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MARIA PIA PEDANI – VENEZIA PORTA D’ORIENTE

CAPITOLO I – UN LEONE CHE VENNE DA LONTANO

Venezia nacque probabilmente bizantina e per secoli gravità nell’orbita di Bisanzio (fondazione mitica il 24 marzo 421, abitanti in
fuga dalle orde di Attila). Il primo dux (da cui deriverà il termine doge) fu creato secondo la prassi in vigore nell’impero di Bisanzio
come governatore dalle dipendenze dell’esarca di Ravenna. Nei primi anni del IX secolo, con l’espansione carolingia in Italia, la sede
del ducato si spostò a Rialto per poi rientrare sotto la sfera d’influenza bizantina.
Era questa la situazione politica di Venezia, quando i suoi mercanti e le sue navi già si spingevano nel Mediterraneo fino a
raggiungere i porti musulmani del Nordafrica. Di fatto si tratta di un ducato autonomo ma formalmente è una provincia
appartenente a un lontano impero orientale. In un tale periodo che comporta l’aumento dell’autonomia i veneziani cercano sempre
di più di appoggiarsi al metropolita di Grado per sottrarsi all’influenza della sede di Aquileia. Entrambi i presuli vantavano il titolo di
metropolita facendolo risalire alla visita dell’evangelista Marco che da Alessandria d’Egitto sarebbe arrivato alla Venetia romana. Lo
sdoppiamento si ebbe dopo il 605 quando in seguito ad un temporaneo trasferimento del metropolita da Aquileia a Grado ne erano
nate due sedi distinte con i medesimi diritti. Con il sinodo di Mantova del 827 venne riconosciute le pretese di Aquileia a danno di
Grado.
E’ in questo contesto che bisogna leggere lo spostamento del corpo dell’evangelista da Alessandria d’Egitto a Venezia, effettuato da
due mercanti Bono da Malamocco e Rustico da Torcello il 31 gennaio 828. I due si erano recati in Egitto per commerciale,
contravvenendo ai decreti dell’imperatore, ma conoscevano gli usi dei musulmani tanto da riuscire a ingannare la dogana di
Alessandria nascondendo la reliquia sotto la carne di maiale (tratto dalla cronaca del Doge Dandolo, metà 1300). La traslazione del
corpo fu un gesto forte atto a fornire validi argomenti alla sede gradense nella lotta contrò quella di Aquileia: il patriarca aveva ora
nella sua giurisdizione una grandissima reliquia che ne aumentava il carisma e l’importanza. Tuttavia l’azione di Bono e Rustico
aumentò anche le pretese d’indipendenza da Bisanzio, tanto che al culto cittadino di Teodoro (un santo militare) fu sostituito quello
di San Marco, prima come patrono del Doge e in seguito dello stato stesso. Nel 829, un anno dopo l’impresa, il doge assumeva il
titolo di dux veneticorum ovvero come quello di sovrano di una popolazione indipendente.

Solo verso la fine del XII secolo terminò il processo figurativo che pose come simbolo di San Marco il leone (negli anni precedenti
culto diretto della persona). Il simbolo aveva ancora unicamente valenza religiosa e non civile.
Nel 1261 importanti avvenimenti influenzarono l’immagine del potere che si aveva a Venezia. La caduta dell’impero latino
(costituito con la 4 crociata, anche grazie al contributo navale veneziano) rappresentò un momento di grave crisi politica,
commerciale e di immagine. La floridezza dei traffici subì un brusco arresto: nel giro di pochi mesi il paese bizantino (ricostruito) si
chiuse al commercio con Venezia. Occorreva muovere l’economia e piazzare i prodotti veneti, da qui la scelta dell’Egitto come
mercato privilegiato. I mercanti veneziani erano soliti visitare regolarmente il porto d’Alessandria già dal IX secolo portandovi
legname e schiavi e contravvenendo alle disposizioni imperiali. Negli anni 60 del 200 il Cairo era in pieno sviluppo e fermento
economico: con il sorgere della dinastia turca al comando del mondo islamico, il nuovo sovrano Baybars iniziò a riformare il regno e
a favorirne lo sviluppo in tutti i campi. I mercanti europei erano favoriti da questa situazione poiché potevano acquistare prodotti
egiziani come specie e altri merci orientali, specialmente tessuti, e in cambio piazzavano merci europee e metalli preziosi.
Nel 1261 quando i veneziani dovettero abbandonare la piazza di Costantinopoli è l’anno in cui si finisce con l’associare alla potenza
veneziana il leone di San Marco. Era il medesimo animale utilizzato per simboleggiare l’autorità del sovrano Baybars.

CAPITOLO II – I PRIMI CONTATTI

I primi contatti tra veneziani e islamici si hanno intorno al 750 quando prende il potere nel mondo musulmano la dinastia degli
aglabidi che portò una calma durevole sulle acque Mediterraneo (volevano la sicilia e la conquistarono nel 878 dopo aver preso
Siracusa). Il liber pontificalis, che racconta la vita e le gesta dei papi antichi, narra di come papa Zaccaria nel 750 volle pagare i
mercanti veneziani per liberare gli schiavi (no passare sotto infedeli) che questi avevano preso sulla piazza romana con l’intenzione
di venderli ai musulmani in Nordafrica.
Con la ripresa dell’espansione musulmana nel IX secolo, quando i saraceni si avvicinarono alla Puglia ed entrarono nell’Adriatico, i
veneziani videro i propri interessi di salvaguardare il proprio stato e commercio unirsi con quelli di Bisanzio. Tant’è che nel 827 e poi
nel 829 Venezia inviò una flotta a difendere la Sicilia ma senza incontrare il nemico. Nel 841, dopo la presa di Brindisi 838 e Taranto
839, i veneziani inviarono ancora 60 navi contro i saraceni. La flotta venne distrutta nei pressi di Taranto da trentasei navi
musulmane. La sconfitta navale veneta aprì le porte dell’Adriatico alla flotta saracena che iniziò a saccheggiare le navi venete che
stavano rientrando in patria e furono attaccate Ossero e Ancona. Bari fu conquistata nel 847.
Vista la posizione della città all’imboccatura del Mediterraneo, i veneziani preoccupati di questo pericolo per i propri commerci e
per le proprie navi, unirono le forze con l’imperatore Ludovico II e sconfissero la flotta musulmana nelle acque dello Ionio. Bari fu
riconquistata dalle truppe bizantine nel 870-1. Tuttavia i pirati musulmani, provenienti soprattutto dalle isole greche, continuarono a

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essere presenti nell’Adriatico costringendo Venezia a numerosi scontri per proteggere le città sulla costa e i propri commerci. Con la
presa di Bari le incursioni scemarono gradualmente e il commercio riprese il proprio corso tanto che i mercanti veneti
rincominciarono a portare in Egitto schiavi e legno (materiale che nell’oriente saraceno andava scarseggiando). Tali commerci non
erano ben visti dall’imperatore che nel 970 ordinò ai veneziani di bloccare i commerci di legno (utilizzato per costruire materiali
bellici) anche a costo di distruggere tutte le navi veneziane in transito verso l’Egitto. Il doge Pietro Candiano IV ordinò di sospendere
le spedizioni di armi e legname autorizzando tuttavia le navi ormai pronte a partire verso Tripoli.

I veneziani nel 1002-3 intervennero a favore dei Bizantini asserragliati in Bari contro una nuova invasione saracena, operazione
dettata da una lungimirante politica di intervento diretto nel basso Adriatico. In tal modo Venezia non difendeva solo i propri traffici
ma si presentava anche come tutrice delle acque adriatiche. Grazie alla vittoria, dopo tre giorni di combattimenti, si sfaldò il sistema
difensivo musulmano presente in zona e il controllo del mare rimaneva saldamente nelle mani venete.

Il commercio di uomini e donne, soprattutto mori, saraceni, tartari e slavi è testimoniato a Venezia per tutto il Medioevo. Il doge
Giustiniano Partecipazio, alla sua morte nel 829, concesse la libertà ai propri schiavi mentre pochi anni dopo si attivavano proprio i
dogi, Orso I Partecipazio, per proibire tale pratica. Ancora nel 960 Pietro Candiano IV ribadiva il divieto di tale commercio. Negli atti
notarili veneziani, che si fanno numerosi dopo il 1200, troviamo spesso schiavi che vengono comprati e venduti (di tutte le etnie,
religioni e sessi) dopo averne valutato salute, età e il carattere. Molti erano prigioni di guerra. Vale la pena ricordare che
formalmente nei paesi arabi non si potevano vendere schiavi musulmani ai cristiani e nei paesi di quest’ultimi non si potevano
cedere schiavi cristiani ai saraceni. Pratica diffusa nel mondo islamico, in quanto permessa dalla legge religiosa, e perciò
minuziosamente regolamentata. Si diventa schiavi per nascita o per cattività. Lo schiavo è tutelato dalle norme che impediscono al
suo padrone di venire meno ai suoi doveri. Nell’Europa medievale la schiavitù non era così ben regolamentata. Generalmente si
riteneva fosse lecito vendere e comprare liberamente gli infedeli, sostenendo che era la religione e non la natura umana a porre gli
uomini sopra gli animali.
Il commercio degli schiavi fu così praticato per secoli soprattutto dalle repubbliche marinare. Genova e Venezia soprattutto
prelevavano schiavi dalle zone della Crimea per poi venderli nei porti d’Oriente. A venezia gli schiavi sono utilizzati per i lavori più
faticosi, come la costruzione di opere pubbliche: es. i primi Murazzi, cioè le difese a mare dell’isola di Lido. Pochi, in proporzione,
erano gli schiavi destinati ai remi delle galere in quanto si preferivano uomini liberi, gli scapoli, che cercavano di racimolare qualche
soldo o speravano nel guadagno derivante da eventuali traffici che potevano fare viaggiando in mare. Si ricorreva in maniera
massiccia agli schiavi ai remi in situazione di guerra in cui si necessità di più forza lavoro e si hanno meno volontari visti i rischi del
mestiere.
Per il resto gli schiavi vengono importanti anche nelle piazze delle città italiane.
C’era da pagare una tassa per esportare uno schiavo da Venezia altrove.

Per Venezia non fu necessaria nessuna rivoluzione per divenire indipendente: la lontananza dalla madrepatria e la decadenza di
quest’ultima furono i fattori principali che permisero al doge Giustiniano Partecipazio di affermare l’indipendenza da Bisanzio dopo
la traslazione delle reliquie di San Marco in città. Siamo nel periodo in cui iniziano le grandi peregrinazioni e i culti dei santi, quindi la
visita alle loro reliquie. E’ per questo che la cappella ducale divenne luogo di pellegrinaggio. Venezia assumeva un duplice ruolo:
meta di pellegrinaggio e deteneva il compito di portare via mare i pellegrini fino a Gerusalemme in Terrasanta (erano ancora pochi i
pellegrinaggi ma pii).
La pratica del pellegrinaggio può assumere diverse valenze a seconda delle varie culture. Per i musulmani si tratta di un rito che
permette di adorare la divinità, verificare l’esistenza di un patto tra l’uomo e Dio e quindi riconoscere la sua presenza nel tempo
storico. Per l’uomo europeo, nutrito dalla fede di Cristo, ma ancora influenzato dalle pratiche pagane raggiungere i luoghi e le
reliquie sacri significa entrare in contatto con il mistero, farsi ascoltare dalla divinità per chiedere la remissione di una colpa o una
grazie e ricevere il miracolo. Un tempo in Europa si viaggiava con difficoltà quindi la gente lasciava i propri villaggi per recarsi al
santuario il giorno della festa del santo per visitarne la reliquia. In tali occasioni si allestivano grandi fiere con merci che venivano da
lontano, si organizzavano matrimoni il tutto oltre a pregare.
Il pellegrinaggio era la via d’uscita a chi viveva una vita sempre uguale a se stessa, e voleva evadere dal controllo delle autorità, sia
laiche che religiose, perseguendo una spiritualità propria e più profonda.

L’epoca d’oro di tale pratica inizia con il X secolo grazie alla conversione degli ungari al cristianesimo (fine pericoli a nord) in
concomitanza all’avanzata nel sud Europa dei saraceni che perde vigore. Dai paesi europei si giungeva in qualche porto per poi
intraprendere il viaggio via mare. Si sviluppano diversi poli di pellegrinaggio: Roma, la Terrasanta, Santiago di Compostela e San
Michele sul Monte Gargano.
Anche Venezia, intorno al 1000, iniziò a divenire meta di pellegrinaggio. La posizione della città era un enorme vantaggio: i pellegrini
potevano recarsi ad adorare San Marco per poi imbarcarsi e spostarsi altrove. Con un maggiore afflusso di pellegrini iniziarono
anche ad essere costruiti ostelli per ospitarli. Ad esempio il santo doge Orseolo I (976-8) che rinunciò al proprio incarico per ritirarsi
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nel monastero di Sant Miquel de Cuixà nei Pirenei fondò un ospizio vicino al campanile in piazza San Marco per ospitare tutti coloro
che venivano a venerare le reliquie del santo evangelista. Altri ostelli furono edificati tra il XII e XIII secolo quando l’esistenza dei
regni crociati aumentò il flusso di pellegrini.
Ancora nel 400’ molti pellegrini si recano a Venezia per raggiungere la Terra Santa via mare: parte delle galere era adibita al
trasporto merci e parte al trasporto passeggeri. Viaggi lunghi e scomodi con pericolo di pirati (sulle navi c’erano sempre armi da
distribuire all’equipaggio e ai viaggiatori). I veneziani erano sicuramente tra i più affidabili marinai e capitani del medioevo: gli
armatori stipulavano con i pellegrini un contratto notarile che conteneva i diritti e i doveri sia del viaggiatore che dell’armatore. I
pellegrini giungevano da tutte le parti d’Europa e quindi parlavano lingue diverse tanto da spingere le autorità a preoccuparsi che
questo coagulo di parlate potesse portare a errori e incomprensioni. I mercanti veneziani invece erano soliti accordarsi nei
commerci mediante l’arabo o ricorrendo alla lingua franca (linguaggio inventato dai marinai).

Tra il XII e il XIII secolo iniziarono a recarsi a Venezia coloro che avevano deciso di partire per liberare la terra santa del giogo
musulmano. Nelle cronache sono definiti con il termine pellegrini, crociati è un termine postumo. Il loro viaggio era considerato un
pellegrinaggio armato non molto diverso per finalità dal normale pellegrinaggio. I riti di investitura a cui si sottoponevano tali
uomini erano quelli di chi intraprendeva un viaggio di penitenza.
I veneziani non furono subito coinvolti nell’idea della crociata a differenza dei pisani e dei genovesi: tutte le azioni dei capitani ei l
movimento delle navi e dei mercanti era altamente ponderato nel palazzo ducale. La sicurezza dello stato e il buon nome e
l’affidabilità dei suoi trasporti non dovevano essere intaccate dalle azioni dei singoli. Solo quando si valutò che vi era una forte
possibilità di lucro, di molto maggiore rispetto alle ripercussioni negative sul commercio, si decise di sostenere i crociati soprattutto
fornendogli i mezzi per giungere in Terrasanta.
I primi cauti passi furono mossi nel 1100 quando una flotta fu inviata a occupare Mira (centro importante nella costa levantina) per
ottenere un forte caposaldo e punto di riferimento per la flotta che formalmente era andata a recuperare le ossa di San Nicola da
Mira protettore dei marinai (già recuperate in precedenza e portate a Bari, anche i veneziani ne recuperano parte. Studi del 900’
affermano che le ossa nelle due città sono dello stesso corpo). Poi le navi si spostarono a Giaffa dove si misero al servizio di Goffredo
di Buglione, per meno di due mesi, ottenendone alcuni privilegi. Dopo la morte di Goffredo la flotta aiutò il fratello Baldovino nella
presa di Haifa, ottenendo metà della città in cambio dell’aiuto. La flotta prese parte anche alla conquista di Sion ottenendo il
possesso di parte del quartiere di Acri.
Quando nel 1120 fu rinnovato lo sforzo crociato il doge Domenico Michiel decise di coinvolgere le forze veneziane e impegnarle dal
1122 in un’impresa che poteva facilmente fruttare nuovi privilegi commerciali in terra crociata ma che poteva anche dimostrare la
forza e l’indipendenza della città dal mondo bizantino. Il nuovo imperatore Giovanni II Comneno era ostile ai mercanti veneziani e si
era rifiutato di confermargli le concessioni accordate loro dal suo predecessore, i veneziani decisero di boicottare lo scalo di
Costantinopoli. Ecco che i veneziani interferirono salvano Giaffa dall’assedio musulmano e distrussero una flotta proveniente
dall’Egitto. Coadiuvarono i propri sforzi con i crociati per liberare Tiro, 1124, e successivamente Ascalona. Entrarono in vigore gli
accordi presi con il Pactum Warmundi (Warmundo reggeva il trono di Baldovino II catturato dai musulmani) che sancivano un
quartiere in mano veneziana in ogni città del regno e altri privilegi come l’esenzione dai dazi e diritto di giurisdizione.
L’imperatore bizantino vista la propria economica danneggiata decise di riallacciare i contatti con il doge e ribadì i privilegi concessi
dal suo predecessore.

Ci furono altre crisi con i bizantini soprattutto per quest’ultimi favorivano genovesi e pisani, tanto da concedere loro nel 1169-70 il
permesso di commerciare nel Mar Nero. Quando scoppiarono lotte tra Genova e Venezia a Costantinopoli l’imperatore fece
imprigionare tutti i veneziani presenti nei propri domini 1171. Occorsero dieci anni per risolvere completamente la crisi con l’impero
bizantino.
Nel frattempo per ben 80 anni Venezia decise di non aiutare più militarmente i crociati e, nonostante facesse regolarmente
affidamento sul commercio con Acri, sempre più sforzi furono indirizzati verso i mercati saraceni che progressivamente andavano
sostituendo il mercato di Bisanzio. I contrasti con Bisanzio furono lunghi da appianare: solo nel 1179 furono liberati coloro che erano
stati fatti prigionieri 8 anni prima ma il quartiere veneziano non venne riedificato così come non venne ricostruita la colonia. La
situazione si manteneva incerta negli anni seguenti quando furono rilasciate diverse concessioni ai mercanti veneziani ma a minarne
la solidità erano le lotte interne all’impero che risultava spaventosamente fragile. In questo clima di insicurezza per i traffici e di
manifesta debolezza del governo bizantino che avvenne la quarta crociata.
Enrico Dandolo, sebbene cieco e 75enne, divenne un doge crociato più che per fervore religioso per la congiuntura politica ed
economica di quegli anni. Dopo che saladino ebbe riconquistato Gerusalemme nel 1187 fu sancita una nuova crociata e scelto come
luogo d’imbarco Venezia. Nel 1201 veniva siglato un accordo tra crociati e veneziani: in cambio di 85000 marchi d’argento di Colonia
50 galere armata avrebbero dovuto portare in Terrasanta 4500 cavalieri, 9000 scudieri, 20000 fanti e gli approvvigionamenti
sufficienti per un anno. Defezione da parte di alcuni baroni e la mancanza di denari impedirono ai crociati di poter pagare parte dei
soldi concordati. Per pagare il viaggio i veneziani proposero un aiuto nel riconquistare Zara, che si era ribellata. Una volta presa la
città si presentarono gli ambasciatori dell’imperatore Filippo di Svevia e cognato del principe bizantino Alessio. Il re dei romani
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chiedeva aiuto ai crociati per riunire le forze con quelle del principe e sconfiggere l’usurpatore che sedeva sul trono in cambio del
mantenimento dell’esercito per un anno, della scorta in Egitto di 10000 dei suoi uomini e un pagamento di 200000 marchi
d’argento. Subito il doge e molti baroni si dichiararono favorevoli e l’arrivo dello stesso Alessio convinse anche i più titubanti; le navi
fecero vela verso Costantinopoli.

CAPITOLO III – TRA GUERRA E PACE

Dopo la conquista di Costantinopoli nel 1204 il doge Dandolo rifiutò il potere supremo nello stato che si stava allora costituendo.
Alla sua morte nella capitale del nuovo impero latino venne eletto dai veneziani un podestà con l’incarico di vigilare sugli interessi
della colonia e della città lagunare. La grande stagione di guerra di inizio secolo si stemperò poi nel doganato del successore, Pietro
Ziani, che operò attivamente a difesa dello stato, della pace e del commercio (propone di trasferire il ducato a Costantinopoli nel
1214 per le lotte nell’entroterra italiano e per l’insalubrità della laguna, proposta bocciata e vista come ostile).
Nel 1231 venne eletto doge Jacopo Tiepolo. L’ambasciatore veneto Pietro Dolfin siglò un accordo commerciale con la dinastia
hafside che aveva occupato Tunisi. Il nuovo emiro riuscì a trasformare la città nel centro dell’islam occidentale, aprendo anche i suoi
porti al commercio e sottoscrivendo accordi con le grandi potenze marinare come Venezia, Pisa e Genova.
Il grande impero latino di Costantinopoli crollò nel 1261 quando Michele VIII Paleologo , con l’aiuto dei genovesi, sconfisse
Baldovino II e cacciò i veneziani che lo sostenevano. I domini crociati oltremare caddero progressivamente durante il 200’, l’ultimo
fu Acri nel 1291.
Venezia poté godere di un lungo periodo di pace, fino all’arrivo della forza ottomana, che gli permise di sfruttare gli accordi
commerciali presi con l’oriente. L’unica cosa che minava il commercio veneziano era la volontà del pontefice che a inizio 300’ ribadì i
decreti dei suoi predecessori che proibivano il commercio con gli infedeli. Venezia riuscì a ottenere delle deroghe grazie al
versamento di somme consistenti.

Dal punto di vista del diritto islamico erano due i modi di relazionarsi con gli infedeli per consentire la nascita di relazioni pacifiche e
commerciali:
-HUDNA, la tregua delle armi, che veniva sottoscritta da entrambi i sovrani e da questi giurata solennemente. Essa scadeva dopo un
periodo di tempo concordato (es. hafsidi di Tunisi concessero ai veneziani del 1231 una tregua quarantennale e ai genovesi nel 1433
un accordo ventennale). Solitamente però l’accordo veniva meno alla morte di chi lo aveva emesso, come stabiliva il diritto islamico,
e questo spiega perché molte paci vennero meno prima della loro scadenza naturale.
In rari casi si arrivò a stabilire una pace perpetua: nel 400’ il re di Granada Muhammad VII la concesse ai veneziani.
-AMAN, il salvacondotto, che poteva essere concesso da ogni musulmano a un singolo infedele. In caso di accordi internazionali esso
assumeva il carattere di salvacondotto generale, che proteggeva non l’individuo ma tutto un gruppo omogeneo, e poteva essere
emesso solo dal sovrano o dal suo sostituto. Si tratta di una concessione unilaterale. In tale categoria rientrano tutti gli atti emessi a
tutela del commercio veneziano dai sultani d’Egitto.
Il primo è favorito in caso vi fosse un confine in comune, il secondo nel caso in cui si tratta solo di un gruppo di mercanti che si
stabilisce in terra islamica. Dal punto di vista europeo tutti gli accordi presi con i musulmani erano chiamati capitolari (dal latino,
venire a patti).

Le capitolazioni negoziate con sovrani musulmani, che andarono aumentando sempre più nel corso del 3-400’, fossero esse veri
patti bilaterali o solo decreti e salvacondotto, servirono a proteggere i veneziani che si recavano in lontani paese per commerciare.
Di solito in tali documenti si stabilivano quali tasse e dazi i mercanti avrebbero dovuto pagare, dove avrebbero alloggiato, di quali
facilitazioni avrebbero goduto, cosa sarebbe successo ai loro beni in caso di morte in terra straniera, di naufragi o accidenti; infine si
stabilivano i diritti e doveri del loro rappresentate chiamati console o bailo. I mercanti veneziani erano soliti muoversi in gruppo, sia
via mare che nelle piazze, sotto l’egida dello stato. Con questo sistema si poteva, se necessario, ricorrere a una prova di forza o al
boicottaggio per i propri fini.

Dal XI al XIII secolo varie tribù turche, provenienti dall’Asia giunsero nella penisola anatolica. La prima tribù turca fu quella dei
selgiuchidi (1037-1187) che riuscì a sconfiggere anche l’impero Bizantino a Manzirekt ma con il passare del tempo questo impero si
disgregò. E’ solo in concomitanza con la comparsa delle orde di Gengis Khan che in Anatolia si stanziarono altre tribù turche
fondandovi nuovi principati indipendenti. Sul finire del 200’ arrivarono gli ultimi cavalieri nomadi guidati da Ertogrul. Con suo figlio
Orhan (1324-62) gli ottomani si affacciarono in Europa. Venne coinvolti come alleati di uno dei pretendenti al trono bizantino. Lotte
che coinvolgevano anche le potenze marinare italiane. Probabilmente furono proprio le navi genovesi a traghettare le truppe turche
nel 1352, i primi contatti (anche commerciali) tra i due popoli si ebbero infatti poiché i Genovesi erano stretti alleati dei bizantini
(per cui i turchi combattevano). In cambio dell’aiuto a Giovanni VI Cantacuzeno Orhan ricevette in spsoa la figlia Teodoroa e una
fortezza nella penisola di Gallipoli. L’anno dopo, in un rovesciamento delle alleanze, Orhan spinto dal denaro genovese si schierò
contro l’imperatore di Costantinopoli e i suoi alleati veneziani.
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Mentre l’impero bizantino andava soffrendo le lotte interne sempre maggiore importanza acquistava il regno di Orhan tanto da
attirare l’attenzione dei veneziani. Dopo numerose ponderazioni i veneziani decisero di tentare un avvicinamento agli ottomani per
stabilire rapporti di pace. Se inizialmente i rapporti si basavano solo sullo scambio di lettere e cortesie successivamente si iniziarono
ad avere veri e propri rapporti diplomatici. Un ambasciatore ottomano raggiunse Venezia nel 1384 per chiedere un’alleanza contro i
genovesi che non si formalizzò. Nel 1389 dopo la vittoria sui serbi e bosniaci e la morte di Murad I il doge scrisse una lettera di
congratulazioni al nuovo sovrano: non sapendo quali dei due principi sarebbe salito al trono furono scritte due lettere con la
discrezione lasciata all’inviato di consegnare quella corretta.
I contatti si interruppero nel 1392 con la pressione sempre maggiore di Bayezid I (il primo ad aver abbandonato il titolo di emiro e
aver preso quello di sultano= contro Bisanzio, arrivando fino a porre il blocco alla capitale (fuga dei depositari della cultura greca in
Italia, fondamentale per sviluppo umanesimo). Il blocco di sette anni fu superato anche grazie all’appoggio veneziano all’imperatore:
quest’ultimo aveva smantellato la flotta ormai troppo costosa e dovette quindi servirsi delle navi veneziane come supporto. I
veneziani non parteciparono però alla crociata anti turca che finì nella sconfitta di Nicopoli (1396).
L’aiuto a Manuele II Paleologo giunse dall’Oriente, con l’avanzata di Tamerlano che minacciava l’Europa e l’occidente. Furono allora
che iniziarono le trattative tra i rappresentanti genovesi, veneziani e bizantini a Bursa. A rappresentare il sultano era la madre di uno
dei suoi figli, Suleyman (perché una donna a capo di una missione diplomatica? Nonostante turchi fossero islamici forti erano ancora
le vecchie tradizioni delle loro zone d’origine, ove le mogli esercitano il potere come luogotenenti del sovrano). Nel 1402 Bayezid I fu
sconfitto da Tamerlano frenando così le operazioni in Europa dei turchi e donando ancora anni di vita all’impero di Bisanzio. Il
sultano fu catturato sul campo e tenuto in condizioni di prigionia pessime. Se l’impero turco, con il sovrano prigioniero e l’esercito
disperso, stava per crollare le potenze europee cristiane non approfittarono del momento. Anzi si preferì trattare una pace con il
figlio Suleyman ,scappato dal campo di battaglia. Venezia strinse con lui un nuovo accordo nel 1408.
Quando il principe Musa sconfisse il fratello subito i veneziani si recarono alla sua corte a chiedere nuovamente la pace 1411. Ma il
vero vincitore nella contesa tra i figli del sultano fu Mehmed I (1413-21) che riprese la politica espansionistica del padre. Iniziarono
ad interessarsi i turchi anche al controllo delle acque, soprattutto quelle egiziane che già erano sotto il controllo veneziano. Per
questo le due flotte si scontrarono nel 1416 nei pressi di Gallipoli. La flotta turca di 42 navi si scontrò con quella veneziani di 15 ma
meglio armate e venne annientata. Si cominciò quindi a parlare di pace, trattato che venne stipulato nel 1419 dopo che un inviato
turco si era recato a Venezia per ottenere la liberazione di quanti erano stati fatti prigionieri nella battaglia navale. Con Murad II al
potere (1421-44 e 1446-51) si scatenò un nuovo conflitto poiché la città di Salonicco per ottenere protezione dagli interessi turchi
fece atto di sottomissione a Venezia. Il conflitto del 1423-30 si conclude con la sconfitta di Venezia e l’abbandono della città. Nel
1430 fu siglata la nuova pace.
Nel 1422 venne posto nuovamente l’assedio a Costantinopoli. Anche se venne tolto celermente obbligò l’imperatore Giovanni VIII
Paleologo a iniziare nel 1439 il pellegrinaggio per tutta Europa al fine di racimolare alleati. Pur di trovarne accettò la fusione della
sua chiesa con quella di Roma. Si creò una nuova coalizione anti turca a cui Venezia non prese parte, si limitò solo a noleggiare
qualche nave al pontefice e a fornire qualche polo logistico. Nonostante la crociata già organizzata il despota serbo, il re di Polonia e
il voivoda di Transilvania firmarono la pace con il turco nel 1444. Murad II, venuto a conoscenza dei preparativi militari cristiani,
decise di presentarsi sul campo di battaglia (esercito transitato mediante navi genovesi). Il re di Polonia e Ungheria Ladislao fu ucciso
e la sua testa spedita a Bursa come trofeo mentre anche il cardinale Cesarini, strenuo sostenitore della crociata morì in battaglia.
Dopo lo scontro il sultano lasciò il torno al figlio Mehmed II che sottoscrisse una nuova pace coi veneziani. Governò dal 1444-6 per
poi risalire al potere dal 1451-80 con lo scopo preciso di conquistare Costantinopoli realizzando il sogno dei suoi avi che avevano
fallito. L’assedio venne minuziosamente preparato e posto nell’aprile del 1453. Il sultano possedeva una bombarda enorme, mai
vista prima di tale grandezza, per avere la meglio su mura che resistevano da centinaia di anni. I veneziani si schierarono con i
bizantini, tanto che furono gli ultimi a lasciare il porto forzandone il blocco e portando in salvo quante più persone possibile. Il baio
Girolamo Minotto rimase a combattere con i bizantini fino a trovare la morte con il figlio, per decapitazione, dopo essere stati fatti
prigionieri.
Venezia incautamente dichiarò guerra al sultano nel 1463 per un incidente ai confini di Argo nel Peloponneso. La guerra di protrasse
fino al 1479, con diversi combattimenti sia marittimi che sulla terra tra i Balcani e il Friuli. Per chiudere i turchi in una morsa i
veneziani siglarono alleanze con il papa, il re di Ungheria e il re di Borgogna e con la tribù degli ak koyunlu. Tuttavia le armi da fuoco
turche si dimostrano micidiali e nonostante da Venezia ne fossero inviate all’esercito esse non raggiunsero mai la Persia. La tribù
musulmana alleata ai veneziani fu costretta al pace mentre gli alleati europei si ritirarono gradualmente dal conflitto. Venne
assaltata la fortezza di Negroponte, il cui comandante Paolo Erizzo, fu segato in due per volontà del sovrano (1470) mentre secondo
la leggende la figlia si suicidò per non cadere nelle mani del sultano che ne era innamorato. Per la prima volta i turchi arrivarono
sino in Friuli, anche se questi erano truppe irregolari AKINCI, che sovente si dedicavano alle razzie (non erano pagati con il soldo
regolare e quindi vivevano di saccheggi). Seguirono quindi diverse incursioni in Friuli da parte di queste truppe tra il 1469 e il 1478,
poi ancora nel 1499.
Nel maggio del 1480 giunse a Venezia Sisan bey, uomo del gran visir Gedik Ahmed, con l’incarico di proporre un’alleanza contro
Ferdinando I d’Aragona re di Napoli. Il doge rifiutò ma non informò il sovrano napoletano che perse Otranto in seguito all’attacco

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turco. Dal’altra parte il medesimo re aveva offerto (1477-78) i propri porti come base strategica per gli attacchi turchi contro
Venezia. Otranto fu tenuta per circa un anno, fino alla morte di Mehmed II (1481) che allontanò le mire ottomane dall’Italia.
La lotta tra i figli del sultano portò al trono Bayezid II (1481-1512) che spinse alla fuga il fratello Cem che inutilmente peregrinò in
tutte le corti italiane e francesi per cercare alleati per la propria causa. Il nuovo sultano si guardò bene dall’attaccare chi poteva
usare il fratello come arma contro di lui, e questo garantì una certa pace in Italia.
Le incursioni ripresero brevemente nel 1499 trovando i veneziani imperati a quel tipo di guerriglia non praticata in Europa: i turchi
erano organizzati in manipoli da 10 uomini a cavallo, armati alla leggera con scimitarre e archi retroversi, molto pratici a cavallo.
Ogni unità era guidata da un capo. Quando la massa dei guerrieri giungeva in un territorio si dava appuntamento alla sera mentre
questi piccoli manipoli si spargevano sul territorio. Furono impiegati contro i turchi gli arcieri nello stato da mar, che avevano già
dato buona prova contro quel nemico, e organizzarono contingenti locali animati dalla volontà di difendere le proprie famiglie e i
propri possedimenti.
Un nuovo conflitto esplose nel 1499 quando Venezia intervenne al fianco del re d’Ungheria che voleva attaccare la Serbia. La flotta
veneta si confrontò con quella turca che era ormai ammodernata e preparata. Grazie all’intervento francese e spagnolo Venezia
riuscì a reggere i costi elevatissimi del conflitto. Alla fine del 1502 Bayezid II accettò la pace, che venne rettificata all’inizio del 1503.

All’inizio del 500’ venti di guerra giungevano a Venezia da occidente: l’espansione territoriale nell’entroterra aveva destato le
preoccupazioni dei vari sovrani italiani. Contro Venezia si formò la lega di Cambrai, propugnata dal bellicoso pontefice Giulio II. Dopo
la sconfitta di Agnadello del 1509 si pensò addirittura di giungere ad un’alleanza con il sultano ottomano per salvaguardare lo stato
veneziano. Tuttavia il Consiglio era diviso e fu lo stesso sultano, dopo aver saputo di Agnadello, ad offrire il proprio aiuto ai
veneziani. Aiuto che non potè mai concretamente avvenire per una serie di fattori che si palesarono all’interno dell’impero turco: il
figlio maggiore del sultano, Korkud, intraprese un viaggio (fallimentare) per cercare l’appoggio dei sovrani mamelucchi per
spodestare il padre; nel 1509 Costantinopoli fu colpita da un violento terremoto a cui seguì anche un maremoto. Convinto di aver
attirato su di se l’ira della divinità il sultano divise il governo delle province tra i suoi figli e nipoti. Questo non impedì lo scoppio di
una guerra civile che vide trionfare Selim I, che obbligando il padre a rinunciare al trono, divenne sultano nel 1512.
Quando si trattò di rinegoziare la pace con Venezia nel 1513 il sultano inviò come suo rappresentante il traduttore Ali bey, con lo
scopo segreto di proporre aiuti militari: il sultano offrire soldati per sostenere la repubblica. Il Consiglio dei Dieci si dimostrò
favorevole all’iniziativa proponendo che i turchi prendessero la via del Friuli. All’ambasciatore vennero promessi 2000 ducati più una
pensione di 200 annui se l’affare fosse andato in porto mentre al sultano un vitalizio di 8/10000 ducati. L’alleanza militare non si
concretizzò visto che la lega contro Venezia si sciolse a favore di una contro la Francia mentre il sultano rivolgeva le proprie
attenzioni verso l’impero safavide e poi contro le terre dei sultani mamelucchi.
Alla morte di Selim I salì al trono Solimano (il Magnifico). Inizialmente i veneziani furono favoriti dal trattamento compiacente del
cognato del sultano, il pascià Ibrahim, nato nella Praga dello stato de mar veneto. Quando questo morì il sultano sempre più prestò
orecchio ai consigli del grande ammiraglio Hayreddin (Barbarossa) che era desideroso di scontrarsi sul mare con i Veneziani. Nel
settembre del 1538 la flotta della lega santa (papa, venezia, malta e genova) fu sconfitta.
Venezia decise di chiedere la pace, impaurita di non poter reggere il conflitto, che fu stipulata nel 1540.
Selim II (1566-74) rinnovò appena preso il titolo di sultano la pace con Venezia. Pace destinata a durare poco viste le mire del
sultano su Cipro (isola cristiana in una porzione di mare ottomana, buona base per pirati turchi). Le ostilità iniziarono in seguito alla
cattura di alcune navi turche da parte di pirati uscocchi e all’attacco al vascello su cui viaggiava il tesoriere d’egitto. Il sultano iniviò
un ambasciatore a Venezia per chiedere che fosse consegnata l’isola. Il senato si divise tra favorevoli a vendere il territorio e i
senatori che volevano difenderlo. Quest’ultimi vinsero. Nel 1570 l’isola fu attaccata e nonostante la strenua difesa veneziana
capitolò, i prigionieri vennero catturati e caricati sulle navi come schiavi. La riscossa avvenne nel 1571 con la battaglia di Lepanto
dove la flotta della lega santa annientò quella turca.

Tra 5-600’ a minare la pace tra Venezia e l’impero ottomano erano i pirati uscocchi (che significa fuoriusciti, venivano dai territori
caduti in mano ai turchi e si erano rifugiati in Croazia). Questi battevano le acque del mediterraneo e attaccavano le navi turche.
Però con il tempo, vivendo di bottini, i pirati incominciarono ad attaccare anche le navi cristiane. Il sultano protestò che se i
veneziani erano i signori del golfo dovevano proteggere i mercanti che vi transitavano, arrivando anche ad accusarli di complicità
con i pirati. Dal canto suo Venezia cercò in tutti i modi di limitare le attività dei corsari fino a spingersi alla guerra di Gradisca 1615-
17, per convincere gli Asburgo a spostare i propri sudditi nell’entroterra. Il conflitto sfociò in una guerra per il controllo della
Valtellina, che spinse ancora una volta il senato a ipotizzare di chiedere aiuto ai turchi. Tra il 1624-30, l’arruolamento di truppe
turche che era iniziato in Bosnia, fu allargato anche in Morea, Grecia e Albania.
Nella prima metà del 600’ l’atteggiamento della serenissima non dimostrava dunque preclusioni nei confronti dei turchi dovute a
motivi religiosi.
La situazione precipitò sotto Ibrahim I (1640-1648), pazzo, le cui follie portarono e finanze statali al collasso mentre una serie di gran
visir corrotti o incapaci si susseguiva alla guida dello stato. Fu deciso di ricorrere alla guerra come valvola di sfogo dei malumori

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sociali. La vittima prescelta fu l’isola di Candia, unica ancora in mano cristiana in un mare orientale ormai turco. Il conflitto iniziò del
1644 dopo che alcune navi dei cavalieri di malta avevano attaccato un convoglio turco.
Un colpo di stato depose Ibrahim I, che venne ucciso nel 1648, e portò al potere Mehmed IV. La guerra volgeva progressivamente a
favore dei veneziani tanto che l’avanzata portò al blocco dello stretto dei Dardanelli. Nel 1656 vennero conquistate Lemno,
Samotracia e Chio. La battaglia dei Dardanelli fu vinta dai veneziani ma solo un miracolo impedì lo sbarco: un artigliere turco centrò
la nave ammiraglia uccidendo l’ammiraglio veneziano Lazzaro Mocenigo. Il suo sostituto decise di non insistere e fare vela verso
casa.
L’impero ottomano si risollevò lentamente tanto da arrivare a conquistare Candia solo nel 1669. Nonostante i commerci ripresero gli
animi non erano più gli stessi: Venezia si trovò alleata contro i turchi in più occasioni. Come nel 1684 quando intervenne contro il
visir Kara Mustafa che aveva assediato inutilmente Vienna. La guerra del 1684-99 fu chiamata guerra di Morea o della Sacra Lega.
Contro i turchi si schierò una coalizione di impero, Venezia, russia e polonia. La pace fu stipulata solo nel 1699 che portò Venezia ad
ottenere il regno di Morea, che tuttavia perse nel 1718 in seguito ad una nuova guerra contro gli ottomani. In realtà il conflitto fu
favorevole a Venezia grazie anche all’intervento imperiale del 1716, ma le trattative si risolsero con la regola dell’uti possidetis,
ovvero ognuno mantiene quello che ha e così facendo la repubblica perse moltissimi territori che aveva conquistato.
Nel 1733 venne sottoscritta una pace perpetua tra veneziani e turchi.

CAPITOLO IV – IL SISTEMA DIPLOATICO E CONSOLARE VENEZIANO

L’ambasciatore aveva la possibilità di agire e discutere nel nome del sovrano, e per questo riceveva oltre alle istruzioni scritte anche
la certificazione dei poteri conferitigli assieme alla lettera che lo accreditava presso il sovrano dal quale veniva mandato. Vi era poi
personale il cui compito era solo quello di consegnare lettere e altro ancora che seppure deteneva poteri api, tanto da trattare nel
nome del doge, non aveva il titolo di ambasciatore perché non era nobile. Risale al 1268 la legge che imponeva agli ambasciatori
veneziani di redigere un rapporto scritto su quanto detto, visto e fatto. Legge ribadita nel 1425, con cui ogni ambasciatore
impegnato all’estero doveva fornire un resoconto scritto e orale delle sue azioni. Nel 1524 la norma viene ampliata a ogni singolo
pubblico ufficiale che opera in terra straniera.
Fino al 1453 vengono inviati presso i sovrani ottomani solo ambasciatori straordinari, incaricati di espletare una particolare missione
e poi di ritornare in patria.

Accanto alla figura dell’ambasciatore vi era quella del bailo, con compiti di rappresentanza dell’autorità politica: erano i
rappresentanti e i capi dei cittadini veneziani risiedenti in località estere. Il bailo doveva trattare con l’autorità dello stato in cui si
trovava a tutela dello stato che lo aveva inviato, facendo proprie alcune funzioni dell’ambasciatore anche se originariamente era più
simile ad un console. Con la caduta di Costantinopoli il balio ivi presente diventerà fondamentale perché terrà i contratti tra la
madrepatria e la corte ottomana, a tutela degli interessi dei mercanti che commerciavano protetti dalla bandiera di San Marco
assumendo sempre più i toni di un ambasciatore stabile nella corte turca. Verso la fine del 400’ i baili sparsi per il mondo, ad
eccezione di quello di Costantinopoli, furono sostituiti dai consoli.
Una legge del 1575 equiparò la carica di bailo a quella di ambasciatore residente. In età moderna vennero affiancati al bailo di
Costantinopoli ambasciatori straordinari per trattare paci o semplicemente presenziare ai momenti più importanti dell’impero.

Le figure dei consoli nascono grazie alla rete dei commerci internazionali medievali. Le comunità di mercanti che si formarono
all’estero erano solite rimanere compatte per difendere e tutelare i propri membri. Da qui deriva la tradizione di eleggere all’interno
delle comunità mercantili un console che li governasse, li rappresentasse e agisse come giudice. Tale carica con il tempo venne
accettata anche dalle autorità della madrepatria. Venezia, sempre attenta a tutelare i propri sudditi, arrivò a nominare direttamente
i consoli incaricati di rappresentare e governare i membri delle colonie. Vennero trattati direttamente con i vari governi i diritti e i
doveri sei consoli che poteva così variare da stato a stato.
Questo diverso potere giurisdizionale spiega perché nelle sedi consolari più importanti (egitto e siria) furono sempre nominati
consoli di origine aristocratica.
Con il 500’ avvenne la progressiva sostituzione dei baili con consoli che si diffusero sempre più capillarmente e ne aumentano i
poteri. Il console (stipendiato direttamente da Venezia) finisce quindi a proteggere i mercanti e i loro traffici, finendo così ad
amministrare i beni della colonia stessa, tenere i contatti con le autorità locali a nome delle proprie comunità, recuperare i beni dei
defunti in terra straniera, intervenire come arbitro o giudice in caso di dispute. Vennero istituiti anche i viceconsoli, che a differenza
dei consoli scelti dall’aristocrazia, furono scelti da elementi di diverse estrazioni sociali (anche religiosi).
Nella loro attività i consoli erano affiancati dal consiglio dei dodici (modello già presente su navi venete), formato dai membri più
eminenti della colonia (il numero dei membri era variabile, nel caso non vi fossero 12 aristocratici potevano essere ammessi anche
cittadini o popolari).

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Altra figura sempre eletta dal Maggior Consiglio era quella dei vicedomini il cui compito era quello sul controllo dei commerci dei
sudditi e sulla riscossione dei dazi. I vicedomini in terra straniera controllavano quindi i commerci dei sudditi veneziani e
controllavano il corretto pagamento delle tasse.

Gli ambasciatori in oriente si trovarono a dover affrontare il cerimoniale ottomano che affondava le sue radici in età remote, quando
il signore era il khan e amministrava la giustizia stando seduto sulla soglia della propria tenda. A questa tradizione si fusero elementi
greci, persiani e arabi.
Proprio la mancanza di comprensione reciproca nel cerimoniale portò a volte a situazioni quanto meno imbarazzanti, se non gravi,
per i rappresentanti europei in terra ottomana. Es. nel 1616 l’ambasciatore imperiale Hermann Czernin entrò a Costantinopoli a
cavallo con la banda suonante e le insegne dell’aquila imperiale e croce spiegate come ordinato dal suo sovrano. La popolazione lo
aggredì e finì in prigione: una antica profezia dichiarava che l’impero ottomano avrebbe iniziato il proprio declino quando una
bandiera con la croce fosse entrata a Costantinopoli, mentre le leggi proibivano a bande straniere di suonare in città quando era
presente il sultano.
I veneziani erano i più esperti negli usi e tradizioni di corte turchi, frutto dei secoli di rapporti con i paesi arabi e ottomani. Interesse
che parve scemare con dalla metà del 500’ quando i nobili veneziani iniziarono a disinteressarsi agli usi e ai costumi ottomani. Le
loro ricchezze risiedevano ormai non più nel commercio ma nelle rendite, finivano quindi a non recarsi più in occidente di persona.
Un nobile dopo essere stato eletto ambasciatore o bailo riceveva la commissione, ovvero le istruzioni scritte per il proprio ufficio.
Era importante apparire e stupire i locali per simboleggiare la potenza del sovrano che aveva inviato l’ambasciatore: per questo
l’entrata effettiva spesso non coincideva con quella reale. I veneziani, a Costantinopoli, solitamente arrivavano via mare (solo con
condizioni favorevoli) oppure entravano in città con una processione solenne a cui partecipavano l’inviato veneziano e la sua scorta
preceduti dal capo dei messaggeri imperiali turchi.
L’udienza solitamente avveniva qualche giorno dopo l’entrata in città e seguendo un preciso rituale: l’ambasciatore veniva prelevato
e trasportato sul Corno d’oro da un caicco con sette paia di remi. Una volta compiuta la traversata trovava ad attenderlo il capo dei
messaggeri imperiali con i suoi uomini e ricche cavalcature. Appena salito a cavallo al bailo venivano offerti pasticcini (per indicargli
di proferire solo parole dolci) e una bevanda zuccherata, a fine 600’ sostituita dal caffè (in segno d’amicizia). Il corteo poi procedeva
fino al palazzo imperiale. Prima di accedere alla sala del consiglio di stato l’ambasciatore osservava lo spettacolo dei giannizzeri
schierati in perfetto ordine e del loro successivo pasto (volontà di impressionare la disciplina e l’importanza del cibo dato dal sultano
che sfamava tutti quelli presenti nella sua corte). Nella corte vi era posta la sedia su cui andava sistemandosi l’ambasciatore, difronte
al gran visir (livello sedia prima identico poi più basso). Finita l’udienza si ritornava all’esterno per assistere al pagamento dei
giannizzeri (unica unità armata tutto l’anno e pagata regolarmente). Seguiva poi il pranzo (agli inviati esterni, secondo l’etichetta
ottomana, bisognava offrire cibo, vitto e vestiti). Il gran visir sedeva con l’ambasciatore, mentre il resto della scorta di quest’ultimo
stava con l’ammiraglio, al cancelliere e al tesoriere turchi. Pasto frugale, perché era rivolto a tutti gli elementi presenti a corte, e
silenzioso poiché parlare a tavola era segno di maleducazione. Il pranzo iniziava con il sultano che baciava il pane e poi ognuno
poteva servirsi, con le mani o cucchiai di legno, dai piatti rotondi posti nel centro della tavola. Dopo il pranzo l’ambasciatore e i
membri più importanti del suo seguito venivano portati nella sala del tesoro e nella vecchia sala del consiglio e fatti vestire con
l’abito d’onore. Il sultano nel frattempo prendeva posto nella camera delle petizioni (posta nella terza corte, mentre tutto ciò che era
avvenuto prima era nella seconda corte). Infine l’ambasciatore incontrava il sultano. Appena varcata la soglia l’ambasciatore veniva
afferrato da due ufficiali e portato d’innanzi al sultano (precauzione dopo tentativi di assassinio). La stanza era buia sebbene colma
di oggetti in oro, pietre preziose e tappeti molto costosi. Il sultano era seduto su un trono nell’angolo posto in modo da essere alla
medesima altezza del suo interlocutore che rimaneva in piedi. Il sultano quindi porgeva la mano destra per essere baciata. La parte
centrale dell’udienza era riservata alla consegna delle lettere, anticipata da un breve discorso dell’ambasciatore. Le questioni
politiche venivano discusse in un altro ricevimento con il gran visir. Quest’ultimo si tratteneva un poco per parlare con il sultano per
poi raggiungere gli emissari europei nella seconda corte e lasciare il palazzo.

I contatti diplomatici erano sempre accompagnati da dei doni. Es. nel 1364 vennero inviati a Murad I alcuni cani che si sapeva
desiderati dal sovrano. Con il 400’ e la guerra civile per il trono ottomano i veneziani iniziarono a inviare denaro per cercare di
ottenere i favori del sovrano e dei suoi funzionari. Es. nel 1408 Pietro Zeno inviato a trattare una nuova pace con Solimano ebbe
1500 ducati per corrompere ufficiali e visir. La tangente divenne un uso talmente frequente da tenere contenuti gli stipendi dei
funzionari ben sapendo che potevano ottenere buone entrate in questo modo.
Il dono principale portato ai sovrani dell’Oriente dai veneziani furono le preziose stoffe veneziane. Anche i vetri di Murano erano
apprezzati. Donati anche i cesendelli dal 600’, cioè lampade di forma cilindrica che si usavano appendere al soffitto. La classe
dirigente ottomana, amante delle gemme e degli oggetti preziosi fu attratta dalla produzione degli orefici veneziani.
Vennero spediti anche numerosi arredamenti come specchi, cuscini e specialmente le sedie. Il formaggio parigiano era
particolarmente apprezzato dai visir, dalle donne dell’harem e dal sultano stesso. Gli animali erano inviati poiché il sultano era solito
sfoggiarli nelle grandi occasioni a testimonianza del suo ruolo di sovrano universale.

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Con il 500’ e il consolidarsi dei legami tra il sultano e Venezia quest’ultima venne considerata come un mercato dove era possibile
procurarsi ogni sorta di merce strana e preziosa. Tanto che la corte dell’oriente incominciò a ordinare merci particolari, tra cui non
mancavano mai le stoffe (soprattutto panni d’oro). Spesso, se le merci non erano troppo costose o pericolose, i veneziani donavano
quanto richiesto dal sultano e dai suoi uomini: es. 1462 venne confiscato a Venezia un libro sull’arte della guerra di Sigismondo
Pandolfo Malatesta poiché si riteneva che il sultano non dovesse entrare a conoscenza dei metodi più recenti per edificare fortezze
e armi.
Se Venezia si recava a Costantinopoli per ottenere informazioni sull’impero dei sultani quest’ultimi vedevano nella città lagunare la
possibilità di ottenere notizie sui vari paesi europei. Es. nel 1563 Solimano I chiese a Venezia informazioni sulla storia di
Costantinopoli che aveva dato ordine di redare. Era un luogo importante per raccogliere informazioni geografiche, a Selim I venne
inviata una mappa dettagliatissima del mondo.
I doni diplomatici servivano innanzitutto a illustrate le arti e le bellezze dei paesi da cui provenivano. Nel rituale civico ottomano i
doni erano un elemento privilegiati a cui non si poteva rinunciare: l’inferiore doveva fare al superiore dei regali che dovevano essere
ricambiati sebbene con minor magnificenza. Un oggetto donato dal sultano, come un turbante usato, doveva risultare più
importante di dono di maggior valore, come un guanto da falconiere ingioiellato. Particolare attenzione era posta al dono dei cavalli
(particolarmente ambiti e costosi) e alle scimitarre poiché ambedue potevano essere usati in guerra.
Nel mondo ottomano il dono era una questione d’onore, era un dovere e rientrava nelle regole dell’etichetta ottomana che si
potevano riassumere in:
-intisab: rapporto clientelare che si instaurava tra un funzionario e il suo protetto;
-hadd: limite individuale imposto a ciascuno dall’esterno e determinato da un insieme di fattori concernenti la famiglia, la posizione,
la classe e il rango;
-seref: dignità personale, legata alla posizione detenuta dall’individuo nella società.

CAPITOLO V – DIPLOMATICI E INVIATI ORIENTALI

Secondo il costume arabo-islamico era considerato disdicevole recarsi in terra infedele salvo per riscattare i propri correligionari,
prigionieri o schiavi, tanto che anche il mondo musulmano conobbe la figura del fakkak, cioè di colui che era incaricato di recarsi nei
paesi infedeli e nemici per perseguire questo scopo. La conoscenza del linguaggio europeo era scarsa poiché non si riteneva utile
apprendere gli idiomi di nemici considerati inferiori e barbari dal punto di vista culturale e della civiltà.
Tuttavia di tanto in tanto diplomatici musulmani giunsero nelle varie corti europee, in particolar modo a Venezia. I primi contatti di
questo tipo si registrano intorno al 300’.
Con il grande periodo dell’espansione ottomana, tra 4-500’, molti sovrani finirono con ritenere interessante avere rapporti con
l’Europa cristiana e in particolar modo con Venezia le cui navi da secoli solcavano i mari del Levante. Nel 1476, eletto doge Andrea
Vendramin, giunsero a Venezia ambasciatori da molti luoghi: polonia, portogallo, egitto e Saraj (capitale dello stato tartaro). La
guerra veneto-ottomana che si protraeva orai da diverso tempo spinse molti sovrani ad avvicinarsi alla repubblica come il principe di
Mosca Ivan III.

Tra gli ambasciatori musulmani che toccarono la terra di San Marco i più assidui furono sicuramente gli ottomani, soprattutto in età
moderna. Con il 500’ e la conquista ottomana di molte terre che si affacciavano sul Mediterraneo e sul Mar Nero il mondo islamico
venne quasi a identificarsi con l’impero dei sultani, rimanevano solo il regno del Marocco e di Persia fuori dalla realtà turca.
Particolarmente interessanti furono gli scambi di lettere diplomatiche nei primi anni del 500’: mentre andava confermandosi
nuovamente la pace Venezia era impegnata nella guerra di Cambrai, dove dopo la sconfitta di Agnadello, fu sul punto di chiedere
l’alleanza al sovrano proprio sfruttando questo canale diplomatico privilegiato orai saldo da tempo. Vennero sostanzialmente
ignorati gli emissari del sultano di Persia che chiedeva navi e cannoni per combattere gli ottomani.

Fin dal 300’ ricorrono nei documenti veneziani i nomi di diversi diplomatici turchi che si recano dal doge. Il primo, anonimo, risale al
1348 e si reca a venezia per chiedere un’alleanza contro il comune nemico genovese. Molti altri diplomatici lo seguono fino a
diventare quasi uno all’anno durante il 500’. Nel 600’, dopo le guerre della seconda metà del secolo e le crisi dei due imperi, gli invii
diminuiscono notevolmente. L’ultimo è del 1762 ma con il solo scopo di comprare sete e tre cannocchiali.
I diplomatici mandati a Venezia possono distinguersi in quelli inviati dal sultano o dal gran visir (che si dovevano occupare di
faccende di stato) e quelli inviati dalle autorità periferiche (che avevano il compito di trattare questioni mercantili o confinarie,
oppure acquistare oggetti di lusso per i loro superiori). Quest’ultimi spesso erano inviati dai beylerbeyi, governatori delle regioni, o
dai sangiacchi, responsabili delle province.
Il traffico diplomatico fu sempre costante nel tempo, anche durante gli anni di guerra tra i due paesi. Questo perché nei tempi più
antichi non bastava la firma o il sigillo della massima carica di uno stato su un documento per vedere ratificata una pace ma
occorreva anche che il rappresentante dell’altro sovrano assistesse al giuramento, che ne era la base fondante.

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Secondo il diritto islamico, qualora si stringa un trattato con gli infedeli, non è riprovevole cercare di ottenere il massimo dal
contratto stesso magari inserendo un’inezia che introduca un difetto oppure una piccola formula che porti al sovrano anche solo un
minuscolo pezzettino di terra. Tale espediente veniva chiamato hila, e viene utilizzato per introdurre nei tratti scopi extralegali. Gli
ottomani cercavano di aggirare la legge islamica con diversi espedienti. Es. nel 1499 venne fornito un trattato di pace
all’ambasciatore veneziano in lingua non ottomana e quindi non valido per i turchi.
Ovviamente anche i veneziani cercarono di agire nel medesimo modo: alla fine della guerra nel 1503 il doge giurò su un documento
completamente tradotto, nella cui introduzione risultava emesso dal sovrano stesso Bayezid II.
Conclusa la pace ci si recava, ed era ritenuto il motivo più valido, dagli infedeli per ottenere la liberazione dei prigionieri catturati
durante il conflitto e stabilire i confini. Quest’ultimo normalmente era deciso da una commissione congiunta veneto-ottomana che
si recava direttamente in loco per stabilire dove doveva passare la linea di demarcazione fra i due stati. Queste commissioni erano
già attive dalla seconda metà del 400’, e stabilivano i confini non solo sulla terra ma anche in mare. I mezzi utilizzati per segnalare il
passaggio da un paese all’altro erano cumuli di pietre, cippi o incisioni su alberi e rocce.

Gli accordi di pace dovevano essere rinnovati dopo le guerre ma anche alla nomina di un nuovo sultano. In base alle norme in vigore
nell’impero ottomano tutti gli atti emessi da un sovrano defunto non avevano valore e il suo successore doveva rinnovarli.
Alcuni emissari che giungevano a venezia avevano solo il compito di consegnare le lettere (fethname) recanti gli annunci delle
vittorie del sultano. Erano circolari che trasmettevano l’eroismo del sovrano e la potenza delle sue truppe, ovviamente
comprendevano diverse esagerazioni come l’acqua dei fiumi rossa dal sangue dei nemici.
Altre volte gli ambasciatori avevano il solo scopo di invitare il sovrano a feste che si tenevano a Costantinopoli: in particolare
circoscrizione dei principi o le nozze delle principesse.
Con la seconda metà del 500’ le ambascerie che dovevano trattare la pace o la guerra andavano diradandosi in favore di trattative su
pirati, merci rubate e affari mercantili.
Solo nel 700’ l’impero ottomano decise di uniformarsi agli stati europei creando ambascerie stabili negli altri paesi. Nel 1795 venne
creata quella a venezia.

Prima della caduta di costantinopoli le missioni turche che raggiungevano venezia erano composte da un turco e un greco, per
aiutarsi e controllarsi a vicenda. Gli ebrei furono utilizzati solo durante i periodi di guerra per dare scarso risalto alla missione stessa.
La qualità delle persone si accordava al motivo e al rilievo della missione: potevano essere degli interpreti del divan imperiale,
utilizzati per le loro conoscenze linguistiche ad esempio. Nel cinquecento sempre più si utilizzarono mercanti soprattutto per
acquistare prodotti di lusso. Variavano gli uomini a seconda dello scopo così come variava la possibilità di parlare a gire nel nome del
sultano.
Se le autorità centrali erano solite mandare elementi della buona società ottomana, anche per dare lustro alle proprie istituzioni, le
autorità periferiche erano solite inviare servi, agenti o segretari. La società ottomana, basata fortemente sulla meritocrazia,
rappresentava un mondo anomalo per chi era abituato a considerare la nobiltà come prerequisito necessario per giungere alle
cariche più alte.
Tra gli inviati del 500’ quelli incaricati con i compiti più importanti furono i dragomanni del divan imperiale. La loro conoscenza delle
lingue li rendeva competenti per poter trattare direttamente con i sovrani europei, anche se molto spesso utilizzavano nelle udienze
il turco e un interprete (così da avere più tempo per capire la domanda e gestirne la risposta).
Una volta deciso l’individuo che avrebbe dovuto viaggiare fino a Venezia esso si recava dal bailo, così che quest’ultimo potesse
avvisare con anticipo la madrepatria dell’arrivo del diplomatico. Il viaggio verso la città lagunare solitamente era compiuto in parte
via terra, attraverso i Balcani, e in parte via nave partendo dai porti della costa adriatica come Ragusa o Zara. L’imbarcazione variava
a seconda delle condizioni del mare. Prima di entrare in città si passava dal lazzaretto il tempo necessario per i controlli medici. Una
volta ottenuta la fede di sanità l’ambasciatore arrivava al Lido dove era accolto nella casa del consiglio dei dieci. Un corteo acqueo lo
doveva accompagnare alla sua dimora. Normalmente l’abitazione era un mezà di un palazzo veneziano (appartamento con pochi
locali ricavato dalla divisione del piano di un palazzo nobile). Per mettere a proprio agio l’emissario le sue stanze erano addobbate in
stile turco. Solitamente si sceglieva l’isola della Giudecca poiché per muoversi era necessaria una gondola e quindi i movimenti
dell’ambasciatore erano controllabili al meglio.
Qualunque fosse il posto nella gerarchia sociale dell’inviato quest’ultimo era ricevuto nel palazzo ducale almeno due volte: la prima
per consegnare le missive e le proprie credenziali e la seconda per avere la risposta e il permesso di partire. Solitamente gli uomini
del sultano portavano doni di valore ridotto rispetto agli inviati delle autorità periferiche (sangiacco di Bosnia 1522 invia due cavalli,
merce preziosissima). Dopo la prima udienza l’inviato era portato a vedere vari luoghi della città come il mercato di Rialto. Questo
perché molti inviati avevano carichi di merce da vendere che potevano appunto vendere in loco per acquistare altri merci locali.
Spesso anche gli uomini della scorta ottomana facevano altrettanto (controllo autorità prezzi che lievitano per turchi). Vi erano
anche altre visite come quella all’arsenale, solitamente accompagnata dal pranzo. Vi erano ovviamente anche le ricche feste date
nei palazzi: avere alle nozze un inviato del sultano permetteva di aggirare le leggi suntuarie veneziani che ponevano un tetto alle
spese per le celebrazioni. Quindi i nobili più facoltosi potevano dare liberamente dimostrazione della propria ricchezza. A tutto
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questo si aggiungono le feste pubbliche e le varie cerimonie alle quali gli inviti del sultano non prendevano parte ma vi assistevano
da lontano.
I veneziani furono sempre attenti a rispettare l’etichetta ottomana fornendo cibo, alloggio e vestiti agli inviati. Nell’ultimo
ricevimento a palazzo ducale l’ambasciatore e la sua scorta erano vestiti con abiti alla turca riccamente decorati fatti apposta per
l’occasione. Il vitto era fornito dai veneziani direttamente o mediante una cifra simbolica. In dono si davano dai 200 ai 1000 ducati.
La permanenza in città poteva durare da qualche giorno a qualche mese.

CAPITOLO VI – VENEZIANI IN LEVANTE

Con il termine fondaco si indica l’ostello che ospitava viaggiatori e mercanti per le vie del Mediterraneo e dell’Asia. Si tratta di un
vasto complesso destinato a fornire rifugio a uomini, bestie e mercanzie fornendo loro tutti i relativi servizi (botteghe, magazzini e
stalle). Nel medioevo i fondaci utilizzati maggiormente dai veneziani erano quelli di costantinopoli, tunisi e alessandria d’egitto.
Nel mondo islamico esistevano due tipi di fondaco: il primo era quello posto lungo le strade che ospitava indistintamente tutti i
mercanti, il secondo si trovava nelle città maggiori ove i mercanti tendevano a dividersi in base alla propria religione.
I veneziani con tale termine indicavano il luogo dove vivevano i mercanti in terra straniera, insieme poiché di muovevano in gruppi.
Spesso nel fondaco viveva il bailo, o il console, con i suoi assistenti. In caso di comunità molto consistenti gli accordi con le autorità
potevano portare alla concessione della creazione di un quartiere veneziano (es. costantinopoli fin dal 922). Qui vi erano, oltre che
ai magazzini e alle stanze, botteghe, cisterne e forni e anche una locanda. Bisognava risultare abbastanza indipendenti in caso di
attacco alla comunità. All’interno del fondaco si potevano bere alcolici e consumare, e allevare, maiali. Solitamente all’interno del
fondaco, o nelle sue vicinanza, vi erano poi una chiesa (solitamente quelle veneziane erano dedicate a San Marco) e un cimitero
dove seppellire i morti in terra straniera.

Mario Cavalli: autore libro sull’arte diplomatica che scrive anche dettagliatamente di tutto ciò che vi gravita intorno (es. seguito)
La corte di un console o di un bailo era composta da elementi con il compito di coadiuvare l’inviato, a cui spesso nelle missioni di
maggiore importanza, si univano rampolli provenienti dai ranghi della nobiltà che approfittavano del viaggio per iniziare a conoscere
le vie della diplomazia e della politica internazionale. Tra il seguito la figura sicuramente più importante era quella del segretario che
svolgeva il ruolo di cancelliere per gli atti pubblici e di notaio per quelli privati. Nel medioevo tale funzionario era un prete e quindi
svolgeva anche il ruolo di cappellano. Tale figura rimase in voga fino alla fine del 400’per poi scindere il carattere religioso da quello
amministrativo.
I segretari che accompagnavano i consoli o i baili erano tutti esperti nelle leggi e nel diritto veneziano, potevano essere a loro volta
abili diplomatici, e alcuni intervennero direttamente nelle trattative diplomatiche. In età moderna venivano tutti dalla classe
cittadinesca, a differenza del bailo o console che erano nobili. Nel caso di funzioni diplomatiche erano accreditati presso le corti
estere ma sempre tenendo il titolo di segretario. Tale carica dotata di poteri d’ambasciatore ma priva del titolo era utilizzata nei
momenti di tensione quando era sconsigliabile inviare un nobile per le trattative. Alla carica di segretario poteva accedere solo un
cittadino veneziano, la cui cittadinanza veniva esaminata da una commissione apposita. C’erano vari gradi di cittadinanza, i cui
requisiti variarono nei secoli divenendo sempre più restrittivi. La più prestigiosa era la cittadinanza originaria che permetteva di
accedere alla carriera burocratica ed era riservata alle famiglie che risiedevano a Venezia da tre generazioni. Solitamente i segretari
dovevano occuparsi delle missive e dei cifrari, di organizzare il servizio postale, di gestire l’archivio e di tenere i giornali di cassa.
Nel seguito era compreso anche un medico-fisico che curava la salute dei membri della missione. A Costantinopoli si poteva anche
ricorrere ai medici della corte imperiale che erano in grande numero ebrei (professione che un ebreo poteva svolgere nel mondo
cristiano).
Vi erano anche altri servitori come il maestro di casa, lo scalco e il cuoco. Quest’ultimo era molto importante poiché doveva saper
organizzare banchetti con ciò che trovava in loco e quindi doveva conoscere la cultura gastronomica di popoli diversi. La cucina era
molto importante sia in Europa che nell’impero ottomano. Durante le festività civiche a Costantinopoli i baili erano tenuti non solo a
parteciparvi ma anche a dare feste e ricevimenti.

Secondo il Cavalli il servitore del segretario era bene fosse analfabeta, così da non correre il rischio che informazioni vitali
trapelassero. Al contrario il segretario e gli interpreti dovevano essere letterati: il primo doveva conoscere bene l’arte del notaio
mentre i secondi dovevano essere ferrati nelle lingue del paese (baili e notai sfruttavano le abilità dei subordinati).
Per le lingue difficili come il turco e l’arabo i veneziani decisero sempre di affidare la missione a persone che avevano già abitato in
loco ma nei contatti diplomatici con i turchi venivano sempre utilizzati i dragomanni, risultavano quindi vitali gli interpreti. All’inizio
per comunicare si usava il greco (quando Mehmed II conquistò Costantinopoli scrisse lettere ai sovrani europei in greco). Con
Bayezid II, alla fine del secolo, si ebbe la turchizzazione dell’apparato burocratico, con la sostituzione del greco con il turco-
ottomano. Nei tempi più antichi il bailaggio veneziani utilizzò personale locale. I dragomanni erano i traduttori, per lo più sudditi
ottomani che per un caso o per l’altro erano finiti a impratichirsi della lingua dei nuovi conquistatori. Con il tempo la carica andò
strutturandosi: vi era il dragomanno grande, capo dell’ufficio di interpetaggio da cui dipendevano il dragomanno piccolo (che si
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occupava delle questioni relative alle merci e ai mercanti) e un dragomanno da strada (incaricato di accompagnare i baili nei loro
viaggi dalla madrepatria alla porta e viceversa).
Per non dipendere completamente dai sudditi turchi Venezia decise di creare nel 1551 una scuola a Costantinopoli per ragazzi
(chiamati poi giovani di lingua) inviati da Venezia e appartenenti alle famiglie della burocrazia. All’inizio erano due ma poi salirono,
nel 1625-6, a quattro con sette anni di residenza per imparare meglio il turco, usato dalla popolazione, e l’ottomano usato dalla
corte e ricco di termini di origine araba e persiana. Tuttavia non sempre si ebbero buoni risultati (alcuni soffrirono il distacco
familiare, altri non si adattarono, malattie, ecc). Maggiore opportunità ebbero gli esponenti di alcune famiglie latine di
Costantinopoli che iniziarono a passarsi la carica di padre in figlio (provenivano dall’ambiente notarile quindi avevano una buona
conoscenza delle lingue). Avevano una tendenza a sposarsi all’interno del gruppo dei latini, questo gli fece guadagnare la fiducia e il
supporto veneziano.
La vita dei dragomanni era rischiosa poiché poteva capitare che i pascià si adombrarsi per una parola sbagliata o i veneziani stessi
potevano sospettarli di tradimento. Alcuni morirono: es. 1620 Marcantonio Borissi fu impiccato poiché accusato dal gran visir di
aver parlato contro la legge e l’onore durante a una discussione relativa a una controversia con mercanti bosniaci sudditi ottomani.

L’attività del bailo di Costantinopoli dipendeva dalla corrispondenza scambiata con il governo centrale. Quando divennero
responsabili di tutti i consolati e i viceconsolati in terra ottomana la corrispondenza si infittì ulteriormente. Da Venezia giungevano
istruzioni precise mentre arrivavano lettere con informazioni che potevano essere vitali per la repubblica stessa. Non esisteva un
servizio di posta statale ma ognuno si organizzava liberamente (alle volte servendosi anche dei portalettere). I baili veneziani
utilizzavano personale professionistico che partiva a intervalli regolari: solitamente due volte al mese. Inizialmente il percorso era
interamente vi mare, salvo poi con l’aumento dei pirati, preferirne uno misto.
Nel 1535 Venezia decise di far arrivare e partire la propria posta dalla città di Cattaro, in territorio di San Marco servendosi di corrieri
slavi, i veneziani pagavano una tangente ai signorotti locali per garantirne la sicurezza. Questi corrieri solitamente partivano in
gruppi di due, o in caso di pericolo in gruppi maggiori, ma viaggiavano sempre a piedi. Cattaro distava da Costantinopoli 850 Km, e si
stima che questi inviati riuscissero a percorrere a piedi dai 20 ai 40 km al giorno di strade di montagna a seconda della stagione e del
tempo. La vita del corriere non era facile poiché oltre ai banditi in tempo di guerra il solo portare una lettera del bailo era punibile
con la morte.
Il servizio postale veneziani era tanto efficace che vi facevano ricorso, fino al 600’, anche molti altri paesi europei per consegnare
missive in terra turca. Dal 700’ gli Asburgo aprirono a Costantinopoli un vero e proprio ufficio postale aperto al pubblico che divenne
tanto efficace e sicuro da essere utilizzato da moltissimi mercanti e alle volte dai veneziani stessi.
Per evitare che qualche male intenzionato aprisse la posta per leggere i veneziani ricorsero ad un sistema cifrato. Erano soprattutto i
notai o segretari a dedicarsi a questa arte. I sistemi escogitati erano molto ingegnosi: dalle pagine bucate consegnate ai baili al
momento della loro partenza (messi sulla lettera evidenziavano solo alcuni caratteri) fino alle ruote di carta che permettevano al suo
possessore di assegnare la giusta corrispondenza tra lettera e simbolo.

Era combattuta poi una guerra segreta di spionaggio tanto da far ritenere ai turchi che la casa bailagia fosse un ritrovo di spie.
Capitava infatti che mercanti o marinai si affrettassero a comunicare quanto visto o udito. La fuga di notizie poteva costare caro: es.
1537-40 si registrò una fuga di notizie da Venezia all’impero ottomano. L’ambasciatore francese a Costantinopoli, informato dal suo
collega a Venezia che aveva corrotto dei veneziani, aveva informato i turchi dei territori che Venezia era disposta a perdere nelle
trattive in corso. Così facendo ecco che nelle trattive i veneziani si ritrovarono svantaggiati.
I veneziani cercarono anche di eliminare direttamente il problema arrivando a progettare l’omicidio di Selim II nel 1571 proponendo
ricchezze, terre e titoli feudali a uno spagnolo che si era proposto per l’incarico. Il tutto non si concretizzò mai.
Più fortuna ebbe il consiglio dei Dieci nell’eliminare quanti avevano tradito mediante veleni o assassini ben coperti: 1592-3 venne
avvelenato il dragomanno Matheca Salvago, di ciò si incaricò il bailo stesso. L’elenco dei morti in tale modo è molto lungo ma la cosa
interessante è che spesso sono gli stessi elementi in loco a eliminare il problema rendendo così il tutto efficienze e funzionale.

Il levante mediterraneo era una delle zone preferite per l’acquisto di merci da parte veneziani soprattutto in Egitto, Siria e a
Costantinopoli. La volontà veneziana era quella di poi speculare rivendendo le mercanzie nelle piazze lontane. Le pietre preziose
erano solo una delle tante merci che baili e consoli compravano in levante. Per tutto il medioevo spezie, grano, stoffe, schiavi e
legname furono i prodotti più trattati.
Ampio mercato avevano le opere d’arte sia vendute che comprate dai mercanti veneziani (o saccheggiate, come i cavalli di bronzo
della basilica di San Marco frutto del sacco di Costantinopoli nel 1204). L’arte era apprezzata anche per il messaggio di potenza e
ricchezza che poteva trasmettere. La guerra, le conquiste e la politica si fondevano con il mondo dell’arte. I medesimi architetti che
edificavano palazzi e luoghi di culto costruivano anche fortezze. Es. Bayezid II nel 1502 invitò a Costantinopoli Leonardo da Vinci e
nel 1506 Michelangelo.

CAPITOLO VII – TRA DUE IDENTITA’


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Se per un musulmano vivere nell’Europa cristiana era impossibile, se non come schiavo o come mercante o diplomatico, viceversa
per un cristiano era possibile vivere in terra musulmana stabilendosi anche se nella maggior parte dei casi ci si convertiva per
dimostrare di aver completamente troncato con il passato. Tra coloro che sceglievano di convertirsi la maggior parte erano gli
schiavi che volevano una vita diversa o artigiani specializzati in cerca di retribuzione più alta o oppositori politici in fuga dal proprio
governo sulla quale testa molto spesso pendevano condanne.
Venezia, soprattutto in età moderna, con la proibizione di tenere schiavi musulmani e lo scambio di prigionieri con i turchi
rappresentò una possibilità di salvezza per quanti erano costretti al remo nelle galere delle varie flotte europee. Es. dalla repubblica
passarono i mori dopo la diaspora spagnola del 1609 sotto Filippo III d’Asburgo. Il gesto convenzionale che decretava il passaggio da
uno stato all’altro, o da una fede all’altra, era il cambiarsi d’abito.

Molto spesso anche gli schiavi cristiani in terra musulmana cercarono la salvezza nei territori di San Marco. A volte uno schiavo al
seguito di un ambasciatore riusciva a fuggire (tanto da creare un incidente diplomatico in cui le autorità veneziani cercarono sempre
di defilarsi). Gli schiavi al seguito degli emissari turchi erano tutti molto giovani: sodomia contro la quale si interveniva solo se
travalicava i limiti consentiti.
In generale Venezia accoglieva con una certa facilità quanti avevano abiurato il cristianesimo ma decidevano di farvi ritorno: es.
Giacomo di Malnisio da Sacile detto il Mammalucco, catturato in Friuli nel 1499 divenne un soldato in Egitto ove scalò i ranghi fino a
entrare nelle guardie del sultano. Arrivato a Venezia nel 1507 con l’ambasciatore mamelucco Giacomo si innamorò di una ragazza,
decise di tornare al cristianesimo e di trasferirsi in Friuli. Vista la sua abilità con le armi la repubblica decise di assoldarlo per formare
un reparto di cavalleria leggera. Combatterà contro la lega di Cambrai ma morirà di malattia nel 1511. In caso fossero schiavi dei
turchi si poteva ben capire il motivo per il quale avessero cambiato religione e non ci si interrogava più di tanto. Nel caso di operai
dei cantieri navali si tendeva ad accoglierli per poter sfruttare la loro abilità, e per evitare un esodo si quelli veneziani si tenevano i
loro stipendi elevati.
Invece per chi se ne andava cercando un miglioramento sociale molto spesso si ricorreva ad una silenziosa vendetta mediante
omicidi: rinnegati e traditori veniva uccisi soprattutto con il veleno, solitamente miscelato con il caffè quando divenne popolare a
Costantinopoli.
Quanti invece decidevano di passare dall’Islam al Cristianesimo venivano invece accolti con grande giubilo a Venezia: la conversione
era vista come una grande vittoria sul nemico musulmano. A volersi convertire erano soprattutto soldati e marinai, stanchi degli
orrori della guerra, o gente comprata o catturata. Alcuni erano figli di donne cristiane sposate a musulmani che decisero di adottare
la religione materna. Altri erano uomini cresciuti nei territori di che decidevano di abbracciare la fede dei vicini. Molti lo fecero per
convinzione, altri per aver ricevuto una grazia. La preparazione al battesimo avveniva nella casa dei Catecumeni, ove il neofita
poteva imparare i rudimenti della nuova fede. Il primo problema era la lingua (croato, turco o serbo) per cui si usava un interprete
nei casi in cui non vi era una conoscenza dell’italiano maturata in precedenza. Contribuì alla diffusione del turco a Venezia.
L’indottrinamento durava sei mesi durante i quali si imparava la nuova fede, si imparava l’italiano e ci si preparava per il futuro
lavoro. Per il battesimo occorreva la presenza di un padrino che pagasse la cerimonia: nel caso degli schiavi erano i padroni a
intervenire in tale veste, che poi si riportavano lo schiavo a casa che non sempre veniva liberato. Anche chi poteva dirsi libero
difficilmente trovava un’occupazione diversa da quella progettata da chi aveva pagato per lui. La Pia Casa continuava a occuparsi dei
convertiti anche una volta inseriti nella società veneziana: pagava loro la gilda dei lavoratori che li accoglieva per insegnare il
mestiere e assisteva le donne in caso di bisogno. Nobili e benestanti erano soliti recarsi dai Catecumeni per ricavarvi mano d’opera a
basso costo.
Non importa la provenienza sociale del convertito, sia esso figlio di un sultano o uno schiavo, salvo entrare nei ranghi ecclesiastici
l’integrazione poteva avvenire soltanto nei ranghi più bassi della società (Salvo essere tenuto come pedina per Cem, fratello di
Mehmed II che pagava gli stati europei per la sua prigionia dorata).

La classe dirigente ottomana era costituita in larga parte da ex cristiani, che convertiti da giovani avevano possibilità di ascesa
sociale. Era un sistema meritocratico: chi si dimostrava capace e riusciva a destreggiarsi nel mondo della politica ottomana,
imparandone tutte le regole, specialmente quelle non scritte, poteva arrivare ai vertici. Molti di questi arrivavano dal devsirme , cioè
la consegna come tributo agli ottomani dai contadini cristiani dei Balcani che erano costretti ogni sette anni, a cedere un figlio per
famiglia (tributo dovuto da famiglie allargate).La famiglia sicuramente ne soffriva dal punto di vista sentimentale ma sperava che il
ragazzo arrivasse alle più alte cariche dello stato per poter poi fare la fortuna del villaggi d’origine e dei suoi parenti cristiani. I più
promettenti erano avviati alla scuola del serraglio, destinata a preparare i quadri dirigenti del futuro. Educati severamente all’arte,
alle scienze, alla lingua e all’etichetta ottomana, e istruititi nella religione islamica, essi servivano come paggi del sultano. La loro non
era vista come una conversione forzata: se i figli seguivano la religione dei padri allora essendo questi ragazzi membri della famiglia
del sultano erano destinanti a divenire musulmani. Solitamente quando spuntava la prima barba tali ragazzi erano avviati alla
carriera politica.
Alla scuola del palazzo imperiale, dove i migliori erano avviati a imparare la gestione del potere, potevano entrare anche altri giovani
schiavi acquisiti dallo stato nelle maniere più diverse: doni o razziati. Es. Ibrahim pascià proveniente dallo stato de mar (sotto
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Solimano I) tenne sempre un atteggiamento favorevole nei confronti della repubblica, soprattutto per ragioni economiche e di
convenienza politica. Sotto Ibrahim fece carriera anche Alvise Gritti (figlio illegittimo del doge Andrea), che stabilitosi a
Costantinopoli ove non esisteva la distinzione tra figli bastardi e legittimi, riuscì ad arricchirsi moltissimo e seppur non convertendosi
mai riuscì a estendere la propria influenza anche alla porta. La sua fine avvenne quando incaricato dal sultano nel 1532 di cercare un
accordo tra Ferdinando d’Asburgo e il re ungherese Zàpolya, presso il quale serviva con enormi poteri, pensò di prendere il posto di
quest’ultimo ma venne invece catturato, dopo che la popolazione gli venne fatta insorgere contro, consegnato al boia nel 1534 e il
suo enorme tesoro venne depredato.
Altro personaggio veneziano famoso fu, tra la fine del 500’ e l’inizio del 600’ per trenta anni, il capitano degli eunuchi bianchi del
palazzo imperiale. Era un membro di una famiglia cittadina, quella dei Michiel, di cui non sappiamo il nome ma fu figlio della nobile
Franceschina Zorzi. Nel 1559 si imbarcò su una nave, con la famiglia, diretta a Budua nell’albania veneta ove il padre era rettore. I
corsari li fecero prigionieri e li portarono a Costantinopoli. Franceschina riuscì a riscattare se e le due figlie senza poter fare nulla per
i due figli maschi che vennero consegnati al palazzo imperiale. Entrambi si convertirono e divennero amici intimi del principe Selim.
Decisero di divenire eunuchi per stare sempre vicino al ragazzo, convertendosi e prendendo i nomi di Cafer e Gazanfer (il nostro
soggetto). Cafer morì nell’operazione mentre il fratello nel 1577 divenne il capo degli eunuchi, carica che antenne fino alla morte.
Giocò un ruolo importante nel sultanato delle donne costringendo anche suoi parenti, come la sorella Beatrice e il figlio di
quest’ultima a convertirsi per i suoi fini politici. Morì decapitato.

Le giovani che entravano nell’harem del sultano senza tuttavia acquisirne i favori, finendo così a fare le schiave e le cameriere, erano
liberate dopo nove anni. Lasciavano il palazzo con dei doni in gioielli. Nel caso avessero deciso di rimanere a lavorare per altri nove
anni avrebbero ricevuto una casa e una pensione. In tal modo, molte donne dell’harem non ancora trentenni, si ritrovarono
sistemate a vita. La raffinata educazione che avevano imparato e l’amicizia con la sultana permettevano loro di riuscire a trovare
marito facilmente.
Gli stretti contatti tra Venezia e l’impero ottomano spinsero, o costrinsero, alcune donne a cambiare paese e religione. A Venezia
esiste ancora una calle detta “delle turchette” che secondo la tradizione prende il nome dalla casa destinata alle neo convertite. Tra
6-700’ molte donne passarono per la casa dei Catecumeni per convertirsi. L’incremento delle conversioni è da attribuire alle guerre
veneto-turche. Si trattava di donne rapite alle loro famiglie nelle zone di conflitto o che approfittavano dei tempi incerti per fuggire
da situazioni difficili. Non si parlava più di schiavitù ma ancora di stato servile, tanto che una volta entrate nella Pia Casa potevano
rifiutarsi di tornare alla casa del padrone. Era allora l’istituito a deciderne la sorte molte finivano a fare lavori domestici, per altre si
riusciva a trovare una dote e a farle sposare mentre altre ancora divenivano monache. Molti dei mariti erano anch’essi neo
convertiti. In rari casi la Pia Casa pagava perché le donne imparassero un mestiere: molte finirono a fare le maestre o le domestiche
in case private, mentre quelle che non riuscirono a sopportare la disciplina finirono con il fare le prostitute.

L’inizio del sultanato delle donne si ha con l’ascesa della moglie di Selim II, Nur Banu, che poi governò anche come tutrice del figlio
Murad III negli ultimi anni del 500’. L’origine di tale donna è incerta: alcuni dicono che sia stata rapita a Corfù durante una delle
scorrerie di Barbarossa altri che sia di nobili natali veneziani e venne venduta dallo stesso doge o da suo padre al sultano. Sebbene
la storia più credibile sia decisamente la prima quando il principe Selim inviò un emissario a Venezia per chiedere notizie sui natali e
sulla parentela veneziana della donna: la Serenissima decise di confermare l’appartenenza alla nobiltà veneta della donna ben
sapendo che poteva così contare su un alleato direttamente al vertice del potere ottomano mentre la donna guadagnava un alleato
potente. Nur Banu si mantenne fedele a tale alleanza per tutta la vita. Selim la sposò ma la vera carriera politica della sultana iniziò
durante il regno del figlio debole Murad III nel 1574, morì nel 1583 e si parlò di veleno. Intrattenne una fitta corrispondenza con solo
con Venezia e le sue autorità ma anche con la regina madre francese Caterina de Medici. I contatti con il bailo veneziano erano
tenuti mediante una delle sue serve, Esther Handali (chiamata con il titolo di kira, dal greco signora, cioè colei che tiene i rapporti
tra il palazzo e il mondo esterno, sempre di origine ebrea) , che aveva il compito di ricever i doni o gli acquisti fatti a Venezia per la
sultana per offrire in cambio un contatto informale con il sultano o per riuscire a ottenere ciò che Venezia chiedeva. Morta Nur Banu
passò sotto la sua rivale Safiye ma morì nel 1588 compianta da molti. Divenne kira l’italiana Esperanza Malchi che durò ben poco
visto il suo interesse per il denaro e il suo spirito anti veneziano. Litigò con Beatrice (sorella di Gazanfer) che malvolentieri accettava
la sua situazione e iniziò a operare a favore della repubblica legandosi al partito filo veneziano dell’harem e divenendo gli occhi e le
orecchie del bailo. Esperanza divenuta ormai molto potente e ricca fu uccisa a causa della sua stessa situazione: si diceva che
volesse divenire la regina degli ebrei. Durante una sollevazione contro gli ebrei nel 1600 Esperanza trovò la morte per mano dei
soldati del sultano. Il capitano dei soldati era un veneziano convertito Marcantonio Querini. Grazie a Gazanfer riuscì a farsi strada
divenendo capo dei sipahi, una delle massime cariche militari del regno. Attiratosi l’odio di Safiye morì durante una rivolta delle sue
truppe nel 1602.

Le donne quindi per tutto il “sultanato delle donne”, concluso nel 1651 con la morte della vecchia tutrice Kosem, ebbero un ruolo di
primo piano non solo nella gestione del potere ma anche nell’elezione e nella caduta dei vari gran visir. Le donne erano solite allora

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recarsi a palazzo dove godevano di un proprio seguito di funzionari e gestivano il potere direttamente (non si può sapere se durante
le trattive del divan dietro la grata vi fosse il sultano o la sultana).

In età moderna Venezia era percepita come uno dei centri europei dello spionaggio. La rete di ambasciatori e consoli incaricati di
scrivere regolarmente agli uffici centrali faceva pervenire notizie riservate su quanto accadeva nel resto delle corti europee e non.
Leggi severissime imponevano ai nobili di non avere contatti con rappresentanze straniere per non avere occasione di fare
confidenze su ciò che veniva detto o ascoltato in palazzo ducale. Allo stesso modo mercanti, segretari e marinai potevano essere
valide fonti di informazioni. Nel medesimo periodo a Costantinopoli giungevano tutte le notizie sulle province dell’impero
ottomano, e quindi sulla totalità dei paesi musulmani del Mediterraneo insieme alle notizie sulle corti europee.
L’attività spionistica ottomana era suddivisa su quattro livelli: in primo luogo vi erano le notizie reperite direttamente a
Costantinopoli; poi quelle inviate alla capitale dai funzionari provinciali, in particolare dalle zone di confine; altre informazioni
giungevano dagli stati vassalli o legati da accordi (es. Ragusa luogo di raccolta informazioni vitale a tutti) e infine vi era lo spionaggio
vero e proprio e controspionaggio.
Coloro che fornivano informazioni di politica internazionale erano per lo più italiani, es. mercante e viaggiatore fiorentino Benedetto
Dei assoldato dal sultano durante la sua permanenza a Costantinopoli dal 1460 al 1467.
Soprattutto Bayezid II, per tenere sotto osservazione il fratello Cem, condusse una forte politica di spionaggio tenendosi informato
sulle corti europee e cercare di ottenere contatti con chi poteva attentare alla vita del fratello (invio quadri ai Gonzaga nel 1493
raffiguranti Cem e l’inviato ottomano, doni molto strani forse per far capire il bersaglio).
Anche gli ambasciatori avevano il compito di reperire informazioni. Nel 1463, poco prima della guerra veneto-turca, giunse a
Venezia un inviato per parlare di navigazione e del dazio sul sale, ma probabilmente doveva scoprire informazioni sulla situazione.
Una delle figure che maggiormente ha interessato gli storici nel capo dello spionaggio ottomano fu l’ebreo Giuseppe Nassì. Amico di
Selim II sarebbe stato l’ispiratore della guerra per Cipro e il capo di una rete spionistica ottomana in Italia. Le fonti veneziane tra il
1568 e il 1574 sembrano abbondare di notizie riguardanti la rete di spie gestita dal Nassì. Quando alla vigilia della guerra scoppiò un
incendio nell’arsenale il consiglio dei Dieci tuttavia trovò il colpevole nel collettore delle tasse Mahmud, accusato di essere a capo
della rete delle spie. Fu fatto prigioniero in Erzegovina durante la guerra e nonostante i plurimi interventi del sultano per liberarlo
venne ucciso segretamente nel 1586 comunicando a Costantinopoli che era morto in seguito ad una malattia.
Con il 6-700’ le operazioni di spionaggio diminuirono da parte di entrambi i paesi utilizzando il fondaco come luogo di controllo degli
elementi esterni (1662 ordine di riunire tutti i musulmani nel fondaco in questa ottica). Con il 700’ e Venezia in secondo piano ecco
che la rete di spie turche si sposta progressivamente verso le altre corti europee ormai al centro del gioco politico da cui la
Serenissima è esclusa.

CAPITOLO VIII – MUSULMANI A VENEZIA

Una delle prime notizie di musulmani a Venezia, non schiavi, risale alla seconda metà del 400’ e riguarda il capitano di una nave. Nel
1486 Yusuf fu condannato a morte per aver usato violenza a un ragazzo in un’osteria in piazza San Marco. Tuttavia la pena non fu
applicata per le rimostranze del sultano che portarono alla liberazione del capitano in terra turca. Nel 1507 vennero frustate tre
cortigiane colpevoli di essersi accompagnate a ebrei e musulmani, pratica condannata per legge. Nel Ghetto Vecchio venne creata
nel 1566 una specifica struttura per ospitare gli stranieri e ne goderono soprattutto gli ebrei sudditi del sultano.
I mercanti turchi furono gli ultimi a comparire sulla scena veneziana. I musulmani solitamente non si fermavano a lungo in città ma
seguivano le stagioni dei commerci arrivando in primavera e ripartendo in autunno. Le abitazioni che vennero predilette da tali
mercanti sono in zona Santa Maria Formosa e San Giacomo di Rialto, ovvero luoghi vicino all’approdo delle navi e al mercato di
Rialto. Molti trovarono alloggio nelle osterie e nelle case delle prostitute, pochi si fermarono stabilmente.
Nel 500’ Venezia era una città violenta: è stato calcolato che tra il 1524 e il 1533 ogni anno morirono circa 50 persone. Nulla di
strano se i sudditi del sultano fossero soggetti ad atti ostili. Esempio appena finita la guerra del 1574 gli inviati ottomani furono
assaliti da dei soldati veneziani. Quando un musulmano moriva a Venezia i suoi compagni solitamente rispettavano i riti islamici e le
tradizioni funebri del suo paese: il corpo veniva lavato, profumato e avvolto in un sudario per poi essere deposto in una bara.
Seguivano l’elemosina ai poveri e le preghiere per il defunto. Se era un personaggio ricco o potente veniva scortato verso il suo
ultimo luogo di riposo da un corteo di gondole. Il problema era nella sepoltura: il consiglio dei Dieci fece seppellire i turchi uccisi
segretamente all’isola del Lido dove già si seppellivano protestanti ed ebrei, ma non sono rimaste lapidi ottomane a testimoniarne
la presenza. In base alle capitolazioni di pace quando un musulmano moriva in terra veneziana la repubblica si impegnava a
trasmettere ai suoi eredi i beni del defunto: questi potevano essere trattenuti dallo stato finché non giungessero gli eredi
dall’impero ottomano oppure erano affidati a dei mercanti diretti in loco per consegnarli.

Durante il 500’ il numero di mercanti turchi andò aumentando: alcuni arrivavano da Costantinopoli ma la maggior parte dai Balcani,
poiché erano più vicini e quindi il viaggio meno lungo e pericoloso. Quest’ultimi commerciavano in pelli e animali, al pari di quanti
arrivavano dall’Anatolia. L’aumento del numero dei musulmani iniziò a creare gradualmente dei problemi: durante il periodo della
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Controriforma la presenza di non cattolici in città non era vista in maniera positiva dalla popolazione. Il pragmatismo veneziano
rinviò sempre a una politica di prudenza volta a non turbare gli animi. La classe dirigente della Serenissima continuò a sostenere gli
scambi con i musulmani anche in questo periodo particolare portando ad un aumento della presenza di mercanti a Rialto. Con la
guerra per Cipro la popolazione e il governo veneziano stesso si trovò in uno stato di tensione con i musulmani presenti in città
tanto da arrivare a imprigionarli e a boicottare gli scambi che ripresero normalmente solo con la pace del 1573.
I mercanti musulmani chiesero alle autorità la costruzione di una casa solo per loro, similmente al ghetto ebraico. Nel 1575 il
governo accettò la richiesta e fece ristrutturare l’osteria dell’Angelo a poca distanza da Rialto così da creare il primo fondaco dei
turchi a Venezia. L’edificio, sebbene dotato di magazzini, cisterne e tutto ciò di cui i mercanti necessitavano, non era molto amplio
tanto che poterono risiedervi solo i turchi di Bosnia e Albania mentre gli altri continuarono a risiedere nei quartieri scelti in
precedenza. Con l’aumento dei mercanti si decise di cercare una nuova soluzione. Si decise nel 1618 di utilizzare il palazzo Palmieri
da Pesaro a San Giacomo dall’Orio, situato su un’isola abbastanza lontano da San Marco e da Rialto ma comodamente raggiungibile
e quasi del tutto autonomo. Nel 1621 il fondaco era pronto e poteva ospitare fino a 200 persone contro le 70 effettive, divise a
seconda della propria provenienza. Vi erano tutti i confort necessari, compresa una sala di preghiera. I mercanti pagavano un affitto
in base alle stanze e ai magazzini occupati e dovevano rientrare in serata nella struttura poiché questa veniva chiusa. L’accesso era
proibito a donne e ragazzi veneziani. Il progetto di riunire in una sola casa tutti i musulmani fallì: i persiani fecero forte resistenza
tanto che quando nel 1662, durante la guerra di Candia, si decise di radunare tutti i musulmani nella casa per protesta i persiani
abbandonarono per sempre Rialto. Dopo il 1621 i musulmani potevano stare fuori nelle ore notturne solo mediante un permesso
speciale, come per assistere alla macellazione rituale per la comunità.
Sappiamo poco della vita dei turchi a Venezia salvo che durante il 700’ questi si erano ben amalgamati alla popolazione tanto da
parlare un ottimo italiano, vestirsi alla orientale e uscire sempre più spesso durante la notte per svaghi europei come il teatro senza
neanche chiedere il permesso speciale nonostante le autorità plurime volte ribadirono la sua necessità.

Le navi ottomane che giungevano a Venezia avevano un ancoraggio riservato, tra l’Arsenale e San Zaccaria, un po’ lontano dalla riva
in modo da essere costretti a prendere una barca per raggiungere la riva. Durante il 5-600’ fu utilizzata ampiamente la zona di fronte
a Santo Sepolcro e ciò spiega la preferenza di residenza turca in Santa Maria Formosa o di San Martino. Dopo il 1621 le merci turche
iniziarono ad essere sbarcate nel fondaco, precauzione presa contro il contrabbando. Anche le armi dovevano essere consegnate ai
capitani delle navi o ai guardiani del fondaco. Le contrattazioni avvenivano a Rialto anche se la merce usciva dai magazzini a affare
avvenuto. Alle contrattazioni doveva essere presente non solo un sensale ma anche un interprete di stato per evitare che i sudditi
ottomani venissero ingannati e potessero poi sorgere contestazioni. La presenza dell’interprete di stato durante gli scambi
commerciali, pagato un terzo del salario del sensale, fu ribadita più volte durante il 500’, una delle del 1588 stabiliva che tutti i
sensali dovevano segnalare nei propri registri le transazioni commerciali a cui avevano assistito, e in caso vi fosse coinvolto un turco,
dovevano richiedere anche la sottoscrizione del dragomanno per segnalare che non erano state compiute frodi.
Con l’aumento dei mercanti turchi a Venezia, e di conseguenza l’aumento degli scambi commerciali portò ad un aumento degli
intermediari. Nel 1435 venne stabilito che i sensali potevano essere solo veneziani: dovevano essere cittadini, o aver sposato una
donna veneziana o dimostrare di aver risieduto in città per 10 anni. Solo le intermediazioni per granaglie, preziosi e cambi potevano
essere gestite anche da stranieri. Nel 1497 il consiglio dei Dieci concesse l’autorizzazione a fondare la gilda dei sensali. Nel 1503
venne stabilito che un massimo di 100 sensali poteva operare a Rialto, limite che venne portato a 150 e nel 1520 vennero esclusi li
ebrei. Le transazioni con i musulmani erano riservate ai sensali ordinari, la cui occupazione richiedeva una certa conoscenza
linguistica tanto che alcuni decisero solo di dedicarsi agli scambi con i turchi. Quando il volume degli scambi andò aumentando si
iniziò a far ricorso ai così detti “straordinari solo per turchi” abilitati a occuparsi esclusivamente dei sudditi del sultano, scelti
soprattutto per le loro competenze linguistiche.
Fin dal 400’ i sensali dovessero sincerarsi che venisse pagata la messetteria, ovvero la tassa la governo veneziano sui commerci. Essi
dovevano segnalare nei propri libri tutte le transazioni che dovevano poi essere autenticate mediante la firma del venditore, del
compratore e di un testimone (se una delle parti non sapeva scrivere imprimeva il proprio sigillo al posto della firma). Compito dei
sensali controllare che i mercanti tornassero al fondaco dopo il tramonto.
In alcuni possedimenti dello stato de mar si creò addirittura un console dei mercanti turchi, come a Corfù e Zante che sopravvissero
vino al 700’, altri esperimenti come a Cefalonia ebbe invece vita breve. I consoli venivano decisi dalle autorità veneziane, anche se
poi i mercanti turchi potevano rigettare il vincitore, questi pubblici ufficiali avevano il compito di controllare i commerci e i
versamenti dei tributi.
Spesso i mercanti ottomani agirono a Venezia come una vera e propria comunità nazionale che poteva eleggere i propri
rappresentanti per trattare con e magistrature dello stato che li ospitava o tutelare interessi comuni. Nel 1628 46 mercanti
chiamarono nel fondaco il notaio Paganuzzi per nominare un fattore, una specie di agente consolare, che tutelasse i loro interessi.

Dal punto di vista islamico il mare non è dimora della guerra né dimora dell’Islam ma può essere acquistato da qualsiasi sovrano che
ne conquisti le coste. Al contrario i giuristi europei pensavano che essendo il mare un bene comune non ci si potesse regnare.
Venezia non accettò mai questa idea tanto da considerare l’Adriatico come il proprio golfo. Nei capitolati tra veneziani e turchi gli
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ultimi rinunciavano ad attaccare con i propri corsari le navi e i possedimenti veneziani nel suo golfo mentre le navi turche potevano
girarci liberamente. Questo non salvava le coste italiane dagli attacchi musulmani.
Il principale porto per i mercanti ottomani sull’Adriatico divenne Ragusa (pagava un tributo per non essere attaccata), in seguito alle
conquiste nei Balcani e dell’Ungheria, che iniziava ad essere considerata un territorio che faceva quasi parte dell’impero pur senza
averne il diretto controllo. I mercanti arrivavano quindi a Ragusa o nei porti greci per poi imbarcarsi verso Venezia. Con l’aumento
dei commerci andò aumentando anche l’attività dei pirati nell’adriatico, sia musulmani che cristiani. A causa dei frequenti attacchi
dei corsari turchi alle coste italiane durante il 500’ vennero edificate numerose torri di guardie per osservare il mare e il suo traffico,
oltre che per avvisare in caso di pericolo la popolazione che poteva mettersi in salvo con i propri averi dietro le mura delle città o nei
castelli. Il pericolo cristiano era dato dagli uscocchi, sudditi degli Asburgo, che agivano nell’Adriatico per disturbare i commerci tra
Venezia e Costantinopoli e cercare si esasperarne la situazione. Più volte il sultano chiese ai veneziani di intervenire contro questi
pirati e rendere sicuri i loro mari. Gli uscocchi vendevano le proprie refurtive nel fiorente mercato di Trieste. Inizialmente i pirati
uscocchi attaccavano le navi musulmane perché infedeli e quindi i mercanti turchi decisero di imbarcarsi sulle navi veneziane o
ragusane più sicure. Poi i pirati iniziarono ad attaccare indistintamente chiunque rendendo le acque pericolose. La situazione andava
peggiorando tanto da portare il sultano a minacciare l’intervento diretto della sua flotta nel golfo veneto per porre fine alla
situazione. Solo con la guerra di Gradisca del 1615-18 tra Venezia e l’impero venne posta la fine delle attività dei corsari.
Come risposta alle attività della pirateria ottomana le popolazioni che abitavano lungo le coste iniziarono a loro volta le attività
corsare spesso con il sostengo delle autorità locali. I punti d’appoggio delle galee si trovavano soprattutto nelle terre ottomane
d’Albania e Grecia. I pirati ottomani erano soliti attaccare le navi veneziane, soprattutto tra la fine del 500’ e l’inizio del 600’. Il doge
chiese soddisfazione al sultano che attivò le autorità per punire i colpevoli e bruciarne le imbarcazioni. Tuttavia la pirateria dei
corsari di tunisi e algeri era riconosciuta come una guerra di corsa, al pari di quella compiuta dai cavalieri di Santo Stefano o da quelli
di Malta. I musulmani erano parificati ai corsari europei che si dedicavano alle attività di corsa grazie alla lettera di corsa, con la
differenza che gli islamici non la possedevano in quanto erano visti come uomini che combattevano l’annuale jihad contro gli infedeli
e quindi era una attività completamente lecita agli occhi dello stato. In questa ottica coloro che partivano dai porti albanesi e greci
erano perseguiti dalle autorità poiché andavano a infrangere i patti stabiliti tra le autorità della Porta e la Serenissima. La
capitolazione prevedeva la pace tra le due marine con i veneziani che si impegnavano a restituire gli schiavi o i prigionieri ottomani
che cercavano rifugio nel loro territorio mentre gli ottomani si impegnavano a non attaccare le navi battenti bandiera di San Marco.

I mercanti musulmani che giungevano a Venezia portavano in grande quantità seta grezza, cotone, cera, stoffe di pelo di cammello,
lana mohair e pellami. Nei momenti di carestia ci si accordava anche per esportare grano. Nel mercato di Rialto venivano vendute
invece stoffe preziose, anche appositamente confezionate nello stile turco, assieme a prodotti di lusso come occhiali, libri, oggetti in
vetro e di oreficeria. Sulle importazioni e esportazioni andavano però pagati dei dazi e su ogni scambio commerciale delle apposite
tasse. Il baratto formalmente non era concesso a Venezia anche se praticato e poi fatto figurare nei registri come se l’affare fosse
stato concluso con il pagamento in monete.

CAPITOLO IX – LA CONOSCENZA DELL’ALTRO

Venezia è l’unica città europea ad avere un nome arabo: al-bunduqiyya. Precedentemente Venezia era anche chiamata Oliovo, dal
nome di una delle sue isole maggiori, la prima che si avvistava entrando in laguna e a forma di oliva. Il vescovo per secoli fu
chiamato di Oliovo, o di Castello, poiché su questa isola sorsero le prime fortificazioni e vi era anche la cattedrale dedicata a San
Pietro. L’etimologia della parola può rimandare ad una parola araba (Bunduq) dai molteplici significati: da proiettile (sebbene
scartata, perché un tempo venivano vendute armi da fuoco agli egiziani) a schiavo (i primi commerci coi musulmani vertevano su
quello). Con il 1284 e la nascita del ducato d’oro di San Marco Bunduq prese a significare anche ducato ma al medesimo tempo era
utilizzato per indicare un pezzo di stoffa di lino sottile e dedicato.
Le prime notizie arabe su Venezia si hanno tra il 903 e il 913 nell’opera di ibn Rusta che descrive il viaggio compiuto da un arabo
preso prigioniero e condotto prima a Costantinopoli e quindi in Italia. Generalmente gli scrittori arabi che si interessano all’Europa lo
fanno dal puro punto di vista geografico: hanno l’idea dei climi in cui è diviso il mondo e vengono da loro descritti. Gli storici arabi
invece si interessarono meno dei geografi all’Europa tanto che è più difficile trovare notizie nelle loro cronache. Un tempo si
utilizzavano come fonti i marinai e i viaggiatori che conoscevano lingue ed avevano esplorato il mondo, ma raramente potevano
fornire storie significative sulla propria terra natia. Anche i segretari si interessarono in maniera limitata ai paesi europei: era per
loro vitale riportare nei propri manuali di cancelleria le informazioni corrette per far recapitare le missive. Questi testi contenevano
anche formulari in grado di capire se una lettera ricevuta era vera o meno: per sincerarsi della veridicità di una lettera i segretari
avevano raccolto come informazioni gli usi e le tradizioni dei vari paesi esteri per poterle confrontare con le missive ricevute.
Vennero così ricreate vere e proprie enciclopedie.

I contatti che gli ottomani ebbero con i veneziani furono soprattutto legati alla vita di mare e infatti ancora oggi moltissime parole
del lessico marinaresco turco derivano dall’italiano. Per i sudditi del sultano gli abitanti della laguna erano spesso associati ai
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pescatori, con un senso negativo per un popolo che proveniva dalle steppe asiatiche e prediligeva la carne. Si faceva largo uso di
stereotipi dovuti ad una mancanza di conoscenza diretta dei soggetti. L’impero ottomano venne vissuto sempre con interesse dai
veneziani: sia quando questa era una minaccia sia quando era un ricco mercato. Viceversa gli ottomani non prestavano troppa
attenzione a Venezia se non quando volevano reperire merce preziosa e particolare.
Questo si riflette anche nelle opere letterarie turche: i veneziani spesso sono associati agli altri cristiani e definiti infedeli.
Poche sono le cronache dove l’autore musulmano di interessa a Venezia e la descrive. Es. il geografo e marinaio Piris scrive il Kitab-t
bahriye, tra il 1520-1 e poi ampliato tra il 1525-6. In questo suo portolano del Mediterraneo vengono descritte tutte le coste e le
insenature dell’Adriatico. Anche Venezia trova una sua descrizione abbastanza dettagliata che descrive dal sistema di rifornimento
idrico (cisterne) alla vera e propria città e alla laguna. La popolazione viene descritta come composta da mercanti e perfino il
patrono, San Marco, vi è riportato. L’autore che descrisse con maggiori particolari Venezia fu Mustafa Katip Celebi, nella prima metà
del 600’. La storia della Serenissima viene narrate all’interno di un volume sulle guerre marine combattute tra ottomani e veneziani.
Le sue conoscenze derivano dai racconti dei viaggiatori e dei mercanti tanto che nel complesso Mustafa riesce adonare una
descrizione veritiera della città con numerosi particolari precisi: dalle divisioni sociali della popolazione alle colonne di Marco e
Todaro ove si svolgono le condanne capitali. Quello che viene considerato il primo storico ufficiale dell’impero ottomano Na’ima,
seconda metà del 600’ e primo decennio del 700’, lascia nella sua cronaca una descrizione del rituale dell’elezione del doge con idee
poco chiare ma soprattutto colma di pregiudizi: quando le assemblee di stato si riuniscono i suoi membri sono d’accordo solo sulle
azioni malvage da intraprendere.

Nel 500’ la parola turco divenne, nel vocabolario veneziano, sinonimo di musulmano in quanto i turchi erano divenuti padroni della
maggior parte del mondo islamico. In precedenza, con i primi contatti con gli arabi già prima del mille, i musulmani erano chiamati
agareni in quanto derivanti dalla schiava di Abramo Agar. Quando invece comparvero i turchi, allora al servizio militare dei vari
emirati, essi furono definiti teucri, ovvero discendenti di Troia. Unica eccezione all’universalismo turco del 500’ erano i persiani che
ancora resistevano. Nel medesimo periodo i musulmani erano chiamati mori o mori bianchi, per non confonderli con i neri d’africa
mentre in caso di conflitto venivano chiamati turchi tutti i soldati del sultano senza distinzione di razza e religione.
La maggiore conoscenza di Venezia verso il mondo islamico, rispetto a molti paesi europei, è dovuta al fatto che già prima dell’anno
mille i suoi mercanti frequentassero l’oriente. Nella seconda del 400’ mutò la concezione del mondo islamico: da ottimo partner
commerciale con la caduta di Bisanzio e la guerra veneto-ottomana del 1463-79 si iniziò ad alzare la guardia e cercare di tenere
sotto controllo la situazione per salvaguardare anche i propri mercati. Nel mondo cristiano iniziarono a diffondersi quattro diverse
tipologie di scritture nei confronti dei musulmani: - (controversisti) quelle che consideravano i turchi come nemici della Cristianità e
predicavano la crociata; - (irenisti) quelle che guardavano ai turchi con occhio indulgente e cercavano un contatto; - quelle che
diffondevano solo informazioni; -quelle che esaltavano l’impero ottomano e il suo sultano. Il genere letterario che più si diffuse a
Venezia fu quello della “relazione” mediante la quale sfruttando le relazioni obbligatorie redatte dai vari ambasciatori si veniva a
conoscenza di usi e cultura dei paesi esteri. Molti ambasciatori iniziarono a scrivere due relazioni: una politico tecnica da consegnare
al senato e una più colorita da far leggere agli amici.
Con il 500’ e l’apertura dei commerci con il mondo turco si aprì un momento felice per azzardare imprese commerciali in Levante:
es. 1537-38 Paganino e Alessandro Paganini cercarono di stampare il corano, impresa mai tentata prima perché si riteneva che la
parola di Allah dovesse essere solo manoscritta. Il progetto fallì a causa delle difficoltà nella produzione e dei molti errori di stampa
contenuti nei libri.
Dopo Lepanto l’Europa fu attraversata da un momento di sollievo con la sconfitta ottomana. Ma con il 600’ e una serie di guerre
contro gli ottomani mutò nuovamente il punto di vista su quest’ultimi. Per portare avanti un conflitto costoso come quello di Candia
bisognava mobilitare la popolazione e l’opinione pubblica a favore del conflitto. L’islam passa a essere una religione depravata e il
governo ottomano viene definito mostruoso e tirannico. Le donne dell’harem erano lascive e demoniache, mentre il mancato
consumo di vini rendeva gli uomini avidi con il cibo. La paura per il nemico turco venne dissolvendosi dopo la sua confitta davanti a
Vienna nel 1683, riportando l’Europa a tirare un sollievo enorme. Tramontata l’idea di un nemico demoniaco da abbattere con il
700’ si diffondo, soprattutto nell’ambiente letterario, le idee del Levante come un paese fatato popolato da sultani, marinai come
Sinbad e geni nella lampada.

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