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CAPITOLO I

●LA PSICOLOGIA DELL’INVECCHIAMENTO


Con il crescente numero di anni di prospettiva di vita è cresciuto l’interesse e la ricerca relativi
l’invecchiamento.
Varie scienze nel tempo hanno iniziato a studiare prima l’invecchiamento patologico, poi l’invecchiamento
“normale” … Ad esempio, la psicologia della vecchiaia (oggetto: la persona anziana), la psicologia delle
differenze d’età (obiettivo: individuazione cause e conseguenze di meccanismi e processi alla base delle
differenze legate all’età); infine: la psicologia dell’invecchiamento che si occupa dello studio della stabilità o
dei cambiamenti psicologici della persona che invecchia.
In generale importante è la distinzione tra discipline quali:
Geriatria: poiché studia gli aspetti legati alle patologie che caratterizzano l’invecchiamento.
Gerontologia: poiché studia i processi di invecchiamento non patologico.

E’ nata così la figura del geropsicologo, che secondo le linee guida dell’APA deve avere i seguenti requisiti:
1.Competenze e atteggiamento nel lavoro con l’anziano
2.Conoscenze generali sullo sviluppo dell’adulto, sull’invecchiamento e sugli anziani.
3.Problematiche cliniche
4.Valutazione
5.Intervento, counseling e altri servizi
6.Formazione continua

●COSA VUOL DIRE INVECCHIARE

L’invecchiamento è distinto dalla malattia, infatti il primo è caratterizzato da cambiamenti universali e non
reversibili, ma non è necessariamente invalidante; mentre la malattia, può essere curata, alleviata o
ritardata nel suo insorgere, colpisce solo una parte della popolazione, ma è invalidante.

Diversi tipi per considerare l’età:


1.Età biologica: detta anche età del corpo, è un indicatore dinamico dello stato di salute e funzionamento
dell’organismo. È definita mediante attraverso il numero di anni che una persona si aspetta di vivere, in
relazione alla funzionalità dei suoi organi vitali.

2.Età psicologica: definita come l’età soggettiva che ognuno sente di avere e si riferisce a quanto bene una
persona riesce a utilizzare le proprie abilità cognitive, personali o sociali, per sperimentare nuove esperienze
ed attività, oltre che per adattarsi a condizioni nuove.

3.L’età sociale: determinata dalla posizione sociale raggiunta a una data età rispetto all’età media; si riferisce
a come dovrebbero comportarsi o a che ruolo dovrebbero rivestire gli individui di una determinata età
cronologica, secondo il punto di vista e le aspettative che la società ha verso quella determinata età.

4.Età funzionale: fa riferimento alle competenze che la persona mostra di avere mentre svolge specifici
compiti; per stabilirla, come l’età biologica, è necessario un confronto con pari di età cronologica.

=> A livello istituzionale si è considerati vecchi a 60-65 anni.


=> L’invecchiamento della popolazione è inoltre legato alla diminuzione del tasso di fertilità.
=> Nonostante tutti i possibili criteri non vi sono regole precise per stabilire quando una persona è
considerata vecchia: troppi fattori personali e impersonali.
=> Ci sono fattori e stili di vita che possono influire su un buon invecchiamento

Sono proposti dei criteri in base all’età cronologica, che comunque ne sottolineano la variabilità:
- 64-74 anni: GIOVANI-ANZIANI
- 75-85 anni: ANZIANI
- 85-99 anni: GRANDI VECCHI
- Oltre i 99 anni: CENTENARI

CAPITOLO V – Il cervello che invecchia tra perdite e guadagni

PUNTI CHIAVE DEL CAPITOLO


● I cambiamenti a livello del cervello sono differenziali e dipendono dagli aspetti considerati (volume, aree,
materia bianca o grigia ecc.).
● Con l’età vi sono modificazioni nella sintesi, nella produzione e nella (ri)captazione di vari
neurotrasmettitori con conseguenze sulla plasticità neuronale e sul rendimento cognitivo.
● Il consumo di ossigeno e del flusso sanguigno diminuisce con l’età.
● Gli adulti anziani dimostrano una maschera di attivazioni più diffusa che coinvolge i due emisferi cerebrali,
mentre nei giovani si ha lateralizzazione cerebrale dell’attività HERA (Hemispheric Encoding Retrieval
Asymetry).
● Variazioni nell’attività dell’enzima COMT (Catecol-O-MetilTransferasi), che comportano un’alterazione
della modulazione dopaminergica, influenzano in modo più accentuato nell’invecchiamento la prestazione in
compiti di controllo esecutivo, di memoria di lavoro e di memoria a lungo termine.
● Secondo l’ipotesi della modulazione delle risorse, gli effetti genetici sulla cognizione sono più ampi per gli
individui con un livello intermedio di risorse neuroanatomiche e neurochimiche. Nell’invecchiamento
normale una quantità costante di variazione genetica si traduce in differenze di rendimento sempre più
ampie.
● La compensazione funzionale durante l’invecchiamento cerebrale viene spiegata attraverso vari modelli
quali HAROLD (Hemispheric Asymetry Reduction in Older Adults), cioè l’attivazione controlaterale di regioni
omologhe; PASA (Posterior-Anterior Shift in Aging), un’attivazione supplementare delle regioni cerebrali
anteriori, soprattutto frontali, associata a una relativa riduzione dell’attività nelle aree posteriori, in
particolare occipitali; CRUNCH (Compensation-Related Utilization of Neural Circuits Hypothesis), il
reclutamento di un numero maggiore o minore di circuiti neuronali rispetto ai giovani adulti, a seconda delle
richieste del compito in corso; o STAC(Scaffolding Theory of Aging and Cognition), la formazione di
impalcature grazie a nuovi apprendimenti, training ecc.
● La dedifferenziazione si riferisce all’effetto deleterio sul comportamento di un’attività cerebrale più
diffusa.
● Processi di riorganizzazione cerebrale precoce, che si verificano subito dopo l’ictus, sono presenti anche in
età molto avanzata.
● Le tecniche di visualizzazione cerebrale aiutano nella diagnosi clinica per indentificare i segni infraclinici o
iniziali riguardanti l’alterazione delle strutture cerebrali prima del manifestarsi di disturbi comportamentali
nella malattia di Alzheimer, nel morbo di Parkinson e nell’ictus.

PERCORSO DI AUTOVERIFICA
✓ Quali sono le tecniche di visualizzazione cerebrale principalmente usate nello studio
dell’invecchiamento? Definire gli strumenti e le misure a livello strutturale, neurochimico e
metabolico.
Le tecniche di visualizzazione celebrale
- possono essere tecniche quantitative, che tramite i nuovi strumenti di studio come la risonanza magnetica
hanno permesso di vedere l’effetto dell’età sulla volumetria del tessuto celebrale, stabilendo che il volume
globale subisce con l’avanzare delle età delle riduzioni importanti.
- e tecniche scintigrafiche (PET, SPECT), che a livello neurochimico e metabolico evidenziano i cambiamenti
con l’età nella sintesi, nella produzione e nella (ri)captazione di vari neurotrasmettitori, con conseguenti
effetti nel cervello quali la plasticità e l’eccitabilità neuronale (effetti nel sistema nervoso
centrale=>comportamento e la cognizione); queste tecniche consentono di misurare i meccanismi
metabolici del cervello a “riposo” (non impegnato in attività cognitiva specifica) evidenziando così una
diminuzione con l’età del flusso sanguineo globale, così come del consumo globale di ossigeno in particolare
nella corteccia frontale e nell’insula (importante però la variabilità individuale!!!).

✓ Come si caratterizzano i cambiamenti della materia bianca e grigia con l’avanzare dell’età?
✓ Quali regioni cerebrali mostrano gli effetti più marcati dell’invecchiamento?
-Materia bianca: inizialmente attraverso la mielinizzazione sembra esserci un aumento del suo volume fino
ai 30 anni. Poi, la causa della sua alterazione è essenzialmente un accumulo di microlesioni, o ischemie
cerebrali, dovute all’ostruzione dei vasi sanguini che provocano un minor apporto di sangue nel cervello e
questo sembra determinare in parte la riduzione del volume del cervello dell’anziano identificabile solo in
tarda età.
-Materia grigia: i primi anni di vita sono caratterizzati dalla produzione di sinapsi e neuroni, che non utilizzati
con l’età fino all’adolescenza subiscono degli sfoltimenti e dei perfezionamenti mediante la mielinizzazione
(soprattutto corteccia frontale); durante l’invecchiamento poi, c’è una diminuzione della materia grigia
dovuta all’atrofia neuronale e alla diminuzione dell’arborizzazione dendritica (effetti accentuati nella
corteccia prefrontale dorsolaterale, orbitale, precentrale e al lobo superiore della corteccia parietale).

✓ Cosa offrono le tecniche di visualizzazione funzionale nell’esame delle differenze di età durante la
realizzazione di compiti cognitivi? Riportare un risultato per ogni abilità cognitiva (memoria
episodica, memoria di lavoro e funzioni sensomotorie).
Le tecniche di visualizzazione funzionale, in particolare la risonanza magnetica funzionale (fMRI) permette di
misurare l’attività celebrale quando l’individuo è impegnato in un compito cognitivo ed evidenzi quali aree
celebrali vengono coinvolte maggiormente.
-Memoria episodica: tramite queste tecniche è stata scoperta una specializzazione emisferica nel giovane
adulto durante i processi di codifica (maggiormente implicate le strutture frontali, ippocampo e emisfero
sinistro) e rievocazione (implicata la parte destra del lobo frontale) in memoria episodica. Nell’anziano
l’attività celebrale durante la codifica di informazioni sembra essere minore rispetto quella dei giovani adulti.
-Memoria di lavoro: sembra essere coinvolta la corteccia prefrontale alla quale si attribuisce la funzione del
controllo attentivo nei giovani adulti; mentre negli anziani c’è un’attivazione delle aree controlaterali.
Funzioni sensomotorie: solitamente per movimenti semplici nei giovani e adulti vengono coinvolte le aree
motorie specifiche e del cervelletto; negli anziani invece viene coinvolta in generale la corteccia frontale.

✓ Quali meccanismi di compensazione sono stati evidenziati negli adulti anziani?


La compensazione funzionale si manifesta attraverso due forme:
A. caratterizzata da un’attivazione controlaterale di regioni omologhe, nella maggioranza dei casi a
livello della corteccia prefrontale (modello HAROLD: osservato in compiti complessi di memoria di
lavoro o rivocazione episodica).
B. Attivazione supplementare delle regioni celebrali anteriori, soprattutto frontali, associata a una
relativa riduzione dell’attività nelle aree posteriori, in particolari occipitali (modello PASA: osservato
nelle prove cognitive meno complesse, percettive e motorie)
✓ Definire il fenomeno di dedifferenziazione e di compensazione cerebrale.
DEDIFERRENZIAZIONE: aumento con l’età delle correlazioni tra prestazioni di differenti abilità cognitive, o
tra capacità sensomotorie e cognitive.
COMPENSAZIONE CELEBRALE: attivazione di diverse aree celebrali a supporto, o in sostituzione delle aree
celebrali attivate solitamente in giovani adulti per svolgere determinate funzioni.

✓ Differenza tra riserva cognitiva e riserva cerebrale.

Riserva cerebrale: è la quantità cerebrale presente in ogni individuo (variabile). Il modello di riserva
cerebrale è un processo passivo, ed è definito in termini di quantità di danno che il cervello può accumulare
prima di tradursi in un’espressione clinica
Riserva cognitiva: il cervello adotta modalità attive per contrastare o per compensare un processo
patologico, attraverso l’utilizzo dei processi cognitivi o delle reti di connessione funzionale tra i neuroni.

CAPITOLO VI – Intelligenza e memoria nell’invecchiamento


PUNTI CHIAVE DEL CAPITOLO
● L’invecchiamento cognitivo deve essere considerato un fenomeno multidirezionale e multidimensionale.
● L’intelligenza fluida e l’intelligenza cristallizzata seguono traiettorie distinte nell’invecchiamento normale.
● L’ipotesi della dedifferenziazione suggerisce come la struttura intellettiva degli anziani sia molto meno
differenziata di quella dei giovani.
● L’ipotesi della causa comune prevede una stretta relazione tra aspetti sensoriali e cognitivi, dipendenti da
un’unica e comune architettura fisiologica del sistema nervoso centrale. Efficienza sensoriale ed efficienza
cognitiva sarebbero quindi in stretto rapporto.
● I sistema di memoria sono differentemente sensibili all’invecchiamento.
● Le differenze dipendenti dall’età in prove verbali che richiedono il semplice mantenimento delle
informazioni sono minime.
● Gli anziani usano meno dei giovani i processi controllati in quanto implicano un utilizzo volontario delle
risorse e quindi implicano sforzo.
● La comprensione del testo, pur implicando meccanismi cognitivi che risentono dell’avanzare dell’età, è
una delle abilità che si mantiene nell’invecchiamento normale nel momento in cui viene valutata la capacità
di costruire una rappresentazione coerente del testo piuttosto che la memoria per il testo.
● Le difficoltà di memoria nell’invecchiamento possono essere spiegate da una difficoltà nella codifica, nei
processi di recupero, da un deficit specifico nei processi controllati o da aspetti emotivo-motivazionali.
● La capacità di «viaggiare mentalmente nel tempo» declina nell’invecchiamento in particolare dopo i 75
anni e in presenza di patologia neurodegenerativa a causa dei marcati deficit a livello strutturale.

PERCORSO DI AUTOVERIFICA
1. Differenze tra intelligenza fluida e intelligenza cristallizzata e la loro evoluzione con l’avanzare dell’età.
Intelligenza fluida: (biologicamente determinata) permette di adattarsi a funzioni nuove, a nuovi problemi,
ed è valutata con prove che si basano sul ragionamento e sulla scoperta di leggi/regole partendo da casi ben
definiti e sulla comprensione di relazioni tra dati nuovi di tipo spaziale o verbale.
Tende a declinare con l’età (misurata con prove di ragionamento).
Intelligenza cristallizzata: (culturalmente determinata) dipende da fattori di ordine biologico e fisiologico, si
basa su conoscenze e capacità acquisite con l’esperienza, strettamente legate alla cultura.
Rimane stabile con l’età, e in alcuni casi migliora con l’età stessa (misurata con prove di vocabolario).
2. Cosa si intende per «ipotesi della causa comune»?
E’ l’ipotesi che presuppone che la stretta relazione tra le misure sensoriali e cognitive sia dovuta a una
dipendenza di tali abilità e funzioni da un’unica e comune architettura fisiologica del sistema nervoso
centrale, evidenziando uno stretto legame nell’invecchiamento tra le caratteristiche del cervello, da cui
dipendono le funzioni sensoriali, e le abilità cognitive.

3. Quali sistemi di memoria risentono maggiormente dell’invecchiamento?


La memoria di lavoro attiva, cioè quella che permette il mantenimento e l’elaborazione simultanea
dell’informazione, risente dell’invecchiamento; questa si divide in memoria dichiarativa (che conserva sia le
informazioni riguardo fatti e concetti sia le informazioni specifiche episodiche), la memoria procedurale (che
conserva informazioni e conoscenze relative a procedure il larga parte automatizzate), la memoria
semantica (che riguarda conoscenze consolidate per le quali si è perso il ricordo degli episodi in cui sono
state acquisite) e la memoria episodica.
Le più gravate, tra queste componenti della memoria di lavoro attiva, dall’età sono la memoria dichiarativa
episodica.
La memoria a breve termine (funzione: mantenere passivamente piccole quantità di informazioni, verbali o
spaziali, per un tempo limitato), la memoria autobiografica (reminiscence bump=> ricordare con facilità gli
episodi accaduti tra i 10 e i 30 anni=> tenere vivi i ricordi leopardismo/ sensibilità alla memoria) e la
memoria implicita (prova tipica=> presentazione dei cues), non subiscono particolari alterazioni e non è così
sensibile agli effetti dell’età.

4. Le differenze dipendenti dall’età nell’Episodic Future Thinking.


Con l’invecchiamento vi è un decrescere delle informazioni episodiche e un aumento di quelle semantiche
sia nella condizione passato sia quando viene chiesto di immaginare un futuro.

6. Il ruolo delle funzioni sensoriali nell’invecchiamento.

7. Perché i processi automatici non risentono dei cambiamenti legati all’età?


8. Come si possono spiegare gli errori di memoria negli anziani?
9. Il ruolo della metacognizione nello spiegare la prestazione cognitiva dell’anziano in prove di memoria.
10. L’ottimismo mnestico degli anziani.

CAPITOLO VII – Meccanismi cognitivi di base


PUNTI CHIAVE DEL CAPITOLO
● L’approccio locale allo studio dell’invecchiamento cerca di identificare in una specifica componente
dell’elaborazione delle informazioni le differenze dipendenti dall’età.
● Secondo l’approccio globale-macro, l’invecchiamento cognitivo necessita di modelli integrativi in cui le
differenze dipendenti dall’età sono spiegate da un numero limitato di meccanismi.
● Velocità di elaborazione, inibizione cognitiva e memoria di lavoro sono i meccanismi di base che
spiegherebbero le differenze di prestazione tra giovani e anziani in diverse prove cognitive.
● La velocità di elaborazione delle informazioni media la relazione tra età e altri costrutti cognitivi complessi
come la memoria di lavoro, il ragionamento ecc.
● Visto il declino della velocità di elaborazione e il suo ruolo nel mediare gli effetti dell’età è importante
controllare tale meccanismo nello studio dell’invecchiamento cognitivo.
● Il meccanismo del tempo limitato e il meccanismo della simultaneità spiegherebbero il declino legato
all’età nella velocità con cui si elaborano le informazioni.
● Il declino nei meccanismi inibitori spiegherebbe la minore efficienza della memoria di lavoro
nell’invecchiamento.
● Nell’invecchiamento si assiste a un declino selettivo delle funzioni di inibizione.
● Gli anziani, rispetto ai giovani, hanno maggiori difficoltà in prove di memoria di lavoro.
● I ritmi circadiani influenzano l’efficienza dei processi che implicano il controllo attentivo
nell’invecchiamento.

PERCORSO DI AUTOVERIFICA
1. Differenze tra approccio analitico e globale nello studio dell’invecchiamento.
Approccio analitico (locale): per capire l’invecchiamento cognitivo, cerca di identificare quali componenti
dell’elaborazione delle informazioni siano danneggiate dall’invecchiamento e come esse influiscano sulla
prestazione.
Approccio globale: per questo approccio la comprensione dell’invecchiamento cognitivo necessita di modelli
integrativi in cui si ipotizza un numero limitato di meccanismi che permettano di interpretare le differenze
dipendenti dall’età, nelle componenti specifiche di trattamento, a partire da parametri generali fornendo di
conseguenza una visione globale e unitaria dell’invecchiamento.

2. Quali sono i meccanismi di base che spiegano l’invecchiamento?


I meccanismi di base che spiegano l’invecchiamento sono detti anche primitivi, e influenzano il
funzionamento del sistema cognitivo senza poter essere ridotti a costrutti psicologici, sono: velocità di
elaborazione delle informazioni, capacità della memoria di lavoro e capacità attentive o di inibizione.

3. Il ruolo della velocità di elaborazione nel mediare gli effetti dell’età.


4. L’ipotesi inibitoria nell’invecchiamento: che funzione ha l’inibizione? Come si comportano gli anziani in
prove che misurano i meccanismi di inibizione?
5. Critiche all’ipotesi inibitoria come spiegazione del declino cognitivo nell’anziano.
6. Cosa si intende per teoria frontale dell’invecchiamento?
7. La decision making nell’anziano.
8. Perché gli anziani hanno maggiori difficoltà in prove di memoria di lavoro rispetto a prove di memoria a
breve termine? E come si spiega il declino legato all’età nella memoria di lavoro?
9. Quali sono i fattori che determinano la presenza o meno di differenze dipendenti dall’età nei compiti
doppi?
10. L’influenza del Time of the Day sulla prestazione cognitiva.

CAPITOLO IX – Invecchiamento di successo: vivere a lungo, vivere bene


PUNTI CHIAVE DEL CAPITOLO
● La prospettiva life-span definisce l’invecchiamento di successo in termini di massimizzazione delle risorse
disponibili e minimizzazione delle perdite, concetti approfonditi nella metateoria della selezione,
ottimizzazione e compensazione, valorizzando il ruolo della persona come agente attivo del proprio
processo di invecchiamento.
● La prospettiva life-span presuppone che sul processo di invecchiamento individuale abbiano
influenza fattori di tipo biologico legati all’età che avanza; eventi storici riguardanti eventi condivisibili da
generazioni che condividono la stessa cultura e lo stesso momento storico; fattori non normativi, ossia gli
eventi biografici diversi per ognuno di noi.
● Lo studio del benessere psicologico nasce recentemente, in seno alla psicologia positiva interessata non
alla cura delle patologie e del disagio bensì ai punti di forza dell’individuo, le virtù, i valori e le qualità di vita
della persona.
● Il benessere è stato tradizionalmente indagato distinguendo il benessere soggettivo e edonico da
quello psicologico o eudaimonico. Con il primo si fa riferimento alla rilevazione dei fattori oggettivi, quali per
esempio reddito, salute fisica, soddisfazione relazionale, che contribuiscono a mantenere adeguati livelli di
benessere. Con il secondo ci si riferisce, invece, all’autorealizzazione personale, ad avere obiettivi di vita
significativi e all’attualizzazione delle potenzialità e delle risorse individuali.
● Il benessere psicologico è un concetto complesso, definito o come costrutto multidimensionale o
come continuum di sintomi di funzionamento positivo.
● Il modello multidimensionale di benessere di Carol Ryff [1989a], in prospettiva eudaimonica, costituisce la
cornice di riferimento tradizionalmente utilizzata dagli studiosi del benessere. Per ciascuno dei 6 fattori
identificati dal modello (autoaccettazione, crescita personale, relazioni positive, autodeterminazione,
dominio ambientale e scopi di vita) è possibile predire, a seconda del periodo di vita, traiettorie di sviluppo
differenti.
● L’alta percezione del benessere vissuta ed espressa dagli anziani nonostante le difficoltà che l’età porta
con sé, nota in letteratura come il «paradosso del benessere nell’invecchiamento», è legata a fattori
psicologici quali maggior senso di controllo, maggior creatività e maggiore capacità di adattamento ai
cambiamenti che caratterizzano l’invecchiamento stesso.
● Un aspetto centrale nello studio del benessere è quello della sua misurazione: valutare il benessere
psicologico percepito significa utilizzare strumenti che sappiano cogliere la complessità e la globalità di tutti i
processi che caratterizzano la persona che invecchia.
● Interventi di potenziamento nell’ambito della psicologia positiva hanno lo scopo di potenziare aspetti
legati alle competenze emotive, alla soddisfazione di vita, al flourishing, alla resilienza, e la pratica di un
pensiero ottimista.

PERCORSO DI AUTOVERIFICA
1. Definizione di invecchiamento di successo secondo il modello SOC.
2. Quali sono le influenze di sviluppo individuale in accordo alla teoria di Baltes [1980]?
3. Quali dimensioni definiscono il costrutto di benessere psicologico secondo il modello di Carol Ryff?
4. In accordo con il modello della Ryff, come cambiano l’importanza delle diverse dimensioni nei vari
momenti di vita? Quali dimensioni sono collegate a un maggiore livello di benessere psicologico
nell’invecchiamento?
5. Perché si parla di «paradosso del benessere nell’invecchiamento»? Quali fattori sono implicati?
6. Quali sono le caratteristiche degli interventi di potenziamento nati nell’ambito della psicologia positiva?
7. Qual è l’obiettivo del percorso di potenziamento Lab.I Empowerment Emotivo-Motivazionale?
8. Quali aspetti è possibile indagare attraverso lo strumento Ben-SSC
9. Quali sono gli aspetti principali su cui si focalizzano i diversi protocolli di mindfulness?
10. Quali sono le principali caratteristiche della psicoterapia con l’individuo anziano?

CAPITOLO XII– Traning di memoria nell’invecchiamento


PUNTI CHIAVE DEL CAPITOLO
● A ogni età è possibile apprendere grazie a quella che viene chiamata plasticità cognitiva.
● Training cognitivi, stimolazione cognitiva e riabilitazione cognitiva sono forme di intervento distinte.
● I training cognitivi favoriscono la costruzione di «impalcature» per contrastare l’invecchiamento.
● L’efficacia dei training deve essere valutata sia a breve sia a lungo termine così come gli effetti di
trasferimento.
● I training strategici hanno permesso di dimostrare come anche nell’invecchiamento sia possibile
migliorare la propria prestazione in prove di memoria.
● Alcuni fattori quali sessioni di pre-training, incontri di gruppo, età favoriscono l’efficacia dell’intervento.
● I training process-based sono finalizzati a modificare alcuni aspetti base della cognizione, come la
memoria di lavoro, senza l’insegnamento di strategie.
● Il sistema di credenze e di fiducia nella propria efficienza mnestica media l’efficacia degli interventi di
potenziamento della memoria negli anziani.
● L’approccio learned-oriented [Bottiroli et al. 2013], in cui i partecipanti sono attivamente coinvolti nel
processo di ricerca della generalizzazione delle strategie insegnate, mostra benefici.
● Il coniugare training strategici con training metacognitivi mostra non solo un miglioramento nelle prove di
memoria ma anche degli effetti di trasferimento ad abilità non allenate, così come il mantenimento a lungo
termine dei benefici.

PERCORSO DI AUTOVERIFICA
1. Cosa si intende per plasticità cognitiva?
Per plasticità cognitiva si intende quella quantità di risorse cognitive che attraverso procedure specifiche,
come i training cognitivi, può essere attivata per migliorare la prestazione in differenti compiti cognitivi.
La plasticità cognitiva è presente a tutte le età, anche nell’invecchiamento, e fa riferimento al concetto di
modificabilità, cioè alla possibilità di apprendere sfruttando le risorse che vengono mantenute anche in età
avanzata, cioè le abilità cristallizzate, compensando i deficit nelle abilità fluide.

2. Indicare le tipologie di training di potenziamento utilizzate negli studi sui training di memoria.
3. Quali sono le finalità dei training compensativi di memoria?
- Training con obbiettivo di potenziamento o riattivazione: vengono proposte attività con lo scopo di
migliorare la prestazione nell’abilità deficitaria.
Queste si dividono in: training strategici (idea: incrementando la conoscenza strategica degli anziani, si
potenzia un più generale atteggiamento strategico), training centrati sul problema (vogliono risolvere la
specifica difficoltà lamentata dall’anziano proponendo soluzioni pratiche), training “process-based” (hanno
l’obbiettivo di migliorare il sistema di elaborazione dell’informazioni), training metacognitivi (intenzione di
focalizzare il percorso di promozione sulla metamemoria) e i training multifattoriali (considerno i quattro
fattori che influenzano la prestazione di memoria, ossia l’attività di codifica, le caratteristiche del soggetto, i
fattori legati al recupero e la natura del materiale).
- Training compensativi, che fanno affidamento sulle attività preservate per supportare quelle che declinano
con l’invecchiamento.

4. In che modo è possibile favorire degli effetti di generalizzazione durante i training?


Per avere migliori effetti di generalizzazione devono essere svolte attività che mostrano esplicitamente
come trasferire quanto appreso ad altre attività cognitive, soprattutto della vita quotidiana; importante è
anche favorire un cambiamento nelle conoscenze dei partecipanti circa la propria memoria poiché spesso
non riconoscono l’importanza di fattori quali l’impegno, la fiducia nelle proprie potenzialità come
determinanti per un buon risultato nelle prestazioni mnestiche.

5. È possibile potenziare la memoria di lavoro? Quali sono i limiti di queste ricerche?


La memoria di lavoro è potenziabile, le mnemotecniche sono efficaci e gli anziani ne possono trarre
vantaggio… Il limite di queste ricerche è l’impossibilità di stabilire se l’intervento riduce o meno le differenze
dipendenti dall’età nella prestazione in quanto manca un gruppo giovani che consenta un confronto tra il
beneficio ottenuto nell’età adulta a seguito del training e quello ottenuto dagli anziani.
(soluzione=> “testing the limits”)

6. Attraverso quali procedure è possibile potenziare la memoria di lavoro?


Vengono proposti compiti di memoria di lavoro in cui i partecipanti fanno pratica con la prova, e in alcune
tipologie di training il livello di difficoltà del compito varia in funzione della prestazione, ossia la progressione
non è automatica perché per essere efficace l’intervento deve promuovere lo sviluppo di strategie personali
che stimolano l’individuo sia da un punto di vista motivazionale, sia cognitivo.

7. Descrivere la Scaffolding Theory of Aging and Cognition e indicare la sua utilità per gli studi sui training.
Nella situazione in cui ci sono cose nuove da apprendere, o in caso di un training volto a sostenere i
cambiamenti dipendenti dalle età, vengono svilupati nuovi circuiti neuronali. L’utilità di questa teoria è
l’introduzione del concetto di plasticità: ossia la persona, a qualsiasi età, c’è una certa possibilità di
modificare certe capacità.

8. Quali sono le variabili che favoriscono il mantenimento dei benefici dovuti al training?
I training hanno maggiore efficacia se: sono incluse sedute di pre-training nelle quali vengono incluse sedute
di pre-training, nelle quali agli anziani venivano date informazioni circa il funzionamento della memoria o
venivano insegnate tecniche per concentrarsi; le attività si svolgevano in situazione di gruppo; le sedute di
training non erano troppo lunghe (circa 90 minuti); i partecipanti non erano molto anziani: infatti la variabile
età correlava negativamente con la dimensione dell’effetto.

9. Come gli aspetti emotivo-motivazionali influenzano i risultati di un training di memoria?


La riattivazione complessiva dell’attività cognitiva è influenzata sia dalle risorse disponibili sia
dall’atteggiamento e dalle credenze, poiché nella persona anziana in particolare, c’è una continua
interazione dinamica tra processi cognitivi più freddi e quelli più caldi.

CAPITOLO XIII– Rappresentazioni dell’ambiente, abilità e preferenze visuo-spaziali nell’invecchiamento

PUNTI CHIAVE DEL CAPITOLO


● La relazione individuo-ambiente è definita da fattori interni alla persona e caratteristiche dell’ambiente.
● I modelli classici, che definiscono il processo di adattamento dell’individuo all’ambiente in termini di
equilibrio dinamico tra competenza dell’individuo e pressione ambientale, permettono di comprendere
come con l’avanzare dell’età la persona anziana perda le proprie competenze e divenga sempre più
dipendente dall’ambiente.
● Il concetto multidimensionale di attaccamento a un luogo spiega come, soprattutto nell’invecchiamento,
sia importante considerare le caratteristiche personali che determinano l’identità di luogo della persona e i
processi affettivi, cognitivi e comportamentali di creazione di significati e simboli personali e sociali, per
comprendere la relazione anziano-ambiente.
● Nell’ambito della cognizione spaziale, differenze individuali nelle abilità spaziali, mappa cognitiva e
caratteristiche dell’ambiente sono le tre variabili che, interagendo tra loro, influiscono nel sapersi spostare e
orientare nell’ambiente.
● Le abilità visuo-spaziali mostrano un declino differenziale nell’invecchiamento che è in relazione al tipo di
abilità misurata e alle prove utilizzate.
● La rappresentazione mentale spaziale (o mappa cognitiva) è una rappresentazione interna flessibile
dell’ambiente, che mantiene nell’anziano caratteristiche simili a quelle dei giovani, quando l’ambiente è
familiare.
● Quando viene appreso un ambiente nuovo la rappresentazione mentale che ne deriva è soggetta a
declino nell’invecchiamento, anche se questo dipende in parte dal tipo di input e dal tipo di compito usato
per misurare il ricordo.
● Le abilità visuo-spaziali, strategie e autovalutazioni sul proprio senso di orientamento influiscono sulla
capacità di apprendere e orientarsi nell’ambiente anche nelle persone anziane.
● È possibile allenare le abilità spaziali attraverso interventi di potenziamento, per permettere all’anziano di
mantenere un buon livello di autonomia nella vita quotidiana.
● Interventi ambientali nelle residenze per anziani e progettazione di città e comunità age-
friendly permettono di promuovere un buon invecchiamento e favorire autonomia, benessere e qualità di
vita.

PERCORSO DI AUTOVERIFICA
1. Quali sono i fattori da considerare quando si studia la relazione anziano-ambiente?
Nella relazione anziano-ambiente si possono distinguere due tipi di fattori:
-fattori interni, quali ad esempio la funzionalità dei processi cognitivi
-fattori esterni, quali ad esempio la viabilità stradale, organizzazione degli edifici nelle aree urbane
Questi fattori entrano in gioco in questa relazione ponendo l’accento su diverse possibili variabili; l’ambito
della psicologia ambientale studia queste relazioni e evidenzia queste variabili, definite in diversi modelli,
classici o di attaccamento all’ambiente.

2. Quali sono le principali dimensioni del legame di attaccamento a un luogo?


L’attaccamento a un luogo è il legame che si crea tra un individuo e un ambiente per lui significativo. A
definire il livello di attaccamento ci sono tre tipi di fattori:
- Fattori personali: la persona agente attivo del processo di attaccamento a un luogo che costruisce
grazie all’esperienza significati coerenti con l’immagine di sé che condivide con la collettività.
- Processi psicologici: la costruzione del legame di attaccamento a un luogo si realizza attraverso il
coinvolgimento di processi affettivi, cognitivi e comportamentali.
- Fattori ambientali: le caratteristiche dell’ambiente naturale e costruito che garantiscono la creazione
di significati e simboli, non solo personali ma anche collettivi, oltre che il supporto e la soddisfazione
dei bisogni/obiettivi di ciascun individuo.

3. Quali variabili, secondo il modello proposto da Carlson e colleghi, determinano la capacità della persona di
sapersi muovere nell’ambiente? Come applicare questo modello nell’invecchiamento?
Le capacità della persona di sapersi muovere nell’ambiente dipendono da tre fattori principali secondo il
modello proposto da Carlson e colleghi:
- caratteristiche dell’ambiente/edificio, quali ad esempio accesso visivo, differenziazione e complessità della
struttura architettonica.
- mappa mentale dell’ambiente, ossia la rappresentazione mentale dello spazio che la persona costruisce,
modifica e aggiorna in relazione agli input ambientali che riceve.
- strategie e differenze individuali, che in base al grado di padronanza delle stesse determina l’efficacia di
sapersi muovere in un ambiente, raggiungendo una certa meta.
Normalmente una persona, secondo il modello cumulativo di Siegel e White, acquisisce le informazioni
spaziali necessarie alla costruzione di una mappa cognitiva per gradi: prima vengono appresi gli elementi
salienti, poi c’è la formazione dei percorsi che collegano gli elementi salienti, infine c’è la costruzione vera e
propria della mappa in cui gli elementi sono in relazione tra loro indipendentemente dal punto di vista
dell’individuo.
Questo processo, soprattutto negli anziani, risulta molto impegnativo, pertanto con l’avanzare dell’età si
può riscontrare un certo declino, anche se elementi quali la familiarità, l’uso di alcuni tipi di compito e il
mantenimento dello stesso format e la stessa prospettiva di apprendimento, possono influenzare
l’accuratezza delle prestazioni a compiti spaziali nell’invecchiamento.

4. Come è possibile classificare le abilità visuo-spaziali e quali sono le diverse traiettorie di sviluppo che
seguono lungo l’arco di vita?
L’abilità visuo-spaziale è detta complessa poiché può essere distinta in tre sottoabilità:
- la percezione spaziale, intesa come la capacità di determinare relazioni spaziali rispetto alla posizione del
proprio corpo in presenza di informazioni distraenti.
- la visualizzazione spaziale, cioè la capacità di manipolare attivamente informazioni di tipo spaziale.
- la rotazione mentale, ossia la capacità di ruotare mentalmente oggetti bi o tridimensionali in modo rapido
e accurato (questa si divide poi in abilità di rotazione basata sull’oggetto o sul soggeto)
La psicologia dell’invecchiamento attraverso degli studi cerca di comprendere le traittorie di sviluppo delle
abilità visuo-spaziali lungo l’arco di vita; indicativamente è emerso un declino che si presenta con l’avanzare
dell’età, in particolare:
- per l’abilità di visualizzazione spaziale il declino è progressivo dai 20 ai 60 anni e diventa più severo dai 70.
- nelle abilità di rotazione mentale basata sull’oggetto, il declino risulta lineare.
- nelle abilità di rotazione mentale basata sul soggetto, il declino è lineare fino ai 50 anni per poi declinare
ulteriormente dai 60 anni.

5. Quali fattori influiscono nella formazione di una rappresentazione interna dell’ambiente?


La funzionalità delle abilità visuo-spaziali e le autovalutazioni sulle proprie preferenze e percezioni riferite
all’orientamento si influenzano a vicenda e determinano la bontà della rappresentazione interna
dell’ambiente.

6. Quali sono le differenze di età nell’apprendimento di un ambiente attraverso input verbali e visivi?
Le differenze di età tra giovani e anziani nell’apprendimento di un ambiente sono caratterizzate da:
- difficoltà evidenziata per gli anziani a ricordare le informazioni riferite ai landmarks e alle loro relazioni,
quando l’ambiente viene appreso o tramite descrizione o mappa, rispetto ai giovani;
- minore differenza di età tra giovani e anziani, se vengono mantenuti stessi format e stesse prospettive di
apprendimento.

7. Che relazione c’è tra età, competenza ambientale, autovalutazioni e apprendimento di percorsi?
La relazione è dettata dal fatto di essere tutti questi, elementi in grado di determinare un miglioramento
delle prestazioni visuo-spaziali degli anziani:
- nelle competenze ambientali rientra il fattore della familiarità e della conoscenza dell’ambiente che
favorisce le prestazioni degli anziani.
- le autovalutazioni, influiscono solitamente negativamente in quanto l’anziano con il passare degli anni
manifesta sempre più una certa ansia negli spostamenti nell’ambiente o che si manifesta a causa del
presentarsi di ambienti nuovi, non familiari.
- l’apprendimento di percorsi, può aiutare l’anziano, in quanto sono interventi di potenziamento cognitivo.

8. È possibile potenziare le abilità spaziali nell’invecchiamento?


Da diversi studi condotti è emerso che è possibile potenziare le abilità spaziali attraverso interventi di
potenziamento cognitivo. I partecipanti di questi interventi si allenano con compiti di apprendimento e
riproduzione di percorsi, o prove di rotazione mentale.

9. Quali sono gli interventi ambientali che possono favorire l’adattamento della persona anziana in residenza
per anziani?
Gli interventi ambientali che possono favorire l’adattamento della persona anziana in residenze riguardano
lo sviluppo di caratteristiche ambientali quali: dimensioni e organizzazione degli spazi interni ed esterni,
qualità di arredo, qualità delle rifiniture dell’edificio, spazi verdi, illuminazione, ventilazione, temperatura,
organizzazione del lavoro di cura al fine di soddisfare i bisogni di sicurezza/salute, accessibilità, supporto
fisico e cognitivo, orientamento e consapevolezza, privacy e socializzazione, controllo, autodeterminazione,
senso di familiarità e prsonalizzazione, che determinano la qualità di vita nell’invecchiamento.

10. Quali caratteristiche dovrebbe possedere una città o comunità age-friendly?


Una città o comunità age-friendly (ossia un ambiente che prmette all’anziano di rimanere connesso alla
propria rete di relazioni significative, partecipando alla vita comunitaria) dovrebbe offrire soluzioni abitative
che rispondano a esigenze differenti, creare sistemi di trasporti pubblici efficienti e sicuri, abbattere le
barriere architettoniche negli edifici pubblici e creare all’interno della rete urbana spazi verdi protetti e
funzionali, promuovere servizi e attività o reti di associazione per consentire all’anziano di mettere a
disposizione della famiglia e della comunità le proprie competenze e risorse.

CAPITOLO XV – Psicopatologia, demenza e interventi non farmacologici


PUNTI CHIAVE DEL CAPITOLO
● Nella popolazione anziana i quadri psicopatologici più diffusi sono la depressione maggiore e la distimia, il
disturbo d’ansia generalizzato e le fobie.
● Nell’anziano sintomi depressivi o d’ansia si sovrappongono, rendendo la diagnosi differenziale un aspetto
centrale nella valutazione.
● La demenza rappresenta una disfunzione cronica, progressiva e generalmente irreversibile delle funzioni
del sistema nervoso centrale con compromissione sostanziale del funzionamento lavorativo e sociale.
● Lo studio di particolari indicatori biologici (o biomarcatori) dei processi patologici che caratterizzano la
demenza è fondamentale per la sua comprensione e un eventuale avanzamento della prevenzione primaria
e secondaria.
● La classificazione delle demenze si basa sulla natura delle cause morbose (degenerative vs. non
degenerative) che hanno determinato il declino cognitivo.
● Le demenze degenerative di tipo non Alzheimer si dividono in due grandi gruppi sulla base della co-
occorrenza di disordini del movimento.
● La demenza cerebrovascolare è la forma più comune di demenza non degenerativa e si caratterizza per la
correlazione temporale tra disturbi cognitivi e disturbi cerebrovascolari.
● Nella pseudodemenza i disturbi cognitivi sono secondari all’insorgenza di una fenomenologia psichiatrica,
soprattutto di natura depressiva.
● Trattamenti evidence-based con persone affette da demenza dimostrano l’efficacia di interventi
psicosociali basati sulla terapia di stimolazione cognitiva (CST).
● Gli interventi di stimolazione sensoriale sono indicati nelle persone affette da demenza di grado
moderato-severo.

PERCORSO DI AUTOVERIFICA
1. I quadri psicopatologici più diffusi nell’invecchiamento e la loro caratterizzazione.
Con l’aumentare dell’età c’è un aumento delle incidenze di patologie somatiche e dall’altra il rischio di
sviluppare patologie degenerative; i quadri psicopatologici più diffusi sono la depressione e l’ansia.
La depressione è un disturbo dell’umore caratterizzato da sintomi psicologici che includono tristezza,
sensazione di vuoto, irritabilità, apatia e perdita di interesse per attività prima considerate piacevoli,
pessimismo, minor fiducia in sé stessi e sensi di colpa. Inoltre le caratteristiche a livello cognitivo sono, minor
attenzione e capacità di concentrazione, difficoltà nel prender decisioni, nel pensare, nel parlare e nel
memorizzare informazioni.
L’ansia è invece caratterizzata da due principali tipi di disturbi, quali il disturbo di ansia generalizzato e la
fobia specifica.

2. Il ruolo dei fattori personali, psicosociali e ambientali nella depressione e nel disturbo d’ansia.
Ci sono diversi fattori che possono incidere sulla depressione: fattori legati alla presenza di patologie fisiche
(malattie neurologiche o internistiche), fattori socioambientali e psicosociali quali il pensionamento,
cambiamenti nella rete di relazioni significative e isolamento sociale; inoltre anche l’istituzionalizzazione ha
un forte impatto sull’umore dell’anziano.
Anche per l’ansia ci sono fattori che incidono sul suo manifestarsi: fattori di rischio personale ad esempio un
cattivo stato di salute oppure fattori psicosociali come la solitudine.
3. Qual è il principale – e non modificabile – fattore di sviluppo delle demenze?
Il fattore principale dello sviluppo delle demenze, che non è certamente modificabile è proprio il progressivo
invecchiamento della popolazione, in conseguenza all’aumento della prospettiva di vita.

4. Definizione di demenza e criteri diagnostici del disordine cognitivo maggiore.


Il termine demenza sta ad indicare una disfunzione cronica, progressiva e generalmente irreversibile delle
funzioni del sistema nervoso centrale, il cui risultato è un complesso declino cognitivo generalmente
accompagnato da disturbi dell’umore, del comportamento e della personalità.
La diagnosi presuppone la perdita del patrimonio personale cognitivo e funzionale, che va a compromettere
quasi sempre la memoria e almeno un’altra capacità (tra: efficienza intellettiva globale, percezione, la
rapidità del processo informativo, l’attenzione e la concentrazione, le capacità prassiche e di
riconoscimento, l’apprendimento, il linguaggio, l’orientamento, la capacità di risolvere problemi, il pensiero
astratto e la capacità di critica), senza alterazione dello stato di coscienza.

5. Aspetti clinici della demenza di tipo Alzheimer.


Sintomo cardine della AD è il deficit di memoria che contrassegna la fase di esordio della malattia, a cui
segue la compromissione di altri domini cognitivi.
Normalmente la malattia è caratterizzata da una fase iniziale il cui deficit di memoria è lieve e insorgono i
primi cambiamenti di personalità caratterizzati da: scarsa motivazione e iniziativa nello svolgere delle
attività, perdita di interessi, ipocondria, qualche difficoltà nel ragionamento, sottile deficit nel reperimento
di parole. Con l’avanzare della malattia iniziano a manifestarsi disturbi progressivi di linguaggio,
orientamento, deficit nella capacità di stimare i rapporti spaziali, di compiere correttamente gesti coordinati
e diretti a uno scopo, e nella capacità di astrazione e soluzione di problemi, sino a una fase
terminale afasico-alogico-aprassica in cui il paziente perde completamente l’autonomia nelle funzioni
elementari.

6. Rispetto a quali patologie dev’essere condotta la diagnosi differenziale della demenza di tipo Alzheimer?
La diagnosi differenziale della da deve essere eseguita prestando attenzione a patologie quali diverse
tipologie di altre demenze che non sono caratterizzate come la DA con una rapida insorgenza dei sintomi
nell’arco della giornata e la propensione per il peggioramento notturno; non deve essere confusa con la
depressione, poiché infatti i sofferenti di DA inizialmente soffrono di depressione; va prestata attenzione al
possibile manifestarsi di sintomi vicini alla DA ma invece derivanti da lievi traumi cranici ripetuti che sono
causa degenerazione progressiva dell’encefalo.

7. Le demenze degenerative di tipo non Alzheimer: classificazione e principali aspetti clinici.


Le demenze degenerative di tipo non Alzheimer sono:
-Demenze fronto-temporali=> cambiamenti della personalità precedono il deterioramento cognitivo di molti
anni e molti pazienti sono socialmente isolati, passivi e apatici. La capacità di giudizio è severamente
compromessa, e anche la disinibizione comportamentale, accompagnata dalla completa assenza di
consapevolezza per i propri disordini comportamentali
-Demenza con corpi di Levwy=> deterioramento cognitivo caratterizzato da importanti e precoci deficit
attentivi, disturbi nella capacità di analizzare, sintetizzare e riconoscere stimoli visivi, difficoltà nel
comprendere istruzioni progressive, scarse capacità di soluzione di problemi e un generale rallentamento
dei processi mentali. I deficit cognitivi, i sintomi psicotici (per lo più allucinazioni visive) e le disfunzioni
motorie, in genere fluttuanti e indicative di sindrome parkinsoniana, caratterizzano il quadro clinico e
rappresentano i sintomi cardine per la diagnosi di DLB.
-Disturbi del movimento con demenza, ossia malattia di Parkinson=> caratterizzata da disordini nel
funzionamento esecutivo (nella capacità di pianificazione e di soluzione di problemi e nell’adattare il
comportamento in base a variazioni del contesto), nella memoria di lavoro e nel controllo attentivo. Disturbi
della memoria episodica sono rilevabili a una valutazione approfondita così come una ridotta fluenza verbale
e deficit nella capacità di analizzare, sintetizzare e riconoscere stimoli visivi. I sintomi emotivo-
comportamentali comprendono la depressione lieve con tendenza alla cronicizzazione, la depressione
maggiore e l’apatia. È possibile anche osservare la comparsa di sintomi psicotici con allucinazioni
principalmente visive e deliri spesso a carattere persecutorio.

8. Definizione e classificazione delle demenze non degenerative.


Le demenze a eziologia non degenerativa nella popolazione anziana rappresentano un gruppo eterogeneo di
condizioni che includono la demenza su base cerebrovascolare (Demenza Vascolare, DV) e altre forme meno
comuni. In particolare ricordiamo :
la demenza vascolare=>presenza di un ampio spettro di sintomi neurologici e neuropsicologici che riflettono
l’eterogeneità delle lesioni cerebrali a cui sono associati
Pseudodemenza e demenze secondarie a depressione=> i disturbi cognitivi di un paziente sono da
considerare secondari all’insorgenza di una fenomenologia psichiatrica, soprattutto di natura depressiva.
Demenze secondarie a malattie infettive=> Malattie infettive a carico del sistema nervoso centrale
rappresentano una rara causa di demenza nella popolazione anziana. Si presentano solitamente con stati
confusionali cronici e marcate difficoltà attentive.
Demenze da encefalopatie metaboliche e tossiche=> malattie sistemiche, carenze nutrizionali o esposizione
ad agenti tossici possono causare un quadro acuto (ma limitato nel tempo) di disturbi cognitivi e
comportamentali definito delirium.

9. Indicare i diversi approcci di intervento non farmacologici per il trattamento delle demenze.
Esistono diversi approcci e modelli che esauriscono, allo stato attuale, gli interventi non farmacologici per le
persone affette da demenza (AD o altre forme) con fondamenta teorico-pratiche ben definite e orientate:
- approcci orientati al comportamento=> Questo modello, piuttosto che concentrarsi sul
comportamento della persona affetta da demenza, incoraggia un adattamento dell’ambiente fisico e
sociale in cui essa si relaziona, comportando un cambiamento significativo nel modo in cui viene
percepita l’assistenza al paziente con demenza.
- approcci orientati alle emozioni=> si distinguono forme psicoterapiche di supporto, di solito
proposte per aiutare le persone a far fronte emotivamente ai cambiamenti imposti dalla malattia,
come la terapia della reminiscenza, terapia della validazione.
- approcci orientati alle cognizioni=> mirano a riorientare la persona rispetto al Sé e all’ambiente
circostante. La più diffusa terapia cognitiva nell’ambito degli interventi riabilitativi psicosociali rivolti
alle persone con demenza è la terapia di orientamento alla realtà, segue la terapia di stimolazione
cognitiva.
- approcci orientati alla stimolazione sensoriale=> effetti positivi di interventi multisensoriali sia sullo
stato cognitivo sia nella gestione della depressione e dell’ansia nella persona con demenza, anche di
grado moderato-severo; esempi di tale approccio sono l’arteterapia, la musicoterapia, la terapia
della bambola.

10. Specificare gli interventi di gruppo evidence-based orientati alla stimolazione delle funzioni cognitive.
Gli interventi di gruppo dovrebbero essere condotti da operatori sanitari e socio-assistenziali
accuratamente formati e supervisionati, e dovrebbero essere attuati indipendentemente dalla copertura
farmacologica prevista per contrastare i sintomi cognitivi della demenza. I gruppi solitamente sono composti
da 5 o 6 persone affette da demenza con preservate capacità comunicative, in assenza di deficit visivi, uditivi
o motori. L’intervento è previsto in due sessioni settimanali della durata di 45 minuti con la presenza di due
operatori, chiamati facilitatori, che possono essere gli stessi membri del personale socioassistenziale o i
volontari della struttura adeguatamente formati.

CAPITOLO XVIII – La fine della vita e il morire

PUNTI CHIAVE DEL CAPITOLO


● Il processo del morire, pur nella sua naturale inevitabilità, attiva molti processi psicologici e culturali; una
loro corretta comprensione è essenziale per supportare la fase conclusiva dell’esistenza.
● Il percorso personale di terminalità attraversa una serie di «fasi elaborative», di intensità e sequenza
variabile per ogni singola persona, in cui si cerca di costruire una «prospettiva di significato» rispetto
all’anticipazione della propria prossima morte. È un processo complesso, su cui influiscono molte variabili
personali e contestuali.
● Nel contesto della terminalità e dell’accompagnamento alla morte, la logica clinica e organizzativa
dell’healing si trasforma in una logica di caring, in cui quello di «qualità della vita» diviene il costrutto
centrale delle attività di sostegno.
● Il modello dell’Hospice e delle cure palliative domiciliari sintetizza efficacemente questa logica del caring.
Come modello, implica anche il rinunciare ad atteggiamenti «onnipotenti» da parte dell’équipe dei curanti.
● L’attività di caregiving a pazienti anziani terminali è un’attività molto impegnativa ed emotivamente
«faticosa»; chi opera in questi contesti deve quindi «prendersi cura di sé per potersi prendere cura degli
altri».
● I team e le istituzioni di cura devono prevedere adeguati spazi e momenti di intervisione, supporto e
supervisione per operatori impegnati su un fronte così complesso.
● La comunicazione di decesso è un atto delicato, che prevede una serie di misure atte a sostenere in
maniera adeguata i parenti del deceduto. Alcune situazioni particolari (autopsie, assenza di salma ecc.)
richiedono accorgimenti ulteriori.
● Il tema della morte non deve essere evitato a priori nelle discussioni con gli anziani: questo rischia di
veicolare una sensazione di angoscia e «indicibilità» molto maggiore di quanta si pensi di evitarne.
● I parenti attraversano una serie di fasi di elaborazione del lutto che prevede anche un riassestamento
«sistemico» del nucleo familiare, e può prevedere tempi e modalità diverse di espressione dei relativi vissuti
(aspetto che a volte può generare conflittualità).
● Le reazioni personali di lutto (che sono molto variabili), anche se intense, non sono patologiche; in rari casi
il lutto può diventare «lutto complicato» e in tal caso richiedere una serie di interventi di supporto (come
per esempio sostegno psicologico, psicoterapia o partecipazione a gruppi di auto-mutuo-aiuto per dolenti).

PERCORSO DI AUTOVERIFICA
1. Cosa si intende con DALYs?
Quella dei DALYs, ovvero i Disability-Adjusted Life Years, è una misura fondamentale in economia sanitaria (e
in ambito geriatrico in particolare): rappresenta gli anni «persi» a causa di processi patologici disabilitanti,
oltre che dalla morte precoce.
2. Che differenza c’è tra eutanasia attiva, passiva e desistenza terapeutica?
-La «rinuncia/desistenza all’accanimento terapeutico» prevede la sospensione di forme di intervento
terapeutico, solitamente di tipo intensivo, sul paziente morente, laddove sproporzionate rispetto al tipo di
beneficio che ne può derivare.
-L’«eutanasia passiva» rappresenta l’omissione di trattamenti (per esempio procedure di rianimazione) che
potrebbero prolungare la vita del paziente terminale.
-L’«eutanasia attiva», infine, rappresenta l’attiva somministrazione di farmaci che pongano termine alla vita
del paziente.
(Il «suicidio assistito» consiste nella messa a disposizione del paziente terminale che lo richiede dei mezzi
per facilitargli un’eventuale condotta autosoppressiva.)

3. Quali sono le componenti dell’ansia di morte, secondo Tomer ed Eliason?


Tomer ed Eliason [1996] hanno proposto un modello multicomponenziale dell’ansia di morte, costituito da
tre grandi fattori: «rimpianti legati al passato» (fallimenti e obiettivi mancati), «rimpianti legati al futuro»
(impossibilità di realizzare progetti o raggiungere obiettivi significativi per la propria esistenza) e «significato
della morte».

4. Cosa differenzia l’approccio orientato all’healing e quello orientato al caring nel contesto delle cure
palliative?
APPROCCIO HEALING: gli operatori sanitari si occupano di «guarire ed eliminare» una o più patologie: questa
è la prima accezione della parola curare.
APPROCCIO CARING: gli operatori sanitari devono avviarsi al difficile percorso del «prendersi cura» di
un processo di terminalità, in cui l’équipe clinica si incontra espressamente con il limite del suo «poter fare».
(«Scelta di mettere al centro la persona malata e la sua famiglia con tutti i complessi bisogni non solo clinici,
che sono presenti nella fase avanzata e terminale di malattia: le cure palliative non sono, infatti,
rappresentate solo dalla medicina palliativa e dagli aspetti medico-assistenziali, ma anche dalla presa in
carico dei bisogni sociali, psicologici, spirituali ed esistenziali che in questa fase rendono ancor più fragili e
vulnerabili i malati e le loro famiglie»)

5. Quali sono le fasi classiche del modello psicotanatologico di Kübler-Ross?


Le fasi descritte da Kubler-Ross non sono da intendersi con sviluppo rigido e progressivo: è anzi frequente
che molti morenti si fermino a tappe intermedie o si muovano ripetutamente tra le stesse, in un percorso
complesso e non lineare.
1° fase: Negazione => Si tratta di una fisiologica esigenza intrapsichica del malato, per proteggersi
inizialmente da un’eccessiva e improvvisa angoscia. È un meccanismo di difesa potente e primitivo, che in
alcuni rari casi può giungere anche a livello di difese denegatorie, di più difficile gestione.
2° fase: Rabbia=>Superata la prima reazione negatoria, il sistema intrapsichico cerca di reagire alla
«minaccia di morte» con vissuti di rabbia, aggressività e (spesso) etero- o autocolpevolizzazione.
3°fase: Patteggiamento=>è una fase in cui il malato cerca di «negoziare» psicologicamente prospettive di
«miglioramento», tramite forme di «controllo simbolico» davanti a una realtà oggettiva minacciosa.
4°fase: Depressione. Due tipi di vissuto depressivo:
-L’aspetto reattivo è quello conseguente all’impatto delle crescenti limitazioni, del dolore cronico, delle
autonomie perse, delle conseguenze delle terapie in corso;
-L’aspetto depressivo preparatorio è invece più profondo, interiore e soggettivo, ed è legato al lavoro
intrapsichico di elaborazione della propria mortalità.
5°fase: Accettazione (non sempre raggiunta).

6. Quali sono i principali processi psicologici che caratterizzano il rischio emotivo per i caregivers impegnati
negli Hospice?
Rischi importanti per i caegives: da un lato, il coinvolgimento controtransferale eccessivo e massicciamente
identificativo, impedisce o limita la funzione professionale; dall’altro, c’è il possibile isolamento degli affetti e
la depersonalizzazione dell’assistito; inoltre c’è il rischio di traumatizzazione vicaria estremamente diffuso
nelle professioni di aiuto che si svolgono in setting ad alto rischio.
7. Cosa si intende con «invalidazione del ruolo professionale» nei caregivers?
Invalidazione di ruolo professionale: quanto avvenuto (per negligenza, imperizia o per estrema complessità
della situazione) ha invalidato la rappresentazione di sé del tipo: «Sono un buon operatore, e riesco ad
aiutare sempre bene gli altri». Questa «invalidazione del ruolo» [Neimeyer et al. 2011] può comportare
anche una perdita di autoefficacia percepita.

8. Quali accorgimenti sono opportuni nella comunicazione di bad news ai parenti?


Premesse: 1. Contrariamente al luogo comune, in quei momenti non si devono «trovare le parole giuste per
dirlo» (che non esistono): si devono «gestire emozioni». 2. Si deve fornire un supporto «sufficientemente
buono», non «perfetto». 3. Il paziente/parente, in ogni caso, costruirà interpretazioni, farà azioni, esprimerà
idee ed emozioni.
Gli accorgimenti riguardano la valutazione di quattro assi di «operatività» nel comunicare bad news:
- Cognizioni: che idea /rappresentazione ha il dolente della situazione? Ha un quadro chiaro degli
eventi? Sa cosa aspettarsi ora, sul piano di realtà?
- Emozioni: che vissuti ha? Li può esprimere adeguatamente? Come posso provare a normalizzare i
vissuti che prova?
- Azioni: cosa può «fare», concretamente, in questo frangente? Come può sentirsi attivo e partecipe a
quanto avviene?
- Relazioni: con chi è «in contatto»? Con chi, del suo nucleo sociale e familiare, posso aiutarlo a
mettersi «in rete»?

9. Che dinamiche psicologiche vengono attivate dai decessi in assenza di salma (per esempio anziano con
Alzheimer, scomparso e non più ritrovato)?
L’assenza della salma impedisce l’avvio del processo di separazione psicologica e l’accettazione/elaborazione
della morte reale del congiunto.
(Autopsie: crea comprensibile disagio e fantasie di danneggiamento dell’oggetto relazionale; possibili eventi
di malpractice sanitaria in cui appare palese la loro infondatezza, a volte sono reazione emotiva molto forte
rispetto all’evento del decesso.)

10. Come si distingue un lutto complicato dal lutto normale, e quali ne sono le possibili opzioni di gestione?
Il processo di elaborazione del lutto normalmente si sviluppa nell’arco di alcuni mesi per i lutti stretti, ma in
determinate situazioni può impegnare anche un periodo più prolungato (morte di un figlio, eventi traumatici
ecc.). Si parla di «lutto complicato» (complicated grief) quando il normale processo di elaborazione non esita
in un’integrazione di quanto avvenuto nel proprio percorso di vita, e l’evento di perdita diventa un elemento
in-elaborabile.