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Franco Berardi Bifo

La nonna di Schäuble
Come il colonialismo finanziario
ha distrutto il progetto europeo
La nonna di Schäuble

Durante l’estate 2015 Wolfgang Schäuble, il Ministro delle Fi­


nanze tedesco, ha dichiarato allo “Spiegel”: “Mia nonna dice­
va spesso che la bonarietà conduce alla sregolatezza”.
Quando la nonna di Schäuble era giovane, la Germania non
correva certo il rischio della bonarietà, e nell’estate dell’ama­
rezza 2015 alcuni si sono chiesti se qualcosa di quella Germa­
nia priva di bonarietà non sia riemerso da quando questo paese
si è assunto il compito, che nessuno gli ha affidato, di costrin­
gere ogni altro paese europeo ad adottare riforme neoliberiste
che precarizzano il lavoro e privatizzano le risorse sociali.
Questo libro è stato scritto nei giorni del referendum greco e
poi della resa di Tsipras: il tema centrale del libro è la sregola­
tezza, piuttosto che la bonarietà di cui il continente europeo
appare al momento sprovvisto. Sregolatezza intesa come altra
faccia (la faccia immorale, però) della deregulation.
Che significato hanno le regole, di cui la Germania ordolibe-
rista si vuole custode inflessibile? Chi le ha fissate? E chi è te­
nuto a rispettare le regole, nell’epoca seguita alla deregolamen­
tazione neoliberista? E che funzione svolgono nella cultura
dell’Europa gotica? E quale invece nell’Europa barocca?
Il collasso dell’Unione europea, la guerra che si diffonde alle
sue frontiere e il riemergere dell’odio nazionalista, la disoccu­
pazione che aumenta, la crescita che non può ritornare, e
l’inutilità del lavoro salariato. Questi sono i temi di cui si ra­
giona in queste pagine.

€13,00 9 788869 480225


Cartografie / 72
Franco Berardi Bifo è stato tra i protagonisti dei movimenti
politici e culturali degli ultimi quarant’anni. Tra le sue ulti­
me pubblicazioni: Dopo il futuro. Dal futurismo al cyberpunk
(DeriveApprodi, 2013), La sollevazione. Collasso europeo e
prospettive del movimento (Manni, 2011), Heroes. Suicidio e
omicidi di massa (Baldini & Castoldi, 2015). Per i nostri tipi:
Dell’innocenza. 1977 l’anno della premonizione (1997) e Come
si cura il nazi (2009).
Franco Berardi Bifo
La nonna di Schäuble
Come il colonialismo finanziario
ha distrutto il progetto europeo

ombre corte
Prima edizione: novembre 2015

© ombre corte
Via Alessandro Poerio 9, 37124 Verona
Tel./fax: 0458301735; mail: info@ombrecorte.it
www.ombrecorte.it

Progetto grafico copertina e impaginazione: ombre corte

ISBN: 9788869480225
Indice

7 Nota sulla struttura del libro

9 Introduzione: Fuori, fuori, ma fuori da dove


Guerra ambientale e guerra finanziaria; Oltre l’attuale oriz­
zonte sciogliere il nodo del lavoro salariato; Cassandra; Le
passioni e l’interesse; La governance tra Kant a Schopenhauer

Parte prima: Prima del collasso

41 Politiche nEUROPAtogene
45 Per un’Europa minore
55 Può Europa sopravvivere al collasso?
64 La crisi europea nel contesto della sollevazione euro­
mediterranea

Parte seconda: Il collasso

73 La tragedia europea comincia in Grecia


76 Nell’agonia d’Europa
80 Utopie retrospettive, distopia del presente
85 Scacco (matto?)

Parte terza: Primavera incerta

101 2 febbraio; 12 febbraio; 15 febbraio; 17 febbraio; 20


febbraio; 21 febbraio; 3 marzo; 8 marzo; 29 aprile
Parte quarta: Luglio amaro

125 Un colpo di stato e quattro domande difficili, 4 giugno


2015; La posta in gioco ad Atene, 3 luglio, venerdì sera;
Atene, 6 luglio; Atene, 7 luglio 2015; Domenica 12 lu­
glio; 13 luglio 2015

Parte quinta: La nonna di Schäuble

141 La regola, la misura, il debito


149 Gotico e barocco
156 Non s’è ancora fatto sera
163 L’ottimisto di Tsoukalia
Nota sulla struttura del libro

Questo libro è composto di parti scritte in condizioni


differenti: alcuni testi sono articoli concepiti per riviste, e
risentono del carattere d’occasione della stesura legata a
contesti particolari. Alcuni sono precedenti all’inizio della
crisi dei mutui immobiliari americani del 2008, altri ne ac­
compagnano le prime manifestazioni.
Altri poi sono stati scritti nell’estate 2015 durante lo
svolgersi della trattativa tra il governo greco e le autorità
europee. Altri infine sono stati scritti dopo la drammatica
fine di quella trattativa, e affrontano le questioni teoriche
emerse durante l’estate dell’amarezza.
Essendo stati scritti in momenti diversi i testi hanno
carattere e stile differente, esprimono convinzioni, im­
pressioni o stati d’animo che mutano nel tempo. Fino al
punto che il lettore potrebbe trovare delle incongruenze
tra alcune affermazioni ed altre. In effetti lo spostamento
dell’ottica determinato dall’evolversi degli eventi ha tal­
volta modificato la mia percezione e talvolta anche le mie
convinzioni. Alcune previsioni che facevo nella primavera
2015 si sono rivelate sbagliate solo pochi mesi più tardi.
Non ho ritenuto necessario riscrivere alcunché, e ho pre­
ferito mantenere visibili le incongruenze per dare conto
di un’evoluzione del mio pensiero e del mio sentimento.
L’estate amara del 2015, quella dello strangolamento
del popolo greco da parte di una banda di fanatici che
LA NONNA DI SCHÄUBLE

domina la politica tedesca e l’economia europea, è stata


anche la stagione più calda a memoria d’uomo. Io mi sono
rifugiato in un’isola dell’Egeo per scrivere queste memorie
dell’estate dell’amarezza, e per guardare i cieli mediterra­
nei che possono forse ispirarci la saggezza necessaria per
rimanere autonomi dal Ministero Mondiale della Paura e
della Tristezza.

25 luglio 2015
Introduzione
Fuori, fuori, ma fuori da dove

Guerra ambientale e guerra finanziaria

Alla fine di questa estate 2015 i confini della grande


battaglia finanziaria si spostano: le cosiddette economie
emergenti sprofondano, e la Cina proietta sul mondo
l’ombra di una guerra combattuta con armi monetarie. La
prima vittima della crisi finanziaria è l’ambiente. Il prez­
zo del petrolio è sceso a livelli impensabili fino a pochi
anni fa, e siccome per le grandi corporation la questione
finanziaria ha la precedenza, c’è da temere che al prossi­
mo vertice di Parigi sul cambiamento climatico sentiremo
ancora recitare la lista dei buoni propositi senza conse­
guenze. Le decisioni che influenzano la produzione e la
vita quotidiana non le prendono più gli stati nazionali, ma
le corporation globali e i loro organismi di coordinamen­
to finanziario, e il criterio per loro discriminante è quello
dell’accumulazione, della crescita e del profitto, non quel­
lo del benessere degli abitanti del pianeta. La recessione
economica globale che si va delineando non sembra la­
sciare spazio per una riconversione eco-friendly.
La guerra che si delinea ha quindi forme del tutto ine­
dite: si manifesta prevalentemente come guerra ambienta­
le e come guerra finanziaria, e gli esiti di queste due guerre
danneggiano la vita della società non meno di quanto fa­
cesse la guerra condotta con mezzi militari.
10 LA NONNA DI SCHÄUBLE

Solo papa Francesco I finora ha avuto il coraggio mo­


rale di nominare la situazione in cui viviamo: guerra mon­
diale. Solo Francesco I, nell’enciclica Laudato sì ha avuto il
coraggio intellettuale di denunciare l’interdipendenza tra
devastazione ambientale e interessi del capitalismo globa­
lizzato.
Chi pensa alla guerra mondiale secondo il modello no­
vecentesco sbaglia. Non ci sono più fronti definiti, stabili
alleanze, non c’è più la dichiarazione di guerra, e sempre
meno ci sono eserciti nazionali vestiti con uniformi rico­
noscibili. La guerra tende a diffondersi in ogni anfratto
del pianeta, coinvolgendo sempre di più la popolazione
civile, occupando ogni spazio della vita quotidiana. Essa
è iscritta d’altronde nel modello neoliberale che sancisce
l’inesistenza di uno spazio sociale solidale, e predica il pri­
mato della competizione. La guerra è quindi la logica evo­
luzione del modello imposto da Thatcher e Reagan negli
anni Ottanta, e tende ad assumere la forma di guerra civile
planetaria in espansione.
In questo contesto dobbiamo leggere la crisi greca che
è esplosa durante questa estate amara del 2015, durante la
quale, nel caldo asfissiante delle città europee climatica­
mente mutate, siamo rimasti tutti col fiato sospeso.
Quel che la crisi greca ci ha insegnato è che non si trat­
ta soltanto di una crisi finanziaria, ma di una guerra: una
guerra coloniale di nuovo genere, progetto lucido e deter­
minato di distruzione e sottomissione di una popolazione.
Abbiamo imparato che tutti gli strumenti discorsivi della
guerra - l’ultimatum, l’insulto sistematico nei confronti
di un popolo, l’umiliazione, la resa - sono stati utilizzati
contro un governo democraticamente eletto ma colpevo­
le dell'eresia peggiore, la più intollerabile. Un’eresia che
ricorda il comuniSmo del quale il potere neoliberale pen­
sava di essersi liberato per sempre. Sorpresa: alla fine del
tunnel in cui il capitalismo deregolato ha infilato il piane­
ta ci sta invece il comuniSmo da reinventare. O il nulla.
Al momento purtroppo pare più probabile che il punto
INTRODUZIONE: FUORI, FUORI, MA FUORI DA DOVE 11

d’arrivo della violenza finanziaria sia il nulla, ma la sola


alternativa al nichilismo finanzista è la reinvenzione del
comuniSmo.

La Grecia è il paese che meglio testimonia degli effetti


della guerra finanziaria, come Fukushima o Tinjin testi­
moniano degli effetti della guerra ambientale.
Il paese ha già subito la distruzione del suo apparato
industriale e di larga parte delle infrastrutture urbane ne­
gli anni Quaranta, quando fu aggredito dai fascisti italiani
e dai nazisti tedeschi. Ora si trova nuovamente esposto a
una aggressione che sta producendo danni non inferiori
a quelli (mai risarciti) di allora. Quel paese ha subito una
pressione prolungata nell’arco di cinque anni, poi intensi­
ficata fino allo spasimo nell’ultimo anno, perché con ogni
evidenza coloro che hanno potere nell’Unione europea
(cioè la destra ordoliberista tedesca) hanno deciso di fare
di questo paese l’esempio, e rispolverato per l’occasione
tecniche di cui i tedeschi sono esperti, come la rappresa­
glia e come il pogrom.
Mentre aggrediva la popolazione greca, strangolando­
ne il sistema economico, il colonialismo finanziario della
troika ha potuto contare sul consenso dei governi che si
sono sottomessi con maggior zelo ai diktat austeritari: il
Portogallo, la Spagna e l’Italia. Nell’ultimo anno i gover­
ni fantoccio di queste colonie hanno ripetuto cento volte
che la situazione sta migliorando, che la ripresa si avvicina,
grazie all’applicazione delle riforme. Ma la ripresa è una
favola stantia, un pregiudizio che funziona come trappola:
la situazione non migliora affatto per la maggioranza della
popolazione che vive con salari ridotti, e si vede costretta
ad accettare condizioni e ritmi di lavoro che fanno pen­
sare alle epoche dello schiavismo, anche se fino a questo
momento, solo in Grecia è possibile valutare a pieno gli
effetti della devastazione che l’aggressione finanzista è de­
stinata a produrre dovunque.
Il colonialismo finanziario riduce drasticamente il sa­
12 LA NONNA DI SCHÄUBLE

lario, attacca le condizioni di lavoro abolendo la contrat­


tazione collettiva e precarizzando il rapporto di lavoro in
maniera sistematica. Privatizza i servizi pubblici, e dan­
neggia gravemente le strutture scolastiche, sanitarie, e ge­
neralmente i sistemi urbani.
Di tanto in tanto i giornali ci dicono che i sistemi urba­
ni cadono a pezzi, e danno la colpa talvolta alla corruzione
dei politici, talvolta all’incuria degli addetti alla manuten­
zione, come nel caso dell’erba che cresce selvaggia nei
parchi di Roma, o delle carrozze della metropolitana che
viaggiano a porte aperte. In realtà sono i segni visibili di
un crollo che si manifesta lentamente ma inesorabilmen­
te. I fondi per la manutenzione dei parchi sono ridotti, i
lavoratori occupati nei trasporti sono dimezzati rispetto a
dieci anni fa. Per forza che l’erba cresce e buona grazia se
la metropolitana continua a circolare seppure con le porte
aperte. Il piano austeritario imposto dai colonialisti euro­
pei è fondato su un taglio della civiltà sociale che abbiamo
conosciuto negli ultimi cinquant’anni.
In Italia il governo fantoccio di Renzi si prepara ad
attaccare il sistema sanitario. Durante questa estate 2015
sono stati tagliati due miliardi e settecentomilioni di euro,
in attesa di nuove decurtazioni. Ai medici viene intimato
di limitare il numero delle analisi consigliate ai pazienti.
La qualità della vita è destinata a peggiorare drastica­
mente nei prossimi dieci anni, mentre la disoccupazione è
destinata a crescere, nonostante leggi che precarizzano in
modo crescente il lavoro. Ma non dovremmo sorprender­
ci: l’abbattimento della dimensione pubblica che ha sor­
retto la civiltà sociale è l’obiettivo dichiarato del governo
tedesco che usa oggi l’arma finanziaria come in altri tempi
usò le panzer divisionen.
Nell’agosto 2015 la svalutazione cinese preannuncia un
ulteriore balzo all’indietro per la società europea: la conse­
guenza probabile sarà una riduzione dell’export europeo,
che può produrre nuova disoccupazione.
INTRODUZIONE: FUORI, FUORI, MA FUORI DA DOVE 13

Come hanno spiegato negli anni scorsi Christian Ma-


razzi, Carlo Vercellone, Paolo Virno e recentemente anche
il Generale Quao Ling, responsabile del Programma di
studio per alti ufficiali presso l’Università della Difesa di
Pechino (in un articolo dal titolo La grande strategia cine­
se, uscito sul numero di agosto di “Limes” Euro o Neuro),
la battaglia finanziaria è traduzione in termini semiotici
della pratica militare. O forse la traduzione in termini mi­
litari dell’enunciazione semiotica. Grazie alla connessione
di macchine digitali e del sistema finanziario, il linguaggio
della matematica si trasferisce automaticamente alla vita
sociale.
Il sistema finanziario globale è una macchina astratta
la cui potenza performativa è ineguagliabile: con piccole
variazioni matematiche diviene possibile sottrarre alla so­
cietà risorse enormi, per dirottarle verso il sistema banca­
rio. E per il momento non conosciamo un’azione politica
capace di fermare questa macchina di predazione.
Poco dopo aver vinto le elezioni il 25 gennaio 2015,
Alexis Tsipras disse che la sua intenzione non era solo
cambiare la condizione della Grecia, ma anche anzi prin­
cipalmente far leva sulla crisi greca per cambiare in modo
decisivo l’Unione europea.
Fu questa la speranza che ci animò durante l’incerta
primavera di Syriza.
Alla fine dell’estate quella speranza è sfumata per la­
sciare il posto a un’agonia rancorosa. E chiaro a tutti che
il progetto europeo è irrimediabilmente fallito, anche se
non si può dire. Gravemente indebolito dalla crisi finan­
ziaria del 2008, politicamente fragile e scarsamente demo­
cratico (per usare un eufemismo), è stato colpito al cuore
dall’arroganza del governo tedesco e dall’ottusità della
grande maggioranza (occorre dirlo) del popolo tedesco.
Lo spettacolo di cinismo, violenza, e di ottusità di cui ha
dato prova il gruppo dirigente filo-germanico d’Europa
ha provocato il riemergere di un sentimento di odio anti­
tedesco che l’Unione Europea aveva la missione di esor-
14 LA NONNA DI SCHÄUBLE

cizzare. L’esorcismo è fallito: per la terza volta nell’arco


di un secolo la Germania ha distrutto il fragile equilibrio
europeo. Le popolazioni mediterranee sono sottoposte a
un’umiliazione politica e a un’aggressione economica che
viene presentata come modernizzazione, e non lo è affatto,
a meno di riformulare il senso della parola “moderno”,
identificandola (del tutto abusivamente) con il predomi­
nio dell’interesse privato su quello pubblico, e della com­
petizione sulla cooperazione.
L’arroganza colonialista si rivelerà nel tempo inaccet­
tabile per la maggioranza delle popolazioni europee, che
sperimentano insieme l’impoverimento sociale e l’umilia­
zione culturale. Purtroppo non esistono le condizioni per
una svolta anti-coloniale di tipo internazionalista, perché
le radici dell’internazionalismo sono state tagliate dal culto
neo-liberale per la competizione. Di conseguenza la soffe­
renza dei popoli mediterranei si trasforma in nazionalismo.
Del resto gli ultimi decenni hanno dimostrato che
globalizzazione e nazionalismo non si escludono affatto:
nelle forme del colonialismo finanziario la globalizzazione
produce una reazione che nel lungo periodo si manifesta
nelle forme del nazionalismo, dell’egoismo localista e del
razzismo.
La conseguenza è duplice: odio nazionalista contro
il più forte e odio razzista contro i più deboli. Il rancore
xenofobo sta montando quasi dovunque in Europa, dove
le frontiere sono sempre più militarizzate contro la pres­
sione migrante, mentre le tensioni che lo sgretolamento
dell’Unione alimenta interagiscono con il contesto delle
guerre che si diffondono nell’intero bacino mediterraneo
e ai confini orientali dell’Unione.

L’amara estate del 2015 può aiutarci almeno ad allar­


gare l’area della comprensione, abbandonando aspettative
legate alla passata epoca industriale.
Da trent’anni ormai, ogni battaglia, ogni scontro, ogni
confronto con la realtà si risolvono in un arretrare della
INTRODUZIONE: FUORI, FUORI, MA FUORI DA DOVE 15

società, per ricomporre le fila qualche metro più indietro,


pensando che al prossimo assalto resisteremo, e che forse
inizieremo la riscossa. E ora di piantarla: non ci sarà re­
sistenza, non ci sarà riscossa. Non ci sarà sinistra, perché
nel Novecento la sinistra ha compiuto le scelte che hanno
portato i lavoratori alla sconfitta e alla subalternità.
E’ ora di inventare le condizioni della solidarietà e del
vivere buono in una dimensione che non sarà mai più
quella della democrazia, dello stato sociale, della coscien­
za politica che governa il mondo.
Tra il giorno in cui il 62 per cento dei greci ha detto no
al ricatto e il giorno in cui Tsipras si è tolto la giacca dicen­
do “prendete anche questa”, si è consumata a mio parere
l’ultima battaglia della sinistra.
Tsipras aveva probabilmente convocato il referendum
per perderlo ed essere legittimato dal voto a riconoscere
l’invincibilità e l’irreversibilità dell’automazione finanziaria.
In una intervista molto bella uscita su un giornale au­
straliano, Yanis Varoufakis, intellettuale radicale cosmo­
polita libertario, ma anche ex Ministro delle Finanze della
Repubblica Greca, racconta la notte tra il 5 e il 6 luglio,
quando arrivano i risultati delle votazioni per il referen­
dum.
Yanis esce di casa allegro e pieno di energia, arriva al
palazzo del governo, entra nella stanza in cui c’è Alexis
Tsipras con altri di Syriza, e si rende conto del fatto che la
tensione là dentro non è affatto positiva.
Senti come la racconta lui:

La mattina del 6 luglio ero al Ministero delle Finanze, dove


ho rilasciato una dichiarazione, poi mi sono recato agli uffici
del primo ministro, il Maximos [che è anche la residenza uffi­
ciale del primo ministro greco], per incontrare Alexis Tsipras
e gli altri ministri. Ero molto felice. Il sonante NO, inatteso,
mi trasmetteva l’incredibile energia della gente in piazza. Ave­
vano superato la paura, e avendo loro superato la paura, io
camminavo a un metro dal suolo. Ma nel momento in cui sono
entrato nel Maximos questa sensazione è semplicemente svani-
16 LA NONNA DI SCHÄUBLE

ta. Anche là c’era un’atmosfera elettrica, ma con una carica ne­


gativa. Era come se la leadership fosse stata superata e lasciata
indietro dal popolo. E la sensazione che ho intercettato era di
terrore: cosa facciamo ora?

La resa di Tsipras e la sconfitta di Syriza non sono con­


seguenza di errori o di tradimenti, ma il riconoscimen­
to del fatto che il dominio della governance, il dominio
dell’astrazione finanziaria sulla concretezza della vita so­
ciale non consente vie d’uscita politiche.
Dopo il referendum Tsipras si è reso conto (e l’ha an­
che detto) che lui e i suoi compagni non “avevano la com­
petenza” per tentare un’uscita dal castello di ingiunzioni
tecno-linguistiche di cui la governance è costituita.
Non avevano la competenza perché quella competen­
za non c’è. Qualcuno ha la competenza per trasformare
il quadrato in una figura geometrica con cinque angoli?1
No, e similmente nessuno ha la competenza per uscire dal
ciclo del debito. Se lo accetti sei morto, ma se lo rifiuti sei
morto lo stesso.
E facile prevedere che l’effetto della resa di Syriza
sarà il crollo della residua credibilità delle forze poli­
tiche di sinistra. Perché si dovrebbe votare per la si­
nistra dopo la prova che ha dato Syriza? Perché met­
tersi dalla parte di coloro che sono necessariamente
destinati a perdere? Perché far arrabbiare Herr Schäuble?

D’altra parte la nuova composizione precaria del lavo­


ro sembra impedire la formazione di un movimento di lot­
ta sociale. Episodi di rivolta marginalmente si manifesta­
no, ma sono generalmente espressione di settori che non
hanno ancora subito gli effetti della piena sottomissione al
regime precario, fino al paradosso delle lotte nella scuola
italiana, dove la vecchia generazione di insegnanti, che go­
de ancora di relativa garanzia del posto di lavoro ha con­
dotto in prima persona la lotta contro la precarizzazione.
Nella composizione sociale del presente non sembra
potersi formare resistenza, né opposizione politica, perché
INTRODUZIONE: FUORI, FUORI, MA FUORI DA DOVE 17

la struttura produttiva precaria rende impossibile l’orga­


nizzazione solidale. Cinismo isolamento depressione sono
le conseguenze di questa condizione.

L’amara estate ha svelato il carattere colonial finanzia­


rio della costruzione europea. Avevamo capito da tempo
che l’Unione è un dispositivo per l’imposizione delle rego­
le di precarietà e privatizzazione. Quel che abbiamo capi­
to di nuovo nel corso dell’estate è che la dinamica di pre­
dazione finanziaria si svolge attraverso un trasferimento
di risorse e di potere dai paesi colonizzati verso il sistema
bancario tedesco.
Secondo uno studio dell’istituto tedesco di ricerca eco­
nomica Internationales Wissenschaftsforum Heidelberg,
la Germania è il Paese che più si è avvantaggiato econo­
micamente dalla crisi ellenica. Dal 2010 Berlino avrebbe
risparmiato circa 100 miliardi di euro di tassi d'interesse,
grazie alle riduzioni decise a più riprese dalla Bce. “Que­
sto risparmio supera i costi della crisi, anche se la Grecia
non dovesse fare fronte ai propri debiti - scrive l’istituto
- la Germania dunque, in ogni caso, ha tratto vantaggio
dalla crisi greca”.
Intorno a questo ruolo coloniale si è creato in Germa­
nia un consenso che non ha nulla da invidiare al consenso
di cui negli anni Trenta godeva il nazional-socialismo, an­
che se soltanto una parte della popolazione tedesca ha go­
duto dei frutti della colonizzazione. Da quando la riforma
del mercato del lavoro fu realizzata dal socialdemocratico
Gerhardt Schroder, che attualmente ricopre l’incarico di
consulente di Gazprom ma all’inizio del secolo era Cancel­
liere tedesco, il paese ha corretto le tradizionali politiche di
welfare con un’aggressiva dose di bassi salari e precarietà.
In Europa tedesca (edito nel 2012) Ulrick Beck scrive:
Nel 2002-2003 fu introdotto nella Repubblica Federale un
cambio di paradigmi nella politica del mercato del lavoro, la
cui formula era: promuovere e pretendere, ma il cui obiettivo
era aumentare la pressione sui disoccupati perché accettassero
18 LA NONNA DI SCHÄUBLE

posti di lavoro con più bassa qualificazione, con salario più


modesto e con peggiori condizioni lavorative. Con le riduzio­
ni dell’assicurazione pensionistica e sanitaria furono abbassati
in misura rilevante i costi per le imprese. L’atteso effetto di
rilancio degli investimenti e di aumento dei posti di lavoro
tuttavia ardeva ad arrivare. Col ristabilimento della congiun­
tura mondiale dopo il 2006 e poi durante la crisi 2008-2009
la Germania potè approfittare del suo aggressivo modello di
esportazione, in parte anche a spese dei paesi in crisi dell’eu-
rozona. Ma la medicina amara della politica dei tagli ha una
conseguenza che fa male. Universalizza il precariato. Circa la
metà dei nuovi posti di lavoro è costituita da impieghi precari
in lavori saltuari (circa un milione), impieghi con basse retri­
buzioni (posti da 400 euro), attività a tempo determinato (3
milioni). Lungo questa strada la spaccatura e la divaricazione
sociale dei redditi si è rapidamente dilatata (Ulrick Beck, Eu­
ropa tedesca, Laterza, Roma-Bari 2013, p. 58).

Il colonialismo tedesco è prima di tutto colonialismo


interno: esistono infatti due Germanie, una sorridente e
sicura di sé, arrogante e rassicurante al tempo stesso. E
una Germania che non si vede e non si sente, priva di
espressione politica e costretta ai margini del benessere
maggioritario. Il consumo di psicofarmaci è cresciuto ne­
gli ultimi tempi fino a livelli stratosferici (ufficialmente un
tedesco su tre ne fa uso in maniera regolare), mentre il
tasso di suicidio è diminuito stabilmente dal 1990 al 2007,
ma dal 2007 ha ripreso a salire lentamente.
Siamo costretti a ripensare la questione tedesca perché
la formazione storica e geopolitica della nazione tedesca
rivela nuovamente la sua natura intrinsecamente pericolo­
sa per la pace nel continente.
Non si tratta di un effetto dell’identità tedesca (che non
esiste, perché le identità nazionali non sono che costruzio­
ni narrativo-ideologiche), si tratta di un effetto della storia
moderna europea. Due paesi europei hanno raggiunto l’u­
nità nazionale quando la spartizione coloniale del mondo si
era compiuta: l’Italia e la Germania. Il terzo paese che vive
una simile unificazione ritardata è il Giappone.
INTRODUZIONE: FUORI, FUORI, MA FUORI DA DOVE 19

L’energia imperialista di questi tre paesi si è manifesta­


ta nel fascismo aggressivo che alimentò la seconda guerra
mondiale.
Per ragioni geopolitiche la Germania non può espri­
mere l’energia della sua economia nazionale se non at­
traverso l’espansione in Europa. Per quanto sia orribile
a dirsi, il disegno geopolitico della nazione tedesca è oggi
esattamente lo stesso del 1941.
I mezzi con cui si svolge la colonizzazione del territorio
europeo sono diversi, ma il rapporto tra la Germania e il
resto del territorio europeo è il medesimo, e purtroppo
mi pare che alcuni tratti psico-culturali del passato tede­
sco si ripresentinono: l’arroganza, l’ottusità, il sentimento
di indiscutibile superiorità morale... Il pogrom contro la
Grecia è stato accompagnato da una campagna di stampa
in cui gli stessi toni che negli anni Trenta si usavano per
parlare degli ebrei sono stati usati per parlare dei greci.
I contenuti dell’accordo umiliazione di luglio sono stati
nascosti ai lettori dei giornali tedeschi. E l’omogeneità del
ceto intellettuale non è dissimile dall'omogeneità del ceto
intellettuale tedesco negli anni di Goebbels.
A giudicare dall’assenza di reazioni parrebbe che a
Berlino non esista vita culturale, che non ci siano intellet­
tuali o artisti giovani. Non è affatto vero, anzi Berlino è la
città più viva d’Europa.
Istituzioni culturali come l’Haus der Kulturen der Welt
hanno contribuito a coltivare la critica del nazionalismo
tedesco del passato secolo, ma il nazionalismo tedesco del
ventunesimo secolo è un assoluto tabù.
Ma il silenzio sul ruolo che la Germania sta giocando
in Europa, il silenzio sull’odio anti-tedesco che cova, è il
prezzo da pagare per poter continuare a godere dei van­
taggi che offre la “cool Deutschland”.
Qualche voce critica si è fatta sentire: un gruppo di ar­
tisti ha protestato contro il colonialismo finanziario alzan­
do una bandiera greca con su scritto GERMONEY sull’in­
gresso del padiglione tedesco alla Biennale di Venezia.
20 LA NONNA DI SCHÄUBLE

Jurgen Habermas ha pubblicato su una rivista inglese


un articolo in cui accusava il governo tedesco di avere rovi­
nato in una notte l’immagine che la Germania democratica
aveva costruito faticosamente negli ultimi cinquant’anni.
Al Bundestag Gregor Gysi ha tenuto un discorso estrema-
mente chiaro di condanna dell’arroganza finanziaria tede­
sca. Tutto qui? Tutto qui, per quanto ne so io, ma spero di
essere disinformato, e spero che gli amici che mi scrivono
da Berlino presto smentiscano il mio pessimismo.

Se la sinistra è sconfitta e la democrazia è un involucro


vuoto, cosa possiamo aspettarci in Europa nei prossimi
mesi, nei prossimi anni?
Se la reazione contro il colonialismo finanziario non
può venire dalla sinistra, che ha perfino paura di rico­
noscere il ritorno dell’aggressività tedesca come se fosse
un incubo che non si può esprimere nelle forme del di­
scorso politico, possiamo attenderci che la rivendicazione
dell’identità nazionale sarà il terreno di affermazione della
destra: assisteremo sempre di più a un’accentuazione di
elementi sovranisti, nazionalisti, e anche fascisti.
Alla forza dell’astrazione finanziaria non può contrap­
porsi ormai altro che la corporeità decerebrata dell’appar­
tenenza. Da un lato i governi fantoccio che rappresenta­
no gli interessi del colonial-finanzismo, dall’altro le forze
politiche nazionaliste che si oppongono a questo dominio
in nome dell’interesse nazionale, con implicazioni anti-
globaliste, e apertamente razziste.
Un terzo fronte non esiste, e dopo l’estate greca appare
improponibile.

Troppo a lungo abbiamo creduto che il problema fosse


“più Europa politica”, più democrazia e simili baggianate,
mentre da Maastricht in poi si stava costituendo un dispo­
sitivo assolutamente originale la cui funzione va intesa in
una prospettiva evolutiva molto ampia. Il capitale globale
doveva cancellare la specificità europea del secolo opera­
INTRODUZIONE: FUORI, FUORI, MA FUORI DA DOVE 21

io, la specificità europea della democrazia sociale e della


solidarietà. Questa cancellazione è stata realizzata attra­
verso l’imposizione del modello ordo-liberista tedesco.
Nei giorni in cui scrivo queste pagine il Ministro delle
Finanze tedesco propone la creazione di un’eurotassa, di
un fondo comune alla cui formazione deve concorrere la
popolazione di tutti i paesi europei.
Si potrebbe ricordare il principio No taxation without
representation, ma nessun potere decisionale rappresen­
tativo esiste in Europa, gli organismi che decidono sono
completamente dominati dal ceto finanziario e in parti­
colare dal governo tedesco. Dunque possiamo dire che
quella proposta da Schäuble non è una tassa, ma un pre­
lievo coloniale che va imposto manu militari. Probabil­
mente questo spiega perché lo stato colonial-finanzista ha
scatenato nei mesi scorsi una vera e propria campagna di
terrore contro il popolo e il governo greco. La finalità di
quella campagna era creare le condizioni per imporre un
prelievo forzato sul continente colonizzato.
La lezione dell’estate greca è anche questa: i luoghi del­
la decisione non hanno più nulla a che fare con la politica
democratica, né con l’istituzione riconosciuta di tipo sta­
tale o post-statale.
La decisione è informale quanto autoritaria.
Riferendo su una delle tante riunioni di trattativa con
il governo greco, in un articolo pubblicato su “New State­
sman” scrive Slavo] Zižek:
Per circa cinque-dieci minuti la riunione si è interrotta, impie­
gati e funzionari parlavano l’uno con l’altro e ai loro telefoni;
infine un funzionario, un esperto legale, si è rivolto a me e
mi ha detto le seguenti parole: “Beh, l’Eurogruppo non esiste
per legge, non c’è un trattato che ha istituito questo gruppo”.
Quindi la situazione è quella di un gruppo inesistente che ha
il più grande potere nel determinare le vite degli europei. Non
deve render conto a nessuno, dato che non esiste per legge;
non si tengono verbali; e [quel che viene detto] è confiden­
ziale. Quindi mai nessun cittadino può arrivare a sapere quel
che viene detto all’interno... Ci sono decisioni quasi di vita e di
22 LA NONNA DI SCHÄUBLE

morte, e nessun membro deve render conto a nessuno (Slavoj


Zizek, Il coraggio della disperazione).

Questo non significa che i vari Dijsselbloem e Schäu­


ble e Juncker sono dei dittatori la cui volontà è ferrea e
la cui potenza infinita. Semmai significa il contrario: i
Djesselbloem, Schäuble e Juncker non sono che funzio­
nari della macchina astratta, la perfetta macchina guida­
ta dalla logica matematica che prende nome di “mercati”
o di “governance” a seconda del punto di vista da cui la
guardiamo. Ma quella macchina non è affatto perfetta,
perché la matematica non può governare i corpi, può solo
ingabbiarli, paralizzarli e alla lunga ucciderli. Che le leggi
matematiche dell’economia contengano la cura per la ma­
lattia è solo un sogno ignorante in cui siamo intrappolati
perché non siamo capaci di immaginare una via d’uscita.
Ancora Zižek:

Perché questo orrore? Ai greci viene ora chiesto di pagare un


alto prezzo, ma non per una realistica prospettiva di crescita.
Il prezzo che viene chiesto loro di pagare è finalizzato a conti­
nuare la fantasticheria “estendi e fingi” [extend and pretend].
Viene chiesto loro di incrementare ulteriormente la loro attua­
le sofferenza al fine di sostenere il sogno di qualcun altro - de­
gli eurocrati. Gilles Deleuze disse, decadi fa: “si vous étez pris
dans le rêve de l’autre, vous etez foutus” (“Se siete catturati
nel sogno di un altro, siete fottuti”), e questa è la situazione
in cui si trova ora la Grecia. Ai greci non viene chiesto di in­
goiare molte pillole amare per un piano realistico di ripresa
economica, viene chiesto loro di soffrire affinché altri possano
continuare indisturbati a sognare il proprio sogno. Chi ha bi­
sogno ora di risvegliarsi non è la Grecia, ma l’Europa [ibidem).

Occorre partire dal coraggio della disperazione, occorre


fare di questo coraggio il punto di formazione di un nuovo
stile culturale che sta al di là della pretesa politica di gover­
nare il futuro. Ciò significa prima di tutto: dire la verità,
senza riproporre soluzioni che non funzionano più, e senza
attribuire alla volontà una funzione che la volontà non ha
INTRODUZIONE: FUORI, FUORI, MA FUORI DA DOVE 23

più. Salvaguardare il nucleo di possibilità progressiva che il


capitalismo non ha finora potuto distruggere, che consiste
nel contenuto scientifico e tecnico del lavoro cognitivo.
Inventare forme di sopravvivenza e di felicità nei mar­
gini, e avviare un processo lento di autonomia, che sia al
contempo lento sgretolamento del castello malefico del
capitalismo finanziario.
Fuori, fuori, questa è la parola che dobbiamo far cir­
colare. Fuori. E non intendo meschinamente dire “fuori
dall’euro”. Che ci sarebbe mai fuori dall’euro, a parte un
precipitare della catastrofe, a parte un incattivirsi della
competizione, a parte un peggioramento dell’orrore in cui
il capitalismo finanziario ci ha scaraventato? E chiaro che
nei prossimi anni un numero crescente di persone dirà:
fuori dall’euro, e la destra cavalcherà questa richiesta. Ma
fuori dall’euro si rischia di trovare fascismo e guerra civile.
Non basta uscire dalla prigione se non ci si libera dell’in-
cubo che è il sogno di qualcun altro, entro in quale ci sia­
mo lasciati intrappolare.
Fuori dal sogno dunque, per tornare alla vita. E quel
sogno, sia ben chiaro, si chiama capitalismo, perché qui
dove tutto è cominciato, qui, in Europa tutto deve finire.
Qui il comuniSmo può ritrovare la sua strada, dimentican­
do il Novecento. O la barbarie stabilirà per sempre il suo
dominio, come in un fanta-horror di pessima qualità.

Oltre l’attuale orizzonte sciogliere il nodo del lavoro


salariato

A costo di peccare di eurocentrismo dirò che il proget­


to di Marx (che è contenuto essenzialmente nelle pagine
del frammento sulle macchine} deve attuarsi in Europa,
per potersi poi proporre come modello planetario. Per
dimenticare il ventesimo secolo, che ha sostituito quel
progetto con i foschi regimi autoritari che si definivano
comunisti, occorre partire da qui.
24 LA NONNA DI SCHÄUBLE

Europa è il luogo in cui si costituirono le condizioni


per il lavoro salariato: privatizzazione e individualizzazio­
ne del lavoro. Ma è anche il luogo in cui diviene concepi­
bile l’emancipazione dal lavoro salariato: dalla Comune di
Parigi in poi la riduzione del tempo di lavoro è l’asse prin­
cipale dei movimenti operai. Negli anni Sessanta e Settan­
ta la lotta operaia si concentrò sulla riduzione dell’orario
di lavoro: la settimana lavorativa di quaranta ore, le onda­
te di assenteismo, l’auto-riduzione dei ritmi di lavoro non
furono soltanto affermazione dell’autonomia esistenziale,
ma furono anche una spinta formidabile verso l’innovazio­
ne tecnica. Le istituzioni ufficiali del movimento operaio
non seppero capirlo. I sindacati non seppero vedere nella
tecnologia altro che un pericolo per l’occupazione, quan­
do si trattava di vedervi il terreno principale della contesa.
L’incontro fra il movimento operaio e il movimento de­
gli studenti, che segnò la storia culturale dei primi anni
Settanta, apriva la strada a un processo di emancipazione
del sapere dal dominio dell’economia, alla piena esplicita-
zione delle potenzialità emancipatone del sapere quando
la cooperazione prevale sulla competizione.
La cultura del ’68 fu solo marginalmente consapevole
di questa dinamica e di questa possibilità. Inoltre la cul­
tura europeista emersa dal ’68 non incontrò se non molto
tardi (dopo Maastricht) la cultura dell’autonomia dal la­
voro.
Su questo punto la riforma neoliberale ha colpito du­
rissimo: sconfitti gli operai con la ristrutturazione tecnica
degli anni Ottanta e Novanta ha attaccato gli studenti, il
lavoro cognitivo, con la Carta di Bologna 1999.
La riforma europea dell’educazione di cui la Carta di
Bologna è la proclamazione va proprio verso la sottomis­
sione del sapere alla competizione, verso l’impoverimento
della scuola pubblica, l’uniformazione dei criteri di valu­
tazione, la frammentazione funzionalistica dei processi di
apprendimento. Insomma lo smantellamento del generai
intellect.
INTRODUZIONE: FUORI, FUORI, MA FUORI DA DOVE 25

A questo punto la cancellazione della specificità euro­


pea sembra compiuta, ma il risultato è mostruoso, perché
comporta la fine della solidarietà europea, e la crescita del
nazionalismo. Ma noi dobbiamo saper vedere oltre la ca­
tastrofe in corso. In un’ottica evolutiva di lungo periodo
la crisi europea può vedersi come l’anticamera di un pro­
cesso di autonomizzazione del sapere tecnico dal dominio
del profitto.
Non si esce dall’Europa senza uscire dal capitalismo.
Non sto parlando della possibilità di abolirlo, perché il
capitalismo non si abolisce come nessuna delle passate
stratificazioni antropologiche della storia umana. Non
abolirlo, uscirne.
Ma cosa significa uscire dal capitalismo? Significa usci­
re dal regime obbligatorio del lavoro salariato.
Talvolta mi pare che Foucault abbia dimenticato di
scrivere un libro sulla genealogia del lavoro salariato. Poi
subito mi ricredo, perché in effetti tutti i libri che ha scrit­
to sul disciplinamento e poi sulla biopolitica costruiscono
una gigantesca opera di genealogia del lavoro salariato.
L’idea che per godere dei beni della natura e dei be­
ni del lavoro collettivo occorra prestare la propria vita in
cambio di salario non ha nulla di naturale.
Entro condizioni di scarsità (spesso artificialmente in­
dotte, come nel caso delle enclosures inglesi del diciasset­
tesimo secolo) la popolazione viene costretta a cedere il
proprio tempo per potersi guadagnare l’accesso al denaro
necessario per comprare lo stretto indispensabile per la
sopravvivenza.
La novità dell’epoca contemporanea sta nel fatto che
è venuto meno per gran parte il regime di scarsità dei be­
ni necessari per la sopravvivenza collettiva. L’innovazione
tecnica degli ultimi decenni ha reso possibile un’espansio­
ne dei prodotti grazie all’applicazione crescente dell’intel­
ligenza produttiva. Ma questo si accompagna con la ridu­
zione del tempo di lavoro necessario.
26 LA NONNA DI SCHÄUBLE

In condizioni di attività libera il problema non esiste­


rebbe. L’innovazione tecnica libera tempo di vita dal la­
voro e questo tempo si impegna nelle attività ludiche e
utili della comunità liberata, arricchendola, offrendo alla
comunità tutto ciò che (affetto, cura, educazione, nutri­
mento) non può farsi merce senza perdere la propria ani­
ma utile.
L’innovazione tecnica ha creato questa possibilità ipo­
tetica, ma questa possibilità non si realizza perché vige il
principio (assoluto, intoccabile) del lavoro salariato e della
prestazione.
Il salario è divenuto una superstizione che impedisce
di vedere l’evidenza: che di lavoro ce n’è sempre meno
bisogno.
La vigenza del regime salariato trasforma lo sviluppo
tecnico in una disgrazia per la società: il sapere tecnico,
ridotto a fattore della competizione diviene fattore di di­
soccupazione.
Le grandi centrali della progettazione di alta tecnolo­
gia, prima di tutto Google, stanno investendo massiccia­
mente nella ricerca per la sostituzione di sezioni sempre
più vaste del lavoro con automatismi intelligenti capaci di
selezione, di decisione di auto-correzione e di apprendi­
mento (quindi di auto-evoluzione).
In una intervista comparsa su “Computer World” del
2014 Larry Page fa osservare che i prossimi sviluppi della
tecnologia sono incompatibili con la settimana lavorativa
di quaranta ore.
La liberazione di tempo dal lavoro non è solo possibi­
le, ma anche necessaria, se si vuole evitare che dilaghi la
miseria da disoccupazione. E per liberare tempo occor­
re liberare la sopravvivenza dal salario. Questo è il senso
strategico del reddito di cittadinanza, come diritto alla vita
sganciato dal lavoro.
Nei prossimi anni la società planetaria deve affrontare
la crisi finanziaria e la crisi energetica. Crisi apparente­
mente insolubili, portatrici di guerra e di sterminio. Ma la
INTRODUZIONE: FUORI, FUORI, MA FUORI DA DOVE 27

soluzione del problema sta nella conoscenza collettiva, e


nella tecnologia in cui la conoscenza si iscrive. All’orizzon­
te dell’apocalisse in corso dobbiamo riuscire a vedere una
possibilità che non è cancellata: l’emancipazione dell’intel­
letto generale e la cooperazione gratuita dei cognitari dalla
limitazione epistemica e pratica che consiste nel principio
di accumulazione di valore, e si traduce nella forma del
salario.
Questa forma produce un accecamento che impedisce
di vedere la possibilità.
La crisi europea non è crisi di povertà o di scarsità. È il
segnale dell’inadeguatezza della forma presente di semio-
tizzazione economica dell’attività intelligente. La forma
capitale non può permettere il dispiegamento della possi­
bilità che pure essa contiene.

Cassandra

Pare che Apollo si sia invaghito un giorno della gio­


vinetta Cassandra, figlia di Ecuba e di Priamo, il re della
sfortunata città di Troia.
Apollo offrì alla fanciulla il dono ambiguo della pre­
veggenza, e in cambio le chiese di giacer con lui. Ma la
scontrosa fanciulla come suol dirsi non volle dargliela, e il
dio si inviperì. Preso dall’ira, si dice, l’afferrò per i capelli
e le lanciò una maledizione: “Vedrai il futuro come solo gli
dei sanno fare. Ma nessuno ti crederà mai”.
Negli ultimi anni mi è capitato spesso di ricevere com­
menti malevoli anche da parte degli amici più cari, soprat­
tutto quando si parla della questione europea. Da molti
anni infatti ripeto che la storia europea è destinata a finire
male. Molto male, per essere precisi. Quanto male non vi
dico, senno mi dite anche voi che sono una Cassandra. E
allora sarei costretto a ricordarvi che la buona (e bellissi­
ma) Cassandra non aveva alcuna intenzione di provoca­
re disgrazie. Si limitava a prevederle, e grazie al dono di
28 LA NONNA DI SCHÄUBLE

Apollo non sbagliava. Che poi non le credessero non era


colpa sua, e come sappiamo bene le conseguenze dell’in­
credulità furono catastrofiche.
Coloro che la sbeffeggiarono per le sue profezie cre­
dettero nei doni dei Danai, mentre è opportuno temere
i Danai anche quando portano doni. Per Virgilio Danai
significa Greci, ma qui si rischia di fare un po’ di confu­
sione, perché adesso i Greci non sono in grado di donare
cavalli di legno dato che non gli hanno lasciato neppure
gli occhi per piangere.
Doni come quelli del Fondo Monetario internazio­
nale, per esempio, sono talmente pericolosi che chiun­
que accetti un prestito da quel malefico istituto con sede
a Washington si trova ben presto costretto a vendersi le
mutande e, quel che è peggio, costretto ad accettare re­
gole demenziali che sconvolgono la vita dei debitori e la
trasformano in un inferno.
Grazie ai doni del Fondo Monetario Internazionale un
paese relativamente equilibrato e benestante che si chiama­
va Jugoslavia finì dilaniato dai conflitti interetnici e, con il
contributo essenziale delle armi e delle provocazioni tede­
sche, pagò il tributo di duecentomila morti (che per i tede­
schi sono una bazzecola) in una successione di guerre etni­
che spaventose. Grazie ai doni dello stesso Fondo un paese
piuttosto ricco come l’Argentina si trovò depredato di tutto
e alla fine dovette fare fallimento, e potè risollevarsi solo
grazie a un’insurrezione popolare e a un po’ di socialismo.
Questa faccenda di Cassandra mi sta a cuore perché so­
no stanco di essere trattato come un menagramo. Per tem­
peramento sono allegro e piuttosto ottimista, ma purtroppo
negli ultimi dieci anni ho avuto la sensazione, poi l’intui­
zione, poi la convinzione che il progetto politico più inte­
ressante e più grande del secondo dopoguerra, l’Unione
europea, fosse sul punto di trasformarsi in una catastrofe.
Dapprima non ne parlai in giro perché sapevo che i
miei amici più cari, per quanto iconoclasti e sbarazzini,
non avevano molta voglia di scherzare su questo argomen­
INTRODUZIONE: FUORI, FUORI, MA FUORI DA DOVE 29

to, dal momento che consideravano l’unità del continente


come l’ultimo baluardo prima di rotolare verso l’abisso.
Cosa accadde dieci anni fa? I dirigenti politici dell’U­
nione, (in realtà i grandi potentati economici che danno
ordini alle mezze calzette che siedono sui posti di direzio­
ne dell’Unione) proposero una sorta di Costituzione euro­
pea. Della Costituzione in realtà non gliene fregava niente
a nessuno. Quel che gli interessava era costituzionalizzare
il libero mercato del lavoro, che poi vuol dire la concor­
renza senza confini tra lavoratori e quindi l’abbassamento
illimitato del salario. Nessuno lesse le trecento pagine di
cui era composta la Costituzione (almeno io non le ho let­
te, chi le ha lette alzi la mano). Ma tutti si resero conto del
fatto che qualcuno stava barando, cioè che qualcuno stava
cercando di usare il sentimento europeista per fregare i la­
voratori. Venne fuori la storiella dell’idraulico polacco che
vuole andare in Francia ed è disposto a lavorare per metà
del salario di un operaio francese. Apriti cielo. La conse­
guenza fu che la destra nazionalista si eccitò moltissimo,
soprattutto in Francia. L’idraulico polacco vuole portare
via il lavoro al nostro amato français de souche.
Fu indetto un referendum in Francia e in Olanda per
decidere se accettare o meno la Costituzione. La destra
si schierò con forza contro quel bidone, mentre noi, co­
me allocchi, pensammo che il principio internazionalista
implicito nella costituzionalizzazione d’Europa fosse tanto
importante che bisognava chiudere un occhio sul fatto che
in realtà si trattava di una classica truffa liberista.
Come finì, dovreste ricordarlo.
Finì che noi allocchi, guidati dai super-allocchi Dani
Cohn Bendit e Toni Negri, ci ritrovammo a sostenere il sì
insieme al programma dei truffatori neoliberisti, mentre i
fascisti del Front National interpretarono un sentimento
maggioritario, e vinsero il referendum.
Sinceramente parlando la sera in cui si attendeva il
risultato del referendum io mi trovavo a Roma in com­
pagnia di Angelo e di Mario, due vecchi compagni ai
30 LA NONNA DI SCHÄUBLE

quali posso dire tutta la verità. Tutti e tre ci ritrovammo


a sperare che il no vincesse, anche se nel mese precedente
avevamo ripetuto come cretini le cretinate di Toni Negri
secondo cui il pericolo principale consisteva nella riven­
dicazione sovranista. Ma quando la televisione annunciò
che il No aveva vinto prorompemmo in un grido soffocato
di esultanza. Eravamo diventati fascisti? O almeno sovra-
nisti che è una parolaccia quasi altrettanto brutta quanto
fascisti? No, avevamo semplicemente capito che dietro l’i­
dealismo europeista si nascondeva il mascalzone liberista
che vuole pagare di meno il lavoro. Avevamo capito che
dal momento in cui l’euro aveva preso il posto delle mo­
nete nazionali il salario operaio era stato automaticamente
ridotto con una semplice magia monetaria.

Con la pubblicazione di Empire Michael Hardt e Toni


Negri hanno reso possibile uno spostamento teorico deci­
sivo, mettendo in luce che il processo di globalizzazione
produce una progressiva dissoluzione della sovranità na­
zionale, e riposizionando la critica anticapitalistica all’al­
tezza della globalità. Grazie a quel libro i progressisti di
tutta la terra hanno capito che la lotta sociale non può più
essere compresa entro i limiti della forma nazione, poiché
la sovranità nazionale è definitivamente dissolta, nell’epo­
ca delle reti. E questa dissoluzione è irreversibile, per cui
occorre pensare in termini globali anche i processi di for­
mazione dell’autonomia dal capitale.
La questione europea va vista entro questo contesto,
come dissoluzione progressiva delle sovranità nazionali.
Di conseguenza ogni nostalgia di ritorno alla sovranità
nazionale va considerato come l’innesco di una dinamica
reazionaria di tipo nazionalistico. Fin qui ci siamo.
Ma questo non poteva e non può significare che la ten­
denza globalizzante del semiocapitale possa di per sé con­
siderarsi un processo liberatorio, progressivo. L’alternativa
tra sovranismo e globalizzazione è tutta interna alla dina­
mica del capitale e l’interesse della società finisce comun-
INTRODUZIONE: FUORI, FUORI, MA FUORI DA DOVE 31

que schiacciato finché non esce da questa alternativa. A


questa altezza si pone il problema dell’autonomia sociale
nell’epoca globale.

Quanto alla questione europea, occorre affermare che


la cessione di sovranità da parte degli stati europei non è
stata una scelta politica volontaria, ma l’effetto di un pro­
cesso di sottomissione economica, tant’è vero che non si
cede sovranità politica a una forma superiore di potere
rappresentativo. Non esiste alcuna istanza politica sovra-
nazionale a carattere rappresentativo e dotato di potere
decisionale, non c’è un Parlamento europeo dotato di
qualche potere (se non quello di chiacchierare), non c’è
un governo europeo, ma organi di decisione tecnica privi
di legittimazione popolare. La sovranità politica nazionale
è stata dunque sostituita da regole che non sono sottopo­
ste alla decisione politica ma all’automatismo finanziario.
Il nome di questo potere senza sovranità e senza legittimi­
tà rappresentativa è “governance”.
Come molti altri nel 2005 io condivisi la posizione che
Negri rese pubblica in una dichiarazione firmata insieme
a Dani Cohn Bendit, per cui non è mia intenzione addos­
sare a Negri e Cohn Bendit alcuna responsabilità se non
quella di non aver capito bene cosa stava accadendo. Ma
oggi occorre riconoscere che quella nostra posizione era
subalterna al processo di globalizzazione finanziaria.
La dissoluzione della sovranità nazionale, infatti, si
coniugò con la instaurazione di un dominio economico
transnazionale il cui effetto (oggi lo vediamo bene) è la di­
struzione di ogni possibilità di resistenza sociale e di ogni
azione politica democratica. Questa situazione di impo­
tenza della società e della volontà politica ha finito per ec­
citare reazioni di tipo nazionalistico, di cui il risultato del
referendum franco-olandese del 2005 fu soltanto il primo
esempio. In quella occasione solo la destra interpretò la
resistenza della società contro l’aggressione neoliberista.
Dieci anni dopo, dopo l’estate amara del 2015 in cui la
32 LA NONNA DI SCHÄUBLE

resistenza di Syriza è rimasta isolata e sconfitta, la sola al­


ternativa rimasta all’arroganza colonialista dell’Unione ri­
mane la reazione sovranista in tutte le sue orribili manife­
stazioni. Il globalismo capitalistico si incarna ormai in una
forma di colonialismo finanziario a dominante tedesca, e il
sovranismo prende forme di nazionalismo talvolta aperta­
mente razzista e in qualche caso dichiaratamente fascista.
Dopo la sconfitta e l’umiliazione di Syriza la credibilità
della sinistra sembra definitivamente scomparsa in ogni
paese europeo, e non occorre Cassandra per prevedere
che nei prossimi anni la società possa sfuggire all’alterna­
tiva devastante tra impoverimento colonial-finanziario e
violenza fascista emergente.

Le passioni e l’interesse

L’esperimento europeo si costituì lungo due assi cultu­


rali. Il primo è quello che oppone la nazione francese e la
nazione tedesca, ma più profondamente oppone la cultura
della legge a quella dell’appartenenza, la visione politico­
giuridica deirilluminismo a quella storica e culturalista
del Romanticismo. Il secondo asse è quello che oppone
la severità gotica del Protestantesimo nordico alla dissi­
pazione spettacolare del Barocco che trova la sua sede nei
territori della Controriforma cattolica.
Come vedremo queste due tensioni si collocano su pia­
ni diversi, e richiedono diverse forme di approccio. A mio
parere è lungo queste due differenti linee di tensione che
la storia dell’Unione europea si è svolta, per giungere oggi
al suo fallimento. Dal momento che la storia politico-mili­
tare del continente nei due secoli moderni è stata segnata
dal conflitto tra Francia e Germania, la pace che segue al
secondo conflitto mondiale si fonda su un tentativo di su­
peramento di quella opposizione. Da questo superamento
prende forma il processo di unificazione. Per non ripetere
il catastrofico errore del Congresso di Versailles, i debiti
INTRODUZIONE: FUORI, FUORI, MA FUORI DA DOVE 33

di guerra tedeschi vennero condonati nella Conferenza di


Londra del 1953. E nel 1957 la Comunità Economica Eu­
ropea avviò un processo di progressivo avvicinamento e
integrazione.
Per dar vita all’Unione si scelse opportunamente una
strada diversa da quella del processo di formazione delle
nazioni moderne, che era fondato sul rafforzamento dei
legami politici basati sull’omogeneità etnica linguistica e
culturale. Per sciogliere l’opposizione tra Romanticismo
e Illuminismo i promotori dell’Unione scelsero di togliere
ogni enfasi passionale dal processo di integrazione.
L’Europa non è una nazione, e non deve esserlo per
evitare le retoriche pericolose che hanno infiammato la
storia moderna del continente.
Quale fu allora il fondamento dell’integrazione, dove
si potevano trovare i riferimenti filosofici capaci di sorreg­
gere un processo di immensa complessità, come quello di
creare uno spazio comune a comunità nazionali che pro­
vengono da un passato di conflitto, di odi, di differenze
culturali inconciliabili?
Non la passione ma l’interesse deve porsi alla base
dell’integrazione. Non il corpo passionale del popolo ma
il freddo calcolo del comune interesse alla prosperità: que­
sta è l’intuizione che guida i fondatori dell’Unione. E la
mediazione filosofica più alta cui l’Europa potesse aspi­
rare per fondare il processo di unificazione fu quella del
pensiero di Kant, l’unico pensatore che abbia saputo fon­
dere la tradizione illuminista di derivazione francese con
10 spirito analitico germanico.
L’analitica trascendentale kantiana è il metodo filoso­
fico che guida verso la costituzione di un organismo po­
litico senza politica. Come nella Critica della ragion pura
11 processo conoscitivo viene fondato a partire dall’archi­
tettura trascendentale delle categorie che non hanno cor­
po né soggettività, ma istituiscono la possibilità di dare
forma al mondo, così nel processo di formazione dell’or­
ganismo europeo le regole formali precedono e fondano
34 LA NONNA DI SCHÄUBLE

l’integrazione delle funzioni in cui si articola la società


europea.

Un insieme politico fondato sull’interesse e sull’eva­


cuazione della corporeità passionale: questa è l’Europa
che trova nella governance il suo metodo precipuo. Go­
vernance è infatti la predisposizione di un insieme di di­
spostivi astratti entro i quali le relazioni sociali debbono
dispiegarsi, pena l’espulsione.
Naturalmente questo implica una cancellazione della
democrazia moderna, anche se i politici europei non han­
no mai espresso con chiarezza questo passaggio, troppo
pavidi per esplicitare le condizioni epistemiche di esisten­
za dell’Unione.
La democrazia è un modello pericoloso perché chiama
sulla scena il corpo del popolo, ne esprime le volontà e le
tensioni. E questo è ciò che l’Unione intende costitutiva­
mente evitare.
La nenia giornalistica secondo cui occorre “più Eu­
ropa politica” è in effetti un segno di incomprensione di
quel che l’Unione Europea è strutturalmente. La novità
e la genialità della costruzione europea sta tutta in que­
sta evacuazione del corpo passionale che si esprime nella
democrazia. Ovviamente non si può dire perché la reto­
rica della democrazia rimane scritta in tutti i documenti
dell’ipocrisia europea. Ma l’“io penso” kantiano cancella
la possibilità di una intrusione della corporeità passionale,
ovvero della soggettività democratica, nell’articolazione
delle categorie trascendentali.
Il Parlamento si elegge ogni quattro anni (quattro o
cinque o sei? E chi se ne ricorda? non ha nessuna impor­
tanza), ma tutti sanno che si tratta di un rituale costosetto
ma totalmente inutile, dal momento che l’Unione non è e
non può essere una democrazia rappresentativa.

L’Europa può funzionare fin quando garantisce la pro­


sperità senza pretendere di garantire la rappresentanza.
INTRODUZIONE: FUORI, FUORI, MA FUORI DA DOVE 35

Cosa succederebbe il giorno in cui l’Unione non fosse più


capace di garantire una lineare crescita della prosperità
dei suoi cittadini (che non sono affatto cittadini, ma sono
piuttosto funzioni dipendenti da un sistema di governance
integrato)?
L’evacuazione del corpo passionale funziona fin quan­
do l’interesse di ciascuno è soddisfatto dai ritorni eco­
nomici che l’integrazione funzionale garantisce. Quando
per qualche ragione la prosperità smettesse di crescere,
quando l’interesse non fosse più in grado di garantire l’a­
desione delle funzioni dipendenti al sistema integrato c’è
da temere che l’intera costruzione dell’Unione europea
inizierebbe a sgretolarsi.
E proprio quello che è accaduto a partire dal 2008,
quando le conseguenze del collasso finanziario americano
si manifestarono nel sistema bancario europeo mettendo
in moto un processo di impoverimento senza preceden­
ti, e avviarono l’inarrestabile processo di disintegrazione
al quale stiamo assistendo. Ecco allora che l’analitica tra­
scendentale si trova a dover rendere conto con crescente
difficoltà al riemergere del corpo.

La governance tra Kant a Schopenhauer

Per pensare il collasso europeo propongo di ricordare il


modo in cui Schopenhauer si pone di fronte all’s“io penso”
kantiano. Io detesto con tutte le mie forze l’antipatico Ar­
thur, come sua madre che a un certo punto gli disse figlio
mio sei tanto stronzo che non ti voglio rivedere più, ma oc­
corre riconoscere che fu un genio filosofico. Il suo punto di
partenza è un ripensamento critico del discorso kantiano.
I fenomeni di cui parla Kant si danno conoscitivamente
solo secondo le forme proiettive che appartengono all’ap­
percezione trascendentale, cioè secondo categorie prive
di contenuto esperienziale. Trascendentale, nel linguaggio
kantiano, significa privo di ogni esperienza. Dunque l’e­
36 LA NONNA Dl SCHÄUBLE

sperienza si svolge entro condizioni percettive che non si


sono formate nell’esperienza, ma che esistono nella costi­
tuzione della mente umana, che Kant definisce: ich denke.
L’io penso è la costituzione trascendentale della catego-
rizzazione e quindi della percezione e proiezione del mon­
do. Il mondo fenomenico non preesiste all’io penso, dal
momento che ne è costituito. Similmente la società euro­
pea non preesiste all’atto di concettualizzazione normativa
che prende il nome di “governance”.
Lio penso kantiano è la dimensione costitutiva rispet­
to al mondo conosciuto, ma è dimensione pura rispetto al
mondo storico costituente. Da questo punto, come sappia­
mo, anche la critica hegeliana prende le mosse per riem­
pire la soggettività di contenuto storico, poiché a Hegel la
ragione kantiana appare come indeterminata vuota univer­
salità, ed Hegel vuole che la Ragione divenga processo di
auto-affermazione della soggettività nel corpo della storia.
Schopenhauer va in un’altra direzione, che mi interessa
di più.
Ne 11 mondo come volontà e rappresentazione Schopen­
hauer riparte dall’ich denke kantiano, ma ne rileva l’inde­
terminatezza.
Lio penso di Kant, egli dice, non ha un corpo. Dobbia­
mo dare un corpo all’io penso, perché esso non rimanga
“alata testa d’angelo, senza corpo”.
L’individualità corporea infatti si presenta duplicemen­
te: da un lato è un oggetto tra gli altri oggetti, un feno­
meno, una rappresentazione proiettata nel mondo dall’in­
tenzionalità del soggetto trascendentale. Ma è anche la
formicolante organica e storica materialità che alimenta
l’attività conoscente.

Schopenhauer compie il gesto costitutivo del mate­


rialismo. Partendo dal soggetto trascendentale kantiano
ne vede il limite di indeterminatezza, ma per rimediare a
questa assenza di determinazione va nella direzione con­
traria a quella in cui nello stesso periodo va Hegel. Invece
INTRODUZIONE: FUORI, FUORI, MA FUORI DA DOVE 37

di iscrivere il soggetto in un divenire spirituale e storico,


Schopenhauer fonda l’intenzionalità in un corpo. Non
sembra forse di veder tornare l’affetto spinoziano come
corpo pulsante della soggettività che pensa? Forse Scho­
penhauer è una specie di Spinoza dark.
Infatti Spinoza fonda il suo discorso sulla corporeità su
un’apertura senza limiti.

Il corpo umano può essere affetto in molti modi dai quali la


sua potenza di agire viene aumentata o diminuita... cosa pro­
priamente possa il corpo nessuno l’ha ancora propriamente
determinato cioè finora l’esperienza non ha ancora insegnato a
nessuno che cosa il corpo possa fare in base alle sole leggi della
natura considerata solo come corporea e cosa non possa fa­
re se non sia determinato dalla mente (Baruch Spinoza, Etica,
Parte terza, Origine e natura degli affetti).

Al contrario Schopenhauer, dopo aver affermato (e


questo è il suo merito) che la volontà trova il suo fonda­
mento e la sua condizione di possibilità nel corpo, chiude
programmaticamente il discorso affermando che:

Nel nostro volere in generale sta la nostra disgrazia: che cosa


noi vogliamo poco importa. Ma il volere non può mai trovar
soddisfazione: onde noi mai non cessiamo di volere e la vita
è un continuo soffrire poiché essa non è che il fenomeno del
volere, il volere obicttivato.

Dal 2008 siamo entrati nell’epoca schopenhaueriana


d’Europa, perché il tentativo kantiano di fondare una co­
munità senza corpo è fallito nel momento in cui la prospe­
rità crescente si è interrotta e il corpo si è manifestato co­
me sofferenza, come povertà, e quindi come fastidio dello
stare insieme. Il riemergere dei nazionalismi è diventato a
questo punto incontenibile, e l’Europa si è avviata verso
un’esplosione che a mio parere non può essere rinviata
indefinitamente.
L’illusione che fosse possibile costituire una comunità
politica sulla base degli interessi, senza doversi misurare
38 LA NONNA DI SCHÄUBLE

con le passioni e con la corporeità sociale si è infranta nel


momento in cui ci siamo resi conto del fatto che gli in­
teressi non sono indefinitamente integrabili, né sempre
risolvibili pacificamente. Anzi, il campo degli interessi
non è meno conflittuale del campo delle passioni, almeno
quando gli interessi non riescono a integrarsi fra loro in
modo da garantire a tutti le stesse opportunità. E quando
l’armonia tra gli interessi si infrange a quel punto ecco le
passioni riemergere, spesso rabbiose.
Nel momento in cui l’aggressione neoliberale si impo­
ne in Europa, nel momento in cui il capitalismo finanzia­
rio comincia ad affondare le unghie nella carne europea,
l’utopia kantiana va in pezzi.
È il momento di Schopenhauer, violento reazionario
misogino.
Parte prima
Prima del collasso
Nelle prossime pagine si possono leggere articoli usciti
in diversi contesti negli ultimi vent’anni, a cominciare da
un articolo uscito sulla rivista “DeriveApprodi”, 1996.
Politiche nEUROPAtogene1

Il Trattato di Maastricht appesta le società europee,


nella produzione nella cultura nella psiche e nella vita
quotidiana. Non si potrebbe immaginare un percorso
più assurdo per costruire un’entità politica viva di quello
scelto da coloro che hanno avviato l’unificazione europea
sulla base di un vincolo finanziario che costringe entro i
suoi parametri ogni forma di vita sociale. L’assunzione del
principio di competitività come criterio sommo dell’agi-
re sociale non può che avere effetti devastanti sul piano
psicosociale. Questo principio è produttore di ansietà,
aggressività, colpevolizzazione oppure apatia, depressio­
ne. Lina società che adotta la parola d’ordine denghista
“arricchitevi” come imperativo universale è destinata a
diventare una società criminale, in cui ogni comportamen­
to è legittimato dal fine supremo. Non a caso le mafie,
durante l’ultimo decennio, si sono moltiplicate in tutto il
mondo parallelamente al trionfo dell’economicismo libe­
rista e la violenza entra sempre più a far parte del grande
gioco economico, fino a pervadere capillarmente l’econo­
mia di intere zone del pianeta. L’orizzonte di tutto questo
è disegnato dagli accordi di Maastricht. Cosa sono questi
accordi? Sono l’imposizione di un modello di tipo iper-
liberista all’insieme sociale europeo, con la supervisione

1 Articolo uscito nel 1996 sulla rivista “DeriveApprodi”.


42 LA NONNA DI SCHÄUBLE

superciliiosa e severa della Bundesbank. Non si può im­


maginare niente di più pericoloso, sul piano politico, del
congegno politico-comunicativo costituito da Maastricht.
Un congegno essenzialmente nEUROPAtogeno. Un con­
gegno fondato su un quadrilatero penitenziale: la colpa, il
sacrificio, il premio, la punizione.
La colpa di cui sono portatori i cittadini europei è
quella di non voler lavorare ai ritmi e alle condizioni di un
operaio di Singapore, e quella di aver ottenuto salari più
alti di quelli di un sottoproletario malaysiano. La colpa di
vivere troppo a lungo, di non crepare disciplinatamente a
sessant’anni, così da permettere allo stato di incamerare
i contributi versati nel corso di una vita di lavoro. E se
questa è la colpa quale sarà il sacrificio? Il sacrificio con­
sisterà nel dover lavorare per tutta la vita alle condizioni
decise unilateralmente dal capitale. Il sacrificio sarà quello
di rinunciare a un livello di vita decente. Dopo di che, se
i supervisori della Bundesbank riterranno che abbiamo
sufficientemente rinunciato al piacere dell’esistenza, ecco
il premio, che consiste nell’essere competitivi come l’eco­
nomia coreana. Un bel premio davvero. E la punizione?
La punizione sarà la vergogna di non essere più meritevoli
d’essere in Europa. E la punizione saranno anche disastro­
se conseguenze economiche, occupazionali e così via per
mancanza di competitività.
Se questa è l’Europa io la odio. E come me la odierà
un numero crescente di persone in tutti i territori euro­
pei e anche in quelli confinanti, mentre il continente si
fa sempre più blindato militarmente quanto più si integra
economicamente.
Il dispositivo sociale e comunicativo messo in moto
dalla psicosi di Maastricht è destinato a produrre effetti di
ansia, di aggressività e di violenza. Un precedente esiste.
È la Germania degli anni Venti, sottoposta alla pressione
degli accordi post-bellici del Trattato di Versailles. Com’è
andata a finire quella volta lo sappiamo. L’Europa andrà
a finire così?
PRIMA DEL COLLASSO 43

Bagliori di follia sull’orizzonte adriatico. Pensate di


essere in salvo, pensate di essere al riparo dalla tempe­
sta? Non fatevi illusioni, non ci saranno frontiere che vi
proteggano dalla furia scatenata degli elementi. Quante
Albanie covano nelle pieghe della società tardo-moderna,
quante si preparano a prendere il largo lungo le coste del
Mediterraneo?
Sul pianeta terra il 20 per cento della popolazione con­
suma l’8O per cento delle risorse. Pensate che il restante
80 per cento rimarrà buono buono ad attendere il giorno
in cui accetteremo di redistribuire un po’? Dal sud del
mondo emerge un novello Sansone pronto a crepare con
tutti i filistei. La società planetaria si divide in due zone:
un ristretto circuito cablato digitale inaccessibile e un’im­
mensa popolazione residuale che impazzisce e si dilania
là fuori. Che se ne frega. Ma pensate che possa durare in
eterno così? Il circuito cablato della classe virtuale potrà
continuare a dominare in eterno anche mentre il pianeta
residuale accelera la sua disintegrazione?
L’Onu fa notare che l’Italia non rispetta il diritto di
asilo con gli albanesi che chiedono di poter essere accolti
come profughi, tutti si chiedono adesso: cosa siamo andati
a fare in Albania?
Nessuno sa quale direzione possa prendere l’eroica
spedizione senza scopi. Ma questo non è solo il segno
(prevedibile) dell’insipienza italiana, della risibile proso­
popea patriottica dei polli d’allevamento del PDS. Questo
è soprattutto il segno dell’incancrenimento del progetto
europeo. L’Albania è entrata in scena quando il sistema
globale della comunicazione ha chiamato questi nuovi at­
tori entro la scena dell’agire planetario. Ma non è possibile
promettere globalità a mezzo comunicazione e poi negare
globalità a mezzo di salario. Il salario non può essere più
a lungo la norma universale. Il lavoro non può essere più
a lungo il criterio di accesso all’universo dell’esperienza
sociale. L’Europa di Maastricht sta disegnandosi come
una creatura paranoica. Porterà alla precipitazione violen-
44 LA NONNA DI SCHÄUBLE

ta all’esplosione di cento Albanie. L’Europa si chiude a


riccio, e questa è la conseguenza della trappola di Maa­
stricht. Quanto più forte diviene la presa del finanziario
sulla vita sociale europea, tanto più chiusa e aggressiva
diviene la sua politica verso il mondo. 11 sogno originario
degli europeisti come Altiero Spinelli e Jean Monnet è qui
sovvertito. Invece di essere un fattore di pace la costru­
zione europea sta diventando un fattore di chiusura e di
guerra.
Ma l’intero castello finanziario che sorregge Maastricht
(il cartogramma virtuale entro cui le società reali debbono
essere costrette) non sarà mai completato. I parametri che
costituiscono la sua armatura non possono essere rispetta­
ti da nessuno se si eccettua il Lussemburgo.
Lo sanno tutti ma nessuno lo dice, perché questa caro­
ta della scadenza europea e dei parametri in cui dobbiamo
costringerci permette di usare il bastone contro le pen­
sioni, contro la spesa pubblica, contro il salario e la qua­
lità della vita. Ma soprattutto permette di usare il bastone
contro gli stranieri del Nord Africa, dell’Albania, che ven­
gono percepiti come la zavorra di cui ci si deve liberare
perché potrebbe impedirci di “entrare in Europa”.
Il ceto politico non sa inventare altra strada che riper­
correre in ritardo le strade disastrose del thatcherismo.
Massacrare la società nelle diverse aree europee, nella rin­
corsa di un sogno divenuto grigiastro e informe. Correre,
correre, e chi non sa correre crepi.
Per un’Europa minore2

All’inizio del giugno 2003, sollecitati da un interven­


to firmato da Jürgen Habermas e Jacques Derrida, alcuni
prestigiosi intellettuali sono intervenuti scrivendo brevi
saggi per contribuire al processo di unità europea che at­
traversa un momento di particolare delicatezza e dramma­
ticità. Era ora che accadesse qualcosa del genere, perché
negli anni passati il progetto politico europeo non ha su­
scitato né mobilitazioni sociali né riflessione intellettuale
né passioni civili. Fino a questo momento il processo di
unità europea è stato affare di banchieri e di burocrati,
asettica costruzione di ingegneria amministrativa. Il con-
cetto-Europa è rimasto così sfocato, la discussione intorno
all’elaborazione di una Carta Costituzionale ha coinvolto
soltanto le elite politiche, ed esangue è stato l’interesse per
il processo di creazione di un’entità politica originale.
Non sono certo da rimpiangere le retoriche naziona­
liste che accompagnarono in altri tempi i processi di for­
mazione di nuove entità politiche, tra squilli di tromba e
proclami di aggressiva superiorità. Ma nel processo di uni­
tà europea è in gioco l’unica possibile invenzione politica
capace di innovare il panorama mondiale. Perciò concet-
tualizzare lo spazio europeo dovrebbe diventare finalità
principale del pensiero critico.

2 Articolo uscito sulla rivista “Multitudes”, autunno 2003.


46 LA NONNA DI SCHÄUBLE

L’appello di Habermas e Derrida ha dunque una fun­


zione positiva, perché chiama ad una assunzione di re­
sponsabilità intellettuale ed indica l’Europa come il focus
di un’attenzione non solo politica ma anche filosofica. Ma
temo che il paradigma di pensiero entro il quale si muove
il loro contributo sia inadeguato a far fronte alla situazione
attuale. Il tentativo di Habermas e Derrida appare nobile
ma perdente, perché assume il punto di vista di un’identi­
tà culturale del passato.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito alla disfatta del


progetto unitario europeo così come esso è maturato fino
a questo momento. E questa disfatta è legata all’obsole­
scenza del paradigma concettuale umanistico e illuminista
entro il quale la storia europea si è mossa, e che forse non
è più capace di elaborare quanto di nuovo emerge nella
storia del mondo.
I segni della disfatta sono emersi evidenti nel confron­
to che ha opposto il nucleo franco-tedesco dell’Unione
europea al fronte bellicista che si è costruito al seguito
della Presidenza Bush. La prima finalità della presidenza
americana nella guerra iraqena della primavera del 2003
era la sconfitta e la divisione dell’Unione europea. Questo
scopo è stato raggiunto. L’Europa deve ridefinire strategi­
camente non solo la sua funzione geopolitica, ma anche la
sua specificità culturale e sociale, se vuole avere un ruolo
originale ed autonomo, se vuole conquistare il diritto all’e­
sistenza.

Il nazional-liberismo: devastazione sociale


e guerra preventiva

Il fronte bellicista che si è costituito sotto la direzione


della presidenza Bush ha come missione l’estensione illi­
mitata del principio liberista. Anche se è ormai evidente
che il primato degli interessi privati sull’interesse colletti-
PRIMA DEL COLLASSO 47

vo ha portato al collasso le strutture della vita sociale ci­


vilizzata, i gruppi dominanti dell’economia mondiale non
hanno intenzione di recedere da queste politiche, anzi vo­
gliono portare alle estreme conseguenze la privatizzazione
di ogni fonte energetica, di ogni spazio comunicativo, di
ogni bene e servizio primario. L’egoismo nazionalista o di
clan prevale ormai sulle retoriche del globalismo. L’inter­
vento statale autoritario si sostituisce sempre più spesso
alle dinamiche del libero mercato per imporre gli interessi
delle grandi corporation. Un liberismo nazionalista, inti­
mamente antiglobalista, è quello che si va formando sotto
lo scudo dell’infinita guerra americana. Lo chiameremo
nazional-liberismo. La privatizzazione dell’acqua, del pa­
trimonio genetico, dello spazio della comunicazione sono
nuovi campi nei quali si proietta il disegno di conquista
delle corporation globali. Soltanto se sarà autonomo da
questa tendenza, e saprà avviarne il rovesciamento, il pro­
cesso europeo avrà un senso. Ma l’attuale gruppo dirigen­
te europeo non ha né la cultura né l’intenzione né soprat­
tutto la potenza per opporsi al disegno nazional-liberista.
Perciò non può portare a compimento il progetto euro­
peo, che deve invece diventare oggetto di riflessione e di
azione dei movimenti sociali anticapitalisti. Solo a questa
condizione il processo di unificazione europea avrà carat­
teri di originalità. E in questo modo i movimenti sociali
antiliberisti troveranno una finalità positiva.

L’illusione pericolosa del nazionalismo europeo

Nel corso dell’ultimo anno, in coincidenza con l’ac­


centuazione dei toni bellicisti dell’amministrazione ame­
ricana, si erano diffuse illusioni sull’autonomia dell’entità
politica europea. Nonostante la condizione di minorità
strategico-militare, anzi proprio grazie al basso profilo mi­
litare dell’entità europea, molti hanno creduto che l’Eu­
ropa a guida franco-tedesca potesse costituire un’alterna-
48 LA NONNA DI SCHÄUBLE

tiva al modello americano. A mio parere è stato un modo


sbagliato di impostare la questione. Ponendo il problema
in questi termini si è finito per ragionare sul progetto po­
litico europeo in termini nazional-europei. L’idea che un
polo franco-tedesco-russo possa costituire il partito della
pace e un punto di resistenza contro il nazi-liberismo non
ha fondamento.
La Francia e la Germania difendevano i loro interessi
economici e geopolitici quando si sono opposti alla stra­
tegia americana di guerra d’aggressione. E i loro interessi
economici e geopolitici sono perdenti.
Lo spettacolo militare dal titolo nazistoide Shock and
Awe cui abbiamo dovuto assistere impotenti nella prima­
vera del 2003 mostra con chiarezza che la strategia ameri­
cana mirava a minacciare e a terrorizzare non solo i paesi
arabi, non solo il mondo islamico, ma anche tutte le po­
tenze nazionali e tutte le forze sociali che vogliono cercare
strade alternative alla dittatura globale nazi-liberista. Se a
questa minaccia opponiamo un progetto di tipo nazionali­
sta europeo la battaglia è perduta in partenza.
A nulla varranno le alchimie sulle modalità decisionali.
L’Europa è divisa e subalterna, e non riuscirà a diventare
una potenza militare capace di ostacolare o di condizio­
nare il nazi-liberismo americano. E se lo diventasse, co­
struendo un esercito potente e unificato, e una improba­
bile capacità di decisione politico-militare, questo sarebbe
un incubo ulteriore, non la liberazione dagli incubi pre­
senti.

Leredità perduta dell’illuminismo europeo

Con l’appello di Habermas e Derrida, l’aristocrazia in­


tellettuale europea ha tentato di rilanciare un disegno più
alto, fondato sull’eredità culturale europea. Ma cosa resta
vivo di questa eredità? Cerchiamo di individuare gli ele­
menti essenziali della tradizione politica europea: alla base
PRIMA DEL COLLASSO 49

vi troviamo la lezione dell’Umanesimo che pone l’univer­


salità della ragione umana al posto della forza. Vi trovia­
mo inoltre gli elementi distintivi della storia politica della
modernità quale si è costruita attraverso passaggi decisivi
come la Rivoluzione francese, l’affermazione wilsoniana
della autodeterminazione dei popoli, la Dichiarazione dei
diritti dell’uomo e il processo di decolonizzazione.
Il senso comune di questi passaggi consiste nella so­
spensione della forza a favore del diritto che è manifesta­
zione della universalità della Ragione. Qui sta la specificità
dell’epoca moderna, ma questa specificità sembra cancel­
lata del dilagare della violenza particolaristica, dal diffon­
dersi di armamenti di distruzione di massa, dell’affermarsi
di un regolatore politico egemonico ma non universale,
un regolatore che non è la legge, il diritto o la Ragione, ma
il terrore, l’uso della forza come elemento di minaccia, di
costrizione.
I due elementi filosofici fondamentali della modernità
di cui la cultura europea è stata il fulcro, stanno nell’affer­
mazione illuministica di diritti umani fondati sul carattere
universale della Ragione, e nella affermazione romantica
di una identità popolare, nazionale, territoriale. Ma pro­
prio questi due irrinunciabili fondamenti dell’identità cul­
turale europea sembrano uscire dalla scena del mondo.
La deterritorializzazione prodotta dall’Info-Capitali-
smo e dalla telematica digitale ha messo in crisi le forme di
identità tradizionali e al tempo stesso ha eccitato reattiva­
mente le rivendicazioni di identità. Le identità non sono
scomparse, ma si sono trasformate in ossessioni reattive,
aggressive e risentite. Quel che rimane del Romanticismo
è oggi degradato in forme nazional-popolari o, peggio, in
localismo razzista e comunitarismo securitario. Il Roman­
ticismo non ha più alcun carattere progressivo, e l’Illumi­
nismo non ha più alcuna potenza di governo universalista
perché nella società reale prevalgono i particolarismi ar­
mati l’uno contro l’altro.
50 LA NONNA DI SCHÄUBLE

La barbarie

Il confronto che il gruppo neo-conservatore ha soste­


nuto con l’ONU e l’UE ha sancito la fine del primato del
diritto. Nei mesi che hanno preparato e seguito la guerra
iraqena la presidenza americana ha mirato ad affermare
una cosa essenziale: nulla ha più rilevanza se non la for­
za. Chi possiede la forza può fare tutto, e nulla è limite
all’esercizio della forza. Perciò il Consiglio di sicurezza
dell’ONU e la Unione europea sono state dichiarate irri­
levanti nel momento in cui si distanziavano dalle decisio­
ni di guerra preventiva. La presidenza americana non ha
tentato di occultare o attenuare il senso della sua azione.
Il primato della forza è divenuto un elemento della dot­
trina. Occorre prenderne atto: è questa la nuova dottrina
che prende il posto dell’universalismo politico moderno:
il diritto non conta niente, solo la forza vale. Per il fon­
damento illuministico della costruzione culturale europea
ciò segna una disfatta.
Non si può pensare di fermare la barbarie post-moder­
na riaffermando principi le cui basi sociali si sono dissolte.
La base sociale dell’illuminismo è stata in Europa l’esisten­
za di una borghesia egemonica nella produzione nella po­
litica e nella cultura. Quella borghesia produttiva di tipo
protestante e democratico non esiste più, o comunque ha
perduto il suo ruolo egemone. La società del semiocapi-
talismo postindustriale produce e scambia essenzialmente
merce linguaggio. La legge rigorosa di determinazione del
valore delle merci in base al tempo di lavoro necessario è
sostituita dall’aleatorietà dei valori fluttuanti. La menzo­
gna, la violenza, l’arbitrio, la relazione mafiosa non sono
più eccezionali deviazioni dalla norma, ma la regola stessa
dell’infocapitale.
La premessa della democrazia moderna era l’esistenza
di una sfera pubblica nella quale poteva formarsi un’opi­
nione pubblica relativamente indipendente, una seconda
condizione era il rispetto di questa volontà da parte del
PRIMA DEL COLLASSO 51

potere politico. Il consenso era la base della democrazia.


Ma oggi di tutto questo rimangono solo la retorica e i ri­
tuali, non più l’effettiva sostanza. Non esiste più alcun
processo di formazione dell’opinione che sia indipendente
dal potere sterminato dei media dominati dal grande capi­
tale. Non esiste più l’efficacia della decisione democratica,
perché la forza ha preso il posto di comando.

Il 15 febbraio è stato il punto di arrivo della storia del


movimento globale iniziato a Seattle. Dopo il 15 febbraio
la storia di quel movimento è arrivata a una svolta. Il mo­
vimento si è fondato sulla premessa che la mobilitazione
dimostrativa è capace di erodere il consenso alla politica
liberista. Era vero, è stato vero da Seattle a Genova. Ma do­
po I’ll settembre non ha più molto senso continuare nella
politica dimostrativa, nella rituale contestazione (violenta o
non violenta non importa) dei summit del potere globale.
Il ceto economico politico e militare rappresentato da Bush
è un conglomerato di interessi che non possiamo fermare
con la critica politica, erodendo consenso. Esso può fabbri­
care la guerra a suo piacimento, e in questo modo imporre
il consenso. Esso ha gettato i semi di una guerra infinita da
cui non sarà possibile uscire per volontà politica.
L’atteggiamento deH’amministrazione Bush dopo il 15
febbraio significa semplicemente questo: “non abbiamo
alcun bisogno del consenso. Esercitiamo il potere grazie
all’uso della forza, grazie al terrore sistematico e alla ge­
stione di un apparato globale di infiltrazione della Mente
collettiva i cui vertici sono Rupert Murdoch e Bill Gates, e
i cui vassalli sono i piccoli mafiosi locali come Berlusconi”.
Occorre capire il messaggio che proviene dalla presi­
denza Bush, e tirarne la logica conseguenza: il movimento
deve modificare il suo metodo d’azione. Ha ottenuto in
questi anni un risultato straordinario: ha eroso il consenso
alle politiche liberiste, ha avviato un processo di autorga-
nizzazione del lavoro cognitivo. Ma ora il contesto è mu­
tato in maniera così drammatica che non avrebbe senso
52 LA NONNA DI SCHÄUBLE

continuare sulla stessa strada. L’epoca delle contestazioni


globali ai summit globali è finita, dopo Genova e dopo
Manhattan.

No« cè alcuna speranza. Inventiamola

È difficile, in questo momento, affermare che c’è una


speranza. Perfino nei momenti più terribili della storia del
Novecento, quando le truppe della Wehrmacht invadeva­
no l’Europa e la bestia nazista si avventava sulle sue vitti­
me indifese, una speranza all’orizzonte si vedeva. Era la
speranza del comuniSmo che animava milioni di operai,
era la speranza della democrazia, era la speranza del pro­
gresso tecnico e sociale. Ma oggi di quelle speranze non è
rimasto nulla. La parola comuniSmo evoca memorie di op­
pressione di ipocrisia e di oscurantismo. La parola demo­
crazia ha perduto ogni credibilità da quando Bush se ne è
fatto paladino. La tecnica ha ottenuto successi strepitosi,
ma di questi successi si è appropriato il sistema di potere,
facendone strumenti di controllo, di violenza e di morte.
Non possiamo parlare a nome della speranza, perché solo
gli ipocriti possono dire oggi di nutrirne.
E neppure possiamo fermarci al dato di fatto della
disperazione, come se questa fosse l’ultima parola nella
storia dell’umanità. Noi dobbiamo inventare. Questo è
il compito del movimento nella fase che si apre. Inven­
tare ciò che non esiste e sabotare ciò che esiste. Disertare
ogni luogo in cui si perpetua il dominio lo sfruttamento la
guerra e costruire un nuovo orizzonte.
L’Europa è da inventare. Quella di cui parlano i po­
litici che siedono a Bruxelles è un cadavere. Dobbiamo
inventare il concetto capace di funzionare come principio
generativo di un corpo nuovo, originale, mai visto, eppu­
re adeguato alla ricchezza che il semiocapitale ha susci­
tato ma comprime, alle potenzialità contenute nella rete
dell’intelletto generale.
PRIMA DEL COLLASSO 53

Europa non è una identità, ma un divenire nel quale


sono messe in gioco enormi forze sociali ed economiche
alle quali manca un orizzonte positivo.
È forse Europa un territorio? Direi proprio di no. Eu­
ropa non può intendersi come relazione tra territori nazio­
nali o regionali. Non è uno stato internazionale, non è un
patto tra nazioni.

Europa rete di reti

Se ci chiediamo che cosa sia Europa nella nostra espe­


rienza, dovremo rispondere: Europa è una rete di reti.
Ma una rete ha caratteristiche nuove rispetto alla storia
delle politiche territorializzate. Prima di tutto la rete non
ha geometria fissa, può allargarsi o restringersi a seconda
delle specifiche funzioni che deve svolgere. Inoltre una
rete può convivere con un’altra senza sovrapposizioni ter­
ritoriali, e può interagire con un’altra senza identificarsi
con essa.
Porsi il problema della costituzione nello spazio euro­
peo significa dunque costituzionalizzare il divenire, per­
ché le reti non sono, ma divengono.
Si può costituzionalizzare il divenire?
È possibile solo pensando a una costituzione che sia
simile a un software, un insieme di tecniche predisposte a
mutare le regole man mano che si modifica il loro conte­
nuto applicativo.
E il metodo generale è quello del privilegio della mi­
norità. Minorità è la linea di fuga lungo la quale una rete
cresce si sviluppa e diviene.

In rete vige il governo delle minoranze.


La democrazia moderna si è basata sul principio del
governo della maggioranza. Naturalmente questa regola
aveva le sue buone ragioni, fin quando l’ambito di appli­
cazione della legge era il territorio, uno spazio nel quale
54 I .A NONNA DI SCHÄUBLE

vige il principio newtoniano di impenetrabilità dei corpi,


e in cui gli interessi sono contrapposti perché coestensivi.
Ma nella rete ciascuno è minore, perché in uno spazio
indeterminabile (uno spazio in costante espansione) non
esiste la possibilità di definire maggioranze stabili. Nessu­
no può comandare.
Un ripensamento radicale della democrazia è all’ordine
del giorno. Alla parola democrazia non corrisponde quasi
più niente, da quando la dimensione globale ha preso il
sopravvento sulla dimensione locale, nazionale o regionale.
Quale democrazia è mai quella che permette alle cor­
poration di decidere regolamentazioni che interessano la
vita quotidiana di miliardi di persone senza sottoporre al
giudizio parlamentare o alla legittimazione elettorale scel­
te così decisive? D’altra parte non si può pensare che la
democrazia del futuro sia semplicemente l’applicazione
del principio “one man one vote” su scala planetaria.
Democrazia globale non vuol dire sommatoria plane­
taria della volontà generale, ma demoltiplicazione degli
spazi di decisione, frattalizzazione della decisione politica.
Minuscole comunità vanno messe in condizioni di au­
togovernarsi entro un sistema di reti indipendenti eppu­
re interconnesse che costituiscono la società. Il processo
costituzionale europeo deve partire da una concezione
frattale, reticolare, minore della formazione della volontà
generale.
Può Europa sopravvivere al collasso?3

Inestetica d’Europa

Place de l’Europe, a Parigi, è una piazza sopraelevata


in cui le rue de Vienne, di Londres, di Saint Petersburg e
di Costantinopoli, fantasmi imperiali del passato, si incon­
trano in un luogo senza fascino.
A Bologna hanno costruito una porta d’Europa. È un
orrendo casermone in forma di ponte di fronte all’entrata
della Fiera, in una zona deturpata dallo stile Lega-Coop.
Chi viene da nord-est, lungo via Stalingrado se la trova
di fronte a un certo punto, dove impedisce di vedere la
collina di San Luca.
L’immagine d’Europa è frigida per definizione. L’esteti­
ca europea ha un carattere asettico e anti-passionale di cui
è facile comprendere le ragioni: l’Europa è nata anzitutto
come esorcismo contro le passioni del nazionalismo. In
questo trova la sua radice progressiva. Dimenticare il ro­
manticismo è l’imperativo costitutivo dell’Unione europea.
Il mito fondativo è cancellato nella memoria europea.
L’8 maggio è giorno festivo in Francia, ma in Italia nessu­
no sa perché l’8 maggio è un giorno della memoria.
In un articolo sul Belgio come metafora d’Europa, Eve
Charrin parla della crisi di identità che perseguita il Belgio

3 8 maggio 2009.
56 LA NONNA DI SCHÄUBLE

come metafora della crisi di identità che perseguita l’Eu­


ropa dalla sua origine, e che oggi rischia di divenire para­
lizzante (La vertige de l’Europe, in “Esprit”, marzo-aprile
2009).

Non è un caso né un’aberrazione, scrive Charrin, se il centro


d’Europa è un piccolo paese diviso in due, dall’identità indefi­
nibile, la cui sopravvivenza è problematica... Lungi dall’essere
un’incongrua arretratezza al cuore di un’Europa moderna, la
dislocazione del Belgio è ultramoderna.

Ma il punto essenziale del ragionamento svolto da Eve


Charrin è un altro: “L’Europa è la pace, l’Europa è la pro­
sperità. Questi luoghi comuni dei vertici europei indicano
che i valori delle gilde fiamminghe sono quelli della mo­
dernità europea.”
L’estetica europea rispecchia questo sentimento prag­
matico, senza retorica.

Granito, vetro e cemento, espressioni di un potere di depri­


mente neutralità architettonica... Qui, al centro nevralgico
d’Europa, sta il grado zero dello spazio pubblico. Questa mo­
destia senza grazia è un modo di pretendere che non si faccia
della politica, ma della gestione.

La tesi di Eve Charrin è interessante e lucida, descrive


bene la storia d’Europa degli ultimi decenni.
L’ identità d’Europa consiste nella prosperità. Finché
ha potuto garantire un livello di prosperità crescente nel
tempo, fin quando la rigida legge monetarista ha permesso
all’economia di crescere, l’Europa ce l’ha fatta.
Ma adesso?
La costruzione europea ha preferito identificarsi con
l’immagine funzionale dei banchieri piuttosto che attra­
verso l’adesione a progetti politici, a grandi visioni ideolo­
giche, a personalità carismatiche.
Finora ha funzionato, ma ora è il momento di chie­
dersi: sopravviverà l’Europa al collasso finanziario che è
PRIMA DEL COLLASSO 57

iniziato negli USA e ai rivolgimenti economici che si sono


avviati dal momento che l’unico elemento unificante è sta­
ta l’architettura finanziaria?
La costruzione europea è una finzione democratica
regolata da un organismo autocratico, la Banca Centrale
Europea. Mentre la Fed e la Banca d’Inghilterra hanno ab­
bassato i loro tassi praticamente a 0 per cento la BCE li ha
abbassati soltanto all’1,25 per cento. Mentre la Fed nel suo
statuto ha l’obiettivo della stabilità dei prezzi e del pieno
impiego, lo statuto della BCE ha un unico obiettivo: evitare
l’inflazione, anche se questo comporta una caduta dell’oc­
cupazione. Questa paura dell’inflazione è oggi del tutto ir­
razionale dato che la tendenza è verso una deflazione.
Ma questa politica non può essere influenzata dalla vo­
lontà della popolazione, dal momento che per statuto la
BCE non risponde alle autorità politiche. Per questo i cit­
tadini considerano le elezioni europee come un momento
in cui regolare affari interni, una sorta di sondaggio sulle
scelte politiche nazionali. E evidente a tutti che il Parla­
mento europeo non ha alcun potere sulle questioni sociali
ed economiche, dunque non conta nulla.

Coscienza americana

Paradosso: la costruzione europea ha seguito una li­


nea direttrice a livello economico: diventare come gli Stati
Uniti d’America. Ridurre la spesa sociale, ridurre il costo
del lavoro, ridurre le tasse, favorire il profitto d’impresa.
Ma ora che il modello americano viene abbandonato negli
Stati Uniti d’America, può l’Europa insistere nel suo soli­
tario fanatismo neoliberista?
Se paragoniamo l’atteggiamento della Banca europea
e del ceto politico dei paesi europei con l’atteggiamento
dell’amministrazione americana, la differenza è evidente.
La coscienza americana ha registrato la drammatici­
tà della situazione. Una riflessione radicale è iniziata nel
58 LA NONNA DI SCHÄUBLE

mondo intellettuale americano, sulle riviste, sui quotidiani


intelligenti. La coscienza europea invece respinge l’evi­
denza. Continua a considerare indiscutibile il dogma del­
la privatizzazione, del rigore dei bilanci, della riduzione
del costo del lavoro. Persiste dogmaticamente nella dire­
zione che ci ha portato qui.
Il problema è che la coscienza dei movimenti si è spen­
ta, in Europa.
Non esiste più né il movimento della pace, né il movi­
mento anti-corporation, che pure fiorì nei primi anni due­
mila, da Bologna NoOCSE, a Praga no WTO, Genova N0G8.
Non esiste più un’intellettualità capace di prendere la
parola, di fare proposte coraggiose, di dire la verità.
Impressionante il paragone tra la vivacità e l’immagi­
nazione dell’intellettualità americana, e la viltà, il cinismo,
l’apatia degli intellettuali degli scrittori dei giornalisti eu­
ropei.
Su “Time” (non propriamente una fanzine radicai) è
uscito un servizio di Kurt Andersen che si chiama the End
of Excess (Why the crisis is good for America) in cui si dice
fra l’altro: “Non fingiamo di non aver visto che questa cri­
si si è preparata da lunghissimo tempo”.
E ancora:

Quelli di noi che sono abbastanza vecchi da ricordare la vita


prima che cominciassero i ventisei anni della baldoria, passe­
ranno probabilmente il resto della loro vita a cercar di affron­
tare le conseguenze - nell’economia, nella politica economica,
nella cultura e nella politica, con la deformazione e la lacera­
zione delle nostre vite quotidiane.

Questo scrive Kurt Andersen su “Time”.


E John Tirman, in un articolo apparso in The American
Scholar, si interroga su quale sia una possibile reinvenzio­
ne della frontiera nell’epoca presente (Ehe Future of the
American Frontier).
Il mito della frontiera, che è stato centrale nella forma­
zione e nell’evoluzione della civiltà americana appare oggi
PRIMA DEL COLLASSO 59

consunto, da quando il globalismo ha cancellato resisten­


za stessa delle frontiere. Ma quel mito fa oggi fallimento,
con il collasso dell’economia globale, e con la crisi dell’e­
gemonia militare statunitense.

Se il mondo è la nostra ostrica non c’è più bisogno di regole né


di limitazione delle aspettative. Per quattrocento anni quest’i­
deologia promossa dalla chiesa e dallo stato, dai media, dalle
scuole e dalla cultura popolare, ha nutrito l’eccezionalismo
americano che alimenta arroganza e spreco e guerra.

E allora? si chiede Tirman. E allora, insinua, forse la


nuova frontiera è quella che ci porta oltre la società della
crescita e del consumo, verso un ripensamento radicale
che riporti l’America all’umiltà pionieristica dei primi co­
loni. “La risposta alla domanda: quale frontiera adesso?
può essere il ritorno aU’umiltà della prima frontiera. ” Tra­
ducendo potremmo dire che la frontiera che oggi l’Ameri­
ca deve superare è la frontiera stessa del capitalismo.

Due processi si intrecciano all’orizzonte degli Stati


Uniti: la crisi dell’egemonia militare e la crisi finanziaria.
Sono due processi che si alimentano a vicenda. L’indebita­
mento illimitato su cui gli americani hanno fondato la loro
economia è stato possibile grazie all’egemonia politica e
al ricatto militare. Ma le disfatte politico-militari in Iraq e
Afghanistan, l’esito disgraziato del confronto con la Russia
alla frontiera georgiana hanno sgretolato la forza di ricatto
di cui la potenza americana disponeva.
Alcuni commentatori sollecitano un maggiore coraggio
keynesiano da parte dell’Amministrazione. Per esempio
Paul Krugman incalza quotidianamente il Presidente per
suggerirgli un maggiore coraggio nel dirottare risorse verso
la domanda attraverso un prelievo fiscale sui redditi alti.
Krugman ha ragione, ma alcuni dubitano che il keyne­
sismo possa essere applicato con successo alla crisi di que­
sti mesi. Scrive Paul Craig Roberts sulla rivista Counter
Punch-.
60 LA NONNA DI SCHÄUBLE

La politica macroeconomica ha oggi di fronte due sfide nuove.


Nel XXI secolo l’economia americana è andata avanti grazie
all’espansione del debito dei consumatori, non attraverso au­
menti veri di reddito. I consumatori sono sommersi da debiti e
mutui... Le politiche monetarie non sono di grande aiuto dato
che i posti di lavoro americani sono stati delocalizzati. Dato
che la produzione è all’estero aumentare la domanda significa
stimolare la produzione in Cina e in altri paesi.

In un intervento dal titolo Financial Katrina, David


Harvey scrive:

Il problema per gli USA oggi sta nel fatto che il paese parte
da una posizione di indebitamento cronico verso il resto del
mondo (ha preso in prestito più di due miliardi di dollari al
giorno durante gli ultimi dieci anni), e questo pone un limite
economico sulle dimensioni di un extra debito (questo non
era un problema per Roosevelt che cominciò con un budget
abbastanza equilibrato).

Lo stesso Harvey aggiunge che in questa situazione la


sola misura che potrebbe aiutare l’economia americana
sarebbe una riduzione della metà della spesa militare e
uno spostamento di quelle risorse verso grandi lavori di
ricostruzione delle infrastrutture americane. Ma è eviden­
te che Obama non ha la forza politica per imporre que­
sta soluzione perché dovrebbe affrontare un’opposizione
violentissima del partito repubblicano, e la resistenza di
buona parte del suo stesso partito.
Il pragmatismo post-partisan che Obama dichiara di
professare è il metodo politico migliore in una situazione
come questa perché riconosce l’esaurimento delle ideolo­
gie novecentesche (liberismo e socialismo) e si predispo­
ne realisticamente a registrare l’evidenza: che il dispiega­
mento delle potenze produttive e intellettuali richiede un
abbandono dell’economia finanziaria legata al predomi­
nio immediato del profitto, e che la stessa forma del sa­
lario non è più in grado di misurare le forme immateriali
dell’attività.
PRIMA DEL COLLASSO 61

Paralisi europea

Mentre il pensiero americano sta cercando di prendere


seriamente le misure alla trasformazione che si sta svol­
gendo, il pensiero europeo sembra incapace di immagina­
re alcunché.
La classe dirigente europea non deflette minimamen­
te dalle politiche monetariste e neoliberiste, né sul piano
ideologico né sul piano degli interventi economici e mo­
netari. Riduzione del costo del lavoro, privatizzazione
dei servizi, privatizzazione del sistema educativo - questa
rimane la linea di marcia della classe dirigente europea.
Il paradosso è che questa cecità sta producendo effetti di
protezionismo, e conflitto tra stati nazionali.
In Europa, territorio delle innumerevoli radici, il pro­
cesso di deterritorializzazione tecnologica produttiva e
culturale provoca controeffetti di riterritorializzazione
ideologica, psichica e securitaria.
Pensiamo a come ci sembrava di poter vedere il rap­
porto tra Europa e Stati Uniti solo qualche anno fa. Il pae­
se di Bush era entrato in un’epoca torva di oscurantismo
e di aggressività mentre l’Europa sembrava aprirsi in un
processo di inclusione pacifica. Oggi le cose sono del tutto
rovesciate.
Mentre gli USA di Obama affrontano la crisi con la con­
sapevolezza di un salto di qualità eccezionale che segna
la fine dell’egemonia americana, e costringe a immaginare
orizzonti nuovi, l’Europa non ha dimostrato fino a questo
momento alcuna comprensione della radicalità della crisi.
Non sto parlando solo delle reazioni dei governi nazio­
nali e della banca europea. Non sto parlando neppure del
conformismo degli intellettuali europei.
Parlo proprio dell’incapacità della società europea, e
dei movimenti che ne esprimono l’autonomia, di elabora­
re una prospettiva indipendente dal destino delle vicende
nazionali.
In un articolo del 16 maggio 2009 dal titolo A conti-
62 LA NONNA DI SCHÄUBLE

nent adrift, Paul Krugman dice che, per quanto preoccu­


pante sia la situazione economica americana, quel che più
lo preoccupa è il destino d’Europa. La crisi è destinata
infatti a colpire l’economia europea non meno di quella
nordamericana, ma la differenza tra le due situazioni se­
condo Krugman sta nell’incapacità europea di elaborare
una risposta unitaria alla crisi. L’Unione si è costituita e
consolidata come processo essenzialmente finanziario di
coordinamento e omogeneizzazione delle politiche eco­
nomiche e oggi questo piano si sgretola. Questo sgreto­
lamento può aprire la voragine del nazionalismo e della
guerra civile interetnica.
In un’intervista a “Le Monde” del 19 aprile, Dani
Cohn Ben dit parla di una “rinazionalizzazione delle po­
litiche economiche e dei comportamenti”. I segni del ri­
torno al protezionismo sono tanti e così evidenti che il
richiamo all’unione e la condanna del protezionismo son
diventati ritornelli retorici. Occorre ripensare la ragione
e la finalità del processo europeo, e il crollo rovinoso del
liberismo dovrebbe condurre in quella direzione, anche se
per il momento non se ne vede la possibilità. Il discorso
dominante resta dominato dal pregiudizio monetarista, il
patto di stabilità permane come una sorta di dogma buro­
cratico che blocca ogni conversione in senso sociale delle
economie nazionali.

Il simbolo Obama

Non sappiamo cosa farà Obama, né quale siano le sue


linee strategiche, probabilmente non lo sa neanche lui.
Probabilmente sarà costretto a piegarsi al potere delle
corporation e del sistema militare. Può darsi. Ma Obama
rappresenta il simbolo, l’unico simbolo attuale, che una
rottura è possibile nell’ordine della percezione, dell’imma­
ginazione, e del linguaggio. Obama rappresenta la consa­
pevolezza di essere entrati in un passaggio in cui solo l’in-
PRIMA DEL COLLASSO 63

telligenza tollerante condurrà il pianeta fuori dal disastro.


Nel linguaggio di Guattari potremmo dire che Obama è
un fattore di ri-semiotizzazione trasversale che ridefinisce
l’intero campo dell’immaginazione mondiale.
In Europa questa consapevolezza non vuole esistere.
Gli intellettuali sono stanchi. Ma in qualche punto del
continente questa coscienza deve pur formarsi, coagularsi,
iniziare a connettersi.
Non basta più la motivazione originaria su cui è na­
ta l’Unione europea: risolvere il secolare conflitto tra le
nazioni, instaurare una logica fredda della compatibilità
finanziaria. Questa motivazione ha funzionato nei decenni
passati ma ora non funziona più. L’estetica d’Europa va
ripensata, e quindi la sua percezione sociale. L’orizzonte
nuovo che si impone è quello della decrescita felice e della
riduzione generalizzata del tempo di lavoro.
La decrescita non è un progetto o un’aspirazione: è un
dato di fatto che possiamo accettare e tradurre in termini
felici, trasformando alla radice le aspettative di ricchezza,
ripensando la nozione stessa di ricchezza fuori della sua
riduzione acquisitiva, e accumulativa.
Si tratta di re-investire l’energia sociale che la recessio­
ne deprime, verso una riattivazione del corpo emozionale
della società europea.
È possibile questo, nell’epoca Obama che si sta apren­
do? Se non è possibile allora l’Europa è destinata a depe­
rire, a disgregarsi.
La crisi europea nel contesto della sollevazione
euro-mediterranea4

Non pretendo di poter parlare della rivolta Araba che


è stata un po’ frettolosamente definita Primavera, ma gli
orizzonti sociali e culturali della nuova generazione si
stanno rivelando sempre più simili sui due lati opposti del
mare mediterraneo.
Per questo partirò da un breve esame di quel che sta
accadendo in Europa.
Il progetto di unità europea si può considerare come
uno dei più importanti del ventesimo secolo dal punto di
vista del mutamento che esso ha prodotto nella storia po­
litica del pianeta.
Cosa è stato questo progetto di unificazione nella se­
conda metà del secolo passato?
Prima di tutto è stato un progetto politico di pace a
livello continentale.
La guerra fra Francia e Germania ha segnato la mo­
dernità europea dall’inizio del diciannovesimo secolo fino
alla seconda guerra mondiale. Non si trattava soltanto di
una guerra nazionale ma anche di una guerra culturale.
Il Romanticismo versus l’Illuminismo, l’identità culturale
contro la Ragione Universale. Per questo il progetto euro­
peo è stato progetto di superamento della guerra e anche

4 Quella che segue è la traduzione di una conferenza che tenni alla Ashkal
Alwan School di Beirut il 30 gennaio 2012, quando la speranza nella pri­
mavera araba era ancora viva.
PRIMA DEL COLLASSO 65

di superamento della divisione fondamentale della civiltà


moderna.
In secondo luogo al centro del progetto europeo vi è
stata la creazione di un’unità politica fondata sulla solida­
rietà sociale. Il processo che si è andato svolgendo nell’ul­
timo decennio e che si è accelerato con il collasso del siste­
ma bancario sta distruggendo e annullando i fondamenti
concettuali del progetto di unificazione europea.
Da quando l’ideologia neoliberale ha mutato le forme
dell’accordo politico tra le società d’Europa, da quando le
regole di Maastricht imposero un sistema monetarista di
governance, la ragion d’essere fondamentale d’Europa è
cambiata, e per capire il significato e la direzione di questo
mutamento della politica europea dobbiamo descrivere il
cambiamento sociale soggiacente.

Dovremmo concentrare l’attenzione sulla grande tra­


sformazione che ha investito negli ultimi decenni l’orga­
nizzazione e la cultura della classe dirigente d’Europa. La
borghesia industriale che guidava lo sviluppo nel tempo
passato era una classe territorializzata, era la classe del
borgo, della città, della comunità cittadina, ed era quindi
legata affettivamente ed economicamente alla sopravvi­
venza di quella comunità.
Una nuova classe è oggi al potere nell’Unione europea:
una classe che possiamo definire finanziaria o forse più sem­
plicemente una classe predatoria. Possiamo anche definire
questa nuova classe classe virtuale, dal momento che è nata
dall’economia digitale, e perché si nutre di una continua
deterritorializzazione delle forze produttive e della stessa
popolazione produttiva. Possiamo chiamarla classe virtuale
anche perché non è propriamente una classe, un aggrega­
to stabile e continuo, ma piuttosto un pulviscolo mobile,
continuamente cangiante, essenzialmente vettoriale, perché
composto di aspettative, investimenti immateriali.
Parlando del debito che cresce continuamente, Jean
Baudrillard scrisse nel 1996:
66 LA NONNA DI SCHÄUBLE

Non ci sarà mai un giudizio finale per la bancarotta virtuale.


Il debito circola nella sua orbita con una traiettoria fatta di
capitale che è libero da ogni contingenza economica e che si
muove in un universo parallelo. La velocità di circolazione ha
esonerato il denaro dalle sue implicazioni con l’universo della
produzione del valore e dell’utilità. Non si tratta neppure di
un universo orbitale, piuttosto è ex-orbitale, eccentrico, de­
centrato con una probabilità molto debole di potere un giorno
ricongiungersi con noi.

Con le sue metafore concettuali Baudrillard ha saputo


descrivere e anticipare processi estremamente innovativi
e complessi. Anche le parole che abbiamo appena letto
hanno un carattere di grande anticipazione, ma questa
volta, pur cogliendo con grande acutezza le tendenze del
fenomeno, non ha previsto quel che invece è successo
davvero. Contrariamente alla sua predizione la probabi­
lità che considerava molto debole si è invece realizzata:
il debito è ritornato sulla terra, a partire dall’autunno del
2008, e adesso esso funziona come condizione per l’astra­
zione predatoria finale: la vita è stata trasformata in tempo
dedicato a ripagare il debito metafisico. Vita, intelligenza,
gioia, respiro, tutto quel che è umano è destinato ad essere
sacrificato.

Negli ultimi decenni del secolo passato, la mano invi­


sibile del capitalismo finanziario, dominata dall’egemonia
politica del dogma neoliberale, è stata incorporata nella
tecnologia globale della macchina linguistica. E il linguag­
gio, ambiente fondamentale dell’umanità, si è trasformato
in un sistema connesso e automatizzato di predazione fi­
nanziaria. Il processo essenziale di comunicazione e pro­
duzione sociale è sfuggito alla capacità della conoscenza
e del controllo. Tendenze irreversibili di devastazione,
inquinamento, impoverimento segnano l’orizzonte del no­
stro tempo.
L’economia è stata invasa da flussi semiotici, e trasfor­
mata in processo di ricombinazione di segmenti operativi
PRIMA DEL COLLASSO 67

connettivi. La macchina tecno-linguistica della rete finan­


ziaria agisce come un organismo vivente con una missione
incorporata che è quella di prosciugare le risorse del mon­
do per trasformarle in astrazione.
Dopo il collasso della net-economy che si verificò
nell’anno 2000, la guerra infinita lanciata dall’ammini-
strazione Bush rimandò il collasso finale del capitalismo,
ma ora il collasso finanziario è ritornato ed è ritornato per
non lasciarci. Il debito è un’arma che la classe predatoria
usa e continuerà a usare contro la sopravvivenza quotidia­
na della popolazione europea fino all’esaurimento.
Si guardi alla situazione greca: i greci sono minacciati
di espulsione dall’Unione europea perché non possono
pagare il debito che hanno contratto con le banche tede­
sche e francesi, quando lo stato greco comprò costosissimi
armamenti da fabbriche tedesche e francesi. Dato che i
greci non hanno denaro per pagare i loro debiti debbono
distruggere le scuole pubbliche, il trasporto pubblico e
così via: privatizza e distruggi è la parola d’ordine.
Forse che i greci potranno finalmente pagare i loro
debiti, distruggendo la loro forma di vita? Assolutamente
no. La terapia europea imposta al popolo greco infatti ha
aperto la porta alla recessione economica, il prodotto in­
terno lordo è diminuito e l’effetto della recessione è un au­
mento dell’ammontare del debito, non una sua riduzione.
La miseria e la depressione adesso si diffondono in
Grecia, per effetto della terapia europea.
Il debito è l’arma con cui si privatizzano le risorse co­
muni e si deruba la popolazione della sua ricchezza.

Cos’è accaduto in Europa, che un tempo era un con­


tinente prospero, pieno di ingegneri e di poeti, di scuole
e di competenze tecniche? Tutt’a un tratto la classe diri­
gente ha dichiarato che gli europei sono poveri e che di­
venteranno sempre più poveri perché debbono pagare un
enorme debito, un debito fantasticamente inimmaginabi­
le. Debito è una parola che in alcune lingue, per esempio
68 LA NONNA DI SCHÄUBLE

in tedesco, significa anche colpa. Il debito simbolico è il


fondamento del nuovo Ordine Europeo, fondato sulla ri­
nuncia ai diritti dei lavoratori, sullo smantellamento delle
istituzioni pubbliche del welfare, e sulla precarizzazione
generale della vita sociale. Le risorse sociali sono state ra­
pinate dal sistema bancario, la disoccupazione è in aumen­
to. Questo è quello che è accaduto in Europa e ancora
continua ad accadere.
E poi?
Quel che riemerge adesso è l’aggressività identitaria. Si
veda quel che è succede in Finlandia, in Ungheria, in Ita­
lia, perfino in Francia dove il Front National è in crescita.
Al tempo stesso il corpo sociale comincia a reagire.
In Europa come in America un’ondata di movimenti si
è svolta nel 2011: dimostrazioni, occupazioni, l’acampada
spagnola, Occupy Wall Street, le quattro notti di rabbia a
Londra nell’agosto del 2011. Questi sono segnali di una
sollevazione che sta diffondendosi dovunque, ma che fino
a questo momento è stata politicamente inefficace, perché
il potere non è disponibile ad ascoltare e perché la demo­
crazia è morta.
La democrazia è finita, è una parola totalmente vuota.
Quando Papandreu, presidente della Grecia, dopo due
anni di sottomissione al regime del debito ha tentato di
convocare un referendum, quando ha tentato di chiedere
al suo popolo se voleva ancora soggiacere al diktat, da un
giorno all’altro è stato espulso dal potere e sostituito da un
funzionario della Goldmann Sachs. Nel paese in cui la de­
mocrazia fu concepita venticinque secoli fa, la democrazia
è stata seppellita.

E allora che dovremmo fare? Dovremmo iniziare


un’insurrezione armata? Io non ho niente contro le in­
surrezioni armate, ma nella condizione presente d’Euro­
pa non significherebbe niente, perché il problema non è
conquistare il palazzo d’inverno. Non c’è più un palazzo
d’inverno, non c’è un luogo nel quale si prendono le deci­
PRIMA DEL COLLASSO 69

sioni, dato che le decisioni sono iscritte negli automatismi


tecno-linguistici della macchina finanziaria.
Penso che il movimento che si diffonde in Occidente e
anche nelle città arabe non sia un movimento politico, ma
un movimento poetico, un movimento erotico, i cui scopi
sono la riattivazione del corpo sociale.
Questo è il vero problema del nostro tempo.
Solidarietà è la parola chiave dell’emancipazione socia­
le dal potere finanziario, ma solidarietà non è un valore
morale o politico. Solidarietà è la comprensione e la per­
cezione immediata del fatto che il piacere del mio corpo è
il piacere del tuo corpo.
La simpatia, la compassione intesa nel senso buddista
come empatia per i diecimila esseri: queste sono le condi­
zioni della solidarietà che sola può dare la forza di essere
autonomi dal ricatto finanziario e di ritirarsi dal gioco ago­
nizzante dello sfruttamento capitalista.
Ritirarsi significa rifiutare ogni partecipazione al fal­
so gioco della democrazia, ogni dipendenza dall’inutile
lavoro salariato. Significa rifiutarci di prestare il nostro
tempo, il nostro sapere e il nostro lavoro alla macchina
totalitaria della finanza, e significa iniziare il processo di
auto-organizzazione dell’intelletto generale, della potenza
infinita del lavoro intellettuale che l’idrovora finanziaria
sta smantellando e distruggendo.

Da questo punto di vista penso che quel che accade


in Europa sia molto simile a quel che accade nelle città
arabe. Non pretendo di capire tutto di quella che è stata
chiamata rivoluzione araba, non pretendo di dare lezio­
ni, ma sento che quel che sta succedendo al Cairo non è
interessante solo per via del mutamento politico che ha
provocato. Il cambiamento politico non mi sembra tanto
buono, al momento si è creato un equilibrio molto fragile,
e gli esiti delle prossime elezioni possono essere pericolo­
si. Ma penso che il risultato importante della sollevazione
egiziana sia l’avvio di un processo di lungo periodo di au-
70 LA NONNA DI SCHÄUBLE

to-organizzazione della forza cognitiva delle persone che


studiano, dei lavoratori precari che compongono il corpo
dell’intelletto generale.
La realtà culturale Araba e quella Europea sono così
differenti che non possiamo attenderci nei prossimi anni
una convergenza politica tra la costa nord e la costa sud
del Mediterraneo. Ma qualcosa sta comunque accadendo
a un altro livello, che è quello culturale, che è quello socia­
le. Quel che possiamo avviare è la creazione di uno spazio
comune di partecipazione intellettuale, artistica e produt­
tiva al processo di autonomizzazione e di solidarietà delle
forze progressive dell’intelletto generale.
La rivoluzione emergente cominciò con il sacrificio di
Mohammed Bouazizi, che era un intellettuale e un lavora­
tore precario. Milioni di giovani precari e cognitivi nelle
città europee come in quelle arabe comprendono che l’e­
mancipazione futura sta nella capacità di auto-organizza­
zione del lavoro cognitivo.
Non mi aspetto che i prossimi dieci anni siano anni
di libertà e di pace. So che dobbiamo essere preparati al­
la tragedia perché l’agonia del capitalismo finanziario e il
fallimento della strategia imperialista stanno producendo
nuove guerre, violenze e miserie. Ma dentro la tragedia
degli anni a venire possiamo e dobbiamo creare spazi di
solidarietà condivisa di artisti, di programmatori, di sof­
twaristi e di amanti.
Parte seconda
Il collasso
La tragedia europea comincia in Grecia1

La reazione della società greca alla catastrofe e all’u­


miliazione potrebbe essere l’inizio di una tragedia conti­
nentale.
La tragedia europea è iniziata. Tre morti in una banca
di Atene sono il primo orribile bilancio di una guerra che
il capitalismo finanziario ha scatenato contro la società, e
da cui la società non sa come liberarsi. La società greca
non può sopportare il diktat delle agenzie finanziarie che
l’hanno spinta nel baratro della crisi, e ora pretendono che
a pagare il prezzo siano i lavoratori. Spinta contro il muro
della miseria, dell’umiliazione e della catastrofe, la società
greca potrebbe reagire in maniera folle. Può essere l’inizio
di una tragedia che non sarà limitata alla Grecia.
Quello che sta succedendo in Europa è straordinario e
terrificante. Straordinario perché per la prima volta la co­
struzione europea entra in una crisi che minaccia di farsi
definitiva, e perché questa potrebbe essere un’opportuni­
tà per iniziare una trasformazione in senso democratico e
sociale di un’entità che finora non ha avuto i tratti della
democrazia, ma piuttosto quelli di una dittatura tecno­
finanziaria. Terrificante perché mai come oggi ci rendia­
mo conto del fatto che l’intelligenza collettiva è dissolta, la
voce della critica sociale è muta, la democrazia morta. Di

1 2010.
74 LA NONNA DI SCHÄUBLE

conseguenza, se non accade qualcosa al momento attuale


molto difficile da prevedere (il risveglio di una intelligenza
collettiva capace di ridiscutere alla radice la ragion d’es­
sere dell’entità europea), l’esito di questa crisi rischia di
essere una tragedia destinata a distruggere quel che resta
della civiltà sociale moderna nel continente europeo.
Un numero della rivista “Loop” del maggio 2009 si
intitolava Einis Europae, e si chiedeva se l’Europa poteva
sopravvivere al collasso finanziario. La risposta era che no,
l’Europa non può sopravvivere al collasso se non si libera
dalla dittatura della classe finanziaria che tiene in mano la
corda con cui la società europea viene lentamente strango­
lata. Ma di questo tema ben poco si è occupata finora l’in­
tellettualità europea (ma esiste ancora qualcosa che meriti
questo nome?) La discussione che si è svolta fino a questo
momento sui giornali e nelle assisi politiche ufficiali è ri­
dicola, vuota, inconsistente. Sembra che nessuno riesca a
vedere che la costruzione europea è stata fino a questo
momento la causa (una delle cause) del peggioramento
sistematico delle condizioni di vita dei lavoratori. Nono­
stante le bugie raccontate dalla sinistra, la politica fanati­
camente monetarista dell’Unione ha prodotto una stretta
della spesa pubblica che ha peggiorato la qualità della vita
delle popolazioni, e contemporaneamente ha imposto un
vero e proprio blocco salariale che si è accompagnato con
un aumento sistematico del costo della vita.
Il fanatismo monetarista della BCE (vero organo di co­
mando sulla vita politica europea) ha scelto alcuni bersagli
preferiti. Quello delle pensioni è forse il più evidente. Al­
lungare il tempo di lavoro-vita è una delle ossessioni del
neoliberismo, e si fonda su un accumulo di menzogne pu­
re e semplici. Si dice che l’aumento del tempo di vita me­
dia mette in pericolo la possibilità di mantenere un equi­
librio economico, dimenticando che la produttività media
sociale è aumentata di cinque volte negli ultimi quaranta
anni, per cui non non c’è più bisogno dello stesso numero
di produttori per ottenere lo stesso volume di beni. Si dice
IL COLLASSO 75

che i vecchi debbono lavorare più a lungo per solidarietà


nei confronti dei giovani, e non c’è menzogna più ripu­
gnante di questa: il prolungamento del tempo di lavoro
degli anziani ha infatti come conseguenza un aumento del­
la disoccupazione giovanile, e una condizione di ricatto
sul mercato del lavoro che ha reso possibile un aumento
smisurato della precarietà lavorativa.

La politica della BCE è all’origine della miseria europea.


Se l’Unione è questo, che muoia. Ma è prevedibile che la
morte dell’Unione, che ogni giorno si fa più probabile, sia
l’inizio di un inferno inimmaginabile. Lo scatenamento di
tutti i demoni che negli ultimi decenni si sono tenuti sotto
controllo sarebbe dietro l’angolo. Non solo segnerebbe il
riemergere dei nazionalismi, ma anche il precipitare della
guerra civile interetnica, nei paesi mediterranei spinti nel
baratro di un immiserimento pericoloso.
Solo un movimento del lavoro precario e del lavoro
cognitivo, un movimento che ponga al centro della discus­
sione politica il reddito di cittadinanza può salvare l’U­
nione europea, modificandone radicalmente la forma e la
sostanza.
Ma un simile movimento sembra oggi quanto di più
improbabile, quanto di più lontano dai comportamenti
conformisti di una generazione il cui futuro sembra segna­
to senza vie d’uscita. Un futuro di precarietà, di schiavi­
smo, di immiserimento materiale e psichico.
Una generazione cui rimarrà solo Facebook - sfiatatoio
dell’impotenza e del narcisismo - per avere la sensazione
di poter parlare liberamente.

Gli studenti britannici sembrano rassegnati al loro destino. Ma


non è questione di apatia o di cinismo, quanto piuttosto di
impotenza riflessiva. Sanno che le cose vanno male, ma più di
questo sanno di non poterci fare nulla. Ma questa “conoscen­
za”, questa riflessione, non è una contemplazione passiva di
uno stato di cose esistente. E una profezia che si auto-awera
(Mark Fisher, Capitalist Realism}.
Nell’agonia d’Europa2

Nell’autunno 2012 il primo atto della tragedia euro­


pea s’è concluso: la costituzionalizzazione del Fiscal Com­
pact in undici paesi della zona euro sancisce la definitiva
cancellazione delle ultime vestigia della democrazia, un
processo di impoverimento della società europea è stabil­
mente e irreversibilmente avviato, e lo smantellamento del
sistema educativo crea le condizioni di un rapido sprofon­
damento nell’ignoranza, nella violenza, nella barbarie.
Le forme tradizionali di azione dei movimenti si sono
rivelate inefficaci, cosicché, dopo un’ondata di rivolta tra
il 2010 e il 2011, la mobilitazione sociale si è liquefatta. La
generazione precaria sembra piegarsi all’idea di un impo­
verimento economico e culturale, e non riesce a staccare la
spina delle attese culturali che la rendono dipendente dal
dominio dei media e della finanza. Il lavoro precarizzato
appare incapace di costruire iniziativa su scala europea. Il
movimento ha compreso la dimensione europea con un
tale ritardo che l’offensiva si è dispiegata senza incontra­
re opposizione se non su base nazionale. L’isolamento del
popolo greco che da anni si batte disperatamente in as­
senza di qualsiasi mobilitazione unitaria di solidarietà è il
segno più evidente di questo incolmabile ritardo.
In Spagna più che altrove il movimento ha saputo

2 2012.
IL COLLASSO 77

mantenere una continuità solidale dopo l’acampada M15.


Ma ora l’indipendentismo catalano riproduce la dinamica
della de-solidarizzazione europea su scala interna eccitan­
do l’ondata dei nazionalismi.
Questo apre il secondo atto della tragedia europea ri­
definendo il contesto in cui agisce il movimento sociale,
e aprendo una fase pericolosa: alla bancanizzazione - la
sottomissione della società europea al dominio del sistema
finanziario succede la balcanizzazione, cioè la moltiplica­
zione dei conflitti etnici e nazionali destinata a sfociare in
guerra civile su scala continentale.
Questa guerra assumerà forme diverse: in Grecia larga
parte delle forze di polizia e dell’esercito sono legate al
partito di ispirazione nazista, e il nazionalismo antieuro­
peo potrà innescare la risposta di destra alla crescita di
Syriza.
In Spagna si scontreranno forze disgregative dello sta­
to nazionale e reazione centralista nazionalista. In Italia
la guerra di mafia e un secessionismo nordista rinnovato
presto si alimenteranno della disoccupazione crescente.
Possiamo immaginare cosa possa accadere in Ungheria, in
Romania, ma anche in Belgio, mentre dovunque si ripre­
senta il fantasma dell’odio anti-tedesco: ad Atene il giorno
della visita di Merkel gruppi di giovani bruciavano tede­
sche bandiere con la croce uncinata.

Lo sciopero indetto dai sindacati spagnoli portoghesi


e greci del 24 novembre 2012 è stato un segnale agghiac­
ciante che dimostra la spaccatura del fronte del lavoro.
Fedeli alla tradizione nazionale gli italiani evitarono di
schierarsi con coloro che appaiono perdenti, ma la lezione
di quello sciopero è che la divisione tra nord e sud euro­
peo coinvolge anche i sindacati dei lavoratori, incapaci di
esprimere una posizione unitaria e subalterni al nazionali­
smo fatto di illusioni (a nord) e di rancori (a sud).
I processi di privatizzazione delle risorse sociali e lo
smantellamento dei diritti del lavoro avanzano inarrestabi­
78 LA NONNA DI SCHÄUBLE

li, ma quel che più conta è l’effetto che l’attacco finanzista


produce sulla soggettività. La precarizzazione ha decom­
posto il lavoro atomizzandolo, depersonalizzandolo ridu­
cendo il tempo di lavoro a frattali di tempo isolati nella
loro solitudine competitiva. Ora l’attacco finanzista tra­
sforma questa depressa frammentarietà in ostilità rabbiosa
che si esprime in forma identitaria (aggressività nazionali­
sta, localista, religiosa...) o in forma suicidarla.

La sola strada che rimane per la sopravvivenza sociale


è quella di una sottrazione attiva, che dovrà organizzarsi a
livello economico con l’insolvenza di massa, a livello mo­
netario con la creazione di monete comunitarie. Monete
alternative stanno nascendo e dovranno diffondersi man
mano che il disastro economico della recessione si appro­
fondisce.
Ma perché un simile processo si consolidi occorre un
grado di solidarietà che la società europea, devastata dalla
precarizzazione del lavoro e dal predominio culturale del
principio di competizione, non possiede più. Perciò l’ago­
nia del capitale è agonia della società.

Se si vuole rimettere in moto un processo di soggetti­


vazione autonoma occorre partire di qui, dalla sofferenza
psichica come condizione di partenza di un processo di
ricomposizione sociale.
Soltanto a partire dalla ricostituzione della forza (psi­
chica, desiderante e sociale) solo a partire da una soli­
darietà sociale che al momento appare dissolta dalla de­
pressione competitiva, diventa possibile intraprendere un
processo duplice: di insolvenza attiva, appropriazione,
creazione di forme di scambio sottratte al ciclo monetario
- e di costituzionalizzazione della sfera comune.
Se non si compie questo lavoro di ricomposizione so­
ciale e di ricostituzione della forza solidale ogni discorso
sulla costituzionalizzazione dei beni comuni appare come
esercizio retorico cui non corrisponde nessuna forza desti-
IL COLLASSO 79

tuente e meno che mai costituente. O peggio appare come


un tentativo di rimozione, di auto-inganno.

L’agonia europea ci chiede di elaborare un nuovo


quadro di interpretazione dei processi di ricomposizio­
ne sociale. Nel Novecento il processo di soggettivazione
si disegnava sullo sfondo di un’evoluzione, e nel contesto
economico dell’espansione. Questo è finito.
La decrescita non è una scelta morale o politica che
possiamo scegliere o respingere. È una condizione data,
conseguenza della redistribuzione della ricchezza su scala
globale, dell’esaurimento delle risorse fisiche del pianeta,
e della sconfitta strategica del movimento operaio.
Nell’epoca della de-evoluzione, l’autonomia sociale im­
plica una ridefinizione delle attese culturali: la relazione
tra lavoro e consumo e la nozione stessa di ricchezza deb­
bono essere ripensate, liberando le attese culturali dall’i­
dentificazione di ricchezza, acquisizione e consumo.
Utopie retrospettive, distopia del presente3

Euro-Distopica (l’Europa che avrebbe potuto


essere l’Europa che non sarà più)

Concepire l’Unione europea come un tentativo di op­


porsi al declino d’Europa e dell’Occidente sarebbe un
tentativo destinato a fallimento, e anche un tentativo pro­
tervo, poiché il declino europeo nasce dal venir meno del
privilegio coloniale.
Dobbiamo allora al contrario accettare con pazienza
l’impoverimento della società europea, la riduzione del sa­
lario reale dei lavoratori europei, contenti almeno del fat­
to che qualcun altro se ne avvantaggia, in un riequilibrio
globale che vede emergere l’economia vigorosa di nuovi
paesi?
Ciò sarebbe semplicemente stupido, perché la tendenza
cui assistiamo non è affatto quella di un riequilibrio eguali­
tario in cui i paesi un tempo colonizzati finalmente aumen­
tano la loro quota di ricchezza globale. È vero che nuovi
giganti industriali sono emersi sulla scena globale. Ma le
condizioni di vita della maggioranza della popolazione di
questi paesi non è affatto migliorata, come sostiene il pen­
siero neo-liberale che conosce un solo criterio di valutazio­
ne della felicità umana, ma enormemente peggiorata.

3 Aprile 2012.
IL COLLASSO 81

Centinaia di milioni di contadini cinesi proletarizzati


sono costretti a lavorare senza protezione, senza limiti d’o­
rario, per salari che a stento rendono possibile la soprav­
vivenza, mentre l’aria che si respira nelle città cinesi ha
ucciso nell’anno 2010 un milione duecentomila persone
(dieci volte Hiroshima) e il cancro ai polmoni ha avuto
un incremento del 465 per cento negli ultimi tre decenni
secondo il Cancer Registry Annual Report. Il salario reale
degli operai europei è oggi più che dimezzato rispetto a
venti anni fa, ma a questo impoverimento spaventoso non
corrisponde affatto un arricchimento degli operai dei nuo­
vi paesi industriali, bensì uno spostamento immenso della
ricchezza dalla società verso il profitto, e soprattutto verso
la rendita finanziaria.

Per quanto ci abbiano insegnato che non si può fare


la storia con i “se”, penso che sarebbe interessante rac­
contare la storia del passato XX secolo immaginando esiti
alternativi per i progetti che si sono evoluti nella maniera
che conosciamo. Stefano Bonaga propone di definire que­
sta narrazione di esiti alternativi immaginari con la parola
“palin-utopia”, un’immaginazione (certamente utopica) di
un futuro alternativo del passato. Quale cammino avrebbe
preso il secolo se un gruppo di maschi russi depressi e
paranoici non avesse costretto il comuniSmo entro la gab­
bia d’acciaio del terrore bolscevico? Se non ci fosse mai
stata la rivoluzione d’Ottobre, forse gli operai tedeschi
avrebbero potuto creare condizioni del tutto diverse nel
loro paese, liberi dalla stretta della dialettica degli oppo­
sti. E forse i lavoratori precari dell’International Workers
of the World (IWW) avrebbero potuto inventarsi forme
di comunità itinerante autonoma negli Stati Uniti d’Ame­
rica, terra predestinata al comuniSmo, se non fosse stata
costretta (dall’orrore sovietico) a difendere i valori della
libertà come fossero opposti a quelli dell’uguaglianza.
Ma c’è un punto che mi interessa particolarmente nella
Palin-utopia del Novecento: l’Europa che avrebbe potuto
82 LA NONNA DI SCHÄUBLE

essere, se il movimento del 1968 si fosse trasformato in un


movimento di trasformazione egualitaria del continente
e avesse intrapreso una consapevole costruzione dell’U­
nione come prefigurazione di un riequilibrio globale post­
coloniale.
Un’Europa della solidarietà sociale che contrasta la
competizione economica con una competizione per la vita
felice? che trasforma il declino economico (e demografi­
co) in un rilassamento della pulsione economica, in una
riduzione del tempo di lavoro? Fantasie retrospettive sen­
za senso.
Senza senso?

Da Thatcher in poi il capitalismo globale ha puntato


a distruggere la forza degli operai occidentali perché so­
lo dopo aver cancellato quell’esempio di solidarietà e di
egualitarismo è stato possibile creare le condizioni della
precarizzazione generalizzata nel mercato del lavoro glo­
bale.
La thatcherizzazione d’Europa è l’atto conclusivo di un
processo che, dopo aver trasformato il Regno Unito in un
inferno psicopatico negli anni ’80, giunge oggi finalmente
a trasformare il mondo intero in un inferno psicopatico. Il
cerchio è chiuso. Dopo questi ultimi tre anni di thatche­
rizzazione l’Europa è morta e nessuno la resusciterà. An­
che se ora è evidente a tutti che le politiche di austerità so­
no un fattore recessivo, non per questo è facile uscire dal
tunnel in cui la troika finanziaria ha infilato la società del
continente. In primo luogo perché gli effetti della cura -
disoccupazione, sottosalario, precarietà, iper-sfruttamen-
to, privatizzazione e smantellamento delle strutture civili,
violenza, razzismo - sono già in corso e non potranno che
accentuarsi nei prossimi anni. E poi perché le politiche
dementi del monetarismo hanno prodotto identificazioni
ideologiche e morali che portano inesorabilmente verso la
guerra civile su scala europea. Forse una parte consistente
del ceto politico tedesco ha già capito che ridurre il rigo-
IL COLLASSO 83

rismo monetario sarebbe vantaggioso anche per loro. Ma


è tardi, perché nel frattempo l’odio protestante contro la
dissolutezza mediterranea è stato attizzato e il buon po­
polo tedesco non permetterà agli oziosi mediterranei di
rilassarsi a sue spese. E nel frattempo l’odio anti-tedesco
alimenta nei paesi mediterranei un fascismo sempre più
aggressivo. Forse non ci sarà una guerra tra Nord pro­
testante e sud barocco. Questo è il sotto-testo culturale
dell’intero processo disgregativo in corso, ma è più pro­
babile un proliferare di conflitti sempre più violenti (in
Ungheria, in Grecia, nel sud italiano, in Spagna) fino alla
continentalizzazione dello scenario jugoslavo degli anni
Novanta.

La guerra di classe che iniziò a Parigi nel giugno ma­


ledetto del 1848 è finita. Gli operai hanno perso. Punto e
basta. Non ci sarà un’altra prova, un’altra battaglia, per­
ché i corpi solitari che si offrono alla violenza del lavo­
ro hanno perduto - per sempre - la capacità di sentirsi
classe. La classe operaia non è mai esistita, naturalmente.
Si trattava di un’astrazione concettuale, ma si trattava an­
che di una mitologia condivisa, e le mitologie condivise
mettono in moto processi di soggettivazione, autonomia,
forza contrattuale. Globalizzazione del mercato del lavo­
ro, precarizzazione e virtualizzazione della comunicazione
sociale hanno distrutto le condizioni stesse del soggetti­
varsi solidale del lavoro. Può darsi, come intrawede Carlo
Formend, che la lotta di classe riprenda in Cina dove gli
operai della Foxxon non si limitano a buttarsi dal quarto
piano, ma danno vita a centomila incidenti di massa in un
anno. Ma il processo di delocalizzazione e di sostituzione
del lavoro vivo con automatismi vale anche per loro e i
tempi di deterritorializzazione si sono enormemente acce­
lerati. Il lavoro operaio non è più il motore del processo
di valorizzazione, e il lavoro cognitivo è incapace di farsi
corpo solidale. Questa è la lezione della disfatta precario­
cognitiva che è seguita alla vampata del 2011. A Londra
84 LA NONNA DI SCHÄUBLE

il movimento si è dissolto dopo aver raggiunto un mo­


mento di socializzazione vastissimo tra il novembre 2010
e l’agosto 2011. In Italia le appartenenze politiche hanno
sommerso nel loro fango ogni capacità di organizzazione
sociale. Abbiamo assistito senza fiatare all’umiliazione or­
ganizzata del popolo greco. Nel mondo arabo una mino­
ranza cosmopolita ad alta scolarizzazione ha messo in mo­
to un processo paradossale di islamizzazione. A New York
dopo l’assalto alla roccaforte della finanza viene Occupy
Sandy: consapevolezza che il disastro non è un pericolo da
scongiurare, ma l’unico spazio che sia rimasto da abitare.
Scacco (matto?)

Il modello predatorio dell’accumulazione di capitale

Quella che attraversiamo non è una crisi: non si tratta


di una sconnessione temporanea del dispositivo sociale, cui
seguirà una riconnessione, una ripresa. Il crollo finanziario
è l’occasione per istituire un nuovo modello di accumula­
zione del capitale fondato su un nuovo rapporto tra funzio­
ne monetaria e processo di accumulazione. Mentre nell’e­
poca del capitalismo borghese l’accumulazione di valore
monetario dipendeva dalla produzione industriale di beni e
servizi (secondo la formula Denaro-Merce-Denaro), la clas­
se finanziaria ha creato un sistema di accumulazione in cui
il Denaro produce Denaro senza dover passare attraverso
la produzione di alcunché. Una serie di passaggi successivi
della struttura tecnica della società hanno reso possibile un
mutamento profondo della natura stessa del denaro.
Nell’analisi di Marx il denaro si presenta come mezzo
di scambio, equivalente generale e forma del valore - ma si
presenta anche come mezzo di comando sul lavoro. In que­
sta duplice figura si manifesta anche il carattere linguistico
del denaro, che è insieme equivalente generale, cioè deno­
tazione dei beni di consumo che con il denaro si possono
acquistare, ma è anche atto linguistico di tipo ingiuntivo,
comando sulla disponibilità umana a obbedire a qualsiasi
ordine, particolarmente alTordine di produrre (plus)valore.
86 LA NONNA DI SCHÄUBLE

Il linguaggio e il denaro hanno questo in comune, che


sono nulla e muovono tutto, come dice Robert Sordello
in Money and the soul of the world (The Pegasus Founda­
tion, Dallas 1983).
In seguito alla sua liberazione dalla funzione referen­
ziale, che coincide con la finanziarizzazione, il capitale
finanziario si auto-alimenta seguendo una procedura che
astrae dalla produzione di beni e di servizi, grazie all’inde-
bitamento di gran parte della popolazione.
Negli anni Novanta e negli anni zero, il capitale finan­
ziario aumentò enormemente il suo valore grazie all’inde­
bitamento generalizzato, come se questo potesse espan­
dersi per sempre. Ma è possibile un’accumulazione basata
sul nulla, o meglio basata su un’apertura di credito ap­
parentemente infinito? Naturalmente no, e alla fine, do­
po il settembre 2008, il capitale finanziario ha iniziato ad
esigere la restituzione di un debito praticamente infinito.
Da quel momento il capitale finanziario scopre il suo vero
volto: cerchiamo di descriverlo.
Il capitalismo industriale accumulava valore attraverso
la produzione di beni utili, e la borghesia industriale era
classe territoriale, perché proprietaria di beni materiali, e
perché legata alla comunità di produttori consumatori. È
vero che il lavoro veniva sottoposto ad astrazione in quan­
to la valorizzazione si fondava sull’astratto tempo di la­
voro incorporato nella merce, e non sull’utile concretezza
dei suoi prodotti. Ma era pur necessario produrre qualco­
sa di utile perché ne potesse derivare la valorizzazione. Il
capitale finanziario si fonda invece su due astrazioni ul­
teriori che si sono dispiegate contemporaneamente negli
ultimi decenni del ventesimo secolo.
La prima è l’astrazione digitale che comporta una de­
localizzazione del processo produttivo: i beni non sono
più prodotti in un luogo specifico né sono destinati a una
comunità territoriale. In questo modo la classe proprie­
taria si deterritorializza e si libera da ogni legame con la
comunità concreta.
IL COLLASSO 87

La seconda è l’astrazione finanziaria che comporta


un’emancipazione del processo di valorizzazione dalla ne­
cessità di produrre qualcosa di utile. Per alcuni decenni si
è alimentata la valorizzazione attraverso l’indebitamento,
ma alla fine di questo processo la società è costretta a spo­
gliarsi delle risorse prodotte nella passata epoca industria­
le: il territorio, le risorse materiali e intellettuali vengono
progressivamente depredate, privatizzate, distrutte, per
pagare un debito che nel frattempo non ha fruttato nulla
di duraturo.
Mentre il capitale industriale per valorizzarsi doveva
produrre plusvalore, cioè doveva aggiungere qualcosa
al mondo dei beni esistenti (che fossero beni materiali o
immateriali poco importa), il capitale finanziario per va­
lorizzarsi deve togliere, distruggere, dissipare ciò che nel
passato è stato prodotto, e anche ciò che continuiamo a
produrre durante il giorno perché nottetempo l’astrazione
finanziaria lo possa bruciare. Siamo entrati così in un’eco­
nomia dell’astrazione predatoria, che continuamente di­
strugge il prodotto sociale, fino a denudare interi compar­
ti della società. Quanto a lungo potrà durare un processo
simile? E quali effetti di barbarie e di miseria sta produ­
cendo? Lo vediamo ormai nella miseria che dilaga nelle
strade, nel crollo delle strutture civili, scuola, trasporti, sa­
nità, nella depressione che invade la vita quotidiana delle
popolazioni europee.

Ferocia matematica

L’Europa è diventata un’entità ferocemente matemati­


ca. La necessità matematica dei dispositivi bancari richie­
de austerità: la spesa pubblica va azzerata, i servizi sociali
vanno tagliati, la scuola e i servizi privatizzati, le pensioni
ritardate, i diritti dei lavoratori aboliti.
L’impoverimento sistematico della vita sociale è im­
posta dalla logica del debito, ma il debito cos’è? Una ne­
88 LA NONNA DI SCHÄUBLE

cessità metafisica ineludibile? No: il debito è un atto di


linguaggio, una promessa. La trasformazione del debito in
necessità assoluta è un effetto della religione Neoliberista,
che conduce il mondo contemporaneo alla barbarie.
La premessa del dogmatismo neoliberista è la ridu­
zione della vita sociale a implicazione matematica dell’al­
goritmo finanziario. Quel che è bene per la finanza deve
essere bene per la società e se la società non accetta questa
sottomissione, la società è incompetente, e deve essere rie­
ducata da un’autorità tecnica, rappresentata da consulen­
ti di Goldman Sachs, come Papademos o Mario Monti,
leader indiscutibili di paesi che tardano a sottomettersi
all’autorità tecnica degli algoritmi, e non vogliono capire
che l’interesse generale è matematico, e la vita sociale deve
sottomettersi alla logica ferrea dei mercati.
Quando i rituali democratici mettono in pericolo l’ese­
cuzione dei piani di austerità destinati a restaurare la per­
fezione matematica nella vita sociale, e a pagare il debito
infinito che dobbiamo alle banche, allora la democrazia
viene cancellata, e sostituita nottetempo da funzionari
dell’assolutismo matematico. Quel che chiamano “merca­
ti” sono la manifestazione visibile dell’intima funzionali­
tà matematica degli algoritmi incorporati nella macchina
tecno-linguistica: essi emettono sentenze che cambiano il
destino del corpo vivente della società, distruggono risor­
se e come un’idrovora inghiottono le energie del corpo
collettivo.
Le enunciazioni finanziarie pretendono di impersona­
re le regole dell’indessicalità. Le agenzie di rating abbas­
sano o innalzano il valore di una banca, di un’impresa o
di una nazione con enunciazioni che si fingono indicatori
della situazione reale di quella banca, di quell’impresa o
di quella nazione, e di prevedere il futuro di quella banca,
di quell’impresa o di quella nazione. In effetti emettono
profezie che si auto realizzano. L’enunciazione apparen­
temente predittiva è in realtà un atto illocutorio, un atto
di linguaggio performativo che ha efficacia in quanto la
IL COLLASSO 89

comunicazione sociale è stata sottomessa alle implicazioni


tecno-linguistiche dell’economia finanziaria.

Il nazismo in due mosse

La premessa religiosa dell’assolutismo finanziario si


fonda su un errore fondamentale: la realtà non è matema­
tica, e la matematica non è la legge della realtà, ma è un
linguaggio la cui coerenza non ha nulla a che fare con la
coerenza stratificata e molteplice della vita.
La matematica in sé non è feroce, ma viene iscritta fe­
rocemente nell’organismo vivente della società, e questa
feroce matematizzazione del corpo vivente della società
prepara l’evoluzione più spaventosa che possiamo imma­
ginare per il futuro d’Europa.
Sarebbe ridicolo descrivere i consulenti della Goldman
Sachs che sono al governo dei paesi europei o la signo­
ra Cancelliera della Repubblica tedesca come dei nazisti.
Non sono dei sadici torturatori e non vogliono sterminare
gli ebrei. Vogliono pacificamente sottomettere la popola­
zione europea alla schiavitù matematica, pulita, liscia, per­
fetta, perché sono convinti che sia possibile che la vita si
conformi a degli algoritmi e a delle equazioni.
Purtroppo sbagliano, perché credono che il corpo fi­
sico emotivo e sociale possa funzionare secondo causalità
di tipo matematico. La catena algoritmica ha una sua cau­
salità intrinseca che è la causalità coerente di un linguag­
gio creato dalla mente umana nella sfera dell’astrazione
tautologica auto-validante della matematica. La religione
finanziaria trasferisce la coerenza della catena algoritmi­
ca nella realtà sociale del corpo collettivo. Questo errore
filosofico corrisponde agli interessi economici della classe
post-borghese dei predatori finanziari. Imporre la causa­
lità matematica al divenire sociale e fisico è l’errore più
pericoloso, perché provoca la nascita di una forma nuova
di fascismo che ormai sta manifestandosi in molti paesi
90 LA NONNA DI SCHÄUBLE

d’Europa: un numero crescente di persone esprime sen­


timenti razzisti e un’onda di depressione, disperazione e
suicidio spazza il continente.
Il Totalitarismo freddo che possiamo definire Assolu­
tismo finanziario è la prima mossa che si sta compiendo
attualmente, cui seguirà una forma calda di fascismo re­
attivo di massa. L’astratta violenza fredda dell’assolutismo
finanziario deterritorializzato prepara la violenta riterrito-
rializzazione del corpo reattivo della società europea: ri­
torno sulla scena della nazione, della razza, della religione
settaria, della violenza disperata di tutti contro tutti.

Tragedia e scismogenesi

Al gioco degli scacchi si dichiara scacco matto quando,


secondo le regole, il re di uno dei giocatori non può com­
piere più alcuna mossa. Il gioco degli scacchi è un gioco
finito, nel senso che se vogliamo fare quel gioco dobbiamo
rispettarne le regole. Se violiamo le regole non stiamo più
giocando quel gioco. L’amore, la vita, la storia non sono
però giochi finiti, nel senso che non vi è alcuna regola che
impedisca di violarne le regole.
Se vogliamo continuare a giocare secondo le regole
della politica, possiamo esserne certi, abbiamo perso. La
democrazia non esiste più, la forza politica dei lavorato­
ri è stata distrutta dalla precarizzazione e dall’estensione
infinita del mercato del lavoro, l’ignoranza prevale sulla
conoscenza perché l’educazione è seppellita dalla disin­
formazione mediatica mentre la complessità del mondo si
estende all’infinito, rendendo inutili gli strumenti tradizio­
nali del governo. E per finire, la retroazione negativa che
rendeva possibile un’attenuazione degli effetti catastrofici
dei processi sociali è stata sostituita da una forma di re­
troazione positiva come quando un termostato impazzito
aumenta il fuoco della caldaia se la temperatura supera
i quaranta gradi. Quando la destra vince le elezioni essa
IL COLLASSO 91

distrugge la scuola, e la distruzione della scuola permette


alla destra di vincere le prossime elezioni.
Il gioco moderno della politica si è concluso. Gli au­
tomatismi hanno vinto, l’umanità ha perso: scacco matto.
Non sappiamo se questo condurrà all’olocausto finale,
provocato da una guerra di tutti contro tutti, o dallo scate­
narsi delle potenze della natura, oppure a una prolungata
fase di barbarie, comunque non possiamo più farci niente.
Quello che possiamo fare, invece, è violare le regole, usci­
re dal gioco rinunciando a partecipare alla competizione
politica, per costituire comunità secessive le quali potran­
no forse proliferare generando modi esistenziali e tecnici
contagiosi e diffusi, se qualche spazio del pianeta sfuggirà
al destino di Fukushima.
Tragica è quella forma d’immaginazione che riconosce
all’umano l’impossibilità d’opporsi alla potenza superiore
delle forze della natura, o del sentimento o della storia.
Dobbiamo riconoscere il carattere tragico degli effetti che
la dittatura finanziaria ha prodotto sul pianeta, se vogliamo
iniziare a compiere l’unico gesto che potrà forse rivelarsi
salvifico. Il gesto di abbandonare fisicamente e simbolica-
mente il territorio devastato dal capitale, per ricostituire la
solidarietà sociale a partire da comunità secessive, prolife­
ranti, scismogenetiche. La civiltà moderna è finita e una
dinamica predatoria solo parzialmente identificabile in
gruppi e persone sociali (la classe virtual-finanziaria) sta
distruggendo la sua eredità. Non c’è più modo ormai di
fermare questo processo né la violenza che esso comporta.
Lottare, agire collettivamente non potrà fermare que­
sto processo, ma non è inutile, perché serve ad accumu­
lare da qualche parte (in luoghi che non sono necessaria­
mente geografici) l’energia scismogenetica che produrrà,
se il mondo resterà abitabile, le condizioni per il comuni­
Smo post-apocalittico che siamo chiamati a immaginare, a
proporre e a costruire dentro e oltre il tragico crollo della
democrazia europea che è conseguenza della violenza fi­
nanziaria.
92 LA NONNA DI SCHÄUBLE

Un’utopia senile per l’Europa

Credo che un compito culturale che ci sta di fronte sia


quello di modificare l’immaginazione del mito fondativo
della storia Europea: il mito dell’energia. L’immaginazione
estetica e politica moderna hanno esaltato i valori della
giovinezza, della passione giovanile e dell’energia, dell’ag­
gressività e della crescita. Il capitalismo si è fondato sullo
sfruttamento dell’energia fisica, e il semiocapitalismo ha
soggiogato l’energia nervosa della società fino al collasso.
La nozione di esaurimento è sempre stata un tabu per
il discorso della modernità: Sturm und Drang, tensione
faustiana all’immortalità, inesauribile sete di crescita eco­
nomica e di profitto. I limiti dell’organismo sono stati ri­
mossi, dimenticati. Il corpo organico della terra, e l'entro­
pia inerenti alla vita umana sono stati disprezzati, nascosti,
segregati.
Il culto romantico della giovinezza è la fonte culturale
del nazionalismo. Nell’età romantica l’Europa era la civiltà
emergente che conquistava l’egemonia sulle grandi civiltà
orientali. Non dovremmo dimenticare che alla fine del di­
ciottesimo secolo India e Cina producevano oltre il 70 per
cento della ricchezza globale della terra. Il loro declino
non si può separare dalla dominazione europea. Nell’età
della colonizzazione il nazionalismo britannico e francese
fu condizione per la formazione degli imperi coloniali, ma
tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo il
nazionalismo riemerge come forma reattiva, esprimendo
il bisogno di autoaffermazione degli stati giovani, Italia,
Germania, Giappone, mentre Russia, Impero Austriaco e
Impero Ottomano si avvicinavano al crollo.
Il nazionalismo è autoaffermazione della giovane gene­
razione a livello culturale ed economico, come è eviden­
te nel Futurismo italiano. Gli stili di vita antiquati sono
svalutati, i vecchi e le donne sono disprezzati per la loro
debolezza. Il fascismo si descrive come l’età giovane delle
nazioni.
IL COLLASSO 93

Nella tarda modernità la retorica della giovinezza e la


svalutazione del vecchio diviene un carattere essenziale
della pubblicità, ma il discorso pubblicitario non insulta
la vecchiezza, la nega, affermando che ogni vecchio può
essere giovane se solo accetterà di prendere parte alla festa
consumista.
Lo stile Berlusconi ripropose un machismo caricaturale
e barocco che ben si componeva con l’arrogante disprezzo
delle regole democratiche.
Ma gli attori di quella commedia erano vecchi che
chiedono aiuto alla biotecnica e alla psicochimica e alla
farmacologia dell’energia. La rimozione del tempo è il
delirio finale della classe globale, come Norman Spinrad
aveva immaginato in un romanzo del 1967 intitolato, nella
traduzione italiana, Jack Barron e l’eternità (Bug Jack Bar­
ron, nell’originale).
Poi è venuto Renzi a riproporre il mito dei giovani scal­
pitanti che rimettono le cose a posto. Il giovane economi­
sta renziano Filippo Taddei ha dichiarato:

L’intero mercato è destinato a cambiare e con esso anche la


mentalità dei lavoratori italiani. Dobbiamo abituare la gente
che l’istruzione sarà molto più lunga e costosa, le assunzioni
a tempo indeterminato molte di meno, i tempi di lavoro più
lunghi, i pensionamenti verranno posticipati. Le riforme non
hanno solo un fine economico ma anche e soprattutto sociale
perché servono a modificare la mentalità lavorativa degli ita­
liani.

Cambiare la mentalità con la tortura, raddrizzare le


gambe ai cani: è la missione dei giovani eroi del governo
Renzi.
Come la mitologia eroica del nazionalismo fascista, an­
che la mitologia della pubblicità, incarnata dalla subcul­
tura berlusconiana e renziana è fondata sul delirio di po­
tere. Il primo era fondato sulle virtù giovanili della forza
dell’energia e dell’orgoglio. Queste sono fondate sulle più
mature virtù della tecnica, dell’inganno e della finanza.
94 LA NONNA DI SCHÄUBLE

La nemesi che seguì alla violenza giovanile del fascismo


fu la seconda guerra mondiale e il suo impensabile carico
di morte. Quale nemesi seguirà alla presente energolatria
dei vecchi?
Il destino d’Europa si sposta sul terreno biopolitico, al
confine tra consumismo, aggressività giovanilistica tecno­
sanitaria, e coscienza collettiva possibile dei limiti dell’or­
ganismo biologico e sensibile.

Paradosso terapeutico

L’esaurimento non è ammesso nel discorso europeo


e questo è un problema, oggi, perché oggi l’esaurimento
deve essere compreso e accettato come nuovo paradigma
della vita sociale. Solo l’elaborazione culturale e psichica
dell’esaurimento aprirà la porta a una nuova concezione e
percezione della ricchezza e della felicità.
La popolazione occidentale è stata avvertita dell’at­
tualità dell’esaurimento fin dal 1972, quando il Club di
Roma pubblicò i Limiti dello sviluppo (Donella H. Me­
adows, Dennis L. Meadows, Jorgen Randers e William
Bahrens). Per la prima volta abbiamo avuto conferma del
fatto che le risorse fisiche del pianeta non sono infinite.
La disponibilità del petrolio diveniva un problema. Qual­
che mese dopo la pubblicazione del libro, in seguito alla
guerra dello Yom Kippur del 1973, il mondo occidenta­
le per la prima volta sperimentò uno shock petrolifero.
Da quel momento dovremmo sapere che l’energia si sta
esaurendo nel corpo fisico del pianeta. All’inizio del ven­
tunesimo secolo, poi, un nuovo tipo di collasso ha colpito
il cervello della società: la sovraproduzione semiotica ha
prodotto un sovraccarico dell’attenzione e al crollo finan­
ziario delle imprese dot.com. Il collasso dell’economia vir­
tuale del settembre 2008 ha avviato un processo di impo­
verimento e precarizzazione di tutta la società. La cultura
occidentale è incapace di gestire la tendenza che queste
IL COLLASSO 95

crisi portano ad evidenza, perché è fondata sull’identi­


ficazione tra energia e bene, di espansione e benessere
sociale.
Negli anni Sessanta i demografi facevano una preoc­
cupante predizione: nel 2050 gli esseri umani del pianeta
saranno dodici miliardi. Ora sappiamo che la tendenza
si è rallentata e la predizione dei demografi all’inizio del
nuovo secolo è cambiata: non saremo più di nove miliardi.
Questo implica il fatto che l’umanità sta invecchiando e la
percezione del futuro è destinata a mutare.
Al momento il cambiamento nella percezione è piutto­
sto oscuro e deprimente perché si seguono le regole della
moderna energolatria e della crescita.
Nei prossimi anni un terzo della popolazione europea
sarà anziana: sta invecchiando la generazione nata dopo
la seconda guerra, quando sembrava a portata di mano la
realizzazione della promessa moderna di pace, benessere
e democrazia.
La nuova generazione che entra oggi nel mercato del
lavoro non possiede la memoria della passata civiltà socia­
le, né la forza politica per difendere la propria esistenza
dall’economia predatoria. La precarizzazione del lavoro ha
quasi distrutto le condizioni della solidarietà e della difesa
sociale. L’epoca della senilizzazione è arrivata, e potrebbe
portare a una forma generalizzata di demenza senile: paura
dell’ignoto, xenofobia, perdita di memoria storica.
Ma in uno scenario differente, che dobbiamo prepara­
re a livello culturale, il processo di senilizzazione potrebbe
aprire la porta a una rivoluzione culturale fondata sulla
forza dell’esaurimento: affrontare l’inevitabile con animo
rilassato, scoprire la lentezza sensuale di coloro che non
attendono dalla vita più nulla se non la saggezza. La sag­
gezza di chi ha visto molto, nulla ha dimenticato eppure sa
vedere ogni cosa come se fosse per la prima volta.
Questa lezione l’Europa potrebbe imparare nel pros­
simo futuro, se sapremo uscire dall’ossessione capitalista
dell’accumulazione della proprietà e dell’avarizia. In un
96 LA NONNA DI SCHÄUBLE

rovesciamento della soggettivazione energetica che anima


le teorie rivoluzionarie del ventesimo secolo, il radicalismo
dovrebbe abbandonare il metodo dell’attivismo e adottare
il metodo del passivismo. Una radicale passività potrebbe
finalmente dissolvere l’etica della produttività ininterrotta
che la politica neoliberista ha imposto. La madre di tut­
te le bolle potrebbe a quel punto scoppiare: la bolla del
lavoro. Abbiamo lavorato troppo durante gli ultimi tre o
quattro secoli, e scandalosamente troppo durante gli ulti­
mi trent’anni. La depressione in corso potrebbe segnare
l’inizio di un abbandono massiccio della competizione,
del consumismo e della dipendenza dal lavoro, se insorge­
rà la coscienza creativa dell’esaurimento.

Sappiamo ben poco a proposito dell’invecchiamento,


e non sappiamo nulla delle emozioni dei vecchi, e della
loro capacità di organizzazione sociale, di solidarietà e di
forza politica. Non ne sappiamo niente perché non l’ab­
biamo mai sperimentata. Questa esperienza è ai suoi ini­
zi. L’epoca della senilizzazione è alle porte e l’Europa è il
primo luogo in cui questa esperienza si svilupperà. Questa
tendenza si diffonde in tutto il pianeta, anche se la dena-
talizzazione è iniziata nel territorio della vecchia Europa,
perché la generazione del secondo dopo guerra non ha
proliferato con la stessa intensità delle generazioni prece­
denti.
Nel film II settimo cielo il regista tedesco racconta una
semplice storia d’amore. Inge è sposata con Werner, in­
contra Karl e si innamora di lui. Decide di lasciare il ma­
rito e va a vivere con il suo amante. Una notte mentre sta
dormendo tra le braccia dell’amato riceve una telefonata
che gli dice che Werner si è ucciso. E allora? Una semplice
storia d’amore, come avevo detto. Però ho dimenticato di
precisare un fatto importante: Inge Werner e Karl hanno
un’età che varia tra i settanta e gli ottanta anni. L’amore
dei vecchi è un argomento che la letteratura e il cinema,
con poche eccezioni, non hanno raccontato per la sempli­
IL COLLASSO 97

ce ragione che ne sappiamo assai poco, dato che finora i


vecchi non sono esistiti, o sono stati solo una piccola mi­
noranza solitaria.
Il prossimo decennio sarà per l’Europa il decennio di
una scelta decisiva. Il dilemma è tra due ipotesi: uno è
accettare la redistribuzione della ricchezza e delle risor­
se, aprire le frontiere alle folle che vengono dall’Africa e
dall’Asia, e ridurre il livello di consumo adottando stili di
vita che vanno verso la decrescita di produzione e consu­
mo. Non in forma di sacrificio, ma in forma di godimento
di un tempo senza criteri competitivi e senza ansia acqui­
sitiva.
L’altra prospettiva è l’intensificazione della guerra civi­
le interetnica i cui segni sono già visibili. La maggioranza
degli europei sta disperatamente difendendo il privilegio
accumulato durante i secoli del colonialismo, ma questo
privilegio si è deteriorato fin dal crollo degli imperi colo­
niali e crollerà del tutto nel corso della recessione globale.
Se la gara è quella della competizione economica l’Eu­
ropa non può vincerla. Quanto tempo occorre per ridurre
il salario di un operaio europeo ai livelli di un operaio in­
diano o vietnamita? Molto tempo violenza e sangue. Per
questo i mercati finanziari non credono nell’euro: se la mi­
sura è il profitto di capitale e il profitto e la competizione,
allora il declino europeo è garantito.
La domanda è: chi dice che il solo criterio di scelta
consista nella competizione economica? Bateson defini­
rebbe il disagio europeo in termini di doppio legame, o
ingiunzione contraddittoria. Il dogma neoliberista ordina
alla società europea di competere, e al tempo stesso ordi­
na la distruzione delle strutture che costituiscono la con­
dizione culturale e produttiva della sua ricchezza. L’idea
neoliberista di ricchezza porta sempre più verso la miseria
sociale.
In caso di doppio legame Bateson suggerisce un esi­
to paradossale. La soluzione paradossale potrebbe essere
quella di non aver paura del declino. Declino, decrescita
98 LA NONNA DI SCHÄUBLE

implicano un disinvestimento dalla frenesia competitiva:


questa è la via paradossale che potrebbe portarci fuori dal
doppio legame neoliberista.
Parte terza
Primavera incerta
2 febbraio

Syriza ha vinto le elezioni e ha formato un nuovo go­


verno. Difficilmente può arretrare, a questo punto. Tsipras
e Varoufakis hanno avuto l’intelligenza e il coraggio di
mettere in chiaro il legame tra debito e cosiddette riforme.
L’imposizione del capestro (il debito infinito che più lo
paghi più cresce) non ha solo lo scopo di trasferire risorse
dalla società verso il sistema finanziario (impoverimento
immediato), ma anche e soprattutto quello di produrre un
impoverimento di lungo periodo, poiché si precarizzano
irreversibilmente le condizioni di lavoro e perché si inde­
bolisce il sistema educativo sottomettendolo agli interessi
privati e alla visione aziendale della formazione. Questo è
ciò che l’oligarchia finanzista sta imponendo alla società
europea.
Mentre gli ordoliberisti tedeschi (e i loro vassalli) fan­
no la faccia truce e insistono che non c’è alcuna ristruttu­
razione del debito possibile, in sottofondo si ode il discor­
setto mellifluo dei riformisti ragionevoli come Hollande e
Renzi. Questi dicono: ma sì ma sì un piccolo ritardo nei
pagamenti ve lo concediamo, l’importante è che non si de­
fletta dalle riforme.
Il poliziotto cattivo Schaeuble-Merkel e il poliziotto
buono Renzi-Hollande si dividono il lavoro per ottenere la
102 LA NONNA DI SCHÄUBLE

stessa cosa: la trasformazione della società europea in un


organismo definitivamente sottomesso, la cancellazione di
ogni traccia di autonomia dei lavoratori. E la Grecia è la
vittima sacrificale cui imporre queste scelte con la forza e
l’umiliazione, perché gli altri imparino la lezione.
Ma la coppia Tsipras Varoufakis ha già risposto con
chiarezza che non c’è trippa per i gatti. Nel primo giorno
di governo hanno aumentato le pensioni, riassunto i di­
pendenti pubblici, reinvestito nella televisione pubblica,
bloccato le privatizzazioni in corso.
Insolvenza e rovesciamento del processo di sottomis­
sione ordo-liberista sono indissociabili, dato che il debito
è strettamente finalizzato alla “riforma” liberista.

Con l’affermazione di Syriza il gioco in Europa è muta­


to in maniera decisiva. Finalmente è chiaro che in Europa
non c’è una crisi, ma un conflitto tra due forze: da una
parte l’oligarchia finanziaria che pratica una predazione
delle risorse sociali usando la leva del debito. Dall'altra
la società che tenta di difendere i servizi sociali, i livelli di
reddito, e i diritti dei lavoratori. Ma non c’è alcuna visione
del futuro, nessuna immaginazione di una possibile alter­
nativa al modello capitalistico. Non possiamo pensare che
questa immaginazione possa emergere dal governo greco
che è stretto in una situazione di ricatto e che deve gestire
una struttura produttiva scarsamente articolata e per molti
versi arretrata.
Il problema è che i super-eroi Tsi-Varouf non possono
vincere da soli. L’oligarchia finanzista si farà aggressiva,
non c’è dubbio su questo. Useranno il ricatto e la violenza
se occorre. Per questo dobbiamo suscitare una sollevazio­
ne di quel che resta autonomo e intelligente nella società
europea. In Spagna Podemos ha le dimensioni e l’intelli­
genza per farlo, ma la Spagna non basta. Bisogna evitare
che si consolidi la percezione di una divisione tra i paesi
poveri recalcitranti perché arretrati, e quelli moderni e
prosperi perché responsabili. E una percezione sbagliata,
PRIMAVERA INCERTA 103

indebolisce la società e rafforza il potere dell’autorità or-


doliberista.
Ora è necessario che il precariato italiano, francese, e
anche (e soprattutto) tedesco emergano dal loro torpore,
il punto non è chiedere una proroga nei pagamenti del
debito-capestro, il punto è rovesciare il senso delle rifor­
me, contrapporre un piano di riforma sociale al piano di
riforma finanzista.
Il nucleo essenziale di un piano di questo genere non
può essere la difesa della composizione esistente della so­
cietà europea, non può essere una difesa dell’ordine lavo­
rativo esistente. Deve essere un rovesciamento puntuale
del discorso dominante sul lavoro, deve essere la proposta
innovativa e possibile di una riduzione dell’orario di la­
voro, di una ridistribuzione del tempo di lavoro, e di un
reddito di cittadinanza che cominci a metter in questione
il ruolo di asservimento del tempo umano che è la quintes­
senza del lavoro salariato come forma adeguata al capitali­
smo industriale del passato.

Mettere in moto un processo di questo genere è certa­


mente un compito più grande di noi. Noi chi? non lo so,
appunto, non so neppure di chi sto parlando, non so nep­
pure chi sarebbe la soggettività cui mi sto appellando. Si
tratta di una soggettività sfuggente, mobile: per l’appunto
precaria. Ma le circostanze sono destinate a far emergere
nuove configurazioni nella soggettività sociale d’Europa:
le circostanze sono quella della guerra che incombe.
I due fronti di guerra che stringono l’Europa come una
tenaglia non sono destinati a placarsi. La guerra inter-fa-
scista che divampa in Ucraina si aggraverà con l’aggravarsi
delle condizioni di vita della popolazione russa e di quella
ucraina. L’avventurismo occidentale che strangola l’eco­
nomia russa e istiga al riarmo il fascismo putiniano, ha su­
scitato una guerra che non si può fermare prima di aver
coinvolto e forse anche spaccato in due l’Unione europea.
Quanto al fronte di guerra che si estende da Kabul a
104 LA NONNA DI SCHÄUBLE

Tripoli (che non è un fronte ma un intrico fittissimo di mi­


cro-fronti che si saldano in una sorta di guerra mondiale
inter-islamica) non si placherà fin quando la generazione
che aveva dieci anni quando la televisione ha mostrato le
immagini di Abou Ghraib sarà in grado di fornire corpi
sacrificali di assassini suicidi, e fin quando a Londra come
al Cairo le periferie saranno piene di giovani disoccupati
pronti a combattere per un salario di quattrocento dollari.
Il che vuol dire per i prossimi venti anni. E nel frattempo
il mostro islamista prolifera nelle città europee. La guerra
è dentro.

A un certo punto, nell’anno 2011, parve possibile la


creazione di un movimento unificato della generazione
precaria a Londra, Atene, Cairo e Mosca. Di questo abbia­
mo bisogno. Un’internazionale che saldi la battaglia cultu­
rale contro il fondamentalismo islamista e quella contro il
fondamentalismo liberista. Un’internazionale precaria ca­
pace di costituire una rete del sapere contro il capitalismo
finanziario (Knowledge against financial capitalism, KAFCA
come si chiamò per pochi mesi una precaria aggregazione
di organismi di movimento). Un’internazionale precaria
capace di rovesciare il senso comune dell’Europa che di­
fende i suoi pregiudizi economicisti e quindi sprofonda
nella depressione e nella paranoia. Un’internazionale pre­
caria capace di puntare il dito sul paradosso demente che
aumenta il tempo di vita-lavoro proprio quando il pro­
gresso tecnologico riduce il tempo di lavoro necessario.
E mai possibile che non siamo capaci di creare una co­
sa così indispensabile come l’internazionale precaria? L’e­
sperienza ha dimostrato che non ne siamo capaci, perché
la materia sociale di cui è fatta la precarizzazione non si
modella e non si ricompone secondo le linee della solida­
rietà e del progetto politico condiviso. Si tratta di inventa­
re dunque una modalità del tutto diversa di ricomposizio­
ne e di espressione delle potenzialità. E questo il compito
da svolgere nel tempo che viene.
PRIMAVERA INCERTA 105

12 febbraio

In una vignetta pubblicata da un giornale greco si vede


Schäuble con divisa nazista che dice ai greci “sappiamo
cosa fare del vostro grasso, non abbiamo ancora deciso
cosa fare delle vostre ceneri”. E una vignetta orribile, idio­
ta. Ma il problema è che in questi giorni (mentre preparo
un viaggio a Berlino dove il 3 marzo terrò una conferenza
alla Volksbühne) combatto contro me stesso per impedir­
mi di sentire quello che sento. Quello che sento è rabbia
contro i tedeschi.
Mio padre è stato partigiano durante la guerra e i na­
zisti lo arrestarono in una piccola città delle Marche chia­
mata Osimo. Riuscì avventurosamente a salvarsi la pelle,
ma quell’esperienza lo segnò per sempre. Quando parlava
(e ne parlava molto spesso) della guerra, della prigionia,
della Resistenza, non usava mai l’espressione “nazisti”.
Usava sempre l’espressione “tedeschi”, o anche i “togni-
ni”, o anche i “crucchi”, espressioni emiliane con cui si
identificavano un tempo gli aggressori che a Marzabotto
uccisero 1670 persone. Sono cresciuto pensando che i ne­
mici di mio padre, e quindi i miei, i carcerieri, i torturato­
ri, gli assassini, fossero i tedeschi. Poi è venuto il ’68 e ho
capito che i tedeschi erano i miei compagni: Hans Jurgen
Krahl, Karl Heinz Roth e Rainer Fassbinder, ecco chi era­
no i tedeschi.
Lessi i saggi di Rudi Dutschke e compresi che non esi­
stono i popoli ma le persone, le classi e i movimenti. Poi il
23 aprile del 1968 un lettore dei giornali di Springer sparò
un colpo di pistola a Rudi Dutschke. Pur avendo compre­
so che la parola tedeschi e la parola nazisti non sono affat­
to sinonimi, mi rimase il sospetto che il lettore di Springer
rappresentasse la maggioranza della popolazione di lingua
cultura e nazionalità germanica.

Le ultime vicende dell’Unione europea, e particolar­


mente il martirio cui è stato sottoposto il popolo greco,
106 LA NONNA DI SCHÄUBLE

hanno fatto riemergere nel mio subconscio l’orrenda iden­


tificazione tra tedeschi e nazisti.
I tedeschi non esistono, ripeto cercando di riportarmi
alla ragione. Metà dei libri che mi hanno formato sono
tedeschi, molti dei miei amici sono tedeschi, conosco ab­
bastanza bene la storia recente per sapere che la Germa­
nia è un paese democratico e che il movimento operaio
tedesco è stato e continua a essere un bastione della ci­
viltà sociale. Eppure non posso impedirmi di provare
rabbia per l’arroganza di coloro cui sono stati condona­
ti i debiti di guerra e ora ci impongono di fare i compi­
ti a casa per imparare a essere come loro. So bene che
“i tedeschi” non esistono, come non esistono gli italiani
o i francesi o i cinesi. So perfettamente che ci sono in­
dividui, classi sociali, e che i popoli sono astrazioni sen­
za verità. Peggio ancora: i popoli sono gabbie identitarie
entro cui il fascismo cerca di costringere le singolarità,
stampando su di loro lo stereotipo identitario, producen­
do uniformità dove c’è differenza singolare. Eppure non
posso impedirmi di odiare l’Unione europea perché non
è che una carcassa vuota che il sistema finanziario usa
per depredare il prodotto sociale e non posso fare a me­
no di pensare che l’Europa è unita come lo era nel 1941.
Provo pena e anche un po’ di rabbia contro me stesso,
mi impongo di non parlare, di non scrivere, quasi perfino
di non pensare. So benissimo che i miei sentimenti sono
sbagliati, (ma si può dire che sono sbagliati o giusti i sen­
timenti?). Ma questi sentimenti non sono soltanto il segno
di una mia spero passeggera malattia mentale: sono la pro­
va del fatto che l’Unione europea è prossima al decesso, e
la stanno uccidendo i fanatici della finanza che credono
nella verità assoluta della frase: i debiti si debbono pagare.
Se perfino un internazionalista come sono sempre stato e
resto prova nei confronti dei tedeschi sentimenti orribili
come quelli che non posso negare di provare, vuol dire
che non c’è più futuro per l’Unione. Vuol dire che in ogni
paese europeo crescerà l’onda di odio anti-tedesco dal
PRIMAVERA INCERTA 107

quale può nascere soltanto fascismo. Vuol dire che il fasci­


smo cresce, e si prepara a ingoiare il nostro futuro.

15 febbraio

C’è un enigma al cuore della situazione europea: qua


li sono le intenzioni della classe dirigente tedesca? Quali
sono le sue aspettative riguardo al futuro dell’Unione?
Non si rendono conto dei pericoli (vittoria delle destre
nazionaliste, crollo dell’Unione, guerra euro-russa) che si
delineano all’orizzonte dopo cinque anni di austerity che
hanno costantemente peggiorato le condizioni di vita della
popolazione europea?
Anche in Germania comincia a manifestarsi qualche
voce di dissenso nei confronti della politica del gruppo
dirigente che ha modellato l’Unione europea secondo una
cultura austeritaria. Il sindacato metalmeccanico e alcuni
intellettuali chiedono al governo tedesco di moderare la
sua furia distruttiva. Tutti conoscono le posizioni critiche
di Ulrich Beck negli ultimi anni della sua vita. L’econo
mista Rudolf Hickel ha descritto le politiche di austerità
come un trasferimento di risorse dalla società verso il si
stema bancario. E lo storico Karl Heinz Rotli ha quanti
ficato in 80 miliardi di euro le riparazioni di guerra clic
la Germania deve alla Grecia, e ha sottolineato il signi
ficato morale di questo punto (http://www.sopos.org,/
aufsaetze/5 0dc887f5e5 04/1 .phtml).
Ma ora è necessario che un movimento culturale si
esprima in Germania non solo per evitare uno scontro
fatale con il popolo greco, ma anche per ripensare la pro
spettiva stessa dell’Unione.
Talvolta si ha l’impressione che la Germania sia dispo
sta a giocare il gioco dell’Unione solo a patto che l’Europa
accetti di diventare tedesca. Si tratta di un compito irrea­
lizzabile perché la complessità d’Europa è irriducibile.
Inoltre l’equilibrio economico tedesco non si può tra­
108 LA NONNA DI SCHÄUBLE

durre in termini europei: l’economia tedesca ha evitato


una totale deterritorializzazione, in conseguenza dello
scambio imposto ai lavoratori dal governo “rosso-verde”:
manteniamo in Germania i luoghi di produzione e in cam­
bio, a partire dal piano Hartz del 2002, i sindacati hanno
accettato un immiserimento dei salari.
Gerhard Shroeder, che nel 2002 era Cancelliere della
Repubblica federale tedesca, impose questo piano di pre-
carizzazione del lavoro e di riduzione del salario comples­
sivo che ha reso possibile il rafforzamento delle esporta­
zioni tedesche.
Pensiamo che la Grecia (o l’Italia, per esempio) pos­
sano andare sulla stessa strada? Agli occhi dei tedeschi i
paesi mediterranei sono luoghi di vacanza e soprattutto
consumatori dei prodotti tedeschi. Per poter garantire le
loro esportazioni hanno accettato nei paesi importatori
quello che combattevano a casa loro: un grosso settore
pubblico, evasione fiscale e indebitamento. Per questo
l’arrogante messaggio del governo tedesco: “fate come
noi”, non ha senso. Ogni paese europeo dovrebbe diven­
tare il campione dell’export.
L’incrollabile (Unerschütterlich) determinazione con
cui il ceto politico-finanziario tedesco ha imposto e pre­
tende di mantenere la politica di pareggio di bilancio fa
paura e sembra nascondere la volontà solo parzialmente
conscia di distruggere l’Unione. Ma non penso che la tetra
determinazione tedesca derivi da un calcolo consapevole.
Penso che il ceto finanzista sia spinto all’arroganza e al di­
sprezzo nei confronti dei paesi mediterranei d’Europa da
qualcosa che è più profondo di una strategia consapevole.

Syriza ha tratto legittimità e forza dall’occupazione di


Syntagma, e ha saputo tradurre quella forza in un proces­
so elettorale che ora intercetta finalmente la sfera della de­
cisione finanziaria e sembra per la prima volta in grado di
riattivare l’autonomia della società rispetto alla dinamica
finanziaria che fino a ieri sembrava del tutto impermea­
PRIMAVERA INCERTA 109

bile alla democrazia, all’opinione, alla mobilitazione della


società.
Se le istituzioni europee si riveleranno, come al mo­
mento appare probabile, del tutto succubi al diktat tede­
sco, e non permetteranno al governo greco di ottenere una
rinegoziazione del debito, si creeranno probabilmente le
condizioni per il manifestarsi di un fenomeno nuovo: la
fuoriuscita della società greca dalla sfera semiotica dell’e­
conomia monetaria, lo sganciamento della sfera del co­
mune dal dominio finanziario, dalla marcatura semiotica
che trasforma l’utile e il necessario in varianti dipendenti
dall’assolutismo della valorizzazione finanziaria.
L’esperimento Syriza non deve perdere, ed è compi­
to di ogni persona libera fare qualsiasi cosa sia necessaria
e utile (qualsiasi cosa) perché il popolo greco non venga
schiacciato, umiliato, distrutto. Non solo per solidarietà
con il popolo greco, ma perché se perde Syriza allora non
vi sarà più alcuna possibilità di salvezza. La sconfitta di
Syriza aprirebbe la strada alla barbarie fascista su scala
europea. Prima di tutto in Grecia, naturalmente, poi in
Francia. Ma al tempo stesso la sconfitta di Syriza farebbe
precipitare l’odio anti-tedesco che dovunque in Europa
serpeggia sotto pelle. E allora l’Unione sarebbe ridotta a
una gabbia finanziaria entro la quale sono costretti a con­
vivere (ma per quanto?) forze nazionaliste che si odiano e
che si preparano alla guerra.

17 febbraio

I giornali presentano Janis Varoufakis come una specie


di star. E fascinoso e brillante, e sembra avere un sacco di
fan in ogni parte del mondo, e particolarmente in Europa.
Non mi interessa il gossip, ma voglio capire le ragioni del­
la sua simpatia. Qual è il segreto?
Io penso che Varoufakis catalizzi un sentimento di rab­
bia che cova sotto le ceneri della depressione e dell’impo-
110 LA NONNA DI SCHÄUBLE

tenza. Milioni di persone in Europa si sentono impoverite e


umiliate dall’aggressiva politica di austerità autoritaria im­
posta dai governi nazionali per gli interessi dei grandi ban­
chieri. Varoufakis fa esattamente quello che milioni di per­
sone vorrebbero fare ma non osano. Insolvenza, rifiuto di
pagare il debito, l’affitto, e il biglietto del treno pendolare.
Qualche giorno fa il “New York Times” ha pubblicato
un articolo nel quale il comportamento del Ministro greco
delle Finanze è letto come il bluff di un esperto in teoria
dei giochi.

Con un atteggiamento da non-ho-niente-da-perdere scommet­


te che la Germania e il resto d’Europa faranno concessioni,
piuttosto di rischiare che l’uscita della Grecia dall’euro possa
innescare una nuova onda di contagio. Come Varoufakis ha
scritto può essere razionale agire in modo irrazionale.

La risposta di Varoufakis, pubblicata dallo stesso gior­


nale il 17 febbraio è netta: io non sto bluffando, sto sem­
plicemente dicendo la verità, e farò quello che per me è
moralmente giusto. Prima di tutto perché i Greci sono
stati derubati dal sistema bancario e dai governi greci del
passato, e non possono pagare ulteriormente un debito
infinito che loro non hanno assunto. In secondo luogo
perché la dignità del popolo greco è in gioco. “Siamo de­
terminati a non farci trattare come una colonia indebitata
che dovrebbe tollerare tutto quel che le è imposto”.
La ragione per cui Varoufakis sembra così simpatico
a tanti cittadini europei (come me) è facile da capire: non
accetta più di essere trattato come un servo dell’élite finan­
ziaria, come tutti gli altri politici europei (senza eccezioni
fino a questo momento). Al tempo stesso sta portando il
suo paese verso la sola via di fuga dallo strangolamento: il
rifiuto di pagare il debito che non può essere pagato.
Queste sono le sue parole:

Come possiamo sapere che il nostro programma politico, la


nostra linea rossa sia giusta in termini kantiani? Lo sappiamo
PRIMAVERA INCERTA 111

guardando negli occhi la gente affamata nelle nostre città, o


vedendo i lavoratori sotto stress, o considerando gli interessi
della gente che lavora in ogni città europea. Dopo tutto l’Eu­
ropa non recupererà la sua anima se non recupera la fiducia
del popolo mettendo i suoi interessi al centro.

Varoufakis non sta giocando. Eppure nell’attuale situa­


zione greca far quel che bisogna fare - per esempio respin­
gere la minaccia tedesca - sembra anche essere la mossa
giusta dal punto di vista della teoria dei giochi. Sta facendo
una mossa disperata perché la situazione è disperata, e solo
l’insolvenza può portare la Grecia fuori dal buio. Lo stile
politico di Varoufakis è così attraente per tanta gente per­
ché contiene un suggerimento utile a milione di persone in
Europa, particolarmente ai giovani disoccupati e precari.
L’austerità finanziaria li obbliga ad accettare la mise­
ria perché il sistema finanziario sequestra le risorse per
il benessere sociale. La loro esistenza è esposta al super-
sfruttamento, all’umiliazione e alla competizione costante.
Il suggerimento del Ministro greco delle Finanze è
questa: non accettare le regole del gioco, dato che non
hai sottoscritto le regole del gioco austeritario, non ver­
gognarti della tua disperazione, ma usala come una fonte
di azione collettiva, non come una fonte di competizione
aggressiva o di depressione solitaria.

20 febbraio

Difficile capire cosa stia realmente accadendo nell’in-


finita contrattazione tra il governo greco e il potere che
governa l’Unione europea. Ci dicono che stanno cercando
una mediazione e questo è comprensibile. Forse troveran­
no un accordo, forse l’accordo durerà, forse non durerà.
Difficile a dirsi.
Il problema è che il punto cruciale affermato dal go­
verno greco non riguarda il denaro, la solvibilità o l’insol­
venza. Il punto cruciale riguarda le “riforme”.
112 LA NONNA DI SCHÄUBLE

La parola riforma si può usare in modi divergenti. Alcu­


ni dicono riforma e intendono: aumento dei salari, denaro
per i servizi sociali, niente sfratto per chi non può pagare
l’affitto. Alcuni altri dicono riforma e pensano: riduzione
dei salari, impoverimento dei lavoratori, smantellamento
del welfare sociale, privatizzazione dei beni comuni.
Non so se la repubblica greca sarà espulsa dall’Unione
europea o se l’Unione eviterà il cosiddetto Grexit. Quello
che so è che il significato della parola riforma per il gover­
no greco è incompatibile con il significato che alla parola
riforma attribuisce l’elite finanziaria e i camerieri dell’elite
finanziaria, ovvero il ceto politico europeo senza alcuna
eccezione.
Al di là della possibilità di trovare un accordo tempo­
raneo, un accordo sul fondo è impossibile.
Conclusione: la trattativa non riguarda l’espulsione dei
greci insolventi o l’entità del debito, riguarda la possibilità
di uscire dalla stretta delle riforme neoliberali. Il gover­
no greco ha aperto una strada per chiunque in ogni paese
europeo intenda liberare la sua vita dai predatori. Non
c’è accordo possibile tra il governo greco e la dittatura fi­
nanziaria europea, perché il discorso del governo greco
riguarda il significato della parola riforma, e attribuisce a
quella parola un significato opposto a quello che le attri­
buisce la dittatura.

21 febbraio

“L’austerità ha devastato l’economia greca tanto quan­


to la sconfitta militare devastò la Germania dopo la prima
guerra mondiale: il prodotto nazionale lordo greco è cadu­
to del 26 per cento dal 2007 al 2013, mentre quello tedesco
declinò del 29 per cento tra il 1913 e il 1919”. Così Paul
Krugman in un articolo intitolato Weimar on the Aegean.
Il Congresso di Versailles spinse la Germania in una
situazione catastrofica e preparò la strada all’ascesa di Hit-
PRIMAVERA INCERTA 113

1er. Il governo tedesco sta seguendo oggi esattamente la


stessa direzione che condusse alla distruzione d’Europa.
La vendetta della classe finanziaria contro il popolo
greco è ingiustificata perché i greci non sono responsa­
bili per i misfatti del sistema bancario. Spinta dagli zeloti
dell’austerità l’Unione europea sta uccidendo se stessa.
La vittoria elettorale di Syriza ha aperto una prospet­
tiva di discussione, ricontrattazione dei rapporti interni
all’Unione e quindi di trasformazione dell’Unione. Il go­
verno greco ha tentato di dare priorità al salvataggio uma­
nitario, come è stato chiamato, ha tentato di attenuare il
rigore austeritario.
Per quanto possiamo giudicare, dopo la firma di un
accordo il 20 febbraio, la strada verso una riduzione
umanitaria del rigore finanziario è stata chiusa dagli ze­
loti dell’austerità. I pensionati greci possono morire di
fame, la gente può essere cacciata di casa se non può pa­
gare l’affitto, i lavoratori pubblici che sono stati licenziati
dal governo Samaras non devono essere riassunti. Non si
possono mantenere le promesse elettorali perché l’ordine
dell’algoritmo ha preso il sopravvento.
Tsipras e Varoufakis hanno tentato di opporre la de­
mocrazia alla matematica finanziaria. Prevedibilmente la
matematica ha vinto. Hanno tentato di rovesciare l’irre­
versibile, di evitare l’inevitabile. Prevedibilmente non ce
l’hanno fatta.
Ma in quello stesso istante democrazia è divenuta una
parola ripugnante e ipocrita. Qualcuno del partito nazista
di Alba dorata ha detto qualche settimana fa: “Adesso Sy­
riza ci proverà e fallirà. Dopo verrà il nostro turno”.

3 marzo

Durante il mese che è seguito alla vittoria di Syriza gli


eventi ci hanno condotti a riconoscere qual sia la natura (e
il senso, e il destino) dell’Unione europea.
114 LA NONNA DI SCHÄUBLE

La posizione politica nella quale mi riconosco si è ispi­


rata a un principio preliminare: la rivendicazione di sovra­
nità nazionale è regressiva, apre la strada al nazionalismo e
perde di vista la sola cosa interessante, che è la trasforma­
zione dell’Unione nel suo complesso. In un articolo uscito
in transversal.at un articolo di Toni Negri e Raul Sanchez
Cedillo ripropone questa impostazione.
Dapprima correttamente descrivono la natura truffal-
dina del debito:

L'Europa della troika vuol far pagare il debito alle moltitudini


europee e, della capacità di pagare questo debito, fa la misura
della democrazia ed anche del grado di europeismo. Ma tut­
ti coloro che si muovono su un fronte democratico pensano
piuttosto che questa misura sia infame perché i debiti che oggi
sono imputati ai popoli son stati fatti da coloro che in tutti
questi anni hanno governato. Questi debiti hanno rimpinguato
le classi dirigenti.

Poi ripropongono la critica del sovranismo:

Bisogna essere chiari a questo proposito: i singoli paesi, che


sono entrati nell’Unione e tanto più quelli che sono entrati
nell’Euro, non posseggono più una piena sovranità. E ciò è un
bene. Dietro la sovranità nazionale si è sviluppata ogni trage­
dia della modernità.

Infine concludono: “Non si può immaginare una bat­


taglia politica più essenziale di quella che conduce al con­
trollo democratico del governo della moneta europea. E
questa, oggi, la presa della Bastiglia”.
A parte la retorica, questo “controllo democratico del
governo della moneta europea” non significa niente. So­
no pure formule rituali, come ogni frase che contenga la
parola “democrazia”. Chi non capisce che la democrazia
politica non esiste più e non esisterà mai più inganna se
stesso e gli altri. Non vi è altro governo democratico della
moneta europea che l’insolvenza.
L’insolvenza è pratica che compete ai movimenti. Ma
PRIMAVERA INCERTA 115

movimenti sociali non esistono al momento in Europa.


Syriza ha tentato di svolgere una funzione di supplenza,
e sembrava prossima a rendere efficace un atto di insol­
venza per rendere possibile la sopravvivenza e il riavvio
della dinamica economica del paese. Dopo un’estenuante
trattativa, in cui ogni strumento è stato usato per umiliare
il voto dei cittadini greci, il 20 febbraio il governo greco
ha dovuto rinunciare a gran parte delle riforme che aveva
promesso di realizzare, che si possono sintetizzare in po­
che parole: restituire alla società le risorse che la finanza
le ha sottratto nei cinque anni passati - cioè il contrario
esatto di quello che l’austeritarismo europeo chiama “ri­
forma”.
La trattativa di febbraio è servita a chiarire definitiva­
mente cosa sia l’Unione europea.

Alla luce di quello che abbiamo capito ora dobbiamo


riprendere il discorso sulla cessione di sovranità.
A chi cedono sovranità gli stati nazionali? E poi: sono
davvero gli stati nazionali a cedere sovranità?
L’Unione non è una forma in via di definizione che
si possa plasmare con l’azione democratica. Come ha
detto recentemente Prodi in un articolo pubblicato da II
messaggero, l’UE è una commissione intergovernativa la
cui unica funzione è l’imposizione di un modello ordo-
liberista in cui la potenza politica dello stato viene messa
al servizio di una (meticolosissima) regolazione finalizzata
alla riduzione delle risorse destinate alla società, e all’as-
servimento e precarizzazione integrale del lavoro. Fino a
venerdì 20 febbraio era lecito avere dei dubbi su questo
funzionamento dell’UE, ma dopo quel giorno il suo carat­
tere di dittatura matematica è emerso in modo inequivo­
cabile.
Il ricatto ha costretto il governo greco a recedere par­
zialmente, ma il pericolo è che il nazionalismo diventi la
sola via di uscita per sfuggire a una Unione che appare
sempre più una prigione per il semplice fatto che essa è
116 LA NONNA DI SCHÄUBLE

davvero una prigione. L’espressione “dall’euro non si


esce” che un tempo sembrava una rassicurazione nei con­
fronti di chi aveva un debito consistente, oggi suona all’in-
contrario: potete anche morire di infarto, non smetteremo
di affondarvi le unghie nella carne.

Parlare di cessione di sovranità a questo punto diviene


una truffa. Non sono gli stati nazionali che cedono sovra­
nità all’Unione. Il fatto che la gestione della guerra Euro-
Russa venga assunta direttamente dal Presidente francese
e dalla Cancelliera tedesca significa che di cessione di so­
vranità non se ne parla neppure. Di tanto in tanto qualche
baggiano racconta che l’Europa deve parlare con una sola
voce. Ma sono sciocchezze e tutti lo sanno, perché gli stati
nazionali mantengono intera la loro funzione di governo
della popolazione e di decisione sulla guerra.
L’UE stabilisce una cosa soltanto: in che misura gli sta­
ti nazionali rispettano la sola regola che conta: riduzione
delle risorse e asservimento del lavoro.
Di conseguenza non ha più alcun senso attendersi una
riforma o una democratizzazione dell’UE, o anche solo
un’attenuazione del rigore finanziario.
Nelle condizioni presenti, dato che l’UE altro non è che
una macchina di asservimento ordo-liberista, dietro ogni
cessione di sovranità vi è solo cessione di risorse sociali.
Dobbiamo dunque auspicare un ritorno alla sovranità
nazionale monetaria? Sarebbe una soluzione catastrofica
per la società e aprirebbe la strada a un’involuzione auto­
ritaria e alla guerra civile in molte zone d’Europa.
Eppure è quello che succederà perché sarà la conse­
guenza dello strangolamento finanziario progressivo, e
ancor di più dell’odio e della sfiducia crescente che i po­
poli d’Europa provano l’uno per l’altro e che tutti insieme
provano per il vincolo che li strangola.

A questo punto, o si lascia l’iniziativa di avviare la


chiusura dell’esperienza europea alle destre nazionaliste,
PRIMAVERA INCERTA 117

e il collasso porterà alla guerra civile europea; o un movi­


mento europeo prende l’iniziativa di dichiarare conclusa
l’esperienza dell’Unione e inizia il reset dell’unità europea
partendo da alcune grandi questioni: una conferenza in­
ternazionale sul debito, una conferenza internazionale sul­
la migrazione e sull’investimento strategico di risorse per
l’integrazione dei migranti nell’economia europea. Ma per
questo occorrerebbe un’intelligenza e un coraggio politico
che non si trova da nessuna parte, a quanto pare.
Perciò rassegnamoci alla prima alternativa: la miseria,
la violenza, la guerra. Oppure no?

Tsipras ha detto recentemente: “siamo stati lasciati


soli”. E vero. La società europea non ha espresso alcuna
solidarietà - se si eccettua l’enorme manifestazione di Ma­
drid in segno di solidarietà con Syriza.
La società e la cultura italiana sono sommerse dal ci­
nismo.
La società e la cultura francese sono entrate in un tun­
nel identitario da cui il Fronte nazionale può emergere co­
me forza di governo.
In Germania nessuno pare rendersi conto dell’odio
anti-tedesco che sta montando in ogni città d’Europa.
Nonostante alcuni flebili distinguo, la società e la cultura
tedesca appaiono compatte, come accadde nei momenti
più tragici.
Il consenso dei tedeschi fa paura, sempre. La “Bild
Zeitung” ha pubblicato in questi giorni un sondaggio sul
modo in cui i cittadini tedeschi vedono l’accordo che il
governo ha raggiunto con l’Eurogruppo. Soltanto il 21 per
cento dei cittadini tedeschi sono favorevoli alla permanen­
za dei greci nell’Unione europea e approvano l’accordo
(capestro) che i greci hanno dovuto subire. L’80 per cen­
to dei cittadini tedeschi ritiene che i greci debbano essere
cacciati fuori, dopo che la società greca è stata rapinata dal
sistema bancario e ridotta in condizioni simili a quelle in
cui la Germania si trovava dopo la prima guerra mondiale.
118 LA NONNA DI SCHÄUBLE

Nel 1939 si pubblicavano sondaggi sull’opinione dei citta­


dini tedeschi. Ma non riesco a impedirmi di pensare che
se la “Bild Zeitung” avesse fatto all’epoca un sondaggio
sul trattamento riservato agli ebrei forse anche allora il 21
per cento avrebbe espresso il suo dissenso.

L’encefalogramma della società europea è piatto. La


protesta contro la violenza finanziaria è un fenomeno mi­
noritario, enormemente maggioritario è il silenzio sul mar­
tirio cui il ceto finanziario sottopone il popolo greco.
Sarà il collasso sistemico a costringerci al brusco risve­
glio. Come ha detto Tsipras da qualche parte, non possia­
mo certo pretendere che i greci, dopo aver fatto da cavia
per il “risanamento finanziario”, facciano da cavia per il
ritorno alla moneta nazionale. Ma il collasso sistemico
arriverà. Prima arriva meglio è, per due ragioni facili da
capire: più a lungo dura l’Unione europea più povera di­
viene la società. Più a lungo dura l’Unione europea più
forte e rabbiosa diventa la destra sovranista e nazionalista.

8 marzo

Si avvicinano le elezioni dipartimentali in Francia, e i


sondaggi dicono che il Front National sarà il grande vin­
citore. Il premier Manuel Valls ha rimproverato i cittadini
francesi per la loro passività, e ha detto che gli intellettua­
li non fanno il loro dovere antifascista. Davvero Manuel
Valls ha la faccia come il culo, che fuor di metafora vuol
dire che proprio non tiene vergogna. I socialisti francesi
come i democratici italiani hanno tradito le loro già palli­
de promesse di opporsi all’oltranzismo austeritario, hanno
gestito in prima persona la mattanza sociale, e ora fanno
le vittime, si lamentano perché il popolo non li segue e gli
intellettuali non si impegnano.
Lasciamo perdere gli intellettuali francesi che non
esistono più da almeno vent’anni, a meno di considerare
PRIMAVERA INCERTA 119

Bernard-Henri Lévy un intellettuale mentre a me pare che


si tratti di un imbecille molto pericoloso, come dimostrano
le sue campagne a favore dell’intervento in Siria e in Libia.
Non so come andranno a finire le elezioni francesi.
Quel che so è che il Front National è la sola forza politica
capace di interpretare i sentimenti prevalenti nel popolo
francese: odio nazionalista riemergente contro l’arroganza
tedesca, e ribellione sociale contro la violenza finanziaria.
Un mix inquietante ma potente, che cancella la distinzione
tra destra e sinistra.
Non so come andranno le elezioni. Le sorprese sono
possibili perché il sentimento anti-razzista dei francesi po­
trebbe alla fine sottrarre al Front National la vittoria. Ma è
improbabile. Solo un movimento sociale di massa avrebbe
potuto rappresentare le ragioni di un europeismo progres­
sista, libertario, egualitario, ma questo movimento sociale
non si è manifestato.
Dopo il 2005 solo la destra ha finito per rappresentare
la resistenza contro la violenza finanziaria. A partire del
2005 è così iniziata l’ascesa del nazionalismo, che si pre­
senta come difesa nazionalista contro la dittatura finanzia­
ria. I lavoratori francesi e olandesi sconfissero l’offensiva
neoliberista con il sostegno delle forze nazionaliste e delle
forze più retrograde del movimento operaio. Da quel mo­
mento in poi solo la destra è in grado di opporsi alla vio­
lenza finanziaria, al prezzo di un’altra violenza che rischia
di inghiottire il continente.

29 aprile

C’è un malato. Tre medici si aggirano per la stanza coi


loro rimedi. Gli danno pillole stimolanti e gli estraggono
il sangue. Prevedibilmente il malato peggiora. Ma la cura
prosegue imperterrita e il malato ben presto è vicino a ti­
rare le cuoia.
A questo punto arriva un nuovo medico: osserva che la
120 LA NONNA DI SCHÄUBLE

cura è sbagliata, e che occorre sospenderla. Che dicono i


tre luminari? Dicono che il nuovo medico è arrogante, si
veste in maniera bizzarra, manca di rispetto e dunque è un
dilettante.
I medici della troika hanno distrutto la Grecia, im­
poverito ogni paese europeo, diffuso l’odio e devastato i
servizi pubblici. Poi hanno aggredito Varoufakis per na­
scondere una verità che i popoli europei ormai conoscono
bene: la troika incaricata di succhiarci il sangue ha impo­
verito le società dei paesi europei e sta portando l’Unione
verso il fascismo, la guerra e il collasso. L’hanno aggredito
e alla fine tolto di mezzo.
E le borse ora volano.

Hanno ottenuto la testa di Varoufakis. Bravi.


Ma la testa di Varoufakis resta ben salda sulle sue spal­
le e quell’uomo è a questo punto il solo leader politico di
cui l’Europa dispone.
Negli ultimi due mesi abbiamo assistito a uno spetta­
colo: un professore che ha insegnato nelle università di
mezzo mondo e ha scritto libri di rilevanza internazionale
accetta di mettersi al servizio del suo paese, e del futuro
dell’Unione europea. Dice una cosa semplicissima: to­
gliendo risorse alla società non si può curare l’economia,
la Grecia è stremata e gli altri paesi lo saranno presto, oc­
corre restituire risorse a chi ne è stato privato.
Varoufakis ha una competenza economica che i profes­
sionisti dell’estorsione che siedono ai tavoli di Bruxelles
neppure sognano, ma è anche un essere umano dotato di
intelligenza e sensibilità, ma pare che le due cose non pos­
sano andare insieme. A una riunione di economisti s’è per­
messo di dire che prima di prendere una decisione guarda
negli occhi i disoccupati del suo paese. Questo fa di lui un
dilettante perché gli economisti professionali non guar­
dano negli occhi nessuno. La miseria, l’umiliazione e la
morte che van seminando non risulta sui libri contabili.
Più la gente crepa più volano le borse.
PRIMAVERA INCERTA 121

Coloro che hanno il potere in Europa hanno dichiarato


guerra all’intelligenza, come possono tollerare Varoufakis?
Hanno dichiarato guerra alla società, come possono tolle­
rare un tizio senza cravatta che vuole fare dell’economia
un sapere al servizio degli esseri umani?
Parte quarta
Luglio amaro
Il terzo memorandum... è come la prigione per i debitori che
usava nel diciannovesimo secolo. Così come i debitori imprigiona­
ti non potevano guadagnare il necessario per pagare il debito, così
la depressione che si approfondisce in Grecia renderà quel paese
sempre meno capace di pagare.
Joseph Stiglitz, Greece the sacrificial Lamb,
in “The New York Times”, 25 luglio 2015.
Un colpo di stato e quattro domande difficili. 4 giugno
2015

Osservando giorno per giorno il comportamento del


Fondo Monetario Internazionale e della Banca Centrale
Europea, cominciamo a decifrare lo scenario: il sistema
finanziario globale sta organizzando un colpo di stato in
Grecia, e per realizzarlo umilia ed affama milioni di per­
sone, spingendole verso un disastro umanitario quale in
Europa avremmo pensato di non vedere mai.
Nazionalismi aggressivi tendono a diventare mag
gioranza in Italia, Francia, Austria, per tacere d’Olanda
e d’Ungheria. Le condizioni sociali precipitano verso la
povertà di massa e la precarietà generalizzata. In questo
scenario mi pongo alcune domande.
Domanda uno: Può sopravvivere l’Unione europea?
Risposta: Non può sopravvivere per la semplice ragio­
ne che l’Unione non esiste, e non è mai esistita, anche se ci
abbiamo messo troppo tempo per capirlo. Da Maastricht
in poi l’Unione non è nient’altro che un progetto finan­
ziario di predazione della ricchezza sociale e di impoveri­
mento dei lavoratori. Tutto il resto sono chiacchiere nelle
quali siamo caduti.
L’aggressione finanziaria e il tentativo di umiliazione
del governo greco sono prova evidente dell’inesistenza
126 LA NONNA DI SCHÄUBLE

dell’Unione. Il fatto che non si sia manifestato alcun movi­


mento di solidarietà con il popolo greco è prova che non
vi è alcun popolo europeo: l’aggressione neoliberista ha
distrutto ogni dimensione cosciente della società europea.
Ma a questo si aggiunge l’ottusità delle politiche euro­
pee nei confronti della popolazione migrante: la capitola­
zione del governo francese davanti al ricatto nazionalista,
e il rifiuto generalizzato di condividere quote di immigra­
zione dimostrano che l’Unione non esiste.
Domanda due: Si può riformare l’Unione?
Risposta: La mia risposta è no, perché nazionalismo e
razzismo sono la forza egemone in tutti i paesi europei con
l’eccezione della Spagna e della Grecia.
Domanda tre: Come se ne esce?
Risposta: Gli spiriti semplici indicano una soluzione
sciocca: torniamo alla moneta nazionale. Come se la drac­
ma o la lira potessero risolvere qualcosa perché finalmen­
te potremmo svalutare e vendere molte merci a qualche
pinguino. Gli spiriti semplici alla Bagnai non si rendono
conto che il dramma non riguarda l’import-export, ma
l’alternativa tra dittatura finanziaria globale e prospettiva
di un rinascimento fondato sulla fine del Regime del La­
voro Salariato.
Lo sguardo collettivo è incapace di vedere la possibilità
di quel Rinascimento, dunque quel Rinascimento non ci
sarà. E nessuno sa come se ne esce.
Il ceto finanziario intendeva distruggere l’Europa, e
ora l’Europa è distrutta. Ma al tempo stesso non c’è modo
di uscire da un’Unione che non esiste. Nella fine sta il se­
greto dell’inizio.
La politica europea non è mai stata altro che una chiac­
chiera vuota per allocchi. Mentre noi discettavamo di de­
mocrazia, il potere finanziario costruiva l’unica Europa
che sia mai esistita: un dispositivo per lo spostamento di
reddito dalla società alle banche, per la riduzione del sala­
rio e la precarizzazione del lavoro.
Null’altro che questo è stato l’Unione, e non si esce
LUGLIO AMARO 127

per via politica da una trappola che ha natura meramente


finanziaria.
Domanda quattro: Come si trasforma?
Risposta: (che non ho e bisogna trovare)
La più verosimile conclusione di questa storia sembra
essere la guerra. E la guerra civile è ormai visibile non so­
lo alla frontiera meridionale dove i cadaveri galleggiano
sul mare, e alla frontiera orientale dove Putin annuncia lo
schieramento di quaranta testate nucleari di nuova genera­
zione, ma anche alla frontiera italo-francese, alla Stazione
di Milano, a Calais, e in cento città europee dove l’odio
nazionalista si sta organizzando.
Prepararsi alla guerra, dunque. E qui viene la doman­
da più difficile di tutte: come si può aggiornare l’antico
invito a trasformare la guerra imperialista in guerra civile
rivoluzionaria?

La posta in gioco ad Atene. 3 luglio, venerdì sera

Le due piazze si fronteggiano in attesa del referendum


convocato da Alexis Tsipras: i sondaggi oscillano, il pae­
se è spaccato in due. Tutti sanno che il ricatto è brutale,
tutti sanno che la cura austeritaria ha distrutto la società
greca. Nessuno crede più nel sogno europeo, ma molti
hanno paura. La madre di un amico di Syriza ha detto a
suo figlio: “Voterò per il sì perché è meglio una pensione
dimezzata che nessuna pensione.”
Lo strangolamento monetario è usato per terrorizzare
la gente. Il governo greco è stato costretto al referendum
da un’aggressione violenta, volgare. Con la bava alla bocca
il Ku Klux Klan della finanza internazionale ha deciso che
i greci non debbono più rompere i coglioni. Che si pieghi­
no o creperanno. Ma se si piegano creperanno comunque.
Spenti i nervosi sorrisi diplomatici, ora la faccia del credi­
tore fa paura.
Un dirigente di Syriza oggi ha detto che la Germania
128 LA NONNA DI SCHÄUBLE

sta cercando di fare quel che non è riuscita a fare nel 1945.
Dopo la guerra perdonammo e agli eredi dei nazisti
non chiedemmo di pagare il debito della devastazione
promossa dai loro connazionali con la svastica. A noi greci
chiedono invece oggi di pagare fino all’ultimo euro debiti
che i governi di destra hanno contratto per versare soldi
alle banche tedesche italiane e francesi.

Se fallisce l’euro fallisce l’Unione europea, ha detto


Merkel rivelando in modo definitivo che il progetto eu­
ropeo non è mai stato altro che progetto di sottomissione
della società al ceto finanziario: l’euro è uno strumento di
imposizione economica e sottomissione sociale: è un’arma
micidiale che riesce dove ha fallito la Wehrmacht.
L’odio anti-tedesco sta crescendo come un’erba vele­
nosa che l’aggressività finanziaria (globale, ma in primo
luogo tedesca) ha seminato a piene mani.
Dobbiamo sforzarci di mantenere la mente lucida: non
sono i tedeschi gli oppressori che rovinano la vita di milio­
ni di europei, è il capitale finanziario globale, che ha fatto
dell’euro strumento di distruzione della società europea.
Ma il vero attore, che è il capitale finanziario, si presenta
oggi col ghigno ottuso della belva bionda, e l’inconscio dei
popoli che subirono la violenza nazista rivede come in un
incubo il mostro orrendo, e reagisce alla peste bruna con
la peste bruna.
A meno che il no prevalga, a meno che il miracolo si
compia, e allora sarà possibile per tutti in Europa riaffer­
mare i diritti sociali e la democrazia politica.
Se il no prevale ad Atene, se Syriza uscirà vittoriosa nei
prossimi giorni, allora si aprirà la possibilità di sperimenta­
re una via internazionalista di rivitalizzazione della società
europea. Ma se prevarrà il sì, se la paura e l’umiliazione
inghiottiranno la speranza politica, allora nei prossimi anni
vedremo i fascismi nazionali (in Francia, in Italia e anche in
Grecia) rivoltarsi contro il nazismo astratto della finanza.
LUGLIO AMARO 129

Atene, 6 luglio

Il miracolo si è compiuto. Nonostante il terrorismo


della finanza internazionale, nonostante la campagna di
stampa martellante, il 62 per cento dei votanti ha detto
no al ricatto che proviene dalla Troika e dall’intera euro-
crazia.
Tutto sembra possibile.

Atene, 7 luglio 2015

Quasi non riesco a credere alla violenza che pure ho


sotto gli occhi. La violenza con cui l’Unione europea ag­
gredisce il popolo greco.
Un comico di una TV tedesca ha ridicolizzato il refe­
rendum greco. “E come se a casa mia facessimo una riu­
nione di famiglia per mettere ai voti la proposta di non
pagare il mutuo alla banca.”
Con il suo voto il popolo greco, che rischia di soffo­
care sotto la pressione dei colonialisti di Berlino, cerca di
sottrarsi al dispositivo finanziario-colonialista dell’Unione.
Il debito è stato usato come strumento di colonizza­
zione economica: cresce quanto più lo si paga, distrugge
o privatizza risorse sociali e trasforma la ricchezza social­
mente prodotta in valore puramente finanziario.

Angela Merkel ha detto recentemente che l’Europa,


con il 7 per cento della popolazione mondiale e il 25 per
cento delle risorse, ha il 50 per cento delle spese sociali
nel mondo. Occorre dunque tagliare senza pietà se voglia­
mo rimanere competitivi. Quel 50 per cento non significa
quasi niente: come paragonare le spese sociali dei paesi
europei con le forme di comunitarismo del continente in­
diano, lo statalismo cinese, il persistere dell’economia di
villaggio in larga parte del continente africano? Ma è facile
capire cosa intende la Merkel: se l’Europa vuole continua-
130 LA NONNA DI SCHÄUBLE

re ad essere competitiva occorrerà distruggere la vita di


milioni di persone non soltanto in Grecia.
Il problema è che nessuno si chiede mai: cosa vuol dire
essere competitivi? Non vi sono altri parametri della com­
petizione se non quelli economici?

Che la potenza coloniale europea sia la Germania non


è irrilevante. Non credo nell’esistenza delle identità nazio­
nali, perciò non credo che la Germania abbia una voca­
zione naturale al nazismo, ma è diffìcile ignorare che la
geopolitica e la storia culturale di questo paese lo predi­
spongono verso un modello fondato sul primato del fun­
zionale sul vivente.
Il vivente deve incarnare lo spirito storico, e per questo
deve sottomettersi alla funzione. Una linea frastagliata che
va da Lutero a Hegel e sfocia nella nietzschiana volontà
di potenza sembra indicare che il popolo tedesco incarna
una missione affidata da un Dio che oggi prende la forma
dell’algoritmo finanziario.
La missione del popolo tedesco sta in questa combi­
nazione di ordo-liberismo e di sentimento di superiorità
spirituale che in altri tempi si chiamò nazismo.
Nell’epoca del nazismo storico, il funzionale si rappre­
sentò come perfezione della macchina di sterminio milita­
re. Oggi si rappresenta come perfezione della macchina di
sterminio finanziario. Il pulsare ripugnante della vita un
tempo fu identificato nell’ambiguità sfuggente dell’ebreo,
oggi si ripresenta nell’inaffìdabilità e nella pigrizia dei po­
poli mediterranei.

Un colonialismo finanziario fondato sulla superiorità


del funzionale sul vivente: questo è l’Unione europea.
Questa entità non può essere riformata. Né d’altra parte
può essere semplicemente abbandonata come vorrebbero
le anime semplici che propongono il ritorno alla lira o alla
dracma. Va distrutta e ricostituita sulla base della solida­
rietà sociale: questo è il compito politico del nostro futu­
LUGLIO AMARO 131

ro se vogliamo evitare la barbarie. Purtroppo non siamo


in grado di realizzarlo, perché non esiste un movimento
di autonomia della società dal capitalismo finanziario.
Solo un processo traumatico potrà forse farla maturare.
Entro quel processo traumatico dobbiamo prepararci ad
agire.

Il voto greco mostra che ormai la coscienza del carat­


tere devastante dell’Unione europea si sta diffondendo,
ma siamo ben lontani dalla possibilità di un processo di
ricostruzione solidale dell’Unione. Ciò sarebbe possibile
se esistesse un movimento consapevole che invece non esi­
ste. Perché centomila studenti non occupano le università
d’Europa contro la privatizzazione del sistema educati­
vo che l’austerità ha imposto? Perché i cittadini tedeschi
non hanno espresso alcuna solidarietà (anzi hanno reagito
con fastidio) quando trentamila ferrovieri tedeschi sono
entrati in sciopero per la riduzione dell’orario di lavoro?
La risposta è purtroppo semplice: l’Unione ha distrutto la
coscienza civile europea. Quel che accadrà a questo pun­
to è prevedibile: formazioni nazionaliste e razziste stanno
diventando maggioranza in ogni colonia del protettorato
finanziario germanico. Questa è la scena dei prossimi an­
ni, questo è l’effetto che l’austeritarismo sta producendo:
guerra razzista contro i migranti da un lato, nazionalismo
anti-germanico dall’altro.

Il commento politico più intelligente che ho letto in


questi giorni è la vignetta di Massimo Bucchi pubblica­
ta da “la Repubblica” il 7 luglio. Un elegante drappeggio
rappresenta un guerrigliero jihadista e una scritta recita: “i
nostri esperti prevedono una primavera europea”.
Non pretendo di prevedere il futuro, ma credo di ve­
dere abbastanza il presente quando dico che il nazionali­
smo è la sola forza politica in crescita, e che il colonialismo
finanzista porta la guerra come la nube porta la tempesta.
132 LA NONNA DI SCHÄUBLE

Il referendum greco indica una terza possibilità oltre


l’alternativa tra dominio finanziario e guerra nazionalista
che si staglia all’orizzonte del continente. Questa terza
possibilità è una conferenza per la cancellazione del debi­
to e l’avvio di una svolta che restituisca alla società il pri­
mato sulla finanza. Nel processo dissolutivo che il referen­
dum greco ha aperto occorre impegnare le nostre energie
per la ricostruzione del progetto europeo come progetto
di redistribuzione della ricchezza e di riduzione del tempo
di lavoro. Né più né meno.

Domenica 12 luglio

Domenica, silenzio. Non giungono segnali dalla piazza.


Come reagiscono i greci alla sconfitta di Tsipras, all’umi­
liazione clamorosa cui il gruppo dirigente europeo ha vo­
luto sottoporli, alla vendetta tedesca per la ribellione del
No al referendum? Come si preparano a vivere gli anni a
venire che saranno ancora più disperati e miserabili dei
cinque anni che hanno appena vissuto?
Nei prossimi giorni capiremo se a questo punto pie­
gheranno la testa, e accetteranno ciò che il destino sembra
imporre, o se continueranno nella ribellione anche senza
e anche contro Tsipras. O se, come previde uno dei diri­
genti di Alba Dorata, si preparino a seguire i nazisti greci
contro quelli tedeschi, in un nuovo girone dell’inferno in
cui l’Unione Europea li ha condotti.

Il terrore finanziario che ammutolisce la Grecia porta


un messaggio chiaro per tutti gli altri: per gli spagnoli, i
portoghesi, gli irlandesi che nei prossimi mesi andranno
alle urne. Ora sappiamo che non esiste una via d’uscita
elettorale.
Il debito infinito cresce ogni anno, dato che per pa­
gare il debito si deve sprofondare ogni anno di più nella
recessione. Ma con gli strumenti della democrazia non se
LUGLIO AMARO 133

ne esce. Syriza ha vinto le elezioni, poi ha vinto clamorosa­


mente un referendum, ma la vendetta tedesca ha stroncato
tutte le speranze. E una lezione che il gruppo dirigente
dell’Unione intendeva impartire a Podemos.
Molti spagnoli si chiederanno che senso ha a questo
punto votare per Podemos? Che senso ha in Italia affan­
narsi a costruire un’alternativa elettorale di sinistra, orga­
nizzare referendum per riconquistare qualcosa di ciò che
ci è stato tolto? Che senso ha, dal momento che tutti gli
strumenti della democrazia elettorale sono neutralizzati
dal pilota automatico o dal terrore finanziario?
Perché il pilota automatico della finanza possa fun­
zionare, l’Unione europea procede da un colpo di stato
all’altro: prima fu il siluramento di Papandreou, poi fu
l’imposizione di Mario Monti in Italia, ora è il terrore con­
tro Syriza. Perché insistere nel provarci? La strada della
democrazia è chiaramente preclusa. Ne esiste un’altra?
Un paese che in fatto di terrore ha un’esperienza con­
solidata si è incaricato di terrorizzare la Grecia per impor­
re la volontà della finanza globale.
Ora occorre interpretare il modello che emerge dal
colpo di stato che si è compiuto il 13 luglio: occorre un
concetto che ci permetta almeno di capire in quale mondo
siamo entrati. L’era neo-liberale, che iniziò ufficialmente
l’11 settembre del 1973 a Santiago, entra ora in una nuova
fase che chiamerei neocolonialismo finanziario. Attraverso
l’imposizione di un debito che cresce man mano che lo si
paga, diventa possibile per il paese colonialista (nel nostro
caso la Germania) sottrarre senza limiti di tempo risorse ai
paesi colonizzati (in questo caso la Grecia).

L’Unione europea è ormai tenuta insieme soltanto dalla


forza del ricatto, ma c’è ragione di temere che presto si
tratterà di forza punto e basta. Il leader di Alba dorata ha
dichiarato oggi che adesso è il loro momento. In piazza
Syntagma si bruciano bandiere dell’Unione. Syriza è stata
forse l’ultimo argine contro il fiume in piena dei nazio­
134 LA NONNA DI SCHÄUBLE

nalismi. Quell’argine è stato sgretolato dall’assedio della


finanza e dalla vendetta tedesca.
Anniversario del massacro di Srebrenica. Occorre ri­
cordare il ruolo che la Germania di Kohl svolse nell’av-
viare la guerra civile jugoslava, perché la guerra jugoslava
si avvia a diventare lo scenario d’Europa. E la Germania è
ancora il primattore.

13 luglio 2013

Domenica 3 luglio la vittoria del No ci diede l’illusio­


ne che fosse possibile rompere la catena finanzista. Una
settimana dopo scopriamo che la catena è più stringente
che mai. La settimana dell’umiliazione del governo greco è
stata la settimana dell’umiliazione della democrazia e della
solidarietà umana. Per la terza volta nello spazio di un se­
colo la Germania ha distrutto l’Europa.
La prima lezione da apprendere da questa settimana
amara: coloro che credono nell’unità europea hanno per­
duto. Coloro che disprezzano l’idea di Europa hanno vin­
to. I greci hanno accettato la miseria e l’umiliazione perché
sono rimasti legati dall’idea d’Europa. I tedeschi non han­
no mai accettato l’idea di solidarietà europea, sono sempre
stati convinti che quegli sporchi meridionali vogliono solo
i loro soldi. Il loro rifiuto di condividere il peso dell’im­
migrazione che viene dal Mediterraneo, il loro rifiuto di
pagare le compensazioni di guerra alla Grecia, la violenza
contro il governo Tsipras sono la prova del loro assoluto
disprezzo per l’idea di solidarietà europea. Per questo vin­
cono, e dobbiamo imparare la lezione: cancelliamo il nome
di Europa dalle nostre menti e dai nostri cuori.
La seconda lezione che dobbiamo imparare è che la si­
nistra politica è morta. La sconfitta di Syriza è l’ennesima
prova dell’impossibilità di battere il capitalismo finanzia­
rio in maniera democratica. La strada delle elezioni è stata
chiusa dagli atti di terrore finanziario.
LUGLIO AMARO 135

In Italia come in Francia la sola alternativa all’oppres­


sione colonial-finanziaria è il nazionalismo: Lega Nord in
Italia, Front National in Francia, UKIP in Inghilterra sono
le sole forze che godono oggi di una sorta di credibilità
anti-colonialista e la useranno per aizzare una rivolta na­
zionalistica.

Ora vediamo con chiarezza che l’Unione Europa porta


insieme l’imposizione dell’impoverimento dei lavoratori
e della società, e l’imposizione coloniale della predazione
finanziaria. So bene che l’anti-colonialismo generalmen­
te stimola il nazionalismo dei paesi colonizzati. Questo è
sempre stato il limite dei movimenti anti-coloniali: il peri­
colo di essere intrappolati nell’identificazione nazionale,
dovuta all’incapacità di vedere nel capitalismo la vera fon­
te dell’oppressione coloniale.
Il motore dell’impoverimento è il capitalismo finanzia­
rio, ma l’agente che esegue la predazione è il nazionalismo
economico tedesco.
E anche difficile nascondere che il nazionalismo te­
desco non è un nazionalismo come gli altri. È fondato
sull’aggressività imperialistica compressa da una condizio­
ne geopolitica priva di sbocchi. È fondato su una cultura
nazionale il cui tratto essenziale è l’ottusità, l’insensibilità
per la sofferenza dell’altro, la fede religiosa nel primato as­
soluto della regola automatica. Lo sterminio del disfunzio­
nale è scritta nella storia culturale di questo nazionalismo,
anche quando non veste i colori dell’estrema destra.
Da questo punto di vista non è cambiato molto rispet­
to agli anni Trenta.
Per anni abbiamo cercato di non vedere l’evidenza di­
cendo a noi stessi: Schäuble e Merkel non stanno ucciden­
do milioni di persone. Vero, ma purtroppo non abbiamo
ancora visto l’ultimo atto della tragedia, e in ogni caso non
dovremmo dimenticare che il suicidio è schizzato alle stel­
le in Grecia, e che il massacro jugoslavo degli anni Novan­
ta fu anzitutto l’effetto della provocazione tedesca. Non
136 LA NONNA DI SCHÄUBLE

mandano più le SS. Mandano denaro, e qualche Ustascia


locale (o magari qualche anti-tedesca Alba Dorata) si oc­
cupa del lavoro sporco.
Il futuro d’Europa è assai scuro. Che ci possiamo fare?
Per commentare la sconfitta di Syriza i miei amici della
bellissima rivista online Euronomade scrivono: We’ll con­
tinue to fight.
Sono parole patetiche, perché non si capisce di che
stanno parlando. Abbiamo forse occupato le ambasciate
tedesche durante il martirio dei greci? Abbiamo organiz­
zato scioperi di massa? Abbiamo distrutto qualche vetrina
della BMW? Non ho visto nessuna lotta nelle strade italia­
ne o francesi. La cosa più triste è stato proprio il silenzio
delle città d’Europa: impotenza e depressione altro che
we’ll continue to fight. Perché dobbiamo negare la sem­
plice verità? Penso che sarebbe meglio accettare la lezione
dell’umiliazione, dovremmo partire da questa lezione, e
dovremmo costruire qualcosa a partire da qui.
Il movimento sociale, in primo luogo, deve pensare a
se stesso come un ospedale da campo, come Francesco ha
detto della sua Chiesa: creare spazi di auto-cura, di soli­
darietà per gli umiliati, come sta facendo la popolazione
di Lampedusa e di molte città meridionali con i migranti
mediterranei.
In secondo luogo dobbiamo lanciare una potente of­
fensiva degli impotenti: insolvenza, ritiro, sottrazione,
abbandono della scena politica, disfattismo generalizzato.
Disfattismo nella guerra che ormai si diffonde in ogni nic­
chia del mondo.
E durante la sottrazione, durante la devastazione che
la guerra sta producendo, preparare le condizioni per il
comuniSmo futuro che emergerà dalla guerra se sapremo
abbandonare il terreno della politica e trasferire le no­
stre energie sul terreno dell’invenzione, del sabotaggio e
delfimmaginazione tecnica.
Uscire dall’Unione europea è impossibile, come abbia­
mo visto, perché l’Europa è una prigione ben protetta. La
LUGLIO AMARO 137

sola uscita dall’Europa a questo punto sembra essere l’u­


scita dal capitalismo.
Ma prima che questo diventi se non possibile almeno
comprensibile dobbiamo sapere che ci aspetta un conflitto
violento tra colonialismo finanziario a dominanza tedesca
e il risorgere dei nazionalismi nei diversi paesi europei.
Wolfgang Schäuble: “Mia nonna diceva che la bonarietà è Fan
ticamera della sregolatezza”.
La regola, la misura, il debito

Di che regole stiamo parlando

Non so nulla della nonna del Ministro tedesco delle


Finanze, ma la frase che il nipotino le attribuisce lascia
intendere che la cultura dominante in Germania quand’e-
ra giovane abbia lasciato una traccia profonda nella sua
mente.
La bonarietà non era il tratto caratteristico della Ger­
mania negli anni giovanili della nonna. Quanto alla srego­
latezza è un discorso più complicato, e mi pare che la non­
na del dottor Schäuble non dovrebbe essere considerata
autorevole sul tema delle regole in una società complessa.
Complessità, indeterminazione, alcatorietà, sono con­
cetti che il pensiero tedesco ha contribuito a elaborare,
eppure sembrano dimenticati nell’attuale discorso politico.
In un articolo di Jochen Bittner, un collaboratore
dell’autorevole settimanale “Die Zeit”, uscito l’8 luglio
2015 sul “New York Times” col titolo It’s time for Greece
to go, possiamo leggere che “la pazienza sta rapidamente
finendo, poiché i Greci hanno dimostrato con il referen­
dum che secondo loro nessuna regola si può mai conside­
rare fissa.”
La questione delle regole è centrale nel contenzioso
culturale europeo.
Anzitutto perché non è chiaro chi stabilisce le regole.
142 LA NONNA DI SCHÄUBLE

In condizioni di democrazia le regole sono valide quan­


do sono il prodotto di un accordo raggiunto dalla mag­
gioranza degli elettori. Ma poiché in Europa le elezioni
non contano niente dato che eleggono un organismo che
non ha alcun potere effettivo, le regole sono stabilite dal
più forte, cioè dal sistema finanziario. Una prova di questa
arbitrarietà delle regole la abbiamo avuta dopo il 2005: il
Trattato di Lisbona del 2007 introdusse in modo surret­
tizio alcune delle regole che i cittadini olandesi e francesi
avevano respinto con il referendum del maggio 2005.
Le regole si stabiliscono con la forza, questo lo sapeva­
mo: nel caso europeo la forza non si nasconde più dietro
formalità democratiche. Non c’è tempo da perdere, va
imposto senza ulteriori dilazioni l’ordine delle regole del
modello economico che segue alla deregulation.
Le regole erano un tempo trascrizione legale di nor­
me etiche o politiche ispirate al principio di universalità
razionale della legge. La deregulation ha cancellato il vec­
chio ciarpame universalista, ma non ha certo istituito un
regime di libertà dalle regole. Al contrario, ha trasferito
la regolazione dal campo della volontà etica e politica al
campo della necessità matematica della finanza.
La vita sociale è stata allora sottoposta all’ordine di au­
tomatismi incorporati nella macchina tecnica di gestione
della governance.
Nella visione protestante e teutonica che sta a fonda­
mento dell’ordo-liberismo, le regole costituiscono un or­
dine inalterabile che garantisce la primazia del mercato. Al
contrario nella pratica dei paesi cattolici e mediterranei le
regole sono limiti da ridefinire continuamente, talvolta da
trascurare, talvolta da trasgredire.
La questione delle regole ci porta al cuore della diffe­
renza culturale tra Nord e Sud europeo, tra Europa della
Riforma Protestante ed Europa della Controriforma cat­
tolica e dell’ortodossia, insomma fra Europa “moderniz­
zata” e borghese ed Europa mediterranea che nei secoli
moderni ha resistito alla modernizzazione borghese.
LA NONNA DI SCHÄUBLE 143

Fine dell’etica borghese del lavoro

L’Unione europea fu concepita nelle convulsioni della


seconda guerra mondiale e fu prima di tutto un tentativo
di superare la guerra nazionale tra Francia e Germania,
e la dialettica che oppone la Ragione universale e i diritti
umani, al culto romantico dell’appartenenza, della memo­
ria e del territorio.
Ma questa era solo una parte della problematica cultu­
rale irrisolta nel mondo europeo. C’è un altro dissidio cul­
turale che gli europei hanno mancato di affrontare, perché
non aveva un carattere di urgenza nella situazione seguita
alla guerra mondiale. Questo secondo asse del dissidio si è
invece rivelato dirompente nel momento in cui le trasfor­
mazioni dell’economia globale in senso postindustriale, e
le trasformazioni ideologiche in senso neoliberale, hanno
portato ad emergenza le diverse concezioni del lavoro e
del rapporto tra individuo economico e comunità sociale.

L’Europa del sud assimila in ritardo il senso di respon­


sabilità individuale, il rispetto delle regole e della discipli­
na, ma questi valori della modernità borghese ora appaio­
no dissolversi, e perdere significato. La mutazione digitale
e la globalizzazione finanziaria fanno saltare il fondamento
stesso di tutte le regole: il rapporto tra valore e tempo di
lavoro, tra dinamica monetaria e produzione economica si
sgretola, esplode, sotto la spinta deU’indeterminismo finan
ziario. Le regole fisse dell’epoca borghese hanno perduto
senso dal momento che è impossibile definire un rapporto
tra lavoro, salario, prezzi, e quando la precarietà si impa­
dronisce di ogni forma di collaborazione e di prestazione.

Come scrive Paul Mason in un articolo dal titolo The


end of capitalism has began (“The Guardian”, 17 luglio
2015): “L’informazione corrode la capacità dei mercati di
formare i prezzi in maniera corretta, poiché i mercati erano
fondati sulla scarsità mentre l’informazione è abbondante”.
144 LA NONNA DI SCHÄUBLE

L’etica borghese del lavoro non ha più valore universale


quando il capitalismo esce dalla sua forma borghese indu­
striale. Nella sfera etica borghese la proprietà privata e il
giusto compenso del lavoro erano principi in qualche mo­
do fondati sull’interesse comune: l’espansione della comu­
nità, la crescita della produzione e del consumo. Valori eti­
ci e interesse comune erano legati. Il duro lavoro meritava
di essere compensato non solo per il suo supposto valore
intrinseco, ma anche perché pagare il lavoro era la sola ma­
niera di sviluppare un senso di responsabilità nell’insieme
della società. La responsabilità significava rispetto dell’in­
teresse comune. Ma ora che il capitalismo finanziario ha
deterritorializzato la produzione e resa indeterminabile la
stessa fonte del valore, le condizioni condivise del compor­
tamento etico si sono dissolte. Le fluttuazioni del mercato
finanziario hanno poco a che fare con il comportamento
responsabile degli azionisti: al contrario i profitti finanzia­
ri dipendono sempre di più dalla violazione dell’interesse
comune, come si è visto nel caso della recente bancarotta
provocata dai mutui ipotecari americani.
Il fondamento della regolazione borghese era il lavoro
salariato. Ma di lavoro ce n’è sempre meno bisogno. La
robotizzazione riduce il tempo di lavoro necessario. La di­
soccupazione cresce ma i governi di tutta la terra rispon­
dono allungando il tempo di vita-lavoro (pensionamenti
ritardati, straordinari non pagati). Incapace di fare i conti
con questa contraddizione sempre più esplosiva, la gover­
nance europea punta a ridurre il salario, a impoverire la
società, a imporre una disciplina del lavoro di cui non c’è
più alcun bisogno.

La regola e la misura

I fondamenti morali della società moderna erano la re­


sponsabilità della borghesia e la solidarietà tra lavoratori.
La borghesia era essenzialmente una classe legata al
LA NONNA DI SCHÄUBLE 145

territorio. La stessa definizione di questa classe era riferita


al territorio del borgo. In quel luogo le energie produt­
tive si riunivano, e si proteggeva la proprietà. Anche la
ricchezza del borghese era territorializzata, poiché l’accu­
mulazione di capitale dipendeva dalla produzione di cose
materiali legate al territorio. Tempo di lavoro e territorio
erano le condizioni della misura razionale universale. Il
borghese era responsabile davanti a Dio e alla comunità
territoriale perché da loro dipendeva la prosperità.
Il lavoratore provava solidarietà con i suoi colleghi per
la coscienza di condividere gli stessi interessi, e considera­
va il suo salario come un corrispettivo del tempo di lavoro
necessario che egli metteva a disposizione dell’impresa, e
che l’impresa trasformava in beni utili alla società.
Entrambi questi fondamenti dell’etica moderna si sono
dissolti. Il capitalista post-borghese non si sente responsa­
bile per la comunità e per il territorio perché il capitalismo
finanziario è essenzialmente deterritorializzato e non ha
alcun interesse nel futuro benessere della comunità. D’al­
tra parte il lavoratore post-fordista non condivide più lo
stesso interesse dei suoi colleghi ma è costretto a compete­
re ogni giorno contro gli altri lavoratori per un salario nel
mercato del lavoro deregolato. Nel quadro di questa nuo
va organizzazione precaria del lavoro la solidarietà diviene
sempre più difficile.
E il salario non si riferisce più a una misura obiettiva,
ma è la sanzione arbitraria di un rapporto di forza sempre
più sfavorevole ai lavoratori, che hanno perduto la loro
sola forza politica: la solidarietà.
Nella sfera della civiltà borghese moderna la regola era
fondata su una relazione misurabile tra valore e tempo di
lavoro. Questa relazione si è perduta, perché nella sfera
del semiocapitalismo il lavoro cognitivo è sempre meno
riducibile a una misura comune. E il capitale finanziario
non è il prodotto di risparmi, parsimonia e accumulazio­
ne del prodotto del duro lavoro. È l’effetto di un potere
arbitrario, fondato sull’inganno e la violenza. Ma il potere
146 LA NONNA DI SCHÄUBLE

arbitrario si incarna negli automatismi tecnici, negli algo­


ritmi che governano il sistema finanziario, nella cieca go­
vernance indiscutibile che ha preso il posto del governo
politico.

Il debito metafisico

In un articolo scritto nel 1996 (Dette mondiale et uni­


vers parallèle) Baudrillard dice che il debito è diventato
un’entità metafisica in orbita intorno alla terra.

In effetti il debito non sarà mai pagato. Nessun debito sarà


mai pagato.
Il rendiconto finale non si farà mai. Se il tempo si può contare
infatti il denaro è al di là di ogni possibilità di rendicontazione.

Il debito è un’entità virtuale, a causa della scomparsa


dell’universo referenziale. Nella sfera dell’infinita proli­
ferazione dei segni il significante diventa autonomo dalla
referenzialità e la definizione della verità si fonda solo sul
potere arbitrario dell’auto-conferma semiotica.
La sproporzione tra il volume di scambi finanziari e la
massa del prodotto economico è una prova del carattere
post-referenziale del capitalismo finanziario.
Secondo Baudrillard ancora:

Il debito circola nella sua orbita, con la sua traiettoria fatta di


capitale libero da ogni contingenza economica in un universo
parallelo: l’accelerazione del capitale ha esonerato il denaro
dalle sue implicazioni con l’universo quotidiano della produ­
zione del valore e dell’utilità.

E quindi conclude:

Viviamo solo grazie a questo squilibrio, alla proliferazione e


alla promessa di infinità che il debito crea. Il debito globale
planetario non ha naturalmente alcun significato in classici ter­
mini di stock e di credito.
LA NONNA DI SCHÄUBLE 147

Baudrillard descrive molto bene la natura arbitraria del


denaro e del debito nell’epoca post-referenziale del capi­
talismo globale, ma la sua predizione si è mostrata sbaglia­
ta in un punto: l’infinità del debito orbitalizzato è ricaduto
sulla terra e sta distruggendo la vita sociale.
Guidato dalla fede protestante nella referenzialità, ma
soprattutto sospinto dalla crisi seguita all’esplosione della
bolla americana nel 2008, il sistema finanziario europeo
ha chiesto la restituzione del metafisico debito. La richie­
sta è impossibile da soddisfare, e in effetti i paesi europei,
assillati dagli imperativi austeritari, sono stati costretti a
smantellare parte delle loro risorse e impoverire la vita
quotidiana della società per applicare regole che non pos­
sono essere applicate.
Il risultato è un doppio fallimento: la produzione de­
cresce, la disoccupazione sale, la recessione si approfondi­
sce, e al tempo stesso il debito diventa sempre più grande.
Questa è la ragione per cui a un certo punto, dopo aver
vinto le elezioni greche, Syriza ha tentato di fermare lo
spettacolo.

Indeterminazione dei valori fluttuanti

Negli ultimi decenni del secolo passato, per effetto del


processo di deterritorializzazione digitale e della finanzia­
rizzazione del processo di accumulazione di capitale, la
borghesia è scomparsa dalla scena del potere, mentre si
affermava una nuova classe predatoria la cui ricchezza è
basta sulla finanza.
Come Baudrillard prevedeva in Lo scambio simbolico e
la morte del 1976, il sistema precipita nella indetermina­
zione dei valori fluttuanti: ne segue che la determinazione
del valore divenne aleatorio e arbitrario, e la forza brutale
divenne il solo fattore di controllo e misurazione della di­
namica economica.
148 LA NONNA DI SCHÄUBLE

Il concetto di governance, che prende il posto del con­


cetto di governo, indica la sottomissione della vita sociale
agli automatismi tecno-linguistici piuttosto che alla volon­
tà politica e al consenso.
La matematizzazione del linguaggio e l’iscrizione degli
automatismi tecnici nel corpo sociale sono il fondamento
del potere nella sfera del dominio finanziario. Il processo
di valorizzazione diviene essenzialmente semiotico: i be­
ni prodotti nella sfera dell’economia digitale sono sempre
più beni semiotici, programmi, testi, servizi di comunica­
zione. Anche lo scambio finanziario perde ogni contatto
con i referenti reali e diviene una sfera virtuale di auto­
replicazione senza determinanti fisiche quantificabili. Le
transazioni finanziarie proliferano a velocità crescente, e
la valorizzazione del capitale si separa dalla produzione di
beni fisici. Il denaro si crea dal denaro, senza bisogno di
una trasformazione reale del mondo esistente.
L’integrazione dell’Infosfera con l’Economia è un ca­
rattere prevalente del nuovo paesaggio in cui il dominio fi­
nanziario si consolida: l’Infosfera che circonda e infiltra il
sistema nervoso della società pervade la psicosfera spazio
in cui si forma l’inconscio, e l’affettività. L’accelerazione
del ritmo dell’emissione semiotica provoca una intensifi­
cazione della stimolazione nervosa: più l’info-circolazione
accelera meno l’attenzione e la volontà razionale possono
elaborare e governare la sfera sociale: la vecchia razionali­
tà borghese perde la sua presa sulla realtà.
Il declino e la lenta dissoluzione della cultura borghe­
se, e l’emergenza di un nuovo stile di egemonia culturale,
si può ricostruire e descrivere come una transizione che è
al tempo stesso religiosa ed estetica: l’eclisse dell’etica pro­
testante è infatti parallela al ritorno dello spirito barocco
nel campo dell’immaginazione e dell’etica.
Gotico e barocco

Polarità estetiche dello spazio culturale europeo:


Gotico e Barocco

Ne La guerre des images Serge Gruzinski racconta la


storia della colonizzazione spagnola del Messico e dell’e­
vangelizzazione assumendo il punto di vista del barocco
come commistione e sincretismo, e in questa ottica deli­
nea la lunga traiettoria che conduce fino all’emergenza
deU’immaginario tardo-moderno, fino a Hollywood e fino
al cyberpunk.
Se l’immaginario americano si fonda su un fondo di
cancellazione puritana dell’identità storica, e sulla perenne
deterritorializzazione che si manifesta nel culto della fron­
tiera, l’immaginario californiano è al tempo stesso punto
d’arrivo della deterritorializzazione puritana e digitale e
momento di riattualizzazione della commistione barocca.
Non si dimentichi che la California porta nella sua storia
culturale l’eredità della colonizzazione messicana, e l’in­
fluenza deH’immaginario barocco spagnolo e italiano.
In Vuelta de siglo il filosofo Bolivar Echeverria sottoli­
nea che il ritorno del barocco accompagna l’esplosione di
una complessità che non può più essere contenuta nelle
categorie razionalistiche della modernità.
Il contrasto fra cultura protestante e cultura cattolica è
al centro della tragedia europea i cui attori principali sono
150 LA NONNA DI SCHÄUBLE

1 debito e la colpa (due concetti che nella lingua tedesca


;i esprimono con la medesima parola). Il debito e la colpa
tanno giocato un ruolo fondamentale anche nella tragedia
europea del ventesimo secolo: la nascita del nazismo in
Uermania fu l’effetto dell’umiliazione e dell’aggressione
îconomica della Germania dopo il Congresso di Versail-
es, e della conseguente iper-inflazione e miseria. Ora il
troblema del debito oppone i paesi protestanti e quelli
lattolici del continente europeo, e questo conflitto sta
tortando l’Unione al collasso.
Il progetto dell’Unione europea ha fatto i conti con
a divisione politica che opponeva l’eredità illuminista
■appresentata dalla Francia all’eredità del romanticismo
■appresentata dalla Germania, ma non ha fatti conti con
m conflitto culturale più profondo: quello che oppo-
te il culto della responsabilità economica di derivazione
protestante che prende le forme estetiche della severità
: dell’essenzialità gotica, alla dissipazione barocca che si
onda sull’affidamento familiarista sulla comunità e l’irre-
ponsabilità personale.
Quando, con la svolta di Maastricht, all’inizio degli an-
ìi Novanta, il modello neoliberale si è imposto, rompendo
a solidarietà sociale che ha caratterizzato il modello euro­
peo nel dopoguerra, questa opposizione è divenuta sem­
pre più decisiva, fino a portare alla rottura tra responsabili
aboriosi nordici e pigri dissipatori meridionali. Natural-
nente questa caricatura nasconde una questione molto
più profonda, che non si è mai neppure tentato di sfiorare,
; cioè la inadeguatezza del modello classico di tipo ordo-
iberista tedesco per spiegare e affrontare la transizione
emiocapitalista in corso all’inizio del nuovo secolo.

L’immaginazione protestante è fondata essenzialmente


ulla severità della semiosi verbale, ed è invece sospettosa
lei linguaggio illusorio delle immagini: l’aniconismo goti-
o e l'etica protestante sono le condizioni che preparano
a razionalità economica della borghesia.
LA NONNA DI SCHÄUBLE 151

La sensibilità protestante respinge l’ornamentalità del


barocco come spreco di tempo e di lavoro. La severità go­
tica si afferma come estetica dominante della borghesia
industriale moderna.
La cultura barocca al contrario trae la sua forza dal
processo di deterritorializzazione geografica e immagina­
ria. Dopo il Concilio di Trento la strategia della Chiesa
Romana si fonda sul progetto di evangelizzazione del nuo­
vo mondo. Non la severità dell’immaginazione aniconica,
non l’assertività inequivoca del testo scritto, ma la prolife­
razione delle immagini, il trionfo dell’energia dissipativa
del barocco sono le condizioni dell’espansione religiosa
cattolica, che si fonda sul sincretismo, sull’ambiguità poli-
semantica del messaggio, sulla simulazione immaginativa.

Cos’è il barocco? A questa domanda Deleuze risponde


dicendo che il barocco è la piega, l’infinita complicazio­
ne. Dopo la grande rivoluzione percettiva e progettuale
del Rinascimento, dopo l’affermazione del punto di vista
umano come fondamento della visione e della proiezione
della realtà architettonica, urbana, e sociale (la prospettiva
come espressione di un punto di vista razionale e ordina­
tore) il Barocco emerge come moltiplicazione del punto di
vista.
Non è possibile ridurre la visione di dio all’unicità di
un punto di vista, perché la visione di dio è infinitamente
molteplice, e i mondi che derivano dal suo sguardo sono
innumerevoli. Il barocco sfida la semplicità razionalistica.
Sul piano sociale lo spirito barocco respinge il principio
di responsabilità perché la storia non si può ridurre alla
semplice visione di una catena lineare di cause e di effetti.
Nell’epoca moderna la visione borghese prevalse con
la sua severità estetica e morale. La semplificazione pro­
spettica ridusse il futuro a lineare conseguenza delle azioni
compiute nel presente, e ridusse l’idea di ricchezza ad ac­
cumulazione del prodotto del sacrificio-lavoro.
L’etica della responsabilità presuppone una relazione
152 LA NONNA DI SCHÄUBLE

semplice e unidirezionale nel processo di determinazione.


Il Barocco si apre invece a una logica della pluralità
delle prospettive di determinazione, a una visione indeter­
ministica del rapporto tra presente e futuro. Questa logi­
ca, repressa o marginalizzata dalla modernità industriale,
riemerge progressivamente nella tarda modernità, quan­
do il principio di determinazione perde fondamento, e la
pluralità delle linee di determinazione rivela un universo
aleatorio e complesso.
D’altra parte il Barocco, seppure sconfitto e margina-
lizzato nel confronto con il razionalismo e il determini­
smo della borghesia industriale moderna, non scompare
mai del tutto nella storia moderna. Rimane nascosto nelle
pieghe della modernità come una zavorra del progresso e
della ragione trionfante. Fin quando, nel ventesimo seco­
lo, il barocco riesplode sulla scena del mondo, come ir­
riducibile forza dello spettacolo e dell’irrazionalità. Esso
riemerge come aggressiva corporeità e si incarna prima di
tutto nello spettacolo del Fascismo italiano.

Vitalità del fascismo nell’immaginario barocco

In un libro del 1925 intitolato LiEuropa vivente, Curzio


Malaparte si scaglia contro la pretesa che la modernità sia
riducibile alla razionalità nordica e alla morale protestan­
te. Anche noi siamo moderni, egli scrive, anzi noi siamo
la modernità estrema, come dimostra Benito Mussolini.
Il fascismo italiano può intendersi come la riemergenza
del barocco sulla scena storica europea, mentre il nazismo
(che impropriamente tendiamo a identificare come forma
assimilabile al fascismo, mentre culturalmente ne è assai
lontano) rappresenta il dominio assoluto del principio di
funzionalità, di efficienza, di rigore gotico.
Anche se nella seconda guerra mondiale il fascismo
storico è sconfitto, insieme al suo alleato nazista, la vitalità
immaginaria dell’uno e dell'altro rimangono presenti nella
LA NONNA DI SCHÄUBLE 153

storia del mondo. All’inizio del secolo post-moderno sia


il fascismo (spettacolarità barocca, culto della corporeità
irrazionale che riemerge come rivendicazione dell’appar­
tenenza e dell’identità) che il nazismo (primato del fun­
zionale rispetto all’ambiguità dell’umano) ritornano sulla
scena del mondo assumendo forme diverse, ma sempre
trascinando il mondo verso un dispiegarsi della violenza.
Da un lato si afferma il dominio funzionale dell’astra­
zione: la finanza, il digitale. Dall’altro riemerge l’aggres­
sività del corpo decerebrato: l’identità, l’appartenenza, il
razzismo, il nazionalismo.
L’ascesa di Berlusconi in Italia si può leggere come
riemergere del Barocco in Italia: il bombardamento della
sensibilità collettiva con un flusso ininterrotto di immagini
televisive e pubblicitarie, l’uso spregiudicato del linguag­
gio pubblicitario nella comunicazione politica hanno pro­
dotto un effetto di sovraccarico sensoriale e un’impossibi­
lità di interpretare univocamente i messaggi che si avvicina
al gusto seicentesco per l’eccesso.
Nel cinema italiano dell’ultima generazione - partico­
larmente nei film di Paolo Sorrentino, Il divo, e La grande
bellezza, nei film di Matteo Garrone Gomorra e Reality, e
anche in Habemus Papam di Nanni Moretti - c’è un ten­
tativo di cogliere gli elementi di persistenza della spetta­
colarità barocca, e del cinismo morale che l’accompagna.

Se Berlusconi ha rappresentato il ritorno del barocco


nel contesto italiano, non soltanto in Italia si manifestano
fenomeni barocchi di follia al potere.
Nell’estate del 2015 un altro fenomeno definibile in
termini barocchi si sta manifestando in Nordamerica: l’e­
mergere del miliardario Donald Trump.
In inglese la parola “trump” significa “stravincere” (ma
ha anche il significato di “scoreggiare”). L’unico contenu­
to che questo individuo ha proposto finora alla discussio­
ne è che lui deve vincere perché è un vincente e gli altri
debbono perdere perché sono perdenti.
154 LA NONNA DI SCHÄUBLE

Il problema non è che esista un personaggio come


questo. Simili casi si sono sempre verificati e un tempo
venivano curati negli ospedali psichiatrici. Il problema sta
nel fatto che, nello sconcerto generale, questo individuo
ottiene nei sondaggi un appoggio maggioritario. Solo fra
qualche mese sapremo se vincerà le primarie repubblicane
(il che è piuttosto probabile, al momento) e solo nel no­
vembre del 2016 sapremo se questo individuo sarà Presi­
dente degli Stati Uniti, il che vorrebbe dire che il mondo
è definitivamente ostaggio della psicopatia prodotta dal
barocco mediatico.
Quel che mi interessa qui è sottolineare che, nel caso
di Trump come in quello di Berlusconi, ciò che conta è la
sostituzione del discorso critico con la fantasmagoria ag­
gressiva dell’immagine.

Ritorno all’ordine?

Di fronte a questi esempi di follia barocca, naturalmen­


te si può essere tentati di rimpiangere la severità gotica
della ragione borghese dell’epoca in cui la comunicazione
scritta dominava l’infosfera, le facoltà critiche non erano
assediate dalla mitologia mediatica, e il valore era misu­
rabile in termini di tempo lavoro socialmente utile. Ma
il tentativo di restaurazione dell’ordine non funziona,
perché la regola ha perduto la sua misura (la sua ratio]
e senza misura la regola è un ordine arbitrario che può
essere imposto più o meno a lungo, ma alla fine distrugge
l’organismo sociale.
Molti, in Italia, hanno comprensibilmente goduto
quando il povero Berlusconi, un tempo vincitore per au­
to-proclamazione (ma anche per acclamazione popolare),
venne trattato come una merda dall’establishment euro­
peo, e particolarmente da Angela Merkel che aveva tutte
le ragioni per disprezzarlo. Quando nel 2011 le difficoltà
finanziarie minacciarono la permanenza del paese nella
LA NONNA DI SCHÄUBLE 155

zona euro, Berlusconi (pure eletto da una maggioranza di


italiani) fu costretto a dare le dimissioni per lasciare il po­
sto a un funzionario dell’eurocrazia come Mario Monti.
L’eurocrazia tentò allora di ristabilire l’ordine delle re­
gole aggredendo e sottomettendo con la forza la s/ragione
barocca dilagante.
Ma il tentativo autoritario di affermare una falsa uni­
versalità della legge matematica sulla complessità della vita
sta producendo il fallimento del progetto europeo.
La crisi d’Europa, che prima di tutto è crisi del rappor­
to tra lavoro, valore, e regola economica, non può essere
superata tramite una riaffermazione autoritaria dell’ordine
del lavoro salariato. Si tratta di elaborare una forma semio­
tica e sociale che vada oltre il lavoro salariato, e questo è il
salto che la cultura moderna del capitalismo non riesce ad
affrontare.
Non s’è ancora fatto sera

L'orrore del regno che viene

Ne La questione della colpa (Die Schuldfrage), un testo


del 1946, Karl Jaspers, il filosofo tedesco che viene consi­
derato uno dei padri dell’esistenzialismo, distingue il ca­
rattere “metafisico” della colpa da quello “storico”, per
ricordare che se ci siamo liberati del nazismo come evento
storico, ancora non ci siamo liberati da ciò “che ha reso
possibile” il nazismo, e precisamente la dipendenza della
volontà e dell’azione individuale dalla catena di automati­
smi che la tecnica iscrive nella vita sociale.
Introducendo l’edizione italiana del testo di Jaspers
(La questione della colpa. Sulla responsabilità politica della
Germania, Raffaello Cortina, Milano 1996), Umberto Ga­
limberti cita un brano di Gunther Anders:

In una delle settanta interviste che Gitta Sereny fece a Franz


Stangl, direttore generale del campo di sterminio di Treblinka,
si legge:
“Quanta gente arrivava con un convoglio?”, chiesi a Stangl.
“Di solito circa cinquemila. Qualche volta di più”.
“Ha mai parlato con qualcuna delle persone che arrivavano?”.
“Parlato? No... generalmente lavoravo nel mio ufficio fi­
no alle undici - c’era molto lavoro d’ufficio. Poi facevo un
altro giro partendo dal Totenlager. A quell’ora, lì erano già
un bel pezzo avanti con il lavoro (voleva dire che a quell’o­
LA NONNA DI SCHÄUBLE 157

ra le cinque o seimila persone arrivate quella mattina erano


già morte: il “lavoro” era la sistemazione dei corpi, che ri­
chiedeva quasi tutto il giorno e che spesso proseguiva an­
che durante la notte). [...] Oh, la mattina a quell’ora tutto
era per lo più finito, nel campo inferiore. Normalmente un
convoglio teneva impegnati per due o tre ore. A mezzogior­
no pranzavo... Poi un altro giro e altro lavoro in ufficio”. [...]
“Ma lei non poteva cambiare tutto questo?”, chiesi io. “Nel­
la sua posizione, non poteva far cessare quella nudità, quel­
le frustate, quegli orrendi orrori dei recinti da bestiame?”.
“No, no, no... Il lavoro di uccidere con il gas e bruciare cin­
quemila e in alcuni campi fino a ventimila persone in venti-
quattro ore esige il massimo di efficienza. Nessun gesto inu­
tile, nessun attrito, niente complicazioni, niente accumulo.
Arrivavano e, tempo due ore, erano già morti. Questo era il
sistema. L’aveva escogitato Wirth. Funzionava. E dal momen­
to che funzionava era irreversibile” (Günther Anders, Noi fi­
gli di Eichmann, Giuntina, Firenze 1995; titolo originale: Wir
Eichmannsöhne, 1964).

Può parere eccessivo paragonare l’attuale dominio de­


gli automatismi finanziari sulla democrazia politica al na­
zismo. È eccessivo ma aiuta a capire.
Al di là del suo determinarsi come evento storico nel­
la Germania degli anni Trenta e Quaranta, il nazismo è il
primato della funzionalità tecnica sulla compassione per la
fragilità dell’organismo umano.
Nel 1964 scriveva Anders:

La tecnica che il Terzo Reich ha avviato su vasta scala non ha


ancora raggiunto i confini del mondo, non è ancora “tecno
totalitaria”. Non si è ancora fatto sera. Questo, naturalmente,
non ci deve consolare e soprattutto non ci deve far considerare
il regno (“Reich”) che ci sta dietro come qualcosa di unico e
di erratico, come qualcosa di atipico per la nostra epoca o per
il nostro mondo occidentale, perché l’operare tecnico genera­
lizzato a dimensione globale e senza lacuna, con conseguente
irresponsabilità individuale, ha preso le mosse da lì.

E aggiunge:
158 LA NONNA DI SCHÄUBLE

L’orrore del regno che viene supererà di gran lunga quello di


ieri che, al confronto, apparirà soltanto come un teatro spe­
rimentale di provincia, una prova generale del totalitarismo
agghindato da stupida ideologia (ivi, p. 66).

Greci ed ebrei

In un articolo del 1918 scrive Cari Gustav Jung:

Lo psicoteraputa di estrazione ebraica non trova nell’uomo


germanico queU’umorismo malinconico che a lui viene dai
tempi di Davide, ma vede il barbaro dell’altro ieri, cioè un
essere per cui la faccenda diventa subito tremendamente se­
ria. Questa serietà corrucciata dell’uomo barbaro colpì anche
Nietzsche, ed è per questo che egli apprezza la mentalità ebrai­
ca e rivendica il cantare e il volare e il non prendersi sul serio.
(Cari Gustav Jung, Opere, Bollati Boringhieri, Torino 1998,
voi. 10, p. 13).

L’ironia e l’ambiguità dell’ebreo derivano dalla stra­


tificazione di molte esperienze, di molte patrie, di molte
illusioni e delusioni. All’opposto sta per Jung la corruccia­
ta serietà dell’uomo tedesco incrollabile nelle sue convin­
zioni. Naturalmente qui Jung pensa al suo rapporto con
Freud, ma nel suo rapporto con Freud coglie un aspetto
che va ben al di là dei confini della psicoanalisi (ammesso
che la psicoanalisi abbia dei confini): la “belva bionda”
(Blonde Tier nelle parole di Nietzsche riprese da Jung)
si sente in pericolo quando le certezze vengono messe in
dubbio e vede nell’ebreo colui che mina dall’interno le
certezze della civiltà.
La campagna di odio che la stampa e la politica tedesca
scatenarono contro l’ebreo negli anni Trenta era essen­
zialmente fondata su due motivazioni: anzitutto gli ebrei
erano visti come la causa della rovina economica della
Germania. In secondo luogo gli ebrei erano inaffidabili,
ambigui, e si facevano beffe della limpidezza e della sem­
plicità dei sentimenti del buon tedesco.
LA NONNA DI SCHÄUBLE 159

La Germania è mutata profondamente nella seconda


parte del ventesimo secolo, questo è fuori discussione. Ha
smantellato ogni sistema di aggressione militare e il suo
esercito appare ad alcuni come una compagnia di campeg­
giatori. Ma la spinta geopolitica a sottomettere il territorio
europeo per garantire la lebensraum germanica si è sposta­
ta dalla sfera del blitzkrieg a quella dell’economia finanzia­
ria. E la strategia del consenso attraverso l’identificazione
del capro espiatorio si ripropone: il sospetto e il disgusto
che il contribuente tedesco sembra provare di fronte ai
Greci contemporanei (sospetto e disgusto che il gruppo
dirigente tedesco alimenta con il suo stile arrogante, e la
stampa alimenta con una campagna di disinformazione)
ha assunto negli ultimi mesi caratteri simili a quelli che
ebbe la campagna di odio contro gli ebrei. Il risentimento
per la buona fede tedesca ingannata ricorda i sentimenti
che la “belva bionda” provava davanti all’ebreo. La belva
bionda si è democratizzata negli ultimi decenni, questo è
noto. Ha sostituito l’uniforme militare con le mezze mani­
che del ragioniere. Ma l’incrollabilità della fede è la stessa.
Dio (o Wotan) è stato sostituito con l’algoritmo finanzia­
rio, ma Gott mit Uns in ogni caso.
Ecco allora i banchieri tedeschi dare ordini agli Unter­
menschen, eccoli esigere che gli altri popoli (meridionali
pigri ambigui) facciano i compiti a casa.
I bravi scolaretti Rajoy Hollande e Renzi, come dei
Quisling post-moderni, hanno provato a fare i compiti a
casa e hanno ricevuto qualche buffetto di incoraggiamen­
to o qualche rimbrotto da parte dei giudici dell’altrui mo­
ralità.
E fin troppo chiaro chi detiene il potere di giudicare e
chi si trova nella posizione di essere giudicato. Dal momen­
to che non esiste nessuna norma formale che attribuisca al
governo tedesco il diritto di giudicare, di condannare, di
imporre accelerazione del ritmo e di pretendere riduzione
delle spese - dal momento che questa divisione dei ruoli
sempre più evidente e perfino imbarazzante non ha alcun
160 LA NONNA DI SCHÄUBLE

fondamento giuridico, bisogna pensare che si tratti di una


attribuzione di ruoli che pertiene alla sfera del culturale, se
non addirittura del naturale. La superiorità del gatto nei
confronti del topo non è in discussione anche se non sta
scritta in nessun regolamento.
Ma se i mediterranei sono tutti sotto esame permanen­
te, i greci all’esame sono stati bocciati.
Non solo: votando per un partito come Syriza e poi
addirittura votando “no” al referendum in cui dovevano
decidere se obbedire o meno ai diktat della troika, hanno
tentato di ribellarsi all’ordine naturale della finanza, e di
non piegarsi ulteriormente all’umiliazione e alla rapina,
ma poiché i topi non possono vincere la sfida contro i gat­
ti, alla fine hanno dovuto piegarsi.
E poi cosa gli accadrà? Saranno espulsi, gettati nell’iso­
lamento e nella miseria, esposti alle furie dei mercati dopo
l’impoverimento imposto dalla troika? E poi? Sopravvive­
rà l’Unione alla punizione degli insolventi? Oppure l’U­
nione è condannata a crollare?

Con i soldi degli altri

I nostri greci è il titolo che compare sulla copertina del


settimanale “Spiegel” dell’ll luglio. In copertina c’è un
disegno colorato: un grasso accigliato lavoratore tedesco
in vacanza con il portafoglio pieno di euro e un libro in­
titolato Socrates for dummies in una tasca, danza sirtaki
con un allegro greco di bell’aspetto non più tanto giovane
ma allegro e ridente, che beve un bicchierino di ouzo e
guida la danza sul bordo di un abisso. Alle loro spalle, in
fondo allo strapiombo, si vede l’azzurrissimo mare Egeo.
Il tedesco si guarda le spalle con terrore, mentre il greco
se la gode.
Nella rivista, insieme a una quantità di stereotipi cultu­
rali e di insulti nei confronti dei greci - pigri, irresponsa­
bili e un po’ ladri - possiamo leggere un simpatico articolo
LA NONNA DI SCHÄUBLE 161

del signor Jan Fleischhauer che si intitola Das Geld der


Anderen (I soldi degli altri) e spiega che l’esperimento so­
cialista in Grecia è fondato sui soldi dei tedeschi.

L’esperimento socialista funziona solo quando c’è una fonte


garantita di entrate, a prescindere da quello che fai. In Vene­
zuela il petrolio ha permesso al governo di ravvivare il Marxi­
smo sotto le palme, in Grecia c’è il denaro dei tedeschi. Il so­
cialismo di Syriza è la continuazione della pubertà con metodi
politici. Come altrimenti chiamare se non immaturo qualcuno
che insiste a voler essere indipendente, però torna continua-
mente dai genitori perché non può andare avanti senza il loro
denaro? Essere adulti significa pagare per i propri errori.

Questo è il tono con cui la stampa tedesca (e “Spiegel”


non raggiunge le vette di razzismo del “Bild”) tratta il po­
polo greco ormai da alcuni anni.
Quel che mi interessa non è solo il fatto che ci tro­
viamo di fronte a una falsificazione radicale della realtà
economica: il popolo greco non ha ricevuto che 1’ 11 per
cento dei finanziamenti europei, perché gran parte dei
prestiti sono andati a pagare il debito infinito con le ban­
che tedesche, francesi e italiane, e i greci non si sono certo
arricchiti negli ultimi anni, ma sono stati enormemente
impoveriti dai programmi di “salvataggio” concepiti dalla
troika per imporre privatizzazioni, licenziamenti e tagli del
salario. Quel che mi interessa è soprattutto l’ignobile cam­
pagna di linciaggio che ricorda in modo impressionante il
trattamento cui la stampa tedesca sottopose gli ebrei negli
anni Trenta. Gli ebrei tramavano nell’ombra per rapinare
il buon tedesco lavoratore, mentre i greci, ancora più spu­
dorati, lo fanno alla luce del sole, e che sole, e che mare...
Nelle parole di Fleischhauer, poi, c’è un aspetto parti­
colarmente disgustoso, quasi orribile: la frase “Essere adul­
ti significa pagare per i propri errori” è raggelante perché
dimentica il fatto che degli altrui “errori” (Fehler) i tede­
schi non dovrebbero parlare per i prossimi diecimila anni,
e meno che mai dovrebbero parlare di debito. Il debito che
162 LA NONNA DI SCHÄUBLE

il popolo tedesco ha nei confronti dell’umanità non è com­


mensurabile con quello dei greci, e non è neppure misura­
bile in denaro. E un debito che si conta in milioni di morti,
decine di milioni di morti. È un debito che consiste nella
distruzione dell’apparato industriale e civile di tutti i paesi
europei. Per questo crimine indicibile e incommensurabile
la Germania non ha mai pagato perché, nel 1953 alla Con­
venzione di Londra, i paesi d’Europa decisero di sospende­
re il pagamento di un debito che avrebbe definitivamente
prostrato per decenni ogni possibilità di ripresa economica.
Per evitare di ripetere l’errore di Versailles 1919 si decise di
restituire alla Germania un futuro. Oggi ci rendiamo conto
con sbigottimento che il nazionalismo tedesco riemerge, e
non è un nazionalismo come tutti gli altri.
Dopo la conclusione (provvisoria) della tragedia greca,
è necessario riconoscerlo: per la terza volta nell’arco di un
secolo la Germania ha distrutto l’Europa. L’Unione di og­
gi non si può definire con la parola “unione”, per quanto
a trazione tedesca. Ci troviamo con ogni evidenza in una
condizione di tipo coloniale. Una forma inedita di colo­
nialismo finanziario in cui la potenza dominante sottrae
risorse ai paesi dominati attraverso l’imposizione del Patto
di stabilità e attraverso l’esborso di un tributo annuale de­
stinato a durare per l’eternità.
L’ottimisto di Tsoukalia

In quei giorni dell’estate amara,


mentre tutti ascoltavano le ultime notizie
sperando che un po’ di pietà potesse trasparire
dalle dichiarazioni dei funzionari dell’Eurogruppo,
lasciammo la metropoli e ci spostammo sull’isola.
Guardavamo le colline oltre il mare
e i cieli che lentamente si trasformavano,
e salivamo al tramonto sulla Kora
per guardare i colori acidi
dell’orizzonte verso la Calcidica.
Poi un mattino siamo arrivati in un posto
che non avevamo mai visto prima:
un cartello indicava archeological site
ma non c’era nessun sito archeologico,
solo un mulino a vento in disuso nel vento caldo
e c’era il mare che saliva e scendeva su una sassaia
e pini si arrampicavano lungo un dirupo di rocce chiare
e c’era una baracca un po’ wendersiana
con una scritta in un inglese sgrammaticato,
e sotto il sole c’erano una roulotte bianca e un telone verde
e un greco biondo che sembrava Rudiger Vogler
e un altro dagli occhi verdi e il sorriso triste
che sembrava Hanns Zischler in Im Lauf der Zeit,
e preparavano toast col formaggio e succo di arancia
e parlavano fra loro in greco
164 LA NONNA DI SCHÄUBLE

e io che non capisco il greco capivo lo stesso.


E allora io gli ho chiesto in italiano
secondo te come va a finire
e lui mi ha detto: Io sono ottimisto.
Germania fa quello che vuole
ma noi che viviamo sul mare
siamo persone libere
e facciamo anche noi quello che ci pare.
E allora ho capito che occorre predisporci
con spirito leggero
perché noi siamo i topi e loro sono i gatti
e ci stanno provando di nuovo
perché è nella natura dei gatti cacciare i topi.
Se leggiamo il futuro
nelle viscere del presente del mondo
non vediamo altro scenario che la guerra
e le nazioni e i popoli accapigliarsi con la bava alla bocca
e il sangue agli occhi
e il buon tedesco come sempre diffida
e lavora e prende psicofarmaci
per continuare a credere di avere una vita,
e l’oligarca greco non paga le tasse
e i gatti si riuniscono nell’Eurogruppo
e perfezionano la perfezione dell’algoritmo
e mandano qualcuno a catturare i topi.
E la resistenza proviene solo dal passato
perché nel presente non c’è che solitudine.
E allora noi che siamo persone libere
guardiamo l’orizzonte e sappiamo
che la morte è destinata a venire
prima o poi e non è tanto importante
quello che accade nel mondo dei gatti.
Basta ignorarlo, ma non è così facile.
E una scienza quella di cui stiamo parlando,
la scienza del non piegarsi davanti a ciò che ci sembra di
sapere
perché quel che sappiamo non è niente
LA NONNA DI SCHÄUBLE 165

rispetto al possibile che si nasconde


dietro le forme di un presente che si sgretola
in ogni istante.
L’importante è che noi topi non abbiamo paura
e ce ne fottiamo di quel che decide Herr Schäuble
e ci muoviamo lentamente e non obbediamo a nessuno
e prendiamo il sole se ne abbiamo voglia
e ci immergiamo in quest’acqua eterna
scivolando su questi sassi che hanno centomilioni di anni
e tutti i gatti del mondo
che impressione ci possono fare
quando guardiamo questo ciottolo che l’acqua
ha colorato di quarzo e d’ambra e di ametista e d’oro?
Cartografie

Ubaldo Fadini, Divenire corpo. Soggetti, ecologie, micropolitiche


Aimé Cèsaire, Discorso sul colonialismo, seguito da Discorso sulla negritudi-
ne, Introduzione e cura di Miguel Mellino
Stefano Taccone (a cura di), Contro l’infelicità. L’Internazionale Situazio-
nista e la sua attualità
Raymond Williams, Il dottor Caligari a Cambridge. Cinema, dramma e classi
popolari, a cura di Fabrizio Denunzio
Michel Senellart, Machiavellismo e ragion diStato, Prefazione di Luigi Pan­
natale
Enzo Traverso, Che fine hanno fatto gli intellettuali? Conversazione con
Régis Meyran
Giacomo Pisani, Le ragioni del reddito di esistenza universale, Prefazione
di Luigi Pannarale
Fabrizio Denunzio, Metamorfosi e potere. Il conflitto vitale tra Canetti e
Adorno
Pierre Macherey, Geometria dello spazio sociale. Pierre Bourdieu e la filoso­
fia, a cura e postfazione di Fabrizio Denunzio
Pierpaolo Cesaroni e Sandro Chignola (a cura di), La forza del vero. Un se­
minario sui Corsi di Michel Poucault al Collège de France (19781-1984)
Pierre Macherey, Il soggetto produttivo, Postfazione di Antonio Negri e
Judith Revel
Gabriel Tarde, Monadologia e sociologia, Introduzione e cura di Filippo
Domenicali, Postfazione di Maurizio Lazzarato
Maurizio Lazzarato, Il governo delle disuguaglianze. Critica dell’insicurezza
neo-liberista
Gerald Raunig, Fabbriche del sapere, industrie della creatività
David Harvey, Il capitalismo contro il diritto alla città. Neoliberismo, urba­
nizzazione, resistenze
Reinhart Koselleck, Crisi. Per un lessico della modernità, a cura di Gennaro
Imbriano e Silvia Rodeschini
Emanuela Miconi, Il mondo che verrà. Ebrei e zingari: memorie di vite a
parte
Laurent de Sutter, Deleuze e la pratica del diritto
Dmytri Kleiner, Manifesto telecomunista, Introduzione di Benedetto Vecchi
Gabriel Tarde, Il tipo criminale. Una critica al “delinquente-nato” di Cesare
Lombroso, Introduzione cura di Sabina Curti
Adelino Zanini, L’ordine del discorso economico. Linguaggio delle ricchezze
e pratiche di governo in Michel Foucault
Fabrizio Denunzio, Quando il cinema sifa politica. Saggio sull’Opera d’arte
di Walter Benjamin
Vittorio Morfino, Spinoza e il non contemporaneo
Franco Berardi (Bifo), Come si cura il nazi. Iperliberismo e ossessioni iden­
titarie
Daniel Bensaïd, Gli spossessati. Proprietà, diritto dei poveri e beni comuni
Tommaso Ariemma, L’estensione dell’anima. Origine e senso della pittura
Jean-Luc Nancy, Le differenze parallele. Deleuze, Derrida, Postfazione e
cura di Luca Cremonesi e Tommaso Ariemma
Mariapaola Fimiani, Erotica e retorica. Foucault e la lotta per il riconosci­
mento
Alain Badiou, Oltre l’uno e il molteplice. Pensare (con) Gilles Deleuze, in­
troduzione e cura di Tommaso Ariemma e Luca Cremonesi
Massimiliano Melilli, Scritture civili. Conversazioni sul nostro tempo
Sandro Chignola (a cura di), Governare la vita. Un seminario sui Corsi di
Michel Foucault al Collège de France (1977-1979)
Gabriella Romano, I sapori della seduzione. Il ricettario dell’amore tra don­
ne nell’Italia degli anni ’50, Postfazione di Rosanna Fiocchetto
Margherita Pascucci, La potenza della povertà. Marx legge Spinoza, Prefa­
zione di Antonio Negri
Slavoj Žižek, America oggi. Abu Ghraib e altre oscenità
Eesther Cohen, Con il diavolo in corpo. Filosofi e streghe nel Rinascimento
Pippo Russo, L’invasione dell’Ultracalcio. Anatomia di uno sport mutante
Agostino Petrillo, Città in rivolta. Los Angeles, Buenos Aires, Genova
Enzo Traverso, Cosmopoli. Figure dell’esilio ebraico-tedesco
Ubaldo Fadini, Figure del tempo. A partire da Deleuze/Bacon
Ervin Goffman, Stigma. L’identità negata
Alessandro Dal Lago, Polizia globale. Guerra e conflitti dopo I’ll settembre
Bruno Accarino (a cura di), La bilancia e la crisi. Il linguaggio filosofico
dell’equilibrio
Alessandro De Giorgi, Il governo dell’eccedenza. Postfordismo e controllo
della moltitudine
Andrea Fumagalli, Christian Marazzi, Adelino Zanini, la moneta ncll'lm
pero, Prefazione di Antonio Negri
Félix Guattari, Piano sul pianeta. Capitale mondiale integrato e globulina
zione, Introduzione di Franco Berardi (Bifo)
Franco Berardi (Bifo), Dell’innocenza. 1977: l’anno della premonizione
Philippe Zarifian, L’emergere di un popolo mondo. Appartenenza, singola
rità e divenire collettivo
Adelino Zanini, Macchine di pensiero. Schumpeter, Keynes, Mars, Iniiodii
zione di Giorgio Lunghini
Nicola Pasqualicchio, Il sarto gnostico. Temi e figure del teatro di Beebett
Maria Tasinato, Passeggiando con la mimesis. L’illusione teatrale tra antico
e moderno
Finito di stampare nel mese di novembre 2015
per conto di ombre corte
presso Sprint Service - Città di Castello (Perugia)