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Caravaggio

Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, nato a Milano nel 1571, fu mandato a lavorare presso il laboratorio di Simone
Peterzano, pittore del manierismo lombardo . Sconvolse i canoni del tempo dipingendo comunque soggetti divini ma con
un'accezione più imperfetta e terrena: espressioni di dolore ed emozioni terrene, vita quotidiana. Introduce il concetto
di luce naturale, cioè di luce proveniente da una fonte esterna al quadro. Incide su Caravaggio la nozione proposta da
Armenini “la bella e dotta maniera” intesa come lo studio dei maestri attraverso la copia di modelli più difficili. Unisce le
caratteristiche manieriste della “bella maniera” (fondati sul modello dei classici e dei maestri) all’imitazione della natura.
Caravaggio non rappresenta una bellezza ideale ma si ispira direttamente dalla realtà con il risultato di produrre una
pittura “non bella”. Alla fine del 500 gli artisti si esercitavano disegnando i capolavori dei maestri del passato. Fin dal
400 era entrato nelle botteghe d’arte lo studio delle opere antiche. Ad esempio la “La buona ventura”, descritta come
una zingaretta che predice la sorte del giovane, si può ricondurre alla statua di Artemide detta “zingarella”. Adotta i temi
all’antica come quello di Narciso, Frisso o Bacco utilizzando le tematiche mitologiche ponendo una riflessione morale e
di carattere cristologico (la cristologia è una parte fondamentale della teologia cristiana che studia e definisce chi e che
cosa è Gesù Cristo e la coesistenza divina e terrena che è in lui).

Nel “Riposo durante la fuga in Egitto” la figura dell’angelo musicante richiama alla statuaria antica rielaborando lo schema
classico e sinuoso del corpo umano. La sua posizione viene ripresa dal gruppo marmoreo delle “Tre grazie”. Una figura
simile all’angelo è presente anche nel “Ercole al bivio” di Annibale Carracci del 1596. Si tratta della figura della Voluttà
che promette a Ercole una vita sicura e piacevole, mentre a sinistra la Virtù gli indica la via dell’onestà. Anche nel “Amore
vincitore” riprende elementi dalla statua di “Eros Farnese”. L’antico non veniva solo studiato, ma rielaborato. Nel “Cupido
dormiente” ci sono gli stessi atteggiamenti iconografici di “Erote dormiente con gli attributi di Eracle” conservata agli
Uffizi.

La figura di san Pietro nel “Cristo dell’Orto degli ulivi” realizzato nel 1605 imita le forme della divinità nella “Fontana del
Tevere” a Roma. Scegliendo il modello antico rafforza in questo modo il senso “romano” della figura di san Pietro che
viene indicato come fondatore della comunità cristiana a Roma e della chiesa universale. “Galatea ferito” (I secolo a.C.)
viene utilizzato come modello per “San Gerolamo scrivente” evocando il mondo del coraggio e dell’onore capace di
eroismo e sacrificio omaggiando San Gerolamo per le sue imprese per la difesa della cristianità. Inoltre viene utilizzato
anche per il dipinto “Sette opere di misericordia corporale”. Il modello antico serve come rimando all’abbandono di chi
è sconfitto (come Galatea) dalla vita.

Nel caso della “Resurrezione di Lazzaro” ci sono riferimenti al gruppo statuario di “Menelao con il corpo di Patroclo”. La
scelta di utilizzare il modello antico del Menelao che sorregge Patroclo è funzionale per la rappresentazione del dramma
della morte, che nel racconto evangelico della resurrezione di Lazzaro muta il compianto dell’amico in manifestazione
della gloria di Cristo, vincitore della morte. Il cadavere si rianima alludendo con la postura ad una croce, divenendo così
un richiamo alla morte di Cristo. Nella “Decollazione di san Giovanni Battista” fa riferimento alla “Ninfa con catino”
utilizzando un personaggio mitologico che allude all’acqua e alla bellezza sensuale, nella rappresentazione di Salomè con
la testa di Giovanni Battista. Nella “Flagellazione di Cristo” la figura dell’uomo che prepara una fascina per la flagellazione
è ripresa dallo “Scita”, conosciuto anche come l’Arrotino. Viene inserito per rafforzare la connotazione narrativa e
ricostruire gli avvenimenti narrativi del Vangelo. La “Vecchia ebbra” viene inserita nella “Crocifissione di sant’Andrea” ed
evoca i costumi pagani, dove le donne erano dedite a pratiche orgiastiche. Serve a rappresentare le motivazioni
ideologiche del rifiuto del messaggio cristiano da parte del mondo pagano e della condanna morte dell’evangelizzatore.
Nella “Madonna dei Pellegrini” viene utilizzato il modello antico della “Thusnelda, la schiava barbara”, statua d’epoca
romana come rafforzativo per mettere in scena l’umiltà della Vergine, che nel testo evangelico di San Luca si definisce
come schiava del signore. L’utilizzo del modello della schiava è coerente con il senso linguistico del termine evangelico.
Caravaggio utilizza un modello linguisticamente colto per rappresentare la regalità e l’umiltà della vergine.

La tradizione cristiana utilizzava fiori e frutta per simboleggiare le virtù. Questi “simboli” dovevano tenere attenzione al
decoro, alle proporzioni, alla bellezza e alla virtù utile per una vita onesta. L’uso decorativo era già stato proposto negli
affreschi e nei mosaici d’epoca romana. Caravaggio può essere considerato l’inventore della natura morta es. “Canestra
di frutta”1597 ma ci sono altre opere dedicate a fiori e frutti come “Caraffa di fiori” di Jan Bruegel il Vecchio 1593 e
“Piatto metallico con pesche” di Giovanni Ambrogio Fagino 1591. Nella “Madonna dei palafrenieri” unisce soluzioni
tecniche e teoriche naturalistiche imitando però un'altra opera, in questo caso “La Vergine e il bambino schiacciano il
serpente” di Giovanni Ambrogio Fagino 1581 che ha stessa composizione e stesso tema. Nella tela di Merisi, la Vergine
aiuta il bambino e schiaccia la testa al serpente con Sant’Anna che osserva la scena con riconoscenza. Per la “Cena in
Emmaus” Caravaggio utilizza un’inquadratura ravvicinata e frontale, l’atmosfera è intima e la scena è raccolta in uno
spazio buio illuminato da un’unica fonte di luce. Riduce a pochi elementi la composizione al contrario della scena vera e
propria come dimostra la “Cena di Emmaus” di Tiziano 1540, molto più descrittiva e dettagliata.

Vengono messe a confronto la “Pala di Sant’Antonio” di Lorenzo Lotto 1542 e la “Madonna del Rosario” di Caravaggio. Il
drappo rosso in entrambi ha la funzione di delimitare lo spazio, ma in Caravaggio serve anche a sottolineare un
movimento attorno alla colonna come riferimento ai Colonna alludendo al legame che la Provvidenza ha operato tramite
i Colonna nella battaglia di Lepanto nel 1571 nella quale uno dei comandanti fu proprio Marcantonio Colonna. Caravaggio
dipinge la “Musica di alcuni giovani” a tema musicale e imita le due opere di Tiziano il “Concerto campestre” e il
“Concerto”. In “Concerto campestre” avviene l’irrompere del frastuono dei campanacci introdotte dal pastore. Il
rimando a una dimensione morale è evidenziato dalla virtù della temperanza. Il senso finale dell’opera, mette in guardia
dagli eccessi dei sensi (come il gregge chiassoso). Nel “Concerto” l’interruzione è un evento che posto fuori dalla scena,
ignoto e inatteso, suscita una profonda riflessione sulla vita umana. Caravaggio rappresenta un amorino con un grappolo
d’uva che rimanda all’ebbrezza dei sensi che se ti distolgono dall’armonia delle virtù. Nella “Morte della Vergine”
Caravaggio opera un rimando al mosaico che Pietro Cavallini realizzo nell’abside della basilica di Santa Maria in
Trastevere. Traduce in linguaggio naturalistico l’impianto bizantino di Cavallini, il senso teologico non muta, ma viene
trasposto in un linguaggio contemporaneo, si sposta dal aulicità liturgica della scena trecentesca al naturalismo della
quotidianità. Non ci sono blasfemie, tutto appare teologicamente e spiritualmente corretto.

“Conversione di San Paolo” di Michelangelo e “Crocifissione di San Pietro” di Caravaggio. Caravaggio lavora utilizzando
modelli michelangioleschi imitando la composizione direttamente dai suoi affreschi eseguiti nella cappella Paolina in
Vaticano. Il tema di Michelangelo è stato rielaborato in chiave di evento catastrofico. L’intento è quello di vincere il
confronto e non di emulare le mosse. Caravaggio gareggia con Michelangelo, ha l’ambizione di essere in grado di
riscrivere i suoi testi e di superarli. Nelle tre tele del ciclo di “San Matteo” attinge alla “Creazione di Adamo”. Nella tela
della conversione Caravaggio fa riferimento ai vangeli e alla leggenda Aurea di Jacopo da Varazze. È centrale la mano di
Cristo che indica Matteo e la mano di Matteo che indica sé stesso. Cristo riproduce la mano di Adamo della Cappella
Sistina. Matteo scrive il Vangelo ascoltando un angelo separato da lui da una linea curva. Questa linea segna la differenza
tra la dimensione umana e quella angelica, allo stesso andamento della linea curva del volo dei cherubini che attorniano
Dio nella volta della Cappella Sistina, sottolineando la dimensione trascendente del creatore. Il “Martirio” costituisce una
trasformazione dell’Adamo di Michelangelo che risulta messo in piedi. La creazione dell’uomo di Michelangelo è
completamente assimilata dal linguaggio di Caravaggio.

Nella “Flagellazione di Cristo” si può notare una somiglianza con un modello statuario di un dorso antico di Ercole, ma
anche con “Cristo redentore” di Michelangelo. Sottolinea attraverso un gioco di luci il candore di Cristo e l’oscurità del
peccato incarnata dai manigoldi. Nella “Deposizione nel sepolcro” Caravaggio prende come fonte letteraria il Vangelo di
Giovanni e consente di identificare Nicodemo nell’uomo che sorregge le gambe di Cristo. Viene rappresentato in abiti
da lavoro e con le sembianze di Michelangelo Buonarroti. Michelangelo stesso si era autoritratto nei panni di Nicodemo
nella “Pietà Bandini” in quanto Nicodemo è il primo scultore di un crocifisso miracoloso. Inoltre rimanda anche
all’affresco della “Deposizione” di Daniele da Volterra. Il poeta Marzio Milesi, amico di Michelangelo opera una critica
alle sue opere e afferma che Caravaggio oppure Michelangelo e che la sua grandezza risiede nella conoscenza profonda
dell’arto. Esalta Caravaggio e mette in evidenza l’aspetto più importante del suo fare artistico riconducendolo a due
principi generali che sono l’arte e la natura. Alla capacità di innovare rimanendo radicato alla tradizione.