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L’esperienza di Sé e delle relazioni interpersonali

 Introduzione: il Sé moderno.
Problema distinzione tra Io/Sé/Identità
W.James  analisi del Sé: si configura come elemento centrale di connessione tra il mondo
mentale e il mondo esterno. Ogni attività mentale (pensiero) presuppone una coscienza
personale che è data nel corso dell’esperienza soggettiva.
Io conoscente: Io in grado di conoscere. Io conosciuto: oggetto di conoscenza dell’Io
conoscente.
È il Me o Io empirico.
Costituiscono l’identità della personalità.
L’Io empirico si compone di 3 aspetti, connessi con 3 diversi ambiti di esperienza:
1. L’Io materiale, che deriva dalla conoscenza del proprio corpo e ambiente.
2. L’Io sociale, che deriva da una parte dalle immagini e percezioni,che ciascuno presume
gli altri abbiano di sé, e dall’altra da norme e valori sociali.
3. L’Io spirituale, che è dato dall’autoconsapevolezza che ciascuno ha di sé e della
propria esistenza.
Il mondo esterno sociale contribuisce a definire la soggettività.
L’IO è inteso come attore principale nei processi di conoscenza, elaborazione e integrazione (Io
conoscente) ma anche come oggetto di conoscenza che va a definirsi attraverso le proprie
esperienze (Io conosciuto).
Nonostante evidenzi la complessità dell’Io, al centro del pensiero di James rimane la coscienza
 tradizione filosofica ottocentesca: razionalità al centro.
Io come insieme dei processi cognitivi, capaci di garantire il nostro adattamento attraverso
apprendimento, rappresentazione e coscienza di sé.
L’Io gnoseologico è coscienza, consapevolezze e il suo esame è limitato alla sfera della
consapevolezza  ≠ i comportamentisti studiano le singole funzioni dell’Io, es.
l’apprendimento.
Solo quei comportamenti coerenti (e quindi prevedibili) rientrano nella sfera d’azione dell’Io, a
cui non si possono ricondurre le azioni motivate da fattori emotivi e che vanno contro le regole
sociali riconosciute.
L’Io malato è da guarire poiché ha perso le caratteristiche di razionalità, coerenza e regolarità.
Tradizione psichiatrico-clinica ottocentesca: malattia mentale: prevalenza degli aspetti
istintuali.
L’Io psichiatrico è il moderatore di una dimensione non razionale, un “controllore morale”.
Polarità Io gnoseologico – Io psichiatrico  la personalità è multipla, vede coesistere diversi
Sé all’interno della stessa persona  nell’800 questo accadeva però in una situazione
patologica (non razionalità).
Freud studia la mente e il suo funzionamento (normale e non) individuando un percorso
terapeutico per il trattamento dei disturbi. Supera la contrapposizione normalità – patologia:
sono gli estremi di un continuum nel quale solo in modo arbitrario possiamo individuare un
confine che delimita l’area della normalità rispetto a quello della patologia. Inoltre la
dimensione consapevole viene ridimensionata dalla dimensione inconscia. I processi psichici
richiedono nuovi metodi di ricerca.
Sé  forma di organizzazione dell’esperienza del tutto soggettiva. Emerge anche un Sé
oggettivo. Polarità Sé soggettivo – Sé oggettivo  Il Sé si muove dall’interno verso
l’esterno e viceversa, dalla cultura alla mente e dalla mente alla cultura. È il risultato di un
processo di costruzione, un prodotto della situazione e del contesto (cultura, relazioni personali
e sociali)  Bruner.
Il termine Sé nella letteratura psicoanalitica va gradatamente specificandosi rispetto al termine
Io usato da Freud.
Il Sé è già dato all’inizio della vita psichica o emergerà nell’ambito delle relazioni
interpersonali?
Realismo del Sé Sé esistenziale
Le contrapposizioni che emergono nelle principali teorie sui processi costituivi del Sé sono:
a. mondo interno – realtà esterna
b. simbiosi – separazione dall’altro
c. dipendenza – indipendenza dall’altro.
 Cap. 1. Io e Sé.
“vero sé” (Sé autentico)
Winnicot  distingue tra
“falso sé” (o Sé compiacente).
Il primo è l’esito di uno sviluppo normale, in un ambiente in cui si esprime la propria autenticità
e creatività; l’altro di uno sviluppo patologico, laddove l’ambiente viene meno alla sua funzione
di sostegno e determina la costruzione di una maschera. Per Winnicot il Sé è la persona che è
in me. Ha parti che si vanno agglutinando da una direzione interno - esterno nel corso del
processo maturativi. Col termine Sé si riferisce ad un’esperienza soggettiva, non ad un’entità
oggettivamente esistente, ad una struttura psichica definita.
Ambiguità del termine Sé  è utilizzato in ambito clinico e in ambito evolutivo.
Sé clinico: è il risultato della propria esperienza personale da parte del paziente così come è
stata vissuta e rappresentata.
Sé evolutivo: emerge dall’osservazione diretta dello sviluppo del bambino guidata dal modello
psicoanalitico, che risale al processo di nascita e costruzione del Sé.
Sé esistenziale: rinvia ad un livello clinico, mentre il Sé oggettivamente dato: rinvia
all’osservazione dei processi evolutivi del Sé. La distinzione tra questi due tipi di Sé è a livello
di analisi.
Sé clinico – Sé evolutivo: distinzione a livello metodologico.

• I concetti di Io e Narcisismo in Freud.


Freud preferisce parlare di Io, non di Sé. Io: si riferisce sia all’intera persona (ovvero il Sé), sia
ad una specifica istanza psichica.
1922  “L’Io e l’Es”  Io: struttura psichica, nucleo organizzato e coerente di processi psichici
a cui è legata la coscienza. Da esso provengono anche le rimozioni (parte inconscia dell’Io). Io è
quella parte dell’Es che ha subito una modificazione per la diretta azione del mondo esterno e
domina l’Es, sede delle passioni, come il cavaliere domina il cavallo. L’Io ricava dall’Es le sue
energie: lo controlla e lo gratifica in accordo alla realtà esterna. Rimanda la soddisfazione del
desiderio e mantiene la stabilità dell’oggetto cui è diretta la carica psichica. Compie un esame
di realtà mediando tra gli stimoli provenienti dal mondo esterno e quelli provenienti dall’Es.
Scarica la tensione tra mondo esterno e mondo interno. È sede dell’identificazione, dei vari
meccanismi di difesa (es. attraverso l’angoscia).
1914  “Introduzione al Narcisismo”  Narcisismo primario e secondario.
Narcisismo Primario: è un processo di investimento libidico presente alla nascita, attraverso
il quale tutto l’interesse è rivolto dal neonato su sé stesso. Mancanza di distinzione tra Io ed Es
e mancanza di rapporti oggettuali, l’Io deve ancora evolversi.
Narcisismo Secondario: avviene un nuovo investimento sull’Io: ritiro della libido dall’oggetto
all’Io. Questo reinvestimento della libido oggettuale sull’Io è evidente in determinate situazioni
(es. lutto) ma soprattutto in situazioni patologiche (psicosi).
Io: istanza psichica della mente + dimensione soggettiva dell’esperienza.

• La psicologia dell’Io.
Hartman introduce il concetto di Sé in psicoanalisi. Critica la definizione Freudiana di
narcisismo come investimento libidico dell’Io. Freud mescolerebbe Io e Sé, che invece sono due
cose distinte. Dovrebbe parlare di investimento del Sé (della propria persona) che è l’opposto
dell’investimento dell’oggetto.
Io: substruttura psichica della personalità ≠ Sé: totalità della persona psicofisica.
Hartman definisce la rappresentazione del Sé come rappresentazioni inconsce, preconosce e
coscienti del Sé corporeo e mentale contenute nel sistema dell’Io. L’Io è responsabile,
autonomo, realista di un complesso di funzioni organizzate, è un organo del Sé.

• Le rappresentazioni del Sé.


Jacobson: 1964  “Il Sé e il mondo oggettuale”  Problema dell’identità. Studio su pazienti
psicotici e sull’evoluzione psicologica del bambino.
Regressione a stati di indifferenziazione tra Io e Non-
Io, alterazione dell’esame di realtà e dell’immagine di Sé.

Come per Hartman, per la Jacobson il Sé è l’intera persona di un individuo, il suo corpo e la sua
organizzazione psichica.
Identità: consapevolezza di Sé, costruisce la capacità di preservare l’intera organizzazione
psichica come un’entità individualizzata ma coerente.
Formula una teoria dell’evoluzione psichica, caratterizzata da uno sviluppo evolutivo del sé
e da un parallelo sviluppo evolutivo dei rapporti oggettuali.
• Fase di indifferenziazione sia a livello di strutture mentali (Es, Io, Super-Io) che a livello
energetico (libido e aggressività). Presenza di un Sé psicofisiologico indifferenziato. Primo
stadio dello sviluppo (precede sviluppo del Sé e delle immagini oggettuali): narcisismo
primario  il bambino è inconsapevole di tutto, tranne che delle proprie esperienze di
tensione.
• Fase di differenziazione. I processi di scarica pulsionale si espandono verso l’esterno in
risposta a stimolazioni esterne. A livello energetico le risposte ambientali alla richieste
pulsionali del bambino avviano il processo di differenziazione tra libido e aggressività 
determinante è la qualità delle relazioni.
• Fase della separazione-individuazione. Le tracce di esperienze piacevoli o spiacevoli
fanno emergere:
- l’immagine di un Sé corporeo e psichico
- l’immagine degli oggetti, buoni o cattivi.
In queste tracce hanno origine le prime immagini del Sé, inizialmente confuse con le
immagini degli oggetti.
L’immagine realistica del Sé è definita come quell’immagine che rispecchia lo stato, le
caratteristiche, le potenzialità e i limiti del nostro Sé corporeo e mentale.
Sé: entità differenziata ma organizzata, distinta dal proprio ambiente, che ha continuità e
direzione.
• Fase della costanza dell’oggetto. Questo stadio termina con la risoluzione del processo
edipico (5 Fase della latenza). Avviene una progressiva differenziazione a livello
strutturale tra Io, Super-Io e Ideale dell’Io e una progressiva integrazione delle
rappresentazioni del Sé e degli oggetti.

Identificazione fusionale  sorgere di fantasie di incorporazione dell’oggetto, di unità che è


andata perduta (fantasia appagata dalla vicinanza fisica della madre). Attraverso la
gratificazione le immagini di Sé e dell’oggetto si confondono, con l’esperienza del bisogno
invece si separano.
Identificazione affettiva  imitazione di oggetti d’amore. Identificazione più attiva. Ha
origine dagli stretti legami empatici tra la madre e il bambino. Desiderio di fusione. Non c’è una
precisa delimitazione tra realtà interna ed esterna.
Identificazioni selettive  intorno al 2° anno di vita. Desiderio di essere come la figura di
riferimento. Ciò presuppone la distinzione tra immagini di Sé realistiche e fantastiche. Sono
elementi essenziali per la formazione dell’identità ( tra i 2 e i 5 anni di età).

Per la Jacobson, il Sé nasce da scambi interpersonali e ha la funzione di mediare le transazioni


tra l’individuo stesso e il mondo oggettuale. Le esperienze soggettive possono influenzare le
rappresentazioni del Sé. All’inizio la nostra immagine del Sé non è stabile, è confusa con le
immagini oggettuali, ma con lo sviluppo psicosessuale, dell’Io, delle abilità fisiche e mentali e
di giudizio e percezione, le immagini vengono unificate e organizzate.
Adolescenza: distacco dal Sé e dagli oggetti dell’infanzia. Ristrutturazione dell’intera
organizzazione psichica che porta ad uno Stato di confusione e disorganizzazione (fasi di
regressione e posizioni infantili contrapposte a fasi di riorganizzazione verso livelli più adulti).
Ciò porta alla formazione del sé adulto e l’adolescente potrà creare ed accettare una
rappresentazione del Sé solida e durevole. Verranno meno i suoi conflitti sessuali e di identità e
raggiungerà nuovi scopi e posizioni maggiormente dirette verso gli oggetti.

• La psicologia del Sé.


Kohut compie ricerche negli anni ’70. Dà rilevanza alla soggettività e all’esperienzalità
evitando una psicologia dell’Io troppo impersonale. Supera la tesi Freudiana della motivazione
centrata sul concetto di energia pulsionale.
1971  “Narcisismo e analisi del Sé”  Sono esaminati i disordini narcisistici della personalità,
che sono visti come malattie del Sé. Hanno origine in uno sviluppo infantile inadeguato che non
porta al raggiungimento di un Sé coeso. In quest’opera vi è un legame con la psicoanalisi
classica, basata sulle pulsioni. Kohut parla però di libido narcisistica che investe oggetti-Sé,
percepiti come un’estensione del soggetto stesso, e di libido oggettuale che investe oggetti
come realmente distinti e separati dal soggetto.
Il narcisismo non è individuato dall’obiettivo dell’investimento pulsionale, ma dalla carica e
dalla natura di esso.
Il Sé è un contenuto dell’apparato mentale. Non è un’istanza della psiche.
Teoria dello Sviluppo del Sé: è ambigua, poiché Kohut cerca di coniugare varie teorie. Da un
lato il Sé si evolve in seguito ad una separazione dagli oggetti-Sé, dall’altro il Sé investe con
impulsi sessuali e aggressivi questi oggetti, presupponendo quindi che essi siano già distinti e
separati dal Sé.
1978  “La guarigione del Sé”  Sé visto come un’unità dotata di coesione, centro di azioni
intenzionali e contenitore di impressioni. Non è più un contenuto mentale, ma un agente
attivo dotato di funzioni, che ha origine negli scambi interpersonali . Il Sé non è conoscibile
nella sua essenza, possiamo conoscere solo le sue manifestazioni psicologiche e ripercorrere le
tappe del suo sviluppo, che sono:
1. Sé virtuale  deve ancora svilupparsi. È nel bambino neonato. Non può sussistere da solo
ma ha bisogno della partecipazione degli altri (ambiente psicologico specifico), chiamati
oggetti-Sé, non ancora differenziati come tali dal bambino. Essi forniscono l’esperienza
necessaria per il graduale sviluppo del Sé, ed è la rispondente empatica tra il bambino e le
persone del suo ambiente che permette un potenziamento del Sé del bambino e uno
sviluppo psichico adeguato.
Oggetti interni della Klein. Sono oggetti intrapsichici e sono prodotti dell’esperienza reale
del bambino nei confronti di oggetti esterni.
Oggetti-Sé di Kohut: sono il prodotto di fantasie che il bambino sperimenta come concrete.
Il bambino cerca su di sé attenzione e approvazione, si esibisce a chi gli è intorno e si
manifesta attraverso l’esibizione di un Sé grandioso che per consolidarsi deve essere
rispecchiato dalla madre e ciò avviene quando lei accetta positivamente le sue esibizioni.
La mamma non è ancora vista come oggetto esterno differente da Sé. I bisogni narcisistici
primari sono così appagati esibendo e stabilendo un’immagine grandiosa del Sé e anche
trasferendo la perfezione precedente ad un oggetto-Sé ammirato.
Imago parentale idealizzata: il genitore, dal momento che rispecchia la grandiosità del
figlio, conferma l’immagine positiva di Sé che si sta formando e inizialmente il bambino
sperimenta l’imago parentale non come oggetto indipendente da Sé, ma come
un’estensione del Sé grandioso. È idealizzata (e non reale) perché soddisfa le esigenze
fantastiche che provengono dai suoi investimenti narcisistici. Il bambino si sente vuoto e
impotente quando ne è separato e cerca perciò di mantenere con esso un’unione costante
 relazioni d’oggetto-Sé di rispecchiamento e di idealizzazione.
Interiorizzazione trasmutante: il Sé si costituisce nell’interazione con le persone
sperimentate come oggetti-Sé.
Il bambino sperimenta una delusione graduale nei confronti dell’oggetto idealizzato e ritira
gli investimenti narcisistici dell’imago dell’oggetto-Sé idealizzato. Sostituzione graduale
degli oggetti-Sé e delle loro funzioni da parte del Sé e delle sue funzioni. Il Sé sano è
costituito da due poli: uno della sana sicurezza di Sé risultante dal consolidarsi della
tendenza alla grandiosità, uno degli ideali derivanti dal rapporto con l’oggetto-Sé di
idealizzazione. Sé: risultato dell’interazione tra la dotazione innata del neonato e le risposte
selettive degli oggetti-Sé che incoraggiano lo sviluppo in un senso piuttosto di un altro.
2. Sé nucleare: 2° anno di vita. È una struttura bipolare: polo delle ambizioni (tendente al
successo e al potere) contrapposto al polo degli ideali (obiettivi idealizzati). Il Sé dei genitori
influenza il Sé del bambino: se hanno solida fiducia in sé stessi anche il bambino l’avrà. 
cruciale influenza esercitata dagli oggetti-Sé dell’infanzia sullo sviluppo del Sé. All’origine
dei disturbi del Sé vi è un’atmosfera malsana a cui il bambino è esposto durante gli anni in
cui il suo Sé si stabilizza. A seconda della qualità delle interazioni tra il Sé e i suoi oggetti-Sé
nell’infanzia, il Sé adulto può esistere con vari gradi di consistenza (coesione –
frammentazione), di vitalità e di armonia funzionale (ordine – caos).
3. Sé integrato-coesivo: subentra al Sé nucleare. L’adulto psicologicamente sano continua
ad avere bisogno che gli oggetti-Sé forniscano un riscontro speculare al proprio Sé e di
avere obiettivi per la propria idealizzazione. Le risorse narcisistiche degli adulti normali non
sono mai complete; la costituzione di un Sé ben integrato non garantisce dalle ferite
narcisistiche future. Nel corso dell’esistenza, soprattutto in certi punti-chiave evolutivi, il Sé
è vulnerabile all’esperienze d’oggetto-Sé inappropriate.
Kohut dà importanza al ruolo svolto dall’ambiente esterno nello sviluppo psichico
dell’individuo  il bambino nasce in una matrice di oggetti-Sé su cui fare potenziale
affidamento, con i quali stabilisce una relazione che riflette il Sé virtuale del bambino.
Klein sostiene che fin dall’inizio il bambino deve proteggersi dalle ripercussioni causate dai
suoi continui tentativi di esternare la propria aggressività.
Per Kohut il Sé si sviluppa in seguito all’internalizzazione del bambino della funzione degli
oggetti-Sé. Partecipazione empatica del bambino verso la madre.
Per Klein il Sé si sviluppa in conseguenza dell’internalizzazione di oggetti riparati.
Atteggiamento riparativo del bambino verso la madre.

Kohut  Sé: viene dalla separazione degli oggetti-Sé e interiorizzazione di essi,


inizialmente indifferenziati dal Sé. Gli oggetti-Sé si configurano in funzione di bisogni
narcisistici di base (onnipotenza, grandiosità e di fusione con un ideale). Attraverso le
relazioni con gli oggetti-Sé, il Sé virtuale si costituisce come Sé nucleare, capace di
stabilire relazioni reali col proprio mondo oggettuale, che però non sostituiscono le
relazioni di oggetto-Sé. Il Sé maturo non rinuncia ai propri bisogni di oggetto-Sé. Il
legame con l’altro si fonda sempre sulla disponibilità di questi a offrire funzioni di
oggetto-Sé, ma in modo più “maturo”, meno urgente rispetto alla primissima infanzia.
Visione di maturità in cui predomina il bisogno di rapportarsi con oggetti in quanto

 Cap. 2. Genesi dell’Io e delle relazioni oggettuali.


Spitz  genesi della vita psichica nel 1° anno di vita. Indaga le prime relazioni tra bambino e
madre. Metodi: psicologia sperimentale, osservazione diretta. Osservazioni dello sviluppo del
bambino in condizione di carenza di cure materne  ritardi di sviluppo, morte per alcuni di loro
entro i 2 anni  il potenziale psicologico (innato) si può realizzare solo in presenza di legami
emotivi stabili con un’altra persona.
Oggetto libidico: per Freud, qualunque oggetto che soddisfi la pulsione e che viene poi
associato all’esperienza di piacere (risultato della scarica pulsionale).
Per Spitz la relazione con esso è una conquista evolutiva che presuppone il riconoscimento del
proprio Io e della figura esterna a Sé.
Teoria dello sviluppo dell’Io e delle relazioni oggettuali:
a. Stadio pre-oggettuale: non si può parlare di Io – relazioni oggettuali – esperienze
psichiche, ma solo di manifestazioni fisiologiche fino al 3° mese. Condizione di non-
differenziazione relativa alla dimensione psichica, pulsionale e tra la propria persona e la
madre. Corrisponde al narcisismo primario descritto da Freud. La madre è mediazione tra
bambino e ambiente, ne regola l’esperienza proteggendolo da un eccesso di stimoli fino a
che non lo farà autonomamente. Queste esperienze mediate dalla madre favoriscono la
strutturazione crescente della capacità dell’Io (1° anno di vita) attraverso una serie di fasi
che Spitz individua attraverso gli indicatori del sorriso, del pianto e del no. Organizzatori 
punti critici dello sviluppo. Se essi si consolidano, il bambino può sviluppare i suoi sistemi
personali in modo normale.
b. Stadio dell’oggetto precursore: 2°-3° mese  sorriso (1° indicatore) del bambino al
volto umano. È una risposta sociale. Sorride a tutti i volti che gli si presentano di fronte.
Inizia ad aprirsi agli stimoli esterni, viene meno la sua azione difensiva. Progressione dalla
passività all’attività. Prima organizzazione dell’Io, rudimentale, che media tra l’interno e
l’esterno. Quello che il bambino percepisce è però solo un segnale, una forma d’insieme
(fronte, occhi, naso) non limitato alla madre. Non ne riconosce le qualità essenziali, che
caratterizzano l’oggetto libidico. Comunque attraverso il sorriso si innesta un primo circuito
di interazioni.
c. Stadio dell’oggetto libidico: 8° mese  il bambino riconosce il volto della mamma,
piange e si ritrae di fronte all’estraneo. Si costituisce l’oggetto libidico che è la mamma. Il
bambino rifiuta tutto tranne che l’oggetto libidico, con il quale ha stabilito rapporti
oggettuali. Pianto  2° indicatore, è creato dal contrasto tra l’immagine della madre e
quella delle altre persone  Angoscia dovuta alla non-identità dell’estraneo con l’immagine
della madre. È il superamento di una nuova tappa dello sviluppo psichico.
d. Stadio della strutturazione del Sé: 15° mese in poi  3° indicatore: No del bambino. Il
suo raggio d’azione si è allargato, sperimenta lo spazio e si esprime quasi verbalmente.
Utilizza il diniego, che copia dalla madre quando gli proibisce qualcosa  spinta aggressiva
del bambino  il suo Io si difende attivando il meccanismo di identificazione con
l’aggressore. Non imita l’adulto, ma lo assume come proprio. I gesti del diniego e il “No”
sono i primi simboli semantici formati dal bambino che rappresentano il concetto di rifiuto.
In Spitz lo sviluppo corrisponde alla progressiva stabilizzazione di livelli di organizzazione
dell’Io, che comporta una progressiva differenziazione dell’Io dall’Altro.
Ogni aspetto del 1° sviluppo psichico è mediato dall’ambiente materno ed è in funzione di
quest’ultimo. La relazione madre-figlio è normale quando soddisfa entrambi. Le esperienze
interattive rendono possibile la progressiva maturazione del bambino e determinano la
crescente complessità dell’Io. Le relazioni oggettuali si realizzano per un’interazione
costante fra due partner che provocano l’uno le reazioni dell’altra, agiscono l’uno sull’altra.

 Cap. 3. La dialettica tra mondo interno e realtà esterna.


Klein teorizza che esista un Io attivo fin dalla nascita, diversamente da Spitz e Mahler. Nega il
carattere esclusivamente fisiologico delle primissime fasi dello sviluppo. Vita psichica neonatale
complessa. Ritiene che nel bambino sia in atto la lotta tra pulsione di vita e pulsione di
morte (aggressività innata). La mente neonatale prova angoscia e attiva primitivi meccanismi
difensivi. L’Io è in grado di stabilire relazioni oggettuali primitive.
Per la Klein Io e Sé sono la stessa cosa, diversamente dal pensiero Freudiano.

• Le fasi della teoria Kleiniana.


Metodo: osservazione più interpretazione dei giochi liberamente messi in atto dal bambino
nello studio del terapeuta. Nel suo percorso teorico vi sono fasi diverse in base ai mutamenti di
interessi di studio della Klein:
 Decennio ’20-’30  privilegia le questioni sessuali. Lo sviluppo psicosessuale è collegato
alla spinta a conoscere del bambino. Da una parte ricerca della soddisfazione pulsionale,
dall’altra inibizioni legate all’angoscia per il periodo di punizione.
 Anni ’30  privilegia i problemi legati all’aggressività. La presenza di questa pulsione
provoca sensi di colpa. La distruttività primaria sostituisce la ricerca del piacere e diventa la
forza pulsionale della vita psichica.
 Anni ’35-’45  interesse per i temi libidici. L’aggressione verso l’oggetto libidico provoca
angoscia depressiva, conseguenza della nascente preoccupazione per l’oggetto libidico.
Capacità di riparazione nei confronti di tale oggetto.
 Anni ’46-’60  sintesi tra i lavori sulla depressione e riparazione. Emerge il concetto di
scissione dell’Io: i processi di scissione, finora presi in esame solo rispetto agli oggetti,
vengono estesi anche all’Io.

• La definizione d’oggetto.
Teoria psicoanalitica  oggetto = elemento essenziale della pulsione, la quale si dirige verso
qualche oggetto. Freud lo intende soprattutto come oggetto sessuale, identificabile in una
persona esterna. Tale scelta oggettuale supera l’autoerotismo (in cui non si configura la
presenza di un oggetto esterno) o fase di narcisismo. La pulsione è un concetto limite tra lo
psichico e il somatico, connessione tra sfera psichica e corporea. La meta di una pulsione è il
soddisfacimento e può raggiungere la sua meta mediante o in relazione all’oggetto della
pulsione. Tra oggetto e pulsione non c’è connessione prestabilita, ma essa si crea nel momento
in cui l’oggetto rende possibile la soddisfazione della pulsione. Quindi:
Vi è una fase originaria della vita psichica caratterizzata dall’assenza di un oggetto esterno 
qui la pulsione trae soddisfazione attraverso il corpo stesso (fare autoerotica). Solo più tardi
sarà soddisfatta attraverso un oggetto esterno. Per Freud l’oggetto è il veicolo attraverso il
quale la gratificazione viene ottenuta o negata, è sempre subordinato alle mete della
gratificazione pulsionale.
Klein invece pensa che le pulsioni sono intrinsecamente dirette verso gli oggetti, le relazioni
soggettuali sono al centro della vita emotiva. Pone la relazione oggettuale come premessa
iniziale dei processi mentali. Fin dall’inizio le pulsioni sono orientate verso l’oggetto. Fin dalla
nascita vi è la polarità tra pulsioni (vita – morte) che corrisponde ad una polarità degli oggetti:
buoni  soddisfano; cattivi  negano la soddisfazione.

• Oggetti interni ed oggetti esterni.


Oggetto interno: è creato dalla stessa pulsione che richiede un qualcosa che produca
soddisfazione. Le prime relazioni oggettuali si pongono su un piano interno. I primi oggetti sono
prodotti dalla stessa pulsione, sono una sorta di immagini a priori innate. Prima di instaurare
una relazione con la figura materna reale, il bambino stabilisce una relazione con un’immagine
interna di essa.
Le pulsioni di vita e morte si esprimono psichicamente in fantasie inconsce e nel corso dello
sviluppo divengono un mezzo di difesa contro l’angoscia, per controllare o soddisfare i
bisogni pulsionale. Le prime fantasie inconsce si presentano sotto forma di immagini percettivi
(e solo dopo di rappresentazioni) e non sono ben introducibili nelle forme del pensiero
cosciente.
Fantasia: rappresentante psichico delle pulsioni, è il substrato di tutti i processi mentali. I
primi rapporti con l’oggetto avvengono a livello di fantasie inconsce. Progressivo passaggio
(non lineare) da relazioni oggettuali a livello di fantasie interne a relazioni oggettuali con
oggetti reali del mondo esterno.

• La relazione con l’oggetto parziale.


Durante lo sviluppo psichico  stato iniziale di non-integrazione (confusione tra il Sé e
l’ambiente); riconoscimento graduale della propria realtà psichica e dell’esistenza di oggetti
esterni indipendenti che si verifica attraverso la ripetuta assimilazione di esperienze in cui il
soddisfacimento prevale sulla frustrazione. Sotto la pressione del conflitto tra pulsioni di vita e
di morte, il bambino elabora difese e meccanismi mentali: la proiezione o l’introiezione. Il
bambino sperimenta la proiezione di sensazioni dolorose provate ad es. con la fame e
l’introiezione all’interno di un oggetto buono e appagante come il latte materno. L’aspettativa
di una soddisfazione trova conferma nell’esperienza reale. Invece la mancanza di soddisfazione
comporta l’incremento della fantasia di un oggetto cattivo che suscita angoscia, allora il
bambino si difende proiettando nell’oggetto persecutorio (cattivo) quella parte di sé che
contiene la pulsione di morte.
Introiezione: il bambino non sente il mondo esterno e gli oggetti come esterni, ma essi sono
introdotti nel Sé e diventano parte della vita interiore.
Proiezione: capacità del bambino di attribuire a chi lo circonda sentimenti di vario genere
(amore – odio).

L’io stabilisce un rapporto con due oggetti (buono e cattivo), risultanti dalla scissione
dell’oggetto primario. Questi sono destinati ad essere confrontati con gli avvenimenti esterni.
La fantasia dell’oggetto buono si fonde con le esperienze gratificanti (amore e nutrimento,
fornite dalla madre); la fantasia dell’oggetto cattivo si fonde con le esperienze di deprivazione
e dispiacere.
La relazione oggettuale si configura come relazione con l’oggetto parziale. L’oggetto buono e
quello cattivo sono i primi oggetti parziali, coinvolti nelle prime fantasie inconsce, che
rappresentano libido e aggressività.

• La posizione Schizo-paranoide.
È il periodo iniziale della vita del bambino, in quanto l’angoscia dominante è paranoide e lo
stato dell’Io caratterizzato dalla scissione. La posizione depressiva seguirà alla fine del 1° anno.
Entrambe le posizioni potranno ricostituirsi in periodi successivi della vita.
In questa fase domina la proiezione della pulsione di morte, che fa sorgere la paura degli
oggetti cattivi. La pulsione di vita viene in parte deviata all’esterno, allo scopo di creare un
oggetto ideale in grado di proteggere dai persecutori. Esso è introiettato a sua volta e
avviene una parziale identificazione con esso.
Si va costruendo uno spazio esterno costituito dalla madre-seno, su cui sono proiettati sia la
parte buona che quella cattiva del Sé infantile, ed uno spazio interno, in cui il bambino
introietta le esperienze buone e cattive. Il bambino elabora un meccanismo mentale difensivo,
la scissione, per tenere separate le parti cattive da quelle buone.
Identificazione proiettiva  meccanismo di difesa: le parti del Sé e degli oggetti interni sono
scisse e proiettato sull’oggetto esterno, rendendo possibile un’identificazione con questo che
ne garantisce il controllo.
Questi meccanismi di difesa sono il mezzo con cui l’Io primordiale si difende dalle angosce
persecutorie e anche i gradini per lo sviluppo successivo:
- La scissione gli permette di mettere ordine alle sue esperienze (facoltà discriminativa) ed è
l’angoscia persecutoria la condizione preliminare della capacità di riconoscere e valutare le
situazioni nel mondo esterno.
- L’identificazione è la base della credenza della bontà degli oggetti e di sé stessi.
- Sull’identificazione proiettiva si basa la capacità di mettersi nei panni degli altri.
Invidia  ha un intento distruttivo: desiderio di distruggere ciò che è irraggiungibile. Se
eccessiva può interferire con la conservazione dell’oggetto ideale. L’esperienza di
gratificazione, oltre a confermare la pulsione di vita, provoca ammirazione per l’oggetto ideale,
ma anche invidia, ma se l’esperienza gratificante prevale, questa renderà possibile la graduale
introiezione dell’oggetto ideale e l’invidia tenderà a diminuire, permettendo il normale sviluppo.

• La posizione depressiva.
Avviene quando l’angoscia depressiva diventa stabile. Il bambino riconosce un oggetto intero e
si mette in rapporto con esso: la madre è riconosciuta come una persona reale (buona e
cattiva, amata e odiata). Qui la principale angoscia del bambino è che i propri impulsi distruttivi
distruggono l’oggetto che ama.
Mentre prima l’aggressività e la distruzione venivano percepiti come minaccia persecutoria
proveniente dal di fuori di Sé, ora il bambino scopre che provengono dall’interno del Sé, la cui
parte cattiva mette in pericolo l’oggetto buono. L’origine della malvagità non è più l’oggetto
esterno, ma il Sé. Il bambino crea le difese maniacali contro il pericolo di distruggere
l’oggetto d’amore.
Il meccanismo tipico dell’Io di fronte all’angoscia di perdita è l’identificazione introiettiva,
ossia la capacità di conservare un oggetto buono stabile all’interno del Sé, con cui l’Io si
identifica, e di proteggerlo dalla propria distruttività.
A causa dell’angoscia depressiva avviene un cambiamento fondamentale nel rapporto del
bambino con la realtà e la posizione distruttiva rappresenta il passaggio dal principio del
piacere alla responsabilità della colpa. D’ora in poi ciò che lo spingerà ad agire non sarà solo
più la ricerca della soddisfazione istintuale, ma l’impulso a ricreare l’oggetto d’amore (capacità
riparativa). Origine della formazione del simbolo, da cui dipenderà il progressivo sviluppo della
capacità di pensare e conoscere. Il simbolo è differenziato dall’oggetto e viene sentito come
creato dal Sé. Se invece viene equiparato all’oggetto che rappresenta verrà sperimentato come
oggetto: produzione di equazioni simboliche con l’emergere della posizione depressiva, l’Io è
portato a proiettare e a riportare i desideri e gli affetti in oggetti e interessi nuovi: ciò rafforza il
processo che sviluppa le sublimazioni e le nuove relazioni oggettuali.
Il conseguimento finale nella posizione depressiva è lo stabilirsi degli oggetti buoni interni, ma
esso non è mai completamente elaborato (i buoni oggetti esterni nella vita adulta simbolizzano
sempre in parte gli oggetti buoni primari, di modo che le esperienze di perdita riattivano
esperienze depressive).

• Il mondo adolescenziale e adulto.


Secondo la Klein i meccanismi e i conflitti nel corso del 1° anno determinano le vicende
successive, in particolare quelle adolescenziali. In questi anni, l’angoscia e le esperienze
emotive si manifestano con maggiore intensità, anche l’attività fantastica è più intensa,
così come i vari stati affettivi. L’organizzazione della mente in questo periodo è vicina a quella
infantile.
I processi mentali adulti non sono caratterizzati esclusivamente in chiave depressiva: si hanno
sempre oscillazioni tra posizione schizo-paranoide e posizione depressiva; fanno parte dello
sviluppo normale.
Sviluppo normale di maturità: capacità di effettuare riparazioni nei confronti degli oggetti
interni più decremento delle angosce persecutorie.
Adolescenza  in particolari momenti si attivano meccanismi di scissione più che di
riparazione, tendono a stabilirsi relazioni con oggetti parziali che con oggetti interi. È rimessa in
crisi quella capacità di mettersi in relazione con l’oggetto intero, ossia con la persona che
esiste in quanto persona autonoma.
Il passaggio dall’adolescenza alla vita adulta si prospetta come una riedizione del passaggio
dalla posizione schizo-paranoide a quella depressiva.

 Cap. 4. I processi di Separazione e Individuazione.


Mahler  studio sui bambini psicotici  incapacità del bambino di orientarsi verso la persona
umana e di utilizzarla per ottenere la soddisfazione dei propri bisogni vitali. Metodo:
ricostruttivo psicoanalitico, osservazione diretta della madre-bambino (≠ Klein)  i meccanismi
intrapsichici si possono comprendere attraverso lo studio del comportamento osservabile.
La Mahler ritiene che nel neonato sia presenta una prima fase di indifferenziazione; la
nascita psicologica vera e propria deve essere intesa come emergenza dal comune confine
simbiotico madre-neonato ed è da collocare solo dopo l’avvento dei processi di separazione e
individuazione, una volta superata la fase simbiotica e attuato il rapporto con l’oggetto totale.
La Mahler interpreta lo sviluppo del bambino in una prospettiva adattiva, cioè come sviluppo
delle funzioni dell’Io determinato da processo di adattamento alla realtà esterna. Bisogno di
adattamento del bambino per ottenere gratificazioni. Nel processo di acquisizione d’identità
attraversa diverse fasi che lo portano alla consapevolezza d’essere separato, avviene intorno ai
4 anni.
3 fasi:

• Autismo e simbiosi (1° e 2° fase).


 Fase autistica normale  prima fase dello sviluppo (fino alla 4° - 5° settimana). Il bambino
è psicologicamente ancora nell’utero. Effettua delle esperienze ma non ha consapevolezza
dell’agente di cure materne, il suo interesse è rivolto all’appagamento dei bisogni
interni e non localizza nel mondo esterno una possibile fonte di soddisfazione. Prevale uno
stato di assoluto narcisismo primario, caratterizzato dalla mancanza di oggetto. Madre
= Io ausiliario, mediatore tra stimoli interni ed esterni, garantendo il superamento delle
tensioni che questi provocano. È una fase totale di indifferenziazione: strutturale (tra Io
ed Es), economico (tra libido e aggressività), relazionale (tra Sé e non-Sé).
 Fase simbiotica  2° mese  il bambino ha una vaga consapevolezza di un oggetto a lui
esterno che soddisfa i suoi bisogni. Illusione di confine comune a due individui fisicamente
separati. La simbiosi è ottimale quando c’è contatto, visivo e anche verbale (la mamma che
gli parla) o come il sorriso sociale di Spitz. Il bambino percepisce vagamente che la
soddisfazione dei suoi bisogni proviene da qualche oggetto parziale ed è totalmente
dipendente dal partner simbiotico. Sensazione di fusione con la madre. Progressivo
investimento nel mondo esterno (nella persona della madre). È la fase dell’oggetto
precursore di Spitz. Nell’unità simbiotica è importante, per lo sviluppo successivo del
bambino, una certa sintonia tra i due partner simbiotici  importanza dell’holding
materna, l’abbraccio fisico e psicologico, che lo aiuta a “schiudersi” dell’orbita simbiotica 
il bambino riuscirà poi a differenziare le proprie rappresentazioni del Sé.

• I processi di individuazione e separazione (3° fase).


Questi portano alla consapevolezza della separazione tra Sé e l’atro, al sorgere di una
sensazione del Sé, della consapevolezza di una realtà del mondo esterno, di una vera
relazione oggettuale.
Sono importanti per lo stabilirsi dell’identità e socialità del bambino. Sono aspetti
complementari dello stesso processo intrapsichico, che si riflette lungo tutto il ciclo vitale.
Avviene soprattutto tra il 5° e il 36° mese.
Separazione  conquista intrapsichica di un senso di separazione dalla madre, sensazione di
essere un individuo separato, che porta gradualmente chiare rappresentazioni intrapsichiche
del Sé differenziate da quelle del mondo oggettuale.
Individuazione  assunzione del bambino delle proprie caratteristiche individuali. Progressiva
autonomia intrapsichica, rappresentazioni del Sé interiorizzate, distinte dalle rappresentazioni
oggettuali interne.
Questi due processi evolutivi sono complementari e intrecciati ma possono anche procedere in
modo divergente con un ritardo – accelerazione nello sviluppo dell’uno o dell’altro.
• Differenziazione (1° sottofase).
L’attenzione del bambino si rivolge gradualmente verso l’esterno, inizia a distinguere il proprio
corpo da quello materno e ad essere consapevole della delimitazione del Sé dal Non-Sé.
Esplora la mamma (tirare i capelli, carezze) e l’ambiente circostante. Sviluppa l’apprendimento
dell’altro che non è la madre  perciò angoscia più curiosità.
• Sperimentazione (2° sottofase).
10° - 16° mese  sperimentazione precoce e sperimentazione vera e propria. La
sperimentazione precoce  il bambino è in grado di allontanarsi dalla madre con un appoggio
(a carponi o barcollando). Sperimenta segmenti più ampi di realtà. È attivato dagli oggetti, ma
la madre resta ancora al centro del mondo, appaga il bisogno affettivo attraverso il contatto
fisico, importante per il superamento dell’angoscia di separazione. Maturazione delle funzioni
autonome dell’Io (percezione, memoria, coordinamento motorio) che favorisce il rapporto con
la realtà e la fiducia nella propria crescente capacità di autonomia.
La sperimentazione vera e propria consiste nella deambulazione e acquisizione di un senso di
sicurezza e di euforia nei confronti dell’ambiente esterno. Tendenza all’allontanamento dalla
madre ma rimane il bisogno di rifornimento affettivo, anche da lontano.
• Riavvicinamento (3° sottofase).
15° - 22° mese  Desiderio che la madre condivida con lui ogni nuova esperienza. Paura di
perdere l’amore dell’oggetto (e non l’oggetto d’amore)  il bambino ha stabilito un legame
libidico reale con la madre, un vero rapporto affettivo. La mamma è ora ricercata in quanto
persona. Alternanza tra il desiderio di evitarla e di starle molto vicino: a ciò sottostà, a livello
psichico, uno stato conflittuale di ambivalenza  il bambino vuole unirsi con l’oggetto
d’amore, ma vuole anche difendere la propria autonomia. Riveste importanza anche il rapporto
con il padre e l’interazione con altre persone, l’attività ludica e il linguaggio simbolico. In
coincidenza con l’instaurarsi del no semantico di Spitz, avviene l’espansione dei processi di
interiorizzazione (anche delle regole e delle richieste  Inizio del Super-Io).
• Individualità e Costanza oggettuale (4° sottofase).
22° - 36° mese  Conquista dell’individualità permanente e conseguimento della costanza
oggettuale. Senso della temporalità e delle relazioni spaziali, maggiore capacità di sopportare
la separazione. Senso stabile dei confini del Sé; si passa ad un amore più maturo. Acquisizione
cognitiva della rappresentazione simbolica interna dell’oggetto permanente. Capacità di
pensiero rappresentativo, di differenziazione tra le rappresentazioni del Sé e dell’oggetto  tali
conquiste trasformano il bambino in un essere con una propria identità specifica in grado di
avviare relazioni sociali.
Nota: ai cambiamenti che avvengono nel bambino corrispondono cambiamenti nella madre e la
crescita psicologica del bambino si accompagna a quella della madre ( = Winnicot).

• L’individuazione del Sé nell’adolescenza.


L’adolescenza è vista come una sorta di 2° nascita psicologica. Emerge una nuova
consapevolezza di Sé, collegata sia ai cambiamenti corporei sia a quelli cognitivi. La nascita del
Sé adolescenziale conduce all’individuazione del Sé adulto e comporta una ridefinizione delle
relazioni con gli oggetti d’amore. Le figure parentali sono messe in discussione: attraverso
conflitti e rifiuti l’adolescente giungerà a stabilire con esse una dipendenza matura, fondata sul
riconoscimento dei reciproci bisogni. Ricerca di legami più stretti con i coetanei, necessità di far
parte di un gruppo di riferimento.
Adolescenza come 2° processo di separazione – individuazione. Analogie tra le sottofasi e lo
sviluppo adolescenziale.
1. Bisogno di rifornimento affettivo: adulto come punto di appoggio per le situazioni di
difficoltà.
2. Investimento narcisistico sulle funzioni del proprio corpo (fase di sperimentazione):
l’adolescente si concentra su sé stesso (maturazione sessuale e cognitiva)
3. Ambivalenza della fase di riavvicinamento: nell’adolescente vi sono infinite contraddizioni
 genitori come riferimento ma anche limite alla propria autonomia, mondo esterno come
campo di nuove scoperte ma anche prigione con leggi ferree; sicurezza e rifiuto di Sé.
Pericolo di ricadere nella fusione, rifiutando la propria crescita fisica e psichica. Superata la
crisi, l’adolescente può finalmente riconoscersi.
4. L’adolescente ha bisogno di crescere in un clima di fiduciosa attesa, di conferma costante
delle proprie capacità nonostante le difficoltà.

 Cap. 5. Verso l’autonomia.


Winnicot  nucleo della sua teoria è il rapporto madre – bambino. L’equilibrio psichico
dell’individuo dipende dall’ambiente offerto al neonato dalla madre; esso deve essere adatto,
cioè coincidere con la madre. La tendenza alla crescita propria del bambino è inscindibile dalle
cure materne che la rendono possibile. L’attenzione si sposta all’unità madre – bambino, per
capire il processo di differenziazione e di strutturazione del Sé.

• L’emergere della persona.


Condizione iniziale del bambino: Non differenziazione dall’ambiente esterno (madre) e non
integrazione delle esperienze sensoriali e corporee. Il bambino è sostenuto dalla persona
matura, le cui cure sono il sostegno della tendenza all’integrazione. Sostenere sia in senso
fisico (in braccio) che in senso lato.
Tre principali tendenze di sviluppo:
a. Integrazione  legata alla funzione di sostegno, conduce all’unità del Sé in integrazione
col Non-Sé.
b. Personalizzazione  Saldatura tra “Psiche e Soma” che consente lo sviluppo che si ha
nella propria persona, reso possibile dall’handling, cioè manipolazione, che consente
l’integrazione dei movimenti e delle sensazioni, inizialmente scoordinati e prive di
significato. La pelle diventa il confine tra Sé e il Non-Sé, la psiche si insedia nel soma e ha
inizio una vita psicosomatica individuale.
c. Acquisizione del senso di realtà  permette al bambino l’instaurarsi della relazione
oggettuale ed è necessario che al bambino l’oggetto sia presentato dalla madre. La
sollecitudine materna favorisce lo stabilirsi del rapporto del neonato con la realtà esterna.
La mamma deve sapergli presentare il mondo a piccole dosi attenuando la discrepanza tra
la percezione oggettiva della realtà e l’aspettativa oggettiva. Attiva la mediazione tra l’una
e l’altra.

• Dalla dipendenza all’autonomia


1°  fase della dipendenza assoluta  6 mesi. Fase di non-integrazione, di mancanza di senso
di realtà.
2°  fase della dipendenza relativa  6 mesi – 2 anni. Si attenua la presenza materna;
aumento dell’esercizio delle funzioni dell’Io.
3°  fase dell’indipendenza  affinché si realizzi, è necessario che il bambino si sia costituito
un ambiente interiorizzato e costituito come persona. Non è indipendenza assoluta, l’individuo
riconosce i propri legami e la propria dipendenza dall’ambiente.

• La madre sufficientemente buona.


All’inizio la madre deve adattarsi ai bisogni del bambino; definita: “sufficientemente buona”,
cioè sana, che si comporta nel modo che è naturale per una madre. Questa sua capacità è un
atteggiamento istintivo ed è in grado di svolgere la funzione di Io ausiliario in modo tale che il
bambino abbia un Io stabile fin dall’inizio. Grazie alle buone cure materne, il potenziale
ereditario del bambino si trasforma gradualmente in un individuo determinato. Una grave
carenza di queste cure è un ostacolo allo sviluppo psichico. La mamma comunque deve essere
brava a modificare il suo atteggiamento in conseguenza della capacità acquisita dal bambino di
inviare dei segnali che guidano la madre a rispondere ai suoi bisogni  non deve rispondere
alle esigenze del figlio prima che queste vengano manifestate. Il bambino deve giungere
all’integrazione della propria personalità, ad un senso di sicurezza nel rapporto con l’esterno.
La mamma deve stimolare in lui lo sviluppo della capacità di stabilire un rapporto con la realtà
esterna, relazioni oggettuali. La presenza assidua della madre è fondamentale anche per lo
sviluppo della capacità di avvertire il senso di colpa, prerequisito per stabilire relazioni affettive.

• La preoccupazione materna primaria.


Sono le manifestazioni che si verificano durante la gravidanza a rendere ogni madre sana
psichicamente per prendermi cura del proprio bambino. Prova una crescente identificazione col
feto, la sento come un oggetto interno. Acquisisce una sensazione molto potente dei suoi
bisogni  è la preoccupazione materna primaria. La mente materna è in sintonia simbiotica
con le necessità del bambino fino al processo di differenziazione del Sé dal Non-Sé e di
integrazione dell’Io. Quest’identificazione dura fino al 6° mese e consente alla madre di offrire il
suo sostegno nel momento in cui esso è richiesto.
Se la coppia madre-bambino è in buona armonia, l’Io del bambino è molto forte e presto
raggiungerà il senso della sua identità e comportamenti personali.

• Gli oggetti transizionali.


Nel processo di acquisizione del senso di realtà, il bambino passa dall’esperienza dell’illusione
alla delusione che gli permetterà di riconoscere una realtà esterna.
Oggetto soggettivo: si colloca nel momento in cui il bambino differenzia vagamente
qualcos’altro da Sé.
Oggetto oggettivo: l’oggetto è percepito come esterno al Sé, è quindi il fondamento della
relazione oggettuale.
Oggetto transizionale: media il passaggio tra l’oggetto soggettivo e quello oggettivo. Segna
una tappa intermedia tra l’onnipotenza illusoria e il riconoscimento della realtà obiettiva. È
creato dal bambino ma riconosciuto come parte della realtà esterna. È una sorta di
complemento semi-illusorio dell’Io del bambino ed è una difesa dalla separazione dalla madre
(si succhia il pollice o l’angolo della coperta). Gli consente di ripetere quando vuole l’esperienza
gratificante (illusoria) del suo possesso.
L’esperienza transazionale compare entro il 1° anno ed è la prima attività fantastica
infantile, proiettata all’esterno dal bambino su oggetti familiari. Questa possibilità scarica delle
tensioni che si vanno accumulando nella psiche infantile dopo le prime frustrazioni. Se la madre
è iperprotettiva il bambino non si abitua alla possibilità della sua temporanea assenza e non
impara a compiere un’esperienza sostitutiva di tipo transizionale; se invece la sua presenza è
insufficiente il bambino investe sugli oggetti inanimati le sue tendenze affettive e sul volto
materno le sue ansie persecutorie.

• Il vero e il falso Sé.


In caso di deficienze delle cure materne il bambino si costituisce un falso Sé, che soddisfa le
richieste esterne, ma nasconde i suoi reali bisogni. La creatività o spontaneità propria del vero
Sé scompaiono sotto la copertina di un falso Sé, creato per compiacere alle richieste
dell’ambiente.
Esso offre l’illusione di un’esperienza personale ma in realtà si modella sulle aspettative e
richieste della madre. Esso adegua il vero Sé alle richieste dell’ambiente  il bambino diventa
come la madre se lo immagina.
Lo sviluppo soddisfacente della prima relazione madre – bambino è un requisito indispensabile
per instaurare un nucleo basilare dell’Io e una fiducia di base. Solo se il bambino è riconosciuto
nei suoi gesti e bisogni e solo se la madre riesce ad integrarsi con essi il bambino comincia a
credere nella realtà esterna. Se accade il contrario il bambino costituirà un Sé superficiale,
falso, orientato socialmente ma in autentico e il bambino si costruirà un sistema di rapporti
falso

• Interpretazione dell’adolescenza.
Gli scritti di Winnicot in proposito risalgono agli anni ’60 e risentono quindi del clima di
contestazione di quel periodo. Attenzione di Winnicot per l’ambiente, definito in termini psico-
affettivi e anche sociali. Il “travaglio” dell’adolescenza è superabile attraverso il tempo che
passa, che porterà all’emergere della persona adulta. Winnicot la vede come una “malattia
normale”, propria dello sviluppo e che proprio con lo sviluppo guarirà. Le esperienze passate
infantili giocano un ruolo determinante nel favorire o ostacolare l’emergere della persona
adulta. Importante è la funzione svolta dall’ambiente. Winnicot rileva una connessione molto
profonda tra infanzia e pubertà: la capacità di affrontare nell’adolescenza le angosce legate al
cambiamento si basa sul modello organizzato a tale scopo durante l’infanzia. Bambino e
adolescente sono ambedue isolati. Il 2° deve ricostruire il Sé corporeo, trovare l’equilibrio tra le
nuove richieste avanzate dall’Es. La pubertà è uno stato di sospensione nel quale possono
convivere sfida, aggressività e provocazione accanto a manifestazioni di dipendenza quasi
puerile. Nella società odierna la guerra non funge più da contenitore di quelle violenze di cui gli
adolescenti sono capaci, e ora possono riversarsi sulla comunità.
Per Winnicot le esigenze degli adolescenti sono evitare false soluzioni, sopportare di essere
indifferenti a tutto e sfidare. L’ambiente intorno non deve essere passivo nei loro confronti, ma
avere un ruolo attivo, di contenimento.

 Cap. 6. Il legame d’attaccamento.


• La teoria dell’attaccamento.
Bowlby  si distacca dalla tesi per cui il bambino svilupperebbe un legame di attaccamento
con la madre poiché essa soddisfa i suoi bisogni primari.
Ipotizza nel bambino l’esistenza di comportamenti sociali a base innata: il bambino nasce con
una predisposizione a ricercare e a conservare la vicinanza con una figura specifica che
normalmente coincide con la madre.
Teoria dell’attaccamento  propensione a stringere relazioni emotive intime con particolari
individui come una componente di base della natura umana. La capacità di stringere tali legami
è una delle caratteristiche principali di un funzionamento efficace della personalità e dalla
salute mentale  ciò che caratterizza l’attaccamento non è la relazione alimentare, ma il
mantenimento della vicinanza con un altro animale o essere umano (considerato in genere
come più forte e/o sicuro)  comportamento d’attaccamento.
Permane durante tutta la vita e varia a seconda dell’individuo (età, sesso, circostanze,
esperienza passate).

• Lo sviluppo del comportamento d’attaccamento.


Esso impiega diversi mesi per svilupparsi e può essere suddiviso in 4 fasi:
1. preattaccamento  il bambino non distingue ancora una persona dall’altra ma
reagisce al contatto umano. Evoca interesse il volto umano (il sorriso del bambino
segna l’inizio dei cicli di interazione tra il bambino e chi si occupa di lui). La sensibilità
materna (risposta al sorriso) determina la qualità dell’attaccamento.
2. attaccamento in formazione  6 mesi. Si stabilisce l’interazione bambino – madre,
che riesce a percepire diversamente dalle altre persone (alla sua voce reagisce
diversamente, la saluta diversamente dagli altri, ecc.)
3. attaccamento vero e proprio  8 mesi – 2/3 anni. Il bambino ha paura per
l’estraneo, si aggrappa alla mamma in presenza di una persona sconosciuta. Il genitore
offre simultaneamente un comportamento di cura simmetrica al comportamento
d’attaccamento del bambino. Cerca contatto visivo con la madre, un controllo, una
supervisione. Se il genitore è trascurante o iperansioso inibisce l’esplorazione, poiché
non fornisce una base sicura.
4. formazione di un rapporto reciproco  da 3 anni in poi. Il bambino tollera di più la
separazione dalla madre e diminuisce la paura per l’estraneo. Aumenta la disponibilità
ad instaurare rapporti di attaccamento con altre figure. Il bambino capisce che i
genitori hanno propri scopi e progetti e può escogitare modi per influenzarli (suppliche,
broncio, ecc.)

• Il comportamento d’attaccamento.
Bowlby individua due categorie di comportamento che permettono l’instaurarsi del legame
d’attaccamento, cioè avvicinamento madre – bambino:
1. i comportamenti di segnalazione: producono l’avvicinamento della madre al bambino,
richiamano l’attenzione su di lui.
- Pianto: può assumere diverse forme (fame, dolore, ecc.), diversi toni e velocità e avere
effetti diversi.
- Sorriso e Lallazioni: non influenzano il comportamento della madre prima delle 4 settimane.
Si manifestano quando il bambino è sveglio, contento e non ha fame.
- Sollevare le braccia: desiderio di essere preso in braccio, che in genere viene esaudito.
2. i comportamenti di accostamento: producono l’avvicinamento del bambino alla madre.
Ricerca attiva del contatto fisico e ricorre a tutte le abilità locomotorie di cui dispone. Verso
l’anno, organizza i suoi movimenti in base alla posizione della madre. Questi comportamenti
sono:
- aggrapparsi alla madre: si presenta fin dalla nascita (per mantenere il contatto fisico).
- Suzione non alimentare: ha come risultato prevedibile la vicinanza alla madre.
Gradatamente l’avvicinamento non è più prodotto da schemi fissi d’azione, ma sarà il risultato
delle capacità di formulare piani d’azione in vista di scopi comuni tra mamma e bambino e
richiede una collaborazione reciproca. Questi comportamenti passano da semplici movimenti
riflessi a risposte selettive (1° anno) ed infine comportamenti corretti secondo uno
scopo (2° anno).

• I comportamenti esplorativi.
L’interazione madre – bambino è caratterizzata anche da questi, che sono l’antitesi del
comportamento d’attaccamento. Trasformano il nuovo innato (desiderio di trarre informazioni
dall’ambiente). Il comportamento speculare a questo (materno) è quello protettivo, proteggere
il bambino dal pericolo. Dopo il 3° anno, la sicurezza acquisita di muoversi anche in un
ambiente estraneo facilita questi comportamenti, fondamentale anche per l’assunzione
dell’identità a livello somatico (immagine corporea): coordinazione tra le varie unità del corpo.
Lo sviluppo sociale dell’individuo e la formazione della sua identità dipendono dall’oscillazione
tra il sistema d’attaccamento e il sistema d’esplorazione. Durante l’infanzia, a causa
dell’insicurezza del bambino, prevale la polarità assimilativa mentre nell’adolescenza quella
d’allontanamento.

• Pattern di attaccamento.
Affinché si strutturi normalmente il legame di attaccamento è necessario che il bambino
disponga di un rapporto stabile e continuativo con la figura materna. Il costituirsi di questo
legame presuppone una predisposizione innata da parte del bambino e la presenza di una
figura adulta che possa rappresentare una base sicura di riferimento. Ma non sempre si verifica
un attaccamento sicuro: precoci separazioni o separazione prolungata portano ad un
attaccamento insicuro.
- Attaccamento sicuro: il bambino esplora l’ambiente, si avvicina alla madre come base
sicura, lo turba il suo allontanamento.
- Attaccamento insicuro – evitante: il bambino evita il contatto con la madre, non lo turba
il suo allontanamento.
- Attaccamento insicuro – resistente: il bambino piange durante la separazione, cerca e
rifiuta il contatto della madre.
- Attaccamento disorganizzato: il bambino manifesta comportamenti ed espressioni
incoerenti.
Dunque il legame di attaccamento non si realizza in modo automatico, è la qualità
dell’interazione a determinarne le caratteristiche, investe sia il bambino che la madre. Tra
comportamento materno e attaccamento del bambino c’è una forte correlazione e i pattern di
attaccamento si rivelano poi stabili nel tempo, determinando le successive relazioni con altre
figure di attaccamento. Inoltre dal pattern di attaccamento dipendono anche la capacità di
affrontare le sfide della vita e le ansie e paure relative.

• Il legame di attaccamento nell’età adulta.


Main  analisi della rappresentazione che il soggetto adulto elabora nei confronti dei propri
legami infantili. Tre diversi pattern di risposta:
1. pattern autonomo – sicuro  i genitori forniscono un resoconto chiaro e coerente.
2. pattern preoccupato  i genitori forniscono ricordi difficilmente conciliabili tra loro, non
riuniti in un quadro globale organico.
3. pattern distaccato – svalutante  i genitori sono incapaci di rievocare dettagliatamente le
loro relazioni di attaccamento nell’infanzia.

• I modelli operativi interni.


Secondo Bowlby l’influenza delle prime relazioni di attaccamento su quelle successive è
spiegabile attraverso rappresentazioni (= modelli operativi) mentali nelle quali sono
intrecciate il Sé, la figura di attaccamento e le reciproche relazioni. Questi modelli sono un
insieme di norme coscienti e inconsce che consentono di organizzare l’informazione relativa
all’attaccamento. Tali rappresentazioni permettono anche di prevedere il comportamento
dell’altro e ne guidano le risposte. Sono all’origine della modalità di conduzione delle
interazioni sociali (in particolare amorose).
Tali modelli sono nei primi anni di vita aperti al cambiamento e tendono poi a solidificarsi e a
gerarchizzarsi. In età adulta il soggetto si trova a disporre di una gamma di modelli operativi
riferiti a differenti aspetti della realtà. Nei soggetti disturbati essi sono incompatibili tra loro (se
ne occupa Main).
Un momento importante è la fase di trasferimento delle funzioni dell’attaccamento infantile ad
attaccamenti più maturi. Gradualmente le funzioni di rifugio e base sicura attribuita al legame
con i genitori vengono trasferite ai legami fra pari. Il soggetto, oltre a fruitare di cure, si fa a
sua volta figura di supporto e accudimento per la figura di attaccamento  relazione assume i
caratteri della reciprocità (≠ nell’infanzia). L’opportunità di sperimentare in modo adeguato
questi nuovi legami dipende dalla possibilità di prendere le distanze dalle figure parentali. In
presenza di legami infantili insicuri questa evoluzione risulta problematica: il soggetto non ha
maturato la capacità di separarsi e mantiene un legame preferenziale con la famiglia d’origine.

 Cap. 7. Il senso del Sé.


Stern  il senso del Sé è una realtà soggettiva. Interesse per il mondo interno soggettivo del
bambino. Si distacca dalla Mahler: rifiuto della nozione di fase indifferenziata e delle esperienze
di fusione come premessa indispensabile per la distinzione del proprio Sé. Per Stern le
esperienze del bambino con un altro sono possibili solo quando si è instaurato un senso di Sé e
di un altro. Secondo lui vi è una confusione limitata fra il Sé e l’altro fin dall’inizio della vita, e
non solo verso i 6 - 7 mesi. Inoltre ritiene che il bambino fin dall’inizio sperimenta la realtà e le
sue esperienze non vengono alterate dai desideri (“fantasie”) ma dalla sua immaturità
percettiva e cognitiva. Le esperienze della realtà precedono nello sviluppo le distorsioni della
stessa apportate dalla fantasia, perché ciò richiede processi cognitivi all’inizio non disponibili.
Della Mahler rifiuta anche il concetto di fase iniziale di autismo fisiologico caratterizzato da una
barriera protettiva contro gli stimoli. Al contrario ritiene che il bambino sia un ricercatore di
stimoli, un soggetto attivo e partecipe nel dialogo con la madre. Già nelle prime settimane
sarebbe in grado di raggiungere livelli ottimali di stimolazione e grazie ai meccanismi regolativi
e al contributo materno sarebbe capace di regolare l’eccesso o la carenza di stimoli.

• L’esperienza sociale del bambino.


Bambino e madre presentano competenze specifiche che permettono loro di influenzare e
attivare l’uno il comportamento dell’altra, secondo un processo di autoregolazione.
Danza interattiva: Entrambi mantengono attivo il corso dell’interazione ed eseguono
“mosse” e “sequenze” modellate sul passo dell’altro. È la fase più significativa per il bambino
nella fase di apprendimento e partecipazione alle relazioni sociali.
Oggetto di studio deve essere il rapporto neonato – madre con i suoi processi interattivi tra gli
interpreti. Stern pone il senso del Sé come struttura mediante la quale ognuno di noi organizza
gli eventi interpersonali. Senso = semplice coscienza, esperienza diretta, non pensiero.
Il bambino ha esperienza su diversi sensi del Sé prima ancora di acquisirne consapevolezza,
prima che si sviluppino il linguaggio e l’autoconsapevolezza riflessiva. I sensi del Sé si
strutturano dalla nascita, sono forme diverse e specifiche dell’esperienza di sé e delle relazioni
interpersonali che saranno parte dell’individuo per tutta la vita.

• La formazione del senso di sé emergente.


Il bambino è in grado di organizzare le sue esperienze sulla base dell’identificazione di costanti
(= isole di coerenza), necessarie per la definizione di Sé e dell’altro. Il primo senso di sé è
quello emergente (0 – 2 mesi), che ha bisogno di un qualche processo di organizzazione e di
integrazione. Il senso del sé emergente è proprio quest’esperienza di organizzazione e i
prodotti di questo processo riguardano il suo corpo, le sue azioni e il ricordo di questo fare
esperienza.

• Il senso di un sé nucleare.
Avviene tra 2 – 6 mesi. Si assiste al consolidarsi delle integrazioni composte nel periodo
precedente e l’esperienza del bambino si costituisce in modo più unitario. 4 elementi cardine
formazione di questo senso:
1. l’esperienza di un sé agente: il bambino percepisce sé stesso come l’autore delle
proprie azioni.
2. l’esperienza di un sé coeso: il bambino percepisce di essere, cioè un’entità fisica
intera, dotata di confini e sede di azioni integrate.
3. l’esperienza di un sé storico: il bambino percepisce di essere provvisto di senso della
durata, della memoria e della continuità.
4. l’esperienza di un sé affettivo: il bambino percepisce di essere capace di sperimentare
stati intimi e provare emozioni e affetti.
Questa teoria di formazione del Sé secondo Stern, lo porta ad affermare che non esiste uno
stato di indifferenziazione o di confusione tra il Sé e l’altro, nemmeno nei primi mesi di vita.
Non esiste la fase di simbiosi normale (fusione psicosomatica tra madre e bambino), che è
possibile solo in presenza del Sé e dell’altro.
Dall’integrazione tra i 4 tipi di esperienze di Sé emerge il Sé nucleare e si realizzano in una
situazione interattiva e vengono “estratte” dal bambino in base alle occasioni fornite dagli
eventi della vita quotidiana. Esperienze ripetute (es. cambio del pannolino) permettono al
bambino di individuare delle costanti interattive nel comportamento dell’altro e implicano
delle rappresentazioni di interazioni generalizzate, cioè rapporti di interazioni la cui
esperienza si ripete.
In questa fase l’altro è “l’Altro regolatore del Sé” = il bambino sperimenta i cambiamenti nel
senso di Sé durante la sperimentazione con questo Altro.

• Il senso di un sé soggettivo.
Emerge tra i 7 – 15 mesi. Il bambino riconosce di avere una sorta di contenuto mentale così
come le altre persone. Gli altri hanno una mente  il bambino è in grado di condividere
l’esperienza soggettiva ed entra nel campo della relazione intersoggettiva.
Quest’intersoggettività si realizza in tre diverse aree d’esperienza:
a. Compartecipazione dell’attenzione: il bambino sente che può concentrare la propria
attenzione su un oggetto, segnalarlo alla madre (es. indicandolo) e che questa può avere in
mente lo stesso oggetto.
b. Compartecipazione delle intenzioni: emerge da quelle forme di comunicazione a livello
preverbale nelle quali il bambino usa un gesto per richiedere qualcosa all’altro. Anche in
questo caso il controllo visivo gli permette di verificare se la madre ha compreso la sua
richiesta.
c. Compartecipazione degli stati affettivi: permea la relazione intersoggettiva in ogni sua
manifestazione. Il controllo visivo gli permette di verificare lo stato emotivo della madre.

• Il senso di un sé verbale.
Con l’acquisizione del linguaggio il bambino comincia ad essere consapevole di sé in modo
autoriflessivo. Inizia ad usare pronomi per riferirsi a sé stesso, riconosce la sua immagine allo
specchio. Crea col linguaggio significati condivisi e comunica la propria visione delle cose. Usa
simboli verbali per designare la realtà trascendendo dall’esperienza immediata. Al sé
esperienziale (soggettivo) si sovrappone un sé concettuale (oggettivo). Il linguaggio
determina un nuovo tipo di esperienza interpersonale, quella verbalmente rappresentata. Le
esperienze di relazione nucleare e intersoggettiva possono essere tradotte attraverso la
verbalizzazione. Si crea uno scarto tra esperienza immediata ed esperienza
rappresentata. Il linguaggio permette al bambino di presentare una nuova immagine di Sé, la
narrazione comporta l’attribuzione di significato agli eventi, un’interpretazione che non è una
semplice descrizione di sé. È il senso del Sé narrativo, che comincia ad emergere verso i 3 – 4
anni. Il senso del verbale introduce una scissione con le precedenti esperienze ma non va
considerato un punto di arrivo dello sviluppo: tutti i sensi del Sé costituiscono la materia su cui
opera il senso del Sé narrativo e non cessano mai di essere operanti, rimangono per tutta la
vita parte di noi come campi separati ma interdipendenti dall’esperienza.
 Cap. 8. Il Sé narrativo.
• Narrazione e psicoanalisi.
Questione dell’identità: ineludibilità del rapporto con l’alterità e dispiegarsi di identità
attraverso il racconto di vita. Se ne occupa Ricoeur (filosofo francese).
Il testo è il luogo dell’identità narrativa, la cui dinamica interna è mutevole, la sola che può
rendere conto di un sé multiplo e discontinuo e allo stesso tempo unito e coeso.

• Fenomenologia, esistenzialismo, ermeneutica.


L’ermeneutica ha un’idea complessa della soggettività: il soggetto partecipa alla propria
esperienza ma ne è anche sovrastato. L’Io è sempre un “noi” consensuale e interpersonale, un
dialogo incessante con gli altri e con l’essere. Ermeneutica significa comprensione,
interpretazione. La sede in cui si sviluppa il fenomeno ermeneutico è il linguaggio  la lingua è
fatto espressivo, all’interno dell’espressione la spiegazione, che è comunicazione, diviene
oggetto del comprendere. L’ermeneutica pone il problema dell’interpretazione del testo: oltre
al significato che l’autore vuole esprimere, il testo viene letto sulla base di un certo punto di
vista che è costituito dalla comunità a cui appartiene l’interprete. Colui che riceve il testo lo
interpreta e vi è possibilità di fraintendimento. Costruisce lui il senso nonostante il testo abbia
una certa oggettività materiale. Di qui la necessità di ricostruire il senso del testo: la sua
comprensione è vista come condizionata da un circolo fra la totalità del testo e le sue singole
parti. Si pone poi la questione del rapporto tra testo e contesto. I fatti sono sempre interpretati.
Per capire il testo bisogna capire l’autore. Quando si produce un testo, in esso, si oggettiva lo
spirito della comunità sociale. È a partire dal proprio vissuto che l’individuo ordina e interpreta.
La vita stessa si definisce in termini di interpretazione. Il senso di un’opera non sta nell’opera
stessa, ma fuori, nell’epoca, nella formazione sociale. L’uomo è un soggetto storico.
L’ermeneutica è la possibilità di interpretazione infinita del mondo. Il significato visto in base al
senso è sempre superabile. Il soggetto ha funzione costruttiva. La comprensione è sempre
preceduta e condizionata da una pre-comprensione, costituita storicamente, sempre modificata
attraverso la comprensione. La conoscenza è sempre limitata perché non può prescindere da
un determinato punto di vista costituito dal particolare orizzonte storico della persona. Lo
spazio ermeneutico è lo spazio critico per eccellenza.
• Homo biographicus: segni e non sintomi.
Lo psicologo non persegue il senso in quanto oggettivo, ma la sua domanda è principalmente
sul senso soggettivo. Il paziente seduto di fronte allo psicologo è innanzitutto un uomo
biographicus, con una sua storia di cui non riesce a cogliere la logica, con un suo vissuto. Lo
psicologo deve farsi ermeneuta, capace di ascoltare e interpretare circostanze, storie, indizi
diretti e indiretti, e ausiliario pratico di chi da solo non ce la fa. I sintomi non vengono mai
considerati tutti uguali in tutti gli esseri umani, come qualcosa di esistente al di fuori della
persona, ma sono come segni, che possono essere inseriti in un contesto storico, familiare e
sociale. In quest’ottica fondamentali sono il senso del sintomo e la storicità in cui esso si
inserisce, il terreno psichico da cui procede e che ne determina il significato. Dunque si ha a
che fare soprattutto con segni e non con sintomi  essi sono segni che si lasciano interpretare,
non possono essere intesti come indici di malattia. Il malato psichiatrico è portatore di segni di
una situazione interiore di una struttura psicopatologica complessa. I sintomi si formano o si
disaggregano nel contesto delle diverse strutture relazionali con cui si confrontano. A rivelare il
disturbo non sono i sintomi ma l’articolazione organica di segni e il senso che ad essi si
attribuisce.

• Soggettività e alterità.
Buber  filosofo. Due tipi di relazioni fondamentali che il soggetto può instaurare con l’altro:
- Io  Esso: l’Io, inteso come individualità, fa esperienza di possesso e di proiezione di Sé
sull’altro, considerato come oggetto.
- Io  Tu: l’Io, inteso come persona, è in relazione con l’altro, considerato come un
soggetto, in un incontro autentico.
Ciò che il riduzionismo biologico perde, considerando il malato psichico come caso clinico,
viene recuperato in una prospettiva ermeneutica che innalza l’individuo alla dignità della
persona, ponendolo al centro di una rete di rapporti intersoggettivi, dove vengono valorizzati i
suoi vissuti e dove tra medico e malato si stabilisce un circolo ermeneutico, un contesto in cui
all’incomprensibilità dei sintomi si sostituisce l’interpretazione dei segni.
Il racconto è il luogo dove si esprime il proprio bisogno di raccontarsi e la narrazione non può
che darsi all’interno di una relazione, intesa sia come relazione interpersonale con l’altro da Sé,
sia come relazione intrapersonale che richiama e mette in scena la molteplicità del Sé.