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Avicenna

(Tbn Sina)

METAFISICA
LA SCTENZA DELLE COSE DIVINE (AL-IIAHTWAT)
dal Libro della Guarigione (Kitiib al-Sifa')

Testo arabo a fronte


Testo latino in nota

Traduzione dall'arabo, introduzioni,


note e apparati di
Olga Uzzini

Prefazione e cura editoriale di


Pasquale Porro

NUOVA ED!ZlOI\lE RIVEDUTA E CORRETTA

BOMPTANT
TL PENSIERO OCCIDENTALE
TSBN 88-452-9171-5

© 2002 R.C.S. Libri S.p.A., Milano


T edizione Bompiani TI Pensiero Occidentale novembre 2002
TT edizione Bompiani Tl Pensiero Occidentale ottobre 2006
LXIV NOTA EDITORIALE

Al di là delle correzioni segnalate dalla stessa Van Riet nel volume dei
Lexiques appena citato (p. 13*), il testo latino qui riprodotto ha subìto solo
qualche piccola modifica (il riferimento è sempre alle pagine dell'edizione
Van Riet):
-p. 193,70 et debilitate] et debilitate,
-p. 201,29 excercere] exercere
-p. 209,77 antequem] antequam
-p. 308,57 tantum. sed] tantum. Sed
-p. 366,63-64 materierum] materiarum
-p. 438,92 impossible] impossibile
-p. 411,37 appenditiis] appendiciis (per coerenza con le altre occorrenze)
- p. 464,85 primi principii. et ideo] primi principii, et ideo

Nei limiti del possibile, è stata conservata anche la suddivisione in capo-


versi dell'edizione V an Riet, che corrisponde così solo occasionalmente a
quella del testo a;abo dell'edizione cairina e a quella della traduzione italiana.

La scelta di mantenere i tre testi (arabo, latino, italiano) contemporanea-


mente disponibili nello spazio grafico di due pagine ha ovviamente comporta-
to un proporzionale ridimensionamento dei caratteri - un inconveniente di cui
ci si scusa con i lettori.

In questa ristampa (2006), grazie alla cortesia dell'Editore, è stato possibi-


le aggiornare almeno in parte i riferimenti bibliografici, rivedere alcuni pas-
saggi della traduzione e apportare alcune correzioni al testo pubblicato nel
2002 (dalla «Prefazione» alle «Note sul lessico» conclusive). Non resta invece
che fare appello all'indulgenza degli stessi lettori per tutti gli errori tipografici
o le imprecisioni ancora presenti in questo volume.

[P. P.]
AVICENNA
(IBN SINA)

METAFISICA

LA SCIENZA DELLE COSE DIVINE (AL-]LAHIYYAT)


DEL LIBRO DELLA GUARIGIONE (K!TAB AL-SIFA ')
TRATTATO PRIMO

TRACTATUSl
INTRODUZIONE

Sezione prima

La prima sezione o capitolo (si è preferito "sezione" che più letteralmente


rende l'arabo fa,\'/) della Metafisica (lliihiyytit) del K. al-Sifii' concerne la que-
stione dell'oggetto o del soggetto (mawqii'; si pensi anche al latino subiectum)
della "filosofia prima", poi qualificata come "metafisica" o "scienza divina".
Allo scopo di determinare che cosa in essa funga da "soggetto", Avicenna
ricorda [3-5] quel che ha già affermato nella Logica riguardo alla divisione
delle scienze (fisica, matematica, metafisica), del loro "soggetto" (mawqii ') e
dell'insieme delle questioni (matiilib l ma!liiba) che vanno affrontate in ogni
scienza; egli richiama quindi la divisione delle scienze in "speculative" e "pra-
tiche" e la questione delle diverse denominazioni della metafisica ("filosofia
prima", "vera filosofia" o "reale filosofia", "sapienza", etc.).
L'esame condotto intorno all'oggetto della filosofia prima, in quanto costi-
tuisce un passaggio fondamentale nella definizione dei rapporti tra filosofia e
teologia, è di estremo interesse. Avicenna nega che Dio possa, come tale,
costituire il soggetto proprio della filosofia prima, in quanto ad essa spetta il
compito di dimostrarne l'esistenza. A sostenere questa posizione sono chiama-
ti diversi argomenti. In primo luogo, [5-6,13] se Dio costituisse l'oggetto di
questa scienza, la sua esistenza dovrebbe essere o dimostrata in un'altra scien-
za o non dimostrata in un'altra scienza. Ambedue le ipotesi si rivelano insoste-
nibili: non esistono scienze al di fuori della divisione che la logica ci ha inse-
gnato e in nessuna di esse viene dimostrata l'esistenza di Dio; inoltre, se l'esi-
stenza di Dio semplicemente non andasse dimostrata, essa dovrebbe essere o
autoevidente - il che non è - oppure tale da non potersi dimostrare. Ma anche
questa ipotesi è destinata a cadere: in primo luogo, perché di Dio si dà una
prova, una "indicazione" (dalfl) e, in secondo luogo, perché non si potrebbe
fare un discorso intorno a Dio - ammettendone l'esistenza - se si ritenesse
impossibile una dimostrazione dell'esistenza di Dio.
[6,14-7 ,5] A partire dalla distinzione dei due modi secondo i quali si può
fare ricerca intorno a un determinato oggetto - e cioè, secondo l'esistenza di
esso o secondo i suoi attributi - Avicenna stabilisce poi che l'esistenza di Dio
deve esser dimostrata in questa scienza e che quindi in essa ci si dovrà occupa-
re anche di stabilire gli attributi divini: quanto si afferma nella scienza naturale
6 TRATTATO PRIMO

riguardo all'esistenza di Dio non è, infatti, che un modo per allertare l'uomo a
prendere consapevolezza dell'esistenza di Dio e, come tale, non può in alcun
modo avere il valore di una vera dimostrazione o di una trattazione. Sì noterà,
allora, come tale posizione, oltre a distinguere in modo deciso l'ambito della
metafisica da quello della scienza naturale, lasci intuire quale sarà il percorso
della "scienza divina": qui viene chiaramente stabilito che l'indagine razionale
non sostiene la teologia ma, piuttosto, mette in atto una costruzione che non
permette solo di dimostrare l'esistenza del primo Principio, ma anche di
dedurne gli attributi. Gli attributi non saranno, quindi, quelli che la teologia
ascrive a Dio, ma quelli che giunge a legittimare l'indagine razionale. Come
apparirà chiaramente dalla specifica trattazione dei libri VIII e IX, Avicenna
arriva agli attributi del Primo attraverso degli argomenti razionali.
[7,6-9,8] Una volta stabilito che Dio non è l'oggetto della filosofia prima,
Avicenna passa a considerare l'ipotesi secondo la quale suo oggetto sono le
cause. Anche questa ipotesi si dimostra erronea. Innanzitutto, perché ciò di cui
si tratta in metafisica si rivela subito come più generale delle cause: la metafi-
sica ha a che fare con concetti che non appartengono solo alle cause (non ne
sono dei "propri"); inoltre, molto più radicalmente, affinché ci si occupi di
cause, bisogna dimostrare che esistono delle cause «per le cose che hanno
cause». A questo proposito Avicenna rifiuta il procedimento dell'induzione,
che si basa sulla sensibilità: per stabilire l'esistenza delle cause è necessario un
procedimento razionale, dimostrativo: una connessione necessaria, non la
semplice concomitanza fra due cose che la sensibilità ci mette di fronte. [9,8-
fine] Poiché, quindi, la speculazione razionale dovrà in primo luogo dimostra-
re l'esistenza delle cause, oggetto di essa non potranno essere le cause, né in
senso assoluto, né in un senso particolare.
L'oggetto della metafisica è quindi «l'esistente in quanto esistente»
(l'essere in quanto essere); delle cause essa si occupa, quindi, in quanto le
cause sono esistenti. La ricerca intorno a Dio rappresenta poi il momento cul-
minante della ricerca metafisica, la "perfezione" della filosofia prima.

Sezione seconda

Le questioni sollevate nella prima sezione, trovano una risposta nella


seconda, specificamente dedicata a stabilire quali siano il "soggetto" (cioè
l'oggetto), lo scopo, lo statuto della scienza divina (tutta la trattazione è scan-
dita dai concetti aristotelici: l'oggetto o soggetto di studio di una scienza, gli
accidenti, gli stati o affezioni che a questo competono, ciò intorno a cui la
scienza dovrà indagare e, infine, i suoi principi). [l 0-13, 19] L'oggetto della
metafisica viene in primo luogo definito come «separato dalla materia» e in
base a questa prima definizione vengono individuate le diverse realtà di cui
essa si occupa: l'esistente in quanto esistente (cioè l'essere in quanto essere),
INTRODUZIONE 7

il numero e l'estensione in quanto separati dalla materia e le nozioni comuni a


tutti gli esistenti: l'uno, il molteplice, il diverso, l'identico, etc.; nozioni che le
altre scienze semplicemente utilizzano, senza esaminarne la maniera d'essere.
Esse sono accidenti propri dell'esistente o, più propriamente, sono "cose che
accompagnano l'esistente in quanto esistente, senza condizione" (min gayri
sart). L'importanza della specificazione "senza condizione" è maggiore di
quanto si possa ritenere in un primo momento; è qui, infatti, che risiede la pos-
sibilità di operare una discriminazione tra il concetto di essere, ossia l'essere
in quanto tale (l'esistente in quanto esistente), e l'essere di Dio. Secondo una
terminologia che è propria del kaliim, infatti, mentre il primo è l'esistente
senza altra condizione (bi-Iii sart) ed è quindi più generale di quello che si
presenti caratterizzato da alcune determinate condizioni, l'essere di Dio è
invece quell'esistere che è tale a condizione che non (bi-sartin Iii) gli si
accompagni un altro esistere. Ora, dell'esistente in quanto tale non ci si chiede
né se è, né che cosa esso sia: non se ne può esaminare, cioè, né la "esistenza"
(anniyya), né la "quiddità" (miihiyya). Altrimenti, dovrebbe esservi un'altra
scienza cui demandare la risposta a tali questioni. La metafisica - che
Avicenna a questo punto non ha ancora definito come tale e che continua per-
ciò a indicare semplicemente come "questa scienza" {hiidii al- 'ilm)- si occu-
pa quindi dell'esistente (o dell'essere), degli accidenti dell'esistente (le nozio-
ni comuni, come l'uno, il molteplice, ecc.), e di qualcosa che è una sorta di
specie per l'essere (la sostanza e le altre categorie). [14,1-14,13] A questo
punto, Avicenna considera l'obiezione che a tale costruzione si potrebbe muo-
vere; è un'obiezione che richiama le stesse ragioni addotte da Avicenna nella
prima sezione del trattato: se in questa scienza - si potrebbe obiettare - ci si
occupa dell'esistente, non ci si può occupare del suo principio e non ci si può
dunque occupare di Dio come principio dell'esistente. La risposta di Avicenna
è apparentemente semplice, ma implica in realtà tutta la sua teoria metafisica
(e in particolare la distinzione di essenza ed esistenza): il fatto di essere "prin-
cipio" è meno generale del fatto di essere "esistente" e rientra anch'esso, quin-
di, fra gli accidenti dell'esistente. Essere un principio è, cioè, uno dei conse-
guenti necessari dell'esistente: il principio dell'esistente non è tale, infatti, in
relazione all'esistente in assoluto, ma in relazione all'esistente causato.
[14,14-16,12] Questa scienza ha quindi diverse "parti" che vengono defi-
nite in relazione ai diversi "significati" dell'essere (e questa distinzione degli
accidenti o delle "specie" dell'essere non fa che interpretare ilrroÀÀaxws ÀÉ-
ynm TÒ ov di Aristotele). Vi è una parte della scienza che si occupa delle
cause ultime (o supreme) e della causa prima «da cui fluisce ogni esistente
causato»; una parte che si occupa degli accidenti propri (uno, molteplice,
ecc.); una parte la cui indagine verte intorno ai principi delle scienze particola-
ri. Questa divisione risponde all'articolazione delle varie scienze, l'una subal-
tema all'altra: ogni scienza muove un'indagine sui principi di quella che le è
inferiore gerarchicamente.
8 TRATTATO PRIMO

Alla distinzione delle diverse "parti" della scienza, segue la legittimazione


delle sue diverse denominazioni: essa è "filosofia prima" in quanto sì occupa
delle cose che sono prime, dal punto di vista dell'esistenza (Dio, le sostanze
separate) e dal punto di vista della generalità (l'uno e gli altri accidenti
dell'essere); è "sapienza", perché è la migliore delle scienze in quanto il suo è
il migliore degli oggetti conoscibili; è "scienza divina" perché indaga intorno
alle "cose divine": Dio e le sostanze separate dalla materia. Le "cose" dì cui
essa si occupa possono distinguersi in quattro gruppi: l) cose separate dalla
materia; 2) cose mescolate alla materia ma non in essa sussistenti; 3) cose che
possono essere e non essere nella materia; 4) cose materiali, considerate non
in quanto si trovano nella materia.
[16,13-20] In base all'oggetto, allo scopo e ai metodi della sua indagine, la
metafisica ha dei punti in comune con la dialettica e con la sofistica, così
come, sotto altri punti di vista, si distingue da entrambe e da ciascuna delle
due.

Sezione terza

Al centro di questa sezione è ancora l'indagine intorno alla corretta defini-


zione della "scienza divina"; in particolare, si discutono i concetti di utilità e
rango della scienza e, in stretta relazione con la definizione del rango, viene
ancora una volta affrontata la questione del nome che più opportunamente
deve darsi a questa scienza.
[17-18] La trattazione si apre con una breve ricognizione della distinzione
tra bene ed utile. Il bene è quanto viene cercato in sé, l'utile è quanto viene
cercato "in vista" del bene che ne è il fine. Per comprendere in che cosa consi-
sta l'utilità di questa scienza, è quindi necessario definire l'utilità. In primo
luogo, si noterà che le scienze si dicono utili in due sensi: un primo senso è
quello per cui esse dispongono l'anima alla felicità ultraterrena; un secondo
senso è quello per cui esse sono utili l'una all'altra. In quest'ultimo senso si
danno però ancora due significati di "utile"; il primo è quello assoluto per cui
l'utile è semplicemente ciò che fa acquisire altro da sé; l'altro, "particolare" o
"proprio", è quello in cui si dice utile quel che conduce al proprio fine, più
elevato. Poiché questa scienza è già stata definita come la più elevata di tutte
le scienze, essa - rispetto alle altre scienze - non può dirsi "utile" in questo
senso proprio. Ma anche nel concetto di utilità assoluta di una scienza sono
distinguibili diversi sensi: in senso proprio, essa conduce a qualcosa di supe-
riore; in un secondo senso, a qualcosa di equivalente, infine, in un terzo senso,
a qualcosa di inferiore. Solo in quest'ultimo dei tre sensi è corretto affem1are
l'utilità della metafisica nei riguardi delle altre scienze. Essa, infatti, è la
scienza che dà certezza ai principi delle altre scienze; essa, cioè, fa acquisire
qualcosa alle altre scienze e in tal senso da essa deriva o "fluisce" qualcosa di
INTRODUZIONE 9

inferiore a sé. È notevole che qui venga istituito un rapporto preciso tra il
"fluire" delle scienze dalla scienza divina e il "fluire" degli esistenti dal
Principio. La scienza divina fa acquisire i principi alle altre scienze, così come
l'oggetto che essa intenziona (il Principio primo) fa acquisire l'esistenza agli
oggetti che le altre scienze intenzionano. [19-21,11] In base a questo principio
vengono stabiliti la gerarchia delle scienze e il rango che fra di esse spetta a
questa in particolare: essa è posteriore alla scienza naturale e alla matematica,
poiché implica alcune nozioni cui non si può attingere che dopo aver acquisito
queste due scienze. Bisogna allora rispondere all'obiezione che a ciò verrebbe
fatto di muovere. Sembra, infatti, che in tale posizione vi sia una circolarità:
da una parte, questa scienza fornisce certezza ai principi delle altre due ma,
dali' altra, queste altre due scienze le forniscono, a loro volta, i principi.
L'obiezione viene risolta fondamentalmente distinguendo i due differenti sensi
in cui è utilizzato il termine "principio". In un primo senso, esso è ciò che fa
acquisire la certezza perché è ciò che fornisce la ragione della cosa; in un
secondo senso, è "principio" ciò che ci fa acquisire la conoscenza dell'esisten-
za di qualcosa, senza fornircene la ragione. La scienza divina è quindi una
scienza che fornisce i principi alle altre scienze quia (li-mii), mentre i principi
che le altre scienze le forniscono lo sono solo nel senso del "che" (quid;
anna), non del "perché". I principi assunti nella scienza divina possono essere
evidenti per sé; possono essere considerati nelle altre scienze sotto un aspetto
diverso e possono, infine, essere derivati dalle altre scienze solo nel senso del
"che". Non vi è quindi alcuna scienza che sia anteriore alla metafisica: essa in
se stessa è anteriore a tutte le scienze ed è posteriore solo rispetto a noi. È
infatti solo per via della nostra incapacità, non in sé, che la metafisica si serve
dei concetti assunti dalle altre discipline. C'è infatti una via che permette di
giungere alla Causa prima senza fare ricorso al mondo della natura: il tema
aristotelico dell'anteriorità per sé finisce così per corroborare quello avicen-
niano della distinzione dell'essere in necessario e possibile.
[21,12-24] È qui che occorre per la prima volta il termine "metafisica"
(mii ba 'da al-tabz'a -"quel che è dopo la natura"): questa scienza viene dopo
la fisica rispetto a noi, ma in se stessa dovrebbe essere chiamata "quel che è
prima della natura". Lo studio degli enti matematici in quanto tali- come si fa
nella matematica- non è, invece, "prima della natura", perché la sussistenza
degli enti matematici non è separata dalla materia (o da un rapporto con essa,
così come stabilisce la facoltà estimativa dell'uomo): gli enti matematici sono
oggetto delle operazioni matematiche di aggiunta o di sottrazione solo in
quanto sono pensati in rapporto con la materia e non è in questo senso che essi
sono considerati dalla metafisica.
10 TRATIATO PRIMO

Sezione quarta

La quarta sezione elenca l'organico concatenarsi degli argomenti che "que-


sta scienza"- appena definita come scienza divina o "metafisica"- dovrà trat-
tare. Essi sono: la distinzione tra essere necessario - "obbligatoriamente esi-
stente"- ed essere possibile; l'esame della sostanza e dell'accidente; l'univer-
sale e il particolare; il genere e la specie; la causa, il causato, il rapporto che
fra essi sì istituisce; il Primo, Causa prima, Bene puro; il rango degli esistenti
(dagli angeli intellettuali agli elementi sublunari); il "ritorno" dì ciascuno degli
esistenti al Primo. La concatenazione degli argomenti così distinti corrisponde
a quella del libri e delle sezioni della stessa Metafisica di Avicenna. In tal
senso, questa sezione rivela l'ossatura dell'opera avicenniana.

Sezione quinta

Questa sezione è di fondamentale importanza. [29-30,10] In essa si esami-


nano le nozioni di "esistente", "cosa", "obbligatorio" e poi "necessario", "pos-
sibile", "impossibile". Si trova qui la celebre affermazione avicenniana-
ripresa, per esempio, da Tommaso già nel De ente et essentia - secondo cui le
intentiones (al-ma 'lini), ossia le nozioni, dell'esistente, della cosa e dell' obbli-
gatorio sono primarie. Esse, cioè, "si imprimono" nell'anima in modo prima-
rio e non vengono "apprese" dall'anima la quale, piuttosto, le conosce già in
quanto esse costituiscono la premessa necessaria a ogni conoscenza. La desi-
gnazione di tali intenzioni o nozioni può semplicemente "risvegliare" la cono-
scenza che l'anima di esse già possiede (come accade per esempio con i sino-
nimi). Senza queste nozioni primarie, sarebbe necessario dimostrare ogni
nozione con una nozione ulteriore e si avrebbe inevitabilmente un circolo o un
processo all'infinito. Esse, quindi, non sono nozioni dimostrabili: chiunque ne
tenti una descrizione o definizione cade nell'imbarazzo.
[30,10-32,16] Avicenna stabilisce poi la sinonimia di termini come "cosa",
"quel che", "realtà", "ciò" (voci che si riferiscono tutte alla "cosa" indipen-
dentemente dall'esistenza di essa) e pone la differenza di significato tra "esi-
stenza" e "quiddità" o "esistenza stabilita" o "affermativa" (al-wugiid al-
ilbiitl) ed "esistenza propria" (al-wugiid al-/:tii~~). Alla distinzione tra l'essenza
e l'esistenza della cosa, segue, tuttavia, una precisazione: quel che è, è sempre
accompagnato dall'esistenza (perché appunto "è"), anche se essa è logicamen-
te e ontologicamente distinta rispetto alla sua essenza. Ciò che è inesistente in
senso assoluto - e che non è, quindi, accompagnato da una certa esistenza, né
negli individui, né nell'anima, è qualcosa di indicibile o indesignabile e che
non si può perciò né affermare né negare. Se quindi l'essenza è distinta
dall'esistenza, questo non significa che si dia un'essenza inesistente in senso
assoluto: la distinzione di essenza ed esistenza non va intesa nel senso, eviden-
INTRODUZIONE 11

temente contraddittorio, in cui "esisterebbe" un'essenza priva di "esistenza".


Piuttosto- come sarà chiaro in seguito- l'esistenza è pensata come un qual-
cosa che "si accompagna necessariamente" alla cosa senza però entrare a far
parte della definizione di essa (cioè dell'essere "cosa" della cosa; più avanti
Avicenna userà proprio il termine di "cosalità" - say'iyya): come la misura
degli angoli interni consegue necessariamente al triangolo, senza tuttavia
costituirne un carattere definitorio, così l'esistenza consegue alla cosa. E val la
pena notare come i termini della "conseguenza necessaria" si rivelino essen-
ziali anche alla comprensione del rapporto tra Dio e mondo, ossia tra il
Necessariamente Esistente e la sua "creazione".
[32,17-35,2] Per dimostrare l'indicibilità dell'inesistente assoluto, Avicenna
ricorre a un argomento dialettico: se si predicasse qualcosa dell'inesistente, il
suo predicato sarebbe o esistente o inesistente: se fosse esistente, dovrebbe
esserlo anche il soggetto cui il predicato inerisce; se fosse inesistente, come si
potrebbe dire qualcosa attraverso di esso? La distinzione tra "cosa" o "quid-
dità" ed "esistenza" trova infine un chiarimento in un esempio preciso, quello
della "resurrezione": intanto si comprende il significato della proposizione che
afferma che "vi sarà" una resurrezione, in quanto si comprende la nozione che
di essa si ha nell'anima: la predicazione riguarda quindi realmente (bi-1-/:zaqlqa)
l'esistente che è nell'anima e, per accidente, quello esterno. Se si tiene presen-
te quanto nel pensiero avicenniano la sfera gnoseologica rimandi intimamente
a quella ontologica, si scorge qui anche l'espressione dell'accidentalità
dell'esistenza della cosa in re: una volta che l'esistenza della cosa nell'anima
si sia definita "reale", reale diventa anche la predicazione intorno a qualcosa
che non esiste che nell'anima. [35,3-fine] Vengono poi esaminati i concetti di
necessario, possibile e impossibile. Neppure di essi si può dare una definizio-
ne: nel definire l'uno si assumerebbe infatti necessariamente l'altro.
La sezione si chiude con la confutazione della dottrina di chi ritiene possi-
bile far tornare l'inesistente (o ciò che è stato reso inesistente) all'esistenza; a
costituire lo sfondo della polemica è la dottrina teologica della resurrezione
dei corpi o, più in generale, quella del ritorno dell'identico che in filosofia si
concretizza nella discussione sull'eterno ritorno dei cicli.

Sezione sesta

[37-39,16] A partire dalla divisione dell'esistente in possibile (ciò la cui


esistenza non è necessaria) e necessario (ciò la cui esistenza è necessaria),
Avicenna deduce le proprietà che legittimamente si attribuiscono a quel che è
necessariamente esistente e solo ad esso. Viene così distinto un ambito del
possibile (l:zayyz al-imkiin) e un ambito del necessario ed è subito chiaro come
questo non possa comprendere più di un ente. I primi argomenti della sezione
sono rivolti a dimostrare l'unicità e l'unità del necessariamente esistente.
12 TRATTATO PRIMO

Dall'unità del necessariamente esistente sono deducibili le sue proprietà nega-


tive: non è relativo, né mutevole, né molteplice, né associato ad altro. Il possi-
bile e il necessario vengono immediatamente riconosciuti rispettivamente
come causato e causa: il possibilmente esistente non ha in sé l'esistenza e deve
quindi riceverla da una causa; il necessariamente esistente in quanto tale non
può dirsi causato (se avesse una causa, non sarebbe necessario).
Due osservazioni si impongono. In primo luogo, si noterà che ad essere defi-
nito è qui ancora soltanto un ambito logico-ontologico, quello del necessario
distinto dal possibile, e non un "ente" definito come principio Necessariamente
Esistente (si è cercato di far emergere questa distinzione facendo uso, in que-
sto caso, delle minuscole; le maiuscole sono utilizzate, invece, quando ad
essere preso in considerazione è il Necessariamente Esistente quale principio
degli esistenti tutti). In secondo luogo, si noterà come la stessa argomentazio-
ne che dà conto del necessariamente esistente non causato, introduca la nozio-
ne di ciò che è "necessario per altro e possibile in sé". Questo, come sarà chiaro
in seguito, è in senso lato lo statuto di ogni ente "altro" dal Necessariamente
Esistente mentre, stricto sensu, è lo statuto degli enti celesti. Lo statuto di quel
che è causato - e con cui si determina tutto ciò che è altro dal necessariamente
esistente- è assoluto e comprende sia ciò che esiste, sia ciò che non esiste (ma
è possibile che esista). Il primo ha, infatti, una causa per la propria esistenza, il
secondo ha una causa per la propria inesistenza (una causa che si risolve nella
mancanza o nella privazione della causa che lo farebbe esistere).
[39,17-fine] Una volta distinto, quindi, il significato del necessario (per sé
e per altro) da quello del possibile, Avicenna passa a confermare come, per
quanto riguarda il necessariamente esistente, non possa esservi molteplicità e
non possa cioè esservi omologia o equivalenza di due (o più) enti necessaria-
mente esistenti. Il rapporto istituito tra due enti necessariamente esistenti non
potrebbe essere che quello della causa e del causato e in tal modo è negato o
all'uno o all'altro lo statuto della necessità per sé: l'ipotesi di due esistenti,
entrambi necessariamente esistenti per sé, viene di fatto contraddetta. Vale la
pena di notare come qui sia il tema stesso del rapporto tra due esistenti a inte-
ressare Avicenna, forse ancor prima di quello del rapporto tra i due supposti
enti necessari: la sezione si chiude con una sorta di trattazione dei rapporti
possibili tra le cose. Tale trattazione permette ad Avicenna non solo di negare
che due enti necessari possano essere entrambi necessari per sé, ma anche di
gettare le basi di quella teoria della causalità che è a fondamento della dottrina
emanativa avicenniana: il rapporto tra due cose, infatti, comporta necessaria-
mente o che le due cose siano l'una la causa dell'altra, oppure che esse siano
entrambe causate da una terza entità. Viene così legittimata la causalità
"dall'alto" del flusso di forme: è una terza causa, superiore, a dare ragione di
due elementi apparentemente correlati nell'esistenza. Non possono esservi due
esistenti necessari (Nl e N2) l'uno "omologo" (o "corrispondente" o "co-
eguale") (mukàfi') rispetto all'altro, laddove il rapporto tra due "omologhi" è
INTRODUZIONE 13

quello fra due cose che esistono l'una insieme all'altra senza essere l'una causa
dell'altra. Questo argomento, come l'esplicazione che ne segue, sono utilizzati
da Avicenna anche per dare ragione del rapporto tra materia e forma e quindi
tra anima e corpo; questi non possono essere concepiti come "omologhi"
nell'esistenza ed essendo l'una (la forma, l'anima) anteriore all'altro (la mate-
ria, il corpo) per essenza, provengono invece entrambi da una terza cosa, ciò
che i latini chiameranno datar formarum (cfr. Iliih., Il, 4 per materia e forma;
De an., V, 3-4 per anima e corpo). Come l'anima è "creata" per flusso insieme
al corpo, così il necessariamente esistente non può, per essere veramente tale,
venire associato ad un altro necessariamente esistente, perché questa associa-
zione comporterebbe la posizione di una causa superiore ad entrambi.

Sezione settima

[43- 44,9] Le argomentazioni di questa sezione sono mirate a definire quel


che è necessariamente esistente e che è di necessità uno, e a definire quindi il
Necessariamente Esistente quale principio degli esistenti tutti; dei suoi attribu-
ti daranno ragione gli ultimi libri delle lliihiyyiit (eminentemente il libro IX).
Se vi fosse più di un ente necessariamente esistente, in che cosa potrebbe
risiedere la differenza fra i vari enti necessari? Se poi la differenza non riguar-
dasse la realtà stessa di ciascun ente, perché appunto ciascuno dovrebbe essere
identicamente necessario, essa dovrebbe certo riguardare qualcosa di "aggiun-
to" alla realtà o essenza del necessariamente esistente: un accidente o un con-
comitante. Ora, se l'accidente fosse dovuto alla realtà stessa della cosa, esso
sarebbe identico per i due esseri necessari, i quali non differirebbero; e se,
invece, esso fosse dovuto a qualcosa di esterno alla loro realtà, sarebbe dovuto
a una causa, e i due esseri necessari sarebbero due causati, essendo cioè non-
necessari per sé; e ciò è altrettanto contraddittorio. [44, l 0-44, 16] Le stesse
impossibilità conseguirebbero poi se si facesse risiedere la differenza in qual-
cosa di fondamentale per i due enti ma diverso dalla loro essenza. Se, infatti,
si trattasse di un carattere essenziale, esso dovrebbe appartenere ad entrambi, e
la differenza sarebbe ancora una volta negata; se si trattasse, invece, di un
carattere inessenziale, esso, rimanderebbe a sua volta a una causa. [45,1-46,4]
Né si può pensare che la differenza tra gli enti necessari sia dovuta alle diffe-
renze specifiche: queste, infatti, farebbero acquisire al "genere" dell'esistenza
necessaria l'esistenza in atto. Ma la necessità d'esistenza, in quanto "afferma-
zione d'esistenza" deve già in sé essere esistenza in atto. Se così fosse, inoltre,
la necessità d'esistenza verrebbe ad esser causata. Non si può neppure pensare
la necessità d'esistenza come una "specie": in tal caso la differenza fra i vari
individui dovrebbe risiedere negli accidenti e si tornerebbe alle contraddizioni
iniziali. [46,5-fine] In breve: o l'esistenza necessaria è necessariamente attri-
buto di una cosa e solo di quella, oppure essa, potendo attribuirsi ad altro,
14 TRATTATO PRIMO

potrà o meno esserne un attributo; in tal caso però la cosa non sarà più neces-
saria, ma possibile e quindi causata. Il necessariamente esistente è quindi uno
in un senso totale o universale, mentre tutto ciò che non lo è è possibile ed è
composto e doppio.

Sezione ottava

[48] La sezione si apre con la definizione della "realtà" sul piano logico-lin-
guistico (''verità") e sul piano antologico che a questo corrisponde; cosi, accan-
to alla definizione della verità di una proposizione compare l'affermazione che
"il necessariamente esistente è quel che è vero per sé (al-l,zaqq bi-r;ititi-hi) conti-
nuativamente, mentre il possibilmente esistente è vero in virtù di altro da sé
(l,zaqq bi-gayri-hi), e in se stesso è falso" (o "vano": ba.til). Il principio di non-
contraddizione, fondamento di ogni verità, è enunciato nei termini in cui
modernamente si identifica il principio del terzo escluso: «non vi è un medio
tra l'affermazione e la negazione» (cfr. ARIST., Metaph., X, 7, 1057 a 33).
[49,1-53,12] Avicenna passa poi a considerare i termini e i modi del com-
pito che spetta al filosofo e cioè quello di convincere il sofista e il perplesso
della necessità di questo principio. È quindi alla discussione, e perciò al sillo-
gismo - dimostrativo e per analogia - che è dedicato il resto della sezione.
L'interlocutore- sia egli un sofista o qualcuno che è perplesso, non sapendo
decidersi fra due affermazioni contraddittorie che gli appaiono entrambe vere
- dovrà ammettere di significare qualcosa parlando: una volta accolta questa
premessa, il principio è implicitamente accettato. Senza questa concessione, il
sofista si troverà a tacere- come il tronco di legno di Aristotele -e colui che è
perplesso, perché non sa distinguere quale sia quella vera tra due affermazioni
che gli sembrano autorevoli o probabili, non riuscirà a capir nulla. La discus-
sione è il metodo che il filosofo deve usare per "risvegliare" l'attenzione su
questo principio fondamentale. [53,13-54] Solo di fronte a colui che è ostinato
- e che nega, ma solo a parole - le evidenti verità, si farà a meno di discutere;
perché chi si ostina a negare il principio di ogni discussione si pone egli stesso
al di là della discussione.
In tale contesto è notevole, data la rilevanza che questo tema riveste per
l'esegesi dello stesso pensiero avicenniano, l'attenzione che Avicenna dedica
a qualificare il linguaggio simbolico di alcuni sapienti e dei profeti. Se questo
linguaggio sembra sfuggire al principio universale della non-contraddizione,
questa non è che una veste apparente; ma è necessario distinguere tra chi,
come i veri sapienti e i profeti, lo utilizza non incorrendo mai nell'errore e chi
invece "cavalca a briglia sciolta" senza curarsi della logica e finisce così,
senz'altro, per sbagliare. L'adesione all'una o all'altra affermazione, la sco-
perta della verità, passa quindi sempre per il principio di non-contraddizione e
quindi per il sillogismo e per la logica.
1

1
16 [3]

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TRACT A TUS PRIMUS

CAPITULUM DE JNQUISITIONE SUBIECTI PRJIVjAE PHILOSOPHIAE


AD HOC UT OSTENDATUR IPSA ESSE DE NUMVRO SCIENTIARUM

[l l Postquam, auxilio Dei, explevimus tractatum de intentionibus scientiarum logicarum


et naturalium et doctrinalium, convenientius est accectere ad cognitionem intentionum
sapientialium.
17

Nel nome di Dio, Colui che ha misericordia, il misericordioso.


Lode a Dio, il Signore dei Mondi 1; la Sua benedizione sia sul Profeta, l'eletto,
Mulfammad, e su tutti i nobilissimi membri della sua famiglia

TREDICESIMA PARTE (FANN) DEL LIBRO DELLA GUARIGIONE


SULLE {COSE} DIVINE

PRIMO TRATTATO, IN OTTO SEZIONI

[SEZIONE PRIMA]

IN CUI SI INCOMINCIA A RICERCARE IL SOGGETT0 2 DELLA FILOSOFIA PRIMA PER


RENDERE EVIDENTE lL SUO COSTlTUlRSl COME SClENZA3

Dopo che, con il sostegno di Dio, patrono della misericordia e del succes-
so, abbiamo riferito quel che era necessario riferire delle intenzioni 4 delle
scienze logiche, naturali e matematiche, conviene accingersi a far conoscere
quelle della sapienza5 .
Inizieremo, domandando l'aiuto di Dio, dicendo che le scienze filosofiche
-come è stato indicato in altri passaggi di [altri] libri- si dividono in specula-
tive e pratiché. Quale sia la differenza tra di esse lo si è già indicato e si è
ricordato che le scienze speculative sono quelle in cui si ricerca7 il perfeziona-
mento della potenza speculativa dell'anima con il darsi dell'intelletto in atto 8 ,
e cioè [4] in quanto, relativamente a quelle cose che non sono tali in quanto

Incipiamus ergo, auxiliante Deo, et dicamus quod scientiae philosophicae, sicut iam
innuimus in aliis libris, dividuntur in speculativas et activas, et iam innuimus differentiam
inter eas. Et diximus quod speculativae sunt illae in quibus quaerit perfici virtus animae spe-
culativa per acquisitionem intelligentiae in effectu, scilicet per adeptionem scientiae imagi-
18 t [4]

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nativae et creditivae de rebus quae non sunt nostra opera nec nostrae dispositiones. In bis
ergo finis est certitudo [2] sententiae et opinionis: sententia enim et opinio non sunt ex qua-
litate nostri operis nec ex qualitate initii nostri operis secundum quod est inìtium operis.
Practìcae vero sunt ìllae in quibus primum quaerit perfici virtus animae speculativa per
adeptionem scìentiae imagìnativae et creditivae de rebus quae sunt nostra opera, ad hoc ut
secundario proveniat perfectio virtutìs practicae in moribus.
Et dìxìmus quod speculativae comprehenduntur in tres partes, in naturales scilicet et
doctrìnales et divinas; et quod suum subìectum naturalium est corpora, secundum quod
moventur et quiescunt, et quod de eis inquiritur est accidentalia quae accidunt eis proprie
TRATTATO PRIMO- SEZIONE PRIMA 19

sono opere nostre e nostri modi di essere, si dà la scienza della rappresentazio-


ne e dell'assenso nel giudizio 9 . Il fine [nelle scienze speculative] consiste
infatti nell'avere un'opinione e una convinzione che non siano un'opinione e
una convinzione che riguardino le modalità di un'opera o del principio di
un'opera. Le [scienze] pratiche sono, invece, quelle in cui in primo luogo si
ricerca il perfezionamento della potenza speculativa in quanto si dà la scienza
della rappresentazione e dell'assenso nel giudizio - relativamente a quelle
cose che sono opere nostre, [e questo] affinché poi, a partire da esse, si possa,
in secondo luogo, attuare il perfezionamento della potenza di agire secondo i
costumi morali 10 •
Si è ricordato anche che le [scienze] speculative si suddividono solo in tre
parti 11 , e cioè: quella naturale, quella matematica e quella divina 12 • Il soggetto
della [scienza] naturale sono i corpi in quanto essi sono in movimento e in
quiete, mentre l'indagine in essa condotta è intorno agli accidenti che, sotto
questo aspetto, ineriscono per sé ai [corpi]. Il soggetto della matematica è o
qualcosa che per sé è una quantità astratta 13 dalla materia o qualcosa che è
dotato di una quantità, mentre ciò intorno a cui in essa si indaga consiste in
stati che accadono alla quantità in quanto tale; e nelle sue definizioni non si
prendono in considerazione né la materia, di qualunque specie essa sia, né
l'essere in potenza al movimento. [Infine, si è ricordato,] che la [scienza] divi-
na indaga su quelle cose (umiir) che sono separate dalla materia tanto nella
sussistenza quanto nella definizione. Hai sentito dire, inoltre, che [la scienza]
divina è quella in cui si indaga intorno alle cause prime dell'essere naturale e
[dell'essere] matematico, intorno a ciò che a questi due è vincolato e intorno al
Causatore delle cause (musabbib al-asbiib) 14 e al Principio dei principi
(mabda' al-mabiidf'), che è Iddio, altissima la Sua gloria.

secundum hunc modum; et quod suum subiectum doctrinalium est ve! quod est quantitas
pure, ve! quod est habens quantitatem, et dispositiones eius quae inquiruntur in eis sunt ea
quae accidunt quantitati ex hoc quod est quantitas, in definitione quarum non invenitur spe-
cies materiae nec virtus motus; et quod divinae scientiae non inquirunt nisi res separatas a
materia secundum existentiam et definitionem.
Iam etiam audisti quod scientia divina est in qua quaerunt de [3] primis causis naturalis
esse et doctrinalis esse et de eo quod pendet ex his, et de causa causarum et de principio
principiorum, quod est Deus excelsus. Et hoc est quod potuisti attingere ex libris transactis.
20 [5]

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Ex quibus tamen non piene patuit tibi quid certissime sit subiectum divinae scientiae, nisi
aliquantula innuitione quam transcurri in libro logìcae De Analyticis Posterioribus, si memi-
nisti: et quod in ceteris scientiis est aliquid quod est subiectum, et quod aliqua sunt quae
inquiruntur in eis, et quod principia aliqua conceduntur in eis ex quibus componitur demon-
stratio. Sed tamen per hoc non vere certificatus es quid si t subiectum huius scientiae, scilicet
an sit essentia primi principii, ad hoc ut id quod quaerimus in ea sit cognitio proprietatum et
actionum eius, ve! an sit alia intentio.
Et etiam iam audisti quod haec est philosophia certissijlla et philosophia prima, et quod
ipsa facit acquirere verificationem principiorum ceterarujll scientiarum, et quod ipsa est
sapientia certissime. Iam etiam audisti saepe quod sapielltia est excellentior scientia ad
sciendum id quod est excellentius scitum, et iterum quod sllpientia est cognitio quae est cer-
TRATI ATO PRIMO- SEZIONE PRIMA 21

(5] Questo è quanto avevi potuto apprendere 15 nei libri precedenti. Con
tutto ciò, tuttavia, non ti appare evidente quale realmente (bi-l-J:wqfqa) 16 sia il
soggetto della scienza divina, se non per un'indicazione, se la ricordi, che si
trova nel Libro della dimostrazione 17 che fa parte della Logica e cioè che, in
tutte le altre scienze, tu hai trovato qualcosa che funge da soggetto, altre cose
che sono quelle da ricercare e alcuni principi che vengono ammessi e a partire
dai quali si costruiscono le dimostrazioni. Ora, però, non sai individuare quale
sia la realtà di quel che è il soggetto di questa scienza: se esso sia la stessa
Causa prima - in modo tale che quel che va cercato siano i suoi attributi e le
sue azioni- o sia invece qualcos'altro.
Inoltre, hai già inteso dire che vi è una "filosofia vera" e "prima", che essa
conferisce [il modo] di convalidare i principi delle altre scienze e che è la vera
sapienza. E talvolta intendevi che la sapienza è la scienza migliore del miglior
conoscibile, talaltra, invece, che essa è la conoscenza che è la più valida e la
più esatta, e altre volte ancora che essa è la scienza delle cause prime del tutto;
{tuttavia], non sapevi che cosa fossero questa "filosofia prima" e questa
""1>1.}>\.~'ù.'L'K' 'ù.i, "b~ \.~ \';~ ~~\\.'ù.\.'L\.<0'ù.\. ~ \. \';~ 1.\\'i.\.~~\\. 1.}>}>1.-;\~'ù.~"b"b~';<;') 1. ~'ù.1. "b\~"b"b1.
~isciplina o a discipline differenti, ognuna delle quali chiamata "sapienza" 18 .
Adesso ti mostreremo, invece, che questa scienza nella quale stiamo proceden-
do è la filosofia prima e la sapienza assoluta e che i tre attributi con i quali
quest'ultima è descritta sono attributi di una stessa disciplina, che è appunto
questa.
È noto che ogni scienza ha un soggetto che le è proprio; indaghiamo dun-
,que, adesso, intorno al soggetto di questa scienza: che cos'è? 19 Consideriamo
Se il soggetto di questa scienza sia l'essere (anniyya) di Dio- altissima la Sua
,gloria - oppure no, e Dio sia, piuttosto, una delle cose che vanno ricercate in
questa scienza.
Ora, - diremo - Dio non può esserne il soggetto; il soggetto di una scienza
è sempre qualcosa la cui esistenza viene ammessa in quella stessa scienza e di
cui si indagano soltanto i [vari] stati; e [6] ciò si è appreso in altri luoghi.

tior et convenientior, et iterum quod ipsa est scientia primarum causarum totius. Et tamen
non intellexisti qui d esset haec [4] philosophia ve! haec sapientia, nec si haec tres definitio-
nes ve! proprietates sint unius artis ve! diversarum quarum unaquaeque dicatur sapientia.
Nunc autem nos manifestabimus quod haec scientia in cuius via sumus est philosophia
prima et quod ipsa est sapientia absolute, et quod tres proprietates per quas describitur
sapientia, sunt proprietates unius magisterii, et quod ipsa est ipsum magisterium.
Consta! autem quod omnis scientia habet subiectum suum proprium. Inquiramus ergo
quid sit subiectum huius scientiae, et consideremus an subiectum huius scientiae sit ipse
Deus excelsus; sed non est, immo est ipse unum de his quae quaeruntur in hac scientia. Dico
igitur impossibile esse ut ipse Deus si t subiectum huius scientiae, quoniam subiectum omnis
scientiae est res quae conceditur esse, et ipsa scientia non inquirit nisi dispositiones illius
subiecti, et hoc notum est ex aliis locis. Sed non potest concedi quod Deus si t in hac scientia
22 , [6]

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ut subiectum, immo est quaesitum in ea, scilicet quoniam, si ita non est, tunc non potest esse
quin sit ve! concessum in hac scientia et quaesitum in alia, vel concessum in ista et non
quaesitum in alia.
Sed utrumque falsum est, quoniam impossibile est ut si t quaesitum in alia, eo quod aliae
scientiae ve! sunt morales ve! civiles ve! naturales ve! doctrinales vellogicae, et nulla scien-
tia sapientiae est extra hanc divisionem. In nulla autem earum quaeritur an sit Deus, quia
non [5] potest hoc esse ut in eis quaeratur, et tu scies hoc parva inspectione ex his quae mul-
totiens inculcamus. Nec etiam potest esse ut non sit quaesitum in alia ab eis scientia: tunc
enim esset non quaesitum in scientia ullo modo. Igìtur aut est manifestum per se, aut despe-
ratum per se quod non possit manifestari ulla speculatione. Non est autem manifestum per
se, nec est desperatum posse manifestari, quia signa habemus de eo. Amplius: omne id cuius
;fRATIATO PRIMO- SEZIONE PRIMA 23

L'esistenza di Dio- altissima la Sua gloria- non può essere ammessa in que-
sta scienza come suo soggetto: essa è piuttosto qualcosa che vi va ricercato. Se
così non fosse, [ci troveremmo, infatti, di fronte a due possibilità]: o [l'esisten-
za di Dio] sarebbe ammessa in questa scienza e da ricercare in un'altra; oppu-
re sarebbe ammessa in questa scienza, senza doversi ricercare in un'altra
scienza. Ma entrambi i casi sono falsi.
Non può essere, infatti, che [l'esistenza di Dio] sia da ricercare in un'altra
scienza. Le altre scienze sono o etiche o politiche o fisiche o matematiche o
logiche; tra le scienze filosofiche 20 non vi è una scienza che sia estranea a que-
sta divisione e in nessuna di esse si fa un'indagine tesa a stabilire [l'esistenza]
di Dio- altissima la Sua gloria. E d'altronde non potrebbe essere altrimenti;
questo tu lo sai alla minima riflessione, per i principi che ti sono stati [spesso]
ripetuti 21 •
Ma neppure può essere che [l'esistenza di Dio] non sia da ricercare in
un'altra scienza, perché allora sarebbe da non ricercare affatto in nessuna
scienza22 , e dovrebbe quindi essere evidente per sé; oppure si dovrebbe rinun-
ciare alla speranza di renderla evidente con la speculazione razionale. Ma
[l'esistenza di Dio] non è né evidente per sé né si dispera di renderla evidente:
se ne dà, infatti, una prova. E d'altronde, come si potrebbe ammettere l'esi-
stenza di ciò che si dispera di rendere evidente?
Non rimane, dunque, altro che l'indagine su [Dio] appartenga a questa
scienza.
L'indagine intorno a [Dio], poi, [può esser condotta] in due modi: uno dei
due è l'indagine che riguarda la sua esistenza, l'altro riguarda i suoi attributi.
Ma poiché è proprio l'indagine sulla sua esistenza che si fa in questa scienza,
[Dio] non può esserne il soggetto. [Come] è noto, infatti, a nessuna scienza
appartiene di stabilire [l'esistenza] di ciò che ne è il soggetto. Inoltre, fra poco,
ti mostreremo in modo evidente che l'indagine sulla sua esistenza non può
farsi che in questa scienza. Infatti, se già a partire dallo stato proprio di questa
scienza, hai appurato che essa consiste in un'indagine sulle cose radicalmente
separate dalla materia, nella Fisica 23 ti è apparso chiaramente che Dio è incor-
poreo e che non è la potenza di un corpo [7) ma che piuttosto è uno e sotto

manifestatio desperatur, quomodo potest concedi esse eius? Restat ergo ut ipsum inquirere
non sit nisi huius scientiae.
De eo autem inquisitio fit duobus modis. Unus est quo inquiritur an sit, alius est quo
inquiruntur eius proprietates; postquam autem inquiritur in hac scientia an sit, tunc non pote-
st esse subiectum huius scientiae. Nulla enim scientiarum debet stabilire esse suum subiec-
tum. In proximo etiam ostendam quod an sit non potest quaeri nisi in hac scientia.
Manifestum est enim ex dispositione huius scientiae quod ipsa inquirit res separatas omnino
a materia. Iam etiam significavi tibi in naturalibus quod Deus est non corpus nec virtus cor-
poris, sed est unum separatum a materia et ab omni comrnixtione omnis motus. Igitur inqui-
24 v [7]

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sitio de eo debet fieri in hac scientia, et quod de hoc apprehendisti in naturali bus erat extra-
neum a naturali bus quia quod de hoc tractabatur in eis non erat de eis, sed voluimus per hoc
accelerare hominem ad tenendum esse primum principium, ut per hoc (6] augeretur deside-
rium addiscendi scientias et perveniendi ad locum in quo certius possit cognosci.
Postquarn autem nece&&e est ut haec scientia subiectm11 habeat, et monstratum est illud
quod putabatur esse subiectum eius non esse suum subiectl)m, tunc quaerarnus an subiectum
eius sint ultimae causae eorum quae sunt, an omnes quattuor simul, non una tantum; sed hoc
non debet dici, quamvis iam hoc quidarn putaverunt. Nam consideratio de omnibu& quattuor
causis non potest esse quin sit de illis inquantum habent esse, ve! inquantum sunt causae
TRATTATO PRIMO - SEZIONE PRIMA 25

ogni aspetto privo di materia e di commistione con il movimento, ed è perciò


necessario che l'indagine intorno [a Dio appartenga] a questa scienza.
Tuttavia, quel che ti era apparso chiaramente di tale [questione] nella Fisica
era estraneo ad essa: vi veniva utilizzato senza fame parte. Con quell' [argo-
mento] si voleva semplicemente anticipare all'uomo la consapevolezza
dell'esistenza (anniyya) del Principio primo 24 , di modo che, a partire da tale
consapevolezza, egli si rafforzasse nel desiderio di acquisire le scienze e di
essere diretto verso quello stadio da cui realmente se ne può raggiungere la
conoscenza25 •
Poiché dunque vi è immancabilmente bisogno di qualcosa che sia soggetto
di questa scienza, e poiché hai appurato che quel che si riteneva lo fosse non
lo è, esaminiamo se suo soggetto siano le cause ultime di tutti gli esistenti - le
quattro [cause], e non una sola di esse, per la quale non vi è alcun discorso [da
sostenere] 26, anche se alcuni possono credere persino questo.
Anche per quanto riguarda l'esame 27 di tutte le cause, però [vi è qualcosa
da dire]; esse si esamineranno senz'altro: o in quanto sono degli esistenti o in
quanto sono cause in senso assoluto o in quanto ognuna delle quattro è nel
modo che le è proprio. Intendo dire che l'esame [delle cause] si può fare o a
partire dall'aspetto per cui questa è un agente, quella un ricevente e quella
un'altra cosa [ancora], oppure a partire dall'aspetto per cui esse costituiscono
un insieme.
Ora, - diremo - non può essere che il loro esame si faccia in quanto esse
sono cause assolute, in modo tale che lo scopo di questa scienza sia lo studio
di quel che accade alle cause in quanto cause in senso assoluto. Ciò appare
manifesto a partire da più punti di vista: in primo luogo, perché questa scienza
indaga intorno ad alcune nozioni- come l'universale e il particolare, la poten-
za e l'atto, la possibilità e la necessità e altro ancora- che non sono degli acci-
denti propri delle cause in quanto cause. [8] D'altronde, è chiaro ed evidente

absolutae, ve! inquantum unaquaeque earum quattuor est illius modi qui proprius est sibi,
scilicet ut considerati o de illis si t secundum quod una est agens et alia patiens et illa alia est
aliud, ve! secundum quod fit ex coniunctione illarum.
Dico autem quod, si bene consideretur, non possunt esse subiectum huius scientiae
inquantum sunt causae absolutae, ita ut intentio huius scientiae sit considerare ea quae acci-
dunt causis inquantum sunt causae absolutae. Et hoc patet multis modis, quorum unus est
scilicet quod haec scientia inquirit intentiones quae non sunt ex accidentibus propriis ipsa-
rum causarum inquantum sunt causae. Inquirit enim universale et particulare, potentiam et
effectum, possibile et necesse, et cetera. Manifestissimum est autem quod haec talia sunt in
26 [8]

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se quod inquisitio debet fieri de illis, nec sunt ex accidentibus quae sunt propria (7] rebus
naturalibus nec doctrinalibus, nec cadunt inter accidentia quae sunt propria scientiarum
practicarum. Restat igitur ut perquisitio sit de illis in scientia quae est extra praedictam divi-
sionem, et illa est haec scientia.
Et etiam quia scientia de causis absolute acquiritur post scientiam qua stabiliuntur cau-
sae rerum causas habentium: duro enim nos non stabilieri111us esse causarum causatarum a
rebus aliis, sic ut esse earum pendeat ex eo quod praecedit in esse, non sequetur apud intel-
lectum esse causae absolutae, sed hic est causa una; quamvis sensus inducat ut duae causae
concurrant, sed licet concurrant, non minus tamen debet 11sse una causa alterius: persuasio
enim quae advenit animae ex assiduitate sensus et experientiae non est cogens, sicut scisti,
nisi per cognitionem quod in pluribus ex rebus quae sunf naturales et electionis contingit
'fRATIATO PRIMO - SEZIONE PRIMA 27

che queste cose, in se stesse tali da essere indagate, non fanno parte degli acci-
denti propri delle cose naturali e delle cose matematiche e che esse, poi, non si
trovano neppure tra gli accidenti propri [di ciò che funge da soggetto] nelle
scienze pratiche. Resta, dunque, che l'indagine intorno a [queste nozioni]
appartenga a quella data scienza che rimane in base alle [precedenti] divisioni
e che è questa scienza.
E ancora: la scienza delle cause in senso assoluto si ottiene dopo la scienza
che stabilisce [l'esistenza] delle cause, per quelle cose (umiir) che hanno
cause. Infatti, finché non stabiliamo [l'esistenza] delle cause per le cose causa-
te, stabilendo che l'esistenza di queste dipende da qualcosa che è ad esse ante-
nore nell, esistenza, l'intelletto non è costretto ad ammettere l, esistenza della
causa in senso assoluto né [ad ammettere] che vi sia una qualche causa.
Quanto ai sensi 28 , essi non conducono che a rilevare la concomitanza [fra le
cose], ma non è detto che, quando due cose avvengono l'una insieme all'altra,
una delle due sia necessariamente causa dell'altra: la convinzione che si rea-
lizza nell'anima in virtù della frequenza di quel che le presentano i sensi e
l'esperienza non si conferma - come sai - se non in quanto si sa che le cose
c'ne sono es'1s'tenù ne'l'la magg1or pane o sono na'tura'ù o sono ogge't'to èù sce)-
ta29: ciò, in realtà, si fonda sul fatto che si stabilisca [l'esistenza] delle cause
('ila!) e si riconosca l'esistenza delle cause e delle ragioni (asbiib )30 e questo è
qualcosa che non è evidente in modo primario, anche se è comunemente
accettato 31 • E hai già appreso la differenza fra le due [cose]: in effetti, non è
che, essendo per l'intelletto quasi evidente per sé che vi sia un principio per le
cose che avvengono, ciò debba essere evidente per sé, come è per molte delle
cose della geometria che si dimostrano nel Libro di Euclide 32 .
Inoltre, poiché la dimostrazione apodittica di questo [punto ]3 3 non si trova
nelle altre scienze, è necessario che essa si trovi in questa scienza. Ma come è
possibile che in una scienza il soggetto, del quale si dovrebbero indagare i modi,
sia fra le cose che vanno ancora ricercate, dovendosene ricercare l'esistenza?
Ecco allora che, se è così, è anche evidente che l'indagine intorno alle
[cause] non si fa sotto l'aspetto [9] dell'esistenza che è propria di ciascuna di

hoc. Et hoc certe est appositum ad stabiliendum causas: concedere enim esse causas et occa-
siones non est manifestum primum, [8] sed probabile; iam autem scisti differentiam inter
haec duo. Nam non si paene fuerit manifestum per se apud intelligentiam quod quicquid
coepit habet principium aliquod, ideo debet esse manifestum per se, sicut multa ex rebus
geometricis per quae probantur cetera in libro Euclidis, deinde manifestatio demonstrativa
non est ita in ceteris scientiis: unde debet esse in hac scientia. Quomodo igitur potest esse ut
illud si t subiectum scientiae inter cuius inquisitiones quaerantur dispositiones eius cuius esse
est quaesitum in ea?
Quod cum ita sit, manifestum est quod non est inquisitio de illis etiam inquantum una-
quaeque earum habet esse proprium, ut hoc sit quaesitum in hac scientia, nec est etiam
28 [9]

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inquantum sunt coniunctio aliqua et omnino, non dico coniunctum nec universale, eo quod
consideratio de parti bus coniunctionis prior est quam consideratio de coniunctione, quamvis
non sit ita in particularibus universalis secundum respectum quem nosti. Unde oporteret
haberi considerationem de partibus, sed vel in hac scientia, et tunc conveniens esset eas esse
subiectum eius, vel in alia; sed in alia scientia esse non potest. Nulla enim alia inquirit de
fRATIATO PRIMO- SEZIONE PRIMA 29

esse - e che è appunto da ricercare in questa scienza - e non si fa neppure in


quanto esse costituiscono un insieme e un tutto 34 , e non sto dicendo qualcosa
di comprensivo [di parti] e di universale; [non si fa in quanto esse costituisco-
no un insieme, perché] l'esame delle parti dell'insieme è anteriore rispetto
all'esame dell'insieme, benché- per la considerazione che già conosci- così
non sia per i particolari rispetto all'universale; altrimenti, infatti, l'esame delle
parti si dovrebbe necessariamente fare o in questa scienza - ma allora [le
parti] ne sarebbero più adeguatamente il soggetto - oppure in un'altra scienza;
ma non vi è una scienza altra, diversa da questa, che comprenda ciò che va
detto sulle cause ultime. Così, se l'esame delle cause [in questa scienza] è in
quanto esse sono esistenti e in quanto, sotto quest'aspetto, qualcosa è loro con-
comitante, è necessario che il soggetto primo [di questa scienza] sia l'essere in
quanto essere 35 ; e così risulta evidente anche la confutazione della tesi secon-
do la quale il soggetto di questa scienza sarebbero le cause ultime; anzi è
necessario che si sappia che esse rappresentano la perfezione [di questa scien-
za] e quel che in essa va ricercato 36•

causis ultimis nisi ista scientia. Si autem consideratio de causis fueòt inquantum habent esse
et de omni eo quod accidit eis secundum hunc modum, oportebit tunc ut ens, inquantum est
ens, sit subiectum, quod est convenientius. Monstrata est igitur [9] destructio illius opinionis
qua dicitur quod subiectum huius scientiae sunt causae ultimae, sed tamen debes scire quod
haec sunt completio et quaesitum eius.
30 l. [lO]

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II
CAPITULUM DE STABILIENDO SUBIECTUM 4UIUS SCIENTIAE

Oportet igitur ut monstremus quid sit subiectum hui11s scientiae sine dubio, ad hoc ut
pateat nobis quae sit intentio huius scientiae.
Dico autem quod suum subiectum scientiae naturalis t:st corpus, non inquantum est ens,
nec inquantum est substantia, nec inquantum est composit11m ex suis duobus principiis, quae
sunt hyle et forma, sed inquantum est subiectum motui e:t quieti. Scientiae vero quae sunt
sub scientia naturali remotiores sunt ab hoc, similiter et m<>rales.
31

[SEZIONE SECONDA]

IN CUI SI STABILISCE IL SOGGETTO DI QUESTA SCIENZA

È necessario indicare il soggetto che senz 'altro è proprio di questa scienza,


in modo che ci appaia evidente lo scopo che in essa si persegue.
Diremo allora che il soggetto della scienza naturale è, [come si è
mostrato]3 7 , il corpo; e non lo è né in quanto è un esistente, né in quanto è una
sostanza, né in quanto è un composto dei suoi due principi - cioè la materia e
la forma - ma, invece, in quanto è soggetto al movimento e alla quiete; le
scienze che stanno al di sotto della scienza naturale, poi, sono ancor più lonta-
ne [da ciò che funge da soggetto nella filosofia prima], e così quelle etiche38 .
Quanto alla scienza matematica, il suo soggetto, [come si è mostrato], è o
un'estensione39 che nella mente è astratta dalla materia, o un'estensione assun-
ta nella mente con una materia, o un numero astratto dalla materia o un nume-
ro considerato in una materia; né [in essa] l'indagine è orientata a stabilire se
!!n'estensione sia astratta o sia in una materia, o se un numero sia astratto o sia
in una materia, ma [è orientata], invece, [a stabilire] gli stati che a questi (la-
hu) accadono, una volta posti. E così 40 , a maggior ragione l'indagine nelle
scienze che stanno al di sotto di quelle matematiche riguarderà solo gli acci-
denti che accompagnano41 le cose di volta in volta poste e che sono ancor più
particolari di queste.
Il soggetto della scienza logica42 - come sai- sono le intenzioni intelligibi-
li seconde, che si fondano sulle intenzioni intelligibili prime, in quanto vi è
una certa modalità in virtù della quale43 si giunge da qualcosa di noto a [11]

Subiectum vero scientiae doctrinalis est mensura, sive intellecta absque materia sive
intellecta in materia, et numerus, sive intellectus absque materia sive intellectus in materia.
Non enim inquirit stabilire an mensura ve! numerus intelligatur absque materia ve! in mate-
ria, sed consideratio de his est de dispositionibus eorum quae accidunt eis post positionem
eorum huiusmodi. Scientiae vero quae sunt sub disciplinalibus, convenientius est ut non
considerent nisi de acciden-[lO]talibus consequentibus posita, quae sunt m'inus communia
quam ipsa posita.
Subiectum vero logicae, sicut scisti, sunt intentiones intellectae secundo, quae apponun-
tur intentionibus intellectis primo, secundum hoc quod per eas pervenitur de cognito ad
incognitum, non inquantum ipsae sunt intellectae et habent esse intelligibile, quod esse nullo
32 [11]

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!),F..Jiftt t..)_r.) t~ .:,~l.ir. ~JJ' r4~' J?.) r~ ~~

modo pendet ex materia, ve! pendet ex materia, sed non corporea. Non fuerunt autem aliae
scientiae praeter eas.
· Deinde consideratio de substantia inquantum est ens ve! est substantia, ve! de corpore
inquantum est substantia, et de mensura et numero inquantum habent esse et quomodo
habent esse, et de rebus formalibus quae non sunt in materia, ve!, si sint in materia, non
tamen corporea, et quomodo sunt illae, et quis modus est magis proprius illis, separatim per
se debet haberi. Non enim potest esse subiectum alicuius scientiarum de sensibilibus nec ali-
cuius scientiarum de eo quod habet esse in sensibilibus. Nam aestimatio est exspoliatio a
sensibilibus; haec autem sunt de universitate eorum quae habent esse separata a materia.
TRATTATO PRIMO- SEZIONE SECONDA 33

qualcosa di ignoto e non in quanto esse stesse siano intelligibili e possiedano


l'esistenza intellettuale che non è assolutamente vincolata a una materia o è
vincolata a una materia non corporea44 .
E al di fuori di queste scienze non vi sono altre scienze.
D'altronde, l'indagine sullo stato della sostanza in quanto è esistente e
sostanza, sul corpo in quanto è una sostanza, sull'estensione e sul numero in
quanto sono esistenti e su come sia la loro esistenza, sulle cose formali che
non sono in una materia o che sono in una materia diversa dalla materia dei
corpi - come esse siano e quale tipo di esistenza sia loro propria - è qualcosa
per cui è necessario riservare un'indagine a parte. E poiché non può essere che
[tale indagine] rientri nella scienza delle cose sensibili, né nell'insieme della
scienza di ciò la cui esistenza45 è nelle cose sensibili e che tuttavia l'attività
estimativa e definitoria astraggono dalle cose sensibili 46 , essa deve far parte
della scienza che si occupa di ciò la cui esistenza è separata [dalla materia] 47 •
Poi, quanto alla sostanza, è evidente che la sua esistenza, in quanto è sol-
tanto una sostanza, è indipendente dalla materia, altrimenti non vi sarebbe
altro che una sostanza sensibile; il numero, invece, si applica alle cose sensibi-
li e a quelle non sensibili e quindi, in quanto numero, è indipendente dai sensi-
bili. Riguardo all'estensione poi, il termine [che la designa] è un omonimo:
con esso si può comprendere qualcosa di cui si può dire che è un'estensione48
- intendendo con ciò la dimensione costitutiva del corpo naturale - ma anche
qualcosa che si dice "estensione", intendendo con ciò la quantità continua che
si dice della linea, della superficie, e del corpo delimitato. Hai già appreso la
differenza fra le due [accezioni].
Nessuno dei due [significati di "estensione" è proprio di qualcosa che] è
separato dalla materia, tuttavia, nel primo di essi l'estensione, pur non sepa-
randosi dalla materia, è anche principio dell'esistenza dei corpi naturali ed
essendo principio della loro esistenza, non può [12] dipenderne nella sussi-

Manifestum est enim quod esse substantiae, inquantum est substantia tantum, non pendet ex
materia; alioquin non esset substantia nisi sensibilis. Numero etiam accidit esse in sensibili-
bus et in non sensibilibus; unde numerus, inquantum numerus est, non pendet ex sensibili-
bus nec ex insensibilibus. Mensura etiam commune [l l] nomen est, quia mensura, vel intel-
ligitur dimensio quae constituit corpus naturale, vel intelligitur quantitas continua quae dici-
tur de linea et superficie et corpore terminato. Tu autem iam scisti differentiam inter haec
duo. Nulla autem earum est separata a materia. Mensura vero secundum primam acceptio-
nem, quamvis non sit separata a materia, est tamen principium essendi corpora naturalia, nec
tamen ob hoc potest esse ut constitutio eorum pendeat ex ea, quasi ipsa det eis constitutio-
34 ,,. [12]

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nem ipsam; tunc praecederet enim in esse ipsa sensibilia; sod non est ita. Figura etiam acci-
dentale et comitans est materiae, postquam substantìatur corpus finitum cuius spatium est
superficies finita, termini etiam sunt sub mensura, inquantum materia perficitur per illos, et
postea comitantur. Postquam autem ita est, tunc figura non 11abet esse nisi in materia, nec est
prima causa materiae veniendi ad effectum. Mensura vero, secundum acceptionem secun-
dam, consideratur secundum esse suum et secundum sua accidentalia. Sed consideratio de
ea secundum esse suum, scilicet de quo modo essendi et de aua divisione essendi sit, non est
etiam ut consideratio de eo quod (non] pendet ex materia· Subiectum etiam logicae [121
'J'RATIATO PRIMO- SEZIONE SECONDA 35

stenza: essa cioè non può acquisire la propria sussistenza dalle [realtà] sensibi-
li e al contrario, sono [le realtà] sensibili che da essa acquisiscono la loro sus-
sistenza, così che essa è anche anteriore per essenza ai sensibili. E non così,
jnvece, è per la figura. La figura, infatti, è un accidente che consegue necessa-
riamente alla materia, dopo che essa si sia sostanziata come un corpo finito
esistente49 e che sostiene una superficie finita. I limiti, infatti, sono necessari
all'estensione 50 in quanto la materia viene a perfezionarsi in virtù di essa (bi-
hi) ed essi, poi, le si accompagnano necessariamente51 ; e se è così, la figura,
pur non essendo esistente se non nella materia, non è una causa primaria per il
passaggio della materia all'atto52 •
L'estensione nell'altro significato, invece, si può esaminare o sotto l'aspet-
to della sua esistenza o sotto l'aspetto dei suoi accidenti. Ma neanche l'esame
che riguarda la sua esistenza - di quale tipo sia e di quale delle divisioni
dell'essere essa faccia parte- è un'indagine intorno a una realtà (ma'nti) che
sia vincolata alla materia.
È manifesto poi che il soggetto della logica è in sé al di fuori delle cose
sensibili.
Ecco, perciò, che è evidente che tutte queste [cose] trovano posto in quella
scienza che si occupa di ciò la cui sussistenza non è vincolata alle realtà sensi-
bili. Ma per [tali cose] non si può porre altro soggetto comune- di cui tutte
"8arebbero gli stati e gli accidenti -, se non l'essere. Alcune di esse, infatti,
sono sostanze, alcune quantità, alcune altre categorie, e non è possibile che
un'intenzione dalla realtà attestata (muf:taqqaq) riassuma in sé tanto la [sostan-
za] quanto le [altre categorie] 53 , se non la realtà propria dell'intenzione
dell' essere54 .
Analogamente, possono esistere anche cose che devono determinarsi e rea-
lizzarsi nell'anima e che sono comuni alle [diverse] scienze- come l'uno [13]

secundum se manifestum est esse praeter sensi bilia. Manifestum est igitur quod haec omnia
cadunt in scientiam quae profitetur id cuius constitutio non pendet ex sensibilibus.
Sed non potest poni eis subiectum commune, ut illorum omnium sint dispositiones et
accidentalia communia, nisi esse. Quaedam enim eorum sunt substantiae, et quaedam quan-
titates, et quaedam alia praedicamenta; quae non possunt habere communem intentionem
qua certificentur nisi intentionem essendi. Similiter etiam sunt res quae debent definiti et
verificati in anima, quae sunt communes in scientiis; nulla tamen earum tractat de eis, sicut
est unum inquantum est unum, et multum inquantum est multum, conveniens et inconve-
36 [13]

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niens, contrarium et cetera. De his enim mentionem tantum faciunt et inducunt definitiones
eorum, nec tamen loquuntur de modo essendi eorum, quia haec nec sunt accidentia propria
alicui subiectorum harum scientiarum particularium, nec sunt de rebus quae habent esse nisi
proprietates esse essentialiter, nec sunt etiam de proprietatibus quae sunt communes omni
rei sic ut unumquodque eorum sit commune omni rei, nec possunt esse propria aiicuius
praedicamenti, nec possunt esse accidentalia alicui nisi ei quod est esse, inquantum est esse.
Igitur ostensum est tibi ex his omnibus quod ens, inquantum est ens, est commune
omnibus his et quod ipsum debet poni subiectum huius magisterii, et quia non eget inquiri
an sit et quid sit, quasi alia [13] scientia praeter hanc debeat assignare dispositionem eius, ob
'l'RATTATO PRIMO- SEZIONE SECONDA 37

in quanto tale, il molteplice in quanto tale, il conveniente e il differente55 , il


contrario, e altro ancora - ma nessuna scienza se ne assume la trattazione (al-
kaliim). Alcune [scienze] si limitano, infatti, a fare uso [di tali cose], altre
prendono in considerazione solo i loro termini 56 , senza discutere della loro esi-
stenza. [E tali cose] non sono accidenti propri di uno dei soggetti di queste
scienze particolari, né sono tra le cose il cui essere si riduce all'essere degli
attributi essenziali; esse non sono neppure attributi che appartengono ad ogni
cosa, così da essere ognuna comune ad ogni cosa, e neppure può essere che
[ognuna di esse] sia propria di una sola categoria, né è possibile che sia tra gli
accidenti di alcunché, se non dell'essere in quanto tale.
Ora, a partire da questo insieme [di considerazioni], ti risulta manifesto che
l'essere in quanto tale è qualcosa di comune a tutte queste cose e che, per ciò
che si è detto, è necessario che se [ne] faccia il soggetto di questa disciplina.
Esso è tale che si fa a meno di conoscere che cosa esso sia e di stabilire [che
èsso esista], come se ci fosse bisogno di una scienza, diversa da questa, che si
assumesse l'impegno di chiarire lo stato che lo riguarda. È, infatti, impossibile
stabilire [l'esistenza] del soggetto e individuare che cosa esso sia nella stessa
scienza di cui esso è il soggetto; in essa si dovrà, invece, soltanto ammettere
che esso esista (anniyya) e che cosa esso sia (miihiyya) 57 •
Perciò, il soggetto primo di questa scienza è l'essere in quanto essere,
mentre le cose che in essa vanno ricercate sono quelle che lo accompagnano in
guanto è essere, senza condizione58 •
'* Alcune dì queste cose - come la sostanza, la quantità e la qualità - sono
come le specie [per l'essere]. Infatti, per dividersi in esse, l'essere non ha biso-
gno di essere diviso anteriormente ad esse, come [accade invece] alla sostanza
che ha bisogno di [altre] divisioni perché ne consegua necessariamente la divi-
sione in "uomo" e "non uomo" 59 . ·
Alcune altre- come l'uno e il molteplice, la potenza e l'atto, l'universale e
il particolare, il possibile e il necessario - sono, invece, come gli accidenti
propri 60 ; per ricevere questi accidenti ed esservi preparato, l'essere, infatti,
non ha bisogno di essere specificato come naturale o matematico o etico, o
altro.

hoc quod inconveniens est ut stabiliat suum subiectum an sit et certificet quid sit scientia
cuius ipsum est subiectum, sed potius debet concedere tantum quia est et quid est. Ideo pri-
mum subiectum huius scientiae est ens, inquantum est ens; et ea quae inquirit sunt conse-
quentia ens, inquantum est ens, sine condicione. Quorum quaedam sunt ei quasi species, ut
substantia, quantitas et qualitas, quoniam esse non eget dividi in alia priusquam in ista, sicut
substantia eget dividi in alia antequam perveniat ad dividendum in hominem et non homi-
nem. Et ex his quaedam sunt ei quasi accidentalia propria, sicut unum et multum, potentia et
effectus, universale et particulare, possibile et necesse. Per hoc autem quod ens recipit haec
accidentia et coaptatur illis, non est necesse illud proprie fieri ve! naturale vel disciplinale
ve! morale ve! aliquid aliorum.
38 Il [14]

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Potest autem quis dicere quod, postquam ens ponituf subiectum huius scientiae, tunc
non potest esse ut ipsa stabiliat esse principia essendi. Inquisitio enim omnis scientiae non
est de principiis, sed de consequentibus principiorum. Ad quod respondemus quod specula-
tio de principiis non est nisi inquisitio de consequentibus huius subiecti, quia ens hoc ve!
illud, inquantum est principium, non constituitur [14] ab eo nec prohibetur, sed, comparatio-
ne naturae entis absolute, est quiddam accidentale ei et est de consequentibus quae sunt ei
propria; principium enim non est communius quam ens, quasi consequatur cetera consecu-
tione prima. Nec etiam necesse est ut sit naturale ve! disciplinale ve! aliquid aliud, ad hoc ut
accidat ei esse principium. Deinde principium non est principium omnium entium. Si enim
omnium entium esset principium, tunc esset principium sui ipsius; ens autem in se absolute
non habet principium; sed habet principium unumquodque esse quod scitur. Principium igi-
TRATTATO PRIMO- SEZIONE SECONDA 39

[14] Qualcuno però potrebbe dire che se si fa dell'essere (al-mawgud) il


soggetto di questa scienza, in essa non si potrà più stabilire [l'esistenza] dei
principi degli enti, perché in ogni scienza l'indagine si fa intorno ai concomi-
tanti del suo proprio soggetto, non intorno ai suoi principi.
A questa [obiezione] si deve rispondere che anche l'esame dei principi è
un'indagine intorno agli accidenti di questo soggetto61 ; essere un principio,
infatti, non è né un costituente dell'essere né è qualcosa di impossibile a suo
riguardo. Anzi, in relazione alla natura dell'essere, [il fatto di essere un princi-
pio] è qualcosa che gli accade e rientra nei suoi accidenti propri62 ; perché non
vi è nulla di più comune dell'essere, così che esso si accompagna a quel che è
diverso da esso in modo primario.
E neppure l'essere ha bisogno- perché gli accada di essere un principio-
di essere qualcosa di naturale o di matematico o altro ancora. Inoltre, il princi-
pio non può essere tale per tutto l'essere; se fosse un principio per tutto l'esse-
re, sarebbe principio anche di se stesso, e invece l'essere considerato in quanto
tutto non ha principio; il principio è principio soltanto dell'essere causato ed è
dunque principio di una parte dell'essere. Questa scienza non farà, quindi,
un'indagine sui principi dell'essere in assoluto, ma soltanto sui principi di una
parte di esso, come accade a tutte le altre scienze particolari; queste ultime,
infatti, per quanto possiedano principi dei quali partecipa l'insieme di ciò di
cui ognuna si interessa, non dimostrano 63 l'esistenza dei loro principi comuni
ma dimostrano, invece 64, l'esistenza di qualcosa che- tra le cose che le riguar-
dano - funge da principio rispetto a quel che segue.
[E da ciò] consegue che questa scienza si divide obbligatoriamente in parti.
[Una] che indaga intorno alle cause supreme, che infatti sono le cause di
ogni esistente causato dal punto di vista della sua esistenza e che indaga intor-
no alla Causa prima65 da cui fluisce ogni esistente causato in quanto esistente
causato, e non soltanto in quanto mobile o quantificabile. [Un'altra] che inda-
ga intorno a quel che accade 66 all'esistente e [un'altra ancora] che indaga
intorno ai principi delle scienze particolari. E poiché i principì di ogni scienza
[15] più specifica sono delle questioni per la scienza più elevata67 - al modo in

tur est principium aliquibus entibus. Quapropter haec scientia non erit inquirens principia
entis absolute, sed principia alicuius entium, sicut principia ceterarum scientiarum particula-
rium. Quamvis enim ceterae scientiae non probent esse principiorum suorum communium
(habent enim principia in quibus communicant omnes de quibus unaquaeque earum tractat),
ipsae tamen probant esse principiorum earum rerum quae sunt in eis.
Sequitur ergo necessario ut haec scientia dividatur in partes, quarum quaedam inquirunt
causas ultimas, inquantum sunt causae omnis esse causati inquantum est esse; et aliae inqui-
runt causam primam ex qua [15] fluit omne esse causatum inquantum est esse causatum,
non inquantum est esse mobile ve! quantitativum; et quaedam aliae inquirunt dispositiones
quae accidunt esse; et quaedam inquirunt principia scientiarum particularium; principia
enim uniuscuiusque scientiarum minus communium quaestiones sunt in scientia communio-
40 \0 [ 15]

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ri, sicut principia medicinae in naturali, et principia mensurationis in geometria. Contingit


igitur ut in hac scientia monstrentur principia singularium scientiarum quae inquirunt dispo-
sitiones uniuscuiusque esse. Igitur haec scientia inquirit dìspositiones esse et ea quae sunt ei
quasi partes et species, quousque pervenitur ad appropriationem ex qua provenit subiectum
naturalis. Igitur permittamus illam appropriatìonem ei; et appropriationem ex qua provenit
subiectum disciplinalis, permittamus ei, et similiter ceteris. Id autem quod praecedit illud
subiectum et est ei sicut principium, nos inquiremus et stabiliemus eius dispositiones.
Igitur quaestiones huius scientiae quaedam sunt causae esse, inquantum est esse causa-
turo, et quaedam sunt accidentalia esse, et quaedam sunt principia scientiarum singularum.
Et scientia horum quaeritur in hoc magìsterio. Et haec est phìlosophìa prima, quia ipsa est
scientia [ 16] de prima causa esse, et haec est prima causa, sed prima causa universitatis est
TRATTATO PRIMO- SEZIONE SECONDA 41

cui i principi della medicina [rappresentano delle questioni] nella [scienza]


naturale, e [quelli della scienza] delle superlici nella geometria - così accade
che in questa scienza si faccia chiarezza sui principi di quelle scienze partico-
lari che indagano intorno ai [vari] stati delle particolari cose esistenti.
Questa scienza indaga, quindi, intorno agli stati dell'essere e delle cose che
gli appartengono, come divisioni e specie, in modo da raggiungere quella par-
ticolare determinazione che costituisce il soggetto della scienza naturale - così
che esso si costituisca con essa e se ne ammetta [l'esistenza]- o quella parti-
colare determinazione che costituisce il soggetto della matematica, così da
ammetterne [l'esistenza], e così via. E quel che è anteriore a questa determina-
zione è come il principio68 , e anche intorno ad esso noi conduciamo un'indagi-
ne, stabilendo lo stato che lo riguarda.
Alcune questioni di questa scienza69 vertono così sulle cause dell'esistente
causato in quanto esistente causato, alcune riguardano i suoi accidenti, altre i
principi delle scienze particolari. Questa, dunque, è la scienza che si ricerca in
questa disciplina.
Essa è filosofia prima perché è la scienza delle cose prime nell'esistenza, e
cioè la Causa prima, e delle cose che sono prime per la generalità, e cioè
l'essere e l'unità 70 . Essa è anche sapienza, che è la migliore scienza del
migliore dei conoscibili: essa, infatti, è la migliore scienza - cioè quella certa
- del migliore dei conoscibili, cioè di Dio, altissimo, e delle cause a Lui suc-
cessive. Essa è anche conoscenza delle cause supreme del tutto ed è anche
conoscenza di Dio; le compete la definizione di scienza divina, che è scienza
delle cose che sono separate dalla materia nella definizione e nell'esistenza.
Infatti, come si è chiarito, non vi è nulla dell'essere in quanto essere e dei suoi
principi e dei suoi accidenti che non sia anteriore alla materia nell'esistenza e
che, quanto all'esistenza, non sia indipendente dall'esistenza della [materia].
Se poi in questa scienza si fa un'indagine intorno a qualcosa che non è anterio-
re alla materia, lo si fa solo in quanto si indaga intorno a una certa intenzione.
E, per esistere, tale intenzione non ha bisogno della materia71 •
Anzi, le cose intorno alle quali si conduce l'indagine [in questa scienza] si
dividono in quattro [classi] 72 : alcune sono radicalmente prive della materia e dei

esse et unitas; et est etiam sapientia quae est nobilior scientia qua apprehenditur nobilius sci-
tum: nobilior vero scientia, quia est certitudo veritatis, et nobilius scitum, quia est Deus, et
causae quae sunt post eum; et etiam cognitio causarum ultimarum omnis esse, et cognitio
Dei, et propterea definitur scientia divina sic quod est scientia de rebus separatis a materia
definitione et definitionibus, quia ens, inquantum est ens, et principia eius et accidentalia
eius, inquantum sunt, sicut iam patuit, nullum eorum est nisi praecedens materiam nec pen-
det esse eius ex esse illius. Cum autem inquiritur in hac scientia de eo quod non praecedit
materiam, non inquiritur i~ea nisi secundum hoc quod eius esse non eget materia.
Eorum autem quae inquiruntur in ea quattuor sunt; quorum quaedam sunt separata a
materia et ab appendiciis materiae omnino, et quaedam sunt commixta materiae, sed ad
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42 JWI J..All- J}~l ·..JW.I [16]

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f>-~! ~ ~ iJ! ~./.. ..!.1\.lJ' ..._c;~\ ~J. \.:U. iJ~ ..!.ll~J' •:.V'N
. lf> ~- ~ iJ! J _;.L\ J_,.;._

modum quo commiscetur causa constituens et praecedens (materia enim non est constituens
illa) et quaedam sunt quae inveniuntur in materia et non in materia, [17] sicut causalitas et
unitas; quapropter ea quae habent communiter, inquantum sunt talia, sunt quod ad certifica-
tionem sui non est opus esse materia; omnia autem communicant in hoc quod esse eomm
non est materiale, scilicet ut esse eomm sit ex materia. Et quaedam sunt res materiales, sicut
motus et quies, sed de eis non inquiritur in hac scientia secundum quod sunt in materia, sed
secundum esse quod habent. Cum igitur haec pars divisionis accepta fuerit cum aliis parti-
bus divisionis, tunc omnes communicant in hoc quod inquisitio de his non est nisi secundum
modum quo esse eomm non est existens per materiam. Et sicut in scientiis disciplinalibus
ponunt id quod est terminatum per materiam, et inquisitio et consideratio de eo est illius
modi secundum quem id quod quaeritur de eo pendet ex materia, et haec inquisitio non est
disciplinalis: sic est dispositio haec. Monstratum est ergo quae sit intentio in hac scientia.
TRATIATO PRIMO -SEZIONE SECONDA 43

vincoli con essa; [16] altre sono mescolate alla materia, però lo sono allo stesso
modo in cui si mescola la causa, costituente e anteriore, senza che la materia sia
per essa qualcosa di costitutivo; altre possono esistere nella materia e possono
anche esistere non in una materia, come la causalità e l'unità73 ; così, quel che
appartiene loro in comune - in quanto esse sono quel che sono - è di non aver
bisogno dell'esistenza della materia perché ne sia stabilita la realtà; e
quest'insieme [di cose] compartecipa anche del fatto di non essere materiale per
quanto riguarda l'esistenza: non si tratta cioè di cose che acquisiscono l' esisten-
za dalla materia; alcune altre, infine, sono cose materiali - come il movimento e
la quiete - e tuttavia, ciò su cui si indaga in questa scienza non è il loro stato
nella materia, ma invece il tipo di esistenza che loro appartiene. E una volta che
questa divisione si prenda in considerazione insieme alle altre, si trova che esse
banno in comune che il tipo di indagine condotta intorno ad esse si fa in relazio-
ne a un'intenzione che non ha esistenza in quanto trae sussistenza dalla materia.
Come nelle scienze matematiche si era posto [a mo' di soggetto] quel che è
determinato in virtù della materia ma l'esame e l'indagine su di esso si facevano
in relazione a un'intenzione che non è determinata in virtù della materia e,
çome la dipendenza dalla materia di ciò intorno a cui l'indagine si muoveva non
fàceva uscire l'indagine dal fatto di essere "matematica", così avviene qui.
Si è così reso manifesto e palese quale sia lo scopo [che si persegue] in
questa scienza. Sotto un certo aspetto, questa scienza ha qualcosa in comune
éon la dialettica e con la sofistica74 , sotto un altro aspetto si differenzia da
entrambe e, sotto un altro aspetto ancora, essa si differenzia da ognuna delle
due. [Questa scienza] ha qualcosa in comune con entrambe perché ciò intorno
1\. cui vi si indaga non è discusso da colui che si occupa di una scienza partico-
lare, mentre ne discutono il dialettico e il sofista; se [ne] differenzia, perché il
filosofo primo - in quanto tale - non discute delle questioni delle scienze par-
ticolari, mentre quei due [ne] discutono 75 • Essa poi si differenzia dalla dialetti-
éa, in particolare per la potenza, perché il discorso dialettico fa acquisire l'opi-
nione, non la certezza - come hai appreso nella disciplina della logica - men-
tre si differenzia, infine, dalla sofistica76 , per la volontà, e questo perché, [il
filosofo] vuole la verità stessa, mentre [il sofista] vuole che si ritenga che egli
è un sapiente che dice il vero, anche se non è sapiente77 •

Haec autem scientia communicat cum Topica et Sophistica simul in aliquibus et differt
ab eis simul in aliquibus et differt ab unaquaque earum in aliquibus. Communicat enim cum
eis in hoc quod de eo [18] quod hic inquiritur nullus auctorum singularum scientiarum trac-
tat, nisi topicus et sophisticus. Differt vero ab eis simul in hoc quod philosophus primus,
inquantum est philosophus primus, non loquitur de quaestionibus singularum scientiarum;
isti vero loquuntur. Differt etiam a topico per se in fortitudine eo quod verbum topici acqui-
rit opinionem, non certitudinem, sicut nosti ex magisterio logicae. Differt etiam a sophistico
in voluntate, eo quod hic quaerit ipsam veritatem, ille vero quaerit putari sapiens in dictione
veritatis, quamvis non sit sapiens.
44 \V [ 17]

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III
CAPITULUM DE UTILITATE HUIUS SCIENTIAE ET ORDINE EIUS ET NOMINE

Debes memìnìsse quod, in scìentììs quae praecedunt hanc, ìam cognovìstì quae sìt diffe-
rentia inter utile et bonum et nocivum et malum, quoniam utile in se est occasio quae per se
ducit ad bonum, utilitas vero est intentio quae perducit de Jjla\o ad bonum; nocivum vero in
se est occasìo quae per se ducìt ad malum, nocumentum vero est intentìo quae perducit de
bono ad malum.
Postquam autem hoc ita est, tunc iam scis quod omnes scientiae [19] communicant in
una utilitate, scilìcet quae est acquisitio perfectionis humanae animae in effectu praeparantis
45

SEZIONE TERZA

INTORNO ALL'UTILITÀ DI QUESTA SCIENZA, AL SUO RANGO E AL SUO NOME

Per [cogliere] l'utilità di questa scienza, devi aver compreso nelle scienze
che la precedono quale sia la differenza tra l'utile e il bene e quale la differen-
za tra quel che è dannoso e il male; che l'utile è la causa che fa giungere per sé
al bene, mentre con l'utilità si intende ciò che permette di giungere dal peggio
al meglio 78 • E una volta che ciò sia stabilito, saprai che tutte le scienze hanno
,in comune una stessa utilità, e cioè il fatto di realizzare la perfezione
dell'anima umana, in atto, disponendola alla felicità dell'aldilà. Tuttavia, se,
nelle parti iniziali dei [vari] libri, si cerca quale sia l'utilità delle [diverse]
scienze, [si trova che in esse] non si è orientati a questo senso [di utilità], ma
piuttosto al sostegno che le [scienze] si danno l'una con l'altra, in modo tale
,che l'utilità di una certa scienza consista nel fatto che a partire da essa si possa
'@iungere a costituire un'altra scienza, diversa da essa79 • E quando l'utilità è
~tesa in questo modo 80 , essa si può dire in (senso] assoluto e in senso proprio.
'In [senso] assoluto, l'utile porta a costituire un'altra scienza, qualunque essa
~ia; in senso proprio, invece, l'utile porta a qualcosa che è più elevato di sé e
,,çp,e ne è come il fine; [l'utile], infatti, è in vista [del fine], e non viceversa.
Ora, se assumiamo l'utilità nel senso assoluto, questa scienza ha una sua
ptilità; [18] ma se assumiamo l'utilità nel senso proprio, essa è troppo elevata

eam ad futuram felicitatem. Cum autem in principiis scientiarum inquiritur de utilitate earum,
non est intentio earum perducendi ad hoc, sed ut adiuvent se adinvicem, ad hoc ut utilitas
Perveniat per quam certificetur scientia alia ab ea. Utilitas igitur secundum hanc intentionem
dicitur absolute et dicitur proprie. Absolute scilicet, ut sit adducens ad certificationem alte-
rius scientiae quocumque modo; proprie vero, ut sit adducens ad excellentiorem, quae est ei
mcut finis quia est propter eam, sed non convertitur. Si igitur acceperimus utilitatem absolute,
profecto haec scientia utilitatem habet. Sed si proprie, certe haec scientia adeo alta est quod
ipsa non dignatur esse utilis aliis scientiis, ceterae vero scientiae proficiunt in ea.
46 lA [ 18]

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Cum autem utilitas absoluta dividitur in suas divisiones, necessario dividitur in tria:
quorum unum est id ex quo provenit aliud melius eo, aliud ex quo provenit aliud sibi aequa-
le, aliud vero ex quo provenit aliud inferius eo, et hoc tertium prodest perfectioni eius quod
est [20] infra se. Cum vero inquisierimus nomen proprium huius tertii, convenientius est ut
dicatur effluxio ve! profectus ve! dominatio ve! procuratio ve! alia his similia, cum feceri-
mus inductionem de dictionibus convenientioribus huic capitulo excepta causalitate. Utilitas
autem propria paene servitus est, sed utilitas quae provenit ex nobiliore in ignobilius non est
similis servituti. Tu enim scis quod serviens utilis est ei cui servi t et ille cui servitur utilis est
;eRATIATO PRIMO -SEZIONE TERZA 47

per essere utile a una scienza diversa da sé: piuttosto tutte le altre scienze
saranno utili ad essa81 .
Tuttavia, se dividiamo l'utilità assoluta nei [vari sensi] in cui essa può divi-
dersi, abbiamo tre casi: (a) uno per cui il punto di partenza82 conduce a qual-
cosa di superiore a sé; (b) uno per cui esso conduce a qualcosa di equivalente83
a sé; (c) uno, infine, per cui esso conduce a qualcosa di inferiore a sé facendo
acquisire una perfezione84 che è al di sotto della propria essenza. E se per
quest'ultimo [caso] si ricercasse un nome appropriato, il più degno sarebbe il
far fluire, il far acquisire, il provvedere a, l'essere a capo di o qualcosa che vi
somigli e che troverai se esamini le espressioni che a questo proposito si rive-
lano valide. Ora, l'utilità in senso proprio è una sorta di servizio, mentre il "far
acquisire", che va dal più nobile al più ignobile, non somiglia al servizio;
eppure tu sai che colui che rende servizio è utile a colui cui è reso servizio, ma
· che anche colui cui è reso servizio è utile a colui che rende servizio85 : e qui
intendo l'utilità se la prendi in considerazione in senso assoluto; ciò che è spe-
cifico86 di ogni utilità e il suo modo proprio sono invece un'altra specie.
Così, l'utilità di questa scienza - e in quale modo lo abbiamo già reso evi-
dente - è quella di far acquisire la certezza dei principì delle scienze particola-
ri e di individuare che cosa sia ciò che esse hanno in comune87 , anche se non
si tratta di principi. E questa è l'utilità del capo nei confronti di chi è capeggia-
to, e quella di colui cui è reso servizio nei confronti di chi rende servizio; il
rapporto di questa scienza con le scienze particolari, infatti, è il rapporto della
cosa, la cui conoscenza è intenzionata in questa scienza, con le cose la cui
conoscenza è intenzionata in quelle scienze: come questa cosa è il principio
dell'esistenza di quelle, così la scienza che di essa se ne ha è principio della
realizzazione della scienza dì quelle.

servienti, si utilitas accipiatur absolute; propria enim maneria cuiusque utilitatis et proprius
modus eius est alia maneria. Utilitas igitur huius scientiae, cuius modum iam demonstravi-
mus, est profectus certitudinis principiorum scientiarum particularium, et certitudo eorum
quae sunt eis communia quid sint, quamvis illa non sint principia causalia. Est igitur sicut
utilitas regentis ad id quod regitur, et sicut eius cui servitur ad servientem, quoniam compa-
ratio huius scientiae ad alias scientias particulares est sicut comparatio eius cuius cognitio
inquiritur in hac scientia ad id cuius cognitio inquiritur in aliis scientiis. Sicut enim haec
scientia est principium essendi illas, sic scientia huius est principium certitudinis sciendi
illas.
48 \'\ [19]

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Ordo vero huius scientiae est ut discatur post scientias naturales et [21] disciplinales.
Sed post naturales, ideo quia multa de his quae concedu(ltur in ista sunt de illis quae iam
probata sunt in naturali, sicut generatio et corruptio, et alteritas, et locus, et tempus, et quod
omne quod movetur ab alio movetur, et quae sunt ea quae moventur ad primum motorem, et
cetera. Post disciplinales vero, ideo quia intentio ultima in hac scientia est cognitio gubema-
tionis Dei altissimi, et cognitio angelorum spiritalium et ordinum suorum, et cognitio ordi-
nationis in compositione circulorum, ad quam scientiam impossibile est perveniri nisi per
cognitionem astrologiae; ad scientiam vero astrologiae net11o potest pervenire nisi per scien-
tiam arithmeticae et geometriae. Musica vero et particu)ares disciplinalium et morales et
civiles utiles sunt, non necessariae, ad hanc scientiam.
TRATTATO PRIMO- SEZIONE TERZA 49

[19] Quanto al rango di questa scienza, essa si apprende dopo le scienze


naturale e matematica.
Dopo quella naturale, perché molte delle cose ammesse in questa [scienza]
si sono portate ali' evidenza nella scienza naturale, come la generazione, la
corruzione, il mutamento, il luogo, il tempo, la dipendenza di ogni mobile da
un motore e il fatto che le cose mobili abbiano termine in un motore primo, e
altro ancora.
Dopo la matematica, perché allo scopo ultimo in questa scienza - che è
conoscere il governo del Creatore, altissimo, conoscere gli angeli spirituali e i
loro ordini e conoscere come sia organizzato l'ordinamento in ranghi delle
sfere- non è possibile giungere88 se non attraverso l'astronomia, e all'astrono-
mia non si giunge che con l'aritmetica e la geometria89 . La musica, invece, le
[scienze] matematiche, le [scienze] morali e la politica nei loro particolari
sono utili, ma non obbligatorie per accedere a questa scienza.
Qualcuno, tuttavia, potrebbe sollevare una questione dicendo che, se i prin-
cipi della scienza naturale e della matematica90 vengono dimostrati solo in
questa scienza, laddove le questioni affrontate in quelle due scienze vengono
dimostrate 91 in virtù di tali principi, divenendo però a loro volta dei principi
per essa, tale [processo] è evidentemente un circolo ed è, infine, come rendere
evidente una cosa in virtù di se stessa.
Per risolvere questo sofisma (subha) è necessario dire quel che si è già
detto e spiegato nel Libro della dimostrazione 92 • Non menzioneremo quindi in
questo passo che quanto è qui sufficiente e diremo che il principio di una
scienza non è un principio solo in quanto su di esso, in atto o in potenza, si
-basano tutte le questioni nelle dimostrazioni: il principio può anzi venire
~ssunto nelle dimostrazioni di alcune di tali questioni, ma può anche accadere
_çhe nelle scienze vi siano alcune questioni le cui dimostrazioni non facciano
~ffatto uso di un assunto 93 e, al contrario, [20] facciano uso soltanto di pre-
messe per le quali non vi è dimostrazione.

Potest autem aliquis opponere dicens quod, si principia scientiae naturalis et disciplina-
lium non probantur nisi in hac scientia et quaestiones utrarumque scientiarum probantur per
principia earum, quaestiones vero earum fiunt principia huius, tunc haec argumentatio est
circularis et per ultimum eius fit manifestatio sui ipsius.
Contra hoc autem veri simile debet responderi id quod dictum est iam et ostensum est in
Libro demonstrationis, de quo tamen nos repetemus hic quod sufficiet. Dico igitur quod
principium scientiae [22] non est principium sic ut omnes quaestiones pendeant ex eo ad
demonstrandum eas in actu ve! in potentia, sed fortasse accipietur principium in demonstra-
tione aliquarum. Possibile est etiam esse quaestiones in scientiis in quarum demonstrationi-
bus non admittuntur ea quae posita sunt principia ullo modo, quia non admittuntur nisi pro-
50 ,.. [20]

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positiones quae non probantur ad hoc ut principium scientiae si t principium verissimum, per
quod ad ultimum acquiratur certissima veritas, sicut est illa quae acquiritur ex causa. Si
autem non acquirit causam, non dicetur principium scientiae sic sed aliter, quia fortasse
dicetur principium, sicut sensus solet dici principium, eo modo quo sensus inquantum est
sensus, non acquirit nisi esse tantum. Soluta est igitur quaestio, quoniam principium naturale
potest esse manifestum per se, et potest esse ut manifestetur in philosophia prima per id per
quod non fuerat probatum antea, sed per quod in illa probantur aliae quaestiones ita, quod
est propositio in scientia altiori ad inferendum in conclusione illud principium, non in hoc
assumatur principium ad concludendum illud, sed assumatur alia propositio. Possibile est
etiam ut scientia naturalis et disciplina!is acquirant nobis demonstrationem de an est, et non
TRATIATO PRIMO- SEZIONE TERZA 51

Il principio di una scienza è realmente un principio soltanto quando l'assu-


merlo fa acquisire quella certezza che si acquisisce dalla causa; quando, inve-
ce, esso non fa acquisire la causa, lo si dice principio della scienza soltanto in
un altro senso, [e cioè] al modo in cui conviene dire dei sensi che sono un
principio, perché i sensi in quanto tali fanno acquisire soltanto il fatto che [le
cose] esistono94 .
È così, quindi, che si elimina il dubbio95 . Il principio [della scienza] natu-
rale96, infatti, potrà essere evidente per sé [oppure] se ne potrà dare dimostra-
zione (bayiin) nella filosofia prima grazie a ciò che con esso non vi si sarà
ancora dimostrato 97 : con esso vi si sarà data dimostrazione soltanto di altre
questioni di modo che, quel che nella scienza superiore è una premessa [utile]
a produrre tale principio non si assumerà in quanto conclude da quel principio,
ma avrà invece un'altra premessa. Può essere, inoltre, che riguardo a questo
{principio] la scienza naturale o quella matematica ci facciano acquisire una
dimostrazione del "che", anche se non ci fanno acquisire una dimostrazione
del "perché" e che poi, in seguito, questa scienza ci faccia acquisire a suo
riguardo una dimostrazione del "perché"; [e ciò vale] specialmente per le
cause finali remote.
E così si è chiarito che, se tra le questioni che si affrontano nelle scienze
naturali ve ne è una che, da un certo punto di vista, è principio di questa scien-
za, la sua dimostrazione (bayiinu-hu) non si fa a partire dagli stessi principi
resi evidenti in questa scienza ma, piuttosto, a partire da principi che sono evi-
denti per sé; oppure, la sua dimostrazione si fa a partire da principi che costi-
tuiscono alcune delle questioni di questa scienza, senza però che poi questi si
ripresentino98 in modo da divenire principi di quelle stesse questioni; essi al
contrario saranno [principi] per questioni diverse oppure riguarderanno alcune
questioni (umiir) di cui si occupa questa scienza, ma serviranno a indicare
l'esistenza di qualcosa di cui, in essa, si vuole rendere evidente il "perché"
(limayya). Ed è noto che se la cosa sta in questo modo, non si ha affatto un
argomento circolare, in modo tale, cioè, che si abbia un argomento che assuma
la cosa [da dimostrare] nella sua stessa dimostrazione.

acquirant nobis demonstrationem de quare est, sed haec scientia acquirit nobis demonstratio-
nem de quare est, et prae-[23]cipue ·in causis finalibus remotis. Manifestum est igitur quod
de quaestionibus scielitiae naturalis id quod est principium huius scientiae aliquo modo, ve!
non manifestabitur ex principiis quae manifestantur in hac scientia, sed ex principiis quae
sunt per se nota, ve! manifestabitur ex principiis quae sunt quaestiones in hac scientia, sed
non convertuntur ut fiant principia illarum earumdem quaestionum sed aliarum, ve! illa prin-
cipia erunt principia aliquorum huius scientiae quae significarunt illud esse de quo quaeritur
manifestari in hac scientia quare est. Constat igitur quod, cum ita si t, non eri t praedicta pro-
batio circularis ullo modo, ita ut ipsa sit probatio in qua aliquid idem accipiatur in probatio-
ne sui ipsius.
52 [21]

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Debes etiam scire quod in ipsis rebus est via qua ostenditur quod intenti o huius scientiae
non est ponere aliquid esse principium nisi postquam probatum fuerit in alia scientia. Postea
vero manifestabitur tibi innuendo quod nos habemus viam ad stabiliendum primum princi-
pium, non ex via testificationis sensibilium, sed ex via propositionum universalium intelligi-
bilium per se notarum, quae facit necessarium quod ens habet principium quod est necesse
esse, et prohibet illud esse variabile et multiplex ullo modo, et facit debere illud esse [24]
principium totius, et quod totum debet esse per illud secundum ordinem totius. Sed nos
propter infirmitatem nostrarum animarum non possumus incedere per ipsam viam demon-
strativam, quae est progressus ex principiis ad sequentia et ex causa ad causatum, nisi in ali·
fRATIATO PRIMO -SEZIONE TERZA 53

[21] Inoltre è necessario sapere99 che, riguardo a questa stessa questione, vi


è una via [che mostra chiaramente] come questa scienza non si proponga di
ricavare un principio a seguito di un'altra scienza 100. Nei passaggi successi-
vi101, infatti, ti sarà chiaramente indicato come per noi vi sia una via per stabi-
lire [l'esistenza] del primo Principio che non procede dall'inferenza che si fa a
partire dalle realtà sensibili ma, invece, da premesse universali intellettuali;
queste rendono necessario 102 per l'esistenza un principio necessariamente esi-
stente, rendono impossibile 103 che esso sia, sotto un certo qual aspetto, qualco-
sa di mutevole o di molteplice, e rendono necessario 104 che esso sia un princi-
pio per il tutto e che il tutto sia da Esso reso necessario secondo l'ordinamento
in ranghi del tutto. Tuttavia, a causa della nostra incapacità 105 , possiamo segui-
re questa via dimostrativa- che è il metodo [che consiste nel procedere] dai
principi fino a ciò che è secondario, e dalla causa al causato - solo per alcuni
dei ranghi delle cose che esistono a partire dalla [causa], non nel dettaglio 106 •
Quindi, per sé, di diritto, questa scienza è anteriore a tutte le altre, sebbene,
dal nostro punto di vista, essa sia posteriore a tutte le altre 107 ; e del rango che
éssa [occupa] fra tutte le scienze abbiamo già trattato.
Quanto al nome di questa scienza, esso è "quel che è dopo la natura" 108 e si
intende 109 con "natura" non [solo] la potenza che è principio del movimento e
~ella quiete, ma l'insieme di quel che avviene a partire dalla materia corporea,
guella stessa potenza, e gli accidenti. Si è già detto che la "natura" si può dire
del corpo naturale cui appartiene la natura. Il corpo naturale è il corpo sensibi-
le in quanto gli appartengono caratteri propri e accidenti. E con "ciò che è
~opo la natura" si intende una posteriorità in rapporto a noi: appena osservia-
mo l'esistenza, infatti, e abbiamo conoscenza dei suoi stati, [22] osserviamo

quibus ordinibus universitatis eorum quae sunt, sine discretione. Igitur ex merito huius
scientiae in se est, ut ipsa sit altior omnibus scientiis; quantum vero ad nos posterioratur post
omnes scientias. Iam igitur locuti sumus de ordine huius scientiae inter omnes scientias.
Nomen vero huius scientiae est quod ipsa est de eo quod est post naturam. Intelligitur
autem natura virtus quae est principium motus et quietis, immo et universitatis eorum acci-
dentium quae proveniunt ex materia corporali est virtus. Iam autem dictum est quod natura
est corporis naturalis quod habet naturam. Corpus vero naturale est corpus sensibile cum eo
quod habet de proprletatibus et accidentibus. Quod vero dicitur post naturam, hoc posteritas
est in respectu quantum ad nos: primum enim quod percipimus de eo quod est et scimus eius
dispositiones est hoc quod praesentatur nobis de hoc esse naturali. Unde quod meretur voca-
54 ..:..Jl!.ll J...AII - J_,~ ~Il!.\ n [22]

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ri haec scientia, con-[25]siderata in se, hoc est ut dicatur quod est scientia de eo quod est
ante naturam: ea enim de quibus inquiritur in hac scientia per essentiam et per scientiam
sunt ante naturam.
Potest autem aliquis dicere quod res disciplinales purae, quas speculatur arithmetica et
geometria, sunt etiam ante naturam, et praecipue numerus cuius esse non pendet ex natura
ullo modo: invenitur enim in non natura. Igitur scientia de numero debet esse scientia post
naturam. Quod igitur debemus dicere contra hanc quaestionem, hoc est quod in geometria, si
quicquid speculamur de illa, non fuerit nisi in lineis, superficiebus et corporibus. Constat
TRATTATO PRIMO- SEZIONE TERZA 55

questa esistenza naturale. Quanto a come questa scienza meriti di essere chia-
mata quando viene considerata per se stessa è che di essa si dica che è scienza
40
di quel che è prima della natura", perché le cose sulle quali si indaga in que-
sta scienza sono, per essenza e per generalità, "prima" della natura.
Qualcuno, però, potrebbe dire che gli enti matematici puri che si studiano
nell'aritmetica e nella geometria sono anch'essi "prima della natura" e che
propriamente il numero, nella sua propria esistenza, non dipende affatto dalla
natura, perché può esistere non nella natura; così [costui potrebbe dire che] la
scienza dell'aritmetica e [la scienza] della geometria dovrebbero essere cia-
scuna "scienza di ciò che è prima della natura".
Ora, a proposito di tale difficoltà si deve dire 110 che quel che si studia nella
geometria riguarda soltanto le linee, le superfici, e i corpi, ed è noto che il sog-
getto [della geometria] non è separato dalla natura per quanto riguarda la sus-
sistenza e che gli accidenti che conseguono necessariamente ad esso ancor di
più [dipendono dalla natura].
Nella [scienza della geometria], il cui soggetto è l'estensione in senso asso-
luto, si prende in considerazione l'estensione assoluta nel senso in cui questa è
preparata, qualunque sia il rapporto che le capiti; e ciò non appartiene all'esten-
sione in quanto essa è principio delle cose naturali ed è forma, ma in quanto è
'estensione e accidente. E nella nostra esposizione della Logica e della Fisica si
è già resa nota la differenza che esiste tra l'estensione che è una dimensione
della materia, in assoluto, e l'estensione che è una quantità 111 e [si è spiegato]
che il nome di "estensione" si dice di tutte e due per omonimia. Stando così [le
cose] 112, il soggetto della geometria non è in realtà l'estensione 113 data e costi-
tutiva del corpo naturale, ma quella che si può dire della linea, della superficie
e del corpo 114 e che è poi quella preparata ai diversi rapporti 115 •

tunc quod subiectum eius non erit separatum a natura in existentia; igitur accidentia quae
comitantur illud minus remota erunt ab ea. Sed si fuerit subiectum eius mensura absoluta,
vel id in quo invenitur mensura absoluta sic ut adaptabile sit cuilibet proportioni, hoc certe
non est mensurae inquantum est principium naturalium et forma, sed inquantum est acci-
dens. Iam autem cognita est ex bis quae diximus in logicis et naturalibus differentia inter
mensuram absolutam, quae est post hyle, et inter mensuram quae est quanta, et quod nomen
mensurae convenit eis communiter. Cum igitur hoc ita sit, tunc non erit subiectum geome-
triae verissimum mensura quae constituit corpus naturale, sed [26] mensura quae dicitur de
linea, superficie et corpore; et hoc est quod adaptari potest proportionibus diversis.
56 [23]

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De numero autem maior est quaestio, quoniam videtur superficie tenus quod scientia de
numero sit de scientia post naturam, nisi scientia post naturam intelligatur aliud, scilicet
quod est scientia de eo quod omnimodo separatum est a natura, et tunc nominabitur haec
scientia ab eo quod est dignius in ea, scilicet vocabitur haec scientia, scientia divina: cogni-
tio enim Dei finis est huius scientiae; multae enim res appellantur ab eo quod est in eis
dignius, ve! a parte digniore, ve! a parte quae est eis quasi finis. Erit igitur haec scientia
quasi cuius perfectio et cuius pars aliqua nobilior et cuius prima intentio est cognitio eius
quod separatum est a natura omnimodo. Cum igitur appellata fuerit secundam hanc intentio-
nem, tunc scientia de numero non communicabit intentioni huius nominis hoc modo.
'fRATTA TO PRIMO - SEZIONE TERZA 57

[23] Il dubbio che riguarda il numero, invece, è più tenace: a un esame


esteriore sembra infatti che la scienza del numero sia quella che è "dopo la
natura" e tuttavia con "scienza che è dopo la natura" si vuoi dire un'altra cosa,
e cioè la scienza "di quel che è separato" (mubiiyyin)- da ogni punto di vista-
_d"alla natura; [e ciò] perché questa scienza viene denominata in ragione di ciò
-·che in essa c'è di più nobile: come infatti questa scienza si chiama anche
·~scienza divina", perché la conoscenza di Dio- altissimo- è il fine di questa
scienza 116 • E quanto spesso le cose prendono nome a partire dali' intenzione
più nobile, dalla parte più nobile e dalla parte che è come il fine!
Così, è come se questa scienza fosse quella in cui la perfezione, le parti più
nobili e la prima cosa che vi è intenzionata consistano nella conoscenza di
quel che è separato dalla materia da ogni punto di vista. E allora, poiché la
denominazione è posta secondo questo significato (ma 'na), la scienza del
numero non ha in comune con essa ciò che questo nome significa; e questo è
quanto.
Ma ad attestare veramente che la scienza dell'aritmetica è estranea alla
scienza "di quel che è dopo la natura" c'è il fatto che, come ti appare manife-
sto, il suo soggetto non è il numero [considerato] da ogni punto di vista. Il
numero, infatti, può esistere nelle cose separate, può esistere nelle cose natura-
li e può anche essere posto nell'immaginazione estimativa (wahm), astratto da
ogni cosa cui potrebbe accadere; [e ciò] anche se il numero non può esistere se
p.on in quanto accade a qualcosa nell'esistenza. Ora, ciò che del numero ha
_esistenza nelle cose separate è impossibile che sia soggetto a un rapporto, qua-
lunque esso sia, sia esso di aggiunta o di sottrazione; al contrario, esso è sol-
_tanto stabile secondo quel che è. Anzi, [il numero] si deve porre come tale da
ricevere qualunque aggiunta capiti - di qualunque rapporto si tratti - solo se è
nella materia dei corpi, la quale in potenza è ogni tipo di cose numerabili,
oppure se è nell'estimativa; ma in tutti e due i casi [il numero] non è separato

Sed manifestatio verissima qua probatur scientia de numero non esse de scientia post
naturam, haec est: constat enim quod subiectum eius non est numerus omnimodo. Numerus
enim iam invenitur in rebus separatis, et iam invenitur in rebus naturalibus, et iam contingit
ipsum poni in aestimatione exspoliatim ab omni quod sibi accidit, quamvis non sit possibile
numerum esse, nisi accidat alicui eorum quae sunt. Id autem quod de numero fuerit tale
cuius esse [27] sit in rebus separatis, illud prohibebitur esse subiectum proportionis cuiusli-
bet in augmento et diminutione, sed eri t secundl}m quod est tantum. Non enim potest conce-
di ipsum sic poni receptibilem cuiuslibet augmenti et cuiuslibet proportionis, nisi cum fuerit
in materia corporum quae in potentia est omnis maneria num~ratorum; et tunc, cum fuerit in
aestimatione ve! in utrisque dispositionibus, est non separatus a natura. Igitur scientia de
58 [24]

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numero, inquantum considerat numerum, non speculatur in eo nisi secundum respectum quo
accidit ei esse in natura, quia videtur quod principium suae considerationis, secundum quod
ipse est in aestimatione, sit huiusmodi quod aestimatio sit a.ccepta ex dispositionibus natura-
libus quae habent aggregari et disgregari, uniri et dividi. {Jnde scientia de numero non est
speculatio de essentia numeri nec de accidentibus numeri \nquantum est numerus absolute,
TRATTATO PRIMO- SEZIONE TERZA 59

[24] dalla natura 117 . Ecco, dunque, che la scienza dell'aritmetica, studiando il
numero, lo studia soltanto in quanto se ne è già avuta quella considerazione
che gli appartiene esclusivamente in quanto è nella natura. E sembra che il suo
primo esame lo riguardi quando è nell'estimativa, e nell'estimativa [il nume-
ro] è in questo modo solo perché ve ne è un'immagine ricavata dagli stati
naturali cui appartiene di raggrupparsi, di separarsi, di unirsi e di dividersi.
Perciò l'aritmetica non è uno studio dell'essenza del numero, né è uno studio
degli accidenti del numero in quanto tale, in senso assoluto; essa è piuttosto
uno studio dègli accidenti del numero in quanto, ricevendo quel che si è indi-
cato, [il numero] è qualcosa di materiale oppure di relativo alla facoltà
dell'estimativa umana e che si fonda sulla materia. Lo studio dell'essenza del
numero e di ciò che gli accade in quanto non dipende dalla materia e non si
fonda su di essa appartiene, invece, a questa scienza.

sed de accidentalibus eius inquantum fit receptibilis eius quod assignavimus; et tunc est
materialis ve! aestimabilis humanus innixus materiae. Speculatio vero de essentia numeri et
de eo quod accidit ei secundum quod non pendet ex materia nec est innixus in ea, est in hac
scientia.
60 ,.. [25]

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IV
CAPITULUM DE UNIVERSITATE EORUM DE QUIBUS TRACTAT HAEC SCIENTIA

Oportet nos in hoc magisteri o scire dispositionem comparationis rei et entis ad praedica-
menta et dispositionem privationis, et disposi-[28]tionem necessitatis in esse necessario et
eius condiciones, et dispositionem possibilitatis et eius certitudinem et quia ipsamet est spe-
culatio de potentia et effectu, et ut consideremus dispositicmem eius quod est per essentiarn
et eius quod est per accidens, et de veritate et falsitate, et dispositionem substantiae quot
modis dividitur.
Sed quia ad hoc ut ens sit substantia non eget esse naturale ve! disciplinale (hic enim
sunt substantiae aliae praeter illas), ideo debemus scire dispositionem substantiae quae est
61

SEZIONE QUARTA

A PROPOSITO DELL'INSIEME [DI QUESTIONI]


DI CUI SI DISCUTE IN QUESTA SCIENZA

È dunque opportuno in questa disciplina conoscere come si dia il rappor-


to118 della cosa e dell'esistente con le categorie, e come siano la privazione 119,
il necessario- cioè l'esistenza "obbligatoria" 120 e le sue condizioni -la possi-
bilità e la realtà di essa, che è poi propriamente lo studio della potenza e
dell'atto. [Ci converrà] inoltre studiare lo stato di quel che è per sé e di quel
che è per accidente, di quel che è reale e di quel che è vano 121 [e studiare poi]
come sia la sostanza e quante divisioni [essa ammetta]- perché l'esistente, per
essere una sostanza esistente, non ha bisogno di divenire o qualcosa di natura-
le o qualcosa di matematico; vi sono, infatti, sostanze che sono al di fuori di
[questi] due [ambiti]. Così, si dovrà conoscere lo stato della sostanza che è
come la materia (hayillii) - come essa sia, se essa sia separata o non separata,
identica nella specie o"differenziata 122, e quale sia il suo rapporto con la forma
-, [e si dovrà conoscere] come sia la sostanza formale, se anch'essa sia qual-
cosa di separato 123 o non lo sia, quale sia lo stato del composto e quale lo stato
di ognuna di queste due [cose] rispetto alle definizioni, e come vi sia una certa
possibilità di rapporto tra le definizioni e le cose definite.
E poiché l'opposto della sostanza è in certo qual modo l'accidente, in que-
sta stessa scienza converrà accingersi a conoscere la natura dell'accidente, i
suoi [vari] tipi, e come siano le definizioni con cui essi si definiscono; [con-
verrà] conoscere lo stato - categoria per categoria - degli accidenti, e di ciò
che a questo proposito può essere ritenuto una sostanza ma che non [26] lo è,

sicut hyle, et an est, et quomodo est, et si est separata an non est separata, ve! conveniens in
specie cum aliis ve! non, et quam habet comparationem ad formam, et quomodo est substan-
tia formalis, et an sit separata an non, et quae est dispositio compositae substantiae, et quo-
modo est dispositio utriusque secundum suas definitiones, et quam comparationem habent
inter se definitiones et definita.
Sed quia accidens oppositum est substantiae aliquo modo, ideo oportet ut in hac scientia
faciamus sciri naturam accidentis, et eius species, et qualiter ex accidentibus fiunt descrip-
tiones. Et faciamus cognosci dispositionem cuiusque praedicamentorum de accidentibus, et
monstrabimus accidentalitatem eius quod potest putari esse substantia et non est substantia.
Et faciemus sciri ordines omnium [29] substantiarum aliarum apud alias in esse, secundum
62 l''\ [26]

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.:,t ~_, ...~..-1_,11..; li)a; l.ll.J, J ~t )i.:.: !)f L..J.:i .lJ':"..tu
...~..-1_,11

. l..;!'. J. \.i:ll ..;.,...._, '~l..; )i.:.:

prius et posterius. Et faciemus similiter sciri dispositiones accidentium. Congruit etiam buie
loco, ut scias dispositionem universalis et particularis, et totius et partis, et quomodo est esse
naturarum universalium, et si habent esse in particularibus singularibus, et quomodo est esse
eorum in anima, et si habent esse separatum a singularibus et ab anima, et tunc scies disposi-
tionem generis et speciei et similium.
Sed quìa esse, ad hoc ut sit causa vel causatum, non eget esse naturale vel disciplinale
vel aliquid alìorum, ideo conveniens est ut exsequamur hoc loquendo de causìs et generibus
et dispositìonibus earum, et quomodo debet esse dispositio inter illas et causata, et faciamus
cognosci differentiam inter principium agens et cetera ab eo, et loquamur de actione et pas-
TRATTATO PRIMO- SEZIONE QUARTA 63

così da rendeme evidente l'accidentalità. [Converrà] poi conoscere i ranghi di


tutte le sostanze che neli' esistenza sono, le une rispetto alle altre, secondo
anteriorità e posteriorità, e conoscere allo stesso modo lo stato degli accidenti.
In questo luogo converrà inoltre cercare di conoscere lo stato dell'univer-
sale e del particolare, del tutto e della parte; come si dia l'esistenza delle natu-
re universali e se esse abbiano un'esistenza negli individui concreti; come si
(lia la loro esistenza nell'anima e se esse abbiano un'esistenza separata rispetto
agli individui e all'anima.
- E qui ancora conosceremo lo stato del genere e della specie e di cose simi-
li. E poiché l'esistente non ha bisogno - per essere una causa o un causato - di
essere qualcosa di naturale o di matematico o altro ancora, a ciò faremo segui-
re convenientemente quel che va detto intorno alle cause 124 , ai loro generi, ai
loro stati e a come conviene che sia il rapporto tra di esse e i causati; e [con-
verrà altresì] far conoscere la differenza tra il principio agente e ciò che è
~verso da esso, discutere dell'azione e della passione, far conoscere la diffe-
renza tra la forma e il fine, [discutere] del fatto che di ognuno dei due si stabi-
lisce [l'esistenza] e che in ogni ordine essi conducono a una causa prima.
Renderemo evidente, inoltre, quei che va detto intorno ai principio e ai
cominciamento 125 e poi quel che va detto dell'anteriorità, della posteriorità e
:.del venire ad essere; dei loro diversi tipi, delle loro varie specie e della parti-
icolarità di ciascuna loro specie 126. [Chiariremo] che cosa sia anteriore per la
127
:1natura e che cosa lo sia per l'intelletto; come riconoscere le cose che sono
anteriori per l'intelletto e il modo in cui rivolgersi a chi le nega; poi, tutto ciò
che a proposito di queste cose rappresenta un'opinione diffusa, ma contrastan-
.te con la verità, noi lo contraddiremo.
Queste cose, dunque, e altre simili ad esse sono tra i concomitanti
,dell'essere in quanto essere. E, poiché l'uno si accompagna sempre all'esse-
.,re128, segue necessariamente che noi esamineremo anche l'uno; e una volta
che esamineremo l'uno, sarà necessario esaminare il molteplice e conoscere
l'opposizione esistente tra [l'uno e il molteplice].

sione, et de differentia inter formam et finem et de occasionibus cuiusque earum, et quod


ipsae in ornni ordine perveniunt ad primam causam; et de differentia inter initium et incep-
tionem, et deinde de prius et posterius, et de eo quod incipit, et modos et species eius, et pro-
prietatem cuiusque specierum, et quid prius natura, et quid prius apud intelligentiam, et qua-
liter convenit responderi neganti haec: unde quod ex his fuerit sententia probabilis, diversa
tarnen a veritate, contradicemus ei. Hoc igitur et consimile est consequens ad esse, inquan-
tum est esse.
[30] Sed quia unum parificatur ad esse, sequitur etiam ut consideremus de uno. Cum
autem consideraverimus de uno, oportebit etiam ut consideremus de multo ad hoc ut scia-
mus oppositionem quae est inter utrumque. Et tunc oportebit etiam ut consideremus de
64 '(V [27]

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numero, et quam comparationem habet ad ea quae sunt, et quam comparationem habet con-
tinua quantitas quae est ei opposita aliquo modo ad ea quae sunt. Et inducemus omnes sen-
tentias falsas de hoc, et faciemus sciri quod nihil horum est separatum nec est principium
eorum quae sunt, et stabiliemus accidentale quod accidit numeris et quantitatibus continuis,
sicut figura et cetera ab his.
Sed quia de consequentibus unum sunt simile et aequale et conveniens et homogenos,
configuratio et talitas et identitas, ideo oportet ut loquamur de unoquoque istorum et de
oppositis eorum, eo quod comparantur multitudini, sicut dissimile, non eiusdem generis,
inaequale, defiguratio et alietas omnino et diversitas et oppositio cum suis speciebus, et quid
est vera contrarietas.
TRATTATO PRIMO- SEZIONE QUARTA 65

[27] Si dovrà, quindi, studiare il numero, quale sia il suo rapporto con gli
esistenti e quale sia il rapporto della quantità continua - che in un certo senso
è opposta [al numero] -con gli esistenti. Enumereremo tutte le opinioni vane
a questo proposito e faremo conoscere che non una di tali cose è separata ed è
principio degli esistenti; stabiliremo [l'esistenza] degli accidenti che accadono
ai numeri e alle quantità continue, come le figure e altro. [Ora], tra le cose che
seguono l'uno vi sono il simile, l'eguale, il conveniente, l'omogeneo, il
conforme, il somigliante 129 e il medesimo; si dovrà, perciò, discutere di ognu-
no di questi e dei loro opposti e del fatto che 130 questi - come ciò che non è
simile, non eguale 131 , non omogeneo, non conforme - sono rapportabili al
molteplice; [così] ciò che complessivamente è diverso, la differenza, l'opposi-
zione, le loro [varie] classi, la contrarietà reale e che cosa essa sia.
Dopo ciò passeremo quindi ai principì degli esistenti e stabiliremo [l'esi-
stenza] del Principio primo [determinando] che Esso è uno, reale, al culmine
della magnificenza; conosceremo a partire da quanti punti di vista Esso è
'"uno", a partire da quanti punti di vista è "reale", come Esso conosca ogni
cosa, come abbia potere su ogni cosa e quale sia il significato del fatto che
Esso conosce e che ha potere, che è generosità, che è pace - cioè bene puro -
~he è amato per sé, che è il piacevole reale e che presso di Esso è la reale bel-
lezza; cancelleremo quel che di contrario alla realtà 132 è stato detto e opinato a
-riguardo e renderemo evidente quale sia il suo rapporto con gli enti che ne
provengono e quali siano le prime cose che a partire da Esso esistono 133 •
Inoltre, [conosceremo] come gli enti si ordinino [in ranghi], a cominciare
dalle sostanze angeliche intellettuali, poi le sostanze angeliche psichiche, le
sostanze delle sfere celesti (jalakiyya), gli elementi di questo [mondo] 134 e
inoltre le cose che da essi si generano, e poi l'uomo; [conosceremo] come que-
ste cose tornino ad Esso e come Esso sia per tali cose un principio [28] attivo e o

Et post hoc procedemus ad loquendum de principiis eorum quae sunt et stabiliemus pri-
mum principium, et quia est unum, veritas, in ultimilate gloriae; et notificabimus quot modis
est unum, et quot modis est veritas, et qualiter ipsum scit omnia et quod ipsum est potens
super omnia, et quis est sensus de hoc quod dicitur scire et posse, et quod est dapsilis, et
quod ipsum est pax, scilicet bonitas pura, diligendum propter se, et quod ipsum est vera sua-
vitas, et apud ipsum est vera pulchritudo. Et destruemus sententias eorum qui de eo dixerunt
et putaverunt contraria veritati. Deinde demon-[3l]strabimus quomodo est comparatio eius
ad ea quae ab ipso sunt, et quod est primum ex his quae per ipsum habent esse, et quomodo
ordinata sunt per ipsum ea quae sunt, primum scilicet substantiae angelicae intelligibiles, et
deinde substantiae angelicae animales, deinde substantiae circulares caelestes, deinde haec
elementa, postea generata ex eis, postea homo, et quomodo haec omnia redeunt ad ipsum, et
quomodo est eis principium agens et principium perficiens, et quae erit dispositio animae
66 (liJI J-'11 - J.1~\ ~U!.I Y/1 [28]

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humanae, postquam soluta fuerit ligatio quae est inter ipsam et naturam, et quis ordo erit sui
esse.
Et inter hoc significabimus magnitudinem gratiae prophetiae et debitum nostrum oboe-
diendi ei, et quod ipsa debet esse a Deo; deinde de moribus et operibus quibus egent animae
humanae cum sapientia ad promerendam futuram felicitatem, et faciemus sciri qui sunt
digni felicitate. Et cum pervenerimus ad hunc Iocum, perficietur liber noster auxiliante Deo.
TRATTATO PRIMO- SEZIONE QUARTA 67

un principio perfettivo; quale sia lo stato dell'anima umana quando si inter-


rompa il legame tra di essa e la natura e quale sia il rango della sua esistenza.
E indicheremo fra queste cose quale sia la grandezza del potere della profezia
e la necessità dell'obbedienza ad essa e che essa è necessaria a partire da Dio;
[indicheremo] i costumi morali e le opere di cui le anime umane hanno biso-
gno, insieme alla sapienza, perché ad esse appartenga la felicità ultraterrena. E
faremo conoscere anche i diversi tipi di felicità. Così, quando saremo giunti a
questo punto, avremo concluso questo nostro libro, e Dio ci avrà sostenuto in
ciò 135 •
68 (29]

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CAPITULUM DE ASSIGNATIONE REI ET ENTIS ET DE EORUM PRIMIS DIVISIONlBUS
AD HOC UT EXCITERIS AD INTELLIGENT!AM EORUM

Dicemus igitur quod res et ens et necesse talia sunt quod statim imprimuntur in anima
prima impressione, quae non acquiritur ex [32] aliis notioribus se, sicut credulitas quae
habet prima principia, ex quibus ipsa provenit per se, et est alia ab eis, sed propter ea. Nisi
enim prius subintraverit animum ve! nisi fuerìt ìntellectum quod signifkatur per verbum.
non poterìt cognosci id quod sìgnificatur per illam, quamvis cognitio quae transit per ani-
muro ve! quae intelligitur ex significatione verbi non si t adducens ad acquisitionem scientiae
quae in natura hominis non est, scientiae dico intelligendi quod vult significare loquens et
quod intendìt: quod aliquando fit propter res minus nota~ in se quam sit id quod vult fieri
69

SEZIONE QUINTA

IN CUI SI DÀ INDICAZIONE DELL'ESISTENTE, DELLA COSA,


DELLE LORO PRIME DIVISIONI, PER RISVEGLIARE [L'ATTENZIONE]
SU CIÒ CHE CI SI PROPONE [IN QUESTA SCIENZA] 136

Diciamo: le intenzioni dell'esistente 137, della cosa e dell'obbligatorio si impri-


mono nell'anima in modo primario, senza che questo loro imprimersi debba esser
procurato da cose più note di esse. Infatti, come per quanto riguarda l'assenso nel
giudizio 138 vi sono ppncipi primi, [così vi sono rappresentazioni prime].
[Ai principi primi] l'assenso si dà per se stessi e in ragione di essi si dà
l'assenso a ciò che è altro da essi, così quando [i principi primi] non vengono
alla mente, o quando il termine che li indica non viene compreso, non si può 139
giungere a conoscere ciò che in virtù di essi dovrebbe essere conosciuto 140 ; [e
questo], anche se la definizione con cui si tenta di farli venire alla mente o di
far comprendere 141 il termine che li indica non mira a procurare una scienza
non innata, ma è, invece, [solo tale da] risvegliare alla comprensione di quel
che l'interlocutore intende e a cui vuole arrivare 142 • [E a risvegliare l'attenzio-
ne] si può eventualmente arrivare anche in virtù di cose che, pur essendo in se
stesse 143 più nascoste di quel che si vuole definire vengono ad esserne più note
per via di una certa causa o di una certa espressione.
Analogamente, per quanto riguarda le rappresentazioni, vi sono alcune
cose che sono principi della rappresentazione e che sono per se stesse rappre-
sentabili. In realtà, quindi, volendo darne un'indicazione, non si fa conoscere
qualcosa che si ignorava, ma si risveglia solo l'attenzione e si fa sì che [tali
rappresentazioni] vengano alla mente in virtù di un nome o di un segno; e ciò
può pure avvenire in virtù di cose in se stesse più nascoste di quel che si cerca
ma che, per una determinata causa o una determinata situazione, sono più
manifeste in quel che significano 144 . Così, quando si fa uso di un dato segno,
l'anima si risveglia 145 al fatto che quella data intenzione le viene alla mente in
quanto proprio questa è ciò di cui si vuole [parlare] e non qualcosa di diverso.

notum, sed per aliquid aliud ve! per interpretationem aliquam fiunt notiores. Similiter in
imaginationibus sunt multa quae sunt principia imaginandi, quae imaginantur per se, sed,
cum voluerimus ea significare, non faciemus per ea certissime cognosci ignotum, sed fiet
assignatio aliqua transitus ille per animam nomine ve! sìgno quod aliquando in se erit minus
notum quam illud, sed per aliquam rem vel per aliquam dispositionem fiet notius in signifi-
catione. Cum igitur frequentaveris illud nomen [33] ve! signum, faciet animam percipere
quod ille intellectus transiens per animam est illud quod vult intelligi et non aliud, quamvis
70 (30]

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illud signum non faciat sciri i!lud certissime. Si autem omnis imaginatio egeret alia praece-
dente imaginatione, procederet hoc in infinitum ve! circulariter.
Quae autem promptiora sunt ad imaginandum per seipsa, sunt ea quae communia sunt
omnibus rebus, sicut res et ens et unum, et cetera. Et ideo nullo modo potest manifestari ali-
quid horum probatione quae non sit circularis, ve! per aliquid quod si t notius illis. Unde qui·
squis voluerit discurrere de illis incidet in involucrum, sicut ille qui dixit quod certitudo
entis est quod ve! est agens ve! patiens: quamvis haec divisio sit entis, sed tamen ens notius
est quam agens ve! patiens. Omnes enim homines imaginant certitudinem entis, sed ignorant
an debeat esse agens ve! patiens; et mihi quousque nunc non patuit hoc nisi argumentatione
tantum. Qualis est ergo iste qui id quod est manifestum laborat facere notum per proprieta·
tem quam adhuc opus est probari ut constet esse illius? Similiter est etiam hoc quod dicitur
TRATIATO PRIMO- SEZIONE QUINTA 71

E [questo] senza che il segno sia tale da farla realmente conoscere: [30] infatti,
se ogni rappresentazione avesse bisogno di essere preceduta da una rappresen-
tazione ad essa anteriore, si andrebbe all'infinito, oppure si avrebbe un circolo.
Le cose più degne di essere rappresentate per se stesse sono quelle cose
comuni che riguardano tutti gli enti, come l'esistente, la cosa, l'uno, e altro 146 e
perciò, non è possibile rendere evidente nessuna di queste né con un'argomen-
tazione che non contenga alcuna circolarità, né con un'argomentazione che si
riferisca a qualcosa dì più noto. Per questo, chi tenti di sostenere 147 qualcosa a
loro riguardo cade nell'imbarazzo, come chi dica che "alla realtà dell'esistente
~partiene di essere agente o paziente"; questa, infatti, anche se si dà imman-
cabilmente, è una delle divisioni dell'esistente, che però è più noto dell'agente
è del paziente. La gran massa della gente poi, si rappresenta la realtà dell'esi-
stcmte senza conoscere affatto che esso è necessariamente o agente o paziente;
e io stesso sono arrivato fino a questo punto senza averlo capito chiaramente,
se non in virtù di un sillogismo, non altrimenti. Che cosa sarà, quindi, di colui
che aspira a far conoscere lo stato di qualcosa che è manifesto per mezzo di un
suo attributo, quando [l'attributo stesso] ha bisogno di una prova affinché si
stabilisca che appartiene a ciò [che intende far conoscere]?
E così è anche per chi aica che "la cosa è ciò a proposito di cui è valido il
"predicato" 148 ; infatti, "è valido" è [termine] più oscuro de "la cosa", e "il pre-
dicato" è più oscuro de "la cosa"; come potrà, dunque, consistere in questo il
·far conoscere la cosa? La "validità" e il "predièato" si conoscono soltanto
dopo che, nel mostrare che cosa sia ciascuno dei due, si sia stabilito che essi
sono una "cosa" o un "alcunché" o "ciò" o "quel che"; ma questi [termini]
·sono tutti quanti come i sinonimi del nome "cosa".
Perciò, come potrà esser legittimo farla conoscere - farla conoscere real-
mente- con qualcosa che non si conosce se non in virtù di essa? 149 Su questa
e su cose simili a questa si potrà certo solo risvegliare l'attenzione. In effetti,
una volta che tu abbia detto che "la cosa è ciò di cui è valido il predicato", è
come se in realtà tu avessi detto che "la cosa è la cosa di cui è valido il predi-
cato"; il significato di "ciò che" e di "quel che" e de "la cosa che" è, infatti,
uno stesso significato e così nel definire [la coj>a] avresti già assunto la cosa.

quod res est ìd de quo potest alìquìd vere enuntiari; certe potest aliquid minus notum est
quam res, et vere enuntiari mìnus notum est quam res. Igitur quomodo potest hoc esse
declaratio? Non [34] enim potest cognosci quid si t potest aliquid vel vere enuntiari, nisì ìn
agendo de unoquoque eorum dìcatur quod est res vel alìquid ve! quid vel illud; et haec
omnìa multivoca sunt nomini rei. Quomodo ergo vere potest sciri res per alìquid quod non
potest scìri nisi per eam?
Sed fortasse hoc et consimile erit innuitìo aliqua. Nam cum dicis quod res est id de quo
vere potest aliquid enuntiari, idem est quasi diceres quod res est res de qua vere potest alì-
quid enuntiari; nam id et illud et res eiusdem sensus sunt. Iam igitur posuisti rem ìn definì-
tione rei, quamvis nos non negamus quod"haec et consimilia, cum sint vitiosa, tamen aliqua
72 1"1 [31]

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.....il~'-""_,....,.;:. __.:T·~ .:i .!L.<; j _,....;.;cl~ . .~\ilJ \.:V.(. lè~ ,__..:\

designatio rei sunt. Dico ergo quod intentio entis et intentio rei imaginantur in animabus
duae intentiones; ens vero et aliquid sunt nomina multivoca unius intentionis nec dubitabis
quin intentio istorum non sit iam impressa in anima legentis hunc librum. Sed res et quic-
quid aequipollet ei, significa! etiam aliquid aliud in omnibus linguis; unaquaeque enim res
habet certitudinem qua est id quod est, sicut triangulus habet certitudinem qua est tri-
[35]angulus, et albedo habet certitudinem qua est albedo. Et hoc est quod fortasse appella-
mus esse proprium, nec intendimus per illud nisi intentionem esse affirmativi, quia verbum
ens significa! etiam multas intentiones, ex quibus est certitudo qua est unaquaeque res, et est
sicut esse proprium rei.
Redeamus igitur et dicamus quod, de his quae manifesta sunt, est hoc quod unaquaeque
res habet certitudinem propriam quae est eius quidditas. Et notum est quod certitudo cuius-
TRATTATO PRIMO- SEZIONE QUINTA 73

[31] Noi, comunque, non neghiamo che con questa [formula], o con una
simile, - nonostante la sua falsità se assunta come tale - si possa risvegliare,
da un certo punto di vista, [la conoscenza] della cosa, e diciamo che l'inten-
zione dell'esistenza e l'intenzione della cosa sono rappresentate entrambe
nelle anime, essendo due intenzioni: l'esistente, dunque, e ciò [la cui esisten-
za] è stabilita o ciò che è dato sono sinonimi secondo uno stesso significato; e
iion dubitiamo che i significati [di simili termini] siano già presenti a chi legge
questo libro, mentre con "la cosa" e con quel che sta al posto di essa, si può
indicare anche un'altra intenzione, in tutte le lingue. Ogni cosa (amr) ha, infat-
ti, una realtà in virtù della quale essa è quel che è: così, il triangolo ha una
realtà per cui è triangolo, il bianco ha una realtà per cui è bianco; e questa è
·quanto potremmo chiamare "l'esistenza propria" 150, senza voler indicare con
essa ciò che significa l'esistenza stabilita (ma 'nii al-wugad al-i[biitf) 151 ; anche
con il termine "esistenza", infatti, si indicano molte intenzioni, e fra di esse vi
è "la realtà secondo la quale è la cosa", per cui è come se "ciò secondo cui [la
cosa] è" fosse l'esistenza propria della cosa 152 .
Torniamo [sull'argomento] e diciamo che è evidente che per ogni cosa vi è
una realtà propria che è la sua quiddità e la realtà propria di ogni cosa- è noto
,.,. . è diversa dall'esistenza, che è sinonimo del fatto che ne sia stabilita [l'esi-
stenza]. Questo perché, se tu dici: "la realtà di una tale cosa è esistente o negli
individui concreti o nelle anime oppure in assoluto" - così da comprendere
tutto insieme-, questa [affermazione] ha un significato, dato e compreso. Ma
se, invece, dici che "una tale realtà è una tale realtà" o che "una tale realtà è
una realtà", [la tua affermazione] è un'inutile aggiunta del discorso 153 ; e se
~ci che "tale realtà è una cosa", anche questo è un discorso inutile [per cono-
scere] quel che si ignora, e meno utile ancora sarebbe se dicessi che "la realtà
~una cosa", a meno che' con "cosa" non si intenda dire "l'esistente", come se
tu dicessi che la tale "realtà" è una "realtà esistente". Se invece dici che "la
realtà di A è una certa cosa e la realtà di B un'altra", questo è [un discorso]
valido e che fa acquisire [un'informazione] soltanto perché dentro di te sottin-
tendi che [ciò di cui parli] è un'altra cosa, particolare 154 e differente [32]

cumque rei quae propria est ei, est praeter esse quod multivocum est cum aliquid, quoniam,
cum dixeris quod certitudo rei talis est in sìngularibus, ve! in anima, vel absolute ita ut com-
municet utrisque, erit tunc haec intentio apprehensa et intellecta. Sed cum dixeris quod certi-
tudo huius < ... > vel certitudo illius est certitudo, erit superflua enuntiatio et inutilis. Si
autem diceres quod certitudo huius est res, erit etiam haec enuntiatio inutilis ad id quod
ignorabamus. Quod igitur utilius est dicere, hoc est scilicet ut dicas quod certitudo est res,
sed hic res intelligitur ens, sicut si diceres quod certitudo huius est certitudo quae est. Cum
enim dixeris quod certitudo de a est aliqua res et certitudo de b est aliqua res, non eri t verum
nec acquiret aliquid, nisi proposueris in anima tua quod una earum est res proprie diversa ab
74 [32]

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alia re, sicut [36] si diceres quod certitudo de a est certitudo et certitudo de b est alia certitu-
do. Si autem non fuerit hoc propositum et haec coniunctio utriusque, non scietur quid sit res
cuius quaerimus intentionem, nec separabitur a comitantia intelligendi ens cum illa ullo
modo, quoniam intellectus de ente semper comitabitur illam, quia illa habet esse ve! in sin-
gularibus ve! in aestimatione ve! intellectu. Si autem non esset ita, tunc non esset res.
Quia non dicitur res nisi id de quo aliquid dicitur vere, deinde quod dicitur cum hoc
quod res potest esse id quod non est absolute, debemus loqui de hoc. Si enim intelligitur non
esse id quod non est in singularibus, hoc potest concedi quod sit ita; potest enim res habere
, esse in intellectu, et non esse in exterioribus; si autem aliud intelligitur praeter hoc, erit fai-
'(RATIATO PRIMO- SEZIONE QUINTA 75

rispetto a quell'altra; come se tu dicessi che "la realtà di A [è una data realtà],
essendo la realtà di B un'altra realtà". Ma se non vi fossero questo sottinteso e
insieme questa connessione, non si acquisirebbe [alcuna informazione].
Con "la cosa", dunque, si vuole indicare questa intenzione 155 , e il fatto che
ad essa consegua necessariamente l'intenzione dell'esistenza non se ne separa
mai. Anzi, l'intenzione dell'esistente la segue sempre: essa, infatti, o è esisten-
te nei singoli [individui] oppure è esistente nell'estimativa e nell'intelletto. E
se non fosse così, non sarebbe una cosa 156 .
Dire, poi: "la cosa è ciò di cui si dà predicazione" corrisponde al vero, ma
quel che si dice insieme a questo, e cioè che "la cosa può essere inesistente in
assoluto" è una questione che è necessario esaminare. Infatti, se con "inesi-
stente" si intende ciò che è inesistente negli individui concreti, può essere
che 157 sia così; può essere, cioè, che la cosa sia stabilita [esistente] nella
mente, pur essendo inesistente nelle cose esterne. Ma se [con "inesistente"] si
intende qualcos'altro è invece falso: di [una cosa del genere] non vi sarà alcu-
na predicazione, né essa potrà esser nota 158 , se non nel senso che sarebbe qual-
cosa di rappresentato soltanto nell'anima. Ma che poi sia rappresentata
nell'anima come una forma che designi qualcosa di esterno, no davveroP 59 E
quanto al predicato, esso si ha in quanto esso è sempre [predicato] di qualcosa
che ha una realtà nella mente. Dell'inesistente assoluto non si ha predicazione
in senso affermativo e anche quando se ne ha una in senso negativo, nella
mente gli si attribuisce un'esistenza, da un certo punto di vista. Il nostro dire
"è" 160 implica, infatti, una designazione e la designazione dell'inesistente -
che non ha forma nella mente, sotto nessun aspetto - è impossibile. Come si
potrà quindi affermare qualcosa dell'inesistente?
E quando diciamo che l'inesistente è "tale", intendiamo dire che la "tale"
qualificazione si dà per l'inesistente e non essendovi differenza tra "quel che
si dà" e "l'esistente", è come se dicessimo che questa qualificazione [33] è esi-

sum, nec erit enuntiatio ullo modo, nec erit scita nisi quia est imaginata in anima tantum;
sed, ut imaginetur in anima tali forma quae designat aliquam rerum exteriorum, non; nec
potest enuntiari, eo quod enuntiatio semper est de eo quod certificatum est in intellectu.
Unde de non esse absolute non enuntiatur [37) aliquid affirmative. Sed si enuntiatur aliquid
negative etiam, certe iam posuerunt ei esse aliquo modo in intellectu. Nostra autem dictio,
scilicet est, continet in se designationem. Designaci vero non esse quod nullo modo habet
formam in intellectu, impossibile est. Quomodo enim de non esse potest enuntiari res?
Sensus enim nostrae dictionis, quod non esse est tale, est quod talis dispositio advenit in non
esse; nec est differentia inter advenire et esse; et ideo idem est quasi diceremus quod haec
proprietas habet esse in non esse.
76 ,.,. [33]

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Dicemus igitur quod id quod dicitur de non esse et praedicatur de eo necesse est ut, vel
sit et habeatur a non esse, vel non si t nec habeatur a non esse. Si autem fuerit et habeatur a
non esse, tunc non potest esse quin vel si t in se alìquid vel nihil. Si vero fuerit in se aliquid,
tunc non esse habebit proprietatem quae est. Si vero proprietas fuerit aliquid, tunc id de quo
illa dicìtur erit aliquid sine dubio; ergo non esse eri t aliquid, et hoc est impossibile. Si autem
proprietas illa fuerit nihil, tunc id quod nihil est in se, quomodo erit in aliquo? Quoniam,
quod nihil est in se, impossibile est esse in aliquo; potest autem esse ut id quod est aliquid in
se non sit in alio. Si vero forma non fuerit in non esse, tunc remota est forma a non esse.
TRA TIATO PRIMO- SEZIONE QUINTA 77

stente per l'inesistente. Anzi -diremo- non si sfugge a una delle due possibi-
lità161: o ciò con cui è qualificato l'inesistente- e che di esso si predica- è
qualcosa di esistente e che si dà per l'inesistente, oppure no 162 . Se è esistente e
si dà per l'inesistente, allora si hanno ancora due possibUità: o in se stesso è
esistente o è inesistente; se è esistente, allora l'inesistente avrà un attributo esi-
stente, ed essendo esistente l'attributo, ciò che con esso viene qualificato sarà
senz' altro esistente; dunque l'inesistente sarà esistente, e questo è assurdo. Se
invece l'attributo è inesistente, allora come potrà ciò che in se stesso è inesi-
stente essere esistente per una [determinata] cosa? Infatti, quel che in se stesso
è inesistente è impossibile che sia esistente per un'altra cosa, mentre certo, una
determinata cosa può essere esistente in se stessa ma non essere esistente per
un'altra cosa. Ma se l'attributo non è esistente per l'inesistente, è come se si
negasse l'attributo 163 dell'inesistente; infatti, se in ciò non consistesse la nega-
zione dell'attributo dell'inesistente, negando l'attributo dali' inesistente si
avrebbe l'opposto di questo e si avrebbe [cioè] l'esistenza dell'attributo per
[l'inesistente]; ma ciò è del tutto falso 164 .
Diremo semplicemente che se abbiamo una scienza dell'inesistente, questo
è [solo] perché, quando un'intenzione si dà soltanto nell'anima e non designa
nulla di estemo 165 , ciò che è conosciuto è soltanto quello stesso qualcosa che è
nell'anima; l'assenso che si dà a quel che delle sue due parti è rappresentato
consiste allora nel fatto che può essere che, nella natura di questo qualcosa di
conosciuto, si abbia un rapporto che le appartiene e che è intelligibile all'ester-
no; ma [ciò di cui si discute] in questo momento non ha alcun rapporto [con
l'esterno], e non vi è quindi nulla di conosciuto che sia diverso da esso 166.
Invece, coloro che hanno questa opinione [ritengono] che nell'insieme di tutto
ciò di cui si dà predicazione e che si conosce vi siano cose che, essendo inesi-
stenti, non hanno neppure cosalità 167 ; e chi voglia soffermarsi su ciò, tomi
pure a ciò di cui essi hanno delirato nelle loro dottrine, che non meritano pro-
prio che ce ne occupiamo. [34] Costoro sono caduti in errore a questo proposi-

Cum autem [38) removerimus formam a non esse, eri t oppositum huic: iam igitur forma erat
in eo, et hoc est falsum. Nec dicemus nos habere scientiam de non esse, nisi quod intentio
habetur in anima tantum. Credulitas vero quae contingit est de hoc quod imaginatur ipsum
esse in anima tantum. Sed quod in natura huius sciti est posse habere comparationem intel-
lectam ad exteriora, in illa hora certe hoc non est. Igitur quod non est absolute non erit sci-
tum praeter illam.
Sed apud homines qui tenent hanc sententiam secundum quod scitur et annuntiatur de
ilio, sunt res quae non habent similitudinem cum eo quod debent loqui de non esse; quod qui
scire voluerit, legat inania verba eorum quae non merentur inspici. Illi autem non inciderunt
78 'l"t [34]

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~li'\~.~_;,.; .•~1 4.~ J~ \.~ j<> .)~~uv' .J " ... ~\" .JIJ
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J...\_, _;... .J• jl.J . •J.-! Ll. .Jj:.._ ( v•).;\ J' Jl 4.AU 4:;~

in errorem illum nisi propter ignorantiam suam de hoc quod enuntiationes non sunt nisi ex
intentionibus quae habent esse in [39] anima, quamvis sin t de non esse, ita tamen ut enuntia-
tio fiat de illis secundum hoc quod habent comparationem aliquam ad singularia, verbi gra-
tia, si dixeris quod resurrectio eri t, intellexisti resurrectionem et intellexisti erit, et praedica·
sti erit quod est in anima de resurrectione. Sed haec intentio non potest esse vera, nisi de
alia intentione, intellecta etiam, quae intelligatur ut, in hora futura, dicatur de ea intenti o ter·
tia intellecta: quae est intentio, scilicet est; et secundum hanc considerationem similiter est
in praeteri to.
Manifestum est igitur quod id quod enuntiatur de eo necesse est ut aliquo modo habeat
esse in anima; enuntiationes enim, re vera, non sunt nisì per id quod habet esse in anima et,
secundum accidens, sunt per id quod est in exterioribus. Iam igitur ìntellexisti nunc qualiter
tRATTATO PRIMO- SEZIONE QUINTA 79

to perché ignorano che la predicazione 168 riguarda solo intenzioni 169 che, pur
essendo inesistenti nei [singoli J individui, hanno un'esistenza neli' anima, e
[perché ignorano J che darne una predicazione significa che esse hanno un
certo rapporto con i [singoli] individui. Per esempio, se dici che la "resurrezio-
ne sarà", capisci la "resurrezione" e capisci anche "sarà" e predichi (/:tamalta)
''sarà", che è nell'anima, della "resurrezione", che è nell'anima; e intanto que-
sta intenzione [della resurrezione J è valida di un'altra intenzione, anch'essa
intelligibile - e che è un intelligibile che riguarda un tempo futuro - in quanto
è qualificata da una terza intenzione intelligibile, e cioè l'intelligibile dell'esi-
stenza170. E per quanto riguarda il passato la cosa sta in questo stesso rapporto.
È evidente, quindi, che ciò che viene predicato è immancabilmente esistente
secondo un certo modo d'esistenza nell'anima e la predicazione riguarda, in
{senso] reale (bi-1-/:taqfqa), ciò che esiste nell'anima e, per accidente, ciò che
esiste all'esterno .
..,.. E ora hai capito perché "la cosa" si differenzia dal concetto de "l'esistente"
e di "quel che si dà", e che i due - nonostante ciò - si accompagnano necessa-
riamente l'un l'altro.
Tuttavia, mi è giunta notizia del fatto che alcuni affermano che "quel che
si dà" 171 sì dà senza essere esistente e che può avvenire che l'attributo della
cosa non sia né qualcosa di esistente né qualcosa di inesistente e che "quello
che" e "qualcosa che" indicano un alcunché di diverso rispetto a quel che indi-
ca "la cosa". Ebbene, costoro non fanno parte della gente che ha discernimen-
to; e una volta che abbiano preso a distinguere fra queste espressioni, [consi-
derando] quel che esse significano, si scopriranno [neli' errore].
Ora - diremo - benché l'essere, come sai, non sia un genere, né sia dicibile
in modo univoco di quel che è sotto di sé, esso è comunque un'intenzione in
cui [quel che è sotto di sé] coincide secondo anteriorità e posteriorità. Così, in
primo luogo 172, [esso si applica] alla quiddità che è la sostanza e poi a ciò che
è dopo di essa. E poiché esso è, nel modo che abbiamo evocato, una intenzio-
ne, [35] lo accompagnano, come prima si è reso evidente, degli accidenti che

differant et id quod intelligitur de esse et quod intelligitur de aliquid, quamvis haec duo sint
comitantia. Significatum est tamen mihi esse homines qui dicunt quod aliquid est aliquid,
quamvis non habeat esse, et quod aliquid est forma rei quae non est res, nec quae est nec
quae non est, et quod quae ve! quod [non] significant aliud [40] quam id quod significai res.
Isti autem non sunt de universitate eorum qui cognoscunt. Quos cum coegerimus discernere
inter haec verba secundum intellectum suum, detegentur.
Dìcemus ìgìtur nunc quod quamvis ens, sicut scisti, non sìt genus nec praedicatum
aequaliter de his quae sub eo sunt, tamen est intentio in qua conveniunt secundum prius et
posterius; primum autem est quidditati quae est in substantia, deinde ei quod est post ipsam.
Postquam autem una intentio est ens secundum hoc quod assignavimus, sequuntur illud
80 l" O [35]

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.~ J \.Ji.;.f '•.J~ .J\ \.J.l\_;\ \.)l' J~\ f . J~\ l.[.J ISJ.J__..;.I\ l.l
\O j:.!\ \.l.J ~ r..l..l\ .SJ.J_r.. .J• J\J\ .Jl : \_,l_A .J\ 1$).-'__...;..l\ \.[
. .J.:U. ..,....i. ._,....~_rPJà.i.l.Jl ~~_,._.:,t l.f.c. ':1 .s.ill ~l :l)_,.t_ J\
.,;.:..li .J• .J\ ' .)§._ .J\ ~-)l .s.iJ\ .J" c_:..:l\ .Jf .:_,. J\0-. \. ..!\l$;
~ .Jt, .,_;:.,_ )I.Jt J\.e .J e__,.. .s.ili.J· ~'JI.J . .:,_;:.,_ )I.Jt ~

accidentalia quae ei sunt propria, sicut supra diximus. Et ideo eget aliqua scientia in qua
tractetur de eo, sicut omni sanativo necessaria est aliqua scientia.
Difficile autem est declarare dispositionem necessarii et possibilis et impossibilis certis-
sima cognitione, nisi per signa. Quicquid enim dictum est ab antiquis de astensione istorum,
in plerisque reducitur ad circularem, eo quod ipsi, sicut nosti in logicis, curo volunt definire
possibile, assumunt in eius definitione necessarium vel impossibile, nec habent alium
modum nisi hunc. Curo autem volunt definire necessarium, a~sumunt in eius definitione
possibile ve! impossibile, et curo volunt definire impossibile, assumunt in eius definitione
necessarium vel possibile. Verbi gratia, curo definiunt possibile, dicunt aliquando quod est
TRATIATO PRIMO- SEZIONE QUINTA 81

gli sono propri; perciò 173 vi è una sola scienza che se ne faccia carico, come vi
è una sola scienza per tutto quello che riguarda la salute.
Anche riuscire a conoscere, con qualcosa che li faccia realmente conosce-
re, come siano il necessario (wiigib), il possibile (mumkin) e l'impossibile
(mumtani ') è difficile; [essi si possono conoscere], piuttosto, con un segno,
mentre tutto ciò che è stato sostenuto a proposito della definizione di questi
[concetti]- fra quel che sei venuto a sapere dagli Antichi- sembra comporta-
re un circolo. E questo perché, come ti si è chiarito nelle varie parti della logi-
ca, una volta che ·costoro hanno voluto definire il possibile, hanno assunto
nella sua definizione o l'obbligatorio (al-qarilrf) oppure l'impossibile; e
d'altra parte non vi è alcun modo [di definirli] diverso da questo: quando 174
hanno voluto definire l'obbligatorio, hanno assunto nella sua definizione o il
possibile o l'impossibile e quando poi hanno voluto definire l'impossibile, nel
definirlo hanno assunto o l'obbligatorio o il possibile. Per esempio, nel defini-
re il possibile hanno sostenuto, una volta, che è "il non-obbligatorio" oppure,
nel caso in cui non ne sia impossibile l'esistenza, in un qualunque tempo si
supponga del futuro, che è "l'inesistente"; poi, quando hanno avuto bisogno di
definire l'obbligatorio, hanno sostenuto o che esso è ciò che non è possibile
supporre inesistente, oppure che esso è ciò da cui, una volta supposto in con-
trasto rispetto a come è, deriva un'impossibilità; così, nella sua definizione
hanno assunto talvolta il possibile, talaltra l'impossibile. Quanto al possibile,
nel definirlo, già prima avevano assunto o l'obbligatorio o l'impossibile. E
quando hanno voluto definire l'impossibile, hanno assunto nella sua definizio-
ne o l'obbligatorio- in quanto hanno sostenuto che l'impossibile è quel che è
obbligatoriamente inesistente - o il possibile, in quanto hanno sostenuto che è
quel che è impossibile che esista, o un'altra espressione analoga a queste due.
Ed è allo stesso modo che si dice dell'impossibile che è quel che non è possi-
bile che esista o che è quel che è necessario che non esista; o del necessario,
che è ciò che è impedito [a non esistere] e impossibile che non esista oppure
che non [36] è possibile che non sia; o del possibile, che è quel che non è

non nècessarium vel quod ipsum est quod non est in praesenti, cuius tamen esse, in quacum-
que posueris hora futura, non est impossibile. Deinde cum volunt definire necessarium,
dicunt quod necessarium est quod non est possibile poni non esse, vel quod est id quod, si
aliter ponitur quam est, est impossibile; sic [41] igitur accipiunt in definitione eius aliquando
possibile, aliquando impossibile; et in definitione possibilis accipiunt impossibile ve! neces-
sarium. Deinde cum volunt definire impossibile, accipiunt in eius definitione necessarium,
dicentes quod impossibile est id quod est necessarium non esse, vel ponunt possibile, dicen-
tes quod non est possibile esse. Et aliqui doctores Iegis sequuntur hoc. Similiter etiam dicunt
quod impossibile est id quod non est possibile esse ve! id quod necesse est non esse, < ... >et
82 ,., [36]

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quod possibile est quod non est impossibile esse vel non esse, ve! quod non est necesse esse
vel non esse. Hoc autem totum, sicut tu vides, manifeste circulare est.
Sed detectio huius maneriae in hoc est haec quia iam nosti in Analyticis quod, ex his tri-
bus, id quod dignius est intelligi est necesse, quoniam necesse significa! vehementiam
essendi; esse vero notius est quam non esse, esse enim cognoscitur per se, non esse vero
cognoscitur per esse aliquo modo.
Cum autem nota fecerimus tibi haec omnia, tunc erit tibi certa destructio sententiae
illius qui dici t quod non esse reducitur, quia ipsum est de quo primum enuntiatur esse. Non
esse autem cum [42] reducitur, debet esse differentia inter ipsurn et inter id quod est tale, si
inveniretur aliud vice eius et, si fuerit tale quale illud, tunc non est ipsum: non enim est illud
quod privatum erat et in dispositione privationis erat hoc aliud ab eo. Igitur non esse iam fit
TRATIATO PRIMO- SEZIONE QUINTA 83

impedito a essere e a non essere o che non è necessario che sia o che non sia: e
tutto questo, come vedi, è manifestamente un circolo. Quanto a scoprire come
stiano le cose a questo proposito, l'hai già scoperto negli Analitici' 75 .
Ora, di questi tre il più degno di essere rappresentato per primo è il neces-
sario (al-wiigib ). E questo perché il necessario sta a indicare la certificazione
dell'esistenza (ta'akkud al-wugiid) e l'esistenza è più nota dell'inesistenza
('adam). L'esistenza, infatti, si conosce per sé, mentre l'inesistenza si cono-
sce, da un certo punto di vista, attraverso l'esistenza 176 •
E quando saremo arrivati a farti comprendere 177 queste cose, ti si mostrerà
chiaramente la vanità delle parole di chi dice che l'inesistente si fa tornare
[all'esistenza] perché sarebbe la prima cosa di cui si darebbe predicazione 178
con l'esistenza. Questo perché se l'inesistente è fatto tornare [all'esistenza], vi
deve essere una differenza tra di esso e ciò che gli è simile - se esiste un suo
sostituto; e se quello gli è simile, semplicemente non è quello stesso, perché
non è quello che era inesistente - e nello stato dell'inesistenza c'era quello,
nQD questo; l'inesistente verrebbe insomma ad essere esistente nel modo a cui
a,bbiamo precedentemente accennato. Sennonché, se l'inesistente fosse fatto
tornare [all'esistenza), si avrebbe bisogno di far tornare l'insieme delle pro-
prietà in virtù delle quali esso è tale; e fra le sue proprietà vi è il momento in
cui esso era (waqtu-hu). Ma se fosse fatto tornare [all'esistenza] il momento in
cui esso era, allora l'inesistente non sarebbe stato fatto tornare (all'esistenza]:
quel che è fatto tornare, infatti, è quel che esiste in un secondo- momento. E se
fosse possibile far tornare l'inesistente [all'esistenza], facendo tornare l'insie-
me degli inesistenti che lo accompagnano, poiché - secondo quanto si conosce
delle loro dottrine il momento è o qualcosa con una propria realtà d'esistenza
e che si è reso inesistente oppure la corrispondenza di un [dato] esistente con
un qualche accidente-, ecco che potrebbero tornare [all'esistenza] il momento
e i [diversi] stati [dell'inesistente]: ma così non vi sarebbe un momento e poi
un altro momento e quindi non vi sarebbe ritorno! 179
Ma l'intelletto coglie tutto ciò d'un colpo e a questo proposito non ha biso-
gno di una prova (bayiin): tutto quel che si dice a questo riguardo esce dalla
via di ciò che va insegnato 180 •

esse secundum modum quem ante assignavimus. Cum autem non esse reductum fuerit,
oportebit ut omnes proprietates quibus erat id quod erat, reducantur. Sed de proprietatibus
eius est hora eius; cum autem reduxeris horam eius, tunc non esse erit non reductum, quia
reductum est id quod invenitur in secunda hora. Si enim non esse fuerit tale ut in eius reduc-
tione reducantur omnia privata quae fuerunt cum eo, et hora tunc ipsum vel est aliquid quod
habet certitudinem esse quo iam privatum est, vel convenientiam essendi aliquod acciden-
tium, sicut notum est ex intentione eorum. Igitur potest esse ut reducatur hora et dispositio-
nes, et tunc non erit hora et hora; ergo non eri t reductio, quamvis intellectus refugiat hoc nec
requirat eius probationem; quicquid enim dicitur de hoc est extra viam doctrinae.
84 [37]

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VI
CAPITULUM IN INITIO LOQUENDI DE NECESSE ESSE ET DE POSSIBILE ESSE ET QUOD NECESSE ESSE
NON HABET CAUSAM ET QUOD POSSIBILE ESSE EST CAUSATUM ET QUOD NECESSE ESSE NULLI EST
COAEQUALE IN ESSE NEC PENDET AB ALlO IN ESSE

[43] Redeamus ad id in quo eramus et dicamus quod necesse esse et possibile esse
unumquodque habet proprietates. Dicemus igitur quod ea quae cadunt sub esse possunt in
intellectu dividi in duo. Quorum unum est quod, cum consideratum fuerit per se, eius esse
non est necessarium; et palam est etiam quod eius esse non est impossibile, alioquin non
cadet sub esse, et hoc est in termino possibilitatis. Alterum est quod, cum consideratum fue-
rit per se, eius esse erit necesse. Dicemus igitur quod necesse esse per se non habet causam
85

SEZIONE SESTA

SEZIONE IN CUI HA INIZIO LA TRATTAZIONE INTORNO


AL NECESSARIAMENTE ESISTENTE E AL POSSIBILMENTE ESISTENTE:
[IN CUI SI AFFERMA] CHE IL NECESSARIAMENTE ESISTENTE NON HA CAUSA,
CHE IL POSSIBILMENTE ESISTENTE È UN CAUSATO
E CHE IL NECESSARIAMENTE ESISTENTE NON È NELL'ESISTENZA
NÉ OMOLOGO AD ALCUNCHÉ DI DIVERSO DA SÉ
NÉ DIPENDENTE DA ALCUNCHÉ DI DIVERSO DA SÉ 181

Torniamo a ciò di cui stavamo trattando, dicendo che ogni necessariamente


esistente, come ogni possibilmente esistente, ha alcune sue proprietà. Le cose
che rientrano nell'esistenza possono subire nell'intelletto due divisioni; fra di
esse, infatti, vi è qualcosa che, considerato in se stesso, ha un'esistenza non
necessaria - ma è manifesto che la sua esistenza non è neppure impossibile,
altrimenti non sarebbe rientrato nell'esistenza- e questo qualcosa è nel domi-
nio del possibile; e vi è poi qualcosa che, considerato in se stesso, ha un'esi-
stenza necessaria.
Ora, diremo: quel che per sé è necessariamente esistente non ha causa,
~ntre quel che per sé è possibilmente esistente ha causa: il necessariamente
esistente per sé è necessariamente esistente da tutti i punti di vista e non è pos-.
Slbile che la sua esistenza sia omologa 182 ad un'altra esistenza, così che ognu-
na delle due sia equivalente all'altra nella necessità dell'esistenza e che le due
si accompagnino necessariamente [l'una all'altra]; e non può affatto essere che
ì1 necessariamente esistente metta insieme la propria esistenza a partire da una
molteplicità, né può essere che la realtà che gli appartiene sia partecipata [da
altro], da nessun punto di vista, [e ciò] al punto tale che, dal fatto che ricono-
sciamo valido tutto questo, consegue che il necessariamente esistente non è un
relativo, e che non è mutevole, né molteplice, né associato [ad altro] nell'esi-
stenza che gli è propria 183 .

et quod possibile esse per se habet causam; et quod necesse esse per se est necesse omnibus
suis modis et quod impossibile est ut esse eius quod est necesse esse sit coaequale ad esse
alterius, ita ut unumquodque eorum sit aequale alteri in necessitate essendi vel comitetur; et
impossibile est etiam ut esse eius quod est necesse esse coniungatur ex moltitudine; et
impossibile est etiam ut in certitudine quam habet necesse esse communicet ei aliquid aliud.
Quod cum certificaverimus, sequetur quod necesse esse non est relativum nec mutabile nec
multiplex nec communicat ei aliquid aliud in suo esse quod est ei proprium.
86 Y'll [38]

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[44] Quod autem necesse esse non habet causam, manifestum est. Si enim necesse esse
haberet causam sui esse, profecto eius esse esset per illam. Quicquid autem est cuius esse est
per aliquid, cum consideratum fuerit per se, non habebit esse necessarium; quicquid autem
consìderatum per se sine alio non habet esse necessarium, non est necesse esse per se. Unde
constat quod, si necesse esse per se haberet causam, profecto non esset necesse esse per se.
Manifestum est igitur quod necesse esse non habet causam. Et patet etiam ex hoc quod
impossibile est ut aliquid idem sit necesse esse per se et necesse esse per aliud: si enim eius
esse esset per aliud, tunc impossibile esset illud inveniri sine illo alio, impossibile igitur
esset inveniri necesse esse per se; si enim esset necessarium per se, iam haberet esse, et illud
aliud nihil ageret ad illud esse necessarium; quicquid enim est ad cuius esse agit aliud, eius
esse non est necessarium in se.
Quicquid autem possibile est consideratum in se, eius esse et eìus non esse utrumque est
per causam. Cum enim habuerit esse, tunc iam acquisìtum est sibi esse discretum a non esse.
TRATIATO PRIMO- SEZIONE SESTA 87

[38] Che poi il necessariamente esistente non abbia causa, è manifesto.


Infatti, se per l'esistenza del necessariamente esistente vi fosse 184 una causa, la
sua esistenza sarebbe in virtù di essa: di ciò che esiste in virtù di altro, quando
sia considerato in se stesso senza considerare quel che è diverso da esso 185 ,
non si dà necessariamente un'esistenza e tutto ciò che, quando è considerato in
se stesso senza considerare quel che è diverso da esso, è tale da non avere
necessariamente un'esistenza, non è necessariamente esistente per sé 186 . È evi-
dente, infatti, che, se per il necessariamente esistente per sé ci fosse una
causa 187, esso non sarebbe necessariamente esistente per sé; ed è perciò mani-
festo che il necessariamente esistente non ha causa.
Da ciò si mostra in modo [egualmente] manifesto che non può essere che
una stessa cosa sia necessariamente esistente per sé e necessariamente esisten-
te in virtù di qualcosa di diverso da sé. Infatti, se l'esistenza [della cosa] è
necessaria in virtù di qualcosa di diverso da essa, non può essere che essa esi-
sta senza questo qualcosa di diverso, e poiché non può esistere senza qualcosa
di diverso da sé, è impossibile che la sua esistenza sia necessaria per sé; inve-
ce, se [la cosa] è necessaria per sé, essa si dà, non essendovi sulla sua esisten-
za, da parte di quel che è diverso [da essa], alcun influsso che consista nel ren-
der necessario, mentre 188 l'esistenza di ciò sulla cui esistenza qualcosa di
diverso esercita un influsso non è in se stessa necessaria.
Inoltre, sia l'esistenza sia l'inesistenza di tutto ciò che, considerato in se
stesso, è possibilmente esistente sono in virtù di una causa; se [il possibilmen-
te esistente] esiste è infatti perché ad esso si è data l'esistenza, distinta
dall'inesistenza; se non esiste 189, è perché ad esserglisi data è l'inesistenza,
distinta dall'esistenza; ma delle due l'una: o ciascuna delle due condizioni 190
si dà per esso a partire da qualcosa di diverso, oppure no. Se è a partire da
qualcosa di diverso dal [possibilmente esistente], allora quel che è diverso è la
causa; se non è a partire da qualcosa di diverso da esso, è [comunque] eviden-
te191 che qualunque cosa non sia esistita e poi esista è stata appropriata
[ali' esistenza] in virtù di qualcosa di diverso dalla [cosa] e che viene
dall'estemo 192 . E lo stesso è per quanto riguarda l'inesistenza. E questo per-
ché: o [a determinare] questa "appropriazione" 193 è sufficiente la quiddità
della cosa, oppure no 194. Se la sua quiddità fosse sufficiente perché una qua-
lunque delle due [l'esistenza o l'inesistenza] [39] si desse, la cosa sarebbe

Cum vero desierit esse, iam acquisitum est sibi non esse discretum ab esse. lgitur non potest
esse quin utrumlibet istorum duorum acquiratur sibi ab alio a se ve! non ab alio a se. Si
autem acquiritur ab alio a se, tunc illud aliud est causa. Si vero non acquiritur ab alio a se,
manifestum est autem quod quicquid post non esse habet esse iam appropriatum est per ali-
quid quod sibi advenit ab alio a se, similiter et in non esse, [45] tunc, ad appropriandum sibi
utrumlibet, id quod ipsum est ve! est sufficiens ve! non sufficierts. Si autem id quod est suf-
ficiens est ad appropriandum sibi utrumlibet illorum duorum, ita ut sit aliquid illorum duo-
88 [39]

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rum, tunc illud est necessarium sìbì ìpsì per se. Iam autem posìtum erat non esse necesse.
lgitur hoc est inconveniens et impossibile. Si autem id quod est non est sufficiens ad acquì-
rendum sibi utrumlibet, sed per aliquid aliud adìunctum est sibì esse id quod est, tunc esse
illius est ex esse alterius a se, quo eget ad esse, et sic illud est çausa eius. lgitur habet cau-
sam; et omnino non habebit aliquod duorum acquisìtorum per seipsum, sed per causam:
intentio enim essendi est ex causa quae est causa essendi, et intentio non essendi est ex
causa quae est privatio causae ìntentionis essendi, sicut scisti.
Dicemus igitur quod oportet illud fieri necessarium esse per causam et respectu eius. Si
enim non fuerit necessarium esse existente essentia causae et comparatione eius, erit etiam
possibile. Unde potest concedi illudesse et non esse non appropriatum aliquo illorum duo-
TRATTATO PRIMO- SEZIONE SESTA 89

necessaria per sé nella quiddità 195 , quando invece si era ipotizzato che fosse
non necessaria, e questo è contraddittorio. E se l'esistenza della sua quiddità
non è sufficiente, ma vi è invece qualcosa a cui l'esistenza della sua essenza si
aggiunga, allora la sua esistenza è dovuta ali' esistenza di questo qualcosa
d'altro, diverso dalla sua essenza e di cui [la cosa] ha immancabilmente biso-
gno: questo [qualcosa d'altro] è la sua causa e [la cosa] ha quindi una causa.
Insomma: [in ogni caso] una delle due condizioni viene ad essere necessaria
solo per via di questo qualcosa; non per sé, ma per via di una causa: l'attributo
dell'esistenza è in virtù di una causa che è una causa d'esistenza, e l'attributo
dell'inesistenza è in virtù di una causa che è l'inesistenza della causa dell'attri-
buto d'esistenza; [e ciò] secondo quel che hai appreso 196.
Quindi - diremo - in virtù della causa e in virtù del rapporto con essa [la
cosa] deve venire ad essere necessaria. Se non fosse necessaria, infatti, data
l'esistenza della causa e in rapporto ad essa, essa sarebbe ancora possibile e
potrebbe esistere e non esistere, senza essere appropriata per nessuna delle due
condizioni; ma questo [vorrebbe dire] aver bisogno da capo dell'esistenza di
una terza cosa in virtù della quale - una volta che esista la causa - le dovrebbe
esser destinata l'esistenza in luogo dell'inesistenza oppure l'inesistenza in
luogo dell'esistenza; questa [terza cosa] sarebbe allora un'altra causa e il
discorso si protrarrebbe all'infinito. Ma protraendosi all'infinito, l'esistenza
[della cosa] non sarebbe determinata e [la cosa] non avrebbe esistenza, eque-
sto è assurdo; e ciò non soltanto perché si andrebbe all'infinito nella [serie]
delle cause - questo, infatti, in questo passaggio, è ancora un [argomento]
dubbio quanto alla sua possibilità - ma piuttosto perché non esisterebbe anco-
ra alcunché in virtù di cui determinare [la cosa], che invece si era supposta esi-
stente197. E dunque è valido [affermare] che tutto ciò che è possibilmente esi-
stente, finché non è necessario in rapporto alla sua causa, non esiste.
Inoltre - diremo - non può essere che il necessariamente esistente sia omo-
logo ad un altro necessariamente esistente, di modo che questo [necessaria-
mente esistente] sia esistente insieme a quell'altro e quell'altro insieme a que-

rum; et hoc iterum eget ut sit aliquid tertium per quod assignetur ei esse post non esse, ve!
post esse non esse, cum causa habuerit esse; est ergo illud alia causa, et sic itur in infinitum,
et cum hoc non erit ei appropriatum esse nec acquiretur ei esse, et hoc est absurdum, [46)
non ob hoc tantum quod causae eunt in infinitum (hoc autem dubium est hic ad removen-
dum), sed ob hoc quod nondum habet per quod approprietur; iam autem positum est illud
habere esse. Igitur manifestum est quod quicquid possibile est esse, non habet esse nisi cum
necessarium est esse respectu suae causae.
Dicemus etiam esse impossibile ut ei quod est necesse esse sit compar aliud necesse
esse, ita ut hoc simul habeat esse cum ilio, et illud simul habeat esse cum isto, nec unum
eorum sit causa alterius, sed sint coaequalia in comitantia essendi. Cum enim considerata
90 t· [40]

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fuerit essentia uniuscuiusque eorum per se sine alio, non potest esse quin sit ve! necessarium
per se, ve! non necessarium per se.
Si autem fuerit necessarium per se, non potest esse quin ve! habeat etiam necessitatem
respectu sui cum secundo, et tunc erit illud necesse esse per se et necesse esse propter aliud
a se, et hoc est frivolum, sicut supra ostendimus, ve! non habeat necessitatem propter aliud,
ita ut esse eius non debeat sequi ex esse alterius nec comitetur illud, nec esse eius pendeat ex
esse alterius, ita ut hoc non habeat esse nisi et alterum habuerit esse.
Si autem non fuerit necessarium per se, oportebit tunc ut, respectu sui, si t possibile esse
et, respectu alterius, si t necesse esse, et impossibile est etiam quin illud aliud ve! sit similiter
ve! non sit similiter. Sed si illud aliud fuerit similiter, tunc non potest esse quin necessitas
esse huius sit ex ilio, cum illud sit in termino possibiliter essendi, vel in termino necessario
essendi. Si autem necessitas essendi huius fuerit ex ilio cum illud fuerit in termino necessa-
'[RATIATO PRIMO- SEZIONE SESTA 91

sto, senza che nessuno dei due sia [40] causa dell'altro, ma anzi essendo
ambedue omologhi riguardo al conseguire necessario dell, esistenza.
Infatti, se si considera l'essenza di uno dei due in se stesso ad esclusione
dell'altro, o [questo che si è considerato] è necessario per sé o non è necessa-
rio per sé.
Se è necessario per sé, non si sfugge a una delle due possibilità: o ad esso
la necessità appartiene anche in virtù del fatto che è considerato insieme con il
secondo, e allora la stessa cosa sarà necessariamente esistente 198 per sé e
necessariamente esistente a causa di altro da sé - e questo, come si è già
[osservato], è impossibile; oppure per esso non vi sarà necessità in virtù
dell'altro: la sua esistenza non dovrà quindi seguire l'esistenza dell'altro e ne
consegue che per l'esistenza di questo non vi sia con l'altro un vincolo tale
che questo esista solo se esiste l'altro.
Se invece non è necessario per sé, allora dovrà essere possibilmente esi-
stente in considerazione di se stesso e necessariamente esistente in considera-
zione dell'altro. E allora, non si sfugge a una delle due possibilità: o anche
l'altro è tale, oppure no.
Se anche l'altro fosse tale, ecco che si avrebbero due possibilità: la neces-
sità dell'esistenza del [primo potrebbe] provenire dal secondo o essendo
quest'ultimo possibilmente esistente 199 oppure essendo quest'ultimo necessa-
riamente esistente.
Se la necessità d'esistenza del [primo venisse] dal secondo, essendo
quest'ultimo - come abbiamo già affermato - in sé necessariamente esistente
- non da se stesso né da un terzo precedente, ma a partire da quello che ne
proviene- allora la necessità d'esistenza di ciò che si attua dopo la necessità
della sua esistenza sarebbe una condizione per la stessa necessità d'esistenza
del [secondo], [laddove il dopo indica] una posteriorità essenziale, e ad esso
non apparterrebbe affatto un'esistenza necessaria200 .
E se poi la necessità dell'esistenza del [primo] venisse dal secondo, essen-
do quest'ultimo in sé possibilmente esistente, allora la necessità d'esistenza
del [primo] verrebbe dall'essenza del secondo, il quale sarebbe in sé possibil-
mente esistente: la sua essenza sarebbe, nella possibilità, tale da far acquisire a
questo la necessità d'esistenza, mentre la sua possibilità non sarebbe acquisita
da questo, perché anzi lo sarebbe la necessità. [41] Così la causa del primo

rio essendi, et non ex se nec [47] ex tertio contingente, sicut supra diximus, sed ex ilio quod
est ex ipso et necessitas esse huius fuerit condicione necessitatis essendi illius cum ilio quod
acquiritur postea ex necessitate essendi, posterioritate essentiali, tunc non acquiretur neces-
sitas essendi ullo modo. Si autem necessitas essendi huius fuerit ex ilio cum illud fuerit in
termino possibilitatis, tunc necessitas essendi huius erit ex essentia illius, et ilio existente in
termino possibilitatis acquirente huic necessitatem essendi, nec acquirente ab isto terminum
possibilitatis, sed necessitatem. Igitur causa huius erit possibilitas essendi illius, cum hoc
92 ti [41]

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non sì t causa illius; erunt igitur non coaequalia, cum unumquodque eorum sit causa per se et
causatum per se. Deinde contingit etiam aliud quod, cum possibiJitas essendi illius fuerit
causa necessitatis essendi ìstius, tunc esse ìllius non pendebit ex esse istius, sed ex possibili-
tale eius. Igitur oportebit ut esse huius sit simul cum non esse illius; iam autem posuimus
illa coaequalia; tunc hoc est impossibile: igitur non est possibile ut sint coaequalia in esse,
ita ut non pendeant ex causa extrinseca; sed oportet ut unum eorum sit primum per seipsum
et sit ibi causa extrinseca quae faciat utrumque necessario esse, necessitate pendendi inter
se, vel faciat necessarium pendere necessitas utriusque.
[48] Relativorum autem non est necesse unum esse ex altero, sed cum altero. Quod
autem facit illa duo esse necessario est causa quae coniungit illa, vel etiam duae materiae,
vel duo subiecta de quibus illa praedicantur. Non autem esse duarum materiarum ve! duo-
rum subiectorum tantum sufficit ad hoc, sed esse tertium quod coni ungi t illa, et hoc est quo-
niam non potest esse quin esse et certitudo uniuscuiusque duorum ve! sìt esse cum alio. et
TRATIATO PRIMO- SEZIONE SESTA 93

sarebbe la possibilità d'esistenza del secondo, mentre la causa della possibilità


d'esistenza del secondo non sarebbe il primo e i due sarebbero non-omolo-
ghi201, intendo dire in quanto questo sarebbe per sé la causa dell'altro e [quel-
lo) un causato202 .
C'è poi un'altra questione, e cioè: se è la possibilità dell'esistenza di quello
ad esser causa della necessitazione ali' esistenza di questo, allora l'esistenza di
quest'ultimo non dipende dalla necessità del primo, ma dalla sua possibilità; si
dovrebbe allora ammettere l'esistenza [d eli' uno] insieme ali' inesistenza
[dell'altro], mentre abbiamo già supposto che i due fossero omologhi 203 ; e ciò
è contraddittorio.
Non è dunque possibile che i due siano omologhi nell'esistenza, in un
determinato stato, senza dipendere da una causa esterna; invece, o uno dei due
è necessariamente il primo per essenza, oppure vi deve essere un'altra causa,
una causa esterna, che renda necessari ambedue rendendo necessario il rappor-
to fra i due, o che renda necessario il rapporto, rendendo necessari i due.
Due [elementi] relativi infatti non sono uno necessario per l'altro, ma piutto-
sto sono [uno] insieme all'altro, mentre quel che li rende entrambi necessari è la
causa che li mette insieme; e analogamente (si deve dire) delle due materie o dei
due soggetti che dai due sono qualificati 204 • L'esistenza di due sole materie o di
due soli soggetti non basta: [vi deve essere] invece l'esistenza di una terza [cosa]
che li metta insieme. E questo perché non si sfugge a una delle due [possibilità]:
- [nella prima] l'esistenza e la realtà di ognuna delle due cose consistono
nel fatto che ognuna è insieme all'altra; l'esistenza [di ognuna delle due] è
allora per sé non necessaria, e viene quindi a essere possibile e causata; [in
questo caso] la causa [di ognuna delle due] non è - come abbiamo detto -
qualcosa di omologo [ad esse]2°5 nell'esistenza; la loro causa è un'altra cosa
ancora e né l'una né l'altra sono causa del rapporto che sussiste fra di esse, ma
lo è invece, quell'altra cosa;
-oppure, [nella seconda206 , l'esistenza e la realtà di ognuna delle due] non
consistono nel fatto che ognuna è insieme all'altra e il fatto che esse siano
insieme è quindi qualcosa di estrinseco ali' esistenza propria [di ciascuna delle
due cose], un concomitante della [loro esistenza]. Anche [in questo caso],
l'esistenza che è propria di [ciascuna delle due] non proviene dal suo omologo
in quanto omologo, ma piuttosto da una causa anteriore, se questo è a sua
volta un causato.

tunc esse eius per se erit non necessarium; igitur erit possibile; itaque erit causatum, et erit
sicut diximus, quod causa eius non est comitans illud in esse, et ita causa eius erit aliud, et
tunc illud et aliud non erunt causa habitudinis quae est inter illa, sed illud aliud. Ve! non sit
esse cum alio, igitur hoc esse cum alio erit aliquid noviter adveniens super suum esse pro-
prium et consequens illud, et etiam esse quod est ex parte eius non erit ex comitantia
inquantum sunt comitantia, sed ex causa praecedente, si ipsum fuerit causatum. Tunc ergo
ipsum esse eius aut erit ex suo comi te, non inquantum est comes, sed inquantum est esse sui
94 (42]

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comitis quod est ei proprium, et ita non erunt comitantia, sed causa et causatum, et comes
eius erit etiam causa habitudinis aestimativae inter ea, sicut pater et filius, aut erunt comitan-
tia secundum hoc quod nullum eorum est causa alterius, et habitudo erit necessaria ad esse
eorum. Igitur prima causa habitudinis erit res extrinseca, faciens esse duas essentias eorum,
sicut scisti, et habitudo erit accidentalis; unde non erit ibi comitantia nisi per accidens sepa-
rabile vel inseparabile. Sed hoc est aliud ab eo in quo sumus; habitudo autem quae est per
accidens erit causa sine dubio; unde secundum comitantiam erunt utraque causata, et ita nul-
lum eorum est necessarium esse per se.
TRATIATO PRIMO- SEZIONE SESTA 95

E allora: o l'esistenza [di una delle due cose] proviene da quella che la
accompagna non in quanto questa le è omologa, [42] ma in quanto l'esistenza
di quel che la accompagna la determina, e allora [le due cose] non sono omo-
loghe, ma sono anzi causa e causato e quel che accompagna [una delle due] è
una causa anche rispetto al rapporto che c'è fra le due [cose] nell'immagina-
zione estimativa, come accade per padre e figlio; oppure le due [cose] sono
omologhe nel senso che nessuna delle due è una causa per l'altra e il rapporto
[tra loro due] consegue alla loro esistenza. In tal modo, la causa prima del rap-
porto è una cosa esterna, che fa esistere le due essenze - secondo quanto hai
appreso - e il loro rapporto è quindi accidentale; perciò non vi sarebbe omolo-
gia se non per via di un accidente distinto o di un conseguente. Ma questa è
una cosa diversa da quella che noi stiamo trattando: quel che è per accidente
ha senz'altro una causa e [se così fosse], i due [enti necessari] sarebbero, in
quanto omologhi, due causati 207 •
96 tr [43]

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VII
CAPITULUM QUOD NECESSE ESSE UNUM EST

[49] Dicemus etiam quod necesse esse debet esse una essentia; sin autem, sint multae,
igitur unaquaeque earum erit necesse esse; necesse est autem ut unumquodque eorum in cer-
titudine suae essentiae ve! non differat ab altero aliquo modo ve! differat. Si autem non dif-
fert unum ab alio in intellectu suae propriae essentiae, differt autem ab eo per hoc quod hoc
non est illud (hoc enim differentia est sine dubio), profecto unum differt ab alio in eo quod
97

SEZIONE SEITIMA

SEZIONE A PROPOSITO DEL FAITO CHE IL NECESSARIAMENTE ESISTENTE È UN0208

Diciamo anche che è necessario che il Necessariamente Esistente sia


un'essenza una. Altrimenti, ammesso pure che sia una molteplicità209 e che ogni
[elemento] in essa sia210 necessariamente esistente, non si sfugge allora a una
delle due possibilità: o ogni [necessariamente esistente] non differisce affatto
dall'altro nell'intenzione che costituisce la sua realtà, oppure ne differisce211 •
Se non differisce dall'altro nell'intenzione che per sé appartiene alla sua
essenza, ma ne differisce in quanto non è quell'altro - e questa è senz'altro
una differenza-, allora ne differisce per qualcosa di diverso dall'intenzione
[dell'essenza]2 12 • Infatti, poiché nei due l'intenzione non è differente, ad essa
dovrebbe essersi accompagnato213 un qualcosa: in virtù di [questo qualcosa],
cioè, [tale intenzione] sarebbe venuta ad essere o questo [dato ente necessario]
o in questo [dato ente necessario]; oppure, le si dovrebbe essere accompagnato
il fatto stesso di essere questo [dato ente necessario] o di essere in esso, senza
che ciò si sia accompagnato ali' altro; e [per l'altro] dovrebbe anzi esserci
qualcosa in virtù di cui tale [altro] viene ad essere tale [altro], oppure [dovreb-
be esserci il fatto] stesso che tale [altro è] tale [altro]. Questa sarebbe, infatti,
una qualche determinazione 214 che, accompagnando quell'intenzione, rende-
rebbe distinti i due [enti necessari]. Ognuno dei due, quindi, sarebbe distinto
dall'altro in virtù di [una simile determinazione]: non essendo differente
dall'altro nella stessa intenzione 21 S, differirebbe dall'altro in qualcosa di diver-
so da essa.
Ora, le cose che 216 , essendo diverse dall'intenzione [che costituisce la
realtà di qualcosa], le si accompagnano sono gli accidenti e i concomitanti non
essenziali. Questi concomitanti o accadono all'essere della cosa in quanto
tale 217 - [44] ma allora sarebbe necessario che il tutto218 sotto questo aspetto

est praeter intellectum essentiae. lntellectus enim essentiae quae est in eis non est diversus;
sed est adiunctum ei aliquid per quod factum est hoc ve! in hoc, ve! est adiunctum ei aliquid
quod est hoc ve! in hoc nec illud est adiunctum alteri, sed est ei adiunctum per quod factum
est hoc, ve! quod hoc est hoc ipsum; et haec est appropriatio aliqua, scilicet ipsa intentio per
quam est inter ea diversitas. Igitur unumquodque eorum differt ab altero per eam, nec differt
ab altero in intentione ipsius essentiae, sed per vires rerum quae sunt ipsamet intentio.
[50] Sed coniunctio intentionis sunt accidentia et consequentia non essentialia, et haec
consequentia ve! accidunt ex certitudine esse rei, inquantum est ipsa certitudo, et tunc opor-
98 [44]

l.l_, . ...&l-. \.:U_, ' y 4i1~ trl J-j .>.i_,'-! $.]1 ..;.<: .;\ ~
":UJI dl,: 'Y) ;;§:.} ' ~l. ..rAi .:r 'Y ~;L.. ~~l,:r .JJ>r .JÌ
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~'" d;Ci~ \.:U ~~l~ 'Y) ;;_f:..j' ,:f; t .ii~\_, . .:..l,.lll
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tet ut omnia conveniant in ea. Iam autem posuimus ea differre in illa; igitur conveniunt et
differunt in eisdem, quod est inconveniens. Ve! accidunt ex causis extrinsecis, non ex ipsa
sua quidditate, et tunc, si non esset causa illa, non differrent. Igitur, si non esset causa illa,
essentiae essent una ve! non essent una. lgitur, si non esset causa illa, tunc nec hoc per se
solum esset necesse esse, nec illud per se solum esset necesse esse; igitur necessitas essendi
uniuscuiusque eorum, propria et solitaria, est acquisita ab alio a se. Iam autem dìctum est
quod quicquid est necessarium esse per aliud a se non est nece;sarium esse per se, immo in
definitione suae essentiae est possibile esse. Unde unumquoQque eorum est necessarium
esse per se et possibile esse per se, quod est inconveniens.
TRATTATO PRIMO- SEZIONE SETTIMA 99

(fi-hi) fosse identico, mentre abbiamo supposto che sia differente, e questo è
contraddittorio; oppure gli accadono 219 a partire da alcune cause (asbiib) ester-
ne, non a partire dalla stessa quiddità [della cosa]. Se non vi fosse stata una
data causa, cioè, [questi concomitanti] non sarebbero accaduti, e perciò, se
non vi fosse stata una data causa, non vi sarebbe stata [alcuna] differenza [fra
le essenze]: se non vi fosse stata una data causa, le essenze sarebbero [cioè]
state una stessa essenza, mentre diversamente non lo sarebbero state220 ; così,
se non vi fosse una data causa, né questo né quello presi isolatamente sarebbe-
ro necessariamente esistenti - non riguardo ali' essere 221 , ma riguardo agli
accidenti- e la necessità d'esistenza di ognuno di essi 222 , [la necessità] che è
propria e deve spettare esclusivamente al [necessariamente esistente], sarebbe
così acquisita a partire da qualcosa di diverso dal [necessariamente esistente].
Ma si era detto che tutto ciò che è necessariamente esistente in virtù di altro da
sé non è necessariamente esistente per sé e che anzi, nella sua essenza, è possi-
bilmente esistente: così, ognuno di questi, pur essendo necessariamente esi-
stente per se stesso, sarebbe in se stesso possibilmente esistente, e questo è
assurdo.
Supponiamo adesso che [ognuno dei due supposti enti necessarìJ, pur
essendo identico [all'altro] nell'intenzione, si differenzi [dall'altro] per
un'intenzione fondamentale. Si avrebbero due possibilità: tale intenzione [fon-
damentale], infatti, potrebbe essere una condizione per la necessità dell'esi-
stenza oppure potrebbe non esserlo. Se fosse una condizione per la necessità
dell'esistenza, allora manifestamente qualunque cosa fosse necessariamente
esistente dovrebbe essere identica a questo riguardo; se invece non fosse una
condizione per la necessità dell'esistenza, allora [la necessità] si stabilirebbe
come necessità d'esistenza senza di essa ed essa entrerebbe [nella necessità]
come qualcosa di accidentale, come qualcosa di aggiuntivo, [e solo] una volta
che la [necessità] si fosse compiuta quale necessità d'esistenza. Ma abbiamo
già [mostrato] l'impossibilità di ciò, portandone all'evidenza la falsità. Non
può essere, quindi, che [i due supposti enti necessari] differiscano nell'inten-
zione [che li definisce].

Ponamus autem illa differre in aliquo inhaerente, postquam conveniunt in intentione


essentiae; igitur impossibile est quin illud in quo differunt ve! sit eis necessarium ad neces-
sitatem essendi ve! non sit. Si autem fuerit necessarium ad necessitatem essendi, manife-
stum est tunc oportere ut conveniat in eo quicquid est necesse esse. Si autem non est neces-
sarium necessitati essendi, tunc necessitas essendi ab eo [51] sine ilio est solitaria necessi-
tas sui esse, illud vero est adveniens ei accidentaliter et adiungitur ei post plenitudinem
necessitatis sui esse. Iam autem ostendimus hoc esse absurdum; igitur impossibile est ut
differant in aliquo.
100 to [45]

'-:-'T.J ,_r rW;\ .Jl : J"J _,.:T~ J ..;,-t~ \l! J:.:; .Jt ~ J.

j_,,.ul~ 4-Wi~J<- .:,;::,_ .Jll~l :~J ..;,-#- ~ ;~\ J ,)r._,Il


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Oportet autem ut adhuc addamus super hoc manifestationem alio modo, hoc est quia
impossibile est necessitatem essendi dividi in multitudinem, nisi uno duorum modorum; sci-
licet, aut dividi per differentias, aut per accidentalia. Iam autem notum est quod differentiae
non recipiuntur in definitione eius quod ponitur ut genus; igitur ipsae non acquirunt generi
certitudinem, sed acquirunt ei esse in actu, sicut rationale. Rationale enim non acquirit ani-
mali intentionem animalitatis, sed acquirit ei esse in effectu per successionem essendi pro-
prie.
Oportet igitur ut differentiae necessitatis essendi, si forte sunt aliquae, non acquirant
necessitati essendi certitudinem necessitatis essendi, sed acquirant ei esse in effectu, et hoc
est absurdum duobus modis. Uno, quod certitudo necessitatis essendi non est nisi impossibi-
litas non essendi, non sicut certitudo animalitatis quae est intentio [52] praeter necessitatem
TRATTATO PRIMO - SEZIONE SETTIMA 101

[45] Anzi, a ciò è necessario aggiungere un'altra prova, da un altro punto


di vista e cioè che il fatto che l'intenzione della necessità dell'esistenza si divi-
da nella molteplicità comporta inevitabilmente uno dei due modi: o essa si
divide secondo le [differenze] specifiche, oppure 223 si divide secondo gli acci-
denti. Ma è noto che le differenze [specifiche] non entrano a far parte della
definizione di quel che ha la funzione di "genere", perché esse non fanno
acquisire al genere la sua realtà, ma soltanto la sussistenza in atto 224 , come
"razionale": "razionale", infatti, non fa acquisire all'animale l'intenzione
dell'animalità, gli fa acquisire bensì il fatto di sussistere in atto, come
un'entità esistente e particolare. Perciò è necessario che anche le differenze
[specifiche] della necessità d'esistenza- se valide- siano tali da non far
acquisire alla necessità d'esistenza la realtà della necessità d'esistenza, ma di
farle acquisire, piuttosto, l'esistenza in atto. Ma ciò è impossibile da due punti
di vista. In primo luogo, perché la realtà della necessità d'esistenza non è che
la stessa affermazione d'esistenza; non è come la realtà dell'animalità che è
un'intenzione diversa dall'affermazione dell'esistenza e l'esistenza poi ne è un
conseguente [necessario] o un alcunché che, come sai, le si aggiunge
[dall'esternoJ; far acquisire l'esistenza alla necessità d'esistenza sarebbe, quin-
di, far acquisire una condizione che riguarda obbligatoriamente la sua realtà; e
la legittimità di una [cosa simile] l'abbiamo già esclusa a proposito del genere
e della differenza. In secondo luogo 225 , [è impossibile] perché, in conseguenza
[di ciò], la realtà della necessità d'esistenza- per essere ottenuta in atto-
dovrebbe dipendere da qualcosa che la renderebbe necessaria; e così, l'esisten-
za dell'intenzione in virtù della quale la cosa sarebbe necessariamente esisten-
te sarebbe necessaria in virtù di altro da sé 226 • Ma poiché il nostro discorso
riguardava la necessità d'esistenza per essenza, la cosa necessariamente esi-
stente per sé sarebbe necessariamente esistente per altro da sé; e questo
l'abbiamo già confutato.
Si è reso perciò manifesto come il fatto che la necessità d'esistenza si divi-
da secondo queste distinzioni (umii-r) non corrisponda al modo in cui l'inten-
zione del genere si divide nelle differenze; e perciò, è evidente che l'intenzio-
ne che implica la necessità d'esistenza non può [46] essere un'intenzione rela-

essendi, et est esse comìtans ìllam et supervenìens ìlli, sìcut scìsti; unde acquisiti o necessita-
tis necessitati essendi est acquisitio condicionis de certitudine suae necessitatis: iam autem
prohibuimus hoc concedi inter dìfferentìam et genus. Alio, quia sequeretur quod certitudo
necessitatis essendi, ad hoc ut esset in effectu, penderet ex alio dante ei necessitatem. Igitur
suum esse ìllius intentionis qua res est necesse esse, esset ex alio; nos autem loquebamur de
necesse esse per se; ergo res esset necessarium esse per se et necessarium esse per aliud,
quod iam destruximus. Manifestum est igitur quod necessitatem essendi dividi per illa non
est sicut dividi genus per differentias. Manifestum est etiam quod intentio quae intelligitur
102 t'l [46]

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necessitas essendi non potest esse intentio generalis quae dividatur per differentias ve! per
accidentia. Restat igitur ut si t intentio specialis.
Dicimus autem esse impossibile ut eius specialitas praedicetur de multis. Singularia
enim cuiuslibet speciei, postquam non sunt diversa in intellectu essentiae, sicut supra docui-
mus, tunc unum sunt in eo, sed debent esse diversa accidenti bus; iam autem ostendimus hoc
non posse esse in necessitate essendi. Possumus etiam hoc idem ostendere alio modo brevi-
ter, sed reducetur ad id quod iam diximus. Dicemus igitur quod necessitas essendi, si fuerit
proprietas alicui in quo est, [53] vel ex necessitate ipsa erit in ilio propriato, et tunc necessa-
rio alterum eorum erit proprietas, et sic impossibile erit illam esse in alio praeter illud: unde
oportebit ut sit in ilio solo. Aut erit in ilio possibiliter, non ex necessitate, et tunc oportebit ut
haec res sit non necesse esse per se; iam autem ipsa erat necesse esse per se. Igitur hoc est
inconveniens; igitur necessitas essendi non est nisi uni tantum.
TRATTATO PRIMO- SEZIONE SETTIMA 103

tiva al "genere" che si divida in differenze [specifiche] e accidenti. Resta


[l'ipotesi] che essa sia un'intenzione relativa alla "specie". Tuttavia- diremo
- non può essere che la sua specificità227 sia predicabile di molti, perché -
come abbiamo reso evidente- gli individui della stessa specie una, non essen-
do differenti riguardo all'intenzione dell'essenza, dovrebbero differenziarsi
soltanto per gli accidenti, e abbiamo già escluso che ciò sia possibile per la
necessità d'esistenza.
Ma [tutto] questo si può mostrare [anche] con una sorta di sommario, così
da tornare poi a [occuparci di] ciò di cui volevamo [discutere]. E allora dire-
mo: se la necessità d'esistenza è un attributo della cosa228 ed è per essa esi-
stente, [si hanno due possibilità]: o per quanto riguarda quest'attributo, cioè
per la necessità d'esistenza, è necessario essere come tale, in se stessa, esisten-
te per questa [certa cosa] di cui è attributo, e allora a una tale [necessitàf 29
sarà impossibile esistere senza essere un attributo per [questa data cosa] e sarà
impossibile esistere per qualcosa di diverso da essa, e [una tale necessità]
dovrà quindi esistere per essa sola; oppure per la [cosa] l'esistenza della
[necessità] sarà possibile, non necessaria; ma allora questa cosa potrebbe esse-
re non-necessariamente esistente per sé, pur essendo necessariamente esistente
per sé, e questo è contraddittorio. La necessità d'esistenza non appartiene,
quindi, che ad uno soltanto 230 •
Se poi qualcuno dicesse che il fatto che [l'attributo della necessità] esista
per [un ente necessariof 31 non impedisce che esso esista come attributo per un
altro [ente necessariof 32 , perché il fatto che esso sia un attributo per l'uno233
non~·tca la necessità del suo essere attributo dell'altro, allora diremo: il
nostro iscorso riguarda il fatto che la necessità d'esistenza si determini come
attri uto per [il necessariamente esistente] in quanto appartiene proprio ad
esso e senza che a questo riguardo si presti attenzione all'altro. E tale [neces-
sità] non è in sé un attributo per l'altro, ad esserlo è piuttosto qualcosa di simi-
le ad essa, in cui il necessario è ciò che è necessario in questo stesso determi-
nato [attributo] 234 . Esprimendoci diversamente, diremo che o il fatto che uno
di essi sia235 necessariamente esistente e il fatto che sia proprio se stesso sono
una [stessa cosa], e allora ogni [ente] che sia necessariamente esistente sarà
propriamente se stesso e non qualcosa di diverso da sé; oppure, se il [47] fatto

Si quis autem dixerit quod eam esse proprietatem huius non prohibet illam esse proprie-
tatem alterius (eam enim esse proprietatem alterius non removet eam debere esse proprieta-
tem huius), dicemus quia per hoc quod dicimus quod necessitas essendi cum assignatur pro-
prie illi rei, inquantum est illius, non consideratur esse alterius, intelligitur quod non est pro-
prietas alterius ipsamet, sed consimilis eius, quoniam ipsa non debetur nisi illi soli. Ve! dice-
mus aliter quod postquam unum eorum est necesse esse, tunc ve! idem ipsum erit unum tan-
tum: et tunc, quicquid est necesse esse erit idem ipsum et non aliud praeter ipsum; ve! ipsum
esse necesse esse erit aliud quam ipsum esse ipsum: et tunc coniunctio eius quod est ipsum
104 tV [471

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esse ipsum [54] cum necesse esse ve! erit per seipsam ve! per causam aliam praeter se et
occasionem facientem illud necesse esse. Si autem fuerit per seipsum quod ipsum est neces-
se esse. erit idem ipsum tunc quicquid est necesse esse. Si vero fuerit per causam et occasio-
nem facientem illud esse necesse esse. tunc de hoc quod ipsum est idem ipsum erit occasio.
et proprietatis sui esse solitarii erit causa. Igitur erit causatum, quod est inconveniens. Sed
quia necesse esse unum est in nomine, non sicut species sub genere, et unum est numero,
non sicut individua sub specie, sed est intentio quae designat illud tantum suo nomine, in
cuius esse nihil aliud sibi communicat. Super hoc autem alias adhuc addemus explanatio-
nem. Ideo non est multiplex. Hae igitur sunt proprietates qui bus appropriatur necesse esse.
Eius autem quod est possibile esse, iam manifesta est ex hoc proprietas, séilicet quia
ipsum necessario eget alio quod faciat illud esse in effectu; quicquid enim est possibile esse,
TRATTATO PRIMO- SEZIONE SETTIMA 105

di essere necessariamente esistente è diverso dal fatto di essere se stesso [si


determina un'alternativa]: o il fatto che il necessariamente esistente sì accom-
pagni al fatto di essere se stesso è qualcosa di essenziale, oppure è dovuto a
una causa e a una ragione che renda necessario quel che è diverso da sé. Se è
per essenza, e poiché è necessariamente esistente, allora ogni cosa che sia
necessariamente esistente sarà in sé questo [dato ente necessario]; se invece è
dovuto a una causa e a una ragione che renda necessario quel che è diverso da
sé, per il suo essere in sé questo dato ente [necessario] ci sarà una ragione,
come vi sarà una ragione per il suo appropriarsi della sua singola esistenza, ed
esso sarà un causato.
Il necessariamente esistente è dunque uno in [senso} totale, non è come le
specie sotto il genere 236 ; è uno nel numero, non è come gli individui sotto l~
specie; anzi, vi è un'intenzione che spiega il suo nome e che appartiene ad
esso soltanto e nulla partecipa alla sua esistenza. Aggiungeremo chiarimenti in
un altro luogo. Queste sono le proprietà che specificamente appartengono 237 al
necessariamente esistente238 •
Quanto al possibilmente esistente, a partire da tutto ciò è già evidente
quale ne sia la proprietà: e cioè che esso ha bisogno obbligatoriamente di
un'altra cosa che lo renda esistente in atto. E quel che è possibilmente esisten-
te, ebbene, in considerazione della sua essenza, è sempre possibilmente esi-
stente, anc~e s può accadere che la sua esistenza sia necessaria a partire da
altro; ciò, pa·, o gli accade continuativamente, oppure la necessità dell' esisten-
za che gli iene da altro da sé non si ha continuativamente, ma in un momento
ad esclusione dì un altro momento e perciò è necessario che gli appartenga
una materia la cui esistenza sia anteriore nel tempo, come chiariremo.
Tuttavia, neppure ciò la cui esistenza è continuativamente necessaria in virtù
dì altro da sé 239 è semplice nella [propria] realtà; ciò che gli appartiene in con-
siderazione della propria essenza, infatti, è diverso da quel che gli appartiene
in virtù di altro da sé, così che esso ottiene il proprio essere (huwiyya) a partire
da questi due [elementi] insieme nell'esistenza; perciò, considerata in se stes-
sa, nessuna cosa che non sia il necessariamente esistente si spoglia di una
qualche intimità240 con la potenza e con la possibilità. [Solo] il [necessaria-
mente esistente] è singolo e ciò che è diverso da esso è un doppio ed è qualco-
sa di cui [si predica] la composizìone241 •

respectu sui, semper est possibile esse, sed fortassis accidet ei necessario esse per aliud a se.
lstud autem ve! accidet ei semper, ve! aliquando. Id autem cui aliquando accidit, debet habe-
re materiam cuius esse praecedat illud [55] tempore, sicut iam ostendemus. Sed id cui sem-
per accidit, eius quidditas non est simplex: quod enim habet respectu sui ipsius aliud est ab
eo quod habet ab alio a se, et ex his duobus acquiritur ei esse id quod est. Et ideo nihil est
quod omnino sit exspoliatum ab omni eo quod est in potentia et possibilitate respectu sui
ipsius, nisi necesse esse.
106 .;,-1.:11 J.&.èll - J}SI-..IW.i tA [48]

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VIII
CAPITULUM IN QUO OSTENDITUR QUID SIT VERITAS ET CERTITUDO ET DEFENDUNTUR PRIMAE PRI-
MARUM IN PROPOSITIONIBUS VERISSIMIS

Veritas autem intelligitur et esse absolute in singularibus, et intelligitur esse aetemum,


et intelligitur dispositio dictionis vel intellectus qui significat dispositionem in re exteriore
cum est ei aequalis. Dicimus enim: "haec dictio est vera" et "haec sententia est vera"; igitur
necesse esse est id quod per seipsum est veritas semper; possibile vero est veritas per aliud a
se, et est falsum in seipso. Quicquid igitur est praeter necesse esse quod est unum, falsum
107

SEZIONE OTIAVA

SEZIONE IN CUI SI METIE IN EVIDENZA [CHE COSA SONO] LA VERITÀ 242


E LA VERIDICITÀ. DIFESA DELLE PRIME ASSERZIONI DELLE PREMESSE VERE

Con "realtà" [o "verità"] (al-/:laqq) in senso assoluto si intende l'esistenza


che riguarda le singole cose; poi l'esistenza eterna 243 e, infine, lo stato di
quell'enunciato (qawl) o dì quel nesso [concettuale] ('aqd) che indica lo stato
aèlla cosa all'esterno, quando gli è conforme 244 • Diciamo, infatti: "questo è un
~unciato veto" e "questa è una convinzione vera". Così, il necessariamente
esistente è quel che è vero per sé continuativamente, mentre il possibilmente
~istente è vero in virtù dì quel che è diverso da sé e in se stesso è falso 245 .
Tutto quel che è altro dal necessariamente esistente, uno, è quindi falso in se
Stesso .
.,., Quel che è vero in dipendenza della conformità [alle cose esterne] è come
Qiò che è veridico (al-$iidiq); ma- a quanto credo- sarà veridico in consìdera-
~one del suo rapporto con la cosa e vero, invece, in considerazione del rap-
Porto che la cosa ha con esso. Quanto agli enunciati, quello che più merita dì
esser vero è quello la cui veridicità è continuativa, e più di questo [lo] merita
quello la cui veridicità è primaria e non è dovuta a una causa.
Il primo di tutti gli enunciati veridici - quello in cui ogni cosa (say ') ha,
nell'analisi, il proprio termine [ultimo], al punto tale da essere dicibile, in
potenza o in atto, di ogni cosa che in virtù di esso è evidente o è resa evidente
è, come abbiamo mostrato nel Libro della dimostrazione 246 - "che non vi è un
medio tra l'affermazione e la negazione" 247 . [Ora], questa proprietà non è fra
gli accidenti di nulla se non dell'esistente in quanto esistente e a causa della
sua generalità riguarda ogni esistente. [49] Così, quando il sofista nega questo

est in se. Veritas autem quae adaequatur rei, illa est certa, sed est certa, ut puto, respectu
suae comparationis ad rem, et est veritas respectu comparationis rei [56] ad ipsam. Ex dic-
tionibus autem veris, illa est dignior dici vera cuius certitudo est semper; sed quae dignior
est ad hoc est illa cuius certitudo est prima, et non per causam.
. Prima vero omnium dictionum certarum ad quam perducitur quicquid est per resolutio-
nem, ita ut dicatur potentia ve! effectu de omni quod probatur cum per ipsam probatur, sicut
iam ostendimus in Libro demonstrationum, est cum inter affirmationem et negationem non
est medium; et haec proprietas non est de accidentibus alicuius rei, nisi de accidentibus esse
inquantum habet esse communiter in omni quod est. Et sophisticus, cum negaverit hoc, non
108 [49]

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. -.\.&:L. rJ.. l..\! ~.f'..,. 'l..l;i rt

negabit nisi ve! lingua contradicendo, ve! quia accidit ei simulatio per quam non intellexit
extremum contradictoriarum, ve! per errorem aliquem qui sibi contingit quoniam non intel-
lexit dispositiones et condiciones earum. Deinde, oppilare os sophistici et instruere erro-
neum, non est ullo modo nisi philosophi secundum modum derivationis, quae tamen deriva-
tio aliquis modus est argumentationis cuius iudicium conceditur.
[57) Ipsa vero argumentatio non est in se argumentatio cuius iudicium debeat concedi,
sed est argumentatio in comr,aratione, quoniam argumentatio cuius iudicium conceditur
duobus modis est, scilicet aut ~st argumentatio in se et haec est cuius propositiones sunt cer-
tissimae in seipsis, et apud sa.pientes sunt notiores ipsa conclusione et cuius ordinatio est
ordinatio concludens. Aut est ~1rgumentatio talis scilicet secundum comparationem, videlicet
quia dispositio propositionum talis est apud adversarium quod eam concedet, quamvis id
TRATTATO PRIMO- SEZIONE OTTAVA 109

[principio], lo nega solo con la lingua, ostinandosi; oppure perché è in diffi-


coltà riguardo ad alcune cose a proposito delle quali - a causa di un errore in
cui è incorso - gli [appaiono] falsi ambedue gli estremi della contraddizione,
magari perché non ha colto come si dia la contraddizione e quali ne siano le
condizioni.
Far tacere il sofista e risvegliare [l'attenzione] di colui che è perplesso
sono poi [un compito] che spetta in ogni caso soltanto al filosofo e che si fa
senz'altro con una sorta di discussione; e non v'è dubbio che tale discussione
sarà un tipo di sillogismo, cui conseguirà ciò che si esige [dimostrare]; a meno
che esso in sé sia non un sillogismo cui consegue quel che si esige [dimostra-
re], ma un sillogismo per analogia. . ...
Il sillogismo cui consegue ciò che si esigelctfinostrare], infatti, è in due
modi: uno è tale in se stesso, ed è quello le cui premesse sono in se stesse veri-
diche e, presso coloro che sono dotati çli intelletto, più note della conclusione;
la composizione [di un simile sillogismo] è una composizione concludente;
l'altro è tale per analogia: esso consiste nel fatto che lo stato delle premesse
presso l'interlocutore è tale che questi ammetterà la cosa, pur non trattandosi
di qualcosa di veridico; e se anche 248 [ammette] qualcosa di veridico, non si
tratterà di qualcosa di più noto della conclusione ammessa; contro questo [sil-
logismo], dunque, si comporrà un argomento 249 vero in assoluto oppure [vero]
per [l'interlocutore].
Insomma, il sillogismo è ciò da cui - una volta che si ammettano le sue pre-
messe- consegue necessariamente qualcosa (say'); un dato [discorso], quindi,
è un sillogismo, quando è [costruito] in questo modo. Tuttavia, da ciò non con-
segue che ogni sillogismo sia un sillogismo cui consegue [necessariamente]
quel che si esige [dimostrare]. Quel che si esige [dimostrare] consegue, infatti,
quando si siano ammesse [le premesse del sillogismo], ma quando esse non
siano state ammesse, si ha [semplicemente] un sillogismo: esso, infatti, include
in sé ciò che - una volta posto e ammesso - è una conseguenza necessaria ma,
quando non lo si è ancora ammesso, non ne consegue quel che si esige [dimo-
strare]: che il sillogismo sia un sillogismo, infatti, è qualcosa di più generale del
suo essere un sillogismo da cui consegua quel che si esige [dimostrare].

certum non si t, ve! est certum, sed propositio non est notior conclusione quam nondum con-
cessi t; fit igitur ei ordinatio ve! absolute vera ve! verisimilìs; et omnino iam est ei argumen-
tatio quoniam, cum propositiones ab eo conceduntur, sequitur inde aliquid; haec igitur est
argumentatio inquantum est sic; sed tamen non sequitur ex hoc ut omnis argumentatio sit
argumentatio cuius iudicium consequatur propter hoc quod ipse iudicium eius concessit;
cum vero iudicium eius non conceditur, est tamen argumentatio eo quod inducitur in eam
tale quid quod, si poneretur et concederetur, sequeretur; sed quia nondum est concessum,
non est secutum eius iudicium. Et isti [58] sunt duo modi, sicut nosti. Igitur argumentatio in
110 [50]

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qua sequitur iudicium eius per seipsam, est illa cuius propositiones per se conceduntur et
ante conclusionem; argumentatio vero quae est secundum comparationem, est illa cuius pro-
positiones concedit adversarius; et ideo sequetur illi conclusio. Et quod mirabile est: sophi-
sticus etiam cuius est quod intentio est ut sibi satisfiat, necessario inducitur ad unum ex his
duobus, scilicet ut ve! cesset et quiescat, ve! cognoscat sine dubio ex istis rebus sibi esse
conclusum.
Remedium vero erronei est ut solvatur sibi simulatio, quoniam erroneus ille non incidit
in hoc nisi ve! quia videt contrarietatem esse inter praecipuos et plures, et videt quia senten-
TRATIA TO PRIMO- SEZIONE OTIA V A 111

[50] Ma anche il fatto che un sillogismo sia tale che ne consegua quel che
si esige [dimostrare] può essere inteso in due modi, come hai appreso. Il sillo-
gismo da cui quel che si esige [dimostrare] consegue in relazione alla cosa in
se stessa è, infatti, quello le cui premesse sono in se stesse ammissibili e ante-
riori alla conclusione; quello che è, invece, per analogia-è-quello le cui pre-
messe sono ammesse dall'interlocutore, così che ne segua la conclusione250 .
Ed è stupefacente che il sofista, il quale ha per scopo la disputa, sia costret-
to a una delle due cose: o al silenzio e a por termine [alla discussione] oppure
ad ammettere senz'altro alcune affermazioni (asya') e ad ammettere che esse
concludono contro di lui.
Quanto a colui che è perplesso, la sua guarigione ('ila g) consiste nella
soluzione dell'aporia; questo perché colui che è perplesso è caduto [in diffi-
coltà] per via del fatto che vede contrarietà [di opinioni] nella maggior parte
dei più nobili [pensatori] e perché, osservando che l'opinione di ciascuno di
essi è tale da opporsi all'opinione dell'altro- che egli trova pari a quello e non
inferiore - per lui non risulta necessario che una delle due posizioni sostenute
si riveli più degna dì [ricevere] l'assenso 251 rispetto all'altra. Oppure [il per-
plesso è caduto in difficoltà] perché da coloro che sono noti e famosi e dei
quali si attesta la nobiltà, ha udito alcune dottrine che il suo intelletto non
accoglie immediatamente; come la dottrina di colui che ha sostenuto che "la
[stessa] cosa non la puoi vedere due volte, anzi neppure una volta sola" o che
"la cosa non ha esistenza in se stessa, ma piuttosto in virtù della relazione" 252 •
E, se colui che sostiene una dottrina simile è famoso per la [sua] sapienza, non
è inverosimile che colui che ne abbia una conoscenza superficiale253 rimanga
perplesso di fronte a questo suo dire. Oppure [il perplesso sarà caduto in diffi-
coltà] perché' nel suo animo si trovano contemporaneamente sillogismi dalle
conclusioni opposte, riguardo ai quali egli non è in grado di sceglieme uno e
di dichiarare falsi gli altri.

tia unius opposita est sententiae alterius quem reputat illi aequalem, et ideo dictio unius non
est potior apud eum ad credendum quam dictio alterius; ve! quia audit verba praecipuorum
quorum auctoritas magna est, quae non recipit sensus eius statim cum dicuntur, sicut sunt
verba illius qui dicit quod non est possibile aliquid bis videri, sed nec etiam seme!, eo quod
nulla res habet esse in se nisi in relatione, quare tunc non est longe quin turbetur ille qui
noviter audit hanc dictionem; ve! quia iam multae sunt apud eum argumentationes opposita-
rum conclusionum, quarum unam non potest ipse eligere et aliam respuere.
112 o' [51]

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[59] Ei autem cui tale quid accidit philosophus subvenit duobus modis, uno scilicet, sol-
vendo ambiguitatem in quam incidit, et alio, excitando eum ad perfecte intelligendum quod
inter duas contradictorias non potest esse medium. Solvit autem id in quod incidit, cum
ostendit ei quod philosophi homines fuerunt, non dii, et ideo non fuerunt aequales in cogni-
tione; unde quia unus eorum fui t certi or ali o in aliquo, non ideo debet ut alter non si t eo cer-
tior in aliquo alio; et etiam cum ostendit quod plures ex philosophis, quamvis noverint logi-
cam, non tamen sequuntur eam, sed in fine redeunt ad ingenium et reguntur eo non refrenan-
tes illud; et etìam quia ex praecipuis, quidam utuntur transsumptionibus et dicunt verba usi-
tata, sed abominabilia vel erronea, cum ipsi habeant in eis aliam intentionem occultam; plu-
TRATTATO PRIMO - SEZIONE OTTAVA 113

[51] Il filosofo, dunque, pone riparo a quel che accade a simili [personag-
gi] in due modi: il primo di questi è la soluziqne di ciò in cui consiste il dub-
bio; il secondo consiste nel risvegliare completamente [l'attenzione dell'inter-
locutore] sul fatto che non è possibile che vi sia un medio tra due contraddit-
tori.
[Così,] per risolvere ciò in cui consiste [il dubbio], si potrà far riconoscere
[al proprio interlocutore] che gli esseri umani sono esseri umani e non angeli e
che perciò, con questo, non è necessario che [gli uomini] siano pari nel mirare
al giusto, ma non è [neppure] necessario che, se una-a-proposito di una [certa]
cosa è più nel giusto dell'altro, l'altro non lo sia di più a proposito di qualche
altra cosa254 • [E ancora risolverà il dubbio] far riconoscere che la maggior
parte di coloro che filosofeggiano apprende la logica ma non ne fa uso; anzi, a
questo proposito, [la maggior parte] in fin de' conti, ricorre all'ingegno [natu-
rale] e lo cavalca come chi galoppi, senza freni, a briglia sciolta255 ; e [ancora]
che fra i [pensatori] più nobili vi è chi fa uso di simboli o parla con espressioni
che in apparenza sono detestabili o sono errori, riponendo in esse un proponi-
mento nascosto. Anzi, questa è la maniera [di esprimersi] della maggior parte
dei sapienti, o piuttosto dei profeti, i quali non incorrono affatto in un errore o
in una trascuratezza. [Tutto] ciò, dunque, farà cessare la preoccupazione del
suo cuore per quanto riguarda quel che non lo soddisfaceva da parte degli
uomini di scienza.
Poi questo glielo si farà riconoscere, dicendo: "quando discuti non puoi
sfuggire a una delle due possibilità: o con la tua espressione intenzioni fra le
altre una certa cosa in se stessa, oppure non la intenzioni" 256 ; se [l'interlocuto-
re] dirà: "quando parlo, non intendo niente" ebbene, sarà già uscito dall'insie-
me di coloro che, perplessi, domandano di esser ben guidati, e allo stesso
tempo contraddirà se stesso; il discorso (che va fatto] con lui non sarà allora
questo tipo di discorso.
E se poi dicesse: "quando parlo con la [stessa] espressione intendo ogni
cosa", avrebbe già abbandonato la ricerca della buona guida.

ribus vero ex sapientibus prophetis quibus non accidit aliquid erroris nec voluntas deceptio-
nis est iste usus. Cum hoc igitur philosophus removet turbationem ab animo illius quam
habet ex ambiguitate verbi philosophorum.
Deinde faciet eum scire dicens: "cum tu loqueris, necesse est ut, vel intendas secundum
intellectum tuum aliquid, vel non". Si autem dixerit quod: "cum ego loquor, nihil intelligo",
iste iam est extra [60] universitatem erroneorum et imbecillium et est contrarius sibi ipsi,
unde cum huiusmodi homine non est diu loquendum. Si vero dixerit quod: "cum ego loquor,
intelligo ex mea locutione quicquid est", similiter et iste stultus est. Si autem dixerit quod:
"cum ego loquor, intelligo ex locutione aliquid vel aliqua multa terminata", omnino autem
114 [52]

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attribuit verbo significationem aliquarum rerum terminatarum, in qua significatione non


continentur aliae res praeter illas. Si autem illae multae res convenerint in una intentione,
tunc iam significavit ex sua locutione unam intentionem. Si vero non convenerint, tunc
nomen est commune, et sine dubio potest unaquaeque illarum designari proprio nomine, et
haec omnia concedunt erronei et imbecilles.
Cum autem nomen fuerit significativum unius rei, sicut homo, tunc non homo quod est
oppositum ei, nullo modo significabit hoc quod homo; quod enim significat homo, non est id
quod significat non homo. Si enim homo significa! <non> hominem, tunc sine dubio [non]
homo significabit aliam rem, quae est lapis ve! navis ve! album ve! nigrum ve! ponderosum
ve! leve et quicquid est praeter id quod significat hoc nomen homo. Similiter est etiam
TRATIATO PRIMO- SEZIONE OTIAVA 115

[52] Ma se invece dice: "quando parlo, intendo con ciò una [data] cosa e
proprio quella o molte cose determinate", allora comunque egli ha assegnato
all'espressione il fatto che essa indica [determinate] cose e proprio quelle,
senza introdurre257 in questa data indicazione qualcosa di diverso da esse. Ora,
se queste molte [cose] coincidono in uno [stesso] significato, allora egli avrà
indicato comunque un [solo] significato; e se non è così, il nome sarà un nome
comune258 e per ognuna [delle cose] di quell'insieme sarà senz'altro possibile
isolare un nome [proprio]; questo lo ammetterà colui che assume la posizione
di coloro che, perplessi, domandano di essere ben guidati. Ed essendo il nome
l'indicazione di una [sola] cosa- come, per esempio, "l'uomo"- questo nome
non starà assolutamente a indicare ciò che è non-uomo, e cioè ciò che è distinto
dall'uomo. Perciò, quel che il nome di "uomo" sta a indicare non sarà quel che
indica il nome del "non-uomo"; perché, se "uomo" indicasse "non-uomo", allo-
ra senz'altro l'uomo e la pietra e la barca e l'elefante, sarebbero una [stessa]
cosa, anzi [il nome "uomo"] starebbe a indicare il bianco e il nero, il pesante e
il leggero e tutto quel che è esterno [all'ambito di] quel che indica il nome di
''uomo"~ e cosl sarebbe lo stato di quel che va inteso a Qartire da queste esQres-
sioni e ne conseguirebbe necessariamente che ogni cosa e nessuna cosa sareb-
bero la stessa [cosa] e che il discorso risulterebbe incomprensibile259 .
Inoltre, non si sfugge a una delle due possibilità: o questo sarebbe lo statu-
_to di ogni espressione e lo statuto di qualunque cosa venga indicata con il lin-
guaggio, oppure alcune di queste cose sarebbero in questo modo, mentre altre
sarebbero differenti.
Se questo fosse [lo statuto] di ogni cosa, ecco che accadrebbe che non
'frto;~bbero] esservi né conversazione né discorso, anzi [non potrebbero esser-
~]~ un'aporia né un'argomentazione probante.
Se invece l'affermazione si distinguesse dalla negazione in alcune cose e
in altre no, allora laddove si distinguesse, a indicare "uomo" sarebbe
senz'altro qualcosa di diverso da quel che indicherebbe "non-uomo", mentre
laddove [53] non si distinguesse- per esempio come se quel che fosse indica-

dispositio de intellectis [61] illorum plurium nominum; aut si non, sequeretur ex hoc quod
unaquaeque res esset unaquaeque alia res, et nulla ex rebus esset ipsamet, et sic nulla locutio
intelligeretur. Deinde necesse esset ut hoc esset iudicium ve! de omni verbo et iudicium de
omni eo quod significatur per verbum, ve! ut aliquid istarum rerum esset huiusmodi et ali-
quid earum non esset huiusmodi. Si autem hoc esset in omni re, contingeret tunc quod nulla
esset Iocutio, nulla narratio, nulla etiam simulatio, nulla ratio. Si vero esset in aliquo eorum,
tunc in aliquo esset discreta affirrnatio a negatione et in aliquibus non esset discreta. In qui-
bus autem esset discreta, id quod significat homo sine dubio esset aliud ab eo quod significat
non homo. In quibus vero discreta non esset, sicut album et non album, significata eorum
116 O'l' [53]

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essent unum; igitur quicquid esset album esset non album, et quicc1uid esset non album esset
album. Postquam autem hoc nomen homo secundum eum est intellectum discretum, tunc
cum esset albus, esset etiam et non [62] albus, eo quod album et 11on album secundum eum
sunt unum; similiter in non homo, quia contingeret iterum ut hom.o et non homo essent non
discreta.
Hoc igitur et consimile iam removet ambiguitatem erronei et imbecillis, ut sciat quod
affmnatio et negatio non coniunguntur in aliquo nec sunt simul v~rae. Similiter etiam mon-
strabitur ei quod ipsae utraeque nec simul removentur nec simuj sunt falsae. Cum autem
ambae fuerint simul falsae de aliquo, erit illud non homo et eri t etiam non non homo; conve-
ni t igitur affirmativa quae est homo cum negativa sua quae est twn homo; hoc autem iam
ostendimus falsum esse. Utentes autem his et consimilibus non hl!bebunt opus conferre ser-
TRATTATO PRIMO- SEZIONE OTTAVA 117

to da "bianco" e da "non-bianco" fosse una [stessa cosa], così che ogni cosa
che non è bianca fosse bianca, e ogni cosa che è bianca fosse non-bianca -
l'uomo, avendo un concetto distinto, se fosse bianco, sarebbe anche il non-
bianco260, che poi sarebbe una stessa cosa con il bianco; e anche il non-uomo
sarebbe tale, e si avrebbero allora un'altra volta l'uomo e il non-uomo indi-
stinguibili 20 .
Questo [argomento] e simili elimineranno la malattia 261 di colui che, per-
plesso, chiede di essere ben guidato 263 in quanto conoscerà che l'affermazione
e la negazione non vanno insieme e non sono vere insieme. E così gli sarà
anche evidente che esse non sono insieme ammissibili e recusabili. Infatti, se
sono recusate entrambe a proposito di una cosa, [se] -per esempio- la tale
cosa non è "uomo" e non è "non-uomo", allora la cosa che è "non-uomo" e la
sua negazione - che è "non non-uomo" - verrebbero messe insieme; e si è già
risvegliata [l'attenzione] sulla falsità di questa [conclusione]. Queste e cose
simili, infatti, sono [cose] sulle quali non c'è bisogno che ci dilunghiamo;
risolvendo le difficoltà che si oppongono [a ciò] e che provengono dai sillogi-
smi di colui che è perplesso, è possibile offrirgli una guida264 .
Quanto a colui che è ostinato, sarà bene domandargli di introdursi nel
fuoco: infatti il fuoco e il non-fuoco sarebbero una stessa cosa! E gli si farà
provar dolore, colpendolo, perché il soffrire e il non soffrire sarebbero una
[stessa cosa]! E gli si proibiranno il cibo e la bevanda, perché il mangiare e il
bere e il trascurar [entrambi] sarebbero una [stessa cosa] !
Questo principio che abbiamo difeso contro colui che lo nega è il primo dei
principi delle dimostrazioni e sta al filosofo primo difenderlo. I principi delle
dimostrazioni sono utili alle dimostrazioni e le dimostrazioni sono utili per
conoscere le [cose] essenziali che accadono ai loro soggetti 265 ; ma poiché la
conoscenza della sostanza dei soggetti, [54], della quale si trattava precedente-

monem cum ilio; per dissolutionem vero simulationis quae est inter contradictorias argu-
mentationis, erroneum possumus revocare.
Sed oportet ut stolidum mittamus in ignem, quoniam tenet ignem et non ignem esse
unum, et verberibus faciamus eum dolere, quoniam tenet quod dolere et non dolere sunt
unum, et subtrahamus ei cibum et potum, quoniam comedere et non comedere, bibere et non
bibere apud eum idem est.
[63] Hoc igitur principium quod defendimus contra hos qui illud falsificant, est primum
ex principiis demonstrationum. Philosophus vero primus debet ista tueri. Principia vero
demonstrationum prosunt demonstrationibus, et demonstrationes prosunt cognitioni acciden-
tium essentialium suis subiectis. Sed cognitionem substantiae subiectorum, quae per definì-
118 [54]

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tionem tantum sciebantur in eis quae transacta sunt, oportet philosophum ut inquirat hic et
stabiliat; unde oportet ut in hac una scientia loquatur de utrisque rebus.
Sed dubium est mihi, quare ipse loquitur de eis definiendo et imaginando, cum hoc sit
doctoris scientiae particularis; si autem loquitur de eis secundum credulitatem, fit in eis
locutio demonstrativa. Dicemus igitur quod haec posita de quibus tractabatur in aliis scien-
tiis fiunt accidentalia in hac scientia, quoniam sunt dispositiones quae accidunt ad esse et
divisiones eius; et ideo quod non probatur in alia scientia, probatur in ista; et etiam quia
haec non considerantur in alia scientia, sed quia dividitur haec scientia in substantiam et
TRATTATO PRIMO- SEZIONE OTTAVA 119

mente, si conosce soltanto in virtù della definizione ed è fra [le cose] cui il
filosofo deve arrivare, questa scienza una deve parlare delle due cose insieme.
Però a questo proposito si potrebbero avere dei dubbi 266 : se [questa scien-
za] parla [di tali cose] 267 nel senso della definizione e della rappresentazione
ebbene, di ciò discute [anche] colui che possiede una scienza particolare; se ne
parla invece per quanto riguarda l'assenso [nel giudizio], allora il discorso che
le riguarda si fa dimostrativo. Ebbene - diremo - queste [cose] che in altre
scienze fungono da soggetto, in questa scienza sono [soggetti] accidentali, per-
ché sono stati che accadono all'essere e divisioni che gli [competono]; così,
quel che non viene dimostrato in un'altra scienza, viene dimostrato qui.
Ma anche se non si considera nessun'altra scienza e si divide il soggetto di
questa stessa scienza nella sostanza e negli accidenti che gli sono propri, ecco
che quella data sostanza che è soggetto di una certa scienza, oppure 268 la
sostanza in assoluto, non è soggetto di questa scienza, ma ne è [solo] una
parte; [la sostanza] sarà, quindi, in un certo senso come un qualcosa che acca-
de269 alla natura di ciò che funge da soggetto [in questa scienza] e che è l'esse-
re; infatti, quella sostanza- ad esclusione di un'altra cosa- è venuta alla natu-
ra dell'essere, accompagnandolo o essendo esso stesso270 . L'essere è, infatti,
una natura che è valido predicare di ogni cosa, si tratti di quella data sostanza
o di altro da essa. E come hai potuto comprendere già prima di questo [discor-
so] nelle [cose già dette], non è in quanto è essere che essa è una sostanza o
una certa sostanza o un certo soggetto.
E con ciò, l'indagine sui principi della rappresentazione e della definizione
non è né una definizione né una rappresentazione; né l'indagine sui principi
della dimostrazione è una dimostrazione, come se le due indagini differenti
venissero ad essere una [stessa] indagine.

accidentia, ideo accidentia fiunt ei propria: igitur substantia erit illa quae erat subiectum in
aliqua scientia, et substantia absolute non est subiectum huius scientiae, sed pars aliqua
subiecti eius; igitur aliquo modo substantia illa fit accidentalis naturae sui subiecti, quod est
esse, et fit adiuncta naturae entis sine alio, ve! est etiam ipsum esse; ens enim talis naturae
[64] est quod potest praedicari de omni, sive illud sit substantia sive aliud. Ipsa enim sub-
stantia ex hoc quod est ens nec est substantia nec substantia aliqua, scilicet subiectum ali-
quod, sicut intellexisti ex praedictis. Et cum omni hoc, inquisitio de principiis imaginationis
et definitionis non est definitio nec imaginatio; nec inquisitio de principiis demonstrationis
est demonstratio, ita ut utraque inquisiti o quae est diversa si t una inquisitio.
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"

TRATTATO SECONDO

TRACTATUS Il
123

INTRODUZIONE

Sezione prima

Con il II trattato si entra, per così dire, nel pieno di quella prima parte della
Metafisica (Il- V) in cui Avicenna presenta i concetti generali sui quali edifica-
re, nella seconda parte dell'opera (VI-X), il proprio sistema filosofico. Si tratta
di concetti di chiara derivazione aristotelica che Avicenna legge alla luce di
quei testi del neoplatonismo che, per lo più sotto il nome di Aristotele, andaro-
no a costituire una parte integrante del patrimonio filosofico in arabo; tra di
essi spiccano la cosiddetta Teologia di Aristotele e il Libro del bene puro (cfr.
la Bibliografia conclusiva e l'Introduzione).
La prima sezione del trattato è incentrata sulla nozione di "sostanza"
{gawhar). [57-58,4] Avicenna giunge a definirla servendosi del metodo diaire-
tico, al quale ricorre frequentemente nel corso dell'opera; ciò che esiste (al-
mawgud: l'esistente o l'essere) è, infatti, o l) qualcosa che esiste in altro da sé
e che è quindi in un soggetto: è l'accidente; o 2) qualcosa che non esiste in un
soggetto: la sostanza. [58,5-58,9] Un accidente può inerire a un altro accidente
(la velocità è nel moto, la rettitudine è in una linea retta, ecc.) ma, poiché la
sua sussistenza dipende dalla posizione di una sostanza in sé sussistente, esso
rimanda sempre, e necessariamente, a una sostanza (cioè a un soggetto ultimo;
cfr. il concetto aristotelico di {moKELf!EVOV i!axaTov). Così, poiché non si può
procedere all'infinito nel dire che qualcosa esiste in qualcos'altro, si deve
giungere infine a una sostanza che sia in sé sussistente. Si affaccia, quindi,
un'importante distinzione terminologica. Per comprendere appieno la differen-
za che separa la sostanza dall'accidente, è infatti necessario tenere presente la
differenza tra il "sostrato" o "soggetto" (mawqu') e il "ricettacolo" o "luogo di
inerenza" (mal:zall): il primo è tutto ciò che, in sé sussistente, riceve o accoglie
qualcos'altro non come una sua parte (è la sostanza cui inerisce l'accidente); il
secondo è, più genericamente, tutto ciò cui qualcos'altro inerisce e che, in
virtù di ciò che vi inerisce, acquisisce un determinato stato; e poiché tale
"stato" può consistere nella stessa sussistenza, il "luogo di inerenza" non si
identifica solo con la sostanza cui ineriscono gli accidenti, ma anche con la
materia che, priva di una propria sussistenza, la acquista in virtù della forma
che le inerisce. [58,10-58,16] Tale distinzione tra "soggetto" e "luogo di ine-
renza" fa seguito alla presentazione dell'errore di chi (e si tratta forse di alcuni
124 TRATTATO SECONDO

teologi), osservando come alcune cose sembrino identificarsi con le loro qua-
lità, sostiene che la stessa cosa possa essere una volta accidente (per esempio
il calore nell'acqua) e una volta sostanza (il calore nel fuoco). Per Avicenna, il
calore è invece sempre un accidente, anche se in certi casi è un accidente inse-
parabile dalla quiddità della cosa. [59-60,4] Il "luogo di inerenza" è quindi
qualcosa di più generale del "soggetto" e, a partire da tale distinzione,
Avicenna introduce i concetti di forma, di materia e di sostanza, richiamando i
diversi significati della sostanza aristotelica (il sinolo, la forma, la materia).
[60,5-14] La trattazione, tuttavia, non è appiattita sull'aristotelismo; non solo
perché il concetto di "luogo di inerenza" gioca un ruolo fondamentale
nell'antologia del Kalam (lo sfondo della polemica è costituito anche dalle
discussioni dei teologi sugli accidenti creati da Dio in un substrato: mal;tall),
ma anche perché Avicenna riconduce i principi aristotelici alle distinzioni tipi-
che del proprio sistema. Poiché quel che esiste in un ricettacolo o luogo di ine-
renza finisce, infatti, per costituire un composto e ogni composto rimanda alla
causa della propria esistenza, le cose composte sono definite "possibilmente
esistenti" e "causate nell'esistenza". Così, mentre nel I trattato Avicenna
aveva affermato che il possibilmente esistente è "composto e doppio" (cfr. l,
7, p. 47 del testo arabo), qui egli afferma che ogni composto (o doppio) è un
"possibilmente esistente". Vanno quindi osservate le note conclusive della
sezione: oltre al carattere di possibilità e di necessità per altro di tutto ciò che
si è finora andato distinguendo (il necessariamente esistente è unico e non ha
"omologhi", le "sostanze" sono invece molte e "omologhe" le une alle altre),
va ricordato che è la presenza- o l'assenza- di un vincolo con la materia dei
corpi a fornire il criterio in base al quale si distingue una tipologia - e, come si
vedrà quindi, una gerarchia- di enti. La sezione si chiude perciò con l'identi-
ficazione delle diverse divisioni della sostanza: corporea o incorporea; vinco-
lata alla materia o, infine, totalmente libera da questa; a ciascuna di queste
divisioni corrisponde, nel sistema avicenniano, un "grado" (daraga) o "rango"
(martaba) dell'esistenza: quello dei corpi, quello delle anime e quello delle
intelligenze.

Sezione seconda

[61-63] La sezione è interamente dedicata a chiarire che cosa sia il


"corpo", l'ultimo grado della gerarchia discendente degli enti cui Avicenna ha
accennato alla fine della prima sezione. Il concetto di corpo dipende da quello
di "forma della corporeità" che è fondamentale sia nella metafisica sia nella
fisica di Avicenna. La forma della corporeità è quella forma che, definendo il
corpo in quanto tale, si identifica come ciò in virtù di cui in un corpo è possi-
bile supporre le tre dimensioni (lunghezza, larghezza e profondità). Così, fin
dali' inizio della sezione, Avicenna confuta la tradizionale definizione del
INTRODUZIONE 125

corpo e all'idea delle dimensioni in atto sostituisce quella della supponibilità o


ipoteticità delle dimensioni. Mentre la comune definizione del corpo insiste
sulla sua tridimensionalità attuale, quella filosofica si basa, infatti, su quella
potenziale o possibile: nel corpo in quanto tale, le linee, le superfici, e la fini-
tezza (che è un conseguente e non un costituente del corpo) devono poter esse-
re supposte, ma non devono essere necessariamente in atto. [64,1-5] Avicenna
ricorre in proposito all'esempio della cera (lo si ritrova anche in altre opere
avicenniane): la cera, sciogliendosi, perde le proprie dimensioni, ma non la
propria corporeità. La forma della corporeità, non è perciò legata alle dimen-
sioni attuali di un corpo ed è, per così dire, un "fatto ipotetico"; [64-65] in tal
senso, l'estensione corporea si distingue dall'estensione in senso quantitativo
o matematico, che è invece determinabile e misurabile.
Il secondo tema affrontato nella sezione è quello della confutazione
dell'atomismo [65,4-66,15]. Le opere di Avicenna, specialmente nelle parti
dedicate alla filosofia naturale, contengono in genere alcuni argomenti contro
l'atomismo. In essi non va rintracciato solo il segno della tradizione aristoteli-
ca di cui Avicenna è continuatore, ma anche uno strumento atto a ricusare il
sistema metafisica dei teologi dell'Islam (i mutakallimùn), i quali sostenevano
l'atomismo. Sebbene di recente si sia messo in discussione che l'atomismo sia
in via esclusiva un apparato concettuale strumentale all'idea dell'assoluta
onnipotenza divina, è chiaro che confutare l'atomismo per Avicenna significa
anche distruggere uno dei fondamenti della cosmologia dei teologi e potere di
conseguenza presentare quella filosofica come la sola interpretazione raziona-
le dei fenomeni naturali 1•

1 Sull'idea di 'parte indivisibile', l'atomo, cfr. L. GARDET (diuz, in E.I., Il, n. éd., 1961-

1965, p. 623): <<seui l' atome est substance, et substance matérielle, sensible ou subtile; tout
le reste est de l'ordre de !'accident ('arat!); aucun accident ne dure plus d'un instant (an,
waqt); aucun ne peut etre surajouté à un autre accident, il ne peut résider qu'en l'atome-sub-
stance, et ne peut passer d'un sujet dans un autre; chaque accident est donc directement créé
par Dieu; en conséquence, toute action transitive entre deux corps est impossible; donc:
aucune efficace des causes secondes [ ... ]». Per una bibliografia sull'atomismo nell'Isliim,
oltre all'ormai storico lavoro di S. PINES, Beitriige zur islamischen Atomenlehre, Heine,
Berlin 1936 (rist. Garland, New York 1987), cfr. D.B. MACDONALD, Continuous Re-crea-
tion and Atomic Time in Muslim Scholastic Theology, «<sis», 9 (1927), pp. 326-344; C.
BAFFIONI, Atomismo e antiatomismo nel pensiero islamico, Istituto Universitario Orientale,
Napoli 1982; A. DHANANI, The Physical Theory of Kaliim, E.J. Brill, Leiden-New York-
Kiiln 1994; H.A. WOLFSON, The Philosophy of the Kaliim, Harvard University Press,
Cambridge (Mass.)-London 1976, pp. 466-517; R. F'RANK, Bodies and Atoms. The Ash 'arite
Analysis, in M.E. MARMURA (ed.), lslamic Theology and Philosophy. Studies in Honor of
George F. Hourani, State University of New York Press, Albany 1984, pp. 39-53; sulle
implicazioni filosofiche dell'atomismo, si veda poi D. PERLER l U. RuooLPH,
Occasionalismus: Theorien der Kausalitiit im arabisch-islamischen und europiiischen
Denken, Vandenhoeck und Ruprecht, Giittingen 2000. Sulla trasmissione delle dottrine pre-
126 TRATIATOSECONDO

Gli argomenti che Avicenna schiera in genere contro l'atomismo sono


diversi e complessi. Qui egli ne ricorda sostanzialmente un tipo, quello teso a
confutare l'idea di atomi che differiscano fra loro solo per la posizione. Il pro-
cedimento è, anche qui, diairetico. l) Se un corpo- scrive Avicenna- fosse
concepito talmente piccolo da essere come un punto, esso si comporterebbe
esattamente come un punto e non potrebbe dare origine ad altri corpi; 2) se,
d'altra parte, l'atomo non è come un punto, allora in esso deve potersi dare, in
un certo qual modo, una distinzione tale da dare luogo a due "sezioni". Va
allora comparata la differenza che distinguerebbe due "sezioni" di atomo tra
loro, con quella con cui si distinguono due atomi, e va quindi esaminato il tipo
di divisibilità che si dovrebbe ascrivere alle "sezioni" dell'atomo. Ora, 2.a)
tale divisibilità non può essere dovuta alla natura dell'atomo (argomento che
però Avicenna qui non sviluppa), perché per ipotesi gli atomi sono omogenei
alloro interno; si deve quindi 2.b) ipotizzare l'intervento di una causa, esterna
all'atomo, responsabile della divisione. Questa causa può essere concepita o
2.b.i) tale da far sussistere l'atomo, oppure 2.b.2) tale da non farlo sussistere.
Tuttavia, è chiaro che, se le due sezioni dell'atomo si dividono per via di una
causa esterna che non ne determina la sussistenza [2.b.2], l'inesistenza
dell'atomo è già dimostrata: in questo caso, infatti, l'atomo non è un corpo in
sé indivisibile (due sezioni potrebbero ricongiungersi dopo essersi separate e
separarsi dopo essersi congiunte). Se invece la causa della divisibilità risiedes-
se nella sussistenza dell'atomo (e cioè in una causa esterna che fosse responsa-
bile della sua sussistenza) [2.b.I], ecco che ciò potrebbe essere o 2.b.u) nel
senso della sussistenza interna alla natura dell'atomo; o 2.b.2.2) nel senso della
sussistenza della sua sola esistenza in atto. La prima possibilità [2.b.u] con-
traddice l'ipotesi che vuole gli atomi distinti per la sola posizione; la seconda
[2.b.2.2] è pienamente accettabile, ma non dimostra l'esistenza dell'atomo:
accade infatti che in una concezione non atomista la forma, responsabile della
sussistenza in atto di una cosa, ne renda impossibile la divisione (si pensi alla
sfera celeste, concepita come una e indivisibile).
[66,15-68,10] La confutazione dell'atomismo sostiene la tesi della corpo-
reità divisibile e permette quindi ad Avicenna di presentare il concetto di
materia: il corpo continuo accetta continuità e divisione che, in quanto oppo-

socratiche alla civiltà arabo-islamica, cfr. poi H. DAIBER, Aetius Arabus. Die Vorsokratiker
in arabischen Uberlieferung, Akademie der Wìssenschaft und der Literatur.
Verèiffentlichungen der Orientalischen Kommission (Bd. 33), Steiner, Wiesbaden 1980; cfr.
inoltre il breve ma puntuale studio di D. GUTAS, Pre-plotinian Philosophy in Arabic (Other
than Platonism and Aristotelism): A Review of the Sources, in W. HAASE (Hrsg.), Aufstieg
und Niedergang der Romischen Welt (ANRW), Teil II, Band 3617. Teilband: Philosophie, de
Gruyter, Berlin-New York 1994, pp. 4939-4973, che ripercorre criticamente gli studi sul
tema. Sulle riserve rispetto all'idea dell'atomismo come teoria funzionale all'onnipotenza
divina, cfr. D. G!MARET, La doctrine d'Al-Ash'arf, Cerf, Paris 1990.
INTRODUZIONE 127

sti, portano a presupporre un sostrato comune: il continuo è quindi in qualco-


sa, la materia prima2 • Avicenna apre così la strada all'indagine dei concetti di
materia e di forma e della composizione che costituisce il corpo. Se ne ricava
l'ambiguo statuto ontologico del corpo che è "in atto" in virtù della forma e
"in potenza" in virtù della materia; questa è, infatti, ciò che gli permette di
essere "preparato a". In quanto è in potenza, cioè in quanto è "preparata a", la
materia non è a sua volta composta di materia e fonna. È bene soffermarsi poi
sulla nozione di "preparazione" (isti'diid). Essa è l'elemento- complementare
a quello del flusso divino (jay4), che è già stato introdotto nella prima sezione
- che permette di legittimare i mutamenti del corpo; la preparazione giustifica,
infatti, quella ricezione di forme che, dipendendo dalla causalità "dall'alto"
del dator formarum, realizzano il corpo ogni volta in modo diverso. La "pre-
parazione" della materia è in tal senso una nozione più complessa di quella
aristotelica di materia o di potenza (che per altro non è priva di problemati-
cità), e rappresenta, per così dire, una sorta di articolazione della possibilità;
nel gioco che si stabilisce tra forma e materia, la preparazione riveste il ruolo
che era della privazione aristotelica: orienta e dirige la potenza, determinando-
la, prima della forma, a essere "potenza di" qualcosa e non "di altro". Qui,
comunque, ciò che interessa Avicenna è la questione della sostanzialità della
materia che è sostanza pur essendo pura preparazione (cfr. ARIST., Metaph.,
VII [Z], 3, 1028 b 33- 1029 a 33).
[68,11-fine] La parte conclusiva della sezione è infine dedicata a determi-
nare, con argomenti complessi, il carattere per cui la forma della corporeità si
distingue dall'estensione: mentre la prima è una forma in se stessa attuata,

2 Al ragionamento di Avicenna è sottesa la tradizionale concezione dei primi commentato-

ri aristotelici; poiché la materia comune dei quattro elementi doveva essere qualcosa di esteso,
essi ne deducevano che la "materia prima" inestesa non fosse identica alla materia comune
degli elementi e ponevano quindi, tra la materia prima e gli elementi, la "prima materia infor-
mata" dalla forma corporea o forma della corporeità. Su questo tema e sulla tradizione dei
commentatori a riguardo è ancora utile l'introduzione di H.A. WOLFSON in Crescas' Critique
of Aristotle. Problems of Aristotle's Physics in Jewish and Arabic Philosophy, Harvard
University Press, Cambridge (Mass.) 1929 (il capitolo V su materia e forma; cfr. tuttavia a
questo proposito A.D. STONE, Simplicius and Avicenna on the Essential Corporeity of
Materia! Substance, in R. WISNOVSKY [ed.], Aspects of Avicenna, Markus Wiener Publishers,
Princeton 2001, in part. pp. 90-91); cfr. inoltre A. HYMAN, Aristotle's "First Matter" and
Avicenna's and Averroe's "Corporea! Form", in Essays in Medieval Jewish and Islamic
Philosophy. Studies for the Publication of the American Academy for Jewish Research, selec-
ted and with an lntroduction by A. HYMAN, Ktav Publishing House, New York 1977, pp. 335-
406. Sull'argomento con cui si dimostra l'esistenza della materia prima, cfr. WoLFSON,
Crescas' Critique ... , pp.IOI-102 e p. 591: <<Matter which is continuous loses its continuity and
becomes divided. Continuity and division are opposites, and opposites cannot be the recipients
of each other. Hence, they imply the existence of a substratum capable of assurning both these
opposites. This substratum is the prime matter>>. Per Avicenna, cfr. anche lliih., Il, pp. 78-79;
'Uyiln, p. 48; Hidiiya, pp. 234-235.
128 TRATIATO SECONDO

anche se comune a tutti i corpi in quanto tali, l'estensione è una nozione di


genere e si realizza quindi solo come linea o come superficie o come corpo.

Sezione terza

Il tema della sezione - l'assoluta dipendenza della materia dalla forma - è


fondamentalmente aristotelico, ma assume nella fisica e nella metafisica avi-
cenniane un ruolo peculiare. Questa sezione III getta le basi di quella conce-
zione - per la quale i critici hanno coniato termini come "extrinsécisme radi-
ca!" (Gardet; Gilson) o "formalisme" (Michot) - secondo cui tutto è retto e
legittimato dalla forma, che dà sussistenza e realtà non solo al mondo celeste,
ma anche a quello della materia sublunare.
[72,4-73, 7] La materia sussiste sempre e solo con la forma e in virtù di
essa: ciò che è composto di materia e forma è un composto di atto e di "prepa-
razione a" e la materia, che è potenza assoluta, non è dotata di esistenza in
atto. Gli argomenti proposti da Avicenna per dimostrare la dipendenza della
materia dalla forma procedono anche qui con il metodo diairetico; sono però
complessi ed espressi in un linguaggio reso arduo anche dal frequente ricorso
a riferimenti impliciti e a temi sottintesi.
Il primo argomento prende le mosse dall'ipotesi dell'indipendenza della
materia dalla forma. Se la materia si spogliasse della forma, essa: l) avrebbe,
o 2) non avrebbe, una localizzazione e una posizione. l) Il primo caso com-
prende due ulteriori divisioni: la) o la materia senza la forma ha una posizione
ed è divisibile, oppure l b) ha una posizione, ma è indivisibile. la) Se la mate-
ria è divisibile, essa ha un'estensione, il che contraddice l'ipotesi; lb) se è
indivisibile, è invece assimilabile al punto e, contrariamente all'ipotesi, non
può essere qualcosa di isolabile.
2) Se poi la materia, spogliata della forma, è concepita priva di localizza-
zione, come le sostanze intelligibili, si va incontro ad altre due conseguenze:
2a) o essa ha accesso d'un colpo alla localizzazione che poi le spetterebbe;
oppure 2b) vi accede gradualmente. 2a) Nel primo caso, essa dovrebbe essere
già appropriata per una particolare localizzazione; altrimenti, come potrebbe
accaderle d'un colpo una determinazione locale e posizionale? L'ipotesi si
trova quindi confutata. 2b) Nel secondo caso- che Avicenna sviluppa più
avanti [cfr. 74,6 e ss.] - si dovrebbe avere una graduale espansione (inbisii!)
della materia nelle direzioni che costituirebbero la sua localizzazione. Ma
anche in questo caso, dovrebbe già appartenerle una localizzazione: infatti,
come potrebbe la materia incominciare ad espandersi verso altre direzioni, se
non in quanto già localizzata in una data posizione?3

3 Le stesse argomentazioni, sebbene in una forma più sommaria, Avicenna le utilizza nel

K. al-Nagtit; ne dà conto quindi SAHRASTANI (cfr. Livre des religions et des sectes, II, traduc-
INTRODUZIONE 129

La forma dell'estensione non può darsi, quindi, se non in quanto "già loca-
lizzata" e [73,8-74,5) Avicenna lo illustra ricorrendo anche all'immagine di un
pezzo di argilla "astratto" o "libero" dalla propria forma: senza la forma,
l'argilla non potrebbe occupare nessuno dei vari luoghi che la propria "argillo-
sità" le permette di occupare (o dovrebbe poterli occupare tutti insieme, il che
è egualmente assurdo). È chiaro che il tema della dipendenza della materia
dalla forma è anche quello della determinazione, cioè del passaggio dall'uni-
versale (tutti i diversi luoghi o le diverse localizzazioni che l'argilla come tale
può occupare) al particolare (il fatto che questa argilla qui sia determinata
localmente in questo particolare luogo e non in un altro). Il tema della sezione
è quindi uno dei temi centrali della metafisica; quello della determinazione
locale o quantitativa della materia è infatti uno degli aspetti del problema della
"determinazione" o "individuazione" e rientra nel grande tema del passaggio
dalla potenza all'atto. Così, con l'esempio dell'argilla, Avicenna mette in evi-
denza che a determinare una materia e un composto di materia e forma è qual-
cosa che appropria (mu!Ja$$i$) la materia a un certo luogo o a una certa posi-
zione e introduce un nuovo elemento della causalità sublunare, quello della
causa "determinatrice" o "appropriatrice".
Nel secondo gruppo di argomenti Avicenna si occupa del carattere genera-
le della materia in quanto "ricettore". [74,12-75-11] La materia può essere
concepita in sé o come un ricettore (ed è questa la tesi di Avicenna), oppure
come qualcosa di sussistente in sé cui accada dì essere un ricettore. Per confu-
tare questa seconda ipotesi, Avicenna affronta una serie di argomenti, ancora
una volta piuttosto complessi. l) Se la materia fosse qualcosa di sussistente in
sé cui accada la ricettività, con essa dovrebbero accaderle anche la localizza-
zione, la quantità, la divisibilità. La materia, cioè, sarebbe in se stessa priva di
luogo e di parti e solo dopo, una volta accompagnata da un determinato conco-
mitante e scomparsa la sua "essenza senza parti", verrebbe ad essere dotata di
parti e quantitativamente determinabile. la) In questo modo, tuttavia, quel che
fa sussistere la materia in sé sussistente e indivisa cesserebbe a causa del
sopraggiungere di un accidente (e allora la materia non sarebbe in sé indivi-
sa!); lb) altrimenti, si dovrebbe supporre che l'unicità della materia non
dipenda da quel che la fa sussistere, ma da qualcos'altro; ma se l'unicità della
materia non fosse dovuta a ciò che la fa sussistere in atto, si dovrebbe immagi-
nare la materia (e qui Avicenna passa dall'uso di hayillii, traslitterazione del

tion avec introduction et notes par J. JOLIVET et G. MONNOT, Peeters l Unesco, Leuven 1993,
p. 399: <<Mais il est impossile que la matière se sépare de la forme corporelle et qu'elle subsi-
ste en existant en acte. [... ] à supposer qu'elle soit dépouillée [de toute forme], sans position,
sans lieu (l:zayyiz), et qu'elle ne subisse pas de division- car tout cela ce sont des formes; à
supposer ensuite qu'une forme la rencontre: alors, ou bien elle la rencontrera d'un seul coup
- je veux dire qu'une extension qui y sera introduite y inhérera d'un seui coup et non par
dégrés; ou bien l'extension et la continuité lui viendront par dégrés>>.
130 TRATTATO SECONDO

greco VÀ.Y! al termine arabo miidda) come una sostanza tale da accettare qual-
cosa (una forma) che la renda una (sia in atto sia in potenza) e al contempo
tale da accettare qualcosa che la renda molteplice (sia in atto sia in potenza).
Ma è chiaro che una sostanza simile non potrebbe essere altro che un mero
ricettore. La concezione che vorrebbe far consistere la materia in qualcosa di
diverso da un ricettore si rivela cosi insostenibile: con questo argomento
Avicenna riconduce la seconda ipotesi alla prima, che è da lui accolta.
2) L'argomento successivo [75, 12-77,4], ancora più complesso, prende
anch'esso le mosse dalla formulazione dell'ipotesi di una materia separabile
dalla forma. Ipotizziamo due casi: nel primo separeremo la materia (in sé una e
indivisibile) dalla forma corporea (la materia in questione non è più parte di un
corpo); nel secondo lasceremo che la materia sia parte di un corpo, pur essendo
tale da essere separabile dalla forma corporea: le due materie così concepite
saranno fra loro l) simili o 2) diverse? 2) Ma come potrebbe giustificarsi una
differenza tra le due? Tra due sostanze concepite con la medesima natura non
si può dare alcuna differenza: non si può quindi né affermare che una abbia
delle proprietà diverse dall'altra, né che l'una o l'altra in determinate condizio-
ni siano fatte svanire; non sì può quindi neppure pensare che, tra le due sostan-
ze, quella unita alla forma del corpo sì unifichi con la forma e si identifichi con
essa (se esistono come distinte, due sostanze non possono divenire una; se una
è esistente e l'altra inesistente, si dà luogo a un'assurdità: l'esistente non si
unisce a qualcosa di inesistente; se infine esse generano una terza cosa, è per-
ché si sono entrambe corrotte; ne emerge, fra l'altro, lo statuto particolarissimo
della materia come "sostanza"). l) [76, 15-77,4] L'equivalenza è invece scarta-
ta con un argomento semplice: la stessa cosa, se presa da sola, non può avere
lo stesso statuto che ha quando è presa insieme ad altro da essa.
Con tali argomentazioni, Avicenna dimostra che, proprio perché la materia
deve essere pensata come qualcosa che sia tale da ricevere la divisione, essa
deve essere concepita come qualcosa che è in sé preparazione ma che è anche
inseparabile dalla forma (concepire una materia senza forma corporea dà
luogo alle assurdità appena esaminate). La forma da cui la materia è insepara-
bile non è tuttavia una forma determinata (quasi che la materia non possa
accoglierne un'altra), ma la forma della corporeità. Le altre determinazioni
non le appartengono, quindi, per sé, ma neppure possono provenirle dalla
forma della corporeità: è necessario supporre una causa ulteriore, una causa
"appropriatrice" che diriga o pre-determini la preparazione della materia a
ricevere una certa forma e non un'altra forma o un'altra localizzazione.
Avicenna pone qui [cfr. p. 78] le premesse per uno degli elementi più impor-
tanti e al tempo stesso più problematici della sua metafisica e della sua fisica:
la necessità di cause "appropriatrici" della materia (v. supra l'uso del termine
mul:ta$$i$) che dirigano "il diritto" della materia a ricevere una forma e non
un'altra, rendendo la generale preparazione della materia una preparazione
appropriata a una forma data (in tal senso Avicenna indica la necessità di una
INTRODUZIONE 131

"condizione" che, aggiunta alla materia, determini ciò che la informa a infor-
marla in un dato modo). Come dimostreranno i trattati successivi, le cause
appropriatrici vanno individuate nell'azione del moto dei cieli ma anche,
almeno in parte, nell'interazione tra cause celesti e cause sublunari.

Sezione quarta

[80,4-81 ,3) Il dato di partenza della sezione è l'assoluta coesistenza della


materia corporea e della forma materiale; oggetto di indagine è il genere di
legame o rapporto ('alaqa) cui tale coesistenza rimanda. Una prima ipotesi è
quella della relazione o correlazione (icftifa): due elementi correlativi, tuttavia,
non possono essere intelletti l'uno senza l'altro e, poiché noi, da una parte,
abbiamo intellezione di molte forme indipendentemente dalla materia e,
dall'altra, dalla materia indeterminata non deduciamo una forma particolare, il
rapporto tra la materia e la forma non può essere concepito come una correla-
zione. La materia è relativa alla forma in quanto "preparata" a una forma parti-
colare, ma ciò che si deve qui comprendere è il rapporto tra la materia prima
indeterminata e la forma, non quello tra la materia in quanto "preparata a" e la
particolare forma che le spetta. Con 1' ormai consueto metodo Avicenna passa
quindi a esaminare i soli due tipi di rapporto che appaiono concepibili: quello
che lega la causa al causato e quello che sussiste tra due cose omologhe
Bell'esistenza. Il primo tipo di rapporto è noto; il rapporto fra omologhi
(mutaktifi 'a - coaequalia come traduce talvolta il latino) deve invece essere
definito: esso è quell'ipotetico rapporto tra due o più elementi, in cui nessun
elemento è causa dell'altro, ma ciascuno degli elementi non esiste senza l'altro
(v. supra, Iltih., I, 6 e il relativo riassunto critico).
[81,3-83,4] Neppure questo secondo tipo di rapporto corrisponde a quello
tra la materia e la forma: la forma, pur non essendone la sola causa, è in certo
modo causa della materia; l'anteriorità essenziale della forma rispetto alla
materia è una sorta di modo della causalità: la forma causa la materia "in
quanto la precede". È tuttavia necessario seguire da vicino gli argomenti di
Avicenna perché il rapporto di "omologia", sebbene venga negato, serve ad
Avicenna, da una parte, a qualificare 1' essere della forma-causa e quello della
materia-causata e, dali' altra, a reperire una conferma per il sistema emanatista
in cui esse sono inserite. Se due cose sono fra loro in un rapporto di omologia,
nessuna delle due potrà essere rimossa senza che non lo sia anche l'altra; la
rimozione dell'una, pur non essendo causa della rimozione dell'altra, le sarà
cioè assolutamente contemporanea. Vi sono però tre ipotesi possibili: l)
secondo la prima, la rimozione di una delle due cose comporta necessariamen-
te la rimozione di una terza cosa, diversa da ambedue; 2) nella seconda ipote-
si, è la rimozione di una delle due cose ad essere causata da una terza cosa, a
sua volta rimossa; 3) nella terza ipotesi, infine, non si stabilisce alcun legame
132 TRATTATO SECONDO

con qualcosa di esterno: la rimozione delle due cose, e così anche il loro reci-
proco rapporto, devono essere spiegati senza ricorrere all'intervento di qualco-
sa di diverso dai due elementi in questione. Ora - afferma Avicenna - se si
desse credito a questa terza ipotesi, allora: 3a) o la natura di ognuna delle due
cose sarebbe in se stessa dipendente dall'altra- e si tornerebbe a quella corre-
latività che si è già esclusa- oppure 3b) questa dipendenza non riguarderebbe
la natura e quindi la quiddità delle due cose, ma solo la loro esistenza. Se
riguardasse la loro esistenza, però ognuna delle due cose dovrebbe essere in sé
possibilmente esistente e necessaria in virtù di altro. Ma non essendo possibile
spiegare il passaggio dal possibile al necessario se non in virtù di una causa
d'esistenza, è chiaro che anche in questo caso si dovrebbe supporre una terza
cosa che causi l'esistenza di entrambe.
Premessa degli argomenti di Avicenna è che la causa della rimozione di
una cosa - cioè la causa della cessazione della sua esistenza - è sempre anche
causa della sua esistenza (p. 81). Pensare quindi che due cose non abbiano
una causa della rimozione esterna ad esse significherebbe pensarle prive di
una causa dell'esistenza e pensare, perciò qualcosa di impossibile. Ecco, allo-
ra, che appaiono percorribili solo le due ipotesi che chiamano in causa una
terza cosa "esterna", evocando, in ultima analisi, il rapporto tra causa e cau-
sato (nella seconda ipotesi la rimozione di una delle due cose è dovuta a una
terza e il rapporto tra le due cose è quindi quello tra la causa e il suo causato
o, più precisamente, tra il medio di una relazione causale e il causato ultimo;
nella prima ipotesi, si finisce egualmente per ricorrere a un rapporto causa-
causato). Il risultato di tale analisi è di importanza capitale per il sistema avi-
cenniano. L'idea che il rapporto tra la materia e la forma sia risolvibile senza
il ricorso ad una terza cosa è confutata e, in forza di tale confutazione,
Avicenna stabilisce su di un piano teoreticamente forte le basi che gli permet-
tono di porre la propria concezione del datar formarum e della causalità del
flusso divino. In forza di questa confutazione, Avicenna non stabilisce solo
che l'una sostanza è causa dell'altra e che entrambe dipendono da una terza
causa, ma mostra anche come, date due cose, si debba sempre supporre una
causa ad esse superiore. La tesi della causalità del flusso di forme assume
così maggiore consistenza: è infatti solo collocando un principio sovraordina-
to sia alla materia sia alla forma che Avicenna riesce a risolvere il problema
della loro relazione.
[83,4-85,2] È necessario infine comprendere se sia la materia a esser causa
della forma o non sia, piuttosto, l'inverso. Che la materia non sia causa della
forma è tesi che Avicenna può sostenere con una certa facilità: in primo luogo,
la "preparazione a" non causa nulla e non è una ragione sufficiente per l'esi-
stenza di nulla; se non fosse così, infatti, la materia causerebbe continuativa-
mente e cesserebbe di essere mera "preparazione". In secondo luogo, la mate-
ria, che è in potenza, non può causare la forma, che è in atto (per causare essa
dovrebbe prima essere in atto, o con un'anteriorità essenziale o con un'ante-
INTRODUZIONE 133

riorità temporale). In terzo luogo, la materia, che non ha alcuna differenziazio-


ne, causerebbe una forma senza differenziazione e non si troverebbe un princi-
pio per la differenza. La materia, quindi, è pura ricettività e non ha - afferma
Avicenna- alcuna "produttività" ($Un') nell'attualità della forma.
[85,3-86,9] Una volta chiarito che è la forma, quindi, a esser causa della
materia, è però necessario esaminare se la forma sia da sola la causa della
materia o non lo sia piuttosto insieme a un'altra causa (e cioè insieme al datore
delle forme). E, come è chiaro, non può essere che così, altrimenti non vi
sarebbero mutamenti ma solo continue generazioni e corruzioni: se la forma
fosse, da sola, causa della sussistenza della materia, a ogni forma dovrebbe
corrispondere una materia nuova ("avventizia": l:u'idita), nata con essa. Non si
avrebbe più il mutamento (cioè il passaggio da una forma all'altra, permanen-
do il substrato materiale), ma solo la generazione sempre ripetentesi di forma
e materia. La materia è dunque fatta sussistere dalla forma di cui è il substrato
e da una "terza cosa" (say' liilil). L'essere, "l'esistenza", della materia fluisce
da questa terza cosa e da questa stessa "terza cosa" emana, nella materia, una
forma. E per corroborare la tesi della compresenza nel sinolo della ricettività
della materia e dell'attualità della forma, Avicenna porta l'esempio dell'illu-
minazione, la quale si sostiene su due elementi: la causa che dà la luce e la
cosa che è in grado di riceverla. Quel complesso procedere di forme in cui
eonsiste il flusso emanativo (jay4) - essenziale anche per la psicologia avicen-
niana - è fondato, per così dire, "dal basso", a partire dalle nozioni di "materia
t:!'forma". Tuttavia, se una forma "coadiuva" o "aiuta" (più avanti Avicenna
parlerà delle cause adiutrici) il datore delle forme a far sussistere in atto la
materia, essa conforma anche la materia ogni volta in un modo piuttosto che in
un altro ed è quindi responsabile delle differenze. Il complesso tema della
determinazione e dell'individuazione è qui nuovamente evocato.
[86, 10-fine] Il resto della sezione è dedicato alla confutazione di alcune
possibili obiezioni. In primo luogo, se la materia ha sussistenza in atto in virtù
della forma e di quella "terza cosa" o "causa esterna" che dà sussistenza sia
alla materia sia alla forma, una volta svanita la forma particolare e venuto a
mancare uno dei componenti della causa, dovrebbe svanire anche la materia,
che ne è il causato. Ma a chi muova tale obiezione, bisogna far notare che non
è questa particolare forma a esser causa della materia, ma la forma in quanto
tale e, poiché lo svanire di una forma ha luogo in vista della successione di
un'altra forma, ecco che lo svanire di una forma particolare non può determi-
nare lo svanire della materia: la materia fluisce dalla causa separata solo in
quanto è destinata ad essere accompagnata dalla forma.
In secondo luogo, Avicenna affronta l'obiezione che concerne la determi-
nazione numericamente particolare della materia: non è impossibile che un
insieme che costituisce un'unità in senso generico o generale (e cioè l'insieme
costituito ualla forma e dal datore delle forme) sia causa di un'unità numerica.
Infine, dopo aver distinto le forme in forme che sussistono separate dalla
134 TRA ITA TO SECONDO

materia (sono quelle celesti) e forme che non sussistono separate dalla materia
(quelle del mondo sublunare), Avicenna passa a confutare l'idea che la mate-
ria possa, anche solo sotto un certo aspetto, esser considerata una causa per
queste ultime: è la materia a perfezionarsi in virtù della forma e ad essere
quindi un causato della forma, non il contrario. Ma vi è una ragione ulteriore
che Avicenna oppone a questo ragionamento: il fatto che la forma non esista
se non nella materia non significa che causa della sua esistenza sia la materia o
il suo essere nella materia. Il fatto che la causa non esista se non con il causa-
to, non significa, infatti, che l'esistenza della causa sia il causato o il suo esse-
re nel causato. Come si vedrà più avanti (cfr. IV, l, pp. 165 e ss.), ciò che
conta nel rapporto tra causa ed effetto è l'anteriorità essenziale, non quella
temporale: la chiave che gira nella toppa e la mano che la fa girare si muovono
necessariamente nello stesso momento ma l'intelletto sa bene che è il moto
della mano a causare quello della chiave e non il contrario; così, anche se
forma e materia esistono contemporaneamente, è alla forma che spetta l'ante-
riorità essenziale della causa. La risposta all'obiezione ha quindi una sua effi-
cacia pur basandosi su un'equazione non dimostrata e cioè che esistere nella
materia sia la stessa cosa che esistere con la materia.
Vi è ancora un elemento degno di nota. Avicenna non ha qui determinato il
rapporto esistente tra la forma e la materia soltanto secondo l'anteriorità
dell'una rispetto all'altra. In questo trattato la forma si definisce come causa
mediatrice della materia, ma al tempo stesso come qualcosa la cui esistenza
non emana solo insieme alla materia ma anche in vista del ruolo di causa che
essa ricopre nella materia. È evidente, quindi, che il ruolo di medio che la
forma rappresenta per la materia non è assimilabile a quello della causa
mediatrice tout court. Per questo, sembra, Avicenna definisce la forma in certo
modo (min waghin) un medio: essa è infatti causata per la materia e il suo fon-
damento è - come per la materia - la causa datrice delle forme. Sia la forma,
sia la materia derivano la loro esistenza dal datar formarum: la forma per
determinare la materia e la materia per essere determinata dalla forma. II flus-
so divino è un processo che assicura la possibilità dell'emanazione dei due
elementi: è solo la sussistenza e la permanenza (qiwiim; baqii') della materia a
dipendere dalla forma, non la sua essenza e non la sua esistenza (wugud);
l'esistenza dipende in egual modo, per la forma come per la materia, da quella
causa esterna che Avicenna non ha qui ancora definito ma che si sa essere il
datore delle forme, cioè l'ultima delle intelligenze agenti, quella che «ci segue
da vicino».
136 [57]

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TRACTATUSSECUNDUS

CAPITULUM DE NOTIFICATIONE SUBSTANTIAE ET SUARUM PARTIUM PER VERBA GENERALIA

[65] Dicemus igitur quod esse ve! est rei per essentiam sicut homini esse hominem, ve!
est ei per accidens sicut Petro esse album; ea vero quae sunt per accidens infinita sunt.
Accingamur ergo nune et tractemus de esse secundum quod est esse per essentiam.
137

[SEZIONE PRIMA]

IN CUI CON UN DISCORSO GENERALE


SI FANNO CONOSCERE LA SOSTANZA E LE SUE DIVISIONI

L'esistenza di una cosa- diremo- può essere per sé- c6me l'esistenza
dell'uomo in quanto uomo- e può essere per accidente- come l'esistenza di
Zayd in quanto bianco; ma poiché le cose che sono per accidente non sono
determinabili 1, lasciamo da parte per ora questo [punto] e occupiamoci
dell'esistente e dell'esistenza che sono per sé.
Tra [tutte] le [cose] esistenti per sé la sostanza è quella anteriore 2. Questo
perché ciò che esiste è in due distinti [modi]: nel primo, è quel che esiste in
un'altra cosa, laddove tale altra cosa è data in se stessa sia quanto alla sussi-
stenza sia quanto alla specie; [è quel che esiste in un'altra cosa] esistendovi
non come una parte [della cosa] ma senza che se ne possa [affermare] la sepa-
ratezza da essa3 ; e questo è "quel che esiste in un soggetto"; nel secondo è
invece quel che esiste senza trovarsi in una cosa in questo modo: non è quindi
affatto in un soggetto ed è [ciò che chiamiamo] "sostanza". Ora, se ciò che si
designa nel primo modo4 è qualcosa che esiste in un soggetto, [è chiaro] che
anche tale soggetto dovrà inevitabilmente essere in uno dei due modi, e allora:
se il soggetto è una sostanza, l'accidente sussisterà nella sostanza mentre, se
non fosse una sostanza, esso sarebbe a sua volta in un soggetto e l'indagine

Quod autem prius est ex omnibus divisionibus eorum quae sunt per essentiam, substan-
tia est, quoniam esse duobus modis est. Unum est id quod, cum si t in aliquo cuius existentia
et species acquisita est in seipsa, non est sicut pars eius nec potest esse sine eo; et hoc est
quod est in subiecto. Aliud est quod est, sed non est in aliquo hoc modo, quoniam nullatenus
est in subiecto, et hoc est substantia. Postquam autem primum membrum divisionis quod
iam assignavimus est id quod est in subiecto, tunc non potest esse quin conveniat subiecto
una ex his duabus assignationibus. Si autem subiectum fuerit substantia, et existentia acci-
dentis erit in substantia; si vero non fuerit [66] substantia, tunc illud etiam erit in subiecto, et
138 [58]

Ila J:.. J ~Q' ~\r Jj> Jl ..!ll.; yl,..i Jl..:-1_,' .\.1.:.:':1\ Jl


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inquisitio redibit ad principium; sed inconveniens est ut hoc eat in infinitum, sicut specialiter
monstrabitur hoc. Ultimum enim eius sine dubio eri t id quod non est in subiecto; < ... > unde
substantia est constituens esse accidentis, nec est constituta ab accidente; igitur substantia
est praecedens in esse. Quod autem accidens possit esse in accidente, hoc non negatur: velo-
citas enim in motu est et rectitudo in linea, et figura in superficie, et etiam, accidentia dicun-
tur multa et unum: haec autem omnia, sicut ostendemus, accidentia sunt; quamvis autem
accidens sit in accidente, utraque tamen simul in subiecto sunt; subiectum enim certissimum
est id quod constituit utrumque et est existens per se.
TRATIATO SECONDO- SEZIONE PRIMA 139

tomererebbe [58] al punto di partenza. Tuttavia, come renderemo evidente, è


impossibile che si proceda all'infinito, specialmente a proposito di una que-
stione simile: l'ultimo [elemento], quindi, sarà senz'altro in qualcosa che non
è in un soggetto5 , e sarà cioè in una sostanza, e la sostanza sarà ciò che fa sus-
sistere l'accidente quale esistente, senza [a sua volta] sussistere in virtù
dell'accidente. Ecco perché la sostanza è quel che è anteriore nell'esseré.
Che poi un accidente possa essere in un [altro] accidente, è innegabile: la
velocità è nel movimento, la rettitudine nella linea, la figura piana nella super-
ficie; gli accidenti, inoltre, sono rapportabili sia all'unità sia alla molteplicità,
le quali - come ti mostreremo - sono tutte accidenti. Tuttavia, se anche un
accidente si trova in un altro accidente, entrambi sono poi [a loro volta] insie-
me in un soggetto, e a farli sussistere tutti e due, essendo sussistente' per se
stesso, è quel che è realmente un soggetto.
Ora, molti di coloro che pretendono di [possedere] la conoscenza ritengono
possibile che una stessa cosa sia al contempo una sostanza e un accidente 7 in
rapporto a due cose [diverse]. Il calore- dicono- è un accidente in qualcosa
di diverso dal corpo del fuoco, mentre nell'insieme del fuoco 8 non è [mai] un
accidente perché vi esiste9 come una parte, e inoltre non può essere rimosso
dal fuoco, il fuoco permanendo [tale]; esso, dunque, non esisterebbe nel fuoco
come vi esiste l'accidente e, non esistendovi come esiste l'accidente 10 , -
[dicono] - vi esiste come esiste la sostanza. Ma questo è un grave errore, e
benché non fosse quello il luogo [per discuterne], ne abbiamo già trattato a
sufficienza nei primi [trattati] della Logica 11 • In effetti, è solo là che costoro
hanno errato a questo riguardo 12 •

Deinde iam aestimaverunt multi qui se reputabant sapientes quod aliqua res est substan-
tia et accidens simul secundum respectum ad duo. Dixerunt enim quod calor accidens est
corpori ignito, sed igni generaliter non est accidens, eo quod est in eo sicut pars eius; et
etiam, quia non potest removeri ab igne, ita ut remaneat ignis. Igitur esse eius in igne non est
ut esse accidentis in eo; si enim esse eius in eo fuerit ut esse accidentis in eo, tunc esse eius
in eo non erit ut esse substantiae; et hic est magnus error. De hoc autem iam satis diximus
[67] in principio logicae, quamvis ibi non esset locus eius, sed quia ipsi erraverunt ibi.
140 [59]

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Dicemus etiam iam notum esse ex praeteritis, quod inter id in quo aliquid est et subiec-
tum differentia est. Subiectum enim intelligitur id quod iam est in sua specialitate existens
per se, et deinde fit occasio existendi aliud in se, non sicut Pars eius. ld vero in quo aliquid
est, est id in quo, cum aliquid advenit, fit per illud alicuius dispositionis, cuius non erat, et
hoc potest vocari materia subiecta. lgitur non est procul ut aliquid sit in alia, quod aliud non
fit per se species existens perfecta in etiectu, sed acquiritm· sibi sua existentia ex eo quod
advenit in illud, salurn vel cum alia vel cum aliis quae, cohvenientia, faciunt illud esse in
effectu ve l faciunt illud speciem aliquam. Illud igitur quod si c venit in aliquid, sine dubio est
in eo non ut aliquid est in subiecto, quoniam non convenit dicere quod sit in aliquo nisi in
universitate vel in materia subiecta, et est in universitate vel in materia subiecta sicut pars.
TRATTATO SECONDO - SEZIONE PRIMA 141

[59] Diciamo allora che nella trattazione precedente si è già appreso che vi
è una differenza fra il luogo di inerenza e il soggetto 13 : con soggetto si intende
ciò che, essendo sussistente in se stesso e nella propria specificità 14, viene poi
ad essere una causa perché vi sussista qualcosa che in esso non è come una sua
parte; luogo di inerenza è invece ogni qualcosa cui inerisca qualcos'altro e che,
in virtù di quest'ultimo, venga a trovarsi in un determinato stato. Non è quindi
inverosimile che una cosa esista in un luogo di inerenza e che tale luogo di ine-
renza non sia per se stesso una specie sussistente, perfetta e in atto, ma ottenga,
anzi, di sussistere soltanto a partire da ciò che vi inerisce o da solo, o con qual-
cos'altro, o [con] altre cose che, congiuntamente, fanno sì che tale cosa 15 sia
qualcosa di esistente in atto, oppure [fanno sì che essa sia] una specie determi-
nata. E ciò che inerisce a un simile luogo di inerenza è senz'altro qualcosa che
esiste non in un soggetto 16; questo perché non si può dire che [qualcosa] è in
qualcos'altro, se non in quanto [si intende] o che è nell'insieme oppure che è
ne/luogo di inerenza. Se è nell'insieme, vi si trova come una parte, mentre il
soggetto è ciò 17 in cui la cosa si trova senza essere come una sua parte; se,
invece, è nel luogo di inerenza, esso non vi si trova [necessariamente] come
qualcosa che si sia dato in altro nel senso che tale [altro] sia qualcosa che sus-
siste in atto come una specie e che fa quindi sussistere quel che vi inerisce 18 •
Anzi, il luogo di inerenza lo abbiamo [appena] preso in considerazione come
tale da sussistere in atto soltanto in quanto quel che vi inerisce lo fa sussistere 19
e20 lo abbiamo considerato tale che la sua specificità21 si porti a compimento
soltanto in virtù di [quel che vi inerisce]; [questo] quando la sua specificità si
dà - o viene ad essere specificità22 - solo in quanto si mettono insieme più
cose, il cui insieme costituisce quella [sua] data specie.
È evidente, dunque, che alcune cose che sono nel luogo di inerenza non
sono in un soggetto; stabilire poi [l'esistenza] di quel che è in un luogo di ine-
renza e non in un soggetto è ciò di cui dovremo occuparci fra poco e, quando
lo avremo fatto, [vedremo] che si tratta della cosa cui, in un caso simile23 , si
dà propriamente il nome di "forma", anche se, per omonimia, abbiamo chia-
mato "forma" anche qualcosa di diverso da essa. E poiché quel che esiste [60]

Subiectum igitur est id in quo est aliud non sicut pars eius; in materia vero subiecta est non
sicut id quod venit in aliud quod iam existit species in effectu et constituit ipsum; hanc enim
materiam subiectam non posuimus constitui in effectu nisi per consti-[68]tutionem eius
quod venit in illam, vel posuimus id quod non perficitur < ... > nec acquiritur nec fit eius spe-
cialitas nisi ex coniunctione rerum quarum collectio est ipsa species.
Manifestum est igitur ex hoc quia id quod est in materia subiecta non est in subiecto;
stabilire autem quid sit id quod est in materia subiecta et non in subiecto, in proximo stude-
bimus. Quod cum ostenderimus, erit illud quod in hoc loco appropriamus nomine formae,
quamvis etiam aliud praeter ipsum vocemus formam communione nominis. Postquam id
quod est non in subiecto est id quod vocatur substantia, tunc forma etiam substantia est; sed

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142 ., . [60]

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materia subiecta quae non est in alia subiecta materia non est in subiecto sine dubio; omne
autem quod est in subiecto est in subiecta materia, sed non convertitur: tunc materia subiecta
vera substantia est.
lam autem nosti, ex proprietatibus quas habet necesse esse, quod necesse esse non est
nisi unum, et quia id quod habet partes et id quod est coaequale ad esse eius quod est neces-
se esse non est necesse esse: ex hoc igitur scies quod hoc compositum et hae omnes partes
in se sunt possibile esse, et sine dubio habent causam quae facit debere i Ila esse.
TRATIATO SECONDO- SEZIONE PRIMA 143

non in un soggetto è quel che si chiama "sostanza", ecco che anche la forma~
"sostanza"24 . Quanto a quel luogo di inerenza25 che non è in un altro luogo di
ìnerenza, esso senz'altro non è in un soggetto, perché qualunque [cosa sia] esi-
stente in un soggetto esiste in un luogo di inerenza, ma non l'inverso 26 . Così,
quel che è realmente luogo di inerenza è anche sostanza, e anche questo insie-
me [di materia e forma] è sostanza 27 •
Tra le proprietà che spettano al necessariamente esistente - lo hai già
appreso - vi è che esso non è se non uno, mentre quel che è dotato di parti o28
quel che ha un omologo29 della propria esistenza non è necessariamente esi-
stente. E a partire da ciò si conosce, quindi, che questo composto e in se stesse
tutte queste parti sono possibilmente esistenti e devono quindi avere una causa
che renda necessaria la loro esistenza.
Perciò, in primo luogo, diremo che ogni sostanza o è un corpo o è altro da
_!!n corpo; se è altro da un corpo, o è parte di un corpo o non è parte dj un
corpo ed è anzi qualcosa di interamente separato dai corpi; se è parte"'di un
corpo, o è la sua forma o è la sua materia; se è separata, non essendo parte di
un corpo, allora o le appartiene un certo vincolo con cui dirigere i corpi, facen-
doli muovere - e si chiama allora "anima" - oppure è sotto ogni aspetto libera
da [vincoli] materiali 30 e si chiama "intelligenza". E noi ci occuperemo di sta-
bilire ognuna di queste divisioni.

Primum igitur dicimus quod omnis substantia ve! est corpus ve! non corpus. Si autem
fuerit non corpus ve! erit pars corporis ve! non erit pars corporis, sed est separatum omnino
a corpore. Si autem [69] fuerit pars corporis, tunc ve! erit formalis ve! materialis. Si autem
fuerit separatum quod non si t pars corporis, ve! habebit ligationem aliquo modo cum corpo-
ribus propter motum quo movet illa et vocatur anima, ve! erit separatum a materiis omnimo-
do et vocatur intelligentia. Nos autem stabiliemus unamquamque istarum divisionum.
144 [61]

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II
CAPJTULUM DE CERTITUDINE SUBSTANTJAE CORPOREAE ET DE EO QUOD COMPONJTUR EX EA

[69] Primum autem in hoc est cognitio corporis et certitudo suae quidditatis.
Manifestatio autem quod corpus est substantia una continua non composita ex partibus indi-
visibilibus iam assignata est. Cognitio vero eius et verificatio eius erit hic. Iam autem fuit
usus dicere quod corpus est substantia longa, lata et profunda, et oportet ut nos considere-
mus hoc quomodo sit. Ex unoquoque enim istorum verborum, scilicet latum et longum et
profundum, intelliguntur diversa. Aliquando enim dicitur longitudo linea quocumque modo
fuerit; aliquando dicitur longitudo maior duarum linearum contìnentium superficiem; ali-
quando dicitur longitudo maiores dimensiones extensae [70} intersecantes se quocumque
145

SEZIONE SECONDA

IN CUI SI DETERMINA CHE COSA SIANO


LA SOSTANZA CORPOREA E CIÒ DI CUI ESSA SI COMPONE 31

La prima cosa [di cui dobbiamo trattare] è conoscere il corpo e determina-


re che cosa esso sia realmente 32 . Ora, che il corpo sia una sostanza una, conti-
nua, e non sia composto da parti che non si dividono in parti, lo abbiamo già
mostrato esaurientemente 33 ; quanto a determinarne la realtà e a definirlo 34 ,
l'abitudine corrente è che si dica: il corpo è una sostanza lunga, larga e
p~ofonda 35 ; è quindi necessario che esaminiamo come sia tale [definizione,
avvertendo] però che con ognuno dei termini "lunghezza", "larghezza" e
''profondità" si comprendono cose diverse.
A volte, infatti, si parla di "lunghezza" per la linea, qualunque essa sia,
mentre talvolta, tra due linee che contornano una superficie, "lunghezza" si
dice di quella dalla misura36 maggiore; a volte, inoltre, si dice "lunghezza" di
quella maggiore a:a--dimensioni di diversa estensione che si intersecano,
comunque essa sia, sia essa o meno una linea; e a volte, poi, "lunghezza" si
dice della distanza che va supposta tra la testa dell'animale e quel che gli si
oppone, sia il piede o la coda37 . La larghezza, poi, si dice della superficie stes-
sa; si dice della minore di due dimensioni nella misura, e si dice della dimen-
sione che congiunge la destra alla sinistra. Anche la profondità si può dire di
una simile dimensione che congiunga due superfici, come quando [la] si pren-
de in considerazione a iniziare da sopra, in modo tale che, se si inizia dal
[punto] inferiore, essa si chiama "altezza" 38 . E questi sono i [diversi] modi
noti a questo [riguardo].
Ma non è necessario che in un corpo vi sia sempre una linea in atto: nella
sfera non vi è in atto alcuna linea, affatto, e finché essa non è in movimento,
non vi si determina alcun asse; d'altra parte, che essa sia in movimento non è

modo fuerit, sive sint lineae sive aliud; aliquando dicitur longitudo spatium positum inter
·caput et pedem hominis vel inter caput et caudam animalis. Latitudo etiam dicitur ipsa
superficies, et dicitur latitudo mensura minor duarum dimensionum, et dicitur latitudo spa-
tium quod est inter dextrum et sinistrum. Profunditas etiam dicitur spatium quod coniungit
duas superficies, sed hoc dicitur si accipitur a capite superiori; si vero accipitur incipiens a
parte inferiori, dicitur altitudo. Hae sunt igitur maneriae famosae qui bus i sta dicuntur.
Non oportet autem hoc esse in unoquoque corpore in effectu. In sphaera enim non est
linea in effectu ullo modo; nec assignatur axis in ea nisi cum movetur; non est autem ex
condicione sphaerae, scilicet ad hoc ut ipsa sit corpus, ipsam moveri sic ut appareat axis in
146 ,,. [62]

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ea ve! alia linea. Iam enim certificatum est ipsam esse corpus per id quod certificatur corpo-
reitas, et postea accidìt sibi motus vel comìtatur. Nec etìam oportet ut in corpore, ex hoc
quod est corpus, sit superficies, quia non oportet ut in eo sit superficies nisi ex hoc quod est
finitum; ad certitudinem vero ipsum essendi corpus, et ad sciendum nos illud esse corpus,
non eget ut sit finitum. Finitio enim accidentale est ei et comitans. Et ideo ad imaginandum
corpus non est necesse [71] imaginari corpus finitum; qui autem ìmaginat corpus infinitum
non imagìnat corpus non corpus, nec imaginat privationem finitionis nisi qui imaginat cor-
pus; sed errat sicut ille qui dixit quod corpus est instrumentum erravit in credulitate, sed non
erravit in imaginatione suarum partium quae sunt subiectus et praedicatus. Deinde si, ad
TRATTATO SECONDO- SEZIONE SECONDA 147

una condizione perché la sfera venga ad essere un corpo 39 [62] in modo che
così vi si manifesti un asse o un'altra linea. Essa, infatti, innanzitutto si deter-
mina come corpo in virtù di quel che determina la corporeità40 , e poi le accade
- o le consegue4 1 - il movimento. E neppure è necessario che nel corpo, in
quanto è corpo, vi sia una superficie; ciò infatti è necessario solo in quanto è
finito, ed esso non ha bisogno di essere finito per determinarsi come corpo e
perché noi lo riconosciamo come tale: la finitezza è piuttosto qualcosa che gli
accade, un suo conseguente necessario, e perciò non si ha bisogno42 di rappre-
sentarsela del corpo quando ci si rappresenta il corpo 43 e chi si rappresenti un
corpo non finito non si rappresenta un corpo che non sia corpo. Anzi, la man-
canza di finitezza non può essere rappresentata se non da chi si rappresenti un
corpo! E tuttavia, [chi parli di un corpo infinito] sbaglia, come chi afferma
che il corpo è uno strumento sbaglia [nel giudizio] riguardo all'assenso, pur
non avendo sbagliato nell'lwere rappresentazione dei due [elementi] semplici
della [proposizione], e cioè il soggetto e il predicato44 . Inoltre, se [anche] il
corpo, per avere la propria realtà di corpo, avesse immancabilmente bisogno
di avere una superficie45 , potrebbe esservi un corpo contornato da una sola
superficie, e cioè la sfera. Tra le condizioni [necessarie] affinché il corpo sia
un corpo non c'è neppure che esso abbia dimensioni che siano l'una maggiore
dell'altra46 ; infatti, anche il cubo è un corpo con tutto che, compreso da sei
delimitazioni, non ha dimensioni che siano l'una maggiore dell'altra, in modo
da avere lunghezza, larghezza e profondità in uno dei significati [ricordati] 47 .
E che [il corpo] sia corpo non dipende poi neppure dal fatto che sia posto
sotto il cielo, in modo tale che le direzioni gli accadano a causa delle direzioni
del mondo e abbia quindi lunghezza, larghezza e profondità in un altro senso;
e [questo] benché [il corpo] abbia immancabilmente bisogno di essere o un
cielo o in un cielo.

essendum certissime corpus, necessarium esset corpori habere superficies, iam est corpus
quod circumdat superficies una. Non est etiam de condicione corporis, ad hoc ut sit corpus,
habere dimensiones excedentes se; cubus enim etiam est corpus, quamvis circumdetur sex
terminis, et tamen non sunt in eo dimensiones superantes se, licet habeat longitudinem, lati-
tudinem et spissitudinem secundum unam ex acceptionibus. Nec etiam ipsum esse corpus
pendet ex positione eius sub caelo ad hoc ut accidant ei partes propter partes mundi, et ad
hoc ut longitudo et latitudo et profunditas sint ei secundum aliam intentionem. Si enim
necesse esset illud esse vel caelum ve! in caelo, manifestum est tamen ex hoc quod, ad hoc
148 [63]

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ut ipsum sit corpus in effectu, non est necesse esse in corpore tres dimensiones in effectu
secundum praedictos modos trium dimensionum.
Si igitur hoc ita fuerit, tunc quis coget nos ponere tres dimensiones necessario esse in
effectu in corpore, ad hoc ut sit corpus? Quapropter vera descriptio corporis haec erit: cor-
pus est substantia in qua [72] potest poni dimensio quocurnque modo volueris incipere, et
illa a qua primum inceperis erit longitudo; deinde potest poni alia dimensio secans illam
secundum rectos angulos, et illa erit latitudo; et iterum potest poni tertia dimensio interse-
cans illas orthogonaliter in eodem loco sectionis; et deinceps non potest poni ulla alia linea
perpendicularis hoc modo praeter has tres. Et quia corpus est huiusmodi, idcirco dixerunt
TRATTATO SECONDO- SEZIONE SECONDA 149

[63] Ora, da tutto ciò è evidente che- affinché il corpo sia [tale] in atto-
non è necessario che in esso siano in atto tre dimensioni nei modi in cui
[comunemente] si comprendono le tre dimensioni. E così stando le cose, come
potremmo essere obbligati a supporre tre dimensioni esistenti in atto nel
corpo, affinché [il corpo] sia corpo? Il significato di questa "definizione
descrittiva"48 del corpo sarà piuttosto che il corpo è la sostanza in cui ti è pos-
sibile supporrr: .una dimensione che abbia inizio dove vuoi di modo che
quell'inizio sia la lunghezza; poi ti è possibile supporre in esso anche un'altra
dimensione che intersechi quella [precedente] ad angolo retto: questa seconda
dimensione sarà la larghezza; e ti è possibile [infine] supporre in esso una
terza dimensione che intersechi queste due dimensioni secondo angoli retti, in
modo tale che le tre si incontrino su di uno stesso punto, senza che ti sia possi-
bile supporre alcun'altra dimensione, perpendicolare in questo [stesso] modo
ma diversa da queste tre.
È quindi perché il corpo è in questo modo che esso si designa come
"lungo, largo e profondo" 49 , come si dice che il corpo è quel che è divisibile in
tutte le dimensioni. E ciò non significa che [il corpo] sia diviso in atto 50, in
modo definitivo, ma che per sua natura in esso è possibile supporre questa
divisione.
Ed è così che è necessario che il corpo venga definito51 , e cioè che esso è
la sostanza la cui forma è tale e che in virtù di [tale forma] è ciò che è. Poi, le
altre dimensioni che si possono supporre tra i termini [del corpo], e i suoi stes-
si termini, le sue figure e le sue posizioni sono cose che non lo costituiscono52
[come tale] ma che, piuttosto, conseguono alla sua sostanza: può essere che ad
alcuni corpi consegua una di [queste] oppure.tutte e che ad altri non consegua
nessuna di esse o alcune [soltanto]. [64] Se tu [infatti] prendessi della cera e le

quod corpus est id quod est longum, latum et profundum, sicut dicunt quod corpus est divi-
sibile in omnes dimensiones, nec intelligunt ipsum omnino dividi in effectu, sed quia huiu-
smodi est quod potest in eo poni haec divisio.
Sic igitur oportet intelligi corpus: quod ipsum est substantia cuius haec est forma qua est
id quod est. Deinde ceterae dimensiones quae ponuntur in eo inter extremitates eius, et
extremitates eius et figurae etiam et situs eius, non sunt constituentes ipsum, sed sunt conse-
quentes substantiam eius; aliquando enim differentias corporum comitatur aliquod ex his vel
omnia simul, aliquando non comitatur in aliquo corporum aliquod ex his. Si enim acceperis
150 J~l ~l - ~\.:)\~W.\ [64]

~ •.s! l.k t ~\ ..!\!.) u.J'}- l.l[ ( ' o.l.JJ.~ ;J..u,. t.lJ.M.o ..:.,l,lr:ll
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~ J .Jis' J.:i.L .l~ JL.,.,;\ -Il~ Ù" ll.,...l\ ·~L,;..._\ JL,...;I J.i

aliquam ceram et figuraveris eam taliter quod sint in ea dimensiones in effectu inter has
extremitates numeratas, mensuratas, terminatas, postea, si commutaveris ipsam figuram,
nulla earum remanebit in effectu et eadem singulariter cum eodem termino et eadem mensu-
ra, sed pro eis succedent aliae dimensiones diversae ab illis numero: hae igitur [73] sunt
dimensiones de capitulo quantitatis. Si autem evenerit ut corpus sit, sicut caelum verbi gra-
tia, quod inseparabiliter comitantur dimensiones uno modo, non est hoc illi ex hoc quod est
corpus, sed ex alia natura conservante eius perfectiones secundas.
Corporeitas igitur vera est forma continuitatis recipiens id quod diximus de positione
trium dimensionum, et haec intentio est extra mensuram et extra corporeitatem disciplina-
lem. Hoc enim corpus secundum hanc formam non differt ab alia corpore, sive sit maius
sive minus, nec comparatur ei, sive sit aequale sive numeratum per illud sive communicans
TRATIATO SECONDO- SEZIONE SECONDA 151

dessi una configurazione tale che di essa si potessero supporre in atto, tra tali
termini, dimensioni numerabili, misurabili e determinabili, poi - una volta che
tu mutassi questa figura- di quelle [dimensioni] non resterebbe niente di indi-
vidualmente uno in atto, [che fosse] con quel dato limite e quella data misura.
Avverrebbero, invece, altre dimensioni, numericamente diverse da quelle [pre-
cedenti]; queste dimensioni, infatti, sarebbero quelle che appartengono alla
categoria della quantità53 . E se capita che vi sia un corpo- come per esempio
la sfera [celeste] - cui conseguono dimensioni uniche 54 , ciò non accade in
quanto è corpo, ma piuttosto a causa di un'altra natura che conserva le sue
perfezioni seconde.
In realtà quindi la corporeità è la forma della continuità che è suscettibile
di quella supposizione delle tre dimensioni di cui abbiamo detto. E questa
nozione [di corporeità] è diversa dalla misura55 ed è diversa dalla corporeità
-in senso matematico. Questo dato corpo, infatti, in quanto gli appartiene que-
sta forma, non differisce da un altro corpo per essere più grande o più picco-
lo, né gli corrisponde per il fatto di essere eguale o contato da esso o tale da
contarlo o ancora [per essere] associato o distinto da esso; [tutto] ciò, infatti,
gli appartiene soltanto in quanto è misurabile e in quanto una parte di esso è
[tale da] contarlo; la considerazione che di esso se ne ha in questo senso è
diversa dalla considerazione della corporeità che abbiamo menzionato.
Queste sono cose che ti abbiamo già spiegato in modo più semplice in un
altro passaggio, al quale farai bene a ricorrere 56 . Ed è per questo che quando
un corpo si rarefà e si condensa perché viene riscaldato o raffreddato, la
misura della sua corporeità si altera, mentre la corporeità di cui abbiamo par-
lato non si altera e non muta.
Il "corpo fisico" è dunque una sostanza in quèsto modo; quando, invece,
diciamo "il corpo matematico", ebbene, con ciò intenzioniamo o la forma di
questo [corpo], in quanto- considerato nell'anima, ma non nell'esistenza57 - è
determinabile e misurabile, oppure una certa misura dotata di continuità in
questo stesso modo, in quanto le [appartiene] una continuità definibile e misu-
rabile, sia in un'anima58 [65] sia in una materia59 . È, infatti, come se il corpo

ei sive incommunicans; hoc enim non est ei nisi inquantum est mensuratum et inquantum
aliqua pars eius numerat illud. Et haec omnia considerantur in eo absque consideratione cor-
poreitatis quam assignavimus. Quae omnia iam plenius tibi alias ostendimus, et si opus fue-
rit, inde recolas. Propter hoc etiam est possibile ut, cum unum corpus rarificatur et densatur
calefactione et infrigìdatione, permutetur eius quantitas, sed corporeitas eius quam diximus
non permutetur nec alteretur. Igitur corpus naturale est substantia secundum hunc modum.
Per corpus autem disciplinale ve! intelligimus formam aliquam, inquantum est terminatum
et mensuratum, acceptum in anima, non in esse; ve! intelligimus per illud mensuram ali-
quam habentem continuitatem secundum hunc modum, [74] inquantum habet continuitatem
terminatam, sive sit in sculptione, sive in materia plana. lgitur corpus disciplinale in se est
152 "\0 [65]

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sicut accidentale huic corpori quod designavimus, cuius tenninus est superficies, linea vero
est terminus termini eius. De his etiam adhuc postea amplius tractabimus, cum considerave-
rimus quomodo est eis continuatio et quomodo est ipsa corpori naturali.
Primum igitur dicam quod de natura corporum est dividi, sed ad probationem huius non
sufficìt ipsa sensibilìtas. Potest enim aliquis dicere quod de corporibus sensibili bus istis nul-
lum est pure unum, eo quod sunt composita ex corporibus unitis guae non sunt sensibilia nec
possunt dividi ullo modo. Iam autem locuti sumus de destructione huius probationibus natu-
ralibus. Sed ex sententiis facili gr ad destruendum est sententi a illius qui dixìt ea esse diversa
figuris. Sed si aliquis dixerit quod naturae eorum et figurae consimiles sunt, oportebit tunc
ut eius sententiam et id quod sentit destruamus per ea <Wae dìcemus.
TRATIATO SECONDO- SEZIONE SECONDA 153

matematico fosse qualcosa che accade in sé a quel corpo di cui abbiamo chia-
rito [le proprietà]: la superficie è il suo termine e la linea il termine del suo ter-
mine. In seguito chiariremo il discorso [da farsi] a questo riguardo60 ed esami-
neremo come la continuità appartenga a queste [cose] e al corpo fisico.
Ora, in primo luogo diciamo che alle nature dei corpi appartiene di divi-
dersi, ma per stabilirlo non sono sufficienti i [dati] osservabili. Qualcuno
potrebbe dire, infatti: nessuno dei corpi osservabili è un corpo puramente
uno; [i corpi] sono anzi composti di [altri] corpi, mentre i corpi unici non
sono sensibili e non è possibile che si dividano, sotto nessun aspetto. Noi
abbiamo già trattato della confutazione di questa [dottrina] con le prove della
fisica 61 e in particolar modo [abbiamo confutato] la dottrina più facile da con-
traddire e cioè quella di chi fa consistere la differenza tra [gli atomi] nelle
figure. Ma se qualcuno dice che le nature [degli atomi] e le loro figure sono
fra loro simili, allora è necessario confutare la dottrina e l'opinione di costui
con quanto [ora] dirò.
[E cioè] - diremo - se del più piccolo dei corpi si facesse [qualcosal in cui
non vi è divisione - né in potenza, né in atto - in modo da essere tutto come
un punto, allora il suo statuto sarebbe senz'altro lo statuto del punto nel senso
che a partire da un tale corpo non potrebbe comporsi il corpo sensibile.
E se così non fosse, ma al contrario in esso fosse per essenza possibile iso-
lare62 una sua sezione da un'altra - anche se non in virtù di quel tipo 63 di
sezionamento che separa le due sezioni che vi si possono supporre con I'esti-
mativa64, allora - diremo - lo stato di ciò che si avrebbe tra le due sezioni
[così ottenute] differirebbe dallo stato di ciò che si ha tra una parte [indivisibi-
le] e l'altra, nel senso che le due parti [indivisibili] non si saldano [l'una
all'altra], e le due sezioni non si separerebbero, [e ciò] per una differenza
dovuta alla natura [66] della cosa e alla sua sostanza65 , oppure a causa di qual-

Dico igitur quod si posuerit minimum ex corporibus esse indivisibile in potentia et


effectu, ita ut omnino si t quasi punctum, tunc iudicium de ipso corpore eri t sicut iudicium de
puncto in impossibilitate componendi corpus sensibile ex ilio. Si vero non fuerit ita, sed fue-
rit in se tale ut possit una pars eius abscindi ab alia parte, tamen sectio [75] quae separat
duas partes quas potuit ponere in eo, non est illius naturae ut in effectu possit intelligi. Dico
enim quod dispositio inter divisionem et divisionem quae est diversitas qualis est dispositio
inter partem et partem, secundum quod duae partes non coniunguntur et secundum quod
duae divisiones non separantur in effectu, non potest esse qui n si t ve! ex natura rei et ex sub-
stantia eius, ve! ex causa, extrinseca praeter naturam et substantiam eius.
154 Jl:ll j,.UJI - 4•..:1:!1 ~W.I "''l [66)

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Si autem fuerit ex causa extrinseca praeter naturam et ~ubstantiam, tunc ve! erit causa
per quam constituitur natura et substantia in effectu, sicut est forma materiae et sicut est
subiecta materia accidenti, vel erit causa per quam non constituitur. Si autem fuerit ex causa
per quam non constituitur, tunc potest concedi quod, secundum naturam et secundum sub-
stantiam, est inter illas duas coniunctio separationis et sep<rratio coniunctionis; haec igitur
natura corporalis comparatione sui receptibilis est divisionls, sed tamen non dividitur nisi
per causam extrinsecam, et tantum sufficit ad id in quo sumus. Vel erit illa causa per quam
constituitur unaquaeque partium, habens partem in constitu-[76]tione suae quidditatis et
naturae, ve! constituens illas esse in effectù-non habens pru:tem in constitutione quidditatis
earum, quia diversitas est in hoc. Primum vero quod accìdlt ex hoc est quod haec corpora
different substantiis. Isti autem non tenent hoc. Secundurr, est quod naturae corporeitatis
TRA TIATO SECONDO- SEZIONE SECONDA 155

cosa di esterno alla natura e alla sostanza. Ora, se [la ragione di ciò] è una
causa [che proviene] dall'esterno della natura e della sostanza [dell'atomo],
allora: o essa sarà una causa in virtù della quale la natura e la sostanza sussi-
stono in atto - come è la forma per la materia66 e il luogo di inerenza67 per
l'accidente -, oppure non sarà una causa in virtù della quale [esse] sussisto-
no68. Se non si deve a una causa in virtù della quale sussistono69 , allora, per
quanto riguarda la natura e la sostanza, [le due sezioni] potranno ricongiunger-
si dopo essersi separate, e separarsi dopo essersi congiunte. In tal modo, que-
sta data natura corporea [dell'atomo], considerata in se stessa, riceverebbe la
divisione e sarebbe indivisibile 70 solo in virtù di una causa che proviene
dall'esterno; e già stabilire questo ci sarebbe sufficiente per quel che stiamo
trattando. Se, invece, ognuno degli atomi 71 sussistesse in virtù di tale causa -
nel senso di una sussistenza interna alla natura [del!' atomo] e alla sua quid-
dità, oppure nel senso di una sussistenza che riguardi la sua esistenza in atto
senza entrare nella sua quiddità e sia a questo riguardo differente 72 - ecco che
nel primo caso, questi corpi [atomici] dovrebbero essere differenti per quanto
riguarda le sostanze - ma ciò costoro non lo sostengono; nel secondo caso,
poi, tale [divisibilità], non essendo impossibile per la natura della corporeità
loro propria, sarebbe per essa impossibile solo in quanto una forma l'avrebbe
specificata in tal modo. Ma noi questo non lo consideriamo impossibile: può
accadere che alla corporeità si accompagni qualcosa che renda un corpo sussi--
stente secondo una specie che non accetta né la divisione né la continuità con
altro da sé, e anzi questo è proprio ciò che noi affermiamo della sfera [cele-
ste]; e ciò di cui qui si aveva bisogno è appunto che fosse la natura della cor-
poreità- in quanto natura della corporeità- a non impedire [questo] 73 •
Ora - diremo - abbiamo innanzitutto stabilito che la realtà della corporeità
in quanto corporeità non è tale da non essere divisibile: alle nature corporee74
spetta sempre, infatti, di essere divisibili; ne risulta così manifestamente che la
forma del corpo e le dimensioni sussistono in qualcosa. Ed ecco perché: o que-
ste dimensioni sono la stessa continuità75 , oppure sono un qualcosa che accade
alla continuità- secondo quanto verificheremo- senza essere le [stesse] cose

quam habent non est hoc inconveniens, sed est ei inconveniens hoc inquantum est formn
suae specialitatis. Nos autem non negamus hoc; possibile est enim adiungi corporeitati ali-.
quid quod faciat corpus esse speciem quae non recipit divisionem nec continuationem cum
alio a se, sicut fit in caelo. Quod autem nobis necessarium est hic, hoc est scilicet ut natunt
corporeitatis non prohibeat hoc inquantum est natura corporeitatis. Primo igitur dicam no~
iam certificasse quod corporeitas, inquantum est corporeitas, non est nisi receptibilis divisio·-
nis; igitur in natura corporeitatis est recipere divisionem.
Igitur manifestum est ex hoc quod forma corporis et dimensiones sunt existentes in ali-
quo; et hae dimensiones ve! sunt ipsa continuatio, vel sunt aliquid cui accidit continuatio,
sicut adhuc certificaberis quod illae sunt res quibus accidit continuati o; verbum enim dimen-
156 [67]

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sionum est nomen ipsarum quantitatum continuarum, non rerum, quibus accidit continuatio.
Id autem quod est ipsa continuatio ve! continuum in se, impossibile est ut remaneat ipsum,
continuatione [77] destructa. Omnis enim continuatio est dimensio quae, cum separatur,
destruitur illa dimensio et acquiruntur aliae duae dimensiones; similiter etiam cum restaura-
tur continuatio, scilicet continuatio secundum quod est differentia, non accidens (iarn enim
ostendimus hoc alias), restauratur etiam alia dimensio et destruitur quicquid erat proprium
unicuìque illarum. Igitur in corporibus est aliquid quod est subiectum continuationi et
discontinuationi propter ìd continuationis quod accìdit mensuris terminatis. Corpus enìm,
inquantum est corpus habens formam corpoream, est quiddam in effectu; inquantum vero
aptum est ad quarnlibet mensuram, est in potentia. Res autem secundum quod est in potentia
TRATIATO SECONDO~ SEZIONE SECONDA 157

cui accade [67] la continuità. Il termine "dimensioni" è, infatti, un nome [che


si dà] alle stesse quantità continue, non alle cose alle quali accade la conti-
nuità. Ora, è impossibile che ciò che è la stessa continuità, o il continuo in sé,
permanga così come è in se stesso, una volta che sia venuta meno la
continuità76 : la continuità dì una dimensione 77 è sempre tale che, una volta
sezionata, [accade che] questa [determinata] dimensione venga meno e che si
ottengano altre due dimensioni; e analogamente [ciò avviene] quando si ha78
una continuità, intendo [dire quando si ha] la continuità nel senso in cui essa è
una differenza [specifica] e non un accidente; lo abbiamo già mostrato in un
altro passaggio: si produce un'altra dimensione e tutto ciò che era proprietà
[delle dimensioni precedenti] si vanifica. Nei corpi, dunque, vi è qualcosa
(say') [che funge da] soggetto per la continuità e per la discontinuità e per le
misure determinate che accadono alla continuità.
Inoltre, il corpo in quanto è un corpo cui appartiene la forma della corpo-
reità è una cosa in atto, mentre in quanto è preparato, di qualunque preparazio-
ne tu voglia, è in potenza; ciò che in potenza è una [certa] cosa non è in atto
un'altra cosa, anche se la potenza appartiene al corpo non in quanto gli appar-
tiene I'atto 79 ; la forma del corpo, infatti, in quanto è forma, accompagna
un'altra cosa, diversa rispetto ad esso80 • Il corpo quindi è una sostanza compo-
sta da un elemento (say ') a partire dal quale gli appartiene la potenza, e da un
elemento (§ay') a partire dal quale gli appartiene l'atto: ciò in virtù di cui gli
appartiene l'atto è la sua forma, mentre ciò a partire da cui [il corpo] è in
potenza è la sua materia (maddatu-hu), e cioè la hule (hayiila).
Qualcuno però potrebbe sollevare una questione e dire 81 che anche la
materia (hayiila), essendo in se stessa materia (hayiila) e sostanza in atto ed
essendo inoltre "preparata a", è composta. Diremo, allora, che la sostanza
della materia (hayiila) e il suo essere in atto materia (hayiila) non sono niente
altro che il fatto che essa è una sostanza "preparata a questo", e che la sostan-
zìalità che le appartiene non la rende in atto una data cosa tra le cosé 2, [68]

est aliqua res, et ipsa est alia res secundum quod est in effectu; est igitur potentia corpori,
sed non inquantum est sibi effectus; igitur forma corporis coniuncta est alii inquantum est ei
forma. Corpus igitur est substantia composita ex quodam per quod habet potentiam, et ex
quodam per quod habet effectum. Id autem per quod habet effectum est forma eius, per
quod vero habet potentiam est materia eius, et hoc est hyle.
Potest autem aliquis opponere dicens quod hyle etiam composita est, quia ipsa in se est
hyle et substantia in effectu, et est etiam adaptata. Dico igitur quod substantia hyle et suum
esse hyle in [78] effectu non sunt aliud quam substantia adaptata. Substantialitas enim quam
habet non facit eam esse in effectu aliquam rerum, sed adaptat eam ad essendum aliquid in
158 Jl:JI J....All - 4~~1 ~Lil.l [68]

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...rf.J . "="') ~ 14 \!U,;_, '-:(.li~ l.L ~.JÌ ,.,)J~ .!Ili) •)~ •.:v,

effectu per formam. Substantialitas enim eius non intelligitur aliud nisi guia est aliguìd quod
non est in subiecto; per hoc autem quod non intelligitur aliud nisi quia est aliquid, < ... > sed
quod non est in subiecto, negatio est; ex hoc autem quod ipsa dicitur aliquid, non sequitur
ipsam esse aliquid designatum in effectu, naro hoc commune est. Res vero non fit in effectu
per aliguid commune, nisi habuerit differentiam per guam approprietur; differentia vero eius
est guod est apta ad quodlibet. Igitur forma quam putant esse eius est quod est apta, recepti-
bilis. lgitur non est hic certitudo hyle una per quam sit in effectu et alia certitudo per quam
sit in potentia, nisi forte sibi evenerit certitudo extrinsecus per guam fiat in effectu. lgitur
ipsa in se et respectu sui esse est in potentia, sed haec certitudo extrinsecus adveniens est
forma. Comparatio autem hyle ad has duas intentiones similior est comparationi sìmplicis ad
id quod est genus et differentia guam comparationi compositi ad id quod est hyle et forma.
TRATIATO SECONDO- SEZIONE SECONDA 159

ma la prepara invece affinché, in virtù della forma, essa possa essere una
[determinata] cosa in atto. La sua sostanzialità non significa se non che essa è
"qualcosa (amr) che non è in un soggetto" 83 , laddove ciò che vi viene afferma-
to è che essa è "qualcosa" (amr), mentre il fatto che essa non è in un soggetto,
è una negazione. [Ora, dal fatto] che essa è "qualcosa" non consegue che essa
sia una cosa determinata in atto, perché questo è un qualcosa di comune [ad
altro], e una cosa, in virtù di ciò che è comune, non viene a essere alcunché in
atto, finché non ha una differenza che le sia propria: la differenza [della mate-
ria] starebbe [allora] nell'essere preparata a ogni cosa e la sua forma,- quella
che si riterrebbe sua - starebbe nel fatto che essa è qualcosa che è "preparato
a" e che riceve. Ma dunque per la materia (hayiilii) non c'è una realtà in virtù
della quale essa sia in atto e un'altra realtà [in virtù della quale essa sia] in
potenza; a meno che non le sopraggiunga una realtà dall'esterno: [allora] essa
viene ad essere in atto in virtù di questa [realtà] -e questa realtà è la forma-
mentre in se stessa e per quanto riguarda la considerazione dell'essere della
sua essenza, essa è in potenza. E il rapporto della materia (hayiilii) con queste
due intenzioni84 è più simile al rapporto [istituito dal] semplice nei confronti di
quel che è genere e differenza [specifica], che al rapporto del composto con
quel che è materia (hayùlii) e forma.
E qm ciò è evidente che la forma della corporeità in quanto tale ha biso-
gno di una materia (miidda); e poiché la natura della forma della corporeità in
se stessa, in quanto forma di corporeità, non ha differenze, essa è una natura
una e semplice che non può specificarsi in virtù di differenze che si introduca-
no in essa in quanto corporeità; se vi si introducessero delle differenze, infatti,
esse sarebbero cose che le si aggiungerebbero dali' esterno e sarebbero ancora
una delle forme che accompagnano la materia: il loro statuto insieme ad essa
non sarebbe quello delle vere differenze. Ne è prova evidente il fatto che,
quando la corporeità [di una cosa] differisce dalla corporeità di un'altra
[cosa] 85 , ciò è in virtù del fatto che [per esempio] una [cosa] è calda e l'altra è
fredda o che questa ha una natura celeste 86 e quella una natura terrestre.
Questa [forma di corporeità] non è [69] come l'estensione (miqdiir) 87 , che in

Manifestum est igitur'ex hoc quod forma corporeitatis inquantum est forma corporeitatis
eget materia et quod natura formae corporeitatis, inquantum est forma corporea, ipsa in se
non diversificatur, quia est una natura simplex, quae non potest specificari differentiis super-
venientibus sibi inquantum est corporea. Sed si supervenerint [79] differentiae quae sint res
sibi extrinsecus adiunctae, erunt aliquae ex formis separabilibus a materia, et iudicium de eis
non eri t quale est iudicium de veris differentiis.
Manifestatio autem huius haec est quod una corporeitas non diversificatur ab alia corpo-
reitate, nisi quia haec est calida et illa frigida, ve! quia ista est natura caelestis et illa habet
naturam terrestrem. Non est autem hoc sicut mensura quae non est in se res terminata inte-
160 [69]

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rim dum non specificatur in lineam ve! superficiem ve! corporalem, nec sicut numerus qui
non est res terminata interim dum non specificatur in duo vel tria ve! quattuor; qui, cum ter-
minatur, non terminatur per aliquid sibi extrinsecus adiunctum quasi natura generalitatìs,
sicut quantitas et numeralitas, non si t sine illa natura existens et potens signarì, nisi adiunga-
tur sibi natura qua specificetur; immo dualitas ipsa est numeralitas quae dicitur de dualitate
et appropriatur per eam, et longitudo ipsa est ipsa quantitas quae dicitur de ea et approprìatur
per eam. Hic autem non est sic, quia cum corpo-[80jreitati adiuncta fuerìt alia forma quae
non est differentia quam putant, eius coniunctio cum corporeitate non faciet corporeitatem,
TRATTATO SECONDO- SEZIONE SECONDA 161

se stessa non è alcunché di dato finché non si specifica in quanto linea o super-
ficie o corpo; né è come il numero che non è alcunché di dato finché non si
specifica come due o tre o quattro. Inoltre, quando [l'estensione o il numero] 88
si attuano [come un che di dato], ciò non accade in quanto si aggiunge loro
qualcosa dall'esterno, [come se] al di sotto della natura generica89 - come
quella dell'estensione o quella numerica- vi fosse una natura sussistente, desi-
gnabile, alla quale si aggiungesse un'altra natura così da specificarsi in virtù di
questa. Al contrario, la stessa natura della duplicità è la [natura] numerica che
si predica della duplicità e che propriamente le appartiene, e la stessa longitu-
dinalità è la [natura] estensionale che di questa si predica e che propriamente le
appartiene. Nel nostro caso, invece, non è così: quando alla corporeità si
aggiunge un'altra forma, non è che questa data forma, che è ritenuta una diffe-
renza [specifica], e la corporeità costituiscano in virtù della loro riunione una
"corporeità". Al contrario! La corporeità sarà una delle due [forme] 90 , data e in
se stessa realizzata. Infatti, noi qui con "la corporeità" intendiamo dire quella
che è come la forma, non quella che è come il genere; e hai già appreso la dif-
ferenza fra le due [cose] nel Libro della dimostrazione 91 ; qui ti verrà dato un
chiarimento e una dimostrazione di tale [questione], ma la differenza tra le due
[cose] l'hai già individuata in quel che ti si è chiarito e reso evidente.
Infatti, le [varie] specie di tutto ciò che è estensione possono differire in
virtù di cose che appartengono loro in se stesse, ma quanto all'estensione in
senso assoluto, in se stessa essa non ha nessuna di queste [cose]: l'estensione
in senso assoluto non ha alcuna essenza stabilita se non in quanto è una linea o
una superficie; ed è quando essa sì dà come linea o come superficie che può
essere che alla linea appartenga in se stessa di differire dalla superficie in virtù
di una differenza che si dà per la natura dell'estensione [in quanto] linea o
superficie.

quia corporeitas quae est una ex illis est terminata in se et certificata, nisi intellexerimus hic
corporeitatem eam quae est sicut forma, non quae est sicut genus. lam autem nosti differen-
tiarn inter illa in Libro demonstrationum. Hoc autem adhuc arnplius monstrabimus, quarnvis
ex praedictis iarn certificatus sis de differentia inter illa. Quod enim fuerit sicut mensura,
species eius poterunt differre per aliqua quae sunt in eis; mensura vero absoluta non habet in
se aliquid horum, quoniarn mensurae absolutae non acquiretur essentia in se, nisi fuerit linea
ve! superficies; cum autem fuerit linea ve! superficies, poterit tunc linea differre a superficie
per differentiam quae facit naturarn quantitativam esse linearn vel superficiem.
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Corporeitas vero quam designavimus est in seipsa natura acquisita: non enim acquirit
sibi specialitatem suam aliquid quod adiungatur ei, ita ut, si putaremus non esse adiunctum
corporeitati aliquid, ipsa non esset corporeitas, sed est corporeitas tantum, quae non potest
esse acquisita in nostra anima nisi materia et continuatio. Similiter [81] etiam fit, si posueri-
mus cum continuatione aliquid aliud, non quod continuatio non acquiritur nobis nisi per
adiunctionem eius cum illa: aliis etiam rationibus manifestabitur quod continuatio non est in
effectu sola. Non enim quia res non est in effectu, ideo non est acquisita eius natura: albedo
enim et nigredo unaquaeque est acquisita natura et intentio propriata proprietate quam habet
in seipsa, et tamen non habet esse in effectu nisi in materia.
TRATI ATO SECONDO- SEZIONE SECONDA 163

[70] La corporeità di cui stiamo parlando, invece, è in se stessa una natura


data; la sua specificità [cioè] non si dà in virtù di qualcosa che le si aggiunge
come se, immaginando che alla corporeità non si sia aggiunto nulla e che anzi
essa sia [solo] corporeità, nelle nostre anime non si potesse avere 92 che una
·materia e una continuità soltanto93 • E analogamente, quando con la continuità
stabiliamo [esistente] qualcos'altro, ciò non è perché per noi la continuità non si
dà in se stessa se non in virtù del fatto di essere in relazione con [qualcos'altro]
e di esserne accompagnata, ma invece perché, con altri argomenti [probanti],
risulta evidente che la continuità non esiste in atto da sola. Ma il fatto che una
data cosa non esista in atto [da sola] non [significa] che la sua natura non sia
qualcosa di dato: [nel caso del] bianco e del nero, infatti, la natura di ognuno dei
due si dà secondo un'intenzione determinata, la più completa nella sua determi-
nazione, che è quella che riguarda la sua essenza; poi però nessuno dei due può
esistere in atto se non in una materia.
Quanto all'estensione in senso assoluto, è impossibile che essa si dia come
natura designabile, se non in quanto se ne fa obbligatoriamente una linea
oppure una superficie, in modo che sia possibile che esista. [Cioè] non è che
l'estensione possa esistere come estensione, e che poi a questo segua che essa
sia una linea o una superficie, nel senso in cui queste sarebbero qualcosa senza
di cui [l'estensione] non esisterebbe94 in atto, pur avendo un'essenza data.
Non è così. Anzi, si ha rappresentazione della corporeità che esiste in virtù
delle sue cause - quelle in virtù delle quali e nelle quali essa esiste - essendo
essa soltanto corporeità, senza aggiunta, mentre non si ha rappresentazione
dell'estensione che esiste in virtù delle sue cause- quelle in virtù delle quali e
nelle quali essa esiste - essendo essa soltanto estensione, senza aggiunta. Una
data estensione, infatti, ha bisogno per sé di differenze per esistere come qual-
cosa di dato e tali differenze sono entità ad essa essenziali e non comportano
che per via della loro attuazione essa divenga qualcosa di diverso dall'esten-

Mensura vero absoluta, impossibile est ut sit natura aliqua, nisi ponatur necessario linea
ve! superficies, et sic potest habere esse, non quod menstira possit esse mensura et deinde
sequatur ut si t linea ve! superficies. Ipsa enim est res quae non habet esse in éffectu sine illa,
quamvis si t acquisita essentia eius. Hic autem non est sic; corporeitas enim imaginatur esse
per causas per quas et in quibus habet esse,< ... > et est mensura tantum sine additione. Unde
mensura in se eget differentiis quibus fiat res acquisita, et ipsae differentiae essentiales sunt
164 VI [71]

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ei, sed tamen non faciunt debere ipsam esse aliquid aliud a mensura. Ergo potest esse ut
mensura differat a mensura in aliquo quod est ei per essentiam.
[82] Forma vero corporeitatis, inquantum est corporeitas, est una natura simplex acqui-
sita non habens in se diversitatem, et ideo forma corporeitatis simplicìter non differt a forma
corporeitatis simpliciter per differentiam intrantem in corporeitatem. Quod enim sequitur
TRATI ATO SECONDO - SEZIONE SECONDA 165

sione: [71] perciò è possibile che un'estensione differisca da un'altra estensio-


ne95 in qualcosa che le appartiene per essenza96 •
Quanto alla forma della corporeità in quanto corporeità, ebbene essa è urta
natura una, semplice, [in sé] data, senza differenziazione al proprio interno; e
una pura forma della corporeità non differisce 97 da un'altra pura forma de]\a
corporeità in virtù di una differenza che sia interna alla corporeità. Quel che la
accompagna, [d'altronde], la accompagna soltanto in quanto98 è qualcosa di
esterno alla sua natura: perciò non può esservi una corporeità che abbia biso-
gno di una materia e una corporeità che non abbia bisogno di una materia. I
concomitanti esterni non possono, sotto nessun aspetto, dispensarla del biso-
gno della materia; il bisogno della materia, infatti, è soltanto della corporeità e
di ogni [cosa] dotata di materia per sé, ed è della corporeità in quanto corpo-
reità, non in quanto essa è una corporeità insieme a un qualche concomitante.
Così si rivela evidente che i corpi sono composti di una materia e di una
forma.

eam, non sequitur nisi quia est extra naturam eius. lgitur impossibile est ut sit corporeitas
egens materia, et corporeitas non egens materia. Consequentia enim quae sunt extra naturam
eius, non sunt sufficientia ad hoc ut ipsa non egeat materia. Non est enim opus materia nisi
corporeitati inquantum est corporeitas cum consequenti et omni habenti materiam propter se
< ... >. Iam igitur manifestum est quod corpora composita sunt ex materia et forma.
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III
CAPITULUM QUOD MATERIA CORPORALIS NON SPGLIATUR A FORMA

Dicemus nunc quod haec materia corporalis non potest esse in effectu spoliata a forma,
sicut ostendemus in proximo: iam enim ostendimus quod ql!icquid est, in quo iam est alì-
quid existens acquisitum in effectu, et est etiam in eo praeparatio ad recipiendum aliud, illud
est compositum ex materia et forma; materia vero ultima non est composita ex materia et
forma nec potest esse sine forma. Ipsa [83] enim intellecta absque forma corporali, necessa-
rio ve! haberet situm et locum secundum esse quod haberet tunc, ve! non.
167

[SEZIONE TERZA]

A PROPOSITO [DEL FATTO] CHE LA MATERIA CORPOREA


NON SI SPOGLIA DELLA FORMA

Diremo, ora, che è impossibile che questa materia corporea esista in atto
spogliata della forma. Questa affermazione la chiarisce rapidamente quanto
abbiamo già messo in evidenza [e cioè] che ogni essere in cui esista qualcosa
che è in atto, dato e sussistente, e [in cui esista] anche una preparazione a rice-
vere qualcos'altro, è un composto di materia e forma, mentre la materia ultima
non è composta di materia e forma.
Inoltre, se [la materia] si separasse dalla forma corporea, non si sfuggirebbe
a una delle due [possibilità]: essa avrebbe- o non avrebbe- una posizione e
una localizzazione 99 per l'esistenza che allora le spetterebbe. Se avesse una
posizione e una localizzazione e potesse dividersi, avrebbe senz'altro un'esten-
sione, mentre si era supposto che non l'avesse; se invece non potesse dividersi,
pur avendo una posizione, allora sarebbe senz'altro un punto, in essa potrebbe
terminare una linea e - secondo quanto hai appreso in altri luoghi - non potreb-
be essere un'entità singola e isolabile.
Se poi questa sostanza non avesse posizione e non fosse designabile, ma
fosse anzi come le sostanze intelligibili 100, si avrebbero necessariamente [anco-
ra due possibilità]: o la dimensione data le inerirebbe interamente d'un colpo;
oppure essa si muoverebbe [per ottenere] perfettamente la propria estensione
con un movimento continuo.
Ora, se l'estensione le inerisse d'un colpo e si desse semplicemente con il
suo [stesso] determinarsi in una localizzazione [ad essa] appropriata, l'esten-
sione dovrebbe esserle sopraggiunta come già propria di una [certa] localizza-
zione; altrimenti, nessuna localizzazione ne sarebbe stata [73] degna più di

Si autem haberet situm, tunc ve! posset dividi, et lune sine dubio esset habens mensu-
ram; sed iam posita est non habens mensuram; ve! non posset dividi. Si vero non posset
dividi et haberet situm, tunc sine dubio punctus esset et esset possibile lineam protrahi usque
ad eam; non enim posset esse per se solum et terminata, sicut nosti alias. Si autem haec suh-
stantia non haberet situm, ita ut non posset designari, sed esset sicut substantiae intelligibi-
les, tunc necesse esset ut spatium quod habet, ve! adveniret ei totum subito, vel ipsa movere-
tur ad perfectionem mensurae suae motu continuo. Si autem adveniret totum subito, tunc
ipsa iam existeret cum sua mensuratione in loco proprio, et mensura inveniret eam appro-
priatam loco proprio, alioquin unus locus non esset ei potius quam alius, sed mensura iafh
168 V'(' {73]

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invenit eam ibi ubi coniungitur ei; igitur sine dubio inveniret eam [84] in loco in quo esset.
lgitur substantia illa esset habens locum. Ponamus autem illam non esse sensibilem; iam
enim posita est non habens locum ullo modo, et hoc est contrarium. Non potest autem esse
ut locum haberet subito cum reciperet mensuram: mensura enim, si inveniret eam essentem
non in loco, tunc mensura quae coniungitur ei esset etiam non in loco, nec esset ei occurrens
in aliquo proprio ex locis diversis quos habere potest; tunc igitur esset non habens locum, et
hoc est inconveniens; ve! esset in quolibet loco quem possibile esset habere. nec appropria-
retur uni potius quam alii. sed hoc similiter est inconveniens.
Hoc autem manifestius fiet si aestimaverimus hyle alicuius glebae exspoliatam, et dein-
de advenire in eam formam illius glebae. Tunc non potest concedi quod forma veniat in eam
non existentem in suo loco, nec potest esse ut gleba sit in quolibet Ioco qui est glebae locus
TRATI ATO SECONDO- SEZIONE TERZA 169

un'altra; l'estensione le sarebbe quindi sopraggiunta là dove le si fosse


aggiunta e cioè le sarebbe sopraggiunta senz'altro quando essa era nella loca-
lizzazione in cui si trovava; tale sostanza 101 sarebbe stata quindi localizzata,
pur potendo non essere sensibile; eppure si era supposto che non fosse affatto
localizzata, e ciò è contraddittorio.
Né [d'altronde] può essere che la localizzazione si dia d'un colpo, con la
ricezione dell'estensione. Infatti, se l'estensione le sopraggiungesse, pur non
trovandosi [la materia] in nessuna localizzazione, l'estensione [si troverebbe]
ad accompagnarla senza essere in una localizzazione; essa [cioè] non le
sopraggiungerebbe in una localizzazione determiniata 102 tra le diverse localiz-
zazioni che di essa si potrebbero predicare e [la materia] non avrebbe alcuna
localizzazione - cosa che è impossibile - oppure si troverebbe in ogni localiz-
zazione che può appartenerle, senza avere come propria una di esse [in partì-
colare]; e anche questo è impossibile.
E ciò appare ancor più manifesto se noi ci immaginiamo la materia
(hayillii) di una certa argilla in cui, già libera [della forma], dovesse poi darsi
la forma di quella certa argilla. Dunque: non può essere che [la forma] si dia in
essa senza che essa si trovi in una localizzazione, ma non può neppure essere
che quella tale argilla si determini in ogni localizzazione che in potenza è una
localizzazione naturale per l'argilla. L'"essere argillosa" (al-madariyya),
infatti, non la rende tale da occupare ogni localizzazione deUa sua specie, ma
neppure la rende più degna per una certa direzione della sua localizzazione ad
esclusione di un'altra direzione. [L'argilla] non può esistere se non in una
direzione determinata fra tutte le localizzazioni, ma non può essere che essa si
dia in una direzione determinata senza che, fra i [vari] stati, qualcosa la deter-
mini a tale [direzione]. Infatti, [qui] non si ha che l'accompagnarsi di una
forma a una materia, cosa - questa - che si predica però comunemente quando
[l'argilla] si dà in una qualunque delle diverse direzioni naturali delle parti
della terra. E hai già appreso che il fatto che la localizzazione si dia in questo
modo 103 in una data direzione avviene, quando avviene, solo in ragione del
fatto che [la cosa] cade in prossimità di essa [o] per la violenza esercitata da
qualcosa che determina tale prossimità con il dirigersi (74] proprio in quel

naturalis in potentia: forma enim glebae non facit eam occupare omnem locum suae speciei
nec ponit eam aptiorem uni plagae sui termini quam alii. Nec potest esse ut sit, nisi in plaga
quae est ei propria de universitate omnium locorum, nec potest esse in plaga propria non
habens dispositionem aliquam appropriantem eam illi: non enim est coniunctio formae curn
materia ad hoc ut habeat se [85] communiter ad essendum in qualibet plagarum quae sunt
naturales partibus terrae. Iam enim nosti, quod huiusmodi adventus in plagam loci non est in
eo in quo est, nisi ve! ob hoc quod accidit ei esse circa eum propter violentiam cogentis qui
appropriavit ei ipsum fieri circa illam plagam veniendo ad ipsum locum motu recto, ve! quia
inceperit esse ibi secundum illam propinquitatem, vel quia ceciderit ibi propter appropriatio-
170 Vt [74]

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nem, aliquo transmutante eam; iam autem satis dictum est de hoc. Hyle autem quae est in
gleba non appropriatur exspo\iata; forma etiam glebeitatis non est debita plagae nisi cum
motione habuerit comparationem cum illa plaga; immo propter ipsam comparationem tan-
tum, non propter suum esse hyle prius et propter suam acquisitionem formae posterius qua
appropriatur, quasi illa comparati o sit situs aliquis. Similiter etiam est si hyle receperit men-
suram plenarie, non subito, sed secundum infusionem; omne enim quod infunditur partes
habet, et omne quod habet partes habet [86] situm, tunc substantia illa est habens situm et
locum; prius vero non habebat situm nec locum; igitur hoc est inconveniens.
TRATIATO SECONDO - SEZIONE TERZA 171

dato luogo, con un movimento rettilineo, oppure perché fin dall'inizio [questo
qualcosa] è venuto ad essere in quel punto; ed è o in virtù di una tale prossi-
mità, oppure [in virtù] del fatto che [la cosa] vi cade per la traslazione [opera-
ta] da qualcos'altro che si ha la determinazione [delluogo] 104 • E a questo pro-
posito, ti puoi ritenere soddisfatto con quel che si è detto.
La materia (hayulii) che [appartiene] all'argilla, dunque, una volta liberata
[dalla forma], non ha una propria determinazione 105, e inoltre la forma
dell'"essere argilloso" non si trova in una data direzione, a meno che non
abbia un qualche rapporto con quella data direzione 106 ; [ma questo] per via di
quello [stesso] rapporto, non per il fatto che [la materia] è in primo luogo
materia (hayulii), e neppure perché, essa, in secondo luogo, acquisisce la
forma 107 che le è appropriata; e quel rapporto dovrebbe consistere in una cena
posizione.
E così, se invece [la sostanza]l 08 ricevesse l'estensione secondo perfezione,
non d'un colpo ma al contrario per [progressiva] espansione e nel senso in cui
tutto ciò cui appartiene di per sé di espandersi ha direzioni, poiché qualunque
cosa abbia direzioni è dotata di posizione, ecco che tale sostanza sarebbe dota-
ta di una posizione e di una localizzazione, mentre si era detto che non avesse
né posizione né localizzazione; e questo è contraddittorio.
[Ora], quel che ha reso necessario tutto ciò è la supposizione [che abbia-
mo fatto, secondo la quale tale sostanza]l 09 si separerebbe dalla forma corpo-
rea; quindi è impossibile che essa esista in atto se non [in quanto] sussiste in
virtù della forma corporea.
E come [d'altronde] un'entità 110 che non avesse localizzazione 111 , né in
potenza né in atto, potrebbe ricevere la quantità? È quindi evidente che la
materia non permane separata [dalla forma].
Non si sfuggirebbe, inoltre, a una delle due possibilità: o l'esistenza della
materia consìste nell'essere un ricettore che sia dunque sempre tale da ricevere
qualcosa, senza [mai] spogliarsi della propria ricettività 112 ; oppure le appartie-
ne un'esistenza propria, sussistente, cui successivamente si accompagna [la
capacità] di ricevere: in virtù del suo essere, proprio e sussistente, [la materia]
sarebbe allora non dotata di quantità e non dotata di localizzazione 11 3, e [75]

Quod autem facit debere sequi haec omnia, fuit nostra positio de separatione hyle a
forma corporali; igitur impossibile est ut sit in effectu nisi constituta a forma corporali.
Quomodo enim essentia quae non habet locum in potentia nec in effectu erit receptiva quan-
titatis? Manifestum est igitur quod materia non remanet separata.
ltem non potest esse quin ve! ipsum esse eius sit esse semper receptivum alicuius, non
exspoliatum a recepto, ve! sit sibi esse proprium prius, et deinde sequatur ut recipiat. Tunc
igitur in suo esse proprio, quod haberet prius, esset non habens quantitatem. Iam igitur con-
sti tuta esset nondum habens quantitatem nec terminum. Tunc ergo mensura corporalis quae
172 vo [75]

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accideret ei et faceret eius essentiam eiusmodi quod posset habere in potentia partes alicuius
dimensionis, esset postquam essentia eius iam constituta fuisset substantia in seipsa, non
habens terminum nec quantitatem nec receptionem divisionis. Sed esse eius proprium per
quod ipsa in se praecederet, non esset [87] remanens omnino cum multiplicaretur. Igitur hoc
quod praecederet non habens terminum et quod non dividitur in aestimatione, propter acci-
dentale contingeret removeri ab ea, scilicet propter adventum accidentis in eam, per quod
constitueretur effectus. Si autem illa unitas fuerit non qua constituitur hyle, sed ad aliquid
aliud est, et quod nos posuimus esse proprium, fuerit non proprium esse eius quo constitui-
tur, tunc materia erit habens formam accidentem si bi, existens < ... > non una in potentia.
Igitur inter has duas res erit aliquid commune quod est receptibile illarum duarum rerum,
quod eiusmodi est quod aliquando est in sua existentia non divisibile, et aliquando est in sua
potentia divisibile, scilicet potentia propinqua quae non habet medium.
TRATTATO SECONDO- SEZIONE TERZA 173

l'estensione corporea sarebbe ciò che, essendo accaduto a questo suo [essere],
ne avrebbe reso l'essenza tale da avere in potenza delle parti; [e ciò] dopo che
alla sua essenza fosse dato di costituire una sostanza in sé 114 non dotata di
localizzazione, né di quantità, né di divisibilità.
Ora, se l'essere che le è proprio, quello in virtù del quale [la materia] sussi-
ste115, non permanesse assolutamente al momento del [suo] moltiplicarsi, allo-
ra a qualcosa che sussiste in modo da non avere localizzazione 116 e da non
essere divisibile -né nell'immaginazione [estimativa] né per supposizione 117
-accadrebbe di essere abbandonato da ciò in virtù di cui sussiste in atto; [e
questo] a causa del sopraggiungere di qualcosa di accidentale! Invece, se tale
[sua] unicità 118 non si dovesse a ciò in virtù di cui la materia (hayilla) sussi-
ste119, ma a qualcosa d'altro- e ciò che abbiamo supposto come un essere pro-
prio per [la sostanza della materia]l 20 non fosse un essere proprio in virtù del
quale essa sussiste -, allora alla materia (madda) dovrebbero accadere una
forma in virtù della quale essere una, in potenza e in atto, e un'altra forma in
virtù della quale essere non una, in potenza e in atto 121 . Ma in tal modo, fra le
due cose 122 vi dovrebbe essere qualcosa di comune: si tratterebbe del ricettore
delle due cose che di per sé verrebbe ad essere, una volta, tale da non avere
nella sua potenza da dividersi e, un'altra volta, tale da avere nella sua potenza
da dividersi; e intendo [dire] nella potenza prossima, quella per cui non c'è
alcun medio 123 .
Supponiamo adesso questa sostanza [e supponiamo] che sia venuta ad
essere in atto due [cose]; ognuna delle due sarebbe numericamente diversa
dall'altra e lo statuto ùi [ognuna delle due] starebbe nel separarsi dalla forma
corporea. Si separi allora ognuna delle due dalla forma corporea: ecco che
ognuna delle due permarrebbe come una sostanza una, in potenza e in atto. E
supponiamo che [questa] stessa [sostanza] non sia divisibile, ma che la forma
della corporeità l'abbia abbandonata in modo tale che essa permanga una
sostanza una in potenza e in atto; ecco che non si sfugge a una delle due possi-
bilità: o in se stessa questa che permane come sostanza - e che non è un corpo
- è in se stessa simile a quella che è come una parte di esso 124 e che permar-
rebbe tale, liberata [dalla forma], oppure ne differisce.

Ponamus igitur quod haec substantia iam fiat in effectu duae, quarum unaquaeque sit
alia numero ab alia, et iudicium utriusque sit quod separata sit a forma corporali. Separatur
ergo unaquaeque earum a forma corporali, et remanebit tunc unaquaeque earum sub-
[88]stantia una in potentia et effectu. Et ponamus etiam ipsam quod non dividatur, sed quod
separata si t ab ea forma corporalis, ita ut remaneat ipsum substantia una in potentia et effec-
tu. Igitur non potest esse quin ve! illud quod remansit substantia, et illud non corpus sit
ipsum tale qualis est pars eius quae remansit sic exspolìata, ve! sit diversum ab eo. Si autem
fuerit diversum ab eo, necesse est tunc ut ve! si t hoc eo quod remansit hoc et annihilatum est
174 [76]

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illud, vel e converso; vel utrumque remansit, sed appropriatur buie qualitas eius vel forma
quae non invenitur illi, vel differunt in superabundantia in mensura. Si autem remanserit
unum eorum et annibilatur alterum et fuerit natura eorum consimilis, non autem fecit annibi·
lari unum eorum nisi remotio formae corporalis, tunc oportet ut alterum annihiletur per sei-
psum. Si vero appropriatur buie qualitas sua et natura fuerit una, nec accidìt ei aliqua dispo-
sitio nisi separatio tantum formae corporalis, et cum bac dispositione non advenit nisi quod
sequitur ex ipsa disposi tione, tunc oportebit ut dispositio alterius sit similiter.
Si autem dixerint quod prima duo, quamvis duo sint, uniuntur tamen et fiunt unum,
dicemus absurdum esse duas substantias uniri. Si enim uniuntur et unaquaeque earum babet
TRA TI ATO SECONDO- SEZIONE TERZA 175

[76] Ora, se ne differisce, allora [nuovamente] non si sfugge a queste pos-


sibilità: o [ne differisce] perché questa permane [sostanza] mentre quella è
inesistente, oppure all'inverso, oppure permangono entrambe, però vi sono
una qualità o una forma che sono proprie dell'una e che non esistono per
l'altra 125 , oppure [le due] differiscono per una disparità che riguarda la misura
o la qualità o altro [e che è] successiva alla [loro] identità 126 •
Se una delle due permane, mentre l'altra è inesistente 127 , e la [loro] natura
è una, simile, ed è solo la rimozione della forma corporea ad aver reso inesi-
stente una delle due, allora dovrebbe essere resa inesistente in sé [anche]
l'altra.
Se poi a una è propria una qualità, ma la natura è una e, a parte la separa-
zione dalla forma corporea, insieme alla quale 128 non si è prodotto che quel
che necessariamente gli consegue, non si è prodotto [alcuno] stato, allora
anche lo stato dell'altra dovrebbe essere tale.
E se si dicesse: le prime due [materie], essendo due, si sono unificate e
sono divenute una [sola sostanza], diremo che è impossibile che due sostanze
si unifichino; infatti, se si unificano - ed ognuna di esse è esistente - sono due,
non uno; e se invece si unificano e una delle due è inesistente, mentre l'altra è
esistente, come si sarebbe potuto unificare l'inesistente con l'esistente? E se
invece nell'unificazione fossero entrambe inesistenti e a partire da esse avve-
nisse una terza cosa, allora non si sarebbero unificate, ma si sarebbero corrotte
e fra le due e la terza vi sarebbe una materia comune. Ma quello di cui noi
stiamo discutendo è la stessa materia, non una cosa dotata di materia.
Quanto poi al fatto che siano differenti per via di una disparità nell'esten-
sione o in altro, ebbene entrambe dovrebbero essere prive di una forma corpo-
rea e avere tuttavia una forma dell'estensione 129 , e questo è assurdo.
Se poi [le due cose] non differissero da nessun punto di vista, ciò vorrebbe
dire che lo statuto che [questa] cosa avrebbe, se non se ne fosse distaccato ciò
che è diverso da essa, sarebbe lo stesso statuto che essa avrebbe una volta che
questo se ne fosse distaccato; e che lo statuto [della cosa presa] con qualcosa
di diverso da essa e lo statuto [della cosa presa] [77] da sola, e da ogni punto

esse, tunc sunt duo, non unum. Si autem uniuntur ita ut unum eorum desinat esse et alterum
habeat esse, tunc quomodo potest esse ut id quod non est uniatur cum eo quod est? Si vero
utrumque desini t esse in uni tione [89] et provenit aliquid tertium ex eis, tunc sunt non unita,
sed annihilata, inter quae et tertium est materia communis; noster autem senno est de ipsa-
met materia, non de eo quod habet materiam. Si autem differunt in superabundantia mensu-
rae, tunc oportet ut sint non habentia formam corporalem et sint habentia formam mensura-
lem, quod est contrarium. Si autem non differunt ullo modo, tunc iudicium de re, scilicet
quod non separetur ab ea id quod est praeter eam, et iudicium quod separetur ab ea id quod
est praeter eam, est omnino unum iudicium, quod est inconveniens, scilicet quia iudicium de
176 vv (77]

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l• .:.1\j .>~_,11 Ju4 ~ ~.;l.ull ~ iJ~ .JL.,•.~J. ~~

parte subiecti et de toto subiecto esset unum omnimodo, scilicet esset quod res non minuere-
tur curo aliquid ab ea acciperetur sicut curo non acciperetur ab ea aliquid, et esset de eo iudi-
cium unum curo non adderetur ei aliquid sicut curo adderetur ei aliquid. Et omnino quicquid
potest concedi in aliqua hora esse duo, in natura suae essentiae est aptitudo divisionis, et
impossibile est hoc separari ab eo, sed fortasse prohibebit ab hoc accidentale quod non est
aptitudinis; illa autem aptitudo divisionis nihil est nisi per coniunctionem mensurae curo
essentia.
Restat ergo ut materia non spolietur a forma corporali, et quia haec substantia non fuit
facta quanta nisi propter mensuram quae requievit in ea, tunc non est quanta ex ipsa. Non
TRA TIATO SECONDO- SEZIONE TERZA 177

di vista, sarebbero uno [stesso] statuto; [ma] questo è assurdo. Intendo dire che
[è assurdo che] lo statuto di una parte del soggetto e lo statuto dell'intero siano
da ogni punto di vista uno [stesso statuto] e cioè che, essendo la cosa tale da
non diminuire 130 in quanto se ne prende una parte (say'), essa equivalga [a
come era] se se ne prende [una parte] 131 , e che il suo statuto, quando non le si
aggiunga alcunché, sia lo stesso di quando le si aggiunge qualcosa.
Insomma, ogni cosa che in un certo momento possa venire ad essere due
[cose] ha nella natura della propria essenza la preparazione alla divisione, da
cui non può separarsi; e tuttavia può essere impedita dal dividersi in virtù di
qualcosa che [le] accade 132 [e che è] diverso dalla preparazione della [sua]
essenza. E tale preparazione è impossibile se l'estensione non accompagna
l'essenza [della cosa]1 33 .
[Quel che] resta [da affermare] è dunque che la materia 134 non si spoglia
della forma corporea; e poiché questa sostanza 135 viene ad essere una quantità
solo in virtù di un'estensione 136 che le inerisce, essa non è in sé una quantità.
Non è necessario, quindi, che la sua essenza sia determinata a ricevere proprio
una certa dimensione (qufr) e non un'[altra] dimensione, e una misura (qadr) e
non un'altra misura; [e questo] anche se la forma della corporeità è una e il
rapporto di quel che in sé è indivisibile e non quantificabile - e che anzi è
divisibile in parti e quantificabile solo in virtù di altro da sé- è [sempre] uno
[stesso] rapporto, con qualunque estensione la cui esistenza sia ammissibile.
Altrimenti, [la materia] avrebbe in sé un'estensione che potrebbe applicarsi a
ciò che le è eguale ma non a ciò che è maggiore di essa. E a partire da ciò è
evidente che la materia può rimpicciolirsi per condensazione e può ingrandirsi
per rarefazione, che è poi qualcosa di avvertibile con i sensi 137 • Anzi, è neces-
sario che il fatto che per essa si determini l'estensione sia in ragione di una
causa che esiga che esista [proprio] questa determinata [78] estensione. Questa

oportet igitur ut sit proprium suae essentiae recipere unam dimensionem tantum et [90] nul-
lam aliam dimensionem, nec unam tantum mensuram et non aliam. Si igitur forma corpora-
lis esset una, tunc comparatio eius quod non est divisibile nec quantitativum in sua essentia
quia non partitur nec quantitatur nisi per aliud a se, ad aliquam mensuram quae potest esse,
esset una comparatio; alioquin mensura esset in seipsa et adaequaretur ei quod esset sibi
aequale, quamvis non separetur ab eo ulla pars.
Manifestum est igitur ex hoc quod materia potest minorari constrictione et potest augeri
dilatatione, et hoc sensibile est; oportet autem ut mensura alternetur in ea propter causam
quam convenit esse. Necesse est enim ut ipsa causa vel sit formae et accidentia quae sunt in
178 VA [78]

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.:..~iJI J.li Jf' ;,j:._ .J}l..l .ci~ • ~ \la.J ' -'\.i J l. ii..>_,.,..l ~

materia, ve! alia res extrinseca. Si autem causa de hoc esset res extrinseca, ve! esset acqui-
rens ìllam mensuram terminatam mediante alia impressione, ve! causa proprìae aptitudìnis.
Tunc iudicium de hoc et iudicium de divisione prima esset unum, et contingeret quod quan·
titates corporum variarentur propter diversitatem suarum dispositionum; ve! non esset acqui-
sitio propter causam illius et suae [91] mediationis, et tunc corpora essent aequalia ad pro·
merendum quantitatem et aequalia ad spatium promerendum, et hoc est falsum.
Cum hoc etiam non oporteret ut ex ea causa adveniret spatium unum tantum et non
aliud, nìsi propter alìquìd: ìnte\ligo autem per hoc quod dico aliquid condicionem quae
adiungitur materiae per quam meretur mensuram desigmltam, non ob hoc quod ipsa est
materia quae imaginetur habere quantitatem, sed quia aliquid est materiae propter quod
TRATTATO SECONDO- SEZIONE TERZA 179

causa 138 non potrà poi che essere o una delle forme e uno degli accidenti che
sono nella materia, oppure una causa che proviene dali' esterno.
Ora, se è una causa che proviene dall'esterno: o essa procura tale estensio-
ne determinata 139 in virtù della mediazione di qualcos'altro, oppure a causa di
una preparazione propria [della materia]; [in quest'ultimo caso], però lo statu-
to di questa [seconda ipotesi] e lo statuto della prima sarebbero uno stesso sta-
tuto che rimanderebbe al fatto che le estensioni dei corpi differiscono per via
della differenza degli stati [dei corpi] 140 • D'altra parte, se il fatto che [la causa]
procuri [tale estensione] non fosse a causa di tale [altra cosa] e in virtù della
sua mediazione, i corpi sarebbero [tutti] eguali nell'avere diritto alla quantità e
sarebbero eguali nei loro volumi; e questo è falso. Con ciò, tuttavia, non è
necessario che da questa causa derivi un volume determinato e non un altro
volume, se non per via di un certo qualcosa e con questo "qualcosa" intendo
una condizione che si aggiunge alla materia e in virtù della quale essa ha dirit-
to a una determinata estensione, non a causa del fatto stesso di essere materia
e neppure a causa del fatto che per essa vi è qualcosa che la conformi nella
quantità, ma piuttosto [a causa di qualcosa) che sia per la materia ciò per cui
essa ha diritto a che, quel che la conforma, la conformi con quel certo volume
e [quella certa] quantità 141 •
[l corpi] 142 possono differire [o] in senso assoluto per la specie oppure,
senza differire per la specie in senso assoluto, per la maggiore o minore inten-
sità, anche se la maggiore e minore intensità sono assimilabili alla differenza
che riguarda la specie. Tra il differire per la specie in senso assoluto 143 e il dif-
ferire per la maggiore o minore intensità c'è però una differenza (mul;iilafa)
che è nota a coloro che considerano [la questione]: è infatti noto che la materia
(hayillii) può in se stessa disporsi ad [accogliere] estensioni differenti; e anche
questo è un principio della fisica 144 .
[Vediamo] inoltre che ogni corpo è senz'altro determinato a una certa loca-
lizzazione e che la localizzazione non gli è propria in quanto è corpo, altrimenti
ogni corpo avrebbe la medesima [localizzazione] 145 : [il corpo] è senz'altro

meretur imaginari illius spatii et illius quantitatis. Et potest concedi quod diversificetur spe-
cie absolute, et potest concedi quod diversificatur secundum fortius et debilius, non secun-
dum speciem absolute, quamvis id quod est fortius et debilius proxima si t diversitati quae fit
specie. Sed inter diversitatem quae est specie absolute et inter diversitatem quae est inter
fortius et debilius est manifesta differentia apud inquisitores. lam autem notum erat quod in
ipsa hyle adveniunt mensurae diversae, et hoc etiam est principium naturalium.
Et etiam quod omne corpus appropriatur sine dubio aliqua una [92] tantum partium, et
quod illa pars non est si bi propria inquantum est corpus, alioquin omne corpus haberet illam.
lgitur sine dubio appropriata est ei in se forma aliqua, et hoc manifestum est: ipsum enim
ve! est non recipiens figurationes et divisiones, sed est ei hoc propter aliquam formam qua
180 [79]

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adaptatum est ad hoc; ìpsum enim, inquantum est corpus, receptivum est eius; vel est recep-
tibile earum secundum facilitatem et difficultatem. Quomodocumque autem fiat, est secun-
dum aliquam formarum praenominatarum in naturalibus. Materia enim corporea non habet
esse separata a forma. fgitur materia non constituitur in effectu nisi per formam; igitur mate-
ria, cum spoliatur in intellectu, iam accipitur sic prout nullo modo habet esse sic.
TRATTATO SECONDO- SEZIONE TERZA 181

determinato ad essa a causa di una certa forma che è all'interno dello stesso
[corpo], e questo è evidente.
Infatti 146 , o esso è tale da non ricevere le configurazioni [79] e le distinzio-
ni - ed è quindi in virtù di una certa forma che viene ad essere tale, poiché in
quanto è corpo le riceve 147 -, oppure è tale da riceverle con facilità o con diffi-
coltà. Comunque sia, esso è secondo una delle forme menzionate nella Fisica.
La materia corporea, quindi, non esiste separata dalla forma, e anzi la materia
sussiste in atto solo in virtù della forma; dunque con il liberare la materia
[dalla forma] nell'operazione estimativa, se ne fa qualcosa che non è stabilito
nell' esistenza 148 .
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IV
CAPITULUM DE PRIORITATE FORMAE SUPER MATERIA.M IN ORDINE ESSENDI

Iam certificatum est quod materia corporalis non habet esse in effectu nisi per essentiam
formae, et etiam quod forma materialis non habet esse separ·ata a materia. Igitur necesse est
ut inter illa sit habitudo relationis, ita ut non intelligatur qui'iditas cuiusque earum nisi prae-
dicata respectu alterius. Sed non est ita. Nos enim intelligitnus multas ex formis corporali-
bus, et indigemus multa consideratione ad hoc ut stabiliamus quod materiam habent.
183

SEZIONE QUART A

SULL'ANTERIORITÀ DELLA FORMA RISPETTO ALLA MATERIA


NEL RANGO DELL'ESSERE

Ora, si è già validamente mostrato che la materia corporea sussiste in atto


solo con ('inda) l'esistenza della forma e anche che la forma materiale non
esiste separata dalla materia. Non si sfugge, dunque, a una delle due possibi-
lità: o fra le due vi è il legame di ciò che è relativo (mucjiif) - e allora la qukl-
dità di ciascuna di esse non viene intelletta se non [perché è] detta in relazione
all'altra- [oppure no]. Ma non è così [non vi è, cioè, il legame della relazi()-
ne]. Noi, infatti, abbiamo intellezione di molte forme corporee e abbiamo
bisogno di imporci un arduo compito per stabilire che ad esse appartiene una
materia; e aJJo stesso modo jntendjamo çuesta materia come Ja sostanza che è
preparata, ma con ciò non conosciamo, se non in virtù dell'indagine e della
speculazione [filosofica], che in ciò per cui essa è preparata debba esservi
qualcosa di essa in atto 149 •
Certo, in quanto essa è preparata, [la materia] è relativa alla [cosa] per ct1i
è preparata, e fra le due 150 vi è il legame della relazione; tuttavia il nostro
discorso riguarda quella certa rapportabilità che c'è fra le due entità 151 , senza
[considerare] la relazione che accade loro o sia loro conseguente; e come ciò
sia possibile, lo hai già appreso.
Inoltre, il nostro discorso riguarda quel che si ha tra la materia e la forma
in quanto esistenti, mentre la preparazione non comporta necessariamente un
legame con qualcosa che sia senz'altro esistente. Dunque, se un tale [legamt:]
può darsi, [81] è perché non si sfugge a una delle due possibilità: o il legame

Similiter hanc materiam intelligimus substantiarn adaptatarn, et tamen ex hoc non scimlts
quod [93] de eo ad quod est adaptata debeat esse in ea aliquid in effectu, nisi cum inquisitic,_
ne et consideratione. Verum est autem quod, inquantum est adaptata, relata est ad id quod
est adaptatum ad earn et est inter ea habitudo relationis. Nostra autem Iocutio est de respect.u
suarum essentiarum absque eo quod accidit eis de relatione ve! comitatur eas; iarn autein
scisti quomodo est hoc. Et etiam, quia nostra locutio est de dispositione inter materiarn ~t
formarn inquantum sunt: sed adaptatio non facit esse habitudinem rei quae habet esse si11e
dubio.
184 A\ [81]

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Si autem hoc possibile est esse, tunc necesse est ut sit i11ter illas habitudo ve! qualis est
inter causam et causatum, ve! qualis est duarum rerum q11ae sunt simul in esse, nullum
autem eorum est causa ve! causatum alterius; non enim f~otcit unum eorum esse alterum.
Omnia autem quorum unum non est causa nec causatum aJterius, est tamen inter ea haec
habitudo, non potest esse ut remotio unius eorum sit causa remotionis alterius, inquantum
est essentia, sed erit cum eo; scilicet erit remotio quae non potest esse nisi cum remotione,
non remotio quae faciat debere esse remotionem, si forte hoc concedendum sit. Iam autem
nosti differentiam inter utrumque modum. Nosti etiam quia Id cuius remotio est causa remo-
tionis alterius, causa est eius; hoc enim manifestum est tibi ex multis Jocis; adhuc etiam
inducemus per quod facilius intelligas.
TRATTATO SECONDO- SEZIONE QUARTA

fra le due 152 è quel certo legame [che si stabilisce] fra la causa e il causato,
oppure è il legame [che sussiste] tra due cose omologhe nell'esistenza 153 : ne 8 _
suna delle due è causa o causato dell'altra e tuttavia nessuna delle due esiste,
se non esiste l'altra.
[Ora, se si hanno] due cose- qualunque esse siano- nessuna delle quali è
causa dell'altra né è causato dell'altra e inoltre tali che fra di esse vi sia questo
legame, la rimozione di una delle due non può essere causa della rimoziol)e
dell'altra in quanto entità [data]; questa sarà piuttosto qualcosa [che avvieni;!]
insieme a quella 154 : intendo [dire]l 55 che sarà una rimozione che non può non
essere insieme a una rimozione, ma non una rimozione che procura neceSS<i-
riamente una rimozione, benché avvenga immancabilmente. Hai già appre~ 0
la differenza che c'è tra i due modi, come hai già appreso che la cosa la Cui
rimozione è causa della rimozione di qualcos'altro è causa di questo [qual-
cos'altro]. Ciò ti si era reso evidente già prima [in altri] luoghi in modo dett<t-
gliato, e in [questa] nostra [trattazione] si aggiungeranno man mano ulteriori
chiarimenti. Per ora qui hai appreso che vi è una differenza tra il dire di UJ:ìa
cosa che "la sua rimozione è causa della rimozione di un'altra cosa" e il dite
che, "immancabilmente, con la sua rimozione si avrà la rimozione di un'altr·a
cosa" 156 •
Se, dunque, la rimozione dell'una delle due cose menzionate non è caus.a
della rimozione dell'altra ma, piuttosto, si ha immancabilmente che, con il
rimuovere l'una, sarà rimossa l'altra, allora senz'altro: o la rimozione di quella
che delle due viene rimossa comporta necessariamente la rimozione di una
terza cosa, diversa da ambedue; oppure è [essa stessa] ad esser necessaria a
partire dalla rimozione di una terza cosa, di modo che, se a questa terza cosa
non fosse accaduto di essere rimossa, la rimozione di quella [che viene rimof;-
sa] non sarebbe stata possibile; oppure niente di [tutto] ciò 157 •
Ora, se non fosse possibile 158 , e però l'una non fosse rimossa se non con
l'altra e quell'altra a sua volta se non con questa, senza [l'intervento di] una
terza causa diversa dalla natura delle due, allora la natura di ognuna di esse
per esistere in atto dipenderebbe dali' altra. [82] E allora: o [questa dipender1-

[94] Nunc enim dico iam olim te didicisse quod multum interest inter dicere de aliq4 0
quod remotio eius sit causa remotionis alterius, et dicere quod cum remotione eius neces~e
si t remo veri alterum. Si autem remoti o unius istorum praenominatorum non est causa rem<)-
tionis alterius, sed est necesse ut si t cum remotione alterius, tunc non potest esse quin rem<)-
tio unius eorum quod removetur aut faciat debere esse remotionem alicuius tertii praet~r
illas, aut ut debeat removeri ad remotionem alicuius tertii, ita ut, si non fuerit remotio quqe
accidit illi tertio, non sit remotio unius istorum, aut ut nihil istorum sit. Si autem nihil horum
fuerit, sed fuerit ut hoc non removeatur nisi cum remotione illius, et illud cum remotior1e
istius absque causa tertia, sed ex natura,~ua quae est praeter naturam cuiusque earum pend~­
bit in esse in effectu ab alio. Sed si fuerit hoc ex quidditate sua, erunt relatae: iam autem
186 l -~11 - 4.;1:11 ':IJI.ill
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patuit eas non esse relatas. Ve! erit hoc ex esse earum: manifestum est autem quod huiusmo-
di esse non est necessarium esse; est igitur possibile in sua quidditate, sed per aliud praeter
se fit necessarium esse; igitur necesse est ut illud fiat neces·-[95]sarium esse, et suum com-
par cum eo. Ad ultimum autem, cum elevaverimus nos in causis ad aliquid tertium, profecto
illud tertium, inquantum est causa in effectu debendi esse il!orum, erit sic quod non poterit
removeri unum eorum nisi propter remotionem essendi tertium causam in effectu; igitur
haec duo non removebuntur nisi propter remotionem tertiae rei; iam autem diximus non ita
esse, et hoc est contrarium.
TRATTATO SECONDO- SEZIONE QUARTA 187

za] si deve alla quiddità delle due [cose] -ma allora esse sarebbero relative,
mentre si è già messo in evidenza che non sono relative; oppure [questa dipen-
denza] riguarda l'esistenza delle due [cose]. È evidente, tuttavia, che una
[cosa] simile 159 non sarà "necessariamente esistente" e che sarà, dunque, nella
sua quiddità, "possibilmente esistente", pur venendo ad essere - in virtù di
qualcosa di diverso da sé- "necessariamente esistente". Ora, non potrà affatto
venire ad essere necessariamente esistente in virtù di quell'altra [cosa] 160, lo si
è già chiaramente mostrato. È dunque necessario, in ultima istanza, che essa-
e con essa la sua compagna - vengano ad essere necessariamente esistenti, se
risaliamo nelle cause, in virtù di una una terza cosa. Ed essendo questa terza
cosa la causa in atto della necessità dell'esistenza di entrambe, non si potrà
rimuovere nessuna delle [due], se non rimuovendo il fatto che essa è causa in
atto. Queste due [cose] si rimuoverebbero allora soltanto in virtù della rimo-
zione di una terza causa; ma avevamo detto che non fosse così, e ciò è con-
traddittorio. E avendo già confutato questa [ipotesi], resta vera una delle altre
due divisioni 161 •
Ora, se la rimozione delle due è in ragione della rimozione di una terza
cosa, in modo tale che esse siano entrambe suoi causati, esaminiamo come sia
possibile che l'essenza di ciascuna di esse sia vincolata a che la accompagni
l'essenza dell'altra. Ebbene, non si sfugge a una delle due possibilità: o l'esi-
stenza di ciascuna delle due sarà necessaria a partire dalla causa in virtù della
mediazione della propria compagna - ed ecco che allora ognuna delle due sarà
la causa prossima della necessità dell'esistenza della propria compagna- ma
questo è impossibile, lo abbiamo già messo in evidenza nelle nostre precedenti
trattazioni; oppure una delle due sarà in se stessa più prossima a questa terza
[cosa], venendo così ad essere la causa mediatrice, mentre la seconda sarà il
causato. La realtà starebbe allora nell'ipotesi che abbiamo già avanzato: il
legame fra le due sarebbe un legame in virtù del quale una delle due è causa e
l'altra un causato.

Iam autem hoc destructum est, et remansit ut veritas sit in una duarum aliarum divisìo-
num. Si enim fuerit remotio earum propter causam remotionis tertiae rei, ita ut ipsae sìnt
causata eius, tunc consideremus quomodo potest esse ut essentia cuiusque illarum sit pen-
dens ex coniunctione essentiae alterius. Tunc enim necesse esset ut debitum essendi unutn-
quodque eorum ex causa esset mediante suo compare, et tunc unumquodque eorum es~et
causa propinqua debendi esse suum compar, et hoc est inconveniens; ex praedictis enim ver-
bis nostris iam claruit hoc esse inconveniens, scilicet ut unum eorum sit propinquius hl.Jic
-tertio, ad hoc ut fiat illud causa media, et secundum fiat causatum. Restat ergo vera divisio
quam praediximus, scilicet quod habitudo quae est inter illas est talis habitudo quod propter
eam unum eorum est causa et alterum causatum. Si autem remotio unius earum facit debere
188 [83]

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removeri tertium, ad cuius tertii remotionem facit debere relboveri secundum eorum, tunc
unum eorum fit causa causae. Causa autem causae causa est. Ad ultimum autem deprehen-
detur quod unum eorum est causa et alterum causatum.
[96] Speculemur igitur quod eorum oportet esse causam. Materia autem non potest esse
causa essendi formam. Primo, quod materia non est materia nisi quia est ei virtus receptionis
et adaptationis; adaptatum autem, inquantum est adaptatum, non est causa essendi id ad
quod est adaptatum; si enim esset causa, deberet tunc ut illt1d semper haberet esse in isto
sìne adaptatione. Secundo, quìa impossibile est ut essentia reì quae adhuc est in potentia sit
causa rei quae est in effectu, quia oporteret ut essentia eius prius esset, et deinde fieret causa
TRATIATO SECONDO- SEZIONE QUARTA 189

[83] Se, invece, la rimozione di una delle due rendesse necessaria 162 la
rimozione della terza [cosa], dalla cui rimozione sarebbe poi necessaria la
rimozione della seconda delle due, ebbene una delle due verrebbe ad essere
causa della causa, e la causa della causa è una causa. La questione si stabili-
rebbe in ultima analisi nel senso che una delle due sarebbe un causato e l'altra
una causa.
Esaminiamo dunque adesso quale delle due conviene che sia la causa.
Quanto alla materia, ebbene non può ssere che essa sia la causa dell'e~i­
stenza della forma. In primo luogo, perché la materia è materia soltanto in
quanto le appartiene la potenza della ricezione e della preparazione, e ciò che
è preparato, in quanto è preparato, non è causa dell'esistenza di ciò per cui è
preparato: se [ne] fosse una causa, [ciò per cui è preparato] dovrebbe per esso
esistere continuativamente, senza preparazione 163 . In secondo luogo, è impos-
sibile che l'essenza di una cosa- essendo ancora in potenza 164 - sia causa di
una cosa in atto; piuttosto, la sua essenza dovrebbe esser divenuta già in atto
per poi venire ad essere causa di qualcos'altro, sia [che si intenda] l'anteriorità
[in questione come] temporale sia [che la si intenda come] essenziale. Intendo
[dire che la cosa deve essere anteriore] anche nel caso in cui essa non sia affat-
to esistente se non in quanto è causa di una seconda [cosa] e in quanto questa
seconda [cosa] può così sussistere nell'essenza in virtù di essa che, in tal
senso, è anteriore [solo] per essenza 165 • Ed è lo stesso, sia che ciò di cui essa è
causa ne accompagni l'essenza sia che ne sia separato: da alcune delle cause
[da cui proviene] l'esistenza di qualcosa, può provenire, infatti, soltanto l'esi-
stenza di qualcosa che le accompagni per essenza; da altre cause dell'esistenza
di qualcosa, invece, può provenire soltanto l'esistenza di qualcosa [che ne è]
per essenza separato. L'intelletto non ha certo difficoltà ad ammettere que~ti
[due casi] e l'indagine ne rende poi necessaria la coesistenza. Dunque: se la
materia fosse causa della forma, essa dovrebbe necessariamente avere in atto
un'essenza anteriore alla forma; ma di ciò abbiamo già mostrato l'impossibi-
lità, fondandoci non sul fatto che non è possibile che la sua essenza esista [8':1-]

alterius, si ve haec prioritas sit tempore si ve essentia. Si enim nullo modo haberet esse nisi in
hoc quod est causa secundi, tunc secundum haberet esse per essentiam, et ob hoc esset prius
per essentiam, sive illud quod est causa eius sit coniunctum essentiae eius, sive disiunctum
ab essentia eius. Possibile est enim esse etiam aliquam causarum essendi rem, ita ut non ~it
per illam nisi esse rei < ... > quae est disiuncta ab eius essentia. Intellectus enim non refugit
hoc, et deinde inquisitio facit debere esse utramque divisionem. Si igitur materia fuerit causa
formae, oportebit tunc ut habeat essentiam in effectu ante formas. Iam autem prohibuimus
hoc sic, non quod [97] dicamus eius essentiam non posse esse nisi comitans coniunctionem
190 c:.1!)1 ...,--
t _:t\_ -...Wl ':\)tALI
. At [84]

J..il ~ i;§:._ .:>l I..J_,o:-.J J.:..:~ -'l.i IJ! ~ J. ~ ;J_,.,..JI ~JW. l.;!. \Il
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formae, sed quod inconveniens est ut eius essentia habeat esse in effectu nisi per formarn;
inter haec enim differentia est. Tertio quod, si materia esset causa propinqua formae, in
essentia tunc materiae non esset diversitas, quia in eo quod l'rovenit ex re in qua non est
diversitas non est diversitas ullo modo; unde oporteret ut in fojJila materiali non esset diver-
sitas; ergo si haec diversitas esset propter res quae diversificìlntur ex dispositionibus quae
sunt in materia, tunc ipsae res essent primae formae in materia, et sermo noster redi~et ad
principium.
Si autem esset causa essendi has formas diversas materiìl, et aliud cum materia quod
non est in materia, sic ut materia sola non esset eis causa propinqua, sed materia et aliud,
TRATIATO SECONDO- SEZIONE QUARTA 191

se non accompagnata necessariamente dalla forma, ma al contrario sul fado


che è impossibile che la sua esistenza sia in atto se non in virtù della forma; e
fra le due cose vi è una differenza. In terzo luogo, se fosse la materia ad essere
la causa prossiq1a della forma, non avendo in se stessa differenziazione - e
quel che consegue necessariamente da una cosa che non ha in sé differenziil-
zione non ha a sua volta affatto differenziazione - sarebbe necessario che nelle
forme materiali non vi fosse differenziazione. E se poi la differenziazio[le
delle [forme] fosse dovuta a delle cose che fossero differenti a partire dagli
stati della materia, allora queste cose sarebbero le prime forme nella materia, e
il discorso tornerebbe nuovamente alla radice. Inoltre, se la causa dell' esistetl-
za di queste forme differenti fosse nella materia e in un'altra cosa che fos§e
assieme alla materia ma non nella materia, in modo tale cioè che ad esser la
causa prossima non fosse la sola materia, ma fossero invece la materia e
un'altra cosa, ecco che nella materia si darebbe una determinata forma, u[la
volta riunitesi insieme questa altra cosa e la materia. E se ad esservi -e a unir-
si con la materia- vi fosse una cosa diversa da quella [di cui si è appe[la
discusso], si darebbe una forma diversa da quella determinata forma. E alla
ma'Lei:ra appanene'o'oe Tea\men\e \a i:u:e2'lone ùe\\a toTmatfj.(;,.
La proprietà di una forma proviene sempre soltanto da quelle cause. E ogfli
forma è essa stessa 167 soltanto in virtù della proprietà [che le è] propria; così la
causa del fatto che ogni forma esista con la propria proprietà è la cosa esterna,
e alla materia non appartiene alcuna "produttività" ($Un') riguardo a quella
proprietà; una data forma è esistente soltanto in quanto la sua esistenza è con
una data proprietà: la materia non ha alcuna "produttività" ($Un') nella partico-
Jare determinazione che riguarda sempre l'esistenza di una forma, [85] se non

tunc ex coniunctione illius alius et materiae proveniret aliqua forma signata in materia. Et si
aliquid aliud praeter illud aliud adiungeretur materiae, et proveniret alia forma praeter illam
signatam, tunc materia certe esset receptibilis formae. Proprietas autem cuiusque formlle
non est nisi ex illis causis quae adiunguntur materiae; ergo unaquaeque forma non esset id
quod est nisi propter proprietatem suam. Causa igitur essendi unamquamque formam ex
~oprietate sua id quod est, esset aliud a materia, [98] et materia nihil ageret in proprietatem
~llam, quia forma non haberet esse nisi propter proprietatem illam; igitur materia nihil ageret
tn faciendo habere proprium esse unamquamque formam; sed esset necesse ut forma haberet
192 [85]

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esse in ea, et hoc esset proprietas causae recipientis. Igitur remaneret materiae receptibilitas
tantum. lam autem poteris adinvenire quod materia est causa formae aliquo modorum.
Remansit igitur quod ipsa forma est per quam materia habet esse.
Consideremus ergo si sit possibile an per solaro formam materia habeat esse. Dico igitur
quod in forma a qua non separatur sua materia potest hoc concedi, sed in forma quae separa-
tur a sua materia et remanet materia habens esse cum alia forma, hoc non conceditur. Si
enim haec forma sola per se esset causa, destrueretur materia ad remotionem illius, et prop-
ter formam succedentem haberet esse alia materia quae inciperet esse, et illa forma egeret
TRATTATO SECONDO- SEZIONE QUARTA 193

in quanto si ha immancabilmente bisogno di essa perché in essa esista la


forma. E questa è la proprietà della causa ricettiva, così che [alla materia] resta
soltanto la ricezione; ed essendosi confutato che la materia possa essere-sotto
un certo aspetto causa della forma, resta che la forma sola sia ciò in virtù di
cui è necessaria l'esistenza della materia.
-- Ora esaminiamo, dunque, se sia possibile che la forma sia da sola 168 quella
in virtù di cui è necessaria l'esistenza della materia. E diremo: ciò è ammissi-
bile per la forma dalla quale la materia non si separa, ma per la forma che si
separa dalla materia, laddove la materia permane esistente in virtù di un'altra
forma, ciò non è ammissibile. Questo perché, se questa forma fosse da sola per
sé una causa, in seguito alla sua inesistenza la materia sarebbe inesistente: la
forma ad essa successiva avrebbe quindi un'altra materia, [una materia] che
esisterebbe a partire da essa; tale materia sarebbe allora avventizia (f:tiidita) 169
e per [ogni forma] si avrebbe bisogno di un'altra materia. È quindi necessario
che la causa dell'esistenza della materia sia, insieme alla forma, un'altra cosa,
al punto che l'esistenza della materia fluirà soltanto da quella tale cosa; ma è
assolutamente impossibile che il fluire [dell'esistenza della materia] da [tale
cosa} sia portato a perfezione senza una forma: esso (al-amr) 170, piuttosto,
iipva compimento in virtù di tutte e due [le cause] insieme.
i- Nella sua esistenza, quindi, la materia è dipendente da questa cosa e da una
fi.xma - qualunque essa sia - che emana nella [materia stessa] a partire da
[quella cosa] 171 , e privata di quella forma, [la materia] non cessa di esistere. La
forma, infatti, non si separa [dalla materia] se non per un'altra forma che,
insieme alla causa dalla quale proviene il principio dell'esistenza della mate-
ria, fa quel che faceva 172 la prima forma. In virtù del fatto che questa seconda
[{Qrma]l 73 ha in comune con la prima di essere una forma, essa ha in comune
con [la prima] di coadiuvare [la cosa] nel far sussistere [86] questa materia;

alia materia. Oportet igitur ut aliqua alia res sit causa essendi materiam cum forma, ita ut
esse materiae non fluat nisi ab illa re. Sed impossibile sit perfici fluxum eius ab illa sine
forma ullo modo; perficitur enim res ex utraque earum. Esse igitur materiae pendebit ex illa
re et ex forma, quocumque modo veniat ab illa in illam. Quapropter non destruitur privatio-
ne formae, eo quod forma non separatur ab illa nisi propter [99] aliam formam quae, cum
causa propter quam coepit esse materia, agit id quod agebat prima forma in illam, inquan-
tum haec secunda communicat cum prima in hoc quod est forma, scilicet inquantum adiuvat
ad constituendum hanc materiam, sed, in hoc quod differt ab ea, facit materiam in effectu
194 l'l J.....ill- ti\:JI
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substantiam alìam praeter eam substantiam quam agebat prima. Multa enim ex his quae sunt
non perficiuntur nisi propter esse duarum causarum: illuminatio enim et lux non proveniunt
nisi ex causa lucida et qualitate quae facit corpus illuminatum receptibile lucis quod non
penetret radius, sed revertatur; deinde illa qualitas formabit radium alia proprietate colorum
quam sit illa proprietas qua formavit eum, non alia qualitas. Oportet autem nunc ut non con-
tendas mecum de his quae dixi de penetratione radii et de reversione eius, quoniam et per
teipsum poteris considerare hoc, nec est longe, si bene consideraveris, te posse invenire
exempla de his convenientiora, nec nocet etiam si exempla non inveneris: non enim oportet
esse exemplum omnis rei.
à'JtATIATO SECONDO- SEZIONE QUARTA 195

invece, in quanto ne differisce, essa rende la materia una sostanza in atto


diversa dalla sostanza che la prima [forma] faceva [in atto].
Ora, molte delle cose esistenti trovano completamento solo in virtù
dell'esistenza di due cose; infatti, l'illuminare e il dar luce si danno solo a par-
tire da una causa che illumina e da una qualità che, non per se stessa, rende il
corpo lucente tale da ricevere i raggi in modo che vi penetrino e non si rifletta-
no; inoltre, tale qualità costituisce i raggi secondo una proprietà 174 diversa
dalla proprietà con cui li costituisce un'altra qualità di colori. Non è necessario
discutere 175 di quel che abbiamo sostenuto a proposito della penetrazione e
della riflessione dei raggi, poiché tu capisci di che cosa si tratta 176 . E non è
inverosimile - se ci rifletti su - che per questo tu possa trovare immagini più
convenienti, ma non sarai in errore neppure nel non trovare alcuna immagine:
non è necessario infatti che vi sia un'immagine per ogni cosa.
Ora, qualcuno potrebbe dire che, se la materia dipende da quella [data]
,cosa e da una forma, tutte e due insieme sono per essa (la-hu) 177 come una
,t;ausa e, se la forma svanisce, svanisce questo insieme che è la causa, e così
dovrà svanire il causato.
Ma la materia - diremo - non dipende da quella cosa e dalla forma in
quanto la forma è una forma d'una determinata specie, ma in quanto è forma.
~l'insieme [da esse costituito] non svanisce affatto: quella data cosa è conti-
~Ùvamente esistente e [così lo è] la forma in quanto forma; [87] così, è

Potest autem quis dicere quod, si materia fuerit pendens ab illa et a forma, tunc coniunc-
tio earum erit ei sicut causa; si autem destructa fuerit forma, destruetur coniunctum quod
!fl'at causa; oportebit igitur [100] ut destruatur causatum. Ad quod dico quod materia non est
llendens a re illa et a forma, inquantum forma est forma designata specie, sed inquantum est
llkma; hoc autem coniunctum non destruitur ullo modo. Semper enim habet esse ab illa et a
forma inquantum est forma. Evenit igitur quod, si non fuerit illa res, non erit materia, et, si
196 Av [87]

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non fuerit forma inquantum est forma, non erit materia. Si autem destrueretur prima forma
non ob causam successionis secundae, tunc res illa separata esset per se faciens hoc, nec
esset id quod est forma inquantum est forma. Esset igitur impossibile fluere ab illa re esse
materiae, ob hoc quod est sola absque communicatione ve! condicione.
Potest autem aliquis dicere quod coniunctio illius causae et formae, non est unum nume-
ro, sed est unum intentione communi; unum autem secundum intentionem communem non
est causa eius quod est unum numero et eius quod est qualis est natura materiae: ipsa enim
est unum numero. Contra quod dico, quod unum secundum intentionem communem, quod
'fRATIATO SECONDO- SEZIONE QUARTA 197

[solo] se non vi fosse quella data cosa e se non vi fosse la forma in quanto
forma che non vi sarebbe la materia 178 . Se la prima forma svanisse non in
ragione del succedersi della seconda 179 , quella data cosa separata sarebbe da
sola e, non essendoci quel che è la forma in quanto forma, sarebbe impossibile
che da essa fluisse l'essere della materia; [quella data cosa] sarebbe, infatti, da
sola, senza qualcosa che le si associ o senza condizione.
E tuttavia qualcuno potrebbe ancora dire: tale insieme- [e cioè] la causa e
la forma - non è qualcosa di numericamente uno, ma qualcosa di uno in senso
generico 180 e quel che è uno in senso generico non è causa dell'uno per nume-
ro né di quel che è come la natura della materia, che infatti è una per numero.
Ma noi - diremo- non riteniamo impossibile che ciò che è uno in senso gene-
rico e che conserva l'unità della propria genericità in virtù dell'uno per nume-
ro sia causa di ciò che è uno per numero, e qui è [proprio] così. Infatti, quel
che è uno nella specie- che si conserva per l'uno per numero- è ll'ente] che
è separato 181 : così, quella data cosa rende necessaria la materia e non porta a
èompimento la sua azione di renderla necessaria, se non in virtù di una delle
cose che la accompagnano, una qualunque di esse. Quanto poi a che cosa sia
questa data cosa, lo apprenderai in seguito 182 .
Le forme o sono forme da cui la materia non si separa, oppure sono forme
da cui la materia si separa, senza però poter restare priva di simili forme. E il
fatto che le forme che si separano dalla materia in vista di qualcosa di succes-
sivo si succedano [nella materia] rende [la materia stessa] permanente grazie
al succedersi di quelle forme 183 ; così, la forma in un certo senso è un medio tra
la materia - che è fatta permanere - e ciò che la fa permanere. [88] E la

est conservata unitas suae communitatis ad unum numero, non prohibetur esse causa eius
quod est unum numero. Non enim causa est unius numero. Item unum specie quod conser-
Vatur per unum numero, illud est separatum; illud ergo est res quae facit debere esse mate-
riam; non enim perficitur suum debitum essendi nisi per aliquam rerum quae adiungitur ei,
qualiscumque fuerit; sed quid si t illa res, tu scies postea < ... > .
1. [101] Sed, quia ille qui formas succedentes quae adiunguntur materiae facit succedere in
illam, ipse facit eam remanere per successionem illarum formarum, tunc illa forma est ali-
quo modo media inter materiam conservatam et conservantem eam. Id autem quod est
198 [88]

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medium in constitutione convenientius est esse prius Constitutum, ut deinde per illud consti-
tuatur aliud a se, prioritate essentiae, et illud est causa propinqua conservati in permanenti a.
Si enim constituitur a causa quae facit remanere materiam mediatione eius, tunc constitutio
eius est prius ex primis, et deinde fit constitutio mat~riae; si autem fuerit existens non per
causam illam, sed per seipsam, et deinde constituitu~ materia per ipsam, tunc hoc manife-
stius est in illa < ... >. Igitur forma prior est hyle.
TRATTATO SECONDO- SEZIONE QUARTA 19g

mediazione riguarda il far sussistere [la materia]: infatti, in primo luogo, co11
una priorità per sé, sussiste l'essenza [della forma] 184 , poi, in virtù di ess<t
vien fatto sussistere qualcosa di diverso da essa. [La forma], quindi, è la caus~
prossima della permanenza di quel che è fatto permanere e se essa sussiste i0
virtù della causa che, grazie alla sua mediazione, fa permanere la materi<t
allora dalle prime [cause] la sussistenza giunge in primo luogo [alla forma] ~
poi alla materia; se [la forma] sussistesse, invece, non in virtù di quella caus(t
ma in virtù di se stessa, sussistendo poi la materia in virtù di essa, ecco che ~Ì
suo [carattere di causa] sarebbe ancor più manifesto 185 •
Le forme da cui la materia non si separa non si possono considerare come
causate dalla materia, come se fosse la materia per se stessa a esigerle e a reQ_
derle necessarie; così, [la materia] finirebbe per render necessaria l'esistenza
di qualcosa in virtù di cui essa stessa si perfeziona e finirebbe quindi per ess~­
re [al contempo] ricettiva- in quanto in virtù di questo [qualcosa] essa si pet_
fezionerebbe - e tale da far esistere, in quanto ne renderebbe necessaria [l'es L
stenza]. [In tal caso], infatti, la [materia] renderebbe in se stessa necessaria
l'esistenza di qualcosa in virtù di cui ha forma 186 ; ma in quanto è un ricettor~
una COSa è aiVersa (a'a quef cae èf rfl quaa(O è qua{casa cae rena'e aecessaaoJ&j
e la materia sarebbe dunque dotata di due elementi (dat amrayn): in virtù dj
uno dei due essa sarebbe "preparata", mentre in virtù dell'altro ne trarrebb~
esistenza un'altra cosa. Ma [se così fosse], quel che dei due è ciò che è prepa_
rato sarebbe la sostanza della materia, mentre quell'altro elemento sarebb~
qualcosa in più rispetto al suo essere materia, qualcosa che accompagnerebb~
[il suo essere materia] e in cui dovrebbe produrre necessariamente qualcos'l
(a[ar), come la natura del movimento è nella materia; ma così questa data cos'l
sarebbe la prima forma e il discorso tornerebbe al caso precedente.
La forma è dunque anteriore alla materia (al-hayilla) e non è possibile eh~
si dica che la forma sia in se stessa esistente sempre in potenza, venendo aq
essere in atto solo in virtù della materia, perché proprio l'atto è la sostanz'l
della forma. Quanto poi alla natura di quel che è in potenza, il suo luogo dj
inerenza è la materia (al-madda) ed è quindi la materia quella di cui è valid<)
affermare che essa in se stessa è esistente in potenza e che.-è in atto in virtìì
della forma 188 • [89] La forma invece, benché non si separi dalla materia (al_

Non potest autem hoc concedi quod forma per seipsam habeat esse in potentia, sed fit i'J
effectu per materiam, quia substantia formae est effectus. Natura vero eius quod est esse i'J
potentia est proprietas materiae; igitur materia est id de quo convenit dici quod [102] in S<e
habet esse in potentia; sed in effectu est per formam; forma autem, quamvis non separetur
200 [89]

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ab hyle, tamen non constituitur ab hyle, sed a causa quae acquirit sibi hyle: quomodo autem
constitueretur forma per hyle, cum nos iam ostenderimus eam esse causam hyle? Causa
autem non constituitur a causato: impossibile est enim aliqua duo esse quorum unum consti·
tuatur ab altero sic ut unumquodque eorum acquirat alteri suum esse. Ostensum est igitur
illud esse impossibile, et ostensa est etiam differentia inter id per quod res constit11itur et
inter id quod ab eo non separatur.
Forma igitur non habet esse nisi in hyle, non autem quod hyle causa est sui esse et quod
ipsa est in hyle, est sicut hoc quod causa non est nisi cum causato, non quod causatum sit
causa essendi causam ve! essendi cum causato sed quod, cum causa fuerit causa in effectu.
TRATTATO SECONDO- SEZIONE QUARTA 201

hayillii), non sussiste in virtù di essa, ma invece in virtù della causa che la fa
acquisire alla materia 189 • E come potrebbe 190 la forma sussistere in virtù della
materia (al-hayulti), se abbiamo già messo in evidenza che ne è la causa? La
causa191 non sussiste in virtù del causato, né due cose sussistono l'una in virtù
dell'altra in quanto ognuna delle due darebbe all'altra l'esistenza. L'impossi-
bilità di questo è evidente, come evidente ti si è rivelata la differenza tra ciò in
virtù di cui la cosa esiste e ciò che non se ne separa.
La forma, dunque, non esiste se non nella materia (jf l-hayulii), ma ciò non
{significa] che causa della sua esistenza sia la materia (al-hayulii) o il suo
essere nella materia (jf l-hayulii). Allo stesso modo, il fatto che la causa non
esista se non con il causato [non significa] che l'esistenza della causa coincida
'éon il causato o con il suo essere con il causato; e come 192 dalla causa in atto
-consegue necessariamente il causato e [consegueJ che esso sia 193 con essa,
così, essendo la forma una forma esistente, consegue che essa faccia sussistere
\llla cosa, laddove tale cosa accompagna la sua essenza. È quindi come se quel
che fa sussistere una cosa in atto e le dà l'esistenza sia o qualcosa che dà
[l'esistenza] ed è separato, o qualcosa che dà [l'esistenza] ed è in contatto -
benché non sia una parte (di quel che causa); come la sostanza, (che è causa)
degli accidenti che le sono concomitanti e le conseguono necessariamente, e le
complessioni.
Perciò è evidente che ogni forma che esista in una materia che si fa corpo
(mii.dda mugassama) esiste in virtù di una certa causa; ora, per quanto riguarda
là [forma] avventizia, ciò è manifesto; e per quanto riguarda quella che si
accompagna sempre a una data materia (mtidda), [ciò] è perché la materia cor-
porea (al-hayillii al-gismiiniyya) è stata resa ad essa appropriata da una causa.
E questo [aspetto] lo renderemo ancor più manifesto in altri luoghi 194 .

8equetur ex ea esse causatum et esse cum ea: similiter cum forma habuerit esse forma,
. sequetur ex hoc ut constituat aliguid, guod aliguid coniungitur suae essentiae; et id guod
constituit est res in effectu et dat ei esse, sed de hoc guiddam est cui dat esse et est non
C~niunctum ei, et guiddam est cui dat esse et est coniunctum ei, guamvis non sit pars eius,
stcut substantia est accidenti bus et complexionibus guae seguuntur et comitantur eam .
. [103] Ex his igitur manifestum est guod guaecumgue forma habet esse in materia corpo-
rab, per causam aliguam est in ea. Sed in illis formis guae incipiunt, hoc manifestum est; in
~~tantibus vero materiam, similiter est eo guod materia corporalis non appropriatur eis
rust per causam. Adhuc autem hoc amplius monstrabimus alias.
W Wl AJWI

TRATTATO TERZO

TRACTATUSlli
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205

INTRODUZIONE

Sezione prima

Questa prima sezione è una breve ricapitolazione di questioni già affronta-


te e serve a introdurre il tema delle categorie, che costituisce il filo del discor-
~ dell'intero trattato. [93] Avicenna riassume brevemente i modi in cui si dice
la sostanza: sostanza si dice di ciò che è separato, del corpo, della materia,
d,ella forma; anche in questo contesto, a essere menzionato come primo signi-
ficato di "sostanza" è "ciò che è separato" (al-mufiiriq). Avicenna richiama
e&~>licitamente la trattazione psicologica della sua Fisica, nella quale, sulla
~se di un argomento fondato sull'immaginazione, egli ha mostrato come
ranima sia un'entità separata dal corpo (è l'argomento dell'uomo velato; cfr.
la·successiva nota 5 al testo): le sostanze separate di cui si occupa la metafisi-
ca hanno quindi già ricevuto una prima legittimazione nella trattazione dedica-
ta"'alla scienza naturale.
(94] Prima di affrontare la trattazione sistematica delle categorie (nel suo
elenco non compare quella del "possesso", fatta probabilmente rientrare nella
qpalità, cfr. ARIST., Cat., 8, 8 b 25-26), Avicenna ricorda che- eccettuata la
W)stanza - tutte le categorie hanno lo statuto di accidenti e che tali sono quindi
~e la quantità e la qualità che, da una parte, sostanzialmente i Pitagorici e,
4all'altra, i «partigiani della dottrina della latenza» (a~/:tiib al-kumiin; cfr. la
~ 12 al testo), hanno ritenuto o ritengono "sostanze". [94,12-95] Per la dot-
trina della latenza, Avicenna si limita qui a rimandare alla confutazione che ne
~ nella Fisica, mentre esamina brevemente le teorie di coloro che difendono
la sostanzialità della quantità e del numero: essi finiscono per attribuire lo sta-
blto di principio al punto - e ciò è assurdo - oppure finiscono per essere con-
traddetti dall'analisi dell'uno. [95-96] Si introducono così i concetti di uno
(wii/:tid) e unità (wa/:tda) che verranno poi ampiamente trattati nella sezione
IIUccessiva; seguendo Aristotele (cfr. Metaph., V [.6.], 6; X [l], 2), Avicenna
ricorda che l'uno l) è rapportabile all'essere (al-mawgiid: "l'esistente"), pur
non essendo immediatamente e totalmente riconducibile ad esso; 2) è princi-
pio della quantità e del numero; 3) è principio del continuo, in quanto ne è
~causa formale".
206 TRA TIATO TERZO

Sezione seconda

Seguendo sempre da vicino la Metafisica aristotelica, Avicenna prosegue


qui la trattazione dell'uno che aveva introdotto in chiusura nella prima sezio-
ne. [97-98,11] Egli definisce, in primo luogo, l'ambito generico e problemati-
co nel quale, con diverse gradazioni o "modulazioni", sono compresi i vari
significati dell'uno (l'espressione bi-l-taskìk vale "ambiguità", "equivocità",
talvolta "analogia" e si oppone all'univocità) e dà dell'uno una prima defini-
zione: l'uno si dice - secondo anteriorità e posteriorità- di realtà distinte che
possono essere considerate coincidenti in quanto in atto non contengono alcu-
na divisione (qisma: in questa formula pare ricalcata la definizione aristotelica
di Metaph., V [À], 6, 1016 b 3-5; qisma corrisponde al greco owtpwv;- anche
nella traduzione della Metafisica di UstaJ, utilizzata da Averroè). In secondo
luogo, e ancora una volta come Aristotele, Avicenna pone la distinzione tra
l'uno che è per se (bi-d.iiti-hi) e l'uno che è per accidens (bi-l- 'araQ.) e, in base
a questa distinzione, riassume i significati dell'uno: l'uno per accidente riuni-
sce un soggetto e un predicato, oppure due predicati, oppure due soggetti;
l'uno per sé, è invece: l) per genere (o prossimo o remoto); 2) per specie (o
prossima o remota, e in quest'ultimo caso coincide con il genere prossimo); 3)
per comparazione o rapportabilità (ed è l'uno per analogia); 4) per soggetto; 5)
per numero, dove quest'ultimo può essere a sua volta tale o a) per continuità o
b) per contiguità o c) per specie o d) per essenza.
Mentre l'uno per accidente riguarda quindi cose in essenza molteplici (due
soggetti uniti in un predicato, due predicati uniti in un soggetto o un soggetto e
un predicato tra loro uniti), l'uno per sé individua cose che possono essere
considerate per se stesse un'unica realtà. La trattazione avicenniana dell'uno
assume, quindi, quella relativizzazione del concetto di uno (l'uno si dice "in
molti modi" e si dice dello stesso molteplice) cui il Parmenide di Platone
prima e le discussioni aristoteliche poi erano già giunti. Tale relativizzazione è
immediatamente evocata da Avicenna a proposito dell'uno nel senso del gene-
re, il quale è molteplice per specie, e dell'uno per specie, che può esserlo- o
non esserlo - nel numero, e cioè negli individui; vi sono, infatti, degli enti che
si distinguono solo in virtù della specie e questo può avvenire per sé (come nel
caso degli angeli che non potrebbero differire individualmente perché separati
dalla materia) o per accidente (come nel caso dei corpi celesti; sebbene, infat-
ti, il sole sia il solo individuo della specie "sole", nulla impedisce di immagi-
nare che ce ne sia un secondo o un terzo; questo tema tornerà poi a proposito ""
della dottrina degli universali in Iliih., V, l, p. 196).
[98,12-99,8] Avicenna passa quindi ad affrontare l'uno nel senso del conti-
nuo (al-mutta$il; TÒ avvEXTJS"); quello autentico (cioè quello che è realmente
tale: bi-1-l:taqìqa) contiene la molteplicità solo in potenza, mentre quello che è
tale nel senso "dell'aggregazione" - e che è poi riducibile all'uno per conti-
guità - contiene una molteplicità che è tale in atto ma che è come "ricoperta"
INTRODUZIONE 207

da un'unità: in questo caso l'unità è data dalla consecutività delle parti della
cosa (l'unità d'aggregazione - al-wa/:tda al-igtimii'iyya -è, per esempio,
l'unità che può essere attribuita alle diverse membra di uno stesso corpo).
Infine, l'uno nel senso del continuo è considerabile o in relazione alla sola
estensione (o misura) o in relazione alla natura della cosa. [99,9-101,11] È
infatti. la natura della cosa a determinarne la divisibilità: ogni cosa che è una,
in quanto tale, è indivisibile (basta tornare alla definizione dell'uno) e tuttavia,
vi sono cose che per natura si dividono o si moltiplicano e che sono quindi
"uno" se considerate in quanto indivise (secondo il senso dell'uno nel sogget-
to), e che invece non lo sono se considerate in relazione alla loro natura; la
linea e il corpo semplice, come l'acqua, sono, per esempio, moltiplicabili e
divisibili (la linea lo è per sé, il corpo e l'acqua lo sono in virtù dell' estensio-
ne), mentre i corpi complessi o le sostanze "complete", come l'uomo o
l'anima, non possono in quanto tali essere moltiplicati o dividersi. Le cose
indivisibili possono essere considerate, infine, anche sotto un altro aspetto:
alcune, oltre a quella per cui sono "uno", hanno un'altra natura; sono allora o
come il punto (che è identificato non solo dall'unità, ma anche dalla posizio-
ne) oppure come l'intelletto o l'anima che hanno una natura "una"; ciò che
invece non ha una natura diversa da quella dell'uno è l'unità, ossia l'uno nel
senso del principio del numero.
[101,12-fine] Le notazioni di Avicenna sono significative: l'indivisibilità è
considerata un fatto mentale e la completezza da cui essa dipende può essere,
oltre che reale, per ipotesi e pura convenzione (così un soldo è "uno"). L'unità
può infatti eSBere considerata da diversi punti di vista o nel rapporto (cioè per
un predicato) o nel soggetto. Degna di nota, infine, è la distinzione dei diversi
significati dell'uno che Avicenna opera in base alla loro gerarchia (come
all'inizio egli aveva accennato al tema dell'anteriorità e della posteriorità):
l'unità per specie è anteriore a quella per genere, l'unità per numero lo è
rispetto a quella per specie e così via. Anche in questa super-posizione gerar-
chica dei significati dell'uno, che riprende un tema aristotelico, è riconoscibile
la relativizzazione di questo concetto (così forte da permettere di rovesciare il
discorso: l'uno si dice del molteplice in vari modi ... ). Infine, Avicenna precisa
che, sebbene la nozione dell'uno possa essere predicata di tutto ciò che esiste,
come quella dell'essere, essa non è a questa riconducibile.

Sezione terza

Questa sezione costituisce un'approfondita indagine delle nozioni di uno,


unità e accidentalità del numero. [104-106,9] Al centro della riflessione avi-
cenniana è il carattere aporetico che va riconosciuto alle nozioni dell'uno e del
molteplice: per definire l'unità si ricorre alla molteplicità così come, per defi-
nire la molteplicità, ci si serve dell'unità; di unità e di molteplicità (come del
208 TRATTATO TERZO

numero, che le corrisponde) non si danno definizioni: è solo possibile "risve-


gliare" (tanbìh) l'attenzione su qualcosa che l'intelletto (per quanto riguarda
l'uno) o l'immaginazione (per quanto riguarda il molteplice) possiedono già.
All'orizzonte si profila la questione, già aristotelica, della natura dell'opposi-
zione tra l'uno e i molti.
(106,10-108,3] La sola verità dicibile dell'unità riguarda il suo statuto di
conseguente necessario della sostanza: ogni sostanza è una, ma l'unità non
costituisce la quiddità della sostanza. Avicenna dimostra l'inseparabilità di
unità (che è in tal senso un accidente) e di sostanza utilizzando, ancora una
volta, il procedimento diairetico e le argomentazioni per assurdo. Se l'unità si
desse separata, si avrebbero diverse assurdità. l) lnnanzitutto, ci si dovrebbe
chiedere se - separata dalla sostanza - l'unità sia indivisibile 1.1) per sé o,
invece, 1.2) in virtù di una natura diversa dalla propria; ma poiché è sempre
qualcosa a essere indivisibile, il primo caso si riduce al secondo: quel qualco-
sa di indi visibile potrebbe infatti essere o l) una sostanza o 2) un accidente; 2)
se fosse un accidente, poiché non si può procedere all'infinito (Avicenna lo ha
già stabilito in Iliih., II, l, p. 57) l'unità finirebbe per essere in una sostanza. l)
Se invece fosse una sostanza, allora: la) se l'unità non se ne separasse, vi
sarebbe esistente come qualcosa esiste in un soggetto (l'unità cioè sarebbe un
accidente e si tornerebbe al caso precedente); l b) se invece l'unità se ne sepa-
rasse, allora essa se ne separerebbe J.b1) o per darsi in un'altra sostanza, ma
allora la sostanza, restata senza unità, non sarebbe più "una" (e questo è assur-
do); altrimenti, la si dovrebbe immaginare con una unità "propria" e una tale
da accompagnarsi e separarsi da essa; ma in questo caso si avrebbero due
sostanze, non una sola sostanza; l.b2) oppure, anche ammesso che l'unità non
si trasferisca a un'altra sostanza, pensar! a separabile significa cadere nelle
stesse difficoltà; Le) infine, non si può credere che la stessa unità, che si è
concepita separabile dalla sostanza, appartenga a due o più sostanze, perché si
avrebbero in realtà due o più unità.
[108,4-109,10) 1.2) Inoltre, se l'unità non fosse semplice indivisibilità, ma
fosse invece un "essere indivisibile" che si accompagna a una sostanza dalla
quale può poi separarsi, 1.2.a) una volta separatasi dalla sostanza, l'unità stessa
sarebbe una "sostanza separata" e, in quanto tale, non potrebbe esser detta degli
accidenti. 1.2.b) Altrimenti, si dovrebbe supporre un'unità propria delle sostan-
ze e un'unità propria degli accidenti; e si avrebbe però allora il problema della
comune natura di questa unità: per essere realmente unità in tutti e due i casi (e
non per semplice omonimia), l'unità dovrebbe essere, infatti, associabile tanto
alla sostanza quanto agli accidenti e si finirebbe così per ammettere comunque
l'esistenza di una "unità-accidente" (l' indivisibilità), in sé comune sia alla
sostanza sia agli accidenti e più generale di quella che si era creduta inizialmen-
te l'unità. In tal modo quindi Avicenna dimostra come l'unità, che non è altro
che l'indivisibilità, sia un accidente inseparabile delle cose (e come, di conse-
guenza, il numero sia un accidente). [109,11-fine] L'inseparabilità che l'unità
INTRODUZIONE 209

ha rispetto alla cosa non è quella che il genere ha rispetto alle proprie differen-
ze, ma quella del conseguente necessario che, senza entrare nella quiddità della
cosa, la accompagna, tuttavia, necessariamente.

Sezione quarta

L'estensione- o misura- (miqdiir) è un accidente: nel quadro della pole-


mica anti-atomista e anti-pitagorica, la quarta sezione è occupata interamente
da questo tema. [ 111 ,4-112,2] Avicenna riprende il discorso già svolto a pro-
posito del corpo e distingue nuovamente tra corpo o estensione in quanto
misura o estensione del continuo (è il corpo nel senso della quantità acciden-
tale, ossia della forma accidentale che inerisce alla materia; è la misura del
numero di volte - anche infinito - che un corpo può essere, per così dire,
t:percorso") e il corpo o l'estensione in quanto continuo (è il corpo nel senso
della forma della corporeità o della sostanza corporea che si genera grazie
all'unione di questa con la materia); vi è poi un terzo senso dì "corpo", quel-
lo per cui esso è sostanza, che non rientra però nel tema della sezione. È il
senso del corpo come "continuo" che identifica il corpo come tale; rispetto
'ad esso, infatti, i corpi sono tutti uguali, mentre per il primo significato essi
differiscono l'uno dall'altro (i corpi sono cioè di diversa misura e possono
mutare misura). [ 112,3-1 I 4, l] Avicenna si sofferma, quindi, sulla nozione di
S'uperficie (ma il suo discorso, con i dovuti mutamenti, vale anche per la
linea). Anche nella superficie si rintracciano due sensi: in un senso essa è
termine del corpo, ed è quindi qualcosa di relativo (è in questo senso che la
superficie è bi-dimensionale, perché è termine del corpo che accetta tre
dimensioni); in un altro è un'estensione, una misura. Anche qui, rispetto al
primo senso tutte le superfici sono eguali (tutte sono il termine di un corpo),
,mentre per il secondo senso esse differiscono tra loro (sono di diversa misu-
t:a). In entrambi i casi, tuttavia, la superficie - come poi la linea - è un acci-
dente. Se la superficie nel senso del termine è chiaramente accidente, perché
èsiste nella sostanza non essendone una parte, la superficie nel senso della
misura è chiaramente un fatto accidentale perché avviene e svanisce nella
sostanza del corpo la quale, invece, è soggetta a continuità e discontinuità,
permanendo tale.
[114,2-116,3] Una volta appurata l'accidentalità delle estensioni, resta da
Rpiegare in quale senso nell'immaginazione, o più propriamente rispetto alla
facoltà estimativa (wahm), la superficie si dia come separata dal corpo e la
linea come separata dalla superficie o il punto come separato dalla linea.
Avicenna distingue allora i due modi in cui è possibile concepire la separa-
tezza di qualcosa: il primo è il modo in cui qualcosa si concepisce senza (o
àeparato da) qualcos'altro (la superficie si suppone senza il corpo); il secon-
do è quello in cui si considera solo una data cosa, senza prestare attenzione a
210 TRATTATO TERZO

quel qualcosa che eventualmente le si accompagna (si considera solo la


superficie, senza prestare attenzione al fatto che con essa vi sia o non vi sia il
corpo). Solo in questo secondo modo non si incorre nell'illusione di conside-
rare la superficie, che è termine del corpo, come realmente separata dal
corpo. Anche la definizione della linea (che è qui tale in senso generale e
comprende quindi sia la linea, infinita, sia il segmento o la semiretta) soffre
dell'illusione: non può essere il punto a tracciare la linea con il proprio movi-
mento; se il punto è tale in virtù del contatto, ecco che, una volta svanito con
il moto il contatto, con esso svanisce anche il punto; la linea va quindi conce-
pita come un insieme di punti, non come il risultato del moto di uno stesso
punto. Inoltre, se il punto si muovesse in qualcosa, dovrebbe già esservi qual-
cosa (una linea e quindi una superficie e un corpo) che ne legittimi il movi-
mento in una determinata direzione.
[116,3-fine] Avicenna si preoccupa, infine, di confutare un'errata defini-
zione dell'angolo che, descrivendolo come il risultato del moto di una linea a
partire da uno solo dei suoi due capi o estremità, finisce per considerarlo una
sorta di quarto genere di estensione. Si ribadisce così come le sole quantità
continue siano le tre dimensioni spaziali e quella temporale.

Sezione quinta

Tutta la sezione è occupata dall'esame del numero. [119,4-122,12] Il


numero esiste nelle cose concrete e nell'anima, e solo nell'anima può dirsi
astratto dalle cose concrete. In ciò ogni numero è come l'uno dal quale, in ulti-
ma analisi, dipende. Ogni numero ha specifiche proprietà (la divisibilità,
l'irrazionalità numerica etc.) che gli appartengono in quanto è quel dato nume-
ro e in tal senso la molteplicità è qualcosa di distinto dalla proprietà che spetta
a ogni forma numerica in quanto tale: la realtà propria di ciascun numero è la
sua unità; cosi, se il dieci, in quanto molteplice, è molteplicità (è dieci volte
uno), in quanto decina, esso è qualcosa di unitario cui appartengono determi-
nate proprietà (per es. quella di essere divisibile in due "cinque"). Le proprietà
di un dato numero emergono tuttavia dalla sua descrizione, mentre il solo
modo per definire il numero è quello- difficile "a immaginarsi e a esprimersi"
(cfr. 122,11-12) di considerare tutte le unità di cui esso si compone.
[122,13-124,13] Il secondo tema della sezione è costituito dalla diade che i
Pitagorici non considerano numero ma che, nella tradizione aristotelica, e in
tal senso anche per Avicenna, è un numero ed è anzi il più piccolo dei numeri,
divisibile in sole due unità. Non bisogna quindi credere, come fanno alcuni,
che il molteplice si dia solo in presenza di ciò che è maggiore di due (questo lo
fanno i grammatici: in arabo, come in greco, per indicare due cose si usa il
duale, mentre il plurale è riservato a tre o più cose); né si può credere che il
"poco", che è la diade, sia tale in assoluto. Il "poco" è un termine relativo ed è
INTRODUZIONE 211

quindi tale sempre in relazione ad altro: la diade è il più piccolo dei numeri,
ma non è un'entità piccola in assoluto.
[124,14-fine] Avicenna ricorda quindi che i sensi in cui è possibile parlare
di "molteplice" sono due: il primo è quello assoluto e dipende dalla reiterazìo-
11~ dell'unità (il molteplice, in tal senso, si oppone all'unità come ciò che è
misurato si oppone all'unità di misura); il secondo è quello relativo e dipende
dalla comparazione con altro (in tal senso il molteplice è "più" di qualcos'altro
e si oppone allora a ciò che è "poco"). Il molteplice non sì oppone, quindi,
all'uno come ad un contrario. Ma di questo, tratta la sezione successiva.

Sezione sesta

Si esamina qui il tema dell'opposizione tra l'uno e il molteplice, da subito


presentata nel suo carattere aporetico: nessuna delle quattro opposizioni possi-
bili (contrarietà, forma e privazione, contraddizione, relazione) risulta applica-
bile al rapporto tra l'uno e i molti.
[126-128,2] Non si tratta di contrarietà: due cose contrarie non si costitui-
JCOno l'una a partire dall'altra e i molti, composti a partire dall'uno, non pos-
sopo essere a questo contrari. Neppure obiettare che la molteplicità si oppone
ol soggetto cui inerisce l'unità è un argomento valido: non è a uno stesso sog-
getto numericamente uno che l'unità e la molteplicità ineriscono (come
potrebbe lo stesso soggetto essere uno e molti?); e poi l'unità, a ben guardare,
è vanificata non da una molteplicità, ma proprio da un'altra unità che le si
aggiunge (esattamente come una determinata superficie cui sia accostata
un'altra superficie svanisce cosicché al suo posto se ne genera una terza).
~n:{128,2-129,5] L'opposizione tra l'uno e i molti non sembra corrispondere
aeppure a quella che si ha tra il possesso (ossia il possesso di una determinata
lbr:ma) e la privazione: l'unità non è la privazione dei molti e la molteplicità
ilon è la privazione dell'uno. La privazione, infatti, non è qualcosa che sia
concepibile in sé ma si definisce e concepisce solo in virtù del possesso; inol-
tre:, componendosi a partire dall'unità, come potrebbe la molteplicità costituire
la privazione dell'unità o, viceversa, l'unità la privazione di essa? Così, anche
se alcuni degli antichi filosofi (e il riferimento è ai Pitagorici) hanno assimila-
to l~ opposizione tra l'uno e i molti a quella tra il possesso e la privazione, attri-
bnendo all'uno i valori positivi e alla molteplicità quelli negativi, questo tipo
di analogia è da rigettare.
[129,6-129,10] Per le stesse ragioni, il rapporto tra l'uno e i molti non può
~sere considerato come quello fra due contraddittori; nella contraddittorietà,
infatti, l'opposizione della privazione e del possesso rientra come nel proprio
genere (e si avrebbe allora la stessa difficoltà: la negazione è concepibile solo
in virtù dell'affermazione: l'unità- o viceversa la molteplicità- dovrebbe
QUindi essere concepita solo in virtù del suo contraddittorio).
212 TRATTATO TERZO

[ 129,11-130,4] Vi è infine, l'opposizione della relazione; ma neppure que-


sta sembra convenire al rapporto tra l'uno e i molti. Il fatto che due cose siano
relative significa che esse sono concepibili (o dicibili) solo l'una in relazione
all'altra; ma la molteplicità, pur essendo causata dall'unità, non è come tale
concepibile solo in virtù dell'unità (e così l'unità, che è causa del molteplice, è
concepibile indipendentemente da esso): il rapporto tra unità e molteplicità
esiste in quatto esse sono rispettivamente causa e causato, ma il loro esser
causa e causato è qualcosa di diverso dalla loro natura. Avicenna distingue la
concepibilità dell'uno da quella dei molti rilevando quindi che, se sul piano
intellettuale ('a q l) l 'uno precede i molti, sul piano dell'immaginazione
(ta!Jayyul) sono i molti a precedere l'uno: i molti si immaginano o concepisco-
no tali indipendentemente dall'uno, pur essendo causati dall'uno (torna il tema
d'apertura di III, 3, p. 105); inoltre, due cose relative sono convertibili nella
loro relazione.
[130,5-133,15] Una volta escluse tutte e quattro le categorie di opposizio-
ne, appare chiaro che l'opposizione tra l'uno e i molti, non toccando le loro
essenze, li riguarda solo in quanto essi sono assunti rispettivamente come
unità di misura e quantità misurata. A questa, Avicenna fa seguire una serie di
considerazioni sull'unità di misura (e in questo modo viene evocato il tema
dell'incommensurabilità), che in ogni categoria è, in genere, ciò che vi è di più
piccolo e può misurare solo ciò che ad essa è omogeneo; l'unità di misura può
essere poi tale o per natura o per convenzione.

Sezione settima

[134] L'interrogativo di partenza riguarda il carattere accidentale delle


qualità. Alcuni - e Avicenna fa qui riferimento a due teorie cosmologiche
della teologia islamica - ritengono che le qualità siano sostanze. Secondo tali
teorie, ambedue riconducibili alla cosiddetta "dottrina della latenza" (cfr. i
riferimenti dati nella nota 12 al testo), di cui Avicenna discute ampiamente
quando considera i fenomeni della generazione e della corruzione (v. Liber
tertius naturalium de generatione et corruptione e Liber quartus naturalium
de actionibus et passionibus), le qualità sono sostanze o nel senso in cui esse
si infiltrano nei corpi, come l'acqua in un vestito bagnato, oppure nel senso in
cui esse esistono nei corpi o con i corpi, potendo esservi "nascoste" o "manife-
ste"; secondo quest'ultima teoria, i fenomeni naturali non sono il risultato di
un mutamento, ma solo la manifestazione (o viceversa l' occultazione) di entità
già esistenti nei corpi, seppure in modo latente (come l'olio è già nel sesamo ).
La confutazione di tali teorie è articolata da Avicenna in più argomenti.
[134,16-137,11] l) Se le qualità sono sostanze, esse la) o sono corpi o l.b)
non sono corpi. lb) Se non sono corpi, o l.b.1) a partire da esse si forma un
corpo, ma ciò è impossibile, perché da ciò che non è corporeo e non è quindi
INTRODUZIONE 213

divisibile non può formarsi alcun corpo; lb.z) oppure non si forma alcun
corpo, nel qual caso, le qualità-sostanze accompagnerebbero i corpi o si infil-
trerebbero in essi, senza costituirli. Ma allora: l.b.2.1) per infiltrarsi in un corpo
o accompagnarlo, esse dovrebbero avere una posizione ed essere quindi cor-
poree, contro l'ipotesi; inoltre: l.b.2.2) ci si può chiedere se tali qualità-sostan-
ze non siano - o siano - tali da separarsi dal corpo cui si accompagnano.
l.b.2.2.1) Se non si separano dal corpo cui si accompagnano, allora- come è
evidente - esse sono accidenti e della sostanzialità hanno solo il nome;
l.b.2.2.2) se, viceversa, se ne separano, allora, o l.b.z.z.z.a) lo fanno in quanto si
trasferiscono da un corpo all'altro; oppure l.b.z.z.z.b) lo fanno in quanto sussi-
stono separate dal corpo.
l.b.2.2.2.a.1) Se le qualità-sostanze potessero separarsi dal corpo solo per tra-
sferirsi a un altro corpo, si avrebbe l'assurdità di un corpo che potrebbe raf-
freddarsi solo se si scaldasse quello accanto ad esso o che potrebbe mutare di
colore solo se il proprio colore passasse al corpo a fianco! l.b.2.2.z.a.2) Né si
può credere che tali qualità-sostanze rimangano nel corpo, nascoste, dato che
la dottrina della latenza si è già rivelata erronea. l.b.2.2.2.a.3) In ogni modo -
nota infine Avicenna- tale trasferimento delle qualità non risolverebbe la que-
stione della loro accidentalità: anche degli accidenti, infatti, sarebbe possibile
dire che "passano" da un corpo all'altro. l.b.z.2.2.a.4) Vi è poi una questione più
generale che riguarda la determinazione della qualità: o una qualità si accom-
pagna a un determinato corpo proprio perché si tratta di quel determinato
corpo, oppure gli si accompagna in ragione di una causa esterna che non tocca
la natura del corpo. l.b.2.2.2.a.4.1) Ora, se la qualità è vincolata a un determinato
soggetto individuale, essa non può evidentemente trasferirsi a un soggetto
diverso; l.b.2.2.2.a.4.2) e se invece non gli è vincolata, è necessario supporre
l'esistenza di una causa che giustifichi l'abbandono da parte della qualità del
primo soggetto, e poi di un'altra causa che dia conto del suo trasferirsi all'altro
soggetto. La causa che giustificherebbe l'abbandono del primo soggetto, infat-
ti, non spiega automaticamente che la qualità si accompagni a un altro sogget-
to. In tal senso, o la qualità fa a meno del soggetto perché non è ad esso vinco-
lata, oppure può esistere solo in quel soggetto. [137,12-138,3] D'altra parte,
senza un soggetto si avrebbe un'alterazione dell'identità della cosa e non un
trasferimento della qualità da un soggetto a un altro .. Avicenna mostra come
l'alterazione implichi sempre un permanere: la sostanza permane mentre la
qualità, che è accidente, svanisce.
[138,4-139] l.b.2.2.2.b) Se, d'altra parte, la qualità sussiste separata dal
corpo, allora l.b.2.2.2.b.l) è possibile concepirla come percepibile in sé; in tal
caso, tuttavia, essa, non essendo qualcosa di intelligibile, è un corpo (e si deve
allora immaginare un vuoto nei corpi in cui esso si possa inserire); l.b.2.2.2.b.2)
se poi si considerasse la qualità (Avicenna prende ad esempio il bianco) come
qualcosa di separabile, ma incorporeo (non in sé designabile), non lo si potreb-
be pensare tale da trasferirsi nei corpi; l.b.z.2.2.b.3) infine, se se ne fa qualcosa
214 TRATIATO TERZO

dotato di estensione, non si fa che raddoppiarne l'esistenza (si avrebbe infatti


la qualità come tale e la qualità come estensione): se la qualità fosse un corpo,
infatti, in virtù di una data natura essa sarebbe estensione, mentre in virtù di
un'altra natura essa sarebbe, per esempio, bianchezza. In ogni caso (a parte le
difficoltà che ne conseguirebbero, per esempio se le dimensioni del "bianco"
fossero maggiori di quelle del corpo cui esso dovrebbe inerire) non si verrebbe
più a parlare del bianco ma di un corpo bianco.

Sezione ottava

La sezione è incentrata sulla questione dello statuto di accidentalità che


deve essere riconosciuto alle forme che costituiscono la conoscenza umana.
[140] Se è chiaro che le forme degli accidenti sono accidenti, meno evidente è
che le forme delle sostanze siano a loro volta degli accidenti. È in gioco, in
realtà, la definizione stessa della sostanza come di "ciò che esiste non in un
soggetto": se l'intelletto è un soggetto, come può la sostanza (conosciuta come
tale) "esistere" in esso? Avicenna sembra considerare seriamente questa obie-
zione, anche perché essa gli consente di ribadire che la definizione della
sostanza è ciò che negli individui concreti, e cioè nella realtà, non esiste in un
soggetto; questa definizione non esclude che, in quanto conosciuta, la sostanza
esista sotto un'altra forma, ossia nel modo della forma dell'intelligibile e che
perciò esista in un soggetto quale l'intelletto. Nei termini della linguistica si
potrebbe dire che il fatto che la sostanza sia tale da essere intelletta non costi-
tuisce un tratto "pertinente" della sua definizione in quanto sostanza. La defi-
nizione della sostanza è tale in quanto la sostanza, "sia o non sia essa
nell'intelletto" esiste "non in un soggetto" negli individui concreti e cioè,
come Avicenna chiarirà, in quegli individui che rendono attuali gli statuti e le
azioni che le vanno attribuiti. [141] Analogamente, se, secondo la definizione
aristotelica, il movimento è "perfezione di ciò che è in potenza in quanto è in
potenza" (cfr. ARIST., Phys., III, l, 201 b 4-5), ciò non vuol dire che, quando
abbiamo intellezione del movimento, esso sia nell'intelletto la perfezione
dell'intelletto, quasi ne fosse il motore. Lo statuto della sostanza è, insomma,
analogo a quello del magnete che attrae il ferro ma non attrae il palmo della
mano: anche quando il magnete è nel palmo della mano e non lo attrae, la sua
natura è quella di attirare il ferro. [142] Non si può neppure far notare che
nell'intelletto la sostanza esiste in un soggetto; quando si nega assolutamente
(a~lan) che la sostanza sia in un soggetto, ci si riferisce comunque alla sua esi-
stenza nella realtà, e non quindi all'esistenza dell'intelligibile della sostanza
nell'anima.
[142,8-142,17] Vi è infine un'altra obiezione cui rispondere, e riguarda lo
statuto delle sostanze separate. Qualcuno potrebbe ritenere che, in quanto in se
stesse intelligibili, le sostanze separate coincidano con i loro intelligibili e
INTRODUZIONE 215

siano, come tali, degli accidenti. Ma il fatto che esse siano in sé intelligibili
significa solo che esse hanno intellezione di loro stesse indipendentemente dal
fatto che qualcosa di diverso ne abbia intellezione e che esse sono in sé libere
dalla materia e in questo senso "astratte" (mugarrada); non è però la loro stessa
essenza a costituire oggetto di scienza, ma una forma. [143-144,6] Non si può
dire, inoltre, che sia la stessa forma a imprimersi in diverse materie; la forma
non si imprime nelle materie: la scienza consiste nelle tracce, cioè nelle impres-
sioni delle forme che sono nell'anima ed essa, come tale, è un accidente (per la
dottrina degli universali e la loro esistenza nell'anima, cfr. IliiA, V, 1-2).

Sezione nona

[145,4-146,7] L'argomento della sezione consiste solo apparentemente


nella discussione del carattere accidentale delle qualità che ineriscono alle
quantità; in realtà, Avicenna è qui interessato essenzialmente a due cose: la
confutazione delle dottrine atomiste dei teologi e la conseguente conferma
della fisica aristotelica. Così, se alcune delle qualità di quantità, come la
parità e la disparità, sono già state definite, e altre appartengono specifica-
mente all'aritmetica, è delle qualità che riguardano l'estensione che Avicenna
qui si occupa. Ora, parlare delle estensioni o misure significa in primo luogo
trovare un metodo per dimostrarne l'esistenza. Nessuna figura e nessun soli-
do esistono, infatti, in modo evidente e- poiché tutte le figure sono deducibi-
li a partire da quella del cerchio, è in primo luogo necessario dimostrare l'esi-
stenza di quest'ultimo, tenendo presente fra l'altro- e Avicenna ha in mente
proprio le dottrine dell'atomismo teologico- che alcuni, ritenendo le esten-
sioni formate da parti indivisibili (atomismo geometrico), negano l'esistenza
del cerchio (cioè negano che nella realtà del mondo sensibile possa darsi un
cerchio "perfetto", corrispondente all'idea geometrica che se ne possiede).
Avicenna procede in due tappe: in un primo momento, dimostrando l' esisten-
za del cerchio e q~indi la divisibilità delle "parti" che lo compongono, confu-
ta l'atomismo a partire dagli stessi principi dell'atomismo; in un secondo
momento, elabora le dimostrazioni dell'esistenza del cerchio a partire da
principi "della vera dottrina".
l) Confutazione delle tesi atomiste. [146,8-147-4] Se, accogliendo l'ipotesi
atomista, si fa del cerchio "sensibile" qualcosa che non corrisponde al cerchio
in senso geometrico, si ha una figura costituita da atomi, dai bordi "dentellati".
Il "centro" di un tale cerchio è un atomo; è possibile, tuttavia, tracciare una
semiretta che, partendo daJ "centro" (C), passi su di un punto (cioè un atomo)
della circonferenza (B); ora, rimuovendo l'atomo della circonferenza che cor-
risponde al punto di incontro di tale semiretta (C-B), si ha un altro punto D e
un'altra semiretta C-D; si hanno allora due possibilità: o C diviene il centro
reale del cerchio (perché la linea C-D, e cioè quella che unisce C con il punto
216 TRATIATO TERZO

immediatamente successivo aB, corrisponde al raggio)- e si ha allora un cer-


chio nei senso ideale, in cui ogni punto della circonferenza è equidistante dal
centro, e la tesi atomista è già confutata- oppure no; ma se C non è "centro",
è comunque possibile renderlo tale, aggiungendo alla circonferenza una parte
o rimuovendone una; e in ogni caso, quindi, si sarà dimostrata l'esistenza del
cerchio.
(147-5-147,9] Il secondo argomento insiste sulla dentellatura del cerchio:
facendo entrare ogni dente in una fessura o incavo, e cioè rimuovendo ogni
"dente", si potrà ottenere un vero cerchio.
[147,10-148,8] L'argomento successivo ribadisce semplicemente il primo:
non si può negare che sia sempre possibile far passare una linea retta tra due
punti; così, se si rimuovessero tutti gli atomi (i punti) che costituiscono la cir-
conferenza a eccezione di uno, sarebbe possibile tracciare una semiretta tra di
esso e quello che si è supposto corrispondere al centro del cerchio (è d'altron-
de ciò che gli atomisti ammetterebbero se si fosse nel vuoto). In tal caso si
avrebbero quindi due "punti" l'uno di fronte all'altro, la semiretta che li con-
giunge sarebbe un "raggio" da cui sarebbe di conseguenza possibile costruire
un cerchio. Ora, - continua Avicenna -poiché gli atomisti non possono trince-
rarsi dietro l'argomento che, quando sono esistenti, gli atomi non possono
essere paralleli - cioè non possono "star di fronte" gli uni agli altri (non è
ammissibile l'idea di parti che si comportino diversamente a seconda che
siano considerate esistenti o inesistenti, ossia a seconda che siano stati o meno
rimossi gli atomi del cerchio), ecco che l'esistenza del cerchio è nuovamente
confermata. [148,9-148,13] Una volta dimostrata l'esistenza del cerchio, la
dottrina atomista appare insostenibile; si è infatti dimostrato come la circonfe-
renza non sia rettificabile e si è così provata l' incommensurabilità delle linee
che l'atomismo, invece, nega; perché in base ai principi dell'atomismo, tutte le
linee, composte di atomi, dovrebbero essere fra loro commensurabili.
2) Dimostrazioni secondo i principi "della vera dottrina". [148,14-fine]
Avicenna ricorda in primo luogo come già a partire dalla dimostrazione
dell'esistenza di un corpo semplice, ossia la sfera celeste, sia possibile arrivare
al cerchio, che ne è la sezione; egli espone, quindi, altri due argomenti. Il
primo è di carattere geometrico: si pongano due linee (o due superfici o due
corpi) in contatto su di un angolo; ebbene, perché una delle due linee coincida
con l'altra o venga ad esserle parallela, si formerà necessariamente una linea
curva. Per coincidere con l'altra linea, senza tagliarla, la prima linea finirà,
infatti, per tracciare una linea curva; ed egualmente, se saranno ambedue le
linee a muoversi, si avrà un arco di cerchio. Il secondo argomento è di caratte-
re fisico: se, su di un piano, si colloca un corpo che ha un'estremità più pesan-
te dell'altra, facendolo poggiare sulla superficie pilma con la sua estremità più
leggera, per essere tenuto in piedi, esso avrà bisogno dì qualcosa che lo
sostenga; viceversa, venendo a mancare il sostegno, il corpo cadrà e, cadendo,
traccerà un cerchio. Infatti, quando il corpo cade, un'estremità va verso l'alto
INTRODUZIONE 217

e l'altra verso il basso, così da formare un semicerchio; altrimenti, con il muo-


versi di un'estremità, un punto del corpo dovrebbe muoversi in lunghezza
(quest'ultimo caso, però è meramente immaginativo: non si dà in natura per-
ché le parti leggere salirebbero e non si potrebbero muovere in lunghezza). Il
corpo considerato nell'ipotesi è quindi divisibile in due parti: una che cade
verso i1 basso "per natura" e una che va verso l'alto "per violenza"; in tal
modo, si dimostra il cerchio, a partire dal quale è possibile poi ricavare l'esi-
stenza delle altre figure e degli altri solidi.

Sezione decima

[152,4-153,11] Tema della sezione è il concetto di relazione di cui, comun-


que, Avicenna ha già trattato nella Logica. Il carattere accidentale del relativo
non è per altro messo in dubbio: il relativo è sempre relativo di qualcosa. La
relazione accade alle sostanze come alle altre categorie. Tutte le cose relative
sembrano riassumibili in quattro classi: eguaglianza; eccesso-mancanza; azio-
ne-passione; somiglianza. [153,12-154,6] Si può tuttavia dare anche un'altra
definizione generale del rapporto tra due relativi: i due relativi possono essere
tàli da non aver bisogno di nient'altro che di loro stessi per istituire la relazio-
ne che li lega (sono così, per esempio, la destra e la sinistra), oppure possono
essere tali in quanto partecipano di qualcosa di altro rispetto a loro stessi,
come l'amato e l'amante, i quali partecipano rispettivamente dell'esser preso e
del prendere; vi sono, infine, quelli in cui solo uno dei due estremi della rela-
zione partecipa di qualcosa di altro da sé, ed è questo il caso del conoscente e
del conosciuto (perché solo il primo è in relazione alla scienza). [154,7-
155,16] Appare comunque più urgente comprendere come si dia la relazione
e, precisamente, se essa sia un'intenzione numericamente una che viene parte-
cipata dai relativi o non sia, piuttosto, una proprietà distinta in ciascuno degli
elementi relativi, come sembra evidente - per esempio - nel caso di quei rela-
tivi che differiscono nella loro relazione, come il "padre" e il "figlio" (relativi
asimmetrici). Per Avicenna è infatti in questo senso che deve essere concepita
la relazione tra le cose, e cioè esattamente come la si concepisce nel caso di
due cose che abbiano lo stesso accidente, come la bianchezza: non vi è quindi
una cosa una di cui parteciperebbero entrambi i relativi - non vi è uno stesso
accidente che abbia due distinti luoghi di inerenza - e vi è, invece, una pro-
prietà in ciascuno dei due relativi: il fatto che ognuno dei due sia in rapporto
all'altro non fa di essi una stessa cosa.
[ 156,1-157 ,2] Vi è, infine, un'altra importante questione ed è quella che
riguarda il "luogo" dell'esistenza della relazione: se esso sia nei singoli indivi-
dui o vada invece individuato solo nell'intelletto (come, per esempio, è solo
nell'intelletto che le cose sono universali o particolari; genere o specie, ecc.).
Secondo coloro che difendono l'esistenza della relazione come esclusiva
218 TRATTATO TERZO

dell'intelletto (e Avicenna si riferisce ancora una volta alle dottrine dei teologi
e, forse, anche ad alcune teorie stoiche), una relazione nelle cose non si può
dare perché si andrebbe all'infinito: se la relazione del padre con il figlio esi-
stesse nel padre, si dovrebbe dare anche una relazione tra il padre e la pater-
nità e così via, all'infinito. [157,3-fine] Avicenna giunge alla propria soluzio-
ne ridefinendo il relativo come qualcosa la cui quiddità si dice (o si predica)
solo in relazione ad altro da sé: è evidente allora che il relativo - ossia la cosa
che è relativa- esiste nella realtà concreta ma che, una volta che in essa si sia
astratta l'intenzione in virtù della quale essa è relativa a qualcos'altro, questa
intenzione è qualcosa che in sé stabilisce la relazione e non rimanda a niente
altro che a se stessa. Che poi questa intenzione si dia in questo determinato
soggetto, significa che è questo determinato soggetto ad essere intelletto in
rapporto a qualcos'altro. Il predicato della relazione che esiste nel soggetto fa
quindi in modo che il soggetto venga assunto con qualcosa d'altro; se il relati-
vo è un accidente nella cosa, la relazione "in rapporto a" è solo nell'intelletto.
La dottrina di Avicenna sul relativo assegna quindi un ruolo importante alla
concettualizzazione: non esiste mai una relazione tra una cosa esistente e una
cosa inesistente (come si potrebbe credere nel caso dell'anteriorità di una cosa
rispetto a un'altra che deve ancora verificarsi, o della resurrezione e della
conoscenza che ne abbiamo): la relazione è sempre tra forme che sono esisten-
ti nell'intelletto.
220 [93]

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TRACTATUS TERTIUS

CAPITULUM DE ASSIGNATIONE EJUS QUOD OPORTET INQUIRI


DE DISPOSITIONE NOVEM PRAEDICAMENTORUM IN ACCIDENTAUTATE EORUM

[104] Dicam igitur quod iam ostendimus quid sit substantia, et ostendimus quod ipsa
praedicatur de separato et de corpore et de materia et de forma. Sed certificare quod corpus
sit et quod sit substantia non est opus; materiam vero et formam iam ostendimus esse sub-
221

SEZIONE PRIMA

IN CUI SI INDICA CIÒ CHE CONVIENE INDAGARE DELLO STATO


DELLE NOVE CATEGORIE E (SI DISCUTE] DELLA LORO ACCIDENTALITÀ

Diciamo: che cosa sia la sostanza 1 lo abbiamo già reso evidente e [abbia-
mo chiarito] che essa si dice di quel che è separato, del corpo, della materia e
della forma. Ora, del corpo si può fare a meno di stabilire [l'esistenzaf, [l'esi-
stenza] della materia e della forma l'abbiamo già stabilita3 , e [che esista] quel
che è separato l'abbiamo stabilito in modo quasi definitivo4 e ancora lo faremo
in seguito. Inoltre, se ricorderai quel che abbiamo detto a proposito
dell'anima, considererai valida l'esistenza di una sostanza separata e incorpo-
rea5. Perciò, adesso è opportuno passare ad appurare [quale sia la realtà] degli
accidenti e a stabilime [l'esistenza].
E diremo: che cosa siano le dieci categorié lo hai già compreso all'inizio
della Logica7 e non v'è poi dubbio che fra tutte il relativo- [proprio] in quan-
to è relativo- debba essere qualcosa che accade a qualcos'altro e così è per i
rapporti che riguardano il dove, il quando, la posizione, l'azione, la passione:
essi sono stati che accadono alle cose in cui si trovano, come qualcosa che esi-
sta in un soggetto. Qualcuno, tuttavia, potrebbe dire che l'azione non è di que-
sto tipo perché l'esistenza dell'azione non [94] è nell'agente ma, invece, in

stantiam. Separatum vero iam ostendimus per potentiam propinquam effectui, et adhuc ple-
nius ostendemus. Si autem memineris id quod diximus de anima, certificabitur ti bi esse sub-
stantiam separatam, non corpus. Necesse est igitur ut procedamus ad certificandum acciden-
tia et stabiliendum ea. Dicam igitur quod in principio logicae iam cognovisti quidditatem
decem praedicamentorum, et ideo non dubitas quia id quod ex eis est ad aliquid, inquantum
est ad aliquid, est res accidens alicui necessario; similiter comparationes quae sunt in ubi et
quando et in si tu et in age re et pati et habere; sunt enim dispositiones ace i-[ l 05]dentes ali-
quibus in quibus sunt, sicut id quod est in subiecto. Si quis autem dixerit quod agere non est
sic, eo quod esse actionis non est in agente, sed in patiente, si hoc dixerit et concesserimus
222 \t [94J

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• ..!.U.) l:.l..i .u ~'(, ' u"=l.ll

J'>l.J":J> ..:,.':)l..,.:li.Jf Jl..,....; &i ' p~_,._,/.; J_,.ill ..... ~t 1.. t,


' J~\ _,..J'!! 4-_,.il.b~ ~l u" .L c:>l : Jli .w_,.!.,.!! •.sJI:-.J 10

i ~_,._,.L;~ J,l .)4i r \A' ~· r.u! t., ' r...IJ! .JfÌ ·~ r_,.&.. .,... l.,
. ~_,.).:~ -:.:'*-'1 J,l ~~ ~,

illi, tarnen non nocebit ad hoc quod modo intendimus, scilicet quod actio habet esse in ali-
quo sicut in subiecto, quamvis non sit in agente. De praedicarnentis igitur de quibus est
quaestio an sint accidentia an non, duo remanent, scilicet praedicamentum quantitatis et
praedicamentum qualitatis.
Sed de praedicamento quantitatis multis visum fuit linealll, superficiem et mensuram
corporalem ponere esse de praedicamento substantiae, nec suffecit eis hoc, sed etiam posue-
runt haec esse principia substantiae; quibusdarn vero ex eis vistlm fuit hoc sentire de quanti-
tatibus discretis, scilicet numeris, et posuerunt eas principia substantiarum.
TRATIATO TERZO- SEZIONE PRIMA 223

quel che è fatto. Ma anche se [qualcuno] affermasse questo e glielo si conce-


desse, non vi sarebbe alcun danno per quel che si desidera8 [mostrare, e cioè,]
che l'azione esiste in qualcosa: la sua esistenza sarebbe in un soggetto, anche
se non nell' agente9 .
Fra le categorie ne resta, però, qualcuna al cui proposito sussiste [qualche]
difficoltà e di cui [ci si chiede] se si tratti, o non si tratti, di un accidente; [è il
caso di] due categorie: la categoria del quanto e la categoria del come.
Per ciò che riguarda la categoria del quanto, infatti, molti ritennero di far
rientrare la linea, la superficie e l'estensione 10 corporea tra le sostanze e di non
limitarsi a ciò ma, anzi, di fare di tali cose i principi delle sostanze; e alcuni
questa [stessa] opinione la ebbero riguardo alle quantità discrete, cioè ai
numeri, dei quali fecero i principi delle sostanze 11 •
Quanto alla [categoria del] come, ebbene, alcuni altri tra i [filosofi] della
natura hanno ritenuto che essa non sia affatto un predicato, ma che invece il
colore sia in se stesso una sostanza, il gusto un'altra sostanza, l'odore
un'altra sostanza ancora e che, a partire da queste, sussistano le sostanze sen-
t;\bili·, e il maggior numero dei partigiani della ~tearia1 della latem.a prafe&&a
questa dottrina 12 •
Ora, i dubbi [che sollevano] i partigiani della dottrina della sostanzialità
del come è più opportuno esporli nella scienza naturale, ed è quindi come se
l'avessimo fatto 13 .
Quanto ai partigiani della dottrina della sostanzialità del quanto, ebbene:
colui che professa che le [quantità] continue sono sostanze e principi per le
sostanze ha già sostenuto [implicitamente] che queste sono le dimensioni che
costituiscono la sostanza corporea; ma [poiché] quel che costituisce una cosa è
anteriore [ad essa] e quel che è anteriore alle sostanze dovrebbe essere più
degno della sostanzialità, [costui] farebbe del punto il più degno della sostan-
zialità fra le tre 14 !

De qualitate autem quibusdam ex naturalibus visum fuit quod non subsistunt in aliquo
uUo modo, sed quod color per se est substantia et sapor alia substantia et odor alia substanti~
et quod haec sunt constituentia substantias sensibiles. Et plures ex his qui tenent sententiam
de occulto intendunt hoc. Sed sententiam eorum qui dicunt qualitatem esse substantiam con-
venientius est ponere in scientia naturali, et fortasse nos iam fecimus hoc.
[106] Sed ex his qui tenent substantialitatem quantitatis, illi qui dicunt quod continuae
quantitates sunt substantiae et principia substantiarum; illi iam dixerunt quod: "haec sunt
dimensiones constituentes substantiam corpoream; quicquid enim constituit rem, prius est
ea; quod autem prius est substantia, dignius est substantialitate", et posuerunt punctum el(
tribus'dignius substantialitate.
224 [95]

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Qui vero tenent sententiam de numero posuerunt hunc principium substantiae, ipsum
vero posuerunt compositum ex unitatibus, ita quod fecerunt unitates principia principiorum.
Deinde dixerunt quod unitas est natura non pendens in sua essentia ex aliqua rerum, scilicet
quia unitas est in omni re, et quod unitas in ipsa re est ipsa quidditas ipsius rei. Nam unitas
in aqua est ipsamet aqua et in hominibus est ipsi homines; et etiam quod ipsa, inquantum est
unitas, non eget ut sit aliqua ex rebus. Quicquid autem est, non est id quod est nisi quia est
unum designatum. Igitur unitas est principium lineae et superficiei et omnis rei: superficies
enim non est superficies nisi unitate suae propriae continuationis, similiter et linea; punctum
etiam est unitas cui factus est situs. Igitur unitas est causa omnis rei, et primum quod ex uni-
tate fit et generatur numerus est. Numerus igitur est causa media inter unitatem et omnem
TRATfATO TERZO- SEZIONE PRIMA 225

[95] I partigiani del numero, poi, hanno fatto [dei numeri] i principi delle
sostanze, sennonché, hanno considerato i [numeri stessi] composti di unità, e
così le unità sono venute ad essere i principi dei principi 15 ! Inoltre, hanno
sostenuto che l'unità è una natura che in se stessa non dipènde da nulla, perché
}'unità è in ogni cosa e l'unità [che è] in una data cosa è diversa dalla quiddità
di questa data cosa: l'unità [che è] nell'acqua è diversa dall'acqua e [quella
che è] negli esseri umani è diversa dagli esseri umani. Inoltre, mentre in quan-
to è unità 16 essa può fare a meno di essere una data cosa, ogni cosa viene ad
essere quel che è solo in quanto è una e determinata, e così 17 - [hanno detto]~
l'unità è principio della linea, della superficie e di ogni cosa. La superficie,
infatti, non è superficie se non in virtù dell'unità della continuità che le è pro-
pria, e così la linea, e il punto sarebbe anch'esso un'unità alla quale è soprag-
giunta una posizione. [Secondo costoro] l'unità sarebbe quindi causa di ogni
cosa e la prima [cosa] a provenire e ad avvenire a partire dall'unità sarebbe il
numero, il quale sarebbe così una causa mediatrice tra l'unità e qualunque
[altra] cosa: il punto, infatti, sarebbe un'unità posizionale, la linea una dupli-
cità posizionale, la superficie una triplicità posizionale [e infine] il corpo una
quadruplicità posizionale. Poi hanno proseguito così per gradi fino a far deri-
vare ogni cosa dal numero 18 .
Così noi in primo luogo dobbiamo mostrare come evidente che le estensio-
ni (al-maqiidfr) 19 e i numeri sono accidenti e poi, dopo di ciò, ci occuperemo
di risolvere i dubbi [sollevati da] costoro. Ma prima di [tutto] questo dobbia-
mo far conoscere [quale] sia la realtà delle specie della quantità: conviene
quindi far conoscere la natura dell'unità. E faremo bene a far conoscere la
natura dell'uno, in questi passaggi 20 , con due [diversi] argomenti: il primo dei
due è che l'uno è decisamente comparabile con l'essere, che è il soggetto 21 di
g_J.!esta scienza; il secondo è che l'uno, da un certo punto di vista, è un princi-
pio per la quantità.

rem; punctum vero est unitas situalis et linea dualitas situalis et superficies temarietas situa-
lis et corpus quatemarietas situalis. Illi etiam non sunt contenti tantum hoc, sed processerunt
dicentes quod nihil fit nisi per numerum.
Conveni! igitur nobis ut prius ostendarnus quod mensurae et numeri accidentia sunt, et
deinde studebimus solvere quaestiones quae fiunt in his. Ante hoc autem oportet ut notifice-
mus certitudinem specierum [ 107] quantitatis, et quod dignius est nobis est hoc ut ostenda-
mus naturarn unitatis. Congrui t enim nobis ut in hoc loco assignemus naturarn unitatis prop-
ter duas res, quarum una est quod unitas multam habet convenientiam cum esse quod est
subiectum istius scientiae, alia, quod unitas initium est aliquo modo quantitatis. Quod autem
226 ~'\ [96]

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initium sit numeri bene consideranti facile est intelligere; continui etiam similiter est, quia
continuationi aliqua unitas est quae est quasi causa formalis continui, mensura enim non est
mensura nisi inquantum mensuratur; sed esse eius secundum quod mensuratur non est nisi
inquantum numeratur, et esse eius secundum quod numeratur est esse eius inquantum habet
unitatem.
TRATI ATO TERZO- SEZIONE PRIMA 227

[96] Quanto al fatto che [l'uno] sia principio del numero, è [cosa] facile [a
comprendersi], per chi vi rifletta; che poi lo sia per il continuo, è perché la
continuità è una certa unità ed è quindi come se [l'uno) fosse 22 una causa for-
male del continuo; l'estensione poi, essendo tale, è rnisurabile2 \ ed è misura-
bile in quanto è numerabile ed è numerabile in quanto le appartiene un uno.
228 [971

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II
.CAPITULUM DE UNO

Dicam igitur quod unum dicitur ambigue de intentionibus quae sic conveniunt quod in
eis non est divisio in effectu, inquantum unumquodque eorum est id quod est; haec autem
intentio est in eis secundum prius et posterius. Et hoc dicitur unum secundum accidens.
Unum autem secundum accidens est cum de aliquo, cui adiunctum est aliud, dicitur
quod ipsum est alterum et dicitur quod utraque sunt unum. Et hoc est ve! subiectum et
229

[SEZIONE SECONDA)

DISCORSO INTORNO ALL'UNO

L'uno - diremo - si dice genericamente (bi-l-taskfk)Z 4 di cose (ma 'amn)


che coincidono 25 [tra loro) nel fatto che nessuna ha in atto una divisione che la
riguardi in quanto è quel che è26 ; questa intenzione [dell'uno] si trova, tuttavia,
in esse secondo anteriorità e posteriorità; ma questo [lo vedremo] dopo l'uno
per accidente 27 •
L'uno per accidente [si ha quando) di una cosa che ne accompagni un'altra
si dice che essa è l'altra e che le due sono una stessa [cosa]. E potrà trattarsi o
di un soggetto e di un predicato accidentale, come [quando] diciamo che
"Zayd e lbn 'Abd AlHih sono uno" e che "Zayd e il medico sono uno"; oppure
di due predicati per uno stesso soggetto 28 , come [quando] diciamo: "il medico
e lbn 'Abd Allah sono una stessa [persona)", poiché accade che una stessa
cosa (say') sia e medico e lbn 'Abd Allah; oppure di due soggetti per uno
[stesso] predicato accidentale, come [quando) diciamo che "la neve e il gesso
sono uno" - lo sono cioè, per quanto riguarda il bianco - poiché accade che
dei due si predichi 29 uno stesso accidente 30 •
Dell'uno che è per sé31 però [vi sono diversi modi): vi è l'uno per genere;
l'uno per specie, ed è l'uno che è per differenza [specifica]; l'uno per compa-
razione (bi-l-muniisaba) 32 ; l'uno per il soggetto; l'uno per numero; [98) l'uno

praedicatum accidentale, sicut cum dicimus quod Petrus et physicus sunt unum, ve! quod
[108] Petrus et filius Ioannis sunt unum. Ve! sunt duo praedicata de uno subiecto, sicut
cum dicimus quod physicus et filius Ioannis sunt unum, eo quod accidit ut physicus et
filius Ioannis sint unum aliquid. Vel sunt duo subiecta unius praedicati, sicut cum dicimus
quod nix et gypsum sunt unum, scilicet in albedine, eo quod accidit praedicari de utrisque
unum accidens.
Sed unum quod est secundum essentiam, aliud est unum genere, aliud unum specie et
hoc idem est unum differentia, et aliud est unum comparatione, et aliud est unum subiecto,
230 v. [98]

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et aliud est unum numero. Unum autem numero aliquando est continuatione, aliquando per-
fectione, aliquando propter speciem suam, aliquando propter suam essentiam.
Unum autem genere aliquando est unum propinquo genere, aliquando remoto, et unum
specie similiter aliquando est unum propinqua specie quae non dividitur in species, aliquan-
do remota et convenit cum aliqua divisionum capituli primi, quamvis hic sit diversitas
secundum respectum. Cum autem fuerit unum specie, sine dubio erit unum differentia; con-
stat autem quod quicquid est unum genere, multa est specie; unum vero specie, aliquando
est multa numero, aliquando non est multa numero, scilicet cum natura totius speciei fuerit
in uno individuo; et hoc uno modo erit species et alio modo non erit species, eo quod uno
TRATTATO TERZO- SEZIONE SECONDA 231

per numero può poi essere in virtù della continuità, può essere in virtù della
contiguità33 , può essere in ragione della sua specie e può essere infine in ragio-
ne della sua essenza.
L'uno per genere può essere per genere prossimo e può essere per genere
remoto. Analogamente, l'uno per specie può essere per specie prossima, che
non si divide in specie [ulteriori], e può essere per specie remota, corrispon-
dendo in questo caso a una delle due divisioni della prima categoria, benché
nel modo in cui lo si considera vi sia una differenza34 .
Quando [l'uno] è uno per specie, esso è senz'altro uno per la differenza,
mentre è noto che l'uno per genere è molteplice nella specie e che l'uno per
specie può essere - ma anche non essere - molteplice nel numero; se tutta la
natura della specie è in un solo individuo, esso da un certo punto di vista è una
specie e, da un altro punto di vista, non lo è: infatti, da un certo punto di vista
esso è universale e da un altro punto di vista non è universale 35 • Rifletti su ciò
nel passo in cui discuteremo dell'universale, oppure ricorda i passaggi che hai
incontrato precedentemente36•
, L'uno nel senso del continuo, poi, è quello che, sotto un certo aspetto, è
uno in atto ma in cui, sotto un altro aspetto, c'è anche una molteplicità. Quello
cJle è realmente [uno nel senso del continuo] è quello in cui la molteplicità è
splo in potenza; esso è nelle linee, e [indica] allora quella che non ha angoli 37 ;
nelle superfici, ed è la superficie piana; nei solidi38 , ed è il corpo che è conte-
1\~U,>.da una superficie che non ha discontinuità in corrispondenza di un
a,ogolo39• A questo segue ciò in cui la molteplicità è in atto ma i cui estremi si
incontrano su di un termine comune, come [accade] ad etrambe le linee che
comprendono [99] l'angolo e ancora a questo segue ciò che ha gli estremi con-

~ est universale et alio modo non est universale; hoc autem perpendes ex loco in quo
l:glçtabimus de universali, et si recordatus fueris eorum quae dieta sunt tibi.
:L [109] Unum autem continuatione est id quod est unum in effectu aliquo modo, et est in
!~U.nultitudo alio modo. Sed verum unum est id in quo est multitudo in potentia tantum, ut
!' Jmei.s, illa scilicet in qua non est angulus, et in superficiebus, illa quae est planissima, et
-~ribus, illud quod circumdat superficies in qua non est curvatura secundum angulum.
l\}st hoc autem sequitur aliud unum in quo est multitudo in effectu, sed duo eius extrema
~lantur apud terminum communem, sicut totalitas duarum linearum continentium angu-
232 [99]

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lum. Et sequitur etiam aliud cuius extrema contingunt se sic ut videatur esse continuum in
comitantia motus unius ad aliud. cuius unitas est quasi sequens unitionem motus; hic enim
est cohaerentia, et hoc est sicut membra quae sunt composita ex aliis membris, et principali-
ter id cuius cohaerentia est naturalis, non artificialis. Sed unitas in isto omnino debilior est;
egreditur enim ab unitate continuitatis ad unitatem aggregationis. Unitas autem continualis
dignior est aggregali in intellectu unitatis: in unitate enim continuali non est multitudo in
effectu, sed in unitate aggregali est multitudo in effectu; unitas enim quae sibi attribuitur
non aufert ab ea multitudinem. Unitas vero continuitatis ve! consideratur respectu quantitatis
ve! alterius naturae, sicut si fuerit aqua ve! aer quibus accidit esse unum continuitate ut sint
TRATIATO TERZO- SEZIONE SECONDA 233

tigui secondo una contiguità che è assimilabile al continuo: in quanto il movi-


mento di [un estremo] è consecutivo a [quello] dell'altro, la loro unità è come
consecutiva all'unità del movimento perché vi è una [sorta di] sutura (ilti/:llim);
questo [uno] è come [quello che si ha con] le membra che sono composte da
[altre] membra, e il più degno [dell'unità in questo senso] è quello la cui sutu-
ra è naturale, non artificiale40.
L'unità che riguarda queste [cose], insomma, è più debole ed esce
dall'unità del continuo [per passare] a quella d'aggregazioné 1• L'unità del
continuo, infatti, è più degna dell'intenzione dell'unità rispetto a quella
d'aggregazione perché, mentre nell'unità del continuo non c'è molteplicità in
atto, nell'unità d'aggregazione vi è della molteplicità in atto, dato che vi è una
molteplicità42 che un'unità ha ricoperto senza però far cessare da essa il fatto
di essere molteplice43 •
L'unità nel senso del continuo, poi, o è considerata soltanto con l'estensio-
ne oppure è insieme a un'altra natura, come "acqua" o "aria". All'uno [nel
senso] del continuo accade poi di essere uno nel soggetto; infatti, - questo
l'hai appreso nella Fisica - il soggetto che è realmente continuo è un corpo
semplice e identico nella natura44 , così che il soggetto dell'unità nel senso del
continuo è uno anche per quanto riguarda la natura, in quanto la sua natura
non si divide in forme differenti. Anzi- diremo- l'uno per numero non v'è
dubbio che, in quanto è uno, sia indivisibile nel numero45 e neppure quel che è
diverso da esso, se è uno46 , è divisibile in quanto è uno; tuttavia è necessario
esaminarlo a partire dalla natura cui è accaduta l'unità: ecco, allora, che fra
[quel che è] uno per numero vi sarà qualcosa che in virtù della propria natura,
[natura] alla quale è accaduta l'unità, non è tale da moltiplicarsi - come
"l'uomo uno"- e qualcosa che [invece], per natura, è tale [da moltiplicarsi]-
come "l'acqua una" e "la linea una": l'acqua, infatti, può divenire [più] acque
e la linea, [più] linee47 •

unum in subiecto. Subiectum enim continui verum est corpus [IlO] planum convenientis
naturae, et iam nosti hoc in naturalibus. lgitur subiectum unitatis continuitate est etiam
unum in natura, inquantum eius natura non dividitur in formas diversas.
Dico autem quod unum numero sine dubio non est divisibile numero secundum quod est
per seipsum, sed nec quicquid est unum praeter hoc, est divisibile inquantum est unum.
Oportet autem considerare hoc secundum naturam ex qua accidit ei unitas. Unum igitur
numero aliud est quod ex natura sua, ex qua accidit sibi unitas, non potest multiplicari, sicut
unus homo; et aliud est quod ex natura sua non est hoc, sicut aqua una et linea una; aqua
enim una potest fieri aquae plures, et linea una potest fieri multae.
234 Jl:ll J,..Al\ - ~l:ll ~W.\ ' .. [100]

.Jl 1.1_, '~T~-' v-;s::::._ .li iJ;:._ .Jl l..\t ..!ll..i ~v- ,A ,s,Al\_,
4- v- ;s:.;._ ~ '~ ' u-WI ~,).W~. ..lo-1_,11 : J_,~\ Jl:.. . .J§:.. ~
'"'~' ~ v- ;s::::._ .li 4:.S:J , r-i \..il .:>Wl_,.. ~ v- '"'r , ~
• &JW~ ~ -1.-I.J .r}.J ÌJ.l!.J ~ ~ &J§:! ' iJJ:.J ~ Jl r..i \..il
''e - oi\ ',)~.,. ;;;::._ .Jt t. l : ~ J.o * .J;::.. "::J .s..ill t.t.J o
oi\ \.)~.,. iJ'(' ÌJ~ • ;;;::._ ~ .:,1 \.l.J ' '"'_,:t~ - ~ .A ._;.
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4to:- V' ~.J :u... '-" 4- V' 4.-.i;... ~ 4k.i:.li.J l.laAi i.J p ' ~}
c;!)\ ;;;::._ ~ i.Jl L.l.J ~ •.).}'1tl i ..~..o)l J:!- ~ .!li:...J ' .s.r:l
~'"'.ili~ ,)~.J oi\ J.i.ll iJ\i' .r"'.J Jl..ll J:.. 4:!§:.1' ':-\:.:. I..J \•
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i~ \rl..il ,J> Jl t.J.11 j o;5:.; iJ§:._ iJl ..!1!4 w-i 4 Jl.a;~\ ..:....:--
~j •.;s:.; ;;;::._;;t ..!ll.i ~..! ~ )..ul\ .J" \~_, '·~)\ .:r ·~

Quod autem ex natura sua non est hoc, illud multiplicatur tmo modo et non multiplicatur
alio modo. Exemplum primi est de hominibus: sicut homo mms numero non multiplicatur
secundum suam naturam, scilicet secundum quod est homo cum dividitur, multiplicatur
autem alio modo cum dividitur in corpus et animam. lgitur borno est anima et corpus et neu-
trum per se est homo. Quod autem non est sic, est duobus rnodis, uno quia ve! est ei alia
natura praeter hoc quod ipsum est res non divisibilis, ve! non est. Si autem praeter hoc fuerit
ei alia natura, tunc illa natura ve! est situs et quod convenit situi, et hoc est punctum; punc-
tum enim non est divisibile inquantum [Il l] est punctum, nec ali o modo, et hic est natura
alia praeter unitatem praedictam; ve! illa natura non erit situs nec quod convenii ei. lgitur est
sicut intelligentia et anima: intelligentia enim habet esse pra~Jter id quod intelligitur de ea
TRATIATO TERZO- SEZIONE SECONDA 235

[100] Poi, quel che per propria natura non è tale [da moltiplicarsi] o è tale
da potersi moltiplicare sotto un altro aspetto, oppure non [lo è]. Esempio del
primo [caso] è l'uno per numero [che si dice) degli esseri umani; esso, infatti,
non si moltiplica per quanto riguarda la sua natura- cioè [non si moltiplica] in
quanto è "uomo", venendo diviso- però può moltiplicarsi sotto un altro aspet-
to, quando venga diviso in un'anima e un corpo; infatti, [all'uomo] apparten-
gono un'anima e un corpo, eppure nessuno dei due [elementi] è "uomo". Ciò
che invece non [può moltiplicarsi, neppure sotto un altro aspetto], è in due
modi: o insieme all'essere una cosa indivisibile ha un'altra natura, oppure no.
Se insieme a questo [e cioè all'essere indivisibile] ha un'altra natura, allora: o
tale natura è costituita dalla posizione e da quel che si rapporta alla posizione
-e allora si tratta di un punto, e il punto, [pur] avendo una natura diversa
dall'unità che si è menzionata, non è divisibile né in quanto punto né sotto un
altro aspetto; oppure [tale natura] non è costituita dalla posizione e da quel che
vi si rapporta, e in questo caso si tratta di ciò che è come l'intelletto e l'anima:
l'intelletto, infatti, ha un essere diverso da. quello da cui si comprende che esso
è indivisibile e tale essere non consiste in una posizione; ed esso poi non si
divide, né per quanto riguarda la sua natura né sotto un altro aspetto. Infine,
quel che non ha un'altra natura48 è come la stessa unità che è il principio del
numero; intendo [dire] che, una volta che le si aggiunga una qualche cosa
diversa da essa, l'insieme delle due viene ad essere un certo numero. E fra
questi tipi di unità vi è [anche] ciò il cui concetto non si divide nella mente e
che ajoniori [non ha] divisione, né materiale né locale né temporale.
Torniamo ora al caso in cui si ha molteplicità anche in relazione a quella
natura che è una per l'unità e in relazione al continuo; vi si trova sia quel che
si moltiplica nella natura che per sé è tale da esser preparata [a passare]
dall'unità alla molteplicità- e tale è l'estensione-, sia quel che si moltiplica
in una natura [101] cui appartiene soltanto l'unità, preparata a moltiplicarsi in

quod non dividitur; illud autem esse non est situs nec dividitur in sua natura nec alio modo.
Quod autem adhuc est in quo non est natura alia, est sicut ipsamet unitas quae est princi-
pium numeri. Cum enim sibi adiungitur unitas alia ab ea, earum coniunctio fit numerus. Et
ex his modis unitatis unus est de quo id quod intelligitur non dividitur in intellectu, nedum
dividatur in materiam localem ve! temporalem.
Redeamus igitur ad divisionem quae multiplicatur etiam, inquantum habet naturam uni-
late unam et continuitate; eius enim quidda!ll est multiplicabile per multitudinem quae est in
natura quae ex seipsa adaptata est moltitudini secundum quod est unum, et haec est mensu-
ra; et quiddam est in cuius natura est multitudo quae natura non habet unitatem aptam multi-
236 [101]

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tudini nisi propter causam aliam praeter se, et hoc est corpus simplex, sicut aqua: haec enim
aqua est aqua una numero< ... >, non propter aquaeitatem, sed propter adiunctionem causae
quae est mensura; igitur illae aquae multae numero erunt Una in specie et una etiam in
subiecto; ex natura enim subiecti sui est ut fiant in effectu un::t numero. Non est autem sic in
individuis [112] hominum. Non est enim modus numerorum subiectorum eorum sic uniri ut
fiant subiectum unius hominis; unusquisque enim eorum est unus unitate sui subiecti, sed
aggregatio multitudinis eorum non est unum subiecto, nec e~t modus eius qualis est modus
uniuscuiusque partium aquae. Unaquaeque enim una est in se propter suum subiectum, et
TRATIATO TERZO- SEZIONE SECONDA 237

virtù di una causa che è diversa da se stessa, e questo è il corpo semplice,


come l'acqua; questa [determinata] acqua, infatti, è una per numero, è acqua, e
nella sua potenza vi è di venire ad essere acque molteplici per numero, non in
ragione del [suo] essere acqua, bensì per il fatto che le si accompagna quella
causa (sabab) che è l'estensione; è in tal modo che queste [determinate]
acque, che sono molteplici per numero, sono una per specie e una anche per il
soggetto, perché per la natura del loro soggetto si unificano49 in atto come una
per numero. Non è così, invece, per gli individui umani. Infatti, non appartiene
alla molteplicità dei loro soggetti di unificarsi come un solo soggetto "uomo".
Certo, ognuno di essi è uno in virtù del proprio soggetto uno, ma l'insieme che
[si forma] a partire dalla [loro] molteplicità non è "uno" per il soggetto, e lo
stato in cui si trova [ogni uomo] non è quello in cui è ogni porzione d'acqua;
infatti, [ogni porzione d'acqua] costituisce in se stessa un "uno" in virtù del
proprio soggetto, ma l'insieme stesso [di tutte le porzioni] si dice "uno" nel
soggetto, perché ai suoi soggetti appartiene di unificarsi 50 in un soggetto che è
uno nel senso del continuo: è così che l'insieme [delle porzioni d'acqua] costi-
tuisce una [ soJa] acqua.
Ma [ancora], ognuna di queste due nature 51 o è [tale che] per essa si attui
tutto quel che è possibile le appartenga52 , oppure no. Se si [attua], si ha [u11a
natura] completa e una secondo completezza; se non [si attua si ha una natura]
molteplice53 , e abitudine degli uomini è fare del molteplice qualcosa di diverso
dall'uno! Ora, quest'unità completiva è o per ipotesi e quindi per rappresenta-
zione estimativa e per convenzione54 , come un dirham "intero" o un diniir
"intero", oppure è realmente [tale]55 . Questa poi [a sua volta] lo è o per arte-
come la casa completa, perché infatti della casa che manca [di qualcosa] n<m
si dice che è una casa-, oppure per natura- come un individuo "uomo" uno,
completo nelle membra. [102] E poiché la linea retta, nel suo essere retta, ptiò

totum dicitur esse unum in subiecto, eo quod modus suorum subiectorum est ut possint uniri
et fieri unum subiectum, et tunc omnes i!lae aquae erunt una aqua.
Unaquaeque autem harum duarum partium ve! habet quicquid possibile est ei habete,
vel non. Si autem habuerit, est petfecta et est una integritate; si vero non habuerit est fractio;
usus autem hominum est fractionem ponere non unum. Isti vero modi petfectionis, vel S4nt
per accidens et per situm, ut numerus petfectus, vel sunt certissime, scilicet ve! artificio, ut
dicitur domus petfecta quia domus impetfecta non dicitur una domus, ve! natura, ut indivi-
duum unius hominis dicitur petfectum suis membris. Linea vero recta etiam recipit augmen-
238 Jl:ll J.dll - 4:Jtll ~li!. l [102]

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tum in directum quod non habebat, et tunc non est una secundum modum perfectionis; linea
vero circuli non recipit augmentum, sed naturaliter recipit circulationem undique circa cen-
trum, et ideo est [113] perfecta; igitur est una secundum perfectionem; videtur etiam quod
unumquodque individuum hominum sit unum hoc modo. Ex omnibus igitur quae sunt
unum, quaedam sunt quae comitatur perfectio et quaedam sunt quae non comitatur perfectio.
Unum autem aequalitate est comparatio aliqua, sicut hoc quod comparatio navis ad rec-
torem et civitatis ad regem una est: hae enim duae comparationes consimiles sunt, nec est
earum unitio per accidens, sed est unitas quaedam in qua uniuntur per accidens, unitas navis
TRATIATO TERZO- SEZIONE SECONDA 239

ricevere un'aggiunta che [prima] non aveva, essa non è una nel senso della
completezza, mentre quella circolare, poiché non è [tale da] riceverla, ma anzi
per natura per essa si dà quella circoscrizione che abbraccia il centro da ogni
Jato, è completa e una per completezza56 . E sembra che anche ogni individuo
umano sia uno in questo senso. Così, vi sono alcune cose, come gli individui e
la linea circolare, cui consegue necessariamente la completezza e altre, come
l'acqua e la linea retta, cui la completezza non consegue necessariamente.
Quanto all'uno nel senso dell'equivalenza, esso è in virtù di un certa com-
parazione (bi-muniisabatin mii) 57 come, per esempio, sono una stessa [cosa] la
situazione in cui è la nave 58 nei confronti del timoniere e la situazione in cui è
la città nei confronti del re59 ; queste due, infatti, sono situazioni che coincido-
no e la loro unità non è per accidente; è piuttosto l'unità di quel che in queste
due si unisce che è per accidente: intendo [dire] che nelle due l'unità della
nave e della città è un'unità per accidente, ma quanto all'unità delle due situa-
zioni, essa non è l'unità che abbiamo considerato unità per accidente.
Diciamo allora da capo: poiché l'unità o si dice di cose molteplici per
numero60 o si dice di una cosa una per numero - e abbiamo già mostrato di
aver ben compreso [tutte] le divisioni dell'uno per numero- passiamo a guar-
dare le cose dall'altro punto di vista [cui abbiamo fatto cenno]. E diremo, allo-
ra, che delle cose molteplici per numero si dice che sono "uno" solo sotto un
altro aspetto, [e cioè] a causa del fatto che esse vengono a coincidere riguardo
a una [data] intenzione (ma'nii): esse coincidono o in un rapporto, o in un pre-
dicato diverso dal rapporto, o in un soggetto. E il predicato poi o è genere, o
specie, [103] o differenza [specifica], o accidente. Da questo contesto ti sarà

et civitatis, et per illas est unitas per accidens; unitas enim duarum dispositionum non est
Unitas quam posuimus unitatem per accidens.
Dicam iterum quod, postquam unitas dicitur de rebus quae sunt multae numero et dicitur
de re una numero, iam autem ostendimus divisiones eius quod est unum numero: procede-
lllus nunc ad aliam partem. Dicam igitur quod ea quae sunt multa numero non dicuntur una
alio modo nisi propter convenientiam quam habent in intentione aliqua. Convenientia enim
eorum ve! est comparationis, ve! est praedicati praeter comparationem, ve! est in subiecto;
Praedicatum vero ve! est genus ve! species ve! differentia ve! accidens; ex hoc igitur loco
240 [103]

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facilius erit tibi cognoscere nos iam certificasse divisiones unitatis et ex praedictis cogno-
sces quae earum est dignior unitate et quae prius meretur eam, et scies quod unum genere
dignius est unitate [114] quam unum comparatione, et unum specie dignius est eo quod est
unum genere, et unum numero dignius est uno specie. Simplex etiam quod nullo modo divi-
ditur dignius est composito, perfectum vero quod dividitur dignius est imperfecto.
TRATI ATO TERZO - SEZIONE SECONDA 241

facile allora riconoscere che abbiamo già individuato le divisioni dell'uno e da


quel che hai appreso sai quale di esse sia la più degna dell'unità, meritandola
per prima 61 : sai che l'uno per genere è più degno dell'unità dell'uno nel [senso
della] comparazioné2 ; che l'uno per specie è più degno dell'uno per genere;
che l'uno nel numero è più degno dell'uno per specie e che quel che è sempli-
ce, che non si divide in nessun modo, è più degno del composto e che, fra ciò
che si divide, quel che è completo è più degno di quel che è manchevole.
L'uno può corrispondere all'esseré 3 nel senso che l'uno si dice di ognuna
delle categorie, come l'essere; quel che con questi due [termini] va compreso
è tuttavia - come sai - differente, anche se essi coincidono nel senso che nes-
suno dei due indica la sostanza di qualcosa; ma questo lo hai già appreso.

Unum autem parificatur ad esse, quia unum dicitur de unoquoque praedicamentorum,


sicut ens, sed intellectus eorum, sicut nosti, diversus est. Conveniunt autem in hoc quod nul-
lum eorum significat substantiam alicuius rei, et iam nosti hoc.
242 [104]

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III
CAPITULUM DE CERTIFICATIONE UNIUS ET MULTITUDINIS
ET OSTENDERE QUOD NUMERUS EST ACCIDENS

Difficile est nobis nunc ostendere quidditatem unius. Si eoim dixerimus quod unum est
id quod non dividitur, iam diximus quod unum est id quod non multiplicatur necessario; iam
igitur accepimus multitudinem in astensione unius. Necesse est autem multitudinem definici
per unum; unum enim est principium multitudinis, et ex ipso est esse eius et quidditas eius.
Deinde quacumque definitione definierimus multitudinem, pooemus in ea unum necessario.
243

[SEZIONE TERZA)

SEZIONE IN CUI SI APPURA LA REALTÀ DELL'UNO E DEL MOLTEPLICE


E SI RENDE EVIDENTE CHE IL NUMERO È UN ACCIDENTE

Quel che ci sarà ora difficile individuare è che cosa sia l'uno 64 . Infatti,
dicendo che "l'uno è quel che obbligatoriamente non si moltiplica"65 , nel [ren-
dere] evidente l'uno avremmo assunto la molteplicità, ma la molteplicità è
obbligatoriamente definita dall'uno perché l'uno è il principio della moltepli-
cità: dall'[uno] infatti [derivano] l'esistenza e la quiddità [della molteplicità] e
poi, con qualunque definizione definiremo la molteplicità, in essa saremo
obbligati a utilizzare l'uno. Così è, per esempio, quando diciamo66 che la mol-
teplicità è un aggregato di unità: abbiamo assunto l'unità nella definizioile
della molteplicità e inoltre abbiamo fatto [anche] un'altra cosa, abbiamo, cioè,
~'11\ln\o n~\\a d~fln):ù.on~ ~d~\\a mo\t~p\\dtà1 \'aggi~gatw, ma \'aggi~ga\o '11~15\­
bra essere la stessa molteplicità. E se avessimo detto [che la molteplicità è
fatta di] unità (wal:zdiit) o di [molte cose] une (wii/:zidat), o di tanti "uno"
(iibiid), ebbene avremmo sostituito il termine "aggregato"67 con quest'altro
termine, il cui significato però non si comprende e non si conosce se non in
virtù della molteplicità. E poi, anche dicendo che la molteplicità è quel che è
numerato dall'uno, avremmo già assunto l'unità nella definizione della molte-
plicità e avremmo assunto68 nella sua definizione anche la numerazione e la
misurazione, le quali analogamente si comprendono soltanto in virtù della
molteplicità.

Dicimus enim quod multitudo est aggregatum ex unitatibus: iam igitur accepimus unitatem
in definitione multitudinis, et etiam fecimus aliud quia, cum posuimus [115] aggregatum in
definitione eius, videtur quod aggregatum sit ipsa multitudo. Cum autem diximus ex unitati-
bus ve! ex unis ve! ex unitìs, ìam induximus verbum aggregationis, cuius verbi intentio non
intelligitur nisi per multìtudinem. Item, cum dicimus quod multitudo est id quod numera!Ur
per unum, iam accepimus unitatem in definitione multitudinis et accepimus in definitione
eius numeratìonem et mensurationem, per quae non intelligitur nisi multitudo. Unde difficile
est nobis ponere hic aliquid quod possit sufficere.
244 [105]

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Videtur autem quod multitudo notior sit apud nostram imaginationem quam unum, et
videtur quod unitas et multitudo sint de his quae prius formamus, prius autem imaginamus
multitudinem et prius intelligimus unitatem, sed unitatem intelligimus absque principio
intelligibili ad imaginandum eam, sed saltem imaginamus, et deinde facimus cognosci mul-
titudinem per unitatem cognitione intelligibili, et hic accipimus unitatem imaginatam in sei-
psa et ex principiis imaginationis; facimus autem unitatem cognosci per multitudinem [116]
innuendo in hoc intentionem imaginativam ad hoc ut inducat nos ad id quod tunc poterat
nobis esse per se notum, sed non formabatur praesens in intellectu. Item, cum dicunt quod
unitas est res in qua non est multitudo, significat quod intentio huius verbi res prius est intel-
lecta apud nos, quae est apposita huic alii; non est autem haec; designatio eius <est> ob hoc
quod multitudo removetur ab ea.
TRATIATO TERZO- SEZIONE TERZA 245

[ 105] Quanto ci è difficile a questo proposito dire qualcosa di cui tener


conto! Eppure sembra che la molteplicità sia più nota per la nostra immagina-
zione, mentre l'unità lo sia per i nostri intelletti e che tanto l'una quanto l'altra
siano fra le cose (umiir) di cui abbiamo una rappresentazione primaria; la mol-
teplicità, tuttavia, in primo luogo la immaginiamo, mentre dell'unità abbiamo
intellezione senza [che vi sia] un principio69 intellettuale per rappresentarla.
Anzi, se c'è [un tale principio], esso sarà immancabilmente qualcosa di imma-
ginativo. Inoltre, se è in virtù dell'unità che facciamo conoscere 70 la moltepli-
cità, la facciamo conoscere secondo l'intelligenza, così che l'unità è assunta 71
come qualcosa che è in sé rappresentabile ed è tra i principi della rappresenta-
zione; far conoscere 72 l'unità in virtù della molteplicità consiste, invece, nel
risvegliare [l'attenzione], e la via immaginativa vi è utilizzata73 per accennare
a un intelligibile [che è già] in noi [ma] che non ci rappresentiamo presente
nella mente.
Così, se si dice: "l'unità è la cosa in cui non c'è molteplicità", indicando
che quel che si vuole [dire] con questo termine ["unità"] è la cosa intelligibile
che è in noi [come qualcosa di] primario e che si oppone a quest'altra74 o che
non è [quest'altra], si risveglia [l'attenzione] su di [una cosa], negandone
un'altra.
Fa meraviglia poi colui che definisce il numero dicendo: "il numero è una
molteplicità composta di unità o di [diversi] uno", quando la molteplicità è lo
stesso numero e non è come il genere del numero! La realtà della molteplicità
è di essere composta di unità e così, coloro che dicono che "la molteplicità è
composta di unità" è come se dicessero che "la molteplicità è molteplicità": la
molteplicità, infatti, non è se non un nome per ciò che è composto di unità.
E se poi qualcuno dicesse: "la molteplicità si può comporre di cose diverse
dalle unità, come gli uomini e il bestiame", allora diremmo che, come queste
cose non sono unità, ma cose che sono soggetto per l'unità75 , così egualmente
esse non sono molteplicità, ma cose che sono soggetto per la molteplicità; e
come quelle cose sono [cose] une 76 e non unità, così [queste] sono [cose] mol-
teplici e non molteplicità77 •

Miror autem de eo qui definit numerum dicens quod numerus est multitudo aggregata
ex unitatibus ve! ex unis ve! ex unitis. Ipsa enim multitudo est ipse numerus, non sicut genus
numeri. Certitudo vero multitudinis est quod composita est ex unitatibus. Dicere igitur
eorum quod multitudo est composita ex unitatibus idem est quod dicere: "multitudo est mul-
titudo"; multitudo enim non est nisi nomen compositi ex unitatibus. Si quis autem dixerit
quod multitudo componitur ex rebus quae non sunt unitates, sicut ex hominibus et bestiis,
dicemus quod, sicut hae res non sunt unitates, sed res subiectae unitatibus, sic etiam non
sunt multitudo, sed res subiectae multitudini et, sicut res illae sunt unae, non unitates, sic
haec sunt multa, non multitudo.
246 [106]

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Quod autem dicunt quod numerus est quantitas discreta habens ordinem, putant se iam
evasisse haec inconvenientia; sed certe non evaserunt, quoniam quantitas, ad hoc ut forme-
turin anima, eget ut sciatur habere partem et divisionem ve! aequalitatem; pars vero et [ 117]
divisio non formatur nisi per multitudinem; aequalitate autem quantitas notior est apud intel-
lectum purum. Aequalitas enim est de accidentibus propriis quantitatis quoniam oportet
accipi in definitione aequalitatis. Dicitur enim quod aequalitas est unitio in quantitate, ordo
vero, quem ponunt in definitione numeri, est etiam de eo quod non potest intelligi nisi post
intellectum numeri. Oportet igitur ut scias quod haec omnia sunt designatio qualis solet fieri
per exempla et per nomina multivoca, et quod hae intentiones formantur per seipsas, ve!
omnes ve! aliquae ex eis, nec significatur de eis per ea aliquid nisi ut innuantur et cogno-
scantur tantum.
TRATIATO TERZO- SEZIONE TERZA 247

[106] Coloro, poi, che ritengono che dicendo che "il numero è una quantità
discreta dotata di ordinamento" siano sfuggiti a questa [difficoltà], ebbene non
ne sono sfuggiti. Infatti, affinché nell'anima sia rappresentabile la quantità, si
ha bisogno78 che siano note la parte, la divisione e l'eguaglianza; ma la parte e
la divisione si possono rappresentare solo in virtù della quantità e quanto
all'eguaglianza, per l'intelletto sano la quantità è più nota di essa, perché
l'eguaglianza è [uno] degli accidenti propri della quantità, nella cui definizio-
ne deve esistere la quantità; si dice, infatti, che l'eguaglianza è un modo
d'essere "una stessa cosa" (itti}Jiid) nella quantità e nell'ordinamento che viene
assunto anche nella definizione del numero; e [un tale modo] non si concepi-
sce, se non dopo aver concepito il numero.
Si deve allora sapere che tutte queste sono [espressioni] che risvegliano [la
mente] (tanb!hiit) come lo sono quelle che risvegliano la mente con le imma-
gini e con i sinonimi; e [si deve sapere] che queste intenzioni sono- o tutte o
in parte - rappresentabili per se stesse e si indicano con queste espressioni sol-
tanto perché su di esse si risvegli [l'attenzione] ed esse risultino distintamente.
Quindi- diremo- l'unità o si dice degli accidenti79 , oppure si dice delle
sostanze. Quando si dice degli accidenti, non è una sostanza, e a questo propo-
sito non v'è dubbio; quando si dice delle sostanze, di esse non si dice affatto
né come una differenza [specifica] né come un genere; [l'unità], infatti, non
entra nella costituzione (ta}Jqlq) della quiddità di nessuna sostanza, ma- come
hai già appreso- è, piuttosto80, un conseguente necessario della sostanza. Essa
quindi non si dice delle [sostanze] 81 come si dicono il genere e la differenza,
ma [come] si dice "quel che è accidentale". L'uno è una sostanza, mentre
l'unità è quell'intenzione che è accidente; infatti, l'accidente che è uno dei
cinque [predicabili] - anche se in questo senso è accidente - può essere
sostanza e può esserlo solo82 quando lo si assume [come] composto, come il
bianco83 . La natura dell'intenzione del semplice [accidente] [107] sarà invece

Dico igitur quod unitas vel dicitur de accidentibus vel dicitur de substantia; cum autem
dicitur de accidentibus, non est substantia, et hoc est dubium; cum vero dicitur de substan-
tiis, non dicitur de eis sicut genus nec sicut differentia ullo modo: non enim recipitur in cer-
tificatione quidditatis alicuius substantiarum, sed est quiddam comitans substantiam, sicut
iam nosti. Non ergo dicitur de eis sicut genus ve! sicut differentia, sed sicut accidens. Unde
unum est substantia, unitas vero est intentio quae est accidens; accidens autem quod est
unum de quinque, quamvis sit accidens secundum hanc intentionem, potest tamen concedi
esse substantia; sed hoc non potest [118] concedi nisi cum accipitur compositum, sicut
album. Natura enim intentionis simplicis de eo, sine dubio est accidens secundum aliam
248 [107]

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intentionem, eo quod est in substantia non sicut pars eius, et impossibile est esse sine eo.
Consideremus igitur nunc an unitas, quae est in omni substal)tia et non est pars eius con-
stitutiva, possit esse separata a substantia. Dico autem hoc esse impossibile. Si enim unitas
esset esse spoliatum a substantia, necessario spoliatum esset sic quod non divideretur, vel
non esset ibi natura praedicata de ea quod non dividitur, vel ess~t ibi alia natura. Pars autem
prima est frivola, quia ad minus non potest esse quin sit ibi esse quod non dividitur. Si
autem illud esse quod non dividitur sine dubio est intentio praeter unitatem, tunc illud esse
quod non dividitur, vel est substantia, vel accidens. Si vero fuerit accidens, tunc unitas est in
accidente sine dubio, et deinde in substantia. Si autem fuerit illuCi substantia et unitas non est
TRATTATO TERZO- SEZIONE TERZA 249

senz'altro un accidente nell'altro senso: infatti, è esistente nella sostanza senza


essere come una parte di essa e non può avere sussistenza separata dalla
[sostanza].
Esaminiamo ora l 'unità che si trova in ogni sostanza e che non ne è una
parte costituente 84 ; la sua sussistenza può darsi separata dalla sostanza?
Ebbene - diremo - ciò è impossibile; questo perché, se sussistesse un'unità
astratta, senz'altro non si sfuggirebbe a una delle seguenti possibilità:
o essa sarebbe semplicemente85 tale da non dividersi, senza che vi sia una
natura di cui predicare che non si divide, oppure vi sarebbe un'altra natura.
Ora, il primo caso è impossibile; infatti, in questo caso vi deve essere almeno
un [dato] essere 86 e sarà questo [dato] essere a non dividersi; ma se questo
[dato] essere è un'entità (ma'nii) diversa dall'unità e non si divide, allora esso
o è una sostanza oppure è un accidente; se è un accidente, l'unità è in un acci-
dente e quindi poi è senz'altro in una sostanza87 , mentre, se è una sostanza e
l'unità non se ne separa, [l'unità) si trova in essa al modo in cui qualcosa si
trova nel soggetto. E se poi [è in una sostanza e l'unità] se ne separa88 , ecco
che, separatasi da quella [data] sostanza, per l'unità dovrebbe esservi un'altra
sostanza per Ja Quale venjre ad essere e aJJa Quale accompagnarsj, [e Questo),
una volta che si sia supposto che il suo essere si accompagni a [qualcosa] di
sostanziale; [in tal modo tuttavia,] se a una [data] sostanza non giungesse
questa unità, non avrebbe unità - e questo è impossibile - oppure avrebbe
un'unità che è [sempre] e un'unità che è concomitante, avendo allora due
unità, non una unità; ma così vi sarebbero due sostanze, non una sostanza,
perché quella sostanza sarebbe due "uno", e [anche] questo è impossibile. B
ancora: se ogni unità fosse in una sostanza diversa, a una delle due sostanze
l'unità potrebbe non essere comunicata, [108] ma (wa) la questione si porreb-

separata ab eo, tunc ipsa est in eo quemadmodum est aliquid in subiecto. Si vero separatt1r
ab eo, tunc unitas, cum separata ponitur ab illa substantia, habebit etiam alias proprietate:s
quae adveniunt e i [ 119J et adiunguntur e i, sed postquam posita fuerit ipsa adiuncta alicui alii
substantiae; et haec substantia eri t sic quod, si non adveniret ei illa unitas, non haberet unitll-
tem, quod est absurdum, ve! haberet eam quae sibi inerat et unitatem quae adveniret et tunc
essent ei duae unitates, quod similiter est absurdum. Si autem utraque unitas esset etiam i.n
alia una substantia, tunc ad aliquam duarum substantiarum non adveniret unitas et ratio redi-
ret iterum ad principium sicut id ad quod veniret unitas et fieret etiam duae substantiae. Si
autem unaquaeque unitas esset in ambabus substantiis, tunc unitas esset dualitas, quod simi-
250 ..:.JI:JI J..a.ill - 4:11:11 i.IUL\ [108]

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!iter est absurdum. Manifestum est igitur quod unitas non est illius naturae ut separetur a
substantia in qua est.
Incipiam igitur et dicam quod unitas non sic exspoliatur ut non dividatur, sed est esse
quod non dividitur ita quod esse est de essentia unitatis, non subiectum ei. Si enim posueri-
mus quod haec unitas separatur a substantia ve! quod potest habere esse separatum sic ut
non dividatur, ve! non tale esse quod non dividatur tantum, sed [120] unitas substantialiter
est ipsum esse quod non dividitur, eo quod illud esse constituitur esse non in subiecto, tunc
accidentibus non erit unitas ullo modo; si autem accidentibus fuerit unitas, profecto eorum
unitas erit praeter unitatem substantiae, et illa unitas dicetur de eis communione nominis;
TRATIATO TERZO- SEZIONE TERZA 251

be nuovamente riguardo a quella cui l'unità sarebbe stata comunicata e che


egualmente verrebbe ad essere "due sostanze"; e se poi ogni unità fosse insie-
me nelle due sostanze, allora l'unità sarebbe una dualità, e questo è assurdo 89 .
Ed è quindi evidente che90 l'unità, di per sé, non si separa dalla sostanza in
cui si trova.
Ricominciamo [dunque] e diciamo: se l'unità non è semplicemente91 tale
da non dividersi ed è piuttosto un [dato] essere che non si divide, come se
l'essere fosse interno all'unità e non ne fosse [come] un soggetto, allora una
volta supposto che questa unità si sia separata dalla sostanza - se [le] fosse
possibile esistere per se stessa - essa sarebbe un essere indivisibile e astratto e
non sarebbe soltanto un essere indivisibile92 . Anzi, l'unità sarebbe un essere
sostanziale e indivisibile, dato che tale essere sussisterebbe non in un soggetto;
ma allora ecco che gli accidenti non potrebbero avere unità, sotto nessun
aspetto, e se ne avessero una, la loro unità sarebbe diversa dall'unità della
sostanza e l'unità si potrebbe dire [degli accidenti solo] per omonimia (istirtik
al-ism). Così, anche fra i numeri, alcuni sarebbero composti a partire
dall'unità "degli accidenti" e altri sarebbero composti a partire dall'unità
"delle sostanze": ma allora- [ci si chiede- questi] due [tipi di numeri] parte-
ciperebbero - o non parteciperebbero - ambedue dell'intenzione (ma 'nti)
dell'essere indivisibile? Esaminiamolo.
Se non ne partecipassero, l'unità in uno dei due [casi] sarebbe un essere
divisibile, mentre nell'altro 93 non lo sarebbe. Ma (wa) con "unità degli acci-
denti" o "delle sostanze" noi non intendiamo questo: in tal modo in uno dei
due [casi] con "l'unità" finiremmo per intendere una cosa diversa rispetto
all'essere indivisibile.
Perciò, se partecipassero ambedue dell'indivisibilità (dalika al-ma 'nti), è
in essa (ma 'nti) che andrebbe riconosciuto quel dato essere indivisi bile che
intendiamo [quando parliamo] di unità; essa sarebbe, quindi, più generale 94
dell'intenzione che abbiamo menzionato or ora: a quella, infatti, [109] con il

igitur continget etiam quod ex numeris alii ordinabuntur ex unitate accidentium et alii ordi-
nabuntur ex unitate substantiarum. Consideremus igitur an communicent in intentione esse
quod non dividitur, an non. Si autem non communicant, tunc unitas quae est in uno eorum
est esse quod non dìviditur, et in alio non est sìc; per unitatem vero accidentium ve! substan-
tiarum non ìntelligimus illud, ita ut per unìtatem unius eorum intelligamus aliquid praeter
esse quod non dividitur. Si autem communicaverint in hoc, tunc illa intentio, scilicet esse
quod non divìditur, est id quod intelligimus per unitatem, et haec intentio est communìor
intentione quam paulo ante nominavimus; ad hoc enim sequeretur illud, dum ipsa esset esse
252 [109]

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,:,t>~ ..~.ool_,.k:-! Jl k_r:t bl_,. r~ rj"l ~ J.' u:-.r.~t~.r.

< ... > substantiale, postquam possib\le est poni exspoliatam. Igitur illa intentio sine dubio, si
fuerit substantia, non accidet accidenti; non autem sequitur ut dicas quod, si fuerit accidens,
non accidet substantiae: substantiae enim accidit accidens et constituitur per eam, accidenti
vero non accidit substantia sic ut ipsa constituatur in ìllo. Igitur unitas collectiva communior
est illa inten-[12l]tione et de illa est noster senno inquantum est esse quod non dividitur
tantum, sine additione alia, et hoc non separatur a suis subiectis; alioquin fieret intentio
minus communis.
Postquam igitur fuit absurdum ut unitas sit esse non divisibile in accidentibus et in sub-
stantiis et ut, cum hoc, possit separari et esse substantia quae accidìt accidenti, et ut unitas
sit diversa in substantiis et accidentìbus, manifestum est tunc quod certitudo unitatis est
TRATI ATO TERZO- SEZIONE TERZA 253

fatto di essere un essere indi visibile, conseguiva di essere un essere sostanziale


ed era perciò possibile supporla come astratta. E senz'altro, se questa intenzio-
ne [dell'unità] fosse una sostanza, non potrebbe accadere all'accidente mentre,
se fosse accidente, non saremmo costretti a dire che non può accadere alla
sostanza: alla sostanza accade l'accidente e [anzi] è in virtù di essa che l'acci-
dente sussiste, mentre all'accidente non accade la sostanza in modo da trovar-
vi sussistenza.
L'unità a tutti comune è quindi più generale di quell'intenzione e il nostro
discorso verte su di essa e soltanto in quanto essa è essere indivisibile, senza
altra aggiunta; tale [essere indivisibile] non si separa dai propri soggetti, altri-
menti verrebbe ad essere quella certa intenzione più particolare95 • È impossibi-
le, infatti, che l'unità sia un essere indivisibile che è negli accidenti e nelle
sostanze e che al contempo possa essere tale da separarsi, essendo una sostan-
za che accade a un accidente; o [anche è impossibile] che l'unità sia differente
[quando è] nelle sostanze e [quando è] negli accidenti. E perciò è evidente che
la realtà dell'unità consiste in un'intenzione (ma 'm'i) accidentale e che fa parte
dell'insieme dei conseguenti necessari delle cose.
Né qualcuno potrebbe dire che questa unità non [può] esser separata solo
nel modo in cui non [possono] esser separate le intenzioni generali (al-ma 'ani
al- 'amma) [che, altrimenti,] sussisterebbero96 senza le loro differenze [specifi-
che], come l'umanità non si separa dall'animalità97 • Il fatto che questa separa-
zione sia impossibile non rende necessiaria l'accidentalità: a renderla necessa-
ria è invece quell'impossibilità di separarsi che appartiene a un'intenzione
data, esistente e individuale.
Diremo perciò che le cose non stanno così. Il rapporto di quel che abbiamo
supposto più generale con quel che abbiamo supposto più particolare non è il
rapporto che ciò che è diviso da una differenza [specifica] costitutiva [ha con
essa]: abbiamo già messo in evidenza che l'unità non entra nella definizione
della sostanza o dell'accidente; il loro è anzi il rapporto che un conseguente
necessario comune ('amm) [ha con la cosa]; e quando designiamo una sempli-

intenti o accidentis et est de universitate eorum quae comitantur res. Non debet autem aliquis
dicere quod haec unitas non separatur, nisi ad modum quo non separantur intentiones com-
munes existentes absque suis differentiis, et quod prohibitio huius separationis non facit
debere accidentalitatem eius, quia non facit debere accidentalitatem eius nisi prohibitio
separationis ab intentione cuius esse acquisitum est singulariter.
Dico autem non ita rem esse, quia comparatio eius quod nos posuimus communius ad id
quod posuimus minus commune, non est qualis est eius comparatio ad id quod dividitur per
differentiam constitutivam. Iam enim ostendimus quod unitas non est intrans in definitione
substantiae nec accidentis, sed fortasse est comitans eam; cum enim innuerimus aliquid de
254 ..;.l Wl J..&.ill - l:ll:ll ':\lUI.l \\• [110]

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• u"'.J'~)I,;.r.....&l_;l.\.)J.Jli, 1,;._,.

unis simpliciter, tunc ipsum erit [122] discretum per se a proprietate quae adiungitur sibi,
non sicut color qui est in albedine. Cum igitur certum fuerit quod non est separata, certifica-
bitur quia id quod praedicatur de intentione comitante communi, nomine derivato a nomine
simplicis intentionis, ipsum est intentio quae est unitatis; ipsum vero simplex est accidens.
Postquam igitur unitas est accidens, tunc numerus qui necessario provenit ex unitate acci-
dens est.
TRA TIATO TERZO- SEZIONE TERZA 255

ce [unità] 98 , [110] essa è qualcosa di distinto per essenza dalla particolare


determinazione che la accompagna, non è come l'esser colore che è nel bian-
co. Così, una volta che sia valido [dire] 99 che [questo qualcosa] non è separa-
to, è valido [dire] che quel predicato che è un'intenzione necessariamente
conseguente, comune e che deriva il proprio nome dal nome di un'intenzione
semplice è l'intenzione dell'unità; e questa [intenzione] semplice è un acci-
dente100. E se l'unità è un accidente, allora il numero, che si compone
dell'unità, è un accidente.
256 Il\ [111]

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IV
CAPITULUM QUOD MENSURAE SUNT ACCIDlòNS

Quantitates continuae sunt mensurae continuorum; sed corpus quod est quantum. est
mensura continui quod est corpus ex intentione formae, sicut tu iam nosti ex multis aliis
locis; corpus vero secundum aliam intentionem, quod est de pra(:dicamento substantiae, iam
sufficienter ostendimus. Sed hanc mensuram iam manifestum est esse in materia et quod
ipsa augmentatur et minuitur, substantia permanente eadem. Igitur est accidens sine dubio,
257

[SEZIONE QUARTA)

A PROPOSITO DEL FATTO CHE LE ESTENSIONI 101 SONO ACCIDENTI

Le quantità continue sono le estensioni delle [cose] continue e il corpo che


è quantità è l'estensione del continuo, che, come ormai hai appreso in numero-
si luoghi, è il corpo nel senso della forma; del corpo nell'altro senso, invece-
quello che rientra nella categoria della sostanza - abbiamo trattato esauriente-
mente102.
Ora, di questa estensione si è già rivelato evidente che è in una materia e
che aumenta e diminuisce, mentre la sostanza permane; essa perciò è
senz'altro un accidente ma fa parte di quegli accidenti che sono legati alla
materia o a quel che è nella materia. Tale estensione, infatti, non si separa
dalla materia se non nell'immaginazione estimativa e neppure si separa dalla
forma che appartiene alia materia: essa è I' estensione della cosa continua che
riceve determinate dimensioni, e questo non è possibile che sia senza questa
casa continua, come il tempo d'altra parte non è se non in virtù di quel conti-
nuo che è lo spazio 103 . Una data estensione consiste cioè nel fatto che il conti-
avo sia tale da esser misurato un dato numero di volte 104 oppure, se si immagi-
na [un'estensione] infinita, nel fatto che non si abbia termine nel misurarlo. E
questo è qualcosa di diverso rispetto al fatto che la cosa sia tale da accettare
che si suppongano le dimensioni già menzionate, perché a questo riguardo non
vi,è differenza tra un corpo e l'altro mentre, riguardo al fatto di esser misurato
per tale numero di volte o di non avere affatto termine nella sua misurazione
in questo [modo] 105 , vi è differenza tra un corpo e un altro corpo: [112] con

sed est de accidentibus quae pendent ex materia et ex re quae est in materia: haec enim men-
SUl'a non separatur a materia nisi in aestimatione; nec separatur a forma quae est materiae, eo
quod ipsa est mensura rei quae recipit dimensiones huiusmodi. Nec est possibile ut ipsa sit
sine hac re, sicut tempus non potest esse nisi per continuum quod est spatium, quia haec
mensura est continuum inquantum mensuratur totiens ve! totiens [123] per hoc et non finitur
mensuratio in aestimatione in infinitum. Sed hoc est contrarium ad hoc quod res est sic quod
recipìt in se positionem trìum dimensionum supranominatarum, in quo non differt unum
corpus ab alio, sed in mensurari totiens ve! totiens et non finiri eius mensurationem in
totìens ullo modo, unum corpus differt ab alio corpore. Haec autem intentio est quantitas
258 (il} J..All - ~1:11 ~li!. l ,,,. [112]

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corporis, illa vero est forma eius; sed haec quantitas non separatur ab illa forma in aestima-
tione ullo modo, ipsa vero et forma separantur a materia in aestimatione.
De superficie autem et de linea possumus dicere quod uno respectu sunt finis et alio
respectu sunt mensura; et etiam quod superficies habet respectum quo recipit in se positio-
nem duarum dimensionum secundum modum dimensionum praenominatarum, scilicet dua-
rum dimensionum tantum sic ut se intersecent secundum rectum angulum; et quod potest
mensurari et metiri, et quod est minor et maior, et quod accident ei dimensiones secundum
diversitatem figurarum. Considerabo igitur has dispositiones in illa, et dicam quod sua
receptio positionis duarum dimensionum non est ei, nisi ob hoc quod est finis corporis quod
est receptibile trium. De hoc autem quod res est finis eius quod est receptibile trium, inquan-
tum est finis huiusmodi, non finis absolute, iudicium est quod receptibile est positionis [124]
duarum dimensionum; hoc igitur modo non est mensura, sed hoc modo est relata, sed,
quamvis sit relata, tamen non est nisi mensura. Iam enim nosti differentiam inter relatum
TRATTATO TERZO- SEZIONE QUARTA 259

quest'ultima cosa si intende, infatti, la quantità del corpo, mentre con quella la
sua forma. E nell'immaginazione estimativa questa quantità non si separa
affatto da quella forma ma sia essa sia la forma si separano dalla materia 106 •
Quanto alla superficie- come la linea- conviene che essa (la-hu) venga
considerata sia in quanto è termine, sia in quanto è estensione; la superficie
può esser considerata in quanto accetta che vi si suppongano due dimensioni,
al modo delle dimensioni già menzionate - intendo dire due dimensioni sol-
tanto che si intersecano su di un angolo retto - e in quanto si estende ed è
misurabile, è più grande o più piccola, e in essa si suppongono diverse dimen-
sioni anche a seconda della differenza delle figure.
Riflettiamo allora su questi stati che la riguardano. Ebbene, - diremo - che
[la superficie] sia suscettibile del fatto che in essa si suppongano due dimen-
sioni è cosa che le appartiene solo in quanto è il tennine del corpo, il quale è
suscettibile della supposizione di tre dimensioni 107 . Ora, il fatto che una cosa
sia termine di quel che è suscettibile di tre [dimensioni] si dà in quanto è ter-
mine di qualcosa di simile e non in quanto è un termine in senso assoluto,
come se essa dovesse 108 essere [in sé] suscettibile del fatto che vi si supponga-
no due dimensioni; e non è sotto questo aspetto che essa è un'estensione: sotto
questo aspetto essa è piuttosto qualcosa di relativo ma, pur essendo un relati-
vo, non è se non un'estensione. Hai appreso la differenza che sussiste tra il
relativo in senso assoluto 109 e il relativo nel senso della categoria, il quale" 0 ,
come abbiamo messo in evidenza, non può essere un'estensione o una qualità.
Quanto poi al fatto che la superficie sia un'estensione, ciò è in virtù
dell'altro aspetto, quello in virtù del quale è possibile che essa si differenzi-
nella misura (qadr) e nella dimensione (masiil;za) - da qualche superficie
diversa da essa; nel primo senso, invece, non è affatto possibile che essa si dif-
ferenzi [da un'altra superficie] 111 •
Tuttavia, sotto entrambi gli aspetti essa è un accidente.
Infatti, in quanto è termine, essa è qualcosa che accade a quel che ha un
termine perché vi esiste [non] come una sua parte 112 e senza di esso non sussi-
ste. E abbiamo già detto che non rientra tra le condizioni di quel che esiste in
qualcosa d'altro di corrispondere all'essenza di questo qualcosa d'altro; [quan-
to a] dove l'abbiamo sostenuto, ebbene è nei [libri di] Fisica: è lì allora che
devi riflettere se ti si presenta una difficoltà a questo riguardo 113 •

absolute et inter relatum quod est praedicamentum, quod non potest concedi, sicut ostendi-
mus, esse mensuram ve! quale. Quod autem superficies sit mensura, fit secundum alium
modum, per quem scilicet potest differre ab aliis superficiebus in mensuratione et dimensio-
ne, sed secundum primum modum non potest differre ab illis ullo modo; utroque tamen
modo accidens est. Sed ipsa, inquantum est finis, accidens est finito, eo quod est in eo non
sicut pars eius nec potest esse sine eo. Iam autem dixeramus in naturalibus quod condicio
eius quod est in aliquo non est ut parificetur ei in essentia: ibi ergo consideretur hoc quia, si
de hoc modo dubitatio contigerit, non erit nisi secundum quod ipsa est mensura quae est
260 l l'l" [113]

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accidens; quamvis enim hoc quod in superficie ponuntur duae dimensiones, esset ei inquan-
tum est ipsa, tamen hoc [125] non esset comparatio quantitationis < ... >ad formationem cor-
poralem, sed esset comparatio < ... > accidentalis ad formam; et tu scies hoc per considera-
tionem principiorum.
Scias autem quod, propter accidentalitatem quae advenit superficiei et recedit ab ea in
corpore propter continuationem et disgregationem et diversitatem figurarum et intersecatio-
nem earum: aliquando superficies corporis plani, cum destruitur inquantum est plana, fit
sphaerica. Iam autem nosti ex his quae praedicta sunt quod una certissime superficies non
est subiectum sphaericae et planae in esse et alii in effectu; sicut unum corpus potest esse
subiectum in effectu diversarum dimensionum quae superveniunt ei, similiter et superficies:
TRATTATO TERZO- SEZIONE QUARTA 261

[113] Ma anche in quanto è estensione [la superficie] è un accidente 114 : se


il fatto di essere una superficie in quanto vi si suppongono due dimensioni
fosse qualcosa che le appartiene per sé, per la superficie il rapporto tra la
[forma] dell'estensione (nisbatu l-miqdiiriyya) e questo qualcosa non sarebbe
lo stesso rapporto che c'è tra la [forma] dell'estensione e la forma corporea e
anzi, il rapporto di questa data entità con la [forma] dell'estensione sarebbe,
per la superficie, il rapporto che una differenza [specifica] ha con un genere,
mentre l'altro rapporto sarebbe quello che qualcosa di accidentale ha con la
forma. Questo lo sai, se rifletti sui fondamenti 115 •
La superficie - sappilo - a causa della sua accidentalità è qualcosa che nel
corpo avviene e svanisce in virtù della continuità e della discontinuità, della
differenza delle figure e delle intersezioni 116 : la superficie del corpo può esse-
re piana e poi svanire in quanto piana e venire ad essere circolare.
Ora, dalle cose affermate in precedenza hai appreso che in realtà non è la
stessa superficie una ad essere, neli' esistenza, soggetto della sfericità e della
planarità; perciò non è che, come uno stesso corpo è il soggetto delle diverse
dimensioni in atto che una dopo l'altra gli sopravvengono, così la superficie
[sia il soggetto di dimensioni differenti], una volta abbandonata 117 la sua figu-
ra e scomparse le sue dimensioni. Questo infatti non sarebbe possibile, se non
nel caso in cui essa venisse sezionata, ma - lo hai appreso da altre trattazioni -
nel sezionarla la forma della superficie una, che è in atto, svanisce 118 ; e hai
appreso 119 anche che questo invece non consegue necessariamente nella mate-
ria (hayiilii), come se la materia fosse per la continuità qualcosa di diverso da
quel che è per la discontinuità. Inoltre, sai che, una volta che si compongano
delle superfici che si congiungano l'una con l'altra in una composizione che
faccia svanire i limiti comuni, quel che si genera è una superficie numerica-
mente altra; e se si tornasse alla sua prima composizione, non si avrebbe
numericamente quella prima superficie, ma un'altra, simile ad essa nel nume-
ro: l'inesistente, infatti, non può esser fatto tornare [all'esistenza]. [114] E poi-

ut enim removeatur ab ea figura eius ita ut destruantur dimensiones eius, hoc non potest in
ea fieri nisi per incisionem eius; incisione enim eius fit destructio formae superficiei unius
quae erat in effectu. Iam autem nosti hoc ex aliis verbis; et etiam nosti quod hoc non sequi-
tur [126] in hyle, ita ut ei quod est hyle sit continuatio aliunde quam disgregatio; et etiam
nosti quod, cum quis coniunxerit superficies alias cum aliis, ita ut destruantur termini com-
munes, fiet ex eis superficies alia numero; et deinde, si iterum converterit eam ad suam pri-
mam dispositionem, non erit iam illa prima superficies una numero, sed consimiles aliae
numero, quoniam quod annihilatum est non reducitur. Postquam autem scieris formam
dispositionis in superficie, scies etiam in linea; unde considera de ea secundum illam.
262 \ \t [114]

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Constat igitur quod haec accidentia sunt quia esse eorum non separantur a materia; nosti
etiam quod illa non separantur a forma quae in natura sua materialis esse aestimatur, < ... >et
quod linea separatur a superficie in aestimatione. Dico autem quod haec separatio in hoc
loco duobus modis intelligitur. Uno, cum ponimus in aestimatione superficiem et non cor-
pus, et lineam et non superficiem; altero, cum attendimus superficiem tantum et non attendi-
mus omnino an sit cum corpore an non sit cum corpore. Tu enim nosti quod differentia inter
TRATIATO TERZO- SEZIONE QUARTA 263

ché conosci come stanno le cose per la superficie, sai già come stanno per la
linea: prendi l'una come termine di paragone per l'altra!
Ora, ti si è rivelato evidente che, quanto ali' esistenza, questi sono accidenti
che non si separano dalla materia e sai anche 120 che per l'immaginazione 121
essi non si separano neppure da quella forma che per sua natura è materiale 122 .
Resta dunque da conoscere come convenga concepire il fatto che diciamo che
"nell'immaginazione la superficie si separa dal corpo e che, nell'immaginazio-
ne, la linea si separa dalla superficie" 123 •
Ebbene, diciamo che in questo contesto 124 questa separabilità si può conce-
pire in due modi: uno consiste nel fatto che nell'immaginazione una superficie
sia supposta 125 senza un corpo e una linea senza una superficie; l'altro, invece,
consiste nel fatto che si presti attenzione alla superficie senza prestare assolu-
tamente attenzione al corpo, sia [questo] con essa o non lo sia. Tu sai che la
differenza che sussiste tra i due modi è manifesta: vi è, infatti, una differenza
tra il considerare una cosa da sola, pur credendo che essa si dia con qualcosa
di diverso da essa da cui non si separa, e il considerarla da sola, aggiungendo
(ma'a) la condizione che si separi da ciò che è con essa; [e questo] in quanto si
giudica che, come presti attenzione ad essa sola, in modo che nella tua imma-
ginazione essa sussista da sola, con ciò è fatta una differenza tra questa e
l'altra cosa, per il fatto che si giudica che quella tale altra cosa non è insieme
ad essa 126 •
Chi poi ritenesse che la superficie e la linea e il punto si possono immagi-
nare come una superficie e una linea e un punto, supponendo che non vi sia
alcun corpo né assieme alla superficie, né assieme alla linea, né assieme al
punto, ebbene, riterrebbe qualcosa di vano. E questo perché, nell'immagina-
zione estimativa, non è possibile che la superficie sia supposta isolata, senza
che sia il termine di qualcosa. A meno che non la si immagini con una posizio-
ne propria e si immagini che abbia due direzioni che conducano quel che ad
essa si dirige a incontrare - come sai - due diversi lati; ma allora, ecco che
quel che si era immaginato una superficie sarebbe qualcosa di diverso da una
superficie! [115] La superficie, infatti, è lo stesso limite, non qualcosa che

haec manifesta est; quoniam differt inter considerare rem solummodo, quamvis intelligatur
esse cum alio a quo non separatur, et inter considerare rem solummodo cum condicione
sepa-[127]rationis suae ab eo quod cum ipsa est, ut sic iudicetur de ea quasi sit considerata
per se sola; quamvis enim in tua aestimatione sit existens per se sola, tamen cum hoc discre-
tio est inter eam et aliam rem iudicatam quod ipsa non est cum ea. Igitur quisquis putaverit
quod superficies et linea et punctum possint putari linea superficies et punctum tali posi tione
264 l\ O
[115]

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ut corpus non sit cum superficie nec cum linea nec cum puncto, iste iam putavit errorem.
Non est enim possibile in aestimatione poni superficiem per se, sic ut non sit finis rei, sed
sic ut aestimetur cum proprio situ et aestimentur ei duae partes, quibus duabus partibus
simul non obviabit veniens ad eam, sicut tu nosti. Igitur quod tu aestimasti superficiem non
est superficies. Superficies enim non est nisi ipsemet terminus, non quod est habens duos
terminos; sed, si superficies aestimatur ipsemet finis qui sequitur ad unam partem, inquan-
tum est sic, ve! aestimetur ipsamet pars et terminus, sic ut incisio fiat ei ali o modo, tunc ipsa
eri t finis eius aestimata cum eo aliquo modo, et similiter est in linea et puncto.
Quod autem dicunt quod punctus designa! lineam suo motu est quiddam quod dicitur ad
imaginandum, sed non est possibile hoc esse; quod enim punctus non potest poni tangens et
movens, iam osten-[128]dimus hoc nullo modo posse esse; postquam enim tactus non per-
TRATTATO TERZO- SEZIONE QUARTA 265

abbia due limiti e se la superficie, in quanto tale, è immaginata come il tenni-


ne stesso che segue una sola delle due direzioni o come la stessa direzione con
(wa) il limite, senza che vi sia separazione dall'altra direzione, allora ciò di cui
essa è il termine, sotto un certo aspetto, è immaginato insieme ad essa; e ana-
logo è il caso della linea e del punto 127 •
E quel che si dice, e cioè che il punto con il proprio movimento disegna la
linea, è qualcosa che si dice per pura immaginazione 128 ma che non può esse-
re. Non certo perché il punto non lo si possa supporre in contatto con qualcosa
che sia in movimento, perché abbiamo già messo in evidenza che, da un certo
punto di vista, questo è possibile. Ma piuttosto perché una volta che il contatto
non sia stabile, dopo il contatto non si ha 129 un punto che resti principio di una
linea, mentre la cosa dopo il contatto dovrebbe permanere come già era prima
del contatto; e poi tra [la linea e i suoi punti] 130 e le parti del contatto non resta
un prolungamento; quel dato punto, infatti, - come hai appreso nella Fisica -
è venuto ad essere un punto 131 [soltanto] in virtù del contatto, non altro, e allo-
ra, una volta che in virtù del movimento il contatto sia svanito, come potrebbe
permanere un punto? 132 E analogamente, come potrebbe permanere quale
segno stabile ciò di cui [il punto stesso] sarebbe principio? Questo accade,
piuttosto, soltanto nell'estimativa e nell'immaginazione 133 •
E ancora: senz'altro il movimento [del punto] si darebbe essendovi una
cosa esistente secondo la quale e nella quale si darebbe il movimento: tale
cosa sarebbe suscettibile del fatto che in essa si dia movimento; ma allora essa
sarebbe un corpo oppure una superficie oppure una dimensione in una superfi-
cie o una dimensione che è una linea. E tutte queste cose dovrebbero dunque
essere esistenti prima del movimento del punto e perciò il movimento del
punto non sarebbe una causa della loro esistenza!

manet nec remanet punctus post tactum nisi sicut erat prius ante tactum, tunc non erit ibi
punctus remanens principium lineae post tactum, nec remanet distensio inter illud et partes
tactus. Illud enim punctum non est factum punctum et terminus nisi propter tactum, sicut
audisti in naturalibus. Cum enim tactum consecutus fuerit motus, quomodo ipsum remanebit
punctum? Et ita secundum quod fuerit principium lineae erit puncti secunda descriptio? Hoc
autem non est nisi in imaginatione tantum. Item necesse est sine dubio ut, cum motus fuerit,
hic sit aliquid habens esse super quod vel in quo fiat motus, et quod sit receptibile motus ut
moveatur in eo; igitur illud vel est spatium quod est corpus vel superficies, vel spatium in
superficie, vel spatium quod est linea. Haec igitur habebunt esse ante motum puncti; motus
igitur puncti non erit illis causa essendi. Esse etiam mensurae corporalis, manifestum est;
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esse vero superficiei est ex hoc quod necesse est finitam esse mensuram corporalem, esse
vero lineae est propter incisionem superficierum et propter positionem terminorum illis.
[129] Iam autem quidam putaverunt de angulo quod ipse sit quantitas continua alia a
superficie et corpore; unde oportet considerare hoc circa illum. Dico igitur quod mensura,
sive sit corpus sive superficies, iam accidit ei contineri intra fines qui copulantur in uno
puncto; unde, inquantum est inter hos fines, est res habens angulum, < ... > et, si volueris,
qualitatem quae est ei, inquantum est huiusmodi, appellabis angulum; primum igitur est
sicut quadratum et secundum sicut quadratura. Si autem posueris nomen anguli intentioni
primae, dices: "angulus est aequalis, minor et maior secundum quod est, quia eius essentia
TRATTATO TERZO- SEZIONE QUARTA 267

[116] Ora, che esista l'estensione corporea è cosa manifesta, mentre che
esista la superficie è cosa dovuta al fatto che necessariamente l'estensione cor-
porea deve esser finita; e l'esistenza della linea si deve poi al fatto che è possi-
bile sezionare le superfici e che vi si possono supporre dei limiti.
Quanto all'angolo, si è ritenuto che esso fosse una quantità continua di
diverso tipo rispetto alla superficie e al corpo; conviene perciò condurre un
esame a suo riguardo. E diciamo, dunque: all'estensione, sia essa un corpo o
una superficie, può accadere di essere contenuta tra termini che si incontrano
su di uno stesso punto; in quanto è tra termini di questo genere - senza che,
sotto un [qualunque] aspetto 134 , si guardi allo stato dei suoi stessi termini -
essa è un qualcosa dotato di un angolo; è quindi come se essa fosse un'esten-
sione più che una dimensione che ha termine su di un punto; e se vuoi, chia-
ma pure questa stessa estensione, in quanto tale, "angolo" o, se vuoi, chiama
"angolo" la qualità che le appartiene in quanto tale: la prima sarà analoga al
quadrato, la seconda alla quadratura 135 • Quindi, se poni il nome secondo il
primo senso dici "un angolo eguale" o "minore" o "maggiore" per sé, perché
la sua sostanza è un'estensione e se, invece, poni il nome nel secondo senso,
lo dici in ragione dell'estensione in cui esso si trova, come accade per la qua-
dratura; e poiché in questo, che è l'angolo nel primo senso, è possibile sup-
porre o tre o due dimensioni, esso è un'estensione, o di un corpo o di una
superficie.
[Vediamo adesso] l'opinione di colui che dice: una superficie si ha
nell'immaginazione solo quando la linea che la fa si muove con entrambi i
punti [delle estremità], in modo da produrla: la lunghezza [cioè] si sarebbe in
realtà mossa 136 in larghezza, dopo la lunghezza si sarebbe prodotta la larghez-
za, e così si sarebbero formate lunghezza e larghezza; la linea che produce 137
l'angolo, però, per produrre una superficie non si sarebbe mossa né soltanto in
lunghezza, come era, né in larghezza: essa si sarebbe mossa soltanto con uno
solo dei suoi due capi; così verrebbe a prodursi l'angolo. Ma in tal modo
costui fa dell'angolo un quarto genere delle estensioni 138 !

mensura est"; si vero imposueris intentioni secundae, tunc propter mensuram quae est in ilio
dices de ilio veluti quadraturam. In hoc autem quod est angulus secundum intentionem pri-
mam, possunt poni tria spatia ve! duo, et est tunc mensura corporalis ve! superficialis.
Qui autem putat dicens quod non esset superficies nisi moveretur linea in aestimatione
cum duobus suis punctis, quousque facit eam longitudo quae vere mota est in Jatum et inde
provenit latitudo post Jongitudinem, et ob hoc est Jongitudo et latitudo; si autem moveatur
linea ad faciendum angulum, sed nec in longum solum sicut est, nec in latum sicut cum facit
superficiem, sed moveatur ex uno suorum capitum, et fiet angulus: hic angulum poni t genus
quartum in men-[130]suris. Causa autem huius rei est ignorantia intentionis de hoc quod
268 1\V [117]

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diximus, scilicet quod rei opus est tribus ve! duabus dimensionibus ad hoc ut angulus si t cor-
poralis ve! superficialis; postquam igitur nosti quia quod dixit non sequitur, tunc non debet
audiri ab intelligentibus, eo quod homo ille praesumpsit loqui de eo quod non conveniebat
ei; qui obliviosus et turbatus tenuit quod superficies revera est quadratus ve! parte altera lon-
gior et nihil aliud: sed hoc verbum eius non est tale de quo curare debeamus. Iam igitur nostì
esse mensurarum et quod sunt accìdentia et quod non sunt principia corporum, et quod error
non contingit in hoc nisi ex eo quod tu nosti.
Iam etiam patuit ex praemissis quod tempus accidens est et quod pendet ex motu.
Remansit igitur ut scias quod non est mensura praeter has. Et dico quod quantum continuum
TRATTATO TERZO~ SEZIONE QUARTA 269

[117] La ragione di questa [sua opinione] è il fatto che [un tale personag-
gio] ignora che cosa significhi dire che "per essere un corpo o una superficie
piana, la cosa deve avere o tre o due dimensionP 39". E poiché questo lo hai già
appreso, sai già che ciò che egli dice non è conseguente e che non conviene
che chi è intelligente vi presti orecchio: si tratta soltanto di un tentativo [di
intervenire], da parte di un uomo di tal fatta, in qualcosa che non lo riguarda.
Quest'uomo distratto e confuso 140 può arrivare persino a [sostenere] che la
vera superficie è quella costituita dal quadrato o dal rettangolo e da nient'altro
che questi. Ma quel che egli dice non è fra le cose di cui è importante occupar-
si. Sai, infatti, che esistono le diverse misure (aqdiir), che esse sono accidenti
e che non sono principi dei corpi; l'errore in proposito si produce solo per via
di quel che sai.
Quanto al tempo, nelle trattazioni precedenti, hai già appurato la sua acci-
dentalità e la sua dipendenza dal movimento 141 • Ti resta da sapere che non c'è
alcuna estensione al di fuori di queste. Infatti - diremo - per la quantità conti-
nua non si sfugge a queste due possibilità: o essa è qualcosa di stabile, che
ottiene l'esistenza con tutte le sue parti, o non lo è. Se non lo è ed è piuttosto
qualcosa che si rinnova nell'esistenza, una cosa succedendo all'altra, allora è
il tempo. Se poi è stabile ed è l'estensione, allora: o è la più completa delle
estensioni, ed è quella in cui è possibile supporre tre dimensioni 142 - perché,
infatti, non è possibile supporvene un numero superiore- e questa è l'esten-
sione corporea; oppure in essa si suppongono due dimensioni soltanto; o anco-
ra essa è dotata soltanto di una dimensione 143 ; infatti, qualunque continuo ha
una certa dimensione, in atto o in potenza, e poiché non vi sono più di tre
[dimensioni] -né meno di una- le estensioni sono tre, mentre le quantità 144
continue per sé sono quattro.
E magari si potrà dire anche di altre cose che sono quantità continue, ma
non è così 145 : [ 118] il luogo è la stessa superficie e quanto alla pesantezza e

necessario, ve! est stabile habens esse simul cum omnibus suis partibus, ve! non est stabile.
Si autem non fuerit stabile, sed renovatur esse eius per successionem unius post aliud, ipsum
est tempus. Si vero fuerit stabile et ipsum est mensura, tunc ve! erit illa quae est perfectior
ex mensuris et haec est in qua possunt poni tres dimensiones (nam plures in ea poni non
possunt), et haec est mensura corporalis, ve! in qua possunt poni duae tantum dimensiones,
ve! quod est habens unam tantum dimensionem, eo quod omne continuum habet aliquam
dimensionem in effectu ve! in potentia. Sed, quia dimensiones non fuerunt plus [131] quam
tres nec minus quam una, ideo mensurae sunt tres, et hae sunt quantitates continuae per se.
Iam autem appellantur quaedam aliae quantitates continuae, sed non est ita.
270 IlA [118]

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Locus vero est ipsa superficies, gravitas vero et levitas suis motibus faciunt debere esse
mensuras diversas in temporibus et locis, et non est illis ut separentur in partes quarum una
numeret aliquam earum, scilicet gravitatem ve! levitatem, neque ut opponantur sibi secun-
dum aequalitatem ve! inaequalitatem, sic ut ponatur eis aliquis terminus qui parificetur alìi
termino eiusdem generis, neque ut hoc quod sequitur ex isto parificetur ei quod sequitur ex
ilio quod est eiusdem generis, neque quia alius terminus parificetur ei sic ut sit ei aequalis
ve! inaequalis: non enim adaequabitur, sed inaequabitur. Nos autem non intelligimus per
aequalitatem et inaequalitatem quas notum est esse mensuras, nisi hanc intentionem. Divisio
autem quae accidit gravitati et !evitati quod una gravitas est dimidium alterius gravitatis, hoc
TRATTATO TERZO- SEZIONE QUARTA 271

alla leggerezza, in virtù dei loro movimenti esse comportano necessariamen-


te146 diverse estensioni, nei tempi e nei luoghi, ma non appartiene loro di divi-
dersi in parti, [una delle quali] le conterebbe, né appartiene loro di opporsi
l'una all'altra a seconda della loro eguaglianza o [della loro] disparità; [se così
fosse] per esse si dovrebbe supporre un limite che si aggiunga a un altro limite
ad esso omogeneo e quello che viene ancora dopo di esso si dovrebbe aggiun-
gere a quello dopo ancora, ad esso omogeneo, così che a questo si possa
aggiungere l'ultimo limite, in modo da avere eguaglianza oppure differenza e
disparità, invece dell'eguaglianza. Per l'eguaglianza e la disparità che si rico-
noscono all'estensione intendiamo, infatti, proprio questo significato; invece
la divisibilità in parti che accade a leggerezza e pesantezza e per la quale un
peso è [per esempio] metà di un altro, consiste nel fatto che uno si muove 147
nel tempo per metà della distanza oppure, nella stessa distanza, ma nel doppio
del tempo; oppure nel fatto che in un [dato] strumento 148 il più grande si
muove verso il basso di un moto con cui consegue che il più piccolo si muova
verso l'alto, o cose simili. È come il calore che è il doppio di un altro calore o
in quanto agisce due volte di più o perché è in un corpo che, pur essendo il
doppio di un altro, è caldo di un calore simile.
E così stanno le cose per quel che è piccolo, quel che è grande, quel che è
molto e quel che è poco 149 ; infatti, anche questi sono accidenti che accompa-
gnano le quantità nel senso del relativo; e hai già appreso in un altro luogo
quel che va detto a proposito di tutte queste cose.
La definizione della quantità, insomma, è [questa]: essa è ciò 150 in cui può
esistere qualcosa di essa di cui è corretto [affermare] che sia uno e che misu-
ri151; e questo per sé 152, sia che la correttezza [di questa affermazione] riguardi
l'esistenza [della cosa], sia che sia ipotetica.

non contingit nisi ve! quia motum est in uno tempore, dimidio spatio, ve! in uno spatio, tem-
pore duplo, ve! quia maior movetur deorsum per instrumentum, tali motu ex quo sequitur
minorem moveri sursum ve! aliquid aliud huiusmodi. Et est hoc sicut calor qui est duplus
alterius caloris, eo quod agit duplum illius, ve! est in corpore duplo consimili in calore.
Similiter est dispositio magni et parvi, multi et pauci; haec enim accidentia sunt etiam quae
accidunt [132] quantitatibus de praedicamento relationis. Tu autem iam cognovisti haec
omnia ex aliis locis.
lgitur quantitas omnino est illa in qua possibile est esse aliquid de illa quod per seipsum
potest esse unum numerans, si ve hoc possit esse in se, si ve si t ex positione.
272 [119]

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v
CAPITULUM DE CERTIFICANDA QU!DDITATE NUMERI ET DE DEFINITIONE SUARUM SPECIERUM ET
MAN!FESTATIONE PRINC!PIORUM EIUS

Oportet ut hic certificemur de natura et proprietatibus numerorum et quomodo debent


intelligi dispositiones et esse eorum. Iam autem transieramus ab hoc incidenter ad loquen-
dum de quantitatibus continuis: nostra enim intentio fecit debere hoc fieri. Dicemus igitur
quod numerus habet esse in rebus et habet esse in anima. Et illud quod dixerunt quidam
quod numerus non habet esse <nisi> in [133] anima, non est attendendum, sed quod dixe-
273

[SEZIONE QUINTA]

IN CUI SI APPURA CHE COSA SIA 153 IL NUMERO, SI DEFINISCONO


LE SUE VARIE SPECIE E SE NE PORTANO ALL'EVIDENZA I PRINCIPÌ

Conviene qui appurare quale sia la natura dei numeri, quali siano le loro
proprietà e come vadano rappresentati il loro stato e la loro esistenza; ce ne
eravamo frettolosamente allontanati per considerare le quantità continue per-
ché lo scopo che ci eravamo proposti lo rendeva necessario. Ora - diremo - il
numero ha un'esistenza nelle cose e un'esistenza nell'anima e l'affermazione
di chi dica che il numero non ha esistenza se non nell'anima non è qualcosa di
cui vada tenuto conto: chi invece dicesse che il numero, astratto dalle cose
numerabili che sono negli individui [concreti], non ha esistenza se non
nell'anima, sarebbe nel vero 154 . Abbiamo già reso evidente, infatti, che l'uno
non si astrae dagli individui [concreti], sussistendo per sé, se non nella mente,
e tanto più questo è [vero] per ciò la cui esistenza si ordina a partire dall'esi-
stenza dell'uno. Che poi nelle cose esistenti vi siano numeri è qualcosa di cui
non si può dubitare, dato che nelle cose che esistono vi sono unità al di sopra
di una 155 : ognuno dei numeri è una specie a sé ed è uno in se stesso in quanto è
quella specie e, in quanto è quella specie, ha dei caratteri propri: sarebbe
impossibile che una cosa priva di realtà avesse la proprietà della primarietà o
della composizione o della completezza o dell'addizione o della sottrazione o
dell'elevazione al quadrato o al cubo o dell'irrazionalità 156 e delle altre figure
che appartengono [ai numeri].

runt quod numerus exspoliatus a numeratis signatis non habet esse nisi in anima, hoc verum
est. Postquam autem iam ostendimus quod unum non exspoliatur a signatis ita ut existat per
se nisi in intellectu, similiter intelligendum est de unoquoque quod sequitur in ordine post
esse unius. Quod autem in eis quae sunt numeri sint, sine dubio verum est, eo quod, in eis
quae sunt, sunt unitates plus quam una; unusquisque autem numerorum species est per se et
est unus in se, inquantum ipse est ipsa species et, inquantum ipse est ipsa species, habet pro-
prietates. Id enim quod non habet certitudinem in se, impossibile est ut habeat proprietatem
primarietatis ve! compositionis ve! perfectionis ve! superfluitatis ve! diminutionis ve] qua-
drationis ve! cubitionis ve! surditatis ve! aliarum figurarum quas habent numeri. Igitur uni-
274 \T• [120]

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cuique numerorum est certitudo propria et forma propria quae de ipso concipitur in anima.
et ipsa certitudo est unitas eius qua est id quod est.
Numerus autem non est multitudo quae non conveniat in unitate, ita quod non est neces-
se dicere esse aggregatum ex unitatibus; ipse enim numerus, inquantum est aggregatus, unus
est et possunt ei attribui proprietates quae non sunt alterius numeri, nec est mirum [134] si
res sit una, inquantum habet aliquam unam formam, sicut est denarietas et ternarietas, et
habeat multitudinem in se; igitur, inquantum est denarietas, est cum proprietatibus quae con-
veni un t omnibus decem, sed, inquantum habet multitudinem, non habet proprietates nisi
proprietates multitudinis quae est opposita unitati, et, propter hoc, decem non dividuntur
secundum denarietatem in decem decimas, quarum unaquaeque habeat proprietatem dena-
TRATIATO TERZO -SEZIONE QUINTA 275

[ 120] Ognuno dei numeri, quindi, ha una realtà che gli è propria e una
forma a partire dalla quale viene rappresentato nell'anima 157 ; tale realtà è la
sua unità, quella in virtù della quale [ogni munero] è quel che è. Il numero,
infatti, non è una molteplicità che non si riasssuma in un'unità, come se si
potesse dire che esso è [semplicemente] un aggregato di "uno" (af:rad): in
quanto è un aggregato, esso è un "uno" di cui si predicano proprietà che non
appartengono a [un numero] diverso.
E non c'è da stupirsi che una certa cosa sia una in quanto ha una certa
forma - come la decuplicità, per esempio, o la triplicità - e che le venga attri-
buita anche una molteplicità: in quanto è decuplicità, [la cosa] è qualcosa con
le proprietà che appartengono alla decina, mentre per via della sua
molteplicità 158 le appartengono, a questo riguardo, solo le proprietà della mol-
teplicità opposta all'unità; è per questo, [per esempio], che nella sua decupli-
cità il dieci non si divide in due decine, a ognuna delle quali appartengano le
proprietà della decina. E neppure si deve dire che la decina non è altro che
"nove più uno" o "cinque più cinque" o "uno più uno più uno ... " e così via,
finché non sì termini con il dieci 159• Infatti, quando dici che il dieci è "nove
più uno", dici qualcosa in cui predichi il nove del dieci e cui annetti 160 l'uno;
ed è, quindi, come se dicessi che 161 "il dieci è nero e dolce"; ma allora dovreb-
be essere necessariamente vero attribuirgli ambedue le qualità annesse una
all'altra, solo che così il dieci sarebbe "nove" e anche "uno".
E se con l'annessione [del nove all'uno] non avessi voluto [semplicemen-
te] far conoscere (ta'rif) [la cosa] ma avessi, anzi, inteso dire quel che si inten-
de dicendo che "l'uomo è un animale razionale" - e cioè che è un animale,
quel dato animale che è razionale - allora è come se avessi detto: "il dieci è
nove, quel dato nove che è uno", e anche questo è impossibile.

rietatis. Nec debet dici quod decem et sint novem et unum, vel quinque et quinque, sed
unum et unum et unum, quousque pervenias ad illum. Dictio enim tua qua dicis quod decem
sunt novem et unum, est dictio qua praedicasti novem de decem et insuper addidisti unum;
est igitur quasi dixeris quod decem sunt nigrum et dulce. Oporteret igitur ut illae duae pro-
prietates essent verae de decem quae adduntur una super aliam; igitur decem essent novem
et etiam unum.
Si autem per hanc additionem non intendistì notificare, sed intendistì sicut ille qui dicit
quod homo est animai et rationale, scilicet animai quod est rationale, erit similiter quasi
dixisses quod decem sunt novem, qui novem sunt unum, quod etiam est inconveniens. Si
276 \n [121]

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vero intelligis quod decem sunt novem cum uno, et intendis per hoc quod decem sunt novem
qui sunt cum uno, ita ut, cum novem fuerint sola, non sint decem, cum vero fuerint cum uno,
tunc illa novem sint decem, simìliter etiam errasti: si ve enim novem sint sola, si ve aliquid si t
cum eis, ipsa semper erunt novem et nullo modo erunt decem. Si [135] autem non intellexi-
sti per unum proprietatem quam habent novem sed decem, erit tunc quasi dixeris quod
decem sunt novem et, existendo novem, sunt etiam unum: hoc etiam error est. Hoc autem
totum solemus dicere, sed inducit errorem. Sed denarius est aggregatio ex novem et uno,
cum accepta fuerint utraque simul et provenit ex eis coniunctis aliquid aliud ab eis, quod est
decem.
TRATTATO TERZO- SEZIONE QUINTA 277

E se avessi inteso dire [ 121] che il dieci è "nove con uno", volendo dire
che il dieci è il nove che è 162 con un "uno", in modo tale che, se il nove fosse
da solo, non sarebbe dieci, allora essendo con l'uno, quello stesso nove sareb-
be dieci, e avresti egualmente sbagliato. Infatti, il nove, quando è solo o con
una qualunque cosa che sia con esso, è nove e non è affatto dieci. E se poi del
[termine] "con" non fai un attributo del nove, ma di ciò cui esso è attribuito, è
come se dicessi: "ìl dieci è nove ed essendo nove è anche uno", e anche questo
è un errore.
Anzi, tutto questo è una metafora del linguaggio e induce in errore. Il
dieci, piuttosto, è l'insieme 163 del nove e dell'uno quando essi sono assunti
l'uno insieme all'altro così che ne venga ad essere una cosa diversa rispetto ad
ambedue.
La definizione (f:tadd) di ciascun numero - se vuoi che se ne individui la
reale costituzione - consiste nel dire che esso è un numero che si ha a partire
dall'aggregazione di un uno, più un uno, più un uno, così da menzionarne tutte
le unità. E questo perché non si sfugge a una delle due possibilità: o il numero
si definisce senza dare indicazione del fatto che esso si compone di ciò di cui
si compone, ma con una delle sue proprietà - e questa però è la descrizione
(rasm) 164 di quel numero, non la definizione che se ne darebbe in relazione
alla sua sostanza; oppure, [il numero si definisce] dando indicazione del fatto
che si compone di ciò di cui si compone. Ma se si indicasse la sua composizio-
ne a partire da due numeri, senza [indicare] l'altra 165 , per esempio, facendo del
"dieci" [quel che è composto] da "cinque più cinque", questa [composizione]
non sarebbe più degna [di essere scelta] rispetto alla composizione del "sei
con il quattro": il legame che l'identità 166 [del dieci] ha con una delle due
[composizioni] non è più degno dell'altro [legame], ma [allo stesso tempo il
dieci], in quanto dieci, è una quiddità una, ed è impossibile che sia una quid-
dìtà una ma che ad indicarla siano diverse definizioni.

Cum autem volueris scire certitudinem definitionis uniuscuiusque numeri, erit ut dicas
quod numerus est proveniens ex aggregatione unius et unius et unius, ita ut numerentur
omnes unitates. Necesse est enim ut numerus ve! definiatur per aliquam ex suis proprietati-
bus sine consideratione compositionis eorum ex quibus compositus est, et tunc haec erit
descriptio illius numeri, non sua definiti o substantialis; ve! per considerationem compositio-
nis eorum ex quibus compositus est. Si autem consideratur compositio eius ex duobus
numeris tantum absque aliis, verbi gratia quod denarius compositus est ex quinque et quin-
que, non erit hoc dignius quantum ad compositionem eius quarn ex sex et quattuor. Nam
essentia eius non pendet potius ex una compositione quam ex alia; inquantum enim ipse est
decem, est una quidditas, et impossibile est ut eius quidditas sit una et quod significat eius
quidditatem, inquantum est una, sit definitiones diversae. Cum autem hoc sit, tunc eius defi-
278 [122]

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nitio non est dignior esse ex una [136] illarum compositionuw potius quam ex alia, sed ex
hoc quod diximus; postquam autem ita est ei, tunc, quoniam compositio ex quinque et quin-
que, et ex sex et quattuor, et ex tribus et septem, iam est comitans et consequens illum; tunc
hae sunt descriptiones eius quamvis, cum definieris illum per quinque et quinque, oportebit
te tunc definire quinque, et sic reducis ad unitates et tunc intelligetur. Idem enim intelligitur
cum dicis quod decem sunt ex quinque et quinque, sicut cum dicis quod est ex tribus et sep-
tem vel ex octo et duobus, scilicet si consideraveris illas unitates aggregatas.
Si vero consideraveris formam de quinque et de tribus et septem, erit unaquaeque ista-
rum considerationum diversa ab alia; essentia enim unitatis non habet diversos intellectus
TRATIATO TERZO - SEZIONE QUINTA 279

[122] E se le cose stanno così, la definizione [del numero] non è né questa


né quella ma è piuttosto quella che abbiamo sostenuto. Cioè, stando così [le
cose], poiché che [il dieci] si componga 167 di cinque più cinque, di sei più
quattro o di tre più sette è qualcosa che consegue e vien dietro [al fatto che
sia dieci], tutte queste non sono altro che descrizioni [del numero] nel senso
che, per definire [il dieci] con il cinque hai bisogno 168 di definire il cinque e
così tutto si risolve nelle unità (a/.ziid). Quando dici che il dieci si fa a partire
da "cinque più cinque", quel che si deve comprendere è quindi la stessa cosa
che si deve comprendere quando dici che si fa a partire da "tre più sette" e da
"otto più due"; questo, intendo dire, prendendo in esame quelle unità. Se
invece prendi in esame la forma di "cinque e cinque" e di "tre e sette", ogni
considerazione è diversa dall'altra 169 ; ma di una stessa essenza non ci sono
realtà che vadano comprese diversamente: sono solo i suoi conseguenti
necessari e i suoi accidenti ad essere molteplici. Perciò l'eminente filosofo 170
disse: "Non calcolate che il sei sia tre più tre! Invece, è sei volte uno",
Tuttavia, considerare il numero a partire dalle sue unità è una delle cose diffi~
cili 171 a immaginarsi e a esprimersi cosicché si finisce necessariamente [per
ricorrere] alle descrizioni 172 •
Come poi si dia la diade, lo si deve indagare a partire dallo stato del nume-
ro. Alcuni, infatti, hanno sostenuto che la diade non è numero, e questo in
quanto la diade è il primo pari mentre l'unità è il primo dispari; come, quindi,
l'unità, che è il primo dispari, non è [123] numero, così la diade, che è il primo

certitudinis suae, sed multiplicantur eius accidentia et comitantia, et propter hoc dixit egre-
gius philosophus: "Non putetis quod sex sunt tres et tres, sed sunt sex seme!". Consideratio
autem numeri secundum unitates suas est difficilis ad imaginandum et ad proferendum; et
ideo necessario recurrunt ad descriptiones praedictas, scilicet ex quinque et quinque, vel e~
aliis.
Quod autem debet inquiri de dispositione numeri, hoc est scilicet [137] dispositio duali-
tatis. Quidam enim illorum dixerunt dualitatem non esse aliquem de numeris, eo quod duali-
las est primum par, unitas vero est primum impar et non est numerus, similiter et dualitas
280 [123]

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quae est prirnum par, non est numerus. Et dixerunt quod, qui~ numerus est multitudo com-
posita ex unitatibus, ex omnibus autem unitatibus constituentibus numerum pauciores sunt
tres, ideo dualitas, si est numerus, tunc necesse est ut si t ve! compositus, ve! primus; et si est
compositus, tunc numerat eum aliud quam unitas; si autem est numerus primus, tunc non
habet medietatem. Qui autem inquirunt certitudinem, non occupantur circa huiusmodi ullo
modo, quoniam unitas non fuit non-numerus ob hoc quod sit par ve! impar, sed quia non
separatur ipsa in unitates. Curn autem dicunt numerum esse compositum ex unitatibus, non
intelligunt id quod intelligunt grammatici de verbo aggregationis, et quod minor aggregatio
est tres, quamvis diversitas sit in hoc; intelligunt enim per hoc maiorem ve! plurem uno,
TRA TI ATO TERZO- SEZIONE QUINTA 281

pari, non sarebbe numero. Costoro hanno sostenuto [questa posizione]l 13


anche perché il numero è una molteplicità composta di unità e le unità [ridot-
te] al minimo sono tre e perché - [dicono] - se la diade fosse 174 un numero,
allora non si sfuggirebbe a una delle due possibilità: essa, cioè, o sarebbe o
non sarebbe composta 175 ma, se fosse composta, dovrebbe essere contata da
qualcosa di diverso dall'uno 176 e, d'altra parte, se fosse un numero primario,
non potrebbe avere una metà.
Ora, i partigiani della verità non si preoccupano di simili cose, nel modo
più assoluto. L'unità (al-wal:zda), infatti, non è qualcosa di diverso dal numero
in quanto è dispari o pari, ma in quanto non è divisibile in altre unità. Dicendo
"composta da unità", essi non intendono dire ciò che intendono i grammatici
con il termine "plurale" - a parte la controversia avutasi a questo riguardo - e
cioè che il minimo è tre 177 . Essi, piuttosto, con ciò intendono dire "maggiore"
(aklar) e "più" (azyad) di uno. Per abitudine sono arrivati a questa [afferrn<:t-
zione] e non osservano che non esiste alcun "pari" che non sia numero e che,
anche se esiste un dispari che non è numero, ciò non li obbliga a perseverare
nella ricerca di un pari che non lo sia. Inoltre, non pongono a condizione 178 ,
per quanto riguarda il numero primo, che esso non abbia una metà in assoluto
ma [solo] che, in quanto è primo, non abbia una metà numerica; essi con
"primo" intendono soltanto "che non è composto da numeri". Invece, poiché
con "numero" noi intendiamo 179 solo qualcosa in cui risieda la [possibilità] di
una divisione e in cui esista un uno, la diade è il primo numero ed è il numero
più piccolo 180 . La molteplicità numerica, invece, non ha termine 181 in un limi-
te, e il fatto che la diade sia "poco" non è qualcosa che si dica per sé, ma in
relazione al numero. [ 124] Se la diade non è maggiore di qualcosa, non per

quia sic consueverunt nec curant si invenitur par qui non si t numerus ve! invenitur impar qui
non sit numerus. Si autem posuerimus eos dicere posse inveniri parem qui non sit numerus,
ve! imparem qui non sit numerus, non tamen concedent de numero [138] primo quod non
habet medietatem absolute, sed condicionaliter quia non habet medietatem quae si t numerus.
inquantum est primus. Intelligunt enim de primo quod non est compositus ex numero, et non
intelligunt de numero nisi id in quo est discreti o et in qua invenitur unitas. Igitur dualitas est
primus numerorum et est ultima paucitas in numero.
Multitudo autem in numero non pervenit ad finem, paucitas vero dualitatis non dicitur
per se, sed respectu alterius numeri, nec. quia dualitas non est maior aliquo, sequitur inde
282 \yt [124]

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quod non sit eius paucitas comparatione alterius a se; unde non oportet ut, si ponatur duali-
tas referri ad aliquid, sequi inde ipsam non referri ad aliud relatione quae sit diversa ab alia.
Non enim debet ut, cum alicui rei accidunt duae relationes simul, scilicet relatio paucitatis et
relatio multitudinis, ita ut, cum fuerit paucum respectu alicuius, sit multum respectu alterius,
sequi ex hoc ut, cum omni paucitate quae accidit alicui, accidat etiam ei multitudo; sicut, si
aliquis idem fuerit dominus et servus, non debet sequi ex hoc quod aliquis alius non sit
dominus tantum, nec, si aliquid est genus et species, sequitur ex hoc ut aliquid aliud non sit
genus tantum. Non enim paucum fit paucum propter aliquid aliud respectu cuius est pau-
TRATIATO TERZO- SEZIONE QUINTA 283

questo 182 è necessario che il suo esser "poco" non sia in relazione a qualcosa
di diverso da essa; infatti, non è necessario che qualcosa cui accada 183 una
relazione con altro debba necessariamente avere un'altra relazione con
un'altra cosa, concomitante a quella [prima] relazione: se, cioè, ad una cosa
accadono al contempo due relazioni - una relazione per cui è "poco" e insie-
me una relazione per cui è "molto", in modo tale che essa, così come in rap-
porto a una certa cosa è poco, in rapporto a un'altra è molto- non è necessario
che da ciò consegua che a una cosa cui accade di "esser poco" 184 accada sem-
pre anche di "esser molto"; d'altra parte, allo stesso modo, essendo una stessa
cosa "possedente" e "posseduta", non è necessario che non vi sia nessuna cosa
che sia solo possedente; oppure una cosa che è genere e specie non comporta
necesariamente che non vi sia una cosa che sia soltanto genere: il poco non
viene ad essere poco per il fatto che vi è una qualche cosa rispetto alla quale
esso è a sua volta molto, ma solo per via di ciò che in rapporto ad esso è
molto 185 • La diade, infatti, è il più piccolo "esser poco": è "esser poco" in rap-
porto a ogni numero, perché è manchevole in rapporto a ogni numero, ed è
"più piccolo" in quanto non è molto per nessun numero; ma se la diade non
venisse messa in rapporto ad un'altra cosa, non sarebbe "poca".
Con la molteplicità poi vanno compresi due significati: uno è che nella
cosa vi sia più di una unità, e questo non è affatto in rapporto a qualcos'altro;
l'altro è che nella cosa vi sia tutto quel che è in qualcos'altro e un [alcunché]
"in più", e questo [significato] è quello in relazione ad altro. [125] E così è

cum, sed propter aliquid aliud [139] quod, comparatione eius, est multum. Dualitas igitur est
paucitas parvissima; sed paucitas eius est respectu omnis numeri, eo quod minor est omni
numero; et est parvissima quia non est talis multitudo in qua sit numerus; cum autem non
consideraveris dualitatem respectu alicuius alterius, sed per se, tunc non erit pauca.
De multitudine vero intelliguntur duae intentiones: una est, ut in re sit ex unitatibus plus
quam una, et hoc non fit respectu alicuius ullo modo; alia est, ut si t in ea quantum est in ali-
quo alio et insuper aliud, et hoc est in respectu. Similiter etiam est de magnitudine, longitu-
284 ,,.0 [125]

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dine, latitudine. Multitudo igitur absoluta est apposita unitati oppositione qua aliquid est
oppositum suis principiis ex. quibus perficitur; alia vero multitudo opponitur paucitati oppo-
sitione relationis; nec est contrarietas inter multìtudinem et unitatem ullo modo, cum unitas
constituat multitudinem; et debemus certificare hoc.
TRATI ATO TERZO - SEZIONE QUINTA 285

[anche per] la grandezza, la lunghezza e la larghezza. Ora, la molteplicità in


assoluto si oppone all'unità come una cosa si oppone al principio che la misu-
ra; la molteplicità nell'altro senso, invece, si oppone all'esser poco con
l'opposizione propria del relativo. E non vi è contrarietà tra l'unità e la molte-
plicità, nel modo più assoluto; come potrebbe esservene se è l'unità a costitui-
re la molteplicità? Ma è necessario verificare il discorso che si è fatto a questo
(proposito l.
286 '"' [126]

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VI
CAPITULUM DE OPPOSIT!ONE QUAE EST INTER UNUM ET MULTUM

Oportet considerare oppositionem quae currit inter multum et unum. Oppositio vero fit
quattuor modis, et hoc iam certum est; sed adhuc certificabitur quod forma oppositionis facit
debere tot esse [140] modos eius. Ex quibus una est oppositio contrariorum; oppositio vero
quae est inter unum et multum non est huiusmodi. Unitas enim constituit multitudinem; nul-
lum vero contrariorum constituit suum contrarium, sed removet et destruit.
Potest autem aliquis mihi obicere dicens quod unum et multum talia sunt; non enim
oportet dicere quod contrarium destruit contrarium quomodocumque evenerit, sed ut dicatur
287

(SEZIONE SESTA] 186

SULL'OPPOSIZIONE TRA L'UNO E IL MOLTEPLICE 187

Conviene dunque riflettere su come si dia l'opposizione tra il molteplice e


l'uno 188 . L'opposizione per noi era di quattro tipi, questo lo si era già appura-
to; in seguito appureremo anche che è la stessa forma dell'opposizione a com-
portare necessariamente che i suoi tipi siano tutti compresi in questo insieme e
fra di essi c'è l'opposizione della contrarietà 189 .
Non è possibile però che l'opposizione tra l'unità e la molteplicità sia in
quest'ultimo modo 190 : l'unità 191 è un costituente della molteplicità e nessuno
dei contrari costituisce il proprio contrario, ma anzi lo vanifica e lo nega; [e
ciò] anche se qualcuno potrebbe dire che proprio questo è il caso dell'unità e
della molteplicità.
Infatti- [potrebbe obiettare] -non si deve dire che, comunque sia, il con-
trario fa svanire il contrario, ma che "il contrario 192 fa svanire il contrario in
quanto inerisce al suo stesso soggetto; ecco allora che per sé l'unità, inerendo
al soggetto della molteplicità, fa svanire la molteplicità, [e ciò] nel senso in cui
hai ammesso che allo stesso soggetto [possono] accadere l'unità e la moltepli-
cità". Ora, in risposta a quest'uomo diremo che, come la molteplicità si attua
solo in virtù dell'unità, così essa svanisce solo in virtù dello svanire delle sue
unità. Non è la molteplicità a svanire per sé, in modo primario: accade, invece,
che prima svaniscano le sue unità e che poi, con queste, svanisca [la moltepli-
cità] perché svaniscono le sue unità. Quando, dunque, l'unità fa svanire la
molteplicità, non la fa svanire in modo primario 193 . Al contrario, essa in primo
luogo fa soltanto svanire dal loro stato in atto le unità che appartengono alla
molteplicità fino a che [127] esse divengano in potenza e ne consegua così che

quod contrarium destruit contrarium cum venìt in subiectum eius, et hoc modo unum con-
suevit destruere multum cum ponitur in subiecto quod erat multitudinis, sicut iam concessi-
sii quod eidem subiecto accidit unitas et multitudo. Contra quem sic respondeo quod multi-
tudo sìcut non acquiritur nisi per unitatem, sic nec destruitur nisi propter destructionem sua-
rum unitatum; multitudo autem non destruitur per se destructione prima, sed primo accidit
suis unitatibus destructio, et deinde accidit eì simul destrui propter destructionem suarum
unitatum; igitur cum unitas destruit multitudinem, non fit hoc principaliter, sed quia unitates
quae sunt multitudinis primo destruuntur a sua dispositione in effectu, ita quod fiunt in
potentia, et ex hoc sequitur ut non sit multitudo. Igitur unitas non destruit multitudinem sic
288 H' V [127]

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ut non destruatur unitas, sicut calor destruit frigiditatem. Vnitas itaque non est contraria
multitudini nisi sic quod unitatibus illis accidit causa destruellS ex qua proveniunt isti modi,
et hoc fit propter [ 141] destructionem superficierum. Si autelll propter adventum cuiuslibet
eorum in subiectum oportet unitatem esse contrariam < .. .? unitati, quamvis unitas non
destruat unitatem, sicut calor destruit frigiditatem, tamen unitllS adveniens, cum destruit uni-
tatem primam, destruet eam a re quae non erat subiectum unitatis alterius, et quod magis
debet putari, hoc est scilicet quia est pars sui subiecti; sed multitudo non destruitur propter
hanc unitatem destructione prima. Ad condicionem vero contrariorum non sufficit tantum ut
TRA TIATO TERZO- SEZIONE SESTA 2S9

non vi sia più molteplicità. L'unità, quindi, primariamente fa svanire solo


l'unità, anche se non la fa svanire come il caldo fa svanire il freddo: l'unità,
infatti, non è contraria all'unità. Piuttosto [essa fa svanire l'unità] in quanto a
quelle unità accade una causa che le vanifica, in quanto da essa si produce urla
data altra unità, e ciò con [lo stesso principio] con cui svaniscono le superfi-
ci194. Quindi, se a causa di questa successione che si ha nel soggetto, l'unità
deve essere il contrario della molteplicità, ecco che sarebbe meglio [affermll-
re] che è l'unità ad essere il contrario dell'unità! [E questo] anche se l'unità
non fa svanire l'unità come il caldo fa svanire il freddo: infatti, quando l'unità
che sopraggiunge fa svanire l'unità originaria, la fa svanire da qualcosa che •n
sé non è il soggetto dell'altra unità ma che, anzi, è più conveniente ritenere
una parte del suo soggetto 195 . Poi non è in modo primario che la molteplicità è
fatta svanire da questa unità. E poi, perché si abbiano due contrari, non è urJa
condizione sufficiente il fatto che sia uno stesso soggetto quello in cui essi si
succedono: assieme a questa successione è necessario che le nature siano
incompatibili e tali da escludersi reciprocamente; a nessuna delle due appar-
terrà di per sé di essere costituita dall'altra, a causa della differenza essenziale
che è in esse: la loro incompatibilità deve essere primaria.
Inoltre, si potrebbe anche dire che il soggetto dell'uno e del molteplice non
è uno stesso [soggetto]; infatti, la condizione perché si abbiano due contrari è
che per i due vi sia un soggetto numericamente uno, mentre l'unità in sé e la
molteplicità in sé non hanno un soggetto numericamente uno ma invece ttn
soggetto 196 che è uno nella specie. E, d'altra parte, come potrebbe essere
numericamente uno il soggetto dell'unità e della molteplicità?

sit unum subiectum in quod ipsa sibi succedant, sed oportet ut, cum hac successione, sint
etiam naturae refugientes a se et multum distantes, et sua distantia sit prima. Non enim sunt
talia contraria, ut unum eorum praecedat alterum in diversitate quae est inter illa. Potcst
etiam aliquis dicere quod subiectum unitatis et multitudinis non est unum. Condicio vero
contrariorum est ut duobus ex illis si t subiectum unum numero, unitas vero per se et multitU-
do per se non habent subiectum unum numero, sed unum specie: subiectum enim multitudi-
nis quomodo erit unum numero? Ex praedictis autem poteris scire certitudinem huius, et
290 l T'A [128]

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quid est in ilio, et quid de illo, et quid ad illud. Igitur iam manifestum est quod oppositio
quae est inter unum et multum non est opposi ti o contrariorum.
[142] Consideremus ergo an sit inter ea oppositio formae et privationis. Sed primum
oportet scire quod privatio quae est una ex his duobus est privatio rei, cuius natura erat
essendi in subiecto eius ve! in specie eius ve! in genere eius, sicut: iam manifestum est tibi de
intentione privationis. Tu autem potes sustinere quod unitas, aliqtw modo, est privatio multi-
tudinis, cuius natura est secundum speciem suam multiplicari, et potes sustinere ut, alio
modo, multitudo ponatur privatio unitatis in rebus quarum natura est uniri. Verum est autem
impossibile esse duo quorum unumquodque sit privatio et habitus respectu alterius; sed ex
his, illud quod est habitus est id quod per se intelligitur et est stabile per seipsum, privatio
TRATTATO TERZO- SEZIONE SESTA 291

[128] Del resto, a partire da quanto ti si è [chiarito] precedentemente, non ti


è difficile conoscere la realtà di questa [posizione] e tutto quel che la riguarda e
che è contro o a favore di essa: si è già mostrato manifesto ed evidente che
l'opposizione tra l'uno e il molteplice non è l'opposizione della contrarietà.
Passiamo dunque a esaminare se l'opposizione tra le due [nozioni] sia
quella che c'è tra la forma e la privazione.
In primo luogo- diremo- è necessario, come ti si è già [chiarito] a propo-
sito della privazione, che tra i due 197 la privazione sia privazione di un alcun-
ché che di per sé dovrebbe appartenere o al soggetto o alla sua specie o ai suo
genere. Sta a te, perciò, trovare un punto di vista per cui fare dell'unità la pri-
vazione della molteplicità - in ciò che di per sé, secondo la propria specie,
deve essere molteplice- come [starebbe a te] trovare un altro punto di vista
per cui fare della molteplicità Ia privazione dell'unità - in cose che per loro
natura sarebbero unitarie. Ma la realtà è che non può essere che vi siano due
cose, ognuna delle quali sia privazione e possesso in relazione all'altra. Il pos-
sesso tra le due è piuttosto quel che è concepibile 198 in sé e che per se stesso è
affermato 199 , mentre Ia privazione consiste nel fatto che questa data cosa -
[cioè] quella che è ciò che in sé è concepibile e per se stesso affermato- non
sia in quei qualcosa in cui per sé dovrebbe essere 200 ; [Ia privazione] cioè si
concepisce e si definisce solo in virtù del possesso.
Quanto agli Antichi, alcuni considerarono questa opposizione quella tra la
privazione e il possesso di cui fecero la prima contrapposizione201 ; sotto il
possesso e la forma ordinarono il bene, il dispari, l'uno, la fine 202, la destra, la
luce, il quiescente, il retto, il quadrato, la scienza e il maschio e nell'ambito
della privazione le cose che a queste si oppongono, come il male, il pari, la
molteplicità, l'infinità, la sinistra, la tenebra, il mobile, il curvo, il rettangole>,
l'opinione, e la femmina203.
Quanto a noi, ci pare difficile fare del possesso l'unità e della molteplicità
la privazione. In primo luogo, ecco noi definiamo l'unità con l'inesistenza
('adam) della divisione o l'inesistenza della partizione 204 in atto, [129] ma nel

vero est ut illud quod intelligitur per se et est stabile per se, non sit in re cuius natura erat IIt
esset in illa; evenit igitur quod privatio non intelligitur nec definitur nisi per habitum.
Quidam ergo ex antiquis posuerunt oppositionem quae est habitus et privationis opposi-
tionem quae est inter unum et multum, et quidam oppositionem quae est primae contradic;-
tionis; et illi posuerunt sub habitu formam, ut bonitatem et impar et unum et finitum ~t
lumen et dextrum et quietum et rectum et quadratum et scientiam et memoriam [143] ~t
masculum, et sub privatione posuerunt opposita istorum, sicut est malitia et par et multum ~t
infinitum et sinistrum et tenebra et mobile et curvum et parte altera longior et opinio et obli-
vio et femina. Nobis autem grave est ponere unitatem habitum et multitudinem privationem.
Primo, quia nos invenimus unitatem privari divisione et parte in effectu et accipimus divi-
sionem et partitionem in definitione multitudinis, et iam diximus quid contingat in his.
292 [129]

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Secundo, quia unitas est in multitudine et constituens eam. Sed quomodo quidditas habitus
est in privatione, ita ut privatio sit composita ex habitibus qui coniungantur? Similiter, si
habitus fuerit multitudo, tunc quomodo erit compositio habitus ex suis privationibus? Unde
non potest esse inter ea oppositio privationis et habitus.
Et, postquam hoc non potest esse, tunc non potest dici etiaro quod oppositio sit inter ea,
quae est contradictoriarum. Quod enim ex his est in verbis, est praeter intentionem nostram;
quod vero ex his est in rebus, est de genere oppositionis quae est privationis et habitus,
immo est genus huius oppositionis, quia affirmativa est stabilitio, et negativa est privatio; et,
si huiusmodi opposi ti o esset inter unum et multum, accideret absurdum quod accidit in prae-
dictis.
TRATTATO TERZO- SEZIONE SESTA 293

definire la molteplicità assumiamo la divisione e la divisione in parti, e abbia-


mo già ricordato qualcosa a questo proposito205 . In secondo luogo, l'unità esi-
ste nella molteplicità, costituendola, e allora, come potrà la quiddità del pos-
sesso esistere nella privazione al punto che la privazione venga a comporsi di
più possessi insieme? E analogamente, se fosse la molteplicità ad essere il
possesso, questo come potrebbe comporsi a partire dalle privazioni di esso?
Non può essere, quindi, che l'opposizione fra le due si consideri come l'oppo-
sizione della privazione e del possesso.
E poiché ciò non può essere, non si può neppure dire 206 che l'opposizione
tra [l'unità e la molteplicità] sia l'opposizione della contraddittorietà, perché
[l'opposizione] di questo tipo che riguarda i termini 207 esula da ciò che convie-
ne a questa considerazione, mentre quella che riguarda le cose comuni 208 è
dello stesso genere dell'opposizione che si ha tra la privazione e il possesso e
anzi ne è il genere. Infatti, all'affermazione corrisponde il fatto che sia stabili-
ta [l'esistenzaj209 , mentre alla negazione corrisponde la privazione; e a questo
proposito si ha allora quella stessa impossibilità che si aveva in quel che
abbiamo già esaminato.
Esaminiamo allora se l'opposizione tra le due sia, invece, quella della rela-
zione210.
Ora- diremo-, non è possibile che si dica che tra l'unità e la molteplicità
in se stesse vi sia l'opposizione della relazione. La quiddità della molteplicità
non è, infatti, concepita solo in relazione all'unità, come se essa fosse molte-
plicità solo a causa del fatto che vi è unità, e questo anche se essa è moltepli-
cità solo in ragione dell'unità. Hai già appreso nei libri di logica la differenza
tra ciò che non è se non in virtù di qualcos 'altro e ciò la cui quiddità non si
dice se non in rapporto a qualcos'altro.
La molteplicità ha bisogno solo che di essa si comprenda che deriva
dall'unità, perché in se stessa essa è causata dall'unità211 ; ma ciò che va inteso
in quanto è causata è diverso da ciò che va inteso in quanto è molteplice: la
relazione le appartiene solo in quanto è causata e l'esser causato212 è qualcosa
che consegue necessariamente alla molteplicità, [130] ma non è la stessa mol-

Consideremus igitur si sit inter ea oppositio relationis. Sed dico [144] non posse dici
inter unitatem et multitudinem secundum essentias earum esse oppositionem relationis. Non
quod quidditas multitudinis intelligitur respectu unitatis, ita ut multitudo non sit nisi quia hic
est unitas, quamvis multitudo non sit nisi causa unitatis; et tu iam nosti ex libris logicae dif-
ferentiam inter id quod non est nisi propter aliud et inter id cuius quidditas non dicitur nisi
respectu alterius. Sed multitudo non eget ad hoc ut intelligatur nisi quia est ex unitate, quo-
niam causatum est unitatis in seipsa; et hoc quod intelligitur esse causata aliud est ab co
quod intelligitur esse multitudo; et relatio non est illi nisi inquantum est causata; causalitas
vero comitans est multitudinem, non est ipsa multitudo. Item si multitudo esset de relatione,
294 [130]

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eveniret quod, sicut quidditas multitudinis dicitur respectu unitatis, sic quidditas unitatis,
inquantum est unitas, diceretur respectu multitudinis secundmn condicionem conversionis
relativorum, et essent coaequaeva in esse, inquantum haec est unitas et illa est multitudo.
Non est autem ita in re.
Postquam igitur est manifestum tibi totum hoc, tunc claret non esse oppositionem inter
ea secundum seipsa, sed consequitur ea oppositio, scilicet quia unitas, inquantum est mensu-
ra, opponitur multitudini inquantum est mensurata; rem auten1 esse unitatem et eam esse
mensuram non est idem, quia distinctio est inter ea. Unitati enin1 accidit ut si t mensura, sicut
accidit ei ut sit causa. Deinde propter unitatem quae invenitur in rebus, accidit eis ut sint
mensurae. [145] Unum autem cuiusque rei et mensura eius sunt generis rei, quoniam unum
TRA TI A TO TERZO- SEZIONE SESTA 29S

teplicità. Inoltre, se [la molteplicità] fosse un relativo, sarebbe come se la smt


quiddità si dicesse in rapporto all'unità e - secondo la condizione della con-
vertibilità dei due relativi- la quiddità dell'unità in quanto unità si direbbe irt
rapporto alla molteplicità; le due [cose cioè] - questa in quanto è unità e quella
in quanto è molteplicità- sarebbero correlative213 nell'esistenza. Ma le cose
non stanno così.
Ora, poiché tutto ciò ti si è rivelato evidente, conviene che decidi [della
questione, stabilendo] che fra le due non c'è un'opposizione che riguardi le
loro stesse essenze ma che, piuttosto, le accompagna una certa opposizione:
l'unità in quanto è un'unità di misura si oppone alla molteplicità in quanto
misurabile214 ; il fatto che qualcosa sia unità e il fatto che sia unità di misura
non sono una stessa cosa: tra i due [modi] c'è una differenza. All'unità accade
di essere unità di misura come le accade di essere causa; inoltre, in ragione
dell'unità che esse hanno, accade che le cose siano misure, purché però l'uno
e l'unità di misura di una cosa siano sempre di uno stesso genere; così, l'unità
nelle lunghezze è una lunghezza, nelle larghezze è una larghezza, nei solidi è
un solido21 S, nei tempi è un tempo, nei movimenti è un movimento, nei pesi è
un peso, nelle parole una parola, nelle lettere una lettera216 .
Affinché la disparità a suo riguardo sia minima217 , ci si sforzerà sempre di
considerare "uno", in qualunque cosa, [l'elemento] che è il più piccolo possi-
bile: in alcune cose, infatti, l'uno è determinato per natura- come una noce e
un cocomero- in alcune altre, invece, l'uno è determinato per convenzione21 s
e così, quel che rispetto a un dato uno eccede è considerato maggiore
dell'uno219 , mentre quel che rispetto ad esso è manchevole non viene conside-
rato "uno". Anzi, l'uno è ciò che è stato supposto tale perché "completo" ma si
può considerare "uno" anche la cosa che in un dato genere è la più manifesta.

in longitudinibus est longitudo, et in latitudinibus est latitudo, et in corporatis corporatum, et


in temporibus tempus, et in motibus motus, et in lancibus pondus, et in nominibus et verbis
syllaba.
lam autem conati sunt quidam ponere in omni re unum id quod potest esse rninus in ea,
eo quod ad ultimum pervenitur ad id quod est parvissimum in illa. Ex rebus autem quaedant
posita est una per naturam, sicut nux et cucumer, et quaedam est in qua ponitur unum ad
placitum; si igitur super illud unum aliquid fuerit additum, erit plus uno, et si subtractunt
fuerit a!iquid de eo, non invenietur unum, quia non erit hoc unum, nisi positum fuerit cunt
sua integritate. Ponunt etiam hoc unum esse de rebus evidentioribus in suo genere; ununt
296 ,,., [ 131]

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enim, verbi gratia, in longitudinibus est palmus, et in latitudinibus est palmus in palmum, et
in corporatis palmus in palmum in palmum, et in motibus motus mensuratus cognitus. Non
invenitur autem motus huiusmodi qui sit communis omnibus, nisi motus mensurati naturali-
ter, et proprie qui non variantur, sed extenduntur convenienter sic quod conveniunt in omni
mensuratione, et adhuc [146] magis proprie sunt illi qui sunt minoris mensurae secundum
motum. Parva autem mensura secundum motum est illa cuius tempus est magis parvum, et
hic est motus caelestis velocissimus, valde contentus in sua mensura: circularis enim nec
augetur nec minuitur umquam; parvitas mensurae eius cognita est per velocitatem sui recur-
sus, non quod expectemus aliam eius revolutionem in posterum, ut in unaquaque die et
TRATTATO TERZO- SEZIONE SESTA 297

[131] Per esempio: nelle lunghezze l'uno è un palmo (sibr) 220 e nelle grandez-
ze221 un palmo per un palmo; nei solidi 222 è un palmo per un palmo per un
palmo e nei movimenti un movimento misurabi1e e conoscibile. Ora, un movi-
mento che sia in questo modo e sia comune a tutti non si trova se non fra i
movimenti determinati per natura e, propriamente, fra quelli invariabili e che
anzi hanno [sempre] identica durata, in modo da permanere gli stessi per ogni
misurazione e, ancor più propriamente, fra quelli che sono una minima misura
di movimento. E la misura minima nel movimento è quella più piccola rispetto
al tempo ed è il velocissimo moto celeste, la cui durata (qadr) è fissata esatta-
mente perché la rivoluzione non la eccede né diminuisce; la quantità nota della
sua breve misura, dovuta alla velocità del ritorno ('awd) 223 , non è qualcosa di
cui ci si debba aspettare che in un certo tempo si rinnovi, anzi, ogni rivoluzio-
ne si completa nel giro di un giorno e di una notte, è tale da [tornare] ad essere
con facilità 224 , da essere rinnovata225 ed essere divisa in parti con i movimenti
delle ore. E così il movimento che si compie in un'ora è, per esempio, l'unità
di misura dei movimenti, e analogamente il tempo da essa espresso è l'unità di
misura dei tempi. Per quanto riguarda i movimenti si potrebbe supporre anche
un movimento "uno" in relazione alle distanze 226 , sennonché non se ne fa uso
e227 non trova posto nella prima supposizione 228 .
Quanto ai pesi, supponiamo [come unità] anche il peso di un dirham e
anche di un diniir2 29 ; e per quanto riguarda gli intervalli della musica, il rila-
sciamento230 della nota, che è un quarto di tono, o altri simili fra gli intervalli
brevi 231 ; e fra i suoni vocali 232 , la lettera vocalizzata breve o la lettera quie-
scente o una sillaba breve.

nocte sequentibus compleatur eius una revolutio, propinqua ad esse adinventioni et termina-
tioni, nec etiam terminationem quae fit motibus horarum, ad hoc ut motus unius horae, verbi
gratia, sit mensura motuum, ut ideo tempus illius sit mensura temporum. Iam autem accidit
motibus ut ex eis aliquis dicatur motus unus secundum mensuram cursus, sed hoc non est
hic recipiendum, quia non est de his quae primo posuimus. In ponderosis autem ponunt
quod eius ponderositas est veluti unius dragmae aut unius denarii una, et in intervallis musi-
cae ponunt a/ha quod interpretatur quarta toni ve! [147] aliquid aliud quod est minoris inter-
valli, et in vocibus littera vocalis brevis vellittera muta ve! syllaba brevis.
298 [132]
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Unumquodque autem istorum positorum non evenit necessario, sed ponitur ad placitum;
possibile est enim poni unum in unoquoque praedictorum sive in maiore sive in minore
quam posuerant; et cum hoc, cum positum fuerit unum in huìusmodi rebus, non oportebit
tamen ut cum eo mensurentur quaecumque sunt eiusdem generis; potest enim esse ut alte-
rum sit incommunicans ei quod per ipsum primum mensuravimus. Est enim linea incommu-
nicans lineae, et est superficies incommunicans superficiei, et est corpus incommunicans
corpori. Sicut autem linea et superficies et corpus sunt incomrnunicantia lineae, superficiei
et corpori, sic et motus incommunicat motui. Et postquam ita est, tunc tempus et gravitas
etiam incommunicant tempori et gravitati, et potest esse ut quicquid non communicat isti
communicet alii. Et hoc totum nosti ex disciplinalibus. Cum al!tem hoc ita sit, tunc unitates
TRATTATO TERZO- SEZIONE SESTA 299

[132] Non è necessario che ognuna di queste [misure] poste per convenzio-
ne esista realmente, d'obbligo, e anzi può esistere [anche solo] per ipotesi 233 .
Ed è [anche] possibile supporre, in ogni categoria, che l'uno sia qualcosa
di meno o di più di quel che si è supposto; nonostante ciò, se fra queste cose
vi è qualcosa che è supposto tale, non necessariamente con questo [qualcosa]
si misurerà tutto quanto rientri nello stesso suo genere. È possibile, infatti, che
vi sia qualcos' altro 234 che sia incommensurabile235 rispetto a tutto ciò che in
un primo [momento] è stato misurato [dall'unità di misura]; vi è, infatti, una
linea incommensurabile rispetto a un'altra linea, una superficie incommensu-
rabile rispetto a un'altra superficie, un corpo incommensurabile rispetto a un
altro corpo. E se la linea, la superficie e il corpo sono incommensurabili
rispetto a un corpo, a una superficie e a una linea, ecco che analogamente il
movimento potrà essere incommensurabile rispetto a un altro movimento. Ma
se è così, allora anche il tempo e il peso saranno incommensurabili rispetto a
un altro tempo e a un altro peso e per questa certa [cosa] che, rispetto a
quest'altra, è incommensurabile potrà esservi [anche] un'altra cosa rispetto ad
essa incommensurabile, diversa da quella [prima] 236 • Tutto ciò lo hai già
appreso nella disciplina della matematica; ma se è così, allora le unità che si
suppongono per ogni genere di queste [cose] saranno 237 molte e potranno per-
sino essere infinite. E se vi è un uno 238 che può risultare conveniente per
misurare una certa cosa, vi potranno essere 239 cose, magari infinite, che non
ne saranno mìsurate 240 •
Ora, poiché con la misura si conosce ciò che è misurato, la scienza e i sensi
sono state annoverate tra le misure delle cose perché per mezzo di essi si
conoscono [le cose] e qualcuno ha sostenuto che "l'uomo misura ogni cosa"
perché gli appartengono la scienza e i sensi, con i quali coglie ogni cosa241 ; ma
conviene che la scienza e i sensi siano 242 misurate con il conoscibile e il sensi-
bile e che questo ne sia un fondamento; anche se può accadere che la misura
sia misurata da ciò che si misura.

quae ponuntur in unoquoque istorum generum sunt multae et usque in infinitum. Cum igitur
fuerit hic unum aptum ad mensurandum eo aliquid, tamen possunt esse multa sine numeto
quae non mensurabuntur per illud; postquam autem [148] per mensuram cognoscitur mensu-
ratum apud scientiam et sensum, tunc per mensuras cognoscuntur res ipsae.
Quidam autem dixerunt quod homo mensurat unamquamque rem per hoc quod ip~e
habet sensum et scientiam et per eas apprehendit quicquid est, et ideo fortasse sensus et
scientia sunt mensurae sciti et mensurati, et haec sunt radix illi. Et contingit etiam quod
mensura potest mensurari per mensuratum, et hoc debes imaginare in dispositione oppositio-
nis quae est inter unitatem et multitudinem.
300 [133]

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Dubitatur autem de dispositione magni et parvi, quomodo sibi opponuntur et quomodo


opponatur eis aequalitas; aequale enim oppositum est unicuique eorum, quia aequale et
magnum non possunt esse nisi inaequalia, et similiter aequale et parvum. Si autem hoc quod
magnum et parvum opponuntur sibi, de relatione est, tunc hoc etiam erit magnum compara-
tione illius quod est parvum, et aequale non referetur ad aliquod illorum, sed ad id quod est
sibi aequale; et ideo putatur per hoc quod, inquantum est magnum et parvum, non oportet ut
sit inter ea aequale: hoc enim nosti ex aliis locis.
TRATTATO TERZO- SEZIONE SESTA 301

[133] Dunque è così che ci si deve rappresentare lo stato dell'opposizione


tra l'unità e la molteplicità; tuttavia, [anche nel comprendere] come il più
grande e il più piccolo si oppongano l'uno all'altro, e come essi si oppongano
all'eguaglianza, si potrà trovare difficoltà. L'eguale si oppone, infatti, a cia-
scuno dei due, perché come l'eguale e il più grande non possono essere che
contrastanti l'uno rispetto all'altro, così l'eguale e il più piccolo. D'altra parte,
se il più grande e il più piccolo si oppongono l'uno all'altro è perché fanno
parte di ciò che è relativo - perché il primo è più grande in rapporto a quel che
è più piccolo - mentre l'eguale non è relazionabile a nessuno dei due, ma a
quel che è eguale ad esso; inoltre, bisogna ritenere che quando vi sono un più
grande e un più piccolo, fra i due non debba necessariamente esserci qualcosa
di eguale. E questo lo hai già appreso in un altro luogo 243 •
Ora, se le cose stanno così, conviene che l'opposizione più degna per
l'eguale non sia nei confronti del più grande e del più piccolo, ma nei confron-
ti del diseguale, e cioè di ciò che ne è la privazione in quanto 244 in esso
dovrebbe per sé esservi l'eguaglianza: la privazione [dell'eguale] non riguarda
il punto, l'unità, il colore, l'intelletto e [cioè] cose245 non misurabili, ma cose
misurabili e quantificabili. L'eguale, dunque, si oppone solo a [ciò che ne è] la
privazione e cioè all'ineguaglianza, però l'ineguaglianza si accompagna
necessariamente a questi due, intendo dire al più grande e al più piccolo, come
fa il genere. Non intendo [dire] che essa sia un genere, ma che essa si accom-
pagna necessariamente a ciascuno dei due. Infatti, uno dei due è grande - e la
grandezza è un'intenzione (ma 'na) d'esistenza cui si accompagna necessaria-
mente questa privazione [dell'eguaglianza]- e l'altro è piccolo, e la piccolez-
za, sotto questo aspetto, si dà in questo stesso modo.

[149] Postquam autem res ita est, tunc potest dici quod oppositio aequalis prima non est
aù magnum et parvum, sed ad inaequale quod est eius privatio in re in cuius natura est esse
aequalitatem: non enim est eius privatio in puncto vel unitate vel intelligentia vel colore vel
in aliis rebus in quibus non est mensura, sed in rebus in quibus est mensurabilitas et quanti-
las. Igitur aequale non est oppositum nisi suae privationi quae est inaequalitas. Sed inaequa-
litas comitatur illa duo, scilicet magnum et parvum, sicut genus; non autem intelligo quod ~it
genus, sed est intentio quae comitatur unumquodque illorum duorum: unum autem illorum
est magnum; sed magnitudo est intentio quam comitatur haec privatio, alterum vero est par-
vum, et parvitas est illius modi ad hoc.
302 l'l" t [134]

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VII
CAPITULUM QUOD QUALITATES SUNT ACCIPENTES

Loquamur igitur nunc de qualitatibus. Sed qualitates sensibiles et corporales non est
dubium esse: iam enim locuti sumus de esse earum in aliis locis et destruximus opiniones
eorum qui tenuerunt eas non esse. Nunc autem non dubitatur de eis nisi an sint accidentes
[150] an non. Quibusdam enim visum fuit quod ipsae sint substantiae quae commiscentur
corporibus et diffunduntur per ea. Color itaque per se substantia est, et ca! or, et similiter
unumquodque aliorum. Igitur apud eos qualitates sunt huius dignitatis, nec sufficit eis quod
haec habent esse vicissim et removentur, re signata existente in suo esse. Ipsi enim dicunt
303

[SEZIONE SETTIMA)

IN CUI SI AFFERMA CHE LE QUALITÀ SONO ACCIDENTI

Parliamo246 ora delle qualità. Riguardo all'esistenza delle qualità sensibili


e corporee non sussiste alcun dubbio; del resto abbiamo già trattato della loro
esistenza in altri luoghi, contraddicendo le pretestuose obiezioni di chi si osti-
na [a negarne l'esistenza]247 • Il dubbio sussiste tuttavia a proposito di una que-
stione [che le riguarda]: se esse siano o non siano accidenti.
Vi sono, infatti, alcuni che ritengono che [le qualità] siano sostanze che si
mescolano ai corpi e che si infiltrano in essi: il colore sarebbe cioè in sé una
sostanza e analogamente il calore, e ognuna di queste altre 248 [qualità] secondo
costoro, avrebbe tale dignità di [sostanza]. Non li convince [del contrario] il
fatto che queste cose talvolta esistono e tal altra non esistono, mentre la cosa
che è designabile ostensivamente è sussistente ed esistente. Essi, infatti,
sostengono che quella [e cioè la qualità] non è che non esista, ma che piuttosto
prenda a separarsi poco a poco [dalla cosa], come l'acqua in cui si immerga un
vestito: dopo un'ora non vi è più acqua, mentre il vestito esiste nello stesso
stato [in cui era prima], e non per questo l'acqua viene ad essere un accidente.
Anzi, l'acqua è una sostanza cui appartiene di separarsi da un'altra sostanza
con cui è stata in contatto; e [l'acqua) può separarsi persino in modo che nel
suo separarsi non si avvertano le [sue singole] parti che si separano; perché
esse si sono separate, essendo più piccole di quel che i sensi possono percepire
come separato e distinto.
Altri invece dicono che queste [qualità] possono essere latenti.
Conviene dunque porre bene in evidenza che quanto costoro sostengono è
vano. Perciò - diremo - non si sfugge a una delle due possibilità: se queste
[qualità] sono sostanze, o sono sostanze che sono corpi, oppure sono [135]
sostanze che non sono corpi 249 •

quod non annihilantur istae res, sed paulatim separantur, sicut aqua qua humectatur pannus,
et paulo post non invenitur aqua in panno, ipso habente esse secundum modum suum; et
tarnen ob hoc non fit aqua accidens, quia aqua substantia est quae separatur ab alia substan-
tia cui coniuncta fuit; fortasse enim separatur separatione tali quae non sentitur in ea, propter
partes quae separantur ab ea adeo minimae quod non potest eas sensus apprehendere separa-
tione separante. Dicunt autem alii quod occultantur; et oportet ut ostendamus esse falsum
quod dixerunt.
Dico igitur quod, si hae sunt substantiae, necessario vel sunt substantiae quae sunt cor-
pora, vel sunt substantiae quae non sunt corpora. Si autem sunt substantiae non corporeae,
304 [135]

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