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(Anti)colonialismo in Tempo di uccidere di Ennio Flaiano


by Roberta Orlandini

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Title: (Anti)colonialismo in Tempo di uccidere di Ennio Flaiano
Author: Roberta Orlandini
Year: 1992
Publication: Italica
Volume: 69
Issue: 4
Start Page: 478
End Page: 488
Publisher:
Language: English
URL:
Select license: Select License
DOI:
PMID:
ISSN:
Updated: January 3rd, 2013

3.6K Abstract:
Like(Anti)colonialismoin Tempo
di uccidere di Ennio Flaiano
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ella letteratura delle grandi ex-potenze coloniali, soprattutto in- glese (con Conrad e Kipling] e francese (con Gide e Loti), sono di un'importanza assodata i temi dell'esotismo e del
Sharecolonialismo e il discorso della decolonizzazione, ampiamente articolatosi quest'ul- timo a partire dallo stimolante Les damnés de la terre di Frantz Fanon (1961) in ambito francese
e con l'opera di, ad esempio, Edward Said in quello anglofono. In Italia, invece, dove l'esperienza coloniale fu, secondo l'indicazione di Moravia, quella "dei paesi poveri ed invidio-
si", l'insuccesso politico si rifletté in letteratura nella scarsezza di opere dedicate a quest'impresa e nell'assenza di trionfalismi in quelle che la scelsero comejtema o sfondo
(Moravia 7).l

Mancanza di trionfalismo caratterizza appunto Tempo di uccidere, romanzo in cui il discorso anticolonialista dell'autore si manifesta nel suo antieroe, nei suoi personaggi indigeni e
nel suo tono scettico e sommesso. Romanzo complesso anche se prima importante impresa narrativa di Ennio Flaiano, Tempo di uccidere venne pubblicato nel 1947, dieci anni
dopo la campagna dlAbissinia a cui Flaiano stesso aveva partecipato. Che lo spunto per il romanzo sia autobiografico è confermato anche da un diario del periodo di quella
campagna di guerra, Aethiopia. Appunti per una canzone, 1935-36, recentemente pubblicato (Pautasso 275).

Nel romanzo è il protagonista stesso, un anonimo tenente dell'e- sercito italiano, a raccontare la sua avventura nella lontana Africa dove, mentre si reca a togliersi un dente, si
imbatte in una giovane etiope che si sta lavando in un laghetto. I1 protagonista la ammira, la desidera e vince finalmente la resistenza di lei. Dopo alcune ore tra- scorse assieme,
la ferisce nel tentativo di sparare a una belva nell'o- scurità e poi la uccide perché la ferita che le ha prodotto è molto grave e lui non sa come curarla. Una serie di circostanze
costringono in se- guito il tenente a ritrovarsi nelle vicinanze del luogo del suo delitto con il padre della donna, Johannes ed il fratellino, Elias. Comincia an- che a sorgergli il
sospetto che la donna, Mariam, lo abbia contagiato di lebbra. Dopo l'episodio del fallito tentativo di uccidere il dottore, da cui cerca conferme sulla piaga alla mano, e quello del
maggiore, a cui ruba dei soldi e fa precipitare in un burrone con il camion, il pro- tagonista, convinto di essere malato di lebbra e braccato per furto e omicidio, si rifugia nel villaggio
di Mariam, semidistrutto dagli zap- tié2 che hanno anche massacrato gli abitanti, meno Johannes ed Elias che ne erano assenti. Qui in compagnia di Johannes trascorre circa un
mese di purgazione, debilitato e incapace di recarsi a Massaua per ten- tarvi un imbarco clandestino. I1 romanzo termina con la guarigione del tenente ad opera di Johannes ed il
suo ritorno in Italia, piu maturo per l'esperienza fatta.

Sulla scia della recensione di Moravia questo romanzo è stato prin- cipalmente letto come opera esistenziale alla Camus. Pur nella sua validità, tale interpretazione, guardando
solo verso l'immediato pas- sato letterario di Tempo di uccidere, cioè il romanzo esistenzialista degli anni '40, ne lascia inesplorata una dimensione fondamentale: quella di
denuncia della distruttiva visione eurocentrica che fa di Flaiano un antesignano degli sviluppi anticolonialisti basati sul ri- spetto della differenza e sulla comprensione delle altre
culture.3 L'an- tieroe nel romanzo ne è infatti anche il narratore: attraverso il suo sguardo di ufficiale dell' esercito italiano il lettore conosce il paesag- gio africano ed i suoi abitanti.
Èproprio questo sguardo coloniale che mi interessa esplorare, lo sguardo dell'italiano conquistatore nei con- fronti dell'etiope colonizzato poiché è questo sguardo che riassume la
visione di Flaiano sul colonialismo.

Inoltre tale lettura pone in maggior rilievo l'arte narrativa di Flaiano la quale consiste nel gestire sapientemente la tensione tra i due aspetti della stessa finzione letteraria: il
protagonista ed il narra- tore. La tecnica narrativa di Flaiano consiste nel creare un divario fra la voce narrante ed il protagonista prima della sua maturazione. Il pro- tagonista
infatti, cioè il tenente del tempo dell'avventura, rimane pra- ticamente cieco all'essenza culturale dell"'altro," dell'abissino colo- nizzato, mentre il narratore da una certa distanza
spaziale e temporale, nell'atto di valutare la propria esperienza passata, rivela una certa apertura alla differenza culturale, una curiosità e disponi- bilità verso il mondo del
colonizzato che si traduce nell'atteggiamen- to ironico del narratore verso il tenente ogni volta che affiorano la su- perficialità di quest'ultimo e la sua impermeabilità al concetto di
"altro". Solo dopo la fine dell'avventura e il suo ritorno in Italia, il tenente ha finalmente capito ed ha imparato a rispettare ciò che è culturalmente diverso.

Ma fino a che punto si spinge l'anticolonialismo del romanzo? Ne vedremo i limiti poiché, nonostante si colmi lo scarto fra protagonista e narratore, il senso di superiorità culturale è
duro a morire e riemerge in varie occasioni anche nello stesso narratore, soprattutto nei con- fronti di Mariam. Ciò indicherebbe che, nonostante Tempo di ucci- dere sia un
romanzo ideologicamente all'avanguardia, pure conti- nuano ad affiorarvi tracce di eurocentrismo.

Se la sua condanna del sistema colonialista lo proietta nel futuro del discorso della decolonizzazione, questi residui di eurocentrismo ci permettono di riallacciare Flaiano ad autori
modemisti come Con- rad e Kipling, scrittori dell'imperialismo i quali criticano questo si- stema dall'interno, cioè senza distaccarsene completamente: "to the extent that such texts
are discourses of imperialism, they are also the location of an interna1 interrogation" (Parry 55).Ci dà un'indicazione analoga sui romanzieri del modernismo Edward Said, il quale
sostiene che il romanzo di Joyce, Lawrence e Proust, ad esempio, reagisce alla presenza dell"'a1tro" con l'ironia di chi non riesce a prendere posi- zione e non sa raccomandare
né la decolonizzazione, né la continua- zione dello status quo. È il caso, suggerisce Said, di E. M. Forster alla fine di A Passage to India (223). Anche Gayatri Spivak sostiene che
il tipico soggetto coloniale è contraddittorio verso il coloni~zato.~

In Flaiano un'analoga mancanza di risoluzione verso il problema dell'imperialismo si rivela nel trattamento allegorico di Mariam, ma viene superata decisamente nella
rappresentazione del personaggio indigeno maschile e nella struttura narrativa del romanzo dove la re- lazione fra protagonista e narratore implica una condanna del sistema
colonialista.

Esaminiamo quindi la maniera in cui si riflette la suddetta tensione fra protagonista e narratore nel trattamento del mondo africano-il paesaggio, la cultura, la lingua -ed in quello
delle figure indigene di Mariam e Johannes.

L'eurocentrismo del tenente si manifesta soprattutto nella sua ma- niera di giudicare il mondo africano secondo criteri occidentali, senza cioè considerare la cultura etiope di per sé.
La sua cocente nostalgia ha per oggetto non solo "Lei", la fidanzata o moglie rimasta in Italia, ma la stessa civiltà europea: per esempio, rivedere dopo tanti mesi una chiesa, ossia
un prodotto dell'intelligenza e non solo dell'istinto, come lui lo definisce, gli regala una gran gioia (63). Analogamente, méntre abbandona i segni della civiltà importata qui dagli
italiani lo riafferrano la malinconia e l'inquietudine (72).

Anche il suo modo di vedere e rappresentare il paesaggio africano, pur rifuggendo dal fascino dell'esotico meraviglioso alla Salgari, rivela un punto di vista eurocentrico. L'esotismo
di Flaiano è alquanto com- plesso e si avvicina molto all'esotismo che riconosce e rivaluta la dif- ferenza come segno positivo in quanto sintomo di una realtà a sé stante; è questo
che fa di Flaiano un precursore del pensiero della de- colonizzazione e, nei confini della letteratura italiana, di Pasolini."

1 of 4 8/29/2019, 6:45 PM
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Comunque Flaiano dichiarò in un'intervista che l'Africa che gli inte- ressava era quella classica, "l'Africa di Erodot~."~

Come vedremo più avanti, questo criterio di valutazione è presente nel romanzo e 1'Afri- ca latina sembrerebbe offrire all'autore un modello di rigenerazione per l'europeo, un
modello tutto eurocentrico. Questo criterio, basato su un archetipo letterario,' non offusca del tutto però un altro, molto più realista, angolo di visione. Infatti, come puntualizza del
Buono, "l'Africa in cui si trovava [l'eroe del romanzo] era certo 1'Eritrea in cui l'ufficiale di complemento Ennio Flaiano aveva prestato servizio . . ." (XI-XII]. L'Africa di Flaiano è
meno quella dei proconsoli e dei mercanti romani delllAfrica della colonia italiana, con i cantieri per la costruzione di ponti, con i soprusi lasciati commettere ai coloniz- zati assorbiti
nelle file dell'esercito, con alcuni ufficiali dediti con non poco zelo al servizio del proprio tornaconto. La percezione del pae- saggio da parte del tenente risente quindi anche
dell'anticoloniali- smo dell'autore secondo cui in Etiopia gl'italiani non stanno portando alcun bene. Al di là del Mediterraneo questo tenente italiano ha tro- vato una terra triste e
morente ed egli ne rappresenta la rigogliosità naturale con immagini di morte: "[Ero] stanco soprattutto degli alberi che crescevano lungo il burrone, dovunque ci fosse un posto per
un seme che capitasse a finirvi i suoi giorni" (7). Le montagne gli paiono "asciutte come ossi" (8)e le valli che attraversa non solo sonnolente ma "guaste, visto che ci nasce la iena"
(126). Uno strano odore di pu- trefazione, forse simbolico anche della sua degenerazione morale, lo persegue non solo quando teme di avere contratto la lebbra; è l'odore che
segna il paesaggio dato che "c'era stata una moria di muli della Sussistenza e tutti i sentieri delllAfrica puzzavano di muli morti" (1 l]. In seguito la compagnia di Mariam fa
aggiungere un'altra dimen- sione alla visione che il protagonista ha dell'Africa: quella di "una terra non contaminata" che lo fa sentire uomo (36),unico apparente vantaggio di
trovarsi in un luogo dove "gli uomini [non sono] costretti .. . a servirsi del tram quattro volte al giorno", cioè in una terra al di là della civiltà.

I1 confronto fra la civiltà occidentale e l'assenza di questa in Africa è anche occasione di confronto fra tenente e narratore: una terra "in- civilizzata" non può per il tenente che
essere abitata da esseri infe- riori. Invece, con la sua esperienza a posteriori, il narratore cosi com- menta l'indigeno cercando allo stesso tempo di prendere le distanze dal
tenente:

Forse, come tutti i soldati conquistatori di questo mondo, presumevo di conoscere la psicologia dei conquistati. Mi sentivo troppo diverso da loro, per ammettere che avessero altri
pensieri oltre quelli suggeriti dalla più elementare natura. Forse reputavo quegli esseri troppo sem- plici. (26)

I1 senso di superiorità culturale del tenente emerge prepotentemente nella riflessione che segue sulla inferiorità linguistica degli abissini:

Perché non capivo quellagente? Erano tristi animali, invecchiati in una terra senza uscita, erano grandi camminatori, grandi conoscitori di scorciatoie, forse saggi, ma antichi e
incolti. Nessuno di loro si faceva la barba ascoltando le prime notizie, né le loro colazioni erano rese più eccitanti dai fogli ancora freschi di inchiostro. Potevano vivere cono-
scendo soltanto cento parole. Da una parte il Bello e il Buono, dall'altra il Brutto e il Cattivo. (26)

L'ironico commento del narratore sottolinea l'atteggiamento sempli- cistico del tenente in quanto è proprio questi ad essere linguistica- mente meno preparato dato che non
conosce che poche parole della lingua indigena e si troverà spesso in svantaggio rispetto ad etiopi che conoscono molto bene l'italiano, come Johannes o la prostituta di Massaua.
In generale, però, la lingua africana viene presentata come un idioma infantile e inadeguato, utile solo nell'ambito di un gioco da bambini. Le uniche parole indigene che Flaiano
include appaiono nella scena in cui il tenente disegna degli animali e degli oggetti da sillabario che Mariam identifica con il termine indigeno (33).

L'atteggiamento anticolonialista del narratore si manifesta chiara- mente nel capitolo "L'oro" in cui il tenente riceve il compito di ag- giustare proprio la scorciatoia, teatro della sua
avventura con Mariam ed ora tomba di questa. Nonostante il suo sguardo coloniale, il tenente si contrappone spesso ai commilitoni più intransigenti e ligi al rego- lamento, non
condividendo la brutalità dell'esercito nei confronti de- gli indigeni. Dopo aver scoperto i corpi impiccati di alcuni abissini uccisi dagli zaptié per aver causato dei disordini, i soldati
italiani si imbattono in un abissino che, impaurito, cerca di sfuggirli:

"Lasciamolo andare" dissi. Ma il sergente mi gettò uno sguardo ironico. Doveva "catturarlo". Tentai di fargli capire che era abbastanza saggio che quell'uomo scappasse al primo
vederci. Aveva constatato com'è fa- cile dondolare da un albero quando si ha la pelle bruna e cercava di met- tere la maggiore distanza tra il suo collo e noi, probabili portatori di
corda. (90-91)

L'inseguito si rivela poi un bambino che li conduce nel villaggio di cui il vecchio Johannes sta seppellendo gli abitanti massacrati dagli zaptié. La scena è rappresentativa dello
scarto tra protagonista e nar- ratore perché ancora una volta il tenente è oggetto di rimprovero per la sua insensibilità culturale, cioè la sua incapacità di abbandonare la triste
scena e di lasciare che il rituale funebre si svolga indisturbato. Anche il contrabbandiere, che il narratore afferma di aver stimato molto, era "convinto che bisognava lasciare i morti
seppellire i loro morti [e] non capiva perché [il tenente] restassle] là a offendere con la [sua] presenza quel vecchio." La scena svolge la duplice funzione strutturale di sottolineare il
divario fra narratore e protagonista e di permettere al narratore di commentare i metodi dell'imperialismo che istiga gli stessi colonizzati alla violenza fra di loro: "gli zaptié ri-
cordavano ciò che gli ascari avevano fatto in Libia, sempre pagati dallo stesso padrone, perché questo è il segreto di un buon imperialismo"

(971. I1 momento di maggior contrasto fra protagonista e narratore sem- bra realizzarsi nel capitolo quarto ("Piaghe molto diverse"] in cui il tenente visita il lebbrosario della città di
A. perché ha appena saputo che un turbante bianco, come quello che indossava Mariam, è il segno dei lebbrosi. L'immagine centrale di questo capitolo è una stampa che il
tenente, che sta cercando piaghe sulla pelle degli indigeni per con-

frontarle con quella che gli sta nascendo sul dorso della mano, vede in un'osteria:

Vicini alla baracca del telefono c'erano mercanti di profumi, di tappeti falsi e di ombrelli, di stampe arabe che illustravano le gesta dei crociati e dei mulsulmani. I crociati erano brutti
e lerci, i musulmani aitanti e ben vestiti. I1 mercante non aveva piaghe, io avevo una piaga. (137)

ShareInsieme al contrasto etnico, la stampa svela un punto di vista diverso, il punto di vista dell"'altro," dell'arabo che vede il crociato europeo come un lercio barbaro. Flaiano cattura in
questa icona lo spirito del romanzo, la sua consapevolezza della necessità di assumere il punto di vista dell'altro e di abbandonare lo sguardo coloniale ed eu- rocentrico. Ma
ancora il tenente, la cui osservazione procede imme- diatamente dall'osservazione della stampa, non è affatto disposto ad accettare la sua piaga, che ora egli vede come un segno
della sua in- giustificata inferiorità nei confronti del mercante e degli africani in genere, perché nessuno degli indigeni, anche ammalati, gli sembra es- sere affetto da una piaga
tanto brutta come la sua.

I1 rapporto con Mariam, comunque, è quello che meglio descrive lo sguardo coloniale del tenente. È anche quello che meglio segna il divario fra il tenente ed il più saggio (anche
se non privo di pregiudizi) narratore, dato che proprio con l'uccisione di Mariam comincia l'e- voluzione del personaggio. Esaminiamo lo sguardo coloniale dei due nei confronti di
Mariam. I1 tenente è immediatamente attratto dallo spettacolo della giovane donna che si sta rinfrescando in un laghetto e subito la desidera sapendo che potrebbe
tranquillamente agire da co- lono, da "signore" e quindi usarla e gettarla via (22). Anche se si di- chiara alieno a tale idea, questo è esattamente ciò che il tenente fa obbligando la
donna a cedergli. I1 suo sguardo di colono si manifesta chiaramente nella maniera di percepire la donna. La prima similitu- dine usata per descriverla è con un animale domestico:
Mariam si lava nello stagno perfettamente a suo agio nella sua nudità e quasi si fonde con il resto del paesaggio con i suoi calmi movimenti annoiati. Men- tre il tenente ne è
inconsapevole, il narratore nota il particolare che impedisce a Mariam di fondersi con la natura, il suo turbante bianco: "Per lavarsi la donna aveva raccolto i capelli in una specie di
turbante bianco. Ora che ci penso: quel turbante bianco affermava l'esistenza di lei, che altrimenti avrei considerato un aspetto del paesaggio, da guardare prima che il treno
imbocchi la galleria" (20). Se il tenente vede e tratta Mariam come un bell'animale domestico, come un pezzo di paesaggio, come un essere naturale e primitivo, il narratore si
muove su un piano più elevato, ma non per questo meno disumaniz- zante: con la sua riflessione a posteriori la trasforma in un archetipo, in una Madre Terra, in una essenza della
stessa Africa strappandole quindi la sua realtà attuale. I riferimenti al tempo abbondano nel trat- tamento di questo personaggio. I1 tenente è incerto sulla sua età, ma non dubita
del fatto che Mariam sembra portarlo fuori del tempo verso un passato mitico: "Respingeva le mie mani perché cosi Eva aveva respinto le mani di Adamo, in una boscaglia simile a
quella" (25). La bellezza di Mariam non può essere accettata come una semplice be- lezza etiope. Deve essere di più: agli occhi del tenente "era davvero una di quelle bellezze
che si accettano con timore e riportano a tempi lontani, non del tutto sommersi nella memoria" (20).

Non è solo un passato mitico quello che Mariam rappresenta per il narratore, ma anche un preciso passato storico che il protagonista come italiano condivide con lei. La donna
viene associata con l'antica presenza latina in Africa dato che veste "come le donne romane ar- rivate laggiù, o alle soglie del Sudan, al seguito dei cacciatori di leoni e dei
proconsoli", con una semplice tunica e poi una toga avvolta in- torno al corpo. Dei romani Mariam sembra aver conservato anche l'antica saggezza: "lei la possedeva negli occhi
che mi guardavano da duemila anni, come la luce delle stelle che tanto impiega per essere da noi percepita" (25). L'aver fatto di Mariam un'allegoria delllAfrica serve a Flaiano per
sottolineare la sua condanna del colonialismo. Se Tempo di uccidere è stato letto come un'allegoria della decadenza morale dell'uomo modernoIR il romanzo si offre anche ad
un'altra let- tura allegorica, questa volta in chiave anticolonialistaper cui la donna presa ed uccisa dall'ufficiale italiano sta per la terra violata e messa a morte dall'imperialismo
europeo. Ma questa tendenza all'allegoria è anche un'arma a doppio taglio in quanto tradisce lo sguardo colo- niale del narratore che mai vede la ragazza nella sua realtà spaziale
e temporale, cioè culturale. Gli unici riferimenti a Mariam come abis- sina sono assai derogatori perché, in maniera generalizzante, mettono in risalto la disponibilità di tutte le
africane in cambio di un pezzo di sapone o di poche monete. I1 narratore ha bisogno di scavalcare la reale identità di Mariam e fa di lei un prodotto della sua immagina- zione, Eva
o antica matrona che sia, forse per giustificare intellettual- mente il suo desiderio.

Parte di questa strategia è la descrizione fisica della ragazza ad opera del narratore: l'unicità di Mariam e la ragione per cui lui si ferma a guardarla al laghetto e poi la desidera
consiste nel fatto che la donna presenta vari tratti europei: non è troppo scura- "Era di pelle molto chiara, ma non badai a questo particolare, sorprendente in quella bo- scaglia"
(20)-ha le "pupille molto chiare, verdi o grigie, comunque non di quel prepotente color nocciola comune a tutte le dame di quag- giu," eredità questa dei coloni portoghesi o forse
conseguenza addi- rittura di antichi e tenaci cromosomi romani; perdipiù, "i suoi capelli erano quasi lisci e non intrecciati" (33).Più avanti si scoprirà addirit- tura che è cristiana. Ma
queste osservazioni finiscono in una conclu- sione tutt'altro che lusinghiera per Mariam e anche culturalmente cieca: "E sempre più mi meravigliavo che questa principessa fosse
scaduta a vivere in quel bassopiano, mentre nelle città qualche gene- rale o qualche autista sarebbe stato assai lieto di proteggerla" (33).I duemila anni di civiltà occidentale che il
protagonista vede negli oc- chi della ragazza sono in realtà nei suoi e suggeriscono una certa am- biguità di percezione del protagonista stesso per cui da una parte que- sto
abisso temporale rappresenta l'antica saggezza latina e dall'altra l'arretratezza culturale di Mariam nei suoi confronti: per questo il te- nente le regala il suo orologio rotto pensando
che sia in fondo molto appropriato per questa persona fuori dal tempo. Se esistono delle sma- gliature nel tema anticolonialista del romanzo, queste appaiono pro- prio nella
rappresentazione di Mariam. Lo scarto culturale è qui pro- fondo perché, da una prospettiva tipicamente occidentale, il narratore vede Mariam come un suo antenato primitivo che
si è dimenticato di evolversi ed è rimasto fermo nel passato; mai la vede come parte di una civiltà a cui il concetto di progresso è estraneo, parte di una cultura diversa e non
semplicemente arretrata e primitiva. Struttural- mente Mariam serve all'autore solo da morta essendo la sua morte un'esigenza narrativa, l'inizio di una crisi che porta il
protagonista at- traverso la sofferenza a conoscersi più a fondo. Un'analisi delle ragioni di questa prima uccisione non rientra nel presente studi^.^ Ci basti per il momento che
questo personaggio è violato fisicamente, cultu- ralmente e poi è messo a morte.

Un destino migliore Flaiano riserva al personaggio indigeno ma- schile, Johannes, il vecchio padre di Mariam. Dalla sua prima appa- rizione nella cittadina di A. alla ricerca
disperata di sua figlia fino al lungo mese che i1 tenente trascorre con lui nel villaggio/cimitero pur- gatorio delle sue colpe, il vecchio Johannes è sempre serio e dignitoso, forse uno
dei personaggi indigeni meno stereotipati e più vivi fra le rappresentazioni ad opera di occidentali. Mentre non ha sfruttato le possibilità implicite nel personaggio di Mariam, con
Johannes Flaiano ha creato un personaggio indimenticabile, ancora più straordinario del patrizio arabo Mahmud ne Il deserto della Libia di Mario Tobi- no:lo pur essendo trattato
realisticamente, Mahmud risente infatti in alcuni suoi tratti -il fascino misterioso, la bellezza e ricchezza -dello stereotipo del tipo mille e una notte.

Johannes è, al contrario, un vecchio affranto dal dolore per la per- dita della figlia e di quasi tutti gli abitanti del suo villaggio; stoico nel sopportare la durezza di questi eventi, è
anche occasionalmente ab- bastanza debole da lasciarsi andare a una colossale sbornia in cui sfoga il suo risentimento contro l'ufficiale italiano. Nonostante la sua ac-
culturazione, che si manifesta nella sua padronanza dell'italiano e nella pensione che riceve come ex-ascari, Johannes malvede la pre- senza italiana nel suo paese e vi si oppone
aderendo ai suoi costumi e rifiutando quindi soldi o semplici cose come il sale che il protago- nista gli offre pensando di fargli un prezioso regalo. Restando chiuso nel suo dignitoso
riserbo, Johannes offende e infastidisce il tenente che vorrebbe vedere più servilismo in un vecchio ascari e che, invece, percepisce una grande forza spirituale: "Sentivo che con
Johannes non l'avrei mai spuntata; avevo il torto di iniziare sempre io . . . lo sentivo non ostile, ma irraggiungibile, deciso a vegliare i suoi morti, deciso a non perdonarmi"
(104-105). La funzione strutturale di Johannes è anche quella di sottolineare il divario fra il protagonista durante e dopo gli eventi. Ciò che il tenente esprime esplicitamente, il
narratore implicitamente nega: se il tenente non si rende pienamente conto di ammirare il coraggio e la forza di Johannes, il narratore lo ritrae sem- pre con grande compassione e
rispetto fin dall'inizio:

2 of 4 8/29/2019, 6:45 PM
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I1 vecchio mi volgeva le spalle, che vedevo curve e scarne. Reggeva fra le mani il bastone e con un dito lisciava la canna, distratto, senza ascol- tare ciò che il bimbo gli urlava
ogni tanto. Guardava fisso davanti a sé e la sua testa si muoveva disordinatamente per le scosse del veicolo.

(73)

Ma la sua funzione è anche quella di portare a compimento il processo evolutivo del protagonista iniziato con la morte di sua figlia: final- mente infatti il tenente è costretto dallo
sguardo di Johannes ad am- mettere la sua colpa e allo stesso tempo a riconoscere la grandezza umana del vecchio che aveva sempre saputo che lui era l'assassino eppure non
solo non aveva cercato di vendicarsi, ma libera il tenente dal terrore della lebbra e dalle piaghe che tanto lo hanno afflitto.

Nella finale ricostruzione dei fatti fra il protagonista ed il suo amico sottotenente, troviamo che il protagonista è una nuova per- sona: "Eccoti diventato una persona saggia, da quel
giovane superfi- ciale che eri, e solo per virtù di qualche assassinio che hai commesso senza annettergli la minima importanza. Mi congratulo" (265).In tale conversazione, la
guarigione delle piaghe viene attribuita dal saggio sottotenente (vero portavoce di Flaiano?) ad un fattore culturale: il vecchio Johannes appartiene infatti ad un popolo che sa
ancora avere fede e rispettare il culto, che sa ancora "credere nella metafisica": è statala capacità di credere che ha permesso a Johannes di curare quelle piaghe di lebbra
altrimenti inguaribili. Ma il tenenteharratore, ora finalmente la stessa persona, preferisce rimanere scettico: "i dubbi confortano."

Flaiano lascia quindi all'iniziativa di un altro personaggio, non del suo autobiografico tenente, questa ultima affermazione della validità di una cultura aliena. Non si può tuttavia
negare che quest'afferma- zicne ci sia anche se viene da una terza voce (dopo quelle del tenente e del narratore), una voce molto sommessa nella polifonia del romanzo. Ma è
solo in questa maniera così discreta che Flaiano si lascia andare all'accettazione totale dell"'altro", prendendo così le distanze da quel romanzo europeo a cui pure si deve
associare: se è vero, come dice Moravia, che Flaiano perpetua il disagio esistenzialista di Ca- mus, è anche vero che nella sua rappresentazione degli africani si di- stacca dal
predecessore come si distaccherà Fanon qualche anno più tardi, anche se con conseguenze molto più notevoli per il discorso an- ticolonialista:

Consider the next and more exacerbated transformation of modernism as exemplified in the contrast between Albert Camus and Fanon both writing about Algeria. The Arabs of La
peste and L'étranger are name- less beings used as background for the portentous European metaphys- ics explored by Camus. . . . For his part, Fanon forces on a Europe play-
ing "le jeu irresponsable de la belle au bois dormant" an emerging counternarrative, the process of national liberation. (Said 223]

NOTE

'Lucio Ceva elenca varie opere letterarie con valore documentario sulla presenza italiana in Africa nel suo Africa settentrionale: 1940-43 (Roma: Bonacci, 1982).

2Durante la permanenza italiana nelle colonie africane il termine, che deriva dal turco zaptiye = gendarmeria, indicava il gendarme indigeno.

"Fanon dedicherà la sua opera alla correzione della rappresentazione eurocentrica dell"'altro", dell'algerino colonizzato, mentre negli anni ottanta 1"'Orientalismo" di Said si dirigerà
a decostruire la visione occidentale stereotipata del mondo e del sog- getto arabo.

4Cfr. Angela McRobbie, "Strategies of Vigilance: An Interview with Gayatri Cha- kravorty Spivak," Block 10 (1985), 9. jPer una distinzione fra varie forme di esotismo vedere il
saggio di Anita Licari, 36-40 e quello di Chris Bongie, 1-32, che si occupa anche dell'esotismo in Pasolini.

60reste del Buono, "Una e una notte: il tempo, la società" introduzione a Ennio Flaiano, Una e una notte: la fantascienza come interprete della mitomania contem- poranea (Milano:
Bompiani, [l9591 1978), X.

'Descritto ancora da Licari a proposito del pensiero francese, 37-38.


8Soprattutto le letture di Pampaloni e Virdia.
9Qualcuno ha suggerito per liberarsi dalla colpa di aver tradito "Lei", la fidanzata

o moglie che lo attende in Italia. Cfr. Giorgio Pullini, "Ennio Flaiano" Letteratura ita-

liana: i contemporanei, V.5 (Milano: Marzorati, 19743, 687. 1°Milano: Mondadori, (1964) 1973.

OPERE CITATE

Bongie, Chris. Exotic Memories: Literature, Colonialism, and the Fin de Siè- cle. Stanford: Stanford UP, 1991.

del Buono, Oreste. "Una e una notte: il tempo e la società." Una e una notte: la fantascienza come interprete della mitomania contemporanea. Ennio Flaiano. Milano: Bompiani,
[l9591 1978. X-XVII.

Flaiano, Ennio. Tempo di uccidere. Milano: [Longanesi, 19471 Rizzoli, 1989. Jovine, Francesco. "Tempo di uccidere di Ennio Flaiano." La fiera letteraria (13 novembre 1947): 5.

Licari, Anita. "Lo sguardo coloniale: per una analisi dei codici dell'esotismo a partire dal Voyage au Congo di Gide." Letteratura, esotismo, colonia- lismo. AA.VV. Bologna: Cappelli,
Share1978. 27-62.

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