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IL MUSEO NEL ‘700

Nel ‘700 nasce il museo così come lo conosciamo oggi, come strumento al servizio della società. Le opere
d’arte iniziano ad essere in tese al servizio della società, utili alla società. Devono essere quindi intese
come pubbliche, di utilità collettiva. POMIE’ parla di “desiderio di museo”, nasce pian piano l’esigenza, il
bisogno di godere appieno delle opere d’arte. Esigenza diffusa e condivisa sia dai collezionisti (nobili e
sovrani) che hanno voglia di far vedere la loro collezione e sia dal pubblico che vuole godere di queste
opere. Ma se si inizia a parlare di pubblico si inizia a parlare anche di allestimento (Ferdinando de Medici
aveva progettato un allestimento scenografico con i manichini nella sala delle armature negli Uffizi). Il
primo museo veramente moderno si ha dopo la rivoluzione francese che segna una cesura assai netta
con il passato. Non c’è più un monarca o un collezionista che concede la visione della propria collezione
ma è il popolo che si sene proprietario di queste opere, e questo e ciò che è accaduto al Louvre. La
rivoluzione francese in qualche modo è il punto focale di un momento culturale e sociale precedente. Tra
la fine del ‘600 e gli inizi del ‘700 si creano dei punti fermi per la storia museale. Momenti di grande
modernità si sono sviluppati in Inghilterra e non a caso (in Inghilterra si assiste ad una rivoluzione
razionale nell’organizzazione sociale ed economica attraverso quella che è stata una prima forma di
rivoluzione industriale che contaminerà in maniera assai veloce l’Europa costringendola a
industrializzarsi). Ci troviamo di fronte ad una sorta di illuminismo prerivoluzionario, come scrive Francis
Bacon. L’origine del museo inglese ha una base assolutamente scientifica e non è legato a forme
pittoriche. L’inizio è casuale e si lega all’università di Oxford che inaugura nel 1683 un edificio che viene
chiamato Museo e che racchiude la collezione di Elias Ashmale. Questi aveva legato le sue volontà alla
costruzione di un centro culturale di un certo tipo. La sua era una collezione scientifica, contenete oggetti
vari. Elias aveva ereditato la collezione da un altro collezionista Jonh Tradescant, grande e prestigioso
naturalista. La cosa particolare è che Ashmale pose come vincolo per la sua eredità, la creazione di un
edificio sia per la conservazione che per l’esposizione delle sue opere e costrinse dunque l’università a
creare uno spazio adeguato. Una richiesta, questa, assai in linea con i principi del’università che aveva il
progetto di corredare ai corsi teorici una sperimentazione pratico-scientifica. Alla teoria doveva
corrispondere la pratica in quanto gli scienziati hanno bisogno di sperimentare. Questi erano legati alla
teoria di Francis Bacon, filosofo della rivoluzione industriale, la cui filosofia richiedeva una ricerca
concreta e ripetuta “lo scienziato ricerca risultati certi”. Perché questa rivoluzione aveva dei connotati
europeisti? Perché questi risultati, frutto della ricerca scientifica e della sperimentazione, dovevano
avere delle conseguenze pratiche che devono essere assolutamente servili alla società.

Il museo allora diventa un laboratorio (Ashmale Museum) dove la fruizione era fondamentale, in questo
edificio convivevano le opere esposte, il laboratorio, la scuola e una biblioteca. Questo tipo di filosofia
riteneva determinante per l’apprendimento l’esperienza diretta, intesa come migliore metodi di
apprendimento, proprio dunque di una filosofia empiristica. Era un museo aperto a tutti, non solo
riservato agli studenti dell’università, dietro il pagamento di un biglietto. È una vera e propria rivoluzione.
Fin dagli inizi l’ASHMALE MUSEUM fu molto frequentato; era un museo che aveva una propria specifica
organizzazione che sarà poi replicata ovunque. Aveva un personale stipendiato esclusivamente dal
ricavato dei prezzi d’ingresso, e dunque questo personale aveva l’interesse ad allargare sempre di più il
target di riferimento, il loro stipendio dipendeva dal numero dei visitatori e dunque erano portati a
rendere il museo piacevole ai visitatori che non erano tutti degli studiosi o dei specialisti. Dai resoconti di
un erudito tedesco di passaggio a Oxford nel 1710, uno straniero dunque che guardava una forma inedita
di esposizione che era assai distante da quelle che conosceva, scriveva: “Rimango sbalordito che tutte le
persone toccano tutto senza riguardo e perfino le donne lo fanno!”.
Il museo scientifico nasce perché gli oggetti vengano toccati, non esiste la separazione tra spettatore e
oggetto esposto. Il museo doveva avere un’atmosfera di grande allegria, di familiarità in un certo senso
anche se, già all’epoca si effonde all’interno un’aurea tipo quelle delle chiese. In Inghilterra il museo è un
luogo dove si impara divertendosi. Pian piano diventa però necessario che il museo perfezioni la sua
organizzazione interna, diventando una istituzione con un suo statuto e con un’amministrazione più
dettagliata che dà le indicazioni per il suo funzionamento interno: dagli orari di apertura, alla
realizzazione di cataloghi, alle norme professionali per i custodi… c’è proprio una costruzione di
un’organizzazione di tipo moderno. Nel 1717 iniziò anche una certa politica di diversificazione nei costi
dei biglietti che teneva conto del pubblico differenziato: il costo del biglietto diminuiva se i visitatori
erano organizzati in gruppo e a volte dipendeva anche dalla durata delle visite.

Questo esempio inglese ebbe grande diffusione in tutta Europa. I sovrani decisero di aprire musei
soprattutto scientifici come quello di Pietro il Grande, zar di Russia che nel 1719 apre un gabinetto
pubblico. Questo museo non è frutto della volontà di esporre collezioni già esistenti ma vuole concedere
al popolo un luogo dove possa istruirsi e dove possa essere stimolato. Per realizzare questo progetto
compra collezioni in Olanda e in Francia. Lo zar era legato al filosofo Leibniz che aveva mandato un
promemoria alo zar. Questa sua collezione aveva ancora un legame molto forte con la Wunderkammer
(camera delle meraviglie). Questo gabinetto scientifico ospitava infatti elementi assai discutibili, ad
esempio veniva esibito vivo un giovane ermafrodita nonché un vasto assortimento di feti umani e
animali con deformazioni. Comunque, a prescindere da queste, chiamiamole così, curiosità, l’idea di un
museo scientifico dove il pubblico potesse istruirsi e essere stimolato, c’è.

Il museo moderno, come oggi l’intendiamo nasce in Inghilterra, dove il parlamento inglese ne 1753
acquista la collezione e la biblioteca del dott. Hans Sloane, medico della famiglia reale, che porterà alla
nascita del British Museum.

GLI UFFIZI NEL ‘700

Gli Uffizi continuano però ad essere per tutta l’Europa un esempio determinante e molto raro; l’ultimo
esponente della famiglia de Medici, la principessa Anna Maria Ludovica che lasciò per testamento, lei
morì nel 1747, la ricchissima collezione della famiglia, che a sua volta aveva ereditato alla morte del
fratello Gian Gastone morto nel 1737, allo stato toscano, così i beni all’interno degli Uffizi diventavano di
proprietà dello stato. La principessa lo fa ponendo però dei vincoli ben precisi, imponendo che mai, in
nessun caso, nessuna parte della collezione doveva essere alienata, ogni più piccolo oggetto doveva
rimanere in Toscana e a Firenze ma soprattutto non doveva essere mosso dalla galleria. Questa raccolta
è fondamentale perché da lustro allo stato toscano e anche perché diventa una collezione di utilità
pubblica (utilità generale propria del pensiero che si stava affermando in Europa dalla fine del ‘600).
Questa collezione aveva anche una vocazione turistica, fu necessario infatti allestire degli spazi di
foresteria per ospitare i diversi e numerosi stranieri che si recavano a Firenze per ammirarla.

Il momento emblematico da un punto di vista allestitivo per gli Uffizi si ebbe con Pietro Leopoldo di
Lorena, che in virtù del pensiero illuministico che portava alla necessità di avere una catalogazione più
razionale, all’interno di una riforma generale dello stato toscano. Fratello di Giuseppe II e figlio di Maria
Teresa d’Austria e di Francesco I di Lorena. Leopoldo era cresciuto in un ambiente di corte assolutamente
progressista, la madre Maria Teresa amava infatti circondarsi dei più grandi pensatori del tempo ed è
dunque chiaro che anche i figli subiscano una formazione di tal guisa.
Pur legato all'impero austriaco per ragioni dinastiche e di interessi politico-strategici, egli operò
innanzitutto per rendere autonomo il proprio Stato da Vienna. Diede quindi seguito a un'azione
riformatrice, di chiaro stampo illuministico, che interessò gli ambiti giuridico, economico e persino
religioso.
Circondatosi di collaboratori capaci, come lo statista fiorentino Pompeo Neri, subordinò la propria
politica a un duplice obiettivo: da una parte attuare provvedimenti di "buon governo", che migliorassero
l'efficienza dello Stato; dall'altra sforzarsi di contrastare i privilegi dell'aristocrazia e del clero,
introducendo nello Stato principi di giustizia. Nel 1769 Pietro aprì la galleria al popolo. Un’apertura al
pubblico necessitava di una riorganizzazione allestitiva che fu affidata a Zanobi il Rosso. Venne realizzata
anche una revisione scientifica della collezione; i curatori scientifici furono Giuseppe Penni Bencivenni e
Luigi Lanzi, uno dei grandi trattatisti del ‘700 che trasformano la galleria seguendo criteri razionalistici
legati all’ambiente illuministico. L’illuminismo chiedeva una semplificazione razionale; in questo periodo
è essenziale creare una differenzazione razionale degli oggetti e degli ambienti espositivi. Si doveva
seguire un criterio di ordine che presupponeva una separazione: ogni cosa doveva essere stare nel suo
genere e al massimo erano possibili due generi per ogni stanza. Nel 1769 la galleria fu sottoposta al
ministero delle finanze e dunque non era più il granduca ad averne la pertinenza. La proprietà si sposta
sempre di più da un ambito privato ad uno pubblico. Ormai la galleria apparteneva allo stato e dunque ai
cittadini che sentendosi proprietari delle opere esposte, reclamavano il diritto di poter visitare la galleria
senza previo appuntamento. Per queste ragioni si cercò di organizzare al meglio l’apertura al pubblico; la
galleria doveva essere aperta tutte le mattine tranne i giorni di festa. L’apertura al pubblico richiese un
regolamento che doveva soddisfare le esigenze più diversificate, sia di quelli che vi si recavano per
studiare e per copiare le opere e sia dei comuni cittadini che andavano a contemplare il bello, doveva
essere un “museo per tutti”.

Nel 1779 Pelli scriveva in riferimento all’allestimento degli Uffizi: “nei secoli precedenti si ammassava di
tutto di più … un ammasso informe che offendeva lo sguardo e la mente dello spettatore che non
riusciva ad educarsi”, per queste ragioni era necessario un processo di differenzazione. Nel 1769
vengono eliminate le porcellane, nel 1771 vengono portati via a Palazzo Pitti gli strumenti e gli oggetti di
storia naturale, e nella nuova sede nel 1775 venne aperto un museo di fisica e di scienze naturali.

Lenzi fu contentissimo di questa iniziativa e elogiò Pietro Leopoldo perché si creavano a Firenze due
grandi poli museali, uno legato alle opere d’arte ed uno di interesse scientifico.

Negli anni ’70 inoltre viene anche eliminata l’armeria che per molti versi non collimava con gli ideali
illuministici dell’epoca che credeva nella grande pacificazione attraverso il dialogo in quanto simbolo
della forza delle armi sulla ragione. Solo alcune armi assai pregiate furono conservate prima in una sala e
poi nell’armeria mentre la maggior parte degli oggetti furono venduti o svenditi con sprezzo o addirittura
fatti fondere.

Tra le novità allestitive sicuramente va annoverato il gabinetto dei libri, si volle così legare al museo una
biblioteca antiquaria in ottemperanza a quelle finalità scientifiche/umanistiche che la nuova idea di
museo doveva cogliere.

Altra novità fu l’apertura di nuovi ingressi che determinarono l’aspetto attuale della galleria. Ad un certo
punto anche le collezioni all’interno delle ville medicee vennero fatte confluire a Firenze, come il gruppo
scultoreo di Villa Medici a Roma che arrivò nella città toscana nel 1781. L’allestimento di questo gruppo
scultoreo fu affidato a Gaspare Maria Paoletti che ne evidenzia il nuovo gusto neoclassico. Il gruppo
andrebbe visto in maniera complessiva e globale viene invece decontestualizzato attraverso un
allestimento puramente decorativo.

Sempre Zanobi del Rosso restaura il gabinetto di Madama, che raccoglieva i gioielli della duchessa, che
nel 1780 prende il nome di gabinetto delle gemme e dove vengono fatte confluire tutte le cose più
piccole dalla tribuna e dalla galleria.

Anche la tribuna viene svuotata, vengono portati via gli scaffali, i bronzini, le gemme e in virtù della luce
zenitale che era assai adeguata per godere delle opere pittoriche, vennero selezionati solo i grandi
capolavori che poterono così essere ammirati all’interno della tribuna e 4 statue antiche (Venere, Apollo,
Lottatore e l’Arrotino).