Sei sulla pagina 1di 4

IL MESSALE DI BARBARA GONZAGA

Dopo trattative estenuanti e una vicenda ormai ventennale nel 1461 la marchesa Barbara di
Brandemburgo decise di sollevare dall’incarico per la decorazione del Messale, il miniatore pavese Belbello
(che tra le altre cose nel 1450 dovette fuggire da Mantova per le accuse di sodomia) e sotto indicazione
del’amico e maestro d’arte, che aveva lavorato per i Gonzaga, Andrea Mantegna affida l’incarico a
Girolamo, un artista mantovano, figlio di Giovannino Corradi, a lungo pittore nella corte Gonzaga, e di cui il
Mantegna sembra fosse stato il mentore. Il mantegnismo edulcorato delle miniature di Girolamo, per ora
sensibili più alla resa scultorea e alle perspicuità atmosferiche che non alle pretese archeologiche del
maestro, si iscrive in questo rapporto preferenziale, coronato dalla presenza al suo fianco in un viaggio
fiorentino del 1466.

Sappiamo che Belbello visse drammaticamente il licenziamento come è attestato dai diversi tentativi che
fece in extremis per recuperare la fiducia della marchesa. Lo stillicidio che ha cadenzato l’opera di Belbello
nel Messale ha riscontro in alcune vistose discontinuità stilistiche da distribuire lungo il ventennio che va
dal 1442 al 1461. Considerando i riquadri istoriati si possono sceverare tre gruppi:

- Il primo costa di 17 miniature distribuite nei primi 9 fascicoli, dove il disegno è più antico, come nel
Cristo che esorcizza l’indemoniato dove si può notare la molla dilatazione dell’indemoniato come
nella bibbia di Niccolò III oltre che a 2 miniature del 41esimo fascicolo;
- Il secondo consta di 9 miniature tra il 10° e il 24° fascicolo e una nel 34° fascicolo;
- Il terzo consta di 15 miniature nel 27° al 48° fascicolo vale a dire nella parte completata in grande
parte da Girolamo.

Girolamo con la sua bottega lasciò invece la Crocifissione, l’ascensione a c.204v, 19 miniature nel
PROPRIUM SANCTORUM, in minima parte già iniziato a decorre da Belbello, e 2 miniature nel 3°
fascicolo.

Nel primo gruppo è ancora forte il retaggio micheliniano, all’apice nelle miniature degli ACTA
SANCTORUM esemplati nel 1431 per la certosa di Pavia, nella fluidità dei panneggi, nella soffice materia
dei volti, nel pittoricismo delle capigliature, nella persistenza dei fondalini trecenteschi a mattonelle
geometriche.

Nel secondo gruppo la materia si fa più solida e compatta, i contorni sono più incisivi, le pieghe e i
disegni più disegnati, gli sfondi sono ancora trascoloranti ma in tonalità più cupe e dando maggiore
risalto alle lumeggiature dorate.

La differenza più forte è segnata dal terzo gruppo. Qui subentra una polarizzazione astratta e tagliente
delle luci rispetto alle campiture di base, un contrasto marcato delle ombre sui volti, un ricorso più
accentuato alla crisografia sulle vesti e fin sulla capigliatura, una generale superfazione decorativa che
nei fondali, vegetali o stellari, ricorre a sovrapposizioni di vernici pigmentate, oro e agento, oro su oro,
ma nel contempo si nota la maturazione verso la resa dei volumi più consistenti e di architetture in
qualche modo articolate in profondità.

Questi nuclei corrispondono ai tre momenti precisi a cui attese Belbello alla decorazione del messale:
- 1442/44; 1448/40 (nel ’49 fu richiamato a Mantova il calligrafo milanese Pietro Paolo Marone per
completare la scrittura del messale; 1460/61 (nel’58 per iniziativa di Belbello viene chiesto alla
marchesa di riottenere le carte).

La brusca interruzione del lavoro di Belbelo spiega alcune interferenze e incompiutezze. L’imperfezione
nella decollazione del Battista alla c.203r, probabilmente solo abbozzata dal miniatore lombardo è
comprovata dal fatto che nella stessa carta e nel suo verso, alla fine del 38° fascicolo, mancano le aste di
destra tipiche della sua decorazione mentre la bottega di Girolamo vi aggiunse un fregio a rosette. Con la
pretesa influenza di Belbello sul cremonese si fraintese il fatto che alcune miniature sembrano basarsi su un
disegno tratteggiato dall’artista pavese, non si giustificherebbe se no il linearismo ondivago della
conversione di san Paolo o la ridondanza di alcuni panneggi,pur trasfigurati dalla modellazione
donatelliana, ad esempio nella visitazione e nelle figure contrastanti on la misura statuaria degli apostoli
dell’ascensione. Ne è pensabile d’altra parte che Girolamo potesse seriamente interessarsi all’arte del suo
predecessore. A questo punto Girolamo aveva acquisito quella consapevolezza mantegnesca, quello stile
più cristallino e monumentale che portò a decisiva maturazione nell’intervallo segnato dalle miniature dei
libri di Geremia, Baruch, Ezechiele e del Vangelo (1458) e nel secondo volume della Bibbia di Borso e quelle
della genesi nel primo volume.

Al confronto le miniature del messale Gonzaga che si agganciano a quelle della Genesi della Bibbia di Borso,
tanto che il Venturi ipotizzò che fossero state realizzate tutte da Marco dell’Avogaro, potranno apparire più
addolcite però immerse in un’atmosfera ancora più tersa. In una delle pagine più prestigiose, l’unica ad
avere gli stemmi di Barbara da Brandeburgo, a lato dell’ascensione, il sontuoso repertorio decorativo della
bibbia , a filigrana, rosette e girali carnosi, è riproposto in geometrie più misurate. Nella crocefissione che
insieme all’ascensione la Toniolo immagina eseguita un po’ più tardi, trionfa quella figurazione piena,
illusionistica introdotta da una cornice sottilmente scorciata, incastonata di perle e pietre preziose che ebbe
grande seguito nella miniatura veneto-padovana del decennio successivo.

È la prima formulazione di un motivo che verrà sviluppato nei corali senesi miniati da Girolamo e Liberale,
così come tanti incunaboli veneziani decorati dal maestro del Plinio di Londra e da altri miniatori negli anni
’70. Anche le cornici illusionistiche sono un motivo che da ora in poi Girolamo divulgherà con fortuna e che
derivano dalla sua esperienza nella Bibbia, sfrodando in semplici telai le modanature più ricche, con
fasarole e perline, intorno alle vignette istoriate della Genesi.

Si tratta di una formula più agile e riproducibile ma non si tratta solo di semplificazione, alla fine ne risulta
esaltata l’efficacia illusionistica, l’apertura contro uno spettacolo naturale che si è fatto più limpido e sottile.
In queste miniature viene approfondita la resa dei colori ottici, nei paesi lontani e negli interni domestici,
quella micrografia che sembra emular i fiamminghi, ma che era invece stimolata dall’esempio del
Mantegna. Lo splendido corollario di tali ricerche è nei minii subito successivi dell’Antifonario padovano dei
santi Cosma e Damiano e nei corali senesi prima che Girolamo tornato nel Veneto intorno al 1474, si apra la
nuova sfida della pagina antiquaria.

A giustificare l’intervento non uguale nelle miniature del messale è anche la presenza di collaboratori che
intervengono ad esempio in un s. Michele o nell’invenzione della croce, che pur esibisce intorno al pozzoil
motivo del fascio cinto da ghiere che deriva dal polittico di San Luca del Mantegna per Santa Giustina
(1453/4).

Di un aiuto di Girolamo sono due miniture del terzo fascicolo, l’adorazione dei pastori , ispirato al famoso
dipinto del Mantegna del Metropolitan e l’iniziale I con un monumento all’antica istoriato. In questo
intervento ben circoscritto possono essere ravvisati gli esordi del maestro di Montecassino per l’offiziolo
granedico del museo civico di Bassano del grappa, nel cui frontespizio alla c.18r sono esibite perline e pietre
preziose simili a quelle che incorniciano la crocefissione del messale. I paesaggi blandamente
mantegneschi, ora minutamente rocciosi ora digradanti, scanditi in profondità da arbusti secchi, tipici
dell’anonimo miniatore anche in alcune iniziai ritagliate che possono spetta egli ed oggi a Berlino, hanno la
loro puntuale radice del Girolamo del messale Gonzaga.

MESSALE DI BARBARA DI BRANDEMBURGO (ARCHIO STORICO DICOCESANO, CAPITOLO DELLA


CATTEDRALE).

1442/62 c.a.

MINIATORI: BELBELLO DA PAVIA, GIROLAMO DA CREMONA, TERZO MAESTRO.

COPISTA: PIETRO PAOLO MARRONE.

Il messale di Mantova è particolarmente interessante per il corpus ornamentale il cui progetto decorativo
appare rimandabile in buona parte a Giovanni Belbello da Pavia, mentre l’esecuzione è da attribuire n parte
allo stesso Belbello e alla sua bottega, in parte a Girolamo da Cremona e lui subentrato nel 1461 e per
almeno tre miniature ad un terzo maestro vicino a quello del Plinio della biblioteca universitaria di Torino.

Il manoscritto è costituito da 48 fascicoli, il primo è di 3 fogli doppi senza richiamo, l’ultimo è di 3 fogli doppi
con richiamo “manu” e una miniatura di Belbello. Il codice è mutilo alla c.380v, probabilmente è mancante
solo un fascicolo dedicato alla benedizione. Gli altri fascicoli, dal secondo al 47°, si susseguono in modo
logico e ordinato, infatti ogni settore in cui è distinto il contenuto liturgico del messale, è completo dei
formulari di propria pertinenza. I richiami sono sempre corrispondenti, mancano solo dopo il primo, il
secondo e il ventitreesimo fascicolo; al termine del quarantaseiesimo fascicolo il richiamo è formato da una
G con segno di abbreviazione stante ad indicare il graduale. Sui fogli di pergamena bianca, lucida senza
scorie, lo specchio di scrittura è impostato su due colonne di 30 linee. L’inchiostro usato è nero per i titoli e
rosso per le rubriche. Il calligrafo ha usato due moduli di scrittura: grande per le parti dedicate alle orazioni
e alla parola di Dio, piccolo per le parti del graduale delle tre antifone d’ingresso, dell’offertorio e della
comunione. Il ductus che contraddistingueva la compilazione del testo del messale rivela uno stretto
legame con il testo della bibbia di Borso, già assegnato dalla critica proprio a Pietro Paolo Marone.

Il messale è redatto in base agli esempi ella curia romana, il clendatio trasmette i titoli di festività propri
della chiesa mantovana, come sant’Anselmo protettore della città di Mantova, la dedicazione alla cattedrale
della città, il ritrovamento del corpo di san celestino I papa ecc ). Nel calendario ogni mese occupa un’intera
pagina, nella parte inferiore del foglio si possono leggere aforismi di natura temporali, ad eccezione del
mese di Aprile.

La committenza del codice è comprovata da diversi documenti, fu Gianlucido Gonzaga a commissionare per
primo il messale. Un mutamento importante nella lunga e sofferta storia del messale sopraggiunge nel
1461 quando la marchesa Barbara di Brandeburgo comunica al figlio Francesco di licenziare Belbello e di
affidare la miniatura e Girolamo su suggerimento del Mantegna. L’opera del calligrafo era già conclusa nel
1453 e l’impianto miniaturistico generale era stato già tracciato in ogni sua parte. Nella diversità di
esecuzioni delle miniature il codice tramanda una storia di riprese e di interruzioni legate alle committenze
dei Gonzaga a Belbello. Dalla presenza nell’apparato decorativo dello stemma dei Brandeburgo, emerge un
omaggio di Girolamo verso la sua committenza, infatti l’unicità dello stemma giustifica il fatto che il messale
sia conosciuto anche come messale di Barbara di Brandeburgo. Nel codice non vi è tracia invece dello
stemma dei Gonzaga ma è plausibile l’ipotesi che esso dovesse essere miniato in quello scudo lasciato in
bianco da Belbello alla carta 209r. gli interventi di Belbello e di Girolamo sono ordinati e quindi non
abbiamo quaterni con miniature tabellari di Belbello e con iniziali di Girolamo e viceversa.

Il messale raccoglie tutti gli stilemi del repertorio di Belbello, gli influssi che vanno dalla decorazione
miniaturistica francese al formulario fisionomico derivato da Giovannino de Grassi e da Michelino Besozzo
nonché l’assimilazione di modelli iconografici dell’ambito lombardo. Nelle miniature di Belbello ci sono
momenti di scadimento, impoverimento rispetto al modello iniziale, dovuti agli aiuti di bottega che male
interpretano l’esemplare del maestro. Nel messale si può riconoscere la complessa evoluzione stilistica di
Belbello insieme a componenti di un rinnovato linguaggio, più autonomo e più sofferto e drammatico che
troverà uno stupendo esito nelle miniature dell’ultimo periodo veneziano.

La bibbia di Borso entra pe analogia confronti nel vaglio critico del messale, infatti Girolamo da Cremona
subentra a Belbello nel 1461 dopo il suo accettato intervento giovanile accanto a Taddeo Crivelli e Franco
de Russi. Il confronto è lampante già nelle prime miniature eseguite da Girolamo per il messale come la
scena di tutti i santi per lo stretto legame con la bibbia estense nella tipologia dell’ornato, nella solida
struttura colonnare delle figure sontuosamente addobbate come i personaggi della corte estense nella
speciosità con cui definisce i dettagli dell’abbigliamento, della capigliatura. Girolamo cresce però nel’ambito
della corte dei Gonzaga e lo si riscontra nella pagina dell’ascensione assai più evoluta rispetto a quella de
tutti i santi, correlata all’ascensione del Mantegna. La monumentalità dei volumi corporei nel modo in cui
sono effigiati gli apostoli nella contemplazione dell’evento è nel messale un fatto del tutto nuovo. Gli
apostoli si illuminano di un umanesimo proprio anche perché il sapiente panneggiare delle vesti, la
scansione della loro disposizione nello spazio, la loro gestualità li fanno essere figure reali, e dimostrano il
raggiungimento di un linguaggio plastico moderno ormai assai lontano da quello di Belbello. Talune figure
miniate del graduale cod. 16.1 e 23.8 di Siena, pur mantenendo ancora delle costanze vicine alla bibbia di
Borso. La sua presenza è comunque documentata a Mantova dal 1475 al 1470.