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Teorie psicodinamiche

Bettelheim
Fu Bettelheim, come si diceva, uno dei primi autori a ricercare la causa dell'autismo in
un'anomalia nel rapporto madre-bambino, tanto che le descrizioni di genitori da lui fornite sono
state dipinte plasticamente dal concetto di madre frigorifero. Questo il nucleo concettuale
attorno al quale ruota il modello psicodinamico nel tentativo di descrivere la natura eziologica
dell'autismo.
Tuttavia, all'interno di questo modello sono state proposte anche altre teorie che indagavano
cause differenti come carenza di contatto fisico, pratiche alimentari anomale, difficolt nel
linguaggio e/o nel contatto oculare con il figlio, fino ad un'ipotesi di fantasia deumanizzante
proiettata sul proprio figlio.
Nel 1967, nel suo libro La fortezza vuota, Bettelheim mette a confronto il comportamento di
persone affette da autismo con quello dei prigionieri nei campi di concentramento nazisti
(esperienza, questa, vissuta in prima persona per due volte), notando come vi fossero delle
somiglianze. Secondo quest'ipotesi l'autismo, attraverso un processo di "disumanizzazione" si
configurerebbe come la reazione ad una "situazione estrema", caratterizzata da una prolungata
consapevolezza dell'imminenza della morte.
L'autore, confrontando i vissuti dei prigionieri nei lager, con quelli di chi affetto da autismo,
ipotizza che alla base di quest'ultimo vi sia la percezione, nel neonato, di ostilit con
un'intenzione distruttiva nei suoi confronti da parte della madre (che per lui rappresenta il
mondo). Sebbene tali percezioni possano inizialmente non rispecchiare la realt, il neonato
interpreta il risentimento della madre per il rifiuto incomprensibile di suo figlio verso di lei,
come conferme delle sue sensazioni. In questo modo sarebbe il desiderio di annullamento del
proprio figlio la causa principale dell'autismo che egli manifester successivamente.
Da ci deriverebbero vissuti di impotenza e sensazioni di non poter n agire n fare previsioni
sulla realt esterna. Il bambino utilizzerebbe perci delle difese, la preservazione dell'identit
(sameness) e la creazione di confini (boundary), adatte a tenersi fuori dal mondo e i suoi
pericoli, al prezzo per di un progressivo svuotamento della fortezza eretta a difesa di un Io che
si ritrova cos sempre pi indebolito e impoverito.
Mahler
Secondo l'autrice Mahler, invece, il bambino giunge a quella che ha definito come "nascita
psicologica" attraverso un processo di graduale differenziazione tra S e non-S che culmina
nella percezione della propria madre come oggetto separato da s.
Mahler sostiene che "l'isolamento e le altre manifestazioni della Sindrome psicotica autistica
richiamano alla mente quello stato di completa non differenziazione tra l'Io e l'Es, tra il S e il
mondo oggettuale, che si ritiene sia predominante nel neonato fino alla fine del secondo mese
di vita".
a questa descrizione che corrisponde, secondo l'autrice, la cosiddetta fase autistica
normale, caratterizzata da una mancanza di consapevolezza dell'agente delle cure materne nel
bambino, con una conseguente incapacit di utilizzare l'oggetto d'amore primario vivente. In
seguito, tuttavia, il bambino si comporta con la propria madre come se fosse un tutt'uno con lei
stabilendo in questo modo una relazione simbiotica.
Secondo la Mahler quindi autismo infantile e psicosi simbiotiche, riferendosi a differenti
momenti del processo evolutivo, sarebbero da considerare entit distinte.
Un bambino con autismo infantile appare infatti "organizzato per mantenere e consolidare la
barriera allucinatoria negativa che caratterizza la prima settimana di vita, quando si deve
difendere da una stimolazione sensoriale troppo viva". Egli non sembra vedere nella madre "un
faro vivente di orientamento nel mondo della realt".
La psicosi simbiotica, sarebbe d'altro canto caratterizzata da una separazione reale (viaggio,
ricovero, ecc.) che metterebbe in discussione il rapporto madre-bambino in una fase troppo
precoce, favorendo cos da parte di quest'ultimo meccanismi di difesa che lo proteggano dalle
proprie ansie di annientamento (introiezione, proiezione, negazione), mantenendolo perci in
un illusorio legame simbiotico con sentimenti d'onnipotenza.
Winnicott
Focalizzando l'attenzione sul deterioramento del funzionamento del S come conseguenza
dell'inadeguatezza dei genitori, Winnicott descrisse la psicosi come "un disturbo da deficienza
ambientale".

Lo psicoanalista inglese descrisse pertanto una fase transizionale, collocata fra il termine
della fase nella quale il bambino, per le sue ansie d'annientamento, non riesce ancora ad
accettare il mondo esterno e la realt e l'inizio di quella in cui appare in grado di utilizzare
questa abilit.
Analizzando pi a fondo i processi di separazione durante i primi mesi di vita, Winnicott
descrisse un primo momento durante il quale la madre, adattandosi ai bisogni del figlio per
mezzo della preoccupazione materna primaria, fornisce a quest'ultimo il sentimento della
continuit dell'essere, la cui rottura sarebbe per in seguito inevitabile a causa della normale
discontinuit delle cure materne. Se ci non sar vissuto dal bambino come annullamento del
S, gli consentir di affrontare la disillusione e la separazione dalla propria madre, per merito
della quale egli potr giungere alla coscienza del "S emergente" e l'altro da S.
Se per la madre fosse carente nelle sue funzioni, il rischio di una psicosi infantile sarebbe, in
questo delicato momento di transizione, molto alto, a causa di una minaccia d'annientamento
percepita dal bambino, che potrebbe anche mostrarsi non in grado d'instaurare una relazione
col mondo esterno.
Meltzer
Meltzer, in linea con la scuola kleiniana, mette in evidenza per i bambini aspetti quali
l'essere "gettati" in uno spazio non proprio e alieno, l'estraneit, la vacuit, il dolore. Entro
questo singolare spazio-tempo e quale perpetuazione, i bambini con autismo vivono quel
fenomeno che Meltzer ha definito come "smantellamento", in virt del quale un bambino
incapace di contenimento, perch mai contenuto, realizza una condizione in cui il suo desiderio
si traduce nella scomposizione dell'oggetto, cos che una sola delle componenti di quest'ultimo
viene a catturare una sola di quelle della sensorialit smantellata del bambino.
Come conseguenza di un fallimento nella funzione primaria di contenimento, si hanno quindi
nell'autismo, a causa di un'incapacit di filtrare i dati sensoriali e della mancanza di uno spazio
interno del S e dell'oggetto, problemi di differenziazione di uno spazio dentro e fuori dal S e
dagli oggetti, e una tendenza a fondersi con singole parti di essi.
Meltzer sostiene che il pi grande ostacolo per instaurare una relazione con pazienti affetti da
autismo costituito dalla difficolt incontrata dal terapeuta di entrare in contatto con il mondo
unidimensionale privo di mente del proprio paziente, egli si trova cio "ad affrontare un
problema emotivo, quello di abbandonare il proprio mondo a tre dimensioni, di spogliarsi della
propria esperienza per entrare in un mondo privo di significato e di processi mentali".
Tustin
Secondo Tustin, appartenente alla Scuola Psicoanalitica Inglese, le psicosi infantili come
l'autismo sono da ricollegarsi sia all'incapacit del figlio di utilizzare la figura materna, sia nella
carenza di cure da parte di quest'ultima.
La rottura del legame viene vissuta dal bambino come perdita di una parte del proprio corpo,
poich avvenuta troppo precocemente, in una fase in cui egli ancora non pronto ad affrontare
una separazione. A protezione di se stesso il bambino costruisce un bozzolo composto da quelli
che Tustin definisce "oggetti autistici", ossia protezioni manipolatorie e reattive, non
concettualizzate e basate su sensazioni provenienti dal proprio corpo. A causa dell'interruzione
dell'holding, il bambino, nell'inutile tentativo di trovare protezione in una continuit illusoria e
di sfuggire ad ansie per lui insostenibili, resta fuso con sua madre poich non fa distinzione fra
l'utilizzo del corpo di lei o del proprio. Secondo un'ipotesi di Soriente, la mancanza di
linguaggio in alcune psicosi precoci sarebbe da ricercare nella compromissione o nell'assenza
di alcuni prerequisiti rilevanti per lo sviluppo del linguaggio preverbale: il pointing e la
lallazione.
Pointing significa "indicare", gesto che, con intenzionalit comunicativa, si pu riscontrare nel
bambino tra i 12 e i 18 mesi. Il puntare il dito di notevole importanza, non solo per
l'acquisizione futura del linguaggio verbale, ma anche per lo sviluppo del S in quanto, grazie
al riconoscimento e all'accettazione della distanza tra s e l'oggetto desiderato, implica una
diminuzione dell'onnipotenza, tanto pi se esso, accompagnato da verbalizzazione, d conto
della capacit di distinguere tra s e non s.
Nel bambino con autismo, al posto del pointing, si pu rilevare l'utilizzo della mano dell'altro
come fosse la propria. Il motivo, secondo Tustin, sarebbe da ricercarsi nel rifiuto o nella
mancanza di separazione tra il corpo del bambino e quello della madre, del quale utilizza parti
come fossero proprie, quasi fosse "incollato" all'altro, considerato come appendice di s.
L'acquisizione delle capacit attentive e di comprensione del discorso altrui si estrinseca
soprattutto dopo i 7-9 mesi, quando diviene manifesta nel bambino l'appartenenza al sistema

fonologico della propria lingua di riferimento dei suoni da lui prodotti con la lallazione.
Tustin sostiene che nei bambini psicotici questo "gioco" avviene con suoni idiosincratici,
creati dai bambini stessi e privi di un significato comprensibile, piuttosto che con quelli che
normalmente ci si aspetta dalle predisposizioni innate.
Modelli alternativi
Bick ha recentemente osservato direttamente le interazioni madre-bambino grazie al
metodo dell'infant observation, rilevando nel neonato un iniziale stadio di non-integrazione, con
vissuti di pervasiva impotenza e processi di scissione a difesa del proprio sviluppo, come fosse
in cerca di un oggetto "che possa svolgere la funzione di mantenere unite le componenti della
personalit non ancora differenziate dal corpo".
In una prospettiva kleiniana, l'oggetto si configurerebbe come una "pelle" necessaria allo
sviluppo dei processi di identificazione e successivamente di scissione primaria e idealizzazione
di S e dell'oggetto.
La "pelle" svolge perci un'azione contenitiva della capacit di gestire uno spazio interno al
S differenziato dal resto del mondo esterno, pertanto risulta importante che n carenze
materne reali n attacchi fantasmatici ad essa (che ne impediscono l'introiezione) ne mettano
a repentaglio un adeguato sviluppo, con conseguenze negative sull'evoluzione della personalit
e confusione d'identit fino a giungere, come in alcuni casi di bambini psicotici, allo sviluppo di
una "seconda pelle" in cui una falsa dipendenza si sostituirebbe a quella dall'oggetto a causa di
un inadeguato uso delle funzioni mentali quali sostituti della "pelle".
Tustin ipotizza che l'incapsulamento autistico potrebbe derivare dallo sviluppo di una
"seconda pelle" in seguito a esperienze di separazione dal corpo della madre tanto forti da far
vivere ai bambini come feriti il loro stesso corpo e la pelle che lo avvolge.
La relazione madre-bambino riveste un ruolo centrale anche per Giannotti e De Astis i quali
indagano la possibilit di un arresto dello sviluppo prima dell'instaurarsi dell'attaccamento alla
figura materna, o in un momento successivo, attraverso una regressione. Gli autori considerano
quanto la nascita possa essere vissuta da entrambi i protagonisti in maniera catastrofica e
come in seguito sia di cruciale importanza la modalit di contenimento materno delle
primordiali angosce del figlio grazie alla quale le potr elaborare, riproponendogliele in una
forma rassicurante, simile ad uno "schermo protettivo" tra lui ed un ambiente troppo ricco di
stimoli. Qualora ci non dovesse verificarsi, il bambino si difender dal bombardamento di
stimoli per lui inaffrontabili con rigidi meccanismi autistici (per es. isolamento, stereotipie ed
ecolalia) che non gli consentiranno un ulteriore sviluppo.
Altri approcci hanno considerato il ruolo centrale giocato dall'intera famiglia del bambino
psicotico nell'instaurarsi della sua patologia, in particolare per quanto riguarda le interazioni
verbali e non verbali fra genitori e figlio subito dopo la nascita.
Secondo tale prospettiva, Carratelli e altri autori prestano particolare attenzione al modo in
cui il padre partecipa attivamente alla funzione di maternage, nonostante la mancanza per lui
di un'esperienza di fusionalit durante la gravidanza paragonabile a quella della madre. In
questo modo sarebbe garantita un'unione pi sintonica col bambino grazie alla possibilit di
"identificazioni crociate" nella coppia genitoriale.
Sul versante della psicopatologia gli autori propongono che, oltre che per la madre, anche per
il padre si possa parlare dell'insuccesso del maternage come di "un'analoga esperienza
fallimentare, per cui, nel momento in cui il figlio lo convoca in quest'area di funzionalit arcaica
egli possa trovarsi a rivivere regressivamente una condizione in cui l'attrazione e l'angoscia
concomitante verso uno stato di indifferenziazione quanto mai intensa e dolorosa" e sarebbe
questo il possibile processo alla base delle psicosi infantili.
Ci si troverebbe dunque di fronte ad un sistema triangolare nel quale, in seguito al duplice
fallimento di entrambe i genitori, il bambino rischia di reagire ad esso con modalit autistiche.

Teorie organiciste (farmacologiche)


Prima della pubblicazione dello studio di Wing e Gould nel 1979 era ancora aperto il
dibattito sulla diagnosi differenziale tra autismo e cerebrolesione, tanto che la diagnosi di
autismo veniva tendenzialmente attribuita solo a quei pazienti che non manifestavano nessun
altro sintomo, se non quelli strettamente correlati alla Sindrome. Nel caso (pi frequente) in cui
era possibile individuare anche un disturbo organico si preferiva infatti la definizione di
"autismo secondario". Tuttavia sono ormai numerose le rassegne della letteratura che
mostrano come sia elevata la probabilit che le cause dell'autismo abbiano una base

principalmente organica.
Nel campione esaminato da Steffenberg (35 bambini affetti da autismo e 17 con
comportamento di tipo autistico) si poteva riscontrare un'elevata frequenza di danni o
disfunzioni cerebrali.
Gillberg e Coleman elencarono 12 sindromi note che potevano manifestarsi anche come
Sindrome autistica: Cornelia de Lange Syndrome, Fetal Alcohol Syndrome, Hypomelanosis of
Ito, Joubert Syndrome, Lujan-Fryns Syndrome, Moebius Syndrome, Neurofibromatosis, Rett
Syndrome, Sotos Syndrome, Gilles de la Tourette Syndrome, Tuberous Sclerosis, Williams
Syndrome.
Swillen e altri autori individuarono ulteriori disturbi sospettati d'essere correlati con
l'autismo: X-linked Mental Retardation with Marfenoid Habitus o Velo-cardio-facial Syndrome.
Gillberg e Coleman hanno rilevato anche un'alta frequenza di epilessia fra gli indicatori di
danno cerebrale correlato con l'autismo.
Allo stesso modo il ritardo mentale, frequentemente associato al Disturbo Autistico, sembra
indicare un'eziologia di tipo organico (non ancora individuata con certezza) che spiegherebbe le
anomalie nei test di abilit, dai quali si ottengono singolari profili cognitivi, con migliori risultati
nelle prove per la motricit fine piuttosto che per quella grossa e con elevati punteggi nelle
prove non verbali e di performance, ma punteggi molto al di sotto della media in quelle verbali,
che mostrano una compromissione maggiore della comprensione piuttosto che della
produzione di parole, mentre la memoria per cifre o lettere senza significato appare in certi casi
addirittura superiore alla norma.
Inoltre si possono trovare correlate all'autismo anche anomalie della vista e dell'udito.
Talvolta esso comparso in seguito a Herpes Simplex Encephalitis.

Cervelletto
La conseguenza di un danno in quest'area consiste in incontrollabili manifestazioni motorie
dette paralisi cerebrale. Tuttavia recenti osservazioni sembrano attestare un possibile ruolo del
cervelletto anche nella verbalizzazione, nelle emozioni, nell'apprendimento e nell'attenzione.
Grazie alle immagini ottenute dalla risonanza magnetica, nel corso degli anni '80
Courchesne, analizzando il cervelletto di pazienti con autismo, ipotizz un'ipoplasia dei lobuli
VI e VII correlata in maniera apparente proporzionale alla gravit dei sintomi. Tuttavia alcuni
pazienti mostravano invece un'iperplasia degli stessi.
Visto che le persone con autismo necessitano di tempi pi lunghi del normale per spostare
l'attenzione, egli, da ulteriori indagini, concluse che i lobuli VI e VII potessero avere un ruolo in
questo senso, con una conseguente perdita d'informazioni su contesto e contenuto, data la
difficolt di chi affetto da autismo di passare dall'uno all'altro.
Le osservazioni di Courchesne non trovarono conferma nelle autopsie di persone con
autismo, che mostrarono invece altre anomalie come la scarsit di cellule del Purkinje,
importanti inibitori della produzione di serotonina i cui livelli ematici sono talvolta
effettivamente alterati.
Secondo Happ tre sono i limiti di queste ricerche: 1) i gruppi non sono pareggiati per et
mentale, perch i gruppi di controllo sarebbero dovuti essere composti da persone senza
autismo ma con difficolt di apprendimento, piuttosto che da individui "normodotati"; 2) non
possibile stabilire se le anomalie riscontrate siano cause o effetti del disturbo, visto che le
conseguenze di comportamenti di tipo autistico sul tessuto cerebrale non sono note; 3) seppure
il cervelletto fosse implicato nelle funzioni cognitive, ci non spiegherebbe direttamente un
quadro cognitivo-comportamentale cos articolato come quello dell'autismo.

Sistema limbico (amigdala e ippocampo)


Bauman e Kemper, nell'ipotesi di possibili implicazioni del sistema limbico nell'autismo,
hanno rilevato, nel corso degli anni '80, anomalie principalmente dell'ippocampo e
dell'amigdala. I neuroni in queste zone avrebbero dimensioni inferiori al normale e la loro
densit sarebbe eccessiva. Ne sono derivati studi sui possibili effetti di lesioni in queste aree.
L'amigdala ha un ruolo nel controllo dell'emotivit e dell'aggressivit. Similmente a diversi
pazienti affetti da autismo, che mostrano un'emotivit "piatta" o comportamenti auto o etero
aggressivi, possibile riscontrare in alcuni animali con lesione o rimozione dell'amigdala
attivit compulsive, impedimento sociale, difficolt nel recupero d'informazioni dalla memoria,
impossibilit d'imparare dalle situazioni pericolose, e problemi nell'adattamento a situazioni

nuove. L'amigdala risponde inoltre a stimoli legati alla paura.


L'ippocampo sarebbe invece implicato nell'apprendimento e nella memoria. Secondo
Rimland le persone con autismo troverebbero delle difficolt nel collegare nuove informazioni
con quelle gi immagazzinate. Ci sembra concordare con l'osservazione che da danni
all'ippocampo deriva un'impossibilit di mantenere informazioni in memoria. Animali con
lesione o rimozione di quest'area esibiscono comportamenti stereotipati, autostimolatori e
iperattivit.
Lesioni provocate artificialmente ad animali da esperimento non sono tuttavia direttamente
confrontabili con la complessa sintomatologia dell'autismo.
Disfunzioni metaboliche e componenti biochimiche
Ricerche dell'ultimo decennio su possibili alterazioni biochimiche nell'autismo hanno
consentito l'individuazione di una disfunzione dopaminergica in diversi casi che, considerato il
ruolo del sistema dopaminergico in generale, potrebbe dar conto della complessa
sintomatologia dell'autismo.
Sono diverse comunque le disfunzioni metaboliche che possono essere correlate con l'autismo
e da esse sono scaturiti numerosi approcci che riscuotono al momento svariati consensi, data
la loro rilevanza "pratica".
Shattock, partendo dalla constatazione di Panksepp sulla somiglianza tra la sintomatologia
dovuta ad assunzione cronica di oppioidi e quella dell'autismo ha analizzato con la HPLC
(Cromatologia Liquida ad Alta Resa) le urine di alcuni soggetti affetti o con disturbi correlati,
rilevando l'effettiva presenza di elevati livelli di oppioidi (come la beta-endorfina) nel SNC, che
potrebbero essere dovuti a un'incompleta scissione del glutine e della caseina o al fatto che
glutine e caseina potrebbero creare dei ligandi per enzimi preposti alla scissione degli oppioidi
naturali, con un conseguente accumulo di endorfine per un tempo pi lungo.
Questo spiegherebbe anche le osservazioni di Reichelt, che mostrarono un elevato tasso di
prodotti della scissione del glucosio di alcuni cereali e prodotti caseari (glutine e caseina,
appunto).
Gli oppioidi sarebbero quindi responsabili dell'inibizione della trasmissione nei principali
sistemi di neurotrasmettitori esistenti. Agli oppioidi potrebbero anche essere dovute alcune
alterazioni del sistema immunitario nell'autismo.
Dato il loro ruolo nei processi di specializzazione neuronale nello sviluppo neonatale, ad un
elevato tasso di peptidi oppioidi potrebbe essere dovuta un'eccessiva riduzione di neuroni,
come sembrano dimostrare le anomalie rilevate nel SNC di persone con autismo.
L'autore ribadisce che il passaggio nel SNC di alcune sostanze ad esso nocive non di solito
impedito del tutto dalla barriera ematoencefalica, che risulterebbe quindi parzialmente
permeabile ad alcune particelle dagli effetti trascurabili. Se la concentrazione ematica di esse
cresce, possibile che la quantit di sostanze dannose che oltrepassano la barriera, sia tanto
grande da produrre effetti negativi. Ci pu accadere sia perch la metabolizzazione di
sostanze nocive per il SNC non sufficiente, sia perch la permeabilit delle pareti intestinali si
rivela eccessiva.
Shattock ricorda che esistono livelli differenti di approccio all'autismo e pertanto un modello
del genere non esclude n in contrasto con quello genetico o con un intervento
psicopedagogico. Un intervento sulla dieta infatti, pi che una terapia potrebbe favorire la
creazione di un "ambiente interno" che favorisca il raggiungimento degli obiettivi di crescita e
di sviluppo che solo un adeguato intervento pedagogico in grado di garantire.
Genetica
Diversi indizi portano attualmente a ipotizzare che la componente genetica abbia un ruolo
rilevante nella Sindrome autistica. La maggior incidenza del disturbo nei maschi si potrebbe per
esempio attribuire ad anomalie dei cromosomi sessuali, tanto pi che le manifestazioni
sintomatiche nelle femmine sono pi gravi.
Anche i dati ottenuti da ricerche sui familiari di soggetti con autismo depongono a favore di
un'eziologia genetica del disturbo: da una ricerca della UCLA (Utah), negli anni '80, su 44 nati
in 11 famiglie dove il padre aveva una diagnosi di autismo, emerse che 25 ricevevano in
seguito la medesima diagnosi, in accordo con l'osservazione che un genitore trasmette al
proprio figlio circa met dei suoi geni. Il fatto che chi effettu le diagnosi era a conoscenza dei
problemi del genitore, potrebbe per incidere negativamente sulla validit dei risultati.
Comportamenti autistici si possono anche osservare in persone con cromosoma X fragile,
nelle quali vi un'anomalia cromosomica accertata, e in quelle con Disturbo di Rett, con tutta
probabilit dovuto ad un carattere recessivo sul cromosoma X, dato che solo le femmine ne

risultano affette.
Di difficile verifica risulta una teoria secondo la quale potrebbero intervenire mutazioni
genetiche occasionali nel passaggio di cromosomi da una generazione all'altra.
stata anche ipotizzata una predisposizione genetica ai danni cerebrali causati da agenti
accidentali, conseguentemente all'osservazione di alcune correlazioni tra l'esposizione al virus
della rosolia in gravidanza e l'autismo alla nascita, che non esclude tuttavia un'ipotesi
alternativa per cui l'autismo, pi che da una predisposizione, dipenderebbe da quale area del
cervello entra per caso in contatto con l'agente nocivo.
stato anche osservato che fratelli di persone affette da autismo, oltre ad una probabilit pi
elevata del resto della popolazione d'essere a loro volta affetti, sono significativamente pi
esposti al rischio di ritardo mentale, disturbi del linguaggio o della socializzazione. Non si pu
comunque escludere con certezza che ci sia da attribuire al tipo di ambiente familiare "pi a
rischio", come ipotizzato dai sostenitori del modello psicodinamico.
Un'incidenza maggiore di comportamenti autistici stata anche osservata in pazienti affetti
da disturbi a base genetica accertata, quali l'X fragile, la sclerosi tuberosa e la fenilchetonuria.
Risultati pi interpretabili si sono ottenuti da una ricerca condotta su coppie di gemelli, dalla
quale emersa un'elevata probabilit di una diagnosi di autismo anche per gemello
monozigote di una persona affetta, molto maggiore di quella di un gemello dizigote. tuttavia
quasi certa un'interazione tra fattori genetici e ambientali, poich non necessariamente il
gemello omozigote di un paziente con autismo riceve la stessa diagnosi. Da una ricerca di
Folstein e Rutter risultata per esempio importante l'influenza dei fattori perinatali, dato che
se nelle coppie di gemelli omozigoti solo uno dei due era affetto, si trattava quasi sempre di
quello che era incorso in maggiori difficolt durante il parto.
Secondo i sostenitori di modelli psicogeni dell'autismo, tali risultati si potrebbero per
interpretare alla luce di una somiglianza caratteriale tra gemelli omozigoti da cui deriverebbero
le stesse risposte da parte dell'ambiente per entrambi e quindi anche uguali interazioni
patogene.

Teorie sistemico-relazionali
Nonostante gli autori appartenenti all'approccio sistemico-relazionale, pi interessati ai
processi psicotici rispetto ai disturbi generalizzati dello sviluppo, non affrontino il tema in
maniera diretta, possibile tentare un inquadramento dell'autismo nelle interazioni triadiche
familiari.
Il sintomo si configurerebbe come una risposta attiva del figlio, cos da manifestare la sua
resistenza ad essere educato, a causa delle dinamiche relazionali della coppia genitoriale,
caratterizzata da un gioco di stallo di poco precedente alla nascita del bambino, e che avrebbe
fatto sentire la madre vuota, rendendola incapace di far fronte ai bisogni del figlio.
Secondo Selvini Palazzoli il gioco di stallo consiste nel coinvolgimento del figlio in
un'immaginaria partita dei genitori in cui egli si trova ad essere schierato con uno dei due
contro l'altro.
Alle grandiose aspettative di gratificazione affettiva del matrimonio, seguirebbe per la coppia
la delusione di un rapporto coniugale basato sulla dipendenza ed un'attribuzione di colpa
reciproca riguardo la malattia del "paziente designato", e tutto ci contribuisce alla patologia
del figlio.
Caratteristici della madre di un bambino con autismo, risultano i tratti di inadeguatezza
riguardo i bisogni di un figlio dotato di particolare sensibilit.
Il ruolo del padre sarebbe quello di figura buona, un "mammo ipertollerante" che ripara in
qualche modo alle carenze materne.
L'incapacit di comunicare del bambino si spiegherebbe come un tentativo di alleanza col
padre "buono" contro una madre "cattiva", mente i fratelli non entrerebbero in questa relazione
triadica.
Il quadro sarebbe anche complicato dall'interferenza della nonna materna, nel suo tentativo
di supplire alle carenze materne della figlia immatura, ma principalmente per evitare il biasimo
sociale.

Teorie cognitive

Teoria della mente di Uta Frith


Sul finire degli anni '80 fu proposto anche un modello cognitivo basato sulla teoria della
mente, proposta da Uta Frith, la quale ipotizza che nell'autismo la disfunzione cognitiva da cui
deriverebbero gli altri sintomi consista in un'incapacit di rendersi conto del pensiero altrui,
sarebbe cio carente o assente proprio la teoria della mente. La mente ci che posto tra
cervello e comportamento, ed a questo che fa riferimento il termine "cognitivo".
Nel 1979 Wing e Gould distinsero tre diverse tipologie di persone affette da autismo: aloof
(isolati), abbastanza simili ai pazienti descritti da Kanner; passive, cio passivi, soprattutto nei
confronti dell'ambiente circostante; e odd (bizzarri), socialmente attivi, ma con comportamenti
incongruenti e inconsueti.
Da uno studio degli stessi autori emerso che disturbi della socializzazione, della
comunicazione e dell'immaginazione hanno la tendenza ad apparire insieme piuttosto che
isolatamente. Essendo questa caratteristica particolarmente evidente nell'autismo, da allora si
prefer diagnosticarlo in base a queste tre aree sintomatiche.
Questo metodo di classificazione rischia per di non tener conto di altri aspetti peculiari del
disturbo, se pure non presenti nella totalit dei pazienti, quali le "savant abilities", le
stereotipie, i comportamenti autostimolatori (come dondolarsi) e la preoccupazione ossessiva
per il mantenimento dell'immutabilit degli ambienti o delle abitudini.
Secondo una teoria di Benda l'apparente mancanza di affettivit dei bambini con autismo
sarebbe piuttosto da attribuire ad un'incapacit di astrazione da cui deriverebbero le difficolt
di contatto con l'ambiente e nella manipolazione di simboli.
Pi recentemente, a suscitare un certo interesse nel mondo accademico, stata la teoria
della mente che le persone con autismo si costruiscono riguardo gli altri, ossia il loro modo di
immaginare cosa essi pensano, proposta nuovamente da Frith, secondo la quale un
malfunzionamento del cervello si rispecchia in un malfunzionamento della mente, da esso
prodotta e produttrice a sua volta del comportamento. L'autrice ricorda quanto sia difficile
stabilire se a cambiamenti nei comportamenti osservabili in base ai quali si definisce l'autismo
corrispondano poi effettivamente cambiamenti nella sfera cognitiva o neurologica, pertanto
risulta ardua la determinazione di un comune denominatore di tutti i casi di autismo, obiettivo
che invece si pone lo studio della teoria della mente in persone affette.
L'approccio si fonda sull'ipotesi di un'incapacit, negli individui con autismo, di attribuire
correttamente all'altro stati mentali come conoscenze o credenze, probabilmente a causa di un
danno della facolt metarappresentazionale, con una conseguente compromissione dei
processi di mentalizzazione, forse innati, da cui risulta un pensiero concreto, basato
esclusivamente su eventi della realt direttamente osservabili.
Quest'ipotesi risale ad un'iniziale proposta di Leslie di considerare il gioco di ruolo nei
bambini in generale come se fosse basato su un meccanismo cognitivo che permettesse loro di
immagazzinare separatamente eventi fisici (reali) e mentali (di ruolo). Visto che nei bambini
affetti da autismo il gioco di ruolo appare in effetti molto pi povero, in confronto a bambini con
handicap differenti, Leslie e Frith indagarono la possibilit dell'esistenza di una reale incapacit
dei bambini con autismo di registrare gli stati mentali separatamente da quelli fisici.
La ricerca si svolgeva sotto forma di gioco in cui ai soggetti erano presentate due
bambole: una, Sally, portava un cestino e l'altra, Ann, aveva una scatola. Sally usciva
a passeggio dopo aver messo una biglia nel proprio cestino e averlo coperto con un panno.
Intanto Ann prendeva la biglia dal cestino e la nascondeva nella propria scatola. A questo punto
Sally tornava, con l'intenzione di giocare con la biglia e la domanda che veniva posta era: dove
avrebbe guardato Sally per prendere la biglia? L'elemento fondamentale di cui avrebbero
dovuto tener conto i soggetti era che Sally non poteva essere a conoscenza di quanto Ann
aveva fatto in sua assenza.
Erano in grado di rispondere al quesito sia bambini normali di quattro anni che bambini affetti
da Sindrome di Down, i quali, su richiesta, erano anche in grado di spiegare che Sally era
ignara delle azioni di Ann durante la sua assenza, dimostrando cos, grazie alla comprensione
che qualcuno pu avere una "credenza errata" (false belief) su una situazione, d'essere capaci
di attribuire uno stato mentale ad un altro, in modo da aver maggiori possibilit di prevederne il
comportamento: nella storia proposta plausibile aspettarsi che Sally, dopo aver inizialmente
cercato la biglia nel cestino non la trovi.
Secondo gli autori dalla comprensione di un'errata credenza deriva quella di una "credenza
vera" (true belief), ossia possibile capire emozioni sentimenti e desideri dell'altro.
Bambini affetti da autismo, di et anche molto superiore ai 4 anni, incorsero invece in grosse

difficolt nel tentativo di rispondere alla domanda, affermando per esempio, nonostante il
ricordo corretto della sequenza degli eventi, che Sally avrebbe cercato nella scatola di Ann, cos
da dimostrare quindi di non riuscire a cogliere il senso di quanto accaduto e comprendere che
Sally ha una falsa credenza. Il comportamento di Sally diventa imprevedibile se non vi
comprensione dei suoi pensieri poich, secondo gli autori, il non inferire una falsa credenza
significa non essere in grado di conoscere gli stati mentali altrui. Nell'esempio sarebbe
inspiegabile che Sally vada a cercare la biglia nel posto sbagliato, cosa che invece accade nelle
persone con autismo, proprio perch potrebbe mancare in loro una teoria della mente.

Teorie cognitivo-comportamentali
Centro d'interesse di questo approccio l'acquisizione di abilit, per l'autonomia, in quanto
l'autismo viene considerato come una carenza o un eccesso di comportamenti, che possibile
modificare.
Meazzini ricorda come il rapporto persona-ambiente sia basato su una circolarit reciproca
che, in un contesto ecologico comportamentale, troverebbe forma nel concetto di
Determinismo Circolare di tipo interazionistico, secondo la prospettiva di un individuo-sistema a
sua volta costituito da diversi sottosistemi integrati (repertorio affettivo-motivazionale,
cognitivo, e socio-interpersonale).
Il comportamento di una persona con handicap visto quindi come la risultante di molteplici
cause come disturbi organici di origine genetica, ambiente, stato fisico attuale e il tipo di
repertori in possesso dell'individuo derivati dalla sua teoria di apprendimento.
Focalizzando l'attenzione sulle determinanti ambientali dei comportamenti problematici
nell'autismo, i sostenitori del modello comportamentale ipotizzano una carenza di rinforzi per i
comportamenti adattivi del bambino ed un loro eccesso per quanto riguarda invece alcuni
comportamenti autostimolatori e ripetitivi.

Teorie etologiche
Le teorie etodinamiche partono dall'osservazione etologica del comportamento sia del
soggetto con disturbo Autistico sia delle persone con le quali interagisce e si articolano
secondo le sequenze con le quali si svolge lo sviluppo relazionale normale, in particolare la
intersoggettivit primaria e secondaria di cui abbiamo parlato in precedenza. I principi etologici
presi in considerazione possono riguardare quelle attivit che si svolgono in un contesto di
avvicinamento all'altro: per esempio, i modi affettuosi, amichevoli, esplorativi dell'altro che
possono essere particolarmente ridotti in alcuni soggetti autistici. In questi casi vi sono delle
modalit di rapporto, soprattutto basate sul rapporto di reciprocit faccia a faccia che, specie
nei bambini pi piccoli, possono essere utili sia nel migliorare questo tipo di relazione diretta
sia quella collaborativa. Le modalit relazionali vanno di pari passo: per esempio, un bambino
di tre anni che ha avuto in precedenza una regressione di tipo autistico spesso ha perso molti
dei modi di rapporto che sono propri della intersoggettivit primaria: per questa ragione la
relazione con lui deve riproporsi con modi di reciprocit corporea e verbale che in un bambino
pi piccolo favoriscono la comprensione e l'espressione del linguaggio. Uno degli obiettivi
principali quello di creare nel bambino una motivazione positiva sia a interagire che a
collaborare: per questa ragione che spesso utile far uso di varie forme di attivazione,
verbale e motoria, come prendere per mano e far correre o saltare il bambino, mettendolo in
uno stato di disponibilit e di contentezza per cui, subito dopo, diventa pronto a collaborare per
vari obiettivi cognitivi.