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Qyodlibet

Giorgio Agamben
Che cos' la filosofia?
Alla domanda che cos' la filosofia - una questione che si pone
tardi e di cui si pu parlare solo fra amici - Agamben, in questo libro
che in qualche modo una summa del suo pensiero, non risponde
direttamente, ma attraverso cinque saggi, ciascuno dei quali presenta
una sorta di emblema: la Voce, il Dicibile, l'Esigenza, il Proemio, la
Musa. In ognuno dei testi, secondo un gesto che definisce il metodo di
Agamben, l'indagine archeologica e quella teorica si intrecciano stret
tamente: alla paziente ricostruzione del modo in cui stato inventato
il concetto di lingua, fa riscontro il tentativo di restituire il pensiero
al suo luogo nella voce; a una inedita interpretazione dell'idea pla
tonica, corrisponde una lucida situazione del rapporto fra filosofia
e scienza e della crisi decisiva che entrambe stanno attraversando nel
nostro tempo. E, alla fine, la scrittura filosofica - un problema sul
quale Agamben non ha mai cessato di riflettere - assume la forma di
un proemio a un'opera che deve restare non scritta.

ISBN 978-88-7462-791-2

16,oo euro
Il Ili Il l Il l
9 788874 627912
Giorgio Agamben

Che cos' la filosofia?

Q!odlibet
Indice

p. 7 Avvertenza

Che cos' la filosofia?

II Experimentum vocis

47 Sul concetto di esigenza

57 Sul dicibile e l'idea

I23 Sullo scrivere proemi

I33 Appendice
La musica suprema. Musica e politica

I 47 Riferimenti bibliografici
I 53 Indice dei nomi

2016 Quodlibet srl


Macerata, via Giuseppe e Bartolomeo Mozzi, 2 3
www.quodlibet.it
Avvertenza

In che senso i cinque testi qui raccolti contengano un'idea


della filosofia, che risponde in qualche modo alla domanda
del titolo del libro, risulter evidente - se lo risulter - solo a
chi ne avr fatto in spirito di amicizia la lettura. Com' stato
detto, chi si trova a scrivere in un'epoca che, a torto o a.ra
gione, gli appare barbara, deve sapere che le sue forze e la sua
capacit di espressione non sono per questo accresciute, ma,
semmai, diminuite e logorate. Poich tuttavia, non pu fare
diversamente e il pessimismo gli per natura estraneo - n,
d'altra parte, gli pare di poter ricordare con certezza un tem
po migliore - l'autore pu soltanto affidarsi a chi avr pro
vato le sue stesse difficolt - in questo senso, a degli amici.

A differenza degli altri quattro testi, che sono stati scritti


nel corso degli ultimi due anni, Experimentum vocis ripren
de e svolge in una nuova direzione appunti della seconda met
degli anni Ottanta del XX secolo, che appartengono pertanto
allo stesso contesto in cui sono nati La cosa stessa, Tradizione
dell'immemorabile e ':se. L'assoluto e l'Ereignis (poi raccolti
in La potenza del pensiero, Vicenza 2005 ) e Experimentum
linguae, ripubblicato come prefazione alla nuova edizione di
Infanzia e storia (Torino 2001).
Che cos' la filosofia?
Experimentum vocis
I.

un fatto su cui non ci si dovrebbe stancare di riflettere


che - bench vi siano state e vi siano in ogni tempo e luogo
societ i cui costumi ci paiono barbari o comunque inac
cettabili e gruppi, pi o meno numerosi, di uomini dispo
sti a mettere in questione ogni regola, ogni cultura e ogni
tradizione; bench, inoltre, siano esistite ed esistano societ
integralmente criminali e non vi sia, del resto, alcuna norma
e alcun valore sulla cui vigenza tutti gli uomini riuscireb
bero a trovarsi unanimemente d'accordo - tuttavia non vi
n vi mai stata alcuna comunit o societ o gruppo che
abbia deciso di rinunciare puramente e semplicemente al
linguaggio. Non che i rischi e i danni impliciti nell'uso del
linguaggio non siano stati avvertiti pi volte nel corso della
storia: comunit religiose e filosofiche, a Occidente come a
Oriente, hanno praticato il silenzio - o, come dicevano gli
scettici, l' afasia - ma silenzio e afasia non erano che una
prova verso un miglior uso del linguaggio e della ragione e
non un'incondizionata dimissione di quella facolt di parla
re che, in ogni tradizione, sembra inseparabile dall'umano.
Cos ci si spesso interrogati su come gli uomini ab
biano incominciato a parlare, proponendo sull'origine del
I4 CHE C O S ' LA FILOSOFIA ? EXPERIMENTUM VO CIS

linguaggio ipotesi manifestamente incontrollabili e prive di 2.


ogni rigore; ma non ci si mai chiesti perch essi continuino
a farlo. Eppure l'esperienza semplice: noto che se il bam Partiamo dall'idea dell'incomprensibile, di un essere in
bino non esposto in qualche modo al linguaggio entro gli teramente senza rapporto col linguaggio e con la ragione,
undici anni di et, egli perde irreversibilmente la capacit assolutamente indiscernibile e irrelato. Come potuta na
di acquisirlo. Fonti medievali ci informano che un esperi scere una simile idea ? In che modo possiamo pensarla ? Un
mento del genere sarebbe stato tentato da Federico Il, ma lupo, un istrice, un grillo avrebbero forse potuto concepir
lo scopo era tutt'altro: non gi la rinuncia alla trasmissione la ? Diremmo noi che l'animale si muove in un mondo che
del linguaggio, bens, al contrario, proprio il desiderio di per lui incomprensibile ? Come non riflette sull'indicibile,
conoscere quale fosse la lingua naturale dell'umanit. Il ri cos nemmeno il suo ambiente pu apparirgli tale: tutto in
sultato dell'esperimento basta da solo a destituire di ogni esso gli fa segno e gli parla, tutto si lascia selezionare e inte
attendibilit le fonti in questione: i bambini, accuratamente grare e ci che non lo riguarda in alcun modo per lui sem
privati di ogni contatto col linguaggio, avrebbero sponta plicemente inesistente. D'altra parte, la mente divina per
neamente parlato l'ebraico (o, secondo altre fonti, l'arabo). definizione non conosce l'impenetrabile, la sua conoscenza
Che questo esperimento non sia mai stato tentato, non non incontra limiti, tutto - anche l'umano, anche la materia
solo nei lager nazisti, ma nemmeno nelle comunit utopiche inerte - per essa intellegibile e trasparente.
pi radicali e innovatrici, che nessuno - nemmeno fra coloro Dobbiamo dunque guardare all'incomprensibile come
che non avrebbero esitato un istante a togliergli la vita - ab a un'acquisizione esclusiva dell 'homo sapiens, all'indicibile
bia mai osato assumersi la responsabilit di togliere all'uomo come a una categoria che appartiene unicamente al linguag
il linguaggio, ci sembra provare oltre ogni dupbio il legame gio umano. Il carattere proprio di questo linguaggio che
inscindibile che sembra vincolare l'umanit alla parola. N ella esso stabilisce una particolare relazione con l'essere di cui
definizione che vuole che l'uomo sia il vivente che ha il lin parla, comunque lo abbia nominato e qualificato. Qualsiasi
guaggio, l'elemento decisivo non , secondo ogni evidenza, cosa nominiamo e concepiamo, per il solo fatto di essere
la vita, ma la lingua. stata nominata gi in qualche modo pre-supposta al lin
Eppure gli uomini non saprebbero dire che cosa sia per guaggio e alla conoscenza. questa l'intenzionalit fonda
essi in questione nel linguaggio come tale, nel puro fatto mentale della parola umana, che gi sempre in relazione
che essi parlino. Bench avvertano pi o meno oscuramen con qualcosa che presuppone come irrelato.
te quanto sia inutile usare la parola nel modo in cui per lo Ogni posizione di un principio assoluto o di un al di l del
pi fanno, spesso a vanvera e senza avere nulla da dirsi o pensiero e del linguaggio deve fare i conti con questo caratte
per farsi del male, ostinatamente continuano a parlare e a re presupponente del linguaggio: essendo sempre relazione,
trasmettere ai propri figli il linguaggio, senza sapere se ci esso rimanda a un principio irrelato che esso stesso a presup
sia il bene pi alto o la peggiore delle sventure. porre come tale (ovvero, nelle parole di Mallarm: il Verbo
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un principio che si sviluppa attraverso la negazione di ogni sup-posto, giace a fondamento di una predicazione. In
principio - cio, attraverso la trasformazione del principio in questo senso, Platone, interrogandosi sulla significazione
presupposto, dell'px{J in ipotesi). E questo il mitologema linguistica, poteva scrivere: A ciascuno di questi nomi
originario e, insieme, l'aporia cui si urta il soggetto parlante: il presupposta (\ntoKEt'tat) una propria sostanza (oOOia)
linguaggio presuppone un non linguistico, e questo irrelato (Protag. 349 b) e i nomi primi, ai quali in alcun modo altri
presupposto dandogli, per, un nome. L'albero presupposto nomi sono presupposti (oi ofutro E'tEpa \ntoKEt'tat), in che
al nome albero non pu essere espresso nel linguaggio, si modo ci manifesteranno gli enti ? (Crat. 422 d). L'essere
pu solo parlare di esso a partire dal suo aver nome. ci che presupposto al linguaggio (al nome che lo manife
Ma allora che cosa pensiamo quando pensiamo un essere sta), ci sulla cui presupposizione si dice ci che si dice.
interamente senza rapporto col linguaggio ? Quando il pen La presupposizione esprime dunque la relazione ori
siero cerca di afferrare l'incomprensibile e l'indicibile, esso ginaria fra linguaggio ed essere, fra i nomi e le cose e la
cerca in verit di afferrare precisamente la struttura presup presupposizione prima che vi sia una tale relazione. La
ponente del linguaggio, la sua intenzionalit, il suo essere posizione di un rapporto fra il linguaggio e mondo - la po
in relazione a qualcosa, che si suppone esistente fuori dalla sizione della pre-supposizione - la prestazione costitutiva
relazione. E un essere interamente senza rapporto col lin del linguaggio umano cos come la filosofia occidentale lo
guaggio possiamo pensarlo solo attraverso un linguaggio ha concepito: l'onto-logia, il fatto che l'essere si dica e che
senza alcun rapporto con l'essere. il dire si riferisca all'essere. Solo su questa presupposizione
sono possibili la predicazione e il discorso: essa il su
cui della predicazione intesa come yEtv n Ka'ta nvo,
3 dire qualcosa su qualcosa. Il su qualcosa (Ka'ta nvo) non
omogeneo al dire qualcosa, ma esprime e, insieme, na
nella struttura della presupposizione che si articola l'in sconde il fatto che, in esso, stato gi sempre presupposto
treccio di essere e linguaggio, mondo e parola, ontologia e il nesso onta-logico di linguaggio e essere - che, cio, il
logica che costituisce la metafisica occidentale. Col termine linguaggio porti sempre su qualcosa e non parli a vuoto.
presupposto designiamo qui il soggetto nel suo signifi
cato originale: il sub-iectum, l'essere che, giacendo prima e al
fondo, costituisce ci su cui - sulla cui pre-sup-posizione - si 4
parla e si dice e che non pu, a sua volta, essere detto su
nulla (la 1tp <'tll ocria o 1'\ntoKEiEvov di Aristotele) . Il ter L'intreccio di essere e linguaggio assume la forma costi
mine presupposto pertinente: U1tOKcicr8at vale infatti tutiva della presupposizione nelle Categorie di Aristotele.
come perfetto passivo di U1ton8vat, lett. porre sotto, Come i commentatori antichi avevano perfettamente com
e U1tOKEiEvov significa pertanto ci che, essendo stato preso al momento di definire l'oggetto del libro (se esso
CHE C O S ' LA FILOSOFIA ? EXPERIMENTUM VO CIS

concerna, cio, le parole, gli enti o i concetti), Aristotele il linguaggio che articolato - cio scisso - in modo tale
nelle Categorie non tratta n semplicemente delle parole, da aver sempre gi incontrato e presupposto nel nome l'es
n soltanto degli enti, n solo dei concetti, ma dei termini sere che gli dato. Il prae- e il sub- appartengono cio alla
in quanto significano gli enti attraverso i concetti . Nelle forma stessa dell'intenzionalit, della relazione fra essere e
parole di un commentatore arabo: L'investigazione logi linguaggi o.
ca concerne gli oggetti in quanto sono designati attraver
so i termini [ . . . ] il logico non si occupa della sostanza o
del corpo, in quanto separato dalla materia o in quanto 5
in movimento o possiede una grandezza e una dimensio
ne, ma piuttosto in quanto designato da un termine, per Nel doppio statuto dell'ocria 1tp<'tr\ come esistenza sin
esempio "sostanza" . Che cosa sia in questione in questo golare e come sostanza si riflette la duplice articolazione
in quanto, che cosa avvenga all'ente per il fatto di essere del linguaggio, che sempre gi scisso in nome e discorso,
designato da un nome - questo - o dovrebbe essere - il langue e parole, semiotico e semantico, senso e denotazio
tema della logica. Ma ci significa che il luogo proprio delle ne. L'identificazione di queste differenze non una scoper
Categorie e di ogni logica l'implicazione di linguaggio e ta della linguistica moderna, ma l'esperienza costitutiva
essere - l'onta-logica - e che non possibile separare logica della riflessione greca sull'essere. Se gi Platone oppone
e antologia. L'ente in quanto ente (ov u ov) e l'ente in quan con chiarezza il piano del nome (ovof.ta) e quello del di
to detto ente sono inseparabili. scorso (..oyo), il fondamento su cui riposa l'elencazione
Solo questa implicazione permette di comprendere l'am aristotelica delle categorie la distinzione dei EYOflEVa i
biguit dell'ocria 1tp<'tr\, della sostanza prima nella Metafi veu crUfl1t.OKft, di ci che si dice senza una connessione
sica aristotelica, ambiguit che la traduzione latina di ocria (uomo, bue, corre, vince))) e i EYOflEVa Kat cr'Ufl-
con substantia h fissato e trasmesso in eredit alla filosofia 1t.oKflv, il discorso come connessione di termini (l'uomo
occidentale e di cui questa non riuscita a venire a capo. cammina))' l'uomo vince))' Cat. I a 16- 1 9). Il primo piano
Solo perch in essa in questione la struttura antologica corrisponde alla lingua (la langue di Saussure, il semiotico
della presupposizione, l'ocria 1tp<'tr\, che si riferisce inizial di Benveniste) in quanto distinta dal discorso in atto (la pa
mente a una singolarit, pu diventare la substantia, ci che role di Saussure, il semantico di Benveniste).
sta sotto alle predicazioni, al dire qualcosa su qualcosa . Noi siamo cos abituati all'esistenza di un ente chiamato
Ma qual la struttura di questa implicazione ? Com' pos lingua))' l'isolamento di un piano della significazione di
sibile che un'esistenza singolare diventi il sostrato sul cui stinto dal discorso in atto ci ormai cos familiare, che non
presupposto si dice ci che si dice ? ci rendiamo conto che in questa distinzione viene alla luce
L'essere non presupposto perch esso sempre gi dato per la prima volta una struttura fondamentale del linguag
all'uomo in una sorta di intuizione prelinguistica; piuttosto gio umano che lo distingue da ogni altro linguaggio e a par-
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tire dalla quale soltanto qualcosa come una scienza e una lisi, interpretazione e costruzione d i ci che i n questione in
filosofia diventano possibili. Se Platone e Aristotele sono quell'evento. stato necessario, cio, perch qualcosa come
stati considerati i fondatori della grammatica, ci perch la civilt occidentale potesse nascere, prima comprendere - o
la loro riflessione sul linguaggio ha posto le basi sulle quali decidere di comprendere - che ci che parliamo, che ci che
i grammatici hanno potuto pi tardi costruire, attraverso facciamo parlando sia una lingua e che questa lingua sia for
un'analisi del discorso, ci che chiamiamo lingua e inter mata di vocaboli che - per una virt che non si pu spiegare
pretare l'atto di parola, che la sola esperienza reale, come se non attraverso ipotesi del tutto inverosimili - si riferisco
la messa in opera di un ente di ragione chiamato lingua (la no al mondo e alle cose. Ci implica che, nel flusso inin
lingua greca, la lingua italiana ecc.). terrotto di suoni prodotti usando organi presi per lo pi in
Solo perch riposa su questa scissione fondamentale del prestito da altri sistemi funzionali (legati in maggioranza
linguaggio, l'essere sempre gi diviso in essenza e esisten all'alimentazione) vengano riconosciuti prima delle parti
za, quid est e quod est, potenza e atto: la differenza antolo dotate di una significazione autonoma (J..LPTJ 't'ic; J.il;ero,
gica si fonda innanzitutto sulla possibilit di distinguere un i vocaboli) e, in queste, degli elementi ( a'totxcia, le lettere)
piano della lingua e dei nomi, che non si dice in un discorso indivisibili dalle cui combinazioni si formano quelle par
e un piano del discorso, che si dice sulla presupposizione ti. La civilt che noi conosciamo si fonda innanzitutto su
di quello. E il problema ultimo con cui deve misurarsi ogni una interpretazione (pJ..LTJ VEia) dell'atto di parola, sul
riflessione metafisica quello stesso che costituisce lo sco lo sviluppo di possibilit conoscitive che si considerano
glio su cui rischia di naufragare ogni teoria del linguaggio: contenute e implicate nella lingua. Per questo il trattato
se l'essere che si dice sempre gi scisso in essenza e esi aristotelico Sull'interpretazione (llep pJ..LTJ VEia), che ini
stenza, potenza e atto e il linguaggio che lo dice sempre zia appunto con la tesi che ci che facciamo parlando una
gi diviso in lingua e discorso, senso e denotazione, com' connessione significante di parole, lettere, concetti e cose,
possibile il passaggio da un piano all'altro ? E perch l'esse ha avuto una funzione decisiva nella storia del pensiero oc
re e il linguaggio sono cos costituiti, da comportare origi cidentale; per questo la grammatica, che viene ora insegnata
nariamente questo iato ? nelle scuole primarie, stata e, in una certa misura, ancora
la disciplina fondativa del sapere e della conoscenza. ( su
perfluo ricordare, accanto a quello epistemico-conoscitivo,
6. anche il significato politico della riflessione grammaticale:
se ci che gli uomini parlano una lingua e se non vi una
L'antropogenesi non si compiuta una volta per tutte sola lingua, ma molte, allora alla pluralit delle lingue cor
istantaneamente con l'evento di linguaggio, col diventar risponder una pluralit di popoli e di comunit politiche).
parlante del primate del genere homo. stato necessario,
piuttosto, un paziente, secolare e ostinato processo di ana-
22 CHE cos' LA FILOSOFIA ? EXPERIMENTUM VO CIS 23

7 la potenza una presupposizione dell'atto. Ma proprio qui


tutto si complica. Senso e denotazione, lingua e discorso
Si rifletta sulla natura paradossale dell'ente di ragione giacciono, infatti, in due piani diversi e nessun passaggio
chiamato lingua (diciamo ente di ragione, perch non sembra condurre dall'uno all'altro. Parlare si pu solo sulla
chiaro se esso esista nella mente, nei discorsi in atto o solo presupposizione di una lingua, ma dire in un discorso ci
nei libri di grammatica e nei dizionari). Esso stato co che nella lingua stato chiamato e nominato, questo
struito attraverso una paziente, minuziosa analisi dell'atto propriamente impossibile. l'opposizione insuperabile fra
di parola, supponendo che parlare si possa solo sulla pre semiotico e semantico su cui naufragato il pensiero estre
supposizione di una lingua e che le cose siano sempre gi mo di Benveniste (Il mondo del segno chiuso. Dal segno
nominate (anche se impossibile spiegare - se non in modo alla frase non c' transizione [ . . . ] uno iato li separa) o, in
mitologico - come e da chi) in un sistema di segni che si ri Wittgenstein, l'opposizione di nomi e proposizione ( Gli
ferisce potenzialmente e non solo attualmente alle cose. La oggetti li posso solo nominare. I segni li rappresentano. Io
parola albero pu denotare l'albero in un atto discorsivo, posso solo parlare di essi, ma non posso esprimerli). Tutto
in quanto si presuppone che il vocabolo albero, preso in ci che conosciamo della lingua, lo abbiamo appreso a par
s prima e al di l di ogni denotazione attuale, significhi al tire dalla parola e tutto ci che comprendiamo della parola,
bero . Il linguaggio avrebbe, cio, la capacit di sospendere lo intendiamo a partire dalla lingua; e, tuttavia, l'interpreta
il proprio potere denotativo nel discorso, per significare le zione (la p)..LTJ VEia) dell'atto di parola attraverso la lingua,
cose in modo puramente virtuale nella forma di un lessi che rende possibile il sapere e la conoscenza, conduce in
co. questa la differenza fra langue e parole, semiotico e ultima istanza a una impossibilit di parlare.
semantico, senso e denotazione che abbiamo gi evocato e
che scinde irrevocabilmente il linguaggio in due piani di
stinti e, tuttavia, misteriosamente comunicanti. 8.
Il nesso di questa scissione linguistica con la cesura an
tologica potenza/atto, OUVa)..lt/vpyEta attraverso cui A questa struttura presupponente del linguaggio corri
Aristotele divide e articola il piano dell'essere tanto pi sponde la particolarit del suo modo di essere, che consi
evidente se si ricorda che, gi in Platone, uno dei significati ste nel fatto che esso deve togliersi per far essere la, cosa
fondamentali del termine ouva)..lt valore semantico di nominata. questa natura del linguaggio che ha in mente
una parola . All'articolazione della significazione linguisti Scoto quando definisce la relazione come ens debilissimum
ca in due piani distinti corrisponde il movimento antologico e aggiunge che per questo essa cos difficile da conosce
della presupposizione: il senso una presupposizione della re. Il linguaggio antologicamente debolissimo, nel senso
denotazione e la langue una presupposizione della parole, che non pu che sparire nella cosa che nomina, altrimen
cos come l'essenza una presupposizione dell'esistenza e ti, invece di designarla e svelarla, farebbe ostacolo alla sua
24 CHE C O S ' LA FILOSOFIA? EXPERIMENTUM VO CIS

comprensione. E, tuttavia, proprio in questo risiede la sua potere storicizzante e cronogenetico del oyo funzione
potenza specifica - nel suo rimanere impercepito e non det della sua struttura presupponente e della sua antologica de
to in ci che nomina e dice. Poich, come scrive Meister bolezza. In quanto rimane nascosto in ci che rivela, il rive
Eckhart, se la forma attraverso cui conosciamo una cosa lante costituisce l'essere come ci che si svela storicamente
fosse essa stessa qualcosa, ci condurrebbe alla conoscen restando inattingibile e indelibato in ognuno dei suoi sve
za di s e ci distoglierebbe dalla conoscenza della cosa. lamenti epocali. E in quanto la lingua , in questo senso, un
Il rischio di essere percepito esso stesso come una cosa e essere storico, la Pf.lllVEia che domina da due millenni la
di separarci da ci che dovrebbe rivelarci, resta per fino filosofia occidentale una interpretazione del linguaggio
all'ultimo consustanziale al linguaggio. Il non poter dire che, avendolo scisso in langue e parole, sincronia e diacro
s mentre dice altro, il suo essere sempre estaticamente in nia, non pu mai venirne a capo una volta per tutte. E come
luogo dell'altro la segna tura inconfondibile e, insieme, la l'essere e la lingua restano presupposti al loro svolgimento
macchia originale del linguaggio umano. storico, cos la presupposizione determina anche il modo
E un essere debolissimo non soltanto il linguaggio, ma in cui l'Occidente ha pensato la politica. La comunit che
anche il soggetto che in esso si produce e di esso deve in in questione nel linguaggio viene infatti presupposta nella
qualche modo venire a capo. Una soggettivit nasce, infatti, forma di un apriori storico o di un fondamento: che si tratti
ogni volta che il vivente incontra il linguaggio, ogni volta in di una sostanza etnica, di una lingua o di un contratto, in
cui dice io. Ma proprio perch si generato in esso e attra ogni caso il comune assume la figura di un passato inattin
verso di esso, cos arduo per il soggetto afferrare il proprio gibile, che definisce il politico come uno stato.
aver luogo. D'altra parte il linguaggio - la lingua - non vive Molti segni lasciano pensare che questa struttura fonda
e si anima che se un locutore lo assume in un atto di parola. mentale dell'antologia e della politica dell'Occidente ab
La filosofia occidentale nasce dal corpo a corpo di questi bia esaurito la sua forza vitale. Formulando tematicamente
due esseri debolissimi che consistono e hanno luogo l'uno l'ovviet secondo cui l'essere che pu essere compreso
nell'altro e l'uno nell'altro fanno incessantemente naufra '
linguaggio il pensiero del 900 non ha fatto che rivendicare
gio - e, per questo, cercano ostinatamente di afferrarsi e quell'inerenza del linguaggio a ogni rapporto o attivit na
comprendersi. turale dell'uomo, al suo sentire, intuire, desiderare e a ogni
suo bisogno e a ogni suo istinto che l'idealismo tedesco
aveva gi affermato e portato alla coscienza senza riserve.
9 In questa prospettiva, il fatto che la nascita della gramma
tica comparata e l'ipotesi dell'indoeuropeo siano contem
Proprio perch l'essere si d nel linguaggio, ma il lin poranee della filosofia di Hegel, che; anzi, l'ultimo volume
guaggio resta non detto in ci che dice e manifesta, l'essere della Scienza della logica sia stato pubblicato lo stesso anno
si destina e si svela per i parlanti in una storia epocale. Il ( r 8 r 6) del Konjugationssystem di Franz Bopp non certo
CHE C O S ' LA FILOSOFIA ? EXPERIMENTUM VO CIS

una mera coincidenza. L'indoeuropeo - che i linguisti hanno principi). Il primate, che sarebbe diventato homo sapiens,
ricostruito (o, piuttosto, prodotto) attraverso una paziente era gi sempre dotato - come tutti gli animali - di un lin
analisi morfologica e fonologica delle lingue storiche - non guaggio, certamente diverso, ma forse non troppo dissimi
una lingua omogenea alle altre, ma soltanto pi antica: essa le da quello che conosciamo. Ci che avvenuto che il
qualcosa come una langue assoluta, che nessuno ha mai primate del genere homo a un certo punto - che coincide
parlato n mai potr parlare, ma costituisce, come tale, l'a con l'antropogenesi - diventato consapevole di avere una
priori storico e politico dell'Occidente, che garantisce l'uni lingua, l'ha, cio, separata da s e esteriorizzata fuori di s
t e la reciproca intellegibi1lt delle sue molteplici lingue e come un oggetto, per poi cominciare a considerarla, ana
dei suoi molteplici popoli. Come Hegel aveva affermato che lizzarla ed elaborarla in un processo incessante - in cui si
il destino storico dell'umanit era giunto al suo compimen sono succedute con alterne vicende la filosofia, la gramma
to e che le potenze storiche della religione, dell'arte e della tica, la logica, la psicologia, l'informatica - e che forse non
filosofia si erano dissolte e realizzate nell'assoluto, cos nella ancora compiuto. E poich aveva espulso il suo linguaggio
costruzione dell'indoeuropeo culminava il processo che ha fuori di s, l'uomo dovette imparare a trasmetterselo - a
portato l'Occidente alla piena consapevolezza delle potenze differenza degli altri animali - esosomaticamente, di ma
conoscitive contenute nella sua lingua. dre in figlio in modo che nel trascorrere delle generazioni
Per questo la linguistica diventa tra l'Ottocento e il No la lingua si divise babelicamente e and progressivamente
vecento la disciplina pilota delle scienze umane e per que mutando secondo i luoghi e i tempi. E, avendo egli separato
sto il suo improvviso esaurirsi e naufragare nell'opera di da s la sua lingua per affidarla a una tradizione storica, per
Benveniste corrisponde a una mutazione epocale nel desti l'uomo parlante vita e linguaggio, natura e storia si divisero
no storico dell'Occidente. L'Occidente, che ha realizzato e, insieme, si articolarono l'una con l'altra. La lingua, che
e portato a compimento la potenza che aveva iscritto nella era stata espulsa all'esterno, fu reinscritta nella voce attra
sua lingua, deve ora aprirsi a una globalizzazione che segna, verso i fonemi, le lettere e le sillabe e l'analisi della lingua
insieme, il suo trionfo e la sua fine. coincise con l'articolazione della voce (la <j>rov'J evap8po,
la voce articolata dell'uomo opposta alla voce inarticolata
dell'animale).
IO. Ci significa che il linguaggio non n un'invenzione
umana, n un dono divino, ma un medio fra questi, che si
Possiamo proporre a questo punto sull'origine del lin situa in una zona di indifferenza fra natura e cultura, endo
guaggio un'ipotesi non pi mitologica di altre (le ipotesi in somatico e esosomatico (a questa dipolarit corrisponde la
filosofia hanno necessariamente un carattere mitico, sono, scissione del linguaggio umano in lingua e parola, semioti
cio, sempre narrazioni e il rigore del pensiero consiste co e semantico, sincronia e diacronia). Ci significa, anche,
appunto nel riconoscerle come tali, nel non scambiarle per che l'uomo non semplicemente homo sapiens, ma innan-
CHE COS ' LA FILOSOFIA ? EXPERIMENTUM VOCIS

zitutto homo sapiens loquendi, il vivente che non sempli non inventa i nomi n questi scaturiscono da lui come una
cemente parla, ma sa parlare, nel senso che il sapere della voce animale: egli pu solo riceverli attraverso un traman
lingua - anche nella sua forma pi elementare - deve neces damento esosomatico e un insegnamento; nel discorso, in
sariamente precedere ogni altro sapere. vece, gli uomini si intendono senza bisogno di spiegazio
Ci che ora sta avvenendo sotto i nostri occhi che il ni. Questa scissione di due piani del linguaggio ha come
linguaggio, che era stato esteriorizzato come la cosa - cio, conseguenza una serie di aporie: da una parte, il linguaggio
secondo l'etimologia, la causa - per eccellenza dell'uma non pu venire a capo del suo rapporto col mondo, che
nit, sembra aver compiuto il suo percorso antropogeneti condizionato dai nomi (e il significato dei nomi, scrive
co e voler tornare alla natura da cui proviene. All'esaurirsi Wittgenstein, I 92 I , 4.026, deve esserci spiegato perch noi
del progetto della grammatica comparata - cio del sapere possiamo comprenderli), dall'altra, nelle parole di Benve
che doveva garantire l'intelligenza della lingua - ha fatto niste, dal piano semiotico dei nomi a quello semantico delle
seguito, infatti, l'affermarsi della grammatica generativa, proposizioni non vi passaggio, cos che l'atto di parola
cio di una concezione della lingua il cui orizzonte non risulta impossibile.
pi storico e esosomatico, ma, in ultima analisi, biologico e Si rifletta sul carattere particolare dell'evento antropo ge
innatistico. E alla valorizzazione della potenza storica della netico di cui queste fratture sono la conseguenza: l'uomo
lingua sembra sostituirsi il progetto di una informatizza accede alla sua natura propria - al linguaggio, che lo defi
zione del linguaggio umano che lo fissa in un codice comu nisce come cpov M>yov exov e anima! rationale solo sto
-

nicativo che ricorda piuttosto quello dei linguaggi animali. ricamente, cio attraverso un tramandamento esosomatico.
Se, infatti, questo accesso gli precluso, egli perde la facol
t di apprendere il linguaggio e si presenta come un essere
I I. non propriamente o non ancora umano (si pensi agli enfants
sauvages e ai bambini-lupo che hanno tanto inquietato l'et
Si comprende, allora, perch il linguaggio umano sia tra dei lumi). Ci significa che nell'uomo - cio nel vivente che
versato fin dall'origine da una serie di scissioni, che non accede alla sua natura solo attraverso la storia - umano e
hanno riscontro in alcun linguaggio animale. Intendiamo inumano si stanno di fronte senza alcuna articolazione natu
riferirei alla frattura nomi/ discorso, gi chiara per i Greci rale e che qualcosa come una civilt pu nascere solo a par
( ovoJ.la/... oyo in Platone, .e"fOJ.lEVa avEu <J'UJ.l7toKf/M: tire dall'invenzione e dalla costruzione di una articolazione
'YOJ.lEVa Ka't (J'UJ.l1tOKi)v in Aristotele, Ca t., I a I 6- I 8 ) e storica fra di essi. La prestazione specifica della filosofia e
per i Romani (nominum impositio/declinatio in Varrone, della riflessione grammaticale sar quella di individuare e di
De ling. lat., VIII, 5 -6) fino a quelle, che ad essa in qual costruire nella voce il luogo di questa articolazione.
che modo corrispondono, fra langue e parole in Saussure e Non un caso se la raccolta degli scritti logici di Ari
fra semiotico e semantico in Benveniste. L'uomo parlante stotele, cio della prima e pi ampia interpretazione della
30 CHE COS ' LA FILOSOFIA ? EXPERIMENTUM VO CIS 31

lingua come Strumento di conoscenza abbia ricevuto il ancora - situando il linguaggio nella voce - quello di assi
titolo di "Opyavov, che significa tanto uno strumento tec curare il nesso fra il vivente e la sua lingua. L'analisi della
nico che una parte del corpo. Aristotele, all'inizio del Tiep lingua presuppone un'analisi della voce.
PJ.LllVEia (De int. I 6 a 3 sg.) riferendosi al linguaggio si Gi gli antichi commentatori si erano interrogati sul sen
serve, infatti, dell'espressione 't v 't'fl <j>rovij, ci che nel so dell'espressione 't v 't'fl <j>rovij. Ammonio, chiedendosi
la voce e non semplicemente, come ci si sarebbe potuto perch Aristotele avesse scritto ci che nella voce sim
aspettare e come scriver subito dopo, <j>rovai, i vocaboli bolo delle affezioni nell'anima, rispondeva che il filosofo
(ci che nella voce, egli scrive, simbolo delle impres ha detto ci che nella voce e non le voci ( <j>rovai) per
sioni dell'anima - na811 J.La'ta v 't'fl <j>rovij - e le lettere scrit mostrare che altro dire voce e altro dire nome e verbo e
te sono simboli di ci che nella voce). Il linguaggio che l'essere simbolo per convenzione non spetta alla nuda
nella voce, ma non la voce: nel luogo e in luogo di essa. voce ( 't'fl <j>rovij nJ.OO), ma al nome e al verbo; per natura
Per questo Aristotele, nella Politica ( 12 5 3 a I o - I 8), oppo (<j>ucrEt) ci dato emettere voci (<j>rovev), come anche vedere
ne esplicitamente la <j>rovi) animale, che immediatamente e udire, ma i nomi e i verbi sono invece prodotti dalle no
segno del piacere e del dolore, al J.6yo umano, che pu stre intelligenze, usando come materia la voce (UlJ KEXPll
manifestare il giusto e l'ingiusto, il bene e il male e sta a J.LVa 't'fl <j>rovij) (Ammonio I 897, p. 22). Non alla voce ani
fondamento della comunit politica. L'antropogenesi ha male (alla nuda voce) - suggerisce Ammonio, che sembra
coinciso con una scissione della voce animale e col situarsi qui seguire fedelmente l'intenzione di Aristotele - ma al
del J.6yo nel luogo stesso della <j>rovi). Il linguaggio ha luogo linguaggio che formato di nomi e di verbi compete la ca
nel non-luogo della voce e questa situazione aporetica ci pacit di significare (per convenzione e non per natura) le
che lo rende vicinissimo al vivente e, insieme, separato da cose; e, tuttavia, il linguaggio ha luogo nella voce, ci che
questo da una incolmabile distanza. per convenzione dimora in ci che per natura.
Nel De interpretatione, dopo aver descritto il plesso se
mantico fra il linguaggio, le affezioni nell'anima, le lettere
I2. e le cose, Aristotele interrompe bruscamente la trattazione
rimandando al suo libro Sull'anima (di questo si parlato
Un'analisi della particolare situazione del J.6yo nella nel libro Sull'anima, poich si tratta di un'altra questione
<j>rovi) - e, quindi, del rapporto tra la voce e il linguaggio - - all yp npayJ.La'tEta, De int. I 6 a 9). Qui egli aveva
condizione preliminare per comprendere il modo in cui definito la voce come suono emesso da un essere animato
l'Occidente ha pensato il linguaggio, l'essere parlante del ('1'6<J>o J.L'IfUXOU), precisando che nessun essere inanima
vivente uomo. Ci significa che lo scopo del trattato ari to emette una voce, ed solo per similitudine che si dicono
stotelico Sull'interpretazione non era soltanto quello di as emettere voce, come il flauto e la lira (De an. 420 b 5). Poche
sicurare il nesso fra le parole, i concetti e le cose, ma, prima righe dopo, la definizione ripetuta e circostanziata: La
CHE C O S' LA FILOSOFIA? EXPERIMENTUM VO CIS 33

voce dunque suono emesso dal vivente (q)ou 'lfO(j>o), ma della voce sono ci di cui composta (m)yKEt'tat) la voce e
non con qualsiasi parte. Poich ogni suono prodotto dal le ultime parti in cui essa divisibile (ivi, 1 0 1 4 a 26) e nei
battito di qualcosa su qualcosa o in qualcosa, e cio sull'a Problemi: gli uomini producono molte lettere (ypaa'ta),
ria, ne consegue che solo emettano voce quei viventi che gli altri viventi nessuna o, al massimo, due o tre consonanti.
ricevono in s l'aria (ivi, 1 4- 1 6). Questa definizione do Le consonanti combinate con le vocali formano il discorso.
veva risultargli insoddisfacente, perch a questo punto egli Il linguaggio (J.6yo) non un significare con la voce, ma
ne enuncia una nuova, che doveva esercitare un'influenza con certe affezioni (1ta8Eatv) di essa. Le lettere sono affe
determinante nella storia della riflessione sul linguaggio: zioni della voce (Probl. X, 39, 8 9 5 a 7 sgg.). Gli scritti sugli
Non ogni suono del vivente voce, come abbiamo det animali sottolineano la funzione della lingua e delle labbra
to (infatti si pu emettere un suono con la lingua o anche nella produzione delle lettere: Il linguaggio attraverso la
tossendo), ma occorre che colui che batte sia animato e ac voce composto di lettere (K 't<V ypaa'trov <:rUyKEt'tat) e
compagnato da qualche immaginazione (E't (j>avtacria se la lingua non fosse fatta com' e se le labbra non fossero
nv6). La voce infatti un suono significante (OTJavttK umide, non si potrebbe proferire la maggior parte delle let
'lfO(j>o) ... (ivi, 29- 3 2) . tere, poich alcune di queste risultano dai colpi della lingua
S e ci che distingue i l linguaggio dalla voce i l suo ca e dalla congiunzione delle labbra (De part. anim. 6 5 9 b 3 0
rattere semantico (cio il suo essere associato a delle affe sgg.). Con una parola che i grammatici dovevano costitui
zioni nell'anima, qui chiamate immaginazioni), Aristotele re in un vero e proprio termine tecnico della loro scienza,
non precisa che cosa costituisca la voce animale in linguag questa iscrizione costitutiva delle lettere nella voce de
gio significante. Ed qui che intervengono in funzione de finita articolazione (tap8prom): Voce ( (j>rovi]) e suono
terminante le lettere (ypaa'ta), che il De interpretatione ('lf6(j>o) sono diversi e terzo, oltre ad essi, il linguaggio
elencava infatti nel plesso semantico solo come segni di ci (J.6yo)... Il linguaggio l'articolazione della voce con la
che nella voce. Le lettere non sono semplicemente segni, lingua (ym'tlJ). La voce e la faringe emettono le vocali, la
ma elementi (cr'tOtXEta, l'altro termine greco per designa lingua e le labbra le consonanti. E da esse si produce il lin
re le lettere) della voce, che la rendono significante e com guaggio (Hist. anim. 5 3 5 a sgg.).
prensibile. La lettera (cr'tOtXEt ov) afferma con chiarezza la Se torniamo ora all'enunciato che apre il De interpretatio
Poetica una voce indivisibile, ma non una voce qualsiasi, ne, possiamo dire che Aristotele vi definisce una Pllvda,
bens quella per cui una voce diventa intellegibile ( auv8ETI, un processo di interpretazione che si svolge fra ci che nel
yiyvEcr8at q>rovf!). Anche degli animali vi sono voci indivisi la voce, le lettere, le affezioni dell'anima e le cose: ma la fun
bili, ma nessuna di queste le definisco lettere. Le parti del zione decisiva - quella che rende significante la voce - spetta
la voce intellegibile sono la vocale (q>rovftEv), la semisonante proprio alle lettere, l'ermeneuta ultimo e primo il ypaa.
('It(j>rovov) e la muta (iq>rovov)... (Poet. 1 4 5 6 b 22-2 5). La
definizione ribadita nella Metafisica: Elementi (cr'tOtXEta)
34 CHE C O S' LA FILOSOFIA ? EXPERIMENTUM VO CIS 35

IJ. ta - attraverso le lettere. Il linguaggio umano si costituisce,


cio, attraverso un'operazione sulla voce animale, che iscrive
Si rifletta all'operazione decisiva per la storia della cultu in essa come elementi (cnotXEa) le lettere (yp<if.lf.la'ta). Ritro
ra occidentale che, sotto l'apparenza di una descrizione che viamo qui la struttura dell' exceptio - dell'esclusione inclusiva
il tempo ha reso ovvia, si compie in questi scritti. <I>roviJ e - che rende possibile la cattura della vita nella politica. Come
wyo, voce animale e linguaggio umano sono distinti, ma la vita naturale dell'uomo viene inclusa nella politica attraver
coincidono localmente nell'uomo, nel senso che il linguag so la sua stessa esclusione nella forma della nuda vita, cos il
gio si produce attraverso una articolazione della voce, che linguaggio umano (che fonda, del resto, secondo Aristotele,
non altro che l'iscrizione in essa delle lettere (yp<if.lf.la'ta), Pol. 1 2 5 3 a 1 8, la comunit politica) ha luogo attraverso una
cui compete lo statuto privilegiato di essere, insieme, segni esclusione-inclusione della nuda voce (<l>rovil a1tA.O);, nelle
e elementi (cnotXEta) della voce (in questo senso, la lettera parole di Ammonio) nel M)yo. In questo modo, la storia si
indice di se stessa, index sui). La definizione aristotelica radica nella natura, la tradizione esosomatica in quella endo
venne raccolta dai grammatici antichi, che, fra il primo e il somatica, la comunit politica in quella naturale.
secondo secolo della nostra era, diedero carattere di scienza
sistematica alle osservazioni dei filosofi. Anche i grammatici
cominciano la loro trattazione dalla definizione della voce, N All'inizio della Grammatologia, Jacques Derrida, subito dopo
distinguendo la voce confusa ( <1>rovil croyKEXUf.lVll) degli aver enunciato il programma di una rivendicazione della scrittura con
animali, dalla voce articolata ( <1>rovil Evap8po, vox articu tro il privilegio della voce, cita il passo del De interpretatione, in cui
Aristotele afferma il legame originale>> e la prossimit essenziale fra
lata) dell'uomo. Ma se si chiede, a questo punto, in che cosa
la voce e il M>yo, che definiscono la metafisica occidentale: Se, per
consista il carattere articolato della voce umana, i gramma
Aristotele, "i suoni emessi dalla voce" (ta v 'tij <jlrovi) sono i simboli
tici rispondono che <1>rovil Evap8po significa semplicemente degli stati dell'anima (1taei]f.1ata v 'tij <j>roviJ) e le parole scritte i simboli
<1>rovil yypOf.lf.la'to, cio, nella traduzione latina, vox quae delle parole emesse dalla voce, ci perch la voce, produttrice dei
scribi potest o quae litteris comprehendi potest, voce scrivi simboli primi, ha un rapporto di prossimit essenziale e immediata con
bile, grammatizzata, che si pu comprendere attraverso le l'anima>> (Derrida 1967, pp. 22-2 3 ). Se la nostra analisi della situazione
lettere. La voce confusa quella, inscrivibile, degli animali delle lettere nella voce corretta, ci significa che la metafisica occi
dentale pone nel suo luogo originale il ypOflfla e non la voce. La critica
(il nitrito dei cavalli, la rabbia dei cani, il ruggito delle fie
derridiana della metafisica si fonda quindi su una lettura insufficiente
re) o anche quella parte della voce umana che non si pu di Aristotele, che omette di interrogare proprio lo statuto originale del
scrivere, come il riso, il fischio o il singhiozzo (a cui si po ypOflfla nel De interpretatione. La metafisica sempre gi grammato
trebbe aggiungere l'aspetto timbri co della voce, che l' orec logia e questa fondamentologia, nel senso che, dal momento che il
chio percepisce, ma non pu formalizzare in una scrittura). M>yo ha luogo nel non luogo della <j>rovi], alla lettera e non alla voce
La voce articolata non , dunque, altro che <1>rovil yypaf.l compete la funzione di fondamento ontologico negativo.
f.la'to, voce che stata trascritta e com-presa - cio cattura-
CHE COS ' LA FILOSOFIA ? EXPERIMENTUM VO CIS 37

l a loro consistenza strettamente acustica, riuscendo cos a


scomporre e analizzare il tessuto sonoro del linguaggio in
Possiamo qui cogliere l'incidenza fondamentale della scrit una molteplicit di dati scientificamente controllabili. Ma
tura alfabetica nella nostra cultura e sul modo in cui essa ha quanto pi l'analisi dell'onda sonora prodotta dalla voce
concepito il linguaggio. Solo la scrittura alfabetica - la cui in si affinava, tanto pi diventava impossibile separare chia
venzione i greci attibuivano ai due eroi civilizzatori Cadmo ramente l'uno dall'altro gli elementi (i ypaJ.!Jla'ta-O''tOtXEa)
e Palamede - pu, infatti, generare l'illusione di aver cattu che la tradizione grammaticale aveva identificato. Gi Saus
rato la voce, di averla com-presa e trascritta: nei ypaJ.!J.ta.
sure nel I 9 I 6 aveva osservato che se si potessero riprodurre
'ta. Per rendersi pienamente conto dell'importanza in ogni attraverso un film i movimenti della bocca, della lingua, e
senso fondatrice della cattura della lingua che stata resa delle corde vocali di un locutore che produce quella che ci
possibile dalla scrittura alfabetica e dalla sua PJlllVEia da appare come la serie di suoni F-A-L, sarebbe impossibile
parte dei filosofi e, poi, dei grammatici, occorre liberarsi dividere i tre elementi che la compongono, che si presen
della rappresentazione ingenua - frutto di due millenni di tano in realt cos indissolubilmente intrecciati che non
educazione grammaticale - secondo cui le lettere sarebbero dato isolare un punto in cui F finisce e A comincia. Un film
perfettamente riconoscibili nella voce come suoi elementi. realizzato nel I 9 3 3 dal fonetista tedesco Paul Menzerath
Niente pi istruttivo, in questa prospettiva, della storia ha confermato anche dal punto di vista acustico l'osserva
di quella parte della grammatica - la fonetica - che si occu zione di Saussure. Nell'atto di parola, i suoni non si succe
pa dell'analisi dei suoni del linguaggio (in quanto, appunto, dono, ma si intricano e si legano cos intimamente, che le
voce articolata). La fonetica moderna si concentrata, unit che noi crediamo di poter distinguere . tanto al livello
in un primo momento, sull'analisi dei ypUJ.!Jla'ta secondo morfologico che a quello fonetico costituiscono in realt
la loro modalit di articolazione, distinguendoli in labiali, un flusso perfettamente continuo.
dentali, palatali, velari, labiovelari, laringali ecc., con una La consapevolezza dell'impossibilit di distinguere i
tale acribia descrittiva, che un fonetista, che era anche un suoni del linguaggio sia dal punto di vista articolatorio che
medico, ha potuto scrivere che se veramente il soggetto da ql,lello acustico ha reso necessaria la nascita della fono
parlante articolasse un certo suono laringale nel modo de logia, che separa nettamente i suoni della parola (di cui si
scritto nei trattati di fonetica, ci avrebbe per conseguen occupava la fonetica) dai suoni della lingua (i fonemi, pure
za la sua morte per soffocamento. La fonetica articolato opposizioni immateriali, che sono l'oggetto della fonolo
ria entr in crisi quando ci si accorse che, in presenza di gia). Con la rottura del vincolo fra lingua e voce, che era
una lesione dell'organo di articolazione, il parlante riusciva rimasto fuori questione dal pensiero antico fino alla fone
ugualmente a articolare il suono secondo altre modalit. tica dei neogrammatici, l'autonomia della lingua rispetto
Abbandonando le analisi dei suoni secondo il loro all'atto di parola diventa evidente. E, tuttavia, se, da una
punto di articolazione, la fonetica si concentr allora sul- parte, la fonologia prende atto del fatto che i ypaJ.!Jla'ta non
CHE cos' LA FILOSOFIA ? EXPERIMENTUM VO CIS 39

sono traccia e scrittura della voce, essa mantiene dall'altra,


attraverso il fonema, una sorta di arcigramma, puramente
negativo e differenziale. Con ci, la difficolt nata dalla si Se l'antropogenesi - e la filosofia che la rammemora, cu
tuazione aporetica del oyo nella <j>rovil non sciolta, ma stodisce e incessantemente riattualizza - coincidono con
solo riproposta sul piano dell'impossibile articolazione fra un experimentum linguae che situa aporeticamente il O
langue e parole o fra semiotico e semantico. yo nella voce e se la pJlTJVEia, l'interpretazione di questa
esperienza che ha dominato la storia dell'Occidente sem
bra aver raggiunto il suo limite, allora ci che non pu non
N I l carattere inafferrabile della voce umana e l a vanit del tentativo di essere oggi in questione nel pensiero un experimentum
renderla in qualche modo comprensibile attraverso le lettere erano stati gi vocis, nel quale l'uomo revochi radicalmente in questione
osservati da Platone, dal quale dipende, anche in questo caso, la pJ.lTJVeta
la situazione del linguaggio nella voce e provi a assumere da
aristotelica del linguaggio e la situazione del ').Jyyo nei yp<lJ.tJla-ta. Quan
do un dio o un uomo divino (in Egitto vi un racconto che narra che
capo il suo essere parlante. Ci che giunto a compimen
questi era Theuth)>> dice Socrate nel Filebo si rese conto che la voce to non , infatti, la storia naturale dell'umanit, ma quella
infinita (cprovijv 01ttpov - annpov vale letteralmente "inesperibile, im specialissima storia epocale in cui la pJlTJVEia della parola
praticabile, senza via d'uscita") e per primo comprese che in questo come una lingua - cio come un intreccio consapevole di
inesperibile (v t<!> ndpq>) le vocali non sono una, ma molte e che ivi vocaboli, concetti, cose e lettere, che, attraverso i ypaJlJla
sono anche altre cose che non appartengono propriamente alla voce, ta, ha luogo nella voce - aveva destinato l'Occidente. Oc
ma hanno pure parte a un certo suono e che vi un numero determi
corre, pertanto, interrogare sempre di nuovo la possibilit
nato anche di queste, dopo essersi reso conto di ci, separ un terzo
genere di lttere (ypaJ.1J.10trov), quelle che noi diciamo ora mute (acprova). e il senso dell'experimentum, indagarne il luogo e la genea
Distinse poi fra di loro, fino a ciascuna unit, queste lettere mute e logia per indagare se non vi sia, rispetto ai ypaJlJlata e al sa
senza suono, e cos le vocali e le intermedie fra le vocali e le mute fino pere che su di essi si fonda, un altro modo di venire a capo
a che, una volta conosciuto il loro numero, attribu a ciascuna il nome dell'inesperibilit della voce. Esso non , nella nostra cul
CHOtXEtov. Vedendo poi che nessuno potrebbe impararne una sola per tura, un fenomeno eccentrico o marginale, che, cercando di
se stessa senza le altre tutte ed avendo argomentato da ci che esiste un
dire quel che non si pu dire, si avvolge necessariamente in
legame (8EO'J.10V) unitario che in qualche modo le unifica tutte, ad esse
applic una tecnica che chiam grammatica>> (Phil. r 8 b 5 -d 2 ) .
contraddizioni; esso , piuttosto, la cosa stessa del pensiero,
Mentre da questa inesperibilit della voce Platone non dedusse la il fatto costitutivo di ci che chiamiamo filosofia.
necessit dei ypOJ.1J.1Uta (nel Fedro egli critica anzi decisamente l'inven Negli stessi anni in cui formulava la frattura invalicabi
zione di Theuth, accusata di far perdere agli uomini la memoria), ma le fra il semiotico e il semantico, Benveniste scriveva quel
quella di una teoria delle idee, Aristotele segu invece senza riserve il saggio sull'Apparato formale dell'enunciazione, nel quale
paradigma egizio di Theuth, espungendo conseguentemente come ri veniva indagata la capacit del linguaggio di riferirsi, at
dondanti dal plesso semantico le idee.
traverso gli shifters io, tu qui, ora, questo ecc.
non a una realt lessicale, ma al proprio puro aver luogo.
CHE C O S ' LA FILOS OFIA ? EXPERIMENTUM VO CIS

lo non indica una sostanza, ma la persona che pronun sapere occidentale riposa in ultima istanza su una voce tol
cia l'istanza di discorso contenente io, cos come que ta, sullo scriversi di una voce. Questo il suo fragile, ma
sto pu essere solo l'oggetto di un'estensione simultanea tenace mito fondativo.
all'istanza presente di discorso e qui e ora delimita
no l'istanza spaziale e temporale contemporanea all'istan
za di discorso che contiene il pronome "io ". Non qui ! 6.
il luogo di ripercorrere queste analisi giustamente celebri,
che hanno trasformato la teoria tradizionale dei pronomi e possibile pensare la relazione tra la voce e il linguaggio
definito in modo nuovo il problema filosofico del soggetto. altrimenti che attraverso le lettere ? Un'ipotesi possibile
Interessa qui chiedere piuttosto in che modo si possa inten suggerita da Ammonio quando, nel suo commento, accen
dere la contemporaneit e la simultaneit fra lo shifter na corsivamente alla voce come materia (Ull) della lingua.
e l'istanza di discorso Qakobson parla anche, a questo pro Prima di provare a seguire questa ipotesi, occorrer, per,
posito, di una relazione esistenziale fra il pronome io e confrontarsi con la tesi, enunciata da J.-C. Milner, secon
l'enunciazione) senza far ricorso a una voce. L'enuncia do cui lettera e materia sono sinonimi, poich la materia
zione e l'istanza di discorso non sono identificabili come - intesa nel senso della scienza moderna - eminentemente
tali che attraverso la voce che le proferisce. Ma, in quanto translittrable, trascrivibile in lettere (Milner I 98 5 , p. 8). A
si riferisce all'aver luogo del discorso, la voce che qui in questa tesi, Milner aggiunge il corollario secondo cui let
questione non pu essere la voce animale, ma, ancora una tera e significante sono diversi ed proprio la loro inde
volta, la voce in quanto ci che deve necessariamente esser bita confusione che ha indotto Saussure a attribuire, negli
tolto perch, nel suo non luogo, i ypaJ..LJ..La'ta e, con essi, il di Anagrammi, alla lettera le propriet del significante e, nel
scorso abbiano luogo. L'enunciazione situa, cio, il sogget Corso, al significante i caratteri della lettera.
to, colui che dice io, qui, ora nell'articolazione fra la Possiamo allora dire, nei termini di Milner, che l'opera
voce e il linguaggio, fra il non pi della <)>rovi] animale e il zione di Aristotele consiste appunto nell'identificare la let
non ancora del J..6 yo. in questa articolazione negativa tera - il ypaJ..LJ..La - col significante, col divenir semantica della
che si situano le lettere. La voce si scrive, diventa yypaJ..LJ..La <)>rovi]. A condizione di aggiungere, contro la tesi di Milner,
'to, nel punto in cui il soggetto, colui che dice io si rende che la materia - almeno se la si restituisce al paradigma pla
conto di essere in luogo della voce. Per questo, come Hegel tonico di una xcpa, di un puro aver-luogo - non invece mai
ha mostrato nella Fenomenologia dello spirito, sufficiente traslitterabile, non pu mai essere lettera e scrittura.
trascrivere la certezza sensibile che si afferma nel pronome Sia, nel Timeo, la definizione del terzo genere dell'esse
questo, e negli avverbi qui e ora per vederla svanire re, accanto al sensibile e all'intellegibile, che Platone chiama
(qui non pi qui, ora non pi ora), perch la voce xropa. Essa il ricettacolo (\mooxiJ) o un porta-impronte
su cui essa si fondava dilegui definitivamente. L'edificio del (KJ..Laye'iov) che offre un luogo a tutte le forme sensibili,
CHE COS ' LA FILOSOFIA ? EXPERIMENTUM VO CIS 43

senza, per, mai confondersi con queste. Essa non n pro sero insufficienti. N o n si tratta, in realt, n di due opzioni
priamente sensibile, n propriamente intellegibile, ma viene rivali n di due possibilit alternative e senza rapporto fra
percepita come in sogno con un ragionamento bastardo, di loro, quasi che il parlante potesse scegliere l'una o l'altra
accompagnato da assenza di sensazione. Se, proseguendo arbitrariamente: poesia e filosofia rappresentano piuttosto
l'analogia suggerita da Ammonio, consideriamo la voce due tensioni inseparabili e irriducibili all'interno dell'unico
come xropa della lingua, essa non sar pertanto legata gram campo del linguaggio umano e, in questo senso, finch ci
maticalmente a questa in un rapporto di segno n di ele sar linguaggio, ci saranno poesia e pensiero. La loro dua
mento: essa , piuttosto, ci che, nell'aver-luogo del ..oyo, lit testimonia, infatti, ancora una volta della scissione che,
percepiamo come irriducibile ad esso, come l'inesperibile secondo la nostra ipotesi, si prodotta nella voce, al mo
(btEtpov) che incessantemente l'accompagna e che, n puro mento dell'antropogenesi, tra ci che restava del linguaggio
suono n discorso significante, percepiamo all'incrocio fra animale e la lingua che si andava costruendo in suo luogo
questi con una assenza di sensazione e con un ragionamen come organo del sapere e della conoscenza.
to senza significato. Abbandonando ogni mitologia fonda La situazione della lingua nel luogo della voce causa,
tiva, possiamo allora dire che, in quanto xropa e materia, infatti, di un'altra irriducibile scissione che traversa il lin
essa una voce che non mai stata scritta nel linguaggio, guaggio umano, quella fra suono e senso, fra serie fonica e
un in-scrivibile che, nell'incessante tramandamento storico musicale e serie semantica. Queste due serie, che coincide
della scrittura grammaticale, resta ostinatamente tale. Tra il vano nella voce animale, si separano ogni volta e si oppon
vivente e il parlante non vi alcuna articolazione. La lettera gono nel discorso secondo una duplice, inversa tensione, in
- il ypaJ.tJ.la, che pretende di porsi come l'esser-stata, come modo che la loro coincidenza impossibile e, insieme, irri
la traccia della voce - non nella voce n in luogo di questa. nunciabile. Ci che chiamiamo poesia e ci che chiamiamo
filosofia nominano le due polarit di questa opposizione nel
linguaggio. La poesia ha cos potuto essere definita come il
tentativo di tendere al massimo in direzione di un puro suo
no, attraverso la rima e l' enjambement, le differenze fra se
L' antico dissidio (na..a t ota<j>opa, Resp. 6o7 b) fra rie semiotica e serie semantica, suono e senso, <j>rovf) e ..oyo;
poesia e filosofia deve allora essere pensato da capo in que la prosa filosofica potr allora apparire, per converso, come
sta prospettiva. Nel pensiero del '9oo, la separazione fra tesa verso il loro appagamento in un puro senso.
questi due discorsi - e, insieme, il tentativo di riunirli - ha Contro questa lectio facilior del loro rapporto, occorre
raggiunto la sua tensione massima: se, da una parte, la lo piuttosto ricordare che decisivo , per entrambe, il momento
gica ha cercato di purificare la lingua da ogni ridondanza in cui <j>rovfJ e ..oyo, suono e senso sono a contatto - inten
poetica, non sono mancati, dall'altra, filosofi che hanno dendo, con Giorgio Colli, il contatto non come un punto di
invocato la poesia l dove sembrava che i concetti risultas- tangenza,, ma come il momento in cui due enti sono uniti (o,
44 CHE C O S ' LA FILOSOFIA ? EXPERIMENTUM VO CIS 45

piuttosto, separati) solo da un'assenza di rappresentazione. questa o quella lingua, ha questa o quella grammatica,
Se chiamiamo pensiero questo momento di contatto, possia comunica questo o quel contenuto semantico. Noi parlia
mo allora dire che poesia e filosofia sono in realt interne mo sempre all'interno del linguaggio e attraverso il linguag
l'una all'altra, nel senso che l'esperienza propriamente poeti gio e parlando di questo o di quell'argomento, predicando
ca della parola si compie nel pensiero e l'esperienza propria qualcosa di qualcosa, dimentichiamo ogni volta il semplice
mente pensante della lingua ha luogo nella poesia. La filoso fatto che ne stiamo parlando. Nell'istante dell'enunciazio
fia , cio, ricerca e commemorazione della voce, cos come ne, tuttavia, il linguaggio non si riferisce a nessuna realt
la poesia, secondo quanto i poeti non cessano di ricordarci, lessicale n al testo dell'enunciato, ma unicamente al pro
amore e ricerca della lingua. La prosa filosofica, in cui suono prio aver luogo. Esso fa riferimento soltanto al suo aver
e senso sembrano coincidere nel discorso, rischia pertanto luogo nel togliersi della voce, si tiene in relazione negativa
di mancare di pensiero, cosi come la poesia, che non cessa di con la voce che, secondo il mito, sparendo, gli d luogo.
opporre suono e senso, rischia di mancare di voce. Per que Se questo vero, allora possiamo definire il compito del
sto, come ha scritto Wittgenstein, la filosofia la si dovrebbe la filosofia come il tentativo di esporre e di fare esperienza
propriamente soltanto poetare ( Philosophie diirfte man di quel factum che la metafisica e la scienza del linguaggio
eigentlich nur dichten, Wittgenstein 1 977, p. 5 8), a condi devono limitarsi a presupporre, di prendere, cio, coscienza
zione di aggiungere che la poesia la si dovrebbe propriamen del puro fatto che si parli e che l'evento di parola accade al
te soltanto filosofare. La filosofia sempre e costitutivamen vivente nel luogo della voce, ma senza che nulla lo articoli a
te filosofia della - genitivo soggettivo - poesia e la poesia questa. Dove voce e linguaggio sono a contatto senza alcuna
sempre e originariamente poesia della filosofia. articolazione, l avviene un soggetto, che testimonia di que
sto contatto. Il pensiero che voglia rischiarsi in questa espe
rienza deve situarsi risolutamente non solo nello iato - nel
1 8. contatto - fra lingua e parola, semiotico e semantico, ma
anche in quello fra la cj>roviJ e il oyo. Il pensiero, che - fra
Se chiamiamo factum loquendi il fatto della pura e sem la parola e la lingua, l'esistenza e l'essenza, la potenza e l'at
plice esistenza del linguaggio, indipendentemente dal suo at to - si rischia in questa esperienza deve accettare di trovarsi .
testarsi in questa o quella lingua, in questa o quella gramma ogni volta senza lingua di fronte alla voce e senza voce di
tica, in questa o quella proposizione significante, possiamo fronte alla lingua.
allora dire che la linguistica e la logica moderne hanno potu
to costituirsi come scienze solo lasciando da parte come un
presupposto impensato il factum loquendi, il puro fatto che
si parli, per occuparsi unicamente del linguaggio in quanto
descrivibile in termini di propriet reali - in quanto, cio,
Sul concetto di esigenza
Sempre di nuovo la filosofia si trova davanti al compito
di una definizione rigorosa del concetto di esigenza. Que
sta definizione tanto pi urgente, in quanto si pu dire,
senz'alcun gioco di parole, che la filosofia esige questa de
finizione e che la sua possibilit coincide integralmente con
questa esigenza.
Se non vi fosse esigenza, ma solo necessit, non potreb
be esservi filosofia. Non ci che ci obbliga, ma ci che ci
esige; non il dover-essere n la semplice realt fattuale, ben
s l'esigenza: questo l'elemento della filosofia. Ma anche
la possibilit e la contingenza, per effetto dell'esigenza, si
trasformano e modificano. Una definizione dell'esigenza
implica, cio, come compito preliminare una ridefinizione
delle categorie della modalit.

Leibniz ha pensato l'esigenza come un attributo della


possibilit: omne possibile exigit existiturire, ogni possibi
le esige di esistere. Ci che il possibile esige di diventare
reale, la potenza - o essenza - esige l'esistenza. Per questo
Leibniz definisce l'esistenza come un'esigenza dell'essenza:
Si existentia esset aliud quiddam quam essentiae exigentia,
sequeretur ipsam habere quandam e sentiam, seu aliquid
CHE C O S ' LA FILOSOFIA ? SUL CONCETTO DI ESIGENZA

novum superadditum rebus, de quo rursus quaeri potest, diventa di colpo incompiuto. Anche la memoria, in quanto
an haec essentia existat, et cur ista potius quam alia. (Se restituisce incompiutezza al passato e lo rende cos in qual
l'esistenza fosse qualcos' altro che un'esigenza dell'essenza, che modo per noi ancora possibile, qualcosa come un'esi
ne seguirebbe che anch'essa avrebbe una qualche essenza, genza. La posizione leibniziana del problema dell'esigenza
cio qualcosa che si aggiungerebbe alle cose; e allora si po qui rovesciata: non il possibile a esigere di esistere, ma il
trebbe nuovamente chiedere se questa essenza a sua volta reale, il gi stato a esigere la propria possibilit. E che cos' il
esista, e perch questa piuttosto che un'altra). Nello stes pensiero se non la capacit di restituire possibilit alla realt,
so senso, Tommaso scriveva ironicamente che come non di smentire la falsa pretesa dell'opinione a fondarsi soltanto
possiamo dire che la corsa corre, cos non possiamo nem sui fatti ? Pensare significa innanzitutto percepire l'esigenza
meno dire che l'esistenza esista. di ci che reale di ridiventare possibile, rendere giustizia
L'esistenza non un quid, un qualcosa di altro rispetto non soltanto alle cose, ma anche alle loro lacrime.
all'essenza o alla possibilit, solo una esigenza contenuta Nello stesso senso Benjamin ha scritto che la vita del prin
nell'essenza. Ma come comprendere questa esigenza ? In cipe Myskin esige di restare indimenticabile. Questo non
un frammento del r 689, Leibniz chiama questa esigenza significa che qualcosa che stato dimenticato, esiga ora di
existiturientia (termine formato sull'infinito futuro di exi tornare alla memoria: l'esigenza concerne l'indimenticabile
stere) ed attraverso di essa che egli cerca di rendere com come tale, quand'anche tutti lo avessero per sempre dimen
prensibile il principio di ragione. La ragione per cui qualco ticato. L'indimenticabile , in questo senso, la forma stessa
sa esiste piuttosto che nulla consiste nella prevalenza delle dell'esigenza. E questa non la pretesa di un soggetto, uno
ragioni di esistere (ad existendum) su quelle di non esistere, stato del mondo, un attributo della sostanza - cio, nelle pa
cio, se lecito dirlo con una parola, nella esigenza di esistere role di Spinoza, qualcosa che la mente concepisce di essa
dell'essenza (in existiturientia essentiae ). La radice ultima di come costituente la sua essenza.
questa esigenza Dio (dell'esigenza di esistere delle essenze
- existituritionis essentiarum - bisogna che vi sia una radice a
parte rei e questa radice non pu essere che l'ente necessario, L'esigenza dunque, come la giustlzta, una categoria
fondo - fundus - delle essenze e fonte - fons - delle esisten dell'antologia e non della morale. Non nemmeno una ca
ze, cio Dio . . . Mai, se non in Dio e attraverso Dio, le essenze tegoria logica, in quanto essa non implica il suo oggetto,
potrebbero trovare una via per l'esistenza - ad existendum ). come la natura del triangolo implica che la somma dei suoi
angoli sia uguale a due angoli retti. Si dir, cio, che una
cosa ne esige un'altra, quando, se la prima , anche l'altra
Un paradigma dell'esigenza la memoria. Benjamin ha sar, senza, per, che la prima la implichi logicamente o
scritto una volta che, nel ricordo, noi facciamo l'esperienza la contenga nel proprio concetto e senza che obblighi per
che ci che sembra assolutamente compiuto - il passato - ri- questo l'altra ad esistere sul piano dei fatti.
CHE C O S ' LA FILOSOFIA ? SUL CONCETTO D I ESIGENZA 53

A questa definizione dovrebbe seguire una revisio te politico): la cosa sperata gi compiutamente presente
ne delle categorie antologiche che i filosofi si astengono in quanto esigenza. Per questo la fede non pu essere una
dall'intraprendere. Leibniz attribuisce l'esigenza all'essen propriet del credente, ma un'esigenza che non gli appar
za (o possibilit) e fa dell'esistenza l'oggetto dell'esigenza. tiene e lo raggiunge dall'esterno, dalle cose sperate.
Il suo pensiero resta, cio, ancora tributario del dispositivo
antologico, che divide nell'essere essenza e esistenza, po
tenza e atto e vede in Dio il loro punto di indifferenza, il Quando Spinoza definisce l'essenza come conatus, egli
principio esistentificante ( existentificans ), in cui l'essenza pensa qualcosa come un'esigenza. Per questo nella proposi
si fa esistente. Ma che cos' una possibilit che contiene una zione 7 della III parte dell'Etica: Conatus, quo unaquaeque
esigenza ? E come pensare l'esistenza, se essa non altro res in suo esse perseverare conatur, nihil est praeter ipsius
che un'esigenza? E se l'esigenza fosse pi originale della rei actualis essentia, il termine conatus non dev'essere tra
stessa distinzione fra essenza e esistenza, possibile e reale ? dotto, come avviene di solito, con sforzo, ma con esi
Se l'essere stesso fosse da pensare come un'esigenza, di cui genza: L'esigenza, attraverso la quale ciascuna cosa esige
le categorie della modalit (possibilit, contingenza, neces di perseverare nel suo essere, non nient'altro che la sua
sit) non sono che le inadeguate specificazioni, che occorre essenza attuale. Che l'essere esiga (o desideri: lo scoli o
revocare decisamente in questione ? precisa che il desiderio cupiditas uno dei nomi del co
- -

natus), significa che esso non si esaurisce nella realt fattua


le, ma contiene un'esigenza che va al di l di questa. L'essere
Dal fatto che l'esigenza non sia una categoria morale, non semplicemente, ma esige di essere. Il che significa, an
consegue che da essa non pu provenire nessun imperativo, cora una volta, che il desiderio non appartiene al soggetto,
che essa non ha cio nulla a che fare con un dover-essere. ma all'essere. Come chi ha sognato una cosa, in realt l'ha
Ma, con ci, la morale moderna, che si dichiara estranea alla gi avuta, cos il desiderio porta con s la sua soddisfazione.
felicit e ama presentarsi nella forma categorica di un'in
giunzione, condannata senza riserve.
L'esigenza non coincide n con la sfera dei fatti n con
quella degli ideali: essa , piuttosto, materia, nel senso in cui
Paolo definisce la fede (m<rn) come l'esistenza (im6<Ytam) Platone la definisce nel Timeo come un terzo genere dell'es
delle cose sperate. La fede fornisce, cio, una realt e una sere fra l'idea e il sensibile, che offre un luogo (xo)pa) e una
sostanza a ci che non esiste. In questo senso, la fede si sede alle cose che vengono in essere. Per questo, come della
mile a un'esigenza, a condizione, per, di precisare che non xo)pa, anche dell'esigenza si pu dire che la percepiamo con
si tratta dell'anticipazione di una cosa a venire (come per il una assenza di sensazione (J.tE't' vmcrGT]cria non senza
-

devoto) o che deve essere realizzata (come per il militan- sensazione, ma con una anestesia) e con un discorso ba-
54 CHE C O S' LA FILOSOFIA ? SUL CONCETTO DI ESI GENZA 55

stardo e appena credibile: cio, che essa ha l'evidenza della ogni possibile realizzazione, ma semplicemente perch essa
sensazione senza la sensazione (come - dice Platone - avvie non pu mai essere posta sul piano di una realizzazione.
ne nei sogni) e l'intellegibilit del pensiero, ma senza alcuna Nella mente di Dio - cio nello stato della mente che cor
possibile definizione. La materia , in questo senso, l'esigen risponde all'esigenza come stato dell'essere - le esigenze
za che spezza la falsa alternativa fra il sensibile e l'intellegi sono gi appagate da tutta l'eternit. In quanto viene pro
bile, il linguistico e il non linguistico: vi una materialit del iettato nel tempo, il messianico si presenta come un altro
pensiero e della lingua, cos come vi un'intellegibilit nella mondo che esige di esistere in questo mondo, ma non pu
sensazione. Ed questo terzo indeterminato che Aristotele farlo che in modo parodico o approssimativo, come una di
chiama Ull e i medievali silva, volto incolore della sostan storsione, non sempre edificante, del mondo. La parodia ,
za e grembo infaticabile della generazione, e di cui Ploti in questo senso, la sola espressione possibile dell'esigenza.
no dice che come un'impronta del senza forma.
Occorre pensare la materia non come un sostrato, ma
come un'esigenza dei corpi: essa ci che un corpo esige e Per questo, l'esigenza ha trovato un'espressione sublime
che noi percepiamo come la sua pi intima potenza. Si com nelle beatitudini evangeliche, nella tensione estrema che se
prende cos meglio il nesso che lega da sempre la materia alla para il Regno dal mondo. Beati i poveri nello spirito, per
possibilit (i platonici di Chartres definivano per questo la ch di essi il regno dei cieli. Beati i miti, perch possede
Ull come la possibilit assoluta, che tiene tutte le cose im ranno la terra. Beati coloro che piangono, perch saranno
plicate in se stessa): ci che il possibile esige non di passare consolati . . . Beati i perseguitati, perch di essi il regno dei
all'atto, ma di materiarsi, di farsi materia. in questo senso cieli. Beati sarete quando vi malediranno e perseguiteran
che si devono intendere le tesi scandalose di quei materialisti no . . . . significativo che, nel caso privilegiato dei poveri
medievali come Amalrico di Bne e Davide di Dinant che e dei perseguitati - cio nelle due condizioni agli occhi del
identificavano Dio e la materia (yle mundi est ipse deus) : Dio mondo pi infami - il verbo sia al presente: il regno dei
l'aver luogo dei corpi, l'esigenza che li segna e materia. cieli qui e ora di coloro che si trovano nella situazione
pi lontana da esso. L'estraneit dell'esigenza a ogni rea
lizzazione fattuale nel futuro qui affermata nel modo pi
Come, secondo un teorema benjaminiano, il Regno puro: e, tuttavia, proprio per questo, essa trova ora il suo
messianico non pu essere presente nella storia che in for vero nome. Essa - nella sua essenza - beatitudine.
me ridicole e infami, cos, sul piano dei fatti, l'esigenza si
manifesta nei luoghi pi insignificanti e secondo modalit
che, nelle circostanze presenti, possono apparire spregevoli L'esigenza lo stato di complicazione estrema di un es
e incongrue. Rispetto all'esigenza, ogni fatto inadeguato, sere, che implica in s tutte le sue possibilit. Ci significa
ogni appagamento insufficiente. E non perch essa ecceda che essa si tiene in una relazione privilegiata con l'idea, che,
CHE C O S ' LA FILOSOFIA ?

nell'esigenza, le cose sono contemplate sub quadam aeter


nitatis specie. Come quando contempliamo l'amata mentre
dorme. Essa l - ma come sospesa da tutti i suoi atti, invo
luta e raccolta in se stessa. Come l'idea, c' e, insieme, non
c'. Sta davanti al nostro sguardo, ma perch ci fosse vera
mente occorrerebbe destarla e, cos facendo, la perderem
mo. L'idea - l'esigenza - il sonno dell'atto, la dormizione
della vita. Tutte le possibilit sono ora raccolte in un'unica
complicazione, che la vita andr poi man mano spiegando -
Sul dicibile e l'idea
ha gi, in parte, spiegato. Ma, di pari passo al procedere delle
spiegazioni, sempre pi s'addentra e complica in s inespli
cabile l'idea. Essa l'esigenza che resta indelibata in tutte le
sue realizzazioni, il sonno che non conosce risveglio.
I.

, Non l'indicibile, ma il dicibile costituisce il problema con


cui la filosofia deve ogni volta tornare a misurarsi. L'indicibi
le non infatti che una presupposizione del linguaggio. Non
appena vi linguaggio, la cosa nominata viene presuppo
sta come il non-linguistico o l'irrelato con cui il linguaggio
ha stabilito la sua relazione. Questo potere presupponente
cos forte, che noi immaginiamo il non-linguistico come
qualcosa di indicibile e di irrelato che cerchiamo in qualche
modo di afferrare come tale, senza accorgerci che in questo
modo non facciamo altro che tentare di afferrare l'ombra del
linguaggio. L'indicibile , in questo senso, una categoria ge
nuinamente linguistica, che solo un essere parlante pu con
cepire. Per questo Benjamin, nella lettera a Buber del luglio
1 9 1 6, poteva parlare di una cristallina eliminazione dell'in
dicibile nel linguaggio: l'indicibile non ha luogo fuori dal
linguaggio come un oscuro presupposto, ma, in quanto tale,
pu essere eliminato soltanto nel linguaggio.
Cercheremo di mostrare che, al contrario, il dicibile
una categoria non linguistica, ma genuinamente ontologi
ca. L'eliminazione dell'indicibile nel linguaggio coincide
con l'esposizione del dicibile come compito filosofico. Per
6o CHE COS ' LA FILOSOFIA ? SUL DICIBILE E L' IDEA 61

questo il dicibile non pu mai darsi, come l'indicibile, pri solo i concetti. Pi corretta , secondo Filopono, l a tesi di
ma o dopo il linguaggio: scaturisce insieme ad esso e resta, Giamblico (che egli accetta con qualche precisazione) se
tuttavia, irriducibile ad esso. condo cui crKo7to del trattato sono le parole in quanto si
gnificano le cose attraverso i concetti ( <j)rovrov <J'Ilflatvoucrrov
7tpayJla'ta Ot Jlcrov VOTJflcX'trov, Filopono 1 89 8, pp. 8 -9). Di
2. qui l'impossibilit di distinguere, nelle Categorie, logica
e antologia. Aristotele tratta qui delle cose, degli enti, in
Con questo termine - dicibile, EK'tOV - gli stoici desi quanto sono significati dal linguaggio, e del linguaggio in
gnavano un elemento essenziale della loro dottrina degli quanto si riferisce alle cose. La sua antologia presuppone il
incorporei, sulla cui definizione gli storici della filosofia fatto che, come egli non si stanca di ripetere, l'essere si dice
non hanno per raggiunto un accordo. Prima di iniziare ( 't ov yE'tat. . . ), gi sempre nel linguaggio. L'ambiguit
un'indagine su questo concetto, converr, pertanto, situar fra logico e antologico cos consustanziale al trattato che,
lo innanzitutto nel contesto filosofico che gli compete. Gli nella storia della filosofia occidentale, le categorie si pre
studiosi moderni, che tendono a proiettare anacronistica senteranno tanto come generi della predicazione che come
mente categorie e classificazioni moderne su quelle antiche, generi dell'essere.
iscrivono di solito questo concetto nell'ambito della logica.
E tuttavia questi stessi studiosi sanno perfettamente che la
divisione della filosofia in logica, antologia, fisica, metafisi M Le nostre classificazioni delle opere di Aristotele derivano dall'e
dizione che ne diede Andronico di Rodi fra il 40 e il 20 a.C. a lui che
ca ecc. opera dei grammatici e degli scoliasti tardo-antichi
si deve tanto la raccolta dei cosiddetti scritti logici di Aristotele in un
e si presta a equivoci e fraintendimenti di ogni genere.
Organon quanto la famigerata collocazione J.!E-t t cj>umKa delle lezioni
Sia il trattato aristotelico sulle Categorie o predicazioni e degli appunti che oggi chiamiamo Metafisica. Mentre Andronico era
(ma il termine greco Ka'tT)yopiat significa nel linguaggio giu convinto che Aristotele fosse un pensatore consapevolmente sistema
ridico imputazioni, accuse), classificato tradizionalmente tico e che la sua edizione riflettesse pertanto fedelmente l'intenzione
tra le opere logiche di Aristotele. Esso contiene tuttavia tesi dell'autore, noi sappiamo che egli proiettava su di lui idee ellenistiche
di indubbio carattere antologico. I commentatori antichi di del tutto estranee a una mente classica. Le edizioni moderne di Aristo
tele, per quanto filologicamente aggiornate, rispecchiano purtroppo an
scutevano pertanto su quale fosse l'oggetto (crKo1to, il fine)
cora l'erronea concezione di Andronico. No i continuiamo cos a leggere
del trattato: le parole (<Provai), le cose (1tpayJla'ta) o i concetti Aristotele come se egli avesse veramente composto sistematicamente un
(v011 Jla'ta). Nel prologo al suo commento, Filopono, ripe opyavov logico, dei trattati sulla fisica, sulla politica e sull'etica e, infine,
tendo argomenti del suo maestro Ammonio, scrive che se la Metafisica. Una lettura di Aristotele diventa possibile solo a partire
condo alcuni (fra cui Alessandro di Afrodisia) oggetto del dalla distruzione di questa articolazione canonica del suo pensiero.
trattato sono soltanto le parole, secondo altri (come Eusta
zio) soltanto le cose e secondo altri, infine (come Porfirio ),
CHE C O S ' LA FILOSOFIA ? SUL DICIBILE E L' IDEA

3 cose sia propriamente lo spazio dell'essere, che il dicibile


coincida, cio, con l'antologico.
Considerazioni analoghe valgono per il dicibile degli
stoici. Negli studi moderni, l'appartenenza del EK'tOV alla
sfera della logica sembra scontata, ma essa riposa su as 4
sunzioni (come l'identit fra crT))latVO)lEVOV e EK'tOV, si
gnificato e dicibile) che sono tutt'altro che sicure. Sia la La fonte pi ampia e, insieme, pi problematica, da cui
testimonanza di Ammonio, che definisce criticamente il deve partire ogni interpretazione della dottrina del dicibile
EK'tOV da un punto di vista aristotelico: Aristotele inse un passo dell'Adversus mathematicos di Sesto Empirico
gna che cosa siano le cose innanzitutto e immediatamente ( I 842, VIII, 1 1 sg, p. 29 I ): Alcuni ponevano il vero e il
significate (crTJ)latVO)lEVa, sci!. dai nomi e dai verbi) e i con falso nella cosa significata (1tEp 'tep crT))latVO)lVql), altri nella
cetti (voi))la'ta) e, attraverso questi, le cose (7tpay)la'ta) e af parola (1tEp 'ti] <j>rovij) e altri ancora nel movimento del pen
ferma che non si deve pensare oltre a questi (cio il VOll)la e siero (1tEp 'ti] Ktvi)on 'tft tavoia). Nella prima opinione
il 7tpay)la) un altro medio, come quello che gli stoici sup primeggiano gli stoici, che dicevano che tre si congiungono
pongono col nome di dicibile (EK'tov) (Ammonio I 897, fra loro, il significato ( crT))latVO)lEvov), il significante ( crTJ
p. 5 ). Ammonio ci informa, cio, che gli stoici inserivano, )latvov) e l'oggetto ('tuyxavov, " ci che capita essere", la
secondo lui inutilmente, fra il concetto e la cosa un terzo, cosa esistente che ogni volta in questione). Il significante
che chiamavano dicibile. la parola (<)>rovi)) - ad esempio, " Dione"; il significato la
Il passo in questione proviene dal commento di Am cosa stessa in quanto manifestata da essa (a't 't 7tpay)la
monio al IlEp P)lllVEia. Qui Aristotele definiva il pro 't 1t' a'tft TJOU)lEvov), che noi afferriamo come ci che
cesso dell' interpretazione attraverso tre elementi: le sussiste accanto (1tapu<j>ta'ta)lvou) al nostro pensiero e che
parole ( 't v 'ti] <j>rovij), i concetti (pi precisamente le af i barbari non comprendono anche se odono la parola; l' og
fezioni nell'anima, 't 7ta8i))la'ta v 'ti] 'JIUXiJ), di cui le p a getto la sostanza che esiste al di fuori ('t K't 1tOKEi
role sono segni, e le cose ( 't 1tpay)la'ta ), di cui i concetti )lEvov) (ad esempio Dione stesso). Di questi, due sono cor
sono le similitudini. Il dicibile stoico, suggerisce Ammo pi, e cio la parola e l'oggetto, uno invece incorporeo, cio
nio, non soltanto non qualcosa di linguistico, ma non la cosa significata e dicibile ('t crT))latVO)lEVov 1tpay)la Ka
nemmeno un concetto e neppure una cosa. Esso non EK'tov), che diventa vera o falsa.
ha luogo nella mente n semplicemente nella realt, non Il significante (la parola significante) e l'oggetto (la cosa
appartiene n alla logica n alla fisica, ma sta in qualche che vi corrisponde nella realt, nei termini moderni il de
modo fra di essi. di questa situazione particolare fra la notato) sono evidenti. Pi problematico lo statuto del
mente e le cose che si tratter di tracciare una cartografia. crT))latVO)lEvov incorporeo, che gli studiosi moderni hanno
possibile, infatti, che questa sitazione fra la mente e le identificato col concetto presente nella mente di un sogget-
CHE C O S' LA FILOSOFIA ? SUL DICIBILE E L' IDEA

to (simile al voru.ta aristotelico secondo Ammonio) o col parola. La cosa stessa, a''t 't 1tpay1.1a, indica ci che in
contenuto oggettivo di un pensiero, che esiste indipenden questione nella parola e nel pensiero, la res che, attraverso
temente dall'attivit mentale di un soggetto (come il pen la parola e il pensiero, ma senza coincidere con essi, in
siero - Gedanke - in Frege) (Schubert I 994, pp. I 5 - I 6). causa fra l'uomo e il mondo.
Entrambe le interpretazioni proiettano sulla Stoa la teo Come mile Brhier ha osservato, la precisazione la cosa
ria moderna della significazione e, in questo modo, omet significata e dicibile non implica che <J111..LatVOf.lCVOV e .EK'tov
tono di misurarsi con una lettura filologicamente corretta siano la stessa cosa, che il fatto di essere dicibile sia identico al
del testo. Il fatto che i barbari non comprendano il <J11 1..Latv6- fatto di essere significato. Nella sua edizione del frammento,
f.LCVOV quando odono la parola pu indurre a assimilarlo al Arnim ha inserito una virgola tra 't <J111..LatVof.!Cvov 1tpay1.1a e
senso o all'immagine mentale (nel senso di Frege); ma Sesto, Kat .EK'tov, il che permette di affermare tanto l'identit che
contrapponendo gli stoici a coloro che pongono il vero e il la differenza fra i due termini. In generale conclude infat
falso nel movimento del pensiero, esclude implicitamente ti Brhier se il significato un esprimibile (cos egli tradu
che il <J111..LatV01..LEVOV possa identificarsi col pensiero di un ce .EK'tov), non risulta in alcun modo che ogni esprimibile
soggetto. Il testo dice del resto chiaramente che il <J11 1..La tv6- sia un significato (Brhier I 997, p. I 5 ) . Tanto pi decisiva
1..LEVOV non identico al pensiero, ma sussiste accanto ad diventa qui l'interpretazione del sintagma la cosa stessa
esso. Anche il passo successivo, che sembra evocare qualco ( a''t 't 1tpay1.1a): in questione la cosa stessa nel suo essere
sa di simile a ci che i moderni chiamano significato (alme manifesta e dicibile: ma come intendere e dove situare una
no nel senso di Bedeutung o denotazione), esige un'inter tale cosa stessa ?
pretazione pi attenta. Il <J11 1..LatVOI..LEVOV qui definito come
la cosa stessa (atYt 't 1tpay1.1a) in quanto manifestata
N La Dialettica di Agostino ci ha conservato un'analisi della signi
dalla parola ( 't Ur a'tft OE.O'f.LCVOV - notare la ripetizione
ficazione linguistica in cui l'influsso di Varrone e della Stoa evidente.
dell'articolo 'tO, che abbiamo reso con in quanto).
Agostino (De dia/. 5 ) distingue nella parola (verbum) - la quale, pur
ilpay1.1a, come il latino res, significa innanzitutto ci essendo un segno, non cessa di essere una cosa>> - quattro possibili
che in questione, ci di cui ne va in un processo o in una elementi. Il primo si ha quando la parola pronunziata in riferimento
discussione (di qui la traduzione con cosa, che deriva a se stessa, come in un discorso grammaticale (in questo caso verbum
dal latino causa) e poi anche cosa o stato di fatto; ma e res coincidono); nel secondo - che Agostino chiama dictio - la parola
che non si tratti qui di una cosa in questo secondo senso pronunziata per significare non s, ma qualcosa di altro (non propter
se, sed propter aliquid significandum); il terzo la res, cio l'oggetto
chiaro per la sua distinzione dal 'tvyxavov, ci che di volta
esterno, che non parola n il concetto della parola nella mente (verbi
in volta capita essere (a 'tuyxavEt ov'ta), l'evento o l' ogget in mente conceptio ) ; il quarto, che Agostino, traducendo letteralmente
to reale. Questo non significa, per, che la cosa stessa il termine stoico, chiama dicibile, ci che che dalla parola si percepi
sia semplicemente il significato in senso moderno, il con sce non con le orecchie, ma con l'animo (quicquid autem ex verbo non
tenuto concettuale o l'oggetto intenzionale indicato dalla auris, sed animo sentit et ipso animo continetur inclusum)>>.
66 CHE COS ' LA FILOSOFIA ? SUL DICIBILE E L' IDEA

La distinzione fra la dictio (la parola nel suo aspetto semantico) e il che ora ho detto, prendi un esempio e pensa cos intorno a ogni cosa. Vi
dicibile doveva riuscirgli impervia, perch egli cerca di chiarirla subito un che detto cerchio (Kudo crti tt tyO!ffiv ov), il cui nome quello
dopo senza completamente riuscirei: Ci che ho chiamato dicibile stesso che abbiamo appena proferito; secondo il suo A.Oyo, composto
parola e tuttavia non parola, ma ci che nella parola si intende ed di nomi e di verbi: ci che in ogni punto dista ugualmente dagli estre
contenuto nell'animo (verbum est nec tamen verbum, sed quod in ver mi al centro>> : ecco il A.Oyo di ci che ha nome tondo, circonferen
bo intelligitur et animo continetur). Ci che ho chiamato dictio una za>> o cerchio>> . Terzo ci che si disegna e si cancella e si forma col
parola, che significa, per, nello stesso tempo due, cio tanto la parola tornio e si distrugge, ma di tutto questo nulla patisce il cerchio stesso
stessa che ci che si produce nell'animo attraverso la parola (verbum (at KUKo), intorno al quale sono tutte queste cose, perch altro
est, sed quod iam illa duo simul, id est et ipsum verb11m et quod fit in da esse. Quarta la scienza e l'intelletto e l'opinione vera intorno a
animo per verbum significat) (ibid. ). queste cose; e tutto ci si deve pensare come una unica cosa, che non ha
Occorre non lasciarsi sfuggire le sfumature attraverso cui Agostino sede nelle parole (Y cj>mva) n nelle figure corporee, ma nelle anime
- ricorrendo, ad esempio, a preposizioni diverse - cerca di definire la (v 'JIUXa), per cui chiaro che altro dalla natura del cerchio stesso e
differenza. Nella dictio, in questione qualcosa (il significato) che resta dai tre di cui si parlato ( 3 42 a 8 - d r ) .
indissolubilmente legato alla parola significante ( una parola - verbum
est - e, insieme, ci che si produce nell 'animo - in animo - attraverso la
parola - per verbum ) ; il dicibile, invece, non propriamente una parola
Non solo alle parole che aprono la digressione: Per cia
(verbum est nec tamen verbum), ma ci che dalla parola (ex verbo) si scuno degli enti vi sono tre, attraverso i quali necessario
percepisce con l'animo. La situazione aporetica del dicibile fra il signi che si generi la scienza corrisponde puntualmente il tre si
ficato e la cosa qui evidente. congiungono fra loro da cui esordisce la citazione stoica
di Sesto, ma i tre qui menzionati (il <J11 J.tatvov o la parola
significante, ad esempio Dione>>, l'oggetto reale, 'tuyxavov
5 e il <J11 J.tatVOJ.tEVOV) corrispondono ad altrettanti elementi
presenti nell'elenco platonico. Il primo, la parola signifi
L'espressione la cosa stessa appare in un passo decisivo cante ( <j>wvi)), corrisponde esattamente a ci che Platone
della Settima lettera di Platone, un testo della cui influenza nella chiama nome ( ovoJ.ta, ad esempio cerchio>>, che egli situa
storia della filosofia siamo ancora lontani dal prendere coscien appunto v <j>wva'); il secondo, il 'tuyxavov, corrisponde al
za. Una comparazione della fonte stoica citata da Sesto con la cerchio che si disegna e si cancella e si forma col tornio e
digressione filosofica della lettera mostra, infatti, delle singolari si distrugge>>, ci che di volta in volta si presenta e accade.
affinit. Diamo qui per comodit il testo della digressione: Pi problematica l'identificazione di che cosa nell'elen
co platonico corrisponda al <J11J.tatVOJ.tEVOV e al dicibile. Se lo
Per ciascuno degli enti vi sono tre, attraverso i quali necessario si identifica col quarto, che non ha sede n nelle parole n
che si generi la scienza, quarta la scienza stessa, quinto si deve porre
nelle figure corporee, ma nelle anime>>, ci si accorda con lo
quello stesso attraverso cui (ciascun ente) conoscibile (yv(I)O"tov) ed
veramente. Il primo il nome, secondo il discorso definitorio (A.Oyo),
statuto incorporeo della cosa significata>>, ma implica che
terza l'immagine (dm..o v), quarta la scienza. Se vuoi intendere quel esso sia da identificare col pensiero o con la mente di un
soggetto, mentre la fonte stoica escludeva ogni coincidenza
68 C H E C O S ' L A FILOSOFIA ? SUL DICIBILE E L' IDEA

con un movimento del pensiero. Resta il quinto - l'idea fraintesa invenzione platonica: l'idea). Come l'idea, il dicibile
- alla cui denominazione tecnica (il cerchio stesso, a\Yt non n nella mente n nelle cose sensibili, n nel pensiero
KUK.o) la fonte stoica, scrivendo la cosa stessa ( at n nell'oggetto, ma fra di essi. Illuminante , in questo sen
't 1tpayf..l a ), sembra richiamarsi esplicitamente. Se vero che so, l'uso negli stoici del verbo 1tapU<>imacr&n in riferimento
la storia della filosofia postplatonica , gi a partire da Ari ai dicibili: essi non esistono", ma sussistono accanto (questo
stotele, la storia dei diversi tentativi di eliminare o di pensare il significato letterale del verbo) al pensiero o alla rappresen
altrimenti l'idea, l'ipotesi che intendiamo qui suggerire che tazione logica, cos come l'idea paradigma, ci che si mostra
gli stoici sostituiscono il dicibile all'idea, o - quanto meno accanto (7tapa-etyf..la) alle cose. Gli stoici accolgono, cio, da
situano il dicibile nel luogo dell'idea. Platone il modo speciale di esistenza dell'idea e modellano su
di esso quello del .EK'tv; lo mantengono per in cos stretta
relazione al pensiero e al linguaggio, che esso ha potuto spesso
N Ho mostrato altrove (Agamben 200 5 , pp. q - r 6) l'opportunit di essere confuso con l'uno o con l'altro. Essi cercano, cio, di
reintegrare il testo dei manoscritti: quinto necessario porre quello pensare insieme (senza per confonderli, se l'osservazione di
stesso attraverso cui (Bi o) conoscibile>> contro il <<si deve porre quello
Brhier sulla non coincidenza di <Jllf..latVOf..lEVOV e EK'tOV cor
stesso che conoscibile>> della maggioranza delle edizioni moderne.
retta) il quarto e il quinto elemento della digressione platoni
N Che la fonte stoica citata da Sesto si articoli in relazione diretta ca. Di qui, l'affermazione, ripetuta pi volte nelle fonti, che gli
con la digressione della Settima lettera, suggerito discretamente dal stoici avrebbero identificato le idee con i concetti (woilf..lma
fatto che essa sostituisce al nome del personaggio esemplificativo, che 't iMa E(j)acrav, Arnim I 903, Il, 3 6o; cfr. ivi, I, 6 5 ).
in Aristotele di solito Corisco o Callia, quello di Dione, cio proprio Il dicibile conserva per sempre uno statuto non sempli
il nome dell'amico che Platone evoca continuamente nella lettera.
cemente linguistico e fortemente oggettivo. importante
leggere insieme in questa prospettiva i due passi che sembra
no confondere la sfera del dicibile con quella del linguaggio,
6. ma che le mantengono, in realt, chiaramente distinte. Ogni
dicibile (A.EK'tov) deve essere detto (.yecrSat e), e da que
Che il dicibile possa avere a che fare con l'idea platonica sto ha tratto il suo nome (Sesto Empirico I 842, VIII, 8o, p.
un'ipotesi che gli studiosi moderni evocano solo negativa 304 = Arnim I 903, Il, I67) e dire (.ynv) e proferire (7tpo
mente, scrivendo, ad esempio, che i EK't0, pur non essendo <j>pecr8at) sono diversi: si proferiscono le parole (<j>rovai), si
entit platoniche, tuttavia possono valere come contenuti og dicono le cose (.yE'tat 't 7tpayf..la'ta), le quali si d il caso che
gettivi del pensiero e del linguaggio (Schubert I 994, p. I 5 ). siano dicibili (EK't 't'\JYXOVEt) (Diog. Laert. VII, 5 6 = Ar
La denegazione , come sempre, significativa, perch proprio nim I 903, III, 20). Non solo ci che da dire non coincide,
una lettura della dottrina del dicibile in puntuale relazione cri ovviamente, col detto, ma proferire e dire, <J>rovt1 e 1tpayf.!a,
tica alla teoria delle idee permette di chiarirne lo statuto (e, nel l'atto di parola e ci che in esso in questione sono diversi.
contempo, getta anche una nuova luce su questa cos spesso
CHE C O S ' LA FILOSOFIA ? SUL DICIBILE E L' IDEA

Il .EK'tOV non n la cosa n la parola: la cosa nella sua di nima, questi sono gli stessi per tutti; e anche le cose (1tpOyf.10'tO), di cui
cibilit, nel suo essere in causa nella parola, cos come, nella queste sono le sirnilitudini, sono per tutti le stesse (De int. 1 6 a 3 -7).
Settima lettera, l'idea non semplicemente la cosa, ma la
cosa stessa nella sua conoscibilit (yvoxn6v, conoscibile, La tripartizione in cui Aristotele articola la comprensione
corrisponde qui puntualmente a .EK'tOV, dicibile). (nella parola, nell'anima, nelle cose) ricalca infatti puntual
mente la distinzione platonica fra ci che v cj>rova'i, nelle
parole (il nome e il discorso definitorio), ci che v ,,,.uxa'i,
l't Heidegger sottolinea pi volte a ragione che M:ynv non equiva nelle anime (conoscenza, intelletto e opinione) e ci che v
le semplicemente a <<dire, ma significa etimologicamente <<raccogliere <JO)l<l'trov crxry.wmv (gli oggetti sensibili). Coerentemente alla
insieme nella presenza (Heidegger 1 98 7, pp. 266-269: Ver-sammlung tenace critica aristotelica della teoria delle idee, la cosa stessa ,
ist das urspriingliche Einbehalten in einer Gesammelheit ). AyE'tat 't
invece, sparita. La ripresa dell'elenco platonico , in realt, una
7tPO'Yf.10'ta non significa: <<Le cose vengono espresse in parole da parte di
confutazione del pensiero del suo maestro, che espunge l'idea
un soggetto parlante>>, ma <<si manifestano e si raccolgono nella presen
za>>. Si tratta, cio, di una tesi antologica e non meramente logica. Allo dal processo della P)lllVEia, dell'interpretazione del mondo
stesso modo, quando Aristotele scrive che 't ov i:yE'tat 1tOaxO), oc attraverso le parole e i concetti. La comparsa, altrimenti in
corre tradurre non semplicemente, come si fa di solito: <<il termine es spiegabile, di un quarto elemento, la lettera, accanto alle pa
sere si dice in molti sensi, ha molti significati>>, ma <<l'essere si raccoglie role, ai concetti e alle cose, un'allusione polemica - discre
(si " legge") nella presenza in molti modi>> . ta, ma, per il lettore accorto, evidente - al testo del maestro.
Mentre la digressione della Settima lettera era infatti diretta
proprio a mostrare l'insufficienza della scrittura rispetto alla
7 cosa stessa, la lettra, in quanto segno e insieme elemento della
parola, qui la prima garanzia dell'intellegibilit del ').jyyo.
Prima degli stoici, gi Aristotele si era misurato con la
teoria della conoscenza contenuta nella Settima lettera.
Nel IlEp P)lllVEia, un'opera che ha influenzato per secoli l'tElenchiamo gli uni accanto agli altri gli elementi della conoscenza
ogni riflessione sul linguaggio in Occidente, egli definisce in Platone, in Aristotele e negli stoici:
il processo della significazione linguistica in un modo che,
bench sembri senza rapporto con esso, va letto in puntua PLATONE ARISTOTELE STO ICI

le contrappunto al testo della digressione. nome parole significante


discorso definitorio impressione nell'anima significato
Ci che nella parola ('t v 'tfl qxovfl) segno delle impressioni nell'a corpi e figure cose oggetto ('t'U)'XOVOV)
nima (v 'tfl 'JIUXW e ci che scritto segno di ci che nella parola. E scienza, concetto lettere
come le lettere non sono le stesse per tutti gli uomini, cos neppure le
cosa stessa (idea) dicibile (cosa stessa)
parole; ci di cui esse sono innanzitutto segni, cio le impressioni nell'a-
CHE COS ' LA FILOSOFIA ? SUL DICIBILE E L' IDEA 73

Mentre in Aristotele l'idea semplicemente espunta, gli stoici sosti secondo cui le idee sono ci che massimamente si pu pren
tuiscono ad essa il dicibile. dere col ')..iyyo (EKEtVa O J.Lci.tcrta n W ')..iyyqJ fij3ot) .
importante osservare che l'elenco platonico, in quanto include La comprensione della digressione implica quindi una
la scienza fra i suoi elementi, non si esaurisce in una teoria della cono
neutralizzazione dell'opposizione fra il dicibile e l'indici
scenza e mira a qualcosa - l'idea - che non appartiene alla conoscenza,
ma la rende possibile. bile e, insieme, un ripensamento della relazione fra l'idea e
il linguaggio.

8.
9
Abbiamo cercato finora, per chiarire il concetto stoico
di EK'tov, di mostrarne le analogie e le possibili relazioni Un'esposizione del rapporto fra idea e linguaggio deve
con l'idea platonica. Ma, se la nostra ipotesi corretta, dob esordire dalla costatazione, apparentemente ovvia, che l'i
biamo chiederci perch gli stoici hanno deciso di chiamare dea e i sensibili sono omonimi, cio che, pur essendo diver
dicibile qualcosa che intendevano collocare in luogo - o, si, essi hanno lo stesso nome. proprio su questa singolare
quanto meno, nel luogo - dell'idea. Non contraddice que omonimia che Aristotele incentra il suo compendio della
sta denominazione il testo della digressione, dove, affer filosofia platonica in Metaph. 9 8 7 b: Egli (Platone) chiam
mando che ci di cui egli si occupa seriamente non in allora questi enti idee e (afferm) che tutte le cose sensibili
alcun modo dicibile (PTt'tOV) come le altre nozioni (.ta- sono dette accanto ad esse e secondo esse ( 't o' aicr8Tt't
8iU.ta'ta) , Platone sembra conferire alla cosa stessa uno 1tap 'tat>'ta Ka't 'ta''ta Aiyecr8at 1tav'ta); infatti secondo
statuto di indicibilit ? la partecipazione la molteplicit dei sinonimi omonima
sufficiente situare l'affermazione nel suo contesto nella alle idee ( Ka't J.L8etv yp dvat 't 1to.... J.LCVUJ.La 'tot
digressione per comprendere che in questione non qui tanto EtEcrtv) (ivi, 8 - I o). (Sinonimi sono, secondo Aristotele,
una assoluta indicibilit, quanto uno speciale statuto di dicibi Cat. I a I - I I , gli enti che hanno lo stesso nome e la stessa
lit, diverso da quello che compete agli altri J.Laa'ta. Poco definizione, omonimi gli enti che hanno lo stesso nome, ma
dopo Platone afferma, infatti, che se non si sono colti i primi diversa definizione).
quattro (fra i quali figurano il nome e il ')..iyyo), non si po Che le cose sensibili e l'idea siano omonime, che le cose
tr nemmeno conoscere compiutamente il quinto; e, aggiun ricevano anzi i loro nomi dalla partecipazione alle idee
ge successivamente, la conoscenza della cosa stessa avviene ribadito pi volte da Platone, Phaed. 7 8 e: Che dire
sfregando gli uni sugli altri nomi, ')..iyyot, visioni e sensazioni mo delle molteplici cose, come uomini, cavalli, vesti [ . . . ]
e mettendoli alla prova in confutazioni benevole e in discus e di tutte quelle omonime alle idee; Phaed. 1 02 b I : Le
sioni condotte senza invidia (344 b 4-7). Ci concorda, del altre cose, partecipando alle idee, ne ricevono le denomi
resto, con l'inequivoca affermazione del Parmenide ( I 3 5 e 3 ), nazioni (1troVUJ.Liav, nome tratto da qualcos'altro; quasi
74 CHE COS ' LA FILOSOFIA ? S U L DICIBILE E L' IDEA 75

le stesse parole in Parm. I 3 0 e: vi sono tali idee, parte I O.


cipando alle quali ne ricevono le denominazioni; Resp.
5 9 6 a: siamo soliti ammettere una certa idea unica per L'idea , dunque, il principio unitario da cui le cose sen
ciascuna molteplicit a cui diamo lo stesso nome. Ed sibili traggono il loro nome o, pi precisamente, ci che fa
proprio questa omonimia che Aristotele rimproverer al s che una molteplicit di sensibili costituisca un insieme e
suo maestro, scrivendo che se la forma delle idee e quella abbia lo stesso nome. La prima conseguenza che le cose rice
delle cose non la stessa, allora saranno omonime, come vono dalla partecipazione all'idea la denominazione. Se vi
se si chiamasse Callia tanto l'uomo in carne e ossa che un , in questo senso, un rapporto essenziale fra il nome e l'idea,
pezzo di legno, senza vedervi nulla di comune (TJEiav questa non s'identifica per col nome, ma sembra essere,
Kotvroviav) (Metaph. 99 I a, 5 - 8) . piuttosto, il principio della nominabilit, ci partecipando
al quale, le cose sensibili trovano la loro denominazione. Ma
come concepire un tale principio ? Ed possibile pensare la
N L a comprensione del passo citato d i Aristotele (Metaph. 9 8 7 b sua consistenza, indipendentemente dalla relazione ai sensi
8 - r o) stata in parte falsata da una correzione dell'edizione Bekker bili che traggono da esso la loro omonimia ?
che ha soppresso JlC.VUJ.W, malgrado il termine figurasse nel codice pi
Poich proprio su questo punto vertono le critiche di
autorevole (il Parisinus r 8 5 3 ) e in tutti gli altri (con due sole eccezioni,
il Laurentianus 8 7. 1 2 e il Parisinus r 8 7 6). Trendelenburg ha fatto op
Aristotele alla teoria delle idee, sar opportuno esaminare in
portunamente notare che, come abbiamo visto, Platone parla di omo nanzitutto tali critiche. Aristotele interpreta la relazione fra
nimia e mai di sinonimia. L' edizione Jaeger ( r 9 5 7) ha cos reintrodotto l'idea e i sensibili a partire dalla relazione fra ci che si dice
JlC.VUJla, mettendo per fra parentesi tmv O"UvroviJlrov. Il testo dei ma secondo il tutto ('t Ka86ou = -r Ka9' oou Eyova; Ari
noscritti perfettamente chiaro e non necessita di alcun emendamento: stotele si serve anche dell'espressione -r EV 1t 1toM&v, l'uno
Aristotele, in questo fedele a Platone, vuoi dire che la molteplicit delle sui molti) e ci che si dice secondo i singoli (Ka8' EKacr-ra). Ci
cose sensibili che portano lo stesso nome (e sono pertanto sinonimi: ad
siamo astenuti dal tradurre Ka86ou come l'universale,
esempio, i cavalli in carne e ossa) diventa omonima rispetto alle idee
(i cavalli hanno in comune con l'idea il nome, ma non la definizione). perch proprio questa identificazione del problema delle
Quanto alla frase t aio9Ttt 1tap tauta Kat tauta ..iyeo9m idee con la quaestio de universalibus ha segnato la storia
mivta, Cherniss e Ross hanno giustamente osservato che la traduzione della ricezione della teoria delle idee e il suo fraintendimen
usuale le cose sensibili esistono separate da esse e sono tutte nominate to a partire da Aristotele fino ai commentatori tardo-anti
secondo esse inesatta e suppone l'inserzione di un Evat che manca chi e, poi, alla Scolastica.
nei manoscritti (Cherniss 1 944, p. 1 78).
Socrate, scrive infatti Aristotele (Metaph. I 078 b I 8 sgg.),
cerc per primo di trovare definizioni secondo il tutto, ma
mentre egli non pose ci che si dice secondo il tutto ( -r
Ka86ou) come separato (xroptcr-ra), i platonici lo hanno se
parato e chiamarono siffatti enti idee; da questo trassero la
CHE C O S ' LA FILOSOFIA ? SUL DICIBILE E L' IDEA 77

conseguenza che vi sono idee di tutte le cose che si dicono che per essi sono sostanze; ma in verit a torto, perch chia
secondo il tutto ('trov Ka9o-ou .Eyovrov) [ . . . ]. Nella bre mano idea (oo) l'uno sui molti (t EV n noM&v). La causa
ve storia delle dottrine filosofiche che occupa il libro primo che essi non riescono a dar ragione di che cosa siano siffatte
della Metafisica, Aristotele riassume cos la teoria platonica sostanze indistruttibili accanto a quelle singole sensibili (nap
delle idee: Coloro che posero le idee all'inizio, cercando t Ka9' EKa<na Ka aiffitrtt). Essi pongono queste (le idee)
di cogliere le cause degli enti sensibili, introdussero altri uguali per Elo alle cose peribili (queste noi le conosciamo), e
enti uguali a questi per numero, come se uno volendo con (dicono) stessouomo ( amov9pron:ov) e stessocavallo ( amoin
tare delle cose poco numerose, ritenesse di non poterlo fare nov), premettendo al nome dei sensibili la parola amo, stesso
senza accrescere il loro numero. Le idee, infatti, sono di ( 1 040 b 2 1 - 1 04 1 a 5).
numero pressoch uguale e comunque non minore rispetto Aristotele rimprovera cio ai platonici di aver voluto dare
a quegli enti da cui sono partiti per indagarne la cause. Per sostanza ed esistenza separata a ci che si predica secondo il
ogni singolo ente di cui vi una unit sui molteplici (ev n tutto, mentre per lui evidente che l'universale - cos i lati
norov) esiste un omonimo oltre alle sostanze, tanto per le ni tradurranno t Ka9o-ou - non pu essere mai sostanza,
cose di qui che per quelle eterne (Metaph. 990 a 3 4 - b 8). ma esiste soltanto nelle singole cose sensibili. Platone avreb
Proprio in questa separazione del Ka96Ou consiste per be cio sostanzializzato il significato del termine generale
Aristotele l'errore dei platonici: Poich l'uno si dice nello l'uomo - o il cavallo - e lo avrebbe separato dai singo
SteSSO modo dell'essere (t Ev .yc'tat cilcmEp Kat 't ov) e la li uomini e dai singoli cavalli e per riferirsi a esso nella sua
sostanza (ocria) dell'uno una e poich le cose di cui la so omonimia rispetto ai sensibili, avrebbe premesso al nome
stanza una per numero sono esse stesse une per numero, comune il pronome amo: a''toav9pron:o, amo"inno.
evidente che n l'uno n l'essere possono essere sostanza delle
cose, come non possono esserlo l'essenza dell'elemento o del
principio (to crtOtXcicp dvm pxw [ . . . ]. L'essere e l'uno do I I.
vrebbero essere maggiormente sostanza del principio (pxf]),
dell'elemento e della causa; ma essi non lo sono, dal momento proprio a partire da un'analisi dell'espressione lin
che nulla di comune ( KOtvov) sostanza. La sostanza non si guistica dell'idea che possibile mostrare l'inadeguatezza
predica infatti di altro che di se stessa e di ci che la possiede e dell'interpretazione aristotelica e, insieme, accedere a una
di cui sostanza. L'uno non pu essere nello stesso tempo in pi corretta comprensione della teoria platonica.
pi modi (1tOMaXW, mentre il comune si predica nello stesso L'espressione linguistica dell'idea mediante il pronome ana
tempo in pi modi. dunque evidente che nulla di ci che si forico amo doveva risultare problematica per Aristotele, dal
predica secondo il tutto esiste accanto e separatamente dalle momento che, nell'Etica Nicomachea, egli afferma che ca
singole cose (nap t Ka9 EKacrta xropi). Coloro che afferma drebbe in imbarazzo (nopf]<retE) chi chiedesse che cosa (i pla
no le idee (t ii11) a ragione le dicono separate, dal momento tonici) intendano dire con l'espressione amolmcrtov, poich
CHE C O S' LA FILOSOFIA ? SUL DICIBILE E L'IDEA 79

tanto per l'uomo stesso (a'toav8pCOOt o ) che per l'uomo Rileggiamo ora il passo della digressione:
( av8pCOOto) vi un solo e stesso discorso definitorio (')jyyo),
Vi un che detto cerchio (JCudo o'tt 'tt AtYOflEVov), il cui
quello di uomo (Eth. Nic. r o96 a 34 - b r). E, in Metaph. 103 5
nome quello stesso che abbiamo appena proferito; secondo il
b r 3, con evidente allusione al cerchio della digressione pla
-

suo Myo, composto di nomi e di verbi: ci che in ogni punto


tonica, egli scrive nello stesso senso che tanto il cerchio detto dista ugualmente dagli estremi al centro : ecco il Myo di ci che
in assoluto (mM; EYOf..lE.VO) che il singolo cerchio si dicono ha nome tondo>>, circonferenza>> o cerchio>> . Terzo ci che si
omonimamente, dal momento che non vi un nome proprio disegna e si cancella e si forma col tornio e si distrugge, ma di tutto
(itov ovo11a) per ciascuno di essi. Proprio l'uso del pronome questo nulla patisce il cerchio stesso (am lC'\JJCo), intorno al
at6, che per Aristotele risultava aporetico, permette invece quale sono tutte queste cose, perch altro da esse.

tanto di temperare l' omonimia fra l'idea e i sensibili che di com


prendere che cosa fosse in questione, per Platone, nell'idea. A che cosa si riferisce l'a't6, che cosa in esso ripreso
Torniamo all'espressione che nella Settima lettera esempli e in che modo ? Innanzitutto in questione non qui sempli
fica l'idea: at KUKD, il cerchio stesso (e non a'tKUKD, cemente una relazione di identit. Ci escluso, oltre che
come suggerisce Aristotele). L'idea non ha un nome proprio, dall'esplicita affermazione di Platone, anche dalla struttura
ma nemmeno coincide semplicemente col nome. Essa viene grammaticale del sintagma. Il pronome a'to (accostato a
designata piuttosto attraverso l'aggettivazione del pronome un nome nel senso di stesso) si costruisce in greco in due
anaforico at6, stesso. modi, secondo che esprima l'identit (lat. idem) o l'ipseit
I pronomi non hanno, a differenza dei nomi, un signifi (lat. ipse): a't KUKo significa lo stesso cerchio (nel
cato lessicale (un senso - Sinn, nei termini di Frege, o una senso dell'identit), au't KUKo significa invece il cer
referenza virtuale, secondo Milner). Ci che definisce un chio stesso, nello speciale significato che cercheremo ora
pronome anaforico (come am6) che esso pu designare di chiarire e che quello di cui Platone si serve per l'idea.
un segmento di realt solo in quanto questo gi stato si Mentre in a't KUKo, il pronome inserito, infatti,
gnificato attraverso un altro termine dotato di senso. Esso fra l'articolo e il nome e si riferisce dunque direttamente
implica, cio, una relazione di coreferenza e una di ripresa al nome, in am KUKo esso si riferisce a un sintagma
fra un termine mancante di referenza virtuale - il pronome formato dall'articolo e dal nome. L'articolo greco ha
anaforizzante - e un termine dotato di referenza virtuale - il in origine il valore di un pronome anaforico e significa la
nome anaforizzato (Milner 1 9 8 2, p. 1 9). Secondo uno dei si cosa in quanto stata detta e nominata. Solo in un secondo
gnificati del verbo va<j>pro, esso riprende la cosa nel suo tempo esso pu, per questo, acquistare il valore di quella
essere stata designata da un nome antecedente. Sia l'esempio: designazione che Aristotele chiama Kae' oou: il cerchio
vedo un cerchio. Lo vedi anche tu ?. Il pronome anaforico in generale, l'universale, opposto al singolo cerchio. (I la
lo, in s privo di una referenza virtuale, la acquista attra tini, la cui lingua manca dell'articolo, avevano per questo
verso la relazione col termine cerchio che lo precede. difficolt a precisare l'espressione dei termini generali).
So C H E C O S ' L A FILOSOFIA ? SUL DICIBILE E L' IDEA 81

inoltre evidente, che il quinto, il cerchio stesso ( mn non soltanto il lat. ipsissimus significa in Plauto il padrone, ma anche
in greco, nella comunit pitagorica, a\n: q,a lui stesso l'ha detto de
KtHc..o ) non pu riferirsi, come Platone non si stanca di
signava Pitagora, il maestro per eccellenza (ibid. ).
sottolineare, a nessuno dei tre elencati nella digressione:
Si pu integrare la definizione di Benveniste, precisando che potis
n al nome cerchio n alla sua referenza virtuale (iden significa qualcosa o qualcuno in quanto assume il nome con cui no
tica alla definizione, che corrisponde al termine universale minato o il predicato che gli viene riferito . L'uso platonico dell'a\n:6
il cerchio) n al singolo cerchio sensibile (la referenza si chiarisce cos ulteriormente: l'identit che qui in questione non
attuale) . Nemmeno pu riferirsi - Platone ha cura di pre l'identit numerica o sostanziale, ma l'identit (o, piuttosto, l'ipseit) in
cisarlo subito dopo (Epist. VII, 3 4 2 c 8) - alla conoscenza quanto definita dall'avere un certo nome, dall'essere stata detta nel lin
guaggio in, un certo modo.
o al concetto che ce ne formiamo nella mente.
Ci che il sintagma riprende non pu allora che esse
re contenuto nell'espressione che apre l'elenco e, insieme,
I 2.
resta fuori da esso: KUKo cr'ti n M:yoJ..LE vov ( vi qual
cosa detto cerchio, lett. cerchio qualcosa detto). Che
L'identificazione del termine anaforizzato , per, tutt'al
essa sia fuori dall'elenco, che sia, per cos dire, prima del
tro che semplice. Se lo si individua nel termine KUKo, vi
primo, provato senz'ombra di dubbio dal fatto che il
conf1.,1sione fra il cerchio e il nome cerchio e la frase che
nome, cui compete il primo rango, deve riferirsi ad essa
segue (il cui nome quello stesso che abbiamo proferito)
attraverso dei pronomi anaforici q) 'to1h' mh crnv OVOJ..La
risulta superflua. Resta il pronome indefinito n, di cui gli
o vv <j>8yJ..LE 8a, lett.: a cui nome quello stesso che ab
stoici faranno la loro categoria antologica fondamentale: ma,
biamo appena proferito.
in quanto pronome privo di referenza virtuale, per poter es
sere ripreso anaforicamente esso non pu essere isolato dai
Benveniste ha mostrato che il significato originale del latino potis
l't
termini che lo precedono e lo seguono. verisimilmente per
(e dell'i.e. pot, da cui esso deriva), che vuoi dire padrone, si riferi sottolineare questa inseparabilit che Platone, invece dell' ov
sce in realt all'identit personale, espressa da una particella (spesso via formulazione: crn n KUK..O M:yoJ..LEvov, scrive: KuK..o
un aggettivo o un pronome, come nel lat. ipse) che significa precisa crnv n M:yoJ..LEvov (Epist. VII, 342 b), cerchio qualcosa
mente quello, lui stesso (come nell'ittita pet, particella enclitica che detto. Un'analisi attenta mostra che la frase forma un tut
rinvia all'oggetto che era in questione nel discorso>> o nel lat. utpote,
to indivisibile, in cui in questione non sono n il cerchio n
in quanto precisamente, che designa qualcuno in quanto designato
da un certo predicato: B enveniste 1 969, l, p. 89). Mentre difficile
il qualcosa n il detto, ma l'essere-il cerchio-detto. Plato
immaginare come una parola che designa "il padrone" abbia potuto ne non muove, cio, da un immediato, ma da un essere che
indebolirsi fino a significare " lui stesso", si comprende agevolmente gi nel linguaggio, per risalire poi dialetticamente, attra
come un aggettivo che significava l'identit personale e il " lui-stesso", verso il linguaggio, verso la cosa stessa. Secondo la celebre
abbia potuto assumere il senso di "padrone" >> (ivi, p. 90). Benveniste mo definizione del metodo dialettico in Resp. 5 I I b 3 - c 2, il
stra cos che lo stesso spostamento semantico si ritrova in molte lingue:
CHE Cos ' LA FILOSOFIA ? SUL DICIBILE E L' IDEA

principio non-presupposto (pxl vu7t69Eto) si raggiunge parliamo, il bello, il buono e ogni essenza di questa specie e se riportia
soltanto attraverso la paziente eliminazione dialettica dei mo indietro (ava<j>poJ.Ev) verso di esse le cose sensibili . . . >> .
L'irriducibilit ontologica dell'anafora am6, che viene cos posta
presupposti (prendendo le ipotesi non come principi-pxai
paradossalmente prima della sostanza, affermata da Plotino con par
- ma come ipotesi). Il cerchio stesso - che Platone chiama ticolare chiarezza: <<Il conoscere>> egli scrive << qualcosa di uno (v n ) ,
anche lj>fut, nascimento del cerchio (tou KUKO'U 't1l lj>Um::ro, ma l'uno senza il qualcosa (av::u tou n v). Se fosse un qualcosa, non
Epist. VII, 3 4 2 c 8 ) - non n un indicibile n qualcosa di sarebbe l'uno stesso (amov), poich lo "stesso" (amo) prima del qual
meramente linguistico: il cerchio ripreso nel e dal suo cosa (1tp tou n)>> (Ennead. 5, 3, 1 2).
essere-detto-cerchio.
Nel sintagma con cui Platone designa l'idea - at N Frege, che afferma che ogni segno ha un senso (Sinn) e un significato
(Bedeutung), osserva che certe volte noi usiamo un termine intendendo
KUK.o, il cerchio stesso - in questione non pertanto,
parlare non del suo significato, ma della realt materiale del termine stesso
come credeva Aristotele, semplicemente un universale ( (come quando diciamo la parola "rosa" ha quattro lettere>>) o del suo sen
KUK.o, il cerchio): l' ato, in quanto si riferisce a un ter so, indipendentemente dal suo riferirsi in atto a un significato reale. per
mine gi anaforizzato dall'articolo, riprende il cerchio nel indicare questo uso speciale della parola che ci serviamo delle virgolette.
e dal suo esser-detto, nel e dal suo essere nel linguaggio e Che cosa avviene, per, se si cerca di designare il termine non nella
il termine cerchio nel e dal suo designare il cerchio. Per sua materialit o nel suo senso, ma nel suo significare qualcosa, cio il
nome rosa in quanto significa una rosa? Qui il linguaggio si urta a un
questo, il cerchio stesso, l'idea o il nascimento del cer
limite, che nessun uso delle virgolette pu pretendere di aggirare: si pu
chio non n pu essere nessuno dei quattro. Non , tutta nominare il nome <<rosa>> come un oggetto (nomen nominatum), ma non
via, nemmeno semplicemente altro da essi. ci che ogni il nome stesso nel suo designare in atto una rosa (nomen nominans).
volta in questione in ciascuno dei quattro e resta, insieme, questo il senso del paradosso che Frege ha espresso nella formula: <<il
.
irriducibile ad essi: ci attraverso cui il cerchio dicibile e concetto " cavallo " non un concetto>> e Milner nell'assioma: <<Il termi
conoscibile. Se vero, come diceva Aristotele, che l'idea non ne linguistico non ha nome proprio>>. Wittgenstein, nel Tractatus, ha in
ha un nome proprio, essa, grazie all'a&o, non , per, nem mente qualcosa di simile, quando scrive che il nome mostra di designare
un oggetto>>, ma non pu dire il fatto che lo sta designando (4. 1 26).
meno perfettamente omonima alla cosa: come cosa stessa,
questa anonimia del nome rosa che in questione nell'idea della
essa significa la cosa nella sua pura dicibilit e il nome nel suo rosa, nella rosa stessa (che , per questo, omonima alla rosa). In quanto
puro nominare la cosa. Come tale, in quanto cio in essa la esprime l'impossibilit di nominare il nome rosa se non riprendendolo
cosa e il nome stanno insieme inseparabilmente al di qua o al nella forma del pronome anaforico at6, l'idea segna il punto in cui il
di l di ogni significare, l'idea non n universale n partico potere nominante del linguaggio deve arrestarsi e l'impossibilit per il
lare, ma, come terzo, neutralizza questa opposizione. nome di nominare se stesso in quanto nominante lascia apparire la rosa
stessa, la rosa puramente dicibile.

N Nel Fedone (76 e), Platone menziona esplicitamente il movimento


anaforico che definisce l'idea: <<Se esistono quelle cose di cui sempre
CHE cos' LA FILOSOFIA ? SUL DI CIBILE E L' IDEA

I3
essere oyo, discorso, ma solo nome. Nel Teeteto, Socrate si
riferisce esplicitamente a questa tesi, affermando che, degli
Si comprende meglio, in questa prospettiva, la lettura elementi primi, ciascuno in se stesso e per se stesso (am
benjaminiana dell'idea come nome. Secondo Benjamin le Ka8' amo) si pu solo nominare, e non possibile aggiun
idee, che sono sottratte alla sfera dei fenomeni, si danno sol gere altro, n che n che non . . . n stesso ('t amo), n
tanto in quella del loro nome (o del loro aver nome). La quello (KEtvo), n ciascuno (EKacrtov), n solo (J.tovov) n
struttura della verit esige un essere che, per la sua assenza di questo ('tomo) . . . impossibile dire in un discorso uno degli
intenzione, somigli a quello delle semplici cose,ma a questo, elementi primi, poich ha soltanto il nome ( OVOJ.ta yp JlOVOV
superiore, per consistenza . . . , L'essere sottratto a ogni feno EXEtv) (Theaet. 20 1 e sgg.). (La prop. 3 .22 1 del Tractatus si
menicit, l'unico essere a cui spetti questo potere, quello esprimer negli stessi termini: Gli oggetti li posso solo no
del nome. Esso determina il darsi delle idee. Date esse sono minare . . . Posso solo dirne, non dirli).
non tanto in linguaggio originario ( Ursprache ), quanto in con questa dissimmetria che Platone intende misu
una apprensione originaria ( Urvernehmen), in cui le parole rarsi. Situandosi su quel piano della lingua in cui vi sono
conservano la loro nobilt nominante non ancora perduta soltanto nomi, l'idea cerca di pensare che cosa avviene alle
nel significato conoscitivo . . . L'idea un che di linguistico, singole cose per il fatto di essere nominate, di diventare
pi precisamente, nell'essenza della parola, ogni volta quel omonime. Le idee sono cio il contrario di una generali
momento in cui essa simbolo (Benjamin 1 963, pp. 1 7- 1 8). t e, tuttavia, si comprende nello stesso tempo perch esse
Non si tratta semplicemente, come suggerisce la citazione abbiano potuto essere fraintese in questo senso come uni
da Hermann Giintert che segue immediatamente, di una di versali. Nominando una singolarit, la parola la costituisce
vinizzazione della parola, ma dell'isolamento, nel linguag come omonima, come definita, prima di ogni altro caratte
gio, di una sfera estranea alla significazione e irriducibile re o qualit, unicamente dal fatto di portare lo stesso nome.
ad essa: quella del nome - o, piuttosto, della nominazione, Non la partecipazione a dei tratti comuni, ma l'omonimia,
che Benjamin esemplifica attraverso il rimando ad Adamo: il puro aver nome, definisce il rapporto fra i fenomeni e
Questo gesto non solo quello di Platone, ma, in ultima l'idea. Ed questa stazione della cosa accanto a se stessa
analisi, quello di Adamo, padre dell'uomo in quanto pa in un puro aver nome che Platone cerca di designare, con
dre della filosofia. Il denominare adamitico cos lontano tro Antistene, attraverso l'anafora a''to: a''t KUKo, il
dall'essere un gioco o un arbitrio, che piuttosto in esso si cerchio stesso coglie il cerchio non al livello della signifi
afferma lo stato paradisiaco come tale, che non doveva an cazione, ma nel suo puro aver nome, in quella pura dicibi
cora lottare col significato comunicativo (ivi, p. 1 9). lit che soltanto rende possibile il discorso e la conoscenza.
Il primo a insistere sulla radicale dissimmetria fra due pia
ni del linguaggio - il nome e il discorso - era stato Antistene,
affermando che delle sostanze semplici e prime non vi pu
86 CHE cos' L A FILOSOFIA ? SUL DI CIBILE E L' IDEA

1 4 tavia, che, con la cristallizzazione in un nome proprio, il dio


particolare si espande liberamente secondo una sua propria
Nel suo libro su I nomi divini, Usener ha mostrato la legge, che porta alla formazione di sempre nuove denomi
stretta implicazione fra la formazione dei concetti religiosi nazioni. Nell'indagine di Usener, il nome divino diventa
e quella dei nomi degli di. Il nome non , per Usener, un cos qualcosa come la cifra o la legge interna del nascere e
segno convenzionale di un concetto (voJlc.p) n una deno del divenire storico delle figure divine. Svolgendo l'ipotesi
minazione che coglie la cosa in s e la sua essenza (qruaEt): di Usener forse al di l delle sue intenzioni, si potrebbe dire
esso il precipitato di un'impressione di fronte all'urto im che l'evento del nome e l'evento del dio coincidono. Il dio
provviso con qualcosa che non l'io (U sener 1 896, p. 46). la cosa o l'azione nell'istante del suo apparire nel nome.
La formazione del nome degli di riflette la formazione di Esso, nella forma di un nomen agentis, , in questo senso,
questi concetti linguistici, che procede dall'assoluta singo omonimo alla singola azione: Occator, all'atto di lavorare la
larit fino al particolare e alla sua fissazione in un concetto terra con l'erpice, Insitor, all'atto del seminare, Sterculinus,
di genere. L'evento del nome - il conio delle parole, se alla concimazione della terra con lo sterco, e cos via; come
condo l'immagine che Usener preferisce usare - pertanto, mostra la loro evoluzione in una figura autonoma, essi non
soprattutto per le epoche pi lontane, lo strumento essen coincidono, tuttavia, semplicemente con il singolo atto, ma
ziale per indagare la formazione dei concetti e delle rappre piuttosto col suo essere nominato.
sentazioni religiose di un popolo. Egli mostra cos come Appare qui con chiarezza l'analogia fra la dottrina di Use
per ogni cosa e per ogni azione importante venga creato ner e la teoria platonica delle idee: come, in origine, il nome
nel linguaggio un dio momentaneo (Augenblicksgott), non nomina la cosa tramite un concetto, ma un dio, allo stes
il cui nome coincide con quello dell'atto e che, attraverso so modo, in Platone, il nome non nomina soltanto la cosa
la ripetizione regolare, si trasforma in un dio particolare sensibile (o un concetto), ma, innanzitutto, la sua dicibilit:
(Sondergott) e pi tardi in un dio personale. Gli indigita l'idea. Il dio momentaneo, come l'idea, una pura dicibilit.
menta romani ci hanno conservato i nomi di divinit che
corrispondono a singoli atti o momenti dell'agricoltura -

Vervactor, che nomina la prima aratura del maggese (ver


vactum), Insitor, che nomina l'atto della semina, Occator,
che corrisponde alla lavorazione del campo con l'erpice, tutta la teoria moderna della significazione che qui
Sterculinus, che si riferisce alla concimazione della terra . . . revocata in questione. Essa si fonda sull'articolazione di
Usener era influenzato dalle teorie psicologiche del suo tre elementi: il significante, il senso (Sinn) e il significato o
tempo, che concepivano la conoscenza come un processo la denotazione (Bedeutung), che presuppone a sua volta il
che, attraverso la ripetizione e l'astrazione, conduce dal plesso linguistico-semantico del De interpretatione aristo
particolare al concetto generale. Egli ricorda pi volte, tut- telico: parole/concetti/cose (nei termini dei commentatori
88 CHE cos' LA FILOSOFIA ? SUL DICIBILE E L' IDEA

tardo-antichi: le parole in quanto significano le cose at gi obliterato. L'antologia, secondo un processo che ha du
traverso i concetti). I linguisti preferiscono oggi chiamare revolmente segnato la storia della filosofia occidentale,
il senso referenza virtuale e la denotazione referenza sempre gi declinata in una gnoseologia.
attuale e ammettono che mentre la definizione della pri Il modello platonico, invece, che non si esaurisce nel
ma non sembra implicare difficolt, spiegare in che modo nesso parola-concetto-cosa, implica un elemento - l'idea
un termine si riferisca in atto a un oggetto concreto pra che esprime il puro fatto che l'essere si dica. La conoscenza
ticamente impossibile. Acquista qui tutto il suo senso il non ha qui bisogno di essere spiegata attraverso un proces
fatto che l'ultima ricerca di Benveniste si sia conclusa con so psicologico - che in realt una mitologia - che dal par
la diagnosi - che rappresenta in qualche modo per la scien ticolare, attraverso la ripetizione di una stessa sensazione e
za del linguaggio un naufragio - secondo cui la lingua l'astrazione in un concetto, conduce al generale: particolare
divisa in due piani separati e incomunicanti, il semiotico e e universale, sensibile e intellegibile sono uniti immediata
il semantico, fra i quali non vi passaggio: Il mondo del mente nel nome attraverso l'idea. L'antologia non coincide
segno egli scrive chiuso. Dal segno alla frase non c' con la teoria della conoscenza, ma la precede e condiziona
transizione, n per sintagmazione n in altro modo. Uno (per questo Platone pu scrivere nella Settima lettera che
iato li separa (B enveniste I 97 4, Il, p. 6 5 ). Dato il segno l'idea ci attraverso cui ciascun ente conoscibile e vero
con la sua referenza virtuale, in che modo questa, attua e precisare che la conoscenza qualcosa di diverso dalla
lizzandosi, si riferisce a un oggetto singolare ? (Gi Kant, natura del cerchio stesso, 342 a). In questo modo, secondo
nella lettera a Marcus Herz del 2 1 febbraio 1 972, si chiede la profonda caratterizzazione benjaminiana dell'intenzio
va: come fanno le nostre rappresentazioni a riferirsi agli ne platonica, l'idea garantisce ogni volta che l'oggetto della
oggetti ?). conoscenza non possa coincidere con la verit.
La domanda che occorre chiedere a questo punto , piut Per questo gli stoici, riprendendo il gesto di Platone, han
tosto: come possibile che la logica e la psicologia moderna no inserito il dicibile nella loro teoria della significazione.
abbiano accettato senza riserve un dispositivo affatto arbi Perch il termine rosa e il concetto la rosa possano rife
trario, qual quello aristotelico, che consiste nell'introdur rirsi alla singola rosa esistente, occorre supporre l'idea della
re nella mente come concetto un carattere che appartiene in rosa, la rosa nella sua pura dicibilit e nel suo nascimen
realt al nome ? Il momento inaugurale della nominazione to . Secondo la giusta intuizione poetica del pi platonico
- che all'origine del concetto e, come tale, nel p lesso del dei poeti moderni, ]e dis: une fleur! et hors de l'oubli o ma
De interpretatione, menzionato per primo - viene, con vo ix relgue aucun contour, en tant que quelque chose d' autre
una singolare noxiJ, messo da parte come un mero segno. que les calices sus, musicalement se lve, ide meme et suave,
In questo modo il nesso antologico essere-linguaggio - il l'absente de tous bouquets (Mallarm 194 5 , p. 3 68).
fatto che l'essere si dica nei nomi - viene trasposto in una
psicologia e in una semantica e, in questo modo, sempre
CHE COS ' LA FILOSOFIA ? SUL DICIBILE E L' IDEA

N Occorre sempre di nuovo riflettere sulla scissione del piano della Se l'interpretazione di E. Hoffmann del fr. r di Eraclito , come ritenia
lingua in semiotico e semantico, la cui rilevanza filosofica non pu essere mo con Melandri (2004, pp. r 62- r 64), corretta, essa si trova espressa con
sopravvalutata. Benveniste, che riprende e sviluppa l'opposizione saus chiarezza proprio all'inizio della cruyypa<!>'fl eraclitea nell'opposizione fra
suriana fra langue e parole, la caratterizza in questo modo: Il semiotico .yo (discorso) e 1tta (vocaboli, parole). Gli uomini - qui si legge - non
designa il modo di significazione che proprio del segno linguistico e intendono il .yo n prima n dopo di averlo ascoltato, perch si fermano
che lo costituisce come unit. Si pu, per i bisogni dell'analisi, conside al piano serniotico delle parole (1ta) e non fanno esperienza di ci che
rare separatamente le due facce del segno, ma sotto l'aspetto della signi in questione nel fatto di parlare, nel linguaggio come tale.
ficazione esso unit e resta unit. La sola domanda che il segno suscita
quella della sua esistenza, e questa si decide con un s o con un no:
albero-canzone-lavare-nervo-giallo-su e non: ': olbero- ':vanzone-':lasa
1 6.
re-': dervo-': nu. Preso in se stesso, il segno pura identit con se stesso e
pura alterit rispetto a ogni altro segno . . . Col semantico, entriamo nel
modo specifico di significazione generato dal discorso. I problemi che La strategia di Platone diventa a questo punto pi com
qui si pongono sono funzioni della lingua in quanto produttrice di mes prensibile. Egli non ha sostanzializzato e separato, come
saggi. Il messaggio non si riduce a una successione di unit da identificare riteneva Aristotele, una generalit, ma ha cercato di pen
separatamente: non un'addizione di segni che produce il senso, ma , al sare una pura dicibilit, senza alcuna determinazione con
contrario, il senso globalmente concepito, che si realizza e divide in segni cettuale. Il passo successivo della digressione lo precisa con
particolari, che sono le parole . . . Che si tratti due ordini distinti di no
chiarezza: l primi quattro manifestano non meno la qua
zioni e di due universi concettuali, lo si pu mostrare ancora attraverso
la differenza del criterio di validit che richiesto per l'uno e per l'altro.
lit ('t 7tot6v n ) che l'essere (t ov) di ciascuna cosa, per
Il semiotico (il segno) deve essere riconosciuto; il semantico (il discorso) via della debolezza del linguaggio . . . delle due cose, l'essere
deve essere compreso. La differenza fra riconoscere e comprendere rinvia e la qualit, non la qualit ('t 7tOt6v n), ma il che ('t
a due distinte facolt dello spirito . . . >> (Benveniste 1 974, II, p. 22 5 ). 'tt) l'anima vuole conoscere, mentre ciascuno dei quattro
Ogni tentativo di comprendere la significazione linguistica - e tale le mette davanti ci che essa non cerca (Epist. VII, 3 4 2
quello corrente della semiologia e della logica, che si fondano in ultima e - 3 4 3 a; 3 4 3 b-e). Per questo Platone, cercndo di espri
analisi sul paradigma aristotelico - senza tener conto di questa scissione
mere il puro essere, il nascimento di qualcosa, ha dovuto
che divide il linguaggio condannata a girare a vuoto. , infatti, del tutto
illegittimo trasferire il significato, che una propriet del segno, nella ricorrere a un pronome; il pronome infatti, definito gi
mente o nell'anima n si vede come sia possibile articolare, come fa Ari dei grammatici antichi come quella parte del discorso che
stotele nel De interpretatione, una teoria della proposizione - cio del se esprime la sostanza senza la qualit (Prisciano: il pronome
mantico - a partire da una definizione puramente semiotica della lingua. substantiam significat sin e aliqua certa qualitate ). Ma egli, a
L'idea in Platone ha a che fare con questa scissione, di cui egli era, a suo differenza di Aristotele, non ha scelto un pronome deittico
modo, consapevole e che esprime, fra l'altro, nell'opposizione fra nome
(ogni sostanza significa un questo, 7t<1aa ouaia oKci 'tO
(ovoJ.La) e discorso (.yo). Nell'idea, omonima ai sensibili e principio della
loro norninazione, il segno raggiunge una soglia, in cui esso trapassa nel se
E n OTll.taivEtv, Cat. 3 b 1 0), ma l'anaforico a''to.
mantico. La percezione della frattura del piano del linguaggio in serniotico Nel passo citato delle Categorie, Aristotele distingue la
e semantico coincide, in questo senso, con l'origine della filosofia greca. sostanza prima, che significa un questo, perch manifesta
CHE C O S' LA FILOSOFIA ?
SUL DICIBILE E L'IDEA 93

un che di indivisi bile e uno (questo certo uomo, questo certo tonica riferita da Simplicio - non sono in nessun luogo,
cavallo), dalle sostanze seconde (l'uomo, il cavallo), che non Simplicio 1 8 8 2, p. 4 5 3). Ci che in questione in una pura
implicano una deissi, ma significano piuttosto una qualit dicibilit, ci che si dischiude solo attraverso il lento, pa
(7tot6v n OTJJ.laivn) (ivi, 1 2- 1 6). Resta in ogni caso che, per ziente lavoro anaforico che sfrega gli uni sugli altri nomi,
Aristotele, vi un punto in cui il linguaggio significa uno (ev discorsi, visioni e sensazioni (Plat. Epist. VII, 3 44 b 4) non
OTJJ.laivn), tocca inequivocabilmente il suo referente. che l'evento di un'apertura nell'anima, che la digressione
Per Platone, invece, per via della debolezza del linguag paragona efficacemente a una luce schizzata da una fiam
gio (-rrov oyrov aOEv, Epist. VII, 34 3 a I ), il solo modo ma: dopo molto stare insieme e convivere intorno alla
- anche se insufficiente - di manifestare un puro esistente cosa stessa, improvvisamente, come una luce schizzata da
nel suo nascimento non di indicarlo, ma di riprenderlo una fiamma, si genera nell'anima e subito nutre se stessa
nel e dal linguaggio attraverso l'anafora a1n6. Nel Timeo (ivi, 3 4 1 c 6 - d 2).
(49 d 4-6), l'impossibilit di designare gli enti sensibili at
traverso un deittico e la necessit di servirsi, per la loro de
Perch la cosa stessa>> importa a Platone, p erch essa ci di
signazione, di un'anafora sono affermate senza riserve: Il
cui egli si occupa seriamente>> ? Se nell'essere in questione l'articola
sensibile che noi vediamo sempre in atto di divenire inces zione originaria fra linguaggio e mondo - il fatto che l'essere si dice>>
santemente altro, come il fuoco o l'acqua, non dobbiamo ('t v yE'tat) - si dir allora che, mentre per Aristotele l'articolazio
mai chiamarlo " questo " (-roiho), ma sempre ogni volta " di ne ha luogo fra parole, cose e concetti, Platone, introducendo oltre a
tal sorta" (-rowihov) . L'antologia aristotelica riposa in questi l'idea, cerca di problematizzare il fatto stesso che la cosa sia detta
ultima analisi su una deissi, quella platonica su un' anafo e nominata. Se il pensiero si muove gi sempre in un mondo nominato,
esso pu, tuttavia, attraverso il gesto anaforico dell'idea, risalire alla cosa
ra. Ma proprio questo permette a Platone di chiamare in
stessa nel suo puro essere detta, nella sua dicibilit. Egli problematiz
causa, attraverso l'idea, una px'J vu7t60E-ro, un princi za, in questo modo, il puro e irriducibile darsi del linguaggio. In questo
pio non presupposto e al di l dell'essere. punto - in cui il nome ripreso dal e nel suo nominare la cosa e la cosa
Se il nome cerchio dice tanto l'essere che le qualit del ripresa dal e nel suo essere nominata dal nome - il mondo e il linguaggio
cerchio, nell'idea (nel cerchio stesso) il nome ripreso sono a contatto, cio uniti solo da un'assenza di rappresentazione.
dal suo significare verso la manifestazione del puro esse
re-detto-cerchio, cio verso la sua dicibilit. Ci significa
che non soltanto vale anche per l'idea di Platone la tesi kan 1 7.
tiana secondo cui l'essere non un predicato reale (cio il
concetto di un qualcosa che si aggiunge al concetto di una La trasposizione - che si compie nel pensiero tardo-an
cosa), ma che nemmeno egli ha mai sostanzializzato l'idea tico, da Porfirio a Boezio, e poi nei logici medievali - della
come un universale - che si possa situare da qualche parte, dottrina delle idee nella quaestio de universalibus, , in que
in cielo o nella mente (le idee - secondo una dottrina pla- sto senso, il peggior fraintendimento dell'intenzione pla-
94 CHE COS ' LA FILOSOFIA ? SUL DICIBILE E L' IDEA 95

tonica, proprio perch, mentre sembra affermare la natura atto e univocamente come u n puro segno a una res extra ani
logica dell'idea, essa spezza in realt il particolare nesso mam, da tutti quei casi in cui la parola si riferisce in qualche
con l'elemento linguistico che era ancora evidente nel ter modo a se stessa (suppositio materialis).
mine dicibile. Nel commento di Boezio al De interpre Il mondo antico non poteva n voleva aver accesso alla
tatione, questa separazione ormai compiuta. I naSru.ww scienza moderna, perch, malgrado lo sviluppo della mate
Ti vuxf aristotelici, che egli rende significativamente in matica (significativamente non in forma algebrica), la sua
latino con intellectus, diventano l'oggetto primario della vis esperienza del linguaggio - la sua antologia - non permet
significativa del linguaggio, mentre la relazione alle cose di teva di riferirsi al mondo in un modo che si pretendesse in
venta secondaria o derivata: Infatti mentre le cose che sono dipendente da come esso si rivelava nella lingua. Per questo
nella voce significano le cose e i concetti (res intellectusque Platone, nell'excursus della Settima lettera, non privilegia
significent) , i concetti sono per significati in modo princi in alcun modo il concetto, che, come il nome, mutevo
pale, mentre le cose, che la stessa intelligenza comprende, le e instabile e, nel Cratilo, preferisce lasciare irrisolta la
. . . .
questiOne se 1 nom1 stano per natura o per convenziOne.
.

in modo secondario attraverso la mediazione dei concetti


(per intellectuum medietatem) (In Periherm. II, 3 3 , 27). Solo la riduzione della lingua a strumento significante neu
D'altra parte, svolgendo l'affermazione aristotelica secon tro, che si compie con Ockham e il tardo nominalismo, ha
do cui i naeru.ww e le cose sono uguali per tutti, mentre le permesso di espungere dalla significazione linguistica tutti
parole e le lettere diverse, Boezio precisa che dei quattro ele quegli aspetti - a cominciare dall'autoreferenza - che erano
menti che formano il plesso linguistico-semantico, due (res sempre stati considerati come consustanziali ad essa e che
e intellectus) sono per natura (naturaliter) e due (nomina e saranno pi tardi relegati nella retorica e nella poesia.
litterae) sono per convenzione (positione ) . Comincia cos il Ci non significa in alcun modo che Platone intendesse
processo che porter al primato del concetto e alla trasfor semplicemente attenersi alla realt cos come essa era rivelata
mazione del dicibile in una realt mentale la cui identit attaverso la lingua (nel suo caso, il greco). Qui l' omonimia
affatto indipendente dalla parola nella sua materialit sono tra l'idea e i sensibili mostra tutta la sua pregn:anza. L'idea
ra. Solo se il significato concettuale della parola , in questo distinta dai sensibili, ma condivide con essi il nome. L'idea,
modo, reso autonomo dal suo mutevole significante possi in s invisibile e impercepibile, si mantiene tuttavia irriduci
bile quel processo di delinguisticizzazione della conoscenza bilmente in relazione con un elemento linguistico sensibile
che condurr alla scienza moderna. Poich questa, come ha - il nome - e, attraverso di esso, con i singoli enti sensibili.
mostrato Ruprecht Paqu ( 197o, passim), non nata soltanto Per questo, nell'esposizione aporetica della teoria delle idee
con l'osservazione della natura, ma stata resa innanzi tutto nel Parmenide, che revoca in questione tutte le possibili re
possibile dalle ricerche di Ockham e dei logici medievali che lazioni fra l'idea e i sensibili - la separazione, la partecipa
hanno portato a isolare e privilegiare, nell'esperienza del lin zione e la somiglianza - l' omonimia la sola a non essere
guaggio, la suppositio personalis, in cui la parola si riferisce in mai smentita. Tra le conseguenze assurde che risulterebbero
CHE C O S' LA FILOSOFIA ? SUL DICIBILE E L'IDEA 97

dall'affermazione di un'assoluta separazione fra le idee e i perch implicava che l'affermazione Cristo essere nato>> (Christum esse
sensibili, Parmenide menziona infatti esplicitamente quella natum) vera in ogni tempo, sia prima che dopo la sua nascita. Nelle
secondo cui le cose, che per noi sono omonime delle idee, parole di Bonaventura, che cos riassume le tesi nominaliste: Altri so
stennero che l'enunciabile (enuntiabile) che vero una volta, sempre
sono in relazione con se stesse ma non con le idee e traggono
vero e sempre si conosce nello stesso modo [ . . . ] cos alcuni affermano
il nome da se stesse e non da quelle (Parm. I 3 3 d).
che a/bus, alba e album, che sono tre vocaboli diversi e hanno tre modi
Solo attraverso la sua relazione di omonimia con le cose diversi di significare (modi significandi), tuttavia implicano uno stesso
l'idea pu legittimamente pretendere di porre fine alla significato (unam significationem important), sono un solo nome. So
guerra civile che i nomi combattono fra loro> ( VOJ..Ul'tCOV stengono, cio, che l'unit dell'enunciabile deve essere intesa non dalla
ov crtacnamivtcov, Crat. 43 8 d), non attraverso la generalit parte del vocabolo o del modo di significare, ma dalla parte della cosa si
del concetto n cercando altri nomi, differenti da questi, gnificata. Una sola cosa prima futura, poi presente e poi ancora passata;
pertanto enunciare che questa certa cosa prima futura, poi presente e
ma mostrando, attraverso il nome stesso, quale sia la verit
poi ancora passata non implica alcuna diversit degli enunciabili, ma solo
degli enti (ibid. ). Il quinto elemento del p lesso antologico, dei vocaboli (non facit diversitatem enuntiabilium, sed vocum)>>.
che Platone chiama col sintagma anaforic la cosa stessa, In questo senso la dottrina nominalista di Abelardo ha, com' stato
non nominabile con un altro nome nella lingua (io non osservato (Courtenay 1 99 1 , pp. r r -48), un'evidente ascendenza plato
posso chiamare kuboa l'idea del cerchio, posso solo dirla nica e un'altrettanto evidente connessione (anche terminologica) con
il cerchio stesso). Ci che non pu avere un nome pro la dottrina del dicibile, che egli chiama enunciabile>> . L'oggetto della
prio la dicibilit che si esprime nel nome. In quanto pura conoscenza non , per Abelardo, n la parola, n il concetto n sempli
cemente la cosa, ma la cosa in quanto significata dal nome: Certa
mente e innominabilme nte dicibile, la cosa stessa al di l
mente quando sosteniamo che esse (le forme comuni delle cose) sono
dei nomi (n-ilv VOJHitcov, lett. eccettuato in tutti i nomi diverse dai concetti (ab intellectibus), in questo modo introduciamo
- ni]v significa etimologicamen te 'vicino") (ibid.). come terzo fra la cosa e il concetto il significato dei nomi (praeter rem
et intellectum tertia exiit nominum significatio)>> (Abelardo 1 9 1 9, p.
1 8). In questo senso egli pu scrivere che la logica tratta delle cose non
Il problema del rapporto fra l a dottrina degli universali e i l nomina considerate in s, ma in quanto hanno nome (non propter se, sed propter
lismo complesso e non possibile, come a volte avvenuto nella storia nomina) (De Rijk 1 9 5 6, p. 99) e che, tuttavia, logica e fisica sono inse
grafia filosofica, ridurre il nominalismo - almeno prima di Ockham - a parabili, perch necessario indagare se la natura della cosa consenta
una determinata concezione degli universali in mente. Particolarmente con l'enunciato (rei natura consentiat enuntiationi)>> (ivi, p. 2 8 6).
significativa la posizione del princeps Nominalium del sec. XII, Pietro
Abelardo. La teoria di Abelardo non una teoria dell'universale, ma del L'idea porta il dicibile verso la massima astrazione possibile ri

nome, distinto tanto dalla cosa (res) che dal vocabolo (vox) e dal concetto spetto alla lingua, ma questa astrazione non quella del concetto, bens
(intellectus). Come altri logici a lui contemporanei, egli afferma, infatti, quella che mantiene il dicibile ancora in relazione non con i nomi di
l'unit del nome (unitas nominis) rispetto alla variet dei vocaboli paro una lingua, ma con quella verit dell'ente verso cui tendono, senza mai
nimi (aggettivi, verbi ecc.). Mentre i termini e i verbi variano secondo i raggiungerla, tutti i nomi e tutte le lingue. L'idea il puramente dicibile
tempi e le modalit, ci che significato nel nome uno e immutabile nel che l'inteso di tutti i nomi e che, tuttavia, nessun nome n alcun con
tempo. Questa tesi logica aveva conseguenze anche in ambito teologico, cetto di una lingua possono da soli raggiungere. Momigliano ha soste-
CHE COS ' LA FILOSOFIA ? SUL DICIBILE E L' IDEA 99

nuto che il limite dei Greci era che essi non conoscevano le lingue stra
servano - che esse non sono in un luogo (oK v 't01tql, Phys.
niere - il che, almeno fino a un certo momento, vero; Platone e Ari
stotele sapevano, tuttavia, perfettamente che una stessa cosa nominata
209 b 34; J.LTI oMo v t61tq>, Simplicio 1 8 8 2 p. 4 5 3). E, tut
in modo diverso secondo le varie lingue (questo implicito nel passo tavia, esse, che non hanno luogo e, per questo, rischiano di
della Settima lettera in cui si dice che i nomi non hanno alcuna stabilit non essere (ci che non n in cielo n in terra non nulla,
e nella tesi del De interpretatione secondo cui le parole non sono le Tim. 52 b), sono essenzialmente connesse, anche se in modo
stesse per tutti gli uomini). Il nome KtncM> nomina la stessa cosa che assai aporetico ( a1topc.Otata, lett. del tutto impraticabile) e
intesa dal latino circulus e dall'italiano cerchio: ma il cerchio stesso
difficilissimo da afferrare (ucraIDtotatov, Tim. 5 I b), con
resta in ciascuna lingua soltanto omonimamente nominato. Potremmo
l'aver luogo degli enti sensibili, che ne ricevono l'impronta
allora dire che, in ultima istanza, l'elemento linguistico proprio dell'i
dea - il dicibile - non semplicemente il nome, ma la traduzione, o ('t'U1tro8vta 1t' amv, Tim. 5 0 c) in modo difficile da dire e
ci che traducibile in esso. B enveniste ha visto nella traduzione il meraviglioso (oo<!>pacrtov Kat eauJ.Lacrt6v, ib id ). E poich
.

punto in cui si tocca la differenza fra il semiotico e il semantico. Si la dottrina del luogo (xcpa) svolta nel Timeo stata letta nel
pu trasporre, infatti, il semantismo di una lingua in quello di un'altra la storia della filosofia, almeno a partire da Aristotele, come
( la possibilit della traduzione), ma non il semiotismo di una lingua una dottrina della materia, in questione qui, allo stesso ti
in quello di un'altra ( l'impossibilit della traduzione). All'incrocio
tolo, la relazione fra le idee e la materia.
di una possibilit e di una impossibilit, la traducibilit si situa, cio,
sulla soglia che unisce e divide i due piani del linguaggio. Di qui la sua
Riassumiamo per sommi capi l'esposizione del Timeo.
rilevanza filosofica, che Benj amin ha messo in luce. L'arduo passaggio Questa ha inizio con la costatazione dell'insufficienza della
dal semiotico al semantico qui cercato non all'interno di una lingua, posizione di due specie di esseri, il paradigma intellegibile ed
ma, attraverso la pluralit delle lingue, nella totalit compiuta delle loro eterno (l'idea) e la sua imitazione, il sensibile. Il terzo e di
intenzioni. Per questo, come aveva intuito Mallarm, rispetto all'idea verso genere (tpitov {i)..;M)v yvo) viene pertanto introdotto
la lingua perfetta non pu che mancare (/es langues imparfaites en cela come un'esigenza o un postulato irrinunciabile (il ').jyyo co
que plusieures, manque la supreme). In suo luogo sta, secondo Plato
stringe - eicravayKaetv - a farlo apparire - J.L<I>avicrm, 49
ne, il logos della filosofia, che riporta ogni lingua verso il suo principio
nel Musaico (la filosofia , per questo, la musica suprema>>: Q>tM>croQ>ia a). La sua natura, difficile e oscura, viene non propriamen
[ . . . ] o'Xnl J.JEyicr'tT] !J.OumJci, Phaed. 6r a; ancora pi esplicitamente in te definita, ma descritta attraverso una serie di qualificazioni
Resp. 499 d: la filosofia la musa stessa>>, an 1 Moucra). successive. Innanzi tutto esso il ricettacolo (futo<>oxl)) di
ogni generazione. Tutte le cose sensibili, che incessantemen
te si generano e si distruggono, hanno bisogno di qualcosa
! 8. in cui (v q}) apparire, come le figure che un artefice pla
sma nell'oro hanno bisogno del metallo per prendere for
Il problema dell'idea non separabile dal problema del ma (da questa immagine, Aristotele pu aver dedotto che in
suo luogo. Che le idee abbiano luogo (EXEt tv t61tov) al di questione sia qui la materia dei corpi).
l del cielo (\mepoupavwv t61tov, Phaedr. 247 c) pu solo Questa natura che riceve tutti i corpi sempre la stes
significare - come Aristotele e Simplicio puntualmente os- sa e deve essere in s priva di forma, come amorfo un
IOO CHE COS ' LA FILOSOFIA ? SUL DICIBILE E L' IDEA IO I

materiale da conio (Kflaye"iov, 5 0 c, il termine contiene vecp), appena credibile. Guardando ad esso come in un sogno,
l'idea di un impasto, cfr. flcXO"crro, flclK'tpa) che pu assu noi diciamo che necessario che tutto ci che sia in un certo
mere le impronte di tutte le forme che riceve. Questo por luogo e occupi uno spazio (.v nvt 'tMQ> Kat Ka'tXOV xav) e
ta-impronte viene cos paragonato a una madre, ci da che ci che non n in cielo n in terra non nulla)) ( 5 2 b).
cui riceve l'impronta al padre e la natura intermedia fra
di essi a un figlio . Se la madre non fosse priva di una for
ma propria, l'impronta (K't'U1tOOfla) che riceve non sarebbe
visibile, perch la sua propria forma si mostrerebbe ac
canto (1tapEfl<j>atvOflEVOV - Aristotele user nel De anima, stato Diano il primo a notare che il modo in cui Plato
429 a 20, lo stesso verbo per precisare che se l'intelletto ne designa la conoscibilit della xa affatto singolare. Non
materiale mostrasse una sua propria forma accanto a quel solo perch tangibile)) (un aggettivo che egli usa altrove esclu
la dell'intellegibile, farebbe ostacolo alla comprensione). Il sivamente per i corpi sensibili) contrasta fortemente con ane
terzo genere, madre, ricettacolo e porta-impronte, , dun stesia))' assenza di sensazione, ma anche e innanzitutto per
que, una specie invisibile ( avopa-rov elo, l'espressione ch invece di servirsi della formula normale Xropi)) o avEu
, in greco, in qualche modo contraddittoria) e per natura aicr91locro))' senza sensazione, egli preferisce l'espressione
al di fuori delle forme o idee (K't eirov, 5 I a); e, tutta paradossale con anestesia, accompagnato da un'assenza di
via, partecipa in modo assai aporetico e difficilissimo da sensazione))' Diano I 973, passim). Che cosa si percepisce
afferrare)) dell'intellegibile. quando si percepisce una assenza di sensazione)) ? Che
A questo punto, in una sorta di vertiginoso riepilogo, Pla cosa intende Platone, scrivendo che percepire l'aver luogo
tone conclude che occorre dunque ammettere ( flOA>YTl'tov di qualcosa non significa semplicemente non percepire, ma
- il verbo flOoye"iv, confessare, designa una verit che non percepire un'assenza di percezione, sentire un'anestesia ?
si pu non riconoscere) tre generi di essere: I ) uno ingene Mentre l'idea semplicemente non sensibile ( avaicrOr]'tov),
rato, e incorruttibile, che non riceve in s nulla n va mai in qui l'anestesia diventa tangibile, percepita come tale. Il ca
altro, invisibile e non sensibile (avai0"9rl'tov), che si contem rattere bastardo)) del ragionamento che percepisce, come
pla con l'intelligenza; 2) un secondo, omonimo e somiglian in sogno, la xropa deriva dal fatto che esso sembra mescolare
te al primo, che si genera e si distrugge incessantemente in insieme le due prime forme di conoscibilit, l'intellegibile e
qualche luogo (.v nvt 't01tf-!)) e che si afferra con l'opinione il sensibile. Se Platone pu scrivere che la xropa partecipa,
accompagnata da sensazione (flE't' aicr91lcrero); 3) un terzo, anche se in modo difficile da afferrare, dell'intellegibile, ci
lo spazio (xo)pa), anch'esso eterno e non soggetto a distru perch idea e spazio comunicano attraverso l'assenza di
zione, che fornisce una sede (E.pa) alle cose generate. Esso sensazione, come se l'anestesia che definisce negativamente
tangibile con un ragionamento bastardo accompagnato da l'idea acquisisse qui un carattere positivo, diventasse una
assenza di sensazione (flE't' avm0"9rlcria a1t'tv .oytcrflcp nvt forma specialissima di percezione.
I 02 CHE COS ' LA FILOSOFIA ? SUL DICIBILE E L' IDEA IOJ

Platino, commentando il passo del Timeo, precisa che separate una cosa e l'altra (cio l'idea e il sensibile), nessuna
quando l'anima, con un ragionamento bastardo, percepisce delle due pu allora entrare nell'altra per diventare una sola
la materia, essa non pensa tuttavia nulla, ma riceve e pa cosa e, insieme, due (Ev OJ..la -ramv 1m oo yt::vflcrt::creov)
tisce qualcosa: Questo 1ta8o, questa passione dell'anima ( 5 2 c-d).
sar come quando essa non pensa nulla ? No, poich quan
do non pensa nulla, non dice, anzi nemmeno patisce nulla.
Quando invece pensa la materia, allora patisce un'affezione I l termine xffipa significa il luogo, lo spazio inoccupato che un cor

che come l'impronta del senza forma (nmov -rov J..lopq>ou) po pu occupare. Esso etimogicamente connesso con vocaboli che si
gnificano una privazione, ci che resta quando si toglie qualcosa: xiJpa,
(Ennead. Il, 4, I o). Se Platone si era servito della metafora
vedova, e xipo, vuoto. Il verbo XffiPOl significa <<far posto, dare spazio .
dell'impronta, scrivendo che la xa, in modo difficile da dire Il senso d i <<separare i n xropi, XffiPtOJlo, xropinv s i spiega senza diffi
e meraviglioso, riceve un'impronta (ro1to8v-ra, Tim. 5 0 c) colt: far posto, dare uno spazio a qualcosa, significa separarlo.
delle idee, qui la relazione s'inverte: sono le idee che rice
vono un'impronta dell'amorfo. Platino ha dedicato alla teoria platonica dello spazio un intero trat
Al di l della colorazione mistica che Platino sembra tato, che gi le edizioni antiche rubricavano come Sulla materia o Sulle
conferirle, decisivo qui che la xffipa revochi in questione due materie (Ennead. II, 4). Egli accetta, infatti, la tesi aristotelica secon
do cui Platone avrebbe identificato lo spazio e la materia (Platone dice
e neutralizzi l'opposizione semplice fra intellegibile e sen
nel Timeo che la materia UATI e la xffipa sono la stessa cosa>>, Phys.
- -

sibile, che si rivela inadeguata. Nell'esposizione aporetica 209 b, I 3); ma, in quanto si rende conto che la xffipa revoca in questione
della teoria delle idee nel Parmenide, Platone aveva mostrato l'opposizione fra il sensibile e l'intellegibile, deve ammettere l'esistenza
come l'assoluta separazione tra idee e sensibili (il pensarle di due materie, una intellegibile, che riguarda le idee, e una terrena, che
xropi, separatamente; Aristotele, riprendendo l'argomento riguarda i sensibili. Nel ragionamento bastardo del Timeo, egli vede
per la sua critica, parler di un XffiP tcrJ.t6, di una separazione) un tentativo di pensare l'assenza di forma della xffipa attraverso l'idea di
indefinito (optcr'tia). I l ragionamento che ne risulta <<bastardo>> pech
conduca a conseguenze assurde. Alle aporie del xropi e del
esso , nella stessa misura, un' inconoscenza (&vota) e un'afasia (cpacria);
XffiPHJJ..lo, Platone, forse rispondendo a critiche che gi cir e, tuttavia, esso contiene ancora qualcosa di positivo: Che cos' questa
colavano nell'Accademia, d, con un felice gioco di parole, indeterminatezza dell'anima ? Forse una inconoscenza e un'afasia ? Op
la risposta geniale della xffipa. N el punto in cui riusciamo pure l'indeterminatezza consiste in un certo discorso positivo (v l<:a
anesteticamente e impuramente a percepire non soltanto il 'ta<jlam::t nvi) e, come per l'occhio l'oscurit la materia di ogni colore
sensibile, ma il suo aver luogo, allora l'intellegibile e il sensi visibile, cos l'anima, togliendo dalle cose sensibili per cos dire ogni luce,
bile comunicano. L'idea, che non ha luogo n in cielo n in e non riuscendo pi a definire ci che resta, div\'!nta simile alla visione che
si ha nell'oscurit e s'identifica a quell'oscurit di cui ha come una visio
terra, ha luogo nell'aver luogo dei corpi, coincide con esso.
ne>> (Ennead. Il, 4, I o). Poche pagine prima, egli sottolinea il carattere
quanto Platone dice con inconsueta decisione poche ri
impervio del pensiero della materia come un procedere fino all'abisso di
ghe dopo: A ci che veramente, viene in aiuto un discorso ogni essere. Se ogni essere composto di materia e forma, il pensiero che
vero per la sua precisione, mostrando che, finch si tengono cerca di pensare la materia divide questa dualit fino a raggiungere un
I04 CHE cos' LA FILOSOFIA ? SUL DICIBILE E L ' IDEA I05

semplice che non pu pi dividere e, nella misura del possibile, lo separa, le affezioni di una sfera, non resta altro che la materia. Per
gli d spazio fino all'abisso (xwpci E t 13<i8o). L'abisso di ogni cosa questo Platone dice nel Timeo che la materia e la xropa sono
la materia. Per questo ogni materia oscura, poich il linguaggio luce e
la stessa cosa (Phys. 209 b 6- 1 1 ) . Che da parte di Aristote
il pensiero linguaggio. E poich vede il linguaggio su ogni cosa, giudica
che ci che sta sotto di esso tenebra, come l'occhio, che ha la forma
le si tratti di un fraintendimento non sembra dubbio: non
della luce, guardando la luce e i colori, ritiene oscuro e materiale ci che soltanto Platone non si serve per la definizione della xropa
nascosto dai color>> (ivi, II, 4, 5 ). di un procedimento astrattivo, ma Aristotele stesso sa per
In quella che sembra la descrizione accurata di un'esperienza misti fettamente che, come scrive subito dopo, a differenza della
ca, Plotino coglie in realt il fatto inconfutabile che il oytcrJ16 bastar materia, il luogo pu essere separato dalla cosa (la forma
do che permette l'accesso alla xo)pa ancora un'esperienza della lingua
e la materia non si separano - o xropisEtat - dalla cosa, il
(Kata<jlam il termine logico per l'affermazione, per il dire qualcosa
luogo s, ivi, 209 b 22-23), mentre Platone ha cura di di
di qualcosa). Il pensiero, attraversando il linguaggio significante fino al
suo limite - l'abisso - tocca la xropa, cio il puro aver luogo (nei termi stinguere ogni volta il terzo genere dal secondo, lo spazio
ni di Plotino, la materia) di ogni ente. Alla pura stazione della lingua dai corpi sensibili che in esso si generano.
nel limite della significazione, al nudo darsi della lingua, corrisponde il vero, tuttavia, che la concezione aristotelica della ma
puro aver luogo delle cose. teria stata cos influenzata dalla dottrina platonica della
xropa, che essa tende per molti aspetti a sovrapporsi a que
sta; ma, anche se si volesse incautamente accettare, come ha
20. fatto la tradizione successiva, dai neoplatonici fino a Car
tesio, la tesi della loro identificazione, si dovrebbe tuttavia
Come il fraintendimento dell'idea come un universa precisare che Platone pensa la materia non come res exten
le ha compromesso la possibilit di una sua corretta inter sa, ma come l'aver luogo di ciascun corpo. L'aver luogo di
pretazione, cosi l'identificazione aristotelica e neoplatoni un corpo ci che, diverso dal corpo, lo mette in qual
ca della xropa con la materia ha durevolmente influenzato che modo in rapporto con l'intellegibile: per questo l'idea
la storia della sua ricezione. Ed significativo che come il - l'intellegibilit o la dicibilit di ciascun ente - ha luogo
fraintendimento dell'idea coincide con la sua confusione nell'aver luogo del sensibile.
con l'astrazione (<j>aipccrt), allo stesso modo la xropa vie
ne intesa come ci che resta di un corpo se si fa astrazio
ne delle sue affezioni. In quanto il luogo sembra essere N Subito dopo il passo citato, Aristotele aggiunge che ci che capa

l'estensione (t<lO'tlla) della grandezza scrive Aristotele ce di partecipare (t LEtaT)1tttK6v) e la xo)pa sono la stessa cosa. Bench
nella Fisica esso materia ( UTJ), che altro dalla grandez (Platone) chiami ci che capace di partecipare in modi diversi nel Timeo
e nei cosiddetti insegnamenti non scritti (v to'i EYOJlVot ypa<jlot
za. ci che avvolto e definito dalla forma, come da un
My11acrtv), nondimeno egli ha affermato che il luogo e la xo)pa sono la
piano o da un limite. E questa appunto la materia e l'in stessa cosa. Tutti dicono che il luogo sia qualcosa, ma egli il solo che
,
definito ('t 6ptcrtov). Se togli infatti ( <j>atpTJ9'fl) il limite e ha cercato di dire che cosa>> (Phys. 209 b I o - I 6).
1 06 CHE COS ' LA FILOSOFIA ? SUL DICIBILE E L' IDEA

Anche se il termine J.1E'tUA111t'tt K OV non compare nel Timeo (Pla la costruzione della geometria, la cui conoscenza egli po
tone usa per, come abbiamo visto, per la partecipazione della xropa neva fra le condizioni necessarie per l'ingresso nell'Acca
all'intellegibile, un termine vicino: j.LE'tUAaj.Lavov), Aristotele sembra demia. Per questo, subito dopo aver definito la xo)pa, egli
qui far riferimento a una terminologia corrente nell'Accademia per
mostra come il demiurgo vi produca gli elementi attraverso
designare la xropa come ci che permette la partecipazione del sensi
bile all'intellegibile. Poche righe dopo, egli usa nuovamente il termi
triangoli isosceli e scaleni e secondo precisi rapporti nume
ne, questa volta per formulare un'obiezione: A Platone si deve chie rici (Tim. 5 3 a - 5 5 c).
dere, se lecita una digressione, perch le idee e i numeri non sono Tocchiamo qui le nozioni che stanno al fondamento del
in un luogo, se il luogo ci che capace di partecipar.e, che questo la concezione platonica della scienza. Il ragionamento>>
sia il grande e il piccolo oppure la materia, come scritto nel Timeo del geometra (J.oytcr116 - secondo il significato prevalente
(Phys. 209 b 3 3 - 2 1 0 a 1 ).
del termine tanto in greco che nell'uso platonico - dovreb
Se Platone, pur affermando che la xropa permette una partecipazio
be tradursi pi esattamente con calcolo) bastardo - cio
ne assai aporetica del sensibile all'intellegibile, non smentisce la tesi
secondo cui l'idea non ha luogo, ci perch, se l'idea avesse luogo nel pertinente insieme all'intellegibile e al sensibile - perch
la xropa, essa sarebbe allora - come ritiene Aristotele, che vede infatti non si riferisce immediatamente a dei corpi sensibili, ma al
nelle idee un inutile duplicato dei sensibili - un altro sensibile accanto loro puro aver luogo nello spazio. A differenza del oyo
ai corpi generati. Se si dice, invece, che l'idea non ha un luogo proprio, delle lingue naturali - e tuttavia contiguamente ad esso - il
ma ha luogo nell'aver luogo dei sensibili, l'idea e il sensibile saranno, oytcrll6<; della matematica permette di superare la debo
insieme, due e uno (aJ.1a m1nv Ka ouo). L'idea non n la cosa n
lezza dei nomi - che ci danno sempre insieme l'essere e la
un'altra cosa: la cosa stessa.
qualit di una cosa - grazie a un puro quanto di significa
zione, che significa, per, non una cosa o un concetto, ma
solo il darsi, il puro aver luogo di qualcosa.
2!.
La connessione essenziale fra la xropa e la lingua si mo
stra qui con chiarezza: la xropa - lo spazio e l'aver luogo di .
Pierre Duhem, nella sezione del suo Systme du monde
ciascuna cosa - ci che appare quando si tolgono l'uno
dedicata alla teoria platonica dello spazio, suggerisce che il
dopo l'altro gli elementi semantici del discorso verso una
ragionamento bastardo di cui questione nel Timeo non
dimensione puramente semiotica della lingua, non, per, in
sia altro che il ragionamento geometrico, che si fonda tanto
direzione di una scrittura, bens di una voce. La xropa ,
sulla VOT\crt che, attraverso l'immaginazione che lo accom
cio, la soglia in cui semiotico e semantico, sensibile e intel
pagna, sull' a'icr9rtcrt (Duhem I 9 I 3, p. 3 7 ). La straordinaria
legibile, numeri e idee sembrano, per un istante, coincidere.
conoscenza delle teorie scientifiche di Duhem ha qui colto,
Se l'idea coglie, nel nome, il limite del semantico, il lla9ftlla
contro l'interpretazione misticheggiante dei neoplatonici,
tocca, nella xropa, il limite del semiotico.
un punto essenziale della teoria della xc.pa. Va da s, infatti,
che Platone sapeva perfettamente, come Archita e i geometri
suoi contemporanei, che lo spazio ci che rende possibile
I 08 CHE COS ' LA FILOSOFIA ? SUL DICIBILE E L' IDEA I 09

22.
Un esame della definizione della monade nel libro VII (Def. I )

Un'analisi della terminologia della geometria greca for degli Elementi euclidei - f.J.Ova crttv, Ka8' fv EKacrtov t<>v ovtrov v
iyetat - conduce a analoghi risultati. Si rifletta alla singolare tauto
nisce dei riscontri illuminanti. Sia la definizione che apre
logia contenuta nella traduzione corrente: unit ci attraverso cui
gli Elementi di Euclide: <JT)J!Etov crnv, o J.tpo o'Ov.
ciascuno degli enti detto uno>> . Solo se si comprende che decisivo
La traduzione corrente punto ci di cui non vi parte qui l'esser detto>>, la definizione cessa di essere tautologica: la monade
non permette di cogliere il fatto in ogni senso decisivo che non un ente reale, ma ci che risulta dalla pura relazione signifi
punto si dice in greco segno ( <Jll J.tEtov) . La traduzio
. cante fra la parola e la cosa. Uno ci che detto, se si considera in
ne esatta sarebbe pertanto: vi un segno, di cui non vi se stessa la pura relazione fra il linguaggio e il suo relato. Per questo
parte . La nozione che fonda la geometria , cio, quella di Aristotele poteva scrivere che il matematico <<contempla gli attributi,
ma non in quanto si riferiscono a una sostanza: cio li separa (xropisEt).
quanto di significazione (Riemann dir con la consue
Attraverso il pensiero essi sono separabili dal movimento>> e aggiun
ta chiarezza: le parti determinate di un insieme, distinte geva che i sostenitori delle idee fanno la stessa cosa senza accorgerse
da una nota o da una demarcazione, si chiamano quanta). ne: <<Essi separano le cose naturali, che sono meno separabili di quelle
Ci tanto pi rilevante, in quanto sappiamo che sono stati matematiche (Phys. I 9 3 b 3 2 - 1 94 a I ). Separare gli attributi dal loro
proprio Platone e la sua scuola a affermare la necessit di riferimento a una sostanza significa disporre di un linguaggio - quello
sostituire il termine pi antico per punto, CJ'ttYJ.tll (la trac matematico, appunto - in grado di sospendere la sua denotazione, cio
il suo riferirsi a un determinato oggetto reale, tenendo per ferma la
cia lasciata da un oggetto con l'atto di CJ'ttsEtv, pungere)
nuda forma della relazione.
con <JT)J!Etov, per sottolinearne la connessione con la signi
ficazione linguistica: il punto non un ente materiale, ma
un quanto di significazione (cfr. Mugler 1 9 5 9).
23.
Ci implica, nell'intenzione platonica, che mentre la fi
losofia pu raggiungere l'idea - omonima ai sensibili - solo
Diventa comprensibile, in questa prospettiva, perch
attraverso il paziente attraversamento (la Settima lettera
l'ideale della scienza platonica abbia potuto essere espres
dice sfregando insieme) dei nomi, delle proposizioni e
so, nella testimonianza di Simplicio, attraverso il sintag
dei concetti, la matematica si muove invece su un piano
ma salvare le apparenze (1 <l>atVOJ.tEva crc{>sEtv). Nel suo
bastardo, in cui dei quanti di significazione - non delle
commento al De coelo di Aristotele, egli descrive in questi
parole, ma dei numeri - permettono di tenere aporetica
termini il problema che Platone assegnava alla scienza (in
ente insieme gli intellegibili e i sensibili. In questione per questo caso, all'astronomia): Platone, avendo ammesso
tl geometra non il corpo sensibile nel suo nome e nelle sue
in principio che i corpi celesti si muovono con un mo
qualit, ma il suo puro aver luogo indicato attraverso il dar
vimento circolare, uniforme e constantemente regolare,
si di un puro significante (un segno di cui non vi parte).
pose ai matematici questo problema: " Quali sono i mo
vimenti circolari, uniformi e perfettamente regolari che
I IO CHE C O S ' LA FILOSOFIA ? SUL DICIBILE E L' IDEA I I I

occorre prendere per ipotesi affinch si possano salvare pre nella stessa direzione, salvare le apparenze degli astri
le apparenze dei pianeti erranti (taaq>Sfvat 't 7tEp 'to erranti)) (ivi, pp. 2 5 -27).
1taVOJ..L VOU <)>atVOJ..lE Va) ? " )) (Duhem 1 908, p. 3 ) . Se, nella prospettiva della scienza platonica, le ipotesi ma
Se i l compito del matematico s i esaurisce con l a salva tematiche devono contentarsi di salvare le apparenze e non
zione delle apparenze, ci significa che, una volta raggiunto pretendere di identificarsi con la realt, ci perch la mate
lo scopo, egli deve guardarsi dall'identificare i movimenti matica si riferisce, in ultima analisi, a dei quanti di significa
supposti con quelli reali degli astri. Come scrive Duhem, zione e non a degli enti reali. Essa si situa sul limite semiotico
l'astronomia non coglie l'essenza delle cose celesti, ne for della lingua, ma non pu pretendere di scavalcarlo.
nisce soltanto un'immagine. E questa immagine non esat
ta, ma solo approssimativa . . . Gli artifici geometrici che ci
servono da ipotesi per salvare i movimenti apparenti degli
astri non sono n veri n verosimili. Sono dei puri concetti
che non possono essere trasformati in realt senza formu Solo questa situazione dei numeri e delle idee rispetto
lare delle assurdit)) (ivi, p. 23). al linguaggio permette di far ordine nel controverso pro
Per questo Simplicio pu affermare che il fatto che astro blema di come Platone abbia inteso il rapporto fra le idee
nomi propongano ipotesi diverse per spiegare uno stesso e i numeri. Come ogni volta che in questione sono i co
fenomeno non costituisce un problema: evidente che il siddetti insegnamenti non scritti, le testimonianze antiche
fatto che le opinioni divergano quanto alle ipotesi non sono non meno contrastanti delle opinioni degli studiosi
un'obiezione. Lo scopo che ci si propone di sapere quali moderni. Lo stesso Aristotele, che pure ci informa che Pla
ipotesi riescano a salvare le apparenze. Non bisogna stupir tone distingueva accanto agli oggetti sensibili e alle idee,
si se altri astronomi abbiano cercato di salvare i fenomeni come medio (J..LE'tal;u) fra di essi, gli elementi matematici
a partire da ipotesi diverse . . . Per salvare le irregolarit, gli delle cose ('t J..La9ftJ..LanK 'trov 7tpayJ,uhrov), i quali differiscono
astronomi immaginano che ogni astro si muova con pi dai sensibili perch immobili ed eterni e dalle idee perch ve ne
movimenti; gli uni ipotizzano movimenti secondo eccen sono molti simili, mentre ciascuna idea in s una e singolare))
trici ed epicicli, altri invocano le sfere omocentriche . . . Ma sembra avvicinare i numeri e le idee fin quasi a confonderli,
come non si considerano reali le stazioni e i movimenti re quando afferma che come i Pitagorici, Platone diceva che i
trogradi dei pianti n le addizioni e sottrazioni di numeri numeri sono causa della oaia delle altre cose)) (Metaph. 98 7
che si riscontrano nello studio dei movimenti, anche se gli b 1 4-2 5 ). Alessandro di Afrodisia, nel Commento alla Me
astri sembrano muoversi in quel modo, cos una esposizio tafisica di Aristotele, identifica decisamente idee e numeri:
ne conforme alla verit non considera le sue ipotesi come se l numeri sono i primi fra gli enti. E poich le forme sono
fossero reali . . . gli astronomi si contentano di giudicare che prime e le idee sono prime rispetto alle cose che esistono in
possibile, attraverso movimenti circolari, uniformi e sem- relazione ad esse e da esse hanno l'essere [ . . . ] (Platone) disse
1 12 CHE COS ' LA FILOS OFIA ? SUL DICIBILE E L' IDEA IIJ

che le idee sono numeri ( 't E'i<i11 pt8f.to' EEyEv) [ . . . ] . Inol semantico a u n determinato oggetto reale - l a matematica
tre le idee sono principi delle altre cose, mentre principi delle pu apparire come la forma pi pura dell'antologia. Di qui
idee, che sono numeri, sono i principi dei numeri e principi i ricorrenti tentativi di identificare antologia e matematica,
dei numeri diceva essere l'unit e la dualit (Alessandro di di cui un esempio recente la tesi di Alain Badiou secondo
Afrodisia 1 89 1 , p. 5 6). Contro di lui Simplicio obietta, per, cui, poich le matematiche sono l'antologia ( 1 9 8 8 , p. 1 0),
non senza ragione, che mentre del tutto verosimile che possibile riscrivere la filosofia prima nei termini della teoria
Platone dicesse che principi di tutte le cose sono l'uno e la degli insiemi. Contro questa confusione di due piani pros
dualit indeterminata [ . . . ] da ci non pu conseguire che egli simi, ma distinti, occorre ricordare che l'antologia - am
dicesse che la dualit indeterminata, che chiamava grande e messo che abbia senso definire nel suo pensiero qualcosa
piccolo intendendo con questo la materia, sia principio an come un'antologia - comincia propriamente per Platone
che delle idee, dal momento che egli limitava la materia al solo soltanto col piano dei nomi. La sua filosofia, almeno per
mondo sensibile [ . . . ] e aveva del resto anche detto che le idee quanto ci dato sapere, si situa decisamente sul piano della
sono conoscibili col pensiero e la materia invece "credibile lingua naturale e cerca di orientarsi in esso, senza mai ab
con un ragionamento bastardo" (Simplicio 1 8 82, p. 1 5 1 ). La bandonarlo, attraverso un paziente e prolungato esercizio
neutralizzazione della dicotomia fra idee e sensibili resa pos dialettico per risalire in ultimo alle idee, che sono e restano
sibile dalla xo)pa - la quale anche condizione di possibilit omonime ai sensibili. Naturalmente anche la matematica
della geometria e della matematica - conduce in Alessandro presuppone il linguaggio (della matematica di un mondo
a un appiattimento dei numeri sulle idee, contro il quale rea senza linguaggio noi non sappiamo strettamente nulla):
gisce fermamente Simplicio. essa non si situa per semplicemente, come la dialettica,
Le contraddizioni si risolvono se si osserva che idee e nu all'interno del linguaggio, ma si tiene nella pura relazione
meri - antologicamente vicini - sono tuttavia chiaramente fra linguaggio e mondo, nella nuda significazione senza si
distinti in quanto si situano rispetto al linguaggio in due di gnificato. Al darsi dei corpi sensibili nel nome, corrispon
verse regioni. Mentre le idee non possono staccarsi del tutto de la loro pura posizione (8cru;), il loro aver luogo nella
dai nomi, i simboli matematici sono ci che risulta dal puro xropa. In quanto guardano entrambi alla conoscibilit del
darsi del linguaggio, essi sono, cio, dei quanti di significa mondo, il matematico e il filosofo dimorano vicinissimi:
zione che esprimono il darsi della relazione significante tra diverse e difficilmente comunicanti sono, per, come per
linguaggio e mondo, senza alcuna denotazione concreta. il p o eta e il filosofo, le esperienze del linguaggio in cui essi
Idea e numero, filosofia e matematica si situano, cio, in due SI muovono.

diverse esperienze dei limiti del linguaggio: l'idea il limite


del semantico, mentre il numero il limite del semiotico.
In questo senso - in quanto esprime la nuda relazione se
miotica fra linguaggio e mondo al di qua di ogni riferimento
1 14 CHE C O S' LA FILOSOFIA ? SUL DICIBILE E L'IDEA 115

costo la lingua naturale, escludendo da essa come poetico


ci che pure le appartiene costitutivamente; dall'altra - di
Se scienza e filosofia smarriscono la coscienza della loro menticando che la filosofia, pur dimorando nella lingua, in
prossimit e della loro differenza, esse perdono nella stes quanto risale in essa fino al suo principio musaico (, anzi,
sa misura ogni consapevolezza dei propri compiti rispettivi. essa stessa Musa: a''t'l il Mouaa) deve metterne incessante
Poich, se la definizione platonica della loro aporetica re mente in questione i limiti - si finisce con l'invocare, in un
lazione vera, esse possono perseguire il loro fine soltanto gesto simmetricamente opposto, il deus ex machina della
mantenendosi in una reciproca tensione. La filosofia, come poesia come se fosse un principio esterno.
contemplazione delle idee nei nomi, deve costantemente E solo a partire da questa aporia, cio dalla perdita del
spingersi al di l di questi verso i limiti del linguaggio, che, passaggio (nopo) e dell'esperienza (nEpa) che potrebbero
tuttavia, non pu superare con la propria terminologia, cos ricongiungere filosofia e scienza, si pu spiegare il dominio,
come la scienza, che cerca di salvare i fenomeni che la causa in apparenza illimitato, di una tecnica che tanto i filosofi
errante (nJ..avoVTJ ai-ria, Plat. Tim. 48 a) continuamente che gli scienziati sembrano osservare sbigottiti. La tecnica
mescola e confonde, non pu che tendere - senza mai com non una applicazione della scienza: essa il prodotto
pletamente riuscirvi - a tradurre il suo discorso in quello del conseguente di una scienza che non pu n vuole pi salvare
le lingue naturali (l'esperimento il luogo in cui si compie le apparenze, ma tende ostinatamente a sostituire le sue ipo
questa traduzione). tesi alla realt, a realizzarle . La trasformazione dell' espe
Il paradigma della scienza platonica, che non mai del rimento, che ha ora luogo attraverso macchinari cos com
tutto scomparso dalla scienza occidentale, attraversa oggi plessi, che non hanno pi nulla a che fare con le condizioni
una crisi di cui non sembra possibile venire a capo. La ri reali, ma si propongono di forzarle, mostra eloquentemente
nuncia della scienza all'esposizione linguistica - divenuta che la traduzione tra i linguaggi non pi in questione. Una
evidente con la fisica postquantica - va di pari passo all'in scienza, che rinuncia a salvare le apparenze, non pu che
capacit della filosofia di misurarsi con i limiti del linguag mirare alla loro distruzione; una filosofia, che non si mette
gio. A una filosofia senza pi idee, cio puramente concet pi in gioco, attraverso le idee, nella lingua, smarrisce la sua
tuale, che diventa per questo una sempre pi inutile ancilla necessaria connessione col mondo sensibile.
scientiae, corrisponde una scienza che non riesce a pensare
il suo rapporto con la verit che dimora nelle lingue na
turali. La divisione della filosofia in due campi - perfino 26.
istituzionalmente e geograficamente incomunicanti - che
si accetta come scontata, rispecchia la perdita dell'elemento La teoria della xcpa riappare nel XVII secolo in un singo
- la xropa della lingua - in cui esse avrebbero potuto comu lare incrocio di teologia e scienza nei platonici di Cambridge.
nicare. Da una parte si cerca cos di formalizzare ad ogni Nel carteggio fra il pi visionario di essi, Henry More, e
I I6 CHE C O S ' LA FILOSOFIA? SUL DICIBILE E L' IDEA I 17

Cartesio, il termine xo)pa non mai pronunciato e, tuttavia, e teologia a questo punto coincidono e More pu elencare
si tratta appunto per More di rivendicare contro Cartesio una serie di nomi)) o titoli)) divini che convengono perfet
l'irriducibilit dello spazio alla materia. Se si identificano, tamente allo spazio divinizzato: Uno, Semplice, Immobile,
come fa Cartesio, estensione e materia, non vi pi posto Eterno, Perfetto, Indipendente, Esistente in s, Sussisten
per Dio nel mondo. Esiste, invece, un'estensione non ma te di per s, Incorruttibile, Necessario, Immenso, lncreato,
teriale che un attributo dell'essere come tale. La ragione Onnipresente, Incorporeo, Permeante e Abbracciante ogni
che mi fa credere egli scrive a Cartesio appropriandosi, per cosa. E ometto)) egli aggiunge che i cabalisti chiamano
rovesciarla, della sua definizione della materia che Dio sia, Dio Makom, cio il luogo)) (ivi, p. 7 1 ).
a suo modo, esteso, che egli dovunque presente e riempie lecito scorgere nella definizione di questo spazio di
intimamente tutta la macchina del mondo e ciascuna delle vinizzato qualcosa di pi che un'eco delle parole che con
sue parti. Come potrebbe, infatti, comunicare il movimento cludono il Timeo, dove la xropa, che ha ricevuto in s tut
alla materia [ . . . ] se non la toccasse per cos dire precisamen ti i viventi mortali e immortali))' descritta come un dio
te o non l'avesse una volta toccata ? [ . . . ] Dio dunque esteso sensibile (8E aicr8rrto) immagine dell'intellegibile))' che
e a suo modo espanso: Dio , per conseguenza, una cosa abbraccia tutte le cose visibili)) ed immenso e suprema
estesa (Deus igitur suo modo extenditur atque expanditur; mente buono, bellissimo e perfettissimo)) (92 c). questo
ac proinde est res extensa) (Descartes 1 9 5 3 , pp. 96-98). Vi luogo divino di tutti gli esseri, questo spazio assoluto che
, cio, per More, una estensione divina (divina extensio ), N ewton qualche anno dopo definir nella sua Ottica con
per caratterizzare la quale egli invoca, insieme ai platonici un'immagine ardita come il sensorium di Dio: Vi un es
(cum platonicis suis), i versi di Virgilio che diventeranno sere incorporeo, vivo, intelligente e onnipresente che, nello
pi tardi l'insegna del panteismo: totamque infusa per ar spazio infinito come se fosse nel suo sensorium, vede inti
tus l mens agitat molem et magno se corpore miscet (ivi, p. mamente le cose stesse, le percepisce e comprende perfetta
r eo) . Questo spazio assoluto, infinito ed immobile, in cui, mente nella loro presenza immediata a se stesso)) (N ewton
come nella xo)pa platonica, si producono tutti i movimenti r 706, p. 3 r 2; cfr. Koyr r 962, p. 20 r ) .
e tutti i fenomeni, qualcosa che noi non possiamo immagi
nare che non sia (disimagine, disimmaginare, More 1 6 5 h
p. 3 3 5 ) e, nel pensiero di More, esso tende a identificarsi
progressivamente con Dio: Questa Estensione infinita e
immobile qualcosa non soltanto reale, ma anche divino Gi quattro secoli prima, due menti eccezionali, di cui
(Divinum quiddam). In questo modo, egli osserva non conosciamo poco pi che il nome, avevano identificato
senza ironia, egli fa rientrare Dio nel mondo attraverso la senza riserve Dio e la xropa. Di Amalrico di Bne non ci
stessa porta, da cui la filosofia cartesiana aveva pensato di stato conservato alcuno scritto; sappiamo per da fonti
cacciarlo))' cio la res extensa (More r 67 r , p. 69). Metafisica e citazioni indirette, che egli interpretava l'affermazione
II8 CHE C O S ' LA FILOSOFIA ? SUL DICIBILE E L' IDEA I 19

paolina secondo cui Dio tutto in tutte le cose in senso Dio stesso accessibile ai sensi al di l di s e stesso, come
radicalmente panteista e, insieme, come uno svolgimento hanno detto Platone, Zenone, Socrate e molti altri, allora la
teologico della dottrina platonica della xropa. La fonte che materia del mondo Dio stesso, e la forma che avviene alla
gli attribuisce la tesi panteista, ne irride le conseguenze: se materia non altro che Dio che fa se stesso sensibile .
Dio tutto in tutte le cose, allora Dio pietra nella pietra, Attraverso l a materia - xropa -, Dio e l a mente s i iden
talpa nella talpa e pipistrello nel pipistrello e dovremmo, tificano. Solo nella prospettiva panteista del venir meno
allora, adorare la talpa e il pipistrello. L'anonimo polemi dell'opposizione fra Dio e il mondo, la teoria della xropa
sta cita, per, poco dopo le tesi di Amalrico che ci per trova la sua verit ultima; e, per converso, solo se lo si fon
mettono di interpretare correttamente la sua intuizione e da in una teoria della xropa, il panteismo acquista il suo au
di riportarle alla loro fonte platonica: Tutto ci che in tentico, impareggiabile senso.
Dio, Dio; ma tutte le cose sono in Dio . . . dunque Dio
tutte le cose. Dio tutte le cose, perch, come la xropa,
il luogo di tutte le cose. Dio in ciascuna cosa come il
luogo in cui ciascuna cosa : egli l'aver-luogo di ogni
ente e, per questo e soltanto per questo, si identifica con Il dicibile conosce una non precaria resurrezione nel XIV
esso. Divine non sono la talpa o la pietra: divino l'es secolo con Gregorio da Rimini. I filosofi e i teologi discute
ser talpa della talpa, l'esser pietra della pietra, il loro puro vano se l'oggetto della conoscenza fosse la proposizione (il
aver luogo in Dio. plesso linguistico-mentale in cui essa si esprime) o una realt
Di Davide di Dinant, la lettura delle cui opere viene pro extra animam. Tra i due termini di questa falsa alternativa il
bita nel I 2 I 5 dagli statuti dell'universit di Parigi insieme a genio di Gregorio inserisce un tertium: il vero oggetto della
quelle degli Amalriciani, ci stato conservato, tra i fogli dei conoscenza - e, di conseguenza, la verit di cui ne va nel lin
suoi Quaternuli che riguardano soprattutto questioni di fi guaggio - non la proposizione (l'enuntiatum) n un ogget
sica e di medicina, lo straordinario frammento che gli edito to esistente fuori della mente, ma l' enuntiabile o il complexe
ri hanno intitolato Hyle mens deus, Materia, mente, dio. significabile o il significato della proposizione, il cui partico
Qui, con un colpo di genio che Tommaso definisce follia, lare modo di essere egli si sforza di definire al di l dell'essere
egli afferma, allegando l'autorit del passo sopracitato del e del non essere, della mente e della realt extramentale. In un
Timeo, 1' assoluta identit di Dio, mente e materia (UTl, se passo delle Categorie ( I 2 b 5 - I 6), Aristotele aveva scritto che
condo la tradizione post-aristotelica, nomina qui la xffipa): mentre l'affermazione e la negazione (ad esempio: siede o
Da ci si deduce che la mente e la materia sono la stessa non siede) sono dei discorsi (A.Oyot), la cosa (npayf.!a) che
cosa. Con ci concorda Platone, dove dice che il mondo in questione in esse (che Aristotele esprime con l'infinito:
un dio sensibile. La mente, di cui parlo e che affermo essere l'esser seduto o il non essere seduto) non un discorso.
una e impassibile, non altro che Dio. Se dunque il mondo Commentando questo passo, Gregorio ne deduce che vere o
1 20 CHE C O S ' LA FILOSOFIA ? SUL DICIBILE E L' IDEA 121

false non sono le proposizioni e nemmeno le cose reali, ma altro modo di esprimerla, la verit di cui ne va per noi uomini
l'enunciabile o il significabile che, sull'esempio di Aristotele, parlanti - non n un fatto reale n un ente soltanto mentale,
egli esprime con una proposizione infinitiva l'esser uomo e neppure un mondo dei significati: , piuttosto, un'idea, un
asino o il non essere l'uomo asino. puramente dicibile, che neutralizza radicalmente le sterili op
Decisivo qui il modo in cui Gregorio concepisce l'es posizioni mentale/reale, esistente/non esistente, significante/
sere di questo tertium, che, in quanto non coincide n con significato. E questo - e non altro - l'oggetto della filosofia
la proposizione n con l'oggetto esterno, rischia di apparire e del pensiero.
come un nulla. La cosa che in questione nella proposizio
ne vera l'uomo bianco non - suggerisce Gregorio - n la
cosa uomo n la cosa bianco, n la loro congiunzione Molti secoli dopo, il complexe significabile di Gregorio da Rimini

logica attraverso la copula, bens una res sui generis - l'es riappare - nella sua formulazione forse terminologicamente pi inven
tiva - in Alexius Meinong. Questo allievo di Brentano, che scelse lo
sere uomo bianco, che non sta n nella mente n nella re
pseudonimo Meinong per nascondere la sua appartenenza alla nobilt,
alt, ma in qualche modo al di l dell'esistenza e della non si propone di definire una disciplina che fin allora non era mai stata
esistenza. Cos, anche nel caso della tesi metafisica: Dio concepita>>, cio una scienza che elabora i suoi oggetti senza limitar
(Deus est), l'enunciabile (o complexe significabile) che si al caso particolare della loro esistenza>> (Meinong 1 92 1 , p. 8 2). Egli
le corrisponde - Dio essere (Deum esse) - non altro, chiama oggettivi>> (Objektive) questi oggetti puri della conoscenza,
cio un'altra entit rispetto a Dio (alia entitas quam Deus) che delimitano una regione della realt indifferente al problema dell'e
e, tuttavia, non Dio, n, in generale, alcuna entit (Sent., sistenza (daseinsfrei) e per i quali vale pertanto l'assioma: <<si danno
oggetti, per i quali vero che oggetti del genere non si danno>> . Anche
I, dist. I, quaest. r , art. r; cfr. Dal Pra 1 9 74, p. 1 46).
se Meinong sceglie a volte i suoi esempi fra i concetti impossibili come
curioso che gli storici della filosofia, che si sono occupa
la montagna d'oro, il <<cerchio quadratO>> o la chimera, egli chiama
ti del problema, non abbiano rilevato l'evidente connessione per eccellenza obiettivi>> quei contenuti delle proposizioni (<<la neve
terminologica col AEK'tV e col dicibile della tradizione stoica bianca>> o <<il blu non esiste>>), la cui consistenza egli, come i suoi
(che, tramite la Dialectica di Agostino, non erano ignoti al Me predecessori medievali, non situa n in re n nella mente, ma in una no
dioevo). Essi affermano che il significabile di Gregorio implica man 's land, che egli chiama <<quasiessere (Quasisein) o fuoriessere>>
(Aussersein). Ci di cui ne va nel linguaggio una cosa senza patria>>
un'esistenza del tutto particolare, che non coincide n con
(heimatlos), che non appartiene n all'essere n al non-essere.
le entit del mondo esterno n con le semplici entit mentali La scienza dell'oggetto, che, in quanto scienza generale del non-reale,
costituite dai termini o dalle proposizioni, ma d luogo a un si potrebbe supporre complementare, come suggerisce il suo inventore,
mondo dei significati (Dal Pra 1 974, p. 14 5 ) ; ma non si accor alla metafisica come scienza generale del reale, assomiglia certamente
gono che ci che qui riaffiora alla consapevolezza filosofica alla patafisica che, esattamente negli stessi anni, Jarry definiva come
lo stesso problema con cui Platone si era misurato attraverso <<scienza di ci che si aggiunge alla metafisica>> . In ogni caso significa
le idee e che gli stoici avevano ripreso col loro dicibile. La ve tivo che, alla fine della storia della filosofia occidentale, la sopravviven
za di ci che, nel suo momento iniziale, definiva l'oggetto per eccellen
rit che si esprime nel linguaggio - e, poich noi non abbiamo
za del pensiero debba essere cercata in concezioni che la storiografia
1 22 CHE C O S ' LA FILOSOFIA?

filosofica rubrica in una posizione quanto meno marginale. Eppure nel


<<fuoriessere di Meinong vibra certamente un'eco - labile, sommessa e
probabilmente inconsapevole - dell'intenzione che Platone aveva affi
dato al suo 7tKnva 't'i oaia.

Sullo scrivere proemi


Nella Terza lettera (3 1 6 a), Platone dichiara di essersi oc
cupato abbastanza seriamente dei proemi delle leggi (nep
trov v6J.u:ov npooiJ..tt a crnouacravta J.l.E tpi ro) . Che si trat
tasse di una vera e propria attivit di scrittura, risulta da
quanto egli aggiunge poco dopo: Ho sentito dire che in
seguito alcuni di voi hanno rielaborato questi proemi, ma
la diversit fra le due parti [scii. quella scritta da me e quella
rielaborata da altri] apparir chiara a chi sa riconoscere il
mio carattere (t J.LV Oo) . Se si considera che, nella Set
tima lettera, Platone sembra gettare un sospetto di scarsa
seriet su ogni tentativo di mettere per iscritto argomenti
filosofici (il sospetto potrebbe riguardare anche i suoi dia
loghi), possibile che egli fosse convinto che la redazione
di quei proemi (che gli apparteneva, come suggerisce, in
modo inconfondibile) fosse tra le poche scritture serie che
egli aveva prodotto nella sua lunga vita. Queste scritture
sono, purtroppo, perdute.

Nelle Leggi, una delle sue opere pi tarde, Platone, gio


cando sul doppio significato di VOJ.Lo (composizione musi
cale cantata in onore di un dio e legge), torna al problema
dei proemi delle leggi (e questo fa pensare che la lettera sia
I 26 CHE COS ' LA FILOSOFIA ? SULLO SCRIVERE P ROEMI 1 27

autentica). In tutti i discorsi e in tutto ci cui partecipa la speciale che Platone assegna qui al proemio vada al di l
voce dice l'interlocutore del dialogo designato come l'A dell'ambito della legislazione in senso stretto. quanto l'A
teniese vi sono proemi (7tpooiJHa) e, per cos dire, degli teniese sembra almeno suggerire subito dopo, presentando
esercizi preparatori ( vaKtvflcrEt), che contengono un cer tutto il dialogo che seguir come un preludio: Non stiamo
to tentativo d'inizio conforme all'arte (evtEXVov), utile per a indugiare ma, tornando sull'argomento, cominciamo, se vi
ci che seguir dopo. Anche nei cosiddetti voot citaredici piace, da quello che dianzi ho detto senza alcuna intenzione
e in ogni specie di musica precedono preludi mirabilmente di fare proemi. Riprendiamo dunque da capo - come dicono
elaborati. Ai voot veri e propri [cio le leggi], invece, che i giocatori, la seconda prova meglio della prima - per fare
diciamo essere quelli politici, nessuno ha premesso alcun un proemio e non un discorso (oyo) a caso. Rimanga cos
proemio n, avendolo composto, l'ha poi portato alla luce, convenuto che cominciamo con un proemio [ . . . ] (723 d-e).
come se questo non fosse conforme a natura. La conversa Se gi la conversazione che si era svolta fin allora era in verit
zione che abbiamo avuto significa invece, a me pare, che lo soltanto un proemio, ora lo scopo fare consapevolmente
e che le leggi di cui abbiamo parlato [quelle fatte per gli un proemio e non un discorso.
uomini liberi], che a me parvero dianzi doppie, non sono Come, in una buona legge, si devono distinguere, secondo
semplicemente tali, ma sono due cose: leggi e proemi di Platone, un proemio e un oyo in senso stretto (il coando ),
leggi. Il comando (E7titaya) tirannico, che abbiamo pa cos anche in ogni discorso umano possibile distinguere un
ragonato alle prescrizioni di quei medici che chiamavamo elemento proemiale da un elemento propriamente discorsivo
non liberi, appunto la legge pura (aKpa'to, non mescola o prescrittivo. Ogni parola umana proemio (1tpooiwv) o di
ta); ci che viene prima, che abbiamo chiamato l'elemento scorso (Jryo), persuasione o comando, e pu essere oppor
persuasivo (1tEtcrnK6v), in quanto serve a persuadere, ha la tuno, parlando, mescolare i due elementi o tenerli distinti.
stessa funzione dei proemi che si fanno nei discorsi. Poich
tutto questo discorso che il legislatore fa cercando di per
suadere, mi pare che sia fatto allo scopo di disporre colui al Se il linguaggio umano consta di due elementi diversi,
quale egli indirizza la legge ad accogliere benevolmente il a quale di essi apparterr il discorso filosofico ? Le parole
suo comando, cio la legge. Perci questo pu dirsi a ragio dell'Ateniese (fare un proemio e non un discorso) sem
ne costituire il proemio (1tpooiwv), non il discorso (oyo) brano suggerire senza riserve che il dialogo Leggi - e, quindi,
della legge [ . . . ] . Il legislatore deve aver cura prima di tutte forse, ciascuno dei dialoghi che Platone ci ha lasciato - sia da
le leggi e per ciascuna di esse, di fare un proemio, in modo considerare semplicemente come un proemio.
che esse differiscano tra di loro come le due leggi di cui Come una legge pura (aKpa'to, non mescolata), cio sen
parlavamo prima (722 d - 723 b). za proemio, tirannica, tirannico anche un discorso privo
L'accenno ai discorsi in generale (tutto ci cui partecipa di proemi, che si limiti a formulare teorie, per quanto cor
la voce) e ai voot musicali lascia inferire che lo statuto rette esse possano essere. Questo spiegherebbe l'ostilit di
!28 CHE COS ' LA FILOSO FIA ? SULLO SCRIVERE PROEMI 129

Platone verso l'enunciazione di teorie e di opinioni vere e essa stata sempre considerata - a torto o a ragione - come
il suo ricorrere di preferenza al mito piuttosto che all'ar un testo mistico particolarmente oscuro.
gomentazione logica. La parola filosofica essenzialmente
e costitutivamente proemiale. Essa l'elemento proemiale
che deve essere presente in ogni discorso umano. Ma se il Il carattere proemiale della parola filosofica non signi
proemio della legge precede e introduce la parte normativa fica, pertanto, che esso rimandi a un discorso filosofico
della legge - le prescrizioni e i divieti - di che cosa la parola post-proemiale, ma si riferisce alla natura stessa del linguag
filosofica costituisce il proemio ? gio, alla sua debolezza (ot t tffiv oyrov cr8c.v, Plat. -
Epist. VII, 3 4 3 a 1 ) ogni volta che esso sia chiamato a con
frontarsi con i problemi pi seri. La filosofia , cio, proe
Secondo una tradizione che studiosi moderni hanno ri mio, non a un altro discorso pi filosofico, ma, per cos dire,
preso, accanto agli scritti essoterici di Platone - i dialoghi - al linguaggio stesso e alla sua inadeguatezza. Ma, proprio
circolavano nell'Accademia delle dottrine esoteriche, che per questo - in quanto, cio, esso dispone di una consistenza
il filosofo avrebbe formulato in forma assertiva. In questa linguistica propria, che quella proemiale - il discorso filo
prospettiva, i dialoghi che conosciamo potrebbero essere sofico non un discorso mistico, che, contro il linguaggio,
considerati come proemi e introduzioni alle dottrine esote prenda partito per l'ineffabile. La filosofia , cio, quel di
riche che gli studiosi cercano di ricostruire in forma neces scorso che si limita a far da proemio al discorso non filosofi
sariamente discorsiva. Se, tuttavia, quanto Platone dice co, mostrandone l'insufficienza.
nelle Leggi deve essere preso sul serio, se il carattere di
proemialit consustanziale alla filosofia, allora impro
babile che egli abbia potuto formulare in forma assertoria Cerchiamo di svolgere al di l del contesto platonico la
le dottrine che gli stavano pi a cuore. Anche le dottri tesi della natura proemiale del discorso filosofico. La filo
ne esoteriche - ammesso che esse esistessero - dovevano sofia quel discorso che riporta ogni discorso al proemio.
avere una forma proemiale. N el solo testo conservato in Generalizzando, si potrebbe dire che la filosofia si identi
cui si rivolge a degli intimi per esporre il suo pensie fica con l'elemento proemiale del linguaggio e si attiene ri
ro - la Settima lettera - Platone non soltanto esclude di gorosamente ad esso. Evita, cio, di trapassare in discorso o
poter mettere per scritto o anche solo comunicare in forma in comando, di enunciare sriamente tesi o proibizioni. (La
di scienza ci che gli sta veramente a cuore, ma la celebre critica paolina del comando - vtofl - della legge nella
digressione filosofica (che egli chiama discorso vero, ma Lettera ai Romani pu essere vista come un tentativo di
anche mito e divagazione - j.tu8o Ka navo) che egli purificare la legge dal comando per riportarla alla sua natu
introduce a questo punto per spiegare perch ci sia impos ra proemiale, cio persuasiva). L'uso del mito e dell'ironia
sibile, formulata in termini cos poco argomentativi che in Platone va visto in questa prospettiva: esso ricorda a chi
130 CHE cos' LA FILOSOFIA ? SULLO SCRIVERE PROEMI 131

parla e a chi ascolta il carattere necessariamente proemiale tutivamente proemio e, tuttavia, l'affare della filosofia non
di ogni discorso umano che abbia a cuore la verit. L' ele l'indicibile, ma l'im-predicibile, ci che non pu essere
mento filosofico in un discorso quello che testimonia di detto in un proemio; adeguato allo scopo, cio veramen
questa consapevolezza, non nel senso dello scetticismo, che te filosofico, sarebbe soltanto un epilogo. Il proemio deve
mette in questione la stessa verit, ma in quello della ferma trasformarsi in epilogo, il preludio in postludio: in ogni
intenzione di attenersi al carattere necessariamente proe caso, per, il .oyo assente, il ludus non pu che mancare.
miale e preparatorio di ci che si va dicendo.
Anche il proemio, tuttavia, per quanto cerchi scrupolosa
mente di mantenersi nei propri limiti, non pu, alla fine, che Tutto quello che il filosofo scrive - tutto quello che ho
mostrare la sua insufficienza, che coincide, del resto, con la scritto - non che un proemio a un'opera non scritta o - che
sua natura preliminare e, quindi, per forza di cose inconclu , in fondo, lo stesso - un postludio il cui ludus assente.
dente. Ci appare con chiarezza proprio alla fine delle Leggi, La scrittura filosofica non pu che avere natura proemiale
quando, dopo aver trattato apparentemente ogni dettaglio o epilogale. Ci significa, forse, che essa non ha a che fare
della costituzione della citt e della vita dei cittadini, il dia con ci che si pu dire attraverso il linguaggio, ma col .oyo
logo si conclude nella consapevolezza che il pi importante stesso, col puro darsi del linguaggio come tale. L'evento, che
resta ancora da fare. Secondo un gesto caratteristico del tar in questione nel linguaggio, pu essere solo annunciato o
do Platone, questa tesi viene formulata nella forma ironica congedato, mai detto (non che esso sia indicibile - indicibi
di uno scherzo e di un gioco di parole: N o n possibile le significa solo im-predicibile; esso coincide, piuttosto, col
spiega l'Ateniese legiferare su queste cose, se prima non si darsi dei discorsi, col fatto che gli uomini non cessano di par
fatto ordine; solo allora si potr legiferare su chi deve avere larsi l'un l'altro). Ci che del linguaggio si riesce a dire solo
l'autorit suprema. La dottrina sulla preparazione di queste prefazione o postilla e i filosofi si distinguono secondo che
cose pu infatti riuscir bene, solo dopo un lungo stare in preferiscano la prima o la seconda, si attengano al momento
sieme (1to..lV cruvoucriav, le stesse parole in cui la Settima poetico del pensiero (la poesia sempre annuncio) o al gesto
lettera compendia la condizione del raggiungimento della di chi, in ultimo, depone la lira e contempla. In ogni caso,
verit), [ . . . ] non sarebbe giusto, per, dire che le cose che ri ci che si contempla il non-detto, il congedo dalla parola
guardano questo argomento siano indicibili (1topprrra ): esse coincide con il suo annuncio.
sono piuttosto im-pre-dicibili (7tpoppTJta, che non si posso
no dire prima), in quanto, pre-dicendole, (7tpoppTJ9vta) non
si mette nulla in chiaro (968 e).
La natura proemiale del dialogo viene cos ribadita, ma,
insieme, si afferma che solo un discorso che venga dopo
- cio un epilogo - quello decisivo. La filosofia costi-
Appendice
La musica suprema. Musica e politica
I.

La filosofia pu darsi oggi solo come riforma della mu


sica. Se chiamiamo musica l'esperienza della Musa, cio
dell'origine e dell'aver luogo della parola, allora in una certa
societ e in un certo tempo la musica esprime e governa la
relazione che gli uomini hanno con l'evento di parola. Que
sto evento, infatti - cio l' arcievento che costituisce l'uomo
come essere parlante - non pu essere detto all'interno del
linguaggio: pu soltanto essere evocato e rammemorato mu
saicamente o musicalmente. Le muse esprimevano in Grecia
questa articolazione originaria dell'evento di parola, che, av
venendo, si destina e compartisce in nove forme o modalit,
senza che sia possibile per il parlante risalire al di l di esse.
Questa impossibilit di accedere al luogo originario della pa
rola la musica. In essa viene all'espressione qualcosa che
nel linguaggio non pu essere detto. Com' immediatamen
te evidente quando si fa o si ascolta musica, il canto celebra
o lamenta innanzitutto una impossibilit di dire, l'impossi
bilit - dolorosa o gioiosa, innica o elegiaca - di accedere
all'evento di parola che costituisce gli uomini come umani.
APPENDICE LA MUSICA SUPREMA. MUSICA E POLITICA 137

N L'inno alle Muse, che fa da proemio alla Teogonia di Esiodo, mo tutte>>) - e descrive i l loro rapporto con gli aedi (vv. 94-97: <<Dalle Muse
stra che i poeti sono per tempo consapevoli del problema che pone l'i infatti e da Apollo lungisaettante l sono gli aedi e i citaristi . . . l beato
nizio del canto in un contesto musaico. La doppia struttura del proemio, colui che le Muse amano l dolce dalla sua bocca scorre il canto>> .
che ripete due volte l'esordio (v. 1 : Dalle Muse eliconie cominciamo>>; L'origine della parola musaicamente - cio musicalmente - de
v. 36: <<Dalle Muse cominciamo>>) non dovuta soltanto, come ha acu terminata e il soggetto parlante - il poeta - deve ogni volta fare i conti
tamente suggerito Pau! Friedlander ( 1 9 1 4, pp. 1 4- 1 6), alla necessit di con la problematicit del proprio inizio. Anche se la Musa ha perduto
introdurre l'inedito episodio dell'incontro del poeta con le Muse in una il significato cultuale che aveva nel mondo antico, il rango della poesia
struttura innica tradizionale in cui esso non era assolutamente previsto. dipende ancora oggi dal modo in cui il poeta riesce a dare forma mu
Vi , per questa inaspettata ripetizione, un'altra e pi signific;ativa ragio sicale alla difficolt della sua presa di parola - da come, cio, perviene
ne, che concerne la stessa presa di parola da parte del poeta, o, pi preci a far propria una parola che non gli appartiene e alla quale si limita a
samente, la posizione dell'istanza enunciativa in un ambito in cui non prestare la voce.
chiaro se essa spetti al poeta o alle Muse. Decisivi sono i vv. 2 2 - 2 5 , in cui,
come non hanno mancato di notare gli studiosi, il discorso trapassa bru
scamente da una narrazione alla terza persona in un'istanza enunciativa
2.
contenente lo shifter <<io>> (una prima volta all'accusativo - f..1E - e poi, nei
versi successivi, al dativo - JlOt):
La Musa canta, d all'uomo il canto perch essa simboleg
Esse (le Muse) una volta (no-n:) insegnarono a Esiodo un bel canto gia l'impossibilit per l'essere parlante di appropriarsi inte
mentre pasceva gli armenti sotto il divino Elicona: gralmente del linguaggio di cui ha fatto la sua dimora vitale.
questo discorso innanzitutto (7tpcimcrta) a me (f..IE) rivolsero le dee [ . . . ] Questa estraneit marca la distanza che separa il canto uma
no da quello degli altri esseri viventi. Vi musica, l'uomo
Si tratta, secondo ogni evidenza, di inserire l'io del poeta come sog
non si limita a parlare e sente, invece, il bisogno di cantare
getto dell'enunciazione in un contesto in cui l'inizio del canto appar
tiene incontestabilmente alle Muse ed , tuttavia, proferito dal poeta: perch il linguaggio non la sua voce, perch egli dimora nel
Mouoarov apxffiJ.u:ea, <<Cominciamo dalle Muse>> - o, meglio, se si tiene linguaggio senza poterne fare la sua voce. Cantando, l'uomo
conto della forma media e non attiva del verbo: Dalle Muse l'inizio, celebra e commemora la voce che non ha pi e che, come in
dalle Muse iniziamo e siamo iniziati>>; le Muse, infatti, dicono con voce segna il mito delle cicale nel Fedro, potrebbe ritrovare solo a
concorde <<ci che stato, ci che sar e ci che fu>> e il canto <<scorre patto di cessare di essere uomo e diventare animale ( Quan
soave e instancabile dalle loro bocche>> (vv. 3 8 -40).
do nacquero le Muse e apparve il canto, alcuni degli uomi
Il contrasto fra l'origine musaica della parola e l'istanza soggettiva
dell'enunciazione tanto pi forte, in quanto tutto il resto dell'inno (e
ni di allora furono presi da un tale piacere, che, cantando,
dell'intero poema, salvo la ripresa enunciativa da parte del poeta nei non si curavano pi di mangiare e di bere e morivano senza
vv. 963-96 5 : <<A voi ora salve . . . >>) riferisce in forma narrativa la nascita accorgersene. Da quegli uomini ebbe origine la stirpe delle
delle Muse da Mnemosine, che si unisce per nove notti a Zeus, elenca cicale [ . . . ], 2 5 9 b-e).
i loro nomi - che, a questo stadio, non corrispondevano ancora a un Per questo alla musica corrispondono necessariamente
genere letterario determinato (<< Clio e Euterpe e Talia e Melpomene
prima ancora che delle parole, delle tonalit emotive: equi-
l Tersicore e Erato e Polimnia e Urania l e Calliope, la pi illustre di
APPENDICE LA MUSICA SUPREMA. MUSICA E POLITICA 1 39

librate, coraggiose e ferme nel modo dorico, lamentose e Rane la parodia, che il rapporto di subordinazione della melodia al suo
languide nello ionio e nel lido (Resp. 3 9 8 e 3 99 a). Ed
-
supporto metrico nel verso era ormai sovvertito. Nella parodia aristo
fanesca, la moltiplicazione delle note rispetto alle sillabe icasticamen
singolare che ancora nel capolavoro della filosofia del '900,
te espressa attraverso la trasformazione del verbo d.iooro (girare) in
Essere e tempo, l'apertura originaria dell'uomo al mondo E.EtEttiooro. In ogni caso, malgrado la tenace resistenza dei filosofi,
non avvenga attraverso la conoscenza razionale e il lin nelle sue opere sulla musica Aristosseno, che pure era uno scolaro di
guaggio, ma innanzitutto in una Stimmung, in una tonali Aristotele e criticava i cambiamenti introdotti dalla nuova musica, non
t emotiva che il termine stesso rimanda alla sfera acustica pone pi a fondamento del canto l'unit fonematica del piede metrico,
(Stimme la voce). La Musa - la musica - segna la scissione ma una unit puramente musicale, che chiama tempo primo (tp6vo
7tpciho) ed indipendente dalla sillaba.
fra l'uomo e il suo linguaggio, fra la voce e il logos. L'aper
Se, sul piano della storia della musica, le critiche dei filosofi (che
tura primaria al mondo non logica, musicale. pure dovevano ripetersi molti secoli dopo nella riscoperta della mono
dia classica da parte della Camerata fiorentina e di Vincenzo Galilei e
nella perentoria prescrizione di Carlo Borromeo: cantum ita tempera
l't Di qui l'ostinazione con cui Platone e Aristotele, ma anche teorici ri, ut v erba intelligerentur>>) non potevano che apparire eccessivamente
della musica come Damone e gli stessi legislatori affermano la necessit conservatrici, c'interessano qui piuttosto le ragioni profonde della loro
di non separare musica e parola. <<Quanto nel canto linguaggio>> argo opposizione, di cui essi stessi non erano sempre consapevoli. Se la mu
menta Socrate nella Repubblica (398 d) non differisce in nulla dal lin sica, come oggi sembra avvenire, rompe la sua necessaria relazione con
guaggio non cantato (!l'l oo!livou wyou) e deve conformarsi agli stessi la parola, ci significa, da una parte, che essa smarrisce la coscienza
modelli>> e enuncia subito dopo con fermezza il teorema secondo cui della sua natura musaica (cio del suo situarsi nel luogo originario della
l'armonia e il ritmo devono seguire il discorso (KOOU9tV tep Oyq>)>> parola) e, dall'altra, che l'uomo parlante dimentica che il suo essere
(ibid. ). La stessa formulazione, quanto nel canto linguaggio>>, impli gi sempre musicalmente disposto ha costitutivamente a che fare con
ca, tuttavia, che vi sia in esso qualcosa di irriducibile alla parola, cos l'impossibilit di accedere al luogo musaico della parola. Homo canens
come l'insistenza nel sancirne l'inseparabilit tradisce la consapevolez e homo loquens dividono le loro vie e perdono la memoria della rela
za che la musica eminentemente separabile. Proprio perch la musi zione che li vincolava alla M usa.
ca segna l'estraneit del luogo originario della parola, perfettamente
comprensibile che essa possa tendere a esasperare la propria autonomia
rispetto al linguaggio; e tuttavia, per le stesse ragioni, altrettanto com
prensibile la preoccupazione che non si spezzi del tutto il nesso che
3
li teneva insieme.
Tra la fine del V secolo e i primi decenni del IV si assiste infatti Se l'accesso alla parola , in questo senso, musaicamente
in Grecia a una vera e propria rivoluzione degli stili musicali, legata determinato, si comprende che per i Greci il nesso fra musica
ai nomi di Melanippide, Cinesia, Frinide e, soprattutto, Timoteo di e politica fosse cos evidente che Platone e Aristotele trattano
Mileto. La frattura fra sistema linguistico e sistema musicale diventa delle questioni musicali solo nelle opere che consacrano alla
progressivamente insanabile, finch nel III secolo la musica finisce col
politica. La relazione di quella che essi chiamavano JlO'UcrtKT)
predominare decisamente sulla parola. Ma gi nei drammi euripidei un
osservatore attento come Aristofane poteva accorgersi, facendone nelle (che comprendeva la poesia, la musica in senso proprio e la
APPENDICE LA MUSICA SUPREMA. MUSICA E POLITICA

danza) con la politica era cos stretta che, nella Repubblica, N significativo che la Politica di Aristotele si concluda con un
Platone pu sottoscrivere l'aforisma di Damone secondo cui vero e proprio trattato sulla musica - o, piuttosto, sull'importanza
non si possono cambiare i modi musicali senza cambiare le della musica per l'educazione politica dei cittadini. Aristotele comin
cia infatti col dichiarare che si occuper della musica non come di
leggi fondamentali della citt (424 c). Gli uomini si unisco
vertimento (7tatta), ma come parte essenziale dell'educazione (7tat-
no e organizzano le costituzioni delle loro citt attraverso il 8da), in quanto, cio, essa ha per fine la virt: come la ginnastica
linguaggio, ma l'esperienza del linguaggio - in quanto non produce una certa qualit del corpo, cos la musica produce un certo
possibile afferrarne e padroneggiarne l'origine - a sua volta ethos>> ( 1 3 3 9 a, 24). Il motivo centrale della concezione aristotelica
gi sempre musicalmente condizionata. L'infondatezza del della musica l'influenza che essa esercita sull'anima: << evidente
/...6-y o fonda il primato della musica e fa s che ogni discorso che noi siamo affetti e trasformati in un certo modo da diversi generi
di musica, come, in particolare, dalle melodie di Olimpo. opinio
sia gi sempre musaicamente accordato. Per questo, ancor
ne comune che queste rendano l'anima entusiasta (1tou::'i t \Jf'UX
prima che attraverso tradizioni e precetti che si trasmettono
v9ou<nacrttKa) e l'entusiasmo una passione (1ta8o) dell'ethos
nel medio della lingua, gli uomini in ogni tempo vengono rispetto all'anima. Tutti, ascoltando le imitazioni (musicali), grazie
pi o meno consapevolmente educati e disposti politica ai ritmi e alle melodia entrano in uno stato d'animo empatico (yi
mente attraverso la musica. I Greci sapevano perfettamente yvovtat cru,.ma9e'i), anche in mancanza delle parole>> ( 1 3 40 a, 5 - 1 r ) .
ci che noi fingiamo di ignorare, e, cio, che possibile ma Ci avviene, spiega Aristotele, perch i ritmi e le melodie contengono
nipolare e controllare una societ non soltanto attraverso delle immagini (6Jlotroj.Lata) e delle imitazioni (Jlq.duwta) dell'ira e
della mitezza, del coraggio, della prudenza e delle altre qualit etiche.
il linguaggio, ma innanzitutto attraverso la musica. Come
Per questo, quando li ascoltiamo l'anima affetta in forme diverse
altrettanto e pi efficace del comando dell'ufficiale , per il in corrispondenza di ciascun modo musicale: in modo <<lamentoso e
soldato, lo squillo della tromba o il rullo del tamburo, cos costretto>> nel misolidio, in uno stato d'animo <<equilibrato (Jlcrro)
in ogni ambito e prima di ogni discorso, i sentimenti e gli e pi fermo>> nel dorico, << entusiastico>> nel frigio ( 1 3 40 b r - 5 ). Egli
stati d'animo che precedono l'azione e il pensiero sono de accetta cos la classificazione delle melodie in etiche, pratiche e entu
terminati e orientati musicalmente. In questo senso, lo stato siastiche e raccomanda per l'educazione dei giovani il modo dorico,
in quanto <<pi fermo>> (crta<njlrott:: p ov) e di carattere virile (vopdov,
della musica (includendo in questo termine tutta la sfera che
1 3 4 2 b 1 4). Come aveva gi fatto Platone, Aristotele si riferisce qui a
imprecisamente definiamo col termine arte) definisce la
un'antica tradizione, che identificava il significato politico della mu
condizione politica di una determinata societ meglio e pri sica nella sua capacit di mettere ordine nell'anima (o, al contrario, di
ma di qualsiasi altro indice e, se si vuole mutare veramente eccitare in essa confusione). Le fonti ci informano che nel VII secolo
l'ordinamento di una citt, innanzi tutto necessario rifor a.C., quando Sparta si trovava in una situazione di discordia civile,
marne la musica. La cattiva musica che invade oggi in ogni l'oracolo sugger di chiamare il <<cantore di Lesbo>> Terpandro, che,
istante e in ogni luogo le nostre citt inseparabile dalla cat col suo canto, restitu ordine alla citt. Lo stesso si diceva di Stesicoro
rispetto alle lotte intestine nella citt di Locri.
tiva politica che le governa.
APPENDICE LA MUSICA SUPREMA. MUSICA E PO LITICA 1 43

4 Musa - amo; seguito dall'articolo il termine tecnico per


esprimere l'idea). In questione qui il luogo proprio della
Con Platone, la filosofia si afferma come critica e supera filosofia: esso coincide con quello della Musa, cio con l'ori
mento dell'ordinamento musicale della polis ateniese. Que gine della parola - , in questo senso, necessariamente proe
sto, impersonato dal rapsodo Jone, che pende invasato dalla miale. Situandosi in questo modo nell'evento originario del
Musa come un anello di metallo da una calamita, implica linguaggio, il filosofo riconduce l'uomo nel luogo del suo di
l'impossibilit di dar ragione dei propri saperi e delle proprie venire umano, a partire dal quale soltanto egli pu ricordarsi
azioni, di pensarli. Questa pietra (la calamita) non solo del tempo in cui non era ancora uomo (Men. 86 a: xpovo;
attrae gli anelli di ferro, ma infonde loro anche la capacit di ()-r' o'K v &.vSp(t)1to;). La filosofia scavalca il principio musai
fare quello che fa la pietra, cio attrarre altri anelli, in modo co in direzione della memoria, di Mnemosine come madre
che si produrr una grande catena di anelli appesi l'uno delle Muse e in questo modo libera l'uomo dalla Seta J.l.Otpa
all'altro, per ciascuno dei quali questa capacit dipende dalla e rende possibile il pensiero. Il pensiero , infatti, la dimen
pietra. Nel medesimo modo anche la Musa riempie alcuni sione che si apre quando, risalendo al di l dell'ispirazione
uomini di ispirazione divina e attraverso questi si salda una musaica che non gli permette di conoscere ci che dice, l'uo
catena di altri uomini parimenti entusiasti [ . . . ] lo spettatore mo diventa in qualche modo auctor, cio garante e testimone
non che l'ultimo degli anelli [ . . . ] l'anello di mezzo sei tu, delle proprie parole e delle proprie azioni.
il rapsodo, mentre il primo il poeta stesso [ . . . ] e un poeta
si aggancia a una certa M usa, un altro a un'altra e in tal caso
diciamo che posseduto [ . . . ] infatti tu non dici ci che dici N Decisivo , per, che, nel Fedro, il compito filosofico non sia affi
di Omero per arte e scienza, ma per una sorte divina (Sdt dato semplicemente a un sapere, ma a una forma speciale di mania, affine
e insieme diversa dalle altre. Questa quarta specie di mania, infatti - la
f.!Otpt) [ . . . ] (Plat. fon. 5 3 3 d - 5 34 c).
mania erotica - non omogenea alle altre tre (la profetica, la telestica e la
Di contro alla nateia musaica, la rivendicazione della poetica), ma se ne distingue essenzialmente per due caratteri. Essa , in
filosofia come la vera Musa (Resp. 5 48 b 8) e la musica nanzitutto, congiunta all'automovimento dell'anima (amoKtVT]tov, 24 5
suprema (Phaid. 61 a) significa il tentativo di risalire al di c), al suo non essere mossa da altro e al suo essere, per questo, immorta
l dell'ispirazione verso quell'evento di parola, la cui soglia le; , inoltre, un'operazione della memoria, che ricorda ci che l'anima
custodita e sbarrata dalla Musa. Mentre i poeti, i rapsodi ha visto nel suo volo divino (questa una reminiscenza (vaJlVT]m) di
quanto la nostra anima ha visto una volta . , 249 c) ed questa anam
e, pi in generale, ogni uomo virtuoso agisce per una Seta . .

nesi che ne definisce la natura (questo il punto di arrivo di tutto


J.l.Otpa, un destino divino di cui non in grado di dar conto,
il discorso sulla quarta mania, quando qualcuno vedendo qualcosa di
si tratta di fondare i discorsi e le azioni in un luogo pi ori bello e ricordandosi del bello vero [ . . ] , 249 d). Questi due caratteri
.

ginario dell'ispirazione musaica e della sua 11avia. la oppongono puntualmente alle altre forme di mania, in cui il princi
Per questo, nella Repubblica (499 d), Platone pu definire pio del movimento esteriore (nel caso della follia poetica, la Musa) e
la filosofia come a''tl i] Moucra, la Musa stessa (o l'idea della l'ispirazione non in grado di risalire con la memoria verso ci che la
1 44 APPENDICE LA MUSICA SUPREMA. MUSICA E PO LITICA 145

determina e fa parlare. A ispirare, qui, non sono pi le Muse, ma la loro ca nel nostro tempo deve esordire dalla costatazione che
madre, Mnemosine. Platone inverte, cio, l'ispirazione in memoria, e proprio questa esperienza dei limiti musaici che in essa
questa inversione della Scia !lOpa - del destino - in memoria definisce
venuta a mancare. Il linguaggio si d oggi come chiacchiera
il suo gesto filosofico.
che non urta mai il proprio limite e sembra aver smarri
In quanto mania che muove e ispira se stessa, la mania filosofica
(perch di questo si tratta: Solo la mente del filosofo mette le ali, 249 to ogni consapevolezza del suo intimo nesso con ci che
c) , per cos dire, una mania della mania, una mania che ha per ogget non si pu dire, cio col tempo in cui l'uomo non era an
to la stessa mania o ispirazione e attinge, pertanto, il luogo stesso del cora parlante. A un linguaggio senza margini n frontiere
principio musaico. Quando, alla fine del Menone (99 e - 1 00 b), Socrate corrisponde una musica non pi musaicamente accordata
afferma che la virt politica non n per natura (<j>ucrn) n trasmissibile e a una musica che ha voltato le spalle alla propria origine
per insegnamento (8t8aK't6v), ma si produce per una 8Eta !lOtpa senza
una politica senza consistenza n luogo. Dove tutto sembra
consapevolezza e che per questo i politici non sono in grado di comu
nicarla agli altri cittadini, egli presenta implicitamente la filosofia come
indifferentemente potersi dire, il canto viene meno e, con
qualcosa che, senza essere n per sorte divina n per scienza, in grado questo, le tonalit emotive che musaicamente lo articolano.
di produrre negli animi la virt politica. Ma ci pu solo significare che La nostra societ - dove la musica sembra penetrare fre
essa si situa nel luogo della Musa e si sostituisce ad essa. neticamente in ogni luogo - , in realt, la prima comunit
Walter Otto ha, d'altra parte, giustamente osservato che la voce umana non musaicamente (o amusaicamente) accordata.
che precede la parola umana appartiene all'essere stesso delle cose,
La sensazione di generale depressione e apatia non fa che
come una rivelazione divina che lo lascia venire alla luce nella sua es
registrare la perdita del nesso musaico con il linguaggio,
senza e nella sua gloria>> (Otto 1 9 5 4, p. 7 1 ) . La parola che la Musa dona
al poeta proviene dalle cose stesse e la Musa non , in questo senso, travestendo come una sindrome medica l'eclisse della poli
che il dischiudersi e il comunicarsi dell'essere. Per questo le raffigura tica che ne il risultato. Ci significa che il nesso musaico,
zioni pi antiche della Musa, come la stupenda Melpomene al Museo che ha smarrito la sua relazione con i limiti del linguaggio,
nazionale di palazzo Massimo a Roma, la presentano semplicemente produce non pi una Se'la tpa, ma una sorta di missio
come una ragazza nella sua pienezza ninfale. Risalendo fino al princi ne o ispirazione bianca, che non si articola pi secondo la
pio musaico della parola, il filosofo deve, cio, misurarsi non soltanto
pluralit dei contenuti musaici, ma gira per cos dire a vuo
con qualcosa di linguistico, ma anche e innanzi tutto con l'essere stesso
che la parola rivela.
to. Immemori della loro originaria solidariet, linguaggio
e musica dividono i loro destini e restano tuttavia uniti in
una medesima vacuit.
5
N in questo senso che la filosofia pu darsi oggi soltanto come
Se la musica costitutivamente legata all'esperienza dei
riforma della musica. Poich l'eclisse della politica fa tutt'uno con la
limiti del linguaggio e se, viceversa, l'esperienza dei limiti perdita dell'esperienza del musaico, il compito politico oggi costitu
del linguaggio - e, con questa, la politica - musicalmente tivamente un compito poetico, rispetto al quale necessario che artisti
condizionata, allora un'analisi della situazione della musi- e filosofi uniscano le loro forze. Gli uomini politici attuali non sono
APPENDICE

in grado di pensare perch tanto il loro linguaggio che la loro musica


girano amusaicamente a vuoto. Se chiamiamo pensiero lo spazio che
si apre ogni volta che accediamo all'esperienza del principio musaico
della parola, allora con l'incapacit di pensare del nostro tempo che
dobbiamo misurarci. E se, secondo il suggerimento di Hannah Arendt,
il pensiero coincide con la capacit di interrompere il flusso insensato
delle frasi e dei suoni, arrestare questo flusso per restituirlo al suo luo
go musaico oggi per eccellenza il compito filosofico.

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Alessandro di Afrodisia, 6o, I I I - I I 2 Cinesia, I 3 8
Amalrico di Bne, 5 4, I I 7- I I 8 Colli, Giorgio, 4 3
Ammonio di Ermia, 3 I , 3 5 , 4 I -42, 6o, Courtenay, William ]., 97
62, 64
Andronico di Rodi, 6 1 Dal Pra, Mario, I 2 0
Antistene, 8 4 - 8 5 Damone, I 3 8 , q o
Arendt, Hannah, I 46 Davide di Dinant, 5 4, I I 8
Aristofane, I 3 8 Derrida, J acques, 3 5
Aristotele, I 6- I 8, 20, 2 2 , 28-3 3 , 3 5 . 3 8, Descartes, Ren, v. Cartesio
5 I , 5 4 , 6o-62, 6 8 , 70 - 79, 8 2 , 90-9 3 , Diano, Carlo, I O I
9 8 - 1 00, I 02, I 04- I 06, I 09 , I I 9- I 20, Diogene Laerzio (Diogenes Laertius), 69
I 3 6, I 3 9 , I 4 I Duhem, Pierre Maurice Marie, I o6, I I O
Arnim, Hans von, 6 5 , 69, 8 9 Duns Scoto, 2 3

Badiou, Alain, I I 3 Eckhart von Hochheim (Meister Eckhart),


Bekker, August Immanuel, 74 24
Benjamin, Walter, 5 0- p , 5 9, 84, 98 Eraclito, 9 I
Benveniste, mile, I 9, 2 3 , 26, 2 8 - 29, Esiodo, I 3 6
3 9 , 8 o- 8 I , 8 8 , 90, 9 8 Euclide, I o 8 - I 09
Boezio, Anicio Manlio Severino, 9 3 -94 Eustazio, 6o
Bonaventura da Bagnoregio, 97
Bopp, Franz, 2 5 Federico II, I 4
Borromeo, Carlo, I 3 9 Filopono, Giovanni, 6o-6 I
Brhier, mile, 6 5 , 69 Frege, Gottlob, 64, 7 8 , 8 3
Brentano, Franz, I 2 I Friedtinder, Pau!, I 3 6
Buber, Martin, 5 9 Frinide, I 3 8
q6 I N D I C E DEI N O M I

Galilei, Vincenzo, I 3 9 Paolo di Tarso, 5 2


Giamblico, 6 I Paqu, Ruprecht, 94
Gregorio da Rimini, I I 9- I 2 I Pitagora, 8 I
Gi.intert, Hermann, 8 4 Platone, I 7, I 9 -2o, 2 2 , 28, 38, 4 I , 5 3 -
5 4, 66-69, 7 I - 74, 77- 8 2 , 8 4- 8 5 , 8
Hegel, Georg Wilhelm Friedrich, 25- 8 9 - 9 3 , 9 5 , 96, 9 8 , I OO- I 0 3 , I 0 5 -
26, 40 I 06, 1 0 8 - I o9, I I I - I I 4, I I 8 - I 20,
Heidegger, Martin, 70 I 2 2 , I 2 5 , I 2 7- I 3 0, I 3 8 - I 42, I 44
Herz, Marcus, 8 8 Plauto, 8 I
Hoffmann, Ernst, 9 I Plotino, 5 4, 8 3 , I 02 - I 04

Porfirio, 6o, 9 3
Jaeger, Werner Wilhelm, 74 Prisciano, 9 I
Jakobson, Roman, 40
Jarry, Alfred, I 2 I Riemann, Georg Friedrich Bernhard,
108
Kant, lmmanuel, 8 8 Rij k, Lambertus Marie de, 97
Koyr, Alexandre, I I 7 Ross, William David, 74

Leibniz, Gottfried Wilhelm von, 49- Saussure, Ferdinand de, I 9, 2 8 , 3 7, 4I


5 0, 5 2 Schubert, Andreas, 64, 6 8
Sesto Empirico, 6 3 -64, 66-69
Mallarm, Stphane, I 5 , 89, 9 8 Simplicio, 93, 9 8 -99, I 09- I 1 0, I I 2
Meinong, Alexius, I 2 I - I 2 2 Socrate, 3 8 , 7 5 , 8 5 , I I 9, I 3 8 , I 44
Meister Eckhart, v. Eckhart von Spinoza, Baruch, 5 I , 5 3
Hochheim Stesicoro, 1 4 I
Melandri, Enzo, 9 I
Melanippide, I 3 8 Terpandro, I 4 I
Menzerath, Pau!, 3 7 Timoteo d i Mileto, I 3 8
Milner, Jean-Claude, 4 I , 7 8 , 8 3 Tommaso d'Aquino, 5 0, 1 1 8
Momigliano, Arnaldo, 9 7 Trendelenburg, Friedrich Adolf, 74
More, Henry, I I 5 - I I 7
Mugler, Charles, I o 8 Usener, Hermann, 86-87
Myskin, Lev Nikolaevic, principe, 5 I
Varrone, Marco Terenzio, 2 8 , 65
Newton, lsaac, I I7 Virgilio Marone, Publio, I I 6

Ockham, Guglielmo di, 94-96 Wittgenstein, Ludwig, 2 3 , 29, 44, 8 3


Olimpo, I 4 I
Omero, I 42 Zenone d i Cizio, II
Finito di stampare nel febbraio 2o i 6
presso Industria Grafica Bieffe, Recanati (Mc)
Otto, Walter, I 44
per conto delle edizioni Quodlibet