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AMANTEA E LA CALABRIA AL TEMPO DELLA BATTAGLIA DI LEPANTO di Roberto Mus La Calabria della seconda met del XVI secolo

conosciuta come quella descritta dallo storico Gabriele Barrio che icasticamente racchiusa nella efficace espressione latina del planctus Calabriae dove lestrema miseria dei suoi abitanti, il malcontento largo e crescente del baronaggio imperante, le montanti calamit naturali di vario genere (terremoti, peste ed altri flagelli) alle quali era continuamente soggetta, disegnavano limmagine di una sorta di destino incerto che ha accompagnato il paese nei secoli e che, in qualche modo, sembra accompagnarlo ancora oggi. Questa regione, scriveva il Barrio, cui tra laltro non faceva velo, su di un piano pi strettamente stilistico-culturale, un doveroso omaggio al classicismo dellepoca, ridonda anche di mostri, voglio dire di regoli e di tiranni, i quali la saccheggiano e la scorticano, e a guisa di lestrigoni campani si pascono giornalmente, per una sete inestinguibile e per una inesausta avarizia, dei travagli dei mortali e si hanno usurpato le selve, le balze, le terre, i pascoli, i fiumi, la caccia, tutti insomma i diritti de popoli. A delineare meglio le caratteristiche della generale situazione della regione, giusto per non tediare luditorio in un inutile elenco di studi vari sullargomento, rigororissimi e profondissimi ci bastano i lavori di ricerca storica del professore Giuseppe Galasso che, col suo definitivo (nel senso che un classico tra i testi di quel genere), Economia e societ nella Calabria del Cinquecento del 1975, costituisce a tuttoggi il principale nodo di riferimento sulla materia. Quello di Galasso un excursus articolato e complesso sulle condizioni politiche, sociali ed economiche della Calabria di quel periodo. Io credo che se non si sono lette quelle pagine non possibile avere un quadro preciso del XVI secolo della Calabria del I Viceregno spagnolo. Prima di avviarsi alla conclusione lo studioso napoletano, nel capitolo Classi e lotte di classe, analizzava puntualmente tutta una serie di fenomeni sociali e politici presi in esame, nelle origini e nelle cause, come pure nellesplorare nuove direzioni di ricerca, compulsando dati e date, documenti darchivi, finanche fitte tabelle statistiche. Poich questo mio breve intervento sostanzialmente mirato a riferire, in rapida sintesi, della piccola citt di Amantea al tempo della battaglia di Lepanto, mi piace aggiungere intanto che non sfuggivano allattenzione dello studioso napoletano, quando si soffermava a discorrere della distinzione tra terre feudali e demaniali, sopratutto la cronica instabilit delle amministrazioni che trae origine dal malgoverno e dalle parzialit accesissime ovunque diffuse. Per quanto riguarda la nostra cittadina, nonostante limportantissima appartenenza diretta alla corona, quella di fruire cio della demanialit territoriale quasi in ogni sua parte rispetto ad altre che avevano un padrone, cio un feudatario che teneva villaggi, paesi e citt nella condizione di totale sottomissione, quella appunto di Amantea presentava poi in pratica una situazione ancora pi grave, perch il governo della citt, tutto saldamente nelle mani del patriziato locale, quando finiva con lindebitarsi a spese del popolino, erano gli amministratori, i primi a magnarsi le robbe. Come scritto, senza tanti giri di frase nella secca prosa del Collaterale partium e curiae, nella denunzia di un capitano di giustizia di Amantea nel 1557: li particolari di questa citt che se hanno magnato le robbe de la corte e de la Universit. Infatti, come scrive Gabriele Turchi nella sua Storia di Amantea: Luniversit di Amantea (per universit, relativamente a quel periodo sintende lintera collettivit) era indebitata ed il suo deficit finanziario era ancor pi aggravato dal fatto che i creditori generalmente non pagavano le tasse sul reddito delle somme da essi prestate. Cos quelli che avrebbero dovuto essere i maggiori contribuenti dellerario comunale, erano soliti evadere il fisco del Comune, investendo i loro
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capitali in terre situate in altri comuni, ai quali non erano obbligati a pagare alcunch non essendo iscritti nei registri della loro popolazione. Ma a rendere pi articolata questa situazione cera un altro fatto importante come si evince facilmente studiando in genere vicende storico-locali di medi e grandi centri del Regno. In seno al popolo, o meglio ai popolani che si contrapponevano ai nobili, stava venendo s un altro ceto sociale, quello dei cosiddetti Honorati, contadini o artigiani arricchitisi, chi con la terra, chi coi mestieri, che cominciano a fare studiare i figli, avviarli agli studi e alle professioni. Sar una strada molto lunga da percorrere, per molti versi irta e difficile. Anche perch oltre a questo processo di differenziazione sociale gi in atto da gran tempo nellambito municipale, la vita risultando essere assai lontana dalla normalit per le cose dette pocanzi: squallore, soprusi e vessazioni baronali, calamit naturali, vennero ad aggiungersi a tutto questo, prima sporadiche poi sempre pi continue e frequenti, le incursioni piratesche dei popoli ottomani che, dopo la parentesi medievale di alcuni potenti emiri saraceni provenienti dalla Sicilia, ritornavano ad essere i protagonisti di altre inenarrabili gesta nelle nostre contrade. Ora riprendono con pi vigore. In seguito ad un riassetto politico religioso di questi popoli, tutti di etna musulmana, diventati esperti nella guerra di corsa, sfuggono ad un centro che possa coordinarli, in quanto si tratta di popoli che, pur credendo in ununica religione, essenzialmente fatto di trib o dinaste. In genere sono popoli mossi da concrete esigenze di difesa e di ricerca di accrescimenti territoriali, inoltre sono poligami, con strutture familiari molto aperte. Anche se prendono ordini da Costantinopoli, quasi tutti vengono dalle coste che comprendono lEgitto fino a tutta lAfrica settentrionale, oggi si chiama Magreb, quindi vicine allItalia meridionale, luogo facilmente raggiungibile via mare. I loro attacchi non sembrano in un primo tempo, affatto mirati. Pensano allintera Penisola che chiamano lunga terra, solamente per depredarla e la investono, una volta giunti sul canale di Sicilia, da entrambi i lati, ora verso il Tirreno e ora verso lo Ionio. In effetti non hanno una strategia e cos non avendo un centro con cui coordinarsi (i rapporti tra il sultano di Costantinopoli e i potenti bey di Algeri molto spesso sembrano essere improntati piuttosto allautonomia che alla cooperazione), si muovono come si dice a ruota libera e diciamo infine che se questa sembra la loro forza, in effetti proprio questa la loro debolezza. Per quanto riguarda le nostre coste tirreniche in particolare, questi pirati del mare, che i documenti dellepoca chiamano barbareschi, avendo abbandonato il termine saraceni (poi fino alla fine del 600 si chiameranno turcheschi), tra il 1520 e il 1552 dilagano sulle nostre rive, da Reggio fino a tutto lalto Tirreno, toccando Palmi, la Piana di S. Eufemia e del Savuto, Amantea, S. Lucido, Paola, Cetraro, uno stillicidio di assalti diurni e notturni. In genere riescono a farla franca perch si tratta di un puro e semplice mordi e fuggi. I luoghi fatti oggetto delle loro rapine non hanno alcun tipo di difesa, sono semplicemente villaggi sulla costa o quieti paesini di mare che vivono in genere miseramente o alla merc dei baroni locali che, paradossalmente saranno proprio queste tristi condizioni a spingere a volte, qualche contadino delle nostre contrade a disertare, dando vita addirittura ad una multiforme categoria di rinnegati, cio passati dallaltra parte della barricata. Comunque, sia pure tardivamente, il Governo centrale, in particolare al tempo del vicer Perafan de Rivera si d inizio ad alcune opere di fortificazione lungo le coste. Amantea di torri di guardia ne avr tre che punteggiano ancora oggi il suo territorio costiero: la torre Barbarise, al confine con Belmonte, la torre di Coreca e quella, mastodontica di Campora, lunica rimasta intatta ma attualmente imbruttita da insulse superfetazioni che, mi si consenta una riflessione personale, non riesco a capire come il governo italiano unitario non quello duosiciliano, abbia consentito non so che tipo di vendita a privati.
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Ebbene, per ritornare al nostro assunto, debole il governo locale, debole quello centrale o quanto meno lento nei suoi legittimi movimenti di difesa del territorio, sta di fatto che con tutto quello che va innescando questo pericoloso cabotaggio corsaro, che diventato sempre pi aggressivo con il sequestro di persone di cui si chiede un riscatto, fenomeno tra i pi odiosi delle relazioni umane sotto tutte le latitudini, questi predoni del mare sono arrivati addirittura fino a Roma e sulle coste laziali, cio al centro della cristianit. A questo punto bisogna fare qualcosa ed il Papa che prende la decisione di una Guerra Santa. Non star a farvi la storia di tutto questo, mi limiter a dire che la paura o il sentimento di paura che muove il Papa un fatto di natura essenzialmente religiosa. Il fanatismo religioso tipico di queste confessioni pu far breccia sulle nostre popolazioni e allora urgente intervenire con una risposta che sia secca e definitiva, armando una flotta che affronti i cosiddetti infedeli proprio sul mare, su quel mare di cui sembra che i musulmani la facciano da padroni. Pio V nello sforzo di presentare questa impresa, come appunto una nuova Guerra Santa, ha dalla sua solo la Spagna con la quale ha strettissimi legami politici e Venezia che, molto opportunisticamente e con problematiche molto pi concrete (gli ottomani le hanno sconvolto le rotte commerciali in Oriente, fino a togliergliele del tutto), accetta di farne parte. Si costituir cos una Lega Santa che avr in don Giovanni dAustria, figlioccio di Carlo V e fratello di Filippo II re di Spagna, il comandante supremo della flotta. Notate bene non lEuropa degli stati sovrani che si organizza nella difesa della cosiddetta civilt cristiana occidentale ma la Chiesa che prende in mano una situazione alquanto delicata perch lo spirito col quale la si prepara ancora intimamente medievale. Non c Gerusalemme o il Santo Sepolcro da conquistare, ma i signori che organizzano questa cosa sono convinti che si tratta di una nuova crociata. In questo senso sembrano essere fuori dalla storia, ma si vedr che non cos. Il 7 ottobre 1571 a Lepanto fu combattuta sul mare Mediterraneo forse lultima battaglia di stampo medievale, mentre si entrava nel mondo moderno. Allora perch i cristiani vincono? perch sono decisamente pi attrezzati per quanto riguarda le armi da difesa e le tecniche navali esperimentate, specie dai veneziani, le cui galeazze fanno la figura di moderne corazzate, dotate di armi micidiali. Gli ottomani sono quelli che sono, unaccozzaglia di poveri marinai, carne da macello, buoni solo per attivit predatorie e inadatti a scontri frontale in mare aperto. Non vi racconter della battaglia che si consum nel giro di un quattro o cinque ore e della vittoria che arrise ai cristiani, ma curioso sapere che in questo gigantesco coacervo di forze che si scontra al cospetto del mondo intero, c una piccola barca, anzi, per dir meglio, una galea che ha nome Luna de Napoles con dentro 35 marinai di Amantea al comando di due uomini sicuramente coraggiosi, il nobile Scipione Cavallo e il suo nocchiero Matteo Ventura. Certo neanche vi racconter della loro singolare avventura, perch lo hanno fatto prima di me tutta una schiera di studiosi locali e non. Tutto questo mi serve per introdurre un nuovo argomento che la presentazione del libro dellamico Sergio Ruggiero Il respiro del mare. Romanzo corale damore e di morte che si ncora ad un grande evento storico, lo scontro epico tra due civilt occidentale ed orientale a Lepanto nel 1571, esso dipana vicende che hanno per protagonisti piccoli uomini e piccole donne di un altrettanto piccolo paese di mare che Amantea, dove un oscuro clima medievale soffoca ed ottenebra la vita dei suoi abitanti. Lo scrittore, prendendo lo spunto della partecipazione della citt di Amantea di un pugno di coraggiosi marinai alla spedizione a Lepanto, fatto questo storicamente documentato, vi costruisce sopra una trama fantastica e surreale, piena di numerosi colpi di scena, di azioni mirabolanti, di intrighi.
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Lorganizzatore del gruppo di amanteani per Lepanto il nobile Scipione Cavallo ed il suo nocchiero, non meno importante, Matteo Ventura, non sono soltanto sullo sfondo, hanno pure loro un ruolo che non marginale nellintera struttura narrativa del romanzo. Altro aspetto che rende pi movimentato il romanzo la minuta descrizione di situazioni che attengono alla stregoneria e allorrido, forsanche ad un certa fosca maga a tinte erotiche. C molto medioevo in queste pagine che gli viene certamente da quanto sostenevo prima. Nella preparazione della spedizione di Lepanto e nel suo impegno a portarlo a termine c ancora molto dello spirito medioevale, tipico di quellepoca storica, e poi perch lo stesso scrittore, reduce da due precedenti prove letterarie, sempre alle prese con romanzi storici quali: Tre croci a Pietramala e La Rosa di Ajello, proprio lepoca medievale che predilige, il Medioevo insomma come sorta di patria di elezione della sua fantasia e della sua fervida immaginazione. I protagonisti del romanzo, poveri marinai, donne del popolo con nomi tratti interamente allarmamentario dialettale della citt di Amantea (Sbardo, Mariella a vrusciata, Petrilisca, Ntonu da falanga, ecc.) si muovono sullo sfondo di grandi eventi e causalmente vi finiscono dentro con la loro piccola ma grande umanit, e questo lo si vede quando attraverso unattenta tecnica del flash-back narrativo, magistralmente gestita dallautore, tutte le azioni narrative alla fine si ricompongono in quella superiore unit che lepica battaglia navale tra due mondi. Certo lo spirito tra lhorror e il fantasy che aleggia nel romanzo ha comunque un suo peso nello sviluppo narrativo di tutta la storia, la beghina semimalata di mente che quando appare sulla scena crea solo unatmosfera da tregenda, gli inquisitori di Cosenza pi invocati che presenti, forse pi immaginati che veri, il popolino credulone e superstizioso e infine quella sorta di cavaliere solitario che di notte si muove solo per scongiurare il male, concorrono a darci la giusta misura del racconto, il filum narrativum di tutta la storia. Che poi, come si dice, tutto bene quel che finisce bene. Come nella migliore tradizione anche in questo caso i buoni trionfano e i cattivi vengono puniti. Nel raccomandare la lettura di questo testo mi preme ancora sottolineare che ci troviamo di fronte a pagine di persuasiva linearit, un periodare scorrevole ed uno stile semplice, utili assai a dargli il giusto tono. Concludo dicendo che abbiamo bisogno di opere di questo genere e non solo. Mentre viviamo tempi di totale sfilacciamento morale ed etico nella societ, di difficile relazionalit tra gli uomini, il mio pensiero si rivolge alla giovent studiosa che, sola, nel solco delle tradizioni di libert e di democrazia, pu garantire quella svolta che ci cambia e ci rinnova, che sappia infine decifrare la fitta trama del nostro incerto destino.

[I tipi di un Paese che sembra condannato a incarnare in eterno unapparenza, una scena: un Paese grande e maledetto dove la realt vera non mai quella che appare.]