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1.  Tractatus de septem


viciis (Codex Cocharelli)
(1325 ca). Londra,
British Library,
Ms. Add. 27695, c. 7r.

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La Cattedrale di San Lorenzo:
autoritratto in pietra della società genovese
Marco Folin

1. Speculum civitatis Ianue riconosciuto (ma non per questo meno controverso)
“Per noi San Lorenzo ha un fascino grandissimo; è della politica locale.
come una città morta che si rivela, che fa risuscitare Questa idea della Cattedrale come sineddoche della
gli uomini, fa ingrandire la storia, l’eterna operatrice, città è uno dei leitmotifs della storiografia genovese.
con le vive testimonianze degli archi, dei capitelli, Non è forse vero che all’alba del secondo millennio
delle colonne, dei finestroni [...], è la vera poesia i legami fra San Lorenzo e la neonata Compagna
delle cose passate, che palpitarono e fecero palpitare, Communis erano stati così stretti che quest’ultima
lasciando sulle mura fosche, in modo incancellabile, non aveva sentito neppure l’esigenza di darsi una
la loro orma”.1 Così, nel 1918, scriveva l’archivista sede istituzionale ben definita e distinta dal Duomo?5
di stato Arturo Ferretto celebrando la storia otto Da allora e per oltre due secoli Genova non ebbe un
volte secolare della Cattedrale di Genova e il legame palazzo pubblico e – caso più unico che raro nell’Italia
congenito che ne aveva sempre unito i destini a quelli del tempo – le magistrature del Comune consolare
della comunità urbana che l’aveva eretta come “palla- prima, podestarile poi, continuarono a riunirsi presso
dio delle libertà comunali”. Secondo l’erudito cultore domicili estemporanei e preferibilmente appunto
di storia patria, infatti, nel Medioevo San Lorenzo nella chiesa metropolitana: luogo deputato di ogni
non era stata solo il “maggior tempio” della città, ma concione di popolo, tanto più in occasioni solenni
qualcosa di assai più importante: un “degno modello come quella che nel 1227 vide festeggiare la conqui-
di operoso vivere civile”, capace di rappresentare per sta di Savona e Albenga con una curia celebrata in
ogni cittadino lo “specchio e ritratto dell’avita gran- signo victoriae et anni felicissimi sotto le volte della
dezza e maestà” (sì da essere al contempo “scuola, Cattedrale.6 Di qui – è stato detto più volte – la natura
accademia, museo, archivio, quartier generale, scri- apertamente politica, civile, degli apparati decorativi
gno di reliquie e tesori, teatro dell’eloquenza sacra e che ornavano il Duomo, che si trattasse dei marmi
civile, custode dei pesi e delle misure, sede di tutti i antichi di recupero o delle scritture statutarie che
gentili artifizi, incubatorio della cultura e della civiltà campeggiavano qua e là sulle pareti, o ancora delle
moderna”).2 pitture murali e dei trofei riportati dalle scorribande
La Cattedrale come monumento identitario per in partibus Infidelium. Ecco spiegate le Historiae
eccellenza, dunque, luogo di sedimentazione delle della conquista di Tortosa, Almería e Minorca dipinte
memorie avite e simbolo della coesione civile e spiri- intorno alla metà del xii secolo sulla parete meridio-
tuale dei Genovesi: un’immagine che all’appassionato nale (500, 506b);7 il busto di Giano primus rex Italie
spigolatore d’archivio doveva sembrare particolar- de progenie gigantium qui fundavit Ianuam tempore
mente attuale nei tempi bui in cui si trovava a scrive- Abrahe [“il primo re d’Italia della progenie dei giganti
re – il paese allo sbando all’indomani di Caporetto, i che fondò Genova al tempo di Abramo”] sul falso
nemici alle porte, il futuro incerto – quando la “con- matroneo della navata (561);8 il lampadario bronzeo
tinua eredità” del passato che trasudava dalle pareti “di belletissimo et sutilissimo lavoro moresco” che
del Duomo gli si poteva ben presentare quale “ronce nel Cinquecento pendeva davanti all’arca del Pre-
immortelle che si attacca com’edera al cuore e ne cursore nella cappella di San Giovanni Battista ...9
accompagna nel buio” (citazione dai Malheureux di Di qui, ancora, il carattere di ecclesia civitatis che il
Louise Ackermann, questa, e il riferimento a un’opera Duomo aveva presto assunto agli occhi dei cittadini,
allora correntemente tacciata di “ateismo” non era ampiamente attestato dai cronisti medievali: come
privo di audacia in una pubblicazione dedicata all’ar- quell’Ursone da Sestri, per esempio, che nel celebrare
civescovo Gavotti).3 le vittorie contro Federico II e i Pisani non poteva
Del resto, nel presentare in questi termini ‘fosco- fare a meno di pensare alle imprese cittadine del
liani’ il rapporto fra San Lorenzo e Genova, Arturo secolo precedente tramandate proprio dalle pitture
Ferretto si poneva nel solco di una lunga tradizione che facevano bella mostra di sé nella Cattedrale: qua-
– per tutto l’Ottocento non s’era parlato altrimenti rum picta nitet maiori gloria templo [“delle quali la
del Duomo sulle pagine dei quotidiani e nelle guide gloria dipinta risplende nel tempio maggiore”].10 Un
“artistiche” cittadine4 – che non si sarebbe certo secolo dopo, lo stesso Petrarca sarebbe rimasto col-
esaurita con lui: si pensi, tanto per fare un esempio, pito – pur senza lasciarsene interamente convincere
al ruolo nevralgico assunto dalla Curia metropolitana – dal “discorso di celebrazione civica per immagini”
nelle vicende degli ultimi, difficili, mesi della Seconda allestito a San Lorenzo, e di cui statue e dipinti erano
guerra mondiale e successivamente, negli anni della testimoni così eloquenti, per quanto poco credibili
ricostruzione, quando un personaggio carismatico agli occhi di un dotto conoscitore degli Antichi quale
come Giuseppe Siri si sarebbe imposto come perno l’autore del Canzoniere.11

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2.  Anonimo pittore


genovese, Processione
del Corpus Domini
in Piazza San Lorenzo
(seconda metà
del sec. xvii).
Genova, Museo
Diocesano di Arte Sacra.

È stato spesso sottolineato che le autorità genovesi moderna.13 Gelosamente conservate in diversi luoghi
non smisero mai – sino alla caduta della Repubblica e deputati della chiesa, esse non venivano solo esibite
anche oltre – di ribadire questa funzione civica e reli- in ogni pubblica ricorrenza e agli illustri forestieri di
giosa a un tempo della Cattedrale come monumento passaggio (quando non prudentemente sottratte alla
pubblico, estraneo alle logiche fazionarie e proprio stessa vista dei fedeli per salvaguardarne l’integrità,
per questo capace di catalizzare culti cittadini e come nel caso del Catino), ma erano periodicamente
devozioni condivise. Emblematico il cerimoniale di portate in corteo nelle grandi cerimonie destinate
intronizzazione dogale, che già dalla fine del Trecen- a rinsaldare il senso di solidarietà collettiva di un
to prevedeva che il doge neoeletto venisse benedetto corpo sociale per altro diviso da endemiche conflit-
dal vescovo nel corso di una cerimonia solenne, in tualità intestine.14 Non è certo un caso, da questo
Cattedrale, utilizzando a questo scopo una reliquia punto di vista, che nel 1513 la custodia della sacrestia
di inestimabile valore come la Croce “degli Zaccaria” e la gestione dei suoi tesori venissero formalmente
(677, 678), che si diceva contenere un frammento affidate alla magistratura dei Padri del Comune
della Vera Croce prelevato da san Giovanni Evan- in quanto legali rappresentanti della Repubblica,
gelista in persona subito dopo la Deposizione.12 E in demandando loro fra l’altro l’organizzazione delle
effetti sono molti gli indizi del fatto che le reliquie processioni rituali che scandivano il calendario litur-
del Tesoro di San Lorenzo (oltre alla stauroteca gico.15 Fra le filze del loro archivio si conservano
“degli Zaccaria”, le ceneri del Battista [681-684] e note dettagliatissime sull’itinerario di queste sfilate
il Sacro Catino [674] su tutte) abbiano continuato a pompose e sulle complicate trattative cui esse davano
svolgere un cruciale ruolo identitario per tutta l’età luogo: il sorteggio dei quartieri in cui si snodavano

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La Cattedrale di San Lorenzo: autoritratto in pietra della società genovese

i cortei (cambiavano sempre, a rotazione); la scelta prospetto si integrava con quelli della porta Soprana
delle tappe del percorso, su questo o quel sagrato; la e del palazzo di San Giorgio, allora appena restaurati
composizione dei gruppi di cittadini che avevano – a come “monumenti insigni” della storia cittadina: da
turno – il privilegio di reggere il baldacchino sotto una parte la potenza economico-militare e i traffici
cui troneggiavano le reliquie (Fig. 2).16 Così, la “reli- per mare, dall’altra la coscienza di sé di una comunità
gione cittadina” che aveva come fulcro la Cattedrale coesa, laboriosa, salda nella fede e nel ricordo delle
poteva – sia pur solo in ben precisi giorni dell’anno, sue antiche tradizioni di libertà, che nel padiglione si
e previe lunghe negoziazioni – prendere fisicamente combinavano insieme a comporre una sorta di “tem-
possesso degli spazi urbani genovesi, mostrandosi
per le vie e coinvolgendo nei propri riti ampie fette
della società cittadina.
Né con la fine dell’Antico Regime sarebbe venuta
a esaurirsi del tutto la preminenza della Cattedrale
nel sistema simbolico cittadino, se è vero che ancora
all’indomani dell’Unità d’Italia – in un orizzonte
culturale ormai completamente mutato – fu proprio
intorno al cantiere di San Lorenzo che prese vita una
disputa a tratti violenta, e tale da tener banco per
decenni sulle pagine dei principali quotidiani geno-
vesi: la contesa sui restauri dei principali monumenti
medievali della città e sui criteri che avrebbero dovu-
to ispirarli.17 Da un lato Alfredo d’Andrade, Camillo
Boito, Marco Aurelio Crotta; dall’altro Luigi Augu-
sto Cervetto, Giovanni Campora, Tammar Luxoro, a
battersi in nome delle opposte ragioni dell’“estetica”
e della “storia”, divincolandosi fra le ristrettezze
dei bilanci comunali e le pressioni di una campagna
di stampa pronta a denunciare il deplorevole stato
di conservazione (da “far onta ad un paese civile”)
dei “superbi edifici che abbell[ivano]” la città.18 Un
dibattito per certi versi “scheletrico”, è stato defi-
nito;19 tuttavia, al di là del relativo provincialismo
dell’ambiente genovese, è pur vero che la polemica
travalicò ampiamente i circoli degli addetti ai lavori
per coinvolgere buona parte dell’opinione pubblica,
che poteva seguire le discussioni in corso non solo
sugli organi più paludati dell’élite costituita come il
“Cittadino” o il “Caffaro”, ma anche – a testimonian-
za dell’interesse più vasto suscitato dalla controver-
sia – su giornali di diversa ispirazione (e diffusione)
come il “Secolo XIX”, la “Gazzetta di Genova” o
addirittura il foglio socialista “Il Lavoro”.20
Un epilogo simbolico di questa lunga storia?
Potremmo ricordare il Padiglione Ligure costruito 3

su progetto di Venceslao Borzani per la Mostra pio laico” eretto per celebrare il secolare contributo 3.  Il Padiglione Ligure
di Venceslao Borzani
delle Regioni allestita a Roma nel 1911 per il primo genovese alla ritrovata identità nazionale.22 (1873-1926) alla Mostra
cinquantenario dell’Unità d’Italia: sorta di pastiche delle Regioni del 1911
a Roma, prospetto
eclettico in cui venivano liberamente riprodotti diver- anteriore.
si edifici storici genovesi, assemblati con l’obiettivo di 2. “Inutil[e] baluard[o] dei tempi che non ritornano”
rievocare i “caratteri originari” che avevano contrad- Se si prendono in esame altre fonti, tuttavia, sotto
distinto l’architettura ligure nel corso dei secoli (Figg. questa immagine un po’ oleografica della Cattedrale
3, 4).21 In esso, ancora una volta, un ruolo di spicco come caposaldo riconosciuto dell’immagine urbana
spettava proprio alla Cattedrale di San Lorenzo, il cui genovese non mancano le zone d’ombra, i contrasti,

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5.  Nicolas Marie


Joseph Chapuy
(1790-1858), La piazza
di San Lorenzo
(ante 1840), litografia,
Comune di Genova,
Centro
di Documentazione
per la Storia, l’Arte,
l’immagine di Genova
(= Genova, Centro
DocSAI), Collezione
Topografica, inv. 900.

cupola e gli altri non val[evano] molto”.24 A un secolo


di distanza gli faceva eco Stendhal, che del Duomo
non ricordava altro che il paramento policromo delle
pareti, e non certo perché lo apprezzasse: “cosa più
strana che gradevole”, lo definiva.25
Dal canto suo un giovanissimo Valéry osservava
che la Cattedrale – per quanto “bella, gotico-moresca,
con statue antiche e iscrizioni” che si divertiva a
tradurre dal latino – fosse di fatto sciupata dai gusti
grossolani del clero genovese e dalla sua “mania
degli orpelli e delle dorature” (“non parlo come cat-
tolico” – aggiungeva – “ma come uomo di gusto”).26
E lo stesso Dickens, pur impressionato dall’“effetto
davvero superbo” dei drappi che addobbavano la
chiesa per la festa di san Lorenzo, non sembra tanto
colpito dal lustro dell’edificio, quanto piuttosto da
una certa qual fatiscenza che si indovina fra le righe
del suo testo, lì dove dice che al calar del sole “la
chiesa rimase immersa a poco a poco in una oscurità
rotta dai pochi ceri che ardevano sull’altare maggiore
e da qualche piccola lampada d’argento appesa di
fronte alle immagini, [e] l’effetto era assai misterioso
e impressionante”.27
Unica eccezione in questo coro sostanzialmente
concorde quella di uno svagato Mark Twain, che
narrava ammaliato dei “maestosi pilastri” (Fig. 6), del

4.  Il Padiglione Ligure le aporie. A compulsare i diari di viaggio e le descri-


di Venceslao Borzani
(1873-1926) alla Mostra zioni dei forestieri di passaggio per Genova fra il
delle Regioni del 1911 tardo Medioevo e la fine dell’Antico Regime, per
a Roma, prospetto
posteriore. esempio, il sapore lasciato dalle loro impressioni è
tutt’altro: San Lorenzo viene ricordata di rado, più
per il fascino delle reliquie che vi venivano conserva-
te che per il rilievo intrinseco dell’edificio, di scarso
interesse se confrontato (come in molti facevano
implicitamente) con il fasto di altre chiese cittadine,
come Santa Maria Assunta di Carignano o la Santis-
sima Annunziata.23 Così Charles de Brosses nel 1739
precisava di iniziare la sua descrizione di Genova
dalla Cattedrale unicamente “a causa del suo titolo,
e non della sua qualità, che non è un gran che, per
quanto sia interamente costruita in marmo bianco e
nero”; e proseguiva dicendo di non “avervi trovato
nulla che [gli] piacesse”, salvo forse gli scranni intar-
siati del coro e la balaustra “filigranata” della cappel-
la di San Giovanni, mentre gli stessi “affreschi della
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La Cattedrale di San Lorenzo: autoritratto in pietra della società genovese

“grande organo” e della “consueta pompa di doratu- 6.  Alfredo Luxoro


(1859-1918), Interno
re, dipinti, volte affrescate e così via”, salvo riferire della Cattedrale
perplesso delle storie che gli erano state propinate da (fine sec. xix). Genova,
collezione privata.
qualche cicerone locale (“mi dissero che metà della
chiesa, dalla porta principale fino a metà distanza
fra questa e l’altare, era una sinagoga ebraica prima
che nascesse Gesù Cristo, e che da allora non era
stata apportata modifica alcuna. Ne dubitavamo, ma
controvoglia: avremmo voluto crederci, ma pareva in
condizioni troppo perfette per essere tanto antica”).28
Giudizi spesso superficiali, è vero, ma sostanzial-
mente univoci e ribaditi a distanza di tempo, da per-
sone di cultura e temperamento molto diversi. Che
San Lorenzo abbia finito per condividere la sorte di
molti altri edifici pubblici genovesi, oggetto in fondo
– al di là dei cerimoniali di cui si è detto – di ben scar-
se attenzioni da parte di un’aristocrazia interessata
a curare la propria immagine privata assai più che
quella pubblica dello Stato nel suo complesso? Con-
sideriamo meglio i dati a cui si è accennato più sopra:
è vero, la Cattedrale compare fra gli edifici rievocati
nel Padiglione Ligure del 1911 (per quanto emble-
maticamente spogliata di ogni riferimento religioso:
nella lunetta del portale maggiore, per esempio, il
Cristo Giudice era stato sostituito da uno stemma
del Comune di Genova, e altre insegne municipali
avevano preso il posto della graticola di san Loren-
zo).29 Tuttavia non è sulla facciata del padiglione che
ne troviamo l’effige, bensì relegata sul retro (Fig.
4), in una posizione di scarsa visibilità, tanto da non
figurare mai nelle guide e nelle cartoline stampate
per l’occasione: viceversa sul prospetto principale del
padiglione (Fig. 3), incastonate nella mole del Banco
di San Giorgio, facevano bella mostra di sé le forme
riconoscibilissime – vere o presunte che fossero – di
un palazzo patrizio (prepotens Genuensium praesi-
dium, era scritto a chiare lettere sopra l’ingresso).30
D’altronde, questa relativa marginalità della chiesa
e dei suoi simboli a fronte degli edifici che incarna-
vano la potenza economica della città e dei suoi ceti
dirigenti non stupisce più di tanto, ponendo mente al
clima culturale dell’epoca, quando un vero best seller
come il fascicolo delle Cento Città d’Italia dedicato a
Genova poteva chiudersi inneggiando entusiastica- 6

mente ai progressi straordinari che andavano allora da un lato vivaio sterminato di officine, di fabbriche,
trasformando la facies urbana genovese, e che nel di cantieri d’ogni genere; dall’altro città sontuosa,
giro di pochi anni – si prevedeva – avrebbero spaz- moderna, elegante, popolata da un milione di lavo-
zato via ogni “inutil[e] baluard[o] dei tempi che non ratori. [...] E il rombare e lo stridere di innumerevoli
ritornano”: “si avvererà quel sogno nostro stupendo, officine e lo sbuffare di cento locomotive trainanti
che ci mostrò Genova formante una città sola da per ogni senso nelle vie del commercio i carichi vago-
Sestri a Nervi, arrampicantesi su pei monti con cento ni; e il mugghiare gutturale e lamentoso dei vapori
elevatori e ferrovie funicolari; addentrantesi per le in arrivo o in partenza; e il ruzzolare d’infiniti carri,
valli con strade serpeggianti corse da rapidi trams: carrozze e veicoli d’ogni sorta; e il frastuono sordo,

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7.  Pisa, veduta aerea


di Piazza dei Miracoli
con il Duomo,
la Torre, il Battistero
e il Camposanto
Monumentale.

ma incessante della folla affaccendata nelle loggie, Duomo e nella piazzetta (Fig. 5) su cui questo si affac-
nei doks (sic), sulle calate, formeranno quell’armo- ciava.32 Al contrario, in quel caso l’unica ragione che
nia particolare del gran lavoro, inebbriante per chi aveva spinto le autorità municipali a promuovere lo
sa comprenderla, e che insieme alle spire opaline del sventramento dei quartieri fra la Ripa e San Lorenzo
fumo di una miriade di comignoli sale per l’etra a era stata il “comodo” dei commerci cittadini: ossia
portar l’eco della vita della grande ed operosa città il bisogno di provvedere la città di una via di attra-
ai pacifici abitatori dei monti circostanti”.31 versamento carrabile che mettesse direttamente in
In questo paesaggio inebbriante (o alienato, a secon- comunicazione lo scalo merci della Darsena con gli
da dei punti di vista) i vecchi palazzi nobiliari poteva- stabilimenti delle periferie orientali.33 Un intervento
no restare – e per qualche tempo sarebbero ancora tutto ‘funzionale’, dunque, volto a incrementare il
rimasti – un modello di riferimento per la nuova bor- volume dei traffici portuali e con essi lo sviluppo
ghesia imprenditoriale che amava spacciarsi per erede economico cittadino, anche a costo di stravolgere il
dell’antico patriziato cittadino; ma per il Duomo, al tessuto originario di quello che proprio allora si anda-
di là delle geremiadi dei cultori della tradizione, non va caratterizzando come “centro storico”; e lo stesso
poteva darsi che uno spazio residuale e defilato. Alizeri, cui pur si stringeva il cuore al pensiero di tutti
A ben pensarci, tuttavia, già nella prima metà “i monumenti che bisognò distruggere sulla fissata
dell’Ottocento non erano certo state aspirazioni di linea”, dichiarava che non sarebbe stato “opportuno
decoro quelle che avevano motivato l’apertura della né giusto l’intorbidar con querele l’ammirazione e
carrettiera Carlo Alberto e le conseguenti operazioni le lodi che si debbono a così utile impresa”.34 Certo,
di diradamento lungo la fiancata meridionale del ad alcuni poteva parere “indecoroso che la via di

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carreggio [si] inoltri per contrade illustri e rasenti il di cantieri delle cattedrali continuarono per tutto
destro fianco del duomo”; ma anche questa obiezione l’Antico Regime e anche oltre ad avere un ruolo
andava spazzata via nel più energico dei modi, dal nevralgico nella politica e nell’economia cittadina – si
momento che “non sarà chi nieghi esserne vantag- pensi solo alla colossale fabbrica del Duomo di Mila-
giate queste contrade medesime, sia per ampiezza e no, o a cosa fu per Firenze il cantiere di Santa Maria
regolarità, sia per decoro di novelle fabbriche, innal- del Fiore – ponendosi saldamente al cuore dell’im-
zate sulle rovine di vecchie e non degne de’ luoghi”.35 magine urbana locale e condizionando in profondità
D’altro canto, era da tempo che i benestanti avevano lo sviluppo dei quartieri limitrofi.38 A Genova, al
trasferito altrove le proprie mire, verso i nuovi quar- contrario, nel corso dell’età moderna il Duomo e le
tieri che di lì a poco sarebbero cresciuti all’esterno relative adiacenze non furono oggetto che di limitati
del vecchio nucleo medievale, lungo le direttrici di interventi di manutenzione, o al massimo di opere di
fresca inaugurazione della “nuova Genova” (o della ricostruzione dettate dalle necessità contingenti. Si
“Genova dell’avvenire”, come veniva pomposamente potrebbe dire – è stato detto più volte – che l’instabi-
definita nel fascicolo delle Cento Città d’Italia): strade lità istituzionale che caratterizza così peculiarmente
come via Carlo Felice o la passeggiata dell’Acquaso- la storia politica genovese sul lungo periodo finì pre-
la, emblematicamente destinate non già al transito sto con lo smorzare quella spinta unitaria che pure
dei carri da trasporto, bensì alla civile abitazione e al nel xii secolo aveva stimolato l’avvio di grandiose
“passeggio” di un’élite agiata che aveva ormai voltato opere pubbliche (la Ripa maris, le cinte murarie, la
le spalle al proprio passato.36 stessa Cattedrale ...), facendo ben presto ripiegare
Conseguenze inevitabili del processo di disgrega- le iniziative della Repubblica su obiettivi circoscritti,
zione e ricomposizione urbana innescato dai pro- mai scevri dagli interessi “particulari” delle conven-
dromi dell’industrializzazione alle porte? Non solo, ticole di volta in volta al potere.39
se è vero che le matrici di questo atteggiamento nei Certo è che dal confronto con quanto accade nel
confronti delle aree centrali della città si possono resto della penisola il ruolo di San Lorenzo come
far risalire ben più addietro che alla fine dell’Antico fulcro dell’immagine urbana genovese sembra uscire
Regime, e per certi versi sembrano aver ispirato per decisamente ridimensionato. O forse è stata l’im-
secoli le strategie urbane delle magistrature genovesi magine complessiva della città a essersi venuta a
e dei ceti che le monopolizzavano. Strategie ambi- sedimentare qui a Genova secondo schemi del tutto
valenti, è stato detto: da una parte improntate a una peculiari, e altrove poco diffusi, attribuendo alle
certa qual forma di “immobilismo”, volto alla con- categorie antagonistiche del bene pubblico e degli
servazione dell’esistente nei quartieri a ridosso del interessi privati (nonché agli edifici che li simboleg-
porto, lasciando all’iniziativa privata l’incombenza giavano) un valore ideologico sostanzialmente diver-
di rinnovare per frammenti un tessuto edilizio den- so da quello prevalente nel resto d’Italia?
sissimo e spesso fatiscente; dall’altra orientate a con-
vogliare verso ben determinate zone di espansione
‘protetta’, all’esterno della città vecchia, le esigenze 3. Qualche spunto comparativo
di autorappresentazione – e gli investimenti – di una Il parallelismo delle vicende delle quattro Repub-
nobiltà che aveva puntato le proprie carte sulla ren- bliche marinare costituisce un topos della storiografia
dita finanziaria, prendendo le distanze (culturalmen- medievale.40 Amalfi e Pisa, Genova e Venezia: fra il x
te e fisicamente) dal mare che un tempo ne aveva e l’xi secolo protagoniste tutte e quattro di una gran-
fatto la fortuna.37 Così, mentre dal Rinascimento de espansione mercantile su scala mediterranea, che
in poi nelle altre capitali italiane venivano avviate costituì il volano per lo sviluppo di una forte autoco-
ingenti imprese di rinnovamento spesso imperniate scienza cittadina pronta a esprimersi anche sul piano
proprio sulla riqualificazione delle aree centrali e politico, portando alla precoce affermazione di più o
dei relativi edifici di rappresentanza, l’immagine meno stabili regimi di governo di ispirazione comu-
di Genova andava legandosi prevalentemente allo nale. Tutte e quattro variamente legate all’Oriente
sfarzo dei suoi acquartieramenti nobiliari: una città bizantino, da cui sarebbero state durevolmente affa-
“senza piazze” (o per meglio dire senza luoghi d’uso scinate, e teatro di imponenti imprese collettive di
collettivo chiaramente demarcati in quanto tali), riassetto urbano che non avrebbero tardato a conver-
contrassegnata piuttosto dallo splendore dell’edilizia gere verso la costruzione di una grande chiesa muni-
residenziale aristocratica. cipale, presto identificata come simbolo – se non vero
E a questo proposito proprio le vicende di San e proprio alter ego – della comunità cittadina, di cui
Lorenzo sembrano esemplari: altrove in Italia i gran- in certi periodi avrebbe costituito anche giuridica-

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Marco Folin

8.  Venezia, veduta aerea controllo delle magistrature comunali: sarà appun-
di Piazza San Marco.
to la presenza di un ente relativamente autonomo,
nonché legittimato ad agire nel nome degli interessi
collettivi, a consentire l’erezione di edifici ambiziosi
e costosi come il Duomo e la Torre prima, il Campo-
santo Monumentale poi (Fig. 7). A Venezia abbiamo
a che fare con una dinamica ancora differente: qui –
dove la cattedrale rimase sempre confinata ai margini
dell’area urbana e le funzioni di ecclesia civitatis ven-
nero precocemente assunte dalla cappella palatina di
San Marco – l’ufficio dei Procuratores Sancti Marci,
a cui fu affidata la costruzione della chiesa, si trovò
da subito provvisto di risorse finanziarie e margini di
autonomia molto più spiccati che a Pisa (la carica era
fra l’altro vitalizia, in deroga agli usi vigenti in città).44
In pochi anni i Procuratores seppero conquistarsi
una posizione di assoluto rilievo nella complessa
macchina di governo della Repubblica, estendendo
le loro competenze in settori nevralgici come l’ammi-
8
nistrazione dei lasciti pii, la tutela di vedove e orfani,
mente l’incarnazione legale.41 In tutte e quattro que- la supervisione degli ospedali cittadini: attività che
sta chiesa (la cattedrale ad Amalfi, Genova e Pisa; la li ponevano al centro dei circuiti creditizi cittadini,
cappella dogale a Venezia) non rappresentò solo un sia pubblici che privati, mettendo a loro disposizione
fattore di aggregazione civile, ma divenne nel giro di enormi somme di capitale liquido.45 Più cresceva l’in-
pochi anni il baricentro di uno dei quartieri più vitali fluenza politica ed economica della magistratura, più
dell’insediamento medievale, in cui si concentravano ne aumentavano le incombenze in campo edilizio, che
le attività politiche e commerciali, finendo in breve ben presto si estesero alla responsabilità complessiva
per imporsi come uno dei fulcri dell’immagine com- sull’intera insula Sancti Marci: ovvero sulla piazza
plessiva della città. In tutte e quattro, infine, l’edifica- che era il cuore pulsante dell’identità cittadina e sugli
zione dell’ecclesia maior alimentò tensioni e conflitti edifici che vi si affacciavano, fra cui il Palazzo Ducale
che diedero modo ai neonati reggimenti comunali di e le Procuratie (la sede dei Procuratori, appunto),
misurarsi con le altre autorità che si fronteggiavano che non a caso nel Cinquecento sarebbero divenute il
sulla scena locale (vescovo e Capitolo in primis), por- perno della renovatio urbis grittiana (Fig. 8).46
tando alla nascita di embrionali organi di gestione del Anche a Genova fu direttamente il Comune a farsi
grande cantiere ecclesiastico. carico della costruzione del Duomo, come già nel
Le analogie finiscono qui, però, e anzi la configu- Trecento dichiarava con compiacimento Jacopo da
razione specifica delle istituzioni sorte nelle singole Varagine in un passo molto noto e citato: credimus
città è profondamente e significativamente diversa. autem quod opus tam sumptuosum et nobile ecclesie
Ad Amalfi il prematuro declino del ducato non diede Sancti Laurentii fecit commune Ianue et non perso-
modo all’Università cittadina di porre la cattedrale na aliqua specialis [“Crediamo che fu il Comune di
sotto il proprio controllo, e la chiesa restò sem- Genova e non una singola persona di rango a realiz-
pre amministrata dal vescovo e dal Capitolo come zare l’opera così sontuosa e nobile della chiesa di San
espressione della nobiltà locale.42 A Pisa riscontriamo Lorenzo”].47 In questo caso, tuttavia, non si ebbe la
tutt’altra evoluzione: la relativa debolezza dei vescovi creazione di una magistratura ben definita, preposta
implicati nella lotta per le investiture fece sì che il al cantiere in pianta stabile: il coordinamento della
Comune si arrogasse ben presto il compito di gestire fabbrica rimase sempre di pertinenza dei supremi
direttamente l’opera di costruzione della nuova chie- organi della Repubblica, che di volta in volta nomi-
sa metropolitana, a cui sin dai primi del xii secolo fu navano dei delegati provvisori per sbrigare questo o
deputato un organo specifico – l’Opera Sancte Marie quel compito contingente, terminato il quale anche la
– ai cui operarii fu in breve riconosciuta una certa carica cessava di esistere.48 Significativamente, erano
discrezionalità nella supervisione della fabbrica.43 gli stessi delegati pro tempore a percepire il pro-
Nell’arco di cent’anni l’Opera si svincolò del tutto prio mandato come un impegno fuori dall’ordinario,
dalla tutela vescovile per essere posta sotto l’esclusivo rivendicandone l’eccezionalità: è il caso, per esempio,

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La Cattedrale di San Lorenzo: autoritratto in pietra della società genovese

9.  Anton van den


Wyngaerde
(1525-1571),
Civitatis Genuae (1553).

dei tre “costituti” nominati all’indomani dell’incendio alla Cattedrale, e nei fatti non andavano oltre alla
del 1296, che non si peritarono di iscrivere i propri manutenzione corrente: ogni volta che si rendevano
nomi a caratteri cubitali ai lati della navata restaurata necessarie operazioni di maggior respiro, erano i
sotto la loro regìa (559, 560)49 – un gesto d’orgoglio massimi organi della Repubblica che dovevano inter-
personale, questo, assolutamente privo di riscontri venire con provvedimenti una tantum, spesso ricor-
nella città lagunare, dove sarebbe stato reputato una rendo al vecchio sistema dei deputati ad hoc per tro-
dimostrazione di superbia del tutto inopportuna. vare congrue fonti di sovvenzionamento. Nel 1526,
Certo, ai primi del Quattrocento la supervisione per esempio, per reperire i soldi che servivano al
sul cantiere di San Lorenzo venne progressivamente completamento del coro si pensò, secondo una prassi
demandata ai Padri del Comune; il nuovo ufficio, consolidata, di bandire una lotteria;51 mentre vent’an-
però, non fu mai dotato di cespiti sufficienti a coprire ni dopo per finanziare la cupola e la copertura della
integralmente e in via ordinaria le spese dei lavo- navata danneggiata da una violenta esplosione nel
ri alla Cattedrale (la gabella del deceno sui legati palazzo arcivescovile furono utilizzati i proventi della
testamentari, inizialmente istituita a questo scopo, vendita dei lotti di Strada Nuova (aperta, com’è noto,
era stata già da tempo devoluta all’opera del porto sul sito del vecchio postribolo cittadino).52
e del molo), né d’altro canto le mansioni della magi- In quello stesso frangente, data la mole degli esbor-
stratura si limitavano alla gestione della fabbrica del si richiesti, non si indietreggiò neppure di fronte ad
Duomo, la quale al contrario non costituiva che una accorgimenti più spregiudicati, come quello di cerca-
delle sue innumerevoli incombenze.50 Fu così che i re nelle prigioni della Repubblica maestranze specia-
margini d’azione dei Padri del Comune, rispetto a lizzate disposte a lavorare gratis in cambio di sconti
San Lorenzo, furono sempre pesantemente condizio- di pena: tale il caso di un certo De Rosa, un tagliapie-
nati dalla mancanza di fondi destinati specificamente tre originario di Lugano detenuto per porto d’armi

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10.  Venezia, i “Pilastri la fabbrica cinquecentesca con il prestigio del suo


Acritani” fra la Basilica
di San Marco e il Palazzo preteso ‘Autore’ (salvo poi stupirsi della peculiare
Ducale. “timidezza” da questi dimostrata nell’occasione, o
rilevare tutte le discrasie che rendono la cupola di
San Lorenzo “un unicum” nella produzione alessia-
na).56 D’altro canto sappiamo bene che nella Genova
del Cinquecento continuavano a perpetuarsi consue-
tudini edilizie e rapporti di committenza di matrice
medievale, che lasciavano alle maestranze una assai
scarsa autonomia ‘creativa’, e riservavano invece
ai committenti un controllo quanto mai capillare
dei processi costruttivi: fuorviante, in tale contesto,
andare in cerca di autografie dei grandi artisti della
tradizione vasariana.57
Sono appunto queste diverse costellazioni istituzio-
nali e le specifiche pratiche di governo che ne discen-
devano a spiegare perché i rapporti fra la Cattedrale
e gli attigui spazi urbani si siano venuti a configurare
– a Genova da una parte, a Pisa e a Venezia dall’altra
– in modo così radicalmente dissimile. Nelle ultime
due, sotto l’energica amministrazione rispettivamen-
te dell’Opera Sancte Marie e dei Procuratores Sancti
Marci, l’ecclesia civitatis non tardò a divenire il fulcro
simbolico e visivo di una piazza monumentale, tute-
lata da una normativa minuziosa che ne sanciva il
10 carattere di palcoscenico d’elezione per i riti di rega-
abusivo, che si impegnò a eseguire gratuitamente lità repubblicana in cui si riconosceva la collettività
alcune sculture per la Cattedrale come contropartita cittadina. A Genova, al contrario, lungi dal poter
della propria scarcerazione immediata.53 L’idea non usufruire di spazi minimamente adeguati alla dignità
sembra così diversa da quella di offrire un porto del luogo, San Lorenzo si trovò precocemente sof-
d’armi a Galeazzo Alessi, come si fece nel 1550, per focata dalla fittissima trama di edifici privati che le
ricompensarlo della sua offerta di collaborare alla si accalcavano intorno, e che rendevano ancora più
fabbrica a titolo gratuito.54 Un episodio, questo, che angusti il minuscolo sagrato e il paradisum (cimitero)
nello scenario che stiamo descrivendo pare assumere adiacente, togliendo luce all’interno della chiesa e
un significato ben diverso da quello che gli aveva visibilità all’ornato dei suoi prospetti (Fig. 9).58 Già
attribuito Mario Labò per corroborare la sua tesi di nel 1161, per esempio, per abbattere una casa privata
un precoce quanto determinante coinvolgimento di che impediva di ammirare la formositas maioris por-
Alessi nel cantiere di San Lorenzo: qui non sembra tae ipsius ecclesiae [“la bellezza del portale maggiore
tanto di avere a che fare con un privilegio onorifico della chiesa stessa”], i consoli – che pur utilizzavano
accordato a un architetto di fama per rendergli meri- la casa in questione come luogo di riunione – furono
to del suo contributo ai lavori nel Duomo, quanto addirittura costretti ad appellarsi al papa per trovare
piuttosto con un ennesimo espediente studiato per un accordo con i canonici, proprietari dell’edificio; e
risparmiare sulle spese, affidandosi alla consulenza anche così ci vollero oltre trent’anni per arrivare a
a buon mercato di un forestiero già impiegato (e una soluzione positiva della controversia.59 Né questo
pagato) dall’arcivescovo Sauli nella fabbrica della stato di cose era destinato a cambiare, se di lì a pochi
sua chiesa di famiglia.55 In effetti, alla luce della anni si produsse un nuovo conflitto con i canonici,
scarsità dei documenti relativi all’effettiva presen- sempre a riguardo di una casa che toglieva decus e
za di Alessi sul cantiere della Cattedrale, sarebbe illuminacio ipsius ecclesie, infine abbattuta nel 1259
forse ora di rivedere la tradizionale attribuzione anche – significativamente – per ampliare il cimitero
all’architetto perugino della cupola di San Lorenzo che si trovava di fronte al portale di San Giovanni.60
(quando non addirittura dell’intera copertura o del Fu l’assenza di una magistratura dotata di sufficien-
“disegno generale” del presbiterio), che non sembra te autonomia e congrui finanziamenti che alimentò
avere altro fondamento che la pretesa di nobilitare l’inerzia se non l’incuria nei confronti delle aree che

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La Cattedrale di San Lorenzo: autoritratto in pietra della società genovese

11.  Michael
Wolgemut, Genua,
xilografia
da Hartmann Schedel,
Liber Chronicarum,
Norimberga 1493.

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circondavano la Cattedrale? O fu viceversa il “parti- di rispetto della Cattedrale non costituirono mai un
colarismo” che sin dai secoli più antichi sembra aver luogo privilegiato di esibizione dei bottini di guerra,
improntato la cultura politica dei ceti dirigenti geno- perlopiù spartiti fra coloro che avevano partecipato
vesi che impedì la nascita di istituti capaci di imporre alle imprese militari e conseguentemente disseminati
un regime di tutela degli spazi d’uso collettivo che in vari punti della città: oltre alle porte e al palazzo
circondavano la Cattedrale? Certo è che già nel xii di San Giorgio, spesso anche palazzi privati e soprat-
secolo a Venezia le cose andavano ben diversamente: tutto chiese gentilizie (così nel 1290, per esempio, le
paradigmatica, in tal senso, l’usanza di distribuire catene del porto di Pisa furono fatte a pezzi e spar-
intorno alla Basilica di San Marco i trofei trafugati pagliate in oltre una dozzina di luoghi diversi).62 Non
dalla flotta veneziana nelle sue incursioni in Oriente, a caso, nel giro di un paio di secoli alcune di queste
così che la loro aura di gloria potesse riverberarsi chiese – come in particolare la doriana San Matteo –
sull’intera area marciana enfatizzandone la desti- poterono divenire un vero e proprio sacrario dedicato
nazione pubblica (si pensi in particolare alla Pietra alle imprese di questa o quella famiglia dell’alta nobil-
del Bando e ai cosiddetti ‘Pilastri Acritani’ eretti di tà cittadina al comando delle armate di San Giorgio.63
fronte alla Porta della Carta [Fig. 10], o alle colon- Nei secoli successivi la situazione non sarebbe
ne di San Todaro e San Marco poste a delimitare migliorata: rare le iniziative promosse dai Padri del
l’accesso ‘trionfale’ alla piazza per chi proveniva dal Comune per riqualificare la zona, mentre gli inter-
mare).61 Nulla di tutto questo a Genova, dove gli spazi venti più incisivi – come l’apertura di via degli Impe-

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12.  Domenico Bonatti, riali voluta nel 1584 da Gian Giacomo Imperiale per del Settecento gli appartamenti contigui potevano
Souvenirs de Gênes,
1829. mettere direttamente in comunicazione il proprio essere descritti come frequentati da una miserabile
palazzo di Campetto con la piazzetta del Duomo64 accolita di avanzi di galera e “scampati dalla corda
– sembrano rispondere esclusivamente agli interessi e dalla forca”: tant’è che per ovviare agli scandali
dei proprietari dei dintorni. continuamente ingenerati dalla situazione nel 1743
Quanto al piccolo camposanto a lato del portale di il governo della Repubblica si rivolse al papa per
San Giovanni, pur “purgato” a spese pubbliche nel far levare l’immunità ecclesiastica al chiostro e agli
1499, era così stipato da essere ormai utilizzabile solo ambienti circostanti.66
per seppellirvi i condannati a morte; e tali erano le
condizioni del luogo che nel 1542 i Fieschi, proprie-
tari di un palazzo nelle adiacenze, fecero istanza alla 4. Sepulturis nobilium mire decorata
Repubblica di trasferire il cimitero altrove a proprie Intrappolata nel tessuto che la circonda: così si
spese, pur di por termine al “fetore” che appestava presenta la Cattedrale di San Lorenzo nelle antiche
l’aria.65 Anche il vicino chiostro dei Canonici si trova- vedute di Genova, dalle miniature del Codice Cocha-
va in uno stato di forte degrado, se nella prima metà relli (Fig. 1) alla xilografia del Liber chronicarum di

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La Cattedrale di San Lorenzo: autoritratto in pietra della società genovese

13.  Genua sive Ianua


Lygurum caput,
da Daniel Meisner,
Thesaurus
philo-politicus,
Francoforte 1635.

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Hartmann Schedel (1493) (Fig. 11), dalla vecchia palazzata di Sottoripa; la cinta muraria del xii seco-
pictura ricopiata da Cristoforo de’ Grassi nel 1597 lo con le sue grandi porte ‘trionfali’; la selva delle
(cfr. Di Fabio 1998, p. 316, fig. 2) a quella che è case-torri nobiliari cui facevano da contraltare le
stata definita la “madre di tutte le vedute” moderne ville e i giardini del suburbio ... Un paesaggio urbano
della città, ossia la Civitas Genuae di Anton van den articolato e complesso, insomma, in cui tuttavia la
Wyngaerde (1553) (Fig. 9).67 Opere diversissime le Cattedrale non sembra trovare uno spazio (e quindi
une dalle altre per tecniche d’esecuzione e impianto un ruolo) distinto e riconoscibile, spesso ridotta a
figurativo, accomunate però tutte da una medesima mera menzione della sua torre nolare o della cupo-
“idea di Genova”, imperniata sull’opposizione fra un la, generalmente rappresentate però – e forse non
nucleo abitato tanto gremito di edifici da risultare è un caso – in forme molto lontane dalla realtà. La
quasi illeggibile nella sua articolazione fisica da un marginalità iconografica del Duomo nell’immagine
lato, e un distretto extraurbano elegantemente pun- cittadina sembra essere così radicata da farsi strada
teggiato dalle ville della nobiltà cittadina dall’altro.68 addirittura all’interno di San Lorenzo, dove trova
In parte, naturalmente, il dato rispecchia la situa- una vera e propria consacrazione nel plastico della
zione che abbiamo appena ricordato; ma è anche città che campeggia sull’altar maggiore ai piedi della
emblematico dell’‘immagine mentale’ che allora cir- statua della Madonna Regina di Genova, eseguito nel
colava della città, dal momento che agli autori del 1638 da Giovan Battista Bianco su disegno di Dome-
tempo – qualora avessero voluto distaccarsi dalla nico Fiasella (576).69 Avrebbe potuto essere un’oc-
morfologia effettiva dei luoghi per dare l’opportuno casione per segnalare in qualche modo la rilevanza
rilievo ai monumenti su cui si imperniava la geogra- urbana della Cattedrale almeno dal punto di vista
fia simbolica dello spazio urbano genovese – non religioso; al contrario, la siderale altezza del punto
sarebbero certo mancati gli espedienti figurativi per di vista adottato da Fiasella fa sì che il Duomo quasi
farlo. Le stesse vedute cui si è fatto riferimento, non scompaia nell’anonimo tessuto del centro cittadino,
esenti da espliciti intenti celebrativi, sono chiara- mentre gli unici elementi che si stagliano riconosci-
mente connotate dalla volontà di enfatizzare alcuni bili nella loro individualità sono ancora una volta le
spazi ed edifici presentati come i capisaldi della infrastrutture portuali (Lanterna in primis) e le opere
forma Ianuae: il porto con i fari, i moli, la darsena, la difensive (nella fattispecie la grande cinta delle Mura

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14-16.  Genova,
Cattedrale
di San Lorenzo,
interno, navata
meridionale, parete
sud. Gli altari
della Concezione
di Maria Santissima,
del Beato Giacomo
e di San Gottardo,
ora nella chiesa
di Sant’Antonio Abate
di Alpicella a Varazze,
durante i lavori
di smontaggio (1896)
(da Cattedrale
e Chiostro di San
Lorenzo ...,
Genova 2000, p. 193,
figg. 151-153).

14 15

Nuove allora appena terminate). riosa e dedita a traffici redditizi (Fig. 13);71 oppure
Nel secolo seguente questi stereotipi non avrebbe- del Prospectus templi cathedralis Sancti Laurentii
ro mancato di trovare altri canali d’espressione negli di Johann Georg Hertel (seconda metà del xviii
scorci di spazi ed edifici cittadini rappresentati a secolo), in cui una serie di figuranti imparruccati si
distanza ravvicinata, che incontriamo sempre più fre- muovono sfaccendati sul palcoscenico di una smi-
quentemente e che tuttavia sembrano ignorare quasi surata piazza San Lorenzo, fra quinte di edifici ben
del tutto la Cattedrale: così si verifica in particolare allineati, davanti a una veduta del Duomo stampata
nella Raccolta di diverse vedute della città di Genova e alla rovescia e non priva di imprecisioni appariscenti
delle sue principali parti e fabbriche dell’abate Giolfi (gli archi a tutto sesto dei portali, il lanternino del
(1769), o ancora nella carta per il forestiero incisa campanile ...).72 Evidentemente, chi non aveva una
da Domenico Bonatti per l’editore Gravier (1829), conoscenza diretta di Genova si trovava in difficoltà
contornata da dodici vignette delle principali attra- di fronte alle immagini urbane cui si è accennato, ed
zioni turistiche genovesi (Fig. 12), in cui San Lorenzo era indotto a rappresentare la città secondo gli sche-
non viene neppure menzionata.70 Ed è indicativo, mi usati correntemente per descrivere la maggior
in questo scenario sostanzialmente univoco, che le parte delle ‘normali’ città europee, tipicamente orga-
poche raffigurazioni di Genova che si sottraggono nizzate appunto intorno alla piazza della cattedrale.
ai clichés di cui s’è detto, enfatizzando la centralità Quando però il visitatore dell’età moderna lasciava
della Cattedrale nel sistema urbano cittadino, siano alle proprie spalle i maleodoranti e dimessi caruggi
proprio quelle meno interessate a rendere con qual- che circondavano San Lorenzo per varcarne i portali,
che verosimiglianza la realtà genovese, vuoi perché la visione che si presentava di fronte ai suoi occhi era
eseguite con fini dichiaratamente simbolici, vuoi per- completamente diversa da quella offerta dall’esterno
ché frutto di una scarsa conoscenza della geografia della Cattedrale: a partire dalla prima metà del Tre-
effettiva dei luoghi. È questo chiaramente il caso, cento, infatti, le navate laterali e il coro del Duomo
per esempio, della veduta di Genova stampata nel si erano andati rivestendo di altari, edicole, arche
Thesaurus philo-politicus di Daniel Meisner (1625), funebri, cappelle variamente decorate e scolpite, che
in cui il Duomo troneggia al centro di una città labo- avevano finito per modificare completamente l’a-

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La Cattedrale di San Lorenzo: autoritratto in pietra della società genovese

ospitare le spoglie dei loro discendenti: la cappella


sorta allora (247), descritta ancora ai primi dell’Ot-
tocento come “tutta incrostata alle pareti da capo a
fondo in marmi bianchi e mischi”,76 fu successivamen-
te utilizzata come deposito di alcune delle reliquie
più preziose del Tesoro. Di lì a vent’anni ecco aprire
un altro vano sul lato opposto del medesimo portale,
per albergare il sacello del cardinale Giorgio Fieschi
(259), in cui nella seconda metà del secolo trovarono
posto i sarcofagi riccamente scolpiti di alcuni fra i suoi
parenti più illustri; mentre nel terzo decennio del Cin-
quecento veniva costruito nel transetto sinistro l’im-
menso cenotafio ‘romaneggiante’ voluto da Giuliano
Cybo (399), camerlengo di Giulio II, ai lati del quale
sarebbero stati in seguito stipati i monumenti degli
arcivescovi Agostino Salvago (1567) (415) e Cipriano
Pallavicino (1586) (393).77 Ecco soprattutto innalzarsi
ai fianchi del coro le due grandiose cappelle absidali
dei Lercari (434) e dei Senarega (463), che nell’ar-
co di quarant’anni consentirono di dare alla navata
danneggiata dopo l’incendio del palazzo arcivesco-
vile una nuova terminazione trionfale e aggiornata
secondo il linguaggio più avanzato del tempo, tale
da corrispondere degnamente al nuovo assetto del
presbiterio cinquecentesco.78
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E l’elenco potrebbe continuare a lungo, ricordando
le arche funerarie del doge Pietro Giovanni Chiavica
spetto della chiesa, sì che dopo due secoli i suoi stessi Cybo (1558) (525) e di Benedetta Spinola (1581)
costruttori avrebbero avuto qualche difficoltà a rico- (493), del senatore Federico Federici (1647) (492) e
noscerla. Uno dei primi a stabilire di essere sepolto del patrizio Francesco Cicala (1679 ca) (506a), per
in un’imponente tomba monumentale a parete da non citare che i principali monumenti di cui riman-
erigersi nel Duomo era stato il cardinale Luca Fie- gono tutt’ora ben visibili le vestigia sparse fra il
schi, nel 1336 (710);73 e mezzo secolo dopo fu il doge transetto, la navata e l’endonartece di destra. I muri
Leonardo Montaldo – morto in carica di peste nel perimetrali di San Lorenzo erano così traforati per
1384 – a essere seppellito con tutti gli onori nel coro questo continuo lavorìo di apertura, chiusura, spo-
di San Lorenzo, in un’arca coronata da una statua del stamento di cappelle, monumenti e tabernacoli vari,
defunto seduto ieraticamente in abiti dogali, con lo che alla fine dell’Ottocento la commissione tecnica
scettro in mano (cfr. 733).74 incaricata del restauro della Cattedrale – constatato
In seguito, questi primi esempi furono emulati da il dissesto strutturale delle fiancate (ormai la parete
innumerevoli cittadini devoti, disposti a spendere meridionale, in origine spessa un metro, si era assotti-
somme anche ingentissime pur di veder rispecchiata gliata a non più di una trentina di centimetri, e in certi
la gloria delle proprie imprese e del proprio lignag- punti non arrivava ai cinque) – decise di rimuovere
gio nell’onore di un monumento funebre innalzato definitivamente tutti gli altari addossati alla navata
nella chiesa metropolitana. Così, ecco che nel 1443 destra (Figg. 14-16) e di tamponarne ogni bucatura,
il draperius Girolamo Calvi faceva riattare a capella per evitare futuri pericoli di crollo.79
et sepulchrum per sé e i propri eredi un altare pre- Certo, abbiamo qui a che fare con un fenomeno
cedentemente costruito nel 1393 dai fratelli Scotti a di portata assolutamente generale, di scala europea,
lato del portale di San Gottardo (513);75 e dieci anni dettato da un profondo cambiamento dei costumi
dopo lo seguivano con ambizioni ben più magnilo- funerari e delle stesse forme di autorappresentazione
quenti Nicolò e Ambrogio De Marini, che ottenevano dei ceti nobiliari: un processo che portò ovunque a
addirittura il permesso di sfondare la parete esterna una totale ristrutturazione dello spazio ecclesiastico,
della navata settentrionale, accanto al portale di San con conseguenze decisive non solo sul piano devozio-
Giovanni Battista, per costruire un vano che potesse nale e liturgico, ma anche sociale, economico, politico

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– e naturalmente artistico.80 Nel caso di San Lorenzo, quelle decorazioni che servissero ad honorificam pul-
tuttavia, si ha l’impressione che questa progressiva chritudinem conveniensque ornamentum prout decet
‘privatizzazione’ della chiesa da parte di alcune fami- atque par est ornari illustrarique capellam positam in
glie del patriziato cittadino non sia stata solo il frutto ecclesia cathedrali tam insignis civitatis [“alla onorevo-
dell’evoluzione generale della sensibilità religiosa e le bellezza e al decoroso ornamento come conviene, e
delle pratiche successorie, ma corrispondesse anche anche ornare e rendere ilustre la cappella posta nella
a una precisa strategia di chi amministrava l’edificio chiesa cattedrale di una così insigne cittadinanza”].83
ecclesiastico e doveva curarne la manutenzione: l’idea L’onore dei Senarega si rispecchiava nel decoro della
cioè che – in mancanza di fondi adeguati a sostenere Cattedrale, e viceversa; mentre sia l’uno che l’altro
operazioni di rinnovamento complessivo del Duomo contribuivano ad accrescere il culto divino e la solidi-
– se ne potesse delegare l’abbellimento, sia pur per tà dello Stato.
piccole parti, a singoli committenti attirati dalla Non meno significative sono le forti resistenze
visibilità e dal prestigio garantiti da una sepoltura in suscitate intorno alla metà del xv secolo dal progetto
Cattedrale. Emblematico è il caso della costruzione di costruire una nuova cappella per dare degno rico-
della cappella Senarega, nell’ultimo ventennio del vero alle ceneri di san Giovanni Battista: la più sacra
Cinquecento: già eretta nel 1481 dalla confraternita delle reliquie cittadine, sino ad allora conservata in
“Charitas et benivolentia”, allo scioglimento di que- un’arca sita accanto all’altar maggiore del Duomo, in
sta nel 1527 la cappella era tornata sotto la giurisdi- una posizione da molti giudicata del tutto inadeguata
zione dei Padri del Comune, che al momento della (neque illa capella est neque semicapella, sed potius
deflagrazione nel palazzo arcivescovile, nel 1546, ne furnus quidam aut foramen) [“non è una cappella, né
mantenevano ancora la cura.81 una semicappella, ma piuttosto la bocca di un forno o
Lungi dall’intervenire con opere di restauro di una spelonca”].84 C’era chi si opponeva alla traslazio-
carattere strutturale, questi ultimi si limitarono alle ne sostenendo che Dio non potesse certo approvare
riparazioni più urgenti, in attesa di trovare un dona- lo scialo di denaro che l’opera avrebbe comportato,
tore disposto ad accollarsi l’onere della completa rico- e che al Suo cospetto la purezza di cuore dei fedeli
struzione della cappella in cambio del giuspatronato valesse ben di più che discutibili ostentazioni di lusso;
sulla medesima. altri affermavano che la vicinanza all’altar maggiore
Ci sarebbero voluti quasi trent’anni, ma infine fra il avrebbe potuto conferire maggior dignità alle spoglie
1578 e il 1579 si trovò il modo di stipulare un accordo del Precursore; tuttavia, agli occhi di un forestiero
con Giovanni Senarega (a cui sarebbe presto succe- come l’umanista Iacopo Bracelli (per cinquant’anni
duto suo fratello Matteo, futuro doge): quest’ultimo cancelliere della Repubblica, ma in realtà originario
si impegnava, nel giro di quattro anni, ad ampliare di Sarzana) i pretesti allora addotti dai detrattori
et pulchram reddere et reformare iuxta architecturam della nuova cappella erano assolutamente speciosi e
modellum alius capellae que est magnifici Franci Ler- – par di leggere fra le righe – non nascondevano altro
cari sita in dicta ecclesia in alio cornu altaris magni che meschini calcoli d’economia, tanto più incon-
[“ampliare e rendere bella e ristrutturare l’architet- sistenti se messi a paragone con gli onori tributati
tura seguendo il modello dell’altra cappella che è del alle reliquie dei propri patroni in altre città italiane
magnifico Franco Lercari sita in detta chiesa nell’altro come Milano o Bologna.85 Ma nonostante il Senato
corno dell’altare maggiore”]; mentre dal canto loro i esprimesse il proprio benestare all’operazione il
Padri del Comune gli alienavano la proprietà della problema dei costi avrebbe continuato a travagliare
cappella e di altri spazi lì adiacenti in perpetuo, cum a lungo i pii responsabili della cappella, se ancora
libera facultate de dicta capella disponendi et alia fieri nel 1492 i deputati ai lavori di rinnovamento della
ad sui libitum ut dominus et patronus dicte capelle medesima potevano celebrare le proprie capacità di
[“con libera facoltà di disporre di detta cappella e multiplica[re] pecunia in un’epigrafe inscritta nella
di fare altre cose a proprio piacere come padrone e lunetta della parete ovest della cappella (321).86
patrono di detta cappella”].82 A scanso di equivoci, Di qui il ruolo cruciale dei donatori privati, che
una delle prime clausole dell’accordo recitava che i raramente rinunciavano a lasciare una traccia ben
novelli benefattori avessero fra l’altro il pieno diritto visibile delle proprie elargizioni: come quando nel
di costruendi in ea monumenta, ac pingendi et erri- 1532, per esempio, Filippo Doria pagò il baldacchino
gendi in et circa eam stemmata et insignia propria dell’altare di san Giovanni (345) a condizione che
[“costruire in essa monumenti, e dipingere ed erigere Guglielmo Della Porta ne decorasse i capitelli con
dentro e intorno i propri stemmi e le proprie insegne”] le aquile del suo stemma familiare (secondo un desi-
e di poter generalmente ornare l’ambiente con tutte derio di apparire non così distante da quello osten-

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La Cattedrale di San Lorenzo: autoritratto in pietra della società genovese

tato molti secoli dopo da Luigi Frugone, munifico fronte a San Marco, sì: ma si trattava della Scuola
finanziatore dell’altare eseguito nel 1950 da Guido Grande, non della chiesa, all’altro capo della città).90
Galletti, su cui fa bella mostra di sé la scritta Aloysius Altri erano i templi dove i benemeriti della Repub-
Frugone Genuensis aere suo fecit) (364).87 Del resto, blica solevano essere seppelliti: ossia nelle chiese dei
l’idea che in cambio dei loro contributi i donatori Mendicanti, in particolare a San Giovanni e Paolo,
acquisissero qualche diritto – se non proprio a impos- dove nella seconda metà del Quattrocento il Mag-
sessarsi degli spazi da loro finanziati – per lo meno a gior Consiglio aveva decretato si dovessero tenere le
una certa forma di visibilità sancita in forme solenni esequie solenni dei dogi e dove ne furono tumulati
era un principio riconosciuto da tempo, a Genova: e non meno di diciannove; e ai Frari, dove si contano
appunto nella cappella di San Giovanni Battista ne altre sei sepolture dogali, insieme a quelle di altri
abbiamo una conferma quanto mai esplicita nell’an- innumerevoli dignitari e condottieri.91 Sepolcri maga-
tico divieto (ribadito nel 1492 da Innocenzo VIII in ri imponenti, in certi casi sontuosi fino alla protervia,
una lapide attualmente murata nella cappella De quasi sempre carichi di esplicite rivendicazioni di
Marini) (Fig. 178) che proibiva a qualsiasi donna di potere: ma ciò nondimeno – o forse proprio per que-
por piede all’interno della cappella del Precursore. sto – confinati a distanza di sicurezza dalla basilica
Qualsiasi donna, salvo quelle che appartenevano ai in cui si incarnava l’idea della libertà dei cittadini e
lignaggi dei Campanaro o dei Da Passano: tali erano dell’indipendenza dello Stato.
stati i meriti singolari conseguiti dalle due famiglie Da una parte una città che fondava la sua identità
grazie alla loro generosità, che persino il Battista repubblicana su una netta separazione fra gli spazi
giungeva a fare un’eccezione rispetto all’altrimenti pubblici e quelli privati, in base al principio che si
comprovata depravazione del genere femminile, di dovesse evitare il più possibile ogni intersezione
cui già Erodiade e Salomè ai loro tempi avevano dato materiale e simbolica fra gli uni e gli altri come perni-
saggi tanto efferati.88 ciosa per gli interessi collettivi. Dall’altra una città in
Anche in questo caso un confronto con l’avversa- cui non si dava particolare peso a questa distinzione, e
ria di sempre, Venezia, non manca di far risaltare la si era invece avvezzi a lasciare ai maggiorenti l’onore
peculiarità delle scelte genovesi: sin dai tempi più e l’onere di provvedere alla cura della chiesa metro-
antichi, infatti, nella città lagunare vigeva il divie- politana, adibita a teatro pubblico delle loro private
to di seppellire laici (ma anche religiosi, salvo casi esibizioni di magnificenza. In questa contrapposizio-
eccezionali) nella chiesa di San Marco, qualsiasi ne di atteggiamenti – ma anche, lo si è visto, di assetti
fossero i meriti acquisiti dal defunto al servizio della istituzionali, pratiche di governo, forme di autorap-
Repubblica. Il dato è tanto più significativo in quan- presentazione, in una parola: culture politiche – pos-
to formalmente la basilica marciana era la cappella siamo forse intravedere uno dei motivi conduttori
ducale, e quindi per certi versi i dogi avrebbero ben della lunga storia che abbiamo cercato di ricostruire,
potuto vantare qualche titolo a esservi sepolti: ma le e una delle ragioni di fondo del peculiare rapporto
eccezioni a tale consuetudine profondamente radica- che legava la società genovese alla sua Cattedrale.
ta nella cultura politica cittadina si contano sulle dita
di una mano, e non oltrepassano comunque la metà D’altronde, con la sua consueta lucidità Enea Silvio
del xiv secolo.89 Non era forse San Marco il templum Piccolomini aveva già colto perfettamente i termini
civitatis, la chiesa dell’intera collettività veneziana, della questione nel 1432, quando scriveva che a Geno-
simbolo dell’antica e sempre ribadita identità repub- va i nobili vivevano in edes egregias sublimesque, di
blicana dello Stato veneto? Era quanto bastava per tale pompa regalis da essere degne di principi e di re
bandire non solo dalla chiesa, ma dalla stessa piazza (cuius excellentia atque decus regis sive principibus
e dai vicini edifici, ogni forma di culto individualistico conveniret); ma che tuttavia queste abitazioni erano
della personalità, sia pure post mortem. così addossate le une alle altre che le strade risultava-
Persino un uomo carico di benemerenze (e di soldi) no tanto anguste da non esser praticabili da più di un
come Bartolomeo Colleoni, capace di lasciare in paio di uomini per volta (semite quidem anguste, duo-
eredità alla Serenissima l’inaudita somma di 100.000 bus tribusve patentes hominibus).92 Secondo il futuro
ducati d’oro con la clausola che gli venisse eretto un papa questa peculiare discrasia fra la magnificenza
monumento equestre a San Marco, non trovò alcun privata da una parte e la modestia degli spazi pubblici
ascolto presso i Procuratori, che non si peritarono di dall’altra si rifletteva anche all’interno delle chiese:
appellarsi a un’interpretazione quanto mai capziosa dignitose e nulla più, in realtà indegne di una così
del suo testamento pur di veder sorgere la statua grande città, salvo appunto che per la sontuosità delle
del condottiero ben lontano dall’area marciana (di sepolture nobiliari – e qui l’osservazione pare proprio

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riferirsi al Duomo (sane templa Deo immortali dedica- mangiare, non ci si veste e si va a piedi. Ci sono solo
ta, quamvis decora, non tamen digna tanta urbe, vero tre strade nelle quali possono passare le carrozze,
enimvero ditissima sepulturisque nobilium mire deco- le altre son vicoli lastricati [...]. Cosa fanno, allora, i
rata) [“abbastanza templi dedicati a Dio immortale, Genovesi, con il loro denaro? Si fanno costruire un
sebbene decorosi, tuttavia non degni di una così gran- palazzo e una chiesa: il primo in marmo, la seconda
de città, in verità ricchissimi e decorati mirabilmente d’oro”.96
con i sepolcri dei nobili”].93 Come abbiamo visto, negli
anni a venire il contrasto si sarebbe fatto ancora più È alla luce di questo contesto – marcato sul lungo
tangibile, e intorno alla metà del xviii secolo Charles periodo da una concezione ‘privatistica’ della chiesa
de Brosses si diceva colpito dalla “povertà” dello Stato come luogo di culto gentilizio, e dalla corrispettiva
genovese e dell’angustia delle strade cittadine, rilevan- mancanza di quelle forme di religione cittadina altro-
do l’incredibile parsimonia dei costumi locali (“questa ve così radicate in Italia97 – che si possono compren-
gente non porta abiti di lusso, non ha carrozze, né tavo- dere le apparenti contraddizioni evocate più sopra, e
le guarnite, né giuochi, né cavalli”).94 Com’era dunque le ragioni della pallida fisionomia di San Lorenzo nel
– si chiedeva il viaggiatore philosophe – che i nobili contesto dell’immagine di Genova che si era venuta
genovesi spendevano tutte le “ricchezze esorbitanti” a consolidare nel corso dell’età moderna. Chiesa del
che avevano accumulato nel corso dei secoli? Sempli- Comune in una città in cui le istituzioni comunali
ce: acquistavano titoli nobiliari e “fa[cevano] costruire erano state tradizionalmente esautorate dalla gestio-
per sé un palazzo da un milione, e per il pubblico una ne effettiva del potere, la Cattedrale – proprio per il
chiesa che ne vale più di tre”, a tal punto che “ognu- suo carattere di tempio civico per eccellenza – non
na delle belle chiese di questa città, fino all’ultima, è poteva essere eletta a palcoscenico privato delle
opera di un uomo solo, o di una sola famiglia”. imprese di magnificenza di una singola famiglia; e
In effetti, lo stupore di fronte a questa usanza della finì così per decadere a simbolo di glorie passate,
nobiltà genovese di legare il proprio nome a una chie- oggetto di attenzioni intermittenti da parte di un
sa, finanziandone in toto o quasi la costruzione e poi ceto di governo interessato più all’esaltazione mate-
il mantenimento, ricorre spesso nelle descrizioni dei riale della propria ricchezza che alla celebrazione di
viaggiatori (e non a caso i templi più citati nelle loro astratti valori pubblici. Ma in fondo non abbiamo
pagine sono Santa Maria in Carignano e la Santissi- qui a che fare con una traduzione straordinariamen-
ma Annunziata, erette per iniziativa dei Sauli l’una, te palpabile di alcune fra le più profonde pulsioni
a spese dei Lomellini l’altra).95 Tant’è che ancora in della cultura politica genovese? Da questo punto di
pieno Ottocento Alphonse Karr poteva osservare vista San Lorenzo si conferma quanto mai speculum
che all’ombra della Lanterna “quasi tutte le chiese civitatis: uno dei più eloquenti autoritratti abbozzati
sono state costruite da una famiglia o da una perso- dalla società genovese nel xii secolo, per essere poi
na. La cosa si spiega: a Genova ci sono molti ricchi”; continuamente ritoccato nel corso dei secoli seguenti
ciò nonostante, in città “non si mangia e non si dà da sin quasi – si può dire – ai nostri giorni.

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La Cattedrale di San Lorenzo: autoritratto in pietra della società genovese

Note habeo. Prima ibi celebrior opinio est et in chronicis eorum scripta et
publicis insculpta monumentis [“Tramandano che fondatore della
1
 A. Ferretto, San Lorenzo nella vita civile di Genova, in La cat- città e autore del nome fu Giano, primo re d’Italia, come pare ad
tedrale di Genova 1118-1918, Genova 1918, p. 9. Su Ferretto, cfr. alcuni. Se sia così, se egli stesso abbia dato alla città il nome del
P. Benatti, Nel primo centenario della nascita: ricordo di Arturo luogo, che del nostro mondo sembra essere quasi ‘porta’, lo riten-
Ferretto (1867-1928), in “Rapallo” iii (1967), pp. 11-17. go incerto. È qui opinione corrente e scritta nelle loro cronache
2
e scolpita nei pubblici monumenti”] (F. Petrarca, Itinerario al
  Ferretto, San Lorenzo cit., p. 10. sepolcro del Signore nostro Gesù Cristo, Genova 2006, pp. 28-30);
3
su Petrarca come osservatore attento delle città del suo tempo, cfr.
  Ibidem. Sull’ateismo della Ackermann, cfr. A. de Pontmartin, ora C. Tosco, Petrarca: paesaggi, città, architetture, Macerata 2011.
Madame Ackermann: la poésie athée, in “Nouveaux samedis” xi
(1875), pp. 17-32. 12
 Sulla Croce “degli Zaccaria”, cfr. da ultimo V. Polonio,
4
A Genova tra xiv e xv secolo: icone e reliquie d’oltremare, in
  Sul ‘foscolismo’ di molte delle voci che presero parte al dibattito Mandylion. Intorno al Sacro Volto: Genova, Bisanzio e il Medi-
sul restauro del Duomo nell’Ottocento, cfr. C. Di Fabio, San terraneo (secoli xi-xiv), a cura di A. R. Calderoni Masetti, C.
Lorenzo, in Medioevo restaurato. Genova 1860-1940, a cura di C. Dufour Bozzo, G. Wolf, Venezia 2007, pp. 123-135, e la biblio-
Dufour Bozzo, Genova 1984, pp. 202-206. grafia ivi citata (cfr. 677).
5
  Su questi aspetti Clario Di Fabio è tornato più volte: si veda da 13
  Sul Tesoro della cattedrale la bibliografia è molto ricca: si veda
ultimo Idem, La chiesa di un Comune senza “Palazzo”. Uso civico il saggio di Gianluca Ameri in questo stesso volume con i riferi-
e decorazione “politica” della Cattedrale di Genova fra xii e xiv menti ivi citati.
secolo, in Medioevo: la Chiesa e il Palazzo, a cura di A. C. Quin-
tavalle, Milano 2007, pp. 302-316; e Idem, Specchio del Comune, 14
  Sull’importanza politica dei cerimoniali civici genovesi nel corso
immagine della Riforma Gregoriana: la Cattedrale di Genova fra dell’età moderna, cfr. E. Grendi, Le conventicole nobiliari e la
xi e xii secolo, in Il restauro dell’Altare Maggiore della Cattedrale Riforma del 1528, in Idem, La Repubblica aristocratica dei geno-
di San Lorenzo in Genova, a cura di C. Montagni, Genova 2008, vesi, Bologna 1987, pp. 105-138; e Idem, La società dei giovani a
pp. 13-26. Genova fra il 1460 e la riforma del 1528, in “Quaderni Storici” 80,
6
1992, pp. 509-528.
  Ivi, p. 23.
15
7
 V. Tigrino, Sguardi e riguardi. Genova e il tesoro della sua cat-
  Cfr. C. Di Fabio, Bisanzio a Genova fra xii e xiv secolo. Docu- tedrale dal Cinquecento all’attuale allestimento museale, in Aspetti
menti e memorie d’arte, in Genova e l’Europa mediterranea. Opere, del patrimonio culturale ligure, a cura di E. Grendi, D. Moreno,
artisti, committenti, collezionisti, a cura di P. Boccardo e C. Di O. Raggio, A. Torre, Genova 1997, pp. 43-47.
Fabio, Genova 2005, pp. 41-68, con la bibliografia ivi citata.
16
8
 C. Altavista, Dalla città alla cattedrale e ritorno: il tesoro del
  Sul busto di Giano come parte di un articolato programma ico- Duomo di San Lorenzo e Genova dall’xi al xvi secolo, in I luoghi
nografico volto a celebrare un “mito delle origini” di pura inven- del sacro. Il sacro e la città fra Medioevo ed Età moderna, a cura
zione, ispirato alle opere di Iacopo da Varagine, cfr. C. Di Fabio, di F. Ricciardelli, Firenze 2008, pp. 91-110. Sui privilegi legati ai
La scultura bronzea a Genova nel Medioevo e il programma deco- ruoli occupati nei cortei religiosi, cfr. anche Grendi, La società dei
rativo della Cattedrale nel primo Trecento, in “Bollettino d’Arte”, giovani cit., pp. 515-516.
s. vi, lxxvi (1989), n. 55, pp. 30-34; sul tema Di Fabio è poi tornato
più volte: cfr. fra l’altro Pitture, oreficerie e mercato suntuario tra 17
  Sulla questione, in generale, rimangono fondamentali Medioe-
Genova e la Spagna fra xii e xiv secolo, in Genova e la Spagna. vo restaurato cit. (in particolare i saggi di C. Di Fabio, San Loren-
Opere, artisti, committenti, collezionisti, a cura di P. Boccardo, J. zo, pp. 193-248; e M. F. Giubilei, Restauri e demolizioni a Genova
L. Colomer, C. Di Fabio, Cinisello Balsamo 2002, pp. 16-29. Più nell’ottica dei pubblici amministratori, dei giornalisti, dei cittadini,
in generale, sul mito di Giano come fondatore di Genova, cfr. P. pp. 405-426); e Medioevo demolito. Genova 1860-1940, a cura di C.
Fontana, ‘Genua a Iano’. Genealogie immaginarie e storiografia Dufour Bozzo e M. Marcenaro, Genova 1990.
afilologica nell’antiquaria genovese al servizio della gloria cittadina
(secc. xiii-xviii), in “Nuova Rivista Storica” lxxxii (1998), n. 1, 18
  Così in un articolo anonimo pubblicato nel “Cittadino”, 3 aprile
pp. 105-126; e, per una contestualizzazione a livello italiano, C. 1883 (Di Fabio, San Lorenzo cit., p. 205).
E. Beneš, Urban Legends. Civic Identity and the Classical Past in
19
Northern Italy, 1250-1350, University Park 2011.   Di Fabio, San Lorenzo cit., pp. 204-206; sui restauri di San
Lorenzo, cfr. anche M. Marcenaro, Recupero e ripristino della
9
 A. Giustiniani, Castigatissimi Annali con la loro copiosa tavo- Cattedrale medievale: restauri fra Otto e Novecento, in C. Di Fabio,
la della Eccelsa et Illustrissima Repubblica di Genova, Genova La Cattedrale di Genova nel Medioevo (secoli vi-xiv), Genova
1537, c. xlv; sul lampadario, cfr. C. Di Fabio, Le capselle eburnee 1998, pp. 332-355; e il saggio di Giorgio Rossini più oltre in questo
arabo-normanne di Portovenere e documenti per l’arte islamica a stesso volume.
Genova nel Medioevo, in Le vie del Mediterraneo. Idee, uomini,
20
oggetti (secoli vi-xvi), atti del convegno, Genova 1994, a cura di   M. F. Giubilei, Restauri e demolizioni cit., pp. 411-413.
G. Airaldi, Genova 1997, pp. 31-46.
21
  Sul Padiglione Ligure di Venceslao Borzani, cfr. S. Rossi, La
10
  G. B. Graziani, Vittoria dei Genovesi sopra l’Imperatore Fede- fiera delle Regioni. I padiglioni della mostra regionale all’esposizio-
rico II. Il carme di Ursone da Sestri notaio del secolo xiii, Genova ne internazionale di Roma del 1911, Tesi di laurea sostenuta presso
1857, p. 55. la Facoltà di Architettura di Genova (rel. M. Folin), a.a. 2007-
2008, pp. 297-330. Più in generale, sull’Esposizione Universale del
11
  Autorem urbis et nominis Ianum ferunt, primum ut quibusdam 1911, cfr. ancora Roma 1911, a cura di G. Piantoni, Roma 1980.
placet Italie regem. Quod an ita sit, an ipse situs urbi nomen dede-
22
rit, quod nostri orbis quasi ‘ianua’ quedam esse videatur, incertum  Cfr. Di Fabio, San Lorenzo cit., p. 246.

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23
 Per un quadro dei principali resoconti di viaggio dedicati a via [...] per cui le merci straniere potessero senza troppe fatiche
Genova fra il tardo Medioevo e l’età romantica, cfr. C. Bo, Echi di essere depositate all’emporio” (F. Alizeri, Guida artistica per
Genova negli scritti di autori stranieri, Torino 1966; G. Marcena- la città di Genova, ii.1, Genova 1847, p. 233; corsivo mio). Già ai
ro, Viaggio in Ligura, Genova 1973; G. Petti Balbi, Genova vista primi del secolo valutazioni sostanzialmente analoghe emergeva-
dai contemporanei, Genova 1978; Genova dei grandi viaggiatori, a no nella Descrizione anonima di Genova del 1818: cfr. Descrizione
cura di F. Paloscia, Roma 1990. della città di Genova da un anonimo del 1818, a cura di E. Poleggi
e F. Poleggi, Genova 1969, pp. 191-194.
24
 “Si je commence le détail de la ville de Gênes par Saint-
34
Laurent, cathédrale, c’est à cause de son titre, et non à cause de   Alizeri, Guida artistica cit., ii.1, pp. 235-236 (corsivo mio).
sa personne, qui n’est pas grand’chose, quoique bâtie en entier
35
de marbre blanc et noir, tant en dedans qu’en dehors. Je n’y ai   Ivi, p. 265.
rien vu qui me plût que les sièges des chanoines faits de bois de
36
marqueterie, sans être colorés, et représentant de jolis tableaux;   In proposito, cfr. ancora E. De Negri, Ottocento e rinnovamen-
une balustrade de marbre en filigrane à la chapelle Saint-Jean. La to urbano. Carlo Barabino, Genova 1977, pp. 95-111; e più recen-
peinture à fresque du dôme et les autres ne valent guère, sauf une temente I. Forno, Tra centro e periferia: l’apertura di strada Carlo
Nativité du Baroccio, dans la chapelle à gauche du choeur” (C. de Felice a Genova e il ruolo del Consiglio d’Ornato, in La cultura
Brosses, Lettres familières écrites d’Italie à quelques amis en 1739 architettonica nell’età della restaurazione, a cura di G. Ricci e G.
et 1740, Parigi 1858, p. 45). D’Amia, Milano 2002, pp. 499-512.
37
25
  Stendhal, Mémoires d’un touriste, Parigi 1854, ii, p. 318 (“Sur   Su questi temi rimangono imprescindibili gli studi di Poleggi: si
le soir je suis entré dans la cathédrale en pierres blanches et noires veda fra l’altro E. Poleggi, Iconografia di Genova e delle Riviere,
se succédant par bandes; cela est plus bizarre qu’agréable”). Genova 1977; L. Grossi Bianchi, E. Poleggi, Una città portuale
nel medioevo: Genova nei secoli x-xvi, Genova 1979; E. Poleggi,
26
 P. Valéry, Lettera a Gustave Fourment del 28 agosto 1887 (in P. Cevini, Genova, Roma-Bari 1981.
P. Valéry, G. Fourment, Correspondance: 1887-1993, a cura di
38
O. Nadal, Parigi 1957), cit. in Bo, Echi di Genova cit., p. 166: “a   Cfr. M. Haines, La grande impresa civica di Santa Maria del
proposito di cattedrali ti dirò la mia opinione sul clero di questa Fiore, in “Nuova Rivista Storica” lxxxvi, 2002, pp. 19-48. Per il
città. Credo che valga ancora meno del nostro. È molto forte ruolo economico del cantiere dell’Opera del Duomo di Milano in
in latino ma barbaro in fatto di gusto. Guasta le chiese con la età moderna, cfr. M. Barbot, L. Mocarelli, L’ombra lunga della
mania degli orpelli e delle dorature; l’organo che da noi fa un così cattedrale. L’impatto del cantiere del duomo di Milano sullo spazio
bell’effetto è sostituito da un’orchestra che suona pezzi d’opera”. urbano (secoli xvi-xviii), in I grandi cantieri del rinnovamento
In questo caso Valéry non faceva che ripetere i giudizi tranchants urbano. Esperienze italiane ed europee a confronto (secoli xiv-xvi),
che già Charles de Brosses aveva proclamato un secolo addietro, e a cura di P. Boucheron e M. Folin, Roma 2011, pp. 255-272; e
proprio in occasione del suo soggiorno genovese (“je suis toujours M. Barbot, Le architetture della vita quotidiana. Pratiche abitative
dans la surprise de voir comment les Italiens, après avoir imaginé e scambi immobiliari nella Milano d’età moderna, Venezia 2008,
et exécuté une ordonnance noble et magnifique, la gâtent en la pp. 59-80.
surchargeant de méchants petits pompons. Leur bon goût pour les
39
grandes choses n’est comparable qu’à leur méchant goût pour les   Anche in questo caso riferimento d’obbligo sono gli studi di
petites”: de Brosses, Lettres familières cit., i, p. 46). Poleggi citati supra, nota 37.
40
27
 C. Dickens, Pictures from Italy, Londra 1846, cap. iv (“the   Si veda per esempio il classico R. S. Lopez, Venise et Gênes:
whole building was dressed in red; and the sinking sun, streaming deux styles, une réussite, in “Diogène” lxxi (1970), pp. 43-51 (poi
in, through a great red curtain in the chief doorway, made all the anche in Idem, Su e giù per la storia di Genova, Genova 1975, pp.
gorgeousness its own. When the sun went down, and it gradual- 35-42).
ly grew quite dark inside, except for a few twinkling tapers on 41
the principal altar, and some small dangling silver lamps, it was   Per Genova, in particolare, cfr. Polonio, La cura della cat-
very mysterious and effective. But, sitting in any of the churches tedrale cit., pp. 119-120; per Pisa M. Ronzani, Da aula cultuale
towards evening, is like a mild dose of opium”). del Vescovato a Ecclesia Maior della città: note sulla fisionomia
istituzionale e la rilevanza pubblica del Duomo di Pisa, in Amalfi,
28
 M. Twain, Innocents Abroad or The New Pilgrim Progress, Genova, Pisa, Venezia. La Cattedrale e la città nel Medioevo:
Hartford 1869, p. 140. aspetti religiosi, istituzionali e urbanistici, a cura di O. Banti, Pisa
1993, pp. 77-78.
29
  Il dato mi è stato segnalato da Solange Rossi, che ringrazio per
42
l’indicazione.  G. Sangermano, L’esempio di Amalfi medievale, ivi, pp. 15-58.
43
30
  La pubblicistica uscita in occasione dell’Esposizione Universale   Ronzani, Da aula cultuale del Vescovato cit., pp. 71-102; e
del 1911 è stata recentemente raccolta in occasione di una mostra Idem, Dall’edificatio ecclesiae all’“Opera di S. Maria”: nascita
sulle celebrazioni del Cinquantenario dell’Unità d’Italia allestita e primi sviluppi di un’istituzione nella Pisa dei secoli xi e xii, in
nel Centro espositivo-informativo sul 150° Anniversario dell’Unità Opera. Carattere e ruolo delle fabbriche cittadine fino all’inizio
d’Italia, presso il Vittoriano. dell’Età Moderna, a cura di M. Haines e L. Riccetti, Firenze
1996, pp. 1-70.
31
  Genova, in Le Cento Città d’Italia (supplemento mensile del
44
“Secolo”, 25 luglio 1887), p. 7.  D. Rando, Nel nome del patrono, al servizio della comunità.
L’Opus e i Procuratori di S. Marco di Venezia nei secoli xii-xiv,
32
  Sulla carrettiera Carlo Alberto, cfr. M. Bartoletti, Carrettabi- ivi, pp. 71-116.
le Carlo Alberto, in Medioevo demolito cit., pp. 209-218.
45
  In proposito, cfr. R. C. Mueller, The Procurators of San Marco
33
  Nella sua Guida artistica anche Alizeri parlava di una “comoda in the Thirteenth and Fourteenth Centuries. A Study of the Office as

28

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La Cattedrale di San Lorenzo: autoritratto in pietra della società genovese

58
a Financial and Trust Institution, in “Studi Veneziani” xiii (1981),   Per un inquadramento generale dell’assetto urbano del ‘quar-
pp. 105-220; e A. Viggiano, I Procuratori di S. Marco, in Le Pro- tiere’ di San Lorenzo, cfr. Grossi Bianchi, Poleggi, Una città
curatie Vecchie in piazza San Marco, Roma 1994, pp. 13-50. portuale cit.; e Poleggi, Cevini, Genova cit.
46 59
  Sull’insula Sancti Marci nel Medioevo, cfr. E. Crouzet-Pavan,   M. Marcenaro, Alcuni edifici del potere civile e religioso a
Sopra le acque salse. Espaces, pouvoir et société à Venise à la fin du Genova: secoli xii-xiii, in “Ligures” i, 2003, pp. 167-169.
Moyen Âge, Roma 1992, pp. 877-954; sulle operazioni di renovatio
60
promosse da Andrea Gritti, cfr. Renovatio urbis: Venezia nell’età   Ivi, p. 162.
di Andrea Gritti (1523-1538), a cura di M. Tafuri, Milano 1988; e 61
M. Morresi, Piazza San Marco. Istituzioni, poteri e architettura a   In proposito, si veda ora San Marco, Byzantium and the Myths
Venezia nel primo Cinquecento, Milano 1999. of Venice, a cura di H. Maguire e R. S. Nelson, Washington 2010.
62
47
  Iacopo da Varagine e la sua Cronaca di Genova, a cura di G.   Due secoli dopo lo ricordava anche Giannozzo Manetti, notan-
Monleone, Roma 1941, ii, p. 320. do che le catene erano state affisse in celebrioribus urbis sue locis,
in modo che quicunque vel ex mari vel ex terra urbem ingrederentur
48
  Cfr. V. Polonio Felloni, Da ‘opere’ a pubblica magistratura. inviti etiam conspicerent (G. Manetti, Elogi dei genovesi, a cura di
La cura della cattedrale e del porto nella Genova medievale, in G. Petti Balbi, Milano 1974, p. 110).
Opera cit., pp. 123-127; e più in generale Eadem, La cattedrale e la 63
città nel Medioevo a Genova. Aspetti storico-urbanistici, in Amalfi,   Müller, Genova vittoriosa cit., pp. 96-105; e più in generale
Genova, Pisa, Venezia cit., pp. 59-70. B. Bernabò, R. Cavalli, S. Matteo in Genova, chiesa gentilizia
e “monumento” celebrativo della famiglia Doria, in Verso Genova
49
  Sulla reparatio ecclesiae dei primi del Trecento e sui relativi medievale, Genova 1989, pp. 25-40.
responsabili, cfr. Eadem, Da ‘opere’ a pubblica magistratura cit.,
64
p. 130; e Di Fabio, L’incendio del 1296 e la “reparatio ecclesie” fra   Cfr. Grossi Bianchi, Poleggi, Una città portuale cit., pp. 232-
1297 e 1317, in Idem, La Cattedrale di Genova nel Medioevo cit., 233 e 288-291; più recentemente Marcenaro, Alcuni edifici cit.,
pp. 223-231. La pratica a cui si fa riferimento nel testo si sarebbe pp. 177-178.
perpetrata nei secoli a venire: per un esempio fra i tanti, si veda 65
la targa apposta nel 1526 sulla colonna del pulpito di Pierangelo   Cervetto, Il duomo di San Lorenzo, cit., p. 130. Il risanamento
Scala (544). del 1499 è attestato da una lapide tuttora ben visibile sulla torre
settentrionale (215).
50
  Sui Padri del Comune, cfr. V. Polonio, L’amministrazione 66
della res publica genovese fra Tre e Quattrocento. L’archivio Anti-   Cfr. R. Mantelli, M. Ravera, Il chiostro nei documenti, in
co Comune, in “Atti della Società ligure di storia patria”, n.s, xvii, Cattedrale e chiostro di San Lorenzo cit., pp. 213-214; la citazione
1977, pp. 40-43; e A. Boscassi Il Magistrato dei Padri del Comu- riportata nel testo è tratta da L. M. Levati, I dogi di Genova e vita
ne. Conservatori del Porto e dei Moli (1291-1797), Genova 1912. genovese dal 1721 al 1746: feste e costumi genovesi nel secolo xviii,
Quanto alla gabella del deceno (nel 1478 sostituita da un patrimo- Genova 1913, p. 198.
nio di 120 luoghi delle compere di San Giorgio), cfr. Eadem, Da 67
‘opere’ a pubblica magistratura cit., pp. 127-134.   Sull’immagine di Genova nell’iconografia di Antico Regime,
cfr. soprattutto E. Poleggi, Iconografia di Genova e delle riviere,
51
  Ivi, pp. 134-135. Genova 1976; e Idem, Città vecchia e città, il tesoro della memoria
figurata, in Atlante di Genova. La forma della città in scala 1:2000
52
  E. Poleggi, Strada Nuova. Una lottizzazione del Cinquecento a nell’ortofotopiano e nella carta numerica, Venezia 1995, pp. 10-18
Genova, Genova 1968, pp. 462-463. (in cui fra l’altro si trova un’attenta disamina della veduta di Wyn-
gaerde, da cui è tratta la citazione riportata nel testo); per un’ana-
53
  Cervetto, Il duomo di San Lorenzo nel suo svolgimento artisti- lisi specifica della figura del Duomo nella tradizione iconografica
co, in La cattedrale di Genova 1118-1918 cit., p. 62. genovese, cfr. R. Besta, L’immagine della Cattedrale fra Tre e
Novecento, in Di Fabio, La Cattedrale di Genova cit., pp. 315-331.
54
  M. Labò, Galeazzo Alessi e il Duomo di Genova, in Idem, In particolare, per le vedute del Codice Cocharelli, cfr. F. Fabbi,
I Palazzi di Genova di P. P. Rubens e altri scritti d’architettura, Il Codice “Cocharelli”: osservazioni e ipotesi per un manoscritto
Genova 2003 (1948), pp. 282-283. genovese del xiv secolo, in Tessuti, oreficerie, miniature in Liguria:
xiii-xv secolo, a cura di A. R. Calderoni Masetti, C. Di Fabio,
55
  Il documento riportato da Labò è datato 20 dicembre 1550: M. Marcenaro, Bordighera 1999, pp. 35-320; e Marcenaro,
Gerolamo Sauli – fra i deputati sopra il cantiere del Carignano – Alcuni edifici cit., pp. 172-175.
era stato consacrato arcivescovo di Genova da soli due mesi.
68
  Cfr. Poleggi, Cevini, Genova cit., pp. 5-13.
56
  I termini citati nel testo si trovano in G. Bozzo, Il campanile
destro, la cupola dell’Alessi, l’abside esterna e i transetti, in Catte- 69
  Poleggi, Iconografia di Genova cit., pp. 25-26; Besta, L’imma-
drale e chiostro di San Lorenzo a Genova. Conoscenza e restauro, gine della Cattedrale cit., p. 319.
a cura di Idem, Genova 2000, pp. 104-105. Si veda anche E. De
70
Negri, Galeazzo Alessi architetto a Genova, Genova 1957 (“Qua-   D. Bonatti, Souvenirs de Gênes, Genova 1829 (su cui cfr.
derni dell’Istituto di Storia dell’Arte dell’Università di Genova” Poleggi, Iconografia di Genova cit,. p. 49; e Besta, L’immagine
1), pp. 76-78. Ma si veda qui il saggio di Collareta e Giometti. della Cattedrale cit., pp. 323-324); quanto all’opera di Antonio
Giolfi, cfr. E. Poleggi, Genova nel Settecento e le vedute di Anto-
57
  Su questi aspetti, cfr. ancora E. Poleggi, La condizione socia- nio Giolfi, Milano 1986.
le dell’architetto e i grandi committenti dell’epoca alessiana, in
71
Galeazzo Alessi e l’architettura del Cinquecento, Genova 1975,   Genua sive Ianua Lygurum caput (Francoforte, 1625), su cui
pp. 359-369; e Idem, Il rinnovamento edilizio genovese e i magistri cfr. Poleggi, Iconografia di Genova cit., p. 44. In questo solco,
Antelami nel secolo xv, in “Arte lombarda” xi, 1966, pp. 53-68. significativa anche la veduta di A. Baratta, La famosissima e

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Marco Folin

nobilissima città di Genova con le sue nuove fortificazioni (1637), pella di San Giovanni Battista nel duomo di Genova, in “Antichità
che distorce sensibilmente l’assetto degli isolati centrali pur di viva” ix, 1970, n. 4, pp. 3-50; Idem, La decorazione interna della
enfatizzare la rilevanza di un San Lorenzo di fantasia (ivi, pp. Cappella di San Giovanni Battista nel duomo di Genova, ivi, x,
76-79; Besta, L’immagine della Cattedrale cit., p. 320). 1971, pp. 20-27; G. Bozzo, La cappella di San Giovanni Battista.
Il significato civile di un’opera religiosa in un intervento di Jacopo
72
  Ivi, pp. 324-325. Bracelli, in Cattedrale e chiostro di San Lorenzo cit., pp. 60-82 e i
saggi e le schede di questo volume.
73
  Per il sepolcro di Luca Fieschi, cfr. C. Di Fabio, Il monumento
85
funerario del cardinale Luca Fieschi, in Idem, La Cattedrale di   Il discorso di Iacopo Bracelli è riportato in Alizeri, Notizie dei
Genova cit., pp. 304-309; e Idem, Cantieri, scultori ed episodi di professori del disegno cit., pp. 116-119; sulla figura del cancelliere
committenza nel Trecento. Scultura, pittura e celebrazione civica umanista, cfr. C. Grayson, Bracelli, Iacopo, in Dizionario Biogra-
nella cattedrale di Genova, 1307-1312, in Niveo de marmore. L’uso fico degli Italiani, Roma 1971, xiii, pp. 652-653.
artistico del marmo di Carrara dall’xi al xv secolo, a cura di E.
86
Castelnuovo, Genova 1992, pp. 232-233, e i saggi e le schede di   Divo · Io Bap precvrsori · Franciscvs Lomelinvs et
questo volume. Antonivs Savli priores et consilivum mvltiplicata pecvnia
excolvere 1496 [“Per il divino Giovanni Battista il Precursore
74
  Di Fabio, Il monumento funerario di Leonardo Montaldo e le Francesco Lomellino e Antonio Sauli priori e il Consiglio, raccolto
sepolture dogali nel xiv secolo, in Idem, La Cattedrale di Genova molto più denaro, abbellirono nel 1496”].
cit., pp. 310-311; Idem, Documenti per un’iconografia dogale, trac-
87
ce di un’identità negata, in Niveo de marmore cit., pp. 236-239, e la   Sulle opere di Guglielmo Della Porta per la cappella di San
scheda (735) in questo volume. Giovanni Battista, cfr. Bozzo, La cappella di San Giovanni Batti-
sta cit., p. 77 e i saggi e le schede in questo volume.
75
  Cfr. G. Banchero, Il duomo di Genova illustrato e descritto,
88
Genova 1855, p. 154.   Sul divieto e le relative clausole, cfr. Alizeri, Guida artistica
cit., i, pp. 55-56; e L. Traverso, Il culto di san Giovanni Battista
76
  Descrizione della città di Genova da un anonimo del 1818 cit., in San Lorenzo, in La cattedrale di Genova 1118-1918 cit., p. 143.
p. 205. Spesso se ne trova menzione anche nei resoconti dei viaggiatori:
cfr. per esempio A. Ceruti, Viaggio di Francesco Grassetto da
77
  Cfr. G. Bozzo, L’altare degli Apostoli, già tomba Cibo. Ipo- Lonigo lungo le coste greco-dalmate e italiche nell’anno mdxi e
tesi interpretative e iconografiche, in Cattedrale e chiostro di San seguenti, Venezia 1886, pp. 59-60 (riportato anche in Petti Balbi,
Lorenzo cit., pp. 108-119; quanto alla cappella dei Fieschi, cfr. F. Genova medievale cit., p. 158); e Twain, Innocents Abroad cit., p.
Alizeri, Notizie dei professori del disegno in Liguria dalle origini 140 (“the main point of interest about the cathedral is the little
al secolo xvi, iv, Scultura, Genova 1876, pp. 153-159. Chapel of St. John the Baptist. They only allow women to enter it
on one day in the year, on account of the animosity they still che-
78
  Cfr. L. Magnani, Cappella Lercari. Committenza e apparato rish against the sex because of the murder of the Saint to gratify a
decorativo, in Cattedrale e chiostro di San Lorenzo cit., pp. 120- caprice of Herodias”).
137; e G. Sommariva, La cappella Senarega, ivi, pp. 178-183.
89
  Anche le poche eccezioni alla regola, per altro, non si trovano
79
  Di Fabio, San Lorenzo cit., pp. 214-219; gli altari così smontati all’interno della chiesa vera e propria, ma nell’endonartece (così
furono venduti alla chiesa di Sant’Antonio Abate di Alpicella a Domenico Selvo nel 1084, Vitale Falier nel 1085 e Vitale Michiel
Varazze: cfr. R. Scunza, Gli altari cinque-seicenteschi. Resoconto nel 1102), oppure nella cappella del Battistero (così Giovanni
di una dispersione, in Cattedrale e chiostro di San Lorenzo cit., pp. Soranzo nel 1328, Andrea Dandolo nel 1354 e il cardinal nipote
192-196. Giovanni Battista Zen ai primi del Cinquecento).
80
  Per il periodo tardomedievale, cfr. I. Herklotz, “Sepulcra” 90
  Cfr. M. Mallett, Colleoni, Bartolomeo, in Dizionario Biogra-
e “monumenta” del Medioevo, Roma 1985; e J. Gardner, The fico degli Italiani, Roma 1982, xxvii, pp. 18-19.
Family Chapel: Artistic Patronage and Architectural Transfor-
91
mation in Italy circa 1275-1325, in Art, cérémonial et liturgie au   A. Pertusi, Quedam regalia insignia. Ricerche sulle insegne del
Moyen Âge, a cura di N. Bock et alii, Roma 2002, pp. 545-564. potere ducale a Venezia durante il Medioevo, in “Studi Veneziani”
Per i secoli successivi, rimane stimolante – per quanto focalizzato vii, 1965, pp. 3-123. Per una rassegna dei luoghi di sepoltura dei
sull’ambiente rurale – A. Torre, Il consumo di devozioni. Reli- dogi di Venezia, cfr. I dogi, a cura di G. Benzoni, Milano 1982.
gione e comunità nelle campagne dell’Ancien Régime, Venezia
92
1995. Con riferimento allo specifico genovese, si veda anche G.   E. S. Piccolomini, Lettera ad Andreuccio Petrucci del 24 marzo
Doria, Investimenti della nobiltà genovese nell’edilizia di prestigio, 1432, in R. Wolkan, Der Briefwechsel des Eneas Silvius Piccolo-
in Idem, Nobiltà e investimenti a Genova in età moderna, Genova mini, in “Fontes rerum austriacarum” lxi, 1909, pp. 7-10 (riportata
1995, pp. 250-251. anche in Petti Balbi, Genova medievale cit., pp. 112-119).
93
81
  Cfr. Sommariva, La cappella Senarega cit., pp. 178-179.   Ibidem.
94
82
  M. Bury, The Senarega Chapel in San Lorenzo, Genoa. New   “Vous voyez que la dépense de ces gens-là, qui n’ont ni habits,
Document about Barocci and Francavilla, in “Mitteilungen des ni équipages, ni table, ni jeu, ni chevaux, n’est pas considérable;
Kunsthistorischen Institutes in Florenz” xxxi (1987), nn. 2-3, pp. cependant il sont d’une richesse excessive. Fort communément on
329 e 353-354. trouve ici des gens avec une fortune de 400,000 livres de rente qui
n’en mangent pas 30,000. Du reste de leurs revenus ils achètent
83
  Ibidem (il corsivo è mio). des principautés en Espagne et dans le royaume de Naples, ou
font construire pour eux un palais d’un million et pour le public
84
  Cfr. Alizeri, Notizie dei professori del disegno cit., p. 116. Più une église de plus de trois. Toutes les belles églises de cette ville
in generale, sulla cappella del Battista, cfr. H.-W. Kruft, La Cap- sont, chacune, l’ouvrage d’un seul homme ou d’une seule famille.

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La Cattedrale di San Lorenzo: autoritratto in pietra della società genovese

Au, surplus, l’état est fort pauvre” (de Brosses, Lettres familières d’équipages. Il n’y a que trois rues par lesquelles les voitures puis-
cit., i, pp. 39-40). sent passer [...]. Que faire de cet argent qu’ont les Génois? Ils se font
bâtir un palais et une église; un palais en marbre, une église en or”).
95
 Si vedano per esempio le osservazioni di Stendhal e Mark
97
Twain riportate in Bo, Echi di Genova cit., pp. 61 e 140.   Cfr. G. Petti Balbi, Governare la città. Pratiche sociali e lin-
guaggi politici a Genova in età medievale, Firenze 2007, p. 21; più
96
 A. Karr, Promenades hors de mon jardin, Parigi 1862, pp. 131- in generale, sulle chiese gentilizie genovesi, cfr. M. Moresco, Le
132 (“je ne sais pas s’il y a à Gênes une seule église qui n’ait été parrocchie gentilizie genovesi, in Scritti di Mattia Moresco, Milano
construite ainsi aux frais d’un particulier ou d’une famille. Cela 1951, pp. 1-28; e più recentemente L. M. De Bernardis, La par-
s’explique: il y a à Gênes beaucoup de richesse; on n’y mange pas, et rocchia gentilizia di Genova, in La storia dei Genovesi, ii, Genova
surtout on n’y fait pas manger; on ne s’y habille pas, et on n’y a pas 1982, pp. 199-217.

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