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Paolo Veronese

Cena di casa Levi


Le cosiddette «Cene» costituiscono alcuni dei soggetti più noti e caratteristici della produzione veronesiana. Con il
pretesto di rappresentare qualche cena biblica, infatti, l’artista descrive dei sontuosi banchetti del suo tempo sullo
sfondo di realistiche prospettive urbane. In essi egli è molto attento anche ai più piccoli dettagli: dagli abiti dei
partecipanti alle apparecchiature delle tavole, dalla minuziosa descrizione delle architetture alla presenza di
servitori, animali e saltimbanchi abbigliati nei modi più stravaganti. Ne emerge un grandioso spaccato di vita
quotidiana di quella ricca Venezia che, pur sull’orlo del disastro economico di fine Cinquecento, continua a
celebrarsi magnificamente mediante feste e banchetti, con una ritualità e uno sfarzo che rimarranno insuperati
almeno fino al XVIII secolo.La grandiosa Cena in casa di Levi, del 1573, è un telero lungo quasi tredici metri,
originariamente dipinto per il refettorio del convento veneziano dei Domenicani di San Zanipòlo e oggi conservato
alle Gallerie dell’Accademia. Sotto un ricchissimo porticato di gusto rinascimentale il Veronese dispone il tavolo del
banchetto al quale siedono personaggi che, per i loro atteggiamenti e i loro abiti, appartengono più al ricco
patriziato veneziano che alla tradizione evangelica. La città che si vede sullo sfondo si staglia contro l’azzurro
smagliante di un cielo che la inonda di luce chiarissima. Non si tratta né di Venezia né di alcun’altra città reale, ma
nelle sue architetture classicheggianti si ritrova il gusto manierista per un disegno virtuosisticamente nitido e preciso.
Il porticato e la doppia scala balaustrata in primo piano, inoltre, assumono un ruolo fondamentale nella scena,
tanto che, se immaginassimo di rimuoverli, la composizione risulterebbe assolutamente disequilibrata e quasi
insignificante. Nelle intenzioni iniziali del Veronese e del suo committente, il priore Fra Andrea de’ Buoni, il dipinto
avrebbe dovuto rappresentare un’Ultima Cena, ma la libertà con la quale Paolo aveva trattato il tema gli costò
addirittura un processo di fronte al Tribunale della Santa Inquisizione ❯ Ant. 173. I severissimi giudici ecclesiastici,
infatti, vollero sapere per quale motivo egli avesse collocato, tra i personaggi secondari, «Saltimbanchi,
giullari.buffoni, Ubriachi.imbriachi, Tedeschi, probabilmente in relazione a mercanti o soldati di quella nazionalità,
spesso presenti a Venezia.thodeschi, nani et simili Qui con il significato di personaggi volgari e di particolari
disdicevoli.scurrilità» quali, ad esempio, un servo al quale sta uscendo il sangue dal naso. Il Veronese risponde, con
grande semplicità (o, forse, con finta ingenuità), che «nui pitori si pigliamo la licentia che si piglino i poeti et i
matti» e «se nel quadro li avanza spacio io l’adorno di figure, secondo le inventioni» il che, in pratica, significa che
la creazione di un dipinto sarebbe per Veronese un atto più istintivo che razionale e che i personaggi non vengono
inseriti tanto per ragioni ideologiche quanto, spesso, per riempire spazi che altrimenti sarebbero rimasti vuoti. Con
questa autodifesa egli dimostra di non avere motivazioni ideologiche profonde e che la sua passione vera, invece,
sta proprio in quel suo dipingere «secondo le inventioni», cioè ispirandosi a personaggi, animali e oggetti del
quotidiano che, una volta immersi in quella luce mattutina che meglio di ogni altro riusciva ad evocare, assumono
una dignità quasi classica. Nuove ricerche documentarie proverebbero, invece, che la provocazione non fosse stata
casuale ma frutto degli attriti e dei dissapori esistenti in seno all’Ordine domenicano di Venezia e con la curia
romana.La sentenza dell’Inquisizione, in ogni caso, fu straordinariamente blanda e concesse al Veronese tre mesi di
tempo per correggere i suoi presunti errori. L’artista si limitò pertanto a cambiare il titolo (non più «Ultima Cena»,
dunque), spiegandone addirittura il significato – cosa mai vista prima – esplicitandolo con chiarezza sulla
balaustra della scala: «FECIT D[OMINO] CO[N]VI[VIUM] MAGNU[M] LEVI – LUCAE CAP[ITULUM] V» (Levi preparò
un grande banchetto per il Signore – Luca, capitolo V).Lo spirito complessivo del dipinto, comunque, non viene
alterato. Così il cane in primo piano, l’affaccendarsi dei servitori, l’affollarsi di nani e postulanti, la distrazione
degli alabardieri di guardia «l’uno che beve et l’altro che Mangia.magna presso una scala» Fig. 20.57 non sono
più da considerarsi atteggiamenti disdicevoli, ma rimangono uno dei motivi distintivi di questo grandioso telero.
Le nozze di Canna
Di straordinaria spettacolarità sono anche Le nozze di Cana, un altro gigantesco telero oggi conservato al Museo
del Louvre Fig. 20.58. Si tratta di un’opera pullulante di personaggi variopinti che si affaccendano con vivacità
attorno alla grande tavola imbandita a forma di ferro di cavallo, al centro della quale siedono Gesù e, alla sua
destra, la Vergine Maria.