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DISNEYLAND E ALTRI NON LUOGHI – MARC AUGÉ 

Il titolo di un libro, “Le vacanze” desta in Augé una profonda nostalgia: nostalgia delle semplici
vacanze in campagna e dei racconti delle grandi scoperte che si trovano nei libri.  
L’autore accusa i contemporanei di non essere più capaci di viaggiare. Molti non vanno più in
vacanza per problemi di reddito, altri non si allontanano troppo da casa. Altri ancora preferiscono
recarsi in luoghi che sono imitazioni di città vere. Ma una volta giunti, ritrovano poi ciò che c’è in
tutto il mondo: alberghi, piscine, televisori … 
Uno dei nostri compiti più urgenti è quello di imparare a viaggiare, perché solo così possiamo
imparare a vedere di nuovo.   I testi raccolti in questo saggio sono suddivisi in tre sezioni: 
- Reportage à comprende tre articoli che possono essere considerati racconti di viaggio; 
- Clichés à riunisce tre testi concepiti per accompagnare le immagini dei cortometraggi. 
- Passeggiate in città  à formata da tre testi.  

Reportage  - 1. Un etnologo a Disneyland 

Augé si trova a Disneyland e guardandosi intorno si chiede come mai tante persone, più adulti che
bambini, visitano il parco pur avendo già visitato altri parchi simili. La risposta che dà è che
gustano i piaceri della verifica, le gioie del riconoscimento. Si accorge inoltre che sembra
impossibile visitare il parco senza una macchina fotografica perché per Augé si va a Disneyland
solo per poter dire di esserci andati. Così la visita al parco trova il suo senso quando si mostrano le
foto a parenti e amici. Ciò che attrae è l’effetto di realtà/surrealtà che produce questo luogo in cui
tutto è finizione. Noi viviamo in un mondo che derealizza la realtà, mentre Disneyland è lo
spettacolo stesso che viene spettacolarizzato. 

2. Un etnologo a La Baule 

Augé si trova a Sant-Marc-sur-Mer ma la spiaggia è vuota, si sposta così a La Baule e nota che
essa si riempie con il passare del tempo. Ricorda così che la vita in spiaggia ha i suoi ritmi e le sue
ore. La spiaggia è poco frequentata al mattino; a mezzogiorno si mangia. Le ore di punta sono
quelle del pomeriggio e si torna a casa o in albergo relativamente presto. L’inattività della vita di
spiaggia è l’occasione per sentir passare il tempo, che diventa concreto.  
 
3. Un etnologo a Center Parcs 

Augé si trova a Center Parcs, in Normandia; è un luogo di villeggiatura che riproduce il paesaggio


dei Tropici, senza tuttavia spostarsi. C’è una cupola al cui interno si possono ammirare paesaggi
tropicali, al cui interno ci sono vere case, caffè-ristoranti, dando ai visitatori l’illusione di trovarsi ai
Tropici. Il piacere che essi provano è dato appunto dal “giocare”, inteso come credere che i
cottage che i visitatori occupano e le proprietà che percorrono appartengono a loro. Non c’è
polizia, ma solo istruzioni su dei cartelli. Sembra tutto troppo bello per essere vero, infatti sembra
un gioco di ruolo.  
Un tempo si distingueva chiaramente la realtà dalla finzione, adesso invece il reale copia la
finzione. Center Parcs rappresenta il futuro del mondo. 

Clichés 

1. Mont-Saint-Michel 

Augé si trova a Mont-Saint-Michel, dove andava spesso da bambino e luogo che da sempre lo
affascina. Si ritrova a pensare che camminare (e ancor più salire) significa trasformare l’attesa in
speranza attraverso il movimento. Gli uomini hanno sempre avuto bisogno di punti fissi così da
potersi allontanare e poi ritornare per ritrovarli lì, così da gustare, col loro ritorno, il piacere della
distanza e l’emozione dell’avvicinamento a ciò da cui ci si era allontanati. Questo introduce nella
loro vita il senso del sacro.  

2. L’affare Waterloo 

Augé si trova a Waterloo e riflette su Napoleone. Egli era un grand’uomo anche se aveva perso la
battaglia e la guerra. Doveva la sua grandezza al fatto di essersi ribellato al Destino che l’aveva già
condannato. Napoleone viene ammirato perché impone la sua volontà di uomo libero sulla fatalità
della storia. Anche se Napoleone perse la sua battaglia, la sconfitta di Waterloo lo rese un mito e
la memoria si aggrappa più al mito che alla storia. Quasi ogni visitatore che lascia Waterloo, ha la
certezza che in realtà in quella città Napoleone aveva riportato la sua più grande vittoria.  

3. I castelli di Ludovico II 

Augé sta visitando il castello di Ludovico II, una sorta di Versailles più piccola. All’interno del
castello si trova un pubblico che si comporta in modo troppo perfetto. Così Augé inizia a pensare
che forse quei visitatori facevano finta di essere un pubblico, un po’ come fece Ludovico II, che si
era fatto ritrarre nei vestiti e nella posa di Luigi XIV (Re Sole), imitando un’immagine. Ludovico II
ci visse solo per pochi giorni in quanto morì e con la sua morte i lavori di costruzione furono
interrotti. Il castello è quindi una finzione e di conseguenza il pubblico visita un’idea, non un luogo
reale.  

Passeggiate in città  - 1. Il viaggio ad Aulnay 

La fabbrica immaginata da Pistre e Valode, ovvero la fabbrica di l’Oreal, combinava la tecnica con


l’estetica, la funzionalità e il simbolo, la bellezza con l’utilità. 
Augé, durante la sua vita alla fabbrica, inizia ad osservare e interpretare il paesaggio attraverso
una metafora marina, anche se i costruttori della fabbrica avevano voluto creare dei petali. Lo
spazio di Aulnay è ripiegato su se stesso, ma una volta all’interno si può notare che da qualsiasi
posto si può vedere o intravedere l’insieme dell’edificio eliminando così il senso di
chiusura. L’autore definisce questa fabbrica come “civile”: l’apertura dello spazio, l’assenza di muri
e corridoi ha un significato sociale, rappresenta come dovrebbe essere la vita in fabbrica oggi. 

2. La città tra immaginario e finzione 

La città è romanzesca perché ha fornito spunto ai maggiori romanzi.  


Augé individua tre forme di città: 
- LA CITTA’ MEMORIA : la città in cui si trovano le tracce della grande storia collettiva così come di
migliaia di storie individuali; 
- LA CITTA’ INCONTRO: la città in cui uomini e donna sperano di incontrarsi o in cui si incontrano,
ma anche la città che un individuo incontra e impara a conoscere come se fosse una persona; 
- LA CITTA’ FINZIONE: la città che rischia di far scomparire le prime due. Una città piena di
immagini e di schermi dove lo sguardo si perde, o la città che cerca di prendere forma nelle
periferie della città vecchia. 

3. Una città di sogno  - Parigi resterà sempre la stessa tra venti- o quarant’anni? Alcune
attrattive sopravvivono, altre scompaiono e i ricordi si mescolano alla finzione, all’immaginazione,
al senso di nostalgia suscitato dalla città. Il tempo minaccia Parigi, tempo inteso come sistema
tecnologico-economico. Augé cerca di richiamare la figura dell’incubo che comincia a manifestarsi
già nelle città e che potrebbe un giorno diventare concreta se tre movimenti oggi percepibili si
accelerassero. Questo incubo è una triplice sostituzione: dei luoghi di lavoro ai luoghi di abitazione,
delle vie di circolazione agli spazi per le passeggiate; della scena ai luoghi di vita (della città
virtuale alla vita reale).  
L’autore prova a scongiurare questa minaccia che tenta di descrivere attraverso un breve esercizio
di finzione e di anticipazione: lo fa catapultandosi nel 2040 per immaginare come la città sarà in
quell’anno. 

Post – modernismo – si afferma intorno agli anni 60’. Come metodo di indagine i postmodernisti
si rifanno in base al relativismo. Nel senso che sono scettici nei confronti della scienza. Non
considerano la scienza un metodo che possono offrire delle conoscenze universalmente valide
ossia valide per tutte le culture. Proprio perché è difficile spiegare le altre culture. Scrivere dal
punto di vista di un'altra cultura è proprio diversa proprio perché si scrive dal punto di vista del
colonizzatore e non da colonizzato. Si ha sempre una sola perspettiva di quella cultura, quando si
va a scrivere tanto è che il mondo viene definito come terzo mondo. Terzo mondo perché chi
siamo noi per dire che gli altri sono del terzo mondo. Chi siamo magari per dire che il nostro è un
primo mondo. Quindi spiegare un'altra cultura è sempre molto difficile. Proprio perché non esiste
una verità obbiettiva, Il ricercatore non ha questa potenzialità per scoprire un metodo adeguato
per tutti. Si fa riferimento anche al Said e al Orientalism. Praticamente lì si dice quando
descriviamo una cultura lo descriviamo in opposizione alla nostra. Perché uno vuole o non vuole il
primo paragone che dà è quello proprio. Ad esempio quando sono arrivata in Italia certe cose li
interpretavo è dicevo ah qua si fa così mentre nel mio paese si fa in un altro modo. Quindi mi
opponevo alla cultura d’arrivo a quella di origine.

Ad esempio Clifford nel I frutti puri impazziscono (modellamento dell’io) in cui si offre una nuova
concezione della cultura e si parla di una cultura al plurale. Nel senso che non si parla di cultura
ma di culture. Proprio perché le diverse culture offrono dei modi distinti di vedere la realtà che
sono dei modi ugualmente significanti non è che se è diverso dal modo in cui lo vedo io vuol dire
che non ha valore. È semplicemente diverso è che comunque ha un valore. Si fa riferimento a
Conrad e Malinowski. Conrad con l’opera Heart of darkness e Marinowski con il suo diario intimo
che viene pubblicato dopo la sua morte. Praticamente dicono che si fa riferimento a cultura e
linguaggio e del fatto che la cultura ha un carattere costruito. In queste Opere di Conrad e
Malinowski si mette in evidenza la Crisi di un’identità, la disintegrazione integrale di questi due.
Proprio perché affermano che è una menzogna dire di poter affermare la cultura. Perché c’è
un’impossibilità di essere sinceri. Proprio perché si deve sempre far riferimento alla coerenza
personale. Si dice in questo saggio del modellamento dell’io che la cultura è una finzione
collettiva. Proprio perché è una costruzione ideologica è si crea proprio un IO MODELLATO. Perché
sia ha un posizionamento all’interno della cultura. Io modello il mio punto di vista dalla mia
prospettiva. Io sono io perché la cultura la vedo dal mio punto di vista. E il disvantaggio di questa
crisi d’identità e da questa menzogna che si è rivelata essere la cultura per Conrad è la scrittura
mentre per Malinowski sono delle funzioni culturali realiste. Hastroup mette al centro la posizione.
Che da quale punto di vista noi parliamo. Proprio perché parla di posizione e non di perspettiva.
Perché la perspettiva ha a che vedere con la condizione spaziale. Parla anche di centramento e
decentramento ossia bisogna conoscere la cultura sia da vicino che da lontano. Da vicino proprio
per conoscere la specificità da lontano per poter fare un quadro insieme. Invece i post-modernisti
guadano la cultura in modo frammentario. Perché non si può guardare la cultura in modo unitario.
Si possono trovare solo dei brandelli di verità. Infatti nel saggio di Clifford I frutti puri impazziscono
dove si parla di purezza culturale non esiste. Quello che potrebbe esistere è un’identità mista.
Infatti con questo saggio si sposta l’accento dai luoghi fissi. Dove si pensavo fosse la cultura fosse
incontaminata. Questo luogo dove fosse la cultura fosse incontaminata non c’è più con i post-
modernismo. L’antropologia deve adattarsi al mondo che cambia.

Rosaldo (Cultura e verità) che praticamente fa riferimento alla popolazione Ilingot, le filippine.
Parlava di uno delle pratiche di queste Ilingot quello di tagliare appunto la testa. In questo saggio
di culture e verità si parla appunto dei confini che ci sono tra culture e nelle culture. Tra
culture diverse e nelle culture dello stesso paese. Nelle filippine ad esempio ogni cultura ha una
tradizione e delle culture. Si parla appunto di questa pratica culturale di caccia alle teste, che è una
pratica che si crea appunto per sfogare la rabbia e l’infelicità. Proprio questa rabbia è infelicità
porta a tagliare la testa come se fosse possibile cancellare la morte di un amico perduto. A quanto
pare questa pratica viene proibita e gli Ilingot si convertono al cristianesimo e credono al
paradiso. Che è considerato un luogo sicuro per i defunti. Loro tagliano la testa dei nemici per
vendicarsi per appunto che lo spirito della persona possa vivere. Ma quando questa pratica viene
proibita loro si sono ritrovati tristi perché non sapevano appunto come vendicare l’anima defunta e
fanno affidamento al cristianesimo e all’idea del Paradiso luogo sicuro per i defunti. Fu difficile
adattarsi a questa pratica e dovettero trovare un altro modo per sfogare la rabbia.

Rosaldo fa l’esempio di sé stesso che scopre il dolore con la morte di sua moglie che cade da un
precipizio da uno di questi viaggi nelle filippine. Le emozioni scaturite dalla morte sono
sicuramente diverse da quello degli Ilingot, Perché a lui non è venuto il desiderio di cacciare la
testa a nessuno. Quindi diciamo che le emozioni hanno a che vedere sicuramente anche con la
cultura dell’individuo. Ossia ciò che è coerente per me piangere la morte di qualcuno e qualcosa di
normale è il mio modo di sfogare la rabbia Invece per la popolazione dei Ilingot era normale
cacciare la testa. Però non posso dire che la mia pratica fosse giusta e la loro fosse sbagliata.
Bisogna semplicemente non affermare che una sia più coerente dell’altra. Rosaldo in questo saggio
parla anche di morte, Parla di morte come un rituale non tanto perdita dolorosa ma tanto per
capire gli atteggiamenti sociali ossia che come qualcuno reagisce di fronte alla morte danno un
suggerimento sulla cultura di quella persona. Io qua in Europa mi verebbe difficile pensare che
qualcuno potrebbe tagliare la testa a qualcuno per sfogare la sua rabbia, è difficile capirlo. Se vado
in un altro paese non sarò sorpresa se loro si comportano così. Si afferma un'altra volta che la
verità assoluta non esiste proprio perché si osserva da una posizione che sia da bambino e dal
genere e dalla cultura d’origine. Quindi cultura e verità – è la cultura che decide quale cultura
mostrare ossia quanta verità mostrare.

Faucault – Saggio letterario – Affronta Tematica dell’autore e della soggettività


dell’autore.

Non bisogna soffermarsi troppo per descrivere gli autori ma capire come arrivino a certi
pensieri. Questa è la differenza tra l’autore e l’opera. Becket ad esempio diceva non importa chi
parla ma importante è quello che qualcuno ha detto quindi il contenuto è più importante di chi ha
parlato. Ma è importante anche definire il concetto di autore perché ad un autore associamo un
certo stile un certo pensiero e quindi è importante ma bisogna capire se tutto ciò che è scritto da
una persona bisogna descriverlo opera. Ovviamente no una opera deve avere certe caratteristiche
una lista della spesa non è un’opera. Quando si parla di un’opera si parla di quando un autore
vuole pubblicare qualcosa e firmarlo in un certo senso con il proprio nome. Poi c’è il concetto di
opera nel senso che qualsiasi cosa che una persona dice non va preso per opera. Perché
comunque se noi pensiamo a Froiid noi sappiamo che è si padre della psicanalisi ma in realtà non
è il migliore psicanalisista è stato il primo ma poi non vuol dire che lui sia stupido, vuol dire che
sbagliava perché all’epoca le conoscenze erano quelle. L’autorità serve per evitare casi di
omonemia anche per rintracciare eventuali casi di placemia in caso in cui qualcuno dicesse roba
eretica, da censurare ecc un modo per poter dare un nome all’autore che ha scritto quella cosa lì.