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Il coraggio e le ragioni di una scelta

Enrico Berlinguer
1984 - 2009

25 anni dopo

Il coraggio e le ragioni di una scelta


25 anni dopo

Enrico Berlinguer
1984 - 2009

I Gruppi parlamentari del Partito Democratico hanno voluto ricordare Enrico Berlinguer a 25 anni dalla sua scomparsa invitando tre storici a discutere della sua figura politica nellincontro Il coraggio e le ragioni di una scelta che si tenuto il 21 maggio scorso a Palazzo Montecitorio presso la Sala della Regina. Con questa pubblicazione abbiamo raccolto le relazioni dei professori Paul Ginsborg, Agostino Giovagnoli e Miguel Gotor, nonch gli interventi dei Presidenti dei gruppi parlamentari di Camera e Senato, Antonello Soro e Anna Finocchiaro e del Segretario Nazionale del PD Dario Franceschini. Ne nato un contributo originale con analisi e considerazioni storico-politiche, dalle sfaccettature pi diverse, che colgono, nelle elaborazioni o nei ricordi di ciascuno, il politico, luomo o il leader carismatico, tentando di rappresentare e di approfondire la grandezza del pensiero e linnovativa azione politica del grande statista.

Indice

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La forza deLLa coerenza, iL coraggio deLLinnovazione


Antonello Soro

Anna Finocchiaro Paul Ginsborg

Per La mia generazione fu un educatore

SenSo deLLa Storia e SenSo deLLo Stato PenSare iL mondo

Agostino Giovagnoli Miguel Gotor

rifLeSSioni SuLLauSterit venticinque anni doPo una grande Storia democratica

Dario Franceschini

Antonello Soro

La forza deLLa coerenza, iL coraggio deLLinnovazione Antonello Soro*


Sono molti i motivi e le ragioni per cui abbiamo voluto organizzare questa giornata di ricordo di Enrico Berlinguer. Sono motivi e ragioni che, a mio avviso, prima ancora di scendere nel dettaglio del suo pensiero, della sua storia politica, cosa che faremo con laiuto dei relatori che voglio ringraziare, hanno immediatamente a che fare con un tratto che rimasto distintivo della figura di Enrico Berlinguer. Mi riferisco alla sua naturale e non costruita capacit di essere percepito come un grande leader politico ma anche come punto di riferimento imprescindibile per tutti gli italiani, comunque la pensassero, qualunque fossero le loro convinzioni ed anche, in buona misura, a prescindere dallinteresse con cui seguivano la politica. Berlinguer pu essere considerato un esempio, uno degli esempi pi alti di un modo di fare politica serio, sobrio, sincero, onesto, che sapeva parlare alla ragione degli uomini, riuscendo a condividerne le domande, le preoccupazioni, le speranze. Questo si percepiva e lo percepivano anche i suoi avversari politici, lo percepivano tutti gli italiani in modo molto nitido. In questo senso fatemi dire, se posso permettermi unosservazione personale, che per noi sardi che abbiamo vissuto quella stagione, Enrico Berlinguer era un uomo un uomo, non solo un uomo politico di cui essere orgogliosi e questo al di l degli schieramenti politici, al di l delle appartenenze di quel tempo: c un orgoglio che valeva ieri e vale ancora di pi oggi. Non c bisogno di spiegare a voi che molte cose sono cambiate, tutto profondamente diverso rispetto a 25 anni fa, non ci sono pi lunit politica dei cattolici, la Democrazia Cristiana, non c pi il Partito Comunista Italiano,

* Presidente dei deputati PD.

La forza della coerenza, il coraggio dellinnovazione

ed il mondo non solo perch siamo entrati in un nuovo secolo vive unepoca completamente diversa e nuova rispetto a quel tempo. Eppure, ed questa la ragione principale della nostra iniziativa, siamo convinti che oggi sia utile, indispensabile riflettere su Berlinguer, sulle sue idee, sulle vicende di cui fu protagonista, sulla fatica e le difficolt della sua ricerca e del suo sforzo di innovazione politica del sistema italiano. Se dovessi mettere laccento su un solo aspetto del modo di essere e dellesperienza politica ed umana di Enrico Berlinguer, proprio questo sceglierei: la scelta coraggiosa della ricerca, la capacit di cogliere il senso dei grandi processi e dei mutamenti della struttura del mondo, la volont di avere su di essi uno sguardo lungo, artefice di cambiamento senza essere ostaggio della propria storia, del presente e delle pretese che qualche volta il presente avanza in modo ossessivo e che condizionano pesantemente la nostra vita politica di tutti i giorni. Certo, Enrico Berlinguer era figlio del suo tempo ed nel suo tempo che giusto misurare il suo coraggio, il suo ruolo, la sua capacit di innovare. In questo senso impossibile non riconoscere cosa signific in quel momento da una parte lavorare per rompere limmobilit di una situazione che voleva il Partito Comunista Italiano sempre e comunque allopposizione, con la ricerca insieme ad Aldo Moro dellincontro fra le grandi forze popolari della societ italiana e, dallaltra, su uno scenario pi vasto, cosa volle dire portare il PCI fuori dal tradizionale campo del comunismo internazionale, affermare di sentirsi pi sicuro stando di qua, sotto lombrello dellEuropa, della Nato, dellOccidente, piuttosto che sotto il Patto di Varsavia. Lo strappo, la dichiarazione di esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione di Ottobre segn un punto di non ritorno e non fu solo un atto di coraggio, di autonomia culturale e politica, ma rappresent un atto di straordinaria innovazione nel sistema politico italiano ed europeo. Possiamo dire che, senza loriginalit del Partito Comunista Italiano, senza litalianit del PCI non si capirebbe, non si spiegherebbe il progetto politico del Partito Democratico che anche in quella storia, in quella vicenda umana ed intellettuale, affonda le sue radici. Non sempre Berlinguer pot sottrarsi al peso dei vincoli di allora ma certo la sua scelta di sistema in favore del primato della democrazia permise al PCI di compiere quei passi che poi sarebbero serviti a farne molti altri, mettendo
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Antonello Soro

la grandezza di una lunga storia al servizio delle idee nuove e del futuro, al servizio di quel cammino che ha condotto tutti noi fino al punto in cui oggi ci troviamo. A proposito di futuro e di sguardi lunghi, come non vedere la forza innovatrice delle sue intuizioni sullausterit, del suo ragionare attorno alla sostenibilit dello sviluppo, alluso equilibrato delle risorse, alla sua stessa idea di governo mondiale, vale a dire dellimportanza decisiva dellaffermarsi di una pluralit di soggetti sulla scena internazionale per far fronte allavanzare di una mondializzazione dei problemi, per affrontare le grandi questioni riguardanti lambiente, lo sviluppo, la povert, la fame, il disarmo. Ho detto austerit, parola controversa, che alcuni, anche nel suo campo, ebbero difficolt a capire perch la lessero come nemica dello sviluppo, della crescita economica e del benessere. Una parola del declino. Invece, oggi noi viviamo tempi tuttaltro che austeri, tuttaltro che sobri, eppure viviamo tempi di declino. Oggi noi sappiamo che lausterit berlingueriana non significava rassegnazione, ma conteneva unidea forte di giustizia sociale. Leco di queste parole impiega davvero un attimo a ricongiungerci ai problemi del presente, in un tempo segnato da grandi tensioni, da sfide difficili, dallapparente trionfo di un modello di societ che premia leffimero, che sembra impermeabile ai valori morali che, in qualche occasione, sembra avere rimosso i grandi principi su cui si fonda la Costituzione del nostro Paese, su cui si fonda, in qualche modo, il sentimento della identit nazionale. In questo tempo noi abbiamo il dovere di costruire una vera alternativa di governo per lItalia. Per questo dobbiamo vincere lansia dei risultati immediati, quellangoscia che ogni tanto sembra invadere la nostra vita in Parlamento come nel Partito, lansia di scorciatoie comunicative, per riscoprire invece i pensieri lunghi, lorizzonte di tempi nuovi in cui si possano costruire grandi cambiamenti nel nostro Paese. per tutto questo che oggi siamo qui ed io considero un privilegio aprire questa discussione per riflettere sulle idee di Enrico Berlinguer, per ricordare con affetto e riconoscenza la figura di un grande italiano.

Anna Finocchiaro

Per la mia generazione fu un educatore di Anna Finocchiaro*


Ho pensato ad una riflessione brevissima che, per, non avesse come centro le importanti questioni che verranno affrontate egregiamente in questo convegno. Penso alleredit del pensiero politico di Enrico Berlinguer, alle contingenze di quegli anni e allo scenario di politica internazionale nel quale quei fatti maturavano, ma, molto pi semplicemente, la mia esperienza personale rispetto alla figura di Berlinguer. Si tratta di una questione che per me e per la mia generazione, rispetto allapproccio alla politica, stata molto importante. Io penso che Enrico Berlinguer sia stato un educatore. Lo stato per la mia esperienza di vita, ma posso dire che lo stato per i molti e per le molte con i quali abbiamo continuato, in questi anni, insieme a lavorare ed insieme a sperare. Egli fu un educatore, non mi riferisco al senso tradizionale della funzione pedagogica del Partito Comunista, che pure esistette ed ebbe un grande rilievo ed un grande ruolo nella costruzione della storia democratica italiana, ma ad un senso, forse, pi moderno di intendere questa parola. Penso a quale era linquietudine dei giovani di quegli anni, a quelli che erano i nostri dubbi ed anche a quello che era il conflitto che ci opponeva ai nostri padri ed alle nostre madri. Lo voglio raccontare facendo alcuni esempi, perch credo che questo possa davvero spiegare perch, secondo me, Enrico Berlinguer, forse inconsapevolmente, fu capace di sciogliere, nella speranza e nel lavoro politico, le inquietudini di una generazione di giovani comunisti, di giovani iscritti alla FGCI, certo, di giovani iscritti al Partito, ma io credo anche di tanti ragazzi e ragazze che con il PCI nulla avevano a che spartire. Le cose che Berlinguer ci diceva e ce le diceva con quel modo di parlare parco e sobrio che

* Presidente dei senatori PD.

Per la mia generazione fu un educatore

aveva allora la politica produssero in quegli anni, che erano gli anni subito dopo il 68, quelli che incrociarono il 77, una riconciliazione tra padri, madri, figlie e figli. Penso al tema e alla parola austerit che ci veniva proposta nelleducazione familiare, molto spesso, attraverso le parole dei nostri padri e delle nostre madri non dico con un fondo di astio, ma certo con un certo fondo di rimprovero; padri e madri che avevano conosciuto le difficolt della guerra, la povert, la fame, le privazioni, gli stenti e che allora si rivolgevano ai figli, talvolta desiderosi di avere anche una larghezza di mezzi pi ampia rispetto al modo di vivere, molto parsimonioso, che avevano allora le famiglie italiane. Con una punta di rimprovero spesso ci sentivamo appunto dire: Tu non sai cos stata la nostra adolescenza, tu non sai cos stata la nostra giovinezza, quanto sia stata amara, quanto sia stata parca, non avevamo niente!. Credo che questa sia unespressione che la nostra generazione ha sentito molte e molte volte. E, insieme, cera una sorta di dispetto con il quale guardavamo a quellassestarsi delle famiglie italiane, del ceto medio-borghese, ma anche operaio, che vedeva magari nellacquisto di un elettrodomestico, la televisione piuttosto che il frigorifero, lacquisizione di una stabilit economica, di una sorta di serenit dellesserci, del poter vivere bene. L la nostra critica, che a volte era molto aspra nei confronti di queste forme di consumo, letta attraverso quellidea che Enrico Berlinguer ci propose in ordine ai consumi ed anche in ordine allausterit, improvvisamente trovava pace perch riusciva a collocare anche quelle inquietudini, anche quel non comprendersi ed anche quella sorta di rivendicazione che ci animava nelle tante discussioni domestiche, in unidea grande: era lidea di un mondo che lavorasse non per raggiungere soltanto unuguaglianza misurabile con il profilo delle retribuzioni, che era certamente un pezzo essenziale della nostra politica, ma era anche lorizzonte lungo di un futuro nel quale le disuguaglianze economiche non pesassero come disuguaglianze di opportunit ed in cui, davvero, si potesse offrire un campo pi fecondo a tutti e a tutte, a prescindere dalle condizioni di partenza. Era lidea che lo sviluppo aveva un limite, doveva e deve avere un limite, perch se non lo ha, dissipa pi ricchezza di quanto non riesca ad assicurarne individualmente a pochi. Era una idea che diventava fascinosa, perch lui la incarnava, e che io ho visto una volta resa fisicamente da Enrico Berlinguer in una giornata ventosa,
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Anna Finocchiaro

davanti a La Sapienza: minuto, da lontano, stretto in una giacca aderente, proprio minuto, lui rappresentava quello che ciascuno di noi avvertiva come il suo fascino, questo essere cos forte nellessere cos austero, cos non appariscente. Penso poi a quello che fu per la mia generazione il conflitto tra le madri e le figlie e penso a quellansia libertaria che avevamo e che, talvolta, assumeva forme scomposte, aggressive. Certamente queste tensioni furono utili, perch naturalmente poi tutto decanta e lascia il frutto buono, ma ricordo per quanto della valorizzazione del ruolo delle donne e non soltanto di noi, che cominciavamo a frequentare le sezioni, facevamo i comizi e ci impegnavamo anche nel lavoro politico e nelle competizioni elettorali, fosse dovuto alla impostazione berlingueriana, alla sua capacit di capire fino in fondo e di dare valore a quello che era stato il ruolo delle donne italiane nella storia italiana, durante la Resistenza e, pi tardi, nel dopoguerra e ancora negli anni che seguirono. Fu una lezione che ci riconcili con quelle madri che, talvolta, avvertivamo come troppo spente e troppo distanti rispetto alla nostra ansia di essere mondo nel mondo, di essere anche noi lievito: sbagliando, credevamo che loro non lo fossero state e invece scoprivamo che erano state una grande forza dellItalia. E cera in Berlinguer, poi, questa grande capacit di costruire e di infondere in quella nostra generazione (e nelle molte che sono venute dopo, anche temprandole attraverso quegli anni difficili, che erano anni di stragi e di terrorismo) la cultura, il rispetto e lattaccamento alle istituzioni democratiche, al di l dei soggetti che le rappresentavano in quel momento e degli errori che quei soggetti potevano compiere. Questo ci serv a comprendere che noi avremmo potuto trovare forza per far valere le nostre idee non solo attraverso lurto e la spinta delle nostre assemblee urlate nelle universit, nelle scuole, anche se utilissime e grandi palestre per tutti, ma anche e soprattutto nella forza e nella difesa della democrazia, della decisione democratica maturata attraverso le forme della democrazia. Credo che tutto questo abbia segnato fortemente la vita di moltissimi di noi. Ripeto, non so quanto ci fosse di pienamente consapevole in questo lavoro pedagogico di Berlinguer. Certo che per noi fu quello leffetto prodotto, ma
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Per la mia generazione fu un educatore

questo avvenne anche perch cera una grande, grandissima capacit dascolto, e lo voglio dire qui perch credo che questo ci serva in un momento in cui proviamo a fare i dirigenti di questo nuovo e fragile Partito Democratico. Gianni Simula, un carissimo amico ed un compagno che lavor nello staff di Berlinguer, e vi lavor giovanissimo, e che poi ha lavorato al Gruppo del Senato con noi fino a poco tempo fa, racconta volentieri un aneddoto. Berlinguer preparava un discorso per lAssemblea di Confindustria, che doveva tenersi il giorno dopo a Firenze e, come sempre, lo aveva preparato con la cura maniacale con la quale preparava ogni discorso, frutto di un approfondimento serissimo e di una grandissima attenzione ai concetti e alle stesse parole. Il giovane Simula fece a Berlinguer unosservazione su un avverbio che, secondo lui, rendeva ambigua unaffermazione contenuta nella relazione. Sul momento Berlinguer non disse niente, la riunione fin, ma a mezzanotte Simula venne svegliato e gli comunicarono che il Segretario gli voleva parlare. Simula si vest di tutta fretta e and a trovarlo al Partito, e Berlinguer con molta calma a mezzanotte e mezza gli spieg le ragioni per le quali aveva ritenuto di non accogliere le sue osservazioni su quellavverbio. Credo che questo episodio ci dica, alla fine, che quello che ho detto prima, cio che forse fu un educatore inconsapevole, probabilmente non vero: cera unattenzione grande a questo aspetto. Era la sua grande forza: Berlinguer fu un grande profeta capace per di essere al tempo stesso cos vicino alla vita concreta di milioni di italiani e di italiane.

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Foto Angelo Palma


Foto AP

1984-2009 25 anni dopo Enrico Berlinguer


Paul Ginsborg

SenSo della Storia e SenSo dello Stato Paul Ginsborg*

Vorrei concentrare la mia attenzione su due questioni di fondo: la prima il giudizio storico complessivo sullazione politica di Enrico Berlinguer; la seconda, chiaramente collegata, una riflessione sulla proposta berlingueriana dellausterit, occasione per trasformare lItalia, come recita il titolo di un suo famoso scritto pubblicato dagli Editori Riuniti nel 1977. Nel 1994, a dieci anni dalla morte di Berlinguer, ho avuto loccasione di scrivere nel Dialogo con Massimo DAlema, pubblicato in quellanno da Giunti, che nella storia della Repubblica a Berlinguer spettava il ruolo del leader politico che fece di pi per salvare lItalia e la sua democrazia in un periodo di grande travaglio1. A quindici anni di distanza non posso fare altro che confermare quel giudizio. Per capire perch, bisogna tornare per un momento dentro la grande crisi della prima parte degli anni 70. La storia della Repubblica tragicamente contrassegnata a intervalli regolari da crisi di ogni denominazione politica, economica, sociale e culturale e sarebbe di grande interesse compararle in modo sistematico. La crisi degli anni 70 fu certamente la pi drammatica, almeno a livello di superficie, e combinava pi elementi. Il primo, quello economico, raggiunse il suo culmine nel 197475 e port Luigi Spaventa a scrivere che le autorit avevano quasi perso il controllo della situazione2. La crisi petrolifera aveva colpito lItalia con particolare durezza, la bilancia dei pagamenti andava sempre pi in rosso,

* Professore ordinario di Storia dellEuropa contemporanea, Facolt di Lettere, Universit di Firenze. 1 Paul Ginsborg, Berlinguer tra passato e presente, in Massimo DAlema e Paul Ginsborg, Dialogo su Berlinguer, a cura di Michele Battini, Firenze, Giunti, 1994, p.63. 2 Luigi Spaventa, Introduzione, in F. Giavazzi e L. Spaventa (a cura di), High Public Debt: the Italian Experience, Cambridge, Cambridge University Press, 1988, p.10.

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Senso della storia e senso dello Stato

le principali aziende erano fortemente indebitate, linflazione cresceva vertiginosamente. Nel 1975 linflazione era al 17% e il Pnl italiano registrava il risultato pi negativo dalla fine della guerra, meno 3,50% per cento, cifra che adesso sar quasi certamente superata dai dati del 2009. Nello stesso tempo, lItalia divenne uno dei principali teatri di un conflitto internazionale che abbracciava lintero bacino del Mediterraneo. Su un fianco della penisola incombeva il nuovo modello di autoritarismo dei colonnelli greci. Sullaltro, la penisola iberica era scossa dalla rivoluzione portoghese del 1974-75 e dalle incerte prospettive apertesi per la Spagna dopo la morte di Franco. Il Medio Oriente era in fiamme, la Turchia in mezzo a una guerra civile non dichiarata. Non per caso The Economist a quellepoca defin il Mediterraneo come il ventre molle della NATO. Questo, in Italia, fu il momento storico delle grandi trame e della grande ondata del terrorismo. Posso solo accennare telegraficamente a questi avvenimenti drammatici ma vi invito a notare che per fortuna non tutti gli elementi della crisi coincidevano o convergevano nello stesso momento storico. Se cos fosse stato quasi sicuramente la democrazia repubblicana non sarebbe sopravvissuta. Nei primi anni 70 troviamo la variegata offensiva della strategia della tensione, le mosse di un ambasciatore americano irresponsabile, Graham Martin, e un capo dei servizi segreti, Vito Miceli, con tendenze sospette; nel 1974-75 la versione italiana particolarmente feroce della stagflation; dal 1973 la crescita del terrorismo di estrema sinistra, che poi diventer la preoccupazione principale per tutta la seconda met degli anni 70; alla fine del decennio la loggia P2. I pericoli per la democrazia italiana, dunque, erano estremamente reali e la risposta di Berlinguer la difesa ad oltranza delle istituzioni repubblicane, la creazione di una vasta alleanza democratica nel Parlamento e nel Paese, il compromesso storico, la netta scelta di campo internazionale per il suo partito (mi sento pi sicuro stando di qua 3) furono allaltezza della situazione. Ogni capo comunista nellOccidente dopo il 1945 doveva conciliare interessi e lealt diverse di partito, di classe, di collocazione internazionale,

Intervista con Giampaolo Pansa, Corriere della Sera, 15 giugno 1976.

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Paul Ginsborg

di nazione. Nella situazione surriscaldata italiana degli anni 70, e sulla scia degli avvenimenti cileni, Berlinguer non esit. Lunit del popolo per salvare lItalia il significativo titolo del lungo discorso con cui apr il XIV congresso del PCI nel marzo del 1975. E in un discorso parlamentare del luglio 1977 osserv: Eccezionale stata la tenuta del Paese di fronte alle prove tremende di questi ultimi anni di crisi economica e sociale, di trame antidemocratiche, di crociate integralistiche e di deflagrazione del terrorismo.4 Bisogna notare che questa grande sensibilit ai pericoli del momento e ai possibili esiti catastrofici combaciava fortemente con la personalit di Berlinguer non cupa ma certamente gravata dal peso della storia. La sua sintonia con il momento, quelle sue antenne cos sensibili ai rischi, avevano per anche un downside, un rovescio della medaglia. Si pu suggerire che Berlinguer aveva una visione lungimirante di come difendere la democrazia italiana ma non unidea cos convincente di come farla crescere. Gli anni dopo il 1976 dovevano essere, per utilizzare le sue parole, un periodo di profondo cambiamento nelle strutture politiche, economiche e sociali. In realt furono una continua richiesta di sacrifici senza le contropartite necessarie per sostenere quella grande ondata di speranza e di richiesta per il cambiamento che veniva dal voto del 1976. Ci furono certamente riforme in quegli anni, e almeno una importantissima il Servizio Sanitario Nazionale del 1978. Il PCI entrava nellarea di governo ma pi che introdurre nuove e democratiche forme di gestione del potere sembrava adottare le abitudini, le lottizzazioni degli altri partiti 5. Ancora nel 1978 Norberto Bobbio notava un potere ascendente nella societ italiana, il prodotto di anni di mobilitazione di massa nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri. Ma questo potere ascendente non trovava gli esiti politici che sperava 6. Cera il bisogno di difendere la democrazia e di innovare simultaneamente di essere, nelle parole di un

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Enrico Berlinguer, Discorsi parlamentari (1968-84), a cura di Maria Luisa Righi, Roma, Camera dei Deputati, 2001. Vedi leditoriale di Eugenio Scalfari, la Repubblica, 31 luglio 1977. Norberto Bobbio, Democrazia rappresentativa e diretta (1978), in id., Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi, 1984, p.50.

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Senso della storia e senso dello Stato

appunto di Tat a Berlinguer del febbraio del 1978, conservatori e rivoluzionari7. Lo stesso linguaggio, vorrei notare, di Beveridge e Attlee nella Gran Bretagna del 1942-48. Questa considerazione mi porta alla seconda questione quella dellausterit. Seguir la stessa struttura argomentativa esponendo prima le grandi virt della posizione berlingueriana, seguita da qualche riflessione critica. Tra le voci internazionali che negli anni 70 criticarono il modello di modernit capitalistica, una delle pi alte ed intelligenti fu quella di Enrico Berlinguer. Nelle sue famose conclusioni al convegno degli intellettuali del 15 gennaio 1977, egli sostenne la necessit di abbandonare lillusione che sia possibile perpetuare un tipo di sviluppo fondato su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di dissipazione delle risorse, di dissesto finanziario8. Nel 1983, al XVI congresso del PCI, in un discorso che per molti aspetti rappresent il suo testamento morale e politico, torn sui temi dello spreco, del consumo e del declino: La societ capitalistica contemporanea ha prodotto e produce sempre pi un inaridimento delluomo una spinta esasperata al consumismo individuale, alla avidit di denaro, di successo, di potere, considerati il fine primo dellesistenza umana9. Di fronte a queste tendenze, egli propose una nuova austerit, concepita non in termini di un angusto puritanesimo - non amava affatto essere descritto come un frate zoccolante, ma piuttosto come laccettazione generale del bisogno di invertire le principali tendenze della societ moderna, eliminando le distorsioni pi vistose. Lausterit, secondo Berlinguer, era rigore, efficienza severit, ma mirava a creare una societ pi giusta, meno diseguale, relativamente pi libera, pi democratica, pi umana10. E doveva farlo

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Caro Berlinguer. Note e appunti riservati di Antonio Tat a Enrico Berlinguer, Torino Einaudi, 2003, p.73. Enrico Berlinguer, Austerit, occasione per trasformare lItalia, Roma, Editori Riuniti, 1977, p.18. Berlinguer, Economia, Stato, pace: liniziativa e le proposte del PCI, Roma, Editori Riuniti, 2003, p.23. Berlinguer, Austerit, pp.13 e 51.

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Paul Ginsborg

non solo allinterno delle societ capitalistiche avanzate ma nei rapporti tra Nord e Sud del mondo. Come nel caso della sua difesa della democrazia, cos nelle sue riflessioni sui consumi e sugli sprechi, difficile non apprezzare le posizioni di Berlinguer, il loro peso anticipatorio, il loro senso di giustizia. Ma di nuovo lo storico non pu fermarsi l. Deve cercare di andare pi in profondit, di analizzare e decostruire la proposta austerit. Cos facendo, si scoprono subito delle distinzioni. Sul degrado pubblico Berlinguer giocava in casa aveva uno spiccato senso del pubblico e della necessit di cambiarne radicalmente il volto, di contestare il degrado e linefficienza della pubblica amministrazione, la corruzione endemica della vita pubblica italiana, il ruolo spesso negativo dei partiti. Essendo comunista, aveva anche unidea forte dellimportanza dei servizi pubblici gli asili nido, le scuole e (guarda caso) il Servizio Sanitario Nazionale, cos fortemente voluto da lui e da suo fratello Giovanni. In questo campo i loro discorsi di allora risuonano forti e chiari oggi 11. La stessa cosa si pu dire per i rapporti Nord-Sud del mondo. Berlinguer dimostrava una sensibilit forte verso quei due terzi dellumanit, che non tollerano pi di vivere in condizioni di fame, di miseria, di inferiorit rispetto ai popoli e ai paesi che hanno finora dominato la vita mondiale12. Ma lausterit non significava solo la condanna degli sprechi del settore pubblico e la richiesta di un nuovo rapporto tra Nord e Sud del mondo. Era anche una critica incessante ai consumi privati, e qui Berlinguer si trovava su un terreno molto pi insidioso. I comunisti italiani avevano sempre dedicato molta attenzione al mondo della produzione, molto meno a quello del consumo. La critica di Berlinguer rimane generica, manca una prima tipologia dei

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Giovanni Berlinguer, Dichiarazione di voto per la legge di riforma sanitaria, Camera dei Deputati, 16 dic. 1978, in id., Una riforma per la salute. Iter e obiettivi del Servizio sanitario nazionale, Bari, De Donato, 1979, pp.187ff. Berlinguer, Austerit, p.15; cfr. Andrea Ricciardi, Lausterit di Berlinguer tra Nord e Sud del mondo, in U. Gentiloni Silveri, a cura di, In compagnia dei pensieri lunghi. Enrico Berlinguer venti anni dopo, Roma, Carocci, 2006, pp.66-74.

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Senso della storia e senso dello Stato

consumi privati, una vera capacit di operare distinzioni nel mondo della cultura materiale e immateriale. Questa mancanza ha molto a che fare con lanalisi berlingueriana della crisi che ho descritto pocanzi unanalisi spesso catastrofica, che lasciava poco spazio per una dialettica pi sfumata. I consumi privati moderni avevano certamente forti elementi di futilit, di ripetitivit e di spreco. Ma avevano anche forti elementi liberatori che non andavano sottostimati in alcun modo le possibilit di ampliare la gamma delle scelte individuali, di viaggiare, di comunicare, di rispondere ai desideri in quel campo che Colin Campbell ha definito edonismo immaginativo autonomo13. Tutto questo non trova corrispondenza con il concetto di austerit e non per caso la proposta di Berlinguer ha avuto vita breve. La sua intuizione era pi che giusta, ma la parola austerit non era quella adatta e la condanna ai consumi individuali troppo indiscriminata. Nel mondo contemporaneo lindividualismo non si traduce automaticamente in egoismo e atomizzazione. Il consumismo moderno non solo inaridimento delluomo o cieca ricerca del piacere. Soprattutto una ricerca di identit in un mondo insicuro e di nuovo in crisi. Il massimo tributo che possiamo offrire a Enrico Berlinguer consiste nel cercare di andare oltre il punto dove egli fu costretto a passare il testimone, e soddisfare in modo pieno questo bisogno di identit, che si basa senzaltro sullindividuo ma in un nuovo contesto collettivo che dobbiamo ancora costruire insieme.

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Colin Campbell, Letica romantica e lo spirito del consumismo moderno, Roma, Edizioni Lavoro, 1992.

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Agostino Giovagnoli

Pensare il mondo
Agostino Giovagnoli*

Interpretazioni dellausterit Del discorso berlingueriano sullausterit si detto moltissimo1. Com noto, tale discorso ha attirato su Berlinguer una serie di definizioni, generalmente negative: moralista, antimoderno, arretrato, catto-comunista ecc.2. Molti hanno visto in quel discorso una matrice cattolica 3, mentre altri vi hanno individuato una radice azionista4; tanti hanno inoltre denunciato un eccesso di moralismo e lincapacit berlingueriana di capire il

* Professore ordinario di Storia contemporanea, Universit Cattolica, Milano. 1 Mi riferisco principalmente a quello pronunciato al Teatro Eliseo a Roma, il 15 gennaio 1977, anche se Berlinguer aveva gi toccato gli stessi temi in sede di Comitato centrale nellautunno precedente, F. Barbagallo, Enrico Berlinguer, Carocci, Roma 2006, p. 295 e lo avrebbe poi ripreso nel discorso al Teatro Lirico di Milano del 30 gennaio successivo. 2 F. Barbagallo, Enrico Berlinguer cit., p. 295. Edmondo Berselli ha scritto che lausterit costituiva una faccia arcaica se non arcadica di Berlinguer, Pietro Melograni vi ha visto soprattutto la paura della modernit e, secondo Pierluigi Battista, lausterit di Berlinguer rivelatrice di crucci antimoderni e di una percezione della massificazione vissuta con incontrollato terrore da parte di un ceto intellettuale sopraffatto dallidea di una societ che se ne va anarchicamente per conto suo e ripudia la funzione di guida illuminata rivendicata non senza una certa protervia da unlite spocchiosa. Una rassegna di questi giudizi in P. Soddu, La Malfa, Berlinguer e lausterit: unipotesi di riforma, in F. Barbagallo e A. Vittoria (a cura di), Enrico Berlinguer, la politica italiana e la crisi mondiale, Carocci, Roma 2007, p. 70. 3 Per Paul Ginsborg lausterit espressione di convergenze tra la moralit cattolica e quella comunista caratteristica sia del Berlinguer pubblico sia del Berlinguer privato, P. Ginsborg, Storia d Italia dal dopoguerra ad oggi, vol II, Dal miracolo economico agli anni 80, Einaudi, Torino 1989, pp. 480-481. 4 Alle critiche di Norberto Bobbio, perch Berlinguer confondeva il consumismo dei nababbi con quello dei poveri, rispose Ugo La Malfa: lo ricorda Francesco Barbagallo, che vede soprattutto una radice azionista piuttosto che cattolica, di questa accentuazione etica estesa anche verso la politica economica presente nel discorso sullausterit, F. Barbagallo, Enrico Berlinguer cit., pp. 296-297.

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proprio tempo5. C stata, infine, una generale convergenza nel sottolineare un complessivo carattere antimoderno del discorso sullausterit, anche se tale giudizio meriterebbe qualche ulteriore verifica6. Ma, a prescindere da tali verifiche, credo vada accolta la sfida rappresentata da questa commemorazione di Berlinguer, a venticinque anni dalla sua morte, imperniata per scelta degli organizzatori su uno dei momenti pi alti del pensiero berlingueriano, che per secondo molti fu anche uno di quelli politicamente pi disastrosi (Giacomo Marramao7). C, infatti, qualcosa di paradossale in questo invito a commemorare Berlinguer che sembra formulato in modo da spingere verso un giudizio negativo o, quantomeno, verso la sottolineatura della profonda distanza che ci separa da lui e dalla sua proposta. Ma tale provocazione merita di essere raccolta perch pone il quesito sullattualit di Berlinguer e cio sullinteresse che oggi pu ancora rivestire

Secondo Barbagallo riconosce che a met degli anni Settanta manc in Berlinguer e nel PCI la capacit di cogliere immediatamente, comera riuscito invece a Gramsci nei primi anni Trenta, i caratteri distintivi di una crisi mondiale che apriva una fase nuova storica dello sviluppo capitalistico nel segno della rivoluzione informatica e della mondializzazione dei processi di scambio, ibidem. In una intervista a Ferdinando Adornato, Orwell, il computer, la democrazia, lUnit, 18 dicembre 1983, Berlinguer affermava ad esempio: dietro le paure che vengono segnalate rispetto alla rivoluzione elettronica c spesso un tradizionale sentimento delle lites intellettuali, che di fronte a tutti i fatti che significano socializzazione della cultura o della politica si ritraggono con limpressione che questo poi finisca per schiacciare la vita dellindividuo, la creativit, larte. Del resto stato cos anche per Orwell. E non era neanche una grandissima novit perch era stato preceduto da altri che avevano la stessa ossessione ed erano anche scrittori pi raffinati di lui come Huxley. Io credo che, in linea generale, bisogna avere un atteggiamento critico verso questi sentimenti, che, anche quando non esprimono la volont di mantenere esclusive certe posizioni di privilegio intellettuale, finiscono per opporsi alla diffusione della cultura. In genere lintellettuale non accetta volentieri i fenomeni di socializzazione e teme spesso, ma sinceramente, in buona fede, che la massificazione possa portare a una caduta di tono della civilt. Non ci si pu opporre ad avvenimenti di questo genere schierandosi con il vecchio o cercando di mantenere un carattere chiuso al patrimonio culturale. Perch, portata allestremo, questa diventa una posizione reazionaria. Ogni progresso tecnico crea anche nuovi bisogni e nuovi fenomeni di associazione e di solidariet. Almeno nella prima e nella seconda Rivoluzione industriale cos avvenuto. Sono parole che sembrano smentire giudizi come quello di Pierluigi Battista o altri simili. P. Soddu, La Malfa, Berlinguer e lausterit cit., p. 71.

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la lezione berlingueriana degli anni 70 in modo volutamente rigoroso e antiretorico. Indubbiamente, la distanza da noi di quel discorso e, pi in generale, della figura di Berlinguer esiste ed appare oggi molto pi evidente di quando nel 2004 fu celebrato il ventesimo anniversario della sua morte, con convegni e manifestazioni esplicitamente segnati dalla simpatia e dallammirazione per la sua figura. Appena cinque anni dopo, sembra difficile negare levidente inattualit di un discorso sullausterit inteso come manifesto dellanticonsumismo, mentre la cultura del consumismo sembra aver addirittura stravinto. Questa distanza esiste e non va assolutamente negata o sottovalutata: lampio ricorso a termini come comunismo e capitalismo, alla retorica della rivoluzione e al linguaggio marxista o, pi concretamente, ad unestensione non realisticamente fondata delle possibilit aperte dalla distensione tra i due blocchi indicano visibilmente che si tratta di un discorso datato e inserito in un contesto profondamente diverso dal nostro. Ma proprio tale distanza rappresenta anche un vantaggio, per evitare i rischi sia della nostalgia sia della polemica e per tentare di storicizzare fino in fondo la figura di Berlinguer e ci che ha rappresentato, condizione indispensabile anche per misurarci oggi con la sua lezione.

Dalle contingenze politiche al progetto storico Storicizzare vuol dire anzitutto ricordare che questo discorso non appare inattuale solo oggi, ma ha suscitato analoghe sensazioni fin dallinizio. Come nota Barbagallo, lo stesso Berlinguer era consapevole dei problemi che avrebbe suscitato8. In quel discorso, inoltre, lausterit non veniva presentata come qualcosa da proporre ma anzitutto come un dato di fatto da cui partire. Allinizio del 1977, infatti, lItalia era immersa in una grave crisi econo-

Non per questo per rinunci a pronunciarlo ed, anzi, ne accentu volutamente il carattere provocatorio, in linea con la sua costante ricerca della massima chiarezza per evitare equivoci e favorire lo sviluppo del dibattito, F. Barbagallo, Enrico Berlinguer cit., p. 295.

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mica che costituiva, insieme al terrorismo, una delle principali componenti dellemergenza e Berlinguer esamin lausterit in primo luogo come una scelta obbligata e duratura imposta dalla crisi9. Il suo intento, dunque, non era anzitutto quello di lanciare un manifesto etico contro il consumismo, ma di chiedersi se fosse possibile dare allausterit quello che egli chiamava un significato e, in particolare, se fosse possibile cercare di contrapporre al modo con cui lausterit viene concepita e presentata dai gruppi dominanti e dalle forze politiche conservatrici uninterpretazione dellausterit come lotta effettiva contro il dato esistente, contro landamento spontaneo delle cosepremessa, condizione materiale per avviare il cambiamento10. Con il discorso dellEliseo, egli si propose, infatti, di utilizzare lausterit come occasione per uno sviluppo economico e solidale nuovo, per un rigoroso risanamento dello Stato, per una profonda trasformazione dellassetto della societ, per la difesa ed espansione della democrazia: in una parola, come mezzo di giustizia e di liberazione delluomo e di tutte le sue energie oggi mortificate, disperse, sprecate. , in fondo, il tema oggi molto di moda della crisi come occasione per il cambiamento (del resto, quel discorso fu pubblicato con il titolo: Austerit occasione per trasformare lItalia11). Il discorso dellEliseo rappresent, in altre parole, un tentativo di trasformare una questione politica contingente in un problema di rilevanza storica, interrogandosi sulla possibilit di rovesciare una crisi economica che colpiva tutto il mondo in una possibilit di salvezza per i popoli delloccidente in

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Berlinguer era allora convinto che quella crisi comportasse un definitivo abbandono di unartificiosa espansione dei consumi individuali che fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di dissipazione delle risorse, di dissesto finanziario. Ecco perch una politica di austerit, di rigore, di guerra allo spreco divenuta una necessit irrecusabile da parte di tutti. Egli temeva invece che lausterit venisse utilizzata per poter consentire la ripresa e il ripristino dei vecchi meccanismi economici e sociali e cio come strumento di depressione economica, di repressione politica, di perpetuazione delle ingiustizie sociali. E. Berlinguer, Austerit occasione per trasformare lItalia, Editori Riuniti, Roma 1977.

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modo particolare, per il popolo italiano12. La sua proposta, non a caso, cerc di collegare le specifiche vicende italiane ad un quadro internazionale molto pi ampio. Berlinguer prov ad indicare come perno del suo progetto proprio le profonde ragioni storiche non solo italiane che costituivano la causa della crisi e, in particolare, quello che considerava levento pi importante, i cui effetti non sono pi reversibili: lingresso sulla scena mondiale di popoli e paesi ex coloniali che si vengono liberando dalla soggezione e dal sottosviluppo a cui erano condannati. Si tratta[va] di due terzi dellumanit che non tollerano pi di vivere in condizioni di fame, di miseria, di emarginazione, di inferiorit rispetto ai popoli e paesi che hanno finora dominato la vita mondiale13. Com noto, il rapporto fra due terzi di poveri ed emarginati

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Il discorso fu pronunciato nel gennaio 1977 quando ormai, com noto, era iniziata da alcuni mesi la difficile vicenda della solidariet nazionale. Fu unesperienza difficile per il PCI e che molti hanno poi giudicato in modo negativo. In quei mesi, il Partito fu logorato da un difficile ruolo di sostegno ad un governo da cui era escluso e su cui, almeno allapparenza, poteva influire solo limitatamente: il disagio della situazione, non a caso, port in pochi mesi prima alle prime sconfitte elettorali (Castellamare), tentativo di rilanciare lintesa con laccordo programmatico del luglio 1977 e alla crisi di governo di inizio 1978, seguite dopo il caso Moro dalle dimissioni di Leone e, infine, dalle elezioni anticipate del 1979 che sancirono, dopo molti anni, un arretramento comunista. Ciononostante, con quel discorso Berlinguer espresse lambizione di una politica che non si misurasse solo con scadenze elettorali immediate ma anche con un progetto storico di grande respiro. Egli sottoline allora il significato generale del moto grandioso di cui sono stati e sono protagonisti quei popoli: un moto che cambia la rotta della storia mondiale, che sconvolge via via tutti gli equilibri esistiti ed esistenti, e non soltanto quelli relativi ai rapporti di forza su scala mondiale, ma anche gli equilibri allinterno dei singoli paesi capitalistici. Si potrebbe osservare che il segretario del PCI parlava allora di Terzo Mondo (peraltro riconoscendo che grandi sono le differenze storiche, economiche, sociali, culturali, politiche, che esistono tanto allinterno di quel che suole chiamarsi il Terzo Mondo, quanto nei suoi rapporti esterni) e di imperialismo, mentre oggi il Terzo Mondo non esiste pi, perch si scomposta in molte realt differenti, ed il concetto di imperialismo uscito dalluso corrente. In un certo senso, per, ci conferma paradossalmente la sostanza della tesi berlingueriana: il Terzo Mondo non esiste pi proprio perch, come egli aveva allora indicato, gran parte di esso ha poi compiuto un lungo cammino per uscire da una condizione di subalternit. Unaltra osservazione che potrebbe essere mossa alle tesi allora esposte da Berlinguer che, nei decenni successivi, le vicende dei paesi emergenti sono state complessivamente secondarie sul piano internazionale, rispetto ai grandi eventi della contrapposizione finale tra Est ed Ovest e del crollo del blocco sovietico. Esse hanno comunque avuto un impatto sul mondo occidentale, particolarmente evidente dopo la scomparsa del mondo bipolare: proprio la grave crisi economica oggi in corso, partita dagli Stati Uniti e che vede oggi i paesi europei in particolare lItalia in gravi difficolt, sembra venir fronteggiata meglio da paesi come la Cina, il cui ruolo nel mondo ne risulta indubbiamente accresciuto.

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e di un terzo di ricchi e potenti stato considerato il principale motore di uno sviluppo democratico nel Novecento fondato proprio sulle pressioni dei primi nei confronti dei secondi14. Sono idee che Berlinguer sostenne anche in molte altre occasioni15, ma nel 1977 egli proiett la dialettica tra i due terzi di emarginati e il terzo di privilegiati su una scala non pi nazionale ma mondiale. Curiosamente, lapertura internazionale di questo discorso stata spesso trascurata16, ma Berlinguer era profondamente convinto che proprio lobiettivo di trasformare la politica di austerit in una leva su cui premere per trasformare la societ in Italia, esigesse di aprirsi ad una piena comprensione delle ragioni di sviluppo e di giustizia di questi paesi e [ad] instaurare con essi una politica di cooperazione su basi di uguaglianza. Berlinguer teneva, inoltre, a ribadire che egli non si proponeva affatto una politica di tendenziale livellamento verso lindigenza, ma ad instaurare giustizia, efficienza, ordine e una moralit nuova. In questa luce, lelemento pi discusso del discorso dellEliseo e cio il valore morale dellausterit, non sembra esaurirsi nelle rinunce e nei sacrifici. La moralit dellausterit era, infatti, legata per Berlinguer alla possibilit che essa acquistasse significato rinnovatore, divenisse cio un atto liberatorio per grandi masse, soggette a vecchie sudditanze e a intollerabili emarginazioni, crea[sse] nuove solidariet, e potendo cos ricevere consensi crescenti diventa[sse] un ampio moto democratico, al servizio di unopera di trasformazione sociale. La limitazione dei consumi individuali imposti dallausterit, in altre parole, non costituiva

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Cfr. P. Scoppola, La repubblica dei partiti. Profilo storico della democrazia in Italia (1945-1990), il Mulino, Bologna 1991, p. 13. Nella famosa intervista a Eugenio Scalfari, I partiti sono diventati macchine di potere, la Repubblica, 28 luglio 1981, ad esempio, egli sosteneva che i poveri, gli emarginati, gli svantaggiati vadano difesi, e gli vada data voce e possibilit concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorit rispetto ad altri, che la professionalit e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino alla cosa pubblica debba essere assicurata. Cfr. A.Riccardi, Lausterit di Berlinguer fra Nord e Sud del mondo, in U. Gentiloni Silveri (a cura di), In compagnia dei pensieri lunghi, Carocci, Roma 2006.

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per lui un obiettivo in s ma era finalizzato alla costruzione di una societ veramente diversa, di cui una nuova moralit collettiva avrebbe dovuto costituire un tratto caratterizzante. Radici comuniste e salvezza della civilt Si parlato molto delle radici cattoliche o azioniste del discorso sullausterit, meno invece paradossalmente della matrice comunista, nel senso di riferimenti allesperienza del comunismo italiano. Qualche mese prima di lanciare la proposta del compromesso storico nel settembre 1973, Berlinguer aveva sottolineato quello che gli sembrava il punto di approdo di Togliatti nella pienezza della sua maturit e cio la consapevolezza della nuova responsabilit del movimento operaio di fronte a tutta lumanit, per salvare e continuare quel patrimonio di beni e di valori, accumulati nel corso del cammino della civilt17. Era soprattutto al Togliatti del discorso di Bergamo che Berlinguer si richiamava esplicitamente, valorizzandone lidea di un partito che muove e trascina le forze reali per raggiungere fini comuni necessari, indispensabili per tutta lumanit. Nel discorso di Bergamo, ha osservato Aldo Agosti, limmagine della societ socialista tracciata da Togliatti non ha per una volta le sembianze concrete, per quanto contraffatte, dellURSS del piano settennale e delledificazione del comunismo, ma quelle pi vaghe dellutopia: limmagine di una societ che sembra disegnata pi da Mounier che da Lenin in cui luomo non pi solo e lumanit diventa davvero una vivente unit18. Ma anche se si tratta

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E. Berlinguer, La questione comunista, a cura di A. Tat, Editori Riuniti, Roma 1975, vol II, pp. 570-571. A. Agosti, Togliatti. Un uomo di frontiera, UTET, Torino 2003, pp. 508 e 539. Craveri parla di sintesi del personalismo cristiano e del socialismo marxiano, P. Craveri, L ultimo Berlinguer e la questione socialista, in Ventunesimo Secolo, I (2002), n. 1, p. 160. Seguendo Togliatti, Berlinguer auspicava una comprensione reciproca, un reciproco riconoscimento di valori e quindi unintesa e anche un accordo per raggiungere fini che siano comuni in quanto siano necessari, indispensabiliper tutta lumanit e per tutta la collettivit nazionale.

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di un Togliatti sui generis, comunque significativo che si colleghi proprio a Togliatti, di cui Giuseppe Vacca ha sottolineato limportante ruolo nellelaborazione del comunismo italiano, il primo nucleo delle idee che poi Berlinguer ha sviluppato nel discorso sullausterit del 1977. Pochi mesi dopo, questi intervenne nel Comitato centrale del PCI sugli effetti della prima crisi petrolifera successiva alla guerra del Kippur, giudicando lelevazione del prezzo del petrolio e di altre materie prime prodotte dai paesi in via di sviluppo sintomo di un fenomeno pi ampio, destinato a durare nel tempo e a svilupparsi19. Dietro le scelte degli sceicchi arabi, infatti, gli appariva dominante lingresso nellarea mondiale di paesi e di popoli non solo arabi ma africani, asiatici, latinoamericani che non accettano pi la soggezione allimperialismo, lemarginazione dalla vita internazionale, che vogliono vivere, nutrirsi, svilupparsi e progredire nella civilt su un piano di uguaglianza con gli altri popoli e paesi di tutto il mondo. Il risveglio dei popoli oppressi costituiva per lui un fenomeno grandioso, un processo irreversibile, un grande evento positivo e progressivo della storia mondiale, un potente fattore di avanzamento della civilt umana. Sono gli stessi concetti e persino le stesse parole usate poco pi di tre anni pi tardi allEliseo e va ricordato che, in Italia, il termine austerit cominci ad essere utilizzato subito dopo la prima crisi petrolifera, con le domeniche senza circolazione automobilistica volute dal governo Rumor20. Negli anni successivi, il PCI in genere e Berlinguer in particolare hanno dedicato una specifica attenzione ai paesi del Terzo Mondo, sviluppando una politica di intervento attivo finora oggetto di scarsa attenzione in sede storiografica21. In un volume sullargomento, di prossima pubblicazione, Paolo Borruso ha messo in luce che, proprio su questo terreno, il PCI cerc di sviluppare una

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E. Berlinguer, La questione comunista, vol II, pp. 659 ss. Ma nel 1973, egli aveva usato una parola diversa quella di rigore per indicare una politica orientata verso lobiettivo di un nuovo modello di societ e di sviluppo. P. Borruso, LItalia e la crisi della decolonizzazione, in LItalia repubblicana nella crisi degli anni settanta, vol I, A. Giovagnoli e S. Pons, Tra guerra fredda e distensione cit., pp. 425-426.

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posizione internazionale relativamente originale rispetto a quella di Mosca, elaborando una sorta di afrocomunismo parallelo alleurocomunismo22. Anche lafrocomunismo, ovviamente, risent dei limiti delleurocomunismo che Silvio Pons ha efficacemente messo in luce23 ma interessante notare il tentativo di costruire su questo terreno una posizione europea e italiana, volta a favorire non solo lindipendenza politica dei paesi africani ma anche il loro sviluppo sociale ed economico successivo, nel contesto di una serie di rapporti con paesi occidentali. I comunisti italiani, infatti, si rendevano conto sia dei limiti imposti dallinfluenza di Mosca sia dellimpossibilit di applicare modelli politico-istituzionali sovietici e cercarono di favorire lo sviluppo di un nuovo tipo di stati nazionali rispondenti alle peculiarit delle diverse situazioni africane. (Agivano, invece, in controtendenza, i legami che i paesi africani continuavano a mantenere soprattutto per paura di restare isolati sul piano internazionale, anche se talvolta ci significava per loro andare contro i propri interessi con il mondo del socialismo reale). Limpegno del PCI fu molto apprezzato, soprattutto dai paesi di colonizzazione portoghese che raggiunsero lindipendenza negli anni 70 (Guinea Bissau, Mozambico, Angola). In particolare, i comunisti italiani si impegnarono, da un lato, a sviluppare forme concrete di cooperazione economica per esempio attraverso la Lega delle cooperative e, dallaltro, a favorire una cultura della modernizzazione di matrice europea, incentrata su valori illuministici e, persino, sulla tradizione cristiana. Negli anni 70, infatti, appariva sempre pi chiaro che, in Africa, finita lepoca eroica delle indipendenze, era cominciata la fase, molto pi difficile, della costruzione degli Stati nazionali, nella quale scarso appariva il ruolo che poteva giocare il blocco sovietico, mentre assai pi rilevanti erano laiuto concreto che poteva venire dallEuropa e lapporto che poteva dare la cultura europea, nelle sue diverse componenti. Proprio il confronto con i

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P. Borruso, I comunisti italiani e la decolonizzazione africana (1956-89), in corso di pubblicazione presso leditrice Loescher. S. Pons, Berlinguer e la fine del comunismo, Einaudi, Torino 2006.

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problemi africani, perci, spinse i comunisti italiani ad apprezzare sempre di pi il patrimonio storico e culturale dellEuropa. Nel dicembre 1974, Berlinguer torn su questi temi sollevando un interrogativo [] che riguarda [] quella civilt europea, le cui conquiste materiali, politiche e culturali hanno avuto una funzione decisiva nello sviluppo dellintera umanit, ma che non sembrava allora in grado di stabilire con altri popoli e altre civilt un rapporto che non sia di signoria, mentre oggi il dovere storico di realizzare rapporti di scambio su un piede di uguaglianza e di compenetrazione al fine di promuovere larricchimento, lo sviluppo e lavvicinamento di tutte le civilt24. Anche questi concetti sono chiaramente presenti nel discorso del 1977, come pure, sebbene in forma pi implicita, erano presenti lottica post-coloniale che stava maturando tra i comunisti italiani e, soprattutto, la chiave europea in cui essi inquadravano i problemi dei paesi emergenti. Lintervento del dicembre 1974 particolarmente illuminante anche per capire il tasso di cattolicesimo presente nel discorso del 77 e di cui si tanto discusso anche a proposito di Berlinguer in generale. Piero Craveri, ad esempio, ha parlato di totalitarismo organico della concezione berlingueriana, sotto linfluenza di Franco Rodano e Tonino Tat25. In generale, per, a me pare che lipotetico cattolicesimo di Berlinguer vada molto ridimensionato, rispetto ad un mito molto diffuso sia allora sia oggi26. vero piuttosto che egli si interrogato, in modo via via sempre pi attento e approfondito, sulla Chiesa e sulla Santa Sede, sul mondo cattolico e sulla Democrazia Cristiana, per motivi non ideologici ma piuttosto politici e, in qualche caso, anche in una pi ampia prospettiva storica confrontandosi con il rilievo concreto di queste componenti, prima nella realt italiana e poi nel contesto internazionale. Nel 1974, a proposito del grandioso movimento di liberazione che coinvol-

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E. Berlinguer, La questione comunista, vol II, p. 831. P. Craveri, L ultimo Berlinguer cit., p. 159. A. Giovagnoli, Berlinguer, la Dc e il mondo cattolico, in F. Barbagallo e A. Vittoria (a cura di), Enrico Berlinguer cit., pp. 77 ss.

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geva due terzi dellumanit, egli rilevava che, oltre a quello comunista, non vi erano nel mondo altri movimenti o correnti di pensiero capaci di porsi di fronte a queste realt nuove in un atteggiamento che ne comprenda pienamente il senso generale con lunica eccezione della Chiesa cattolica, la quale a partire dal pontificato di Giovanni XXIII ha cominciato a prendere contatto con queste nuove realt Anche in questo campo si conferma la possibilit di convergenze e di incontri tra il movimento operaio e il movimento cattolico nellazione per promuovere la pace e la giustizia nel mondo27. Tutto ci non implicava, per Berlinguer, il superamento dellorizzonte storico e ideale del comunismo: lascesa di popoli e paesi nuovi acuisce la crisi e svuota dalle fondamenta i modelli di sviluppo capitalistico (cio i modi occidentali di produzione e di vita) egli dichiarava nel 1974 e tale orizzonte era ancora ben presente anche nel discorso sullausterit. Ci che emerge non , dunque, un Berlinguer cattolico, ma piuttosto un Berlinguer rafforzato nel suo comunismo anche da ci che stava avvenendo nel Terzo Mondo e, proprio per questo, anche sinceramente interessato ad un rapporto con i cattolici sulla base di forti motivazioni storiche e politiche. Si trattava, per, di unesperienza che spingeva il comunismo italiano verso terreni nuovi e sempre pi incompatibili con il riferimento al modello sovietico, la cui carica propulsiva Berlinguer avrebbe dichiarato esaurita nel 1981. Conclusioni Come si gi detto, storicizzare Berlinguer necessario non solo per superare polemiche e nostalgie ma anche per cogliere in lui, oltre alluomo del passato, anche un nostro contemporaneo. Egli ci appare, ad esempio, nostro

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Forse, se si guarda allultimo periodo, fanno in parte eccezione alcuni atteggiamenti della Chiesa cattolica, la quale a partire dal pontificato di Giovanni XXIII e con la sollecitazione di molti episcopati, ha iniziato a prendere contatto con queste nuove realt e soprattutto con quella del Terzo Mondo, in un modo che tende a correggere e a cancellare una condotta secolare che laveva vista identificarsi con la politica delle classi dominanti e delle potenze coloniali o, nel migliore dei casi, esaurire la propria funzione nelle opere di carit, E. Berlinguer, La questione comunista, vol II, p. 831.

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contemporaneo per quanto riguarda la saldatura tra problemi nazionali e questioni internazionali, lattenzione alle trasformazioni dei paesi extraeuropei e al ruolo dellEuropa nel mondo dopo la fine del colonialismo, lintuizione del carattere ormai necessariamente planetario assunto dallo sviluppo della democrazia. Su questi terreni, Berlinguer apparve inattuale ai suoi interlocutori di allora ma le sue parole suonano per noi in modo diverso davanti alle sfide sempre pi urgenti poste, ad esempio, dal fenomeno migratorio in Europa occidentale oltre che da molte vicende extraeuropee, dallIraq alla Cina, dalla Birmania alla regione africana dei Grandi Laghi. Mentre in Italia si consumava la fine di quella Repubblica dei partiti di cui Berlinguer stato un grande protagonista, nel 1993 Andrea Riccardi sottoline la rilevanza delle sfide che limmigrazione extraeuropea avrebbe posto di l a poco alla societ italiana: sono passati molti anni, ma in Italia il dibattito su questi temi appare ancora oggi scomposto, povero e inadeguato. Pochi giorni fa, il presidente Napolitano ha lanciato un importante monito sugli effetti di una retorica xenofoba che invece di semplificare i problemi li aggrava ogni giorno di pi. Mi auguro che ricordare Berlinguer ci aiuti ad elaborare una cultura politica finalmente allaltezza di queste sfide storiche e, per usare le sue parole, a stabilire con paesi, popoli, persone di altri continenti rapporti di scambio su un piede di uguaglianza e di compenetrazione al fine di promuovere larricchimento, lo sviluppo e lavvicinamento di tutte le civilt.

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Riflessioni sullausteRit venticinque anni dopo Miguel Gotor*


per me un onore essere stato invitato a ricordare la figura di Enrico Berlinguer, uno dei maggiori protagonisti della storia dellItalia repubblicana, e di ci ringrazio i parlamentari del Partito Democratico. Mi stato chiesto, nello specifico, di soffermarmi su un aspetto della politica di Berlinguer che non ha avuto una particolare fortuna nel dibattito pubblico italiano, quello dellausterit. Si tratta di un tema che la crisi economica dei nostri giorni ha riportato in auge non tanto come proposta di politica economica, ma piuttosto come suggestione di ordine morale che conserva, forse oggi pi di ieri, elementi di stringente attualit. Il 15 gennaio 1977, quando Berlinguer tenne il suo intervento al Teatro Eliseo di Roma1, erano trascorsi solo sei mesi dalla tornata elettorale del 20 luglio 1976 le cosiddette elezioni dei due vincitori quando il Partito Comunista Italiano consegu un notevole successo elettorale accompagnato, per, da un buon risultato anche della Democrazia Cristiana. Mancavano soltanto due mesi allo scoppio del movimento del 77, con lassalto al comizio di Lama allUniversit La Sapienza e la rossa Bologna messa a ferro e a fuoco dagli scontri fra polizia e manifestanti. Per cogliere i motivi, il senso e la finalit della proposta di Berlinguer occorre sottolineare che essa si collocava fra due date spartiacque della storia economica del dopoguerra: lo shock petrolifero del 1973, che quadruplic il prezzo del greggio e la nuova impennata dei prezzi nel 1979, che lo triplic

* Ricercatore di Storia Moderna,Universit di Torino. 1 Il discorso al Teatro Eliseo, seguito da un intervento al Teatro Lirico di Milano davanti ai quadri operai delle fabbriche lombarde, si trova in Enrico Berlinguer, Austerit occasione per trasformare lItalia, Roma, Editori Riuniti, 1977, pp. 9-31.

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portandolo a 32 dollari al barile 2. Crisi di materie prime, pertanto, ma anche crisi monetaria, con la fine del sistema inaugurato nel 1944 a Bretton Woods. In effetti, nel 1971 gli Stati Uniti sospesero la convertibilit del dollaro rispetto alle altre valute e nel 1973 si decret la fine dei cambi fissi. Le due operazioni portarono a una svalutazione della valuta americana che contribu ad aumentare il tasso tendenziale dellinflazione, combinandosi con una stagnazione senza precedenti. Per lItalia lannus horribilis fu il 1975: il Pil diminu del 3,6% e linflazione raggiunse il 18%. I principali osservatori internazionali ritenevano che leconomia della penisola fosse sullorlo dellabisso, alla vana ricerca dellultima boccata di ossigeno prima di dichiarare bancarotta. Se questo era il quadro economico, sul piano politico la situazione non era meno difficile. Basti pensare che ancora si avvertivano in Italia gli effetti destabilizzanti del ciclo stragista di matrice neo-fascista che avevano dilaniato la penisola dal 1969 al 1974 quando, proprio nel 1976, il terrorismo rosso realizz un deciso salto di qualit con lomicidio del procuratore Francesco Coco e della sua scorta. Da quel momento segu un crescendo di attentati che proseguirono fino al 1982 e culminarono, nel maggio 1978, con il rapimento e luccisione di Aldo Moro, il principale ispiratore della strategia di graduale avvicinamento della DC al PCI 3. Sfogliare i giornali di quei giorni pu essere un esercizio utile per contestualizzare lintervento di Berlinguer: il Corriere della Sera, il 16 dicembre del 1976, annunciava: Pronto il piano per razionare carne e benzina e la Repubblica rispondeva avvisando: Col nuovo anno una nuova stangata. Aumentano autostrade, telefoni, aerei; Lespresso, nellottobre 1976, usciva con una copertina dove la bandiera italiana era intrecciata a quella cilena e intitolava: LItalia diventa il Cile? Inflazione, blocco dei treni, panico in banca, buste paga vuote, autarchia, allarmismo, rivolte di piazza, revansci-

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Per questi dati e per unanalisi della politica economica italiana del periodo si veda Leconomia italiana dal 1945 a oggi, a cura di Augusto Graziani, Bologna, il Mulino, 1989, pp. 103-157. Sulla vicenda mi sia consentito rinviare al mio Aldo Moro, Lettere dalla prigionia, a cura di Miguel Gotor, Torino, Einaudi, 2008, pp. 183-389.

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Miguel Gotor

smo di estrema destra4. Sempre in quellanno Nanni Moretti intitol significativamente la sua prima opera cinematografica Io sono un autarchico, in cui Michele il protagonista viveva, dopo essere stato abbandonato dalla moglie, in un appartamento romano mantenuto economicamente dal padre e provando a fare teatro in uno scenario di frustrata desolazione generazionale. In un quadro a tinte cos fosche si diffuse il convincimento che la soluzione della crisi non potesse affidarsi solo a provvedimenti economici, per quanto draconiani, ma fosse necessario definire anche sul piano politico un governo di coalizione fra i principali partiti dellarco costituzionale. Da questa esigenza scatur il programma di solidariet democratica dal luglio 1976 al gennaio 1979 caratterizzato da due monocolori guidati da Giulio Andreotti: il primo sostenuto dallappoggio esterno del PCI (la cosiddetta non sfiducia), il secondo nel febbraio 1978 con lesplicito appoggio del PCI che tuttavia non partecip mai direttamente allesecutivo, restando in mezzo al guado, come si sarebbe detto. II PCI giustific la sua scelta in nome dellemergenza che attraversava il Paese, per un senso di responsabilit nazionale. Per certi aspetti, sul piano della tattica politica, lausterit di Berlinguer fu unideologia funzionale a giustificare quel delicato passaggio istituzionale, il prezzo pagato dal PCI per il suo ingresso nellarea di governo, che quella politica di tagli e di sacrifici avrebbe dovuto imporre al Paese. Come ha spiegato Giorgio Napolitano, un protagonista di quella stagione, cominci cos per il PCI la prova di decisioni impopolari che comportavano sacrifici anche per i lavoratori [...] ma noi non avevamo scelto e annunciato di entrare nellarea di governo in forme anomale, tra laltro, restando fuori dallesecutivo semplicemente per salvare lItalia da una catastrofe incombente, lo avevamo deciso e motivato con ambizioni diverse e pi grandi, e in nome di valutazioni pi profonde [...] occorre[va] affrontare tutta una serie di questioni fondamentali, a cominciare da quella

Cito da Guido Crainz, Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni Ottanta, Roma, Donzelli, 2003, pp. 547-548.

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di un rilancio degli investimenti produttivi, e di una modifica del rapporto tra consumo e investimenti5. La proposta di austerit deriv quindi da una situazione di grave difficolt economica e politica e i suoi contenuti furono inevitabilmente condizionati anche dal dibattito interno al PCI sui cosiddetti due tempi di uscita dalla crisi: da un lato, Giorgio Amendola era convinto che la classe operaia dovesse affrontare sacrifici senza contropartite perch classe dirigente portatrice di una responsabilit nazionale; dallaltro, i sacrifici si proponevano a patto di una garanzia di cambiamento qualitativo della societ, per difendere ed espandere la democrazia6. Su questa seconda posizione si attest Berlinguer nel discorso dellEliseo. Alla base del suo pensiero vi era il convincimento che il sistema fosse entrato in una crisi strutturale e di fondo, non congiunturale, un sistema i cui tratti distintivi sono lo spreco e lo sperpero, lesaltazione di particolarismi e dellindividualismo pi sfrenati, del consumismo pi dissennato7. Nella proposta di Berlinguer lausterit era rigore, efficienza, seriet e significa giustizia. Il segretario del PCI inseriva la sua riflessione in un contesto economico mondiale colpito dallavanzata del moto di liberazione dei popoli del Terzo Mondo, ingiustamente condannati alla miseria da un modello di sviluppo capitalistico, che non poteva fondarsi su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di dissipazione delle risorse e di dissesto finanziario. Nelle intenzioni del segretario del PCI la politica di austerit non era affatto una politica di livellamento verso lindigenza, ma una leva di sviluppo che avrebbe instaurato giustizia, efficienza, ordine e aggiungo una moralit nuova. Naturalmente, ritornare trentanni dopo su un testo come questo, in un tempo in cui il mondo e le categorie con cui leggerlo sono radicalmente mutate, si-

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Giorgio Napolitano, Dal Pci al socialismo europeo. Unautobiografia politica, Roma-Bari, Laterza, 2005, pp. 135-136. Ivi, p. 136. Si veda Enrico Berlinguer, Austerit occasione per trasformare lItalia, cit., pp. 12-14, 18-19.

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gnifica anzitutto riconoscere la notevole distanza che separa il nostro tempo da quello di Berlinguer8. Ad esempio, allora, il segretario del PCI spieg agli intellettuali che il suo progetto, volendo avere un valore unitario, si doveva rivolgere anche ai cattolici e quindi non poteva essere un programma di transizione a una societ socialista. Ma subito dopo quasi a volerli rassicurare Berlinguer ribadiva lindispensabilit comunque di introdurre alcuni elementi, valori, criteri propri dellideale socialista, ossia proporre forme di vita e rapporti fra gli uomini e fra gli Stati pi solidali, pi sociali, pi umani e dunque tali che escono dal quadro e dalla logica del capitalismo, una esigenza che appunto non era solo della classe operaia9. Come si diceva, la proposta dellausterit non era un episodio estemporaneo, ma veniva da una lunga elaborazione culturale e politica. Aveva sicuramente origine nei rapporti di Berlinguer con Francesco Rodano e Tonino Tat, entrambi suoi consiglieri di cultura e religione cattolica. Se si sfogliano i taccuini di Tat emergono con chiarezza suggestioni simili. Per esempio, nellanalisi del 13 ottobre 1976 indirizzata al segretario, ove si attaccava limmondo contesto degli idola capitalistici: lindividualismo esasperato, ledonismo, la rincorsa del guadagno facile, alto e immediato; la fuga dalle responsabilit e la ricerca del poco lavoro e del poco rischio; linvidia del potere; lassillo di pervenire a uno status sociale di successo e di prestigio (!) prescindendo dai meriti e dagli sforzi; lirrisione del risparmio e la mitizzazione del consumo, capace di corrodere persino le coscienze operaie110. Non da meno, sempre sul piano dellinfluenza culturale, svolsero un ruolo le riflessioni di Pier Paolo Pasolini, proprio in quegli ultimi tempi riavvicinatosi

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Un bilancio sulleredit morale e politica di Berlinguer a ridosso della sua morte in Berlinguer oggi, a cura di Paolo Corsini e Massimo De Angelis, supplemento al n. 22 di Rinascita del 6 giugno 1987 (interventi di Silvano Andriani, Giuseppe Chiarante, Paolo Corsini, Giuseppe Fiori, Raniero La Valle, Massimo L. Salvadori, Donald Sassoon, Pietro Scoppola, Antonio Tat, Mario Tronti, Giuseppe Vacca). Ivi, pp. 25-26. Antonio Tat, Caro Berlinguer. Note e appunti riservati di Antonio Tat a Enrico Berlinguer. 19691984, Torino, Einaudi, 2003, p. 50.

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al partito: la critica della persuasione occulta svolta in primo luogo dalla Tv, ledonismo interclassista che imponeva ai giovani di omologarsi provocando nevrosi e frustrazioni in chi non vi riusciva, lidea che il potere avesse bisogno di un tipo diverso di suddito che fosse prima di tutto un consumatore, la distinzione tra progresso e sviluppo, ove Pasolini si appellava proprio al PCI per evitare una simile dissociazione tra il progresso, una nozione ideale (sociale e politica) e un fatto pragmatico e razionale come lo sviluppo si tratta di una serie di tematiche che ricorrono tutte anche in Berlinguer. E ancora, si ascolti unaffermazione del poeta risalente al 1974: io credo che il vero fascismo sia quello che i sociologi hanno troppo bonariamente chiamato la societ dei consumi. Secondo me la vera intolleranza quella della societ dei consumi, della permissivit concessa dallalto, voluta dallalto, che la vera, la peggiore, la pi subdola, la pi fredda e spietata forma di intolleranza. Perch intolleranza mascherata da tolleranza. Perch non vera. Perch revocabile ogni qualvolta il potere ne senta il bisogno11. Accanto a queste suggestioni culturali vi erano anche ragioni pi propriamente politiche. Se ne accorsero in pochi, ma gi il Comitato centrale dellottobre 1976 aveva posto allordine del giorno la parola austerit sin dal titolo della relazione di Berlinguer. Come ha testimoniato Luciano Barca, il segretario prepar con lui quellintervento in lunghe sedute notturne come se si trattasse di un congresso, distillando ogni parola, fra cui il rilancio del termine elementi di socialismo che sar ripreso nel discorso dellEliseo. Barca ha ricordato che sulluso del termine austerit in luogo della parola sacrifici avevano discusso a lungo nel lavoro preparatorio ed era prevalso quel concetto come risposta immediata alla crisi e come freno a un deterioramento che [andava] oltre la crisi economica12. Ritengo che nellelaborazione di Berlinguer abbia anche contato il desiderio di aprire un dialogo con la socialdemocrazia europea, che negli stessi anni si

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Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Milano, Garzanti, 1977, pp. 277-283 e 289. Luciano Barca, Cronache dallinterno del vertice del PCI, vol. II, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2005, pp. 656-658.

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interrogava su tematiche analoghe. Gi Olof Palme aveva parlato della crisi del moderno Stato industriale dopo la svalutazione del dollaro individuando nella definizione di politiche austere una occasione per mutare i rapporti di forza fra Nord e Sud del mondo. Gli stessi problemi sarebbero comparsi anche nel Brandt Report del 1980, incentrato sul tema della globalizzazione politica e sulla necessit di passare dal conflitto alla cooperazione con il Terzo Mondo, il risultato di una riflessione iniziata nel 1977 in seno allOnu13. Da un lato, dunque, i rapporti con la socialdemocrazia europea, dallaltro lintenzione di gettare un ponte verso il mondo cattolico, esplicitamente citato nellintervento dellEliseo. Sulla critica al consumismo, infatti, si poteva trovare un terreno comune di riflessione e di iniziativa non solo con i cosiddetti cattolici di base (si pensi solo al convegno del 1974 sulla povert di Roma o allesperienza della comunit di SantEgidio), ma anche con i pi alti vertici delle gerarchie ecclesiastiche. Una dura critica al consumismo era gi presente nella lettera apostolica Octogesima adveniens di Paolo VI del 1971, ove si attaccavano i consumi superflui e meglio si esplicitava tre anni dopo, quando Paolo VI scriveva: Pu essere che questa non breve pausa di austerit favorisca una comune riflessione e suggerisca un pi solidale e positivo proposito di concordia, di laboriosit, di promozione sociale. Si tratta di una sensibilit profonda che perme anche i primi anni del pontificato di Giovanni Paolo II, il quale nel 1979 afferm di avere maturato in se stesso gli anticorpi del comunismo ma, aggiungeva, quando penso alla societ dei consumi, con tutti i suoi drammi, mi chiedo quale dei due sistemi sia il migliore.14 Se questa era la fitta rete strategica tesa da Berlinguer con la sua impegnativa proposta, occorre tuttavia ricordare che essa suscit nellimmediato pi perplessit che approvazioni. Il segretario del PCI fu accusato di essere un moralista, un frate zoccolante, un puritano e persino un profeta di sventura.

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Sul punto cfr. Silvano Andriani, Austerit e qualit dello sviluppo, in In compagnia dei pensieri lunghi. Enrico Berlinguer venti anni dopo, a cura di Umberto Gentiloni Silveri, Roma, Carocci, 2006, pp. 57-65. Andrea Riccardi, Lausterit di Berlinguer tra Nord e Sud del mondo, in In compagnia dei pensieri lunghi, cit., pp. 66-74.

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Tra i leader politici solo Ugo La Malfa e Aldo Moro si mostrarono interessati allargomento. Anzi, La Malfa rivendic una primogenitura in merito e polemizz con Norberto Bobbio che invece accus Berlinguer di confondere il consumismo praticato dai nababbi con quello dei comuni cittadini che finalmente potevano accedere a condizioni di vita un tempo insperate. La Malfa controbatt sostenendo che il consumismo di massa impediva di risolvere i veri problemi e dunque Berlinguer aveva ragione, avendo visto esattamente il problema. Lausterit chiosava il segretario repubblicano era il filo conduttore della trasformazione della societ ed era un valore etico e morale che avrebbe permesso di vivere in una societ migliore dal punto di vista economico, sociale, culturale.15 La rottura pi profonda, tuttavia, si verific con i giovani del movimento del 77, che irrisero quella politica sia nellarea creativa degli Indiani metropolitani, sia in quella violenta di Autonomia operaia. I protagonisti di quella seconda societ, descritta proprio in quellanno da Alberto Asor Rosa, segnati dal declassamento e dalla disgregazione sociale, mostrarono tutta la loro insofferenza verso i sacrifici chiesti dal governo e dal PCI. Lidea dellausterit proveniva anche dalla critica alla societ opulenta formulata nel corso del biennio rosso 68-69, ma il movimento del 77 non era affatto interessato a una moralistica condanna del capitalismo e dellegoismo consumistico. In realt, si limitava a rivendicare una diversa e pi inclusiva ridistribuzione delle ricchezze, un dato di fatto che pu aiutare a spiegare tanti percorsi di opportunismo e di agevole integrazione sociale compiuti negli anni 80 dai protagonisti di quella stagione di violento sovversivismo. Questo tipo di critiche alla proposta di austerit di Berlinguer si inevitabilmente riverberata anche sul terreno storiografico. stato detto che la visione del segretario del PCI fu anti-moderna e di rifiuto degli elementi di liberazione presenti nella societ dei consumi, arcaica se non addirittura arcadica, basata

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Seguo Francesco Barbagallo, Enrico Berlinguer, Roma, Carocci, 2006, pp. 295-297.

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su strutture sociali e bisogni tradizionali, come ha scritto Paul Ginsborg.16 A mio parere tale giudizio non coglie pienamente nel segno. Certo, Berlinguer ebbe una visione produttivistica del capitalismo, tesa a trascurare gli aspetti legati al consumo, e certamente critic i limiti del consumismo, che peraltro sarebbe superficiale negare. Tuttavia, non mi sembra persuasivo ritenere che ogni critica alla societ dei consumi debba necessariamente apparire come una forma di incomprensione e di arretratezza, soprattutto perch la critica in realt costituisce una fase di consapevolezza che presuppone piuttosto la profonda conoscenza di un dato fenomeno che si vorrebbe modificare. Lidea di austerit di Berlinguer fra le pi significative e tortuose del suo pensiero, ma non pu essere ridotta a una semplice istanza moralistica o a un rifiuto intransigente del mondo dei consumi. In realt, la questione mi sembra pi profonda e grave. Berlinguer nel 1977 era convinto di una crisi imminente del modello di sviluppo capitalistico, un pensiero spiegabile con la crisi petrolifera del 1973, con la sconfitta degli Stati Uniti in Vietnam, con la diffusione di regimi socialisti in Africa, con la crisi sociale presente nelle principali aree urbane del pianeta. Di conseguenza, inser quel discorso in una linea di progressiva fuoriuscita da quel sistema, un progetto bene ricordarlo per non incorrere in dannosi anacronismi presente pure nei programmi dei principali partiti socialisti europei, si pensi solo a quello francese. Allora, interrogarsi oggi sullausterit significa chiedersi quale lettura Berlinguer diede della crisi degli anni 70. Forti del senno del poi, possiamo dire che essa fu strategicamente sbagliata, ma anche tatticamente deficitaria perch il blocco centrista, dallincontro della solidiariet nazionale, ne usc rafforzato, al contrario del PCI che ne venne irrimediabilmente logorato. Il principale errore di Berlinguer fu quello di sottovalutare gli elementi di dinamismo e le capacit di ristrutturazione del capitalismo in quel giro di anni. In effetti, nel momento in cui il capitalismo sembrava con la testa sottacqua, ebbe la capacit di aprire una nuova fase storica del suo sviluppo nel segno di una rivoluzione informatica e tecnologica, di un aumento delle

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Massimo DAlema, Paul Ginsborg, Dialogo su Berlinguer, a cura di Michele Battini, Firenze, Giunti, 1994, p. 73.

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attivit terziarie e di una de-localizzazione dei processi produttivi. Tutto ci si bas su unespansione dei consumi e dei soggetti in grado di consumare, esattamente lopposto di quanto prospettato da Berlinguer. Appunto in questa fase si crearono le condizioni di un ritardo della principale forza della sinistra italiana a comprendere i processi di modernizzazione in atto, proprio nel momento in cui si definiva londa lunga di unoffensiva ideologica neo-conservatrice guidata a partire dal 1979 da Margaret Thatcher e da Ronald Reagan che oggi si infranta davanti allattuale crisi, ma che ha inevitabilmente cambiato anche il modo di essere della sinistra, pi nel resto del mondo va detto che in Italia. Per questo insieme di ragioni credo che la lettura dellausterit di Berlinguer abbia maggiore attualit e interesse sul terreno dellelaborazione culturale, che non su quello della politica economica. Anzitutto, egli era persuaso che il divario fra il Nord e il Sud del mondo avrebbe costituito un nodo centrale del nostro futuro, obbligando lEuropa a qualificarsi come soggetto politico forte e unitario. Si intravedono in questo passaggio i problemi e i limiti del mondo di oggi, quando ormai il Terzo Mondo non esiste pi come soggetto politico, eppure continua a giungere nelle nostre tiepide case sottoforma di immagini televisive che raccontano di una realt alla deriva sui barconi della speranza, immagini e storie che interrogano con la loro disperazione la nostra politica, mostrando tutta la sua egoistica fragilit. Laltro volto della repressione. Il secondo pensiero lungo di Berlinguer si riferisce alla necessit di interconnettere la politica italiana con lambito internazionale dentro un quadro di governo mondiale delleconomia che anticip temi e processi propri della globalizzazione: come ha scritto Andrea Riccardi, lausterit ebbe una sua geopolitica, ossia la convinzione che nessun avanzamento fosse possibile nei mondi dellopulenza senza la soluzione dei problemi dei continenti della fame17. Il terzo elemento carico di futuro costituito dalla centralit della questione ambientale e delle tematiche ecologiste. Berlinguer contribu a superare la prevalente cultura industrialista del PCI e a porre in forme inedite il problema

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Andrea Riccardi, Lausterit di Berlinguer tra Nord e Sud del mondo, in In compagnia dei pensieri lunghi, cit., p. 69.

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di una nuova qualit dello sviluppo. In fondo, lausterit nelle sue intenzioni era un patto fra quanti puntavano alla quantit dello sviluppo e quanti si ponevano anche un problema di qualit dello sviluppo: quale senso dare al lavoro, alla produzione? La particolare attenzione al mutamento e alla tollerabilit dei modelli di produzione e di consumo rappresenta, a mio giudizio, la maggiore conseguenza della riflessione di Berlinguer sullausterit. Una sensibilit che oggi credo non avrebbe sposato la teoria della decrescita di Serge Latouche18, ma piuttosto si sarebbe orientata nella direzione di uno sviluppo compatibile con lambiente e con la qualit della vita secondo un nuovo umanesimo fondato su una crescita sostenibile dei viventi. Oggi queste tematiche ricorrono nella proposta del presidente degli Stati Uniti Barak Obama di una green economy, tutta incentrata sulle energie rinnovabili e su una rinnovata cultura dei consumi. Anche qui presente lidea di uscire dalla crisi attraverso una grande trasformazione, una rivoluzione verde in grado di riattivare leconomia e di diventare unopportunit interdipendente di crescita, nei paesi industrializzati come in quelli del Terzo Mondo. Il rilancio economico prevede la realizzazione di una maggiore efficienza energetica, lutilizzo di energie rinnovabili, una terza rivoluzione industriale, quella delleconomia a bassa emissione di anidride carbonica. Ma anche e soprattutto un nuovo stile di vita, improntato a una maggiore morigeratezza. Sono un insieme di suggestioni che appartengono alla migliore cultura democratica americana sin dai tempi di Robert Kennedy, quando invitava a non misurare lo spirito nazionale sulla base del Pil perch esso comprende anche linquinamento dellaria e la pubblicit delle sigarette [...] mette nel conto le serrature speciali con cui chiudiamo le nostre porte, le prigioni per coloro che le scardinano e comprende la distruzione delle sequoie. Per restare nei nostri confini, anche il recente documento stilato dalla Cgil e da Legambiente appare permeato di una cultura del risparmio e della lotta agli sprechi che parte dalla consapevolezza di una crisi del modello energetico petrolifero, non in grado di prevedere un futuro per due terzi dellumanit19.

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Cfr. Serge Latouche, La scommessa della decrescita, Milano, Feltrinelli, 2007. Si veda il documento a cura della Cgil, Contro la crisi: per combattere la recessione, creare lavoro, vincere la sfida climatica, del 5 febbraio 2009.

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Un testo tanto pi importante perch fonda due culture di solito antagoniste (quella industrialista e quella ambientalista) in una idea di cambiamento che ha al centro il concetto di limite delle risorse. sempre problematico giudicare il passato in termini di eredit perch, come amava ricordare lo storico Marc Bloch, gli uomini sono figli dei loro tempi pi che dei propri padri. Eppure, il problema delle sopravvivenze politiche e culturali esiste, anche se credo che il Partito Democratico non debba limitarsi ad essere la somma della tradizione dei comunisti italiani e di quella del popolarismo cattolico, ma avr maggiore futuro e possibilit di successo nella misura in cui sar capace di allargare i propri confini culturali, di aprirsi a idee nuove, insomma di guardare soprattutto al futuro. In questa prospettiva, leredit di Berlinguer si presenta come uneredit non solo difficile, ma anche impegnativa. Essa, infatti, non ha richiesto una passiva e automatica assunzione, ma piuttosto uno sforzo critico e unelaborazione intellettuale originale da parte delle generazioni successive, che hanno dovuto e devono continuare a discernere lutile dagli errori, lattuale dal caduco, il vivo dal morto. Lo avrebbe chiesto lui. A pensarci bene questo sforzo destinato ad assumere sempre di pi i tratti specifici della riflessione storica giacch la storia non si interessa di tutto il passato in modo antiquario, ma solo di quello che ancora vivo e utile per comprendere il presente. Tale tensione critica, dunque, ha un valore anche per loggi come dimostra, ad esempio, il bel libro di Silvio Pons sulla politica internazionale di Berlinguer20 e ci dice che, entro tali limiti e condizioni, la sua eredit ancora viva. Perch, come Berlinguer disse al Teatro Eliseo, per trasformare la nostra societ non si tratta di applicare dottrine o schemi, non di copiare modelli altrui gi esistenti, ma di percorrere vie non ancora esplorate, e cio di inventare qualcosa di nuovo che stia per sotto la pelle della storia, che sia cio maturo, necessario, e quindi possibile. Inventare qualcosa di nuovo che stia per sotto la pelle della storia venticinque anni dopo: auspico che proprio questo possa essere un obiettivo alto e condiviso per una forza popolare e riformista come il Partito Democratico.

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Silvio Pons, Berlinguer e la fine del comunismo, Torino, Einaudi, 2006.

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di Dario Franceschini*

Ricordare Enrico Berlinguer significa fare i conti con una delle grandi questioni storico-politiche del nostro Paese: la questione comunista, il suo intrecciarsi con la vicenda della democrazia italiana. Ma il ricordo non pu non prendere le mosse dalla personalit di Berlinguer, dal tratto umano che ha caratterizzato la sua leadership e il suo rapporto col Paese. Berlinguer stato un leader popolare come pochi altri nella storia dellItalia repubblicana. Eppure, nel suo rapporto col popolo, non c mai stato alcun cedimento alla volgarit dei gesti, del linguaggio, degli atteggiamenti. Al contrario, Berlinguer ha saputo sempre mantenere uno stile di sobriet e di compostezza, che sono stati fattori importanti della sua stessa popolarit. Gli italiani, fossero militanti o avversari del suo partito, vedevano in Berlinguer un leader che nutriva un senso alto della politica e delle istituzioni. Berlinguer stato ai vertici della politica italiana dal 1969, quando fu eletto vice segretario del PcI, al 1984, lanno della sua morte. Ha dunque vissuto per intero, da protagonista, la lunga stagione dei diritti, con le sue grandi conquiste, in termini di emancipazione collettiva, attraverso dure lotte sociali, civili, democratiche, dei lavoratori, dei giovani, delle donne. Fu una grande stagione di modernizzazione dellItalia, la seconda modernizzazione, dopo gli anni della ricostruzione e del boom economico: questa volta modernizzazione non pi solo dellapparato produttivo, ma delle relazioni sociali, del costume, dei rapporti gerarchici e di potere, non solo nella

* Segretario Nazionale del PD.

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politica, ma prima ancora nella societ, nel mondo del lavoro, nella scuola e nelluniversit, nella famiglia, ma anche nellesercito o nella polizia e perfino nella chiesa. Berlinguer seppe fare del PcI un interlocutore politico di questo grande movimento culturale: solo cos si spiega la grande espansione elettorale del suo partito che riusc a conquistare i consensi di un terzo degli italiani e a divenire competitivo nei confronti della Democrazia cristiana. Nel quadro condizionante della guerra fredda fu proprio questa egemonia comunista sulla sinistra, unico caso in tutto lOccidente, a precludere alla sinistra stessa la via del governo, rendendo nei fatti impossibile lalternanza e il ricambio alla guida del Paese. Ma quella egemonia era stata il frutto non di un atto di forza, ma di unintuizione lungimirante: fare del PcI non un partito di professionisti della rivoluzione, ma un grande partito di massa, popolare, fortemente radicato nella societ italiana e per questo capace di contribuire a governarla: non da Palazzo chigi, ma dal Parlamento, dagli enti locali in vaste zone del Paese, attraverso le lotte sociali e sindacali, un forte movimento cooperativo e imprenditoriale diffuso, una imponente produzione intellettuale. Si pu dire, in questo senso, che lanomalia italiana stata segnata e caratterizzata dal lungo confronto non a caso parola chiave nella cultura politica di Moro e Zaccagnini tra comunismo democratico e anticomunismo democratico. Voglio dire che il PcI ha sempre avuto nel suo DNA una specificit nazionale nella concezione della via democratica al socialismo, del valore della libert e del pluralismo nella vita politica, sociale e culturale. Fino allo strappo dallUnione Sovietica e al giudizio di Berlinguer sullesaurimento della spinta propulsiva delle societ socialiste, allindomani dei fatti di Polonia o al riconoscimento del ruolo della Nato. certo ci sono stati ritardi, contraddizioni, incertezze. Ma la vicenda del comunismo italiano va letta nella sua complessit e nella sua evoluzione cercando di non smarrire il filo rosso che racconta la sua diversit. I comunisti nella storia dellItalia repubblicana sono stati questo: non una minoranza antisistema, ma un grande movimento di popolo, che ha preso parte alle grandi vicende democratiche del Paese: dalla Resistenza alla costituente, compreso lo storico voto dellarticolo 7 che, secondo Pietro Scoppola, fu una delle ragioni del sorpasso, nel 1948, del PcI sul PSI.
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Bisogna ribadire con grande convinzione questo dato della nostra storia che vede la Resistenza e la lotta di Liberazione come luogo di elaborazione di una idea condivisa di democrazia. Quella che sar poi scritta, per tutti e da tutti, nella costituzione. E sicuramente un tratto della originalit del comunismo italiano sta nel dialogo con il mondo cattolico. con i cattolici i comunisti combatterono contro il fascismo, e negli anni della Resistenza impararono a riconoscere la profonda radice popolare del sentimento religioso che condusse Togliatti a considerare lattenzione verso il dato religioso e verso il mondo cattolico qualcosa di molto pi impegnativo che non semplicemente una scelta tattica. La storia italiana appare per molto tempo segnata da queste due fedi, se vero che il comunismo italiano sembra assumere il profilo di una religione civile. Una storia che corre su binari paralleli e che trova momenti in cui sembra pi vicino quel reciproco riconoscimento di valori tra comunismo e cultura cattolica evocato da Togliatti, come accade quando Giovanni XXIII promulga la sua Pacem in Terris che distingue tra lerrore, il marxismo, e gli erranti, i movimenti politici che ad esso si rifanno. Il comunismo italiano dimostr poi, sotto la guida di Enrico Berlinguer, il compimento della sua evoluzione democratica con il suo contributo decisivo alla lotta contro il terrorismo, che negli anni della violenza e soprattutto in occasione dei 55 drammatici giorni del rapimento e delluccisione di Aldo Moro, vede il PcI legittimarsi come forza essenziale alla stabilit delle istituzioni e alla salvaguardia dellordine democratico. Un contributo decisivo, testimoniato nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche e nelle piazze, e pagato a caro prezzo (penso a Guido Rossa), sfidando quella parte della sinistra che aveva mostrato ambiguit o comprensione per chi aveva intrapreso la via della lotta armata, vaneggiando sulla Resistenza tradita. E poi la capacit di affrontare i grandi temi della modernit secondo un principio di laicit che quello garantito dalla costituzione, ma che stato anche un modo di vivere il confronto politico e il modo di essere partito nella societ complessa. Una laicit non laicista, si potrebbe dire, che a sinistra fece da interfaccia con quella cultura della mediazione che stata la cifra distintiva del cattolicesimo democratico nella Dc. cos sulle grandi questioni della convivenza civile la societ italiana ha potuto evitare lacerazioni e fratture anche in anni nei quali lo scontro politico era molto duro. Penso alle grandi scelte sui diritti civili che caratterizzarono gli anni 70.
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Su temi difficili come i consultori, il divorzio, il diritto di famiglia, laborto i grandi partiti democratici, di maggioranza e di opposizione, cercarono sempre di evitare la rottura. Non rinunciarono alla faticosa ricerca della mediazione, del compromesso, della sintesi possibile. Di ci che comunque era possibile condividere per il fatto di riconoscersi tutti non solo nella norma, ma nello spirito stesso di quella carta costituzionale che era stata scritta insieme e che segnava il perimetro e il limite dello scontro possibile. Forse, a questo proposito, arrivato il tempo di fare giustizia di certi liquidatori giudizi su quello che viene derubricato a consociativismo e che invece ha segnato un graduale percorso di accreditamento democratico del PcI come forza capace di condividere responsabilit di governo in scelte che in quegli anni rappresentarono conquiste importanti sul piano sociale: penso alle leggi in materia sociale, allo statuto dei lavoratori, alla riforma delle pensioni, allequo canone, alla legge sui suoli, alla legge Basaglia sui manicomi, alla riforma sanitaria. Gli anni di Berlusconi, quel suo becero usare la parola comunismo per sollevare vecchie paure su cui costruire nuove identit, mescolando e fondendo volutamente loriginalit della storia italiana con quella dei regimi comunisti e del loro totalitarismo, hanno frenato o impedito questa lettura distaccata che invece giusta e necessaria. Io credo sia giunto il momento di restituire al PcI il ruolo che ha avuto non solo nella riconquista della libert ma poi nella costruzione della democrazia italiana, nel suo consolidamento e nelle sue conquiste sociali. Essersi trovati, nel mondo delle ideologie e della divisione in blocchi, dalla parte che la storia ha inesorabilmente segnato come sbagliata e che la storia stessa ha pacificamente sconfitto 20 anni fa con la caduta del Muro di Berlino, non pu impedire ancora il riconoscimento della democratica diversit del comunismo italiano. Non giusto nei confronti di generazioni di donne e uomini che hanno creduto in ideali di giustizia sociale e di uguaglianza, che si sono civilmente battuti per conquistare diritti per tutti, che hanno contrastato con durezza i loro avversari con lo stesso profondo rispetto con cui i loro avversari li contrastavano ogni giorno con la stessa durezza. Quelle donne e quegli uomini, quelli che se ne sono andati come Enrico Berlinguer e quelli, tanti, che sono

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ancora con noi, quelli che in un mondo nuovo hanno cominciato con i vecchi avversari e con tanti nuovi democratici lavventura di un partito nuovo, devono poter rivendicare con orgoglio la loro storia, la bellezza della loro storia. Il Partito Democratico lapprodo finale della transizione politica italiana iniziata 20 anni fa. lapprodo dei nostri percorsi individuali e collettivi, il luogo in cui si sono incontrati i diversi riformismi italiani e molte migliaia e migliaia di altre persone che hanno cominciato con il PD il loro impegno politico senza venire da precedente appartenenza. Siamo appena allinizio in un lungo cammino, di una storia nuova. Ma ognuno di noi per essere parte di questa storia nuova non ha dovuto rinnegare nulla. Anzi per renderla pi ricca e feconda, dovr portare intatta la memoria delle proprie radici, la fatica delle nostre madri e dei nostri padri, lamore e la passione che hanno messo ogni giorno, in ogni loro passo, per portare noi e lItalia sino a qui.

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Pubblicazione dei Gruppi parlamentari del Partito Democratico di Camera e Senato curata e realizzata dallUfficio Documentazione e Studi e dallUfficio Comunicazione dei deputati PD. Ringraziamo lArchivio fotografico de LUnit e della Direzione dei DS.

Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri, gli emarginati, gli svantaggiati vadano difesi, e gli vada data voce e possibilit concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino alla cosa pubblica debba essere assicurata. Enrico Berlinguer

Parlamentari

Partito Democratico

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