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Per capire meglio il pensiero di Amartya Sen, il binomio fra etica ed


economia.

Adam Smith

Autore: ernesto scontento

Aggiornamento:06/01/2006

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INDICE

● Intervista a Amartya Sen su Adam Smith del 31/8/1998 – Pag. 3

● Approfondimenti Amartya Sen e teorie – Pag. 12

● Approfondimenti Adam Smith e teorie – Pag. 14

● Capitalismo – Pag. 35

● Economia Politica – Pag. 39

● Liberismo Pag. 40

● Neoliberismo Pag. 50

● Liberismo e Liberalismo Pag. 51

● Concorrenza Pag. 54

● Equilibrio e definizione del prezzo Pag. 57

● Microeconomia Pag. 58

● John Stuart Mill Pag. 60

● Etica Pag. 62

● Politica Pag. 74

● Deduzione Pag. 76

● Utilitarismo Pag. 77

● Link Approfondimenti Pag. 79

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Interviste

Amartya Sen
Adam Smith
31/8/1998

http://www.emsf.rai.it/interviste/interviste.asp?d=447

• Professor Sen, che relazione c’è fra la Teoria dei sentimenti morali e la Ricchezza delle nazioni? (1)
• Smith era davvero un apologeta del mercato, come a volte è stato considerato? (2)
• Quali sono le principali intuizioni contenute nella "Ricchezza delle nazioni"? (3)
• L’attenzione posta alla divisione del lavoro è importante anche nel mondo attuale? (4)
• Smith era interessato alla povertà, alle privazioni e all’esclusione sociale? (5)
• Secondo lei Smith ci dice qualcosa di utile sulle carestie e la fame? (6)
• Possiamo ritornare alla "Teoria dei sentimenti morali"? Come descriverebbe quel libro?(7)
• Secondo lei quali idee sviluppate nella "Teoria dei sentimenti morali" sono particolarmente importanti anche oggi? (8)
• Secondo Lei quali idee sviluppate nella "Teoria dei sentimenti morali" sono particolarmente importanti anche oggi? (9)
• Potrebbe illustrare ulteriormente il concetto di "spettatore imparziale"? e in che senso è importante per la filosofia sociale
contemporanea? (10)
• Professor Sen, si potrebbe dire che Smith era interessato nella stessa misura alle conseguenze volute e non volute delle azioni
umane? (11)

1) Professor Sen, che relazione c’è fra la Teoria dei sentimenti morali e la Ricchezza delle nazioni?

Ovviamente entrambi questi grandi libri sono opere di Smith; e dei due la "Teoria dei sentimenti morali" è forse
il più grande, e fu scritto prima della "Ricchezza delle nazioni". Ma Smith continuò a rivederli; infatti poco
prima di morire egli pubblicò un’ultima edizione della "Teoria dei sentimenti morali". La "Ricchezza delle
nazioni" venne dopo l’altro libro, e io credo che quest’opera di argomento economico Smith la vedesse come
parte di un più ampio programma di lavoro definito nel campo della teoria dei sentimenti morali. Infatti la
"Teoria dei sentimenti morali" non si occupa soltanto - letteralmente - dei sentimenti delle persone riferiti a
questioni morali, ma anche di questioni politiche e di azioni, della “ragione pratica” come si usava dire in
termini generali. La ragione pratica ha aspetti etici, aspetti “valutativi”, ma ha anche aspetti scientifici,
particolarmente in relazione alle questioni economiche, che riguardano il modo in cui si collegano cause ed
effetti. E io credo che il motivo per cui Smith, nell’ambito dell’ampio programma della "Teoria dei sentimenti
morali", decise - con la "Ricchezza delle nazioni" - di dedicarsi all’economia abbia a che fare soprattutto con
l’aspetto scientifico della ragione pratica. Ovviamente quel librò acquistò un rilievo del tutto autonomo e
nell’ambito della scienza economica è stata forse l’opera che nel corso degli ultimi duecento anni ha esercitato
maggior influenza. Ma la sua origine sta in un ramo della "Teoria dei sentimenti morali"; e quel che Smith
esplorava era il modo in cui la politica governativa può essere basata su specifiche intenzioni, su specifiche
aspettative, ma se vi sono buone ragioni scientifiche per ritenere che quelle aspettative non si realizzeranno,
allora lo si dovrebbe sapere, così da poter pensare a mutare politica. Molte delle discussioni contenute nella
"Ricchezza delle nazioni" hanno a che fare con questi temi, cioè con le implicazioni di certi atti di governo; quali
ne saranno gli effetti; come funzionano i mercati; come operano i governi. Si tratta di temi molto generali che
conservano un grande interesse anche al di là del fatto che Smith collocò la "Ricchezza delle nazioni"
nell’ambito della "Teoria dei sentimenti morali". Infatti quel che accadde è che la "Ricchezza delle nazioni"
divenne l’opera economica di maggior rilievo; e secondo molti Smith è stato il padre della scienza economica
moderna e la "Ricchezza delle nazioni" è l’opera con cui egli ha aperto questa strada. La "Ricchezza delle
nazioni" deve quindi essere considerata da due punti di vista: da un lato come un testo a sè, un testo che
annuncia una nuova era della scienza economica; dall’altro lato la si deve considerare come la considerava lo
stesso Smith, cioè come derivata dalla "Teoria dei sentimenti morali" e che alla "Teoria dei sentimenti morali"
ritornava, nel senso che i temi discussi nella "Ricchezza delle nazioni" avevano origine in alcuni problemi che
Smith aveva affrontato nella "Teoria dei sentimenti morali", e le risposte che aveva dato a quei problemi riteneva
informassero la sua analisi delle politiche pubbliche e più in generale della ragione pratica e dei sentimenti
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morali. Vi sono quindi due modi di considerare la "Ricchezza delle nazioni": uno che tiene conto delle sue
connessioni e uno che sottolinea la sua autonomia. Ma volendo fare riferimento al mondo attuale devo dire che
ciò che è rimasto e che è fonte di continuo interesse è la "Ricchezza delle nazioni" come opera a sè.

2) Smith era davvero un apologeta del mercato, come a volte è stato considerato?

Senza dubbio Smith è stato un grande difensore di certi tipi di efficienza che si raggiungono attraverso il
mercato, e probabilmente egli ha fatto più di chiunque altro per farci capire come il mercato possa raggiungere
tali risultati. In questo senso si può sicuramente dire che egli fu un difensore e un divulgatore dei meriti del
mercato. Tuttavia io credo sarebbe un errore considerarlo un apologeta del mercato, perchè egli vide anche le
difficoltà che in molti contesti risultavano insite nei meccanismi di mercato, e in effetti egli ne fu un critico
deciso. In questo senso egli non fu un ideologo.
Io credo si debba riconoscere che quando Smith scriveva, alla fine del diciottesimo secolo, vi era una
comprensione estremamente limitata del funzionamento del mercato, ed era diffusa la convinzione di poter
ottenere risultati positivi attraverso regolamenti e controlli governativi. Ma molti di questi controlli erano
sostanzialmente controproducenti, impedivano alla gente di commerciare fra paesi diversi, impedivano il
movimento di beni e servizi. Si trattava di provvedimenti molto inefficienti, che, come Smith giustamente vide,
producevano inefficienza. egli era quindi molto impegnato a sottolineare queste inefficienze, e se in gran parte
della sua opera Smith cerca di mostrare le virtù del meccanismo di mercato, ciò deriva dal fatto che egli stava
reagendo a una situazione in cui queste virtù non erano comprese. Io credo che se Smith fosse nato in un mondo
in cui era opinione diffusa che i mercati producono risultati straordinari in ogni circostanza, egli con ogni
probabilità avrebbe assunto una posizione diversa e avrebbe sottolineato i limiti dei meccanismi di mercato.
Anzi, nel suo stesso lavoro - nella "Ricchezza delle nazioni" e in altri punti - questi limiti vengono discussi
diffusamente. Egli discute i problemi che possono sorgere dalla povertà e dal fatto che alcune persone possono
non avere mezzi adeguati per l’esistenza. Discute i problemi creati dall’esclusione sociale e generati da
circostanze in cui - proprio per il libero funzionamento del mercato - alcune persone non sono in grado di
partecipare alla vita della comunità. Egli era perfettamente consapevole della necessità che in alcuni casi vi
fossero delle regolamentazioni. Ad esempio, egli è stato molto preciso nel sottolineare come in alcuni ambiti la
presenza di regolamentazioni fosse necessaria, ad esempio nel caso del controllo dell’usura. A questo proposito
Jeremy Bentham criticò Smith dicendo che non aveva completamente compreso la bontà del meccanismo di
mercato. Questo è un caso molto interessante perchè Jeremy Bentham, che spesso è considerato un grande
sostenitore dell’intervento statale, critica quello che dopo tutto è il padre della nostra comprensione del
funzionamento dei meccanismi di mercato. E Bentham dice a Smith che non sta prendendo abbastanza sul serio
il mercato, perchè la sua critica dell’usura e la sua argomentazione a favore delle leggi sull’usura mostra
un’insufficiente comprensione del vero funzionamento del mercato. Smith ascoltò con molta pazienza queste
critiche, Bentham addirittura gliele espose personalmente, ma anche dopo la discussione con Bentham non
modificò affatto il suo libro e continuò a ritenere che le regolamentazioni fossero necessarie. Dunque, sotto
molti punti di vista, Smith riconobbe che il mercato poteva non funzionare; ma ritenne che nel mondo in cui
viveva ciò che non funzionava era soprattutto l’intervento governativo, che avveniva attraverso un gran numero
di regolamentazioni che generavano inefficienza - e spesso in quel modo gli obiettivi che le regolamentazioni
perseguivano non potevano essere raggiunti. Per questo, se l’obiettivo della "Ricchezza delle nazioni" è quello di
affrontare i problemi del suo tempo, noi dobbiamo ricordare che discutendo in termini generali i meccanismi di
mercato Smith ne sottolineò anche i limiti.

3) Quali sono le principali intuizioni contenute nella "Ricchezza delle nazioni"?

La "Ricchezza delle nazioni" è uno di quei testi che possono essere letti con diversi livelli di attenzione e di
concentrazione. Contiene analisi di grande importanza, ma anche un gran numero di piccoli risultati. Ciò che ha
maggiore importanza, ciò che io credo sia ancor’oggi di grande interesse, è l’enfasi che Smith pone sulla
divisione del lavoro e lo scambio come generatori di efficienza. Impiegando un esempio molto semplice egli
mette in luce come, se ciascuno dovesse produrre tutti i beni che consuma, non sarebbe in grado di farlo e
potrebbe produrne soltanto una piccola frazione. Il motivo per cui ci è possibile ottenere una gran quantità di
beni è perchè essi sono prodotti da diversi gruppi di persone in diverse aree del mondo e al massimo livello di
efficienza; perchè vengono prodotti in grande scala. In questo senso le economie di grande scala e i vantaggi
dello scambio che su di esse si basano rimangono un elemento di grande importanza dell’analisi smithiana e
direi si tratti del suo contributo più importante. Ma egli discute anche molte altre questioni di grande importanza.
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Una di queste è che le motivazioni degli individui nel contesto dello scambio possono essere molto ristrette,
ancora più ristrette di quanto Smith riteneva fosse generalmente desiderabile per le relazioni umane. Queste
motivazioni possono essere limitate a un ragionamento di tipo prudenziale, ovvero a un ragionamento svolto in
termini di intelligenza e interesse; ma anche all’interno di un ragionamento così ristretto, di motivazioni così
ristrette, le persone potrebbero aiutarsi reciprocamente nel tentativo promuovere il proprio interesse, perchè lo
scambio è una cosa da cui tutti traggono benefici, e mentre una persona ne è beneficiata, questa stessa persona
beneficia altri; e Smith sottolinea questo aspetto. Ovviamente, nella "Teoria dei sentimenti morali" e in alcune
parti della "Ricchezza delle nazioni", Smith sottolinea che il puro perseguimento del proprio interesse; non è
adeguato per affrontare una serie di problemi; è appropriato nel caso dello scambio, ma non lo è per la
costituzione delle società umane o per ottenere una buona distribuzione del reddito, del benessere e della
ricchezza di una nazione. Ma secondo Smith se ci si limita allo scambio la motivazione offerta dal
perseguimento proprio interesse perseguito con intelligenza, può essere perfettamente adeguata. Questo è un
altro risultato di cui egli fa un ottimo uso. Ma vi sono altri importanti lavori di Smith, e qualcosa che a mio
parere è particolarmente importante sono gli scritti di Smith sull’idea di “privazione” riferita a ciò che è
necessario; e io credo che si tratti di una brillante esposizione dell’idea di povertà: di come la povertà non sorga
solo quando la gente non è in grado di ottenere ciò che è necessario alla sussistenza, ma che sorga anche dalla
mancanza di opportunità di partecipazione alla vita comune; ad essere a pieno titolo membri della società. In
questo senso Smith mise in evidenza un nuovo punto di vista attraverso cui approcciare la natura delle sfide
economiche che il suo mondo si trovava a fronteggiare. Ma molte di quelle sfide sono aperte ancora oggi; quindi
i suoi scritti e le prospettive che aprono restano utili anche per il mondo contemporaneo. Io direi che questi siano
i maggiori risultati ottenuti da Smith; ma naturalmente ve ne sono molti altri, che emergono dalla sua analisi
della spesa, del comportamento del consumatore e del produttore, di come le economie si rapportano; in tutti
questi casi Smith apre grandi prospettive, ma volendo sottolineare le idee più importanti io sottolineerei almeno
queste. Esse mi sembrano chiaramente le prospettive più straordinare aperte dalla "Ricchezza delle nazioni".

4) L’attenzione posta alla divisione del lavoro è importante anche nel mondo attuale?

Io credo che sia importante. Lo è perchè l’enorme progresso economico che ha avuto luogo nel mondo dal
tempo di Smith si è basato in misura davvero notevole sulla divisione del lavoro, e ancora continua ad esserlo.
Direi quindi di sottolineare l’importanza dello scambio e l’importanza della specializzazione e delle economie di
grande scala, che sono i fattori costitutivi che rendono così produttiva la divisione del lavoro e lo sviluppo delle
abilità ad essa connesse. Si tratta di acquisizioni molto importanti, che conservano anche oggi la loro
importanza. Quel che voglio dire è che anche se consideriamo i successi ottenuti, ad esempio, nel
diciannovesimo secolo, attraverso l’espansione delle economie europee, o delle economie americane, poi, verso
l’inizio del ventesimo secolo, dall’economia giapponese e più di recente nell’Asia orientale (anche se in questo
momento l’Asia orientale sta attraversando una crisi finanziaria si tratta di una regione che ha compiuto
grandissimi progressi economici) ... per comprendere la natura di questi progressi è molto importante capire che
la divisione del lavoro ha svolto un ruolo primario nel rifornire il mercato mondiale. Ed è anche molto
importante capire che secondo Smith la divisione del lavoro è strettamente connessa allo sviluppo delle abilità
umane. Smith credeva molto nel’istruzione e nelle abilità umane e le sue argomentazioni si mossero sempre in
questa direzione. Poco fa lei mi ha chiesto se Smith era un apologeta del mercato; in riferimento all’istruzione,
ad esempio, egli sottolineò la forte necessità dell’istruzione pubblica e indicò come con poca spesa lo stato
potrebbe organizzare l’istruzione pubblica in modo molto efficiente, in un modo che il mercato non potrebbe
realizzare. Secondo Smith queste misure contribuirebbero alla formazione di abilità utili allo sviluppo della
divisione del lavoro. Quindi, se non si intende la divisione del lavoro come un concetto isolato, se si vedono le
sue connessioni con altre idee di Smith, si possono comprendere le ragioni della sua importanza nel suo pensiero
e perchè è rimasta così importante anche nel mondo in cui viviamo. In questo ambito io credo si debba anche
sottolineare che questa interpretazione di Smith è in contrasto con uno o due altri modi di considerarlo. Ad
esempio, anche un altro grande economista successivo a Smith e che per molti aspetti può essere considerato un
suo seguace - cioè David Ricardo - sottolineò l’importanza del commercio. Ma per Ricardo non si trattava tanto
di economie di grande scala, quanto piuttosto di specializzazione connessa alla disponibilità di risorse. Si
trattava di vantaggi comparati, del fatto che, in una certa misura, se le risorse non sono ugualmente distribuite, se
in alcuni paesi le risorse minerarie sono maggiori mentre in altri sono maggiori le risorse agricole, e così via ...
La cosa importante io credo sia che la gran massa del commercio internazionale non segue questa impostazione
ricardiana, ma si è sviluppata nel senso che ogni paese è sostanzialmente in grado di produrre pressochè tutto,
come diceva Smith. Cioè tutto quel che serve sono le economie di grande scala. Le risorse naturali non
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rappresentano grandi barriere; a guidare il commercio sono essenzialmente le abilità e le opportunità della gente.
Ora, questa prospettiva, in quanto spiegazione dell’espansione del commercio internazionale, io credo sia al
tempo stesso più realistica di quella ricardiana e anche in un certo senso più ottimistica; perchè implica che ogni
paese può seguire la direzione che preferisce. Questo è un dibattito che spesso si ripropone; recentemente è stato
sostenuto che l’Africa non ha soltanto problemi di sviluppo economico, ma che è anche molto svantaggiata in
termini di risorse. Ma la mia opinione è che forse non si tratta di un’analisi ben fondata, e le ragioni di ciò io
credo si possano trovare in Smith. Infatti, se si considerano le dotazioni di risorse naturali di alcuni dei paesi che
hanno ottenuto i migliori risultati, ad esempio il Giappone, si vede che in quanto a disponibilità di terra, di
materie prime minerarie, e così via, il Giappone non è un paese molto ricco. E, in un certo senso, l’umanità che
sfida la natura è una cosa che emerge dall’interno dell’analisi smithiana, in particolare nel contesto della
divisione del lavoro. Ma io credo che l’enfasi posta da Smith sulla divisione del lavoro sia importante anche
sotto un altro aspetto, perchè spesso il commercio, e soprattutto il commercio globalizzato, produce sofferenze
in quelli che ne sono esclusi, che per un motivo o per un altro non sono in grado di prendervi parte. A questo
proposito Smith sosteneva che chiunque poteva partecipare alla divisione del lavoro, a patto che a livello sociale
fossero prese misure adeguate. Ma quel che spesso si osserva è che le persone che sono escluse non hanno i
mezzi per beneficiare delle opportunità di commercio che effettivamente esistono. Questo può accadere a causa
dell’analfabetismo, o per la mancanza di condizioni sanitarie di base, o perchè chi è socialmente emarginato non
è in grado di partecipare. Ma quando qualcosa del genere accade, le persone coinvolte non sono in grado di
partecipare al commercio mondiale. Smith, sottolineando l’importanza della divisione del lavoro ci dice prima di
tutto che anche riconoscendo le situazioni di privazione non si deve saltare alla conclusione di bloccare il
commercio; ci dice invece che la gente che gode di un’adeguata tutela sociale della salute può sempre
partecipare ed entrare nel processo. Quella che possiamo derivare dagli scritti di Smith è una visione aperta e
ospitale dell’economia; e questo io credo resti un contributo fondamentale per i problemi economici
contemporanei.

5) Smith era interessato alla povertà, alle privazioni e all’esclusione sociale?

Risposta: Io credo che questi temi lo interessassero molto. A volte oggi questo aspetto di Smith è trascurato; a
volte si considera Smith come una persona interessata soltanto all’efficienza, senza preoccupazioni per quel che
può accadere agli esseri umani; ma questo non ci dà un quadro completo di Smith. Egli si preoccupa esattamente
del tipo di vita che la gente riesce a condurre, e in particolare di ciò che riescono ad ottenere i poveri, i meno
fortunati; e delle sofferenze che devono sopportare nel contesto sociale esistente. Si interessò molto alla povertà
e nell’analisi della povertà introdusse considerazioni molto importanti. Una di queste è che la povertà non deve
essere vista soltanto in termini di impossibilità di acquistare i mezzi di sussistenza; naturalmente questi - intesi
come bisogni biologici, il cibo, gli abiti, e così via - sono importanti; ma è anche importante partecipare alla vita
sociale, perchè gli esseri umani sono animali sociali e se non sei in grado di partecipare alla vita della comunità
o di mostrarti in pubblico senza vergogna, allora si può dire che stai soffrendo una privazione. E Smith nella
"Ricchezza delle nazioni" affrontò questi temi in modo approfondito e discusse come la chiave di lettura delle
privazioni può portare ad una più profonda comprensione della povertà. Ad esempio, egli era interessato al fatto
che in una società i livelli naturali di consumo - cioè le merci necessarie per vivere come gli altri - dipendono dal
livello medio di benessere del paese: se si vive in un paese più ricco, la gente appare meglio vestita e ha migliori
opportunità. Ad esempio, nel mondo attuale si direbbe che si dipende dalle televisioni, dalle automobili, e così
via. Ma in un paese più povero la gente non sarà altrettanto dipendente. In questo caso il problema non è soltanto
quello di essere alla pari con gli altri, che è un problema totalmente relativo: Smith sottolinea che quando tutti
gli altri hanno questi beni, se tu non li hai non puoi partecipare liberamente alla vita della comunità, e addirittura
potresti non essere in grado di presentarti in pubblico senza provare vergogna. Smith ad esempio dice che
nell’Inghilterra del suo tempo, e in particolare a Londra, perfino l’operaio di livello più basso si vergognerebbe
se dovesse mostrarsi in pubblico senza una camicia di cotone o senza scarpe di cuoio; ma in un paese più
povero, e perfino in Scozia, non sarebbe necessario avere scarpe di cuoio per mostrarsi in pubblico senza
vergogna. Estendendo questa analisi si può dire che a New York una persona - un ragazzo, un bambino - può
non essere in grado di partecipare alle conversazioni con gli altri ragazzi della sua scuola se non ha accesso a
una televisione e a un telefono perchè tutti gli altri interagiscono fra loro sulla base di quello che vedono alla
televisione, di quello di cui parlano al telefono, e così via. Ma se si considera una persona che vive in Africa, in
India, o anche in Cina, si può vedere che quella persona - un ragazzo, un bambino - può partecipare alla vita
della sua scuola, alla vita della comunità anche senza sentire quei bisogni. Quindi Smith ha mostrato come la
privazione relativa di reddito può portare a una privazione assoluta, cioè a una impossibilità di partecipare alla
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vita della comunità, o ad apparire in pubblico senza vergogna. Ora, se si pensa al modo in cui nel mondo
contemporaneo si è sviluppata la letteratura sulla povertà si può vedere che essa si basa su importanti intuizioni
smithiane, anche se a Smith non viene riconosciuto alcun credito. Ad esempio, l’idea di esclusione sociale viene
spesso ritenuta un prodotto dei nostri anni, ma in un certo senso è davvero strettamente connessa alla prospettiva
smithiana. In realtà questa idea, nella sua forma attuale, ha davvero un’origine molto recente, che data al 1974,
quando Elenoire--, in Francia, enuclea il concetto di esclusione sociale. Ma ciò di cui egli sta parlando è
l’impossibilità di alcuni membri di partecipare alla vita della comunità; e questa è una cosa che Smith aveva
discusso duecento anni prima. Quindi la povertà, intesa come esclusione sociale e non semplicemente come
denutrizione e impossibilità di ottenere cure mediche, o di prevenire malattie che possono essere evitate, o di
sfuggire a una mortalità che può essere evitata ... tutte queste cose effettivamente compaiono nell’analisi
smithiana, e Smith ci permette di assumere una prospettiva molto ampia. A mio parere forse si tratta del
contributo più importante al dibattito sulla povertà e sulle privazioni che si possa trovare nella letteratura degli
ultimi due o trecento anni.

6) Secondo lei Smith ci dice qualcosa di utile sulle carestie e la fame?

Sì. Io credo che dicesse cose utili. Egli non discusse le carestie in modo altrettanto esteso quanto altri scrittori,
come Turgot ad esempio. Ma aveva molte cose interessanti da dire sulle carestie; e in quel che dice vi sono
intuizioni molto importanti. Egli intese la carestia come un problema dell’economia nel suo insieme e non
soltanto come un problema relativo alla produzione di cibo. A mio parere, avendo lavorato anch’io per molti
anni sul problema delle carestie, questa è una prospettiva particolarmente utile. E una delle cose che sono emerse
dal mio lavoro è che spesso accade che una carestia si verifichi senza alcuna notevole riduzione nella produzione
di cibo; anzi, a volte le carestie avvengono in periodi in cui la disponibilità di cibo è particolarmente alta. La
fame deve essere intesa in termini di incapacità di acquistare cibo, di acquistare cibo sul mercato; e quando ciò
accade io direi che la disoccupazione ne sia la causa principale. Se tu sei impiegato in un settore specializzato, se
improvvisamente diminuisce la domanda per la merce che vendi o per il servizio che fornisci, allora non porai
più guadagnare il reddito che ti mette in grado di acquistare il cibo che ti permette di sopravvivere e di evitare la
morte per fame. Questo approccio, che è stato spesso impiegato nelle analisi contemporanee della carestia era
già presente negli scritti di Smith. Quando Smith discute le carestie si concentra sul crollo dell’economia e in
particolare sulle privazioni di ampi strati della popolazione, che non hanno a disposizione i mezzi economici
minimi per ottenere il cibo necessario alla sopravvivenza. Di questo egli discute in riferimento a molte parti del
mondo, e fra queste anche la parte da cui io provengo, cioè il Bengala, in India. Egli discute anche di questo; la
sua analisi è breve, ma molto penetrante; egli non è imprigionato dall’idea secondo cui poichè la carestia assume
la forma della fame, cioè morte per mancanza di cibo, deve avere qualcosa a che fare con la produzione del cibo.
Ha invece molto più a che fare con la capacità di acquistare cibo; e questa è influenzata dalla produzione, ma
non solo da essa. Può essere influenzata da molti fattori, e Smith entra in questa discussione in modo abbastanza
approfondito. Ed è molto interessante il fatto che egli veda il problema in questa luce più ampia, diversamente,
ad esempio, da Robert Malthus, che scrivendo poco dopo Smith, focalizzò la sua attenzione su pochi temi
specifici, ponedo al centro la produzione di cibo e la numerosità della popolazione, e sviluppando così una
visione molto semplicistica del problema della fame. Smith invece non seguì affatto quell’approccio. Egli
sarebbe stato molto scettico di fronte all’utilità del semplice rapporto fra cibo e popolazione ai fini della
comprensione del problema della fame e delle carestie; secondo Smith ciò era molto più connesso al
funzionamento dell’intera economia, al modo in cui diversi gruppi, classi e parti della società agivano
nell’economia, al modo in cui si guadagnavano da vivere e a come in una tale situazione avrebbero potuto
procurarsi il cibo. La sua analisi della fame era effettivamente molto ben integrata nel complesso della sua
analisi economica, e tale visione complessiva io credo sia molto illuminante non solo ai fini della comprensione
del problema della fame e delle carestie al tempo di Smith, ma anche per la comprensione delle carestie e della
malnutrizione ai nostri giorni. Direi quindi che Smith aveva davvero alcune cose molto utili da dire sulla fame e
le carestie.

7) Possiamo ritornare alla "Teoria dei sentimenti morali"? Come descriverebbe quel libro?

Io credo si tratti di un’opera molto importante e molto ambiziosa che esamina le motivazioni degli esseri umani
e analizza l’uso della ragione in relazione all’azione, in relazione alla formulazione di giudizi, tutte cose che
sono alla base della nostra comprensione del nostro ruolo nel mondo. Si tratta di un compito molto ambizioso, e
naturalmente è svolto da Smith con eccezionale intelligenza.
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Si tratta di un libro su quella che a volte viene chiamata la psicologia morale della gente, cioè la psicologia del
bene e del male ... come percepiamo ciò che è buono e ciò che non lo è. Ma al tempo stesso è anche un grande
libro di etica in quanto tale; non solo di psicologia morale, ma anche su come possiamo ragionevolmente,
razionalmente, analizzare la natura del bene e degli stati positivi; la natura delle azioni giuste in quanto opposte a
quelle ingiuste. E grazie a Smith compiamo un grande passo avanti nella comprensione di questioni morali che
si pongono in una società. Smith è molto interessato agli aspetti morali della vita sociale e da ciò derivano le sue
idee sul mettere se stessi nella posizione degli altri, che lo portano a definire concetti come lo "spettatore
imparziale". Queste idee rappresentano modi per collegare un individuo agli altri; il che naturalmente è
fondamentale per assumere una posizione etica nell’ambito della società. E questo è quel che Smith fa in modo
grandioso nella "Teoria dei sentimenti morali". Naturalmente ogni opera di questo genere è piena di difficoltà e
non è possibile riassumerne le lezioni principali in poche frasi; in ogni caso essa offre un’importante prospettiva
per affrontare questioni morali nel contesto della vita sociale. E distingue fra un gran numero di motivazioni.
Naturalmente c’è quella legata al proprio interesse personale, che a volte può assumere una forma meno nota,
quella dell’amore di sè, come lo chiamò Smith. Ma anche in questo caso ci si può avventurare in uno studio più
approfondito, e facendolo ci si può rendere conto che certe espressioni dell’amore di sè non conducono al
perseguimento del proprio interesse di lungo periodo. Il perseguimento illuminato del proprio interesse viene
allora riflesso nella nozione smithiana di “prudenza”. Il comportamento prudente è mosso dall’interesse
personale, ma è messo in atto in modo intelligente e illuminato. Da qui Smith procede all’esame di altre
motivazioni, che includono la simpatia per gli altri, che in una certa misura è parte del comportamento prudente
perchè, come ci dice Smith, essere in grado di simpatizzare con gli altri può, nel lungo periodo, risultare utile a
noi stessi. Ma la simpatia nasce da motivazione che vanno oltre; c’è la simpatia, c’è la generosità, c’è lo spirito
pubblico; e Smith discute anche questo fra i fattori che entrano nei pensieri della gente. Tutto ciò è parte della
psicologia degli esseri umani ed è anche parte dell’etica razionale che gli esseri umani possono voler coltivare
per capire quel che dovrebbero fare nella società. Tutto ciò Smith lo analizzò su entrambi questi livelli; a livello
psicologico, cercando di capire ... ponendo spesso domande come queste: perchè ci si comporta così? cosa c’è
dietro? è utile? questo sentimento è utile? le azioni basate su questi sentimenti sono giuste? se non lo sono,
perchè? In questo modo si compie una sorta di disamina razionale dei sentimenti morali e si ottiene sia lo
sviluppo e la spiegazione dei sentimenti morali come esame critico, sia la disamina e talvolta il rifiuto di
specifici tipi di sentimenti morali. Il risultato è un’opera di grande profondità, che considera il comportamento
morale affrontando sia le motivazioni tattiche - nel senso di come una persona dovrebbe agire - sia la psicologia
morale, ovvero qual è la natura dei sentimenti individuali, perchè li si prova e cosa se ne dovrebbe pensare, sia
l’epistemologia, nel senso della conoscenza dei fattori che hanno rilievo etico. Come ho già detto, la "Ricchezza
delle nazioni" si sviluppa nell’ambito della parte scientifica della "Teoria dei sentimenti morali", quindi
anch’essa rientra nell’ambito dei sentimenti morali. Ad esempio, se i nostri sentimenti sono molto puri, molto
puri e molto buoni, ma se siamo estremamente male informati su quali cause producono certi effetti, allora si
possono compiere azioni controproducenti, che si dovrebbero evitare. Quindi l’epistemologia, la comprensione
scientifica della natura del mondo, è molto importante per Smith. E per questo ci troviamo con questo testo, la
"Teoria dei sentimenti morali", che combina etica, psicologia e comprensione scientifica delle relazioni di causa
ed effetto che si realizzano nel mondo. Tutto ciò fa della "Teoria dei sentimenti morali" un bellissimo testo, un
testo veramente molto ricco.

8) Secondo lei quali idee sviluppate nella "Teoria dei sentimenti morali" sono particolarmente importanti
anche oggi?

Ve ne sono molte. Io credo che l’analisi delle motivazioni, della varietà dei motivi che entrano nell’azione
umana e la influenzano, sia molto importante e che sia particolarmente importante rendersene conto proprio
oggi, perchè molto spesso - a mio avviso - Smith è erroneamente interpretato come una persona secondo cui la
gente è soprattutto attenta al proprio interesse. Ma in realtà egli non assunse una tale posizione; egli non pensò
che la gente è soprattutto attenta al proprio interesse nè che un’attenzione rivolta esclusivamente al proprio
interesse sarebbe accettabile. Secondo Smith in molti casi l’attenzione rivolta esclusivamente al proprio interesse
funziona benissimo; ad esempio nell’ambito dello scambio. Ma secondo Smith quando si considera la vita in
società, la reciproca cooperazione nella produzione, fare il proprio dovere in un’attività congiunta - sia essa
produzione economica o vita civica - allora sono necessarie altre motivazioni: la simpatia, la generosità, lo
spirito pubblico. E io credo che l’ampia e profonda comprensione della necessità di una grande varietà di
motivazioni, in un mondo complesso, sia una delle più importanti intuizioni che troviamo in Smith. Un’altra
intuizione su cui vorrei richiamare l’attenzione è ciò a cui ho già fatto riferimento: l’idea di uno "spettatore
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imparziale". Quando si vive in una società, con altri, si pone il problema di come i propri interessi si confrontino
con quelli degli altri. Smith in questo caso introdusse tale dispositivo: può essere utile immaginare uno
"spettatore imparziale", una persona esterna che arriva e osserva quel che sta accadendo; considera le diverse
persone coinvolte e i loro interessi; e quel che pensa lo "spettatore imparziale" è una cosa a cui si dovrebbe
prestare attenzione. Questo è un modo di introdurre il bisogno di impersonalità, il bisogno di compiere
valutazioni morali andando oltre l’interesse personale. Emmanuel Kant, che era un contemporaneo di Smith, lo
fece in modo diverso: attraverso una sorta di negoziazione con cui ci si poneva nella posizione dell’altro, non
nella posizione di uno spettatore esterno; si trattava di un modello negoziale. Quello di Smith invece era un
modello di arbitrato: uno "spettatore imparziale" giunge dall’esterno, osserva le persone e decide cosa si deve
fare. Il modello negoziale sviluppato da Kant e molto usato dai filosofi contemporanei, come John Rawls,
ipotizza che in una certa occasione - un caso ipotetico - la gente si riunisca insieme; il termine che viene usato è
“posizione originaria”. Prendendo come riferimento una tale “posizione originaria” ci si chiede, come fa John
Rawls, che è un grande filosofo kantiano, quali regole sceglierebbero queste persone, senza sapere chi siano. Ma
questo modello negoziale è diverso da quello dello "spettatore imparziale", dove un soggetto arriva dall’esterno
del sistema; e spesso il modello dello "spettatore imparziale" offre dei vantaggi. Posso proporvi un paio di
esempi. Uno è questo: se si vuole considerare la moralità delle politiche della popolazione, si deve osservare che
per effetto delle politiche stesse la dimensione della popolazione sarà diversa. Ma se questo è il caso non si sa
chi dovrebbe negoziare; infatti, c’è chi potrebbe nascere ma non nascerebbe se si adottasse una specifica politica
della popolazione anzichè un’altra. Qual è lo status di questi soggetti; essendo persone potenziali, sono persone
reali oppure no? Questo tipo di ambiguità rende molto più difficile applicare il concetto kantiano di “posizione
originaria” rispetto a quello smithiano di "spettatore imparziale" proveniente dall’esterno. Un’altro esempio
potrebbe essere questo: succede abbastanza spesso che la percezione che la gente ha del proprio interesse sia
condizionata molto fortemente dalla società in cui vive. Questo accade spesso, ad esempio, quando si trattta di
questioni di genere e di uguaglianza. Si può osservare che certi valori di genere e di uguaglianza possono essere
così profondamente radicati nella mente delle persone da rendere loro impossibile vedere oltre; in questo modo
ogni negoziazione fra persone che si trovano all’interno dello stesso ambiente culturale è viziata da tale
condizione. Ma uno "spettatore imparziale" potrebbe portare una nuova prospettiva in tale contesto; una
prospettiva non necessariamente basata solo su quella situazione sociale ma anche su circostanze che potrebbero
prevalere in altri paesi; in questo modo potrebbe emergere la consapevolezza di come non sia necessario avere
valori di genere e uguaglianza del tipo che esistono in alcune società. Quello di consentire una prospettiva più
ampia appare quindi un vantaggio di cui gode il modello dello "spettatore imparziale" nei confronti del modello
kantiano della “posizione originaria”, che però ha esercitato una maggiore influenza sulla filosofia morale
moderna.

9) Secondo Lei quali idee sviluppate nella "Teoria dei sentimenti morali" sono particolarmente
importanti anche oggi?

Penso che vi siano molte idee particolarmente importanti anche oggi. Una di queste, ad esempio, è il modo in cui
Smith vede la necessità della presenza di una molteplicità di motivazioni alla base dell’azione umana. A volte
Smith è descritto come il guru dell’interesse individuale, ma ovviamente non è così. Egli ha una visione molto
più ampia delle motivazioni degli individui, vede la necessità di considerare l’interesse individuale, anche se
inteso in modo più sottile, come interesse illuminato, come comportamento prudente; ma si deve considerare
anche la simpatia, la necessità della generosità, dello spirito pubblico. Questi aspetti sono considerati da Smith in
modo molto diffuso; ma a volte i moderni seguaci di Smith lo dimenticano e tendono a concentrarsi su poche
frasi. Ad esempio, una frase della "Ricchezza delle nazioni" che viene citata molto spesso richiama il fatto che il
macellaio, il fornaio e il birraio sono incentivati a scambiare i loro beni perchè mossi dal proprio interesse,
aiutandosi l’un l’altro pur senza averne avuta l’intenzione. In questo contesto, naturalmente, Smith ci sta dicendo
che ai fini di quella specifica attività di scambio va benissimo essere motivati soltanto dal proprio interesse
personale, ma in molti altri casi è necessario avere una gamma molto più ampia di motivazioni. Il fatto che
Smith consideri necessario tenere conto dell’interesse degli altri, provare simpatia per loro, impegnarsi
reciprocamente, comprendere i bisogni degli altri, io credo sia una parte molto importante della "Teoria dei
sentimenti morali" e che essa sia molto importante ancora oggi. E vorrei anche aggiungere che il dispositivo
etico impiegato da Smith, in particolar modo lo "spettatore imparziale", a cui ho già fatto riferimento, è
particolarmente importante soprattutto perchè offre un modo per tener conto con intelligenza e razionalità degli
interessi degli altri nell’ambito della definizione dei propri sentimenti e delle proprie azioni. Direi quindi che
questa è un’idea che ha conservato la sua importanza anche per l’oggi, e che in un certo senso è forse superiore
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ad altri modi di affrontare il problema dell’impersonalità che possiamo trovare nella filosofia contemporanea.

10) Potrebbe illustrare ulteriormente il concetto di "spettatore imparziale"? e in che senso è importante
per la filosofia sociale contemporanea?

Io credo sia estremamente importante, ma purtroppo questa importanza - a mio parere - non viene riconosciuta a
sufficienza. Quando Smith scriveva, l’idea della impersonalità stava assumendo grande rilievo nell’etica. In
particolare possiamo ricordare come Emmanuel Kant - una figura di eccezionale grandezza, contemporaneo di
Smith - si stesse occupando di questo stesso tema dell’impersonalità nell’ambito delle sue idee sull’imperativo
categorico; si tratta di idee che hanno influenzato in modo straordinario lo sviluppo della filosofia morale, e se si
considera la filosofia morale si può dire che le idee di Kant hanno esercitato un’influenza molto maggiore di
quelle di Smith. Ovviamente Kant è una figura di eccezionale statura nell’ambito della filosofia morale; ed è
stato giustamente tenuto in grande considerazione; non è di questo che io mi lamento. Quel che voglio dire è che
il fatto che oggi la filosofia morale trascuri Smith è un fatto grave, che dovrebbe essere corretto. Per illustrare la
differenza fra Smith e Kant si può fare riferimento al modo in cui considera il tema dell’impersonalità, cioè il
problema di come andare oltre la propria personalità e prestare attenzione ai bisogni, ai desideri, agli interessi,
delle altre persone. In questo contesto, il modello che è stato sviluppato seguendo un indirizzo kantiano ha
assunto la forma di un modello di negoziazione. Questo modello è stato sviluppato in modo molto brillante da
John Rawls - forse il più eminente fra i filosofi morali contemporanei - nel suo libro “Una teoria della giustizia”
e in altre sue opere. In questo modello, seguendo un’impostazione kantiana, Rawls ci invita a considerare che
tipo di regole si vorrebbero avere in una società se ci si trovasse in una ipotetica “posizione originaria” in cui gli
individui non sanno chi diventeranno, ma sanno quali persone vi saranno nella società. Questo è un modello
basato su una negoziazione fra gli individui che a sua volta si basa su una comprensione di come può risultare la
società nel suo insieme, senza prestare però molta attenzione alla posizione che occuperà ogni specifico
individuo. Ora, se si confronta questo modello con il concetto di "spettatore imparziale" si può vedere che
quest’ultimo sta al concetto di “posizione originaria” come l’arbitrato sta alla negoziazione. La negoziazione è
una relazione fra le persone già direttamente coinvolte; l’arbitrato coinvolge un personaggio esterno; e lo
"spettatore imparziale" è un personaggio esterno. E’ un arbitro. Smith ci chiede di riflettere su un personaggio
che giunge dall’esterno, che non è direttamente coinvolto e che, uno alla volta, può mettersi nei panni di tutti e
considerare tutti con grande simpatia, ma non è una delle persone che stanno negoziando per un certo fine.
Anche in questo modo si costruisce un modello di impersonalità; e io credo vi siano dei vantaggi rispetto all’uso
del concetto di “posizione originaria”. Indicherò alcuni di questi vantaggi. Uno è connesso al fatto che quando vi
è incertezza su chi deve partecipare alla negoziazione il modello dello "spettatore imparziale" funziona meglio di
quello della “posizione originaria”. Si consideri ad esempio una decisione morale su una politica della
popolazione. Se si segue una politica può accadere di avere una popolazione di x persone; se si segue un’altra
politica si può avere una popolazione di x + y persone. In questo caso si pone questo problema: chi deve
prendere parte alla decisione nella “posizione originaria”? solo le prime x persone, o anche le altre y persone?
Ma le y persone nascerebbero solo se si intraprendesse una delle due politiche; si giungerebbe quindi all’assurdo
di intendere la “posizione originaria” in termini di una dinamica interna. Tuttavia, in un contesto smithiano un
simile problema non si porrebbe. Entrerebbe in scena uno "spettatore imparziale" che si porrebbe nella posizione
di una delle x persone del primo caso e di una delle x + y persone del secondo caso; farebbe un confronto e
giungerebbe a una conclusione, che sarebbe una conclusione razionale. Sotto questo punto di vista, e questo è
solo un esempio ma potrei fornirne altri, le possibilità di applicazione dello "spettatore imparziale" sono
maggiori di quelle della “posizione originaria”. Possiamo considerare un altro esempio. Quando si conduce una
negoziazione, a volte, si è legati a una particolare società; non si sa che posizione si avrà in quella società, ma
che si sarà una delle persone di quella particolare società. Se ci si trova in una situazione in cui,
tradizionalmente, alcuni valori sociali sono sopravvisssuti, è possibile che non essere in grado di sviluppare una
loro lettura critica. Si tratta di un problema che si è posto spesso in riferimento a questioni di genere e di
uguaglianza in società in cui vi è una lunga tradizione di disuguaglianze sessuali. In un caso simili può risultare
estremamente naturale pensare che le donne debbano essere in una posizione sociale in un certo senso inferiore.
In una tale società, porsi in una posizione impersonale può non essere sufficiente per assumere una prospettiva
abbastanza ampia; uno "spettatore imparziale" può invece portare le esperienze di altri paesi, altre culture, altre
epoche. In questo senso, il modello dello "spettatore imparziale" è più ampio e io credo sia più versatile, e che in
alcuni casi possa offrirci di più. Io credo che quella della “posizione originaria” sia stata un’idea straordinaria,
ma credo la si possa migliorare introducendo la prospettiva smithiana. Io credo che la filosofia morale
contemporanea potrebbe trarre profitto dal prendere in più seria considerazione Smith oltre a Kant, anzichè
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rivolgersi essenzialmente a Kant quando discute il tema dell’impersonalità.

11)Professor Sen, si potrebbe dire che Smith era interessato nella stessa misura alle conseguenze volute e
non volute delle azioni umane?

Attorno al fatto che Smith discusse l’importanza delle conseguenze non volute c’è molta confusione. In effetti è
vero, Smith ne parlò discutendo casi come quello di una persona che commerciando con un’altra si propone di
aumentare il suo benessere, non quello dell’altra persona, ma alla fine può aumentare anche il benessere
dell’altra persona. Tutto ciò avviene nel contesto delle discussioni sull’interesse personale e sul valore di questo
interesse in relazione agli altri nell’ambito dello scambio. Ma, come ho già detto, questa è solo una parte del
discorso di Smith; e in esso vi sono altri temi: il modo in cui si interagisce con gli altri nella società, si prova
simpatia per gli altri, si è generosi nei confronti degli altri, si manifesta spirito pubblico nell’affrontare questioni
di rilievo sociale, si fa il proprio dovere quando si svolgono attività insieme ad altri - ad esempio nella sfera della
produzione, o nella vita sociale - vivendo insieme in una comunità. In tutti questi casi le motivazioni discusse da
Smith sono pienamente consapevoli delle proprie conseguenze. Smith non stava dicendo che assumendo un
punto di vista simpatetico nei confronti degli altri e impegnandosi in una certa misura per il benessere degli altri
ci si trova ad ottenere risultati opposti. Smith non diceva affatto questo.
Allora, a mio parere, le conseguenze inintenzionali sono un aspetto importante degli scritti di Smith.
Sicuramente in scrittori successivi, come Menger, Hayek, hanno acquistato molto più peso di quanto non ne
avessero negli scritti di Smith, ma sono presenti anche negli scritti di Smith. Ma dire che le conseguenze
inintenzionali svolgono un ruolo cruciale nell’analisi smithiana della natura del mondo è vero solo in parte. Si
può dire che abbiano un ruolo importante nella comprensione del modo in cui Smith pensava al funzionamento
degli scambi. Consideriamo il caso delle carestie. Smith aveva una visione molto ampia dei vantaggi e degli
svantaggi dell’economia di mercato, e sottolineava che spesso la gente se la prende con i mercanti, e poichè
spesso i mercanti sono mossi da motivazioni piuttosto basse - vogliono ottenere profitti - la gente dice che è a
causa dei loro profitti che si verificano le carestie. Ma Smith sottolinea che uccidendo i mercanti o eliminando il
commercio non si risolve una carestia. E questo è sostanzialmente vero; vi sono eccezioni, ma come regola
generale è sostanzialmente giusta. In questo contesto è molto importante riconoscere che il fatto che i mercanti
sono interessati ai propri profitti non deve influenzare il nostro giudizio sulle loro azioni, inducendoci a pensare
che essi possono aggravare una carestia. Infatti non è cosi; e in questo contesto è importante riconoscere che
dalle attività economiche possono derivare effetti positivi inintenzionali. Ma io credo sia molto importante
rendersi conto del fatto che Smith è un personaggio e un teorico di enorme rilievo, e che sarebbe un errore
ridurre un tale personaggio in una qualunque formula come quella delle conseguenze inintenzionali. A volte
questo è stato fatto; ma io preferisco vedere Smith nella prospettiva più ampia in cui credo egli stesso si ponesse:
introducendo un gran numero di interessi, di motivazioni, di questioni scientifiche ed etiche; e credo che in
questo senso egli resti uno dei maggiori pensatori di tutti i tempi.

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Amartya Sen
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

http://it.wikipedia.org/wiki/Amartya_Sen

Amartya K. Sen (Santiniketan, 1933), economista indiano, Premio Nobel per l'economia nel 1998, Lamont
University Professor presso la Harvard University.

Partendo da un esame critico dell'economia del benessere, che ha portato fra l'altro alla definizione di un indice
di povertà largamente usato in letteratura (1977), negli ultimi due decenni Sen ha sviluppato un approccio
radicalmente nuovo alla teoria dell'eguaglianza e delle libertà. In particolare, Sen ha proposto le due nuove
nozioni di capacitazioni e funzionamenti come misure più adeguate della libertà e della qualità della vita degli
individui. In estrema sintesi, Sen propone di studiare la povertà, la qualità della vita e l'eguaglianza non solo
attraverso i tradizionali indicatori della disponibilità di beni materiali (ricchezza, reddito o spesa per consumi)
ma soprattutto analizzando la possibilità di vivere esperienze o situazioni cui l'individuo attribuisce un valore
positivo. Non solo, quindi, la possibilità di nutrirsi e avere una casa adeguata, ma anche essere rispettati dai
propri simili, partecipare alla vita della comunità ecc. Secondo Sen, i funzionamenti sono, in sostanza, le
esperienze effettive che l'individuo ha deciso liberamente di vivere, ciò che ha scelto di fare o essere. Le
capacitazioni sono invece le alternative di scelta, ossia l'insieme dei funzionamenti che un individuo può
scegliere. L'approccio di Sen ha convinto molti studiosi a considerare i tradizionali indicatori monetari del
benessere (indici di povertà e diseguaglianza basati sul reddito o sulla spesa per consumi) come misure
incomplete e parziali della qualità della vita di un individuo. Rimangono tuttavia numerose difficoltà irrisolte per
quanto riguarda l'osservazione e la misura empirica dei funzionamenti e delle capacitazioni.

Il paradosso di Sen
Prendendo spunto dal teorema di Arrow, Sen dimostra che, in uno stato che voglia far rispettare
contemporaneamente efficienza paretiana e liberismo, possono crearsi delle situazioni in cui al più un individuo
ha garanzia dei suoi diritti. Egli dimostra dunque matematicamente l'impossibilità del liberismo di Vilfredo
Pareto, basato appunto sull'efficienza. Il paradosso è analogo a quello di Arrow sulla democrazia. Come per
quest'ultimo, sono possibili alternative sociali che non ne sono soggette, ma richiedono l'abbandono dell'una o
dell'altra assunzione. Sen ha ricevuto il Nobel proprio per aver sviluppato una teoria sociale scevra dal suo
paradosso.

Ottimo paretiano
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

L'ottimo paretiano o efficienza paretiana è un concetto introdotto dall'economista italiano Vilfredo Pareto,
largamente applicato anche in teoria dei giochi, ingegneria e scienze sociali. Si realizza quando l'allocazione
delle risorse è tale che non è possibile migliorare la condizione di un soggetto senza peggiorare la condizione di
un altro.

Nel Cours d'Economie Politique (Losanna, 1896), Pareto sostenne che si può dimostrare che, in una situazione
in cui le risorse iniziali sono date, un sistema di mercati perfettamente concorrenziali assicura allocazioni
ottimali. Un'allocazione ottimale è caratterizzata dal fatto che, date le usuali ipotesi sulle preferenze o sulla
tecnologia, è impossibile ottenere migliori livelli di benessere di qualcun altro, o la produzione di qualche altro
bene.

Si ha ottimo paretiano (detto anche efficienza allocativa) quando non è possibile alcuna riorganizzazione della
produzione che migliori le condizioni di tutti. In tale situazione, l'utilità di una persona può essere aumentata
soltanto da una diminuzione dell'utilità di qualcun altro; vale a dire che nessuna persona può migliorare la
propria condizione senza che qualcun altro peggiori la sua.

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Una delle condizioni di partenza è che ci si muova in un sistema di mercati concorrenziali: è a partire da questi
presupposti che la Pareto-efficienza è spesso invocata per evidenziare le virtù della concorrenza. Peraltro, nel
quadro di questo approccio, è possibile giustificare alcuni interventi dello Stato miranti al miglioramento delle
condizioni nelle quali gli individui compiono le proprie scelte, interventi che sarebbero particolarmente
giustificati nei casi di fallimento del mercato, cioè in quei casi in cui è chiaro che i mercati non massimizzino il
bene comune.

L'argomentazione di Amartya Sen


Prendendo spunto dal teorema di Arrow, il premio Nobel per l'economia Amartya Sen ha dimostrato che, in uno
stato che voglia far rispettare contemporaneamente efficienza paretiana e liberismo, possono crearsi delle
situazioni in cui al più un individuo ha garanzia dei suoi diritti. Egli dimostra dunque matematicamente
l'inesistenza dell'ottimo paretiano nel liberismo paretiano. Il paradosso è analogo a quello di Arrow sulla
democrazia. Come per quest'ultimo, sono possibili alternative sociali che non ne sono soggette, ma richiedono
l'abbandono dell'una o dell'altra assunzione. Sen ha ricevuto il Nobel proprio per aver sviluppato una teoria
sociale scevra dal suo paradosso.

Bibliografia
• Sen, A. K. "The Impossibility of a Paretian Liberal", Journal of Political Economy, n. 78, 1970, pp 152-
157.
• Sen, A. K. "The Impossibility of a Paretian Liberal:Reply", Journal of Political Economy, n. 79, 1971, pp
1406-1407.

Teorema dell'impossibilità di Arrow


Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

http://it.wikipedia.org/wiki/Teorema_di_Arrow

Il Teorema dell'impossibilità di Arrow, o semplicemente teorema di Arrow, è un teorema formulato nel 1951
dal Premio Nobel per l'economia Kenneth Arrow nel libro Social Choice and Individual Values. Lo scopo era
trovare un sistema di votazione che evitasse il paradosso di Condorcet, consentendo dunque di preservare
l'ordine lineare delle preferenze (se A vince su B, e B vince su C, allora A deve vincere su C). In italiano il
nome del teorema non è ambiguo, mentre in inglese si preferisce la versione estesa per evitare confusione con un
ipotetico teorema della freccia. La dimostrazione del teorema comporta, sorprendentemente, l'impossibilità della
democrazia rappresentativa basata sui principi che solitamente sono considerati alla base della democrazia
stessa: uguaglianza dei voti, univocità della scelta, certezza del risultato.

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Adam Smith

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

http://it.wikipedia.org/wiki/Adam_Smith

Adam Smith (Kirkcaldy, Scozia, 5 giugno 1723 - Edimburgo, 17 luglio 1790), filosofo ed economista scozzese
che gettò le basi dell'economia politica liberale.
L'opera di A. Smith chiude il periodo dei mercantilisti, da lui così definiti e criticati, dando avvio alla serie di
economisti classici superando i concetti definiti dai fisiocratici. La ricchezza delle nazioni, pubblicata nel 1776
diventa il testo di riferimento per tutti gli economisti classici del XVIII e XIX secolo come David Ricardo,
Thomas Robert Malthus, Jean-Baptiste Say, John Stuart Mill. Questi o ne ripresero il contenuto per elaborare le
proprie posizioni, anche divergenti fra di loro, o la criticarono alla ricerca di nuove vie. La ricchezza delle
nazioni è però anche un importante libro di storia economica in quanto vengono descritte le trasformazioni
dell'economia inglese del tempo.

Indice
• 1 Cronologia
• 2 Opere
• 3 Pensiero filosofico ed economico
o 3.1 Principio di simpatia
o 3.2 Divisione del lavoro
o 3.3 Valore di scambio e ripartizione dei redditi
o 3.4 Mano invisibile
o 3.5 Moneta
o 3.6 Libero-scambio e ruolo dello Stato
• 4 Hanno scritto di lui
• 5 Bibliografia
• 6 Riferimenti

Cronologia
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• 1723 – Nasce a Kirkcaldy, piccolo porto scozzese sul golfo della Firth of Forth dirimpetto a Edimburgo.
La data di nascita è incerta; si sa che fu battezzato il 5 giugno. Suo padre, di nome Adam come il figlio,
era controllore delle dogane (più precisamente esattore del dazio, incarnazione quindi di quella politica
protezionistica e mercantilistica fortemente criticata dal figlio Adam jr.), morì nel gennaio del 1723; la
madre, Margaret Douglas, proveniva da una ricca famiglia scozzese. Figlio unico ed orfano di padre,
Adam Smith jr. rimase molto legato alla madre da profondi sentimenti affettivi.
• 1737 – Dopo gli anni scolastici a Kirkcaldy, si iscrive all’Università di Glasgow dove viene influenzato
dai corsi di Francis Hutcheson (1654-1746), professore di filosofia morale secondo il quale l'essere
umano è guidato da due tipi di forze naturali: gli istinti egoistici (che incitano all'appagamento
individuale) e gli istinti altruisti (che definiscono la propria coscienza morale).
• 1740 – Studia al College Balliol di Oxford, dall'atmosfera giacobita e anti-scozzese e del quale manterrà
un cattivo ricordo.
• 1746 – Lascia Oxford e rientra a Kirkcaldy, senza progetti particolari.
• 1748 – Grazie all’appoggio di Henry Home (Lord Kames) e di Sir Oswald de Dunniker, viene invitato a
sostenere lezioni pubbliche ad Edinburgo di retorica e letteratura.
• 1750 – Incontra David Hume, con il quale rimarrà sempre in contatto.
• 1751 – Sempre grazie a Lord Kames, ottiene la nomina alla cattedra di logica all’Università di Glasgow
dove insegna logica e, successivamente, filosofia morale.
• 1752 – Succede a Francis Hutcheson alla cattedra di filosofia morale. Il contenuto dei corsi è stato a
lungo conosciuto solo grazie ai ricordi lasciati da John Millar, suo brillante allievo. Solo nel 1896 Edwin
Cannan ritrova e pubblica con il titolo Lectures of Jurisprudence le note dei corsi dell’anno 1763/1764.
Nel 1958, vengono ritrovate e pubblicate da J. M. Lothian le note dei corsi di retorica e di lettere
dell’anno 1762/1763. Questi documenti testimoniano dello stretto rapporto fra etica ed economia nel
pensiero di Adam Smith.
• 1759 – Pubblica La teoria dei sentimenti morali che approfondisce il suo corso di etica insegnato a
Glasgow ed introduce il principio di simpatia. La pubblicazione di questo libro, gli procurò una certa
notorietà.
• 1761 – Pubblica Considerations Concerning the First Formation of Language in Philological
Miscellany.
• 1764 – Lascia l’incarico all’Università di Glasgow per diventare precettore del giovane Duca di
Buccleuch ottenendo una pensione di 300 lire sterline all’anno che conserverà per tutta la sua vita.
Accompagna così il giovane nel suo tuor della durata di quasi due anni, prevalentemente in Francia,
inizialmente a Tolosa e poi a Parigi.
• 1765 – Incontra Voltaire a Ginevra.
• 1766 – Nel mese di febbraio giunge a Parigi dove entra nei grandi salotti parigini grazie alla sua
reputazione e all’aiuto di David Hume. Qui frequenta D’Alembert, d'Holbach, Helvetius e, soprattutto,
François Quesnay (fondatore della scuola dei fisiocratici) e Turgot. Nel novembre torna, sempre
accompagnato dal Duca di Bucchleuch, a Londra.
• 1767 – Ritorna a Kirkcaldy, presso la madre, ed inizia la redazione della La ricchezza delle nazioni.
• 1776 – Il 9 marzo, nove anni dopo l’inizio della stesura, pubblica presso Strahan e Cadell l'Indagine
sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni testo più noto come La ricchezza delle nazioni.
Seguiranno varie riedizioni del testo che ottenne già all'epoca un'importante risonanza.
• 1778 – Viene nominato commissario delle dogane e si istalla ad Edinburgo. Malgrado l’attività
lavorativa, si dedica alla riedizione della Ricchezza delle nazioni ed alla revisione, assai rimaneggiata,
della Teoria dei sentimenti morali.
• 1790 – Muore il 17 luglio, lasciando istruzioni ad amici di bruciare gran parte dei suoi scritti. E così
avvenne.

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Opere
• 1759 - Teoria dei sentimenti morali, (The Theory of Moral Sentiments), riedizioni nel 1761, 1767,
1774, 1781 e 1790.
• 1776 - La ricchezza delle nazioni, (An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations),
riedizioni nel 1778, 1784, 1786 e 1789.
• 1795 - Essays on Philosophical Subjects, testo redatto durante il periodo di Glasgow e pubblicato
postumo.

Pensiero filosofico ed economico


Il pensiero di A. Smith trae origini da differenti fonti mediate dall’insegnamento di Fancis Hutcheson il quale
già cercò di sintetizzare la legge e il diritto naturale di Ugo Grozio, l’empirismo di John Locke e l’idea tipica dei
filosofi scozzesi secondo la quale l’uomo è mosso dalle passioni più che dalla ragione. Adam Smith realizza una
sintesi personale di queste influenze, alle quali si aggiungono gli influssi di David Hume - che Smith conobbe
personalmente e con il quale intrattenne lunghi contatti -, dei filosofi francesi del XVIII secolo come Jean-
Jacques Rousseau e Montesquieu, dei fisiocratici e di Turgot, conosciuti durante il suo viaggio in Francia.
Il pensiero di A. Smith non si limita però ad una sintesi delle differenti correnti di pensiero esistenti: il suo
merito è di avere apportato argomenti e tesi nuove, differenziandosi dagli insegnamenti di Francis Hutcheson
anche per aspetti fondamentali.
Dell’opera di A. Smith è stata fornita un’interpretazione basata sulla netta separazione fra la Teoria dei
sentimenti morali e la La ricchezza delle nazioni. Hanno seguito questa via autori tedeschi, che parlano di Das
Adam Smith Problem, come Bruno Hildebrand e Knies, ma anche Buckle, Jakob Viner e Louis Dumont
secondo i quali nel primo libro l’analisi porterebbe sui sentimenti altruisti mentre nel secondo si tratterebbe di
comportamenti egoisti. Più recentemente grazie ad una rivalutazione della Teoria dei sentimenti morali e del
principio di simpatia ivi incluso da parte di autori come A. L. Macfie, Andrew Skinner e Donald Winch, si
sostiene l’unità di pensiero di A. Smith che, occorre ricordarlo, alla fine della sua vita riprese in mano la Teoria
dei sentimenti morali per un’ulteriore revisione. Il principio di simpatia è quindi un elemento basilare anche
della mano invisibile.
La metodologia smithiana è essenzialmente fondata sulla diffidenza verso l'idea di rigide leggi naturali da
svelare (contrapponendo l'idea di sistemi filosofici come invenzioni dell'immaginazione) e sulla complessità
delle motivazioni all'origine dei comportamenti umani, entrambi aspetti caratteristici dell'illuminismo scozzese
che l'ha formato.

Principio di simpatia

La formazione del giudizio morale è oggetto di discussione della filosofia morale, tema con il quale anche i
filosofi del XVIII secolo si sono confrontati. In modo assai generico, si identificano due correnti: una prima che
fonda il giudizio morale sulla ragione (Locke) e una seconda che ne ricerca le origini nelle passioni e nei
sentimenti umani (Hume). Il dibattito verte anche sulla presenza innata del senso morale o la sua assimilazione
dopo la nascita quale elemento culturale.
Seguendo l’approccio basato sui sentimenti, A. Smith descrive nella Teoria dei sentimenti morali appunto, un
sistema morale fondato sul principio di simpatia che comporta l'immedesimazione nelle passioni e nei sentimenti
altrui e che differisce dalla benevolenza e dall'altruismo pur non sostituendosi all’egoismo. Per simpatia,
sentimento innato nell'uomo, va intesa la capacità di identificarsi nell'altro, la capacità di mettersi al posto
dell'altro e a comprenderne i sentimenti in modo da potere ottenere l'apprezzamento e l'approvazione altrui. Da
questo sentimento gli individui deducono regole morali di comportamento. La coscienza morale non è allora un
principio razionale interiore, ma, scaturendo dal rapporto simpatetico che l'uomo ha con gli altri uomini,
presenta un carattere prevalentemente sociale e intersoggettivo.
In quest'ottica, ad esempio, il diritto di proprietà non è un diritto naturale come l’intendeva Locke (anteriore ad
ogni convenzione sociale) né un artifizio storico come sostenuto da Hume, ma il risultato di un processo
speculare di simpatia e socializzante che giustifica la proprietà in quanto possesso di un oggetto frutto di un
lavoro personale e il cui furto implicherebbe un giudizio negativo dell'altro su sè stessi.
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Il principio di simpatia non viene abbandonato da A. Smith nella redazione della Ricchezza delle nazioni, al
contrario questo soggiace allo scambio e al mercato: il panettiere produce pane non per farne dono
(benevolenza), ma per venderlo (perseguimento del proprio interesse). Tuttavia, il panettiere – pur mosso dal
proprio interesse di vendere il prodotto del suo lavoro per ottenere altri beni o lavoro altrui – produce quel pane
che anticipa essere desiderato, apprezzato, dal cliente. In altri termini, il panettiere cerca l’apprezzamento del
suo cliente, senza il quale egli non potrà vendere il proprio pane non soddisfacendo così i propri interessi.
Gli individui, mossi dal principio di simpatia vanno alla ricerca dell’apprezzamento degli altri, ed iniziano a
lavorare, a costruire e ad accumulare, favorendo di conseguenza la produzione economica.

Divisione del lavoro

Nel libro primo della Ricchezza delle nazioni A. Smith analizza le cause che migliorano il potere produttivo
del lavoro e il modo con il quale la ricchezza prodotta si distribuisce naturalmente fra le classi sociali. La
ricchezza di una nazione viene identificata all'insieme dei beni prodotti suddivisi per l'intera popolazione, si può
quindi parlare di reddito pro-capite. La ricchezza viene prodotta attraverso il lavoro e può essere incrementata
aumentando la produttività del lavoro o il numero di lavoratori. Il lavoro permette inoltre di determinare il
valore di scambio di un bene: A. Smith sviluppa così una teoria del valore-lavoro, in contrapposizione all'idea di
una ricchezza proveniente dalla natura sostenuta dai fisiocratici.
La divisione del lavoro permette l’incremento della produttività del lavoro, come illustrato dal celebre esempio
della manifattura di spilli: se un individuo deve, da solo, fabbricare spilli partendo dall'estrazione dal suolo
della materia prima fino alla realizzazione di ogni singola fase artigianali, riuscirà difficilmente a produrre
quantità elevate di spilli in poco tempo; se a questo stesso individuo viene fornito il filo metallico già pronto
riuscirà ad aumentare la sua produzione; con la suddivisione delle varie fasi artigianali e l'assunzione di queste
da parte di più artigiani specializzati in una singola fase, allora la produzione di spilli sarà nettamente superiore
alla somma degli spilli che verrebbero prodotti, dallo stesso numero di individui, nelle modalità produttive
precedenti. Le ragioni dell'incremento produttivo indotto dalla divisione del lavoro sono tre: (a) aumento
dell’abilità manuale di ogni lavoratore (specializzazione), (b) riduzione tempo perso per passare da un’azione o
da un’attività all’altra, (c) diffusione, per il desiderio di ognuno di ridurre la propria pena lavorativa, ma anche
per l'emergere di un'industria di costruttori di macchinari, dell’invenzione e dell’applicazione di macchine che
facilitano e riducono il lavoro permettendo ad un solo lavoratore di realizzare l’attività di più persone. Questi
vantaggi appaiono più facilmente nell’industria che nell’agricoltura e si applicano sia all'interno di un'attività
(divisione tecnica) sia fra settori (divisione sociale).
La divisione del lavoro porta i suoi benefici in termini produttivi anche quando induce la differenziazione fra
mestieri e professioni. Questo genera un'interdipendenza sociale e presuppone lo scambio e il mercato,
attraverso il quale un individuo cede beni da lui prodotti in sovrappiù rispetto ai propri bisogni per acquisire
prodotti realizzati da altri e necessari per soddisfare gli altri bisogni.
Alla base della divisione del lavoro non vi è un atto razionale, ma una passione: la tendenza naturale a
“trafficare”.
La divisione del lavoro comporta però anche conseguenze negative: la specializzazione verso un’unica attività e
la realizzazione di operazioni semplici, ripetitive e meccaniche, non sviluppa l’immaginazione e riduce le
capacità intellettuali dell'individuo. Per compensare questo effetto, A. Smith sostiene lo sviluppo dell’istruzione
finanziata dallo Stato.
La divisione del lavoro è limitata dall'estensione del mercato, che può - non sempre - essere esteso attraverso
sia lo sviluppo di mezzi e di infrastrutture di trasporto sia l'estensione del commercio estero. Ampliando il
mercato, l'incremento della produzione che risulta da una maggiore divisione del lavoro può così trovare sbocchi
commerciali.
Infine, la divisione del lavoro dipende dal livello di risparmio: per incrementare la divisione del lavoro è
necessario disporre di maggiore capitale fisso e circolante, entrambi finanziati con il risparmio realizzato nel
periodo precedente. Il risparmio, essendo una condizione per la divisione del lavoro, è dunque un elemento
determinante per lo sviluppo economico.
Senofonte e Diodoro Siculo come pure William Petty e Francis Hutcheson, suo maestro, hanno affrontato la
divisione del lavoro prima di A. Smith, il quale ne fa però un elemento centrale per comprendere le ragioni della
ricchezza e del benessere di una nazione.

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Valore di scambio e ripartizione dei redditi

Con il celebre esempio dell’acqua e del diamante, A. Smith introduce la distinzione fra valore d’uso (utilità) e
valore di scambio (facoltà che il possesso di un oggetto conferisce nell’acquisire altri beni). L’acqua, bene
quanto mai necessario, ha un prezzo inferiore al diamante, il più superfluo fra tutti gli oggetti superflui. L’acqua
ha un elevato valore d’uso, ma un basso valore di scambio mentre il diamante possiede uno scarso valore d’uso
ma ha un elevato valore di scambio. Il valore d’uso, attualmente considerato soggettivo, era considerato
oggettivo da A. Smith così come il valore di scambio lo è essendo quest'ultimo misurabile e risultante dallo
scambio.
Il valore di scambio dipende dal lavoro comandato, vale a dire quel lavoro che l’oggetto offerto nello scambio
permette di acquisire e corrispondente al lavoro risparmiato necessario per produrre quell’oggetto. Più elevato è
il lavoro comandato di un oggetto, più elevato sarà il suo valore di scambio. Il valore di scambio non è basato né
sul tempo del lavoro né sul lavoro incorporato come presso altri autori (ad esempio David Ricardo) ma risulta
dallo scambio stesso: il valore viene determinato in una relazione, non è preesistente allo scambio. Il valore di
scambio è un potere d’acquisto, non inteso come accumulazione di beni o in rapporto alla moneta, ma potere di
un oggetto nell’acquisire un altro oggetto.
Ponendo lo scambio fra due beni X e Y, il cui costo di produzione in termini di lavoro è rispettivamente Lx e Ly,
e ammettendo il loro valore di scambio Vx e Vy, si giunge all’equivalenza seguente: Vx = lavoro risparmiato al
possessore di X = lavoro necessario alla produzione di Y = Ly. Analogamente, Vy = lavoro risparmiato al
possessore di Y = lavoro necessario alla produzione di X = Lx. Ne risulta che Vx=Vy e Lx=Ly: l’uguaglianza
nello scambio implica l’uguaglianza del costo del lavoro fra i due beni.
In una società antica, precedente all’accumulazione del capitale e all’appropriazione della terra, il prezzo reale
(o prezzo naturale) è composto e determinato dalla quantità necessaria di lavoro per acquisire il prodotto (ciò
significa che l’intero prodotto appartiene al lavoratore); mentre in una società avanzata, suddivisa fra lavoratori,
imprenditori capitalisti e proprietari terrieri (suddivisione corrispondente alla nascente società capitalistica in
sostituzione alla società feudale basata sulla triade nobiltà-clero-terzo stato), il prezzo reale si compone di salari,
profitto e rendita fondiaria. Il prezzo reale è quindi determinato dal costo dei mezzi di produzione necessari a
realizzare il prodotto.
Il prezzo di mercato di un prodotto dipende dal confronto fra la domanda e l’offerta dello stesso e tende a
convergere verso il prezzo reale (teoria della gravitazione o dell'oscillazione dei prezzi). Di fatto, il prezzo di
mercato gravita attorno al prezzo reale a seguito delle fluttuazioni della domanda e dell’offerta: il prezzo di
mercato sarà superiore al prezzo reale se la domanda supera l’offerta, mentre sarà inferiore se l’offerta supera la
domanda. Il prezzo di mercato non può distanziarsi durevolmente dal prezzo reale in quanto gli agenti,
accorgendosi, aggiustano l’offerta allineandola alla domanda (meccanismo d’aggiustamento). Solo l’assenza di
informazioni, l’esistenza di risorse rare e la presenza di monopoli legali permettono al prezzo di mercato di
distanziarsi costantemente dal prezzo reale.
Le tre componenti del prezzo reale si determinano in modo distinto secondo un rispettivo saggio naturale, questo
non implica però una teoria dell'addizione dei differenti componenti.
Determinazione del salario - Il tasso di salario dipende dal confronto fra l’offerta e la domanda di lavoro (dove
gli imprenditori hanno però un'influenza maggiore rispetto ai lavoratori), ma anche da altri fattori come la
piacevolezza o meno del tipo di lavoro, il costo della formazione associato al tipo d’impiego, la continuità nel
tempo dell’occupazione (attività stagionale o annuale) e la fiducia o meno che una professione richiede. Il tasso
di salario non può però essere costantemente inferiore al minimo di sussistenza, corrispondente al livello che
permette di soddisfare i bisogni vitali del lavoratore e della sua famiglia. A. Smith non condivide l’idea
pessimista della “legge bronzea (o ferrea) dei salari” secondo la quale gli stipendi si mantengono costantemente
al livello del minimo vitale.
Teoria del profitto - Per il finanziamento del profitto, Smith ha esitato fra due differenti idee: (a) il profitto si
aggiunge ai salari per la determinazione del valore di scambio, (b) il profitto è complementare al salario
all’interno di un valore di scambio dato. Secondo la teoria lavoro comandato, i lavoratori ricevono, nel salario,
l’intero prodotto del loro lavoro. Di conseguenza, il profitto deve aggiungersi al salario nella determinazione del
valore. Tuttavia, Smith sostiene che il profitto non è una remunerazione di un lavoro, per cui non può aggiungere
altro valore ciò che porta all’idea di una complementarietà con il salario all’interno di un valore dato, mettendo
però in dubbio la teoria del lavoro comandato. A. Smith cade in un dilemma senza soluzione. Per quanto
riguarda il montante del profitto è chiaro che questo dipende dal valore del capitale impiegato ed è più o meno
elevato in proporzione al volume del capitale. Il tasso medio di profitto, tasso unico per l'intero sistema
economico, può inoltre essere stimato con il tasso d’interesse medio sulla moneta, mettendo così in relazione il
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capitale finanziario (il risparmio) e il capitale reale (i beni corrispondenti al risparmio).
Teoria della rendita – La rendita è un prezzo di monopolio grazie al quale i proprietari terrieri approfittano di
una situazione nella quale l’offerta di terreni è limitata e costantemente inferiore alla domanda di terreni. [1]. La
rendita è quindi prelevata sui profitti dell'agricoltore, lasciando a questo quel tanto sufficiente per pagare i salari
e ammortizzare i capitali secondo i rispettivi tassi normali.
A complemento della ripartizione del reddito, occorre citare la distinzione di A. Smith fra lavoro produttivo
(fabbricazione di oggetti materiali che si possono vendere sui mercato o che dà origine ad un sovrappiù) e
lavoro non produttivo (attività immateriali come i servizi). Fra i lavoratori non produttivi A. Smith inserisce i
domestici, i funzionari, le professioni liberali e gli artisti, in quanto vivono con il reddito altrui. A. Smith,
ingannandosi sulla non produttività di questi settori, elimina giustamente l'errore dei fisiocratici della sterilità
dell'industria ed evidenzia la distinzione fra reddito primario e reddito di trasferimento.

Mano invisibile

La teoria di una regolazione spontanea dello scambio e delle attività produttive di A. Smith è incentrata sulla
nozione di mano invisibile secondo la quale il sistema economico non richiede interventi esterni per regolarsi, in
particolare non necessita l’intervento di una volontà collettiva razionale. Il ruolo della mano invisibile è triplice.
Processo con il quale si crea un ordine sociale – Dati l’uguaglianza di fronte al diritto, il non intervento dello
Stato e il principio di simpatia, la mano invisibile assicura il realizzarsi di un ordine sociale che soddisfa
l’interesse generale (convergenza spontanea degli interessi personali verso l’interesse collettivo).
Meccanismo che permette l’equilibrio dei mercati – Domanda e offerta su differenti mercati tendono ad
uguagliarsi: il libero funzionamento di un mercato concorrenziale, oltre a far convergere il prezzo di mercato al
prezzo reale, tende a fare scomparire qualsiasi domanda o offerta eccedentaria.
Fattore che favorisce la crescita e lo sviluppo economico – La regolazione si applica alla popolazione
attraverso il mercato del lavoro (in caso di popolazione eccessiva, il salario scende al di sotto del minimo di
sussistenza conducendo ad una riduzione della popolazione e viceversa in caso di popolazione deficitaria); la
regolazione si applica pure al risparmio, condizione necessaria per l’accumulazione del capitale e quindi della
crescita economica attraverso una maggiore divisione del lavoro (gli individui tendono spontaneamente a
risparmiare in quanto desiderosi di migliorare la propria condizione); infine la regolazione si applica anche
all’allocazione dei capitali (investimenti indirizzati spontaneamente verso le attività più reddittizie).
La teoria della mano invisibile è il concetto a noi più noto di A. Smith e, pure, quello più abusato. La mano
invisibile è valida, come descritto sopra, date certe condizioni. Tuttavia, questa teoria non permette di spiegare il
fenomeno della disoccupazione e di trattare adeguatamente le produzioni non-mercantili come pure ambiti
particolari dove bisogni fondamentali devono essere soddisfatti (educazione obligatoria, salute di base).
Contestabile anche il ruolo nell’allocazione dei capitali, basti pensare ai molti esempi di risparmio privato
gettato al vento. Infine, A. Smith assimila – erroneamente – l’ordine economico all’ordine morale, definendo la
mano invisibile come conforme alla giustizia.
La metafora della mano invisibile, cardine della dottrina liberale del laissez faire, compare nel secondo capitolo
(Delle restrizioni all'importazione dai paesi stranieri di quelle merci che possono essere prodotte nel paese) del
Libro quarto (Dei sistemi di economia politica) della Ricchezza delle nazioni.
Con l'opera di John Maynard Keynes, in particolare con la nozione di disoccupazione involontaria, si comprese
la necessità di un intervento pubblico nel sistema economico a garanzia di un giusto equilibrio.

Moneta

La moneta, così come viene presentata nel Capitolo IV del Libro Primo della Ricchezza delle nazioni, è
essenzialmente un mezzo di scambio che facilita la convergenza degli interessi nello scambio di beni contro
beni. La moneta s'inserisce, in modo temporaneo, nello scambio attraverso due operazioni distinte: bene contro
moneta e moneta contro bene. La moneta sorge quindi dalle necessità dello scambio commerciale di prodotti
preesistenti, non è quindi intrinseca al processo produttivo e alla remunerazione della produzione.
Fino alla metà degli anni '70 del XX secolo, l'apporto di A. Smith alla teoria della moneta è stato considerato
marginale, in quanto simile a suoi predecessori. Recenti letture della sua opera, portano ad una certa
rivalutazione facendone uno dei primi sostenitori del Free Banking e di argomenti che saranno ripresi dalla
Banking School, in contrapposizione quindi alla Currency School avviata da David Hume e rilanciata da David
Ricardo.

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Libero-scambio e ruolo dello Stato

Adam Smith critica e si distanzia dai mercantilisti e dalla loro politica sostanzialmente protezionista,
contrapponendo la difesa del libero-scambio.
Una prima giustificazione al libero scambio si deduce dall'effetto sulla produttività del lavoro di una maggiore
estensione del mercato: la soppressione di freni al commercio interno ed esterno, come pure l'accesso a nuovi
mercati attraverso lo sviluppo o il miglioramento della rete di trasporti, favorisce la divisione del lavoro
aumentando di conseguenza la produzione economica e il benessere collettivo.
Una seconda giustificazione deriva dal ruolo equilibratore fra domanda e offerta esercitato dalla mano invisibile:
nessun intervento esterno al mercato è necessario per raggiungere lo stato di equilibrio. Il mercato possiede forze
di auto-regolazione.
Tuttavia, il libero scambio e il funzionamento dell'economia di mercato descritto da A. Smith suppongono il
principio di simpatia: ogni individuo conosce sì come nessun altro i propri interessi ma in questi interessi vi è il
desiderio di essere apprezzato dagli altri, ciò che rende il mercato non un campo di combattimento, ma un luogo
di convergenza di differenti interessi personali.

«Nella corsa alla ricchezza, agli onori e all'ascesa sociale, ognuno può correre con tutte le proprie forze, […] per
superare tutti gli altri concorrenti. Ma se si facesse strada a gomitate o spingesse per terra uno dei suoi avversari,
l'indulgenza degli spettatori avrebbe termine del tutto. […] la società non può sussistere tra coloro che sono sempre
pronti a danneggiarsi e a farsi torto l'un l'altro.»

(A. Smith, Teoria dei sentimenti morali, 1759)

Infine, il libero-scambio non implica l'assenza assoluta dello Stato, al contrario a questo compete
l'amministrazione della giustizia, la difesa dello Stato da minacce esterne e i lavori pubblici, fra i quali va inclusa
l'educazione di base.

Hanno scritto di lui


«Ma, se non vide, o se non previde completamente la Rivoluzione industriale nella sua piena manifestazione
capitalistica, Smith osservò con grande chiarezza le contraddizioni, l'obsolescenza e, soprattutto, l'angusto
egoismo sociale del vecchio ordine. Se egli era un profeta del nuovo, ancor di più era un nemico del vecchio.»

(John Kenneth Galbraith, Storia dell'economia, 1987)

«[...] egli lasciò cadere o rese sterili molti fra i più promettenti suggerimenti contenuti nelle opere di suoi immediati
precursori. [...] In fondo, risale a Smith la responsabilità di parecchi tratti insoddisfacenti della teoria economica
nei successivi cento anni e di molte controversie, che sarebbero state superflue se egli avesse compendiato in modo
diverso il pensiero dei predecessori»

(Joseph A. Schumpeter, Storia dell'analisi economica, 1959)

«Forse, rispetto agli autori precedenti, la principale caratteristica distintiva di Smith è di essere un 'accademico':
cioè di affrontare il suo oggetto d'analisi mosso sì da passioni politiche ma sufficientemente distaccato dai problemi
e dagli interessi immediati e, soprattutto, di dedicare grande cura e un'enorme quantità di tempo all'esatta
definizione e all'accurata presentazione delle sue idee, con una grande capacità di mediare tra posizioni e
tesi diverse e di cogliere gli elementi positivi di ciascuna di esse. Questa 'sottigliezza' smithiana, il rifiuto di tesi

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nette e prive di qualificazioni e sfumature, rende allo stesso tempo difficile e interessante il lavoro d'interpretazione
delle sue opere.»

(Alessandro Roncaglia, La ricchezza delle idee, 2001)

«[…] il merito di Smith consiste nella sua abilità nel presentare argomenti che si sono rivelati essenziali
nell'interpretazione dello stadio commerciale e industriale della storia, e nella profonda influenza che
egli esercitò sugli economisti successivi in Inghilterra, in Francia, e in realtà dovunque si sia scritto di economia.»

(Peter D. Groenewegen e Gianni Vaggi, Il pensiero economico, 2002)

«Never so finely analytical as David Ricardo, nor so stern and profound as Karl Marz, Smith is the very
epitome of the Enlightenment: hopeful but realistic, speculative but practical, always respectful of the classical
past but ultimately dedicated to the great discovery of his age-progress.»

(Encyclopedia Britannica, 1975)

Bibliografia
• Béraud, Alain e Faccarello, Gilbert Faccarello: Nouvelle histoire de la pensée économique, Volume 1,
1992, Parigi.
• Denis, Henri: Histoire de la pensée économique, 1966, Parigi
• Friboulet, Jean-Jacques: Histoire de la pensée économique, 2004, Zurigo.
• Groenewegen, Peter D. e Vaggi, Gianni: Il pensiero economico. Dal mercantilismo al monetarismo,
2002, Roma.
• Roncaglia, Alessandro: La ricchezza delle idee. Storia del pensiero economico, 2001, Bari.
• Antonio Saltini Storia delle Scienze Agrarie Vol II pag. 251-284 Bologna 1987 Edizioni Edagricole

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Mano invisibile
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

http://it.wikipedia.org/wiki/Mano_invisibile

La mano invisibile è una metafora creata da Adam Smith per esprimere una naturale inclinazione degli uomini,
grazie alla quale la ricerca egoistica del proprio interesse giova tendenzialmente all'interesse dell'intera società.

Successivamente, dopo Léon Walras e Vilfredo Pareto, è stata normalmente intesa come metafora dei
meccanismi economici che regolano l'economia di mercato in modo tale da garantire che il comportamento dei
singoli, teso alla ricerca della massima soddisfazione individuale, conduca al benessere della società.

Indice
• 1 La mano invisibile in Adam Smith
o 1.1 Storia dell'astronomia
o 1.2 Teoria dei sentimenti morali
o 1.3 Ricchezza delle nazioni
• 2 La mano invisibile nell'Economia del benessere
• 3 Voci correlate
• 4 Bibliografia e riferimenti

La mano invisibile in Adam Smith


Adam Smith usa l'espressione "mano invisibile" tre volte nelle sue opere.

Storia dell'astronomia

Nella Storia dell'astronomia (pubblicata postuma nei Saggi filosofici e risalente probabilmente al 1750), scrive:

«In tutte le religioni politeiste, tra i selvaggi così come nei primi tempi dell'antichità pagana, sono solo
gli eventi irregolari della natura che vengono attribuiti all'azione ad al potere dei loro dei. Il fuoco scotta e
l'acqua rinfresca, i corpi pesanti vengono giù e le sostanze più leggere volano in alto [esempi di eventi regolari]
come conseguenza necessaria della loro natura, e non si ricorreva all'intervento della mano invisibile di Giove
in questi casi»

(Trad. da The History of Astronomy, sez. III,2)

In questo passo, la "mano invisibile di Giove" è una metafora dell'ordine impresso dall'unico vero Dio ai
fenomeni naturali.

Teoria dei sentimenti morali

La mano invisibile compare nel seguente passo della Teoria dei sentimenti morali (1759):

«Non serve a niente che il superbo e insensibile proprietario terriero ispezioni i suoi vasti campi, e che, senza pensare
ai bisogni dei suoi fratelli, nell'immaginazione consumi da solo tutto il grano che vi cresce. Il familiare e comune
proverbio, che dice che l'occhio è più grande della pancia, non è mai stato così vero come nel suo caso. La capacità

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del suo stomaco non regge il paragone con l'immensità dei suoi desideri, e non è maggiore di quella del più umile
contadino. [...] La produzione del terreno mantiene in ogni momento quasi lo stesso numero di persone che è in grado
di mantenere. I ricchi non fanno altro che scegliere nella grande quantità quel che è più prezioso e gradevole.
Consumano poco più dei poveri, e, a dispetto del loro naturale egoismo e della loro natutale rapacità, nonostante non
pensino ad altro che alla propria convenienza, nonostante l'unico fine che si propongono dando lavoro a migliaia di
persone sia la soddisfazione dei loro vani e insaziabili desideri, essi condividono con i poveri il prodotto di tutte le
loro migliorie. Sono condotti da una mano invisibile a fare quasi la stessa distribuzione delle cose necessarie alla
vita che sarebbe stata fatta se la terra fosse stata divisa in parti uguali tra tutti i suoi abitanti, e così, senza volerlo,
senza saperlo, fanno progredire l'interesse della società, e offrono mezzi alla moltiplicazione della specie. Quando
la Provvidenza divise la terra tra pochi proprietari, non dimenticò né abbandonò quelli che sembravano essere stati
lasciati fuori dalla spartizione.»

(Teoria dei sentimenti morali - BUR Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 2001, pp. 375-376)

Anche in questo passo, nonostante Smith tratti di un argomento economico (la distribuzione della ricchezza), la
«mano invisibile» che conduce i prorietari terrieri a «fare quasi la stessa distribuzione delle cose necessarie alla
vita che sarebbe stata fatta se la terra fosse stata divisa in parti uguali tra tutti i suoi abitanti» è strettamente
correlata alla Provvidenza che «non dimenticò né abbandonò quelli che sembravano essere stati lasciati fuori
dalla spartizione».

Smith spiegherà poi nella Ricchezza delle nazioni perché vede la mano invisibile operare efficacemente sui
proprietari terrieri, non anche su commercianti e manifatturieri.

Ricchezza delle nazioni

Nel Libro IV della Ricchezza delle nazioni (1776), Smith critica i tradizionali «sistemi di economia politica», il
«sistema del commercio» (mercantilismo) e il «sistema dell'agricoltura» (fisiocrazia). Il mercantilismo sosteneva
la necessità che lo Stato si arricchisse favorendo le esportazioni e limitando le importazioni. Nel Capitolo II
Smith afferma che tali artifici non possono arrecare alcun beneficio, perché l'attività produttiva generale della
società non può mai superare quella che il capitale della società può impiegare, le restrizioni alle importazioni
possono solo deviare una parte del capitale in una direzione in cui altrimenti non sarebbe andato, e non è affatto
detto che tale deviazione arrechi benefici. E prosegue:

«Ogni individuo si sforza di impiegare il suo capitale il più vicino possibile a sé [...] ogni mercante all'ingrosso
preferisce naturalmente il commercio interno a quello estero, e il commercio estero di consumo a quello di trasporto
[cioè all'acquisto di beni in alcuni paesi per poi trasportarli e rivenderli in altri paesi]. Nel commercio interno, il suo
capitale non è mai così lontano quanto lo è invece spesso nel commercio estero di consumo [...] Ma è già stato
dimostrato che un capitale impiegato nel commercio interno mette necessariamente in moto una quantità di attività
produttiva interna maggiore [...] A parità o quasi di profitti, quindi, ogni individuo è naturalmente incline a impiegare
il suo capitale in modo tale che offra probabilmente il massimo sostegno all'attività produttiva interna e dia un reddito
e un'occupazione la massimo numero di persone del suo paese. [...] Quando preferisce il sostegno all'attività
produttiva del suo paese [...] egli mira solo al suo proprio guadagno ed è condotto da una mano invisibile, in questo
come in molti altri casi, a perseguire un fine che non rientra nelle sue intenzioni.»

(Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni - Mondadori, Milano, 1977, Libro IV, Cap. II, pp. 442-444)

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L'«inclinazione naturale» di cui Smith parla in questo passo appare l'effetto della «mano invisibile di Giove»,
ovvero della «Provvidenza», piuttosto che il risultato di un meccanismo economico quale la concorrenza perfetta
in un libero mercato, come sarà poi teorizzato da molti dopo Léon Walras e Vilfredo Pareto.

Smith è chiaramente «liberista», come mostra un passo poco successivo a quello appena citato:

«Quale sia la specie di attività produttiva interna a cui il capitale potrà fornire occupazione e il cui prodotto avrà
probabilmente il massimo valore, è evidente che ciascun individuo, nella sua situazione locale, potrà giudicarlo
molto meglio di quanto un uomo di stato o un legislatore potrebbe fare per lui»

(Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni - p. 444)

Tuttavia, quando si pone espressamente il problema della convergenza tra interesse del singolo e interesse della
società, Smith opera alcune importanti distinzioni; inoltre, così come nella Teoria dei sentimenti morali non
ritiene che il principio di simpatia renda tutti gli uomini virtuosi, nella Ricchezza delle nazioni non ritiene quella
«inclinazione naturale» sufficiente a rendere concretamente possibile il libero commercio.

Smith scrive prima che la rivoluzione industriale si sia pienamente affermata. Basti ricordare che la macchina a
vapore venne perfezionata solo dopo il 1776 (l'eccentrico venne brevettato nel 1781, il movimento parallelo nel
1784, il volano regolatore nel 1788), oppure che Smith esalta la produzione di lana inglese (Libro I, Cap. I) e
ignora completamente il cotone.

Vede nell'agricoltura, più che nella manifattura, la vera fonte della ricchezza:

«Il piantare o il dissodare spesso regolano, più che animare, l'attiva fertilità della natura; e dopo che queste operazioni
sono state compiute, gran parte del lavoro è sempre lei a doverlo fare. I lavoratori e gli animali da lavoro impiegati
nell'agricoltura, pertanto, non solo danno luogo, come gli operai delle manifatture, alla riproduzione di un valore
uguale al loro consumo, ossia uguale al capitale che li impiega, aumentato dei profitti del suo proprietario, ma danno
luogo a un valore molto maggiore [...] Nessuna uguale quantità di lavoro produttivo impiegata nelle manifatture può
mai dar luogo ad una così grande riproduzione di valore. Nelle manifatture la natura non agisce affatto ed è l'uomo
che fa tutto»

(Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni - Libro II, Cap. V, p. 358))

L'estensione delle colture porta ad un aumento sia delle rendite dei proprietari terrieri (maggiore domanda di
terra) sia dei salari (maggiore domanda di lavoro). Da ciò segue che l'interesse di coloro che vivono di rendita e
di salario «è strettamente e inseparabilmente connesso all'interesse generale della società» (Libro I, Cap. XI, p.
252).

L'estensione del commercio e della manifattura, invece, comporta una riduzione dei profitti (maggiore offerta,
minori prezzi):

«il saggio del profitto non cresce con la prosperità e non diminuisce col declino della società [...] Al contrario, esso è
naturalmente basso nei paesi ricchi ed è alto in quelli poveri, ed è sempre massimo nei paesi che vanno a tutta
velocità verso la propria rovina.»

(Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni - Libro I, Cap. XI, p. 253)

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Quindi:

«L'interesse di coloro che trattano in un certo ramo commerciale o manifatturiero è sempre, sotto qualche aspetto,
diverso da quello del pubblico, e anche opposto. L'interesse dei commercianti è sempre di allargare il mercato e
restringere la concorrenza. Allargare il mercato può essere spesso abbastanza coerente con l'interesse del pubblico,
ma restringere la concorrenza gli sarà sempre contrario e può solo servire a mettere in grado i commercianti,
aumentando i loro profitti al di sopra del livello al quale sarebbero naturalmente, di applicare, a proprio beneficio,
un'assurda tassa sul resto dei loro concittadini.»

(Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni - Libro I, Cap. XI, p. 254)

Nella Teoria dei sentimenti morali aveva osservato che, nonostante la forza dei sentimenti morali, non tutti gli
uomini sono virtuosi:

«Nelle condizioni di vita medie e basse, la via della virtù e quella della fortuna, almeno di quella fortuna che uomini
di quelle condizioni possono ragionevolmente aspettarsi, sono in molti casi felicemente quasi le stesse [...]
Nelle condizioni di vita superiori, sfortunatamente, la situazione non è sempre questa [...] Per raggiungere questa
situazione invidiata, i candidati alla fortuna troppo spesso abbandonano i sentieri della virtù, perché sfortunatamente
la via che conduce all'una e quella che conduce all'altra seguono a volte direzioni del tutto opposte.»

(Teoria dei sentimenti morali - BUR Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 2001, p. 168)

Nella Ricchezza delle nazioni, come la virtù, anche il libero mercato è solo un ideale:

«In effetti, attendersi che la libertà commerciale possa mai essere interamente ripristinata in Gran Bretagna è cosa
tanto assurda quanto aspettarsi che vi possa essere instaurato il regno di Oceania o di Utopia. Vi si oppongono
irresistibilmente non solo i pregiudizi del pubblico, ma anche, cosa molto più decisiva, l'interesse privato di molti
individui [...] i padroni delle manifatture.»

( Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni - Libro IV, Cap. II, p. 460)

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La mano invisibile nell'Economia del benessere
Il primo teorema dell'economia del benessere afferma che qualsiasi sistema economico perfettamente
concorrenziale raggiunge un equilibrio Pareto-ottimale, ovvero una situazione in cui non è possibile
incrementare l'utilità di un agente, senza ridurre quella di almeno un altro agente. Tale teorema, che sostituisce le
leggi del mercato alle «inclinazioni naturali» di Smith, viene spesso considerato come una formulazione
analitica della metafora della mano invisibile [1] La mano invisibile viene pertanto assunta, sia dai sostenitori che
dai critici del liberismo e del neoliberismo, come il principio fondamentale di tali dottrine [2] Tuttavia, i lavori di
Sen, Scarf, Debreu e Sonnenschein hanno dimostrato come tali teoremi siano falsi nei mercati reali, e quindi non
utilizzabili per una teoria economica matematicamente corretta, come invece fanno sia la teoria dei giochi sia
l'econofisica.

Voci correlate
• Capitalismo
• Economia
• Léon Walras
• Vilfredo Pareto
• Teoremi dell'economia del benessere
• Teorema dell'impossibilità di Arrow

Bibliografia e riferimenti
1. ↑ Ad esempio: Bruna Ingrao e Giorgio Israel, La mano invisibile. L'equilibrio economico nella storia
della scienza, ISBN 8842079774, Laterza, Bari, 2006
2. ↑ Ad esempio tra i sostenitori l'Adam Smith Institute, tra i critici Joseph Stiglitz[1] , I ruggenti anni
Novanta, ISBN 880617651X , Torino, Einaudi, 2005

• Adam Smith. An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations. 1776
• Arrow, K. J. e Hurwicz, L., "On the stability of the competitive equilibrium", Econometrics, n. 22, pp
522-552, 1958
• Scarf, H. E., An analysis of markets with a large number of participants, 1962, Princeton University
Conference Paper. Presente in Recent Advances in Game Theory, Philadelphia, The Ivy Curtis Press,
1962 ISBN 0691079021 (ristampa)
• Sen, A. K. The Impossibility of a Paretian Liberal, Journal of Political Economy, n. 78, 1970, pp 152-
157.
• Sen, A. K. The Impossibility of a Paretian Liberal:Reply, Journal of Political Economy, n. 79, 1971, pp
1406-1407.

La ricchezza delle nazioni (Adam Smith)


Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

http://it.wikipedia.org/wiki/La_ricchezza_delle_nazioni_%28Adam_Smith%29

La ricchezza delle nazioni o Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni (An Inquiry into
the Nature and Causes of the Wealth of Nations), pubblicata il 9 marzo 1776, è la principale opera di Adam
Smith, ritenuto il fondatore dell'economia politica liberale.

Venne scritta tra il 1767 e il 1773 a Kirkcaldy, dopo un viaggio in Europa come tutore di un giovane
aristocratico, durante il quale Smith ebbe occasione di conoscere gli intellettuali del tempo (Voltaire,
D'Alembert, François Quesnay, e altri). Smith completò l'opera a Londra, dove fu pubblicata.
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L'opera è contestualizzata storicamente nel periodo che precede la Guerra d'Indipendenza (1779). Venne
pubblicata nel 1776, l'anno della Dichiarazione d'indipendenza.

Il monopolio dell'industria manifatturiera (inglese) fu una delle cause scatenanti il conflitto con l'Inghilterra che
non voleva la nascita di un'industria sul suolo americano. Smith assume una posizione contraria l'intervento
statale; l'affermazione del laissez faire nel caso americano avrebbe significato il mantenimento delle
importazioni dalla madrepatria inglese. A tale politica economica la teoria smithiana forniva un fondamento
teorico.

In quest'opera comparve la metafora della mano invisibile, tanto cara agli ideologi del liberismo economico.

La Ricchezza delle nazioni consta di cinque Libri:

1. nel Libro Primo (Delle cause del progresso nelle capacità produttive del lavoro, e dell'ordine secondo
cui il prodotto viene naturalmente a distribuirsi tra i diversi ceti della popolazione) vengono trattati gli
effetti della divisione del lavoro ed è esposta in dettaglio la teoria smithiana del valore e della
distribuzione del reddito;
2. nel Libro Secondo (Della natura, dell'accumulazione e dell'impiego dei fondi) viene affrontato il ruolo
svolto dalla moneta e la teoria dell'accumulazione del capitale;
3. il Libro Terzo (Del diverso progresso della prosperità nelle diverse nazioni) contiene un'esposizione
critica della storia economica dalla caduta dell'impero romano;
4. il Libro Quarto (Dei sistemi di economia politica) è un piccolo trattato di storia del pensiero economico e
contiene la critica radicale della dottrina mercantilista e fisiocratica;
5. il Libro Quinto (Del reddito del sovrano e della repubblica) analizza il ruolo dello Stato e delle finanze
statali nello sviluppo economico.

Indice
• 1 Il lavoro come fonte della ricchezza delle nazioni
o 1.1 La divisione del lavoro
• 2 Valori e prezzi
o 2.1 Il lavoro comandato come misura del valore "reale"
o 2.2 Il Capitolo VI del Libro I: Delle parti componenti il prezzo delle merci
o 2.3 Prezzo naturale e prezzo di mercato
 2.3.1 Il salario
• 3 L'accumulazione dei fondi
• 4 Note
• 5 Riferimenti bibliografici

Il lavoro come fonte della ricchezza delle nazioni


Smith individua nel lavoro svolto "il fondo da cui ogni nazione trae in ultima analisi tutte le cose necessarie e
comode della vita". Tali beni sono o il prodotto immediato di tale lavoro, oppure il risultato di uno scambio di
questi ultimi con quelli cercati.

Tuttavia, nota Smith, la quantità della produzione sarà il risultato di due cause distinte:

• "l'arte, la destrezza e l'intelligenza con cui vi si esercita il lavoro", che sono le determinanti della capacità
produttiva dello stesso;
• il rapporto tra coloro che sono impiegati in lavori produttivi e coloro che non lo sono, quelli che Smith
chiama lavoratori improduttivi.

In Smith la ricchezza di una nazione non deriva quindi dalla quantità di risorse naturali o metalli preziosi di cui
essa può disporre, come ritenevano i mercantilisti, né è generata solo dalla terra, l'unica risorsa capace di

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produrre un sovrappiù per i fisiocratici, ma dal lavoro produttivo in essa svolto, e dalla capacità produttiva di
tale lavoro.

La divisione del lavoro

Nel Capitolo I Smith passa all'individuazione dei fattori che influiscono su tale produttività. A tale proposito
afferma:

"La causa del progresso nelle capacità produttive del lavoro, nonché della maggior parte dell'arte,
destrezza e intelligenza con cui il lavoro viene svolto e diretto, sembra sia stata la divisione del lavoro"
(Smith, 1995, p.66).

A tale affermazione segue la celebre descrizione dei vantaggi della divisione del lavoro nella manifattura degli
spilli:

"Io ho visto una piccola manifattura...dove erano impiegati soltanto dieci uomini e dove alcuni di loro, di
conseguenza, compivano due o tre operazioni distinte. Ma, sebbene fossero molto poveri e perciò solo
mediocremente dotati dei macchinari necessari, erano in grado, quando ci si mettevano, di fabbricare, fra
tutti,...più di quarantottomila spilli al giorno. Si può dunque considerare che ogni persona, facendo la
decima parte di quarantottomila, fabbricasse quattromilaottocento spilli al giorno. Se invece avessero
lavorato tutti in modo separato e indipendente e senza che alcuno di loro fosse stato previamente
addestrato a questo compito particolare, non avrebbero certamente potuto fabbricare neanche venti spilli
per ciascuno" (Smith, 1995, p.67).

Smith osserva poi che i vantaggi della divisione del lavoro sono massimi nella manifattura, mentre nelle attività
agricole, dato il carattere di tali attività, sebbene vantaggi possano essere ottenuti, questi saranno
necessariamente limitati.

L'accentuato incremento della produttività collegato alla divisione del lavoro è per Smith il risultato di tre cause
distinte:

• la maggior destrezza (dexterity) dell'operaio nello svolgere le attività che gli sono affidate, dovuta alla
semplificazione delle stesse;
• il risparmio di tempo che si perde di solito nel passare da un tipo di lavoro ad un altro;
• la possibilità di meccanizzazione del processo, reso più semplice dalla suddivisione del processo in
attività elementari.

Riguardo all'ultimo fattore Smith rileva che la divisione del lavoro, non solo migliora l'applicabilità al processo
di macchine già esistenti, ma agevola l'invenzione di nuove macchine.

La divisione del lavoro opera sia all'interno della singola manifattura, sia a livello più generale come divisione
sociale del lavoro:

"Con il progredire della società, la filosofia o speculazione, diviene, come ogni altra occupazione, l'unica
o la principale attività professionale di una particolare categoria di cittadini e, come ogni altra
occupazione, anch'essa si suddivide in un gran numero di rami diversi, ciascuno dei quali occupa una
particolare categoria o un particolare gruppo di filosofi. E questa suddivisione delle
occupazioni...accresce la perizia e fa risparmiare tempo." (Smith, 1995, p.70)

Per Smith la divisione del lavoro non è tuttavia il risultato di una "consapevole intenzione degli uomini", ma
piuttosto la "conseguenza necessaria" dell'inclinazione naturale di questi al commercio.

Il baratto o lo scambio del prodotto del proprio lavoro con quello degli altri si realizza nel mercato.

Poiché dunque per Smith la possibilità di scambiare è il primum movens della divisione del lavoro, quest'ultima
risulta "limitata dall'ampiezza del mercato".
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Poiché la possibilità di servirsi di mercati internazionali è stata comunque sempre impedita dall'esistenza di
barriere di natura sia legale che istituzionale, un posto di rilievo nello sviluppo delle nazioni hanno rivestito i
mercati interni. Per Smith la prosperità degli antichi Egizi, come dei Cinesi, nonostante queste civiltà abbiano
incoraggiato il commercio estero, è dovuta in larga parte all'ampiezza dei mercati interni.

Se da un lato l'ampiezza del mercato stimola la divisione del lavoro; dall'altro una crescente divisione del lavoro
aumenta la dimensione dei mercati generando circoli virtuosi.

Valori e prezzi
Dopo una breve interessante analisi dell'origine e delle funzioni della moneta, Smith distingue le due accezioni
con cui il termine valore può essere utilizzato in riferimento ad un bene:

• valore d'uso, in relazione all'utilità del bene;


• valore di scambio, in relazione al potere d'acquistare altre cose che il possesso di quel bene comporta.

A tale proposito egli osserva:

"Le cose che hanno il maggior valore d'uso hanno spesso poco o nessun valore di scambio; e, al
contrario, quelle che hanno maggior valore di scambio hanno spesso poco o nessun valore d'uso."
(1995,p.81-82)

A questa affermazione fa seguito il celebre esempio del paradosso dell'acqua e del diamante, che costituì anche
il punto di partenza per lo sviluppo della teoria soggettiva del valore sviluppata dai marginalisti e centrata sul
concetto dell'utilità marginale dei beni. Osserva Smith:

"Nulla è più utile dell'acqua, ma difficilmente con essa si comprerà qualcosa, difficilmente se ne può
avere qualcosa in cambio. Un diamante, al contrario, ha difficilmente qualche valore d'uso, ma in cambio
di esso si può ottenere una grandissima quantità di altri beni." (1995,p.82)

Il lavoro comandato come misura del valore "reale"

Nelle società moderne, in cui la divisione del lavoro si è pienamente affermata, la maggior parte delle cose di cui
un uomo ha bisogno le trae dal lavoro di altri.

"[Un uomo] sarà ricco o povero secondo la quantità di lavoro che può comandare, ovvero che può
permettersi di comprare. Il valore di una merce...è quindi uguale alla quantità di lavoro che essa...mette
in grado di comandare. Il lavoro è dunque la misura reale del valore di scambio di tutte le merci."
(1995,p.82)

La quantità di lavoro che la merce riesce a comprare, o comandare (il cosiddetto lavoro-comandato), è dunque
per Smith la misura del valore della merce. Poiché il lavoro è l'origine della ricchezza delle nazioni, questo
diventa anche la misura ultima del valore. Tuttavia, nota Smith, nonostante il lavoro sia la misura reale del
valore di scambio delle merci, non è

"per suo mezzo che il loro valore viene di solito stimato...[poiché] accertare il rapporto tra due diverse
quantità di lavoro è spesso difficile...Inoltre, ogni merce viene scambiata, e quindi paragonata, più spesso
con altre merci che col lavoro. E' quindi più naturale stimare il suo valore in base alla quantità di qualche
altra merce, piuttosto che in base alla quantità di lavoro che essa può comprare." (1995,p.83)

Tra le merci, con la progressiva evoluzione dei commerci, alcune, come l'oro e l'argento, sono state scelte come
mezzo di scambio privilegiato e sono diventate moneta. Ciononostante, anche l'oro e l'argento, come qualsiasi
altra merce cambiano nello spazio e nel tempo il loro valore. Al contrario, per Smith, il valore del lavoro per il
lavoratore è tendenzialmente lo stesso in ogni tempo e luogo, perché uguale valore per il lavoratore hanno i beni
che egli deve sacrificare per compierlo:

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"Nel suo stato ordinario di salute, di forza e d'animo, al livello ordinario della sua arte e della sua
destrezza, egli deve sacrificare la stessa quota del suo riposo, della sua libertà e della sua
felicità...Soltanto il lavoro dunque, non variando mai nel suo proprio valore, è l'ultima e reale misura con
cui il valore di tutte le merci può essere stimato e paragonato in ogni tempo e luogo. E' il loro prezzo
reale; la moneta è solo il loro prezzo nominale." (1995,p.84-85)

Subito dopo però Smith nota che, nonostante il valore del lavoro per colui che lo presta sia tendenzialmente
sempre uguale, per colui che lo utilizza il suo valore può cambiare, ma ciò dipende dalla produttività media del
lavoro stesso, che fa più o meno care le merci che esso produce. Così, il valore del lavoro, quando come
numerario sono scelte le merci che esso produce, varia perché a variare è il valore del numerario prescelto.
Questo è il motivo per cui il 'prezzo' del lavoro in oro o argento (il salario) cambia continuamente.

Inoltre, poiché la possibilità di disporre di lavoro è legata alla possibilità di garantire la sussistenza del
lavoratore, quelle merci, come il grano, nell'acquisto delle quali i lavoratori spendono la maggior parte del loro
reddito (le cosiddette merci-salario), tenderanno a mantenere relativamente costante nel tempo e nello spazio il
loro valore reale, cioè la quantità di lavoro che riescono a comandare. Anche se, nota Smith subito dopo,

"la sussistenza del lavoratore, cioè il prezzo reale del lavoro, è assai diversa...in diverse occasioni: più
liberale in una società che progredisce verso la prosperità che in una che è ancora stazionaria, e più in
una stazionaria che in una che va indietro." (1995,p.86)[1]

Tuttavia, la suddetta stabilità del valore reale del grano, se è vera per confronti molto lontani nel tempo ("da un
secolo all'altro"), non risulta più vera nel breve periodo:

"Da un anno all'altro, al contrario, l'argento è una misura migliore del grano perché uguali quantità di
argento si avvicineranno di più a comandare la stessa quantità di lavoro." (1995,p.87)

Questo accade perché l'esatta misura del valore di scambio nominale di tutte le merci è la moneta ed il prezzo
reale e quello nominale di tutte le merci sono tra di loro, "nello stesso tempo e luogo", in un rapporto ben
determinato.

Il Capitolo VI del Libro I: Delle parti componenti il prezzo delle merci

Il Capitolo VI del Libro I della Ricchezza delle Nazioni si apre con la celebre esposizione della teoria del
lavoro-incorporato:

"In quello stadio primitivo e rozzo della società che precede l'accumulazione dei fondi e l'appropriazione
della terra, il rapporto tra le quantità di lavoro necessarie a procurarsi diversi oggetti sembra sia la sola
circostanza che possa offrire una qualche regola per scambiarli l'uno con l'altro. Se, ad esempio, in un
popolo di cacciatori uccidere un castoro costa di solito un lavoro doppio rispetto a quello che occorre per
uccidere un cervo, un castoro si scambierà naturalmente per due cervi, ovvero avrà il valore di due cervi.
E' naturale che ciò che è di solito il prodotto del lavoro di due giorni o di due ore abbia un valore doppio
di ciò che è di solito il prodotto del lavoro di un giorno o di un'ora.
Se una specie di lavoro è più faticosa di un'altra, si darà un qualche riconoscimento alla maggiore
durezza; e il prodotto del lavoro di un'ora della prima specie si scambierà spesso per il prodotto del
lavoro di due ore della seconda.
Oppure, se una specie di lavoro richiede un grado non comune di destrezza e di ingegno, la stima che gli
uomini hanno per questi talenti darà naturalmente al loro prodotto un valore superiore a quello che
sarebbe dovuto al tempo di lavoro che vi si è impiegato...
In questa situazione l'intero prodotto del lavoro appartiene al lavoratore e la quantità di lavoro
comunemente impiegata nel procurarsi o nel produrre una merce è l'unica circostanza che può regolare la
quantità di lavoro che essa dovrebbe comunemente comprare o comandare o ricevere in cambio."
(1995,p.95)

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Tuttavia per Smith:

"Non appena i fondi si sono accumulati nelle mani di singole persone, alcune di loro li impiegheranno
naturalmente nel mettere al lavoro gente operosa, a cui forniranno materiali e mezzi di sussistenza allo
scopo di trarre profitto dalla vendita delle loro opere o da ciò che il loro lavoro aggiunge al valore dei
materiali. Nello scambiare il manufatto finito con moneta, con lavoro o con altri beni, oltre a quanto basti
a pagare il prezzo dei materiali e il salario degli operai, qualcosa deve'essere dato per i profitti
dell'imprenditore dell'opera, il quale rischia i suoi fondi nell'impresa. Il valore che gli operai aggiungono
ai materiali si divide dunque in questo caso in due parti, una delle quali paga il loro salario, mentre l'altra
paga i profitti di chi li impiega sul complesso dei fondi che ha anticipato per i materiali e i salari."
(1995,p.96)

Per Smith dunque il profitto, proporzionale al capitale anticipato per mezzi di produzione, materie prime e salari,
in seguito all'accumulazione dei fondi entra necessariamente a far parte del prezzo delle merci. Egli osserva che
questo è riconosciuto per il rischio sopportato da chi impiega i fondi, e non va confuso con il compenso spettante
per il lavoro di direzione o ispezione, in quanto è dovuto anche se tale attività è di fatto affidata a terzi.

"Nel prezzo delle merci i profitti dei fondi costituiscono dunque una parte componente del tutto diversa
dai salari del lavoro, e regolata da principi interamente diversi." (1995,p.96)

Dopo l'accumulazione dei fondi si crea così una scissione tra il lavoro contenuto ("la quantità di lavoro
comunemente impiegata per procurarsi o produrre una merce") e il lavoro comandato ("la quantità di lavoro che
essa può comunemente comprare, o comandare, o ricevere in cambio").[2]

Inoltre, dopo che tutta la terra di un paese è stata appropriata ("non appena la terra di un paese diventa tutta
proprietà privata"), per Smith nel prezzo della merce deve di necessità entrare anche un'altra componente che
remuneri il proprietario della terra utilizzata nel processo produttivo: la rendita.

Dunque il prezzo di una merce (finale e intermedia) risulta dalla somma delle tre componenti di reddito: salari,
profitti e rendite.[3]

In ogni società il prezzo di ogni merce si risolve, in definitiva, nell'una o nell'altra di queste parti, o in
tutte e tre, mentre in ogni società progredita tutte e tre entrano, poco o tanto, come componenti del prezzo
della maggior parte delle merci.

Ciononostante il lavoro rimane la misura del valore reale di tutte e tre le componenti:

...il valore reale di tutte le diverse componenti del prezzo è misurato dalla quantità di lavoro che onguna
di esse può comprare o comandare.(1995,p.97)

Smith giunge a questo attraverso una serie di passaggi logici, a volte soltanto impliciti. Da un lato quello con cui
risolve il prezzo di ogni merce nella somma delle tre componenti di reddito e in un insieme di merci utilizzate
nella sua produzione; queste ultime a loro volta ridotte nella somma di salari, profitti e rendite e in un insieme di
quantità fisiche di mezzi di produzione. L’operazione è ripetuta diminuendo a ciascun passaggio il residuo di
mezzi di produzione prodotti, fino a quando rimangono solo salari, profitti e rendite. Dall'altro quello in cui ogni
merce prodotta è collegata alla quantità di lavoro direttamente necessaria a produrla e ad un insieme di mezzi di
produzione; questi a loro volta ridotti a quantità di lavoro e ad altri mezzi di produzione. L’operazione è ripetuta
arrivando a vedere il sistema economico come un insieme di settori che collegano i beni di consumo finali a
quello che per Smith è l'unico fattore produttivo originario: il lavoro.

Smith nota infine:

Se la società dovesse impiegare annualmente tutto il lavoro che può annualmente comprare, siccome la
quantità di lavoro aumenterebbe molto ogni anno, il prodotto di ciascun anno avrebbe un valore assai
maggiore di quello dell'anno precedente. Ma non c'è nessun paese in cui tutto il prodotto annuale sia
impiegato nel mantenimento degli operosi. Gli oziosi ne consumano ovunque una grossa parte; e secondo
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i diversi rapporti in cui esso è annualmente diviso fra questi due diversi ordini, il suo valore ordinario o
medio deve aumentare o diminuire o rimanere uguale da un anno all'altro. (1995,p.100)

Prezzo naturale e prezzo di mercato

Per Smith in ogni società o ambiente esistono saggi ordinari o naturali di salari, profitti e rendita. Tali saggi
dipendono da:

• le "condizioni generali della società, dalla sua ricchezza o povertà e dalla situazione di progresso, di stasi
o di regresso";
• la natura specifica dei diversi possibili impieghi per salari e profitti, e dalla fertilità della terra per la
rendita.

Quando il prezzo di una merce non è né più né meno di ciò che è sufficiente a pagare la rendita della
terra, i salari del lavoro e i profitti dei fondi impiegati nel coltivare, preparare e portare al mercato la
merce stessa, secondo i loro saggi naturali, quella merce verrà venduta per quello che si può chiamare il
suo prezzo naturale. (1995,p.100)

Il prezzo naturale può essere diverso dal prezzo effettivo di vendita della merce, cioè il prezzo di mercato.
Quest'ultimo è regolato dal rapporto tra la quantità effettivamente offerta e la domanda di coloro che sono
disposti ed in grado di pagare il prezzo naturale della th chiama domanda effettuale o domanda effettiva
(effectual demand), diversa dalla domanda assoluta. Nota Smith:

In un certo senso si potrebbe dire che un povero ha una domanda per un tiro a sei, possederlo potrebbe
piacergli; ma la sua domanda non è una domanda effettuale, in quanto questa merce non può mai essere
portata al mercato per soddisfarla.(1995,p.101)

Se la domanda effettuale eccede l'offerta contingente del bene il prezzo di mercato tenderà a superare quello
naturale. Il contrario accadrà se è l'offerta ad eccedere la domanda effettuale. Maggiore è la deperibilità dei beni
maggiori saranno le oscillazioni dei prezzi di mercato. Ciononostante il prezzo naturale tenderà a ristabilirsi nel
lungo periodo se non esistono impedimenti (naturali o istituzionali) e non vi sono ulteriori "accidenti", questo
perché:

la quantità di merce portata al mercato si adegua naturalmente alla domanda effettuale...Il prezzo naturale
è dunque in un certo senso il prezzo centrale, attorno al quale i prezzi di tutte le merci gravitano in
continuazione. (1995,p.102)

Tra gli impedimenti naturali Smith considera l'assenza di terra o di risorse naturali con particolari caratteristiche
richieste per la produzione di una data merce. Così, ad esempio, il saggio di rendita della terra messa a coltura
per la produzione di vino in Francia può essere molto al di sopra del saggio naturale della rendita, questo perché,
dopo che tutta la terra utilizzabile a tale scopo in Francia viene utilizzata nella produzione di vino, ancora
residua una domanda insoddisfatta.

Tra gli impedimenti di natura lato sensu istituzionale, Smith considera l'esistenza di monopoli, derivanti sia da
"segreti" circa i metodi di produzione sia da regolamenti e statuti governativi (statuti di apprendistato,
corporazioni).

Smith passa poi ad analizzare le singole componenti del reddito e le condizioni che ne regolano i saggi naturali.

Il salario

Il prodotto del lavoro costituisce la ricompensa naturale, o salario, del lavoro (1995,p.107)

Sia il profitto che la rendita sono "deduzioni del prodotto del lavoro". In seguito all'accumulazione dei fondi e
alla proprietà privata sulla terra, che sostituisce la "situazione originaria...in cui tutto il prodotto del lavoro
appartiene al lavoratore",
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in tutte le arti e le manifatture la maggioranza degli operai ha bisogno di un padrone che anticipi i
materiali del lavoro, i salari e il mantenimento finché il lavoro non sia portato a termine. Questi ha una
quota sul prodotto del loro lavoro, ossia sul valore che il lavoro aggiunge ai materiali su cui si esercita; in
questa quota consiste il suo profitto. (1995,p.108)

La ripartizione della quota spettante al lavoratore e di quella spettante al proprietario dei fondi è dunque
tendenzialmente conflittuale. Entrambi tendono a coalizzarsi per aumentare la loro quota, ma Smith lucidamente
a tale proposito osserva:

Non è comunque difficile prevedere quale delle due parti in una situazione normale prevarrà nella
contesa...I padroni, essendo in numero minore, possono coalizzarsi più facilmente; e la legge, del resto,
autorizza o almeno non proibisce le loro coalizioni, mentre proibisce quelle degli operai...[Inoltre] in
tutte queste contese i padroni possono resistere più a lungo...Nel lungo periodo l'operaio può essere tanto
necessario al padrone quanto il padrone all'operaio, ma la necessità non è altrettanto immediata.
(1995,p.109)

Il limite minimo del salario è determinato da quel livello strettamente necessario alla sussistenza del lavoratore e
della sua famiglia.

Vi è poi l'affermazione di quella che costituirà la base della cosiddetta teoria del fondo-salari:

La domanda di coloro che vivono di salario non può ovviamente aumentare se non in proporzione
all'aumento dei fondi destinati al pagamento dei salari. Questi fondi sono di due specie: primo, il reddito
che supera quanto è necessario per il mantenimento; secondo, i fondi che superano quanto è necessario
per l'impiego dei loro padroni. (1995,p.110)

A proposito del saggio di variazione del salario Smith osserva:

Non è la grandezza assoluta della ricchezza nazionale, ma il suo aumento continuo che dà luogo ad un
aumento dei salari del lavoro. (1995,p.111)

Così, ad esempio, la Cina, che è stata a lungo uno dei paesi più ricchi del mondo, essendo rimasta stazionaria per
tanto tempo, non mostrava all'epoca di Smith un salario reale medio elevato. Invece l'America, che al contrario
era in forte espansione, mostrava incrementi salariali costanti, e tali da agevolare l'immigrazione di europei.

Questo accade perché un incremento della produzione aumenta quanto destinato al mantenimento dei lavoratori
e quindi stimola la domanda di lavoro, generando tendenze all'aumento del salario. Tuttavia, l'aumentato salario,
superando i livelli di stretta sussistenza, porterà ad un incremento della popolazione e quindi ad un aumento
dell'offerta di lavoro. Se il tasso di crescita della produzione non è costante e tale da far aumentare ulteriormente
la domanda di lavoro, l'aumentata offerta riporterà il salario ai livelli di sussistenza.

Questa sembra per molti versi l'anticipazione della cosiddetta legge bronzea dei salari, cardine della teoria
distributiva degli economisti classici ed esposta in dettaglio da Thomas Robert Malthus nel Saggio sul principio
della popolazione (1798). Tuttavia vi sono alcune significative differenze tra Malthus e Smith che meritano di
essere sottolineate, perché mettono in risalto la profondità del pensiero di Smith:

• Smith osserva che "la povertà, sebbene indubbiamente scoraggi il matrimonio, non sempre lo impedisce.
Sembra persino che sia favorevole alla procreazione." Egli dunque rileva come un aumento della
prosperità possa essere associato ad una diminuzione del tasso di natalità. Tuttavia, osserva poi, la
diminuzione del tasso di mortalità, soprattutto infantile, che fa seguito ad un miglioramento delle
condizioni di vita necessariamente porterà ad un aumento della popolazione;
• Smith non assume, contrariamente a Malthus, che il tasso di crescita della popolazione sia sempre
necessariamente superiore a quello dei mezzi di sussistenza, ma semplicemente che vi sia una sorta di
adeguamento dell'offerta di lavoro alla domanda di lavoro che è tale da far discendere il salario se la
domanda di lavoro non cresce costantemente;

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• infine Smith osserva che la "remunerazione liberale del lavoro, come incoraggia la moltiplicazione della
gente comune, allo stesso modo ne aumenta l'operosità" (1995,p.119). Così, l'aumento della produttività
del lavoro che fa seguito all'aumento della produzione agisce da ulteriore forza atta a controbilanciare le
tendenze alla diminuzione del salario reale.

Smith nota che, supponendo costante l'offerta di lavoro, il livello dei salari monetari è correlato positivamente
con:

• la domanda di lavoro;
• il prezzo dei beni salario, cioè di quei beni nell'acquisto dei quali il salario è speso.

Questi due fattori, controbilanciandosi, tendono a stabilizzare i salari monetari, che subiscono oscillazioni
minori del prezzo dei viveri. Infatti, in periodi di abbondanza, mentre il prezzo dei viveri scende comportando
pressioni al ribasso dei salari, l'accresciuta domanda di lavoro esercita pressioni al rialzo. Il contrario accade in
tempi di carestia.

Smith osserva poi:

"L'aumento dei salari fa aumentare di necessità il prezzo di molte merci aumentandone la parte che si
risolve in salari, e così tende a far diminuire il consumo di queste merci sia all'interno che all'esterno."
(1995,p.123)

L'accumulazione dei fondi


Da cosa dipende l’accumulazione di capitale? Dipende dal sovrappiù.

I salari pagati al lavoro produttivo sono pagati con il capitale mentre i salari pagati al lavoro improduttivo sono
pagati con il sovrappiù.

Smith usa due definizioni di lavoro produttivo:

• è produttiva l’attività in grado di aggiungere valore rispetto agli oggetti (incluse le sussistenze) sui quali
il lavoro è applicato;
• è produttiva l’attività che realizza un qualche oggetto materiale e commerciabile, il cui valore può
mettere in movimento una quantità di lavoro almeno pari alla quantità di lavoro che lo ha prodotto
(questa definizione ha quindi a che fare con il tipo di prodotto e con la quantità di lavoro che esso è in
grado di acquistare, o “comandare”).

Marx criticherà questa posizione sostenendo che un’attività è produttiva solo se crea un valore aggiunto.
Secondo Marx il fatto che una attività sia produttiva dipende dal rapporto di produzione nel quale è inserito il
lavoro e non il genere di prodotto che ne risulta.

Per quanto riguarda l’accumulazione di capitale Smith, come anche Ricardo dopo di lui, identifica le decisioni di
risparmio come decisioni di investimento. Ciò che viene risparmiato viene per definizione accumulato. Secondo
Smith la forza contrattuale dei lavoratori può aumentare solo in periodi di rapida accumulazione di capitale. Ciò
genera perciò anche un aumento di popolazione. Finito il periodo di accumulazione la stessa concorrenza tra
lavoratori farà si che il saggio del salario diminuisca nuovamente ma, soprattutto se il tempo trascorso sia
abbastanza lungo, si stabilizzerà ad un livello di sussistenza superiore al precedente. Smith ritiene che un
maggior reddito faccia diminuire il tasso di mortalità soprattutto dei neonati con conseguente aumento di
popolazione. L’innalzamento dei salari di sussistenza non può essere temporaneo poiché se tornasse al livello di
sussistenza ci sarebbe nuovamente una situazione di scarsità di manodopera. Il salario normale può quindi essere
superiore a quello minimo.

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Note
1. ^ Per Smith infatti il salario reale, come vedremo meglio, non dipende dal livello assoluto di "ricchezza"
delle nazioni, ma solo dal loro tasso di crescita.
2. ^ I passi sopra riportati evidenziano chiaramente il forte debito che Marx ha nei confronti di Smith. A
tale proposito Phelps Brown ebbe occasione di osservare: "Le principali munizioni per i cannoni di Marx
sono state fornite da Smith".
3. ^ A proposito di questo modo di procedere Piero Sraffa ebbe occasione di osservare che quella di Smith
poteva essere definita una adding-up theory of price, una teoria dei prezzi che nasce per somma delle
singole componenti di reddito.

Riferimenti bibliografici
• Smith, Adam (1995) La ricchezza della nazioni, Grandi Tascabili Economici Newton, Roma;

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Capitalismo
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

http://it.wikipedia.org/wiki/Economia_di_mercato

Il termine capitalismo o economia di mercato si riferisce in genere a:

• una combinazione di pratiche economiche, che venne istituzionalizzata in Europa, tra il XVI e il XIX
secolo, che coinvolge in particolar modo il diritto da parte di individui e gruppi di individui che agiscono
come "persone giuridiche" (o società) di comprare e vendere beni capitali (compresi la terra e il lavoro;
vedi anche fattori della produzione) in un libero mercato (libero dal controllo statale).
• un insieme di teorie intese a giustificare la proprietà privata del capitale, a spiegare il funzionamento di
tali mercati, e a dirigere l'applicazione o l'eliminazione della regolamentazione governativa di proprietà e
mercati
• Regime economico e di produzione che nelle società avanzate viene a svilupparsi in periodi di crescita,
riconducibile a pratiche di monopolio, di speculazione e di potenza.

Argomentazioni pro e contro il capitalismo


Poiché esistono così tante ideologie divergenti che promuovono o si oppongono al capitalismo, sembra difficile
accordarsi su una lista di argomentazioni pro o contro. Ciascuna delle ideologie sopra elencate fa affermazioni
molto diverse sul capitalismo. Alcuni si rifiutano di utilizzare questo termine.

Tuttavia, sembra possibile individuare quattro questioni separate e distinte sul capitalismo che sono chiaramente
sopravvissute al XX secolo e sono ancora oggi discusse. Alcuni analisti sostengono o hanno sostenuto di
possedere risposte semplici a queste domande, ma le scienze politiche le vedono in generale come diverse
sfumature di grigio:

• Il capitalismo è morale? Incoraggia realmente tratti che troviamo utili o desiderabili negli esseri umani?
o Sì: Ayn Rand, Robin Hanson
o No: John McMurty, Karl Marx

• Il capitalismo è etico? Le sue regole, contratti e sistemi di applicazione possono essere resi totalmente
obiettivi di coloro che li amministrano, ad un livello superiore rispetto ad altri sistemi?
o Sì: Buckminster Fuller, John McMurty, Friedrich Hayek
o No: Karl Marx, Pëtr Kropotkin

• Il capitalismo è efficiente? Dati gli scopi morali o gli standard etici che potrebbe servire, qualunque essi
siano, si può dire che esso distribuisca l'energia, le risorse naturali, la creatività umana, meglio di
qualsiasi alternativa?
o Sì: Paul Hawken, Joseph Schumpeter
o No: Pëtr Kropotkin

• Il capitalismo è sostenibile? Può persistere come mezzo di organizzazione degli affari umani, sotto
qualunque insieme di riforme concepibile in base a quanto sopra?
o Sì: Buckminster Fuller, Paul Hawken
o No: Joseph Schumpeter, Karl Marx

Perché nessuno concorda su cosa sia il capitalismo?


È difficile dare una risposta obiettiva. In apparenza, non c'è mai stato un accordo chiaro sulle implicazioni
linguistiche, economiche, etiche e morali, cioè, sull'"economia politica" del capitalismo stesso.

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Un po' come un partito politico che tutti cercano di controllare, a prescindere dall'ideologia, la definizione di
"capitalismo" in un dato momento tende a riflettere i conflitti contemporanei tra gruppi di interesse.

Alcune combinazioni tutt'altro che ovvie dimostrano la complessità del dibattito. Ad esempio, Joseph
Schumpeter sostenne nel 1942 che il capitalismo era più efficiente di qualsiasi alternativa, ma condannato dalla
sua giustificazione complessa ed astratta che il comune cittadino alla fine non avrebbe difeso.

Inoltre, le varie asserzioni si sovrappongono parzialmente, confondendo la maggior parte dei partecipanti al
dibattito. Ayn Rand fece una difesa originale del capitalismo come codice morale, ma le sue argomentazioni in
merito all'efficienza non erano originali, ed erano scelte per sostenere le sue asserzioni in tema di morale. Karl
Marx sosteneva che il capitalismo fosse efficiente, ma iniquo nell'amministrazione di uno scopo immorale, e
pertanto in definitiva insostenibile. John McMurty, un commentatore corrente del movimento no-global, crede
che sia divenuto sempre più equo nell'amministrazione di tale scopo immorale. Robin Hanson, un altro
commentatore attuale, si chiede se l'adattezza e l'equità e la moralità possano essere realmente separate da mezzi
che non siano politici/elettorali.

Nell'interesse di chi è il capitalismo?


Infine, le argomentazioni si appellano fortemente a gruppi di interesse diversi, sostenendo spesso le loro
posizioni come "diritti".

I proprietari attualmente riconosciuti - soprattutto azionisti di società e detentori di atti di proprietà terriera o
diritti di sfruttamento del capitale naturale, sono generalmente riconosciuti come sostenitori di diritti di proprietà
estremamente forti.

In ogni caso, la definizione di "capitale" si è ampliata in tempi recenti per comprendere le motivazioni di altri
gruppi di interesse importanti: artisti o altri creatori che si affidano alle leggi di "diritto d'autore"; detentori di
marchi e brevetti che migliorano il cosiddetto "capitale intellettuale"; operai che esercitano per lo più il loro
mestiere guidati da un corpus imitativo e condiviso di capitale istruttivo - i mestieri stessi - hanno tutti motivo di
preferire lo status quo delle le leggi di proprietà attuali rispetto a qualunque insieme di possibili riforme.

Persino giudici, mediatori o amministratori incaricati dell'esecuzione equa di qualche codice etico e del
mantenimento di qualche relazione tra capitale umano e capitale finanziario all'interno di una democrazia
rappresentativa capitalistica, tendono ad avere interesse personale a sostenere l'una o l'altra posizione -
tipicamente, quella che assegna loro un ruolo significativo nell'economia capitalista.

Secondo Karl Marx, questo ruolo ha una reale influenza sulla loro cognizione, e li conduce inesorabilmente
verso punti di vista inconciliabili, cioè, nessun accordo è possibile mediante la "collaborazione di classe" tra
gruppi di interesse opposti, ed è piuttosto la "lotta di classe" a definire il capitalismo. Questa posizione fu
promossa da molti movimenti rivoluzionari del XX secolo, ma fu spesso abbandonata in pratica poiché
sembrava condurre alla "guerra di classe", una violenza infinita tra i diversi punti di vista.

Oggi, anche quei partiti tradizionalmente contrari al capitalismo, p.es. il Partito Comunista Cinese di Mao Tse
Tung, ne vedono un ruolo nello sviluppo della loro società. Il dibattito è concentrato sui sistemi di incentivi, non
sulla chiarezza etica o sulla struttura morale complessiva del "capitalismo".

Critiche al capitalismo
Un'argomentazione moderna importante è che il capitalismo semplicemente non è un sistema, ma soltanto un
insieme di domande, problematiche e asserzioni riguardanti il comportamento umano. Simile alla biologia o
all'ecologia ed alla sua relazione al comportamento animale, complicato dal linguaggio dalla cultura e dalle idee
umane. Jane Jacobs e George Lakoff hanno argomentato separatamente l'esistenza di un'etica del guardiano
fondamentalmente legata alla cura ed alla protezione della vita, e di un'etica del commerciante più legata alla
pratica, esclusiva fra i primati, del commercio. Jacobs pensava che le due fossero sempre state separate nella

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storia, e che qualsiasi collaborazione fra di esse fosse corruzione, cioè qualsiasi sistema unificante che
pretendesse di fare asserzioni riguardanti entrambi, sarebbe semplicemente al servizio di sé stesso.

Altre dottrine si concentrano sull'applicazione di mezzi capitalisti al capitale naturale (Paul Hawken) o al
capitale individuale (Ayn Rand) - dando per scontata una struttura morale e legale più generale che scoraggi
l'applicazione di questi stessi meccanismi ad esseri non viventi in modo coercitivo, p. es. la "contabilità creativa"
che combina la creatività individuale con il complesso fondamento istruttivo della contabilità stessa.

A parte argomentazioni molto ristrette che avanzano meccanismi specifici, è alquanto difficile o privo di senso
distinguere le critiche del capitalismo dalle critiche della civiltà europea occidentale, del colonialismo o
dell'imperialismo. Queste argomentazioni spesso ricorrono intercambiabilmente nel contesto dell'estremamente
complesso movimento no-global, che è spesso (ma non universalmente) descritto come "anti-capitalista".

Bibliografia essenziale
• Adam Smith, La ricchezza delle nazioni
• Karl Marx, Il Capitale
• Azzariti Ferdinando, Il capitalismo sociale

Voci correlate
• Feudalesimo
• Comunismo
• Economia politica

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Economia politica
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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L'economia politica è la disciplina sociale che studia l'economia in senso positivo (come essa è), con lo scopo di
rappresentare compiutamente, con l'ausilio di modelli matematici ove necessario, le costanti presenti nel
comportamento economico di individui e istituzioni pubbliche e private.

Essa quindi studia il modo di comportarsi dei soggetti economici e si distingue pertanto dalla politica economica
(la disciplina speculare) la quale cerca invece di formulare proposte di cambiamento della situazione economica
esistente (le politiche per la gestione o il governo dell'economia).

Le definizioni precedenti non riescono comunque a dar conto dei vari aspetti dell'economia politica, per cui essa
è anche definita dal suo sviluppo storico.

Indice
• 1 Cenni storici
o 1.1 L'economia politica classica
o 1.2 L'economia politica marxista

1.3 L'economia politica neoclassica


Cenni storici
Il termine economia politica si riferiva originariamente allo studio dell'economia dello stato, ed è ancora usato
in questo senso da alcuni economisti.

Oggi esistono diverse scuole concorrenti, le cui definizioni variano, ma tutte propongono di descrivere il modo
in cui i vincoli politici influenzano l'allocazione di risorse limitate, dando forma all'economia.

L'economia politica classica

Il termine economia politica venne usato ampiamente per la prima volta nel '700 dai primi economisti, come i
fisiocratici ed Adam Smith. Dopo le migliorie di David Ricardo (in seguito riviste da Piero Sraffa) e John Stuart
Mill, fu usato universalmente per descrivere ciò che ora conosciamo come economia fino al 1870 circa - quindi
descrive propriamente l'economia classica.

Le assunzioni di Adam Smith nell'opera del 1776 "Sulla ricchezza delle nazioni" posero una chiara riga di
divisione tra l'economia in senso stretto e l'economia politica: lo stato (seguendo la sua economia classica)
doveva fornire "difesa, infrastruttura, giustizia, istruzione ed una moneta stabile".

Anche se le definizioni di difesa, infrastruttura, giustizia ed istruzione sono cambiate, questa è ancora
considerata la migliore definizione dell'economia politica del capitalismo. Ognuna di queste funzioni può essere
considerata un demanio gestito collettivamente e legalmente.

L'economia politica marxista

Il primo riferimento di economia politica marxista è Per una critica dell'economia politica, del 1859, che sarà
seguito da Il capitale (dal 1867). In tali opere Marx correla l'economia alla società in cui si svolge la produzione
e quindi ai rapporti di produzione ed alla lotta di classe.
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L'economia politica neoclassica

Nel 1870 fu coniato il termine economia, introdotto per la prima volta nell'uso comune da influenti economisti
neoclassici, come Alfred Marshall.

Marshall e la maggior parte degli altri economisti dell'epoca usavano i due termini come sinonimi; il termine
economia politica cadde gradualmente in disuso nel mondo anglosassone durante il '900 - in parte a causa della
sua associazione con economia di tipo Marxista. L'uso di questo termine subì una certa rinascita negli anni '60,
quando fu sempre più utilizzato dagli economisti libertari radicali della Scuola di Chicago, per descrivere gli
studi macroeconomici influenzati dalla teoria dei giochi e dalla teoria della scelta razionale.

Queste erano considerate descrizioni appropriate del modo in cui il capitale finanziario media le valutazioni dei
fattori della produzione. L'economia neoclassica evita la generale complessità delle scienze politiche assumendo
che questi fattori siano definiti dalla legge, dall'etica e dai costumi prevalenti nella civiltà economica.

In effetti, questa economia politica è soltanto policy, e questa economia è una scienza dell' allocazione delle
risorse limitate una definizione che molti considerano troppo ristretta, e spesso contestano seriamente.

Liberalismo
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John Locke, filosofo inglese, uno dei fondatori del liberalismo

Indice
• 1 Liberalismo/Liberismo
• 2 Liberalismo/Democrazia
• 3 Le origini del pensiero liberale
o 3.1 John Locke e la Gloriosa Rivoluzione inglese
o 3.2 Liberalismo e Illuminismo
• 4 Liberalismo classico
o 4.1 Diritti civili, Stato di diritto e Costituzionalismo
o 4.2 Rivoluzioni liberali
o 4.3 Stato liberale e Stato Democratico
• 5 Critica al liberalismo
o 5.1 Risposte ed evoluzione del pensiero liberale
• 6 Citazioni
• 7 Il liberalismo del secondo dopoguerra
o 7.1 Liberalismo democratico (liberalismo sociale o riformista)
o 7.2 Liberalismo conservatore (neo-liberismo)
• 8 Liberalismo e Globalizzazione
• 9 Liberalismo moderno
• 10 Voci correlate
• 11 Bibliografia

I termini liberalismo e liberale vengono usati sia nel linguaggio comune che nella teoria politica con significati
diversi. Qui ci occupiamo esclusivamente del liberalismo come dottrina politica. Nel linguaggio comune
liberalismo può essere usato come sinonimo di magnanimità e larghezza di vedute. La parola deriva dal francese
libéral.

A poco a poco verso l'inizio del XIX secolo liberale cominciò a divenire equivalente di "favorevole al
riconoscimento delle libertà individuali e politiche". La prima citazione in lingua inglese con questo significato
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risale al 1801. In senso moderno si ritiene che il termine liberalismo sia stato usato per la prima volta nel 1812 in
Spagna nel parlamento regionale (Cortes) di Cadice. Le radici del liberalismo sono tuttavia molto più antiche.
Possono essere trovate nelle dottrine giusnaturalistiche di John Locke, nelle teorie dei filosofi scozzesi David
Hume (Edimburgo, 1711-1776) e Adam Smith (1723–1790) e nell'Illuminismo francese.

Storicamente il liberalismo nasce come ideale che si affianca all'azione della borghesia nel momento in cui essa
combatte contro le monarchie assolute e i privilegi dell'aristocrazia a partire dalla fine del XVIII secolo. L'esito
di questo scontro tra le due classi porta alla costituzione dello Stato liberale.

Il liberalismo è, probabilmente, insieme alla democrazia e al socialismo, la dottrina che ha più influenzato la
concezione moderna dello Stato e del suo rapporto con la società. Si può dire che abbia contribuito a definire
quasi tutte le altre dottrine socio-politiche: si parla infatti di liberaldemocrazia in modo generico per indicare una
moderna democrazia liberale, ma si parla anche di liberaldemocrazia in modo specifico per indicare la frangia
più progressista del movimento liberale, ancora si parla di socialismo liberale (o liberalsocialismo), di
cattolicesimo liberale e perfino di anarchismo liberale. Proprio per questo però, definire l'identità del liberalismo
in quanto tale è difficile, anche se esistono pensatori che si definiscono liberali senza altre accezioni anche ai
nostri giorni.
A proposito del liberalismo come concepito dai suoi fondatori, che ha invece un'identità piuttosto chiara,
parleremo di liberalismo classico (o puro).

Si può dire ad ogni modo che ciò che contraddistingue il liberalismo politico in ogni epoca storica è la credenza
nell' esistenza di diritti fondamentali e inviolabili facenti capo all'individuo e l'eguaglianza dei cittadini
davanti alla legge (eguaglianza formale).
Il punto di vista dell'individuo e il godimento della libertà individuale è considerato il parametro valido per
giudicare la bontà di un ordinamento politico/sociale. In quest'ottica i poteri dello Stato devono incontrare limiti
ben precisi per non ledere i diritti e le libertà dei cittadini. Ne deriva il rifiuto di volta in volta dell'assolutismo
monarchico, del clericalismo, del totalitarismo e in generale di ogni dottrina che proclama il sacrificio
dell'individuo in nome di fini esterni a esso.

Il risvolto del liberalismo in materia religiosa è il laicismo e la separazione tra Stato e Chiesa: nelle parole di
Camillo Cavour "Libera Chiesa in libero Stato". Ma il liberalismo è laico anche perché chiede allo Stato di non
interferire nelle scelte morali individuali: "Nessuno mi può costringere ad essere felice a suo modo (come cioè
egli si immagina il benessere degli altri uomini), ma ognuno può ricercare la felicità per la via che a lui sembra
buona, purché non rechi pregiudizio alla libertà degli altri di tendere allo stesso scopo." (Immanuel Kant).

È necessario infine ricordare che negli Stati Uniti il termine liberal ha una sfumatura di significato diversa:
potrebbe essere tradotto con progressista o socialdemocratico piuttosto che con liberale. Sembra che l'uso della
parola liberal per definire sé stessi da parte degli ex-sostenitori del New Deal negli USA sia stato dovuto al fatto
che il maccartismo aveva reso la parola socialista segno di sospette simpatie sovietiche.

Liberalismo/Liberismo
Il filosofo scozzese Adam Smith è considerato il padre della dottrina liberista

La lingua italiana pone una distinzione tra liberalismo e liberismo: mentre il primo è una teorizzazione politica,
il secondo è una dottrina economica che teorizza il disimpegno dello Stato dall'economia: perciò un'economia
liberista pura è un'economia di mercato non temperata da interventi esterni.

La lingua francese parla di libéralisme politique e libéralisme économique (quest'ultimo chiamato anche laissez-
faire, lett. lasciate fare), lo spagnolo di liberalismo social e liberalismo económico. La lingua inglese parla di
free trade (libero commercio) ma usa il termine liberalism anche per riferirsi al liberismo economico. Neo-
liberalismo (in italiano neoliberismo) è il termine usato per indicare una dottrina iper-liberista di destra sostenuta
tra gli altri da Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Sebbene i neoliberisti si proclamino talvolta i veri eredi del
liberalismo classico molti hanno contestato questa pretesa e ritengono che i neoliberisti possano piuttosto essere
collocati tra i conservatori (al Partito Conservatore inglese apparteneva infatti la Thatcher).

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La formulazione della dottrina liberista si deve ad Adam Smith e al suo saggio La Ricchezza delle Nazioni. Le
idee di Smith furono entusiasticamente accolte dai primi liberali. Il liberalismo classico era espressione di una
elite borghese legata al mondo del commercio e degli affari che si opponeva al protezionismo e al mercantilismo
imposti dalle monarchie dell'epoca. Secondo questi pensatori i compiti dello Stato sarebbero dovuti venire ridotti
al minimo indispensabile (funzione giurisdizionale, difesa, ordine pubblico).

Il filosofo ed economista inglese John Stuart Mill fu tra i primi a ritenere che esistesse una distinzione tra le
due dottrine e considerò le proprie posizioni liberiste non il frutto di una posizione di principio ma della
convinzione pragmatica che quel sistema economico fosse più efficiente e produttivo. Se tuttavia ciò fosse stato
nell'interesse degli individui che compongono la società, lo Stato avrebbe avuto ogni diritto di intervenire
nell'economia. A differenza di John Locke Mill non considerava la proprietà privata un diritto naturale ma,
influenzato dai suoi contemporanei socialisti riteneva che essa fosse storicamente frutto di un "furto". Il punto di
vista di Mill fu condiviso da economisti come John Maynard Keynes (che criticò il laissez-faire considerandolo
un'eredità di tempi passati ma continuò a definirsi liberale) e da filosofi come Benedetto Croce.

La tesi della non-coincidenza tra liberalismo e liberismo trova un'ulteriore giustificazione nel fatto che nella
prassi politica del XX secolo ci sono stati regimi liberisti da un punto di vista economico ma tutt'altro che
liberali da un punto di vista politico (es. Cile di Augusto Pinochet) mentre alcuni movimenti (come
l'eurocomunismo) hanno sostenuto una visione economica collettivistica pur schierandosi per la salvaguardia dei
diritti liberali.

Tuttavia anche nel XX secolo alcuni pensatori liberali hanno continuato a sostenere il liberismo come parte
irrinunciabile della loro dottrina (possiamo citare gli economisti e filosofi Luigi Einaudi e Friedrich von Hayek
tra gli altri).

La frattura tra i liberali che continuano a rifiutare l'intervento dello Stato nell'economia e quelli che adottano una
posizione neutrale o addirittura lo auspicano si collega alla differente reazione alla crisi del liberalismo e alla
definizione che si sceglie di dare di libertà: se è intesa solo come non-interferenza di un potere esterno (libertà
negativa) o se in senso più ampio è libertà di fare determinate cose (libertà positiva).

Nonostante queste ambiguità residue, qui ci occupiamo soltanto di liberalismo in senso politico.

Liberalismo/Democrazia
Il liberalismo classico è essenzialmente una dottrina dei limiti del potere politico. Il problema di chi debba avere
questo potere nelle proprie mani è invece l'oggetto della riflessione della democrazia: la democrazia nel suo
spirito originario richiede che il potere politico sia fatto derivare dal popolo e che esso lo eserciti direttamente o
attraverso rappresentanti eletti, ma non si preoccupa di evitare la concentrazione del potere né di tutelare le
minoranze. Allo stesso modo, come vedremo, nello Stato Liberale dell' 800 un'ampia fetta della popolazione è
esclusa dal potere politico e dal diritto di eleggere i suoi rappresentanti. Con la trasformazione degli Stati liberali
in Stati democratici la distinzione è andata sfumando. Le democrazie moderne sono anche dette
liberaldemocrazie perché combinano il principio della sovranità popolare con la tutela dei diritti liberali e con
la divisione dei poteri prevista da Montesquieu.

Le origini del pensiero liberale


John Locke e la Gloriosa Rivoluzione inglese

Il filosofo inglese John Locke può essere considerato a tutti gli effetti il precursore del liberalismo, così come la
Seconda Rivoluzione inglese (Gloriosa Rivoluzione inglese) può essere vista come l'antecedente delle
Rivoluzioni Liberali dell'inizio del XIX secolo. In Inghilterra l'imposizione di limiti al potere del sovrano
avviene, a differenza che negli altri paesi europei, attraverso un processo storico graduale che viene fatto iniziare
addirittura nel Medio Evo con la concessione della Magna Charta. Il passaggio dal feudalesimo allo Stato
liberale avviene senza la mediazione dell'assolutismo monarchico, se si esclude il periodo di regno dei Tudor,
caratterizzato da un notevole accentramento dei poteri nelle mani dei sovrani. Il tentativo della successiva
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dinastia degli Stuart di prolungare il sistema assolutistico con minore abilità portò allo scoppio della Prima
Rivoluzione inglese. Dopo numerosi sconvolgimenti politici nel 1689 il Parlamento inglese riuscì a portare sul
trono la dinastia degli Hannover che si impegnava a garantire al Parlamento stesso e ai cittadini inglesi una serie
di diritti e libertà solennemente proclamati nel Bill of Rights. L'Inghilterra fu così il primo Stato al mondo ad
essere governato da una monarchia costituzionale, la tipica forma di governo del liberalismo classico.

Negli 1690 Locke, che apparteneva al Partito Whig (più tardi chiamato Partito Liberale), pubblicò anonimo i
Due Trattati sul Governo, che contenevano la giustificazione morale della Rivoluzione, il diritto di resistenza
contro un governo ingiusto. Locke partiva dalla teoria del contrattualismo (già avanzata da Thomas Hobbes e
ripresa poi nel celebre Contratto sociale di Jean-Jacques Rousseau). Nello Stato di natura tutti gli uomini sono
uguali e godono di una libertà senza limiti. A differenza di Hobbes, Locke riteneva che gli uomini cedano al
corpo politico una parte della loro libertà solo perché esso tuteli il loro diritto alla proprietà. Lo Stato non può
perciò ledere i diritti naturali, la famosa triade vita, libertà e proprietà, violando il contratto sociale.

Liberalismo e Illuminismo

Il liberalismo è di solito considerato, insieme alla democrazia moderna, una filiazione dell'Illuminismo. Infatti
esso si ispira agli ideali di tolleranza, libertà ed eguaglianza propri del movimento illuminista, contesta i
privilegi dell'aristocrazia e del clero e l'origine divina del potere del sovrano.

Montesquieu (1689-1755) nella sua opera Lo Spirito delle Leggi fissa un altro punto fondamentale della dottrina
politica liberale: la credenza nella separazione dei poteri (potere legislativo, potere esecutivo e potere
giudiziario) come garanzia contro l'arbitrio del potere statale. Immanuel Kant esprime il suo credo liberale
parlando di libertà, uguaglianza e indipendenza come dei principi che devono reggere uno Stato civile.

Bisogna osservare comunque che non tutti gli illuministi sostennero concezioni politiche liberali. Voltaire e
Jean-Jacques Rousseau, ad esempio, pur avendo influito sulla nascita del liberalismo non possono essere
considerati liberali. Voltaire non è infatti interessato alla questione della rappresentanza politica e della divisione
dei poteri: per lui l'ideale resta quello di un dispotismo illuminato retto da un re-filosofo saggio e tollerante.
Rousseau, da parte sua, rifiuta la democrazia rappresentativa preferendo la democrazia diretta. La sua
concezione della volontà generale alla quale i cittadini devono sottomettersi non sembra prevedere inoltre la
tutela delle minoranze. Rousseau viene perciò considerato più il padre della democrazia che del liberalismo.

Liberalismo classico
Diritti civili, Stato di diritto e Costituzionalismo

Il frontespizio della Dichiarazione d'Indipendenza americana

John Locke coniò, come abbiamo visto, l'espressione che riassume la concezione liberale classica dei diritti
individuali: vita, libertà, proprietà. I diritti liberali per eccellenza sono quelli che oggi vengono chiamati diritti
civili: tra essi ci sono la libertà di parola, di religione, l' habeas corpus, il diritto a un equo processo e a non
subire punizioni crudeli o degradanti. La libertà di un individuo incontra un limite nella libertà di un altro
individuo ma non può essere ristretta in nome di valori morali o religiosi in ciò che riguarda la sfera privata
dell'individuo. A questi diritti si aggiungono le garanzie a tutela della proprietà privata, riassunte nel detto
inglese no taxation without representation (solo le assemblee legislative hanno il diritto a tassare i sudditi).

Un altro punto irrinunciabile del liberalismo è infatti lo Stato di diritto: la legge emanata dalle assemblee
legislative è l'unica deputata a stabilire i limiti della libertà individuale. Per John Locke, David Hume, Adam
Smith e Immanuel Kant le caratteristiche che le leggi dovevano avere per poter essere rispettose della libertà
erano:

• L'essere norme generali applicabili a tutti, in un numero indefinito di circostanze future;

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• L'essere norme atte a circoscrivere la sfera protetta dell'azione individuale, assumendo con ciò il carattere
di divieti piuttosto che di prescrizioni;
• L'essere norme inseparabili dall'istituto della proprietà individuale.

Si sviluppa la consuetudine di fissare in un documento solenne questi diritti, sull'esempio del Bill of Rights
inglese: le Carte dei diritti dei nuovi Stati americani indipendenti e i primi emendamenti alla Costituzione degli
Stati Uniti d'America sono gli antenati degli elenchi di diritti previsti dalle Costituzioni ottocentesche e da quelle
attuali.

Rivoluzioni liberali

La Presa della Bastiglia durante la Rivoluzione francese, il prototipo delle rivoluzioni liberali

La rivoluzione francese del 1789 e la maggioranza delle rivoluzioni della prima metà del XIX secolo sono dette
rivoluzioni liberali: esse hanno infatti per scopo la concessione di una Costituzione che limiti i poteri del
monarca e hanno di solito a capo la borghesia benestante (per questo sono anche dette rivoluzioni borghesi).
Le colonie che daranno origine agli Stati Uniti d'America si trovano invece in un differente contesto politico. Il
potere contro il quale si lotta non è una monarchia nazionale ma la Corona inglese. Inoltre la popolazione bianca
degli Stati Uniti non è stratificata socialmente come quella europea: non esiste un'aristocrazia contro cui lottare
né un clero organizzato (i coloni americani sono protestanti), né esiste una classe di veri e propri nullatenenti
(proletariato) a causa dell'abbondanza di terreni. Anche la guerra di secessione americana può essere vista come
una rivoluzione liberale, ma facendo per queste ragioni le dovute distinzioni: essa non porta all'instaurazione di
una monarchia costituzionale ma di una Repubblica.
Tra i documenti più celebri dell'epoca delle rivoluzioni liberali dobbiamo citare la Dichiarazione dei diritti
dell'uomo e del cittadino emanata durante la Rivoluzione francese e la Dichiarazione di Indipendenza
Americana che altera la triade di Locke parlando di vita, libertà e ricerca della felicità.

Stato liberale e Stato Democratico

Voce principale: Stato liberale

Lo Stato liberale classico che si istaura a seguito di queste rivoluzioni è lo Stato minimo, le cui funzioni sono
limitate a compiti di difesa e ordine pubblico. Per lo più il diritto di voto era ristretto a coloro che hanno un certo
livello di reddito (suffragio censitario) e che sapevano leggere e scrivere.
La costituzione dello Stato liberale è tipicamente breve e flessibile. (La Costituzione degli Stati Uniti d'America
ancora una volta si differenzia, perché prevede un'elaborata procedura di revisione.)
Lo Stato liberale si trasforma in alcuni paesi (Inghilterra) in Stato democratico attraverso un processo graduale.
In altri paesi (Francia) la resistenza delle classi dominanti porta a scontri violenti (moti del '48, repressione della
Comune di Parigi). Gli Stati Uniti costituiscono un caso a parte: i problemi che devono affrontare sono diversi
da quelli dei paesi europei (più che una lotta tra classi sociali perché gli USA diventino una vera democrazia si
pone la questione, che sarà risolta solo molto tempo dopo, di includere nel sistema politico gruppi discriminati
come gli afroamericani e gli indiani d'America).

Critica al liberalismo
A partire dalla seconda metà del XIX secolo, proprio quando sembra aver trionfato, il liberalismo comincia ad
essere oggetto di sferzanti critiche. Gli attacchi sono di segno diverso ma in genere partono da due assunti: il
liberalismo avrebbe una concezione parziale della libertà e dell'eguaglianza e una visione astratta e astorica
dell'individuo.

Un primo gruppo di critiche proviene dal nascente movimento socialista. Filosofi come Karl Marx osservano
che i diritti dell'uomo sostenuti dai liberali non sono universali ma esprimono le esigenze di una determinata
classe sociale (la borghesia) in un determinato momento storico (il passaggio dal feudalesimo al capitalismo).
Perciò le classi dominanti non riconoscono a tutti i diritti politici e sono pronte anche a rifiutare la libertà di

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parola e di espressione a chi va contro i loro interessi. L'eguaglianza formale proclamata dai liberali non ha
senso finché permangono enormi disuguaglianze economiche: "la libertà politica senza eguaglianza economica
è un inganno, una frode, una bugia: e i lavoratori non vogliono bugie." nelle parole di un altro celebre
rivoluzionario, l'anarchico Michail Bakunin. Marx nutre scarsa fiducia nella possibilità di strappare alla
borghesia il potere utilizzando le istituzioni che essa stessa ha creato (i parlamenti, le elezioni) ma crede nella
necessità di un rivolgimento rivoluzionario: da esso emergerà un sistema economico che renda possibile la piena
emancipazione degli individui.

Il romanticismo, con la sua reazione contro l'illuminismo, critica l'universalismo liberale e mette al centro della
politica l'idea di nazione. Gli uomini non sono più "uguali" ma segnati dalle differenti identità culturali e
dall'appartenenza al corpo nazionale. In alcune versioni la dottrina nazionalista non mette in crisi l'idea di
un'uguaglianza di diritti fra gli esseri umani. Spesso però è presente l'idea della superiorità di un popolo sugli
altri (es. nel nazionalismo tedesco) mentre le idee razziste, avanzate in Inghilterra da Joseph Arthur de
Gobineau, vengono usate come giustificazione per l'espansione imperialista europea.

La visione quasi sacrale dello Stato presente nella filosofia di Hegel, ripresa da numerosi filosofi storicisti, viene
anch'essa a volte usata contro il liberalismo, per dare una nuova giustificazione alla subordinazione
dell'individuo al potere politico. Questo nonostante Hegel fosse personalmente favorevole alla rivoluzione
francese e ai principi di libertà.

Continua poi a mantenere una certa ostilità verso il liberalismo, anche se in maniera via via più sfumata, la
Chiesa Cattolica. Anche quando accettano le regole del sistema liberale i primi partiti cattolici, che nascono
all'inizio del XX secolo, si fanno portatori di una visione del mondo molto differente. Essi contrappongono
all'individualismo liberale la visione di una società articolata in "corpi intermedi" e rapporti solidaristici. Se in
materia economica presentano programmi a volte socialmente avanzati, ripresi in parte da quelli socialisti,
continuano a opporsi all'estensione delle libertà individuali, specialmente nella sfera del diritto familiare.

Una critica molto seria è quella portata dal Premio Nobel per l'economia Amartya Sen, il quale nel 1970 ha
dimostrato matematicamente l'impossibilità del rispetto contemporaneo del liberismo e dell'efficienza paretiana.
Questa sua dimostrazione, nota come paradosso di Sen, è stata seguita dallo sviluppo di una teoria sociale scevra
da tale paradosso, teoria per cui Sen ha ricevuto il Nobel nel 1998.

Risposte ed evoluzione del pensiero liberale

Alcuni filosofi rispondono alle accuse rivolte dai socialisti alla loro concezione cercando di accogliere una parte
delle obiezioni e di arrivare a una mediazione tra le due dottrine. Tali filosofi riconoscono cioè la necessità di
riforme in alcuni settori della società, specialmente per ridurre le disuguaglianze sociali. Attualmente diversi
ideologi e politici che credono nel liberalismo e liberismo ritengono che il problema demografico sia
urgentemente da risolvere per il benessere collettivo. Difatti la popolazione umana continua a crescere in modo
notevole soprattutto nei Paesi più poveri quindi, secondo tali studiosi, l'unica soluzione è il controllo delle
nascite nel mondo intero poiché non ci sono abbastanza cibo ed energia per tutti. Tale squilibrio tra popolazione
e sussistenze alimentari nonché energetiche per le varie industrie fu teorizzato per primo dall'economista inglese
Thomas Robert Malthus. Infatti la legge di Malthus, formulata nel Saggio sul principio di popolazione (1798),
considera che la popolazione tende ad accrescersi in progressione geometrica, mentre i mezzi di sussistenza
possono crescere soltanto in progressione aritmetica. Inoltre gli studiosi valutano che ci sia un limite ai consumi
quindi ai rifiuti prodotti che in enorme quantità possono danneggiare notevolmente il nostro pianeta.

Citazioni
Altri filosofi e uomini politici hanno tuttavia continuato a sostenere che liberalismo e liberismo fossero
inseparabili, in opposizione in particolare al socialismo. Possiamo citare Luigi Einaudi che ne Il Buongoverno
(pubblicato nel 1954, pag. 118) scrisse: "La libertà economica è la condizione necessaria delle credenze [=
perché ciascuno possa abbracciare liberamente una fede]. La libertà economica è la condizione necessaria
della libertà politica. L'economista Premio Nobel del 1974 Friedrich von Hayek definisce il socialismo "La via
della Servitù".
I liberali che teorizzano il liberismo economico come parte irrinunciabile della loro dottrine si situano al giorno
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d'oggi in genere tra i conservatori. I liberali che privilegiano il tema dei diritti civili privilegiano invece un'area
progressista.
In tempi più recenti alcuni pensatori si sono autodefiniti liberali senza sposare un approccio economico liberista:
a esempio l'economista John Maynard Keynes in Inghilterra criticò il laissez-faire ma continuò a sostenere il
Partito liberale inglese, mentre Piero Gobetti, filosofo antifascista italiano e direttore del giornale La
Rivoluzione liberale teorizzò per un certo periodo la compatibilità tra liberalismo e marxismo). A proposito di
Gobetti e dei militanti antifascisti di Giustizia e Libertà si è anche coniato il termine liberalsocialismo per
indicare l'operazione di sintesi che questi pensatori tentavano di fare tra socialismo e liberalismo. La corrente del
liberalismo che nega l'importanza del liberismo si situa in genere politicamente al centrosinistra.

Il commercio è un atto sociale. Chi porta avanti la vendita di beni alla collettività va a toccare gli interessi di
altre persone e della società in generale; e perciò nel suo operato, in linea di principio,è sottoposto alla
giurisdizione della società; [...] Le restrizioni del commercio o della produzione destinata al commercio, sono
in effetti restrizioni; e in sé una restrizione è un male: ma le restrizioni in questione riguardano solo la parte
della condotta umana che la società è competente a limitare, e sono sbagliate solo perché non producono in
realtà i risultati che era loro obiettivo ottenere. (dal saggio Sulla libertà). Per chi condivide il punto di vista di
Mill, mentre il liberalismo politico è una filosofia, il liberismo ha carattere empirico e il libero mercato è visto
con favore solo se realizza gli obiettivi etico-politici propri del liberalismo politico.

Liberty for wolves is death to the lambs-La libertà per i lupi è la morte degli agnelli, citazione di Isaiah Berlin.

Per limitare la coercizione dello Stato bisogna separarne i poteri organizzati (legislativo, esecutivo e
giudiziario). Inoltre, bisogna limitare le loro funzioni a quelle sole azioni che posseggano caratteri di ordine
generale. Il liberalismo chiede che lo Stato, nel determinare le condizioni entro cui gli individui agiscono, fissi
le medesime norme formali per tutti. In relazione a quest'ultima definizione sorge il problema del rapporto (e
delle interferenze) tra la sfera della libertà e il settore del diritto. Le norme legislative tendono a limitare, nella
loro rilevanza precettiva, il carattere di assolutezza della libertà. Esiste una categoria di norme, chiamata
“minimo etico”, indispensabile per regolamentare gli interessi individuali e quelli di rango generale. Il diritto
inoltre attribuisce allo Stato dei poteri per garantire a tutti la civile convivenza nella pace e nella sicurezza
(“minimo del minimo etico”). D'altra parte il concetto di libertà non può essere identificato unicamente con
quello di liceità giuridica, fissandone i confini con tutti i comportamenti umani che non siano contra legem.
Sarebbe infatti troppo comodo limitarsi a rispettare le leggi per poi fare tutto quello che non è espressamente
proibito. Dal saggio “Liberalismo” scritto nel 1973 da Friedrich von Hayek per l'Enciclopedia Treccani.

Non bisogna dimenticare che il liberalismo disgiunto dalla democrazia inclina sensibilmente verso il
conservatorismo, e che la democrazia, smarrendo la severità dell'idea liberale, trapassa nella demagogia e, di
là, nella dittatura. Benedetto Croce

Wilhelm Röpke, 1947: La libertà dell’economia è di importanza decisiva per la libertà nel suo complesso per
due ragioni:

• perché rappresenta essa stessa un importante settore della libertà. Se nelle attività economiche, le quali
occupano grande parte della nostra vita quotidiana, ci dobbiamo adeguare non già alle leggi, ma agli
ordini di funzionari autorizzati a comminare sanzioni, allora la somma complessiva della libertà in
questa società ne risulterebbe diminuita;

• perché, venendo meno la libertà economica, la quale si sostanzia non solo nella libertà dei mercati, ma
anche nella proprietà privata, la libertà spirituale e politica perde le sue basi. L’uomo che soggiace alla
costrizione da parte dello Stato e della sua burocrazia nelle sue attività quotidiane e nelle condizioni
della sua esistenza materiale, rimanendo alle dipendenze di un monopolista onnipotente cioè dello Stato,
quell’uomo perde la sua libertà sotto tutti i punti di vista.

Michael Novak, intervista del 2004: La libertà non può essere "concessa" da nessuno ma semmai riconosciuta.
La massima forma di libertà consiste nello sviluppare iniziative, nella possibilità di organizzarsi […]. La libertà
religiosa è la base di ogni altra forma di libertà, cominciando da quella politica ed economica. […] Le sto
descrivendo una parte del pensiero di Sturzo e del suo Partito popolare.
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Il liberalismo del secondo dopoguerra
Liberalismo democratico (liberalismo sociale o riformista)

Per approfondire, vedi la voce Liberalismo democratico.

Con il secondo dopoguerra il liberalismo si trasformò in genere in "liberalismo democratico", aprendosi alla
società di massa, mentre alcune sue istanze furono fatte proprie non solo dai movimenti o dai partiti liberali, ma
anche da formazioni politiche di diversa origine: in primis formazioni cattoliche con la creazione di componenti
cattolico-liberali e poi anche soggetti socialisti con la creazione di aree ispirate al socialismo liberale. Più che i
successi (per di più limitati) dei partiti liberali, la rilevanza del liberalismo è consistita nella capacità di
influenzare con i suoi principi di base (libertà di pensiero, di associazione e individuale) i sistemi politici e le
società occidentali. Questa tendenza fu anticipata in quei paesi, come gli Stati uniti o la Francia, che pur non
annoverando nella propria storia partiti liberali, ne misero in pratica i principi essenziali.

E' inoltre corretto affermare che, soprattutto da un ventennio ad oggi il filone più riformista del liberalismo si è
sempre più avvicinato al filone culturale socialdemocratico, soprattutto dopo le aperture ad alcuni punti del
pensiero liberal-democratico da parte di importanti leader socialdemocratici quali Tony Blair e Gerhard
Schröder.

Liberalismo conservatore (neo-liberismo)

Negli anni ottanta del Novecento vi fu infine il tentativo, da parte di un vasto schieramento di ispirazione
conservatrice e moderata, di una riformulazione della dottrina che, pur muovendo dal recupero delle originarie
tematiche liberistiche, fosse più rispondente alle istanze della società capitalistica contemporanea (neo-
liberismo). In pratica, la maggioranza liberal-democratica ha adattato progressivamente la ideologia liberale al
momento storico in cui si trovava, dando così luogo alla evoluzione del "liberalismo classico" in senso
"democratico-riformista"; i liberal-conservatori invece, in un determinato momento della loro storia, si sono
distinti dalla maggioranza liberal-democratica non percorrendo più la strada evolutiva, ma bensì riprendendo il
"liberalismo classico" delle origini in chiave "liberista".

Liberalismo e Globalizzazione
Al liberale piace l’integrazione economica tra i diversi Stati nazionali (o globalizzazione economica), perché
permette agli individui di disporre di un più ampio ventaglio di scelte. Non accetta, invece, l’integrazione
politica (o globalizzazione giuridica) perché considera l’intervento dello Stato un arbitrio. Un presupposto del
liberalismo, infatti, è che lo Stato quando agisce può limitare fortemente i seguenti diritti individuali:

• alla vita (attraverso la regolamentazione);

• alla libertà (col diritto positivo);

• e alla proprietà (attraverso la tassazione).

Secondo i liberali, infatti, i diritti alla vita, alla proprietà e alla libertà appartengono solo all’uomo.

Liberalismo moderno
Dal secondio dopoguerra, fino al giorno d'oggi all'interno del filone culturale "liberale" si possono distinguere
due aree principali: una minoritaria detta dei "liberali conservatori" (VVD olandese, Venstre danese, il vecchio
PLI fino al '70, i Repubblicani in Francia, etc.) ed una maggioritaria detta dei "liberal-democratici" (D66
olandesi, RV danese, PRG francese, il vecchio PRI in Italia, etc.).

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Il termine "liberale" rimane però riferito ai movimenti liberali in genere, cioè a tutti coloro che mantengono i
caratteri liberali sia in economia sia nel campo sociale seppure con diverse sfumature.

Voci correlate
• Liberismo
• Liberalismo sociale
• Socialismo liberale
• Stato liberale

• Wikiquote contiene citazioni di o su Liberalismo

Bibliografia
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• Raimondo Cubeddu, Atlante del liberalismo, Roma, Ideazione, 1997.
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• Friedrich A. von Hayek, La società libera, Formello (Roma), Seam, 1996 (1960).
• Friedrich A. von Hayek, La presunzione fatale. Gli errori del socialismo, Milano, Rusconi, 1997 (1988).
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• Nicola Iannello (a cura di), La società senza Stato. I fondatori del pensiero libertario, collana “Diritto,
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• Carlo Lottieri, Il pensiero libertario contemporaneo, Macerata, Liberilibri, 2002.
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• Alberto Mingardi – Guglielmo Piombini, Anarchici senza bombe. Il nuovo pensiero libertario, Roma,
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• Paolo Zanotto, Il Movimento Libertario americano dagli anni sessanta ad oggi: radici storico-dottrinali
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• Albert J. Nock, Il nostro nemico, lo Stato, Macerata, Edizioni Liberilibri, 1995.
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• Ayn Rand, La virtù dell’egoismo, Macerata, Liberilibri, 2003 (1964).
• Murray N. Rothbard, Per una nuova libertà. Il manifesto libertario, Macerata, Liberilibri, 1997 (1973).
• Murray N. Rothbard, L’etica della libertà, Macerata, Liberilibri, 1996 (1982).
• Murray N. Rothbard, Diritto, natura e ragione. Scritti inediti versus Hayek, Mises, Strauss e Polanyi, a
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• Amartya K. Sen, "The Impossibility of a Paretian Liberal", Journal of Political Economy, n. 78, 1970, pp
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• Amartya K. Sen, "The Impossibility of a Paretian Liberal:Reply", Journal of Political Economy, n. 79,
1971, pp 1406-1407.
• Lysander Spooner, La Costituzione senza autorità. No Treason No. 6, Genova, Il melangolo, 1997
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• Lysander Spooner, I vizi non sono crimini, Macerata, Liberilibri, 1998.

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Neoliberismo
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

http://it.wikipedia.org/wiki/Neoliberismo

l neoliberismo è una dottrina economica che ebbe grande impulso a partire dagli anni '80, soprattutto ad opera di
Margaret Thatcher e Ronald Reagan, che sostiene il disimpegno dello Stato dall'economia, la privatizzazione dei
servizi pubblici, la liberalizzazione di ogni settore e la fine di ogni chiusura doganale.

I fautori del neoliberismo, adducendo a prova la notevole crescita economica registrata negli Stati che hanno
adottato questa politica, sostengono che favorendo la libertà di mercato si ha una generale crescita dell'economia
in termini di PIL e di livello di scambio tra paesi lontani: questo processo porterebbe verso un sempre maggiore
livello di benessere per tutti.
Sotto il profilo ideologico, questo miglioramento è considerato principalmente come un effetto della difesa del
diritto di ogni uomo a disporre autonomamente di sé e della propria vita ed è sostenuto soprattutto dai partiti di
matrice liberal-conservatrice.

Secondo i critici, il neoliberismo non ha portato benessere a tutta l'umanità, ma piuttosto ha accentuato le
disuguaglianze fra le differenti classi sociali all'interno dello stesso Paese e le sperequazioni esistenti tra i paesi
ricchi ed i "sud" del mondo. Ovvero si è aumentata la ricchezza di alcuni paesi e delle multinazionali a scapito
della maggioranza dei poveri. Kevin Hassett, direttore degli studi di politica economica dell’American
Enterprise Institute, mette a confronto le condizioni di vita delle famiglie francesi che vivono sotto la soglia
ufficiale di povertà con quelle delle corrispondenti famiglie statunitensi, e ne ricava la migliore condizione del
secondo gruppo, che disporrebbe di maggiore spazio abitativo pro-capite, oltre che di maggiore dotazione di
beni durevoli di consumo, quali auto, elettrodomestici e personal computers.

Altri detrattori hanno sottolineato che questo processo di arricchimento generalizzato è avvenuto soprattutto a
scapito del pianeta terra distruggendo per sempre risorse non rinnovabili creando pertanto (esternalità negative).

Le tesi neoliberiste sono state di recente imposte dalle principali organizzazioni internazionali (Banca mondiale,
WTO, FMI) a molti paesi del Terzo Mondo - dal Myanmar al Pakistan - ed alle società dell'Europa centro-
orientale uscite dal socialismo realizzato con esiti di dubbio vantaggio per le popolazioni locali.

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Liberismo
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

http://it.wikipedia.org/wiki/Liberismo

Il liberismo è una teoria economica che prevede la libera iniziativa e il libero commercio (abolizione dei dazi)
mentre l'intervento dello Stato nell'economia si limita al massimo alla costruzione di adeguate infrastrutture
(strade, ferrovie ecc.) che possano favorire il commercio.

Il liberismo è considerato da molti come l'applicazione in ambito economico delle idee liberali, sulla base del
concetto "democrazia vuol dire libertà economica" coniato da Friedrich von Hayek.

Il liberismo fu abbozzato durante la Rivoluzione Francese, si sviluppò ampiamente nel corso dell'Illuminismo
scozzese e all'interno della scuola detta "fisiocratica", ma trovò forse la sua formulazione più compiuta in
Inghilterra nel corso del XIX secolo, spinto dalla rivoluzione industriale, dagli studi di Adam Smith, dalle
battaglie per la pace e per il libero commercio condotte da Richard Cobden, nemico di ogni forma di
nazionalismo economico e di ogni imperialismo coloniale.

Gli economisti liberisti, come ad esempio Bruno Leoni, si considerano in antitesi con il pensiero del filosofo del
diritto Hans Kelsen, che definiscono "statalista".

Indice
• 1 Liberismo e Liberalismo
• 2 Il neoliberismo
• 3 Il legame con il monetarismo
• 4 Critiche
• 5 Il liberismo in Italia
• 6 Bibliografia

Liberismo e Liberalismo
Sebbene per entrambi si usi spesso l'aggettivo liberale, nella lingua italiana c'è differenza tra liberismo e
liberalismo: mentre il primo è una dottrina economica che teorizza il disimpegno dello stato dall'economia
(perciò un'economia liberista è un'economia di mercato solo temperata da interventi esterni), il secondo è
un'ideologia politica che sostiene l'esistenza di diritti fondamentali e inviolabili facenti capo all'individuo e
l'eguaglianza dei cittadini davanti alla legge (eguaglianza formale). Nella lingua inglese i due concetti tendono a
sovrapporsi nell'unico termine liberalism. Alcuni danno come analogo inglese di liberismo il termine free trade
(libero commercio). Un termine francese spesso usato in modo equivalente è laissez faire (lasciar fare).

Il neoliberismo
Entrato in difficoltà in seguito alla crisi del 1929 ed al diffondersi delle teorie keynesiane e più in generale con il
diffondersi di visioni collettiviste, il liberismo ha conosciuto una rinascita negli ultimi anni del XX secolo
(neoliberismo) in seguito all'affermazione della globalizzazione e - ancor più - con la rinascita della cosiddetta
Scuola austriaca (Carl Menger, Ludwig von Mises, Bruno Leoni, Murray N. Rothbard, Friedrich von Hayek). Da
notare che tra gli ultimi due ci sono significative differenze: von Hayek sostiene che lo stato deve intraprendere
azioni per consentire la concorrenza, mentre Rothbard punta ad una forma estrema di liberismo detta anarco-
capitalismo.

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Il legame con il monetarismo
In alcuni autori, tra i quali il più famoso è Milton Friedman, il liberismo economico si associa al monetarismo, il
quale svolge il ruolo di governo e regolazione dell'economia liberista.

Critiche
Pesanti critiche al liberismo sono state mosse dal Premio Nobel per l'economia Amartya Sen, il quale avrebbe
dimostrato l'impossibilità del rispetto contemporaneo dell'efficienza paretiana e del liberismo. Una risposta a Sen
è venuta dal filosofo della politica Anthony de Jasay che ha contestato il teorema dell'impossibilità del liberale
paretiano.

Una seconda critica deriva da concezioni di fisica classica, tradizionalmente applicate anche all'economia. Il
secondo principio della termodinamica afferma che l'entropia di un sistema isolato aumenta sempre, e che ogni
sistema converge con la massima probabilità verso uno stato di disordine crescente. Il disordine è la realtà più
probabile in questo senso, e dovrebbe valere anche per un sistema-mercato isolato (in cui non c'è intervento di
forze esterne, fra le quali è incluso l'intervento statale). L'aumento di entropia vale per qualunque sistema
esistente in natura, lineare o meno; può dunque includere anche un sistema complesso come il mercato.

Il liberismo afferma invece la tendenza del mercato a evolvere spontaneamente verso la struttura più efficiente
possibile, che è poi il "mondo migliore" sia per il produttore che per il consumatore. Quindi, per il liberismo il
sistema-mercato tende verso una situazione di ordine crescente. Ciò non contrasta con il principio dell'aumento
di entropia se al liberismo si associa la nozione di libero scambio, ossia se come sistema-mercato non si
considera un sistema isolato, una nazione chiusa in un'economia protezionistica (o al limite autarchica), ma
un'economia aperta e globalizzata.

Tuttavia, mentre per i critici del liberismo esiste comunque un confine (più o meno largo) entro il quale il
sistema-mercato può ritenersi isolato, ed un mercato grande quanto tutta la Terra sarebbe al limite il mercato
isolato di riferimento, per i maggiori fautori di questa teoria economica l'idea stessa di "sistema" appare
incompatibile con la logica profonda di un ordine economico basato unicamente sul più rigoroso rispetto dei
diritti di proprietà e della libertà di iniziativa.

Il liberismo in Italia
Gaetano Mosca (1858 - 1941), conservatore, politico e filosofo, fu sostenitore di un liberismo moderato.

Luigi Einaudi (1874 - 1961), economista e politico, fu pure sostenitore del liberismo. Fu il secondo presidente
della repubblica italiana, dal 1948 al 1955.

Bruno Leoni (1913 - 1967), filosofo del diritto e editorialista, fu sostenitore delle idee liberiste in Italia, e teorico
politico riconosciuto come tale anche e soprattutto negli Stati Uniti.

Nell'Italia del dopoguerra il liberismo ha avuto tendenzialmente poco spazio e poco ascolto. Benché sostenuto
dal vecchio Partito Liberale Italiano, non si diffuse come in altri Stati Europei.

A parte questi precedenti, il liberismo continuò ad aver poco seguito fino alla fine degli anni ottanta quando, con
la caduta del muro di Berlino, tornarono in auge delle politiche liberiste, sostanzialmente indipendenti dai
governi. In quegli anni si sostenne che le liberalizzazioni e privatizzazioni avrebbero grandemente avvantaggiato
i consumatori, grazie alla discesa dei prezzi provocata dalla concorrenza. Si ebbero in particolare:

• la liberalizzazione del prezzo della benzina;


• la liberalizzazione delle assicurazioni per responsabilità civile;
• la liberalizzazione del sistema bancario;
• la privatizzazione dell'energia elettrica (con suddivisione tra produzione e distribuzione).

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Alcuni ritengono indicativo, a tale proposito, che sia stato un governo guidato da un ex comunista, Massimo
D'Alema, a consentire in Italia la scalata di un gruppo ex pubblico come Telecom Italia senza far uso della
golden share che era a disposizione del ministero del Tesoro. Altrettanto indicativo è che anche il precedente
governo di sinistra guidato da Romano Prodi si fosse distinto per lo zelo nell'opera di liberalizzazioni e
privatizzazioni.

Diffuso in America e Inghilterra, in crescita anche in Spagna e Portogallo, il liberismo fatica ad affermarsi in
Italia. Nel nostro Paese i maggiori esponenti degli studi liberali e liberisti provengono dall'Istituto Bruno Leoni.

Bibliografia
• Anthony de Jasay & Hartmund Kliemt, "The Paretian Liberal, His Liberties and His Contracts",
Analyse Und Kritik, 1996(18) / 1.
• Ludwig von Mises, "Human Action: A Treatise on Economics", New Haven: Yale University Press,
1949.
• Amartya K. Sen, "The Impossibility of a Paretian Liberal", Journal of Political Economy, n. 78, 1970, pp
152-157.
• Amartya K. Sen,"The Impossibility of a Paretian Liberal:Reply", Journal of Political Economy, n. 79,
1971, pp 1406-1407.
• Murray N. Rothbard, "Toward a Reconstruction of Utility and Welfare Economics", in Mary Sennholz
(ed.), On Freedom and Free Enterprise: Essays in Honor of Ludwig von Mises. Princeton, NJ: D. Van
Nostrand Co., 1956, pp. 224-262.

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Concorrenza
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

http://it.wikipedia.org/wiki/Concorrenza

Il termine concorrenza si può riferire a:

• Concorrenza, intesa come situazione nella quale più imprese competono sul medesimo mercato
• Concorrenza perfetta, intesa come situazione in cui gli operatori (produttori e consumatori) non possono
fissare i prezzi
• Concorrenza imperfetta, intesa come una forma di mercato che si discosti dalla concorrenza perfetta
• Concorrenza allargata, concetto esteso di concorrenza proposto da Porter
• Concorrenza sleale, intesa come azione sleale compiuta da un'impresa ai danni di un concorrente
• Programmazione concorrente (Informatica)

Concorrenza (diritto commerciale)


Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

http://it.wikipedia.org/wiki/Concorrenza_%28diritto_commerciale%29

La Concorrenza è quella condizione nella quale più imprese competono sul medesimo mercato, inteso come il
luogo d'incontro ipotetico tra domande ed offerta, producendo i medesimi beni o servizi (offerta) che soddisfano
una pluralità di acquirenti (domanda).

La concorrenza è tutelata dalle norme antitrust e si realizza allorché la domanda e l'offerta sono particolarmente
elastiche sicché il prezzo dei beni o servizi tende ad avvicinarsi al costo marginale.

In verità esistono diverse tipologie, o gradi, di concorrenza. Per concorrenza perfetta si intende una condizione
ideale del mercato, nella quale la competizione tra le imprese induce una discesa del prezzo d'acquisto che
equivale al costo marginale. Quindi nella concorrenza perfetta si verifica che: P=Cma (dove P=prezzo e
Cma=costo marginale). Il modello di concorrenza perfetta è stato confutato ed oggi viene considerato puramente
utopico, mentre appare concretamente realizzabile una concorrenza imperfetta (c.d. "reasonable competition"),
nella quale cioè il prezzo si abbassa verso il costo marginale, senza peraltro essere ad esso equivalente.

Origine del concetto: il Liberismo


Il concetto di concorrenza viene elaborato dai critici del mercantilismo a partire dalla seconda metà del XVIII°
Secolo, in contrapposizione all'economia dirigista nella quale lo Stato determina cosa e quanto produrre. Quale
naturale risultato delle libertà fondamentali dell'individuo, i liberisti ritengono che il mercato in sé sia in grado di
regolarsi autonomamente. Adam Smith scriveva: "Pura concorrenza vuol dire compenso a coloro che
forniscono i beni migliori al prezzo più basso. essa offre un compenso immediato e naturale che una folla di
rivali si affanna ad ottenere, ed agisce con più grande efficacia di una punizione distante, dalla quale ciascuno
può sperare di sfuggire" (Adam Smith, An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations.

La concorrenza, quindi, sarebbe in grado di regolare da sola i meccanismi dell'economia; inoltre, il singolo,
perseguendo il proprio interesse individuale, farebbe altresì il bene della collettività, secondo una nota massima
di Jeremy Bentham: "generalmente non vi è nessuno che conosce i vostri interessi meglio di voi stessi, e nessuno
che sia disposto con altrettanto ardore e costanza e perseguirli".

Le tesi suesposte, in rapporto alla formazione del prezzo, possono essere così riassunte:

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• nella concorrenza perfetta ogni prezzo di mercato è uguale al costo (marginale),
• ogni impresa, sotto lo stimolo della concorrenza, cerca di ridurre i costi al minimo, ottimizzando i fattori
della produzione,
• i consumatori, con la loro domanda, orientano la produzione nel senso più vantaggioso alla massima
soddisfazione del consumo,

Secondo gli economisti della scuola neoclassica questi tre sarebbero i vantaggi principali apportati dalla
concorrenza all'economia. In sintesi essi possono essere esemplificati in due finalità principali: l'incremento al
massimo del rapporto qualità/prezzo dei beni e dei servizi (attraverso l'ottimizzazione dei fattori della
produzione) e l'eliminazione (attraverso la competizione) di quei concorrenti che non riescono a conseguire il
primo obiettivo.

Le teoria suesposte sono state oggetto di accesa critica e confutazione già verso la fine dell'Ottocento, allorché si
è evidenziato che la teoria della concorrenza pura sarebbe valida esclusivamente in situazioni statiche e non
potrebbe, pertanto, trovare una reale applicazione nell'analisi delle economie reali, per definizione dinamiche. Le
critiche più approfondite sono state elaborate soprattutto da Joseph Schumpeter e J. Keynes.

Essi misero in dubbio che fosse in realtà realizzabile una concorrenza perfetta, giungendo invece a sostenere che
tale ideale era irrealizzabile e puramente utopico.

Concorrenza imperfetta
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

http://it.wikipedia.org/wiki/Concorrenza_imperfetta

In economia, per concorrenza imperfetta si intende una qualunque forma di mercato che si discosta dalle
ipotesi classiche del modello di concorrenza perfetta.

La concorrenza perfetta è una forma di mercato in cui tutti i produttori sono caratterizzati dalle medesime
funzioni di produzione e di costo, con informazione perfetta, nel senso che tutti dispongono delle stesse
informazioni e un'omogeneità, quindi perfetta sostituibilità, dei prodotti.

Tali ipotesi sono difficilmente riscontrabili in mercati reali e costituiscono, al più, un'approssimazione che può
essere o meno utile all'analisi economica. Al fine di realizzare un modello economico maggiormente
corrispondente alle condizioni reali dei mercati, diverse delle ipotesi del modello di concorrenza perfetta sono
state rilassate; in particolare:

1. Alcuni modelli ipotizzano che produttori e consumatori siano disomogenei, che i prodotti siano non
perfettamente sostituibili tra loro, dando adito a fenomeni di fidelizzazione dei consumatori a un dato
marchio (in inglese, brand loyalty);
2. Si sono considerati modelli che prevedono barriere all'entrata e all'uscita dai mercati, ossia costi che
un'impresa deve necessariamente sostenere per entrare o uscire da un dato mercato;
3. È stata rimossa l'ipotesi di informazione perfetta, andando a studiare modelli caratterizzati da asimmetrie
informative;
4. Si sono considerati casi in cui il modello di mercato perfettamente concorrenziale non consegue un
risultato ottimale, in termini di benessere, per la collettività: si tratta dei modelli di esternalità e beni
pubblici.

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Concorrenza perfetta
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

http://it.wikipedia.org/wiki/Concorrenza_perfetta

In economia, la concorrenza perfetta è una forma di mercato caratterizzata dall'impossibilità degli imprenditori
di fissare il prezzo di vendita dei beni che producono, i quali prezzi derivano esclusivamente dall'incontro della
domanda e dell'offerta, che a loro volta sono espressione dell'utilità e del costo marginale. L'impresa non può
determinare contemporaneamente quantità e prezzo d'equilibrio del mercato.

La curva di domanda è semplificata con una retta, ovvero una funzione lineare e quindi invertibile di prezzo e
quantità, inclinata negativamente. Il mercato di concorrenza perfetta, lungi dall'essere una rappresentazione
veritiera della realtà, costituisce un presupposto alla base di molti modelli economici di analisi dell'equilibrio.

L'equilibrio concorrenziale si contrappone ad altri modelli, ma possiede delle caratteristiche che lo rendono
desiderabile rispetto a questi ultimi dal punto di vista dell'efficienza economica.

Un mercato si può definire perfettamente concorrenziale quando si verificano le seguenti ipotesi:

1. il bene prodotto è omogeneo;


2. le imprese operano in condizione di "informazione perfetta", ossia tutti gli operatori dispongono di
informazioni complete in merito ai costi di produzione, ai prezzi, al salario reale di equilibrio, ecc.;
3. le imprese che operano sul mercato hanno una dimensione atomica, tale da non poter influenzare in alcun
modo i prezzi di vendita, e che non esistono barriere all'ingresso e all'uscita dei concorrenti;
4. i fattori della produzione sono perfettamente sostituibili fra loro, ossia possono essere riallocati alla
produzione di diversi beni, mantenendo sempre la stessa produttività marginale. Questa ipotesi è
naturalmente riferita al lungo periodo ed è fondamentale affinché il prezzo di equilibrio sia pari al
minimo del costo medio di lungo periodo.

Secondo la teoria microeconomica classica, la concorrenza perfetta è il meccanismo ottimale per l'allocazione
efficiente delle risorse in quanto il prezzo di vendita che si forma sul mercato è quello che remunera tutti i fattori
di produzione in base alla loro produttività marginale e non consente: creazione di extra profitti e sfruttamento
del lavoro. Inoltre il prezzo (o meglio il sistema dei prezzi relativi) è anche quello che consente ai consumatori
di massimizzare la loro soddisfazione. Questo risultato è noto come primo teorema dell'economia del benessere.

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Equilibrio e Definizione del Prezzo
Impresa è price taker in un mercato di concorrenza perfetta. L’impresa in questo caso trova l’equilibrio agendo
sui costi CMg = RMg = P.

Questa equazione è la condizione di massimo profitto, che si ricava ponendo a zero la derivata del profitto
rispetto alla quantità prodotta, per trovarne il massimo.

Π = RT − CV − CF = pQ − cQ − CF.

La derivata dei ricavi totali rispetto alla quantità è il prezzo, mentre il termine che riguarda i costi fissi
(indipendenti dalla quantità prodotta) si azzera durante la derivazione.

Il ricavo e costo marginale sono l'incremento di ricavo e costo per l'impresa per ogni unità nuova di prodotto; se
il costo e ricavo marginale si uguagliano, l'aggravio di costi e l'incremento di ricavi che genera un nuovo
prodotto, si compensano e danno un incremento di profitto pari a zero. E' coerente il fatto che il massimo profitto
si trovi in corrispondenza di un incremento dei profitti nullo (il valore è massimo quando la variabile non può
più aumentare.

• nel breve periodo l’imprenditore deve coprire almeno i costi variabili


• nel lungo periodo l’imprenditore deve coprire tutti i costi
• se non si coprono i costi si cessa l’attività.

Quando la retta del ricavo marginale, che coincide con il prezzo, scende al di sotto del minimo della curva del
costo variabile medio, non è più conveniete produrre. Tale punto di minimo è detto punto di fuga (dei produttori
dal mercato).

Quando il prezzo è compreso fra il minimo del costo totale medio e quello del costo variabile medio, ci si trova
in una situazione in cui è conveniente produrre in perdita pur di ammortizzare gli alti costi fissi.

Di seguito, riportiamo i principali grafici che descrivono un regime di concorrenza perfetta.

1- il mercato fa il prezzo

2- confronto prezzo dato dal mercato e costi marginali (CMg)

3- confronto CMg con costi variabili (CV)

4- calcolo del profitto

5- nel lungo periodo prezzo uguale al minimo del costo medio e al costo marginale

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Microeconomia
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

http://it.wikipedia.org/wiki/Microeconomia

La teoria economica è divisa in due branche: la microeconomia e la macroeconomia. La microeconomia studia


il comportamento dei singoli agenti economici, quali i consumatori, i lavoratori, gli investitori, i proprietari
terrieri, le imprese, cioè tutti gli individui o le entità che giocano un qualche ruolo nel funzionamento delle
nostre economie. La microeconomia spiega come e perché questi soggetti prendono delle decisioni di tipo
economico. Un altro tema importante della microeconomia riguarda il modo in cui gli agenti economici
interagiscono tra di loro per formare unità più ampie, come i mercati e le industrie. Grazie allo studio del
comportamento e dell'interazione delle singole imprese e dei consumatori, la microeconomia ci rivela come
operano e si evolvono le industrie e i mercati, perché sono diversi l'uno dall'altro e come sono influenzati dalle
politiche economiche pubbliche e dalle condizioni economiche generali.

Al contrario, la macroeconomia, l'altra grande branca della teoria economica, si occupa delle grandezze
economiche aggregate, come, per esempio, il livello e il tasso di crescita del prodotto nazionale, i tassi di
interesse, la disoccupazione e l'inflazione. Tuttavia, il confine tra la microeconomia e la macroeconomia è
diventato negli ultimi anni sempre meno netto. Il motivo principale è dovuto al fatto anche la macroeconomia ha
a che fare con l'analisi dei mercati. Per capire come funzionano i mercati, è necessario comprendere prima di
tutto il comportamento delle imprese, dei consumatori e degli investitori che costituiscono questi mercati. Nel
tempo i macroeconomisti sono diventati sempre più attenti ai fondamenti microeconomici dei fenomeni
economici aggregati.

Indice
• 1 L'uso e i limiti della teoria microeconomica
• 2 Analisi positiva e analisi normativa
• 3 Ipotesi alla base del comportamento del consumatore
• 4 Altri progetti

L'uso e i limiti della teoria microeconomica


Come ogni scienza, l'economia si occupa della spiegazione e della previsione dei fenomeni osservati. La
spiegazione e la previsione sono fondate su teorie, le quali servono a spiegare i fenomeni osservati, in termini di
un insieme di regole e di ipotesi di base. La teoria dell'impresa, per esempio, nasce da una semplice ipotesi: le
imprese cercano di massimizzare il profitto. La teoria utilizza questa ipotesi per spiegare come le imprese
scelgono l'ammontare di forza lavoro, di capitale e di materie prime da usare per la produzione, così come le
quantità di beni da produrre. Questa teoria serve anche a spiegare in che modo queste scelte dipendono dai
prezzi dei fattori produttivi e qual è il prezzo che le imprese sono in grado di ottenere per i loro prodotti.

Le teorie economiche servono anche da presupposto per fare previsioni. Quindi, la teoria dell'impresa ci dice se
il livello di produzione di un'impresa aumenterà o diminuirà in seguito ad un aumento dei salari o a una
diminuzione del prezzo delle materie prime. Utilizzando tecniche statistiche ed econometriche, la teoria può
dunque essere usata per costruire modelli, sui quali poi basare previsioni di tipo quantitativo. Un modello è una
rappresentazione di tipo matematico, fondato sulla teoria economica di un'impresa, di un mercato, o di qualche
altro tipo di entità economica.

Nessuna teoria è perfettamente corretta. L'utilità e la validità di una teoria dipendono dalla capacità che essa ha
di spiegare e prevedere l'insieme dei fenomeni che si vogliono spiegare e prevedere. Dato questo obiettivo, le
teorie sono continuamente messe a confronto con le osservazioni della realtà; in seguito a questo confronto, sono
spesso soggette a modificazioni e riformulazioni, e a volte possono essere addirittura rigettate. Il processo di
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verifica e riformulazione è di primaria importanza per lo sviluppo dell'economia come scienza. Per valutare una
teoria, è importante tenere presente che è necessariamente imperfetta. yy

Analisi positiva e analisi normativa


La microeconomia dà risposta a diversi interrogativi siano essi di natura positiva o di natura normativa. Gli
interrogativi di natura positiva hanno a che fare con la spiegazione e la previsione, mentre le questioni di natura
normativa riguardano ciò che dovrebbe essere.

Le teorie nascono per spiegare i fenomeni, vengono confrontate con l'osservazione e sono utilizzate per costruire
modelli su cui basare le previsioni. L'uso della teoria economica per formulare previsioni è importante sia per i
manager delle imprese sia per le politiche economiche pubbliche. A volte si vuole andare oltre la spiegazione e
la previsione per porsi domande del tipo: <<Che cosa sarebbe meglio fare?>>. È questo il campo dell'analisi
normativa, anch'essa importante sia per i manager d'impresa sia per coloro che devono prendere decisioni di
politica economica. L'analisi normativa non si occupa soltanto delle diverse opzioni di politica economica, ma
riguarda anche l'implementazione delle politiche prescelte. Questa analisi è spesso accompagnata da giudizi di
valore. Ogni volta che sono necessari giudizi di valore, la microeconomia non è in grado di dirci quale sia la
soluzione migliore, ma può chiarire i vari trade-off (scelte alternative) e aiutare quindi a individuare i problemi e
a mettere a fuoco i termini della questione.

Ipotesi alla base del comportamento del consumatore


La microeconomia pone alla base della sua analisi due ipotesi fondamentali più una accessoria:

1. Completezza: il consumatore, se posto di fronte ad una scelta tra due beni, sa sempre dire quale dei due
preferisce o se gli sono indifferenti;
2. Transitività: avendo tre beni X, Y e Z, se X>Y e Y>Z allora X>Z.
3. Non Sazietà: Il consumatore è più soddisfatto se consuma un paniere che ha la stessa quantità di un bene
X e una non minore quantità di un bene Y.

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John Stuart Mill
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

http://it.wikipedia.org/wiki/John_Stuart_Mill

John Stuart Mill (Pentonville, Londra, 20 maggio 1806 – Avignone, 8 maggio 1873) fu un filosofo ed
economista britannico.

Definito da molti come un liberale classico, la sua collocazione in questa tradizione è controversa per il
discostamento di alcune sue posizioni dalla dottrina classica.

J. S. Mill infatti, riteneva che solo le leggi di produzione fossero leggi naturali, e quindi immutabili, mentre
considerava le leggi di distribuzione come una fenomenologia etico - politica, determinate da ragioni sociali e,
quindi, modificabili. Inoltre Stuart Mill ammette un uso strumentale del protezionismo, quando questo sia
funzionale a consentire ad una "industria bambina" di svilupparsi fino al punto da poter competere con le
industrie estere, momento in cui le protezioni vanno rimosse.

Nell'opera System of Logic, Mill conduce una critica alla logica come era tradizionalmente insegnata in
Inghilterra nella prima metà del XIX secolo, proponendo una radicale riformulazione dei suoi termini e delle sue
metodologie d’indagine. Egli propone un modello di ragionamento deduttivo, capace di coniugare la verifica e
l'osservazione a posteriori dei fenomeni (fisici ed umani) con il ragionamento a priori su di essi. Mill dunque non
è un empirista in senso assoluto, ossia non pensa che l'esperienza sia la fonte esclusiva delle nostre conoscenze,
ma ritiene che una conoscenza astratta, puramente teorica, ovvero a priori, sia poco utile. È per lui possibile
invece integrare teoria ed esperienza, combinare insieme ragionamento ed osservazione, per non cadere nel
dogmatismo razionalistico o nel relativismo empirista (o addirittura nello scetticismo): nella follia della ragione
astratta o nell'idiotismo della pura esperienza. Nella riflessione di Stuart Mill, il fulcro di una tale ricerca teorica
sull'etica riguarda il metodo d'indagine delle scienze sociali. Venivano infatti così definite quelle discipline che,
a differenza delle scienze della natura, studiavano i fenomeni sociali, i problemi politici ed economici, la storia
ed i meccanismi della mente umana.

Secondo Mill queste discipline, a differenza delle scienze naturali, non potevano essere spiegate ricorrendo allo
schema meccanico per cui ad una causa corrisponde sempre un determinato effetto: i fenomeni sociali infatti
sono in genere determinati da una pluralità di cause che vanno analizzate e studiate, tenendo presente che la
Legge di Causalità è il principio fondamentale di spiegazione di tutti i fenomeni naturali. Essa è nota per
esperienza, allorché la mente, tramite un'induzione, comprende che due fenomeni si associano più volte in modo
tale per cui la comparsa dell'uno si accompagno a quella dell'altro. Quando una tale osservazione particolare
viene generalizzata, ossia quando si verifica un numero elevato di volte, possiamo dire che i due fenomeni sono
in rapporto di causa-effetto.

L'opera più importante della produzione milliana sono senza dubbio i Principi di economia politica. Il testo
racchiude in se gran parte del pensiero liberale del nostro autore, presentandoci la dottrina politico-sociale in
tutta la sua complessità. Nel tentativo di riassumere il suo pensiero è utile riproporre la metafora che egli spesso
usa nei suoi scritti: l'autore paragona la società ad un mulino ad acqua. Per capire il funzionamento del mulino, è
necessario tener presente due elementi. Primo occorre che ci sia una forza naturale, l'acqua che scorre, capace di
produrre l'energia necessaria al funzionamento della macchina. Questa energia,che non può essere creata
dall'uomo, non è controllabile e risponde a leggi naturali completamente avulse dalle regole dell'etica. Secondo è
necessario creare un meccanismo capace di sfruttare la forza della natura per trasformarla in ricchezza. Il
meccanismo deve essere creato tenendo conto delle conoscenze umane e delle regole che ordinano il vivere
civile. Allo stesso modo, nella società esistono leggi naturali, come ad esempio quelle che regolano la
produzione della ricchezza, che non possono subire limitazioni, ma devono seguire le libertà dei singoli
individui che naturalmente ricercano il proprio utile e la propria felicità. Ma tutta questa energia prodotta
sarebbe inutile, e potenzialmente dannosa, se non fosse guidata e trasformata da un meccanismo sociale,
determinato secondo le leggi dell'etica, capace di distribuire questa ricchezza in modo da trasformarla in
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ricchezza sociale. I "principi di economia politica" espongono il problema della divisione tra la produzione e la
distribuzione della ricchezza, presentandoci una tra le piò brillanti proposte sociali del mill: la fusione dell'idea
liberale con le idee socialiste sulla distribuzione.

Opere
• (1843) A System of Logic (Un Sistema di Logica)
• (1844) Essays on Some Unsettled Questions of Political Economy (Saggi su alcune Questioni Aperte di
Economia Politica)
• (1848) Principles of Political Economy (Principi dell'Economia Politica)
• (1859) On Liberty (Sulla Libertà)
• (1861) Utilitarianism (Utilitarismo)
• (1861) Considerations on Representative Government (Pensieri sul governo per rappresentanza)
• (1869) The Subjection of Women (Sulla soggezione delle donne)
• (1873) Autobiography (Autobiografia)
• (1874) Essays on Religion (Saggi sulla Religione)

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Etica
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

http://it.wikipedia.org/wiki/Etica

«Il primo passo nell'evoluzione dell'etica è un senso di solidarietà con altri esseri umani»

(Albert Schweitzer, Premio Nobel per la pace 1952)

L'etica (il termine deriva dal greco έθος, ossia "condotta", "carattere", “consuetudine”) è quella branca della
filosofia che studia i fondamenti di ciò che viene vissuto come buono, giusto o moralmente corretto, in
contrapposizione a ciò che è male, o è sbagliato. Si può anche definire l'etica come la ricerca di una gestione
adeguata della libertà.

Spesso viene anche detta filosofia morale. In altre parole, essa ha come oggetto i valori morali che determinano
il comportamento dell'uomo.

È consuetudine differenziare i termini 'etica' e 'morale'. Sebbene essi spesso siano usati come sinonimi, si
preferisce l'uso del termine 'morale' per indicare l'assieme di valori, norme e costumi di un individuo o di un
determinato gruppo umano. Si preferisce riservare la parola 'etica' per riferirsi all'intento razionale (cioè
filosofico) di fondare la morale intesa come disciplina.

L'etica può essere descrittiva se descrive il comportamento umano, mentre è normativa (o prescrittiva) se
fornisce indicazioni. In ogni caso l'indagine verte sul significato delle teorie etiche.

Può essere anche soggettiva, quando si occupa del soggetto che agisce, indipendentemente da azioni od
intenzioni, ed oggettiva, quando l'azione è relazionata ai valori comuni ed alle istituzioni.

Indice
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• 1 Filosofia pratica e Metaetica analitica


o 1.1 Metaetica analitica
o 1.2 Filosofia pratica
• 2 Teorie teleologiche e deontologiche
• 3 Il Bene e il Giusto
• 4 L'utilitarismo
o 4.1 Utilitarismo dell'atto
o 4.2 Utilitarismo generale
o 4.3 Utilitarismo della norma
• 5 Etica laica ed etica religiosa
o 5.1 Etica cristiana
• 6 Valore morale e responsabilità
o 6.1 L'etica della virtù
o 6.2 Responsabilità morale
• 7 Bioetica
• 8 Etica dell'ambiente e Ecosofia
• 9 Etica ed Economia
• 10 Etica del lavoro
• 11 Cenni storici
o 11.1 Senofane e Solone

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o 11.2 I sofisti
o 11.3 Socrate e Platone
o 11.4 Aristotele e la sua Etica
o 11.5 Stoicismo ed Epicureismo
o 11.6 Abelardo
o 11.7 Bernardo di Chiaravalle
o 11.8 Gioacchino da Fiore
o 11.9 Tommaso d'Aquino
o 11.10 Montaigne
o 11.11 Il giusnaturalismo
o 11.12 Ralph Waldo Emerson
• 12 Voci correlate
• 13 Altri progetti

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Filosofia pratica e Metaetica analitica
Per comprendere l'oggetto dell'etica è utile mettere a confronto due modelli teorici.

Metaetica analitica

Essa trova la sua prima esemplificazione nei Principia Ethica di Moore. Moore si propone di analizzare in modo
rigoroso il linguaggio morale e di definire il significato dei concetti propriamente morali (quali buono, doveroso,
obbligatorio etc.). Moore, quindi propone una distinzione fra vita morale e sapere e, di conseguenza, propone
una distinzione fra vita morale ed etica. L'etica non costituisce alcuna forma di conoscenza, ma ha solo a che
fare con emozioni, raccomandazioni e prescrizioni. La questione posta dalla metaetica relativa alla
giustificazione dei princìpi morali, è necessaria per dipanare l'intreccio di motivi e di princìpi che sono alla base
della stessa conflittualità morale. La metaetica vuole dunque operare una chiarificazione concettuale in modo
tale da ridimensionare le pretese accampate da prospettive morali particolari. Essa delimita l'ambito dell'etica
rispetto alle diverse espressioni dell'ethos.

Filosofia pratica

La filosofia pratica reagisce contro la pretesa neutralità rivendicata dalla metaetica analitica. Infatti, pur
rinunciando ad una sua propria scientificità, non si può, secondo la filosofia pratica, pretendere dall'etica il
medesimo rigore e la medesima precisione che si richiedono alla matematica. Le dimostrazioni della matematica
sono sempre valide, quelle etiche lo sono per lo più. Quindi, l'etica non è una scienza fine a sé stessa, ma vuole
orientare la prassi. In definitiva, la filosofia pratica concepisce il sapere pratico come strettamente agganciato
all'esperienza.

Teorie teleologiche e deontologiche


Il problema da cui nascono queste due opposte ramificazioni è insito nella domanda:

"Come possiamo stabilire che cosa è moralmente giusto fare per un certo agente?"

• Seguendo la teoria teleologica scopriamo che un atto è giusto se e solo se esso, o la norma in cui rientra,
produce, produrrà o probabilmente produrrà, tende a produrre almeno una rimanenza di bene sul male
pari a qualsiasi altra alternativa accessibile. Quindi il fine dell'azione è posto in prima istanza rispetto al
dovere e all'intenzione.
• Seguendo invece la teoria deontologica'', scopriamo che il criterio della modalità dell'azione è l'azione
stessa. Ne deriva che il dovere e l'intenzione sono poste prima del fine dell'azione.

Le teorie deontologiche possono asserire che i giudizi basilari di obbligo sono tutti e solamente particolari e che
i giudizi generali sono inutilizzabili o inutili o derivanti da giudizi particolari (in questo caso abbiamo una teoria
deontologica dell'atto). Un'altra teoria deontologica (detta teoria deontologica della norma) sostiene invece
che il codice del giusto e del torto consiste in una o più norme e, quindi, che le norme sono valide
indipendentemente dal fatto che esse promuovano il bene. Tali norme sono basilari e non sono derivate per
induzione da casi particolari.

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Il Bene e il Giusto
Riguardo alla questione se sia prioritario il bene o il giusto, vi sono diverse teorie:

• il Liberalismo vede il primato del giusto sul bene, da cui è doverosa quell'azione che è conforme ad una
norma giusta, per cui dobbiamo scegliere in base ai princìpi di giustizia. Tale teoria vede una sua nascita
in Locke e in Kant ed una ripresa in John Rawls e nel suo neocontrattualismo.
• per il Comunitarismo la giustizia non è una questione di regole e procedure, ma qualcosa che concerne
il comportamento delle persone rispetto ai propri simili, la giustizia è una virtù della persona.
• Taylor, invece, ritiene illusorio immaginare che il giusto possa prescindere dal riferimento al bene. Egli
vede, dunque un primato del bene sul giusto, dove per bene non si intende l'utile, ma "tutto ciò che
spicca sulle altre cose in virtù di una distinzione qualitativa". La moralità non concerne solo obblighi e
regole pubbliche, ma concerne prima di tutto le distinzioni qualitative.
• l'Assiologia, ovvero lo studio del valore, ovvero della qualità. La teoria dei valori si occupa
principalmente della natura del valore e della bontà in generale.

L'utilitarismo
L'utilitarismo sostiene come criterio ultimo quello del princìpio di utilità, per cui il fine morale da ricercare in
tutto quanto facciamo è la maggiore rimanenza possibile del bene sul male. In questo caso si parla,
evidentemente, di bene e male non-morali. Ci sono tre tipi fondamentali di utilitarismo

Utilitarismo dell'atto

Il principio base rimane sempre quello della rimanenza del bene sul male, ma diviene fondamentale sottolineare
il particolarismo, ossia che la domanda da porsi è cosa io debba fare in questa determinata situazione e non
cosa tutti dovrebbero fare in certi tipi di situazioni. Quindi anche la rimanenza che si ricerca è riferita
immediatamente al soggetto singolo e non è una rimanenza di bene generale.

Utilitarismo generale

Questo si basa su due caratteristiche fondamentali:

• il principio base dell'utilitarismo


• il princìpio dell'universalizzabilità.
• il principio naturalista

Quindi nell'agire, io mi devo chiedere cosa accadrebbe se tutti agissero così in tali casi. L'idea sottostante
l'utilitarismo generale è relativa al fatto che, se è giusto che una persona in una certa situazione faccia una certa
cosa, allora è giusto che quell'azione sia fatta da qualsiasi persona in situazioni simili.

Utilitarismo della norma

Esso pone in evidenza la centralità delle norme ed asserisce che generalmente, se non sempre, dobbiamo
stabilire che cosa fare nelle situazioni particolari, appellandoci alle norme. Si differenzia dal deontologismo
perché aggiunge a questo il fatto che dobbiamo sempre determinare le nostre norme domandandoci quale norma
promuoverà il maggior bene generale per tutti. Quindi tutta la questione, nell'utilitarismo della norma, ruota
intorno alla domanda: quale norma è più utile per il maggior numero di persone?.

Etica laica ed etica religiosa


Alla base di ciascuna concezione dell'etica sta la nozione del bene e del male, della virtù ed una determinata
visione dell'uomo e dei rapporti umani. Tali idee sono spesso correlate ad una particolare religione, o comunque
ad una ideologia.
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L'etica a base religiosa infatti, fissa norme di comportamento che pretende valide per tutti, mentre l'etica laica
non mira ad imporre valori eterni e si dimostra solitamente attenta alle esigenze umane che tengano conto delle
condizioni e delle trasformazioni storiche.

Il fondamento dell'etica cristiana è l'esercizio dell'amore verso il prossimo, mediante il quale si esprime l'amore
verso il Creatore. Per il cristiano, il problema morale coinvolge quelli della salvezza dell'anima e del libero
arbitrio. Etica della verità ed etica della carità, laddove per carità intendiamo un concreto rapporto di dedizione
che si esprime in concreti atteggiamenti, azioni e rapporti di compassione, mentre per verità si intende un
insieme di preposizioni dottrinali che si esprime in codici di credenze e comportamenti astratti.

La carità è vissuta, agisce dall'interno delle coscienze e considera ogni essere umano come individuo irriducibile
ed inconfondibile (persona), non sopporta regole generali, si incarna negli esseri umani, rifugge dalle condanne,
perdona e riconcilia. La verità conosciuta, agisce dall'esterno, considera ogni essere come individuo
riconducibile e assimilabile ad altri, classi categorie, produce regole generali, formula precetti e commina
sanzioni, separa i buoni dai reprobi.

Etica cristiana

Per etica cristiana si intende la vita nuova in Cristo che viene partecipata al discepolo che ha ricevuto il
Battesimo (si confronti la dottrina di Paolo apostolo nel Nuovo Testamento) Attraverso il Battesimo, il Cristo
rende partecipe il credente del suo stesso amore. In ragione di questo evento, il credente non appartiene più a se
stesso ma al Cristo che è morto per lui e riceve in dono il comandamento di amare come ha amato Gesù il Cristo.

• Lo Spirito Santo, che abita nel cuore del credente, è il principio di tutta la vita in Cristo, perché è Colui
che interiorizza la verità dell'Amore di Cristo.

I fondamenti dell'etica cristiana per tutte le chiese sono dati dall'etica neotestamentaria (che discende dagli
insegnamenti di Gesù il Cristo). Per l'etica cattolica dobbiamo poi aggiungere il pensiero espresso nella
Tradizione e nel Magistero della Chiesa lungo i secoli, oggi racchiuso, attualizzato e sviluppato nei più recenti
documenti come quelli del Concilio Vaticano II (Gaudium et spes, ...), nelle varie encicliche dei papi del
Novecento e soprattutto di Papa Giovanni Paolo II (tra cui Fides et Ratio e Veritatis Splendor), e
nell'approfondimento dei teologi che indagano le verità cristiane e le verità morali. In maniera simile anche
nella altre chiese l'etica ha ricevuto supporti successivi (e ancor oggi li riceve): basti pensare all'attenzione
riservata ai Padri orientali da parte dell'ortodossia, ai sinodi delle chiese protestanti e ortodosse, alle prese di
posizione ufficiali delle varie Chiese nella loro conciliarità, ...

L'etica cristiana non considera se stessa un'imposizione al "mondo". A fondamento dell'etica cristiana sta
l'"avvenimento" Cristo e il suo mistero pasquale; all'origine di tutto ciò che il cristiano deve fare, sta il suo essere
collocato dentro l'avvenimento del mistero pasquale di Cristo. Per cui l'etica cristiana è una

• etica cristocentrica: ha al centro l'"avvenimento" Cristo, mistericamente presente e partecipato;


• etica della grazia: perché il dono di Dio precede e rende possibile ciò che il cristiano è chiamato a
portare avanti nel comandamento dell'amore;
• etica della fede: solo nella fede essa trova il suo significato.

Questa etica, così particolare e specifica, vuole essere in dialogo con ogni altra etica, perché ha il compito di
servire e liberare l'uomo dall'egoismo. Essa si "ritrova" in tutto ciò che di buono e di degno va a fondare l'azione
degli uomini, perché riconosce fermamente che lo Spirito agisce anche al di fuori del popolo dei battezzati.

Certamente questa etica difende la sua identità, perché fondata sulla parola di un Cristo, ritenuto nella fede di
tutte le chiese cristiane il Figlio di Dio. Essa non può essere cambiata secondo il "sentire" delle epoche o il
fluttuare delle mode e dei modelli di comportamento, alcune volte creati ad hoc da strumenti di potere che
controllano l'economia, la cultura o altro, perché avrà sempre il suo diretto riferimento alla parola del creatore.

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Valore morale e responsabilità
Quando si parla di buono o cattivo, possiamo farlo in termini morali o non-morali. Possiamo infatti parlare di
una buona vita o di una vita buona e solo nel secondo caso intendiamo dare un giudizio morale sulla condotta
della vita, mentre nel primo la felicità della persona, può non dipendere dalla persona stessa. Nel corso della sua
storia, la moralità si è occupata di coltivare certe disposizioni dell'uomo, tra cui figurano certamente il carattere
e la virtù:

• le virtù sono disposizioni, o tratti, non interamente innate. Esse devono essere acquisite, almeno in parte,
attraverso l'insegnamento e la pratica continua di tali insegnamenti. Di fatto la moralità dovrebbe essere
concepita primariamente come acquisizione e coltivazione di tali tratti, ossia il fare delle virtù un vero e
proprio habitus.

L'etica della virtù

Un'etica della virtù si basa evidentemente sul concetto di virtù. Con questo termine si intende una disposizione,
un habitus, una qualità o un tratto del carattere che un individuo ha o cerca di avere. Questa etica non assume i
princìpi deontici come base della moralità, ma considera basilari i giudizi areteici. I princìpi deontici derivano da
quelli areteici e se non derivano da questi, sono superflui. Un'etica della virtù considera i giudizi areteici sulle
azioni come giudizi secondari e basati sui giudizi areteici sulle persone e sui loro motivi o tratti del carattere.
Quindi per l'etica dei valori la moralità non ha a che fare con l'obbligatorietà dell'azione. Per essere morali
bisogna essere un certo tipo di persona, non semplicemente agire in un certo modo. Si guarda, dunque,
primariamente alla persona ed al suo essere piuttosto che all'azione che essa compie. Le disposizioni del
carattere che sono virtù morali, secondo questa etica, sono:

• egoismo del tratto: le virtù sono quelle disposizioni che maggiormente contribuiscono al bene o al
benessere personale; (la virtù cardinale è qui il bene personale)
• utilitarismo del tratto: le virtù sono quei tratti di carattere che maggiormente promuovono il bene
generale (la virtù cardinale è qui la benevolenza).

Responsabilità morale

Con questo termine generalmente si vuole attribuire un'azione ad un agente. Possiamo operare tale attribuzione
in tre modi fondamentali:

• dicendo che una persona è responsabile


• dicendo che una persona X è responsabile di un'azione Y
• dicendo che una persona X è responsabile di un'azione Y, intendendo con Y qualcosa ancora da farsi,
intendendo quindi che la persona X ha la responsabilità di fare Y.

Il problema è: "a quali condizioni è corretto giudicare o dire che X è responsabile di Y?" Ci sono
convenzionalmente due condizioni necessaria tramite le quali possiamo definire X responsabile:

• che X sia abile a compiere Y


• che X faccia Y

Ora, il problema è: queste condizioni sono necessarie. Ma sono anche sufficienti? Aristotele riteneva che un
soggetto è responsabile nel momento in cui

• la causa dell'atto è interna al soggetto, cioè se il soggetto non è costretto ad agire da qualcuno o qualcosa
di esterno
• l'atto non è risultato dalignoranza, cioè se il soggetto è anche cosciente dell'azione che compie.

Da queste problematiche nascono anche le teorie del determinismo etico e quella dell'indeterminismo etico.

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Bioetica
Il termine bioetica, coniato nel 1970 dal cancerologo statunitense Van Rensselaer Potter, indica un'etica non
incentrata sugli esseri umani e le loro azioni reciproche, quanto piuttosto sull'assunzione di responsabilità
dell'uomo per il sistema complessivo della vita. Con lo stesso termine, in seguito, si venne a delineare lo studio
della condotta umana nell'area delle scienze della vita e della cura della salute, esaminata alla luce di valori e
princìpi morali. La bioetica si sviluppa negli anni Settanta fra il Kennedy Institute of Ethics (a Washington) e
l'Hastings Center (a New York), in cui nasce la più importante rivista di bioetica "The Hastings Center Report".
La bioetica nasce perché lo sviluppo delle scienze e delle tecnologie biomediche hanno posto problemi che
travalicano l'ambito del sapere scientifico per investire quello della responsabilità morale e della
regolamentazione giuridica. Possiamo elencare alcune importanti novità che effettivamente hanno portato alla
nascita della bioetica:

• la scoperta della struttura a doppia elica del DNA (1952)


• la conseguente ingegneria genetica
• la preparazione della pillola di Pincus per la contraccezione ormonale (1953)
• lo sviluppo del trapianto d'organo (1967)
• il sostegno artificiale delle funzioni vitali (1968 - 1970)
• il concepimento in vitro (1978)
• la clonazione (1997).

Queste sono le questioni che hanno dato luce alla bioetica e che fondamentalmente la tengono in vita dando
origine a due posizioni:

• la bioetica può assumere la figura di una riaffermazione di alcuni valori centrali già presenti nell'etica
tradizionale di derivazione ippocratica (dignità della vita umana individuale e sua inviolabilità) e quindi
può porre un argine allo sviluppo indiscriminato delle tecnologie;
• può diventare il luogo di una nuova etica per molti aspetti rivoluzionaria sic et simpliciter.

Etica dell'ambiente e Ecosofia


La riflessione dell'etica dell'ambiente riguarda la qualità ontologica della relazione con la natura. L'esigenza
dell'etica dell'ambiente è sorta quando il quadro generale delle condizioni del pianeta ha registrato un netto
deterioramento delle risorse disponibili rinnovabili e non. L'uomo, soprattutto a partire dal Novecento, ha fatto
in modo che la vita della natura fosse sotto il suo controllo diretto, sconvolgendo quella che da sempre era stata
la visione della natura. La natura è così divenuta un "ente disponibile", manipolabile e controllabile. Ne deriva
che l'uomo è passato da una concezione qualitativa ad una percezione tendenzialmente quantitativa, da una
percezione naturale ad una tecnologica, dall'idea del prodotto di Dio, all'idea del prodotto dell'uomo, all'artificio.
Appurato che l'ambiente appartiene alla sfera dell'etica, in quanto partecipante della trascendentalità umana,
restano basi portanti per la dimostrazione che c'è un rapporto fondamentale tra ambiente e uomo (mezzo
attraverso cui si conferma ancora l'ingresso di diritto dell'ambiente nel mondo dell'etica) le sequenzialità che:

• si considera etica tutto ciò che nella prassi umana importa l'idea di fine e mai di mezzo.
• poiché trascendentalità ed eticità formano un circolo, come sostiene anche Carmelo Vigna un essere
umano, che non è solo trascendentalità, ma anche empireia, non apparterrebbe al mondo dell'etica se il
rapporto tra il suo lato trascendentale e quello empirico non implicasse una certa necessità.
• se possiamo indicare un'inevitabile relazione tra l'uomo e la natura, guardando al lato della corporeità,
allora, in certo modo, anche la natura entra nel cerchio dell'eticità, perché proprio per il nesso con la
corporeità, entra nella trascendentalità.

L'etica dell'ambiente pone come basi di tutta la sua logica tre concetti:

• rispetto, che si ha per tutto quello che deve essere lasciato essere, cioè per tutto quello che reca in sé il
sigillo della trascendentalità. In questo senso è sempre fine e mai mezzo.

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• cura responsabile, che si ha per qualcosa che dipende in qualche modo da noi o qualcosa che ci
appartiene o ci è affidato.
• amore per la natura, il rispetto e la cura responsabile da soli, infatti, non sono sufficienti. L'etica è sempre
una dottrina dell'amore per l'altro oggetto.

Etica ed Economia
La separazione fra economia ed etica consiste nel fatto che l'economia generalmente non discute dei fini, ma dei
mezzi per realizzare i fini. La normatività dell'economia consiste nel fatto che essa deve cercare di ottenere i suoi
fini col minor costo possibile (cioè esiste indubbiamente una ricerca di efficienza). Di fatto l'efficienza ha delle
implicazioni in termini di etica delle istituzioni e dei comportamenti. Il punto di partenza dell'analisi economica
è l'individuo considerato come essere razionale e di massimizzare tali preferenze. Ora, le preferenze fanno
certamente riferimento al miglioramento nella disponibilità di beni e di servizi. In questo modo l'efficienza non
viene giudicata in base ai criteri della giustizia distributiva. Esiste un dibattito a proposito dell'etica e del
mercato economico. Infatti sotto il profilo del rapporto tra mezzi e fini, il mercato si presenta come un mezzo e
l'etica che ne deriva è un'etica dei mezzi.

John Locke attribuiva al mercato un valore morale in nome di una teoria della legge naturale. In economia il fine
assegnato al mercato è l'efficienza nella produzione e nello scambio di beni privati tra individui le cui preferenze
sono basate sull'interesse proprio. Qualsiasi intervento pubblico, secondo tale visione, che ostacolasse il libero
svolgere degli scambi dei diritti privati di proprietà, entrerebbe in conflitto con la stessa legge naturale.
Completamente opposta a tale visione, quella che vuole l'operare di istituzioni di controllo del mercato
(controllo tra le imprese, tra le imprese e i consumatori, tra le imprese e i lavoratori) e che altrettanto chiama a
gran voce lo sviluppo di codici etici, senza i quali gli stessi risultati di efficienza sono destinati a essere messi in
crisi.

Etica del lavoro


Negli ultimi due secoli il concetto di lavoro è venuto a scontrarsi con quello di etica dando origine a due
posizioni davvero interessanti:

• critica all'alienazione nel lavoro; si tratta della speculazione derivante dal filone marxista e neomarxista.
Segue la logica di svuotamento del lavoro e di alienazione rese idee concrete da Marx, secondo cui il
lavoratore viene ad essere uno strumento dello strumento.
• critica dell'alienazione al lavoro; questa denuncia la connotazione alienata di un lavoro non misurato
nella sua giusta dimensione e portato a schiacciare l'umano, e con esso l'ambiente naturale. Ne deriva che
l'imperativo sia quello di avere una comprensione del lavoro come momento parziale dell'umano. Infatti
l'alienazione da lavoro non può essere superata se non guardando e proiettandosi in ciò che è altro-dal-
lavoro.

Il modello ideale del lavoro deve soddisfare ad una triplice relazione:

• con il proprio mondo


• con il mondo degli oggetti prodotti
• con il mondo degli altri soggetti.

Il lavoro, secondo le correnti di etica del lavoro, è autentico (in senso heideggeriano) solo se offre al soggetto la
motivazione per esprimere la propria personalità in ciò che fa lavorando.

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Cenni storici
La storia dell'etica è costituita dalla successione delle riflessioni sull'uomo e sul suo agire. I filosofi hanno da
sempre riservato un notevole spazio ai problemi etici. Tra essi si citano in particolare Socrate, Platone,
Aristotele, Niccolò Machiavelli, Ugo Grozio, Jean-Jacques Rousseau.

Inoltre furono interessati pure Giovanbattista Vico, Immanuel Kant, Johann Gottfried Herder, Friedrich Schiller,
Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Ralph Waldo Emerson, Friedrich Nietzsche, Sigmund Freud.

L'etica laica nasce con Platone ed Aristotele (quest'ultimo "recuperato" dai pensatori cristiani della Scolastica),
ma si afferma in modo deciso soprattutto con Niccolò Machiavelli e Georg Wilhelm Friedrich Hegel, che
pongono l'accento sulla struttura statuale alla quale dovrebbe essere subordinato il comportamento
dell'individuo.

Senofane e Solone

Senofane, Solone e i poeti della comunità, misero in rilievo come il valore del virtuoso si delinei attraverso l'arte
del buon governo. La virtù diviene capacità di esprimere e seguire le leggi. La civiltà ateniese è la patria,
dunque, della virtù e dei virtuosi, dal momento che spiccava per la sua stabilità. Atene era basata su buone leggi
fatte da persone che si potevano affiancare per virtù ai guerrieri omerici.

I sofisti

I sofisti svolgono un ruolo di eccezionale importanza. Essi distinguono fra virtù arcaiche e virtù del cittadino. Il
compito del cittadino è, nella loro visione, quello di porsi come mediatore fra i cittadini comuni e la legge
(ognuno deve essere giudice di sé e degli altri). I sofisti sono dunque i primi educatori civili, perché sono i primi
a sostenere che le virtù sono molteplici e insegnabili. I sofisti sono dei relativisti morali, ossia ritengono che le
leggi siano relative all'uomo che le emana (quindi le contestualizzano, privandole della sfera di Assoluto di cui
fino ad ora esse godevano). Le leggi, e quindi la morale, sono convenzioni che dobbiamo creare per il buon
vivere civile.

Socrate e Platone

Socrate vuole superare la convenzionalità dei sofisti per cercare una stabilità maggiore. Per questo suo scopo
torna, in un certo senso, alla tradizione per estrapolare da essa gli elementi che rendono l'uomo costante. Socrate
tenta di stabilire la natura stessa della virtù, si pone il problema della definibilità della virtù e giunge alla
determinazione concettuale della definizione attraverso il τι εστι(il "che cosa è?"). Socrate basava anche la sua
morale sull'argomentazione (la famosa maieutica socratica) e sull'interpretazione della natura umana, ma, a
differenza dei sofisti, per Socrate la natura umana non è relativa. Platone ritiene che il nesso fra sema e soma
(corpo e tomba dell'anima che deve espiare la colpa attraverso la punizione del corpo) debba essere fatto risalire
alla tradizione orfica.

Empedocle fornisce, invece, una testimonianza di quanto sia moralizzata la dottrina orfico-pitagorica parlando di
una pena dolorosa che l'anima-daimon deve scontare per una colpa (amartema è il termine corretto) che consiste
nell'uccisione e nello spergiuro (si pensi al mito di Prometeo). Il corpo mortale è, dunque una punizione alla
colpa, ma è anche l'unico mezzo di riscatto per arrivare alla salvezza. Infatti, è solo mediante l'esercizio ascetico
condotto durante la vita corporea che l'anima può purificarsi, scontare la sua colpa, uscire dal ciclo e tornare
presso il divino da cui proviene.

Platone nel Fedro sostiene che l'anima possa uscire provvisoriamente dal ciclo della reincarnazione, per poi
tornarvi in forma degenerata, oppure, in alternativa uscirne definitivamente e tornare presso gli dèi. Nel Fedone,
invece, Platone si mantiene più vicino alla tradizione orfica e sostiene che l'anima o raggiunge gli dèi o si
reincarna sempre. Reincarnarsi o salvarsi, siamo a questo punto alla vera e propria svolta moralistica per cui non
si può essere felici senza essere morali. Socrate a proposito di morale, sosteneva che dentro di noi c'è un giudice,

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al quale davvero non si può sfuggire, che valuta la nostra condotta con severità e giustizia. L'anima diventa così,
al contempo, giudice e organo della felicità. L'anima diventa così moralità.

Aristotele e la sua Etica

Aristotele (vissuto fra il 384 ed il 322 a.C.) ha dedicato molti scritti alla questione dell'etica, tanto da esserne
considerato il fondatore. Fra queste, le opere più importanti sono:

• Etica Nicomachea
• Etica Eudemia
• Grande Etica, conosciuta anche come Magna Moralia
• Περι Αρετων και Κακιων, conosciuta come De Virtutibus et vitiis.

In realtà, della paternità aristotelica dell'Etica Nicomachea ha dubitato Cicerone e nel XIX secolo si è cominciato
a pensare che l'Etica Eudemia fosse stata scritta da Eudemio Rodio, un discepolo di Aristotele. I Magna Moralia
sono comunemente considerati uno scritto di scuola, probabilmente successivo agli anni dell'insegnamento di
Aristotele. Tralasciando le questioni di autenticità, possiamo sostenere che le opere di Aristotele hanno una
struttura simile e i temi principali vengono affrontati sempre nella medesima successione:

• Il concetto del Bene Supremo e della Felicità


• La virtù etica in generale e le virtù etiche in particolare
• Le virtù dianoetiche o intellettuali
• I vizi, la mancanza di autocontrollo
• L'amicizia
• La virtù perfetta, la felicità completa.

Lo scopo dell'etica aristotelica è la realizzazione di ciò che è il bene per il singolo individuo. Egli non pensa che
il fine dell'etica sia il raggiungimento del bene assoluto. In Aristotele cade l'idea platonica per cui il bene del
singolo è il bene assoluto che è l'essere. L'etica non è più scienza dell'essere, ma scienza del divenire. Aristotele,
dunque si propone la fondazione dell'etica come sapere pratico autonomo. Egli, dunque è un cognitivista etico, al
pari di Kant. La filosofia deve, quindi, formare l'uomo nel suo scoprire il modo di agire per raggiungere il bene.
L'Etica Nicomachea innanzi tutto non è destinata alla lettura dei giovani, per la mancanza dell'esperienza
necessaria alla comprensione dell'opera e per il loro lasciarsi trasportare dalle passioni. L'opera è rivolta a chi già
possiede le virtù, ma è incapace di operare una scelta morale. Il testo parte proprio dal concetto di praxis, poiché
in essa è insita l'etica stessa. Aristotele si domanda in primo luogo cosa è il bene per l'uomo, cosa è l'ευδαιμονια
(generalmente tradotta come "felicità", ma forse questa è una traduzione un po' riduttiva). E il bene per l'uomo è
"ciò verso cui ogni cosa per natura tende". Ogni cosa, per Aristotele è in costante evoluzione, proprio perché
ogni cosa si evolve, cerca di raggiungere un fine superiore alla posizione in cui si trova, tende, dunque, ad un
fine ultimo che è il suo proprio fine naturale. Ogni cosa tende a realizzare sé stessa, per essere sé stessa.
Aristotele propone una distinzione fondamentale fra virtù etiche e virtù dianoetiche:

• sono etiche quelle virtù della orexis, della zona desiderante e passionale;
• sono dianoetiche quelle virtù che si conseguono attraverso l'insegnamento, per cui il loro spazio è quello
della scuola e del sapere teorico.

Ciò che è fondamentale per Aristotele è la phronesis, la prudenza, perché questa è il sapere che orienta all'azione
e solo la phronesis, facendosi habitus (o disposizione morale), consente non solo di discernere i fini da
perseguire, ma anche di individuare i mezzi con cui realizzarli. Aristotele critica duramente Platone e la sua
concezione della morale. Platone sosteneva che l'immortalità dell'anima è il vero soggetto della felicità morale;
Aristotele rinuncia ad una concezione dell'anima come individualmente immortale. Il premio per chi agisce bene
è, per Aristotele, la felicità in questa vita e in questo mondo e, di conseguenza, non vi sarà altro dolore e
punizione per chi agirà male che l'infelicità in questa vita ed in questo mondo. Aristotele critica Platone anche
per la sua idea che il bene sia qualcosa di comune che si dice con una sola idea. Per Aristotele ogni forma di
sapere, ogni praxis, ogni scelta sono orientate ad un loro specifico fine e, dato che il bene è ciò verso cui ogni
cosa tende, la molteplicità fattuale di questa tendenza produce un'altrettanto irriducibile molteplicità di fini, e
quindi, di beni. Non è possibile parlare di bene in senso unitario se non per analogia, come di una posizione
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fondamentale comune che designa ciò che costituisce il fine di ogni singola azione orientata. Infatti per
Aristotele ci sono due tipi di bene:

• il bene in sé, vale a dire l'eudaimonia


• il bene per altro, ossia un effetto desiderato in funzione di un altro fine, per cui questo bene risulta essere
un mezzo più che un vero e proprio fine.

Stoicismo ed Epicureismo

Il termine di riferimento nella speculazione stoica ed epicurea è senza dubbio la natura. Per gli stoici la natura è
un qualcosa da cui salvarsi; è come un ordine razionale ed il prezzo da pagare per l'uomo, per entrare in questo
ordine, è l'ascetismo. Per gli epicurei, invece, la natura è indifferente all'uomo, essa non può nè salvarlo, nè
danneggiarlo. Il rapporto con la natura per gli stoici si configura come un "vivere secondo natura che è vivere
secondo virtù". La virtù è quindi razionale, è tutto ciò che si oppone alle emozioni. Essa è una sola, perché le
altre virtù non sono altro che una manifestazione d'intelligenza in situazioni diverse e con scopi diversi. Le
emozioni che vengono a turbare l'anima sono, per gli stoici, quattro:

• dolore
• piacere
• desiderio
• paura.

L'uomo deve tagliare di netto con queste emozioni e vivere di dovere. Il dovere è una prescrizione, una regola.
Gli epicurei, invece, vivono la natura come causale, per cui non si distingue tra vizio e virtù. Le azioni dell'uomo
vanno valutate in se stesse, per la loro immediata fruibilità. Il criterio di misura attraverso cui giudicare le azioni
è il piacere. Esso è princìpio e fine della vita beata e consiste fondamentalmente nella mancanza di dolore. il
piacere è, dunque, direttamente collegato con l'atarassia

Abelardo

Il pensiero medioevale vede come uno dei massimi problemi la diatriba dialettica fra fede e ragione. Il compito
che la filosofia scolastica si propone è proprio quello di risolvere tale questione. Abelardo insegna per un lungo
periodo logica a Parigi. Egli segna l'avvio ad una teologia sistematica attraverso l'applicazione che egli fa
dell'analisi logica alla riflessione del dato rivelato. Nel testo Sic et Non, Abelardo esamina 158 casi in cui le
autorità patristiche e conciliari si trovano in disaccordo e, per risolvere tali questioni, propone di mettere in atto
una ricerca personale, la sola capace di portare alla scoperta della verità. L'applicazione di tale metodo è
definibile "socratica" ed è rintracciabile nella tipica Disputatio dei XIII-XVI secc. Vale a dire che dato
l'argomento di discussione (Quaestio) si studiano le argomentazioni ad essa favorevoli (videtur quod sic) e
quelle contrarie (sed contra) per arrivare poi alla conclusione (Respondeo). Abelardo non intende in questo
modo mettere in discussione le autorità o sottomettere la fede alla ragione, dal momento che egli difende
costantemente la superiorità del dato rivelato, mentre invoca la dialettica per definire le questioni non
chiaramente stabilite dalla Sacra Scrittura. Per Abelardo, dunque, il criterio della moralità degli atti non è fissato
dalla sola norma esteriore, ma anche dalla coscienza, dall'intenzione con cui il soggetto compie un'azione: buono
è solo l'atto che sia rettamente inteso e voluto come tale.

Bernardo di Chiaravalle

Bernardo di Chiaravalle è in un primo ordine di considerazioni un mistico medioevale. Ciò significa soprattutto
che per Bernardo non è importante parlare di Dio o dimostrarne l'esistenza, ammesso che si possa, ma è
importante parlare con Dio, discretamente, in silenzio. Essere un mistico nel medioevo significa anche credere
nella "mortificazione del corpo" (il termine ascesi è infatti direttamente collegato al "mortum facere corpum",
ossia al distacco dal corpo e da tutto quello che ad esso è collegato). L'uomo per questo autore, non si salva se
non attraverso la mistica e l'ascesi. In Bernardo di Chiaravalle l'uomo è rappresentato dal basso, è "generato dal
peccato, peccatore e generatore di peccatori. È ferito fin dall'ingresso in questo mondo, quando ci vive, quando
ne esce. Dalla sommità del corpo alla punta dei piedi non ha nulla di sano".

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Gioacchino da Fiore

Nel XIII sec. Gioacchino da Fiore esercitò una notevole influenza sulla filosofia scolastica, soprattutto quella di
origine francescana, ed esercitò un ruolo di importanza strategica fra Papi e sovrani, che lo consideravano quasi
un profeta o un indovino. Fu così clamoroso il suo annuncio dell'imminente fine del mondo. Il monaco
cistercense scrisse un testo in cui espose un'Apocalisse nuova. Nella sua escatologia, Gioacchino da Fiore insiste
in modo particolare sul fatto che il Vecchio Testamento anticipi il Nuovo e che il Nuovo Testamento sia a
compimento del Vecchio. Egli sostiene la fine di una vecchia Chiesa, di un vecchio mondo e di una vecchia età.
Ne seguirà necessariamente l'avvento di una nuova spiritualità.

Tommaso d'Aquino

Nel quarto libro della sua Summa contra Gentiles, Tommaso d'Aquino spiega il concetto di etica e quello di
felicità come concetti cristiani, teonomizzati, ossia sotto la legislazione di Dio, non autonomi. Dio è il sommo
bene che dà la felicità suprema. La concezione della vita non si riferisce ai beni immediati, materiali, ma a quelli
superiori, alle virtù che in Aristotele sono soprattutto virtù dianoetiche. Per Tommaso d'Aquino la felicità
suprema dell'uomo non si realizza su questa terra. La morale, l'etica, vanno quindi, in Tommaso d'Aquino, oltre
la prospettiva rigorosamente intellettualistica aristotelica, anche se la concezione dell'uomo è ripresa in gran
parte proprio da Aristotele.

Montaigne

Nel Rinascimento abbiamo una corrispondenza fra microcosmo e macrocosmo. L'uomo è al centro del mondo.
Nasce la scienza e con essa, l'etica si ritira nei luoghi della saggezza. Montaigne costruisce una "morale del
dotto", secondo cui gli uomini agiscono in base alle abitudini acquisite. Egli opera un'accurata descrizione
dell'uomo nella sua variabilità d'animo. Montaigne nutre una smisurata sfiducia nel fatto che la scienza possa
stabilire un rapporto univoco fra microcosmo e macrocosmo: la parte, secondo il filosofo, non può conoscere il
tutto di cui è parte. Variabilità e varietà sono, dunque le due caratteristiche della conoscenza morale, proprio in
quanto consubstanziali dell'uomo.

Il giusnaturalismo

Il giusnaturalismo ricerca fondamentalmente una legge dell'agire umano come descrizione (ossia una legge con
valenza conoscitiva dell'etica) ed una legge dell'agire umano come prescrizione (ossia una legge con valenza
regolativa). Questa linea di pensiero si basa sul presuposto che il diritto abbia un fondamento oggettivo insito
nella natura stessa. Ne deriva che è necessario prescrivere a ciò che è, ciò che deve essere. Il diritto, quindi, ha
fondamento nella costituzione naturale dell'uomo.

Ralph Waldo Emerson

Ralph Waldo Emerson è stato tra i primi a proporre un'etica individuale basata sulla fiducia in se e della messa
in discussione dei valori tradizionali, e uno dei pochi ad averlo fatto mantenendo il rispetto per la vita e
l'esistenza, contrariamente, ad esempio, ad alcuni pensatori del nichilismo europeo.

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Politica
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

http://it.wikipedia.org/wiki/Politica

Secondo un'antica definizione scolastica, la politica è l'Arte di governare le società. Il termine, di derivazione
greca (da polis "πολις", città), si applica tanto alla attività di coloro che si trovano a governare (per scelta
popolare in democrazia, o per altre ragioni in altri sistemi), quanto al confronto ideale finalizzato all'accesso
all'attività di governo o di opposizione.

Indice
• 1 Definizioni
• 2 Storia
o 2.1 Età classica
o 2.2 Età moderna
o 2.3 Età contemporanea

Definizioni
Volendo tentare una definizione potremmo dire che la politica è quell'attività umana, che si esplica in una
collettività, il cui fine ultimo - da attuarsi mediante la conquista e il mantenimento del potere - è incidere sulla
distribuzione delle risorse materiali e immateriali. Altre definizioni, che si basano su aspetti peculiari della
politica, sono state date da numerosi teorici: per Max Weber la politica non è che aspirazione al potere e
monopolio legittimo dell'uso della forza; per David Easton essa è la allocazione di valori imperativi (cioè di
decisioni) nell'ambito di una comunità; per Giovanni Sartori la politica è la sfera delle decisioni collettive
sovrane.

Storia
Età classica

In Grecia erano note tre forme di governo e le relative degenerazioni (la suddivisione appartiene ad Aristotele):

• Politeia - simile alla democrazia del linguaggio attuale (la sua corruzione:Democrazia - nel linguaggio
corrente demagogia): il governo in cui a comandare è la massa.
• Aristocrazia (Oligarchia): Dal greco Aristoi (i migliori) si intende il governo dei più adatti a governare in
contrapposizione alla sua corruzione Oligarchia (Da Oligoi pochi) ovvero il governo di alcuni, non
necessariamente i migliori. Il termine aristocrazia è passato a indicare il ceto dei nobili anziché la forma
di governo.
• Monarchia (Tirannide): da Monos (solo) indica il governo di un sol uomo. Il termine Tiranno indicava
colui che si impossessava illegalmente del potere. Nell'antica grecia non aveva il significato spregiativo
attuale ma indicava solamente l'"illegalita" del potere.

Da notare che nel mondo ellenico era conosciuta anche la Diarchia ovvero il governo di due uomini come
accadeva a Sparta.

Età moderna

Nel 1500 il termine politica viene rivisto anche da Machiavelli che con il suo trattato Il principe, la analizza e ne
identifica una nuova definizione distinguendo da un'etica civile, un'etica diversa, concependo quindi un'etica
dello stato come attore superiore all'uomo. Crea quindi il termine "Ragion di stato" che manterrà sempre ben
separato dal termine politica la cui accezione per Machiavelli rimarrà in assoluto positiva, (la frase "il fine
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giustifica i mezzi" è stata attribuita falsamente al Machiavelli). Machiavelli intendeva dare alla politica
un'autonomia che il Clero dell'epoca non era disposto a concedere. Verrà censurato dai suoi contemporanei e
criticato in tutta Europa per le sue dichiarazioni. Stessa sorte toccherà un secolo dopo a Thomas Hobbes che pur
avendo riconosciuto la migliore forma di governo nel Sovrano assoluto considerava la sua funzione derivante
non dalla volontà divina (come stabiliva la tradizione) ma da un patto originario tra uomini liberi. Al contrario di
Hobbes, John Locke non solo non vedeva nell'attribuzione al sovrano di tutti i poteri la soluzione alla
conflittualità della società ma anzi formulò l'idea che il sovrano doveva rispettare i diritti fondamentali come la
proprietà privata. Fondamentale è nella storia del pensiero politico l'opera di Montesquieu "L'ésprit des lois" (Lo
spirito delle leggi) dove viene formulata la distinzione dei poteri come principio base per evitare la tirannide.

Età contemporanea

Nell'Ottocento Karl Marx formulò la dottrina del materialismo storico:la storia dei sistemi sociali e istituzionali è
determinata da una struttura che deriva la sua "forma" dai rapporti economici in essere. L'economia rappresenta
la base della società, che viene ad essere modellata e influenzata dai rapporti economici (la struttura), la quale,
proprio perché alla base dell`organizzazione sociale, concorre in maniera basilare a determinarne i vari assetti
sociali, culturali ed ideologici (sovrastuttura). Marx sottolineò che tuttavia il rapporto non è da considerarsi in
maniera semplicemente deterministica.

Nel Novecento, l'arte della politica è diventata anche laboratorio pratico delle teorie politiche. Si sono sviluppati,
infatti, una moltitudine di sistemi diversi di gestire la cosa pubblica. Accanto alle monarchie di inizio secolo si
svilupparono le prime democrazie borghesi, e contemporaneamente i primi esperimenti di applicazione pratica
del socialismo, la maggior parte dei quali sfociati in sistemi oppressivi. Nella prima metà del secolo a queste
forme si affiancarono i totalitarismi ed autoritarismi di destra, derivanti dalla crisi delle fragili democrazie.

Negli ultimi anni la politica è andata via via trasformandosi, includendo come soggetto la cosiddetta società
civile, fatta di movimenti di opinione che cercano di sottrarla all'astrazione in cui è stata sempre confinata: la
politica si fa globale e nella coscienza di molti si delinea come stato in costante divenire delle relazioni sociali ed
economiche.

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Deduzione
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

http://it.wikipedia.org/wiki/Deduzione

Con deduzione si intende in filosofia un procedimento che lega una certa conclusione alle sue premesse.

L'introduzione del concetto di deduzione si deve ad Aristotele il quale lo identificava sostanzialmente con il
sillogismo. Da questa identificazione deriva l'interpretazione tradizionale, accettata fino ai tempi moderni, per la
quale il procedimento di deduzione consente di derivare il particolare dall'universale. Con un esempio
semplificato, il metodo deduttivo osserva ciò che accade nel mondo sensibile, vede quali leggi sono valide in
quel mondo, e poi le considera vere anche per una piccola parte di quel mondo. Il procedimento contrario viene
chiamato induzione.

Con il progressivo abbandono del sostanzialismo aristotelico che legava strettamente la logica all'ontologia, la
deduzione si configura come una relazione fra oggetti puramente sintattici e prescinde dal contenuto delle
proposizioni di cui si parla.

Una definizione intuitiva di deduzione nella logica moderna può essere:

Una deduzione della formula α dall'insieme M di assunzioni, è un ragionamento articolato in un numero


finito di passi inferenziali che da evidenza del fatto che α segue logicamente da M.

o anche:

Una deduzione è un insieme ordinato di formule (che ha come ultimo elemento la conclusione) ottenute
per applicazione di un ragionamento formale basato su regole inferenziali prefissate.

La deduzione in senso moderno riguarda solamente il livello sintattico del linguaggio, e si distingue quindi dal
concetto semantico di conseguenza logica. Questa distinzione non è in ogni caso limitativa poiché il teorema di
adeguatezza generale sancisce l'equivalenza estensionale dei due concetti.

Utilitarismo
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

http://it.wikipedia.org/wiki/Utilitarismo

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L' utilitarismo (dal latino utilis, utile) è una dottrina filosofica di natura etica per la quale è “bene” (o “giusto”)
ciò che aumenta la felicità degli esseri sensibili. Si definisce perciò utilità la misura della felicità di un essere
sensibile.

Nel pensiero greco sono considerati utilitaristici filosofi come Protagora e, per certi versi, Epicuro,
successivamente posizioni simili furono sviluppate da l'abate Galiani, David Hume e Hélvetius

L'utilitarismo trova una formulazione compiuta nel XVIII secolo ad opera di Jeremy Bentham, il quale definì
l'utilità come ciò che produce vantaggio e che rende minimo il dolore e massimo il piacere. Egli fa dell'etica una
scienza quantificabile introducendo il concetto di algebra morale.

Il suo pensiero fu ripreso da John Stuart Mill che nella sua opera intitolata Utilitarismo, del 1829, relativizza la
quantità di piacere al grado di raffinatezza dell'individuo.

Mantenendo l'analisi al livello individuale, un agente posto di fronte ad una scelta tra N alternative, sarà portato
a scegliere quella che ne massimizza la felicità (utilità).

L'analisi, però, si può estendere a livello complessivo. Nella formulazione originaria, infatti, l'utilità è una
misura cardinale della felicità; essa è perciò aggregabile mediante l'operazione di somma. È quindi possibile
misurare il “benessere sociale”, definendolo come somma delle singole utilità degli individui appartenenti alla
società.

L'utilità diventa perciò il perno del ragionamento etico, e la sua diretta applicazione è che diversi stati sociali
risultano comparabili a seconda del livello di utilità globale da essi generati, intesi come aggregazione del grado
di utilità raggiunto dai singoli.

Finalità della giustizia è la massimizzazione del benessere sociale, quindi la massimizzazione della somma delle
utilità dei singoli, secondo il noto motto benthamiano: “Il massimo della felicità per il massimo numero di
persone.”

L'utilitarismo è quindi una teoria della giustizia secondo la quale è “giusto” compiere l'atto che, tra le alternative,
massimizza la felicità complessiva, misurata tramite l'utilità.

Non hanno rilevanza invece considerazioni riguardo alla moralità dell'atto, o alla doverosità, né l'etica
supererogatoria. Non vi è alcun giudizio morale aprioristico. Si prenda ad esempio l'omicidio: questo atto può
essere considerato “giusto” allorquando comporti come conseguenza uno stato sociale con maggiore utilità
totale. Difatti potrebbe succedere che un solo individuo perda utilità dalla propria morte, allorché gli altri
membri della comunità guadagnino in utilità dalla sua scomparsa.

Per tale ragione, si attribuisce all'utilitarismo una visione della giustizia di tipo consequenzialistico (altrimenti
detto end-state oriented, o non aprioristico): la giustificazione di una scelta dipende dal risultato (in termini di
utilità-felicità) che comporta per gli esseri sensibili.

L'unico presupposto aprioristico dell'utilitarismo è l'imparzialità: le varie utilità di ciascun individuo sono
sommate, per formare l'utilità dello stato sociale, senza pesi di ponderazione; in altri termini ogni situazione
contingente, ogni punto di vista ha eguale valore nella funzione di aggregazione del benessere sociale.

Avendo definito giusto ciò che massimizza l'utilità, ne deriva una visione di giustizia di tipo allocativo, dove la
giustizia è defita come la gestione efficiente dell'utilità sociale.

Utilitarismo e i Diritti degli animali


L'utilitarismo è utilizzato da alcuni filosofi come Peter Singer come fondamenta dei diritti degli animali. Ciò in
ragione del fatto che l'oggetto della massimizzazione della felicità sono gli esseri sensibili, che non sono
rappresentati dai soli esseri umani, ma da tutti gli enti in grado di provare soggettivamente dolore e piacere,
ovvero, stando alle attuali conoscenze scientifiche, da tutti gli animali dotati di sistema nervoso.
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benessere costituiscono una delle principali argomentazioni a favore del libero mercato, e contro l'intervento
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Vilfredo Pareto
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Glossario economico
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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