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Possente spirito, e formabil nume

"Possente spirito, e formidabil nume" (Spirito possente e dio formidabile) è un'aria chiave del
terzo atto dell'Orfeo di Claudio Monteverdi. In questa prima scena del terzo “episodio”
Orfeo tenta di convincere Caronte a permettergli di attraversare il fiume Stige per entrare
nell'Ade e trovare l’amata Euridice. Speranza dopo aver guidato Orfeo fino le rive del fiume, al
cartello "Abbandonate ogni speranza, voi che entrate", lei non può andare oltre ed esce di scena.
Caronte gli spiega che nessun corpo vivente può entrare nella sua barca, e qui Orfeo canta che
anche lui non vive più poiché ormai non ha più un cuore a causa della perdita della futura moglie
(senza cor). Caronte è inizialmente impassibile, ma quando Orfeo continua a cantare e poi a
suonare la sua lira, grazie al suono dello strumento Caronte si addormenta e Orfeo prendendo il
comando dell’imbarcazione attraversa lo Stige.

L’aria «Possente Spirito» è senza dubbio il momento più atteso da tutti in questa opera, essa è
posta al centro esatto della storia e va al di là del dramma e dell’azione. Questo il momento in cui
Orfeo, accompagnato dall’organo di legno e da un chitarrone, con il suo canto ci fa attraversare
tutte le sfere, evocando di volta in volta gli Inferi, la Terra e il Cielo «attraversata dei mondi».
Infine troviamo anche l’illustrazione dei tre ordini principali della Musica: mundana, humana e
instrumentalis.

Il poema di Striggio è composto da sei stanze, organizzate in cinque terzine seguite da una
quartina conclusiva, il compositore ha ripartito queste sei stanze in due gruppi di tre e, come in
Dante, si vede un’evidente organizzazione trinitaria in perfetto accordo con le dimensioni spirituali
dell’opera. In questa opera il compositore confronta tre stili di canto, diverse forme di
accompagnamento e dei ritornelli dell’orchestra. Le tre prime stanze hanno in comune lo stesso
stile di canto (il cantar passeggiato) e ognuna di esse è seguita da un Ritornello. Le ultime tre
stanza invece sono prive di Ritornelli, e sono messe in contrasto da tre stili di canto diversi
(passeggiato, d’affetto e sodo) e tre diversi tipi di accompagnamento. Le sei stanze sono in
edificate sullo stesso basso, come i tre Ritornelli poggiano su un basso identico.

Partitura
La partitura del 1609 include in modo univoco due versioni separate che il tenore Orfeo può
cantare, una semplice ed una estremamente ornata (trillo, groppo, ribattuta di gola, cascata…),
quest’ultima alternativa presenta uno stile di abbellimento che era previsto per gran parte della
musica di questo periodo. Le due parti vocali rivestono due tipi di notazioni ritmiche differenti: la
prima è in valori semplici (semi-brevi, minime, semiminime), l’altra in valori diminuiti (croma,
biscroma treplicata). Abbiamo inoltre una didascalia precisa che ci dice: «Orfeo al suono del
Organo di legno, e un Chitarrone, canta una sola delle due parti».
Sranze
Stanza 1: «Possente Spirto» (cantar passeggiato)
Ritornello 1: due violini

Stanza 2: «Non viv’io no» (cantar passeggiato)


Ritornello 2: due cornette

Stanza 3: «A lei volt’ho il cammin» (cantar passeggiato)


Ritornello 3: arpa doppia

Stanza 4: «Orfeo son io» (cantar passeggiato)


Accompagnamento in trio: Violino, violino, basso da braccio

Stanza 5: «O de le luci» (cantar d’affetto)


Accompagnamento: basso continuo solo

Stanza 6: «Sol tu nobile Dio» (cantar sodo)


Accompagnamento (in modo di lira): tre Viole da braccio, contrabbasso de Viola

1) La prima stanza rinvia alla nostra sfera umana, essa è accompagnata dai violini, strumento
emblematico di Orfeo, qui il suo registro sovracuto spicca soprattutto quando dice: «passaggio
dell’anima verso l’altra riva».

2) La seconda stanza evoca gli Inferi (si fanno sentire due strumenti infernali: due cornette) e la
morte (quella di Euridice e quella prossima di Orfeo).

3) La terza stanza porta alla terza sfera, il Paradiso, qui l’arpa diventa una cetra, e il canto di Orfeo
percorre di nuovo la tessitura del sovracuto che questa volta va dal Fa acuto al Si bemolle grave
(«tanta bellezza»).

4-5) All’inizio della quarta stanza Orfeo proferisce il suo nome, come se fosse caricato da una forza
magica, qui il canto ha un carattere più brillante che nella quinta stanza risulta ancora più forte e
passionale, questo è un nuovo canto: il cantare d’affetto o cantare alla napoletana, pieno di
contrasti fra timbri e registri. L’ornamentazione virtuosa cessa e il cantante sottolinea l’ampiezza
del suo dolore con una pesante dissonanza («pene»).

6) Nella sesta stanza Orfeo come sua ultima implorazione ricorre al canto più semplice, il cantar
sodo. Il canto è accompagnato solo dalla sua lira e dalle quattro parti degli archi che suonano
accordi tenuti su valori lunghi («Furno sonate le altre parti da tre Viole da braccio, un contrabbasso
da Viola tocchi pian piano.»). Il canto si conclude con un trillo su «invan» che risolve su
«s’impetra».

Curiosità: Orfeo avrebbe mai immaginato che, nonostante i suoi sforzi, Caronte sarebbe rimasto
impassibile al suo canto?

Samuele De Stefani IVm