Sei sulla pagina 1di 5

Gambino, fordismo

http://www.intermarx.com/temi/Gambino.html

temi
Critica del fordismo della scuola regolazionista di Ferruccio Gambino

Questo articolo stato pubblicato nel volume collettivo Eugenia Parise (a cura di), Stato Nazionale, lavoro e moneta, Napoli, Liguori, 1997, pp. 215-240.

Introduzione Alcune categorie quali fordismo, postfordismo e produzione immateriale, adoperate in anni recenti per descrivere le metamorfosi della produzione, si sono rivelate arnesi piuttosto spuntati[1]. Qui mi occuper dell'uso del "fordismo" e del "postfordismo" da parte della scuola regolazionista, che ha impresso una particolare torsione al primo termine ed ha coniato ex novo il secondo. Scopo di questo intervento di contribuire a rompere l'incantesimo pacicante nel quale i regolazionisti hanno adagiato il fordismo e il postfordismo. Dalla met degli anni Settanta e sulla scorta dell'opera di Michel Aglietta[2] e poi di altri esponenti della scuola regolazionista, tra cui Boyer, Coriat, Lipietz, il fordismo venuto assumendo un signicato neutro, dovuto s a una certa disinvoltura storiograca, ma anche alla retrocessione dei movimenti delle classi sociali a mero riferimento astratto[3]. Per fordismo la scuola regolazionista intende essenzialmente un sistema produttivo basato sulla catena dimontaggio, il quale sia capace di una produttivit industriale relativamente elevata[4]. L'attenzione della scuola regolazionista non va tanto alla nota inessibilit del processo di produzione, alla necessaria dequalicazione della forza-lavoro, alla struttura rigida del comando e della gerarchia produttiva e sociale del fordismo, n tantomeno alle forme e ai contenuti del conitto industriale generato sul suo terreno, quanto alla regolazione dei rapporti di produzione da parte dello stato come luogo di mediazione e di aggiustamento istituzionale delle forze sociali. Chiamer questa interpretazione "fordismo regolazionista", mentre chiamer "fordismo presindacale" l'accezione in cui il fordismo stato ordinariamente usato in Europa dai primi anni Venti sino agli anni Settanta[5].

Il fordismo regolazionista Cercher qui di seguito di esporre brevemente la periodizzazione che del fordismo regolazionista hanno dato i suoi ideatori, poich ritengo che essa sia cruciale ai ni della comprensione del suo scarto semantico rispetto al fordismo presindacale, del quale intendo poi delineare i tratti essenziali. Secondo i regolazionisti, il fordismo penetrerebbe nei gangli vitali della metalmeccanica statunitense e ne diventerebbe il catalizzatore in un periodo indenito, ma verosimilmente negli anni Venti, erogando alti salari e costituendo la punta di diamante del consumo di massa di beni durevoli. Dopo essere passato attraverso il laminatoio della Grande Depressione e della Seconda guerra mondiale, esso sarebbe alla base dell'espansione della keynesiana domanda effettiva negli Stati Uniti, dove assicurerebbe un regime di welfare e quindi di stabile riproduzione sociale complessiva, presumibilmente dalla ne degli anni Quaranta. Negli anni Cinquanta, tale sistema riproduttivo si irradierebbe dagli Stati Uniti verso ipaesi dell'Europa occidentale e il Giappone. Stando alla periodizzazione della scuola regolazionista, quindi, la grande stagione del fordismo risulta in realt alquanto breve, poich esso converge - ma solo sulla carta - con il keynesismo all'incirca alla ne degli anni Trenta; pu poi affermarsi concretamente alla ne degli anni Cinquanta e durare sino alla ne degli anni Sessanta, quando entra in crisi irreversibile. A quel punto si aprirebbe il periodo - nel quale saremmo tuttora immersi - del postfordismo. A ragione, la scuola regolazionista pu rivendicare il merito dell'interpretazione che associa le trasformazioni dei processi di valorizzazione ai mutamenti intervenuti nella sfera socio-politica e viceversa. Questa posizione stata poi fatta propria e sviluppata con i contributi sull'apparato statale e sui suoi rapporti con il capitale moderno e contemporaneo da Hirsch e Roth in Germania e Jessop in Gran Bretagna[6]. Secondo Jessop, la scuola regolazionista si compone di quattro principali indirizzi di ricerca[7]. Il primo indirizzo, aperto da Aglietta, studia i regimi dell'accumulazione nonch i modi della crescita secondo le loro determinazioni economiche ed ha applicato il suo primo schema interpretativo agli Stati Uniti. Altri studi hanno preso in considerazione le formazioni economiche statali, talvolta per studiarvi la diffusione del fordismo, talaltra per seguirvi le peculiarit dello sviluppo, indipendentemente dal loro inserimento o meno nel circuito economico internazionale. Il secondo indirizzo si concentra sulle dimensioni economiche internazionali della regolazione. Esso studia i modi peculiari della regolazione internazionale, nonch la forma e la dimensione delle complementarit tra diversi modi nazionali della crescita. Vengono cos esaminati i temi dell'inclusione e dell'esclusione delle formazioni statali e regionali dall'ordine economico e le tendenze alla chiusura autarchica e all'apertura internazionalistica dei vari paesi. Il terzo indirizzo analizza i modelli complessi delle strutture sociali dell'accumulazione a livello nazionale. La riproduzione delle societ dipende da un insieme di pratiche mediate istituzionalmente che assicurano almeno una certa corrispondenza tra diverse strutture e un equilibrio di compromesso fra le forze sociali. Questo indirizzo dedica particolare attenzione alle categorie di stato e di egemonia che esso considera elementi centrali della regolazione sociale. Il quarto indirizzo, il meno sviluppato, studia le interdipendenze delle strutture internazionali emergenti e i tentativi di fondare un ordine globale attraverso istituti internazionali (chiamati "regimi") destinati a stabilire o ristabilire un ordine internazionale. Ora, anche da questa sommaria elencazione dei principali temi della scuola regolazionista, risulta evidente che il baricentro dei suoi interessi sta nell'analisi non tanto dei rapporti sociali di produzione, quanto piuttosto degli istituti economico-statuali che vi presiedono. In breve, la scuola regolazionista insiste sulla permanenza delle strutture e deve trascurare i soggetti umani, le loro metamorfosi, le loro tensioni attorno alla disorganizzazione e alla riorganizzazione dei rapporti sociali. Il regolazionismo nasce e rimane irrimediabilmente magnetizzato dalla tenuta del capitalismo statunitense dopo il 1968 e nonostante la scontta in Vietnam. Secondo i regolazionisti, posto che agli Stati Uniti del secondo dopoguerra va imputata "la posizione imperialistica dominante"[8], occorre capire come e grazie a quali istituzioni le sue strutture e quelle dei paesi industriali alleati abbiano dimostrato la loro stabilit. In tale ipotesi di lavoro sotteso l'asserto secondo cui le istituzioni occidentali restano salde (e saldissime quelle statunitensi), mentre non soltanto le istituzioni del movimento operaio ma anche la forza-lavoro viva nel suo complesso appaiono inesorabilmente aggiogati all'inarrestabile marcia dell'accumulazione: in breve, nel medio e lungo periodo il mestoso incedere del capitalismo sarebbe destinato a continuare, mentre le sue aporie si dileguerebbero all'orizzonte. Si tratterebbe dunque di studiare le leggi secondo le quali il capitale occidentale va perpetuandosi. E' in questa temperie che esce il libro di Michel Aglietta[9] nell'anno successivo al primo shock petrolifero, che anche quello della scontta politica e militare di Washington nel Vietnam.

1 of 5

01/08/12 10:19

Gambino, fordismo

http://www.intermarx.com/temi/Gambino.html

Gli incerti contorni del postfordismo regolazionista

Il postfordismo appare ai regolazionisti come una sfera di cristallo nella quale, "a parte le conseguenze non ancora completamente prevedibili della tecnologia molecolare e genetica", possibile leggere qualche segno del futuro. Soprattutto nella nuova informazione, nelle telecomunicazioni e nelle tecnologie di elaborazione dei dati, che potrebbero diventare la base dell'"iperindustrializzazione", si intravede il potenziale di rivoluzionamento della produzione. Trasformando profondamente il lavoro e frammentando "l'operaio massa tayloristico", la "rivoluzione elettronica" ristratica la forza-lavoro e la divide in un ristretto livello superiore di iperqualicati e in un massiccio livello inferiore di esecutori postfordisti. In breve, essa separa la forzalavoro gerarchicamente e spazialmente e nisce per rompere il quadro della contrattazione collettiva[10]. Si intensica cos il ritmo di accumilazione e si apre una prospettiva di lungo periodo di capitalismo senza opposizione, ovvero di "turbocapitalismo", senza che ne venga intaccata la stabilit politica. L'operaio postfordista dei regolazionisti appare come un individuo atomizzato, reso essibile, tendenzialmente desindacalizzato, tenuto a basso salario e irrimediabilmente precarizzato nel posto di lavoro. Lo stato non assicura pi la copertura dei costi materiali della riproduzione della forzalavoro e asseconda la contrazione dei consumi. A giudizio dei regolazionisti, non potrebbe essere pi completo il rovesciamento del cosiddetto consumismo fordista, grazie al quale la forza-lavoro era asseritamente messa nelle condizioni salariali di comprare i beni di consumo durevoli che essa creava. Se poi guardiamo alla discontinuit tra fordismo e postfordismo, essa sembra derivare dal venir meno di due condizioni essenziali: il modo dell'accumulazione capitalistica e il mancato aggiustamento del consumo di massa all'aumento della produttivit generato dall'intensa accumulazione[11]. Negli "anni d'oro" successivi alla Seconda guerra mondiale, queste due condizioni erano soddisfatte: il fordismo mobilitava le capacit industriali ai due estremi dell'alta qualicazione e della dequalicazione, senza che il sistema venisse destabilizzato da tale polarizzazione; dai consumi di massa si ricavavano protti soddisfacenti, che tenevano il passo con gli investimenti crescenti[12]. A partire dagli anni Settanta, queste due condizioni non si vericano pi perch gli investimenti nel settore che produce merci dei paesi industrializzati sono cresciuti pi della produttivit, generando una crisi che il capitale tenta di risolvere per s cercando sbocchi produttivi e di mercato nel Terzo Mondo. Secondo i regolazionisti, le conseguenze sul piano sociale sono vaste. La societ si destatalizza; lo stato snellisce; il preponderante settore dei non privilegiati applica la parsimonia a se stesso per organizzare la propria sopravvivenza; non si intravedono nuove organizzazioni in grado di esprimere una solidariet collettiva sulle ceneri delle vecchie organizzazioni. Ai regolazionisti, scioperi, campagne e conitti nel punto della produzione appaiono lungo uno spettro prepolitico che va dal vivace ornamento (al quale la ricerca universitaria non pu dedicare attenzione) sino al fenomeno residuale.

La variante toyotola

I sostenitori dell'avvento del postfordismo hanno scoperto il toyotismo come sua variante concreta verso la ne degli anni 0ttanta[13]. Negli anni Settanta, l'Occidente cominci tardivamente ad accorgersi dell'espansione del capitalismo giapponese[14]. Allora esso era stato studiato come fenomeno che combinava avvedute strategie commerciali con un endemico conformismo e con politiche sociali insufcienti[15]. A sinistra vi era chi - a ragione e in anticipo sui tempi - ravvisava nell'espansione nipponica nuove tentazioni egemoniche del Giappone nell'Asia orientale[16]. Alcuni anni dopo, un ammiratore della crescita economica del Giappone ne constatava l'incremento regolare del livello di vita e l'assorbimento degli shock petroliferi degli anni Settanta[17]. Non mancava chi metteva in guardia contro l'irregimentazione della societ giapponese e contro il suo incipiente riuto delle regole dettate dall'Occidente[18]. Intanto cominciavano a conoscere una certa fortuna gli autori giapponesi che fornivano agli occidentali dubbie ma facili spiegazioni dell'ascesa del Giappone sulla base dei suoi modelli culturali e religiosi[19]. Negli anni Ottanta, si aprivano un varco verso il pubblico alcune opere importanti sulla sua struttura economica, nonostante le crescenti ostilit commerciali occidentali e i conseguenti, facili attacchi della stampa al sistema industriale giapponese[20]. Tuttavia, sempre negli anni Ottanta, alcuni studi di economisti e sociologi giapponesi tradotti in inglese passarono pressoch inosservati[21]. Per parte sua, il libro del massimo ideatore e propagatore del verbo toyotista, Tai'ichi Ohno[22], stato tradotto e diffuso in Occidente solo alla vigilia di questo decennio, quando il mondo industriale giapponese diventava uno dei terreni privilegiati di riessione sulla produttivit industriale. Nei primi anni Novanta, grazie soprattutto al noto volume di Coriat[23], anche nell'Europa continentale il dibattito sull'industria giapponese si sposta dalle motivazioni culturali alle strategie d'impresa, mentre qualche pur meritevole contributo precedente aveva suscitato minore interesse. Secondo Coriat, l'insegnamento irradiatosi dagli stabilimenti della Toyota introduce un nuovo paradigma produttivo di importanza paragonabile a quello che furono ai loro tempi il taylorismo e il fordismo. Si presenta cos alla ribalta il toyotismo con la maschera di un postfordismo compiuto e ormai ineluttabile. Il toyotismo sarebbe l'inveramento di una tendenza alla nuova razionalizzazione che era s albeggiata con la categoria del postfordismo, ma che in Occidente era apparsa vaga, non incarnandosi in una produzione concreta e in uno spazio consolidato. Per contro, apprendiamo da Coriat che nel toyotismo si realizza il toyotismo non soltanto quale insieme di tentativi di razionalizzare e di abbattere i costi di produzione, bens anche quale esperimento su vasta scala di nuovi e pi avanzati rapporti di produzione, addirittura di una nuova socialit che pu pregurare nuove forme di democrazia industriale. Nel libro di Coriat, l'Occidente rimane sullo sfondo, ma se dal delicato equilibrio produttivo giapponese ci trasportassimo verso la sua variante europea, la fabbrica diffusa, troveremmo un toyotismo informale, fondato su accordi individuali. Ad esempio, nei celebrati distretti industriali italiani il padronato della fabbrica diffusa cerca di instaurare rapporti individuali per ottenere una contrattazione frantumata. Secondo poi la vulgata toyotista, il nuovo sistema produttivo sorto prevalentemente per fattori di domanda endogena durante e dopo il boom della guerra di Corea (1950-53) come produzione senza scorte (just in time), e quindi in sostanza come tentativo di ridurre i tempi di attraversamento delle materie prime, in presenza di una manodopera limitata, anzi a numero chiuso[24]. Le novit del toyotismo sono essenzialmente la produzione senza scorte e di pronta reazione al mercato, l'imposizione della polivalenza agli operai che vengono addetti a pi macchine o simultaneamente o sequenzialmente, il controllo di qualit in corso d'opera, l'informazione simultanea sull'andamento della produzione nella fabbrica, informazione tanto capillare e autoritariamente ltrata da creare imbarazzo sociale e dramma nel caso di eventi nocivi alla produzione. La produzione pu essere interrotta in qualsiasi momento, creando cos un caso che coinvolge la squadra o il reparto o addirittura tutta la fabbrica. L'operaio che dimostra la sua indifferenza di salariato di fronte agli esiti produttivi dell'azienda e che quindi non si integra nel gruppo viene stigmatizzato e indotto ad andarsene. Da Coriat veniamo a sapere che nel dilemma "democrazia/ostracismo", al gruppo pu forse toccare la democrazia, mentre allo stigmatizzato tocca sicuramente l'ostracismo. Nelle descrizione delle mirabilia del toyotismo, per amor di completezza Coriat[25] dedica una laconica nota a Satochi Kamata, il saggista che nel 1972 and a lavorare alla Toyota e ne trasse il libro dal titolo signicativo, Toyota, la fabbrica della disperazione[26]. Il toyotismo offre alcuni vantaggi ai regolazionisti rispetto all'orizzonte manageriale occidentale, bench il vantaggio produttivo giapponese stia rivelandosi fragile a dispetto dell'alone propagandistico che l'ha soffuso in Occidente[27]. Innanzitutto esso un esperimento geogracamente remoto e commercialmente riuscito, poich trova una sua via all'accumulazione, anche se in congiunture prebelliche e belliche, e nient'affatto ireniche come invece i rapsodi del toyotismo vorrebbero far credere. In secondo luogo, i metodi toyotisti sembrano contraddire il crescente processo di individualizzazione, al quale viene sovente imputata la resistenza endemica da parte della forza-lavoro occidentale alla massicazione e

2 of 5

01/08/12 10:19

Gambino, fordismo

http://www.intermarx.com/temi/Gambino.html

all'irregimentazione. In terzo luogo, il toyotismo portatore di un programma di terziarizzazione della forza-lavoro, il cosiddetto sbiancamento dei colletti blu, che riguarda s una minoranza alquanto ristretta delle maestranze, ma che converge con quelle previsioni di ristraticazione dualistica della forza-lavoro che i postfordisti considerano ineluttabile.

Il fordismo presindacale

Qual la realt del fordismo dalla parte dei soggetti che l'hanno sperimentato sulla loro pelle? In sintesi, il fordismo un sistema autoritario di produzione imposto "oggettivamente" dalla catena di montaggio, a salario e condizioni di lavoro che la forza-lavoro non pu negoziare collettivamente. Si tratta dunque del fordismo presindacale, che con i ritmi di lavoro tagliati, con le guardie armate, con l'intimidazione sica sul luogo di lavoro e con la propaganda esterna negli anni Venti e Trenta costituisce uno degli elementi essenziali nella lenta costruzione dell'universo concentrazionario che stava mettendo i suoi primi artigli nell'Urss staliniana e che li avrebbe presto messi anche nella Germania nazista. Per contro, negli Stati Uniti, anche durante la Grande depressione, permane e si rafforza un costume democratico di base che punta alla costruzione del sindacato industriale e cinge d'assedio il fordismo sino a farlo cadere. Nei vent'anni che precedono la sindacalizzazione del 1941, alla Ford i managers e i guardiani-picchiatori conducono la repressione antioperaia a colpi di pestaggi, di licenziamenti e di relazioni pubbliche. Forse un giorno si potr essere pi puntuali di Irving Bernstein, quando, a proposito del maggiore stabilimento Ford, egli scrive: "il River Rouge ... era un grande campo di concentramento basato sulla paura e la violenza sica"[28]. Sta di fatto che il delirio fordista di rompere il ritmo dell'agire umano per comprimerlo secondo un piano rigido su scala planetaria viene scontto negli Stati Uniti, ma nel frattempo esso gi trapassato nell'Europa in amme. Si pu sostenere che nel ventesimo secolo la catena di montaggio , insieme con le macchine totalitarie dello stato e del nazionalismo razzista, una delle strutture originali che spiegano in ampia misura i misfatti concentrazionari perpetrati su scala industriale. Intendo dire che nel fordismo presindacale, e nel taylorismo prima, non era gi contenuto in potenza il suo contrario: non la superiorit del lavoro "sul capitale" di Abramo Lincoln, n la costruzione del sindacato industriale Cio, n la caduta della divisione del lavoro razzista e maschilista, n tantomeno il diritto di sciopero. Il fascismo e il nazismo non erano ab origine le anime perdenti del fordismo, ma furono costretti a diventarlo grazie alle lotte sociali e operaie degli anni Trenta negli Stati Uniti, quelle stesse lotte che avevano gi fermato una classe dirigente sulla china di soluzioni corporative al momento della formazione del primo gabinetto Roosvelt nel 1932-33. Com' noto, negli Stati Uniti la catena di montaggio viene da lontano. La produzione in serie di beni durevoli nel Novecento un processo che si innesta sull'American System of Manufactures, il metodo di produzione per parti intercambiabili che era stato incubato dall'industria statunitense gi nell'Ottocento[29]. L'esperimento della fabbrica Ford un momento cruciale di tale produzione in serie, poich esso la applica a un bene durevole, l'automobile, che nei primi anni di questo secolo appariva generalmente un oggetto di lusso anche negli Stati Uniti. Cos facendo, la Ford struttura una domanda sempre pi ampia e pressante, la quale a sua volta legittima presso l'opinione pubblica le misure autoritarie che sono tipiche degli stabilimenti Ford nel periodo che va dai primi del secolo alla vigilia della seconda guerra mondiale. Si detto: esperimento autoritario da parte di Ford, a suo modo pi autoritario e soprattutto pi fattuale della stessa predicazione di Frederick W. Taylor che lo precede di un ventennio. L'operaio che lavora per la Ford un individuo che produce lo strumento per la moltiplicazione dei punti di contatto degli individui[30], ma paradossalmente egli lo produce proprio grazie al suo imprigionamento a ore nel punto di produzione, l dove privato del diritto di locomozione in misura no ad allora sconosciuta, cos come la donna addetta alla sua riproduzione quotidiana legata ai ritmi della produzione industriale e nel contempo connata nella penombra sociale del lavoro domestico. L'operaio privato anche del diritto di parola, poich - e in questo disciplinamento il fordismo il potenziatore del taylorismo - egli riceve non tanto ordini verbali diretti da un superiore quanto una scansione preodinata del ritmo produttivo dal macchinario; la comunicazione e il contatto con i suoi pari vengono minimizzati e, in ogni caso, egli deve semplicemente agire per reazione monotona agli impulsi di un sistema produttivo totalitario. Non ultimi fattori d'isolamento sono le barriere linguistiche che gli operai immigrati portano in dono alla Ford e che questa mantiene e valorizza a ragion veduta per quattro decenni, fomentando aspre incomprensioni e divisioni che vengono attenuate soltanto dal tempo, dalla contiguit diuturna, dalla Grande depressione e dall'opera organizzativa apparentemente scontta in partenza e tuttavia instancabile di una minoranza che si batte per il sindacalismo industriale negli anni Venti e Trenta. E' noto che n dalla sua fondazione nel 1903 la Ford non tollera alcuna presenza dei sindacati: non soltanto dei sindacati di mestiere o industriali, bens neppure di quelli "gialli" ovvero padronali. I sindacati rimangono fuori dai cancelli della Ford statunitense no al 1941. Il salario diventa alto con i famosi cinque dollari al giorno del gennaio 1914, ma soltanto per gli operai che il Dipartimento sociologico della Ford approva dopo minuziose ispezioni nelle pieghe della vita personale e familiare e soltanto nell'alta congiuntura, quando la Ford stretta dal pressante bisogno di stabilizzare una forza-lavoro che abbandona le sue fabbriche a causa dei ritmi massacranti[31]. Il piano di controllo totale degli operai e delle loro famiglie va in crisi dopo l'entrata in guerra degli Stati Uniti nel 1917, quando la sorveglianza comincia a impiegare pi capillarmente gli spioni nei reparti. Nella recessione successiva alla Prima guerra mondiale, i salari delle altre aziende tendono ad eguagliare quelli della Ford che smantella le forme di assistenza adottate negli anni Dieci. Nel febbraio del 1921, pi del 30% degli operai Ford vengono licenziati e quelli che rimangono devono accontentarsi degli inazionati sei dollari al giorno e dell'ulteriore taglio dei tempi. La supremazia della Ford nell'auto si incrina alla met degli anni Venti, quando i manager della General Motors, in buona parte transfughi della Ford e dai suoi metodi autoritari, le strappano denitivamente il primato della produzione automobilistica. Contro la produzione indifferenziata per "le moltitudini", come le chiama Henry Ford, la General Motors vince la battaglia in nome della distinzione e dell'individuazione, ampliando la gamma produttiva, diversicando e introducendo annualmente nuovi modelli. Dalla ne degli anni Venti e sino alla sindacalizzazione del 1941, la Ford un'azienda notoria per i suoi salari, inferiori persino ai bassi salari del settore dell'auto in generale[32]. Il sorpasso da parte della Generl Motors e le difcolt nanziarie non bastano a piegare il fordismo presindacale negli Stati Uniti: sono prima le rivolte operaie e le occupazioni di fabbrica degli anni Trenta e poi la sindacalizzazione della grande industria che determinano l'accerchiamento politico delle altre imprese automobilistiche e inne della Ford, sino alla sua vera e propria capitolazione allo Uaw, il sindacato dell'auto, a seguito del grande sciopero della primavera del 1941. Il fordismo presindacale si dissolve quando, a fronte degli attacchi delle guardie armate, i picchetti degli scioperanti invece di diradarsi si singrossano e le disperdono. E' il momento che si pu forse rammentare con le parole di Emil Mazey, uno dei principali organizzatori dello Uaw: "Era come veder prendere improvvisamente vita degli uomini che erano stati semimorti"[33]. Con la rma del primo contratto sindacale nel 1941, la Ford non solo si allinea sulle posizioni delle altre grandi dell'auto, General Motor e Chrysler, ma le supera nelle concessioni allo Uaw e si salva una seconda volta dal fallimento solo grazie alle commesse belliche del governo. Gi nel corso della Seconda guerra mondiale, essa cerca di rafforzare l'apparato sindacale in fabbrica e di integrarlo agli obbiettivi dell'impresa. A partire dal 1946, un nuovo management Ford dispone una strategia di lunga lena per cooptare lo Uaw e renderlo uno strumento di integrazione aziendale. Il fordismo cos sepolto. Se si intende per fordismo un sistema autoritario di produzione in serie alla catena di montaggio, a salario e condizioni di lavoro che la forzalavoro non pu negoziare sindacalmente, un fordismo quale la sociologia del lavoro aveva generalmente inteso negli anni Venti e Trenta, allora il fordismo si estingue grazie alle lotte per il sindacalismo industriale negli Stati Uniti degli anni Trenta, coronate dall'imposizione della contrattazione collettiva alla Ford nel 1941. Quanto alle tendenze a negare totalitariamente la discrezionalit della forza-lavoro nella scansione dei tempi lavorativi e all'imposizione di ritmi di lavoro incorporati nel macchinario, esse sono ben lontane dall'essere svanite con la ne del fordismo presindacale; esse sono pi cogenti che mai in questo scorcio di secolo, proprio a fronte del potenziamento delle forze produttive del lavoro e dell'avvento delle macchine logiche, ma sono ormai lontane dal fordismo presindacale. Possiamo considerare o meno tali tendenze come un capitolo di un pi vasto movimento di

3 of 5

01/08/12 10:19

Gambino, fordismo

http://www.intermarx.com/temi/Gambino.html

razionalizzazione che comincia con l'American System of Manufactures e che non si ancora esaurito. In ogni caso, la spinta complessiva al comando sui tempi di lavoro attraverso l'"oggettivit" del macchinario[34] incubata da altre grandi imprese prima della Ford, esplode con la diffusione della catena di montaggio fordista, non si esaurisce affatto con la sua temporanea scontta alla ne degli anni Trenta, e anzi sembra oggi imporsi con rinnovata virulenza anche nei recessi pi remoti della penetrazione capitalistica.

Postfordismo e toyotismo globali

Quanto alla categoria del postfordismo, formulata oscuramente dai regolazionisti, essa ha poi aperto la strada ad alcune posizioni che sembrano fondarsi su due assiomi indimostrati: il determinismo tecnologico delle serie discrete degli anni Settanta di questo secolo costituirebbero un momento di rottura profonda con le grandi serie nella produzione di beni durevoli e la recente scoperta della produttivit della comunicazione tra i cosiddetti produttori all'interno dell'azienda[35]. Il primo assioma deriva dalla constatazione che la produzione materiale in genere e persino quella meccanica - pi discontinua di quella a usso procede oggi per serie discrete, poich, grazie alla essibilit delle macchine utensili, a cominciare da quelle a controllo numerico negli anni Cinquanto, viene facilitata la diversicazione del prodotto, in particolare nella produzione di beni durevoli. Questa diversicazione permette non soltanto di assecondare i consumatori impegnati nella ricerca di distinzione, ma anche di plasmare i gusti e generalmente di esaltare i ritocchi e le personalizzazioni che passano per costose innovazioni. In breve, tale tendenza non che il potenziamento della spinta alla diversicazione che la General Motors aveva assecondato e promosso n dai primi anni Venti e che le aveva permesso di battere la Ford quando Henry Ford aveva sentenziato che "il cliente pu comprare l'automobile del colore che vuole, purch sia nera". La produzione di massa aveva solo in apparenza plasmato l'operaio-massa (tremine usato ma anche abusato al ne di procedere sommariamente per gure storiche). In parecchi reparti del maggiore stabilimento della Ford, il River Rouge, il silenzio Ford era interrotto dal "bisbiglio Ford", ovvero "dalla comunicazione gestuale", uno degli elementi della resistenza operaia no allo scontro decisivo del 1941[36]. Nonostante il dovere d'indossare l'indifferenziata tuta blu e pur in mancanza dell'opportuna autorizzazione a pensare, vi era evidentemente nel "produttore" una mente che aspirava all'individuazione, non al livellamento universale. Andava ormai esaurendosi la battaglia livellatrice per un'eguaglianza "che possegga la solidit di un pregiudizio popolare"[37]. Verso la ne degli anni Venti, Henry Ford si trov una prima volta in serie difcolt nanziarie per la sua insistenza sul modello T a un solo colore. Si pu ricordare che nelle fabbriche Ford neppure nei bui anni Trenta mancavano gli operai che rischiavano il licenziamento pur di comprare un'automobile della General Motors[38]. Dunque, nell'industria automobilistica la General Motors degli anni Venti che realizza una produzione essibile compatibile con i tempi[39]. I suoi veicoli diversicati vengono prodotti con la messa in comune (commonalisation) delle macchine utensili e della principale componentistica dell'auto. Le economie di scala sono la base delle economie di gamma. La variet produttiva ben lontana dall'aver aspettato il toyotismo, come era ben consapevole Charles Wright Mills all'inizio degli anni Cinquanta, quando denunciava l'intreccio manipolato dei gusti massicati e dei "tocchi personali" sui prodotti correnti[40] Inoltre, viene dato per scontato che il toyotismo abbia rotto con il "fordismo" sviluppando la sua essibilit gi negli anni Cinquanta e Sessanta, in quanto la sua produzione automobilistica doveva far fronte a una domanda alquanto diversicata. Lo stesso massimo esponente del toyotismo[41] lo afferma, e parecchi studiosi occidentali, tra cui Coriat, ne hanno propagato il mito. In realt, nel dopoguerra la Toyota, al pari della Nissan, poteva contare su di una breve esperienza come produttrice di autoveicoli; aveva cominciato a produrli soltanto nel 1936 e aveva imparato presto a costruirsi una posizione oligopolistica contribuendo a sloggiare la Ford e la General Motors dal Giappone appena tre anni dopo. Dopo il 1945, con la famiglia Toyoda ancora al timone dell'azienda, essa vissuta a lungo di grandi serie, esportate e poi prodotte anche all'estero. La continuit non con il fordismo regolazionista bens con il settore statunitense dell'auto risulta assai pi forte di quanto la vulgata toyotola voglia ammettere. Infatti, dopo una stentata riconversione postbellica, la Toyota tenta la via dell'utilitaria (la Toyotapet) e subisce gli scioperi del 1949 e del 1953. Essa si salva grazie soprattutto all'intransigenza della Nissan, che distrugge il sindacato dell'auto Zenji, ma anche grazie alle commesse statunitensi in occasione della guerra di Corea. In seguito e per un ventennio, la gamma produttiva della Toyota, come quella delle altre aziende automibilistiche giapponesi, ristretta a pochissimi modelli. Sino agli anni Sessanta la qualit scadente di tali modelli ne rende fallimentari le esportazioni. In seguito a questi insuccessi, comincia la fase di sperimentazione, fondata sia sull'impiego di squadre polivalenti e mobilitabili per macchine utensili a moduli variabili, sia sull'attenzione alla qualit in vista dell'esportazione[42]. E' il successo di un unico modello (l'utilitaria Corolla) negli anni Settanta che getta le basi della diversicazione produttiva, non viceversa; ed un successo che la Toyota coglie all'estero ben pi che all'interno, dove il mercato assai meno dinamico. Fino agli anni Ottanta, la variet dei modelli Toyota prudentemente limitata e soltanto negli anni Ottanta, quando il mercato interno segna una battuta d'arresto, l'azienda espande la gamma produttiva per conquistare nuove quote di mercato all'estero. Non dunque la variet dei modelli bens la mobilitazione della forzalavoro dopo una storica scontta operaia che spiega la sperimentazione dell'ingegner Ohno alla Toyota. La novit sostanziale consiste nel fatto che mentre la General Motors degli anni Venti si accontentava della variet dei modelli, la Toyota piega la sua squadra, comandabile a piacere, al lavoro polivalente per la produzione di modelli differenziati lungo la stessa linea. Quanto alla produzione senza scorte, essa era gi stata sperimentata a suo modo dall'industria dell'auto negli Stati Uniti negli anni Venti e perno oltre la Depressione. La "messa in libert" a salario zero, cos frequente negli anni Venti e ancor pi durante la Grande Depressione a causa della stagionalit della domanda, divent uno dei terreni di scontro decisivi per la nascita del sindacato dell'auto negli Stati Uniti[43]. Nella partita ai punti del 1936-37 tra lo Uaw e la General Motors, il sindacato vinse sulla programmazione delle scorte e sull'eliminazione della disoccupazione stagionale. Forse quanti tessono le lodi del just in time possono staccare una pagina dalle cronache della Detroit degli anni Trenta, ma anche, ad esempio, dei ricorrenti scioperi europei e statunitensi da parte degli autotrasportatori "padroncini" del ciclo dell'automobile che in realt sono l'estrema appendice delle grandi imprese. Stando al secondo assioma, i sostenitori del postfordismo affermano che la produzione richiede ormai e richieder sempre pi gradi elevatissimi di comunicazione tra i soggetti produttivi e che tali livelli a loro volta rimandano a spazi di discrezionalit dei cosiddetti produttori che sono assai rilevanti rispetto a un passato di lavoro non-comunicativo, di "silenziosa coazione dei rapporti economici"[44] del mondo moderno. Tale comunicazione creerebbe una connettivit sempre pi intensa tra soggetti, in contrasto con l'isolamento, la separatezza e il mutismo imposti all'operaio dalla prima e dalla seconda rivoluzione industriale. Mentre indubbio che i processi di apprendimento nella produzione (learning by doing) hanno richiesto e richiedono un notevole grado di interazione anche verbale tra individui, resta il fatto che dal taylorismo in poi il risparmio di tempo di lavoro passa in larga misura attraverso la minimizzazione del contatto e dell'interazione informale tra i pianicatori e gli esecutori. Il taylorismo ha cercato con magri risultati di imporre tale pianicazione al ne di aumentare la produttivit, sottraendo ai capi e agli operai la discrezionalit temporale che essi assumevano negoziando informalmente e verbalmente nei reparti. Tuttavia, anche nell'epoca del fordismo presindacale, va ricordato che nei periodi di ristrutturazione di fabbrica, di cambiamento dei modelli e di innovazione tecnologica, il bisbiglio della ristrutturazione era non solo produttivo ma addirittura essenziale al buon esito dell'operazione. Dunque, il silenzio imposto d'autorit e il rumore assordante dello sviluppo dominano l'industria dell'auto sino alla met degli anni Trenta[45]. Ma il disciplinamento del sillenzio e del bisbiglio entro gli alvei della comunicazione produttiva di capitale non forse un tratto costitutivo della fabbrica moderna? A questo proposito, si pu notare che la stessa sociologia industriale come disciplina stata costruita sull'occultamento della dimensione comunicativa e sulla ripulsa di qualsiasi analisi dei processi di interazione verbale nei luoghi di lavoro. Non si tratta di una mera distrazione. Baster qui ricordare l'osservazionedi Harold Garnkel:

4 of 5

01/08/12 10:19

Gambino, fordismo

http://www.intermarx.com/temi/Gambino.html

"Esiste un ordine prodotto localmente delle cose del lavoro; [...] esse formano un dominio imponente di fenomeni organizzativi; [...] gli studi classici del lavoro, senza rimedio o alternativa, dipendono dall'esistenza di questi fenomeni, fanno uso del dominio e lo ignorano"[46] Quanto alle tendenze a imporre totalitariamente i ritmi di lavoro, esse non sono certo svanite con la ne del fordismo presindacale; tornano pi cogenti che mai in questo scorcio di secolo, proprio a fronte del potenziamento delle forze produttive del lavoro e anzi hanno assunto alcuni tratti del fordismo presindacale dei ruggenti anni Venti: precariet del posto di lavoro, mancanza di assistenza sanitaria e di sussidio di disoccupazione, decurtazioni non solo dei salari reali, ma anche dei salari nominali, spostamento di linee produttive lontano dalle regioni industrialmente "mature". I tempi di lavoro si prolungano, anzich accorciarsi. In tutto l'Occidente come anche in Oriente si lavora pi a lungo di vent'anni fa, e in una dimensione sociale dalla quale il potere regolatore dello stato si eclissato. Si lavora pi a lungo e pi intensamente anche grazie all'obsoleto cronometro taylorista e alla catena di montaggio fordista "fuori moda". Ironicamente, proprio per la Francia, dov' sorta la scuola regolazionista, preziosi dati, altrove inesistenti, mostrano che il lavoro alla catena e sotto costrizione automatica in aumento, sia percentualmente che in assoluto: vi erano sottoposti il 13,2% degli operai nel 1984 e il 16,7% nel 1991 (su, rispettivamente, 6.187.000 e 6.239.000 operai)[47]. Negli anni Cinquanta e Sessanta, ovvero negli "anni d'oro" del fordismo, come li chiama Lipietz, l'economia internazionale sotto guida statunitense promosse la domanda di investimenti privati, pi ancora dei consumi dei beni-salario. Quello che appariva un sistema stabile cominci a sfaldarsi dall'interno, perch alla ne degli anni Sessanta la lotta di classe nelle sue forme variegate ribalt le solide certezze del capitale sul terreno del salario, dell'organizzazione del lavoro, del rapporto tra sviluppo e sottosviluppo, del patriarcato. Se non si comprende la radicalit di tale sda, non si possono cogliere gli elementi di crisi e di incertezza che hanno caratterizzato le prospettive di dominio nel ventennio successivo[48]. La disomogeneit delle reazioni - dalla guerra manovrata contro i colletti blu nei paesi industrializzati no alla regionalizzazione in tre grandi aree capitalistiche (Nafta, Unione Europea e Giappone) e alla spedizione nel Golfo - denotano non il passaggio a un modello postfordista ma la continua ricombinazione di vecchi e nuovi elementi di dominio per scomporre politicamente la forza-lavoro attorno a una produzione essibile.

Conclusioni

Il regolazionismo guarda alle implicazioni dal lato del capitale come centro e motore del movimento operaio complessivo della societ. Hirsch e Roth parlano a nome di molti quando affermano che " sempre il capitale stesso e le strutture che esso impone 'oggettivamente' alle spalle degli attori che mette in moto le condizioni decisive delle lotte di classe e dei processi di crisi"[49]. Non stupisce che le conclusioni che i regolazionisti traggono da tale posizione vadano nell'unica direzione che non loro preclusa: il conitto contro le leggi dello sviluppo capitalistico non ha futuro, e pertanto inutile rilevare le crepe nell'edicio del dominio. Parafrasando Mark Twain, si pu dire che se i regolazionisti dispongono soltanto di un martello panfordista non vedranno altro che chiodi postfordisti da ribadire. Assumendo tale posizione, i regolazionisti non soltanto si precludono la via dell'analisi dei processi conittuali presenti e futuri, ma si autoescludono dal dibattito a pi voci che si incentra sui soggetti[50]. Non altrimenti si pu spiegare la riduzione regolazionista della classe operaia negli Stati Uniti a mero oggetto fordizzato[51], persino nei suoi momenti di maggiore progettualit antagonistica, come essa ha certamente espresso tra la Grande depressione e il nuovo ordine nazifascista in Europa. E assumendo tale posizione, il regolazionismo non pu comprendere poi come proprio tale classe operaia abbia contribuito in maniera determinante a porre lo stesso capitalismo statunitense in rotta di collisione con il nazifascismo. Il fordismo presindacale fu transeunte, non nel senso banale (ma pur non insignicante) di un Henry Ford che andava nanziando Hitler sulla via verso il potere e si fregiava delle medaglie naziste no al 1938, ma perch a sconvolgere la silenziosa coazione della forza-lavoro fordizzata era la forza-lavoro stessa, in uno dei movimenti sociali di autoemancipazione che i regolazionisti non sono strutturalmente attrezzati per comprendere nelle sue vaste implicazioni a livello mondiale e per lunghi anni avvenire, ben al di l della Seconda guerra mondiale. Quanto alla condizione odierna, non in questione l'esame delle novit dopo la caduta delle certezze oltre che del muro di Berlino, bens la possibilit o meno di scrollarsi di dosso l'ineluttabilit del passaggio a un paradigma "postfordista" nel quale la forza-lavoro guri ancora una volta come mero oggetto e massa inerte. Come notavano Holloway e Pelaez, l'insistenza con la quale i regolazionisti invitano il loro pubblico a guardare in faccia il futuro desta qualche perplessit[52]. Dopotutto, la fede nelle meraviglie della tecnologia da parte delle organizzazioni del movimento operaio ha condotto a qualche epocale scontta nel passato. Non soltanto in gioco l'inevitabilit di un sistema, quello capitalistico, che ha troppi connotati di costrizione e di morte per essere accettabile, bens persino la possibilit di qualsiasi iniziativa, anche la pi cauta, che parta dai soggetti. In gioco la prospettiva di combattere una precostituita subordinazione della forza-lavoro agli inesorabili Tempi Nuovi impastati s di silicio informatico, ma anche di forti ostilit intraimperiali, per il momento ammantate di parole d'ordine quali concorrenza e libero mercato. E' l'indeterminazione dei conni dell'azione conittuale che il presente ci induce a difendere. Dovremo dunque riesaminare tempestivamente qualche strumento, al ne di sgombrare il futuro se non delle eventuali ipoteche, almeno dei belati pi lamentosi. Finora la scomposizione e l'anatomizzazione della forza-lavoro in quanto "macchina umana" hanno di fatto costituito il processo preparatorio dei vari stadi della meccanizzazione; un processo che il dominio capitalistico ha costantemente presentato come necessario. Il punto non se il postfordismo si aggiri tra noi, ma se si pu arrestare il sacricio delle "macchine umane" sulle piramidi dell'accumulazione. torna alla home page trona al men temi

5 of 5

01/08/12 10:19