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LA GALLERIA DEGLI UFFIZI

Con l’insediamento del duca Cosimo I de Medici nell’antica sede comunale di Palazzo Vecchio,
inizia la politica di esaltazione della monarchia. La galleria degli uffizi non nacque per motivi
espositivi ma per riunire le 13 magistrature fiorentine, dette uffici, sparse in giro per la città e
collocate in precedenza in varie sedi, in un unico edificio posto sotto la sua diretta sorveglianza, in
modo da affiancare al vecchio Palazzo della Signoria una nuova sede governativa, consona alla
potenza politica e militare acquisita da Firenze dopo la conquista di Siena. Lo spazio a disposizione
era abbastanza limitato. Il luogo scelto per la nuova costruzione fu un lembo di terra fra il lato
meridionale di piazza della Signoria e il lungarno, in un quartiere popolare dove si trovava il porto
fluviale di Firenze.

I lavori furono affidati a Giorgio Vasari, che nel 1559 in una lettera scrive di essere disponibile a
seguire le volontà di Cosimo I. Vasari decise di utilizzare il modello francese della galleria. Il
progetto prevedeva un edificio a foggia di "U", con due gallerie che si fronteggiavano una all’altra e
che non rovinasse la prospettiva di Palazzo Vecchio e della Cupola.

Per il matrimonio del figlio Francesco con Giovanna d'Austria, nel 1565, il Duca decretò di aprire
una via soprelevata e segreta tra Palazzo Vecchio e Palazzo Pitti, la nuova residenza della dinastia
Medici. Il Vasari in soli sei mesi costruì il cosiddetto Corridoio Vasariano, che, da Palazzo
Vecchio, superata via della Ninna con un ponte coperto, percorre parte della galleria, superando
l'Arno sopra al Ponte Vecchio, sbuca nel quartiere d'Oltrarno, arrivando nel giardino di Boboli e da
lì in Palazzo Pitti; da questo luogo venne in seguito predisposto un raccordo per raggiungere in
sicurezza il Forte Belvedere. Nell'agosto 1572 tutte le magistrature dalla parte di San Pier
Scheraggio sono già insediate nei nuovi uffici anche se l'edificio non è completato.

I lavori di completamente della galleria continuarono sotto il figlio di Cosimo, il Duca Francesco I
de' Medici che nel 1574 affida la direzione dei lavori al suo amico, sin dall’infanzia, Bernardo
Buontalenti, che completò la fabbrica, insieme a Alfonso Parigi il vecchio. Nell'ottobre 1580
l'edificio venne ultimato con il congiungimento, dalla parte della Zecca, “alla Loggia grande e
antica di Piazza”16. Tra il 1579 e il 1581 le volte della Galleria furono affrescate con motivi a
"grottesca" da Antonio Tempesta e successivamente da Alessandro Allori, con cui collaborarono
Ludovico Buti, Giovanmaria Butteri, Giovanni Bizzelli e Alessandro Pieroni.

Il carattere di Francesco sarà evidente sin da subito. La galleria nasce in maniera misteriosa, senza
inaugurazione nel 1581. Alcuni documenti dell’epoca raccontano cose molto vaghe “Francesco
accigliato e misterioso che si dedica a qualcosa di oscuro. Il segretario del Duca di Urbino, amico di
Francesco, in una lettera indirizzata al duca nel 1583, parla di una strana galleria che il duca di
Firenze stava realizzando e dove amava passeggiare in segreto tra le opere più belle che vi aveva
allestito e dove il duca teneva gli incontri. Infatti è proprio nel 1581 che Francesco I decise di
chiudere ed adibire la loggia dell'ultimo piano a galleria personale dove raccogliere la sua magnifica
collezione di dipinti quattrocenteschi, contemporanei di cammei, medaglie, pietre dure, statue
antiche e moderne, di oreficerie, bronzetti, armature, miniature, strumenti scientifici e rarità
naturalistiche. Francesco aveva un progetto ben delineato: una galleria dei quadri e una galleria
delle statue. Vicino ai soffitti, decorati, come abbiamo detto con le grottesche, lungo le pareti, nel
1587 Ferdinando I vi vuole collocare i dipinti degli uomini illustri: aveva infatti mandato a copiare i
dipinti degli uomini illustri dal museo di Paolo Giovio; un manuale storico delle immagini poste in
correlazione alla statuaria antica.

Nel 1584 il Buontalenti dà principio alla Tribuna, uno spazio assestante che nasce per esporre le
opere più importanti della collezione di Francesco. Ci troviamo di fronte ad un vero spazio museo
logico, in un certo senso erede dell’antico studiolo, una Wunderkammer, una camera delle
meraviglie, non più però nascosto né collocato all’interno di uno spazio architettonico in qualche
modo poco accessibile ai più ma già, in qualche modo, aperto ai visitatori. La Tribuna è una saletta
ottagonale che rappresenta la parte più antica della galleria. Fu commissionata da Francesco I de'
Medici nel 1584 per sistemarvi le collezioni archeologiche e in seguito vi furono collocati tutti i
pezzi più preziosi e amati delle collezioni medicee. Divenuta molto popolare ai tempi del Grand
tour, si dice fu un'ispirazione per le Wunderkammer di numerosi nobili europei. L'ambiente è
coperto da cupola incrostata di conchiglie e madreperla e percorsa da costoloni dorati e lanterna su
cui era una rosa dei venti collegata all'esterno da una banderuola. La luce proveniva così dall’alto,
la c.d. luce zenitale, il che permetteva una luce ancor più diffusa e da 8 finestre che avevano del
cristallo e che permettevano una luce più pura. Una luce ideale per le opere.

La Tribuna presenta nelle pareti di rosso scarlatto, dato dalle tappezzerie di velluto, su cui sono
appesi i quadri e mensole per oggetti e statue; aveva uno scaffale continuo lungo tutte le pareti ad
altezza d’occhio, questo scaffale era decorato con cassettini che permettevano di conservare gli
oggetti più piccoli e rari; tra lo scaffale e le finestre erano collocati i dipinti importati della
collezione. lo zoccolo, oggi perduto, venne dipinto da Jacopo Ligozzi con uccelli, pesci e altre
meraviglie naturalistiche; al centro stava un tempietto-scrigno in ebano, disegnato dallo stesso
Buontalenti, una vera e propria opera d’arte, ovvero un mobile ottagonale che custodiva i pezzi più
piccoli e pregiati della collezione; il pavimento venne realizzato a intarsi marmorei.

La Tribuna, le sue decorazioni e gli oggetti che conteneva alludevano ai quattro elementi (Aria,
Terra, Acqua, Fuoco): per esempio la rosa dei venti nella lanterna evocava l'aria, mentre le
conchiglie incastonate nella cupola l'Acqua; il fuoco era simboleggiato dal rosso delle pareti e la
terra dai preziosi marmi sul pavimento. Tutta questa simbologia era poi arricchita da statue e pitture
che sviluppavano il tema degli Elementi e delle loro combinazioni. Il significato affidato all'insieme
era, inoltre, la gloria dei Medici, che grazie alla volontà divina, aveva raggiunto il potere terreno,
simboleggiato dai magnifici oggetti rari e preziosi posseduti.

Al Buontalenti si deve nel 1586 anche la realizzazione di un teatro all’interno di questo edificio. Fu
costruito in corrispondenza del primo e del secondo piano attuali dell'ala orientale del museo. Si
tratta di un grande vano rettangolare circondato da gradinate su tre lati, con nel mezzo il palco dei
principi, decorato con affreschi con una cattivissima illuminazione. Nel XIX secolo il teatro sarà
suddiviso in due piani: nel primo ora ha sede il Gabinetto Disegni e Stampe, nel secondo alcune sale
della Galleria. Del teatro nel suo complesso resta soltanto il Vestibolo, dove a sinistra è sistemato
quello che un tempo costituiva il portale d'ingresso al teatro, oggi ingresso del Gabinetto Disegni e
Stampe; di fronte, le tre porte del Ricetto: su quella centrale, con le ante lignee intagliate con
stemmi medicei, vi è il busto di Francesco I.

Alla morte di Francesco I nel 1587 gli succede il fratello, Cardinale Ferdinando che lasciò Roma e
l’abito porpora per succedergli alla guida del ducato. Si narra che fu proprio Ferdinando a far
avvelenare il fratello e la sua famiglia.

Da un punto di vista museo logico Ferdinando è particolarmente interessante perché in virtù della
sua ambizione personale porta avanti il progetto di Francesco attuando però delle importanti
innovazioni rendendo la galleria molto diversa da un semplice luogo espositivo, dandogli una vera e
propria valenza museale, idea che si andò a delineare meglio nel corso del ‘700.

Ferdinando voleva creare un museo polivalente, un museo enciclopedico. Creò uno spazio
architettonico che raccoglieva, oltre alle opere scultoree e pittoriche anche la collezione degli
strumenti scientifici della famiglia. Crea così un nuovo ambiente “lo stanzino degli strumenti di
matematica” con un’apposita decorazione realizzata con grottesche da Giulio Parigi con scene che
rappresentano le grandi scoperte scientifiche e vari puttini. Questa stanza conteneva degli oggetti
meravigliosi come i globi terrestri e celesti, i mappamondi.

Ferdinando aggiunse anche altre 4 stanze che dovevano contenere le armature collezionate dalla
famiglia medicea. Anche in questo caso c’era un allestimento scenografico che denota la volontà
della presenza di un pubblico che potesse ammirare queste collezioni e la magnificenza di queste
sale. Le armature erano poste in bella vista, custoditi all’interno di armadi, ma vi erano anche
cavalli a grandezza naturali in legno su cui venivano poggiate le armature, tutto era realistico e
scenografico.

Insieme alle armi trovavano posto anche una serie di curiosità scientifiche, naturalistiche e
etnografiche: uccelli imbalsamati, coralli, costumi messicani.

Ferdinando si rende conto che questo centro polivalente avesse bisogno di maestranze stabili, uno
staff che quotidianamente potesse intervenire e per questo crea una serie di botteghe e laboratori
all’interno dell’edificio che si occupassero esclusivamente degli uffizi e non di altre opere cittadine.

Si decise anche di creare una nuova figura, una sorte di direttore della galleria. Ferdinando nominò
nel 1588 un nobile romano, Emilio de Cavalieri sovraintendente dei lavoratori degli Uffizi,
coordinava gli orefici, i ceramografi, gli scultori e i pittori.

Nel 1591 la prima guida di Firenze del Bocchi, definisce la galleria una sorta di unicum nel nord
Italia, sottolineando anche che il granduca concedeva la visita alla galleria a chiunque ne facesse
richiesta.

La galleria iniziò a destare curiosità in tutta Europa e fu al centro di importanti eventi: uno degli
eventi più esclusivi e mondani del tempo fu il matrimonio tra Maria de Medici e Enrico IV di
Francia, dopo che questi aveva ottenuto l’annullamento del matrimonio con la regina Margot. Maria
fu una grande viaggiatrice ma soprattutto era un’amante della letteratura e dell’arte. Come i suoi
antenati, Maria utilizzò l'arte per creare una leggenda sulla sua vita e la sua persona, fra cui senza
dubbio l'esempio più lampante furono le ventidue enormi tele, oggi conservate al Louvre, realizzate
tra il 1622 e il 1625 da Pieter Paul Rubens che raffigurano alcune scene allegoriche della vita della
regina. Il ciclo di dipinti, destinati ad ornare una galleria del palazzo del Lussemburgo che tutti gli
ospiti di riguardo dovevano attraversare per giungere nei suoi appartamenti, era destinata a illustrare
gli episodi centrali della sua vita, conformandoli all'idea che lei stessa voleva darne. La scelta e la
distribuzione dei temi era stata discussa dall'entourage della Medici, ma l'artista aveva avuto ampia
libertà in materia di composizione e linguaggio pittorico. Usando immagini e simboli di mitologia
antica e iconografia cristiana, Rubens riuscì a consentire vari livelli di interpretazione.
Pare che lo stesso Luigi XIII non capì, al momento dell'inaugurazione della galleria, quanto queste
tele che esaltavano Maria lo mettessero in ombra; apprezzando le tele, il re chiese delucidazioni sul
loro significato all'abate Saint-Ambroise, uno dei consulenti del ciclo, il quale secondo lo stesso
Rubens, ne «aveva cambiato e dissimulato il vero senso, con molto astuzia».

La galleria era dunque una novità allestitiva in una modernità architettonica assolutamente nuova:
un edificio che doveva adempiere a funzioni diverse: doveva avere una parte desinata
all’amministrazione e una parte museale.

Vasari, quando concepì la galleria, non si rifece a modelli antichi, ma è legato al suo tempo e
all’ambiente toscano; in lui c’è la volontà di creare architettonicamente un linguaggio nuovo,
italiano. Crea un vero e proprio percorso: da Palazzo Vecchio si incontrava il teatro, funzionante e
che grazie alla sua altezza, quasi due piani, permetteva scenografie con l’utilizzo di mezzi
tecnologici molto audaci. Lungo la galleria le statue e i busti antichi erano in dialogo storico con i
ritratti pittorici, lo studio dell’umanità. La galleria ospitava diverse stanze museali:

- 4 per l’armeria;

- 2 per gli strumenti scientifici e la cartografia;

- 1 per i bronzetti antichi;

- 1 gabinetto di Madonna per le gioie della granduchessa;

- Tribuna.

Si arrivava così quasi alla fine di un viaggio. In realtà era un’organizzazione così perfetta quella di
Ferdinando che durante il ‘600 non subì grandi modifiche, furono solo fatte alcune aggiunte in
ottemperanza al gusto barocco.

Cosimo III de Medici, il nuovo granduca, iniziò ad interessarsi della galleria quando ammalato di
gotta, fu costretto a fare delle lunghe passeggiate all’interno delle mura del palazzo. Proprio durante
queste passeggiate Cosimo iniziò a meditare alcuni cambiamenti, ascoltando però i suggerimenti dei
suoi consiglieri umanisti come Vincenzo Viviani. Il fratello di Cosimo, il potente cardinale
Leopoldo, grande collezionista regalerà alla galleria una importante collezione di quadri acquistati e
in parte da lui stesso commissionati. Pian piano infatti il cardinale cede la sua collezione alla
galleria ritenendo che questa fosse la sede più prestigiosa per esporre i suoi quadri e all’uopo venne
costruito un nuovo vano decorato con una allegoria della Toscana in trionfo circondato da virtù.
Cosimo ordinò una grande statua marmorea del fratello (zio?) per celebrarlo.

All’inizio del’600 Cosimo ordinò che le tele fossero ridotte affinché tutte avessero la stessa misura.
Le pareti apparivano così tappezzate da decine di quadri uguali, attaccati l’uno all’altro, con una
identica cornice e gli stessi cartellini. La galleria si arricchisce ulteriormente grazie alla nuova sala
delle porcellane provenienti dalla villa e dai palazzi medicei, custoditi su armadi e su sofà.

Nel 1683 si inizia anche a parlare di uno stanzino dei disegni, raccolti sempre da Leopoldo. Alla
fine si arriva ad una collezione di circa 12.000 disegni che richiese la direzione di un intellettuale
perché queste opere grafiche potessero essere classificate, e l’intellettuale a cui venne affidata la
missione fu Filippo Baldinucci che scrisse poi un trattato: “storia del disegno da Cimabue in qua”.

Nel 1687 ci fu infine il trasferimento della collezione integrale della famiglia da Palazzo Pitti alla
galleria degli Uffizi. Cosimo decise anche di allestire alcuni spazi dedicati a raccogliere pezzi
archeologici, frammenti. L’operazione di allestimento venne affidata a Giovan Battista Faggini che
senza non volle classificare i frammenti ma creare uno scenografico allestimento senza alcuna
valenza culturale, fu uno degli esempi più veri di allestimento barocco.

Nel 1759 ci fu la prima guida della galleria ad opera del custode Bianchi che ci dà l’idea di quanto
sopra detto.

Nel ‘700 questa verve barocca continuò a dominare alcuni allestimenti degli Uffizi, alcuni
frammenti erano solo decorativi, c’era la volontà precisa di creare meraviglia. Sempre agli inizi del
‘700 si assiste ad una crisi della galleria in concomitanza alla decadenza della famiglia de Medici
anche se la collezione andò ancora ad incrementarsi. Gian Gastone, ultimo esponente della dinastia,
trasferì nella galleria la sua ricchissima collezione di medaglie e di monete che vennero classificate
per gruppi ma senza un allestimento organico. La crisi degli Uffizi era la crisi dell’intera città,
Firenze aveva ormai perso il ruolo centrale all’interno della penisola e dell’Europa.