Didattica Generale
Didattica Generale
La didattica è una disciplina antica che nasce dall’esigenza di trasmettere alle nuove generazioni il
patrimonio culturale accumulato durante la storia dell’uomo ed è vista come punto di equilibrio tra ricerca e
azione di insegnamento; per quanto riguarda la ricerca didattica vengono approfonditi i rapporti con la
documentazione (come condizione necessaria per la ricerca) e con l’innovazione (come scopo verso cui
focalizzare la ricerca stessa).
Sul versante dell’azione vengono richiamati i rapporti con la programmazione (come momento che anticipa
il processo didattico) e con la valutazione (come momento che definisce il valore del processo didattico e dei
suoi risultati); l’azione di insegnamento viene analizzata da tre punti di vista:
1. Organizzativo relativo alla predisposizione del setting didattico
2. Metodologico relativo all’esercizio della mediazione didattica
3. Comunicativo relativo alla gestione della relazione didattica
La didattica si afferma come sapere autonomo nel 1600 con Comenio che afferma che tutto è insegnabile a
tutte le età; nel tempo il ruolo e lo spazio della didattica si sono modificati, ad esempio si è passati da una
forte attenzione alla didattica alla sua negazione durante la prima metà del Novecento.
Nel Regno d’Italia sono stati redatti due programmi ministeriali:
Aristide Gabelli 1888 ha proposto un formato analitico, prescrittivo e didascalico in cui la
formazione dell’insegnante è incentrata sul sapere didattico
Giovanni Gentile 1923 ha proposto un approccio idealista in cui la formazione del docente si
identifica con la sua preparazione culturale ed umana
Negli anni che intercorrono tra questi due modelli si collocano i modelli che hanno incentrato la storia della
pedagogia che cercavano di proporre un canone in base al quale modellare l’azione dell’insegnante; un
esempio è l’approccio Montessori.
Negli ultimi 50 anni il sapere didattico si è modificato a causa dell’estensione del campo della didattica ad
ambiti come la formazione religiosa, le discipline sportive ecc. e a causa della specificazione dell’oggetto
della didattica in relazione ai diversi saperi (es. didattica dell’italiano, della matematica, ecc.); inoltre
l’aumento delle metodologie didattiche ha favorito non più la formazione di un modello ma un repertorio di
strategie, metodologie e strumenti.
Se prima si pensava che la didattica derivasse dalle dottrine filosofiche, psicologiche e da approcci
pedagogici, da quando ha acquisito il suo statuto autonomo la si colloca nell’ambito delle scienze
dell’educazione; queste ultime sono state raggruppate in 3 categorie da Mauro Laeng:
- Discipline rilevative saperi che si occupano di analizzare l’evento educativo allo scopo di
migliorarne la comprensione (psicologia dell’educazione, antropologia dell’educazione, sociologia
dell’educazione); si qualificano per una tensione verso l’essere e il contesto reale di svolgimento
dell’evento educativo
- Discipline prescrittive saperi orientati verso una comprensione del sistema di valori a cui è
finalizzato l’evento educativo (l’idea di persona, di cittadino, di società, di cultura, ecc.); l’esempio
migliore è la filosofia dell’educazione e sono discipline orientate verso il dover essere, cioè verso il
quadro ideale della dinamica educativa
- Discipline operative si collocano tra le altre due e sono centrate sull’azione educativa, mirano a
rispondere alla domanda “perché educare”
L’oggetto della didattica è l’azione di insegnamento, cioè l’azione formativa che si svolge dentro la scuola e
contraddistinta da caratteri di intenzionalità (traguardi formativi consapevolmente perseguiti) e sistematicità
(organizzazione strutturata dell’azione educativa).
Per quanto riguarda l’educazione formale (scuola) possiede entrambi i requisiti, quella informale (famiglia,
attività sportive..) possiede in genere solo l’intenzionalità; nell’ambito dell’educazione formale si può
definire l’azione di insegnamento come una relazione educativa finalizzata all’apprendimento di un
patrimonio culturale agita in un contesto istituzionale (cioè nell’ambito dell’istituzione scolastica governata
da regole e norme).
L’educazione non formale, cioè quella attuata dai mass media non ha né intenzionalità né sistematicità.
Le tre dimensioni importanti che cooperando insieme costituiscono l’azione di insegnamento sono la
dimensione relazionale-comunticativa tra l’insegnante e gli allievi, la dimensione metodologico-didattica
volta al modo in cui viene trasmesso il patrimonio culturale e al modo in cui i soggetti apprendono; la terza
dimensione è quella organizzativa che riguarda il setting formativo in cui agire l’azione didattica.
È importante considerare che l’oggetto della didattica si sta estendendo e non riguarda più solo la
trasmissione di saperi ma offre anche le competenze per poter affrontare le situazioni della vita quindi il
triangolo didattico (insegnante-allievo-contenuti culturali) sta diventando ormai un quadrilatero nel quale si
aggiungono le situazioni di vita che si trovano tra insegnante e allievo e che sono collegate ai contenuti.
La definizione più giusta della didattica risulta quindi quella di ricerca sull’insegnamento in quanto
l’attenzione viene posta sul suo oggetto, cioè l’insegnamento e sulla sua metodologia di indagine, cioè la
ricerca.
La ricerca
Definendo la didattica come ricerca sull’insegnamento si sottolinea il passaggio della disciplina da sapere per
gli insegnanti a sapere con gli insegnanti; questo passaggio viene definito con il termine “ricerca”.
Il ruolo dell’insegnante si modifica in quanto nella nuova didattica il rapporto tra teoria e azione diviene
circolare e si parte dal presupposto che ogni situazione è diversa e necessita di risposte didattiche e
differenti.
Ogni proposta didattica deve essere messa in relazione al contesto centro cui si attua e quindi il sapere con
gli insegnanti richiama la relazione tra teoria e pratica che interagiscono reciprocamente; questa visione
rinvia a Donald Schon dal quale deriva la distinzione tra due paradigmi conoscitivi, ovvero la razionalità
tecnica e la riflessività.
La razionalità tecnica fa riferimento al fatto che la conoscenza può essere considerata significativa solo se è
validata da osservazioni empiriche; le obiezioni rivolte a questa visione affermano che la razionalità tecnica
non può lavorare in situazioni confuse in quanto le pratiche professionali includono degli elementi che non
possono essere considerati nella progettazione sistematica.
A questo punto Schon propone il concetto di riflessione in azione, ovvero un processo di pensiero che
riguarda qualcosa nel corso dell’azione stessa; il processo è basato sulla conoscenza tacita che è implicita
nell’azione del soggetto ed è caratterizzato da un comportamento spontaneo ed intuitivo —> mentre gli
individui agiscono riflettono, cercano di attribuire significato a ciò che stanno facendo e di conseguenza
modificano i mezzi e i fini in rapporto alla situazione.
La riflessione in azione richiede di combinare e ricombinare, di conferire senso a situazioni mutevoli e
cambiare strategie di azione in accordo tali mutamenti.
L’assunzione di un paradigma riflessivo comporta il superamento del paradigma di razionalità tecnica:
Dal conoscere per agire basato sul rapporto tra ricerca teorica e azione pratica, si passa ad un
conoscere sull’agire In cui il sapere insita nell’azione viene assunto come fonte primaria del
processo conoscitivo
Dalla separazione tra ricerca e azione si passa al professionista come ricercatore, figura che condensa
in sé il sapere pratico e il sapere teorico
Dalla conoscenza tacita interna al singolo soggetto si passa alla consapevolezza critica come forma
di riflessione sull'azione basata sulla rielaborazione personale e il confronto sociale
Da una logica ortopedica che vede il problema come difetto da isolare e correggere, si passa ad una
logica omeopatica che vede il problema come sfida intellettuale
La professionalità dell’insegnante si basa su un sapere esplicito che consiste nell’avere consapevolezza del
proprio sapere nella relazione continua tra esperienza e riflessione, tra sapere pratico e sapere teorico (da qui
nasce l’espressione insegnante ricercatore).
Anche il ruolo del ricercatore cambia e diventa un ruolo consulenziale che può essere rappresentato da tre
immagini:
L’esperto, utilizzata per intendere una relazione nella quale il cliente ha già chiaro il suo problema e
necessita di qualcuno che lo aiuti a trovare delle risposte convincenti
Il medico per rappresentare una relazione nella quale il cliente è in una condizione di disagio e si
affida al consulente per avere un aiuto nella diagnosi del problema e nella ricerca di eventuali
soluzioni
Il consulente di processo per significare una relazione nella quale il cliente funge da supporto ad un
percorso di autodiagnosi non offrendo soluzioni ma mirando ad attivare le risorse a disposizione del
cliente
Il ruolo del ricercatore diventa quello di consulente di processo, ovvero colui che accompagna l’insegnante a
strutturare un percorso di riflessione e rielaborazione del proprio agire didattico.
Le diverse concezioni della professionalità legata all’insegnamento vanno modificare anche le visioni
relative alla formazione dei docenti che, secondo la proposta fatta da Mario Dutto, possiamo suddividere in
tre concezioni:
1. Formazione come alimentazione l’assunto è che la ricerca universitaria e scientifica in senso
generale produce la conoscenza formale che serve all’insegnante da usare in classe per migliorare la
pratica corrente; più l’insegnante conosce e meglio insegna, la formazione fornisce gli strumenti utili
a fronteggiare le sfide che l’esperienza pratica comporta
2. Formazione come socializzazione l’assunto è che la conoscenza essenziale per insegnare e la
conoscenza pratica, cioè quella che è implicita nella pratica e che l’insegnante esplicita nella
riflessione; la formazione rappresenta lo spazio in cui avviene la socializzazione orizzontale tra le
esperienze professionali dei soggetti
3. Formazione come ricerca l’assunto è che la conoscenza nasce quando l’insegnante utilizza le
conoscenze e le teorie prodotte da altri come materiale generativo per interrogativi ed
interpretazioni; l’insegnante apprende e genera una conoscenza sulla pratica interagendo all’interno
di comunità di ricerca per teorizzare e costruire il proprio lavoro.
La formazione diventa un’opportunità di rielaborazione della pratica professionale.
Sulla base di ciò potremmo dire che il sapere didattico ha una duplice funzione: da una parte quella di
utilizzare il sapere teorico per arricchire i propri paradigmi conoscitivi, dall’altro quella di dare le parole al
sapere pratico per renderlo esplicito e consapevole sia all’insegnante che agli altri interlocutori (i ricercatori,
gli altri insegnanti, la comunità scientifica).
Ciò implica un ripensamento complessivo rispetto alla visione tradizionale della didattica; Calidoni presenta
tre visioni della ricerca didattica esplorando il rapporto tra azione e riflessione attraverso l’analogia della
riflessione linguistica poiché anche nella lingua si possono riconoscere i due momenti dell’azione (la
produzione di enunciati linguistici per comunicare) e della riflessione (la riflessione linguistica sugli atti
comunicativi).
Con il termine grammatica calidoni richiama una modalità tradizionale di pensare la riflessione linguistica
come ideale regolativo su cui orientare la produzione linguistica; con il termine sintassi evidenzia una
funzione della riflessione linguistica come spiegazione delle modalità di funzionamento del codice
linguistico.
Con il termine semantica sposta l’attenzione sul piano del contenuto attraverso una riflessione sui significati
degli enunciati linguistici.
Sulla base di questo possiamo distinguere tre visioni della didattica:
La visione grammaticale presenta dei modelli di insegnamento finalizzati a guidare l’insegnante
nella sua azione professionale; l’approccio alla didattica è di tipo prescrittivo-normativo e serve a
regolare il comportamento dell’insegnante attraverso guide, procedure, proposte di lavoro, ecc.
La visione sintattica propone strumenti e categorie di lettura utili a scomporre l’insegnamento e a
comprenderlo nel suo sviluppo e nella sua efficacia; l’approccio alla didattica è di tipo descrittivo-
nomotetico e serve ad analizzare l’evento formativo nelle sue componenti e a dare le parole
all’azione dell’insegnare.
In questo caso non si tratta di dire all’insegnante che cosa deve fare ma di fornirgli degli strumenti
per meglio comprendere la sua azione e passare da un sapere tacito ad un sapere esplicito e
consapevole.
La visione semantica fa sì che la didattica contribuisca ad esplorare i significati che stanno sotto alle
concrete esperienze di insegnamento; l’approccio alla didattica è di tipo narrativo-idiografico e serve
a comprendere il valore dell’evento formativo da parte di chi lo vive attraverso la rielaborazione
della propria esperienza di vita.
L’intento è quello di offrire un contributo di comprensione alle specifiche esperienze formative
senza preoccuparsi di elaborare modelli e categorie generalizzabili e per tale ragione lo strumento
principe diventa la storia di vita.
La ricerca non è qualcosa di separato e distante dall’azione ma si interseca con essa e ne diviene una
componente ineliminabile; il ricercatore non si sostituisce all’insegnante ma lo affianca nel tentativo di
aiutarlo a dare significato alla propria esperienza personale.
Innovazione
Il concetto di innovazione si collega a quello di ricerca poiché se la ricerca si orienta ad essere con gli
insegnanti, allora sfocia inevitabilmente nell’azione e diventa strumento per la gestione del cambiamento
anche in ambito didattico.
La circolarità del processo tra azione e ricerca porta a considerare l’azione in termini di innovazione, nel
senso di una rielaborazione continua della propria azione didattica orientata al miglioramento.
Scurati definisce questa fase di elaborazione del cambiamento educativo momento antropologico in cui il
cambiamento viene inteso come un evento umano e non puramente tecnologico.
Il cambiamento è caratterizzato dalla ricorrenza di alcuni principi di fondo:
1. Storicità del processo di cambiamento l’elemento distintivo è il tempo che viene annullato nella
sua storicità che, a sua volta, deve fare i conti con il passato, cioè con il tempo e con la memoria
collettiva
2. Soggettività di colui che è responsabile dell’azione, come punto di connessione tra intenzione
progettuale e processi reali
3. Contestualità si intende la comprensione del significato dell’innovazione in relazione allo
specifico contesto ambientale entro cui è inserita; in campo scolastico questo approccio si è
affermato come unità di erogazione del servizio e consiste nel riconoscere le condizioni che servono
per favorire lo sviluppo autonomo delle scuole (flessibilità gestionale, capacità del personale
scolastico di affrontare i propri problemi professionali, disponibilità e condizioni di assistenza
esterna adeguate istituto come elemento di coesione interna e di riconoscimento esterno)
4. Globalità si intende il coinvolgimento nell’evento trasformativo del sistema organizzativo nella
sua totalità; il cambiamento è visto come processo di reciproco apprendimento tra individui e
ambiente
5. Reciprocità vuole mettere in luce la natura dialogica del cambiamento tra scuola e ambiente
esterno; questo porta a valorizzare le potenzialità creative dell’istituzione scolastica nell’interpretare
ed adattare le pressioni esterne in rapporto alla propria crescita
6. Riflessività capacità del sistema organizzativo di apprendere dalla propria esperienza valutando le
azioni; Il dialogo costante tra contesto e attori richiede una razionalità riflessiva capace di dare senso
al cambiamento, di riconoscerlo, interpretarlo e di produrre apprendimento.
Questa consapevolezza si scontra però con le difficoltà della scuola reale di dotarsi di meccanismi riflessivi
ed autoregolati della propria azione, di interrogarsi e mettere in discussione le proprie modalità di
funzionamento; sulla base dei sei connotati del concetto di innovazione didattica possiamo sintetizzare criteri
regolativi di una innovazione efficace:
Contrattualità i soggetti coinvolti nel piano di miglioramento devono operare all’interno di un
mandato chiaro che definisca responsabilità, modi e tempi di lavoro
Gradualità un’azione di miglioramento può essere pensata solo in termini di progressiva
estensione ed identificazione
Condivisione anche la definizione delle azioni di miglioramento deve essere assunta
consapevolmente dai soggetti che dovranno metterla in pratica
Negoziazione vista la pluralità delle opinioni occorre un processo dialogico di costruzione
comune di significati e decisioni
Supporto un processo innovativo richiede sempre di essere guidato e sostenuto da chi se ne fa
promotore
Praticità il piano di sviluppo deve consentire una chiara identificazione delle azioni da compiere
e delle attività da sviluppare
Rivedibilità il processo migliorativo richiede di essere riformulato in corso d’opera
Sulla base di ciò si possono indicare una serie di approcci differenti con cui gestire la mediazione tra
soggetto che apprende è contenuto culturale:
La lezione è la metodologia didattica per eccellenza e consiste nell’esposizione sistematica di
contenuti da parte dell’insegnante; il rapporto dell’insegnante con il sapere è infatti attivo e
produttivo mentre lo studente è posto in una posizione passiva.
I punti forti sono l’efficienza del rapporto informazioni trasmesse-tempo impiegato, la possibilità di
offrire contenuti identici ad un’insieme ampio di soggetti e i punti di criticità sono lo scarso
coinvolgimento dello studente e il limitato feedback a disposizione dell’insegnante.
L’apprendistato si differenzia dalla lezione nei contenuti culturali che tratta e nella autonomia che
assegna al soggetto che apprende; il ruolo dell’insegnante è lo stesso di quello della lezione. I suoi
punti di forza sono la concretezza, la progressiva autonomia assegnata al soggetto e la sollecitazione
di un approccio riflessivo all’apprendimento; i punti di criticità sono la limitatezza di alcuni ambiti di
sapere e i problemi di trasferibilità connessi al carattere pratico dell’apprendimento.
L’approccio tutoriale enfatizza la relazione intensa e personalizzata che si stabilisce tra docente e
studente nel trattamento del contenuto culturale; il docente tende ad avere un ruolo indiretto di
supporto allo studente sia sul piano cognitivo sia motivazionale che emotivo.
I punti di forza sono la forte interazione che si determina attraverso un feedback continuo è un
approccio personalizzato all’apprendimento; i difetti sono la tendenza a privilegiare una relazione a
due tra insegnante e studente, i costi del ruolo del tutor e il rischio di incrementare le differenze tra
gli studenti assecondando i ritmi individuali.
La discussione è attenta al gruppo e all’interazione reciproca tra i suoi componenti; l’insegnante fa
parte del gruppo e assume il ruolo di moderatore sia nel presidio del contenuto che nella gestione
delle regole di interazione.
I punti di forza sono l’interazione sociale e lo sviluppo di un’argomentazione condivisa, tra i difetti
c’è la difficoltà di garantire una partecipazione attiva a tutti i componenti del gruppo, il rischio di
andare fuori tema e le dinamiche di ruolo che possono avere effetti controproducenti.
Il problem solving è una variante della discussione e rinforza la natura del gruppo centrato su un
compito orientato alla soluzione di un problema; il ruolo dell’insegnante e di convogliare le energie e
le risorse del gruppo verso la risoluzione del problema.
I punti di forza sono l’interazione sociale all’interno del gruppo, la concretezza del compito da
affrontare è tra i punti di criticità ci sono i prerequisiti necessari al gruppo per operare in modo
produttivo, i tempi più lunghi e i problemi di trasferibilità di quanto ha preso ad altri contesti.
L’apprendimento cooperativo è una variante del problem solving con la differenza che l’insegnante
qui si pone fuori dal gruppo in posizione di supporto indiretto; i punti di forza sono l’integrazione
delle risorse all’interno del gruppo, il sostegno reciproco tra i componenti la diversità dei contributi e
delle prospettive.
Tra i punti di criticità ci sono i rischi connessi all’autonomia affidata ai gruppi e la difficoltà a
rimanere centrati sul compito.
L’espressione libera o Brain storming può essere un esempio di metodologia orientata a sollecitare
il contributo attivo da parte dei componenti del gruppo; i punti di forza sono il coinvolgimento dei
diversi componenti, lo stimolo ad aprirsi a differenti punti di vista e la valorizzazione delle risorse
del gruppo. I punti di debolezza sono la pertinenza al tema e allo scopo del confronto e la difficoltà a
rileggere i contributi del gruppo.
Sta all’insegnante riconoscere la soluzione più adeguata in rapporto alle diverse situazioni, al contesto e allo
scopo entro cui si agisce.
Per posizionare le diverse metodologie analizzate si possono usare i seguenti criteri con relative polarità:
1. Autonomia dell’alunno (eterodiretto vs autodiretto);
2. Ancoraggio al contesto (situato vs astratto);
3. Importanza ed enfasi sul gruppo (individuale vs sociale);
4. Focus metodologico (attività vs relazione);
5. Processi cognitivi attivati (trasmissive vs euristiche);
6. Ruolo delle risorse tecniche (centralità vs irrilevanza).
Dimensione relazionale
Per dimensione relazionale si intende la dinamica relazionale che esiste tra i diversi attori coinvolti
nell’evento didattico.
Questa dimensione è in stretta relazione con quella metodologica ed organizzativa dell’azione
d’insegnamento.
In genere, si possono distinguere due tipologie di relazioni comunicative, in rapporto alla dinamica che si
viene a creare tra gli attori:
Relazioni simmetriche con distribuzione del potere equilibrata tra i due attori, ovvero di pari
responsabilità nella gestione della relazione dove possono prevalere dinamiche collaborative o
dinamiche oppositive;
Relazioni asimmetriche caratterizzate da una distribuzione diseguale del potere tra i due attori
dell’interazione. I ruoli sono ascritti e la responsabilità della gestione della gestione della
comunicazione è attribuita al soggetto in posizione up a discapito di quello in posizione down.
La relazione didattica si può definire una relazione asimmetrica, in quanto strutturata su ruoli ascritti e
fondata su una distribuzione del potere diseguale, con insegnante in posizione up e studente in posizione
down.
La qualità dipende pertanto dal grado di flessibilità con cui viene gestita l’interazione di tipo asimmetrico tra
insegnante e allievo.
Una relazione flessibile implica:
Superare le dinamiche relazionali stereotipate;
Possibilità di variare il setting relazionale entro cui avviene la comunicazione didattica;
Sviluppare una responsabilità condivisa nella gestione della relazione.
All’interno di questo principio è possibile approfondire qualche esempio di declinazione operativa di
modalità di interazione flessibile: Franta e Colasanti parlano di “arte dell'incoraggiamento” nei confronti
degli allievi, ovvero di una dinamica della crescita e dello sviluppo dell’autonomia dello studente.
Per fare ciò, l’insegnante deve possedere due competenze di base:
- L’ascolto attivo, inteso come la capacità di comprendere il vissuto esperienziale del
proprio interlocutore al di là del contenuto della comunicazione;
- I messaggi-io, ovvero la capacità di comunicare agli allievi la propria esperienza relazionale
vissuta.
In entrambi i casi si tratta di andare oltre una relazione centrata esclusivamente sul contenuto e dare spazio e
voce alle dimensioni affettive, emotive, relazionali presenti in qualunque dinamica comunicativa.
Si tratta di riconoscere la centralità dell’asse allievo-insegante del triangolo didattico nel determinare la
qualità della relazione didattica, non vedendola solamente in
funzione del contenuto culturale da trasmettere.
L’ascolto attivo, è una modalità di gestione flessibile della relazione tra allievo e insegnante attraverso il
potenziamento della funzione di ascolto da parte dell’insegnante cercando di comprenderne il punto di vista;
questo tipo di approccio punta a sviluppare negli allievi la capacità di esternare i propri vissuti emotivi e, di
conseguenza, a incrementare il rapporto di fiducia tra insegnante e allievi.
In un atteggiamento di ascolto attivo si possono distinguere 3 passaggi essenziali:
1. Fase di ricezione del messaggio ascolto autentico limitando i propri vissuti emotivi e i propri
pregiudizi;
2. Fase di lettura del significato del messaggio, considerando non solo le parole dette ma l’insieme
della dinamica che si viene a determinare.
3. Fase di re-azione comunicativa la modalità con cui l’insegnante risponde all’allievo.
Schulz ha proposto un modello operativo efficace che propone di prestare attenzione alle diverse facce del
messaggio del nostro interlocutore, identificandone quattro:
- Piano del contenuto ciò che dice il soggetto;
- Piano della relazione la dinamica verbale e non-verbale entro cui viene pronunciato il messaggio;
- Piano dell’autorappresentazione quale immagine di sé vuole dare il soggetto attraverso il
messaggio;
- Piano dell’appello si riferisce allo scopo dell’azione comunicativa, ossia l’intenzione con la quale
viene pronunciato il messaggio.
Schulz offre una visione attenta a cogliere la globalità della dinamica comunicativa prendendo in
considerazione le prime due fasi dell'ascolto attivo (ricezione e lettura del messaggio).
La terza fase è quella della re-azione comunicativa che segue la comprensione del messaggio dell’allievo,
ovvero la modalità con cui l’insegnante risponde all’allievo magari anche attraverso il silenzio o
l’indifferenza.
Franta e Colasanti distinguono tra:
Reazioni direttive tendono a chiudere e a bloccare la comunicazione (moralizzazione,
generalizzazione, manipolazione, persuasione, valutazione, ecc.);
Reazioni proattive tendono ad aprire e ad alimentare la comunicazione (verbalizzazione,
chiarificazione, comprensione, ecc.).
Una visione più interculturale proposta da Marianella Sclavi (2003) esplora i significati di una posizione di
ascolto e di rispetto del proprio interlocutore, evidenziando come il modo per poterlo attuare sia quello di
uscire dai propri schemi culturali e relazionali.
L’autrice propone le 7 regole che denomina “i segreti dell’arte di ascoltare”, ovvero:
1. Non avere fretta di arrivare a delle conclusioni, le conclusioni sono la parte più difficile della
ricerca;
2. Quel che vedi dipende dal tuo punto di vista. Per riuscire a vedere il tuo punto di vista devi
cambiare punto di vista;
3. Se vuoi comprendere quel che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di
aiutarti a vedere le cose e gli eventi dalla sua prospettiva;
4. Le emozioni sono degli strumenti conoscitivi fondamentali, se sai comprendere il loro significato.
Non ti informano su cosa vedi, ma su come guardi; il loro codice è relazionale e analogico;
5. Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili;
6. Un buon ascoltatore accoglie volentieri i paradossi del pensiero e della comunicazione, affronta i
dissensi come occasioni per esercitarsi nella gestione creativa dei conflitti;
7. Per divenire esperto nell’arte di ascoltare devi adottare una metodologia umoristica; ma quando
hai imparato ad ascoltare l’umorismo viene da sé.
Se l’ascolto attivo mira ad approfondire la dimensione emotiva della relazione comunicativa tra insegnante e
allievo, Clotilde Pontecorvo propone una lettura che ci fa capire meglio la dinamica comunicativa.
L’autrice si riferisce soprattutto all’interazione sociale nel gruppo classe, in cui il processo di costruzione
attiva dell’apprendimento da parte del soggetto viene amplificato (costruttivismo sociale).
L’interazione sociale diviene la premessa nel processo di co-costruzione della conoscenza che Pontecorvo
rappresenta con l’espressione “sindrome di Qui, Quo, Qua”: i nipotini di Paperino spesso elaborano il loro
pensiero come somma dei contributi individuali, dove ciascuno formula una parte della frase che acquisisce
senso compiuto solo se considerata nel suo insieme; così deve essere in un gruppo.
Gli indicatori che testimoniano lo sviluppo argomentativo di una discussione sono: apportare elementi nuovi,
mettere in relazione, delimitare, opporsi con ragioni, comporre relazioni a livello superiore, generalizzare,
problematizzare, ristrutturare.
Gli indicatori invece che testimoniano il contrario sono: ripetere, confermare e riferirsi ad un’esperienza
personale.
Ascolto attivo e co-costruzione sono due approcci importanti per una gestione della relazione comunicativa
orientata all’apprendimento e infatti, una relazione comunicativa è pensata come un percorso di esplorazione
aperto e condiviso, dove l’insegnante è consapevole della meta ma è disponibile ad elaborare l’itinerario
insieme ai propri allievi.
Dimensione organizzativa
È importante dare valore alle variabili contestuali in cui avviene l’azione didattica perché la influenzano sul
piano culturale, delle condizioni strutturali, delle regole organizzative, dei significati istituzionali entro cui
essa avviene.
L’espressione setting formativo (o contesto) rappresenta l’insieme di questi aspetti e la sua figura, come un
cerchio che racchiude il triangolo didattico, simboleggia il ruolo che esso esercita sull’azione didattica.
È possibile riconoscere tre livelli di condizionamento, visualizzabili come cerchi concentrici attorno al nostro
triangolo:
- Macrocontesto: l’ambiente socio-culturale e istituzionale entro cui si colloca la scuola;
- Mesocontesto: riconducibile all’istituto scolastico.
- Microcontesto: identificabile con l’aula e il setting formativo entro cui avviene l’evento didattico.
In particolare, il setting formativo consiste nell’insieme di variabili che definiscono il contesto entro cui si
svolge la relazione formativa; tra i fattori più significativi troviamo:
Lo spazio contenitore fisico entro cui si realizza l’insegnamento
Il tempo struttura temporale entro cui viene agita l’azione d’insegnamento
Le regole insieme di norme implicite ed esplicite che regolamentano la vita della classe e lo
svolgimento della lezione didattica
Gli attori insieme dei soggetti coinvolti nella relazione didattica
I canali comunicativi oggetti attraverso cui avviene la relazione didattica.
Emerge in questo modo, il ruolo dell’organizzazione didattica come gestione intenzionale del setting
formativo da parte dell’insegnante: la modalità di gestione dei fattori elencati incide fortemente sui
significati dell’esperienza formativa e sulle valenze emotive ed affettive che tale esperienza
assume per i diversi attori.
Nel linguaggio della didattica si è sempre più diffuso il concetto di curriculo implicito: identifica la
dimensione dell’offerta formativa che non viene resa esplicita dall’insegnante ma che riguarda la gestione
relazionale e organizzativa dell’evento didattico e incide nel determinare la qualità dell’insegnamento e la
sua efficacia.
Il curriculo esplicito riguarda invece i traguardi della formazione e le scelte metodologico didattiche che ne
conseguono, cioè ciò che si insegna.
L’aspetto più problematico è che spesso non c’è piena consapevolezza da parte dell’insegnante in merito alle
scelte fatte sul piano relazionale ed organizzativo e da qui nasce l’esigenza di dedicargli attenzione; uno dei
maggiori rischi di un evento comunicativo riguarda le incongruenze che ci sono tra che cosa si dice (piano
del contenuto) e come si dice (piano della relazione) con conseguenti messaggi ambigui.
Da qui nasce l’esigenza di una gestione della dimensione organizzativa dell’insegnamento esplicita ed
intenzionale: tempo, spazio, regole, ruoli degli attori e canali comunicativi non possono essere considerati
come variabili immodificabili ma devono essere assunti come variabili indipendenti da manipolare e gestire
in funzione del proprio progetto formativo.
Un primo esempio di intervento su questi aspetti e quello che riprende una ricerca svolta da becchi e
bondioli in merito all’organizzazione della giornata educativa nella scuola dell’infanzia: la ricerca ha preso
in esame l’organizzazione della giornata scolastica provando a riconoscere alcune variabili caratterizzanti la
sua gestione come gli spazi d’azione, la tipologia dei partecipanti, il tipo di attività svolte e i raggruppamenti
degli allievi.
In rapporto tali variabili dai dati emerge un ampio spazio dedicato alle attività di routine che rappresentano
più della metà del tempo complessivo, una scarsa attenzione progettuale dedicata ad attività di piccolo
gruppo e uno spazio ridotto alla gestione autonoma da parte dei bambini.
Nei singoli episodi emergono tre tipologie di attività:
1. Le attività didattiche più strutturate che si svolgono individualmente o in gruppo con una gestione
diretta da parte dell’insegnante
2. Le poliattività, cioè momenti in cui vengono svolte contemporaneamente attività differenti, che
si svolgono per aggregazioni libere o in gestione autonoma
3. Le attività di routine che si svolgono per aggregazioni libere o in piccolo gruppo attraverso una
modalità di gestione intermedia
La giornata scolastica sembra quindi tripartita in livello scolastico, momento del gioco libero e attività di
routine.
Il secondo esempio riguarda un progetto secondo cui lo spazio aula rappresenta una componente
fondamentale dell’azione didattica: lo spazio tende a rimanere un contenitore immutabile in cui svolgere la
propria attività con una scarsa consapevolezza dei margini di flessibilità e della sua valenza pedagogica
didattica.
Progettazione
Quando si parla di progettazione didattica spesso c’è un’ambiguità di fondo tra la visione amministrativa o
burocratica (legale), caratterizzata da un dover compiere un dovere contrattuale (predisposizione piano
annuale, documenti progettuali) e la visione professionale (reale) che predispone uno strumento utile ad
orientare la propria azione didattica.
Dietro ai vari modelli di progettazione si possono riconoscere due logiche progettuali:
1. Logica della razionalità tecnica: presuppone un rapporto lineare tra i momenti del progettare,
dell’agire e del valutare, pensati come fossero in successione.
La progettazione in questo caso viene intesa come un momento prima dell’azione didattica tale da
averne il pieno padroneggiamento (processo analitico, ovvero scomposizione del processo nelle sue
componenti elementari, in fasi preordinate e controllabili)
2. Logica della complessità: postula un rapporto di circolarità tra i momenti del progettare, agire e
valutare, pensati in continuo dialogo e interazione reciproca.
Il ruolo assegnato alla progettazione, diviene di orientamento strategico e di una direzione di marcia
verso cui orientare l’azione, attraverso la “conversazione riflessiva” a cui fai riferimento Schon.
Quest’ultima muove dalla consapevolezza che non è possibile tenere sotto controllo tutte le variabili
implicate nel processo formativo, infatti è il progetto che si adegua al processo.
Al di là della logica con cui ci si avvicina al momento progettuale è possibile identificare alcuni ingredienti
chiave di un progetto didattico, concettualizzati nella mappa di Kerr:
Traguardi formativi obiettivi e risultati verso cui tende il progetto didattico; si tratta di mettere a
fuoco la direzione strategica della propria azione progettuale
Contenuti culturali che saranno affrontati nel percorso didattico
Processi formativi attraverso cui sviluppare i traguardi e i contenuti culturali intesi sia in senso
statico (ambiente di apprendimento) che dinamico (sviluppo del processo didattico nella sua
scansione temporale ed operativa)
Valutazione si riferisce ai risultati attesi posti alla base del percorso didattico.
Si tratta di un processo formativo essenziale in quanto definisce modalità, criteri, strumenti con cui verificare
il raggiungimento dei traguardi formativi e l’efficacia complessiva della propria azione d’insegnamento.
Tra i diversi modelli progettuali esistenti, ne individuiamo alcune tipologie esemplari:
1) Progettazione per obiettivi (perché insegnare?) si tratta dell’espressione più fedele della logica di
razionalità tecnica: contenuti, metodologie, strategie e modalità di valutazione vengono definite in
funzione degli obiettivi/traguardi formativi.
Quest’ultimi vengono definiti tramite un criterio di declinazione progressiva, andando dagli obiettivi
più ampiamente educativi a quelli più generali e specifici di una disciplina, fino alla definizione
degli obiettivi osservabili, misurabili e valutabili.
La stessa valutazione viene vista come un accertamento (feedback) del grado di raggiungimento
degli obiettivi.
2) Progettazione per temi il momento progettuale si riduce alla selezione dei contenuti da affrontare
nel lavoro d’aula, infatti, questo metodo si concretizza nell’indice del libro di testo e nella scelta di
quali aspetti trattare; gli altri elementi progettuali (traguardi, metodologie, strategie, valutazione)
rimangono impliciti e affidati agli schemi abitudinari. Sostanzialmente i “contenuti di sapere” sono
l’unico regolatore della progettazione del lavoro del docente.
3. Progettazione per concetti (Bruner-Damiano: “che cosa insegnare?”) si tratta di un modello
progettuale più attento ai modi in cui il soggetto apprende e ai caratteri distintivi dei diversi saperi.
Il punto centrale della progettazione diventa la “mediazione didattica” tra soggetto che apprende e
contenuto culturale.
Un modello di progettazione di questo tipo emerge in presenza di una visione strutturalista delle
discipline d’insegnamento, in base alla quale poter identificare la struttura concettuale fondamentale,
i concetti chiavi e la struttura sintattica riferita alle metodologie di analisi proprie della disciplina.
Sul piano più strettamente didattico, possiamo definire tre operazioni distinte e connesse:
Identificazione da parte del docente dei concetti chiave, attraverso una mappa concettuale “esperta”;
Rilevazione della matrice cognitiva pregressa degli allievi attraverso una “conversazione clinica”;
Determinazione della mappa “ingenua” da assumere come punto di partenza per il processo
didattico.
Sulla base del confronto tra le due mappe il compito del docente consisterà nello strutturare il
percorso didattico dove far evolvere le mappe ingenue degli allievi in direzione della mappa esperta
del docente. La valutazione farà riferimento a quest’ultima tipologia di mappa in modo da cogliere
gli elementi di cambiamento concettuali e i progressi rilevabili negli studenti.
4. Progettazione per sfondo integratore (“come insegnare?”) diffusa prevalentemente nella scuola
dell’infanzia, consiste nell’identificare una cornice/sfondo progettuale che faccia da contenitore ad
un determinato percorso didattico orientato allo sviluppo di specifici traguardi formativi.
5. Progettazione a ritroso (“come valutare?”) si caratterizza per un’inversione logica del momento
progettuale e quello valutativo dove l’approccio progettuale muove da alcune scelte valutative per
svilupparne poi le implicazioni sugli altri elementi della progettazione didattica (obiettivi/traguardi,
metodologie, strategie).
Un presupposto di questo modello è la concettualizzazione dell’apprendimento in chiave di
competenze, più che di conoscenze ed abilità, e di conseguenza prevede uno sguardo più globale ai
traguardi di apprendimento.
Si tratta di:
o Scegliere le competenze focali su cui centrare l’attenzione del percorso
o Ricostruire il percorso che deve fare il soggetto allo scopo di individuare le risorse chiave
che devono essere mobilitate per sviluppare la prestazione richiesta.
Valutazione
Anche il momento della valutazione è strettamente connesso all’azione didattica: progettazione, azione e
valutazione sono in rapporto circolare tra loro e inseparabili.
La valutazione è generalmente un’operazione cognitiva che ciascuno di noi si trova ad esercitare
quotidianamente nella sua esperienza di rapporto col mondo. Barber (1977) definisce il momento della
valutazione come un duplice processo di rappresentazione, che parte da una rappresentazione reale di un
fenomeno/oggetto e arriva ad una rappresentazione codificata di questo fenomeno.
È giusto sottolineare come la valutazione sia un processo inevitabilmente soggettivo, dovuto all’identità del
soggetto che valuta e alla realtà che viene valutata; i dati di riferimento costituiscono la rappresentazione
fattuale dell’oggetto che si è fatto colui che valuta, attraverso gli strumenti di indagine e le modalità di
osservazione impiegate per rilevare la realtà empirica. La soggettività in questo caso viene messa in gioco
attraverso gli occhi di chi osserva la realtà, le sue esperienze pregresse, categorie di lettura.
Il giudizio di valore costituisce la rappresentazione codificata dell’oggetto, ottenuta attraverso l’intreccio tra i
dati di riferimento e i referenti concettuali con cui interpretarli, cioè la lettura della rappresentazione fattuale
dell’oggetto alla luce dei criteri di qualità esplorati o esplicitamente assunti dal valutatore.
I criteri di giudizio costituiscono il quadro valoriale assunto dal valutatore in ordine all’oggetto d’indagine,
l’idea di qualità in base a cui esprimere un giudizio di valore; potremmo considerare il giudizio di valore
come il punto di sintesi tra l’idea che mi sono fatto dell’oggetto da valutare e l’idea di qualità veicolata dai
criteri di giudizio che impiego.
Possiamo quindi individuare due fasi del processo valutativo: la fase rilevativa in cui si raccolgono i dati di
riferimento utili alla valutazione e la fase di espressione del giudizio in cui i dati raccolti vengono interpretati
secondo i criteri di giudizio assunti dal valutatore.
Un’altra componente da considerare sono i ruoli dei soggetti implicati nel processo in quanto la valutazione
assume anche una valenza sociale in rapporto alle dinamiche che si creano tra chi valuta, chi è valutato e chi
utilizza i dati della valutazione.
Le funzioni assegnate al momento valutativo possono essere distinte in:
Valutazione predittiva o orientativa ha lo scopo di prevedere le caratteristiche del percorso
formativo più adatte ad un determinato soggetto
Valutazione diagnostica si colloca nella fase iniziale del processo formativo e ha lo scopo di
analizzare le caratteristiche di un allievo in relazione al percorso che deve compiere
Valutazione formativa ha lo scopo di fornire un feedback all’allievo e all’insegnante
sull’evoluzione del processo formativo
Valutazione sommativa si colloca nella fase conclusiva del processo formativo e ha lo scopo di
tirare le somme sui risultati conseguiti dall’allievo
Valutazione certificativa segue il percorso formativo e ha lo scopo di attestare socialmente il
conseguimento di determinati risultati
Si possono riconoscere due logiche di fondo con cui considerare la valutazione in ambito scolastico: la logica
di controllo che è finalizzata ad accertare ed attestare determinati risultati formativi e si fonda su una
separazione più netta tra momento formativo e momento valutativo e la logica di sviluppo che è finalizzata a
potenziare il processo formativo stesso e i suoi risultati e si fonda su un’integrazione tra momento formativo
ed educativo.
Per quanto riguarda le fasi di cui è composto il processo valutativo è possibile individuarne sette:
1. Individuazione dell’oggetto mette in gioco il significato che attribuiamo all'esperienza di
apprendimento. Che cosa significa valutare, per me docente, l’apprendimento dei miei allievi? Ci
sono diverse polarità che si presentano all'insegnante nel rispondere a questa domanda: quella tra
prodotto e processo dell’apprendimento, ovvero tra i risultati di apprendimento a cui giunge l’allievo
e le modalità attraverso cui consegue tali risultati, quella tra dimensione cognitiva (conoscenze) e
abilità sviluppate dall’allievo e quella tra apprendimenti specificatamente disciplinari e
apprendimenti più ampiamente trasversali.
2. Rilevazione dei dati consiste nella raccolta dei dati di riferimento utili alla valutazione, avviene
attraverso l’interazione quotidiana che il docente ha con i propri allievi che gli permette di farsi
un’idea delle caratteristiche di ciascuno.
Si tratta delle prove di verifica che servono a dare un determinato stimolo all’allievo (domanda,
consegna, problema, ecc.) orientato ad acquisire una competenza in grado di manifestare gli
apprendimenti come conoscenze e abilità e che interessa al docente; possono essere distinte in base
alle caratteristiche dello stimolo proposto e del tipo di risposta ottenuta.
Possiamo distinguere prove non strutturate (ad esempio la traccia di un elaborato scrito), prove
strutturate (ad esempio test a risposta multipla) e prove semi-strutturate.
I due parametri attraverso i quali si apprezza la qualità di uno strumento di verifica degli
apprendimenti sono la validità (cioè la corrispondenza tra la prestazione rilevata e l’apprendimento
che si intende accertare) e l’attendibilità (cioè la costanza nella lettura del soggetto,
indipendentemente e il momento in cui valuta).
3. Definizione dei criteri questa fase richiama la stretta relazione che esiste tra il momento
progettuale e quello valutativo in quanto i criteri di giudizio in campo della valutazione rinviano ai
traguardi formativi che sono stati individuati in fase progettuale. Accanto ai criteri di giudizio
espliciti è importante richiamare l'incidenza di quelli impliciti utilizzati dall’insegnante nel valutare i
suoi allievi.
Questa fase del momento valutativo non riguarda solamente l'identificazione dei criteri di giudizio
ma anche le modalità di attribuzione del giudizio all'allievo; viene fatta spesso mettendo a confronto
la rappresentazione che ci siamo fatti di uno di essi con i nostri criteri di giudizio e la nostra idea di
qualità. Ci sono tre modi differenti attraverso cui è possibile formulare un giudizio scolastico:
facendo riferimento ad uno standard assoluto, facendo riferimento alle prestazioni ottenute dalla
classe, posizionando ogni singolo studente in rapporto alle prestazioni dei compagni (media) e
facendo riferimento ai progressi fatti dall’allievo in rapporto ad un livello ritenuto iniziale. Il
requisito essenziale della valutazione scolastica resta di fatto la trasparenza, trattandosi di una
valutazione di tipo pubblico con una rilevanza sociale, il giudizio dell’insegnante deve essere fatto
tramite scelte esplicite.
4. Espressione del giudizio questo momento pone essenzialmente una problematica di codici
attraverso cui esprimere l’esito della valutazione.
La variabile può essere di tipo: - nominale: indica una situazione di divisione di presenza/assenza di
una certa condizione (es. promosso/bocciato, superato/non superato, ecc.);
- ordinale: indica un certo numero di livelli su cui compilare una graduatoria (es. scala di numeri,
lettere, aggettivi, ecc.);
- metrico: quantifica una prestazione in base ad un’unità misura bene definita (es numero di prove
superate, ecc.).
5. Regolazione dell’insegnamento questa fase evidenzia la circolarità tra momento valutativo,
azione didattica e momento progettuale; il giudizio sul singolo e l'insieme di allievi rappresenta il
feedback per l’insegnante per ripercorrere il processo didattico realizzato e riconoscerne o meno
l’efficacia in rapporto ai traguardi formativi prefissati.
Il giudizio può essere la base su cui stabilire il percorso di sviluppo dell'allievo, in termini di successi
ma anche di lacune, potenziamento e miglioramento
6. Comunicazione del giudizio questa fase richiama la necessità di collocare il momento della
valutazione in una logica formativa in quanto il giudizio scolastico non è una sentenza ma ricade
inevitabilmente sulla relazione formativa.
I soggetti coinvolti non possono essere pensati come destinatari passivi ma devono essere considerati
protagonisti del proprio percorso di crescita e quindi interlocutori con cui condividere il giudizio al
fine di migliorarsi; un punto di vista critico e consapevole del proprio livello di apprendimento,
valorizzando la funzione della valutazione per l’apprendimento.
7. Ruoli dei soggetti in ambito scolastico bisogna distinguere tra valutazione individuale affidata al
singolo docente e valutazione collegiale affidata al consiglio di classe che riduce la soggettività;
bisogna poi considerare le famiglie che, oltre ad essere destinatarie del giudizio valutativo, sono
anche fonti sulla crescita dell’allievo.
Un’altra questione centrale è il ruolo dell’allievo e la sua responsabilizzazione nel processo
valutativo in quanto consente uno sguardo allargato della valutazione attraverso una considerazione
soggettiva nei confronti della propria esperienza di apprendimento.
Il momento valutativo nella scuola è gestito attraverso routine e l’insegnante tende a vedere il
processo valutativo come separato dalla funziona formativa.
Alla luce di quanto visto finora, possiamo provare a sintetizzare i requisiti di qualità del processo di
valutazione degli apprendimenti tramite la presenza delle seguenti condizioni:
- Attendibilità e validità degli strumenti di rilevazione degli apprendimenti;
- Trasparenza dei criteri e delle modalità di attribuzione del giudizio;
- Utilità del processo valutativo in relazione al compito formativo della scuola;
- Condivisione dei modi di valutare tra i diversi docenti che operano con i medesimi allievi
La scuola tende ad attribuire maggiore valore alla prima componente, cioè al possesso di conoscenze e
abilità. È possibile quindi riconoscere tre livelli di analisi di una competenza:
Risorse cognitive conoscenze e abilità necessarie per affrontare un dato compito
Processi cognitivi ed operativi che il soggetto è sollecitato a mobilitare per affrontare il compito
proposto (saper fare)
Disposizioni ad agire che condizionano e determinano il comportamento del soggetto nel gestire la
situazione in cui si trova ad agire (saper essere).
Pellerey (2004) riassume il concetto di competenza definendola come la capacità di far fronte ad un compito,
o un insieme di compiti, riuscendo a organizzare le proprie risorse interne, cognitive, affettive e volitive e a
utilizzare quelle esterne disponibili in modo coerente.
Una definizione simile è stata proposta ad esempio dal progetto DoSeCo, orientato all’individuazione delle
competenze chiave per l’inserimento attivo nell’età adulta, che definisce la competenza come capacità di
rispondere a esigenze individuali e sociali o di svolgere efficacemente un’attività o un compito; richiama
inoltre i tre piani di sviluppo della competenza (sapere, saper fare, saper essere) e 4 parole chiave:
realizzazione, integrazione, contesto e responsabilità.
Nella Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio sul Quadro europeo delle qualifiche e dei
titoli di apprendimento permanente, vengono proposti i seguenti termini per designare i risultati di
apprendimento in ambito formativo:
- Le conoscenze sono il risultato dell’assimilazione di informazione attraverso L'apprendimento - le
abilità che indicano la capacità di applicare conoscenze per portare a termine compiti e risolvere
problemi.
- Le abilità possono essere cognitiva (pensiero logico, intuitivo e creativo) e pratiche (abilità manuale,
uso di metodi, strumenti, ecc.) e indicano le capacità di applicare le conoscenze per portare a termine
compiti e risolvere problemi
- Le competenze che indicano la capacità di utilizzare conoscenze, abilità, capacità personali, sociali e
metodologiche. Le competenze sono descritte in termini di responsabilità ed autonomia.
Il concetto di competenza si rifa agli indirizzi di ricerca sui processi di apprendimento e l’attributo che
meglio li denota è quello di “costruttivo” in quanto indica un processo di apprendimento inteso come ri-
costruzione di quanto il soggetto già conosce, rielaborazione di schemi mentali e di conoscenze pregresse.
Con il costruttivismo si afferma definitivamente la natura relazionale della conoscenza, come relazione
dialettica tra il soggetto che conosce e l’oggetto della conoscenza, e il suo carattere dinamico, di progressiva
evoluzione generata dalla dialettica indicata.
Un secondo attributo che denota l’approccio costruttivista dell’apprendimento è quello “socio-culturale”che
indica il ruolo fondamentale che il contesto sociale e culturale gioca nel processo di costruzione della
conoscenza del soggetto.
Il terzo attributo del processo di apprendimento è “situato”, che pone l’attenzione non solo alla cornice socio-
culturale entro cui avviene il processo individuale di costruzione della conoscenza, ma anche il contesto
d’azione entro cui essa si genera.
Da qui la definizione dei caratteri che qualificano il processo di apprendimento:
o Attivo denota il ruolo consapevole e responsabile del soggetto;
o Costruttivo ossia l’equilibrio tra conoscenze pregresse e nuove;
o Collaborativo denota la dinamica di interazione sociale entro cui avviene l’apprendimento; -
o Intenzionale indica il ruolo dei processi motivazionali e volitivi nell’apprendimento; -
o Conversazionale denota il ruolo del linguaggio, del confronto e della negoziazione tra gli attori; -
o Contestualizzato indica il riferimento a compiti di realtà;
o Riflessivo denota il circolo tra conoscenza, esperienza e riflessione.
Pensando ad una didattica per competenze, la scuola si trova ad affrontare alcune questione cruciali come il
rapporto tra saperi e contesti di realtà (la competenza infatti implica la capacità di mettere in relazione i
propri saperi con i contesti di realtà entro cui operare), la centralità dei processi nell’apprendimento ( la
visione dinamica delle competenze riporta al centro dell’attenzione i processi di apprendimento, ovvero le
modalità attraverso le quali il soggetto utilizza al meglio il proprio sapere per affrontare un compito di
realtà).
Apprendere non significa solo riprodurre un insieme di saperi bensì saperli rielaborare in funzione di una
situazione problematica da affrontare: è qui che sta lo scarto tra diligenza e competenza da un sapere morto
ad un sapere autentico, competente, vivo.
Un’altra questione importante che la scuola deve affrontare è la progettazione a ritroso, ovvero, il
ribaltamento della logica progettuale tradizionale: invece di procedere dai traguardi alla valutazione, si
antepongono alcune questioni tipicamente valutative alla strutturazione del percorso progettuale, allo scopo
di poterlo traguardare ad un’idea di competenza definita ed articolata.
Un ultimo snodo riguarda l’allargamento dello sguardo valutativo, verso una valutazione orientata verso la
competenza del soggetto, tesa ad apprezzare il livello di padronanza raggiunto in rapporto allo specifico
dominio di competenza che il progetto intendeva sviluppare.
Quella della competenza consiste quindi in una nuova modalità con cui avvicinarsi all'insegnamento e
all’apprendimento dello studente.
Oggi la sfida per il sistema scolastico consiste nel ricercare il collegamento tra scuola e realtà, mantenendo
una relazione costante con l’esperienza reale con il vissuto degli allievi, in modo da essere in grado di
restituire un senso all’apprendimento e di ricollegarlo all’esperienza di vita.
Comoglio (2004) descrive in questo senso due visioni dell’insegnamento: l’insegnamento-muro, in cui
prevale una logica di separazione tra scuola e realtà che rimangono due entità distinte e prive di relazioni e
l’insegnamento-ponte, in cui domina una logica di integrazione, attraverso una relazione dialettica che si
manifesta con connessioni continue tra scuola e realtà.
L’insegnamento-muro è caratterizzato da ordine di esposizione, sistematicità, pianificazione rigida, affinità
con il sapere teorico; si assumono le discontinuità indicate da Resnick come dati incontrovertibili su cui
costruire l’identità formativa della scuola; si fonda su una sequenza lineare gerarchica ed è caratterizzato
principalmente da:
- Studente come ricettore passivo;
- Conoscenza inerte, incapace di connettersi alla realtà;
- Conoscenza frazionata in componenti elementari;
- Gruppo visto come fattore di sfondo o di disturbo del processo di apprendimento.
L’insegnamento-ponte presenta ordine di scoperta, intuizione, gestione flessibile, affinità con il sapere
pratico; si fonda su una sequenza circolare (studente-conoscenza-insegnante) ed è caratterizzato dai seguenti
attributi:
- Studente sollecitato ad elaborare una prestazione complessa, riferita ad un problema concreto;
- Conoscenza muove su contesti reali e ritorna su di essi;
- L’insegnamento assume la conoscenza come evento complesso, globale, situato;
- Gruppo diventa una risorsa per la risoluzione del problema, un amplificatore e un collettore delle
risorse e potenzialità individuali. Quest’ultimo scioglie quindi le discontinuità di Resnick, creando
dei costanti collegamenti tra mondo reale e conoscenza scolastica offrendo agli studenti
l’opportunità di ritrarsi dalla realtà per poterla osservare e comprenderla in modo più approfondito.
La letteratura sulla progettazione didattica ha fornito agli insegnanti una molteplicità di modelli progettuali:
M. Baldacci (2004) ha ricondotto i diversi modelli a tre tipologie di fondo: le unità didattiche (strutture
molecolari che mirano a riconoscere le unità elementari del percorso didattico), i moduli didattici (mirano a
rappresentare il percorso didattico nella sua complessità) e i progetti didattici (caratterizzati da una strategia
induttiva, basata sul significato dell'esperienza che mira a rappresentare il percorso didattico nella sua
complessità).
Ha proposto inoltre proposto due parametri in base ai quali riconoscere i tratti salienti dei diversi modelli di
progettazione:
La struttura di analisi progettale, distinta a sua volta in molecolare (di tipo analitico) e molare (di
tipo globale);
La strategia progettuale sottesa, distinguendo tra deduttiva (top-down), fondata su una gerarchia fini-
mezzi per la quale l’individuazione degli scopi determina le modalità operative attraverso cui
perseguirli e induttiva (bottom-up), che si orienta verso un rovesciamento della gerarchia fini-mezzi
per la quale sono le caratteristiche e i significati dell’esperienza a determinare gli scopi formativi.
I moduli didattici e le unità didattiche possono essere ricondotti ad una doppia articolazione della strategia
didattica deduttiva che richiama alcune prerogative proprie dell’insegnamento tradizionale come il muovere
dalla struttura del sapere e considerare il percorso didattico come funzionale al perseguimento degli obiettivi
di apprendimento prestabiliti.
Un quarto passaggio chiave riguarda il momento della valutazione incentrata su un accertamento del livello
di competenza sviluppato dai singoli allievi a conclusione del percorso didattico; è una valutazione orientata
verso la competenza del soggetto, tesa ad apprezzare il livello di padronanza raggiunto in rapporto allo
specifico dominio di competenza che il progetto intendeva sviluppare.
Questi limiti risultano particolarmente evidenti nelle prove strutturate che sono diventate lo strumento
principale della valutazione scolastica in molti paesi.
Occorre quindi ripensare al momento della valutazione in classe dove è necessario intraprendere il passaggio
da un mero accertamento del sapere dell’allievo alla comprensione dei modi in cui l'allievo è in grado di
utilizzare il proprio sapere nella sua esperienza di vita, di padroneggiare la propria conoscenza in modo
consapevole ed autonomo.
Ciò mette inevitabilmente in gioco il rapporto tra processo formativo e valutativo, che divengono momenti
intrecciati ed in continuo dialogo tra loro.
Vi sono diverse parole chiave che rappresentano la nuova filosofia valutativa (significatività, autenticità,
processualità, responsabilità, promozionalità, ricorsività, dinamicità, globalità, multidimensionalità) e tali
parole chiave possono essere utilizzate per sintetizzare le sfide poste ai significati e alle pratiche valutative in
ambito scolastico. Tali sfide sono:
Puntare a compiti valutativi più autentici e agganciati al contesto di realtà;
Promuovere una maggiore responsabilizzazione dello studente nel processo valutativo,
riconoscendogli un ruolo attivo;
Integrare la valutazione del prodotto della formazione (la parte emersa dell’iceberg) con quella del
processo formativo (la parte sommersa dell’iceberg)
Oltrepassare i confini disciplinari della valutazione, prestando attenzione e valorizzando le
dimensioni trasversali dell’apprendimento, evidenziate attraverso la messa a fuoco delle competenze
chiave;
Riconoscere e sviluppare il problema metacognitivo situato nel processo valutativo, in quanto
opportunità per il soggetto di prendere coscienza dei propri limiti e delle proprie potenzialità.
Queste sfide pongono al centro la necessità di passare da una valutazione delle sole conoscenze e abilità a
una valutazione delle competenze, rispondendo, quindi, alle proprie esigenze sociali e soddisfacendo i propri
bisogni. Ma in che modo è possibile accertare la natura processuale della competenza?
La sua natura polimorfa impedisce di assumere un’unica prospettiva di osservazione ma necessita di più
prospettive di analisi in modo da ottenere un’immagine comprensiva e integrata della competenza del
soggetto.
Il principio metodologico è quello della triangolazione, dove per la rilevazione della competenza di un
soggetto si attivano e si confrontano tra loro più livelli di osservazione che aiutano a cogliere le diverse
sfumature del costrutto e a ricomporle in un insieme coerente.
Pellerey (2004) identifica tre prospettive di osservazione della competenza, ognuna delle quali presenta
strumenti differenti di analisi:
- La dimensione soggettiva (istanza autovalutativa) richiama i significati personali attribuiti dal
soggetto alla sua esperienza di apprendimento. In questo caso si ricorre a forme di autovalutazione
(diari di bordo, autobiografie, questionari di auto-percezione, ecc.) attraverso cui il soggetto osserva
e giudica la sua esperienza di apprendimento e la sua capacità di rispondere ai compiti richiesti dal
contesto di realtà in cui agisce. L’allievo ha anche l'opportunità di rielaborare e accrescere la
consapevolezza sul proprio percorso apprenditivo. Come mi vedo personalmente in rapporto alla
competenza che mi viene richiesta?
- La dimensione intersoggettiva (istanza sociale) richiama il sistema di attese che il contesto sociale
esprime in base alla capacità del soggetto di rispondere adeguatamente al compito richiesto. Gli
strumenti utilizzati per questo tipo di valutazione sono questionari, interviste, protocolli di
osservazione rivolti agli altri attori coinvolti (docenti, gruppo classe e genitori) nell’esperienza di
apprendimento del soggetto. Come viene visto l’esercizio della competenza del soggetto da parte
degli attori che interagiscono con lui?
- La dimensione oggettiva (istanza empirica richiama le evidenze osservabili che attestano la
prestazione del soggetto e i suoi risultati in rapporto al compito affidato e alle conoscenze e abilità
che la manifestazione della competenza richiede. Per rilevarle ci si può avvalere di strumenti di
analisi delle prestazioni dell’individuo in rapporto allo svolgimento di compiti operativi: prove di
verifica, più o meno strutturate, compiti di realtà richiesti dal soggetto, realizzazione di manufatti,
ecc. Si tratta di dispositivi orientati a documentare l’esperienza di apprendimento sia dal punto di
vista processuale che prestazionale. Quali evidenze osservabili dispongo per documentare la
competenza del soggetto in formazione?
Al centro delle tre prospettive possiamo collocare l’idea di competenza su cui si fonda la valutazione,
l’insieme di significati condivisi in merito alla competenza che si vuole rilevare da parte dei diversi soggetti
coinvolti e delle molteplici prospettive di analisi.
Si tratta di una condizione irrinunciabile in grado di ricomporre uno sguardo d’insieme e di restituire le
diverse competenze richiamate nell’immagine dell’iceberg, sia quelle visibili e manifeste, sia quelle implicite
e latenti. I
l rigore della valutazione consiste proprio nella considerazione e nel confronto incrociato tra le diverse
prospettive, in modo da ricomporre l’immagine dell’iceberg nella sua complessità.
Lo strumento centrale di questo tipo di approccio valutativo è la rubrica valutativa attraverso la quale viene
esplicitato il significato attribuito alla competenza oggetto di osservazione e vengono precisati i livelli di
padronanza attesi in rapporto ad un soggetto o più soggetti.
La rubrica valutativa costituisce il punto di riferimento comune ai diversi materiali e assicura unitarietà e
coerenza all’intero impianto di valutazione.
A partire da queste premesse sono state identificate nove competenze chiave raggruppate in tre categorie:
servirsi di strumenti in maniera interattiva, interagire in gruppi socialmente eterogenei e agire in modo
autonomo.
In questo contesto nasce il progetto PISA, un’indagine internazionale sulle conoscenze e le abilità dei
quindicenni dei principali paesi industrializzati, focalizzata sui domini delle competenze nella letteratura,
delle competenze matematiche e delle competenze scientifiche.
Il progetto PISA punta a focalizzare l’attenzione su una verifica delle competenze acquisite dagli studenti
attraverso la loro esperienza scolastica proponendo situazioni complesse e problematiche in cui utilizzare il
proprio sapere.
Nel 2006 il consiglio e il parlamento europeo hanno approvato una Raccomandazione volta a definire un
quadro di riferimento europeo per l’individuazione delle competenze chiave con lo scopo di identificare e
definire le competenze chiave necessarie per una cittadinanza attiva, di indirizzare gli stati dell’unione
europea verso lo sviluppo di queste competenze nei propri sistemi di istruzione, con lo scopo di fornire un
quadro di riferimento a livello europeo per i responsabili politici, i formatori e la comunità sociale e con lo
scopo di costituire un riferimento per le azioni comunitarie nell’ambito del programma di lavoro Istruzione-
formazione.
Le competenze sono intese come una combinazione di conoscenze, abilità e attitudini appropriate al contesto
e le competenze chiave sono quelle di cui tutti hanno bisogno per la realizzazione e lo sviluppo personali, la
cittadinanza attiva, l’inclusione sociale e l’occupazione.
Nel 2008 il consiglio e il parlamento hanno approvato un’altra raccomandazione che aveva l’intento di
fornire un linguaggio comune per descrivere le qualifiche dei diversi sistemi di istruzione e formazione
nell’unione europea, di assicurare la convalida delle esperienze formative realizzate dai soggetti nel loro
percorso di sviluppo e con l’intento di spostare il focus di questa certificazione ai risultati di apprendimento.
Le competenze chiave sono il risultato che si può conseguire attraverso l’integrazione e l’interdipendenza tra
i saperi e le competenze contenuti negli assi culturali; sulla base di questa definizione vengono proposte 8
competenze chiave riconducibili a tre ambiti interconnessi: la costruzione del sé, lo sviluppo di corrette
relazioni con gli altri e un’interazione positiva con la realtà sociale e naturale.
La mappa di Kerr
Tyler ha proposto uno schema di base per sviluppare una proposta formativa che rinvia alla logica
progettuale classica, fondata su un approccio razionale all’azione umana che parte dalla relazione gerarchica
fini-mezzi: nello sviluppo di un progetto si definiscono i traguardi e si determinano i passaggi per
raggiungerli.
Oggi la linearità di questo modello non basta in quanto deve essere integrata con le relazioni reciproche che
si instaurano tra fini e mezzi, deve allargare lo sguardo della valutazione considerando anche i mezzi
impiegati e deve pensare i diversi passaggi come reciprocamente influenzati tra loro; si parla perciò di una
rappresentazione circolare.
A questo proposito Kerr avanza la sua proposta di uno schema articolato in quattro regioni:
La regione degli obiettivi richiama le fonti di derivazione che possono essere interne al sistema
scolastico o esterne e si riferisce alle dimensioni della personalità del soggetto su cui sviluppare
traguardi
La regione dei contenuti si articola nei contenuti di esperienza che può essere diretta o indiretta e
nelle discipline di insegnamento
La regione dei processi formativi indica i processi messi in atto per raggiungere i traguardi e
acquisire le conoscenze indicate; si articola nei processi organizzativi e nei processi formativi
La regione della valutazione si articola sia in una valutazione dei risultati formativi che in una
valutazione dei processi
All’interno dell’assetto istituzionale esistente gli snodi chiave su cui sviluppare un curricolo per competenze
sono:
Nella prima regione i passaggi chiave sono la costruzione di rubriche valutative riferite alle 8
competenze europee e l’incrocio tra le competenze chiave e i traguardi per lo sviluppo delle
competenze
Nella seconda regione un passaggio chiave riguarda l’individuazione dei contenuti del sapere
essenziali
Nella terza regione i passaggi chiave riguardano le linee guida per l’elaborazione delle unità di
lavoro formativo a livello disciplinare, la documentazione ragionata di unità di apprendimento
realizzata nelle classi e le linee guida per la costruzione di ambienti di apprendimento nel lavoro di
classe
Nella quarta regione i passaggi chiave sono la predisposizione di strumenti per la valutazione delle
competenze , la predisposizione di strumenti per la documentazione e la certificazione dei risultati di
apprendimento e la definizione delle modalità di valutazione dell’azione di insegnamento
Occorre poi prestare attenzione alle modalità di gestione della proposta curricolare individuando le quattro
tappe in cui si articola il processo di sviluppo del curricolo.
La preparazione del terreno per lo sviluppo dell’innovazione richiama la possibilità di realizzare molteplici
azioni organizzative e culturali per creare le condizioni all’accoglienza della proposta innovativa.
L’elaborazione della proposta curricolare si configura come un processo partecipato che ha come soggetto
culturale la comunità scolastica e quindi c’è l’esigenza di strutturare le modalità di ascolto, interlocuzione,
mediazione, decisione con lo scopo di costruire un documento rispettoso del contesto scolastico; gioca un
ruolo decisivo la comunità dei docenti.
Nell’implementazione della proposta curricolare, l’attenzione è posta sui passaggi intermedi che portano la
proposta di istituto al lavoro d’aula.
Nella manutenzione del curricolo si devono precisare le modalità di valutazione e di revisione della
proposta stessa.
Approccio induttivo
Questo approccio è incentrato sulle modalità di processa mento delle informazioni da parte del soggetto
proponendo un insieme di dati empirici come materiale di partenza e stimolando l’elaborazione di concetti
organizzatori; il focus è sui processi cognitivi di elaborazione delle informazioni e si basa su una sequenza di
passaggi che richiama il metodo scientifico classico galileiano definizione del problema da affrontare,
osservazione della realtà, elaborazione di ipotesi, verifica delle ipotesi, formulazione della regola generale.
Si tratta di conferire allo studente una metodologia esperienziale dove dall’esplorazione della realtà può
elaborare dei concetti utili per leggerla, ossia un metodo che può essere proposto in vari ambiti disciplinari
con i contenuti più differenti.
Esempio del manuale: Luigi Rondini è un insegnante di quarta elementare che ha notato che i bambini hanno
difficoltà nel memorizzare parole nuove e quindi per aiutarli prepara un mazzo di carte e scrive una parola su
ogni carta e progetta attività che prevedono il loro utilizzo.
Chiede a ciascun bambino di leggere la parola sulla carta e descrivere le sue caratteristiche e gli altri possono
completare la descrizione; poi chiede ai bambini di mettere insieme le parole simili e in questo modo Luigi
conduce il gruppo attraverso le differenze morfologiche e fonetiche utili ad affrontare le parole non familiari,
fornendo ai bambini diverse opportunità di apprendimento induttivo.
Il ruolo del docente si caratterizza come guida allo sviluppo del processo di elaborazione concettuale
attraverso: la preparazione del materiale, l’indicazione dei passaggi dell’analisi, la conduzione del confronto
sociale e lo stimolo a trarre conclusioni, fare collegamenti e trasferire i concetti appresi ad altri contesti di
realtà.
Gli elementi critici hanno bisogno di un tempo necessario per sviluppare l’intera attività che può andare a
scapito dell’elaborazione dei contenuti.
Apprendimento cooperativo
Con questo approccio i processi di apprendimento avvengono all’interno del gruppo e attraverso
l’interazione sociale.
I principi base sono:
Il valore motivazionale dell’integrazione sociale nel gruppo e del lavoro collaborativo
La maggior efficacia dell’apprendimento tra pari
L’incremento di complessità sociale e cognitiva favorito dalla interazione e da modalità di
costruzione sociale della conoscenza
Ricadute positive dell’esperienza di cooperazione sull’autostima, la responsabilità, l’accettazione
dell’altro e delle sue idee e la tolleranza verso la diversità.
L’esigenza di apprendere a cooperare attraverso l’esperienza e un percorso strutturato e progressivo
Ad ogni alunno infatti durante l’attività viene assegnato un ruolo ben preciso in modo che sia considerato dal
gruppo indispensabile alla costruzione della conoscenza e allo stesso tempo si senta motivato e responsabile
per la buona riuscita del compito comune.
L’esperienza risponde all’esigenza di apprendere a cooperare, tramite un percorso strutturato e progressivo
(da coppie a gruppi, da compiti semplici a compiti più complessi, da tempi limitati a periodi più lunghi, da
ruoli rigidi e precisi a ruoli più flessibili, ecc.).
Lo sviluppo di gruppi cooperativi avviene nel momento in cui le persone sono tenute insieme da un compito
comune che porta allo sviluppo dei seguenti tratti distintivi: interdipendenza positiva tra i membri,
responsabilità condivisa sui risultati, capacità di operare insieme e l’opportunità di autoverifica del proprio
lavoro tramite il continuo e reciproco confronto.
L'insegnante si caratterizza per una posizione esterna e di supporto al funzionamento del gruppo.
Per una buona riuscita dell’esperienza lavorativa prende alcune decisioni preliminari (numero, dimensione,
composizione e compiti dei gruppi), definisce compiti e regole di lavoro, monitora e supporta il lavoro dei
gruppi, verifica e valuta il lavoro svolto.
Esempio del manuale: un insegnante di geografia della quinta elementare predispone un lavoro di gruppo
seguendo i seguenti passaggi chiave:
- Identificazione del focus di lavoro e strutturazione dei gruppi;
- Organizzazione del compito dei gruppi (definire i ruoli, analizzare i materiali e le risorse disponibili,
organizzare il lavoro dei gruppi);
- Studio autonomo e lavoro di gruppo;
- Analisi del progresso e del processo (presentazione del lavoro dei gruppi e valutazione da parte
dell’insegnante dei risultati e del processo);
- Verifica dell’attività svolta definendo eventuali azioni correttive e di miglioramento.
Tra gli elementi critici vi è il fatto che tra i membri dei gruppi vi devono già essere dei prerequisiti di
competenza sociale e una predisposizione alla collaborazione. Come insegnante bisogna trovare un continuo
equilibrio tra l’autonomia da conferire ai gruppi e la gestione delle dinamiche relazionali.
Didattica per progetti
La didattica per progetti si può considerare un processo sistematico di acquisizione e di transfert di
conoscenze nel corso del quale lo studente anticipa, pianifica e realizza, in un tempo determinato, solo o
insieme a dei pari e sotto la supervisione di un insegnante, un’attività osservabile che risulta un prodotto
finito e valutabile.
In particolare quest’ultimo possiede enormi potenzialità in quanto, oltre a porsi come prodotto per la
valutazione, funge da traino dal punto di vista motivazionale e fornisce un ponte di collegamento tra scuola e
vita, tra saperi formalizzati e realtà.
Lo studente è chiamato a farsi carico della realizzazione del progetto, fornendo il proprio contributo
all’interno di un disegno collettivo, assumendosi le sue responsabilità in rapporto agli impegni assunti e
rinforzando la propria autonomia nella gestione e realizzazione del progetto.
La didattica per progetti è una metodologia di apprendimento ben mirata allo sviluppo e al consolidamento di
competenze:
1. Offre rappresentazioni multiple della realtà, la cui complessità prende forma tramite i molteplici
percorsi individuabili (apprendimento come processo non lineare);
2. Promuove la costruzione attiva della conoscenza (apprendimento come processo costruttivo e
intenzionale);
3. Sostiene la costruzione collaborativa della conoscenza, attraverso la negoziazione sociale
(apprendimento come processo sociale);
4. Alimenta pratiche riflessive (apprendimento come processo riflessivo);
5. Propone compiti autentici e contestualizza gli apprendimenti (apprendimento come processo situato).
Anche in questo caso l’insegnante ha un ruolo indiretto e funge principalmente da catalizzatore delle risorse
del gruppo in funzione della realizzazione del progetto stesso (inquadra la proposta didattica, integra le
risorse del gruppo, incoraggia, monitora e verifica il processo di lavoro e di apprendimento degli allievi).
Quello che è importante però che il docente faccia è:
Individuare le competenze che si intendono sviluppare e i traguardi formativi;
Interventi di “mediazione didattica” favorendo e dando un senso al progetto;
Favorire l’esplicitazione costante del nesso azione-riflessione, pratica-teoria.
Una delle criticità presenti è che l’attività progettuale può trovarsi ad interferire con quella curriculare in
termini di tempo, rischiando di diventare un’entità separata da tutto il resto e un’attività a carattere di
episodicità.
Vi è inoltre il rischio che l’attenzione si concentri sulla realizzazione del prodotto finito anziché sullo
sviluppo di competenze con conseguenti trasferimenti di ruolo, contrazione dei tempi, disattenzione al
processo e scarsa cura del clima relazionale.
Esempio del manuale: in una scuola media gli alunni rientrano in classe dopo l’intervallo lamentandosi uno
con l’altro a causa di alcune difficoltà emerse (due ragazzi avevano litigato, discutevano su quale gioco fare
e poi è iniziata anche una disputa per decidere se le ragazze dovessero giocare o meno); l’insegnante propone
di passare in rassegna i problemi della classe e poi votare quale di essi affrontare per primo.
Possiamo riconoscere le seguenti fasi:
- Fase di riscaldamento con identificazione del problema;
- Scelta dei partecipanti e assegnazione dei ruoli;
- Definizione della scena attraverso “linee d’azione” per specificare dei ruoli;
- Preparazione degli osservatori e assegnazione dei compiti di osservazione;
- Recitazione. Inizia il gioco di ruolo vero e proprio e si arriva fino alla sua conclusione;
- Riflessione critica e discussione (definizione di una eventuale ed ulteriore simulazione).
Apprendistato cognitivo
Si tratta dell’applicazione dei caratteri per l'apprendimento di competenze cognitive complesse anziché lo
sviluppo di abilità operative; consiste “nell’imparare facendo” a partire da un modello esperto che esplicita i
processi attivati nello svolgere un determinato compito e sollecita l’allievo progressivamente a
padroneggiarli.
Il principio di fondo è che una competenza esperta rappresenta una forma di sapere pratico, pertanto può
essere insegnata attraverso l’esercizio della competenza stessa.
Avendo a che fare con competenze essenzialmente cognitive, si tratta per lo più di processi di pensiero
interni al soggetto, pertanto il lavoro consiste nel verbalizzare tali processi di pensiero, nel confrontarli e
condividerli all’interno del gruppo.
Esempio del manuale: in un istituto superiore l’insegnante si rende conto di dover lavorare sui processi legati
all’elaborazione di un testo e decide di focalizzarsi sulla fase di ideazione del testo; propone quindi agli
studenti una traccia da sviluppare e chiede loro di indicare i passaggi chiave che poi andranno ad accoppiare
alla risposta ad alcune domande per ottenere la traccia dell’elaborato.
I passaggi chiave della metodologia sono dunque:
- Indicazioni del compito da svolgere e dei relativi traguardi formativi;
- Esecuzione del compito da parte del soggetto;
- Esplicitazione dei processi logico-cognitivi ed operativi richiesti dal compito;
- Richiesta agli allievi di svolgere il compito richiesto;
- Assistenza e sostegno allo svolgimento del compito da parte dell’allievo;
- Riflessione sulla prestazione svolta e consolidamento e trasferimento della competenza agita in altre
situazioni
In questo tipo di attività l’insegnante assume una molteplicità di funzioni che qualificano il suo ruolo di
mediazione tra contenuti culturali e soggetto che si possono riassumere nei seguenti punti:
- Modelling fornisce un modello esperto allo studente di una determinata prestazione, mostrando
come affronterebbe un determinato compito complesso;
- Scaffolding fornisce una “impalcatura” base allo studente per esercitare autonomamente la
propria competenza (passaggi chiave, schema di base, ecc.);
- Tutoring assiste lo studente nella sua prestazione;
- Fading attenua progressivamente il suo supporto, in modo da consentire lo sviluppo di una
maggiore autonomia da parte dello studente;
- Monitoring monitora l’attività dello studente e fornisce un feedback sulla prestazione
Tra gli elementi critici c’è il rischio da parte dello studente di compiere un’imitazione passiva senza riuscire
a superare la fase di mera riproduzione di un modello. Può inoltre risultare problematico trasferire quanto
appreso in altri contesti.
Approccio metacognitivo
Si tratta di un approccio orientato a promuovere nell’allievo una maggiore consapevolezza della sua
esperienza di apprendimento, sia a quanto e sia a come lo ha acquisito.
Possiamo suddividere la metacognizione in due aree distinte:
Conoscenza metacognitiva distinta in consapevolezza della conoscenza (ciò che si sa, non si sa e
che si vuole sapere), del pensiero (compiti cognitivi) e delle strategie di pensiero.
Regolazione meta cognitiva dove il soggetto una volta presa consapevolezza sul proprio pensiero
è nelle condizioni di dirigerlo e regolarlo per il proprio apprendimento.
Le strategie autovalutative rappresentano uno dei dispositivi più potenti con cui sviluppare l'approccio
metacognitivo: la connessione tra apprendimento e valutazione occorre essere valorizzato, dando l’occasione
allo studente di farsi carico della propria esperienza di apprendimento e dei propri risultati.
Esempio del manuale: un insegnante di matematica procede fornendo una lista di istruzioni passo passo per
risolvere i problemi ma quando chiedeva ai suoi studenti di applicare la stessa procedura ma in un modo
leggermente diverso, loro avevano difficoltà.
Si può sintetizzare l’approccio metacognitivo nei seguenti passaggi chiave:
- Chiarezza sul significato e sui traguardi formativi del percorso;
- Focalizzazione sui processi cognitivi chiave connessi allo sviluppo della competenza;
- Sviluppo di modalità di documentazione del lavoro fatto che facilitino una sua rivisitazione in una
fase successiva (sia collettive sia nel lavoro individuale);
- Sollecitazione di modalità autovalutative e valutative sul processo di apprendimento e sui suoi
risultati, rintracciabile nel continuo confronto tra il proprio lavoro e quello degli altri e nel feedback
fornito dall’insegnante;
- Confronto e condivisione in classe delle riflessioni compiute;
- Utilizzo da parte dell’insegnante del processo riflessivo per rivedere la propria azione e per
riprogettare.
Il ruolo del docente è quello di lavorare sul senso dell’esperienza di apprendimento per l’allievo, sollecitare
la sua assunzione di responsabilità e autonomia, promuovere un atteggiamento riflessivo e critico.
Tra le criticità sicuramente si pone la variabile tempo e un altro rischio è quello di ridurre a mera tecnica
l’approccio metacognitivo.
Studio di caso
Si tratta di una metodologia di ricerca sociale che si qualifica per la sua connotazione idiografica, ovvero
attenta ad esplorare un singolo fenomeno nella sua singolarità, con lo scopo di comprenderne in profondità i
tratti distintivi ed analizzarne criticamente pregi e difetti.
Lo studio di caso può essere definito come la presentazione ai partecipanti all’attività di una situazione,
attorno alla quale sviluppare, alternativamente o congiuntamente, operazioni di analisi di diagnosi delle
cause e di presa di decisione.
Lo studio tende a ribaltare la logica tipica dell’insegnamento scolastico, tesa a definire il quadro teorico e a
svilupparne successivamente le implicazioni o applicazioni pratiche; li scopi formativi di questa attività sono
essenzialmente lo sviluppo di apprendimenti che possono essere impiegati in situazioni analoghe o simili a
quella studiata oltre che il potenziamento delle capacità di analisi e di decisione in situazioni complesse.
Esempio del manuale: l’insegnante di un liceo decide di affrontare il problema dello smaltimento dei rifiuti
attraverso l’analisi di un caso concreto; viene quindi invitato il responsabile per un incontro a scuola con gli
alunni e sui materiali da lui rilasciati si struttura un lavoro in gruppi.
Viene chiesto poi agli alunni di analizzare criticamente l’esperienza studiata e attraverso una discussione in
classe si punta a fornire alcune proposte da inoltrare al responsabile; alla fine dell’esperienza l’insegnante
invita gli alunni a riflettere sull’esperienza.
Possiamo distinguere principalmente i seguenti passaggi:
- Fase di ricostruzione dell’esperienza, volta a consentire ai partecipanti di farsi un’idea del caso
presentato (documentazione e testimonianza diretta);
- Comprensione del caso da parte del gruppo e analisi critica dell’esperienza, riconoscendone punti di
forza e punti debolezza;
- Individuazione da parte del gruppo di azioni di miglioramento o comportamenti alternativi in
relazione all’esperienza analizzata (come agirebbero loro in situazioni simili);
- Generalizzazione dei contenuti emersi e sintesi degli apprendimenti conseguiti.
Il ruolo dell’insegnante consiste nel preparare il caso su cui impegnare il gruppo, attraverso la ricerca di fonti
documentali e la loro organizzazione, gestione dell’attività didattica in generale con particolare attenzione
nell’aiutare il gruppo ad avere consapevolezza delle differenze tra fase di ricostruzione, di analisi critica e di
proposta.
Gli elementi critici possono riguardare la capacità del gruppo di immergersi nell’esperienza presentata e la
difficoltà di distanziarsene, ovvero di soffermarsi sul caso singolo senza riuscire a generalizzare o trasferire i
concetti appresi.
Approccio dialogico-filosofico
Questo tipo di approccio raccoglie un insieme di metodologie e di tecniche didattiche collegate dalla
valorizzazione della discussione in classe o nel piccolo gruppo come opportunità di apprendimento.
La discussione è caratterizzata da una relazione didattica di tipo circolare, attenta al ruolo del gruppo,
all’interazione reciproca dei suoi componenti e dove l’insegnante ne è parte integrante con un ruolo di
conduttore, di moderatore del contenuto e di gestione delle regole di interazione.
La cura della dimensione relazionale da parte dell’insegnante è fondamentale per consentire un
apprendimento produttivo e di co-costruzione della conoscenza in chiave socio-costruttivista, in una
prospettiva quindi di apprendimento condiviso e di organizzazione dei processi di pensiero.
Situazioni di difficoltà possono essere la scarsa condivisione del gruppo, la gestione delle modalità di
confronto, in particolare in presenza di opposizione di punti di vista o di giustificazioni per una determinata
presa di posizione.
Approccio narrativo
Il potenziale didattico della narrazione si può riassumere nell’idea di avvicinare al sapere rendendolo più
familiare. Di fronte a un sapere formalizzato che tende a privilegiare la generalizzazione e l’astrazione dei
contesti specifici, la narrazione rappresenta un antidoto per aiutare a non spersonalizzare la conoscenza, per
riportarla al vissuto del soggetto e alla sua esperienza.
Il pensiero narrativo è applicabile a tutti i saperi disciplinari e rinvia sia ai processi di fruizione, intendendo
una forma di avvicinamento ad un contenuto di sapere, sia ai processi di produzione del sapere, intendendo
una forma di comunicazione del sapere, organizzazione dei concetti e dei contenuti.
Questa doppia prospettiva si basa sul fatto che il pensiero narrativo rappresenta una modalità di
funzionamento della mente: modalità passiva, atta nella comprensione di contenuti informativi e di sapere e
modalità attiva, atta alla produzione di contenuti informativi e di sapere.
Una modalità di funzionamento che può utilizzare diversi codici e canali comunicativi (scrittura, immagini,
codice verbale, video, ecc.). Il valore dell’approccio narrativo sta nel processo empatico che sollecita nel
rapporto tra conoscenza e soggetto, una conoscenza che entra e si connette col soggetto e alla sua esperienza,
riempiendosi di significato.
Tale metodo rinforza i processi di coinvolgimento e avvicinamento del soggetto al processo di
apprendimento e aiuta anche nei processi di ritenzione e rievocazione del sapere, dandogli un senso.
Esempio del manuale: Risoluzione di una situazione-problema di natura matematica in chiave narrativa
(storia della principessa Ipazia e del messaggero Alessandro).
La metodologia si basa essenzialmente sull’esposizione di un problem-solving sotto forma di una storia
narrativa e della sua risoluzione in piccoli gruppi alla quale segue una fase di condivisione della risoluzione e
della conclusione del racconto. Cambia sostanzialmente il modo con cui l’apprendimento del contenuto
viene passato, tramite una storia.
Il docente ha il ruolo di narratore della storia e di accompagnamento nella sua risoluzione.
Tra gli elementi critici c’è la limitatezza del materiale editoriale a disposizione per poter sviluppare attività di
questo tipo e la necessità da parte dell’insegnante di un lavoro attento di progettazione per collocare la
soluzione narrativa all’interno di un percorso formativo unito.
Inoltre ci possono essere “resistenze” da parte degli allievi che ostacolano lo sforzo di immaginazione e
creatività connesso all’impiego di questi metodi.
Esempio del manuale: Percorso di consolidamento sui concetti di velocità ed accelerazione attraverso
un’attività di peer instruction.
Si tratta di una modalità di approccio molto simile a quelle di tipo cooperativo dove il rapporto tra insegnate
e allievo si fonda sulla simmetria, l’uguaglianza e il mutuo controllo.
Possiamo distinguere:
- Fase di focalizzazione su un problema o contenuto;
- Predisposizione del materiale e suddivisione in gruppi di lavoro;
- Tutorato tra compagni (fase di peer education);
- Verifica dei contenuti appresi (ricerca di un feedback)
In questo tipo di attività gli insegnanti sono molto coinvolti nel progettare e strutturare l’ambiente di
apprendimento in modo da massimizzare l’opportunità degli studenti di interagire tra loro e con gli esperti. Il
docente inoltre modella, guida e facilita i processi di interazione sociale.
Tra gli elementi critici troviamo la gestione del gruppo e delle interazioni sociali.
Didattica 2.0
L’espressione “didattica”, non designa tanto un metodo quanto un approccio didattico basato su un uso
intensivo delle tecnologie di informazione e di comunicazione; questo approccio a sua volta si integra con
metodologie didattiche innovative quali l’apprendimento cooperativo, la didattica per progetti, gli approcci
metacognitivi, la didattica laboratoriale.
Alcune condizioni di base che attualmente caratterizzano un ambiente basato sulla didattica 2.0 sono
l’utilizzo di dispositivi mobili (tablet, notebook), dispositivi di condivisione (videoproiettore, LIM), spazi di
condivisione virtuale (cloud), rete di collegamento wireless, materiale di documentazione cartacei e online,
forme di interazione e condivisione online, spazi e ambienti flessibili. Tali condizioni si possono combinare
in diversi modi e a livelli differenti.
Ciò che è importante evidenziare è che la “didattica”, si fonda essenzialmente su alcune condizioni
tecnologiche e culturali che ormai sono la normalità e presenti nella vita quotidiana della maggior parte delle
persone. Da questo punto di vista, vi è un enorme difficoltà da parte della scuola di riconoscere ed utilizzare
anche nella normalità tali condizioni, sottolineando una marcata distanza tra scuola e mondo reale.
Un concetto chiave che caratterizza la “didattica”, è quello di “ambiente di apprendimento” inteso come
luogo in cui coloro che apprendono possono lavorare aiutandosi reciprocamente, avvalendosi di una varietà
di risorse e strumenti informativi, di attività di apprendimento guidato o di problem-solving tramite le quali
offrire rappresentazioni multiple della realtà ed evidenziarne la complessità. La presenza di strumenti
tecnologici non è un elemento qualificante di questo ambiente (organizzativo, metodologico, relazionale) sul
piano didattico ma contribuisce a realizzare tali condizioni.
Esempio del manuale: Ideazione, progettazione e realizzazione di un e-book multimediale atto alla guida alla
grammatica per ragazzi.
Il ruolo del docente è quello di progettare e coordinare l’allestimento dell’ambiente di apprendimento in tutte
le sue valenze e dimensioni.
Il docente si mette accanto i ragazzi accompagnandoli e supportandoli nel loro processo di apprendimento e
nell’uso delle risorse tecnologiche e culturali che esso richiede.
Tra gli elementi critici troviamo la disposizione di una reale dotazione tecnologica attuale e performante e la
necessità che il docente possegga una preparazione tecnica e che abbia la possibilità e gli strumenti per poter
costruire un buon ambiente di apprendimento.
Flipped lesson
In questa metodologia la “tripletta ciclica” della didattica scolastica tradizionale (spiegazione, assimilazione,
valutazione) subisce un totale capovolgimento: si tende a ribaltare la relazione tra trasmissione dei contenuti
culturali e appropriazione di tali contenuti, puntando a spostare l’acquisizione dei contenuti da parte dello
studente a casa, attraverso un approccio individuale ai contenuti multimediali e non messi a sua disposizione,
e il lavoro di rielaborazione dei contenuti stessi a scuola, attraverso il loro impiego in contesti reali o per
affrontare contesti complessi.
Si tratta quindi di una duplice inversione dove il processo di “consumo” dei contenuti è previsto al di fuori
della scuola attraverso una potenziale molteplicità di fonti mentre il processo di rielaborazione dei contenuti
stessi avviene in classe, con il recupero di alcuni concetti e la messa in gioco di quanto compreso a casa in
compiti più o meno complessi e nuove sfide.
È chiaro che in aula si potranno mettere in gioco contemporaneamente parte delle metodologie didattiche
sviluppate (approccio cooperativo, metacognitivo, narrativo, ecc.): la flipped lesson impiega le diverse
metodologie attive e ridimensiona il significato della lezione intesa nel senso tradizionale del termine.
Esempio del manuale: un insegnante di chimica insegna tramite flipped lesson: gli allievi studiano a casa i
video ed il libro per apprendere in anticipo i contenuti e poi in classe svolgono in piccoli gruppi quelli che
sarebbero stati i compiti per casa.
Il docente tende a smettere o a limitare fortemente la funzione di trasmissione dei contenuti culturali e a
potenziare invece la funzione di regista e supporto del processo di apprendimento degli allievi, sia in modo
indiretto, attraverso l’allestimento di una serie di risorse da mettere a loro disposizione, sia in modo diretto,
attraverso l’accompagnamento, il feedback, il sostegno cognitivo ed emotivo.
Tra gli elementi critici troviamo il fatto che gli alunni devono avere responsabilità e una certa
predisposizione all’apprendimento autonomo da parte degli alunni, oltre al fatto che serve una preparazione
accurata e attenta del materiale.
FONDAMENTI DI DIDATTICA
Origine e sviluppo dell’idea di didattica
La parola didattica deriva dal greco “didaskein” e indica sia l’azione di insegnare che quella di mostrare;
oggi nell’uso corrente il termine rimanda all’attività concreta di insegnamento in situazioni formali (scuola o
università) o non formali (laboratori didattici), mentre i dizionari ne evidenziano anche l’accezione della
ricerca metodologica.
In Francia per parlare di didattica si parla di “pedagogie” mentre in ambito anglosassone si parla di
“education” o “istruction”.
La didattica si presenta come istanza di riflessività intorno alle azioni che caratterizzano il fare didattico,
ovvero le attività connesse all’insegnare; si è venuta a costruire una didattica come ambito di conoscenza che
ha come scopo migliorare la prassi didattica e individuare validi obiettivi.
Da sempre l’uomo ha avvertito l’esigenza di tramandare il patrimonio culturale alle nuove generazioni e la
storiografia riporta notizie sugli ideali pedagogici, i contenuti trattati e i metodi utilizzati che erano
conseguenza diretta e imprescindibile delle motivazioni ideali (ad esempio la paideia greca è allo stesso
tempo un ideale dell’uomo e un nucleo di riflessioni sulla formazione).
A partire dal 17° secolo si avvia una riflessione sulle pratiche di insegnamento con metodi e aspirazioni
scientifiche e uno dei principali interpreti di questa fase è Comenio.
Due contributi importanti vengono poi da Locke che proponeva l’ideale della tabula rasa, cioè una mente
priva di conoscenza e l’ideale dell’esperienza e dell’istruzione che deve essere impartita e da Rousseau che
sposta per la prima volta l’attenzione sul bambino (l’attenzione per l’infanzia e per i bisogni dei bambini
proseguirà poi per tutto l’ottocento).
Con l’industrializzazione, l’espansione delle città, il suffragio universale e le nuove scoperte, anche la scuola
diventa scuola di massa e viene investita di nuovi compiti e responsabilità; la didattica risente l’influenza di
varie teorie psicologiche tra cui Piaget e, più recentemente, Vygotskij e Bruner.
I tratti più evidenti di quella che verrà chiamata “educazione progressiva” o “attivismo” sono:
Puerocentrismo
Valorizzazione del fare
Attenzione ai bisogni dei fanciulli
Ricerca della motivazione nell’apprendimento
Studio in ambienti idonei e stimolanti
Importanza della socializzazione
Ideali democratici e antiautoritari
Sono soprattutto le idee di Dewey a influenzare maggiormente l’attivismo poiché fa delle proposte che
forniscono le basi per la sperimentazione di molteplici esperienze educative nell’arco di tempo che c’è tra le
due guerre mondiali.
Negli Stati Uniti si modifica la tradizionale organizzazione scolastica sostituendo le aule con dei laboratori
specializzati, si abolisce l’orario delle lezioni e si suddivide il programma in blocchi mensili stipulando
contratti di lavoro con gli alunni.
In Europa i contributi più importanti sono quello di Freinet e Ferriere che hanno puntato l’attenzione
sull’individualizzazione, la cooperazione e il metodo per progetti.
Negli anni precedenti alla seconda guerra mondiale Tyler aveva capovolto la tradizionale impostazione della
psicometria scolastica sottolineando che la valutazione doveva essere definita in rapporto agli obiettivi da
conseguire.
Un allievo di Tyler, Bloom, in questi anni dà vita ad un’iniziativa volta a mettere ordine nei criteri della
valutazione scolastica; la definizione degli obiettivi è un problema classico nell’ambito della didattica e con
lui inizia la storia degli “obiettivi didattici” e delle “tassonomie” che intendono rendere controllabili il
processo di istruzione e i relativi risultati, razionalizzare il processo di istruzione ottimizzando gli interventi
in funzione della meta.
Gli obiettivi vanno “operazionalizzati”, cioè accompagnati a concrete procedure di valutazione relative al
conseguimento. Il lavoro di Bloom sulle tassonomie è in questo modello:
Le nozioni vengono richiamate dalla memoria nella forma originaria (conoscenza)
Queste subiscono modifiche nella mente dello studente (comprensione)
Le nozioni vengono comprese e possono essere trasferite in diversi contesti (applicazione)
Nelle nozioni comprese si può operare una scomposizione (analisi) - con le parti analizzati si
possono creare nuove strutture (sintesi)
Sulle nozioni padroneggiate si possono esercitare giudizi (valutazione)
Skinner è il più significativo rappresentante del comportamentismo e nel 1954 esce un suo importante lavoro
che dà il via ad una serie di studi sull’istruzione programmata e sull’impiego di macchine per
l’apprendimento.
Il comportamentismo si basava sul requisito dell’osservabilità del comportamento oggetto di studio partendo
dal presupposto che si può studiare solo il comportamento esterno, cioè quello osservabile e nulla si può dire
di quello che accade all’interno dell’individuo e della sua mente.
Skinner sostiene che si tratta solo di applicare i principi conosciuti sull’apprendimento, in particolare il
rinforzo positivo, alla didattica.
Il 1959 può essere preso simbolicamente come data di inizio del movimento del curricolo; secondo Bruner
una teoria dell’istruzione dovrebbe indicare le esperienze più efficaci per favorire l’apprendimento e
specificare i modi in cui va strutturato un complesso di conoscenze per essere compreso più chiaramente
dall’alunno propone i concetti di struttura e di curriculum a spirale.
Negli stessi anni il movimento cognitivista assume un ruolo sempre più importante in quanto più autori
sottolineano che si può conoscere anche ciò che accade all’interno del soggetto.
Negli anni 60 uno dei modelli più utilizzati e il mastery learning (apprendimento per la padronanza) secondo
cui è possibile portare tutti i soggetti ad una padronanza completa degli obiettivi purchè questi siano ben
identificabili sin dall’inizio dagli allievi: il tragitto deve essere diviso in piccole unità e si devono fornire agli
allievi feedback immediati e frequenti con brevi percorsi individualizzati di recupero di fronte a eventuali
difficoltà.
Gli anni 60 vedono anche significativi ampliamenti nell’ambito delle pre-conoscenze e si sviluppano gli
studi sulla creatività; un orientamento importante è quello della Gestalt da cui nascono gli studi sulle
caratteristiche percettive e strutturali dei problemi che si devono affrontare e le ricerche sulle dinamiche e sul
clima di gruppo.
La scuola di Palo Alto definisce 5 assiomi della comunicazione che hanno nella didattica forti implicazioni
perché spostano l’attenzione su aspetti educativi prima trascurati come la prossemica e la comunicazione non
verbale:
1. Non si può non comunicare un messaggio è tale non solo se passa attraverso una codifica verbale
esplicita ma qualunque comportamento compresi i gesti, la postura e i silenzi hanno valore di
messaggio
2. Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione l’atto del comunicare non è
riducibile a una sequenza lineare emittente-messaggio-ricevente ma implica il coinvolgimento
reciproco dei comunicanti in una relazione
Già con queste due regole vi è la scoperta della dimensione relazionale della comunicazione e si passa a
vedere la comunicazione come interpretazione dell’evento comunicativo come interazione e non più come
trasmissione di un messaggio.
In questo contesto lo sguardo si rivolge anche ai processi di descolarizzazione della società, compaiono
nozioni che acquisteranno sempre maggiore consistenza negli anni come quelle di educazione permanente e
di società educante.
Negli anni 70 al comportamentismo dominato dallo stimolo esterno si sostituisce l’informazione che viene
dall’esterno ed è elaborata all’interno prima in una memoria di lavoro e poi trasferita in una memoria a lungo
termine; nascono modello sul trattamento dell’informazione e sulle tipologie di memorie interne.
Negli anni 80 vi sono segnali di insoddisfazione verso il paradigma tradizionale e si sente la necessità di
uscire da modelli didattici prevalentemente comportamentistici e cognitivistici; una delusione importante c’è
stata nel settore di punta della ricerca cognitivista, ovvero quello dell’intelligenza artificiale che ha dato
l’idea che l’uomo potesse ricreare la mente attraverso una macchina capace di mettere in atto comportamenti
intelligenti.
Si avverte il bisogno di reagire creando nuovi modelli e teorie delle mente e dell’intelligenza; sul piano della
tecnologia Winograd e Flores propongono nuove strade basate sull’incontro tra tecnologia e fenomenologia,
Bronferbrenner rivolge si concentra invece sul rapporto tra processi cognitivi e contesto.
Gardner mette in evidenza il carattere plurale della mente (teoria delle intelligenze multiple) affermando che
le intelligenze sono almeno 7 (linguistica, musicale, logico-matematica,spaziale, corporeo-cinestetica,
intrapersonale, interpersonale) dipendenti l’una dall’altra ma combinabili da individui e culture.
Tra le diverse forme di intelligenza non esistono gerarchie perché ciascuna opera secondo proprie regole e
procedure come un sistema a sé stante.
Goleman dà all’intelligenza una dimensione emozionale distinguendo tra 2 menti:
- Una razionale è quella di cui siamo coscienti, capace di ponderare e riflettere
- Una emozionale impulsiva, potente e illogica
Il costruttivismo fu considerato una sorta di cognitivismo di II generazione che accoglie concetti elaborati
negli anni precedenti e l’attenzione si sposta dall’allestimento curricolare all’allestimento di ambienti e
comunità per apprendere.
Nel costruttivismo confluiscono vari filoni tra cui l’indirizzo socioculturale di derivazione vygotskijana.
L’apprendimento si sviluppa come processo di internalizzazione, cioè come un percorso che va dall’esterno
all’interno, dai processi sociali all’individuo; diviene la base per la costruzione del pensiero, da essa ha
origine il linguaggio interiore.
Sempre nell’ottica vygotskijana si colloca il concetto di intelligenza distribuita: le azioni umane non
vengono interpretate solo in riferimento a disposizioni intrapsichiche come nei modelli tradizionali di
intelligenza, la conoscenza è vista risiedere nelle persone , negli artefatti, nei setting culturali e nelle
interazioni reciproche.
L’approccio contestuale sposta l’accento sull’ambiente in cui l’apprendimento ha luogo.
Particolare notorietà ha assunto un orientamento che studia la comunità di pratica che ha al centro pratiche e
conoscenze condivise e per cui l’apprendimento si identifica con il processo di appartenenza alla comunità.
Dagli anni 90 si fa sempre più forte l’integrazione tra i concetti di sistema formativo e organizzazione,
comincia a diffondersi anche nel contesto educativo l’interesse verso le problematiche relative alla qualità; lo
sviluppo delle reti telematiche sollecita la riflessione teorica verso l’elaborazione di nuovi modelli di
produzione del sapere e genera al tempo stesso nuove criticità sul mondo della formazione.
Da un lato l’interconnessione globale dei computer ha reso possibile la costituzione di un nuovo spazio di
interazione e comunicazione favorevole per lo sviluppo dell’intelligenza collettiva, dall’altro lo sviluppo
stesso di questo spazio produce nuove forme di esclusione, nuovi divari tra chi ha accesso alle tecnologie e
chi non lo ha, tra chi riesce a trarne benefici e chi no.
Con il nuovo millennio si presentano alcuni fenomeni nuovi con implicazioni per la didattica sia sul versante
meteorologico che applicativo, assumono maggiore rilevanza le politiche internazionali da cui provengono
sollecitazioni a modificare i curricula dei diversi paesi uniformandosi a standard generali.
Viene criticato il costruttivismo che inizia la sua fase di declino.
La dimensione metodologico-decisionale
Se ci interroghiamo sui riferimenti teorici o procedurali per supportare il decisore nelle scelte operative,
possiamo individuare due ambiti principali: gli studi relativi alla progettazione didattica e quelli più recenti
relativi alle acquisizioni provenienti da tipologie di didattica efficace.
L’Instructional Design è l’ambito di studio che si è più caratterizzato per l’attenzione alle modalità di
strutturazione della progettazione didattica e più recentemente ai modelli e strategie che consentono di
migliorare l’apprendimento.
Un progetto è una proiezione o un’anticipazione che la mente compie circa azioni ed eventi che dovranno
essere attuati per raggiungere un determinato scopo e l’attività progettuale è strettamente legata al rapporto
circolare tra azione e riflessività che secondo Dewey caratterizza la mente umana.
La progettazione educativa riguarda due ambiti: quello che riguarda gli interventi a carattere socio-educativo,
volti a favorire la soluzione di problemi socialmente rilevanti e quello dei progetti didattici in senso stretto
relativi all’istruzione scolare, aziendale e continua.
Si possono inoltre distinguere tre aspetti principali in un progetto:
1. Il grado di strutturazione interna progetti che devono garantire una rimodulazione in itinere
eventualmente da condividere tra più soggetti coinvolti; si può parlare di progettazione emergente,
ricorsiva, partecipata
2. La natura più o meno complessa degli obiettivi da conseguire, valutabili con diversi indicatori
riguarda la complessità e la varietà di finalità da raggiungere; possono entrare in gioco aspetti che
riguardano il rapporto con il contesto in cui si è inseriti, le modifiche dell’immagine di sé dei
soggetti coinvolti, i cambiamenti di natura logistica, finanziaria o normativa e che richiedono
integrazione di strumenti valutativi eterogenei
3. La tempistica assegnata alla valutazione dei risultati può essere più o meno immediata, la
valutazione dovrebbe avvenire in itinere consentendo di apportare modifiche
La progettazione didattica ha ricevuto una forte attenzione a partire dagli anni 60 negli USA e
successivamente in Italia, caratterizzandosi prevalentemente come progettazione curricolare.
Un curriculum è il complesso di apparati, strumenti, contenuti che rendono praticamente attuabile un
determinato percorso didattico; si possono poi distinguere unità più piccole (unità didattiche), ciascuna delle
quali composta da unità ancora minori (unità di lavoro o lezioni).
Si sono sviluppati poi altri modelli di progettazione didattica al di là di quello curricolare classico; un
esempio significativo è quello proposto da Gagnè e Briggs che insistono sulla necessità di un’accurata
progettazione didattica suggerendo una serie di passaggi top-down e bottom-up per cui si definiscono alcune
coordinate a livello di sistema, si scende a livello di corso, si scende ancora a livello di lezione e si risale a
livello di sistema (si può parlare di progettazione sistemico-ricorsiva).
Dalla fine degli anni 80, con la crisi del cognitivismo e lo viluppo delle tecnologie e del costruttivismo
nascono altri modelli come quello ricorsivo che partendo da un ambiente non propriamente strutturato, fa
agire l’utente che viene coinvolto attivamente nella ristrutturazione progressiva.
Di maggiore impatto è stata l’idea progettuale del costruttivismo che ha proposto una progettazione orientata
ad ambienti di apprendimento.
Possiamo indicare il primo modello con l’espressione “atteggiamento centrato su obiettivi predefiniti” che
rimane il riferimento dei percorsi scolastici e accademici e il secondo modello come “atteggiamento centrato
su obiettivi aperti, definibili in itinere” che è il riferimento degli ambienti educativi della prima infanzia,
dell’extrascuola e di tutti i contesti in cui i soggetti possiedono già esperienze pregresse e capacità di
autoregolazione.
A partire dagli anni 80 la valutazione dell’apprendimento comprende anche il coinvolgimento dello studente
nel processo di auto-osservazione e automonitoraggio continuo sui processi di conoscenza; si parla quindi
anche di valutazione autentica, cioè di procedure volte a valutare le prestazioni del soggetto nello
svolgimento di compiti che egli percepisce come significativi.
Tra gli strumenti che possono essere utilizzati nella valutazione ci sono metodi a risposta chiusa, metodi a
risposta aperta univoca, metodi a risposta aperta e prove complesse.
In queste ultime si può ricorrere anche all’utilizzo di rubriche, cioè un insieme di norme e criteri che
consentono di collocare le risposte ottenute su alcuni gradi di livello.
La valutazione del processo consiste in un monitoraggio che ha lo scopo di far prendere migliori decisioni
in itinere; questo monitoraggio può essere di tre tipi:
- Tacito raccolta dei dati con semplice evidenziazione del trend emergente
- Reattivo intervento che non viene riconosciuto adeguato al conseguimento degli obiettivi e quindi
si interviene suggerendo un cambiamento costruttivo
- Dinamico si decide in itinere di cambiare percorso introducendo innovazioni di qualità
Un ambito che si è espanso a partire dagli anni 80 è quello che vede la valutazione come negoziazione e
decisione che vede il coinvolgimento degli stakeholders, cioè di tutti i soggetti che sono coinvolti nel
problema; i valutatori sono quindi negoziatori che cercano di orientare il processo verso un consenso o
un’esplicitazione dei punti di disaccordo.
La valutazione di progetto riguarda una serie di operazioni che fanno riferimento al momento che precede
la fase attuativa del progetto didattico, che può riguardare un completo ambiente di apprendimento, una
componente interna di un ambiente già esistente o un percorso di ricerca.
Qualunque sia la situazione un progetto attraversa la fase preliminare di natura esplorativa che ha lo scopo di
definire al meglio la fattibilità delle ipotesi relative ad esso; nella stesura di un progetto bisogna rendere
espliciti questi aspetti:
- Giustificazione del progetto deve essere motivato
- Definizione degli obiettivi definire quali risultati ci si attende
- Valutazione della fattibilità e delle risorse necessarie valutare fino a che punto il progetto è
realizzabile
- Definizione degli strumenti di valutazione indicare attraverso quali criteri di verifica si intende
valutare
- Descrizione del progetto presentarne l’esecuzione
La valutazione di sistema prevede la valutazione del processo e del risultato dell’esperienza nel suo
complesso in termini di gestibilità complessiva, ragionevolezza dei tempi e risorse impiegate, chiarezza sulle
finalità e coerenza del risultato rispetto agli obiettivi dichiarati.
Tende a trasformarsi sempre più in una sorta di monitoraggio continuo e quindi porta ad una valutazione
complessiva dell’esperienza compiuta, stabilendo se questa si è rivelata efficace in relazione al
conseguimento degli obiettivi e se si è rivelata efficiente in relazione alle risorse utilizzate.
Una strategia didattica è un piano d’azione di breve durata, non superiore ad un’ora, identificabile per un
tratto caratteristico che l’ha resa storicamente riconoscibile.
Le strategie didattiche sono quelle unità basiche che entrano a far parte dei modelli di istruzione, ne sono
state selezionate 15 collocate secondo un asse di istruttività-attività:
1. Lezione erogativa tradizionale si intende il momento canonico della trasmissione delle
informazioni dal docente all’allievo.
Gli aspetti negativi consistono nel carattere retorico, nell’eccessiva prolissità verbale, nella
trascuratezza verso i tempi di attenzione e nel coinvolgimento degli allievi; i vantaggi sono relativi
alla possibilità di raggiungere un vasto pubblico e di poter prevedere e governare l’intero processo
2. Lezione erogativa multimodale la lezione classica si può avvalere di altri supporti diversi dal
linguaggio orale o in senso multimediale, può essere affiancata da supporti tecnologici come slide,
audio, video e animazioni; la comunicazione visiva affiancata alla comunicazione orale si dimostra
di grande utilità con soggetti con disabilità sul piano linguistico e cognitivo anche se studi recenti
hanno criticato questo tipo di comunicazione poiché l’impiego contemporaneo di più informazioni,
in particolare se con presenti sullo stesso canale, causa sovraccarico cognitivo
3. Istruzione sequenziale interattiva fa parte dell’istruzione diretta e consente il padroneggia mento
graduale di abilità con un costante controllo sul processo di apprendimento
4. Modellamento/apprendistato l’insegnante si pone al centro e mostra come si deve fare qualcosa;
l’apprendimento per imitazione ha assunto grande risalto a partire dai lavori di Bandura.
L’apprendista e messo in situazione, apprende in un contesto concreto imitando il maestro più
esperto che lo indirizza e gli fornisce un telaio di supporto; via via che l’apprendista acquista
maggiore esperienza ed autonomia il maestro gli lascia più spazio
5. Lezione euristica ha un carattere interattivo, l’insegnante voi alterna brevi esposizioni a domande
o a frasi non completate e lo studente prende parte alla formulazione dei contenuti cooperando con
l’insegnante nella costruzione della lezione
6. Problem solving si intende l’apprendimento come problema che stimola alla formulazione di
ipotesi e a successivi tentativi di verifica.
In base al grado di strutturazione i problemi possono essere molto o poco definiti, la loro complessità
è legata al numero di variabili o fattori coinvolti; i problemi complessi sono di solito dinamici nel
senso che l’ambiente all’interno del quale si situa il compito tende a mutare nel tempo.
Le attività di problem solving dipendono dalla natura del contesto e dal dominio conoscitivo.
7. Lo studio del caso i casi possono essere di tipo diverso ed essere così orientati ad approfondire o
sviluppare competenze diverse; si possono distinguere tre principali tipologie di casi: decision o
dilemma cases (casi orientati alla presa di decisioni), appraisal cases o issue cases (orientati
all’individuazione e all’analisi di problemi) e case histories (storie concluse e quindi meno
coinvolgenti)
8. Simulazione simbolica si basa sul riprodurre in un contesto protetto e controllabile esperienze
simili a quelle del mondo reale per fornire agli studenti la possibilità di agire e apprendere dalle
conseguenze delle proprie azioni
9. Game-based learning si basa sull’idea che un apprendimento possa diventare più efficace e
produttivo quando viene reso divertente applicandogli lo spirito del gioco
10. Role playing/drammatizzazione si sfruttano le potenzialità della recitazione per simulare una
situazione reale o fittizia al fine di far emergere aspetti del comportamento e delle situazioni
difficilmente formalizzabili verbalmente: i partecipanti hanno l’occasione di vivere emotivamente la
vicenda e di prendere coscienza le diversi aspetti presenti nella specifica situazione, quindi
l’apprendimento avviene in maniera esperienziale.
Il role playing principalmente funzioni di addestramento, selezione, animazione e formazione
11. Apprendimenti di gruppo includono sia le forme di sostegno, reciprocità e tutoraggio tra pari, sia
quelle di apprendimento cooperativo vere e proprie.
Il mutuo insegnamento si riferisce a situazioni di reciproco insegnamento tra studenti sotto la
supervisione di un docente e questo metodo si basa sull’idea di abilitare gruppi di studenti più grandi
a diventare assistenti dell’insegnante nel trasferire quanto hanno appreso agli altri; l’apprendimento
cooperativo consiste nel lavorare in gruppi che si possono formare per caso, per interesse, per livelli
di abilità e per integrazione di competenze diverse.
La cooperazione implica un’organizzazione strutturalmente più rigida con ruoli e obiettivi più
definiti, mentre la collaborazione è più aperta e meno strutturata; nella scuola si parla
prevalentemente di apprendimento cooperativo
12. Discussione consiste in uno scambio-confronto di idee tra formatore e studente e tra studenti e
viene considerata come un elemento da integrare in una tradizionale lezione espositiva; il ruolo del
docente diventa quello di facilitatore che supporta lo studente in attività cognitive.
In generale la discussione consente un coinvolgimento degli studenti, facilita i processi riscoperta,
ridistribuisce il controllo sullo studente e sul gruppo ma presenta anche alcuni svantaggi in quanto il
suo utilizzo può richiedere molto tempo e soggetti più introversi possono essere sopraffatti.
13. Metodo per progetti rappresenta un’integrazione di tecniche in quanto richiede attività non
riducibile alla semplice applicazione di procedure e coinvolge gli studenti nella definizione del tema,
dei termini del contratto e della metodologia, mentre l’insegnante svolge un ruolo di supporto non
direttivo
14. Espressione individuale, brainstorming si raccolgono in quest’area tutte le attività espressive che
vengono richieste all’allievo senza vincoli e procedure particolari; il brainstorming è una forma di
discussione aperta intorno a un tema determinato che consiste nel dire con totale immediatezza
quello che si pensa
15. Strategie di studio si riferisce alle modalità che possono essere intenzionalmente impiegate dagli
studenti per ottimizzare la qualità della comprensione testuale a fini di apprendimento personale
Per stabilire l’efficacia didattica delle diverse strategie il rapporto ai diversi contesti, la ricerca si avvale oggi
di metodologie comparative evidence based (l’evidence-based education è un orientamento che ha lo scopo
di fare il punto su che cosa si sa sull’efficacia degli interventi didattici); da questi dati emerge che strategie
basate su istruzione diretta, modellamento guidato e didattica meta cognitiva risultano generalmente più
efficaci sia per soggetti normodotati che per soggetti portatori di bisogni speciali.
Ogni atto di insegnamento costituisce un atto di comunicazione; è difficile fornire una definizione univoca di
questo termine ma per i nostri fini, l’attenzione è rivolta a quelle forme di comunicazione che caratterizzano i
contesti formativi, distinguendo tra:
1. Comunicazione faccia a faccia in questa comunicazione interagiscono tanti codici espressivi
differenti di natura verbale e non verbale; la comunicazione verbale è la più comprensibile ed è più
efficace per esprimere idee astratte e complesse. La comunicazione non verbale però è migliore nel
manifestare emozioni anche se, non essendo regolato da codici di significazione, è soggetto ad
ambiguità a causa della varietà di interpretazioni; nonostante ciò si pensa che sia più veritiero di
quello verbale.
Nella comunicazione non verbale possiamo distinguere una componente vocale non linguistica e una
non vocale cinesica; la prima comprende le caratteristiche paralinguistiche (tono, intensità, velocità e
pause) e quelle extralinguistiche (qualità della voce), mentre la seconda comprende la prossemica
(disposizione dei corpi e degli oggetti nello spazio) e la cinesica (espressione del volto, sguardi,
gesti, postura).
Gli elementi paralinguistici sono tutti gli aspetti sonoro-fonici della comunicazione orale, quindi
altezza tonale, intensità, timbro, ritmo, durata ecc., che affiancano la comunicazione verbale
integrandola o rafforzandola ma anche contraddicendola.
Una prima regola riguarda la regolazione del volume della voce in modo da garantire una buona
fruizione a tutti i partecipanti; un’altra regola riguarda il ritmo dell’elocuzione che va modulato in
base ai destinatari e alla loro età e livello culturale.
La prossemica è la disciplina che studia la distanza e la posizione dei corpi degli individui durante la
comunicazione, come si regolano gli spazi e le distanze tra le persone e tra gli oggetti.
Nell’interazione didattica è importante la disposizione degli arredi e delle persone tra gli spazi, la
giusta distanza del formatore rispetto all’allievo; l’insegnante deve fare attenzione al modo in cui si
posiziona in aula, evitando di privilegiare la vicinanza di alcuni allievi a scapito di altri.
La cinesica è la disciplina che studia i comportamenti del corpo e ciò che il corpo comunica. Si
distingue in micro cinesica, che riguarda i comportamenti micro cioè quelli facciali, e macrocinesica
che riguarda unità di comportamenti più ampie come la postura e la gestualità.
Gli occhi rappresentano il fulcro dell’espressività del volto, lo sguardo assume un ruolo
fondamentale nel comunicare atteggiamenti personali e le sue funzioni principali sono: controllo
della situazione comunicativa, segnalazione di feedback ed espressione di umori ed emozioni.
La gestualità svolge una funzione importante poiché supporta la comunicazione verbale rendendola
più facilmente interpretabile; a volte però ci si può trovare davanti al cosiddetto “doppio legame”,
ovvero la situazione in cui la comunicazione esplicita risulta in contrasto con quella implicita
3. Comunicazione mediata dal computer con questa espressione ci si riferisce alle forme di
comunicazione rese possibili dalle reti telematiche, oggetto di uno specifico campo di studi nato tra
la fine degli anni 80 e i primi anni 90 noto come CMC.
Ci sono due tipi di strumenti: strumenti di comunicazione asincrona in cui rientrano la posta
elettronica, la maining list e i siti di social network che permettono alle persone di interagire
indipendentemente dai vincoli spazio-temporali; strumenti di comunicazione sincrona come la chat,
l’audio e la videoconferenza che sono caratterizzati dalla simultaneità.
La CMC è soggetta a una maggiore pressione tecnica in quanto maggiore è l’uso del computer, più
elevati sono i rischi di un fallimento parziale o completo della comunicazione perché basta solo un
sistema difettoso per causare interruzioni o gravi danni all’intero processo comunicativo.
Comunicare con strumenti tecnologici presume il possesso di abilità tecniche e il non possesso di
queste abilità influisce negativamente sulla comunicazione.
La comunicazione mediata dal computer è descritta come una comunicazione a metà tra la scrittura e
l’oralità, ad esempio l’uso frequente di espedienti di carattere paralinguistico e ideografico come le
emoticons e onomatopeico ha portato a parlare di un linguaggio in grado di coniugare
l’immediatezza dell’oralità con la permanenza della scrittura.
La didattica scolastica
La didattica scolastica è la forma di didattica storica per eccellenza tant’è che molti le identificano (didattica-
didattica scolastica).
In questo contesto presenta caratteristiche che la rendono riconoscibile praticamente in ogni paese del
mondo: classi composte da più allievi, presenza di vincoli di condivisione spazio temporale, obbligo di
frequenza, controllo di presenze e assenze, organizzazione in cicli di studi annuali, valutazione formale dei
risultati di apprendimento.
L’assetto attuale del sistema di istruzione del nostro paese prevede la scuola dell’infanzia, il primo ciclo
d’istruzione con scuola primaria e secondaria di primo grado, il secondo ciclo d’istruzione con licei, istituti
tecnici e istituti professionali.
L’incontro con la scuola per un bambino può iniziare con il nido che attribuisce molta importanza alla
strutturazione e all’organizzazione degli spazi interni ed esterni in relazione alle attività da svolgere.
La scuola dell’infanzia inizia dai 36 mesi e alla durata di tre anni, rappresenta un momento importante nella
formazione dei bambini; le indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo
d’istruzione del 2012 evidenziano come finalità quelle di promuovere nei bambini lo sviluppo dell’identità
dell’autonomia della competenza e riavviarli alla cittadinanza.
I campi di esperienza individuati sono il sé e l’altro, il corpo e il movimento, immagini, suoni, colori, i
discorsi e le parole, la conoscenza del mondo.
La naturale propensione dei bambini al gioco e all’azione rappresenta l’elemento su cui la scuola
dell’infanzia struttura e proprio intervento.
La scuola primaria vede al suo interno momenti di continuità con la scuola dell’infanzia ma anche importanti
cambiamenti in quanto fanno la loro comparsa le discipline; un aspetto caratterizzante è rappresentato
dall’ambiente di apprendimento inteso come insieme di spazi come aule laboratori palestre biblioteche o
giardini.
Le indicazioni nazionali pongono l’obiettivo primario nella padronanza delle abilità di lettura e scrittura.
Nella scuola secondaria di primo grado le aree disciplinari si separano con l’arrivo di docenti distinti e viene
favorita una padronanza più approfondita e articolata delle conoscenze; l’obiettivo rimane quello di favorire
l’elaborazione del senso della propria esperienza di vita è quello di un collegamento più stretto con
l’università e l’alta formazione, con il mondo del lavoro e con il territorio suggerendo metodi di
insegnamento innovativi e appropriati alle esigenze delle nuove generazioni.
Un altro concetto su cui si è focalizzata l’attenzione è quello delle competenze chiave; lavorare per
competenze significa progettare percorsi capaci di sviluppare la capacità di padroneggiare e applicare le
conoscenze nei contesti, ovvero maturare la consapevolezza cognitiva della struttura concettuale e dei criteri
di come si usano le informazioni in vista dell’azione.
Le competenze di importanza generale sono:
Metacognizione il concetto è quello di imparare ad imparare la capacità di vivere nella società
contemporanea. La capacità di apprendere è un dispositivo essenziale , consente all’individuo di
selezionare e revisionare obiettivi e strategie. Il lavoro metacognitivo è quindi riferito alle
conoscenze e alle credenze di un individuo.
Pensiero critico è la capacità di analizzare le informazioni e le esperienze valutandone vantaggi e
svantaggi per prendere decisioni in modo consapevole. Da qui un interesse alla filosofia perche
favorisce lo sviluppo del pensiero critico dei giovani attraverso un interrogazione sistematica
(socrate). Bisogna quindi insegnare all’allievo a disciplinare il proprio pensiero e mettere in
discussione la validità degli argomenti. Pensare criticamente vuol dire saper organizzare le
conoscenze contestualizzandole e multidimensionale evitandone quindi l’accumulazione.
Una trasformazione importante nel sistema scolastico deriva dalle riforme che hanno portato all’autonomia
scolastica, cioè l’insieme delle misure che consentono alle scuole di avere una propria indipendenza
decisionale sul versante amministrativo, organizzativo e didattico.
Un’ulteriore elemento di cambiamento per la scuola è rappresentato dal confronto internazionale: gli
insegnanti stessi, la scuola e l’intero sistema scolastico sono diventati oggetto di valutazione.
In Italia l’organismo deputato della valutazione dei sistemi scolastici nazionale e l’invalsi che prevede la
compilazione periodica da parte delle scuole di rapporti di autovalutazione e la compilazione degli allievi di
test standardizzati somministrati a livello nazionale.
L’ultimo aspetto da analizzare è la formazione degli insegnanti: l’insegnante è efficace non è soltanto quello
preparato ma è soprattutto quello capace di osservare e riflettere criticamente sul proprio operato in vista di
un costante miglioramento.
Didattica universitaria
La didattica universitaria ha subito una profonda trasformazione poiché questi studi superiori dipendono
sempre di più dalla domanda del mercato globale. Si passa da una ristretta partecipazione (elitaria) ad una
partecipazione (oggi) di massa.
Il tratto caratterizzante è quello delle centralità dei saperi disciplinari e un avvicinamento al mondo della
ricerca,oltre al fatto che questo tipo di didattica inizia a prestare attenzione allo sviluppo di competenze
nell’ottica dell’inserimento nel mercato del lavoro.
Un altro elemento di innovazione e l’internazionalizzazione e la mobilità degli studenti e dei docenti grazie
ai programmi come l’Erasmus; l’internazionalizzazione consente uno sviluppo culturale professionale
permette il confronto in un contesto globale sempre più interconnesso.
Compaiono corsi intensivi, comparati e online: l’e-learning diviene la maggiore innovazione in campo
universitario.
Didattica extrascolastica
Per didattica extrascolastica intendiamo le offerte che si rivolgono ai bambini e ai giovani in età scolastica. È
quel campo di azione formativa implicita da parte di personale specializzato per completare la formazione
dei bambini e dei giovani.
La scuola quindi non è l’unico luogo di apprendimento. L’extrascolastica pone in primo piano ambienti
centrati sulle risorse, valorizza forme di esplorazione e espressività, diversifica le esperienze, da spazi ad
apprendimenti informali, privilegia relazioni orizzontali, supera l’aula-classe tradizionale, si realizzano
forme di collaborazione e integrazione tra scuola,parchi scientifici, musei, ambienti ludici, sportivi,
lavorativi.
La didattica extrascolastica e soprattutto una didattica dell’esperienza in ambiti centrati sulle risorse.
Didattica tecnologica
La didattica tecnologica ha al centro della propria riflessione le tecnologie secondo due principali accezioni:
quella dell’Educational Technology e quella della Media Education.
L’Educational Technology guarda ha le tecnologie come ha dei dispositivi fisici e concettuali per insegnare e
apprendere; al suo interno si possono distinguere l’orientamento delle tecnologie dell’istruzione che ha
portato a sviluppare metodologie e approcci connessi alle finalità dell’istruzione e l’orientamento delle
tecnologie per apprendere che riguardano gli strumenti, in particolare tv, computer e tablet, con cui poter
favorire l’apprendimento.
La Media Education deriva dalla teoria critica, si è occupata del rapporto con i media e le dimensioni etiche e
della necessità di un criterio educativo relativo al loro uso. Vi sono due orientamenti:
Educare ai media: rendere i giovani consapevoli delle implicazioni etiche del rapporto con i media
Educare con i media: mettere in grado di impiegare i media a scopo di apprendimento
L’attività tecnologica trova oggi nei siti web altre possibilità per lo sviluppo di esperienze significative. L’e-
learning 2.0 estende gli spazi di apprendimento e la rete offre risorse utili ad apprendere. Lo scopo è quello
di migliorare l’apprendimento con allestimento di ambienti tecnologici.
Didattica speciale
La didattica speciale, spesso denominata anche didattica dell’inclusione, si occupa di sviluppare linee
operative per favorire l’integrazione di soggetti svantaggiati e valorizzare la diversità.
All’inizio nacque per sostenere i portatori di handicap ma successivamente ha ampliato il suo campo di
azione includendo altre categorie di soggetti che incontrano difficoltà nell’apprendimento.
L’obiettivo è l’integrazione della società e dare attenzione al soggetto, alle sue specificità e caratteristiche
peculiari. L’intervento didattico speciale si occupa di leggere gli obiettivi specifici dell’insegnamento per
favorire l’integrazione del soggetto nei vari contesti, quindi il processo di intervento specifico vuole favorire
lo sviluppo attivo e l’integrazione sociale.
La didattica speciale vuole rafforzare l’autocoscienza, l’identità personale, evitando l’insuccesso e mettendo
l’individuo nelle condizioni di poter disporre delle proprie funzioni psichiche, fisiche e sociali.
La ICF (classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute) accoglie questa
prospettiva, non considera l’individuo partendo dalle malattie ma mette in risalto le situazioni di vita
quotidiana (sociali, familiari, lavorative) che possono creare disabilità.
Dagli anni 70 gli alunni con disabilità sono stati inseriti nelle scuole comuni essendoci prima scuole
specifiche o classi differenziali.
Didattica interculturale
Con l’emigrazione di popolazioni dai paesi poveri a quelli ricchi si assiste ad una società multietnica e un
internazionalizzazione nelle scuole dove nascono i nuovi concetti di tolleranza e solidarietà.
La didattica interculturale si pone l’obiettivo di sviluppare un intervento sia verso i soggetti del gruppo
culturale ospitante sia di coloro che vengono da lontano. Gli immigrati da un lato vogliono acquisire
competenze e strumenti necessari all’integrazione e dall’altra chiedono di non negare le loro identità culturali
di origine.
Prende avvio il concetto di uguaglianza tra tutti i soggetti in una cittadinanza democratica e partecipativa. La
didattica interculturale vuole educare all’ascolto e al decentramento dei punti di vista, richiede un
ripensamento nei modi di insegnare e una nuova sensibilità da parte del formatore.
La figura dell’educatore professionale nella progettazione e nella organizzazione dei servizi di welfare
È necessario cercare di capire quanto l’evoluzione di servizi abbia impattato sulle trasformazioni
professionali e quando gli attori del sistema abbiano contribuito a delineare nuovi servizi capaci di
rispondere alle mutate aspettative.
Fin dal 2002 sono stati molti i tavoli di confronto sul tema che ha cercato lentamente di mettere a fuoco gli
aspetti nodali delle figure professionali relativi a profili, funzioni, ambiti d’intervento, formazione di base,
formazione permanente.
Dal 2010 in poi la riflessione sulla mutata identità dei servizi ha richiesto una sempre maggiore
valorizzazione delle risorse umane per la necessità di un’alta qualificazione finalizzata a gestire al meglio
contesti e processi di crescente complessità.
Le professioni educative sono chiamate a sempre maggiori responsabilità sui temi della ricerca di autonomia,
sulla relazione, la mediazione, la negoziazione, l’espressione del sé, l’inclusione, la costruzione di sempre
più efficienti reti territoriali, con una nuova consapevolezza educativa capace di attribuire senso e significato
all’agire professionale.
L’educatore, a qualsiasi livello di formazione e di ruolo:
“osserva e valuta in maniera riflessiva e critica;
gestisce le dinamiche relazionali attivando modalità di mediazione e negoziazione sia con l’utente che
all’interno dell’équipe e nel lavoro di rete;
conosce il ciclo della progettazione ai diversi livelli;
programma gli interventi individuali e collettivi;
si relaziona con i diversi profili professionali operanti nel sociale;
conosce i principi dell’impresa sociale e le varie aree di intervento.”
(Educatore e Pedagogista nella Gazzetta Ufficiale, 2017)
Il dibattito attuale
La situazione europea pone un primo grande problema relativo alla sempre maggiore mobilità delle persone
e delle professioni, in un’ottica di riconoscimento dei propri titoli.
Le attuali dimensioni formative e la divaricazione storica delle identità professionali non rispondono più alle
esigenze e alle aspettative del sistema, considerando i già quasi quattro anni trascorsi dalla approvazione
della legge Iori.
L’ampio dibattito ha coinvolto tutte le associazioni professionali di categoria e sta portando alla luce la
necessità di andare verso la dimensione europea prevalente del cosiddetto social educator. Sarebbe un profilo
unico di educatore capace di superare le rivendicazioni professionali completamente inadeguate a supportare
qualità, efficacia ed efficienza nelle trasformazioni evidenti del sistema dei servizi.
Le grandi crisi economiche internazionali aggravate dagli eventi pandemici hanno prodotto una notevole
accelerazione del dibattito politico di settore.
La progettazione educativa
Assumere la logica progettuale significa individuare in modo intenzionale obiettivi, attività, strategie
metodologiche, forme di verifica e valutazione di un percorso formativo. La progettazione è aperta e lascia
spazio a esiti possibili e non preventivati. Si nutre dell’osservazione continua di sé stessi, dei soggetti di cui
si ha cura e del contesto; richiede poi scelte strategiche di intervento attivando il pensiero riflessivo
costantemente.
Si configura come un’attività esplorativa e un processo di indagine e conoscenza dell’esperienza educativa:
si ispira a principi di fondo (quali intenzionalità, riflessività, decisionalità, organizzazione, collegialità,
comunicabilità) e rappresenta l’intenzionalità educativa dell’educatore che si nutre della costante riflessone
sull’azione.
Sono 4 i caratteri che la contraddistinguono:
Problematicità: ogni scelta deve essere fondata sull’individuazione e soluzione di un problema;
Probabilità: il processo educativo non contiene in sé certezza di sviluppo lineare né delle procedure
né degli esiti;
Adattività: essere calata sulla specifica situazione e costantemente sottoposta a verifica;
Alterità: ha al centro l’altro e la sua crescita in autonomia, competenza e identità.
Si può così parlare di progettazione secondo una concezione dinamica ed evolutiva che prevede sia il
momento propositivo sia quello causale: il primo consiste nell’individuazione dei contesti di esperienza,
obiettivi, tempi, strumenti; il secondo è dato dagli imprevisti, ovvero elementi occasionali e spunti propositi
dai soggetti e dalla situazione che non possono essere programmati in anticipo.
Definiamo il progetto educativo specifico e a volte personalizzato come insieme di opportunità didattiche ed
esperienze formative organicamente progettate e realizzate per promuovere il processo di crescita di tutti.
L’obiettivo generale è promuovere la crescita del soggetto in tutte le sue dimensioni e quindi sostenere nei
contesti extrascolastici la conquista di quelle le competenze chiave ritenute fondamentali per il cittadino
europeo. Secondo la Commissione europea, nelle competenze è possibile individuare le conoscenze, le
abilità e gli atteggiamenti; così facendo si punta a non dissociare la teoria dalla pratica ma a inserire le
conoscenze nella realtà vitale.
Nei servizi educativi si osserva continuamente in modo occasionale, ma si rischia di essere troppo legati alla
soggettività dell’educatore e all’episodicità. Per questo usare strumenti più strutturati consente di avere dei
dati più oggettivi che possono più facilmente essere categorizzati e condivisi.
La valutazione
La possibilità della progettazione di adattarsi è resa attuabile grazie all’uso costante della valutazione che è
strumento privilegiato per regolare le azioni e per individuare i cambiamenti più opportuni da realizzare
nell’ambiente. Grazie al processo valutativo si cerca di mettere in atto azioni pertinenti ed efficienti, coerenti
con le finalità perseguite.
Valutare per conoscere, comprendere, cambiare e migliorare l’azione didattica affinché sia effettivamente
occasione di crescita per l’istituzione stessa e motivo di maturazione profonda per chi lavora nell’istruzione.
Assume il ruolo di strumento di ricerca e conoscenza sui fenomeni formativi, risorsa fondamentale per
progettare, governare e orientare lo sviluppo qualitativo.
Bruner sostiene che la valutazione sia una forma di intelligenza pedagogica in quanto permette ai formatori
di rivedere continuamente il loro intervento e la loro programmazione e di regolarla di conseguenza. È
strettamente intrecciata con la progettazione infatti e la accompagna in tutti i momenti.
Sono 3 le funzioni della valutazione:
Funzione diagnostico-orientativa: raccolta del maggior numero di informazioni possibili, finalizzate
a una reale e approfondita conoscenza e comprensione degli allievi; ha lo scopo di prendere decisioni
riguardo al progetto educato. È orientativa nel senso che consente di individuare in termini più
specifici traguardi finali attesi.
Funzione formativo-regolativa: si fa in itinere e offre una serie di informazioni sui risultati raggiunti;
ha una logica promozionale e proattiva che vuole da un lato rendere il soggetto in formazione
sempre più consapevole, dall’altro offrire all’educatore un costante monitoraggio per acquisire
importanti informazioni sulla qualità del processo formativo.
Funzione sommativo-certificativa: offre il riscontro e rappresenta un momento di certificazione e
comunicazione pubblica di quanto ottenuto nel processo formativo; richiede chiarezza, leggibilità e
semplicità.
La documentazione
La documentazione consiste in un’attività di raccolta, catalogazione e diffusione di materiali relativi a
un’esperienza didattica: analizza e interpreta i diversi aspetti che l’hanno caratterizzata, per comprenderne
meglio la trama di significati anche impliciti e coglierne la dinamica nello sviluppo processuale.
Implica un processo comunicativo di trasformare l’esperienza vissuta in rappresentazione simbolica da
condividere con altri. Attraverso la documentazione la conoscenza può diventare sapere collettivo.
Consente di fermarsi a riflettere su ciò che è accaduto o che si è fatto e di costruire un discorso
sull’esperienza che consenta di mantenere memoria delle attività svolte.
Documentazione di sistema che descrive il servizio come organizzazione, ne esplicita la struttura e le
articolazioni; raccoglie la memoria storica, il progetto educativo, la programmazione didattica e
l’attività dell’équipe.
Documentazione di percorso che descrive le attività realizzate, le esperienze viste nel loro sviluppo;
ha dei tratti specifici, quali: esplicitazione dell’attività e delle varie fasi, il punto di partenza e le
motivazioni delle singole scelte, l’esito, la presenza dei materiali utilizzati.
Documentazione di prodotto che descrive il risultato visibile di progetti ed esperienze didattiche.
Per realizzare una documentazione efficace è opportuno utilizzare strumenti che consentano di offrire una
visione d’insieme sintetica ed efficace; inoltre devono rispettare e rendere conto della varietà e della
specificità delle singole esperienze per rendere omogenea la descrizione delle esperienze educative in modo
che siano confrontabili.
Si propone l’uso di due strumenti complementari: la documentazione di superficie attraverso schede
sintetiche e la documentazione di approfondimento attraverso un dossier documentario.
- Schede sintetiche: strumento agile per organizzare e strutturare le informazioni; ci si descrive l’oggetto
sinteticamente, evidenziandone le caratteristiche di tipo anagrafico, i dati delle domande chi, dove, quando,
cosa, con chi.
- Dossier documentario: serve a comprendere un percorso didattico per cui è necessario identificare quali
sono i suoi elementi costitutivi.
Uno dei valori aggiunti dell’attività di documentazione è tener conto dei nuclei di particolare interesse:
l’identificazione di questi fa emergere le specificità che sono caratteristiche di una particolare esperienza. In
vista di questo è fondamentale che gli educatori siano i protagonisti della documentazione.
La riflessione sull’azione
La capacità di riflettere costantemente prima dell’azione, in azione e sull’azione è fondamentale per trovare
soluzioni pertinenti ai problemi, modificare l’azione e le strategie di intervento. L’educatore fa ricerca perché
riflette mentre agisce e perché decontestualizza l’azione e la legge e interpreta alla luce di criteri esterni
all’azione stessa.
L’educatore secondo Dewey fa ricerca nella misura in cui sperimenta il pensiero riflessivo che può essere
opposto al pensiero di senso comune e che caratterizza molte pratiche didattiche. Il passaggio al pensiero
riflessivo implica conoscere e adottare alcuni strumenti per analizzare la pratica, confrontarsi con la teoria
per descrivere l’azione. Alla base c’è la pertinenza di porre e porsi domande che se viene alimentata dal
dialogo circolare tra adulti ha tanto più significato.
Le competenze dell’educatore
Costa nel 2001 ha delineato le competenze necessarie all’educatore professionale:
Essere in grado di gestire i conflitti specie nei contesti esposti dei quali sono simbolo strada e
periferia (giovani, tossico dipendenti, senza fissa dimora);
Avere competenze comunicative e relative alle nuove forme di comunicazione, considerando
l’avvento delle nuove tecnologie nei primi anni Duemila;
Saper operare all’interno di più contesti organizzativi e di rispondere alle esigenze di un’utenza
eterogenea, con strumenti diversificati;
Strategiche competenze di ascolto che rappresentano una forma stessa di intervento.
Nel 2006 l’International Association of Social Educators (AIEJI) pubblica un documento che poneva
l’accento sulle competenze professionali, tra le aree di queste figurano: competenze per intervenire (agire in
maniera adeguata per soddisfare i bisogni dei destinatari); competenze per valutare (sapere quando
pianificare, organizzare e riflettere, combinando conoscenze teoriche e pratiche); competenze riflessive
(riflettere sul proprio operato all’interno del proprio ambito professionale). Sono centrali le competenze
personali e relazionali, sociali e comunicative, organizzative, sistemiche e le competenze generate dalla
pratica professionale.
Il professionista riflessivo
Donald Schon, 1993, ha sviluppato il concetto di professionista riflessivo: la pratica riflessiva è la capacità di
affrontare sfide poste da situazioni sempre differenti facendo emergere le incertezze, i rischi e i dubbi.
Attraverso la riflessione si può far emergere e criticare le comprensioni sorte attorno alle esperienze ripetitive
di una pratica specialista. La riflessione durante l’azione risulta centrale per affrontare in modo adeguato
situazioni problematiche che possono essere riscontrate con destinatari di fasce di età differenti, collocati in
contesti sociali di diverso tipo.
Conoscere riflessivamente vuol dire essere in grado di riflettere sulla conoscenza spontanea che costruiamo
dentro i nostri mondi particolari e diversi, la conoscenza che si produce e che ha bisogno della riflessività per
essere interpretata e per poter intervenire.
La competenza valutativa
L’educatore deve essere in grado di allargare il proprio sapere contestuale attraverso l’incontro e lo scontro
con gli altri e imparando a decentrare il proprio punto di vista e a comprendere la plausibilità di altri punti di
vista. La valutazione è prima dell’azione, nel corso dell’azione e dopo l’azione; orienta l’agire educativo e lo
permea.
Sono due le dimensioni macro della valutazione: relazionale con l’utenza e relativa al progetto e al contesto.
Nella dimensione relazionale la valutazione è oggetto dell’educazione perché il processo educativo prevede
il favorire l’autovalutazione dei soggetti con i quali si lavora.
È necessaria una ricerca di metodologie che consentano all’educatore di interpretare vite, contesti, culture e
mondi che possono apparire incomprensibili ed estranei cognitivamente. Non si può intervenire ed esercitare
un compito educativo senza le competenze narrative dell’ascolto e dell’ermeneutica.
COME PROGETTARE AL NIDO
Il tempo per attraversare il ponte lo detta il bambino o i bambini che sono destinati a percorrerlo al fine di
raggiungere l’atteso.
Silvia Negri e Luisa Zecca sostengono che la progettazione è un metodo che guida il progetto nelle diverse
fasi di sviluppo prefigurando e indicandone gli strumenti e le strategie di gestione e di valutazione durante la
realizzazione e che consente di affrontare e organizzare la complessità dei fenomeni educativi.
La presenza di una metodologia chiara e rigorosa garantisce quella sicurezza indispensabile per rendere
possibile il lavoro educativo stesso. Nosari sottolinea come l’individui provi la propria intelligenza creativa
in senso prospettivo. La stessa intelligenza ne pensa lo svolgimento prevedendo gli sviluppi possibili delle
condizioni presenti: è in grado di guidare o mutare lo stato delle cose.
L’immagine del ponte ha dei limiti e ne evidenziamo due: non tiene conto di un aspetto molto importante
ovvero il su svolgersi come un processo a spirale (la circolarità della spirale si traduce nella possibilità
dell’équipe educativa di essere riconsiderata e di ritornare a sé stessa) e poi che la progettazione va intesa nel
senso della ricerca-azione come metodo di lavoro euristico.
Bochicchio nel 2009 ha proposto le caratteristiche della progettazione nel nido d’infanzia:
Partecipazione: favorisce il coinvolgimento di tutti i soggetti ed è correlata ai reali bisogni dei
soggetti a cui è destinata.
Concretezza: la progettazione va connessa ai problemi concreti della realtà, al fine di produrre dei
cambiamenti positivi sul piano individuale e sociale; si deve adattare ai bisogni educativi e di
apprendimento del bambino rispondendo al criterio di flessibilità.
Adeguatezza: fissare obiettivi realistici.
Continuità: necessità di garantire la congruenza tra percorsi educativi e di apprendimento e quelle
che sono le capacità del bambino.
Definire l’atteso
La definizione dell’obiettivo rappresenta senza dubbio uno degli aspetti più difficili della progettazione.
Con il termine obiettivo si fa riferimento al punto terminale di un’azione o di un progetto.
In termini educativi si riferisce alla crescita della persona umana e offre indicazioni generali che guidano le
azioni educative.
Gli obiettivi educativi ci aiutano a definire le mete da raggiungere; esistono obiettivi didattici, che riguardano
un arco temporale ridotto, e obiettivi educativi, che devono essere raggiunti nel contesto di aree disciplinari
diverse.
Gli obiettivi generali definiscono in termini generici e operativi i risultati da raggiungere, mentre gli obiettivi
specifici prevedono un maggior dettaglio.
Troviamo precisione, realizzabilità e misurabilità, come caratteristiche della definizione di obiettivi: bisogna
indicare in modo chiaro il cambiamento; il cambiamento è necessario che sia realisticamente ottenibile; deve
essere misurabile e operativamente pronti al raggiungimento.
Il contributo di Jean Jacques Guilbert si traduce nell’individuazione di alcuni elementi strutturali di questi
obiettivi, composti da:
1. Il soggetto (colui che deve acquisire la performance)
2. L’atto (il verbo attivo)
3. Il contenuto (individua con il verbo ciò che deve essere realizzato per dimostrare la performance
acquisita)
4. La condizione (la descrizione della situazione operativa)
5. Il criterio (la definizione del livello accettabile di performance).
Come osservare?
Trinchero suggerisce che l’ambiente naturale sia il più idoneo per la raccolta di dati situati, perché i
comportamenti rilevati vengono utilizzati come indicatori di fattori sottostanti.
L’attività dell’osservazione può essere definita strutturata o non strutturata:
o strutturata: permette di ridurre il grado di discrezionalità dell’osservatore nella consapevolezza che la
realtà viene in qualche modo trasformata dal mezzo utilizzato per rilevarla; la finalità manifestata a
monte è la raccolta dati riguardante un campo specifico e delimitato di fenomeni sui quali si intende
concentrarsi;
o non strutturata: viene adottata con diverse finalità, esplorative o descrittive, a seconda che l’intento
sia la precisazione dell’ipotesi o la descrizione dettagliata dei contesti oggetto di studio. Si può
parlare anche di osservazione esperienziale nella quale i dati vengono raccolti attraverso la
registrazione di eventi comportamentali.
Le tipologie di osservazione possono essere distinte in partecipante o non partecipante in base al ruolo
ricoperto dall’osservatore:
partecipante: prevede la condivisione attiva dell’osservatore della realtà studiata e questo può essere
parte integrante oppure esterno; in ogni caso l’osservatore si inserisce e interagisce con i membri
della comunità, anche emotivamente;
non partecipante: l’osservatore non è parte integrante della realtà oggetto di indagine e non partecipa
alle attività che si svolgono all’interno del contesto oggetto di indagine, né interagisce direttamente
con i membri della comunità.
Tra le altre modalità di osservazione va considerata quella etologica o naturalistica, che è una metodologia
praticata nello studio del comportamento degli esseri viventi applicata al contesto educativo dei nidi per
identificare il repertorio comportamentale di questi. Prevede lo studio del comportamento del bambino
direttamente sul campo e il ruolo dell’osservatore deve mantenersi distaccato.
La trascrizione obiettiva dei comportamenti rilevati si avvale di griglie di osservazione e check-list, nella
quale vengono registrati i dati seguendo un ordine logico di sviluppo; è chiaro come alcuni comportamenti
potenzialmente interessanti possano essere trascurati solo perché non previsti nella check-list.
Le opportunità delle tavole favoriscono in tal modo la progettazione educativa sia individualizzata sia riferita
a un gruppo di bambini. Il valore formativo per i genitori risiede nel promuovere maggiore obiettività
nell’osservazione del figlio, una comprensione commisurata alla fase di sviluppo che egli attraversa e la
capacità di trovare una risposta autonoma e idee di intervento.
Permette di scegliere con maggior cura gli obiettivi educativi in quanto la realtà viene indagata in modo più
approfondito e condiviso.
Prevede la costruzione di uno strumento di osservazione ad hoc condiviso, cioè una scheda di osservazione
che prevede un intenso lavoro di riflessione all’interno dell’équipe e permette di rendere concreti quelli che
sono gli obiettivi di osservazione e di anticipare i diversi tipi di risposta possibili. La costruzione della
scheda permette che ogni domanda posta in partenza ottenga una risposta e sollecita gli educatori al
confronto.
La pianificazione è caratterizzata da tappe costituite da:
- Prima riunione di équipe
- Preparazione della scheda di osservazione
- Realizzazione dell’osservazione
- Definizione del bilancio di osservazione per rispondere alle domande iniziali e individuare aspetti sui
quali progettare un intervento educativo.
L’educatore e lo spazio
L’educatore come regista
I principali registi della progettazione sono due: l’architetto e l’educatore. L’architetto ha la responsabilità di
una costruzione che risponda agli standard dimensionali, l’educatore invece deve saper progettare lo spazio
quotidiano e avere cura delle cornici educative.
Le dimensioni principali della vita al nido sono strettamente intrecciate, se si decide di raccogliere i bambini
in sezioni verticali lo spazio relativo dovrà prevedere angoli specifici e materiali adeguati alle età e livelli di
sviluppo raggiunti.
Gli educatori necessitano di contesti in cui identificarsi e riconoscersi, in quanto vivono in prima persona la
quotidianità del nido e dei suoi spazi e quindi questi devono rispondere anche ai bisogni dell’adulto.
Negli anni ’70 si è assistito al tentativo di vedere nell’ambito del gioco strutturato le uniche e vere attività
strutturalizzanti. Venti anni dopo si è iniziato a riconoscere che il corpo è una preziosa fonte di informazioni
e ha un ruolo fondamentale nella costruzione dello sviluppo del sé e dell’attività psichica. Le routine
individualizzate consentono l’elaborazione di relazioni interpersonali e l’acquisizione di una serie di
competenze e conoscenze su di sé.
Conclusioni
L’organizzazione dello spazio racconta di noi ed è il modo che utilizziamo per raccontarci agli altri,
rappresenta l’immagine che scegliamo per essere pensati e ricordati. Le esperienze vissute non si cancellano
e nello spazio maturano delle percezioni e intuizioni che restano nella memoria come riferimenti profondi e
stabili. Progettare lo spazio è indice della consapevolezza dell’importanza di predisporre contesti educativi
efficaci.
Occorre prendersi cura dello spazio perché questo atteggiamento è un modo di aver cura dei bambini che
quello spazio abitano quotidianamente.
Le famiglie
Se accogliere un bambino significa accogliere una famiglia si può dire che un motivo centrale della
documentazione pedagogica è quello di condividere il percorso del bambino, per colmare il vuoto e l’assenza
dalla famiglia. La documentazione può approfondire la conoscenza del figlio, vedere come svolge la
giornata, quali sono i suoi interessi e modalità di relazione con gli altri, venire a conoscenza di eventi
particolari. La giornata del bambino si può vedere tramite cartelloni, cornici digitali, leggendo un diario,
rimanendo in ascolto di chi racconta; è inevitabile che l’apparato filmico e fotografico siano molto più
incisivi perché privi di interpretazione.
Gli strumenti che l’educatrice può usare sono il diario personale del bambino, il quaderno di lavoro e il
portfolio. Le famiglie hanno così modo di conoscere le esperienze vissute dal figlio al nido, manifestando la
propria individualità e dimostrando lo sguardo attento, consapevole e intenzionale dell’educatrice.
Rende i genitori più disponibili a partecipare e conoscere la vita del servizio, sentendosi più accolti, e
costituisce una buona occasione per creare fiducia.
È necessario però che anche in famiglia i dialoghi non si limitino alla descrizione delle attività, ma si
estendano a riflettere su come si è stati durante; questo pone centrale il ruolo della conversazione sugli stati
interni emotivi.
Dà modo ai genitori di espandere l’attività svolta al nido nell’ambito familiare: se una foto o un racconto
mostrano il bambino impegnato con alcuni oggetti, i genitori possono decidere di procurarseli e consentirgli
di proseguire l’attività interessante.
Questi suggerimenti evidenziano la necessità di collaborazione fra ambiente educativo e famiglia, per
raggiungere il traguardo di continuità orizzontale e creare un flusso di comunicazione e informazione volto a
condivisione e confronto.
I bambini
Per un bambino piccolo è importante leggere nell’ambiente le tracce e i segnali lasciati dalla propria
presenza; quando la documentazione è maggiormente rivolta ai bambini si alza il livello di ascolto della
soggettività di ciascuno di loro. La documentazione garantisce la durata e la continuità nel tempo legata al
proprio io vissuto, che diviene sempre più soggetto attivo di apprendimento.
Inoltre, comunica ai bambini che le loro idee e le loro azioni sono presi seriamente in considerazione,
incoraggiandoli ad ampliare e ad approfondire le loro capacità.
Alcune ricerche rilevano che l’uso della documentazione aumenta la memoria nei bambini che producono
più discorsi e incoraggia alla conversazione tra adulto e bambino.
Un significativo effetto si registra nelle relazioni familiari, nelle quali la documentazione pedagogica
sostiene e migliora indubitabilmente le conversazioni tra genitori e figli. Gli eventi condivisi con gli adulti
hanno maggiori probabilità di essere richiamati in un secondo momento rispetto a quelli che non sono stati
oggetto di dialogo. Aiutano a dare un significato agli eventi, un ordine a ciò che è accaduto, a chiarire quel
che si è fatto e perché.
Il bambino può vedere intrecciata la propria storia personale con quella del suo gruppo, divenendo
consapevole che l’io è parte di un noi.
Gli educatori
La pratica documentale dimostra che l’educatore costruisce il proprio sapere attraverso l’approfondimento
critico della propria azione professionale e lo sa restituire. In questa dinamica si concretizza la definizione e
il rafforzamento dell’identità professionale e si propone la documentazione come strumento di
autovalutazione e autoformazione che consente il passaggio dal fare esperienza all’avere esperienza.
Nello specifico, sono 3 le funzioni legate a questo ambito:
Una interna che consente di riflettere sulla propria pratica, prendendola come punto di partenza per
lo sviluppo di un pensiero critico;
Una esterna che permette di seguire e agevolare i processi di apprendimento del bambino;
Una infrastrutturale che attraverso la lettura il gruppo educativo può attuare una revisione degli spazi
e dei tempi e usarla per individuare un problema.
La documentazione può aiutare a costruire un altro modo di guardare i bambini che hanno risorse diverse da
quelle che spesso gli adulti attribuiscono loro per cogliere e rendere visibile l’apprendimento dei bambini e
per dare la possibilità di mettere in discussione tesi date per scontate su bambini e sul loro mondo cognitivo,
emotivo e relazionale.
Consente anche di individuare quelli che vengono definiti da Daniela Piretti bambini trasparenti e di
correggere eventualmente l’atteggiamento assunto nei loro confronti; di conseguenza aiuta ad avere
attenzione al singolo bambino.
Di seguito ulteriori ragioni di utilità:
¤ Consente l’acquisizione di stili professionali messi a punto sulla base di un costante confronto,
approfondimento e aggiornamento;
¤ È collegata all’auto valutazione degli educatori, alla crescita della sicurezza personale, allo sviluppo
delle loro pratiche di lavoro; il suo scopo è anche quello di riuscire a lavorare meglio ed è occasione
per capire dove si sta andando, prendendo una distanza dal quotidiano.
¤ Si dà conto dell’impegno profuso da parte delle educatrici nel cogliere i significati vissuti dai e con i
bambini e migliora la capacità professionale di ascoltare, comprendere e valutare le azioni dei
bambini.
¤ Può essere anche uno strumento per rendere conto di un cambiamento in atto nell’organizzazione
degli spazi.
Infine, si può dire che permette la rivisitazione delle informazioni e a rafforzarne ed estenderne la
comprensione.
Una buona documentazione si basa su un linguaggio comprensibile e con un ampio utilizzo di immagini; è
utile combinare diversi strumenti di registrazione e integrare note e vari punti di vista.
La qualità è condizione fondamentale per il successo, come periodicità e quantità dei materiali posti a
disposizione: l’equilibrio perfetto è quello tra raccontare tutto e raccontare bene. È bene che riporti anche le
ragioni che hanno condotto a una determinata scelta e che possa integrare più metodi di raccolta dei dati. Si
tratta di un habitus mentale, una propensione che si deve assumere nel fare educativo e che può essere
realizzata anche con ausili molto semplici alla portata di tutti. Non è mai neutrale, ma è frutto di una
selezione o comunque delle scelte operate dell’équipe educativa.
Rivolgersi con ordine e progressione aiuta a creare una piccola storia di senso compiuto, evitando di
giustapporre scene sconnesse che non forniscono un quadro generale sull’accadere.
Criticità
In genere a documentazione risulta poco praticata per vari motivi:
Non si concepisce questa attività come realmente utile;
C’è l’idea diffusa che il lavoro educativo richieda di seguire le sensazioni, le attitudini e l’impulso;
L’isolamento professionale implica che molti educatori lavorino senza scambi e confronto;
Viene vista come un dovere e un obbligo mal sopportato;
Esige tempo, collegialità e un contesto adeguato.
Per questo anche la documentazione deve essere progettata e sostenuta mettendo ano alla suddivisione delle
ore. La raccolta di documenti dovrebbe privilegiare la prospettiva dei bambini, ma in realtà può accadere che
sia la prospettiva dell’adulto a guidare la comunicazione.
L’educatore deve essere abile a osservare e a registrare con occhio soggettivo, ma senza essere facile al
giudizio. Per superare questo limite la documentazione dovrebbe rendere trasparente il punto di vista di chi
osserva.