diversa da quella che conosciamo noi oggi.
Essa si divide, sostanzialmente, in 3 province.
→ Ci sono anche alcune città che oggi sono portoghesi, ma che prima faceva parte di questa grande provincia
iberica.
→ Fino al IV secolo c’era anche l’aggiunta delle Baleari.
Questa è la situazione che lasciano i Romani.
Ogni provincia romana viene invasa da un popolo barbarico differente. Essi sono:
- i Franchi, una popolazione germanica molto acculturata e con un’idea di stato molto più moderna → non si fermano in Italia,
ma proseguono verso la Gallia;
- gli Ostrogoti, altra popolazione germanica abbastanza acculturata → si fermano nella zona Nord dell’Italia;
- i Visigoti, anch’essi molto acculturati con un’idea di stato centralizzato a cui spesso faranno riferimento gli spagnoli nei secoli
successivi (si rimpiangerà il regno dei Visigoti, con un solo re: “prospettiva storica goticista” anche Lope de Vega, un drammaturgo
del 1600, ad esempio, nelle sue commedie ad argomento storico avrà una prospettiva goticista) → si fermeranno in Spagna.
Per gli spagnoli la cultura romana creata in Spagna è già letteratura spagnola (es. autori come Seneca, sono ritenuti gli iniziatori della letteratura
spagnola).
Allo stesso tempo, per gli spagnoli (soprattutto i teorici tra ‘500 e ‘600) c’è una continuità tra la cultura romana e quella della Spagna attuale, perché
l’obiettivo degli spagnoli è di cancellare la dominazione araba e creare continuità con l’Impero Romano.
→ Nel momento in cui il papato e le diocesi federano la cultura in tutta Europa, in Spagna ci sono gli Arabi = elemento di discontinuità.
→ E gli stessi arabi, nella penisola iberica, elaborano una cultura molto variegata con dei generi poetici
mescolati tra arabo e spagnolo.
Il centro culturale più importante nel VII secolo è Toledo: qui si concentra tutta l’attività culturale e politica del regno che mantiene un carattere
tardo-romano (latino).
Da questo punto di vista non c’è nessuna grande differenza con quello che succede un po’ negli altri paesi dopo la fine dell’Impero Romano.
LA CONQUISTA ARABA:
→ In realtà, in Spagna c’è qualcosa di diverso succede perché viene travolta dall’invasione dei musulmani nel 711 con la “Battaglia di Guadalete” contro i
Visigoti e gli Arabi entrarono nella penisola iberica in tutta la parte Nord:
- Paesi Baschi;
- Cantabria;
- Asturie.
Questo fu un periodo di grande ricchezza per gli spagnoli, ma questo dominio politico e culturale sarà uno dei temi ricorrenti della letteratura spagnola.
Gli arabi saranno sia:
- “mentirosos”
- “cavalieri cortesi”, quasi sviluppando una sorta di amore per gli arabi (morofilia).
→ Il periodo di dominazione musulmana non è breve, perché tutto quel processo che si chiama “La Reconquista”, ossia la ripresa dei territori occupati dagli
Arabi da parte dei Regni Cattolici, terminerà solo nel 1492 quando cade anche l’ultimo baluardo del dominio arabo, cioè Granada (capitale dell’ultimo
califfato arabo).
→ A partire dall’XI secolo, i Regni Cattolici di Spagna cominciano ad essere molto più forti (es. regno di Castiglia, di Aragona o delle Asturie) e cominciano a
federarsi per la cacciata degli Arabi dalla Penisola Iberica.
A questo territorio già pieno di culture si aggiunge un elemento assurdo: la scoperta dell’America. Essa non rappresenta solo la conquista di quel mondo
ma anche l’acquisizione di conoscenze e culture da quel mondo perché gli spagnoli dalle Americhe importeranno anche un po’ di cultura.
Qui si andrà ad elaborare la cosiddetta cultura criola, cioè la cultura degli Spagnoli nati e cresciuti nelle Americhe. I centri culturali più importanti saranno:
Lima, Messico e altri paesi dell’America Centrale.
Questa cultura arriverà in Europa attraverso Siviglia, che diventerà il centro del mondo.
→ Infine, a partire dal 1492 fino al 1609 inizia un’altra fase che è caratterizzata dall’espulsione dei “moriscos”, ovvero i discendenti dei Musulmani ai quali era
stato scritto di convertirsi al Cristianesimo (ma poi vengono cacciati, comunque, dalla Spagna).
Nel 1609, Filippo III caccia gli arabi dal Paese, provvedimento che avrà come conseguenza la povertà della Spagna perché mancherà la forza-lavoro e una
serie di investitori. Dunque, la cacciata degli arabi diede inizio alla decadenza dell’impero spagnolo.
Durante questa fase di dominio arabo, il centro principale è Al-Andalus, che corrisponde più o meno al territorio dell’attuale Andalusia.
→ All’inizio si usava soprattutto il termine “letradura” con il quale ci si riferiva alla materia trattata dai chierici, cioè coloro che sono legati alle istituzioni
ecclesiastiche e fanno riferimento ad arti e scienze che vanno studiate e vigilate.
→ Questa idea così generica inizia a cambiare, inizia ad avere un obiettivo educativo, deve essere esemplare. A partire dal XV secolo si passa al termine
“literatura” la cui definizione è una produzione scritta che esprime contenuti ed insegnamenti che vanno sempre vigilati.
Però, abbiamo detto prima che la letteratura latina aveva già un suo peso.
→ Ma perché l’idea di letteratura è ancora così generica?
- Perché il vuoto, dato dalla caduta dell’Impero Romano, riguarda anche la conoscenza letteraria, le opere letterarie si perderanno,
per poi essere recuperate dagli Umanisti successivamente.
Anche coloro che scrivono non hanno l’identità dello scrittore, di autore.
Fino al 1400 scrivere era una specie di vergogna e anche in Spagna abbiamo pochissimi autori e solo dopo cominceranno anche a firmarsi.
Inoltre, come vedremo la letteratura spagnola avrà un inizio molto diverso da quello delle altre nazioni, perché non si posa fondamentalmente su una
tradizione volgare e clericale, ma su una tradizione molto più bassa, di tipo popolare.
I MODI DI DIFFUSIONE:
Come si diffondeva la letteratura nel Medioevo?
In tanti modi che sono differenti da quelli che conosciamo noi oggi (es. la circolazione libresca comincia a diffondersi in Europa solo nel ‘700).
Tra questi modi abbiamo:
- il “recital” (palabra poética + melodía instrumental), avviata negli eventi collettivi di lettura in comunità;
- la “lectura personal”, cioè l’atto di leggere un libro personalmente.
Dunque, il consumo di letteratura medievale è più paragonabile ad un concerto che alla nostra lettura.
EL MESTER DE JUGLARÍA:
Ed è in questo contesto che si colloca la diffusione del “Mester de Juglaria”.
→ Si tratta di un genere letterario spagnolo diffusosi tra il XII e il XIII secolo oralmente dai “juglares” che si guadagnano da vivere raccontando
e cantando queste storie in luoghi e palazzi pubblici mentre eseguono brevi scene teatrali, acrobazie e altri divertimenti.
→ Il loro compito era quello di divertire e intrattenere un pubblico molto eterogeneo:
- dalle piazze (pubblico popolare)
- alle corti (pubblico colto).
Dunque, i primi autori di questo periodo sono perlopiù “attori”. La bravura di un autore in questi secoli non si valutava sulla base della sua originalità, ma
in base a quanto bene si adattava alla tradizione e alla rappresentazione più affidabile possibile delle storie.
Sono attori perché si rifanno ad un copione e lo ripetono (a volte con piccole “variaciones”).
Essi sono anche detti “auctoritas” → parola che non va contraddetta.
I giullari spagnoli dell’epoca medievale si rifanno alla tradizione degli istrioni (già presenti all’interno dell’Impero Romano, ma che va dall’Antica Grecia),
ossia delle persone che raccontavano storie per strada partendo da manoscritti che avevano sott’occhio o che conoscevano a memoria; esse, poi,
venivano copiate da altri suoi manoscritti.
Questa tradizione, però, non era controllata (es. ci sono molti errori e i testi erano copiati male).
In Spagna i giullari hanno un ruolo particolare proprio per quel grande buco nero della dominazione araba che crea delle caratteristiche culturali uniche.
Qui, non ci sono le istituzioni ecclesiastiche si fanno carico della cultura e i pochi chierici stanno nei luoghi liberi dalla dominazione araba e a Toledo (dove
gli arabi conservano nelle biblioteche le opere latine, fanno un grande sforzo di traduzione delle opere latine in arabo).
Dunque, in Spagna più che in ogni altro luogo, i giullari hanno un ruolo molto più cruciale perché diffondono la cultura. A loro si deve lo sviluppo di quella
parte di letteratura che andrà verso l’intrattenimento e tengono insieme il vecchio ideale oraziano di mescolare “l’utile al dolce” (testi di intrattenimento →
hanno una morale).
Alberto Varvaro riporta molti esempi di testimonianze di questa attività di intrattenimento e diffusione culturale che svolgono i giullari.
→ Ciò ci serve anche per dimostrare, per la prima volta, un concetto fondamentale in questa prima fase: la dimensione dell’oralità.
I testi e le storie venivano trasmesse in forme orale, dunque, la lettura ad alta voce e la ripetizione di queste storie era necessaria.
Per questo motivo:
- la letteratura epica fa ricorso a formule ricorrenti e ad un “estilo formular” che torna in continuazione, visto che esse erano
imparate a memoria dagli “oyentes” e ripetute da tutti nei poemi epici;
- la letteratura epica era soggetta a trasformazioni, a varianti, per cui di una stessa storia troviamo finali diversi legati a particolari
contesti in cui una storia era stata letta.
Tutti coloro che leggeranno di questa tradizione giullaresca la definiranno come “incolta” perché non è espressa in latino e si diffondeva nella piazze e nei
luoghi pubblici (tradizione popolare).
I loro racconti parlavano, sicuramente, di imprese di guerra, battaglie e cavalieri. Sono dei racconti che avevano, quindi, almeno in una prima fase, un
valore storico ma sui quali si andava a costruire un alone leggendario attorno a questi cavalieri e condottieri, a tal punto da farli diventare degli esempi.
LETTERATURA SPAGNOLA - LEZIONE DI MARTEDÌ 11/03
CANTAR DE MIO CID:
All’interno della tradizione epica possiamo collocare il “Cantar de mio Cid”, l’epopea più importante della letteratura spagnola.
→ Come si è originato?
Abbiamo detto che il “mester de juglaria” è una componente fondamentale della cultura medievale europea. Ma l’epica spagnola è molto diversa dal ciclo
carolingio o bretone. Questa epopea è, in realtà, "castillana" (è anche la prima attestazione del regno di Castilla nella storia).
Questa elaborazione di questa materia storica si potrebbe essere sviluppata secondo due scuole di pensiero che hanno riflettuto sulle origini dell’epopea
medievale nell’800, che sono:
- "neotradizionalismo", secondo cui la poesia medievale è una poesia che si è originata da un autore vicino ai fatti narratori, ma
diventa l’epopea che conosciamo noi oggi attraverso una serie di riscritture, copie e ascolti popolari, diventando una “vulgata” in
cui tutto si tramanda; dunque, sia l’autore (chi scrive) sia “los oyentes populares” (il pubblico che sente) hanno avuto un ruolo
centrale nella costruzione dell’epopea che è diventata un racconto corale, popolare;
- “individualismo”, secondo cui, invece, la poesia medievale è una poesia che si è originata grazie ad una personalità, ad un autore
colto, un poeta vero e proprio distante dai fatti narrati cronologicamente, (quasi sicuramente legato ad un monastero o ad un
luogo dell’ecclesia monastica) e che ha dedicato il suo “otium” alla scrittura creando la storia del Cid con strumenti eruditi.
Entrambi i pensieri potrebbero essere veri, ma non possiamo esserne sicuri.
In entrambi i casi, dopo essere stato messo per iscritto diventa quello che abbiamo visto essere il “mester de juglaria” che sarà performato dai giullari.
D’altronde, lo stesso Cid non è della stessa grandezza di Carlo Magno, ma è soltanto un piccolo nobile (infazòn) che ha assunto potere grazie al suo
coraggio, grazie alla sua bravura in battaglia. E anche quando diventa l’eroe di questo piccolo regno, gli verrà tolto il diritto di stare anche nel suo piccolo
regno.
Nonostante ciò, è bene sottolineare come l’opera resti “epica” (non è un diario intimo del Cid), perché tutti questi momenti servono a farci capire quanto sia
eroico il Cid nonostante tutto quello che ha vissuto. Una delle scene che più ricalcano questa sua condizione è quando arriva a Burgos chiedendo asilo,
ma tutti si dannano dal non poterlo accogliere; proprio una bambina, gli dirà, che pur conoscendo il suo valore, non gli possono dare né cibo né un tetto
perché il Re glielo aveva proibito..
Successivamente, tra ‘800 e ‘900, il Cid diventerà eroe nazionale. In un periodo di forte crisi sociale, politica ed economica (poiché la Spagna perderà le sue
ultime colonie, ossia Cuba e Filippine), si tenta di ricostruire la nazione proprio a partire dall’idea di un esempio valoroso, ossia il Cid.
Per cui, scrittori, pensatori ed artisti, cercano di trovare il punto più alto della storia spagnola e lo trovano proprio nella Castiglia del tempo del Cid:
- ad esempio, Antonio Machado, scriverà una raccolta "Campos de Castilla” in cui confronterà la degradazione della Spagna del
‘900 con la grandezza del passato;
- o ancora, Francisco Franco, il dittatore, considera il Cid come il cavaliere simbolo della Spagna guerriera e combattente.
Un altro elemento sono los “pregónes de los heraldos del Cid” (Tiradas 73-74).
Siamo nel momento in cui il Cid sta raccogliendo l’esercito per andare a conquistare Valencia nella zona di Levante (che andrà a buon fine e sarà una
carta di scambio per il suo ritorno in patria). Per chiamarle si urlava, si bandiva la richiesta dei militari nelle città (es. in una piazza).
“Quien quiera olvidar cuita y riqueza ganar,
Viniese a mio Cid que tiene ganas de cabalgar;
Cercar quiere a Valencia para a cristianos la dar.”
Nella tirada successiva, ciò viene ripetuto quasi.
“Quien quiera ir conmigo a cercar a Valencia,
Todos vengan de grado, ninguno a la fuerza;
Tres dias le esperarè en el canal de Celfa.”
E’ come se parlasse il Cid, ma è come se si ripetessero i messaggi che i soldati gridavano ad alta voce. L’autore mette in scena il momento in cui si
raccoglievano i soldati, e i giullari gridavano quando leggevano.
Un ultimo elemento è la presenza di una frase idiomatica alla fine della copia di Per Abat.
“Y el romance se ha leido,
Dadnos vino;
Si no tenèis monedas,
Echad ahi unas prendas,
Que bien non lo daràn por ellas.”
Questa frase era messa sotto la copia che leggevano i giullari da pronunciare alla fine della recita per chiedere soldi.
Per meglio spiegare il passaggio dal “mester de juglaria” al “mester de clerecia” possiamo prendere in analisi 4 versi tratti dal “Roman d’Alexandre”.
✍️Qui, l’autore anonimo ha sintetizzato le due tradizioni presenti nel Medioevo spagnolo.
→ LÍNEA 1: Ci dice che sta componendo un “mester fermoso” = “hermoso”, ma lui non appartiene ai giullari che probabilmente scrivono qualcosa di “feo” (si
tratta di una letteratura di devozione, di preghiera.
→ LÍNEA 2: Questo modo di scrivere in versi è senza peccato, non ha elementi peccaminosi, e di fatto è “de clerecia”.
→ LÍNEA 3: “Hablar curso” = parlare dritto, senza errori, con una sintassi piana e comprensibile, e rimate (forma metrica regolata e precisa)
→ LÍNEA 4: Le sillabe sono contate, quindi, si tratta di una poesia in metri ben strutturati, perché loro sono in grado di comporre con grande maestria.
La “cuaderna via”: essa è la forma metrica utilizzata dai chierici. Essa presenta:
- strofa composta da 4 versi;
- versi alessandrini di 14 sillabe (uguale per tutta la tradizione europea);
- in rima AAAA, BBBB, CCCC, DDDD.
Questa tradizione era particolarmente importante perché in questi testi è possibile ricondurre alle fonti latine, in quanto, essendo una letteratura colta e
scritta da autori colti, questi cercano di recuperare quell’antica tradizione latina, che mentre si era conservata in altri paesi europei, in Spagna era andata
persa a causa dell’invasione araba che mise in discussione il dominio latino.
Quindi, abbiamo un primo tentativo di tenere insieme una tradizione alta europea e una tradizione spagnola più popolare fino ad allora esclusa
dall’Europa (Spagna → resto d’Europa).
Il linguaggio, però, è del tutto popolare, perché questa poesia ha un doppio desiderio:
- parlare all’élite europea, che poteva leggere;
- parlare alla popolazione illetterata pensando a delle letture pubbliche → questo spiega anche perché si scelga di inserire alcuni
inserti di altri metri che sembrano giullareschi e che danno attenzione all’oralità.
LA RIMA:
E’ opportuno fare anche una distinzione tra:
- rima consonante (è totale), tutte le lettere coincidono alla fine del verso;
- rima assonante (è parziale), solo le vocali coincidono.
→ La datazione.
I manoscritti che ci sono arrivati sono 3, che però, ci pongono una serie di problemi, uno dei quali riguarda la datazione, ossia:
- il manoscritto più importante, che è quello che conserva la versione più estesa del libro e che si trova a Salamanca, data l’anno
1343;
- un secondo manoscritto, conservato invece nella Biblioteca Nacional de Espana, data l’anno 1330;
- un terzo manoscritto, che non conserva la strofa in cui c’è il riferimento alla datazione.
Gli studiosi dell’opera si sono posti questo problema e hanno proposto diverse soluzioni, cioè che:
- i due manoscritti, forse, vengano da due tradizioni diverse, e quindi, riconducibili a due date diverse;
- un manoscritto sia più completo dell'altro, e che quindi, la data successiva corrisponderebbe ad una versione più aggiornata.
In realtà, il problema della datazione è molto più complesso e nessuna ipotesi convince realmente, ma sono tutte discutibili.
Quello che, però, a noi interessa è che è un testo che è stato composto nella prima metà del XIV secolo.
→ La forma metrica.
Da un punto di vista metrico, troviamo l’uso della “cuaderna via”, ossia una strofa di 4 versi alessandrini di 14 sillabe che seguono lo schema della
monorima AAAA, BBBB, CCCC, DDDD.
Benché all’inizio ci sia un prologo in prosa, in cui l’autore ci presenta l’opera e ci parla anche di sé, si tratta di un’opera in versi; ma, in molti punti del testo,
però, questa struttura viene interrotta da componimenti poetici di altra struttura metrica.
→ L’argomento.
L’argomento dell’opera potrebbe essere ridotto ad una semplice frase: “Tutti gli uomini (intesi come esseri umani) sono trascinati dal sentimento dell’amore,
e anche l’autore si dichiara peccatore”.
Già qui, si mette in dubbio il “sin pecado” dichiarato nel “Roman D’Alexandre”: siamo in un momento storico in cui la poesia deve necessariamente insegnare
qualcosa e si stanno affinando gli strumenti giusti per farlo al meglio, per rendere piacevole il tutto (anche se siamo ancora più dal lato dell’utile che del
piacere).
Il narratore ci dice che ha avuto in apparizione Amore in persona che gli ha dato dei consigli, degli ammaestramenti. Ad ogni avventura corrisponde un
“insegnamento”.
Il contenuto, quindi, potrebbe sembrare peccaminoso, ma alla fine si rivelerà essere un manuale per non peccare: prima si spiega il peccato (anche con
scene di amore carnale), quali sono gli errori e poi c’è la strada per non peccare. Dunque, ci sono storie d’amore ed elementi peccaminosi, ma questa
materia diventare morale perché l’autore ci racconta tutto per dirci: “non fate ciò che ho fatto io”.
Alla fine, il libro si conclude con una specie di pentimento del narratore: in segno di questo pentimento, lui aggiunge una serie di liriche mariane (dedicate
alla Madonna) per ricevere il perdono.
→ I personaggi.
Il personaggio che dice “yo” è il narratore (probabilmente l’autore).
Egli, però, si fa aiutare da varie persone: la più importante è una ruffiana chiamata Trotaconventos (un’antenata della Celestina), che ha il compito di
mediare per lui con le donne, cercando di convincerle ad innamorarsi di lui.
Tutta l’opera, quindi, è un insieme di ben 13 tentativi e innamoramenti del narratore (sarà mal consigliato). Solo una, alla fine, sarà parte di una storia
d’amore, ossia: Doña Endrina.
→ I temi.
Tra le tematiche più presenti, ricordando che siamo sempre all’interno di un’opera medievale, notiamo che alcune tematiche della passione amorosa sono
spiegate con delle fiabe o degli apologhi (cioè, racconti di natura allegorica che hanno per protagonisti degli animali), che supportano la tesi dell’autore.
Il titolo è, appunto, “Libro del beun amor”; dunque, attraverso la presa di coscienza e la successiva demolizione del “mal amor” (amore sensuale che non sarà
contemplato fino al ‘500) si arriva al “buen amor”. Esso è già l’amore cortese, cioè quella fenomenologia della dinamica amorosa che prevede il servizio
dell’amante verso l’oggetto amato, quell’amore casto e puro che non si concretizza mai ma è solo desiderio.
→ Le fonti.
Le fonti a cui si rifà sono:
- una serie di apologhi e favole arabe (letteratura presente nella stessa nazione spagnola);
- delle pastorelle, che non hanno intento didattico o morale, ma è un genere piuttosto satirico, divertente (c’è quasi sempre un
cavaliere in un contesto bucolico ed incontra una bellissima pastorella e cerca di sedurla), sotto forma di dialogo;
- dei sermoni, che sono delle poesie didascaliche e moraleggianti, che vanno a spiegare la lettura di un argomento alto, religioso;
- degli elogi e vituperi, che vanno di pari passo e sono l'uno l’opposto dell’altro (si elogia e si discreta);
- tutta la tradizione medio-latina, cioè quella cultura latina che si origina in sincretismo con la cultura cristiana;
- alcuni “exempla” didascalici di tradizione latina ed orientale, che servono, appunto, per spiegare qualcosa); in età classica si
parlava per miti, in età medievale si parla per esempi.
→ La struttura.
La struttura è molto confusionaria, infatti sfugge ad ogni modello noto:
- potrebbe essere sia parte di una narrativa (come i “cantares”);
- potrebbe essere anche un’opera in prosa.
Sembra che i vari episodi siano giustapposti. L’esperienza degli uomini è ciclica, questi avvenimenti potrebbero accadere anche ai lettori. “El malo amor”
non ha successo, non si da mai alla realizzazione come reciprocità e amore casto e pur del “buen amor”.
→ L’elemento autobiografico.
Tutti gli episodi sono messi insieme con una struttura confusionaria e la narrazione è molto complessa.
Però, l’elemento che tiene insieme il tutto è l’elemento autobiografico.
E a riprova di ciò, l’autore afferma: “Io sono uomo come gli altri, quindi, sono peccatore e ho avuto il grande amore verso le donne.” La sua è un’esperienza è
esemplare perché è collettiva e tutti possono amare ed essere amati come lui: “Diréla por dar esempio, non porque a mì vino” (l’ha raccontata per dare
esempio, non perché gli è successo, dunque, questa storia potrebbe anche non essere vera).
Si tratta di un io che è molto simile ad altri io.
→ L’intento didascalico.
Questo perché l’obiettivo di fondo dell’opera è quello didattico.
L’intento è: ricordare il bere e dare un appiglio a chi ha perso il senno per amore.
Questo fine sarà molto ricorrente per tutto il Medioevo, ossia dare consigli agli amanti che non sono più lucidi per colpa dell’amore, una forza
incontrollabile e spaventosa per una società che pretendeva di avere il controllo per tutto e in cui l’unico amore possibile era quello per Dio; invece, l’amore
passione andava controllato e bisognava aiutare chi perdeva il senno e farlo tornare alla ragione.
→ I diversi significati.
Potremmo definire quest’opera come una delle più “polisemiche” della letteratura spagnola, in quanto ha vari significati.
Essa, infatti, può essere letta da vari punti di vista:
- può essere considerata un diario, un’autobiografia di un peccatore, che alla fine si redime pur non potendo cancellare le sue
azioni peccaminose;
- può anche essere un percorso fatto per dimostrare come stare lontano dal peccato.
Ciò ci fa capire che la condivisione di valori nel Medioevo non era così chiusa così come ci hanno fatto credere, anzi, i valori sono molto discussi. La gente si
chiede davvero se l’amore sia un’esperienza da eliminare totalmente o è possibile controllarla.
Si tratta di una duplice lettura che al suo interno contiene anche racconti biblici e vangeli apocrifi.
→La storia narra che: un corvo sta mangiando del formaggio su un albero; la volpe (simbolo della furbizia) vede il bottino e comincia a fare dei
complimenti al corvo senza senso, immotivati (anzi, lui è il contrario di quello che lei dice) cercando di ammaliare; ad un certo punto, la volpe fa leva sul fatto
che il corvo abbia una bella voce (invece, gracchia) e lo convince a cantare. Il corvo, aprendo il becco per cantare, perde il suo cibo e la volpe conquista il
suo obiettivo.
MORALE: cedere a lusinghe inutili, spropositate e non reali, portano danno perché chi li fa ha sempre un secondo fine.
Da un punto di vista metrico, esso non è volutamente diviso in strofe, ma le rime e la lettera maiuscola scandiscono il ritmo della strofa. Il verso è parte
dell’arte mayor.
LA PROSA:
Man mano, poi, cominciamo ad avvicinarci alla prosa.
Nel Medioevo la prosa non era destinata alla fruizione letteraria o destinata alla poesia, e la prima prosa che si sviluppa è istituzionale ed archivista (prosa
di servizio), così come il racconto di ciò che accade sui campi di battaglia è fonte per la poesia.
E’, quindi, un genere di prosa che sembra stia raccontando una storia, ma alla fine è molto indirizzata verso la trattatistica.
ALFONSO X EL SABIO:
Il primo prosista della letteratura spagnola è il Re Alfonso X detto “El Sabio”, poiché era un re molto acculturato.
→ Il suo regno segna una svolta importante per la storia castigliana. Figlio di Ferdinando III, colui che aveva conquistato l’Andalusia, sale al trono nel
1252. Il suo regno, però, è caratterizzato da una serie di insuccessi.
→ Nonostante ciò ha lasciato un’opera tra le più straordinarie del Medioevo, ossia:
- “El fuero real”, che è un’opera giuridica;
- “Siete partidas”, che è un’opera enciclopedica;
- “Historia de España”, divisa in “historia general” e “gran historia”;
- “Tablas Alfonsíes”, ossia dei libri di magia, poesie liriche e trattati astrologici molto in voga tra ‘200/’300.
Pur scrivendo, generalmente, opere di servizio il suo è uno stile affabulatorio ed attraente.
In tutta la sua produzione notiamo che è chiara la volontà di aderire ad una forma letteraria diffusa all’epoca, ovvero quella didascalica (o didattica), ovvero
volta ad impartire insegnamenti a qualcuno.
EL CONDE LUCANOR:
L’opera più importante è “El libro de los ejemplos del Conde Lucanor e de Patronio”.
→ La datazione.
L’opera è databile quasi con certezza nel 1335.
Ciò che lo rende un testo medievale è la fissità, in quanto, i personaggi non evolvono mai perché c'è la stessa struttura che si ripete e statica nel tempo.
questa struttura medievale che dà insegnamenti e lo fa attraverso storie piacevoli, implica una struttura episodica che non si sviluppa mai ed è sempre
uguale.
→ La composizione.
L’opera è divisa in 5 parti:
- nella prima parte troviamo 50 esempi con cui si spiegano diverse questioni che rimandano alla vita reale del narratore /
protagonista;
- nella seconda parte troviamo un insieme di proverbi del tempo;
- nella terza parte troviamo altri 50 esempi;
- nella quarta parte troviamo di nuovo un insieme di proverbi del tempo;
- nella quinta parte troviamo una parte trattatistica che narra della salvezza dell’anima (forse l’ha aggiunta per non far deludere il
Papato dato che l’opera è di stampo laico).
→ La trama.
Lo schema è molto ripetitivo:
- Lucanor pone un problema a Patronio, il suo consigliere;
- Patronio gli suggerisce un comportamento o una soluzione attraverso il racconto di un esempio (egli è servo saggio che è
implicato nella formazione dei giovin signori).
Sono problemi molto semplici e i consigli sono consigli di buon senso (es. di essere astuto o di essere prudente). Sono consigli molto concreti e pratici, e
perciò, un po’ banali. L’autore rende questioni che sembrano molto astratte delle realtà quotidiane, delle pratiche, delle guide.
I problemi, secondo la mentalità del tempo, potrebbero essere risolte da cose trascendentali, ma qui vengono rese concrete.
→ La cornice.
Questo testo si fonda sul dialogo, che viene però tenuto insieme da una “cornice”, che ci fa capire come la trama non si evolva mai.
- Troviamo questa cornice anche nel “Decameron” di Boccaccio, ma è molto diversa: con Boccaccio la cornice crea coesione e
coerenza con i racconti, li raccoglie e ha una sua autonomia narrativa che condizione i fatti interni e si evolve nel corso dell’opera.
Nel “Conde Lucanor”, invece, la cornice è immobile e separata dai fatti raccontati, non ha un’evoluzione, ma semplicemente un andamento ciclico che ripete
sempre la stessa struttura: domanda - risposta - esempio (per 50 problemi). Inoltre, i due personaggi, ovvero Lucanor e Patronio, sembrano né più né meno
che attori, che servono soltanto a presentare i vari esempi, per cui non abbiamo alcun approfondimento su quello che fanno, ma è solo un susseguirsi di
problemi e consigli.
→ La struttura didattica.
Invece, l’operazione che Don Juan Manuel mette in atto per esercitare la funzione didattica è costruita attorno 3 elementi:
1. la soluzione interna che Patronio propone sin dall’inizio del testo, ancor prima di raccontare la storia (che è aggiunta per capire
meglio il consiglio;
2. la storia esemplare, quindi, l’esempio;
3. la morale esplicitamente scritta, che troviamo nei versi finali espressi dallo stesso Conde Lucanor.
→ Le fonti.
I racconti non sono frutto dell’ingegno di Don Juan Manuel.
Questo ci permette di fare una precisazione: il concetto di originalità, così come lo intendiamo noi oggi è qualcosa di profondamente estraneo alla lettura
medievale (ma anche rinascimentale), dove in generale il valore di un’opera sta proprio nella sua capacità di riprendere e riformulare degli elementi della
tradizione.
Nel caso del “Conde Lucanor” la tradizione che si recupera e si rielabora è la tradizione orale, tra cui troviamo:
- racconti orientali (influenza della cultura araba);
- versioni romanze di opere greche e latine (es. Fedro ed Esopo);
- aneddoti con fondo storico-epico.
Dietro questi insegnamenti c’è, però, un valore fondamentalmente pratico: cioè, la salvezza dell’anima. Chi impara questi valori può avere la certezza che
l’anima sia salvata.
Questa società, però, fortemente esposta al “Dio poderoso” comincia a mostrare una prospettiva molto più laica in quanto c’è un rapporto diretto tra quello
che si va nella vita terrena e quello che sarà la vita eterna.
Quindi, si va sempre di più verso una direzione laica:
- se ti comporti bene, se sarai un buon cittadino, avrai la salvezza della tua anima.
La bontà, quindi, è un elemento che serve sia per il saper vivere e poi per la vita eterna.
LETTERATURA SPAGNOLA - LEZIONE DI LUNEDÌ 17/03
ANTEPRÓLOGO Y PRÓLOGO CONDE LUCANOR:
→ Nell’antéprologo del “Conde Lucanor” si evince che:
- il libro è stato scritto da Don Juan, figlio del nobile infante di Spagna;
- lo scrittore desidera che gli uomini facciano le cose che gli siano più vantaggiose proprio a partire da questo libro.
Di conseguenza ha messo insieme gli esempi che più possono fare al caso per raggiungere questo obiettivo e che lui conosce molto bene. Sono esempi che
vengono da cose realmente accadute ed è, dunque, impossibile che gli uomini che gli uomini che leggono non trovino qualcosa che sia accaduto anche a
loro (riprende la formula già usata dall’Arcipreste de Hita).
Anche i suoi racconti valgono per tutti gli uomini.
E sono proprio questi elementi che l’hanno resa un’opera esemplare (le cose complesse sono fruite attraverso delle cose piacevoli).
EJEMPLO 5:
In tutti gli esempi c’è una struttura fissa:
- richiesta del consiglio;
- exemplum;:
- morale.
→ Il Conde Lucanor dice a Patronio che un uomo, che gli fa credere di essere suo amico, ha iniziato a lodarlo molto, attribuendogli qualità come
l’onore, il potere e molte altre virtù (tutte qualità che neanche lo stesso Conde Lucanor sa di possedere). E con questo suo lodarlo, l’uomo gli propone un
affare che sembrasse andare a vantaggio del Conde.
→ Patronio, però, si rende conto che l’uomo lo vuole ingannare facendogli credere che il suo potere e il suo stato siano maggiori di quanto sono in
realtà. Per fare in modo che il Conde Lucanor possa difendersi da questo inganno che l’uomo gli vuole fare, procede a raccontargli la storia del corvo e della
volpe.
→ Un corvo trova un grande pezzo di formaggio e se lo porta su un albero per mangiarselo in pace senza nessuno. Arriva la volpe che inizia a pensare
ad un modo per rubare quel pezzo di cibo. Ecco cosa dice la volpe.
“Signor Corvo, è da tanto tempo che sento parlare di voi, della vostra nobiltà e perfezione, vi ho cercato tanto ma Dio non ha voluto né sono
stato abbastanza fortunato da trovarvi fino a questo momento, adesso che vi vedo mi rendo conto che in voi c’è molto più bene, valore, di
quello che mi avevano detto. Però poiché non voglio che voi pensiate che io voglio lusingarvi, (inizia l’inganno) vi dirò non solo le cose buone
che so di voi, ma anche le cose che mi hanno detto non essere così perfette. Poiché il colore nero non è così perfetto come tutti gli altri e voi
siete tutto nero, pensano che non
siate così perfetto, ma sbagliano perché il vostro nero è così lucente e brillante che si trasforma in indaco (che è il colore delle piume del
pavone che è l’uccello più bello). E dicono anche che anche gli occhi sono neri e quindi non sono così perfetti come altri, ma l’unica funzione
che devono avere gli occhi è la vista quindi i vostri sono perfetti, (dalle piume e dagli occhi passa alla forza), il becco, le ali e le zampe sono
forti o comunque sono più forti di quelle degli altri uccelli della stessa misura. (Ora passa alla capacità di resistenza nel volo), non avete
paura del vento, cosa che gli altri uccelli non riescono a fare. (Entra l’inganno) A questo punto, poiché Dio ti ha fatto così perfetto, non
permetterebbe che ci fosse in voi una qualunque pecca e quindi sono sicuro che anche il canto non può essere da meno del resto del
vostro corpo in quanto a perfezione. Se io potessi sentire anche solo per una volta il vostro canto sarei fortunatissimo”.
→ C’è una breve parentesi di Patronio sulla “verdat enganosa” che afferma: gli inganni hanno le loro fondamenta in grandi verità; del resto, la volpe
costruisce il suo inganno proprio a partire dai limiti dell’aspetto del corvo.
→ Il corvo per cantare apre il becco e il pezzo di formaggio cade, la volpe lo prende e funge con esso. Il corvo, non solo non ha ottenuto niente, ma ha
anche perso quello che aveva.
→ Finisce il racconto esemplare, si esce dall’apologo e prende nuovamente la parola Patronio per formulare il consiglio. Egli dice:
“Quest’uomo non è vostro amico, vi vuole ingannare, fate attenzione e vi comporterete come un
uomo dotato di giudizio e non come uno stolto.”
→ Al Conde Lucanor piacque molto quello che Patronio gli disse, ossia il consiglio, e lo accolse così da poter essere tutelato come se si trovasse in una
botte di ferro. E dato che il Conde Lucanor capì molto bene l’esempio, lo fece mettere in questo libro e al contempo scrisse dei versi per fare in modo che la
lezione (la morale) si capisse ancor più chiaramente.
→ La morale: Chi ti loda su qualità che tu non possiedi, sappi che ti vuole togliere ciò che hai.
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