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Cosa significa donare

Introduzion
Attraverso la storia di Coetzee, che racconta di Paul Rayment, si può affermare, come diceva anche Lévi-Strauss, che
nel dono c’è molto di più che non le cose scambiate. Ma il dono, spesso, porta al desiderio di ricambiare
Melanie Klein afferma che già nei primi mesi di vita proviamo gratificazione quando i nostri bisogni corporei vengono
soddisfatti. La maturazione del sentimento di gratificazione continua al crescere del bambino, e necessita di un
caregiver capace di soddisfare i bisogni, tanto da arrivare a preoccuparsi per la persona amata. Restare nell’orizzonte
della gratitudine spinge poi a voler restituire il dono, che non corrisponde a volerlo ripagare.
Mark Anspach si chiede invece “che cosa vuol dire ricambiare?”. Partendo dallo scambio di doni in occasione del
Natale, si può dire che un dono è tale solo se quello è un gesto gratuito. L’idea di scambiarsi i doni sembra includere nel
gesto una reciprocità, ma questo annullerebbe l’essenza del dono stesso.

Capitolo 1: Antropologia del dono e riconoscimento social


Da qualche anno il problema del riconoscimento è divenuto oggetto di numerosi studi. Questo perché al giorno d’oggi,
oltre ai conflitti sociali e alle disuguaglianze economiche, si manifestano diverse forme di identità legate alla diversità
delle appartenenze sociali e professionali, quindi sugli statuti culturali o etnici dei diversi gruppi, fondati su genere, età o
handicap. Quello che esigiamo, in sintesi, non è solo un’uguaglianza economica, ma anche un un’uguaglianza sociale
in relazione alle particolarità che potrebbero essere socialmente discriminate.
Da qui parte il dibattito su riconoscimento e/o ridistribuzione. Queste questioni non sono state prese in considerazione
fino all’epoca di Marx o di Louis Michel. La presa di coscienza è forte soltanto ai giorni nostri. Le forti differenze che
emergono oggi richiedono una sempre più forte valorizzazione delle scelte individuali. Questo si traduce in
accettazione, fiducia e stima reciproca. Noi tutti siamo esposti all’altro in una specie di nudità sociale. Se mancano
codici di civiltà e i modi di vita sono differenti, allora possiamo affermare di non conoscere più nessuno, siamo tutti
individui in generale di fronte ad individui in generale. Non ci si può più fidare dell’altro in base al poco che sappiamo di
lui. Per questo è necessario reinventare la fiducia nell’altro e costruire o ricostruire le relazioni tra i gruppi su diverse
basi
Aumenta così la domanda di riconoscimento in relazione alla mancanza del riconoscimento stesso. Per esempio fino a
poco tempo fa, i parenti si facevano carico delle persone più fragili della famiglia. Oggi questo non avviene più. La
novità di oggi è che
1.La domanda di riconoscimento si conforma al modello neo-classico della massimizzazione del valore che
domina l’economia: vogliamo massimizzare la nostra identità nello stesso modo in cui l’agente razionale mira a
massimizzare il proprio interesse
2.Il rispetto si impone come esigenza al di fuori di ogni quadro tradizionale: riguarda delle differenze che on si
basano su delle gerarchie, ma su appartenenze tipiche della specie (uomo/donna, sessualità).
Oggi chiediamo di riconoscere le differenze come uguali. Questa è una ricomposizione generale dei rapporti sociali.
L’approccio antropologico ci aiuta a rispondere ai vari interrogativi. Per approccio antropologico intendiamo quello che
ricava i dati dalle indagini etnografiche e li studia, in modo da capire quello che nella nostra epoca è stato cambiato,
trasformato, reinventato
L’offerta e la domanda di riconoscimento: il caso del dono reciproco cerimonial
Nelle società tradizionali, l’incontro tra i gruppi rappresenta il punto di incontro tra domanda e offerta di riconoscimento.
Questi incontri si realizzano attraverso lo scambio reciproco di regali. Possiamo imparare qualcosa da queste pratiche?
Perché questi rituali non sono più praticati ai giorni nostri? E come si esprime oggi l’intenzione di riconoscimento
Partiamo prima dal definire il dono reciproco cerimoniale: per definirlo bisogna distinguerlo da altre forme di dono di
natura diversa. Vediamo tre casi diversi riferiti alle tre maggiori categorie del dono
-Festività e regali che si fanno a turno i capiclan dei diversi gruppi tradizionali. Questo dono è arcaico (o
cerimoniale); è descritto come pubblico e reciproco
-Regali che i genitori fanno ai figli per i compleanni o a chi si ama per fargli un piacere. Questo dono è gratuito, può
essere privato o meno, ma è unilaterale
-Donazioni fatte ad alcune popolazioni a causa di varie catastrofi. Questo dono è di mutua assistenza e dipende
dall’azione filantropica o dalla solidarietà sociale
I tre esempi non formano una classe omogenea di oggetti. Il primo è caratterizzato dall’obbligo di donare a propria
volta, impone una reciprocità fondamentale. Il secondo rappresenta una generosità spontanea verso i propri cari. Il
terzo ha una dimensione più sociale di generosità verso il prossimo, anche uno sconosciuto.
Cosa ci dicono però le inchieste sul dono reciproco cerimoniale? Mauss fu il primo ad averne saputo costruire
epistemologicamente il problema
1.Mauss definisce le procedure dello scambio di doni come un fatto sociale totale, poiché ingloba tutte le
dimensioni della vita collettiva
.

2.Mauss mostra che l’atto è costituito da tre fasi obbligatorie: dare, ricevere e dare a propria volta
3.Lo scambio non ha niente di commerciale
4.Lo scambio di doni è dono del sé. È il sé ad essere rimesso agli altri.
Tre esempi canonici: il kula, il potlatch, lo ha
Branislav Malinowski studia i grandi cicli di doni detti kula delle isole Trobriand, nell’arcipelago della Melanesia. Questa
attività costituisce il cuore dell’attività sociale indigena. Le navi con i beni preziosi, i waigu’a, vengono preparate mesi
prima. I beni più importanti sono braccialetti, che circolano da Est ad Ovest, e collane, che circolano da Ovest a Est. I
braccialetti sono maschili, ma indossati da donne, le collane femminili, ma indossate da uomini. Si dice che questi
cerchino di incontrarsi l’un l’altro. Quando la flotta arriva su un’isola, vengono depositati sulla spiaggia dei beni
introduttivi destinati a sedurre il partner del kula. Coloro che accettano questi doni possono continuare e comincia allora
lo scambio principale. Quando terminano le cerimonie ci si sposta sull’isola successiva. Il valore del dono non è il bene
in sé, ma la memoria dei legami che i beni stessi veicolano.
Franz Boas parla del potlatch dell’America nord-occidentale. Un capogruppo da una festa per un altro capogruppo, il
quale viene trattato sia da partner a cui fare regali sia da rivale. I regali fatti devono rendere difficile la replica. Il prestigio
e l’onore vanno a chi ha donato eccessivamente
Come detto anche sopra, queste pratiche di dono rituale implicano tre obblighi: donare, ricevere e donare a propria
volta.
Elsdon Best parla del hau dei Maori della Nuova Zelanda: A offre un dono a B, che offre a sua volta a C. Quindi se C fa
un dono a B, questo dovrà offrire un dono ad A. Questo perché il movimento della reciprocità deve far ritorno al suo
punto d’origine. La reciprocità non è duale, ma attraversa tutta la linea dei beneficiari. Ciò che non ritorna non è la
stessa cosa, ma il gesto di donare.
Il dono rituale non è né di ordine economico, né di ordine morale o giuridic
Mauss sottolinea la diversità del dono rituale rispetto allo scambio vantaggioso, alla generosità caritatevole e ai rapporti
di tipo contrattuale
1.Per quanto riguarda il primo punto, molti hanno dato un’interpretazione economica allo scambio, definendolo una
sorta di baratto. Boas però considera il potlatch un prestito ad interesse di tipo arcaico. Malinowski invece osserva
che i naviganti , oltre alla kula, praticano un baratto diverso che riguarda i beni di ordinario consumo
2.Gli scambi rituali non sono neanche di natura morale, non sono cioè gesti di generosità. L’atto caritatevole è tale
se discreto e non vuole replica. Il dono cerimoniale è pubblico, e richiede replica.
3.Il dono cerimoniale inoltre non è giuridico, come un contatto. Un contratto è limitato nel tempo e mira al mutuo
profitto delle parti impegnate. Il dono è sentito obbligatorio se il prestigio e l’onore del donatore
Riconoscere ed essere riconosciut
Si identificano otto variabili tipiche del dono cerimoniale
1.1 Beni scambiati: oggetti, cibo
2.Procedure: rituali stabiliti e accettati
3.Livello di comunicazione: pubblico
4.Effetti prodotti o attesi: forte legame tra i partner, prestigio e valore sociale
5.Tipo di scelta: obbligatorio
6.Modalità della relazione: reciproca
7.Attitudine dello scambio: rivalità generosa
8.Natura dell’impiego: offerta di sé stesso nella cosa donata
Le altre due tipologie di dono condividono con il dono cerimoniale solo una o due di queste vaariabili
Mauss comprende che la posta in gioco degli scambi cerimoniali è il prestigio, ma egli non parla mai ri riconoscimento.
Parla piuttosto di commercio nobile, di contratto.
Andrew Strathern, un antropologo britannico che ha concentrato le sue ricerche in Nuova Guinea, descrive le pratiche
di dono in quest’area. Racconta la storia di uno dei suoi informatori che, da adolescente, ha assistito all’arrivo nel suo
villaggio del primo amministratore australiano. Secondo le loro credenze, alcuni morti sarebbero diventati dei fantasmi
pallidi e cannibali, da qui la paura degli abitati degli uomini bianchi. Per capire se si trattasse di un essere umano gli
fecero un test: gli fecero in dono dei maiali e lui essendo stato informato, ricambiò il gesto offrendo delle conchiglie che
aveva nella sua borsa. Questo rituale degli open gifts è una procedura di riconoscimento nel triplice senso di
identificare, accettare e onorare l’altro
Si fecero successivamente degli studi per capire se anche altre specie animali avessero dei comportamenti analoghi a
quelli dell’uomo. le ricerche svolte sugli scimpanzè mostrano che il mutuo riconoscimento come identificazione avviene,
per loro, tramite suoni, odori, gesti e attitudini. Il riconoscimento come accettazione avviene tramite le posture e delle
procedure, ma non attraverso lo scambio di oggetti
Apparentemente solo gli esseri umani adottano la procedura del dono come pegno e sostituto del sé.
.

Aspetti fondamentali dell’antropologia del don


1 Relazione politic
Il dono cerimoniale passa attraverso un’alleanza esogamica. Lo scambio di doni come simboli permette che i gruppi
umani siano regolati da una convenzione. I simboli sono gli elementi che costituiscono il linguaggio, la comunicazione e
l’alleanza. Dire che c’è alleanza vuol dire che c’è un riconoscimento intenzionale tra “noi” e “voi”. Descombes afferma
che il rapporto di dono non è il trasferimento di un bene da un soggetto all’altro ma, come spiega Pierce, una relazione
tra di essi attraverso la mediazione del bene donato. Donare è sempre un atto di dare qualcosa a qualcuno, in tutte le
sue denominazioni. Occorre tuttavia andare oltre, perché il dono cerimoniale non si riduce ad donare qualcosa, ma
rappresenta un impegno secondo una legge. Possiamo chiamare politica questa relazione fondamentale di
riconoscimento pubblico. Questo perché essa differisce dal legame sociale che esiste in ogni società animale.
L’alleanza che appare nel dono cerimoniale è un atto di accettazione pubblica dell’altro gruppo, è un impegno a
collaborare. L’uomo, attraverso la procedura di riconoscimento, istituisce una vita secondo regole. Il legame umano è
politico, in quanto l’uomo è capace di darsi una legge
2 Conflitt
L’offerta di riconoscimento si muove sullo sfondo di una possibilità di conflitto. Questo perché c’è un margine stretto tra
accettazione affronto. Lo stesso dono trae in inganno. La procedura di dono cerimoniale acquista il suo senso solo a
partire da un possibile conflitto. È una scommessa rischiosa che consta nell’offrire per sedurre e infine per legare. Il
donatore si prende un rischio, e il rischio stesso è una testimonianza di fiducia. Il donatore scommette sulla fiducia e la
ottiene attraverso la replica dell’altro fatta sulla garanzia delle cose donate. È un gioco, e parteciparsi significa dover
replicare, non farlo è mettersi fuori-gioco. Nel calcio non si da la palla all’avversario perché si è generosi, ma perché la
replica appartiene al gioco. Ne va dell’onore e del rispetto degli esseri umani. Non è una scelta di altruismo o carità, ma
di una necessità. Il dono reciproco cerimoniale assume e riassorbe un possibile conflitto
3 Reciprocit
Dato l’obbligo di risposta, il dono cerimoniale si caratterizza per una forte reciprocità. Ci sono tre interpretazioni
1.Interpretazione debole: la reciprocità è concepita come complementarità (o transitività): da A a B e da B ad A.
Questa concezione di reciprocità è da evitare
2.Interpretazione intermedia: si identificano reciprocità e mutualità; questa suppone simultaneità e simmetria o
rispetto ai sentimenti o rispetto alle posizioni
3.Interpretazione forte: la reciprocità è la risposta di un agente B all’azione dell’agente A. C’è una successività delle
azioni e una asimmetria alternata delle posizioni. Gli agenti si rispondono gli uni con gli altri. Nel caso del dono
cerimoniale, non solo si ha un rapporto di azione/reazione o abilità/risposta, ma si da una reciprocità obbligatoria,
per cui ci si impegna nei confronti dell’altro
L’obbligo di rispondere non nasce da un’esigenza fisica o etica, o da un obbligo giuridico, ma dal patto sociale che il
dono cerimoniale implica. La reciprocità è legata al riconoscimento in quanto nella reciprocità stessa gli uomini si
riconoscono gli uni con gli altri. Non è carità, non è un dono gratuito unilaterale, non è solidarietà. È una decisione di
fare comunità. L’altro esiste come altro da me e come altro-per-me; lo accetto e ne assumo le conseguenze: fare
alleanza o rischiare in conflitto
4 Pubblicit
Il carattere pubblico del dono cerimoniale è inerente al rituale. Malinowski chiamava cerimoniale un’azione che: è
pubblica; è compiuta osservando precise formalità; ha un’importanza sociologica, religiosa o magica e implica degli
obblighi. Il dono reciproco cerimoniale è propriamente istituzionale; non appartiene alla socialità primaria, come quello
gratuito o quello caritatevole. Non si tratta di donare ma, attraverso la donazione, di riconoscersi pubblicamente in
quanto parte di un’alleanza. La lezione del dono cerimoniale è duplice
-È un atto di riconoscimento pubblico specificatamente umano. Non si tratta di affermare che il dono reciproco
cerimoniale fonda la società umana, ma rivela ciò che la fonda
-È una procedura istituzionale tra gruppo e gruppo; come esperienza iniziale del rapporto di alleanza e come
convenzione accettata costituisce l’emergere dello spazio pubblico, come relazione propriamente politica, come
espressione intenzionale del voler vivere secondo le regole sociali
Il problema del riconoscimento pubblico ogg
Le società tradizionali erano basate su relazioni di parentela. La società moderna trascende dai gruppi di parentela, per
questo oggi ci si pone il problema del riconoscimento. Oggi il riconoscimento è affermato e garantito dalla legge e
dall’insieme di istituzioni politiche e giuridiche. La legge si impone come arbitro tra gli individui divenuti membri di un
gruppo più grande (la città)
Le sfere di riconosciment
1.Prima sfera di riconoscimento: si tratta del livello istituzionale e formale, che concerne l’attività politica, giuridica ed
economica. È la sfera di riconoscimento pubblica, descritta come rispetto si sé
o

2.Seconda sfera di riconoscimento: si tratta dei modi di vita, che riguardano le relazioni sociali. Qui si generano e
rinforzano i legami di gruppo. È la sfera di riconoscimento comune, descritta come stima di sé. Qui si danno forme
rituali informali di dono, che partecipano alla socialità primaria senza la quale non c’è fiducia, rispetto e
riconoscimento reciproco della dignità
3.Terza sfera di riconoscimento: riguarda la vita personale, ovvero le relazioni d’amore e di amicizia. È la sfera di
riconoscimento privata, descritta come fiducia di sé.

Capitolo 2: Cosa significa ricambiare? Dono e reciprocit


Il paradosso dello scambio di doni sta nel fatto che un regalo è, per definizione, gratuito. Tuttavia il donatore si aspetta
che il gesto venga riconosciuto attraverso un gesto reciproco. Il dono quindi va ricambiato, ma allora perderebbe la sua
caratteristica di essere gratuito. Lo scambio viola e contraddice il donare
Lévi-Strauss afferma che bello scambio c’è molto più che non gli aggetti scambiati. Ciascuno guadagna perché fa parte
di una relazione in cui ciascuno sacrifica qualcosa per l’altro. Mark Anspach definisce questo il metalivello della
relazione
La nostra è una società dominata dall’economia, dal mercato e dalla ricerca degli utili; i regali di oggi però, sono tutt’altro
che utili: la Spinelli dice che “più è inutile, più è regalo”. Nelle società studiate da Mauss, il sistema non è fondato sulla
compravendita e sul denaro, ma sul dono. Sarebbe tuttavia sciocco pensare che il dono sia puramente disinteressato e
gratuito, al contrario esso è interessato e obbligatorio. Colui che dona aspetta di ricevere anche lui qualcosa. Il dono è
subordinato al principio di reciprocità. Per Mauss lo spirito del dono è una forza misteriosa che spinge colui che riceve a
donare a sua volta. Per questo nessun dono è paragonabile allo scambio mercantile; non tutti gli scambi sono
mercantili, questo perché esiste una forma di scambio in cui il dare gratuito spinge il ricevente a dare gratuitamente a
sua volta.
È questa la differenza tra dono e scambio economico moderno. Il dono fa nascere una relazione, che lo scambio
mercantile non presuppone. L’obbligo di reciprocità distingue il dono dallo scambio economico moderno
Il dono si caratterizza per dare vita ad una nuova catena di doni, ma non sempre il cerchio si chiude: colui che fa il dono
non è sicuro di ricevere un dono a sua volta. È il caso, per esempio, dei dona da una generazione all’altra. Il dono
invoglia colui che riceve a donare a sua volta. Per questo il primo dono e il dono di ritorno non si annullano, ma si
accumulano, confermando la fecondità della generosità espressa dal primo dono
La cosa che distingue la nostra società da quelle esotiche studiate da Mauss è il fatto che oggi prevalgono i doni fatti a
degli sconosciuti
Distinguiamo reciprocità diretta e reciprocità generalizzata: la reciprocità generalizzata non è un fenomeno
individualistico e interessato, mentre la reciprocità diretta ha una forte tentazione a voler assimilare o scambio di dono a
una variante mercantilistica dello scambio

Capitolo 3: mimesi e nemesi del dono: scambi complessi nelle Antille (Sarnelli)
Si parla del dono tra sconosciuti a partite dal mito di Ulisse e Polifemo, dove lo scambio di doni finisce in maniera
negativa, da scambio di doni si passa a scambio di mali. Attualmente la casistica del gift to strangers è molto ampia e i
suoi esempi più paradigmatici sono quelli del dono del sangue, del seme, degli ovuli o organi (rene), a persone che non
si conoscono e che probabilmente non si conosceranno o che per legge non si possono conoscere. Queste forme
unilaterali di dono pongono problemi a tutti quegli studi che si sono formati a partire dalle riflessioni di Mauss nel suo
Saggio sul dono. Mauss considerava estranei tutti quelli che non appartenevano all’immediata sfera familiare ed
amicale, e con i quali, attraverso il dono, si sarebbe potuto stringere un rapporto, questi attraverso il dono cesserebbero
di essere sconosciuti. Quello che conta attualmente quindi è il fatto di donare a uno sconosciuto ma che questo sia
destinato a rimanere tale.
Bisogna fare anche una distinzione tra
Estraneo: non è necessariamente uno sconosciuto, anche se non lo incontriamo mai, abbiamo di lui un certo numero
di informazioni che ci permettono di farci un’idea di chi egli sia.
Sconosciuto: con lo sconosciuto la certezza viene meno, è colui di cui non supponevo l’esistenza prima di entrarci in
contatto, quindi la volontà di donare deve misurarsi con questa esperienza dell’ignoto, fonte di pericoli ma anche di
tentazioni.
Analisi di questa esperienza complessa a partire da un caso che uno dei più classici degli incontri tra sconosciuti: quello
tra Colombo e gli spagnoli con gli indiani Lucayo, abitanti dell’isola ribattezzata San Salvador. Di questo incontro lo
scritto originale è andato perso, ma molti, più o meno vicini a Colombo lo hanno descritto. Dai racconti emergono dei
punti in comune, innanzitutto che tra spagnoli e indiani c’è uno scambio di doni, lì dove la parola non arriva, perché si
parlano lingue diverse, gli oggetti vanno a stabilire un contatto. Ma il dono non è solo un oggetto che passa da una
mano all’altra, è sempre accompagnato da gesti, toni di voce, che presuppongono una decodifica. Colombo non può
dissimulare i problemi di comprensione nella sua comunicazione con i nativi, soprattutto quando deve giustificare la
difficoltà a trovare l’oro che ha promesso di trovare, nel caso dei doni invece egli ostenterà spesso una certa sicurezza
.

—> episodio dell’isola di Tortuga: dopo lo scambio di doni affermerà di non comprendere molto se non l’intenzione di
questi a mettergli a disposizione la propria isola. Potrebbe risultare ambiguo che l’unica cosa non oscura sia proprio
questa e ci si chiede se questo non sia una sorta di “colonial ventriloquism” che concede all’altro l’atto di parola solo per
mimetizzare quelli che sono i desideri del colonizzatore. In ogni caso gli scambi di doni nelle piccole e grandi Antille ci
forniscono una premessa importante da cui partire: molte popolazioni incontrare sembrano abituate a forme di
interscambio con gruppo stranieri e che questi traffici non avevano finalità esclusivamente commerciali ma che ci
fossero anche dei fattori di tipo simbolico-cerimoniale. È ricorrente la rappresentazione del dono come un evento che
agisce all’interno di una catena di altri eventi e a volte è la base di ulteriori scambi come il baratto.
Quello che era avvenuto a San Salvador era stata sicuramente un’orgia caotica di scambi in cui anche i protagonisti
facevano fatica a distinguere chi aveva dato cosa e nemmeno in seguito sarà difficile stabilire cosa sia dono e cosa no.
Una cosa è certa: si fa una distinzione tra i “presentes”, scambi di regali tra Colombo e i cacicchi (rappresentanti del
potere locale) e “rescate” ovvero i numerosi scambi che avvenivano tra i marinai e gli isolani, dove si fa fatica a
distinguere i doni dai baratti e i baratti dalle appropriazioni indebite, poiché venivano scambiate cose di poco valore con
oro, senza che gli isolani conoscessero il vero valore delle cose. Ci si chiede per quale motivo si doni—> era un modo
per favorire i contatti, per guadagnarsi la fiducia di queste persone che per Colombo erano essenziali perché le uniche
che potevano dargli indicazioni per il suo viaggio, quindi fa bene Todorov ad accreditare a colombo un disinteresse per
le popolazioni che incontra, che vengono come assimilate al paesaggio e quindi egli avrebbe scoperto l’America e non
gli americani. Però in realtà Colombo si pone una serie di domande su queste popolazioni e sulla loro propensione a
donare e ad essere generosi e alla fine verranno identificati come “selvaggi gentili”.

Questa enfasi di Colombo sull’innocenza patrimoniale dei nativi è connessa al ruolo che egli ha scelto di occupare nei
loro confronti, quello di loro tutore e di colui che si impegna in una forma unilaterale di scambio. Ma in realtà i fatti sono
diversi dalle parole. Egli con una mano da e con l’altra prende tutto l’oro che serve a giustificare il suo viaggio e
prenderà anche dei nativi, alcuni dei quali torneranno anche con lui in Spagna. Nel secondo viaggio i rapimenti
diventeranno delle vere e proprie deportazioni di massa. È significativo l’ultimo viaggio di Colombo dove incontra gli
abitanti dell’isola di Cariai, la cui popolazione non accetta i doni offerti dagli spagnoli, sembra esserci un fondamentale
disaccordo sulla natura del dono tra i nativi e gli spagnoli. Il dono mancato si presenta come ambivalente:
! È un atto che avvicina perché la relazione resta amichevole e non finisce in guerr
! Atto che allontana le due culture che rimangono ferme sulle loro posizioni.
Al quadro di Colombo sui selvaggi gentili si aggiunge un’altra caratteristica, la loro generosità gli appare come un segno
di stupidità, di mancanza di ragione, e di un grado minimo di civilizzazione che gli permetterebbe di apprezzare ciò che
possiedono e fare scelte ragionate. Bisogna però riconoscere la diversità tra queste popolazioni perché alcune sono
molto più abili e riflessive negli scambi e questo basta per allontanarle dallo stato di natura e avvicinarle alla civiltà. Le
attività di scambio diventano per gli spagnoli un mezzo per classificare il grado di civiltà delle popolazioni che
incontrano.

15 ottobre—> incontro di un uomo solo su una canoa che portava vari doni da San Salvador, passando per Santa
Maria all’isola di Fernandina. Questo evento è significativo sia perché indicava che la campagna di pubbliche relazioni
di Colombo stava funzionando, ma soprattutto perché mostrava l’immissione dei beni spagnoli nel circuito locale degli
scambi. Gli spagnoli ritenevano di essere stati ammessi in questi scambi a titolo speciale ma in realtà in un primo
momento i Taino continuarono a seguire le proprie abitudini introducendovi questi nuovi oggetti. È da sottolineare poi
che la propensione al dono dei nativi viene fatta coincidere anche l’assimilazione degli spagnoli a entità divine—>
vantaggio di questa spiegazione: spiegare la loro propensione a dare e la voglia di ricevere e di accettare tutto poiché
ritenuto importante in quanto appartenente a delle divinità. Nel diario di bordo Colombo sarà piuttosto avaro riguardo la
divinizzazione degli spagnoli e utilizzerà più che altro la formula “omini venuti dal cielo”. I primi riferimenti allo spagnolo
divinizzato nel diario di bordo inoltre sono riportati in discorso diretto, come se fossero i nativi a parlare, cosa
improbabile poiché Colombo non era in grado di comprendere la lingua. La stessa espressione “uomini venuti dal cielo”
è piena di ambiguità—> si potrebbe pensare ad un riferimento geografico, perché queste popolazioni non sapevano
cosa vi fosse oltre l’orizzonte, dove il mare e il cielo sembrano fondersi. Inoltre non si aveva una buona conoscenza
della religione di queste popolazioni. Alcuni come Roget ritengono che i Taino pensassero che gli spagnoli fossero
venuti da Coaybay, la terra dei morti, dove erano ansiosi di rimandarli anche attraverso le loro indicazioni. Panè invece,
nel secondo viaggio con Colombo colse una profezia che assimilava gli stranieri ai carib, caniba—> canybal.

È nelle grandi Antille che Colombo entra in contatto con i cacicchi, al suo arrivo uno di loro, Guacaganarì gli fa
recapitare un dono unico, una cintura con appesa una maschera, con orecchie, lingua e naso in coro battuto, che verrà
chiamata “guaiza”. Gli incontri con Guacaganarì saranno numeri e tutti procederanno secondo una sorta di rituale che
si conclude con dei doni. Il più significativo è l’ultimo che si svolge dopo la distruzione della Santa Maria che si arena in
un banco di sabbia e a cui segue la costruzione di un fortino (Natividad) sull’isola in cui far rimanere provvisoriamente
l’equipaggio. In questa occasione tra Colombo e Guacaganarì si stipula una sorta di accordo da cui entrambi potevano

trarre vantaggio. Il nativo, perché vedeva in Colombo un possibile alleato contro gli altri cacicchi più potenti di lui e
Colombo aveva bisogno del supporto delle terre dove era naufragata la santa Maria. Nessuno dei due era consapevole
dei tragici risvolti di questa alleanza nella colonizzazione delle Antille in generale e dell’isola di Hispaniola.
Guaiza: non è facile stabilire cosa rappresentasse e quale fosse il suo significato, una cosa certa era la loro varietà
tipologica, avevano delle caratteristiche in comune ma ciascuna era un pezzo unico. Circolavano principalmente tra
caicchi e venivano donate ogni qualvolta si stabilisse un’alleanza. La particolarità era che anche quando venivano
donate continuavano una relazione con il possessore originario, quindi quando venivano donate l’altro non riusciva ad
appropriarsene totalmente. La prima maschera donata a Colombo da Guacaganarì infatti doveva far si che questo non
fosse ostile con i popoli vicini. La seconda maschera gli viene donata in circostanze diverse invece—> c’era stata una
strage al fortino—> Guacaganarì gli regala una guaiza per allontanare da sé ogni sospetto sull’accaduto. A Colombo
viene spiegato che erano stata colpa in primo luogo degli spagnoli che di conseguenza era stati attaccati dalla
popolazione vicina. Colombo non gli crede totalmente ma fa finta di farlo. Non ci sono ritorsioni immediata nei confronti
di Guacaganarì e avviene uno scambio di doni. Il capo espiatorio dell’eccidio di Natividad è Caonabo, il cacicco
principale—> Colombo con l’aiuto di Hojeda (luogotenente) elabora un piano per catturare Caonabo che si realizza
tramite un dono: catene di ferro tirate a lucido che vengono presentate al cacicco come gioielli preziosi con i quali verrà
incatenato e fatto prigioniero da Colombo, il quale a differenza di quanto si aspettava, non otterrà da lui alcuna
informazione. Scoppierà anzi una ribellione che procede con una battaglia tra nativi e spagnoli, che vedrà la distruzione
dei depositi di cibo con una seguente penuria alimentare che porterà gravi conseguenze da entrambe le parti.
Questo dono “avvelenato”, proprio come il cavallo di Troia, porta a esiti disastrosi per entrambi.

Gli spagnoli alla fine del ‘400 mettono in atto sull’isola un sistema tributario che pretendeva dai >14 un campanello
ricoperto di polvere d’oro ogni 3 mesi. Quelli stessi campanelli che tempo prima erano stati distribuiti come doni. “Gifts
gone wrong” è il nome che Nathalie Davis da a questi doni, dove l’antagonismo prende il posto della cooperazione.
Questo è quello che accadrà anche in altri contesti, nel Nordamerica, dove i colonizzatori non saranno più gli spagnoli
ma i francesi e gli inglesi che da questi vorranno differenziarsi.

A contribuire alla cattiva reputazione degli spagnoli non ci sono gli eccidi e le violenza ma anche il fatto che questi
avevano violato il “fair trade”, avevo risposto alla generosità con l’astuzia fraudolenta, avevano dato poco in cambio di
molto—> non agiranno diversamente i francesi e gli inglesi, l’America apparirà come un luogo dove aveva corso lo
“scambio dissennato” di Omero. dall’America l’Europa trae anche la propria superiorità culturale—> questo
etnocentrismo è reso possibile dagli spagnoli che non erano mai stati veramente in grado di comprendere i valori in
termini universali. Molti invitavano a non considerare stupidi gli indiani perché avevano scambiato oro in cambio di
collane di perle, perché questi di oro ne avevano in quantità di perle nessuna e quindi è logico che scelgano quella che
gli appare di maggior valore. È stupido chi non comprende questo meccanismo elementare.
Utilità: Todorov imputa Colombo di aver offerto ai nativi degli oggetti privi di senso e di utilità. Ma in realtà in quanto doni
gli oggetti non devono necessariamente avere un’utilità e comunque vi è sempre la possibilità di una
rifunzionalizzazione pratica dell’oggetto (es. spille che diventano ami da pesca). “Riutilizzazione” poi non significa solo
convertire gli oggetti inutili in utili, ma anche il contrario, come accade ad esempio con i coltelli, che non vengono per la
loro funzione ma come ornamenti. Questo accade soprattutto quando il gruppo ricevente possiede già uno strumento
per svolgere quella funzione. Las Casas racconta di un avvenimento durante il secondo viaggio, quando un indiano
aveva messo da parte una buona quantità d’oro per avere in cambio un campanello grande, e da parte sua sembrava
come se avesse fatto uno scambio vantaggioso per lui e non per Colombo e gli spagnoli. Las Casas cerca di spiegare
questo fatto partendo dal presupposto che gli indiani utilizzavano dei campanelli fatti di legno e pietre e quindi quelli
spagnoli erano sicuramente migliori anche da punto di vista del suono. Ma questo non basta a porre le basi di una
comparazione effettiva e comprendere le basi del paradosso su cui si reggeva lo scambio d’oro con il campanello. L’oro
era oggetto del desiderio per gli spagnoli, gli indiani invece lo preferivano fuso con altri metalli—> guanìn: lega di rame,
oro e argento. Preferivano il guanìn per diversi motivi, per la sua brillantezza rossiccia, poiché il rosso veniva associato
al sangue mestruale e alla fecondità, inoltre anche la percezione olfattiva era importante. Il guanìn inoltre, era importato.
Gli oggetti di importazione spagnola vengono inseriti nel sistema di scambio al pari della categoria dei materiali guanìn.
Sia per gli indiani che per gli spagnoli gli scambi costituiscono dei tentativi di incorporare ciò che era estraneo al proprio
universo di riferimento. Sia da una parte che dall’altra controllare gli scambi ed essere in possesso di certi materiali
poteva produrre delle alterazioni nelle gerarchie sociali.

Si tende a leggere la vicenda dei primi contatti ispano-americani come se gli indiani ne fossero le vittime inconsapevoli,
quando invece loro stessi non si sentivano vittime. Le cose cambiano quando c’è assoggettamento, quando c’è obbligo
di donare e quindi si esce dal sistema del dono—> bisogna chiedersi che ruolo aveva il dono in situazione che, se non
era coloniale sin dall’inizio, lo sarebbe presto stata, dove il dono era l’alternativa pacifica alla forza, ma il fine era sempre
lo stesso.

Concezioni e pratiche del dono nell’Isla


Gli studi antropologici ci hanno fatto conoscere società lontane nelle quali il dono costituisce un'esperienza
fondamentale che sta a fondamento del legame sociale
Dispensa e dona, non star lì a tenere il conto: la sadaq
Nella frase “Dio ha creato il mondo e lo ha donato all'uomo, come detto in più punti del Corano”, abbiamo il senso
dell'antica narrazione con la quale ha avuto inizio l'islam. Il brano costituisce una sintesi riuscita dell'approccio islamico
che è teocentrico e antropocentrico. L'azione divina si orienta soprattutto agli uomini e alla loro esistenza. Toshihiko
Izutsi individua quattro tipi di relazione tra Dio e l'uomo: l'iniziativa del creatore istituisce una relazione ontologica con la
creatura, che si approfondisce come relazione comunicativa. In considerazione della signoria di Dio, l'uomo viene
concepito come il servo e la relazione come gerarchica. L'opera della creazione si manifesta come azione ordinatrice
che chiede l'adesione dell'uomo. Nella relazione etica l'obbedienza può essere espressione della gratitudine dell'uomo
ma anche della sua paura di essere punito.
La terra e quanto contiene, anche l'uomo stesso, sono opera di Dio, un'opera che viene donata e affidata all'uomo.
L'uomo, spinto dalla gratitudine e/o dalla paura, è chiamato a onorare il suo debito verso Dio nella dimensione verticale
della preghiera e in quella orizzontale e immediata della cura di poveri e bisognosi. Dare a Dio ciò che gli è dovuto
significa riconoscerlo come origine di tutti i beni e, allo stesso tempo, attestarne la sovranità. Il principio di giustizia trova
poi il suo compimento quando l'essere-per-Dio si realizza come essere-per-altri
Fondamentali nell'islam sono le azioni oblative. Tutto l'universo del dono nell'islam si costituisce sulla base di prestiti che
la religione del Corano assume e trasforma a partire dalle esigenze del proprio ordine spirituale.
È possibile ipotizzare che la storia della sadaqa sia pre-islamica. Gli scritti arabi che precedono l’Egira testimoniano
quanto pratiche come la generosità e l'ospitalità fossero tenute in grande considerazione in quella tradizione. Nell'islam
la trasformazione avviene soprattutto nella direzione di un'estensione, verso il basso, dello spettro dei beneficiari: poveri
bisognosi diventano i primi della lista. Ma all’ostentazione un po’ istrionica del dono selvaggio, la religione del Corano
preferisce la regola della discrezione, manifestazione di un nuovo ordine spirituale, nel quale la sadaqa si qualifica,
rispetto ai doni ordinari, per una specifica intenzione religiosa, l'elemosina è motivata dalla volontà di preservare la
dignità del povero.
le azioni ablative riconducibili alla sadaqa solo numerose e si diversificano per tempi, luoghi e categorie di persone.
L'intensità degli scambi di dono è attestata fin dall'islam nelle origini e accompagna la vita delle società islamiche nei
secoli, origini e sviluppi quasi del tutto sconosciuti nel mondo occidentale. Nelle fonti islamiche la sadaqa è fortemente
incoraggiata.
Riconducibili a diverse forme di sadaqa, sia le opere di accoglienza che i gesti di ospitalità hanno come comune
denominatore un dare senza calcolo a persone conosciute e sconosciute, a musulmani e non musulmani.
Diversamente dalla zakat, l'elemosina volontaria è destinata a tutti senza condizioni, un'apertura non priva di tensioni e
contrasti già rilevabili nell'islam delle origini. La sadaqa si è spesso concentrata nelle festività religiose. La prima è quella
del venerdì. Nel giorno della preghiera comune, l'ingresso alla moschea si popolava di poveri che speravano in una
preghiera capace di trasformarsi in carità. Un altro periodo di sadaqa è il mese di Ramadan. in questo periodo cade
una delle festività religiose più importanti per i musulmani ‘id al-fitr. Durante il mese di Ramadan le azioni ablative
spontanee si intersecano con quelle obbligatorie come la zakata, ma anche con gesti di carità come la sadaqa, nei
quali l'autore è libero di determinare cosa e quanto egli donerà. Un'altra importante festività religiosa e legata al
pellegrinaggio a la Mecca
Tutti gli atti descritti sono perlopiù spontanei, e manifestano affetto e cura verso i poveri e bisognosi. Chi è sostenuto
oggi, potrà diventare domani parte attiva nell'azione di mutuo soccorso
In certi casi si può rispondere al bisogno del povero con un prestito, che è più grande del fargli l’elemosina perché si
istituisce una relazione di fiducia che può essere assente nella beneficenza. Affidare ad un povero un prestito significa
sollecitarlo a risollevarsi contando sulla sua capacità di resilienza. La forma più alta di solidarietà non consiste nel dare
un'offerta ma nell'aiutare il povero a reintegrarsi, risaltando in questo modo la stima di sé. Se la beneficenza è un'attività
con la quale si possono tenere le distanze, il prestito è capace di ridurle
Contrastare l’avidità, favorire la giustizia social
L'importanza della zakat non deriva solo dalla sua iscrizione coranica, ma anche dall' essere divenuta esperienza
vissuta per generazioni e generazioni di musulmani. La zakat e un agire che si trova spesso in coppia con la preghiera
come se fosse un altro modo di pregare. Nella zakat non si esprime un impulso altruistico di un individuo verso un altro
in condizioni di bisogno, ma piuttosto un atto di fede e di obbedienza verso Dio. Nel Corano l'elemosina non è soltanto
un auspicio ma anche un dovere. L' intenzione di fare la volontà di Dio è l'unica motivazione capace di performare quel
dare nel senso della zakat. Dalle principali fonti dell'islam emerge come prioritario il significato religioso incentrato sul
rapporto tra Dio e il credente. Diversamente dalla preghiera, un obbligo come questo può realizzarsi solo
nell'interazione con gli altri, nell'assunzione di responsabilità nei confronti della comunità dei credenti, una presa in
carico richiesta ai più abbienti. All'interno di questo significato, si può comprendere anche la funzione della zakat: questo
termine significa purificazione e crescita. Se il processo di purificazione dura un'intera vita, questa pratica assume per il

credente un'importanza particolare: devolvere una parte dei propri proventi ai bisognosi significa purificare il resto ma
anche se stessi, crescere in generosità e reinvestire nelle diverse forme di solidarietà. La zakat rappresenta l'obbligo di
cedere una parte delle proprie sostanze solo per coloro che superano un certo tetto di reddito: oggi è pari al 2,5% su
base annua. I beneficiari della zakat sono ben delineati nel Corano, e sono otto: i poveri bisognosi, quelli incaricati di
raccogliere la zakat, quelli di cui bisogna conquistarsi i cuori, per il riscatto degli schiavi, per quelli indebitati, per la lotta
sul sentiero di Dio e per il viandante. Donare a queste otto categorie significa riconoscere a questi gruppi di beneficiari il
diritto ad avere parte ai guadagni di chi ha più del necessario. Incontriamo qui quella che si potrebbe definire la funzione
sociale della zakat: la ridistribuzione della ricchezza all'interno della comunità
L’importanza assegnata alla zakat si chiarisce ulteriormente riflettendo sul posto che lei ha riconosciuto nelle pratiche di
culto di matrice sunnita: chiunque intende vivere la sua fede e la sua sottomissione ha dei doveri verso Dio, considerati i
5 pilastri dell'islam: la professione di fede, la preghiera rituale, l'elemosina obbligatoria o zakat, il digiuno, il pellegrinaggio
a la Mecca e a Medina. La zakat costituisce uno dei segnavia fondamentali nella vita di un musulmano
La zakat nel mese di ramada
Durante i giorni di una piccola festa, ‘id al-fitr, esiste l'obbligo di pagare una parte, la zakat al-fitr, anch'esso su base
annua. Molti agricoltori omettevano consapevolmente il pagamento della zakat, assolto solo dal 20% di loro, mentre la
maggior parte di loro, fino al 76%, versava la zakat al-fitr, obbligo meno importante per il diritto musulmano ma più
sentito dai credenti per il legame con il mese sacro del Ramadan
Osservazioni conclusiv
Gli scienziati sociali concordano nell'osservare che la zakat non sia stata uno strumento efficace di assistenza ai
bisognosi e di redistribuzione della ricchezza. Questo perché il sistema fiscale dello Stato potrebbe essere considerato
come un'istituzionalizzazione della zakat. In questa descrizione, la creazione di nuove tasse all'interno di un aumento
generale della pressione fiscale potrebbe avere avuto come conseguenza l'abbandono dei sistemi tradizionali di
prelievo della zakat. Come abbiamo già visto, alcuni agricoltori, pur ammettendo di conoscere la legge della zakat,
scelgono per lo più di compiere azioni oblativo in occasione della festa del Ramadan. La zakat oggi è sentita come un
fatto obsoleto e ciò che viene messo in discussione è la sua obbligatorietà. Oggi sembra prevalere il versamento
volontario e opzionale. All'interno di un progressivo decentrarsi della zakat dalla sfera statuale a quella privata non
bisogna dimenticare che l’elemosina rituale resta un dovere per ogni musulmano. In questa tensione si inseriscono
gruppi e movimenti che usano la zakat come veicolo per la raccolta di fondi.
Le forme specifiche di oblatività nell'islam sono ideali e pratiche che costituiscono delle chiavi di ingresso significative
all'interno del tessuto vivo di molte società islamiche contemporanee. Queste società sono coinvolte da profonde
lacerazioni che devono spingere gli studiosi verso ricerche ponderate e soprattutto libere dalla spinta a condannare o
glorificare
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