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CAPITOLO PRIMO

LA SOCIETA’ PREINDUSTRIALE E LE RIVOLUZIONI INDUSTIALI


Dalla seconda metà del ‘700 allo scoppio della prima guerra mondiale in Europa, negli Stati Uniti e in
Giappone si sono verificati mutamenti economici e sociali di tale portata da essere definiti rivoluzione
industriale. La Rivoluzione industriale si riferisce ai mutamenti che si ebbero nella vita economica e
sociale di uno o più stati. Essa riguarda le innovazioni nella popolazione, in agricoltura, nelle industrie,
nelle vie e mezzi di comunicazione, nel commercio interno e internazionale e nel sistema monetario e
bancario. Non è facile stabilire con precisione la data di avvio della rivoluzione. Si può parlare di
rivoluzione solo quando le innovazioni tecniche della produzione e dell’organizzazione delle aziende
coinvolsero più settori dell’economia. Prima del 18° sec. Vi era un’elevata natalità ed un’altrettanto
elevata mortalità causata dalle frequenti epidemie. La popolazione era divisa in due parti: i ricchi,
prevalentemente aristocratici, erano poco numerosi; i poveri, in larga parte contadini, costituivano la
maggioranza. Come tra i ricchi vi erano i più o meno ricchi anche tra i poveri vi erano i più e i meno
poveri, tra i meno poveri vi erano gli artigiani e gli esercenti le arti libere(medici, avvocati, mercanti,
ecc…). La manodopera agricola e quella impiegata nell’artigianato percepiva compensi molto bassi, per
la scarsa produttività del lavoro effettuato senza l’impiego di macchine. Il capofamiglia era costretto a far
lavorare moglie e figli. I trasferimenti si effettuavano con i tributi, il gioco, le eredità e le donazioni. Nelle
società preindustriali il risparmio si formava sotto forma di moneta metallica e tesoreggiato, con evidenti
effetti negativi per gli scambi commerciali. Nella società industriale il risparmio si forma grazie alla
sempre crescente produttività del lavoro e al conseguente aumento del reddito. I capitali accumulati
raramente si lasciano improduttivi.
I giovani cominciavano a produrre prima dei 15 anni, gli anziani lavoravano fino agli ultimi giorni di vita;
in una società industrializzata i giovani possono iniziare a lavorare dopo i 20 anni, si possono ridurre le
ore lavorative degli operai. La maggior parte della forza lavorativa era impiegata in agricoltura; i settori
industriali più diffusi erano quelli dei prodotti alimentari, dei vestiti, e delle costruzioni edilizie. Per
capitale ci riferiamo a capitale fisico, costituito da beni reali. Esso va distinto in capitale fisso e capitale
circolante. In agricoltura il capitale fisso, costituito da case, attrezzi, bestiame, era scarso. Nelle industrie
variava in base all’attività svolta. Il capitale circolante in una società preindustriale era maggiore di quello
che viene impiegato in una società industrializzata. Nella società preindustriale le risorse naturali erano
sfruttate senza controllo(es. i boschi venivano tagliati senza preoccuparsi della riproduzione). Nella
società preindustriale la popolazione ricavava il necessario per il suo sostentamento dall’agricoltura ,
dall’allevamento del bestiame e dalla pesca. In Europa si affermò il feudalesimo, che consisteva
nell’organizzazione amministrativa, giudiziaria ed economica data dalla nobiltà alle comunità di
villaggio. I feudatari costituivano la classe dominante. I contadini coltivavano la terra per conto dei
feudatari; in cambio di tali lavori al contadino era consentito coltivare una parte della terra per ricavare il
necessario al sostentamento della propria famiglia. La parte maggiore del reddito derivante
dall’agricoltura andava al feudatario, il quale raramente si adoperava per migliorare la produttività delle
terre. Nella società industriale fu necessario accrescere la produttività con l’introduzione di attrezzature
meccaniche e con l’impiego di fertilizzanti. Nella società preindustriale il limitato mercato di prodotti era
destinato ai ricchi. I prodotti commerciati venivano lavorati dagli artigiani e concentrati nelle città; in tal
modo si aveva il trasferimento di capitali dalle campagne alle città. Dopo il 13° sec. Le città medioevali
sentirono il bisogno di difendere e rafforzare il loro potere amministrativo ed economico creando le
corporazioni di artigiani e commercianti legalmente riconosciute. Esse svolgevano una funzione politica
poiché nominavano propri rappresentanti per l’amministrazione delle città. Avevano una funzione
economica poiché regolavano la concorrenza tra i propri membri. Svolgevano una funzione sociale
poiché controllavano l’assunzione di nuovi lavoranti nelle aziende e mantenevano l’ordine pubblico per
mezzo di vere e proprie milizie di soldati. Nella società industriale si ebbe il passaggio dalla manifattura
domestica all’industria capitalistica e dal lavoro umano al lavoro delle macchine. Nella società moderna,
per la rapidità dei mezzi di comunicazione, si è allargato il mercato di distribuzione dei prodotti, la
concorrenza si è fatta più agguerrita e si controlla con difficoltà. Dalla seconda metà dell’Ottocento in poi
si ha la trasformazione del capitalismo patrimoniale in capitalismo anonimo. Vengono costituite banche,
le quali formano grossi capitali e li danno in prestito agli imprenditori. Il filo conduttore del progresso fu
l’economia di mercato. La libertà delle iniziative economiche ha consentito la crescita della produzione e

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degli scambi di merci. Il progresso economico non si è diffuso uniformemente ma a chiazze nel senso che
si sono create aree di maggiore vitalità economica che hanno sfruttato aree più arretrate.
La rivoluzione industriale ebbe inizio in Inghilterra nel sessantennio 1770-1830, interessò la Francia, il
Belgio, la Germania e gli Stati Uniti nel quarantennio 1830-1870, coinvolse l’Italia, la Svezia, la Russia e
il Giappone nel periodo 1870-1914, dalla seconda guerra mondiale ha cominciato ad interessare la Cina,
l’India ed alcuni stati dell’Asia e del Medio Oriente. Bisogna dividere il periodo in tre parti:
• 1770-1870 prima rivoluzione industriale durante la quale si ebbe il decollo dello sviluppo
economico. I mutamenti più significativi riguardarono la crescita della popolazione, dovuta al
diradarsi delle carestie e delle malattie infettive, aumentò la produttività della terra, le attività
domestiche furono superate dal lavoro svolto nelle fabbriche, migliorarono la vie di
comunicazione.
• 1871-1914 seconda rivoluzione industriale allorché si passò al consumo di massa. Si registrò un
notevole movimento di emigrati dal vecchio al nuovo continente, furono messe a coltura nuove
terre, i cui prodotti, ricavati a bassi costi, mossero concorrenza alla produzione agricola europea,
si accelerò il passaggio dal capitalismo patrimoniale a quello anonimo, iniziò l’impiego
dell’automobile e dell’aereo, si ridussero i dazi doganali per mezzo dei trattati commerciali.
• 1914-oggi terza rivoluzione industriale allorché si ebbe un ulteriore accelerazione delle
innovazioni e dei consumi. Rallentò la crescita demografica, diminuì notevolmente l’impiego del
lavoro dell’uomo per la diffusione dell’automazione, migliorarono i servizi, crebbe il processo di
concentrazione delle aziende, si diffusero le multinazionali, accanto alle grandi aziende
continuarono a vivere e si rafforzarono quelle medie e piccole. Negli ultimi anni si sono compiuti i
primi passi verso una nuova rivoluzione, definita del terziario, dovuta alle innovazioni attuate nel
settore dei servizi avanzati.
CAPITOLO SECONDO
LE CARATTERISTICHE DEL SECOLO DEI LUMI
La demografia storica, che ha per oggetto lo studio della popolazione non riesce sempre a fornire dati
precisi per mancanza o difetti delle fonti. In Europa e nell’America del Nord a tali deficienze si sopperì
con i censimenti nazionali che si compilarono dalla prima metà del XIX sec. in poi.
E’ molto difficile calcolare esattamente la popolazione mondiale dall’inizio del ‘700 ai primi dell’800, ma
diversi demografi hanno rilevato un aumento da 700 ad oltre 900 milioni di persone. La crescita non
interesso tutti i continenti. Registrarono la maggiore crescita l’America del Nord, l’Asia e la Cina. In
Europa la maggiore crescita si ebbe in Inghilterra, dove la popolazione quasi raddoppiò, e in Irlanda dove
quasi triplicò. La speranza di vita alla nascita si aggirava dai 30 ai 40 anni, per gli adulti la vita media era
di circa 45 anni. Sulle ragioni della crescita gli studiosi sostengono due tesi: alcuni fanno appello ai
progressi della medicina(alla fine del ‘700 fu scoperto il siero antivaioloso), altri al miglioramento delle
condizioni economiche. Agli aspetti più significativi dei mutamenti demografici rileviamo lo spostamento
della popolazione dalle campagne verso la città. L’urbanizzazione ebbe maggiori proporzioni in
Inghilterra. Con la crescita della popolazione si ebbe anche il trasferimento di un gran numero di europei
verso l ‘America e da una nazione all’altra dell’Europa. Il maggior movimento di popolazione si ebbe
dagli stati dell’Europa Occidentale verso gli stati meno popolati dell’Est (Federico II ritenendo che la
ricchezza di una nazione dipendesse dal numero degli abitanti richiamò in Prussia oltre 300mila persone
dall’Europa Occidentale). Al di fuori dell’Europa il più consistente movimento della popolazione si ebbe
con la tratta degli schiavi; gli schiavi negri venivano impiegati nelle piantagioni di canna da zucchero
dell’America Centrale. Con l’insurrezione ad Haiti, alla fine del ‘700, finì il regime schiavista in quelle
terre. Nei tre sec. compresi tra il 500 e il 700, la politica economica dei governanti europei fu ispirata al
mercantilismo. Il termine mercantilismo è improprio, esso ebbe significati diversi a seconda dei paesi in
cui fu applicata. Le caratteristiche principali della dottrina mercantilistica furono tre: nazionalistica e
mercantilistica, poiché prevedeva l’intervento dello stato per promuovere lo sviluppo economico;
monetaristica e metallica, poiché riteneva che la ricchezza di una nazione dipendesse dalla quantità di
metallo prezioso immesso in uno stato; protezionistica poiché sosteneva che per accumulare la maggiore
quantità di oro e di argento bisognasse sviluppare le esportazioni e porre ostacoli alle importazioni. In
Inghilterra e in Francia, i governanti diedero maggiore peso allo sviluppo della produzione. Dure critiche
al mercantilismo vennero dai fisiocratici per i quali la produzione è quella che da il prodotto netto; le
altre attività umane danno solo l’illusione di produrre. Le classi sociali erano, secondo i fisiocratici, tre:
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classe produttiva, costituita da coloro che coltivano la terra; classe dei proprietari comprende i proprietari
che godono dei frutti della terra; e la classe sterile costituita da artigiani e mercanti. Nonostante le critiche
dei fisiocratici, la politica mercantilistica fu attuata in Francia nel 700. quelle critiche, però riuscirono ad
attenuare l’intervento del governo sull’economia. Anche in Inghilterra il mercantilismo fu duramente
criticato, le maggiori critiche partirono da Adam Smith; egli sostenne che la ricchezza è costituita dai beni
e dai servizi che si producono con il lavoro e il commercio, per aumentare la produttività del lavoro
bisogna attuare la divisione del lavoro; la divisione e la specializzazione del lavoro devono attuarsi anche
a livello internazionale. Le sue idee furono accettate subito dagli studiosi ma per la loro attuazione pratica
bisognerà attendere i primi decenni del XIX sec.
CAPITOLO TERZO
L’ECONOMIA DEGLI STATI EUROPEI
Il mercantilismo inglese fu imperniato sulla crescita della produzione agricola e industriale e sullo
sviluppo del commercio. Fin dal Cinquecento, durante il regno della regina Elisabetta, si diede
importanza allo sviluppo delle industrie; si favorì la costituzione di aziende industriali con capitali inglesi.
Nel Seicento si continuò a puntare sullo sviluppo della produzione industriale e sulla crescita degli scambi
con l’estero. La politica doganale fu informata ad un maggiore protezionismo, le industrie crebbero di
dimensioni. Aumentarono gli scambi commerciali, grazie all’atto di navigazione emanato da Cromwell
nel 1651, il quale vietò alle navi straniere di effettuare la navigazione di cabotaggio lungo le coste del
regno; per le merci importate in Inghilterra con navi straniere furono stabiliti dazi più elevati, le merci
europee potevano trasportarsi in Inghilterra solo su navi inglesi e su navi di paesi di origine. La
popolazione inglese, nel corso del XVIII° sec., quasi raddoppiò e ciò comportò la concentrazione della
popolazione nelle città. Le operazioni monetarie e bancarie venivano effettuate dalla Banca d’Inghilterra,
dai banchieri privati londinesi, dalle banche di provincia e dai bill brockers.
La Banca d’Inghilterra fu costituita, nel 1694, sotto forma di società con lo scopo di aiutare lo stato che
aveva urgenti bisogni di finanziamenti. La solidità della Banca d’Inghilterra derivava dal fatto di essere
l’unica autorizzata dallo stato ad emettere biglietti e dai suoi legami con le finanze dello stato.
I banchieri privati londinesi cominciarono ad operare intorno alla metà del ‘600 custodendo fondi e
svolgendo un’importante funzione di collegamento del sistema finanziario fra le zone agricole e quelle
industriali.
Le banche di provincia sopperirono alla scarsezza di moneta metallica emettendo biglietti e favorendo la
circolazione di cambiali ed assegni.
I bill brockers sorsero nella seconda metà del XVIII° sec., essi erano intermediari in titoli: raccoglievano
cambiali dalle banche che operavano nelle zone industriali affamate di disponibilità finanziarie e le
inviavano alle banche delle province.
All’inizio del ‘700 la città di Londra aveva acquisito una posizione di dominio nell’economia inglese.
Questa intensa attività consentì la formazione di un’aristocrazia borghese.

Il mercantilismo attuato dai governi francesi fu più simile al mercantilismo inglese che a quello
portoghese e olandese. I francesi sostenevano che la ricchezza di una nazione dipendeva
dall’accumulazione di oro e dalla bilancia commerciale in attivo. I governi per sostenere la crescita
elargirono esenzioni fiscali, prestiti e sussidi agli artigiani. Particolarmente significativa fu l’opera di
Enrico IV e dei suoi collaboratori nel far bonificare le terre e per favorire la commercializzazione dei
prodotti agricoli. Il sostenitore del mercantilismo fu Colbert ministro delle finanze di Luigi XIV. Egli
mise ordine nell’amministrazione delle finanze, ripartendo il carico tributario in modo più equo ed
accrescendo le entrate dello stato, concesse sussidi ed esenzioni fiscali a coloro che costituivano nuove
industrie, vietò l’emigrazione all’estero di operai francesi. Colbert aveva posto le basi per lo sviluppo
dell’economia francese; tale sviluppo fu frenato ma non annullato:
• dalle guerre di conquista volute da Luigi XIV
• dal lento aumento della popolazione
• dalla tendenza al frazionamento della proprietà e della conduzione delle aziende agricole che
costituivano ostacoli all’introduzione di nuove tecniche colturali.
( Turgot, ministro delle finanze, durante il regno di Luigi XVI, nel 1776 riuscì a far firmare al re
un decreto che proclamava la piena libertà del lavoro, tale decreto fu, dopo pesanti proteste,
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• dalla prevalenza di prodotti di lusso e artistici che avevano un mercato limitato
• dalla perdita di alcune colonie(Arcadia, Louisiana, Canada, Haiti)
• dal fatto che i progressi nel settore commerciale furono largamente inferiori a quelli della Gran
Bretagna (le strade costruite collegavano principalmente le maggiori città mentre molti piccoli
centri rimanevano isolati;nonostante ciò le merci esportate dalla Francia rappresentavano ¼ di
quelle esportate da tutti i paesi europei. Il periodo di crescita maggiore del commercio estero fu il
decennio che precedette la Rivoluzione grazie al trattato di commercio stipulato con l’Inghilterra
nel 1786 che stabilì la reciproca libertà di navigazione e di commercio; dopo la firma del trattato
crebbero rapidamente gli scambi tra i due paesi, però i vantaggi per l’Inghilterra furono maggiori)
• dalla svalutazione della moneta
• dal dissesto delle pubbliche finanze
• dalla scarsa disponibilità di capitali e dalla sfiducia che si venne a creare nei confronti delle
banche
Il legame tra finanze dello stato e banche si rafforzò con la creazione del cosiddetto sistema del Law. Il
reggente, Filippo d’Orléans, che governava in nome di Luigi XV ancora fanciullo, si affidò a John Law, il
quale sosteneva che la ricchezza di una nazione dipendeva dalla quantità di moneta in circolazione.
Filippo d’Orléans affascinato dalle idee del Law, nel 1716, lo autorizzò a costituire una Banca Generale.
Essa fu autorizzata dal re ad emettere biglietti, dietro versamento di monete d’oro o d’argento; i nuovi
biglietti furono ben accolti dal pubblico, anzi furono preferiti alle monete metalliche. In breve tempo le
monete d’oro e d’argento affluirono alla Banca Generale per essere cambiate in biglietti: la circolazione si
rianimò. Nel 1717, per iniziativa del Law, fu creata la Compagnia d’Occidente con lo scopo di
valorizzare il bacino del Mississippi. L’anno successivo il Law ottenne il passaggio della banca allo stato,
che divenne Banca Reale, con la possibilità di emettere una quantità di biglietti anche superiore ai
depositi di oro e di argento. Nel biennio 1718-1719 la Compagnia d’Occidente prese il nome di
Compagnia delle Indie ed estese la sua attività assorbendo altre compagnie. Crescendo i compiti della
Compagnia aumentò il capitale e l’emissione di azioni sulle quali si scatenò una sfrenata speculazione al
rialzo delle quotazioni. Intanto il sistema cominciava a vacillare, alcuni azionisti non soddisfatti dei
dividendi vendettero le azioni e le quotazioni cominciarono a scendere. Per porre un freno al ribasso il
Law fuse la Banca con la Compagnia, ma il provvedimento non diede i risultati sperati. La Banca fu
costretta a chiudere e Law dovette fuggire all’estero. Solo nel 1776 il Turgot riuscì a sostenere la
creazione di un istituto di credito che prese il nome di Caisse d’escompte.
Nell’ultimo ventennio che precedette la Rivoluzione si ebbe un notevole sviluppo dell’economia francese
che favorì la crescita delle ricchezze nelle mani della classe borghese. Crebbero gli affari sotto l’influenza
dell’aumento della popolazione, salirono i prezzi per l’aumento della domanda che portò al
miglioramento dei profitti della classe borghese. La borghesia, divenuta più ricca, più numerosa e più
colta, prese coscienza della posizione che occupava nella società. Essa possedeva solo il potere
economico, mentre gli altri poteri erano nelle mani dell’aristocrazia. Il malcontento della borghesia
cresceva ancor di più quando si evidenziò che parte del dissesto delle finanze dello stato era dovuto al
lusso e agli sprechi della corte. Il malcontento del proletariato urbano derivava dall’aumento dei prezzi
che faceva crescere il costo della vita. La scintilla che provocò la ribellione fu la crisi economica del
1788-1789 allorché si ebbe sottoproduzione in agricoltura e sottoconsumo di prodotti industriali. Si
dimezzò la produzione, la disoccupazione dilagò, i profitti diminuirono.
La crisi fu particolarmente avvertita, poiché si inserì in un periodo di sviluppo economico del paese che
durava dall’inizio del secolo. Essa favorì la coalizione della borghesia con i poveri per lo scontro con il
governo. Allorché Luigi XVI convocò gli Stati Generali per trovare una soluzione al dissesto finanziario
dello stato, i rappresentanti del terzo stato ne approfittarono per far scoppiare la Rivoluzione. Nel giro di
pochi giorni, venne letteralmente abbattuto l’antico regime. Nella famosa notte del 4 agosto del 1789
venne abbattuta la feudalità, fu proclamata l’uguaglianza civile e fiscale. Così rapidamente gli impieghi
pubblici furono conquistati dalla nuova borghesia. Il 28 agosto l’Assemblea Costituente approvò la
Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che sancì il diritto dell’uomo alla libertà e il diritto
del cittadino alla sovranità. La maggior parte delle terre confiscate furono acquistate da agricoltori,
fittavoli, mezzadri; i contadini poveri rimasero delusi, poiché speravano nella ripartizione gratuita dei
beni nazionali. Nel settore industriale la proclamazione del laissez faire(rottura di qualsiasi vincolo che

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impedisse la crescita della produzione e degli scambi)da parte dell’Assemblea Costituente, comportava la
caduta del monopolio delle corporazioni grazie al quale tutti i francesi potevano esercitare liberamente
qualsiasi attività professionale. Per rafforzare la libertà del lavoro, nel 1791, venne approvata la legge Le
Chapelier che vietò la formazione di qualsiasi associazione di mestiere. Si trattava di un regime di
proibizioni che colpiva soltanto apparentemente ugualmente imprenditori ed operai, poiché mentre gli
industriali si potevano facilmente intendere senza accordo, gli operai vennero privati delle sole armi di
difesa, l’associazione e lo sciopero. Connessa alla guerra e al dissesto delle finanze pubbliche fu
l’emissione degli assegnati e l’imposizione del maximum dei prezzi. Il governo mise in vendita le terre
demaniali e contemporaneamente, avendo urgente bisogno di capitali, emise dei buoni fruttiferi
all’interesse del 5% e garantiti dal valore delle terre messe in vendita, perciò chiamati assegnati. Dopo 6
mesi dalla prima emissione i buoni furono ammessi in circolazione come moneta e si accrebbe la quantità
di titoli emessi, non più in relazione alle terre disponibili, ma all’accresciuto fabbisogno dell’erario. La
conseguenza dell’inflazione di carta moneta fu l’aumento rapido dei prezzi, che provocò sommosse
popolari che sfociarono in gravi incidenti a Parigi. La dittatura di Robespierre e il Terrore(1793-1794)
imposero grossi sacrifici alla popolazione imposero il maximum dei prezzi e in breve tempo si arrivò al
terrore economico, la chiusura della borsa e il controllo dei cambi. Nel 1796 il Direttorio emise nuova
carta moneta che chiamò mandati, i quali furono visti dai francesi come un nuovo espediente dello stato
per far fronte ai bisogni dell’erario; più tardi il Direttorio privò di valore legale i mandati e riconobbe 1/3
dei suoi debiti. Nel 1799 il generale Bonaparte, con un colpo di stato, abbatté il Direttorio e instaurò un
governo forte che ristabilì l’ordine interno e assestò le finanze.

Il mercantilismo negli stati tedeschi fu molto simile a quello attuato in Francia. L’economia della
Germania si basava sull’agricoltura che era scarsamente produttiva. Circa le condizioni economiche e
sociali dei contadini bisogna distinguere la Germania Occidentale da quella Orientale. Nella parte
Occidentale al vertice della piramide sociale vi erano i contadini fittavoli, che possedevano terra per
diritto ereditario, al gradino più basso vi erano i contadini che possedevano la terra, ma non potevano
trasmetterla in eredità. In generale nella parte Occidentale della Germania, il contadino era libero. Nella
Germania Orientale, al vertice della piramide sociale vi era il grosso contadino, lo junker, nella parte più
bassa vi erano i contadini servi. Successivamente l’aumento della popolazione comportò un aumento
della domanda, accompagnato da una maggiore offerta di lavoro. Ad eccezione del settore minerario non
era sorta ancora la grande industria con notevoli capitali e un gran numero di operai. La Prussica divenne
stato, alla fine del ‘500, dall’unione di due territori non confinanti: il Ducato di Prussica e la Marca di
Brandeburgo. La politica mercantilistica fu iniziata dal Grande Elettore(1640-1688), fornendo capitali per
la costruzione di industrie, migliorando le vie di comunicazione. La sua opera fu proseguita da Federico
Guglielmo I e con ancora maggiori sforzi da Federico II. Tuttavia gli sforzi di Federico II per fare della
Prussia un paese industrializzato furono vani perché trascuro le regioni dove l’ambiente era più
favorevole allo sviluppo dell’industria e invece concentrò i suoi sforzi dove non vi erano le condizioni per
lo sviluppo industriale. Mentre nella Germania del Nord si costituiva il regno di Prussia nel sud-
est(Austria)governavano gli Asburgo, i quali promossero iniziative industriali e favorirono gli scambi tra
le diverse parti del territorio; per le relazioni con l’estero crearono compagnie commerciali. Questi
obiettivi non furono coronati da successo per mancanza di capitali. Nel settore industriale, il 1° ostacolo
allo sviluppo veniva dalla sopravvivenza del monopolio delle corporazioni, e le iniziative di rompere tale
monopolio non ebbero successo. Altro ostacolo alla crescita industriale derivava dall’esistenza delle
divisioni doganali interne che furono soppresse solo nel 1775. Per la crescita degli scambi con l’estero si
creò la Compagnia austriaca delle Indie Orientali (1722)la quale, per l’ostilità degli inglesi e degli
olandesi,nel 1731 fallì. Per scambi con il Levante fu creata la Compagnia Orientale che pure fallì. Le
iniziative degli Asburgo riuscirono comunque ad aumentare la popolazione e a fare di Vienna una delle
più famose città europee per eleganza , lusso e musica. La Borsa cominciò ad operare dal 1771 ed ebbe un
notevole movimento di affari.

All’inizio del ‘700, in Russia, vi era una società quasi medioevale. La maggioranza della popolazione era
costituita da contadini. Questa situazione subì qualche cambiamento nel corso del XVIII sec., per merito
di Pietro il Grande e Caterina II, che tentarono di avvicinare la Russia alla Civiltà degli stati dell’Europa
Occidentale. Lo zar Pietro il Grande riformò lo stato imitando idee e forme di governo dei paesi europei.
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Questo però comportò la perdita di vite umane per guerre e lo indusse a servirsi dei nobili, e in cambio fu
costretto a soddisfare le loro richieste. Quasi tutti i contadini divennero servi. Gli ostacoli che si
opponevano allo sviluppo delle industrie erano tre: la mancanza di manodopera specializzata, la
mancanza di capitali e l’assenza di un mercato. La politica mercantilistica fu continuata da Caterina II. I
nobili ricevettero dalla zarina ulteriori privilegi a danno dei contadini. Anche Caterina II sostenne lo
sviluppo industriale del paese concedendo monopoli e privilegi. Gli ostacoli allo sviluppo industriale
furono in gran parte rimossi poiché si ebbe un aumento della popolazione, una maggiore disponibilità di
capitali per la vendita dei prodotti della terra e la formazione di manodopera specializzata; il numero delle
fabbriche crebbe ma le grandi fabbriche erano poche, il commercio interno non migliorò ma vi furono
rapidi progressi negli scambi commerciali con l’estero.

La prima metà del XVIII sec. per l’Italia fu un periodo di decadenza economica con il ristagno del
commercio internazionale nel Mediterraneo. Nella seconda metà del ‘700, sull’onda di un generale
miglioramento dell’economia europea, anche gli stati italiani ne avvertirono i benefici. La ripresa fu
dovuta ad una maggiore produzione agricola dipendente dall’aumento della domanda, da un maggiore
interessamento dei governanti e degli studiosi per i problemi della terra. Ciò portò all’introduzione di
numerose innovazioni. Nel settore industriale, l’abolizione delle corporazioni si ebbe nella seconda metà
del ‘700, ristabilendo così un certo equilibrio fra città e campagna. In Lombardia, accanto all’artigianato e
alle industrie a domicilio, cominciarono a sorgere le prime fabbriche che assunsero proporzioni notevoli.
Nel Veneto le condizioni dell’agricoltura erano peggiori di quelle della Lombardia e del Piemonte, era
diffusa la grande proprietà accentrata nelle mani dei patrizi veneziani, della chiesa che affidavano le
colture a fattori restii ad introdurre innovazioni. Al ristagno nell’attività agricola si contrapponevano
buoni progressi nel settore industriale. La Toscana ricavava la maggiore ricchezza dall’agricoltura.
Ostacoli al miglioramento delle colture derivavano dall’accentramento della proprietà nelle mani di pochi
ricchi e della chiesa contrari all’introduzione di innovazioni per il timore di perdere i modesti redditi che
ricavavano. Quasi tutti questi freni alle innovazioni furono gradualmente rimossi in particolare dal
granduca Pietro Leopoldo. Diversa era la situazione economica dello Stato Pontificio; esso era nel ‘700
uno dei più arretrati nella penisola, poiché il governo della chiesa era restio a qualsiasi rinnovamento, il
malcontento veniva tacitato con larga distribuzione di viveri ed elemosine. Anche nel Regno di Napoli vi
erano differenze profonde fra una provincia e l’altra. Alle fertili terre della Campania e della costa
orientale della Sicilia si opponevano le povere terre interne del Molise, della Basilicata, della Calabria,
della Puglia dove era diffuso il latifondo appartenente ai rappresentanti della nobiltà e del clero che si
disinteressavano di migliorare le colture. La grande industria sorse per iniziativa di Ferdinando IV, che
creò la colonia di S. Leucio per la tessitura della seta e una filanda a Reggio Calabria. Anche in Itali vi
era un fervore di studi economici. A Napoli molto ascoltate furono le idee di Antonio Genovesi. Essi
studiarono i problemi economici del Regno, e in primo luogo la perequazione tributaria e l’abolizione
della feudalità assieme ai privilegi ecclesiastici. A Milano non mancarono tentativi di trattazione teorica
dell’economia, come si rileva dalle Lezioni di Cesare Beccarla e dalle Meditazioni di Pietro Verri
L’interesse di questi intellettuali che facevano capo al giornale fondato da Verri; il Caffè, fu rivolto ai
problemi concreti in cui vivevano: disordine monetario, bilancia commerciale, ecc...
CAPITOLO QUARTO
LA CINA, IL GIAPPONE E L’AMERICA
Il potere politico, in Giappone dal 1603 al 1868, fu nelle mani della famiglia dei feudatari Tokugana
detenne lo shogunato. Nel Settecento un quarto delle terre coltivabili apparteneva alla potente famiglia dei
governatori, la parte rimanente era assegnata ai feudatari, fedeli vassalli della famiglia dei Tokugana. La
coltura principale era il riso, seguivano altri cereali, il tè, la canapa; alla fine del Settecento si cominciò a
coltivare anche il cotone. Furono contate ben 12 carestie accompagnato della mortalità per fame e dalle
malattie infettive. I governanti arano incapaci di eliminare le cause e le conseguenze delle carestie. Come
le corporazioni europee, anche quelle nipponiche stabilivano l’organizzazione del lavoro, le materie
prime da impiegare, la quantità dei prodotti da lavorare, salari da pagare. I giapponesi vissero isolati dal
resto del mondo, poiché si limitarono a scambiare pochi prodotti con i cinesi. Successivamente, con
l’arrivo in Giappone di navi europee, i governanti compresero l’utilità di rompere l’isolamento e
consentirono ai portoghesi e agli olandesi di commerciare nel paese. La propaganda religiosa effettuata
nel paese dagli spagnoli e dai portoghesi, non fu gradita ai governanti, e alla fine, gli europei furono
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cacciati dal Giappone. La colonizzazione dell’America Settentrionale fu iniziata dagli spagnoli dagli
inglesi e dagli olandesi. I governanti francesi non opprimevano gli indigeni, anzi cercavano di assimilarli.
Le colonie inglesi differivano da quelle francesi, perché più popolate e più attive per produzione e
commercio. Il nuovo continente attraeva gli europei per il basso costo delle terre. L’avanzata dei coloni
inglesi verso le terre dell’Ovest trovò l’opposizione dei coloni francesi, che vedevano minacciato il loro
monopolio. Nella prima metà del Settecento fra i coloni inglesi e i coloni francesi vi furono frequenti
scontri armati, che si trasformarono in una vera e propria guerra nel 1756. La Francia impegnata in
Europa nella guerra dei Sette Anni, non potette inviare ingenti forze militari in America per difendere le
colonie. Nel 1763, con il trattato di Parigi, la Francia abbandonò L’america Settentrionale, e l’Inghilterra
estese il suo dominio su un vasto territorio. Crescendo la popolazione, si era venuto a formare un nuovo
popolo, quello americano. Nel 1774 i rappresentanti delle 13 colonie si riunirono a Filadelfia, costituirono
un Associazione continentale ed emanarono una dichiarazione nella quale affermarono i diritti di
uguaglianza e di libertà degli uomini. Per difendere questi diritti, i coloni si armarono e nel 1775
cominciò la guerra civile tra coloni e le milizie inglesi. Essa fu vinta dai coloni con l’aiuto dei francesi.
Nel 1783 a Parigi fu firmato il trattato anglo-americano con il quale venne riconosciuta l’indipendenza
degli Stati Uniti. Nei primi anni i singoli stati emanarono proprie costituzioni ed erano in guerra
economica tra loro.la politica e l’economia cominciarono a migliorare solo quando nel 1788, entrò in
vigore la nuova costituzione federale, che affidò il potere esecutivo ad un presidente eletto dal popolo.
PARTE SECONDA : IL SECOLO DELL’INDUSTRIALIZZAZIONE
CAPITOLO PRIMO
I MUTAMENTI NELLA POPOLAZIONE, NEL PENSIERO ECONOMICO E …
La crescita della popolazione ebbe tale accelerazione nell’Ottocento che si parla di vera e propria
rivoluzione demografica. La crescita maggiore si ebbe negli stati dell’America del Nord e del Centro. Le
cause e le modalità della crescita furono spesso diverse non solo all’interno dei continenti, ma anche
nell’ambito di uno stato o regione, ma in via generale furono dovute ad una riduzione della mortalità che
fu a sua volta dovuta al miglioramento dell’alimentazione e dell’igiene assieme ai progressi della
medicina(Louis Pasteur scoprì sieri e vaccini per combattere diverse malattie infettive). La caratteristica
di maggiore rilievo della rivoluzione demografica, fu il movimento della popolazione, che assunse due
aspetti: spostamento da una nazione ad un’altra(emigrazione)e trasferimento dalla campagna nella
città(urbanizzazione). Il movimento degli europei fu 5 volte superiore a quello degli asiatici. Alcuni
paesi furono interessati da un movimento di immigrazione e di emigrazione come la Francia. Il fiume
degli espatri dall’Europa cominciò con la crisi economica e politica del 1845-48. le cause generali furono
la forte crescita della popolazione in Europa, l’esistenza di vaste aree ancora disabitate in America, in
Australia , in Africa, la crisi dell’agricoltura europea e la conseguente disoccupazione dei contadini, lo
sviluppo industriale e la coltivazione di nuove terre negli Stati Uniti. Le conseguenze positive furono il
miglioramento delle condizioni di vita delle famiglie rimaste in patria, grazie ai risparmi effettuati dagli
emigrati e l’aumento dei salari per la minore offerta di lavoro. Gli stessi risparmi depositati per mezzo
della Cassa depositi e prestiti, furono impiegati per le spese dello stato e furono concessi in prestito agli
enti locali. L’urbanizzazione comportò la crescita geografica della città che avvenne in tre modi: con
l’occupazione delle terre circostanti, ossia attraverso la dilatazione di cerchi concentrici sempre più ampi
che incorporavano i borghi periferici; con la costruzione di grattacieli; con la formazione di costellazioni
per cui crebbero più centri vicini, ciascuno separatamente.
Contemporaneamente allo svolgersi della prima e della seconda rivoluzione industriale si ebbe
l’evoluzione del pensiero economico. Alcuni studiosi esaminarono gli aspetti positivi del capitalismo e
sono noti come economisti liberisti, altri come socialisti che misero in luce i difetti del capitalismo. Gli
economisti liberisti basarono le loro idee sull’equilibrio economico di Smith e derivante dal rapporto tra
offerta, domanda e competizione del mercato. Essi sostennero la piena libertà di movimento delle merci e
dei capitali. I maggiori esponenti dell’economia liberista furono Malthus, Ricardo, Mill. Malthus scrisse
un Saggio sul principio della popolazione, nel quale constatò che la popolazione cresceva più
rapidamente dei mezzi di sussistenza. Ricardo formulò tre teorie rendita, del salario e dei costi
comparati. La rendita ricardiana è costituita dalla differenza tra il guadagno delle terre più fertili e quello
delle terre meno fertili. La teoria del salario si enuncia dicendo che il salario tende a raggiungere il
minimo di sussistenza dell’operaio. Con la terza teoria Ricardo sostenne la convenienza alla
specializzazione e alla divisione del lavoro su scala internazionale. Mill fu estremo sostenitore della libera
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concorrenza e del libero gioco delle leggi naturali. La dottrina liberale fu criticata dai seguaci della scuola
storica, da Owen, dai socialisti francesi e da Karl Marx. Essi respinsero l’ipotesi che l’economia fosse
soggetta alle leggi naturali, ritenevano necessario l’intervento dello stato nell’economia e maggiormente
nella vita sociale per migliorare le condizioni materiali e morali degli operai. Owen iniziò come garzone e
divenne proprietario di alcune manifatture in Scozia; egli tentò nelle sue fabbriche di migliorare le
condizioni degli operai e tentò la strada del sindacalismo. Purtroppo il padronato, sostenuto dal governo,
fece fallire le iniziative di Owen. Esse però lasciarono il segno sullo stato d’animo degli operai e
certamente influirono sul movimento cartista. Il gruppo più folto di socialisti si ebbe in Francia. Sismondi
sostenne che la lotta fra imprenditore e l’operaio sarà permanente ed ineguale perché il primo domanda
lavoro per guadagnare(e potrebbe farne a meno) il secondo chiede lavoro per vivere(e non può farne a
meno). Saint-Simon e i suoi seguaci sostennero la soppressione della proprietà perché permetteva lo
sfruttamento dei più deboli, lo stato doveva divenire proprietario delle terre e dei capitali. Fourier
propose la costituzione di tanti gruppi detti falangi, organizzati come società per azioni autosufficienti.
Le idee del Fourier fallirono per la mancanza di finanziatori. Blanc propose la creazione di associazioni,
gli ateliers sociaux dove i lavoratori dovevano muovere concorrenza alle imprese capitalistiche. Le idee
di Blanc furono attuate ma si rivelarono un fallimento. Il massimo esponente del socialismo critico fu
Karl Marx il quale sostenne che dovessero essere gli stessi operai ad emanciparsi dalla stato di servitù. Il
suo pensiero può essere sintetizzato in tre punti:determinismo economico e lotta di classe/teoria del
valore-lavoro e del plus-valore/ la concentrazione della ricchezza e la miseria crescente.
1. Con il determinismo economico Marx sostenne che i fatti economici avevano un’importanza
prevalente nello svolgimento della storia. La conseguenza del determinismo economico è la
lotta di classe, cioè la lotta tra la classe dominante, che possiede i mezzi di produzione, e la
classe dominata, che possiede il lavoro.
2. la teoria del valore-lavoro si riallaccia alla teoria di Smith, per cui il valore di un bene è dato dal
lavoro che in esso è stato accumulato, ossia dal lavoro che è stato necessario per produrlo. La
teoria del plus-valore deriva dalla teoria del salario di Ricardo, in base alla quale l’offerta di
lavoro era superiore alla domanda e il salario tendeva al minimo di sussistenza dell’operaio. E
conclude che l’imprenditore non paga tutto il lavoro che svolge l’operaio ma solo una parte, la
parte restante si chiama plus-valore e costituirebbe il profitto dell’imprenditore rubato.
3. questo sfruttamento degli operai porterebbe alla concentrazione della ricchezza nelle mani della
borghesia e alla miseria crescente degli operai.
La teoria di Marx prevedeva la rivoluzione sociale per cui gli espropriatori sarebbero stati espropriati
dagli operai e lo stato sarebbe divenuto proprietario di tutti i mezzi di produzione.
Per rivoluzione agraria(‘700)si intende l’insieme delle innovazioni introdotte in agricoltura per
aumentare la produttività e la produzione. Tuttavia possiamo parlare di rivoluzione agraria solo quando le
innovazioni per aumentare la produzione furono largamente diffuse. Si misero a coltura nuove terre, si
accrebbe la produttività introducendo nuove tecnologie agrarie. I più celebri innovatori furono
Tull(diffuse la seminatrice a solchi), Coke(combinò e perfezionò le tecniche dei suoi predecessori),
Young(propagandò le innovazioni introdotte nell’agricoltura inglese), Bakewell(creò una fattoria modello
dove introdusse nuove tecniche agricole). La crescita della popolazione europea fece lievitare la domanda
dei prodotti alimentari. Si scoprì la composizione delle piante e ciò mise in grado i chimici di produrre
concimi artificiali necessari alla fertilizzazione dei terreni; di qui lo sviluppo dell’industria chimica.
L’impiego del vapore, che rivoluzionò il settore dei trasporti e delle industrie, non ebbe grande
applicazione in agricoltura. Nell’Ottocento, nelle zone equatoriali e tropicali dell’America crebbero le
coltivazioni di cacao, caffè e tè. Nell’America settentrionale era molto diffusa la coltura del tabacco. La
pianta che rivoluzionò la produzione agricola fu quella del cotone che veniva quasi esclusivamente
coltivata negli Stati Uniti. L’aumento maggiore della produzione si ebbe allorché Whitney scoprì la
sgranatrice che lavorava il cotone a fibra corta. L’alta produttività dell’agricoltura del nuovo continente
consentivano di vendere i prodotti a prezzi inferiori di quelli praticati in Europa; ciò comportò un periodo
di grande depressione dei prezzi.
Come la rivoluzione agraria, anche la rivoluzione industriale iniziò in Inghilterra, e si propagò in altri
paesi occidentali e in Giappone. Con i perfezionamenti tecnologici si passò dall’utensile a mano alla
macchina e al vapore; dalla lavorazione artigianale, alla realizzazione di grandi quantità di prodotti uguali
con conseguente riduzione dei costi. Le industrie tessili e del ferro sono definite industrie traenti, il loro
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tasso di sviluppo è superiore al tasso di incremento del prodotto totale di una nazione. Le novità di
maggior rilievo furono introdotte nelle macchine per la filatura, per la tessitura, per la stampa e la
colorazione delle stoffe. Per la costruzione delle macchine, prima fu impiegato il legno, poi la ghisa e poi
il ferro e l’acciaio. Oltre al ferro furono utilizzati numerosi altri metalli: il rame, il piombo, lo stagno.
James Watt inventò la macchina a vapore, che si diffuse grazie a Boulton. L’industria edilizia subì grandi
rinnovamenti con l’impiego delle macchine a vapore e altri apparecchi per il sollevamento dei materiali
necessari alle costruzioni. Con la seconda rivoluzione industriale furono sfruttate nuove fonti di energia
come l’elettricità e il petrolio, e si affermarono industrie che prima erano solo appendici minori di altre
industrie come quelle chimiche e quelle alimentari. L’utilizzazione dell’energia elettrica iniziò su vasta
scala dopo che il belga Gramme, nel 1872, inventò la dinamo. L’impulso maggiore a produrre energia
elettrica su vasta scala si ebbe con l’invenzione da parte dell’americano Edison, nel 1881, della
lampadina elettrica. Il consumo del petrolio aumentò notevolmente nei primi anni del Novecento, dopo
l’invenzione del motore a nafta, da parte dell’ingegnere Diesel. Un notevole impulso all’industria chimica
fu dato, con la seconda rivoluzione. Si ricavò l’acido cloridrico, il bicarbonato di sodio; si produssero
concimi minerali. Un’altra industria che fece rapidi progressi fu quella della produzione della gomma,
dopo che, nel 1839, Goodyear inventò una serie di procedimenti per rendere dura la gomma.
Con l’invenzione delle macchine, durante la prima rivoluzione industriale, crebbe la dimensione delle
aziende. I prodotti delle fabbriche mossero concorrenza ai prodotti lavorati a mano. Non potendo resistere
a tale concorrenza numerosi artigiani furono costretti ad abbandonare il lavoro in proprio. Crescendo il
fabbisogno di capitali, i patrimoni delle famiglie bastarono sempre meno e cominciarono a diffondersi
prima le società in accomandita e poi le società per azioni. Fin dal 1720 il parlamento inglese manifestò
ostilità nei confronti delle società per azioni approvando il Bubble Act che sottopose la loro costituzione
alla preventiva autorizzazione della corona. Tale disposizione fu abrogata nel 1825. Nel 1855 il
parlamento introdusse nelle società per azioni la responsabilità limitata alla propria quota di capitale.
Nella seconda metà dell’Ottocento le macchine cominciarono a diffondersi anche in altri paesi e la
produzione mosse concorrenza alle industrie inglesi. Molte aziende stipularono accordi con i quali
monopolizzarono interi settori produttivi. Nella seconda metà del Settecento cominciarono i
miglioramenti nella rete viaria. La rete viaria inglese crebbe più rapidamente perché si introdusse il
sistema di concedere ai privati la possibilità di costruire le strade con barriere al fine di riscuotere il
pedaggio delle persone. Le innovazioni che maggiormente rivoluzionarono i trasporti furono l’impiego
del vapore nella navigazione e la diffusione delle ferrovie. Il maggiore impulso della marina a vapore si
ebbe dopo il 1869, ossia dopo la costruzione del canale di Suez, attraverso cui si accorciò la navigazione
tra l’Europa e l’Australia o l’Asia. In America le ferrovie si distinsero in ferrovie di penetrazione che
dalla costa si snodano verso l’interno, le reti trasversali che collegano più ferrovie di penetrazione e le vie
transcontinentale che attraversano un intero continente. La Transiberiana è la ferrovia più lunga del
mondo. Un altro mezzo che, all’inizio del ‘900, rivoluzionò i trasporti fu l’aereo. Il primo aereo a motore
fu costruito, nel 1903, dai fratelli Wright. Fu inventato e si diffuse il telegrafo elettrico, fu ampliato il
servizio postale, si diffuse la stampa quotidiana. In Francia, nel 1790, si abbandonò la politica doganale
protezionistica e fu stabilita la completa libertà del commercio interno. Questo provvedimento svanì
prima per la guerra con l’Austria e la Prussica e poi per il blocco continentale(*), deciso, nel 1807, dalla
Francia e dalla Gran Bretagna, che prevedeva il divieto di commercio fra i due paesi in guerra. Ciò portò
una crisi di tale portata per la Francia che lo stesso Napoleone, instaurò il sistema delle licenze con cui
autorizzò le esportazioni di partite di merci in Gran Bretagna. Ciò evidenziò il fallimento del blocco
continentale. Nel ventennio centrale dell’Ottocento in Europa e negli Stati Uniti, fu attuata una politica
doganale liberistica, riducendo le tariffe doganali e stipulando trattati internazionali di commercio.
Contrari erano gli agricoltori e gli industriali. Favorevoli erano i commercianti, i banchieri, gli addetti ai
trasporti. Negli anni Settanta si tornò alla politica protezionistica e si ebbero anni di grande depressione.
Dal 1896 allo scoppio della prima guerra mondiale, nonostante la continuazione della politica
protezionistica, si ebbe un notevole aumento del commercio internazionale a causa di una serie di trattati
che annullarono l’efficacia degli alti dazi introdotti dalla politica protezionistica.
I sistemi nazionali monetari, nella prima metà dell’800, erano basati sul monometallismo(gold standard)
o sul bimetallismo aureo; quest’ultimo successivamente abbandonato a favore del primo. Il
monometallismo aureo fu attentamente studiato dalla Commissione Cunliffe nominata, nel 1918, dal
governo inglese. Il sistema prevedeva l’equilibrio automatico della bilancia dei pagamenti: allorché si
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sarebbe registrato un eccesso di esportazioni di merci di un paese, l’oro vi sarebbe arrivato abbondante,
provocando il rialzo dei prezzi. Tale aumento avrebbe scoraggiato gli acquisti all’interno ed incoraggiato
le importazioni dall’estero, con la conseguenza di provocare una fuoriuscita di oro e quindi il riequilibrio
della bilancia dei pagamenti. Contrario a tale sistema fu Keynes, il quale osservava che l’obiettivo
principale di un governo non è la stabilità nella quotazione delle monete sui mercati monetari, bensì il
benessere economico interno, da realizzare con la stabilità dei prezzi e il pieno impiego della
manodopera. Questo funzionamento del monometallismo aureo, in effetti, fu solo teorico, poiché, in
pratica, accanto all’oro, all’interno degli stati, circolava la moneta bancaria. In conclusione la sterlina
sostituiva benissimo l’oro.
Con la formazione della grandi fabbriche si cominciarono a chiedere prestiti con scadenza a medio e
lungo termine. In Gran Bretagna i primi prestiti a lungo termine alle imprese non furono concessi dalle
banche, ma dalla nobiltà e dalla ricca borghesia. Solo poche banche private facevano grossi investimenti
nelle imprese e partecipavano all’emissione di titoli pubblici. La situazione cominciò a cambiare nel
ventennio 1850-1870, allorché sorsero le prime banche di credito mobiliare che favorirono l’emissione di
azioni ed obbligazioni e la concessione di prestiti a lungo termine.Sorsero banche di credito fondiario e di
credito agricolo, banche cooperative.
La crescita del benessere economico dei paesi occidentali non fu continua, ma si verificarono periodi di
accelerata espansione seguiti da periodi di depressione dell’economia. Le due fasi prendono il nome di
ciclo. I cicli si cominciarono a studiare nella prima metà dell’Ottocento tra i più attendibili furono quelli
di Kondrat’ev e quelli di Juglar, si individuarono una serie di cicli: cicli di lungo periodo della durata
approssimativa di 50 anni; cicli maggiori di durata di 8 anni; ipercicli della durata di 18-22 anni; trend
secolare che stabilisce i prezzi per un periodo superiore a 50 anni. Nello studio dei cicli il momento più
difficile da studiare è quello dell’inversione della tendenza. Si individuarono all’interno di un ciclo 4 fasi:
espansione(i prezzi lievitano, la produzione aumenta, i salari sono elevati ed i consumi crescono);
recessione(aumentano i bisogni, i costi aumentano, la gestione diviene meno efficiente, si riducono i
consumi); contrazione(maggiore offerta rispetto alla domanda, calo dei prezzi, diminuzione dei profitti,
riduzione degli investimenti, disoccupazione); ripresa(gli imprenditori cercano di ridurre i costi,
rinnovano le attrezzature, i prezzi cominciano a risalire, aumenta la domanda, la fiducia ritorna). Durante
l’800 si possono individuare due cicli, il primo che va dal 1790 al 1849 e il secondo che arriva al 1896
entrambi dividibili in due fasi( quella di espansione e quella di recessione). I cicli Juglar tra la fine del
‘700 e l’800 furono 10:
1. 1789-1800 depressione del vecchio regime
2. 1801-1818 contrazione(blocco continentale*)
3. 1819-1832 nei primi 7 anni l’economia inglese si sviluppò per la vendita dei prodotti industriali in
America Latina, successivamente per le speculazioni sul cotone degli Stati Uniti la
bilancia commerciale accusò un forte disavanzo e si entrò in un periodo di depressione
4. 1832-1842 nella fase A del ciclo la rapida diffusione delle costruzioni ferroviarie portò
conseguenze positive per l’estrazione del carbone. Successivamente si passò ad una
situazione economica molto critica per cui la Banca d’Inghilterra aumentò il saggio di
di sconto mettendo in difficoltà gli imprenditori.
5. 1842-1848
6. 1848-1861
7. 1861-1869
8. 1869-1876
9. 1876-1885
10. 1886-1896
CAPITOLO SECONDO
LA RAPIDA CRESCITA DELL’ECONOMIA INGLESE
La rivoluzione agraria, sappiamo ebbe la sua prima manifestazione in Inghilterra. Le innovazioni di
maggior rilievo introdotte dalla rivoluzione agraria inglese riguardarono il nuovo assetto fondiario, che
portò alla costituzione di numerose grandi proprietà. I possessori di capitali misero insieme piccoli
appezzamenti di terre appartenenti ai coltivatoti diretti. Questa operazione prese il nome di movimento
delle enclosures poiché il nuovo grande proprietario chiuse con siepi e steccati le terre acquistate. Il
movimento di chiusura delle terre si intensificò e fu sancito dall’approvazione di atti del parlamento
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inglese. La richiesta di atti era così elevata che il parlamento approvò il General Enclosures Act con il
quale demandò ad apposite commissioni la decisione definitiva di chiusura delle terre.
Le innovazioni nel settore industriale cominciarono nelle industrie traenti. A Manchester si formò una
nuova classe di imprenditori, chiamati maestri fustagnai. Questi compravano i filati lavorati nelle
campagne e li distribuivano ai tessitori che cominciavano a concentrare le loro attività nelle fabbriche.
Nel 1733, John Kay inventò la navetta volante. Questa invenzione faceva risparmiare il lavoro di un
operaio, e per questo all’inizio fu poco applicata perché i tessitori temevano la riduzione del lavoro.
Nel 1764, James Hargreaves inventò lo spinning jenny, una ruota che poteva far girare
contemporaneamente fino a 100 fusi.
Nel 1769, Arkwright inventò la water frame, una macchina per filare mossa dall’energia.
Bessemer e Siemens inventarono un processo per ridurre notevolmente il costo della lavorazione
dell’acciaio.
In Gran Bretagna fu costruito un canale, nel 1761, per iniziativa del duca Bridgewater per collegare
Worsley a Manchester, successivamente fu esteso. La costruzione della rete ferroviaria fu lasciata
all’iniziativa privata, le commissioni parlamentari si limitarono controllare. Nel 1815 fu approvata una
legge che proibì l’importazione di cereali fino a che il prezzo non fosse inferiore a 80 scellini.
Da questa legge iniziò un’aspra lotta per l’abolizione del protezionismo agricolo. Un primo passo fu
costituito dall’introduzione della scala mobile, cioè un sistema che faceva variare i dazi a scaglioni in
base alle variazioni del prezzo del frumento sul mercato libero. Cobden, un industriale di Manchester,
riuscì a convertire la maggioranza parlamentare inglese. Egli si mise a capo di un certo numero di
industriali del Nord, che avevano costituito la Lega contro la legge sul grano. Fu eletto membro alla
camera dei comuni e riuscì a convincere il capo del partito a ridurre i dazi: furono aboliti o ridotti i dazi su
tutti i prodotti alimentari, eccetto quelli voluttuari. Adottata dalla Gran Bretagna, la politica liberistica
venne accolta da tutti i paesi occidentali.
Il monometallismo aureo inglese durò fino allo scoppio della prima guerra mondiale. Per i biglietti emessi
dalla Banca d’Inghilterra fu dichiarato il corso forzoso che doveva durare solo pochi mesi, ma che fu più
volte rinnovato. Il parlamento nominò una commissione per indagare sulle cause dell’aumento del prezzo
dell’oro che attribuì ciò all’eccessiva emissione di biglietti. Solo dopo un decennio si tornò alla
convertibilità, ma si ritornò all’antica parità; ciò significò adottare una politica deflazionistica che
contribuì ad aggravare la tendenza in atto della discesa dei prezzi, con conseguenze negative per
l’economia inglese. Seguì una forte crisi finanziaria. Occorreva apportare delle modifiche: autorizzarono
la Banca d’Inghilterra ad aprire numerose filiali e la costituzione di banche sotto forma di società per
azioni. Nel 1844 il parlamento emano il Peel Act con cui si stabilì che una parte della riserva della Banca
d’Inghilterra dovesse essere in titoli di stato e la parte rimanente in monete d’oro. Nel giro di 80 anni
scomparvero le banche private di emissione e la Banca d’Inghilterra ebbe il monopolio dell’emissione di
cartamoneta. Nella prima metà dell’800 il sistema bancario preesistente si arricchì di un uovo tipo di
istituti : le casse di risparmio(sorte con lo scopo di difendere i piccoli risparmi reinvestiti presso la
Commissione del Debito Nazionale ad un tasso di interesse superiore a quello del mercato) e le banche
società per azioni. Al centro del sistema bancario vi era sempre la Banca d’Inghilterra che svolgeva la
funzione di banca dello stato e quella di banca delle banche. Si venne così a formare il sistema della
riserva unica, per il quale la Banca d’Inghilterra conservava non solo le riserve auree ma anche gran
parte delle disponibilità finanziarie delle altre banche.
CAPITOLO TERZO
IL LENTO SVILUPPO DELL’ECONOMIA FRANCESE
I progressi realizzati dalla Francia nell’800 furono meno importanti di quelli di altri paesi con un
corrispondente livello economico, come l’Inghilterra e la Germania. Con la Rivoluzione furono aboliti i
diritti feudali e il contadino ebbe la piena proprietà delle terre che coltivava dietro pagamento di un
canone ed altri diritti al feudatario. In tal modo la Rivoluzione avallò un sistema fondiario basato sulla
piccola proprietà. Lo sviluppo industriale era iniziato in Francia prima della Rivoluzione ma a causa di
quest’ultima e delle guerre napoleoniche aveva subito una battuta di arresto. Quindi lo sviluppo
industriale fu certamente più lento della sviluppo che si ebbe in Inghilterra nello stesso periodo. Come in
Gran Bretagna, durante la prima rivoluzione industriale, le prime imprese che si modernizzavano ossia
quelle traenti, furono le industrie tessili e del ferro. Alla fine del Settecento la Francia era in ritardo
nell’introduzione di numerosissime innovazioni. Durante la seconda rivoluzione industriale, le industrie
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trainanti furono quelle dell’elettricità, del motore a scoppio e dell’automobile. Il miglioramento delle vie
e mezzi di comunicazione fu certamente determinante per la commercializzazione dei prodotti e, in
generale, per la crescita economica del paese. In Francia anche il ritardo nella costruzione di strade
comportò la lentezza nell’industrializzazione. La Francia aveva una buone rete stradale ma questa era
incompleta perché collegava solo i grandi centri abitati. Lenta fu anche la costruzione delle ferrovie
poiché i governanti e la maggioranza dei francesi non riuscirono a coglierne l’utilità. Per la costruzione
delle ferrovie francesi fu adottato un sistema misto con il quale lo stato espropriava i terreni e preparava il
piano stradale, le altre attrezzature venivano acquistate dalle compagnie private che ricevevano l’esercizio
delle ferrovie per molti anni.
Dopo la caduta di Napoleone(1815-1818) fu adottata una moderata politica protezionistica;
successivamente durante il Secondo Impero(1852-1870) per volontà di Napoleone III fu attuata una
politica di libero scambio. Il libero scambio però non fu mai accettato con piacere dagli imprenditori
francesi, così, quando cadde Napoleone III fu chiamato Adolphe Thiers, feroce sostenitore del
protezionismo. Tuttavia, al momento in cui stava per attuare la nuova politica fu rovesciato dai sostenitori
del libero scambio. Ma alle successive elezioni fu inviata alle camere una maggioranza di deputati
protezionisti tra cui Méline che fece aumentare ulteriormente i dazi sui manufatti importati e fece
emanare una legge che sostituì i dazi ad valorem con i dazi specifici di facile riscossione e difficile
evasione.
Il sistema monetario metallico francese fu riordinato nel biennio 1793-1795, allorché si stabilì che la
moneta ufficiale fosse il franco. Il sistema bimetallico adottato dalla Francia e da diversi paesi europei
funzionò bene fino alla metà del secolo poi, però, si cominciò a tesoreggiare l’oro e sul mercato abbondò
l’argento. La situazione poi si capovolse dopo il 1848, allorché cominciò ad arrivare l’oro delle miniere
della California. Così l’argento fu tesaurizzato e l’oro, essendo abbondante fu immesso sul mercato per la
coniazione. La difficoltà durò fino al 1860 quando iniziò ad aumentare anche la produzione di argento;
dal 1867 l’oro cominciò prima a scarseggiare poi scomparve dal mercato mentre l’argento venne portato
alla zecca per la coniazione.
La Banca di Francia sorse come società per azione e appena costituita incorporò la Cassa dei Conti
Correnti. L’amministrazione della Banca di Francia fu affidata al Consiglio di Reggenza eletto
dall’assemblea dei maggiori azionisti. Quando la Banca fu costituita, Napoleone sperava di mungervi il
denaro necessario per finanziare le guerre. La Banca operò principalmente con lo stato e con la caduta di
Napoleone, nel 1814, anche la Banca fu messa in crisi. Superata la crisi che seguì la caduta di napoleone,
la Banca di Francia riuscì ad accrescere la sua attività e il suo potere. Il trionfo elettorale di Luigi
Napoleone assieme alla sconfitta dei socialisti diedero sicurezza agli imprenditori a la crisi fu superata: i
biglietti di banca riacquistarono la fiducia dei francesi. In Francia nei primi decenni dell’800, oltre alla
Banca di Francia vi erano le banche private. Il codice di commercio francese stabiliva che la costituzione
di società per azioni fosse necessaria l’autorizzazione del Consiglio di Stato, cha la concedeva raramente.
Il governo stabilì la costituzione, nelle maggiori città, di istituti di sconto che dovevano fungere da
intermediari tra la Banca di Francia e gli imprenditori industriali e commerciali. Si sentiva però la
necessità di una banca che potesse far fronte ai bisogni finanziari del commercio, per le costruzioni
ferroviaria e per le opere pubbliche; di tale necessità si fecero interpreti i fratelli Pereire che nel 1852
fondarono la Société Générale de Crédit Mobilier. Il successo dei Pereire inasprì sempre più la gelosia e
la diffidenza della Banca di Francia che mossero loro una spietata concorrenza e non diedero loro la
possibilità di salvarsi quando furono in difficoltà. Infatti il Credito Mobiliare, nel 1866, fu coinvolto dalla
crisi del mercato edilizio,dalla crisi industriale e finanziaria che si abbatté sulla Francia. La crisi si
aggravò perché all’istituto non fu consentito di emettere obbligazioni. La Banca di Francia non volle
aiutarlo e la società fu sciolta.
CAPITOLO QUARTO
L’UNIFICAZIONE DELLA GERMANIA E LA RAPIDA CRESCITA DELLA SUA ECONOMIA
Il paese era diviso dall’Elba: nella parte orientale vi era la grande proprietà dello Junker, che veniva
coltivata dai servi slavi; nella parte occidentale erano diffusi i piccoli appezzamenti di terra nelle mani dei
contadini. L’emancipazione dei contadini non derivò da un movimento che partì dal basso , ma fu voluto
dai governanti del paese. I primi provvedimenti furono presi dal barone Von Stein, che abolì la servitù
della gleba, consentì ai contadini di acquistare un appezzamento di terra, favorì la costituzione di poderi
continui. Successivamente il cancelliere di Prussia Handerberg emanò un editto che consentì ai contadini,
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possessori di poderi con diritto ereditario, di cedere 1/3 delle terre possedute al signore e divenire
proprietario della parte rimanente. Nella Germania Occidentale l’abolizione dei diritti feudali e
l’emancipazione dei contadini si ebbe durante l’occupazione francese, oppure durante la Restaurazione.
In Austria la servitù della gleba fu abolita da Giuseppe II nel 1781. Anche in Germania le innovazioni
della produzione industriale si ebbero con notevole ritardo rispetto all’Inghilterra. L’avvio della
rivoluzione industriale va collocato nel periodo compreso fra 1834 e il 1870. la ragione principale del
ritardo fu la divisione politica del paese e la conseguente divisione economica. Il maggiore intralcio
derivava dalle barriere doganali. Lo sviluppo dell’economia prese l’avvio solo dopo la formazione
dell’unione doganale. La maggiore sostenitrice dell’unione fu la Prussia, desiderosa di conquistare
l’egemonia su tutta la Germania. Contrari all’unione doganale erano l’Austria ed altri stati minori che non
sopportavano la supremazia prussiana; così si formarono tre leghe: la lega del Sud, la lega del
Nord(Prussia) e la lega del Centro. La Prussia riuscì a stipulare un trattato di commercio con la lega del
Sud. Intanto continuò la lotta, tra Prussia e Austria, per la supremazia economica e politica su tutto il
territorio della Germania, la Prussia uscì vittoriosa dal contrasto con l’Austria, vittoria che fu coronata da
un ulteriore successo allorché nel 1871 riuscì a creare un solo stato che comprendeva tutto il territorio
tedesco. Però il protezionismo solidale voluto da Bismarck- ossia quella politica che proteggeva
contemporaneamente l’agricoltura e le industrie- non sempre fu benefica per l’economia del paese. Nei
primi decenni dell’800, la maggior parte delle industrie tedesche aveva un’organizzazione domestica o
artigianale. Negli anni Trenta con la diffusione delle fabbriche, l’attività della industrie domestiche andò
diminuendo. Gli artigiani lavoravano nei centri urbani organizzati in corporazioni che avevano fissate
rigide regole per il lavoro da effettuare. Per l’unione doganale, per la diffusione delle ferrovie, per la
concorrenza dei prodotti delle fabbriche, l’attività artigianale fu messa in crisi.
Quando fu realizzata l’unione doganale, il governo prussiano fondò l’Istituto Industriale con lo scopo di
incoraggiare la sperimentazione e la diffusione dei nuovi metodi di produzione. I risultati dei mutamenti
che si ebbero nel settore industriale e nei trasporti furono la maggiore diffusione delle macchine, la
costituzione delle prime grandi fabbriche. Tale espansione industriale fu arrestata dalla crisi agricola del
1846-1847 e la rivoluzione del 1848. Nonostante i progressi industriali, alla metà del secolo, l’economia
tedesca era ancora prevalentemente agricola. La completa industrializzazione della Germania si ebbe con
il raggiungimento nel 1871 dell’unificazione politica. Dopo tale traguardo si attuò la seconda rivoluzione
industriale, che portò la Germania, alla vigilia della prima guerra mondiale, ad essere il paese più
industrializzato d’Europa. Le prime profonde trasformazioni si ebbero nell’industria mineraria. Nel
settore dell’abbigliamento la lavorazione artigianale fu sostituita dal sistema del mercante-imprenditore.
Nei pressi dei fiumi furono aperti grandi mulini per la trasformazione dei cereali importati. La produzione
di elettricità crebbe rapidamente quando fu impiegata per l’illuminazione. Gli scambi commerciali
migliorarono grazie ad un’efficiente rete di vie e mezzi di comunicazione. Gli industriali tedeschi per
difendersi dalle conseguenze della concorrenza crearono i cartelli per accordarsi sui prezzi di vendita , sui
salari da pagare ecc… Nella prima metà dell’800 circolavano monete metalliche e biglietti emessi dagli
stati e dalle banche. Tutti gli stati della Germania avevano un proprio sistema monetario. Quando si avviò
l’unione doganale ci si rese conto che occorreva dare uniformità al sistema monetario. I primi passi
furono compiuti quando fu stipulata una convenzione fra gli stati della Germania del Sud che adottarono
una moneta comune, il fiorino d’argento. Un ulteriore passo verso l’ammodernamento del sistema
monetario metallico si ebbe con l’unificazione politica della Germania. Si adottò come nuova unità
monetaria il marco d’oro. In tal modo venne abbandonato il monometallismo argenteo e si introdusse il
monometallismo aureo. La banca più importante della Germania era quella di prussica, che non aveva il
monopolio della emissione dei biglietti, poiché vi erano altre piccole banche di emissione, era sottoposta
per mezzo di un consiglio di vigilanza, al controllo del governo. I tedeschi furono i primi in Europa a
creare la banca mista, poiché unirono , nelle stesse mani, la funzione di banca commerciale, per le
operazioni a breve termine, con la funzione di banca di investimento, per le operazioni a lungo termine.
Una ragione del successo delle banche miste fu la specializzazione che esse acquisirono in diversi campi
di attività. Il deputato Schulze propagandò l’idea dell’associazionismo e della cooperazione nel settore del
credito e fu l’ideatore delle banche popolari. Queste banche avevano lo scopo di invogliare i soci a
risparmiare, piuttosto che facilitare loro l’accesso ai prestiti. In Italia, ardente apostolo della diffusione
delle banche popolari fu Luzzatti.

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CAPITOLO QUINTO
LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE IN ITALIA
In Italia lo sviluppo industriale fu molto più lento e tardivo. Gli ostacoli che impedivano la crescita
dell’economia erano diversi: la carenza di materie prime e di carbone, la diversità di clima tra le
diverse parti del territorio, la prevalenza di zone montuose e l’esistenza di diversi sistemi politici.
Così l’Italia per allinearsi allo sviluppo economico dei paesi più progrediti fu costretta ad
indirizzarsi sulla produzione di beni di qualità, che richiedeva particolare cognizioni tecniche. Nelle
regioni settentrionali alcuni contadini acquisirono il diritto di proprietà, altri furono invece costretti
a lasciare le terre. Nello Stato Pontificio e nel Regno delle Due Sicilie i diritti feudali impedivano la
commercializzazione delle terre e l’introduzione di nuove tecniche colturali. Quando la penisola fu
occupata dai francesi(1796-1815) e furono introdotte le riforme della Rivoluzione, i vantaggi delle
innovazioni furono sentiti più nell’Italia Centrale e Meridionale e meno nelle regioni settentrionali.
L’occupazione napoleonica presentò aspetti positivi e aspetti negativi. Tra i primi quello che ebbe
maggiore importanza fu la definitiva abolizione di istituzioni residui del feudalesimo. Tra i negativi,
l’elevata pressione tributaria, l’arruolamento in massa dei giovani, la crisi della maggior parte delle
industrie dovuta principalmente al blocco continentale. Dalla caduta di Napoleone alla metà
dell’800, in quasi tutti gli stati italiani, fu adottata una politica doganale protezionistica. Il
Mezzogiorno compì alcuni progressi grazie alla politica protezionistica instaurata dai Borboni dopo
il 1824, e grazie al contributo di capitali e tecnici stranieri. Non mancavano industrie per la tessitura
della seta, come quelle di San Leucio, che introdussero nuovi macchinari e adottarono nuove
tecniche di lavorazione. Nel napoletano si svilupparono aziende per la lavorazione del vetro e della
ceramica. Intorno alla metà dell’800 furono compiuti buoni progressi: furono messe a coltura
nuove terre, alcuni agricoltori si recarono in Inghilterra per apprendere nuove tecniche. Le
innovazioni, però, restarono circoscritte a poche zone. Quando, nel 1861, si realizzò l’unità politica
della penisola, il 57% del prodotto interno derivava dall’agricoltura. Nel 1861 la politica liberistica
sarda fu estesa a tutto il regno. Pesanti furono le conseguenze per le industrie del
Mezzogiorno,punto dolente dell’economia italiana, che non erano preparate a far fronte alla
concorrenza straniera. Nel primo ventennio dell’Unità, la politica doganale liberistica mise in grave
difficoltà le aziende industriali del Mezzogiorno, abituate ad operare nella serra della politica
protezionistica dei Borboni. La politica liberistica del primo decennio dell’Unità non agevolò lo
sviluppo economico del paese. Tali difficoltà si aggravarono allorché iniziò il periodo della grande
depressione dei prezzi. Si decise allora di introdurre una politica protezionistica rafforzata da una
nuova tariffa doganale che causò la guerra dei dazi e della guerra commerciale con la Francia che
era la maggiore importatrice di prodotti agricoli italiani. Italia e Francia entrarono in piena guerra
commerciale; la più danneggiata fu l’Italia che vide dimezzare le esportazioni di molti prodotti
agricoli. Tuttavia bisogna riconoscere che la nuova tariffa doganale aprì la strada al decollo
dell’economia italiana. All’inizio del ‘900 il panorama dell’assetto fondiario del paese era cosi
delineato:1)grandi latifondi;2)grandi proprietà;3)medie e piccole aziende;4)piccole o piccolissime
proprietà con scarso rendimento. Dopo il 1896 la situazione mutò: le esportazioni superarono le
importazioni e la bilancia dei pagamenti, per diversi anni registrò un saldo positivo. A concedere
crediti alle industrie furono le nuove banche miste(Banca Commerciale Italiana e Credito Italiano)
che usufruivano dell’esperienza tedesca. L’esempio di maggior rilievo di industria che si
avvantaggiò dell’appoggio delle banche e del governo, si ebbe nel settore automobilistico, in
particolare la Fiat. Dopo il 1850 la politica doganale cambiò in base alle condizioni economiche dei
singoli stati e alla volontà dei governi. Nel primo decennio dell’unità italiana tale politica fu
rafforzata dai trattati di commercio stipulati con diversi paesi europei, in particolare con la Francia,
l’Inghilterra, l’Austria e la Svizzera. Nell’ultimo periodo contribuirono a mantenere in attivo la
bilancia, gli emigrati, che facevano grandi sacrifici per inviare in patria i loro risparmi.

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In ciascuno degli stati regionali vi era un diverso sistema monetario. Dopo l’unità d’Italia, allorché si
procedette all’unificazione del sistema tributario si unificò anche il sistema monetario. Fu adottato
il bimetallismo; la nuova moneta con corso legale era la lira d’oro, mentre le monete di piccolo tagli
erano di argento. L’Italia con altri 4 stati europei aderirono alla Unione Monetaria Latina che
successivamente si avviò verso il monometallismo aureo. In Piemonte vi erano la Banca di Sconto ,
Depositi e Conti Correnti e la Banca di Torino che, nel 1849,si fusero e diedero vita alla Banca
Nazionale Sarda che dopo l’Unità d’Italia prese il nome di Banca d’Italia. Nello Stato Pontificio,
nel 1834, fu aperta la Banca .
Romana che fu assorbita successivamente dalla Banca dello Stato Pontificio. Nel Mezzogiorno non vi
erano veri e propri istituti di emissione, ma operava il Banco delle Due Sicilie. In generale, gli istituti
elencati, oltre ad emettere moneta, svolgevano anche operazioni bancarie.subito dopo l’Unità d’Italia,
come si era unificata la moneta metallica, si pensò di unificare la circolazione cartacea, suoi sostenitori
furono Cavour e i suoi seguaci e Carlo Bombrini. Nel primo decennio dopo l’Unità nazionale le entrate
non coprivano le uscite così fu indispensabile ricorrere al debito pubblico. Il ministro delle finanze
Antonio Scialoja, decretò il corso forzoso, ossia l’inconvertibilità in oro dei biglietti della Banca
Nazionale. L’introduzione del corso forzoso, in Italia, fu oggetto di un lungo dibattito. Fu proprio il corso
forzoso che diede una spinta al risanamento delle finanze. Un primo passo verso l’abolizione del corso
forzoso fu fatto con la legge bancaria del 1874 che regolò e pose dei limiti al potere e all’emissione dei
biglietti della Banca Nazionale; tale legge bancaria distinse i biglietti emessi dalle banche per conto dello
stato dai biglietti emessi dalle banche per le proprie operazioni. Nel 1881 fu approvata la legge che abolì
il corso forzoso; ma di fatto gli istituti di emissione continuarono ad utilizzare il corso forzoso. Fu allora
aperta un’inchiesta sull’attività delle banche, che portò alla luce gravi irregolarità. La divulgazione di esse
portò al collasso l’intero sistema bancario. Fu necessario quindi riordinare l’attività degli istituti di
emissione. Visto che gli istituti di emissione si rifiutavano di cambiare i biglietti in moneta metallica, nel
1894, fu introdotto di nuovo il corso forzoso che rimarrà fino ai giorni nostri. Alla Banca d’Italia fu
affidato il servizio di tesoreria dello stato su tutto il territorio nazionale.
Il sistema creditizio, nel periodo compreso tra la Restaurazione e l’Unità d’Italia, era marcatamente
arretrato. I banchieri privati, svolgevano un’attività limitata alla concessione di crediti di esercizio. Erano
molto diffusi: i monti di pietà che concedevano piccoli prestiti alle famiglie bisognose dietro garanzia di
oggetti preziosi; i monti frumentari, che prestavano semi di grano ai contadini poveri. L’unica novità di
rilievo fu la diffusione delle casse di risparmio nell’Italia Centro-settentrionale. La costituzione delle
casse si ebbe per iniziativa di privati e di enti privati. Nel primo ventennio dell’unità nazionale, nel
sistema bancario, si ebbe un ampliamento dell’attività e la costituzione di nuovi tipi banche: credito
mobiliare, casse di risparmio postale, banche popolari, casse rurali. Per iniziativa del ministro delle
finanze Sella furono costituite le casse di risparmio postali. I depositi raccolti , venivano trasferiti ad un
ente dello stato chiamato Cassa Depositi e Prestiti che li investiva in titoli pubblici. La diffusione delle
banche popolari fu merito di Luigi Luzzatti, per la cui volontà la responsabilità dei soci non fu illimitata,
come per le banche tedesche, bensì limitate alle quote sociali. Il credito fondiario costituì una speciale
sezione dell’attività di alcuni istituti: Cassa di Risparmio di Milano, Banco di Napoli, Monte dei Paschi
di Siena. I crediti agrari venivano distinti in crediti di esercizio a breve termine e crediti di miglioramento
a lungo termine. Nei primi 40 anni di vita del nuovo regno il sistema bancario italiano fu colpito da due
crisi, che provocarono il calo delle operazioni e il fallimento di numerosi istituti di credito. La crisi portò
l’affermazione di 4 banche di credito mobiliare: Banco di Roma - Società Bancaria Italiana – Credito
Italiano – Banca Commerciale Italiana che si sostituirono alle banche fallite nella politica creditizia. Il
Banco di Roma riuscì a sopravvivere alla crisi perché limitò la sua attività al Lazio. La S.B.I. fu salvata
dalla Banca d’Italia. Il C.I. e la B.C.I. assunsero la funzione di banche miste del tipo tedesco. Quando la
crisi si aggravò fu necessario un consorzio tra queste 4 banche insieme alla Banca d’Italia che riuscì a
mettere insieme circa 100 milioni da prestare alle aziende siderurgiche.
CAPITOLO SESTO
L’ECONOMIA DELLA RUSSIA E DEL GIAPPONE
Le innovazioni che furono introdotte nelle tecniche di coltivazione delle terre nei paesi europei, nell’800,
non arrivarono in Russia. I rendimenti erano migliori nella parte meridionale del paese, dove vi erano le
fertili terre lavorate dai servi della gleba; erano peggiori nella parte settentrionale. La quasi totalità dei
poderi era nelle mani dei nobili e della corona. I lavori agricoli venivano fatti dai coloni vincolati alla
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terra come servi. Dell’emancipazione dei coloni si cominciò a discutere fin dai primi anni dell’800; la
nobiltà era favorevole all’emancipazione, a condizione che i coloni restituissero una parte delle terre in
loro possesso. A tale cessione non erano disposti a sottostare i coloni. Nel 1861 lo zar Alessandro II
emanò una serie di provvedimenti che abolivano la schiavitù personale. I contadini avrebbero dovuto
pagare un indennizzo al signore per mezzo di un prestito che lo stato gli concedeva. Lo stato ritenendo
che i contadini non fossero capaci di restituire i debiti contratti, pensò di non assegnare le terre ai singoli
ma al mir. Il mir divenne responsabile del pagamento delle annualità per tutte le terre del villaggio. Il
provvedimento scontentò i nobili che si videro sottratti di manodopera, e non accontentò i contadini
perchè il reddito che ricavano dalle terre non era sufficiente per far fronte ai pagamenti. Il malcontento
dei contadini degenerò in una vera e propria rivoluzione che fu subito repressa. Il ministro Stolypin
emanò dei provvedimenti di riforma agraria che stabilivano il passaggio graduale della proprietà
collettiva in proprietà individuale. Tale movimento di privatizzazione fu interrotto dalla rivoluzione
bolscevica del 1917. L’industrializzazione della Russia si ebbe solo alla fi9ne dell’800, grazie all’aiuto
dello stato ed al contributo di capitali stranieri. Pietro il Grande e Caterina II non erano riusciti a fare della
Russia una grande potenza economicxa,. La loro opera fu distrutta dall’invasione napoleonica. Gli
slavofili erano contrari al progresso della borghesia e temevano lo sconvolgimento che avrebbe arrecato
alla cultura russa il lavoro disumanizzante del proletariato nelle fabbriche. Essi non respingevano
l’industrializzazione ma volevano che fosse realizzata sotto il controllo dei contadini. Fino agli anni
Settanta l’economia russa fu basata sull’esportazione dei prodotti agricoli. Le cose cominciarono a mutare
dopo l’emancipazione dei contadini poichè si colpì maggiormante l’inerzia dei dirigenti e dei governanti.
Tale colpo si aggravò allorchè caddero i prezzi agricoli per la concorrenza dei cereali degli Stati Uniti. Lo
Stato sostituendo l’iniziativa privata assente o incapace, divenendo proprietario, imprenditore e finanziere
sostenne lo sviluppo industriale. Lo stato aumentò notevolmente le imposte. Per difendersi dalle crisi, gli
industriali si riunirono in sindacati o cartelli per controllare il mercato. Un altro notevole contributo alla
ripresa fu dovuto ai finanziamenti concessi alle industrie dalle banche miste che attinsero a piene mani ai
capitali stranieri. Alla vigilia della prima guerra mondiale l, la Russia non era ancora in grado di
soddisfare la domanda interna e necessitava di capitali e tecnici stranieri.
Abbiamo visto come il governo dello shagunato non fu in grado di attuare una politica di sviluppo
economico. Il malcontento sfociò in gravi tumulti contro gli shonin, che si arricchivano sempre più a
spese dei più poveri. I Tokugawa governavano il paese el’imperatore aveva perso ogno potere politico ed
amministrativo. Così il gruppo dei daimyo, che aveva consolidato il proprio potere economico si alleò per
abbattere lo shagunato e ridare il potere all’imperatore. Fecero emanare un decreto imperiale che abolì lo
shagunato. Il provvedimento provocò una guerra civile tra la famigli dei tokugawa e i ricchi daimyo, che
si risolse a favore dei secondi, sostenitori dell’imperatore. Il nuovo regno, che prese il nome di governo
illuminato, fu aperto allo sviluppo economico e all’intensificazione delle relazioni internazionali. I nuovi
governanti si schierarono a favore dei commercianti, degli industriali e dei feudatari aperti alle
innovazioni economiche. Indice dei successi realizzati in campo politico, militare ed economico fu la
vittoria del Giappone contro la Cina nella guerra del 1894-1895 scoppiata per l’espansione nipponica in
Corea. Il Giappone si interessò poi alla penisola di Liatung; tale interessamento portò il Giappone ad
essere rivale della Russia. Tali rivalità sfociarono nel grande conflitto russo-giapponese del 1904 che fu
vinto dal Giappone grazie all’appoggio della Gran Bretagna. Per dare un nuovo impulso all’attività
agricola il governo illuminato dovette eliminare la struttura feudale, che impediva le innovazioni tecniche.
Quindi fu attuata la riforma agraria e la revisione dell’imposta fondiaria. Le banche nazionali furono
autorizzate ad emettere biglietti gatantiti dai titoli acquistati dagli ex-feudatari. Il potere economico,
detenuto per mezzo delle terre, dei feudatari si tramutò in potere monetario. Il governo Meiji si preoccupò
del miglioramento della produttività agricola: inviò all’estero gli esperti per studiare le nuove tecniche
colturali, fondò scuole agrarie, si preoccupò della concimazione dei campi. Fin dal 1868 l’industria
giapponese ebbe carattere artigianale. Dopo il 1868, con il governo Meiji, la politica economica fu diretta
a sviluppare le industrie: istituì scuole professionali, richiamò all’estero insegnanti e tecnici esperti,
importò nuove macchine. L’industria privata si mosse con lentezza. Con una legge del 1880 lo stato
vendette una parte delle sue imprese ai privati, ad un prezzo molto basso per stimolare l’iniziativa privata.
Lo sviluppo industriale fu anche favorito dalla grande disponibilità di manodopera a buon mercato.
Richieste di stabilire rapporti commerciali con il Giappone furono inviate allo shogun dai governi di
Francia, USA, Olanda ecc..Quando il governo nipponico rifiutò una missione commerciale americana gli
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Stati Uniti inviarono l’ammiraglio Perry per consegnare un messaggio allo shogun. L’ammiraglio nel
ripartire sparo qualche cannonata, in segno di saluto, che suonò ai nipponici come una minaccia. Quando
l’ammiraglio ritornò ottenne la firma di un trattato commerciale. Nel giro di pochi decenni le relazioni
economiche internazionali divennero il supporto essenziale allo sviluppo capitalistico del paese. Nel
primo decennio del governo Meiji si riuscì a riordinare la circolazione monetaria. Successivamente si
ebbe una crescita delle disponibilità monetarie con lieve tendenza inflazionistica. Il primo provvedimento
governativo per il riordino del sistema monetario fu la riconiazione delle monete metalliche. Il problema
di rendere convertibile la cartamoneta fu risolto solo nel 1886, quando furono emesse banconote della
Banca del Giappone. Nel 1897 il Giappone adottò il gold standard, ossia agganciò la moneta all’oro e il
valore dello yen fu ridotto alla metà. L’operazione fu favorita dall’indennità ricevuta dalla Cina dopo la
guerra 1894-1895. Con la restaurazione Meiji il sistema bancario fu costituito dalle banche nazionali,
dalla Banca del Giappone, dalle banche private di credito commerciale( i cui fondatori erano banchieri,
mercanti, proprietari terrieri, ecc..), dalle quasi banche(concedevano crediti e facevano operazioni
commerciali- nel 1890 una legge stabilì che tutte le banche private e le quasi banche dovevano
trasformarsi in banche ordinarie), dalle banche speciali(il primo istituto di credito speciale fu la Banca di
Yokohama, con lo scopo di finanziare il commercio estero e creare un mercato di cambi), dalle casse di
risparmio(le casse di risparmio ebbero un rapido sviluppo, questa era la dimostrazione della diffusa
abitudine dei giapponesi al risparmio). Le banche nazionali potevano avere il 60% del capitale in titoli di
stato e la parte rimanente in moneta metallica, avevano il diritto di emettere biglietti. Le banche nazionali
non ebbero successo, perché i giapponesi ancora diffidavano delle banconote. Le banche nazionali troppo
avvantaggiate dalla facilità di emettere cartamoneta inconvertibile spesso crearono confusione nella
circolazione. Il compito di mettere ordine nell’emissione dei biglietti fu affidato a Matsukata. Il suo
programma prevedeva di togliere il diritto di emissione alle banche nazionali e affidarlo ad una banca
unica centrale di tipo europeo. Nel 1882 fu creata la Banca del Giappone sotto forma di società anonima;
essa ebbe il monopolio dell’emissione dei biglietti convertibili.
CAPITOLO SETTIMO
IL NUOVO CONTINENTE NELL’OTTOCENTO

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In America e in Australia ,mancava il sistema feudale che costituiva un grosso ostacolo all’introduzione
di qualsiasi innovazione tecnica. Lo spirito dei pionieri, quelli che per primi arrivavano nelle
nuove terre, caratterizzò tutta la storia dei successi realizzati dagli Stati Uniti nell’800 e nel ‘900.
alla conquista dell’Ovest partecipò in modo attivo il governo con 4 forme di intervento:
1)acquistando o conquistando le terre che appartenevano ad altre nazioni;2) cacciando con la
forza gli indiani; 3) vendendo le terre a coloro che desideravano dissodarle;4)organizzando i
territori in stati e comuni. Dall’ultimo decennio del Settecento allo scoppio della prima guerra
mondiale gli Stati Uniti realizzarono grandi progressi. Il lento sviluppo del primo periodo
derivava da varie cause. Dalla politica inglese che aveva impedito la costituzione di industrie;
dalla mancanza di manodopera specializzata; dalle guerre napoleoniche. Nel primo ventennio
dell’800, gli Stati Uniti beneficiarono delle innovazioni tecniche inglesi che gli intraprendenti
americani introducevano nel paese adattandole alle esigenze interne. Tra le tante innovazioni di
quel periodo bisogna ricordare la fresa universale e il tornio a torretta. Lowell fu l’imprenditore
che diede la maggiore spinta all’industria tessile perché riuscì ad impadronirsi del progetto per la
costruzione del telaio meccanico inglese. Fu introdotto il sistema americano, che consisteva
nella creazione di un oggetto con il montaggio a catena. Altro mutamento radicale
nell’organizzazione delle imprese si ebbe con la concentrazione; si formarono pools, trusts,
holding companies che miravano a dare al gruppo più ricco il controllo di un intero settore
produttivo. Nei primi 25 anni dell’800 fu costruito il canale Erie e si collegarono i laghi a Nord
della Federazione. In tal modo fu dimezzato il tempo e il costo del trasporto. Questi successi
invogliarono la costruzione di altri canali. Il primo battello a vapore, impiegato per la
navigazione sull’ Hudson , fu costruito nel 1807. Relativamente alla politica doganale attuata
dagli Stati Uniti, il periodo che precedette la guerra di Secessione si può dividere in tre parti: il
primo fu prevalentemente fiscale; nel secondo periodo, furono approvate tre tariffe che
rafforzarono il protezionismo; nel terzo periodo fu attuata una politica liberistica. La guerra di
Secessione fu vinta dagli stati del Nord, che si affrettarono a rafforzare la politica
protezionistica. Le imprese degli Stati Uniti trassero grandi vantaggi dal protezionismo applicato
nei confronti dei prodotti stranieri. La rivoluzione per l’indipendenza delle colonie inglesi
dell’America Settentrionale fu finanziata dai prestiti e dall’emissione di banconote. Nel 1792 il
governo federale adottò il sistema bimetallico con la moneta base costituita dal dollaro di oro e
di argento. Le maggiori banche di emissione erano tre: la Banca dell’America del Nord, la
Banca di New York e la Banca del Massachusetts. Nel 1791 fu costituita la Bank of the United
States; essa effettuava il servizio di tesoreria del governo federale, emetteva banconote garantite,
faceva le operazioni di una banca commerciale. Nel 1840 il servizio di tesoreria fu affidato alla
Cassa Nazionale Indipendente e scomparve la Banca degli Stati Uniti che era precedentemente
fallita. Con lo scoppio della secessione il segretario del Tesoro emise nuove banconote, le
greenbacks. Durante la Secessione il congresso approvò due leggi che introdussero il sistema
delle banche nazionali con il quale si cominciò a mettere ordine al sistema bancario e nel
sistema monetario; le due leggi prevedevano la creazione delle banche nazionali. Terminata la
guerra di Secessione il governo federale dispose il ritiro dalla circolazione dei greenbacks. Le
leggi bancarie approvate durante la guerra di secessione avevano dato vantaggi e svantaggi al
sistema bancario. Tra i primi bisogna annoverare la mobilità di capitale fra le banche nazionali,
la scomparsa delle banche di stato, la creazione di biglietti piuttosto solidi. Le difficoltà create da
quelle leggi derivavano dalle barriere poste per entrare nel sistema bancario , dalla scarsa
elasticità per l’emissione delle monete. Queste difficoltà si avvertirono bene allorché scoppiò
una crisi economica provocata dalle speculazioni effettuate sul mercato del rame, nella quale fu
coinvolto il sistema bancario. La legge di riforma, che abolì le pecche del sistema bancario, fu
approvata nel 1913 e prese il nome di Federal Reserve Act che creò il Sistema della Riserva
Federale cioè furono istituite una dozzina di banche centrali. Al vertice si trovava il Federal
Reserve Board e poi venivano le dodici Federal Reserve Banks e infine le banche affiliate, ossia
le Member Banks. Le banche nazionali non potevano più emettere biglietti.
PARTE TERZA
CAPITOLO PRIMO
L’EVOLUZIONE DEMOGRAFICA, IL PENSIERO ECONOMICO E I CICLI DEL XX SEC.
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Nell’800 e nel primo decennio del 900 il flusso migratorio europeo, diretto nei paesi extraeuropei e
all’interno del continente, prese proporzioni senza precedenti perché favorito dall’eccedenza di
disponibilità di mano d’opera in Europa rispetto all’offerta di lavoro. Dal 1914 in poi il movimento
continuò, ma il flusso mutò direzione, nel senso che riguardò più il trasferimento fra gli stati europei e
meno i paesi extra-continentali. Anche la portata diminuì, perché ostacolato dalle due guerre mondiali,
dalla grande depressione. Con la fine del liberismo economico, che si ebbe dopo la prima guerra
mondiale, terminò anche l’epoca della libera circolazione della manodopera fra gli stati. Limitazioni
all’espatrio furono imposte anche in Italia e in Germania, nell’ambito della politica autarchica del
fascismo e del nazismo. Come conseguenze si ebbero un aumento delle difficoltà economiche in Europa e
un aggravamento della disoccupazione. Nel primo quinquennio successivo alla seconda guerra mondiale,
diversi paesi dell’Europa Centrale e Meridionale non erano in condizioni economiche tali da poter
assicurare lavoro a tutta la manodopera disponibile. Così riprese il movimento di espatrio verso altri
continenti, ma in misura piuttosto contenuta grazie anche ad una legge del governo americano con cui si
limitava il numero degli immigrati. Ma il movimento intracontinentale subì un rapido tracollo dal 1973 al
1983 poiché l’aumento del prezzo del petrolio mise in crisi l’economia dei paesi occidentali e fece
diminuire l’offerta di lavoro. Molti emigrati furono costretti a tornare in patria. Successivamente con la
ripresa dell’economia mondiale dal 1983 al 1990 riprese il movimento di emigrati verso l’Europa. Una
delle cause politiche può essere ricercata nella caduta del regime comunista in molti paesi dell’Est che
favorì l’espatrio verso paesi più ricchi. Un primo frano al movimento di immigrazione verso l’Europa fu
posto dai singoli stati attraverso leggi repressive. Nel Medio Oriente l’evento di maggiore rilievo politico,
sociale ed economico fu il riconoscimento da parte dell’ONU dello stato d’Israele, dove, nel 1950, fu
emanata una legge del ritorno in base alla quale qualsiasi ebreo aveva il diritto di immigrare nel paese. Si
trattò di un unione che incontrò ed incontra grandi difficoltà di integrazione.
L’urbanizzazione nel ‘900 continuò con ritmi sempre più accelerati e coinvolse non solo i paesi più
sviluppati, ma anche quelli in via di sviluppo. La crescita delle città europee era dovuta all’incremento
naturale della popolazione, all’emigrazione e alla fusione dei centri abitati. Di fronte alla crescente
urbanizzazione in alcune nazioni europee, vi fu l’intervento del governo diretto a stimolare l’emigrazione
della popolazione delle città, costruendo centri residenziali suburbani. In Unione Sovietica con
l’instaurazione del regime collettivista e la crescita dell’industrializzazione, nel periodo fra le due guerre,
si ebbe una notevole urbanizzazione. In America Meridionale e Centrale si registrò la più forte
concentrazione della popolazione nelle città. Nell’Africa nera il fenomeno dell’urbanizzazione creò un
vero e proprio spopolamento delle campagne. Nel Sud Africa fu particolarmente avvertita la politica
apartheid, ossia della segregazione razziale, attuata dal governo bianco. Tale politica alla fine degli anni
80 è stata gradualmente abbandonata.
I cicli economici di lungo periodo, conosciuti come cicli di Kondrat’ev, sono due: dal 1896 al 1946 e dal
1946 al 1982. Il primo ciclo è il ciclo della diffusione dell’industria chimica, dell’affermazione
dell’automobile assieme all’elettricità. Dal 1920 alla fine della seconda guerra mondiale, l’economia dei
paesi occidentali attraversò una grave depressione. Era la conseguenza degli sconvolgimenti prodotti dalla
prima guerra mondiale. Il secondo ciclo di Kondrat’ev fu caratterizzato da una fase di espansione fino al
1971 e da una depressione nel decennio successivo. Dal 1983 al 1990 è iniziato un nuovo ciclo per il
quale possiamo individuare solo la fase di espansione. In questa fase si parla di rivoluzione tecnologica.
Con la fine della seconda guerra mondiale l’economia dei paesi occidentali entrò in una fase di
spettacolare sviluppo. Dagli anni 50 in poi entrò nell’uso comune l’espressione sviluppo economico. Era
questa la conseguenza delle efficaci politiche economiche adottate dai governi e delle nuove possibilità di
investimento trovate dagli imprenditori. Questo rapido sviluppo portò a ridurre l’ampiezza delle crisi
cicliche, cioè si ebbero solo recessioni con flessione e non inversione di tendenza. Nel 1990 si sono
cominciate a sentire le prime battute di arresto della crescita economica.
Il pensiero economico contemporaneo fu rivoluzionato dalla pubblicazione, nel 1936, del libro di John
Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta. Già durante e dopo la prima
guerra mondiale i cardini della teoria liberista erano stati scossi per l’intervento dello stato nell’economia,
necessario per risolvere i problemi della produzione e della distribuzione. Fu constatato che , in
un’economia liberale, gli interessi generali della nazione e gli interessi individuali dei produttori non
coincidevano spontaneamente; di qui l’intervento dello stato per far equilibrare questi due interessi.
Keynes pensava che per favorire lo sviluppo delle imprese bisognasse ridurre il valore della sterlina,
19
sostenne la riduzione degli investimenti esteri per aumentare gli investimenti interni. Queste ed altre idee
di Keynes furono raccolte nel volume della Teoria Generale. L’economista russo Baranowskj sostenne
che le fluttuazioni cicliche dell’economia erano dovute al mancato equilibrio fra il flusso dei risparmi e il
flusso degli investimenti. Anche gli studi di Robertson confermarono la validità della teoria Keynesiana.
Egli studiò i cicli economici mettendo in evidenza l’importanza del rapporto tra risparmi e domanda.
Dopo tanti studi si crearono due correnti di pensiero. L’una che faceva capo ai sostenitori dell’intervento
massiccio dello stato nell’economia; l’altra corrente che sosteneva un moderato intervento dello stato, al
fine di correggere gli squilibri che dovessero sorgere tra gli interessi privati e quelli collettivi. A questa
seconda corrente appartiene il pensiero di Keynes. Egli difese la proprietà privata e la libera iniziativa e
combatté la pianificazione dello stato. Nel corso degli anni 70 ci fu il declino del paradigma keynesiano e
la rapida ascesa della scuola avversaria, quella dei monetaristi. La causa derivò, negli anni 70
dall’intreccio di inflazione e di disoccupazione di massa cosa che Keynes non aveva previsto in quanto
egli solo aveva previsto inflazione con piena occupazione e mancanza di inflazione con disoccupazione.
La ricetta dei monetaristi era quella di rinunciare alle politiche di intervento pubblico e lasciar fare al
mercato. Ma alla politica keynesiana non si opposero solo i monetaristi ma anche: la nuova scuola
classica, i nuovi keynesiani, la macroeconomia della “supplyside”, la teoria del ciclo reale, la
strutturalista. La teoria della nuova scuola classica affonda le radici in due azioni fondamentali:1)le
aspettative razionali dei consumatori e degli imprenditori basate sulla conoscenza dei problemi
economici;2) la flessibilità dei prezzi e salari, cioè senza l’intervento delle manovre dello stato sulla spesa
pubblica. La teoria dei nuovi keynesiani è basata su un nuovo modello dei prezzi-salari per cui sono i
primi che influenzano i secondi. Per la teoria della supplyside l’obbiettivo è la stabilità dell’occupazione e
il miglioramento del reddito reale, per questa teoria le strade da percorrere sono diverse rispetto alle prime
due teorie. Le ultime due teorie tengono conto dell’influenza che hanno sull’andamento dell’economia i
fattori di natura non monetaria.

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CAPITOLO SECONDO
LE CAUSE E LE CONSEGUENZE DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

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La prima guerra mondiale scoppiò nel 1914 e vide schierate da un lato l’Austria, la Germania e la Turchia
e dall’altro la Francia, la Serbia, la Russia e la Gran Bretagna. Ad essa parteciparono più tardi
altre nazioni, tra cui l’Italia nel 1915, e gli Stati Uniti nel 1917. L’uccisione dell’arciduca
Francesco Ferdinando, avvenuta a Sarajevo nel 1914 per mano di uno studente, fu solo il motivo
occasionale dello scoppio del conflitto. Vi erano ragioni ben più profonde, politiche ed
economiche. Tra le ragioni politiche, al primo posto, bisogna porre la rivalità franco-tedesco per
la sconfitta del 1870. la Francia per isolare la Germania si alleò prima con la Russia e poi con la
Gran Bretagna stabilendo una intesa cordiale (1904) che tre anni dopo, si trasformò in Triplice
Intesa(1907). Ad essa si contrappose la Triplice Alleanza(1884) costituita dalla Germania ,
Austria e Italia. In campo economico, le maggiori rivalità erano quelle anglo-tedesche. La Gran
Bretagna, fino al 1870, aveva avuto il primato indiscusso nel commercio internazionale, grazie
alla sua potente marina mercantile; dopo quella data tale primato fu minacciato dai rapidi
progressi compiuti dalla Germania. La rivalità si aggravò quando la Germania divenne una
potenza coloniale. Con tali contrasti politici economici si capisce come un incidente quale
l’assassinio di Sarajevo costituisse la scintilla per lo scoppio del conflitto. I tedeschi impostarono
le operazioni belliche con l’intento di effettuare una guerra lampo, ma si combatté per più di 4
anni. Le perdite maggiori si ebbero dopo che la Gran Bretagna stabilì un blocco per le navi
nemiche e quelle neutrali. La Germania, per reazione, bloccò i russi nel Baltico e a
Costantinopoli. Con il blocco marittimo e la guerra dei sottomarini, gli stati europei furono messi
in grande difficoltà con il rifornimento delle merci; tanto che i governi furono costretti ad
operare seri interventi nell’economia al fine di controllare e programmare l’attività dei settori
produttivi più importanti. Si costituì quella che è stata definita l’economia di guerra. Il controllo
dello stato, col prolungarsi del conflitto, fu esteso a tutti gli aspetti della vita economica delle
nazioni in guerra. In Austria furono costituite delle centrali economiche per ogni settore
produttivo, che si occupavano dell’organizzazione della produzione. Uffici di controllo vennero
aperti in Gran Bretagna, in Francia, in Russia, in Italia. Per far fronte alle spese di guerra, i
governi reperirono i mezzi finanziari aumentando i tributi. Nonostante l’aumento del gettito
tributario, i disavanzi dei bilanci statali crebbero di anno in anno. Per cercare di coprire tali
deficit si fece ricorso al debito pubblico interno e ai prestiti esteri. L’economia bellica fu
organizzata anche negli stati extraeuropei che parteciparono alla guerra. Gli Stati Uniti, quando
si cominciò a capire che sarebbero stati coinvolti nel conflitto, crearono un Consiglio di difesa
Nazionale. Le conseguenze economiche e sociali della guerra possono distinguersi in base alla
loro durata( appartengono a questo gruppo tutto ciò che fu travolto dagli eventi bellici e che fu
rapidamente riportato alla situazione precedente) e in base ai loro effetti di breve, medio e lungo
periodo. Appartengono al primo gruppo gli sconvolgimenti dell’economia di molti paesi che si
ebbero appena si diffuse la notizia del conflitto, la perdita di vite umane, la distribuzione di
ingenti quantità di ricchezze. I depositanti corsero a ritirare i risparmi mettendo le banche in
gravi difficoltà; si verificarono gravi difficoltà nei trasporti; fu distrutta la ricchezza di intere
regioni. Le conseguenze a medio termine sono la crisi economica del 1920-1921 e l’inflazione
monetaria che causò il crollo del marco. In Europa si trattò di crisi di assestamento.La crisi si
manifestò anche in Italia:colpì principalmente le industrie metalmeccaniche. Nei paesi
extraeuropei si trattò di crisi di sovrapproduzione; infatti, appena finita la guerra in Europa,
occorrevano ingenti quantità di materie prime. Per soddisfare il crescente fabbisogno di prodotti
gli europei si rivolsero ai paesi extraeuropei. Gradualmente i paesi europei ricominciarono a
produrre e tale ripresa coincise quindi con la riduzione della domanda di materie prime agli Stati
Uniti, al Canada ecc…, provocando una crisi di sovrapproduzione. La seconda conseguenza fu
l’inflazione monetaria, che interessò quasi tutti gli stati e in particolare la Germania. In Austria
fu decretata la stabilizzazione della corona e successivamente fu sostituita dallo scellino. La
Gran Bretagna rivalutò la sterlina e stabili la convertibilità in verghe d’oro. La Francia stabilizzò
la moneta e fu costretto ad autorizzare l’emissione di altra cartamoneta, indebolendo così il
franco sul mercato internazionale. Con la nomina di Poincaré la moneta francese riguadagnò in
terreno perduto e Poincaré venne dichiarato il salvatore del franco. Anche in Italia fu necessario
stabilizzare la lira; Mussolini disse che la sterlina doveva cambiarsi con 90 lire. In tal modo la
stabilizzazione veniva fissata ad un alto livello. Si partì con l’intento di stabilizzare ma si arrivò
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alla rivalutazione. Molto più grave delle altre crisi fu il crollo del marco tedesco. Esso fu legato
alle riparazioni di guerra(33 miliardi di marchi) che avrebbe dovuto pagare la Germania agli altri
vincitori. Il governo tedesco ordinò la stampa di una grande quantità di biglietti; l’aumento dei
prezzi diede una spinta alla produzione industriale del paese, il governo però continuò
l’emissione a ritmo sempre più vertiginoso. Tutti cercarono di liberarsi rapidamente dei biglietti
di banca, perché si deprezzavano di ora in ora. La soluzione fu trovata con l’emissione del
rentenmark, ossia una moneta agganciata al reddito nazionale e alla ricchezza fondiaria e
industriale della nazione. Per avere un rentenmark occorrevano 1000 miliardi di vecchi marchi.
Allo scopo di frenare le conseguenze deflative rivalutarono i prestiti dello stato, i debiti
ipotecari, le obbligazioni industriali. Risolto il problema monetario, rimase aperta la questione
delle riparazioni di guerra. Fu nominata una commissione presieduta da Dawes per mettere
ordine nel sistema monetario e nelle riparazioni. Dawes promosse il piano Dawes in base al
quale si sostenne la costituzione della Reichsbank, una banca che si rese indipendente dal
governo tedesco, si emise il reichsmark e si lanciò un prestito di 800 milioni di nuovi marchi.
La commissione Dawes non fu, però, autorizzata a ridurre la somma stabilita, fu così nominata
una nuova commissione presieduta da Young, che operò la riduzione della somma complessiva e
un’ulteriore dilazione delle scadenze delle rate annuali. I versamenti andavano effettuati alla
Banca dei Regolamenti Internazionali(BRI). Il piano Young consentì così ai tedeschi di ridurre il
loro debito rispetto al piano Dawes. Le conseguenze strutturali più significative prodotte dalla
guerra furono almeno 5: 1)la perdita dell’egemonia economica dell’Europa nel mondo; 2)la crisi
della politica liberistica, dovuta al maggior intervento dello stato nell’economia; 3)l’ulteriore
frazionamento del mercato europeo e la politica doganale protezionistica; 4) la crescita del
movimento operaio, che culminò nella rivoluzione russa nel 1917 e nella divisione
dell’economia mondiale; 5)il tramonto del gold standard. Le produzioni agricole e industriali
europee, dopo il conflitto furono minori del livello raggiunto negli anni prebellici. Inoltre, gli
stati europei persero il ruolo di creditori sul mercato finanziario internazionale. La guerra fu
fonte di grandi profitti per gli Stati Uniti e il Giappone. Lo spostamento del centro di gravità
dell’economia mondiale dall’Europa agli Stati Uniti e al Giappone non comportò una
redistribuzione della ricchezza, l’Europa e l’America Settentrionale continuarono a possedere la
maggior parte della ricchezza mondiale e a svolgere la parte più consistente degli scambi
internazionali. La seconda innovazione strutturale, che derivò dalla guerra fu il sempre maggiore
intervento dello stato nell’economia e l’abbandono della politica liberistica. L’intervento dello
stato fu la conseguenza dell’organizzazione dell’economia bellica. Con l’esperienza della guerra
si rivelò la necessità per gli stati di provvedere da soli al loro fabbisogno di beni o comunque di
dipendere il meno possibile da altri paesi. Questo desiderio di indipendenza economica spinse gli
stati ad elevare barriere doganali. Il quarto cambiamento strutturale interessò il movimento
operaio che nel 1917 si affermò politicamente in Russia. Con la rivoluzione socialista in Unione
Sovietica e la conseguente esclusione dei prodotti russi dai mercati occidentali, gli interessi
dell’Europa furono diretti sempre più verso gli Stati Uniti, polarizzando così, l’economia
mondiale in due campi ben distinti, quello socialista e quello capitalistico. Polarizzazione che si
accentuerà dopo la seconda guerra mondiale. Dopo la guerra si ebbe la contrapposizione di due
classi sociali: il proletariato e la borghesia. Il quinto mutamento strutturale provocato dalla
guerra fu la caduta del gold standard e la sua sostituzione con il gold exchange standard, il
quale prevedeva che le monete forti, convertibili in oro, potessero servire, come riserva della
cartamoneta. In effetti tale sistema invece di mettere ordine nel sistema monetario
internazionale, contribuì ad aggravare il disordine. La crisi della democrazia che si ebbe nella
maggior parte dei paesi occidentali, in Itali contribuì a portare al governo la dittatura fascista. Ma
vi erano anche altre ragioni. Gli scioperi degli operai e dei contadini, avevano fatto sorgere fra la
borghesia industriale e i grandi latifondisti; i nazionalisti lamentavano la mancata annessione
della Dalmazia. Da ciò e dal disordine generale del dopoguerra nacque in movimento fascista
capeggiato da Benito Mussolini. Esso conquistò il potere dopo aver messo a tacere, con le
spedizioni punitive, le deboli forze democratiche. Ciò si verificò con la complicità delle autorità
che rimasero indifferenti alle illegalità commesse dai fascisti. Mussolini dopo la marcia su Roma
(28 ottobre 1922) fu chiamato dal re a formare il governo. Il movimento fascista ebbe l’avallo di
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due personalità come Giolitti e Croce. Il fascismo nel primo triennio di vita, attuò una politica
economica liberista: si abolì il monopolio dell’INA consentendo i privati di operare nel settore
assicurativo, si riuscì a diminuire il disavanzo del bilancio dello stato aumentando le entrate e
riducendo le spese. Questi ed altri provvedimenti servirono a dare impulso all’attività produttiva.
Nelle relazioni con l’estero fu instaurato un moderato liberismo mediante trattati di commercio
con diverse nazioni che ridussero i dazi protezionistici introdotti dalla tariffa doganale approvata
nel 1921. L’Italia riconquistò i livelli produttivi prebellici. In campo monetario il Banco di
Napoli e il Banco di Sicilia furono privati del diritto di emettere biglietti, diritto che fu lasciato
solo alla banca d’Italia. Ulteriori interventi dello stato sull’economia si ebbero con la battaglia
del grano, la bonifica integrale, la politica protezionistica, i lavori pubblici, e l’organizzazione
dello stato corporativo. La battaglia del grano aveva l’obiettivo di ridurre le importazioni di
grano dall’estero e aumentare la produzione interna; i risultati non mancarono ma in generale
manco una razionale politica agraria. Con la bonifica integrale furono prosciugate alcune paludi
con l’intento di eliminare la malaria e mettendo a coltura nuove terre. La bonifica servì a dare
lavoro a numerosi operai. A favore delle industrie furono stabiliti dazi doganali alle importazioni
di manufatti, fu anche attuato un programma di lavori pubblici. Un ultimo intervento si ebbe con
l’organizzazione delle corporazioni. Esso si ispirava all’enciclica del papa Leone XIII, Rerum
Novarum, del 1891, che prevedeva la collaborazioni delle classi sociali. Con la legge Rocco, si
costituirono le corporazioni dando l’avvio alla costituzione dello stato sindacale. Con il Patto di
palazzo Vidoni del 1925 decretò la fine di tutte le organizzazioni operaie libere e la loro
sostituzione con i sindacati fascisti, mentre venne riconosciuta la Confederazione degli
industriali. Nel 1927 Rossini preparò la Carta del lavoro nella quale si condannava il socialismo
e si esaltava l’iniziativa privata.
CAPITOLO TERZO
LA GRANDE CRISI DELL’ECONOMIA OCCIDENTALE
Fra il 1929 e il 1933 il mondo capitalistico fu colpito da una crisi di sovrapproduzione. La crisi partì dagli
Stati Uniti. Quando si verificava una contrazione dell’attività industriale i salari e i prezzi difficilmente
diminuivano mettendo in crisi le aziende. Non riuscendo il mercato interno ad assorbire l’intera
produzione industriale, furono concesse a coloro che facevano acquisti ampie dilazioni nei pagamenti.
Nonostante ciò gran parte della produzione rimaneva invenduta. Un altro elemento che contribuì alla
maturazione della crisi fu lo squilibrio che si venne a creare sui mercati finanziari internazionali per i
debiti di guerra e per le riparazioni. Un altro evento che favorì la crisi fu il boom borsistico che si ebbe
negli Stati Uniti in seguito ad una vasta speculazione effettuata sui titoli azionari. I primi segni della crisi
si ebbero quando cominciarono a scendere le quotazioni dei titoli. Fu ricordato come il giovedì nero il
giorno in cui a Wall Street furono offerti in vendita 13 milioni di titoli e la domanda fu quasi assente. Dal
crollo delle quotazioni di borsa si passò al crollo dei prezzi dei prodotti di ogni genere, al fallimento delle
imprese, al dilagare della disoccupazione. Con minore o maggiore intensità tutte le economie occidentali
furono coinvolte. La crisi in agricoltura fu meno violenta. I più colpiti furono i paesi esportatori di grano e
fu particolarmente danneggiata l’agricoltura degli Stati Uniti. Nelle relazioni finanziarie internazionali
fallì il gold exchange standard. Le classi sociali colpite erano pronte ad accettare qualsiasi intervento
dello stato purché servisse alla ripresa dell’economia. Nell’ambito dei paesi occidentali vanno distinti i
provvedimenti adottati dai governi democratici, dai provvedimenti adottati dai governi autoritari. Nei
primi lo stato intervenne senza cambiamenti strutturali, con temporanei aiuti alle imprese private, con
sgravi fiscali. Nei secondi furono posti gli interessi dello stato davanti a quelli degli individui, le
organizzazioni sindacali furono soppresse e sostituite dalle corporazioni o dal fronte del lavoro(organismi
autarchici).
Il presidente Hoover degli Stati Uniti non riuscì a risolvere la crisi e la mancata ripresa dell’economia
portò alla caduta del presidente sostituito nel 1933 dal democratico Franklin. I provvedimenti adottati da
Franklin non furono interventi che si ispirarono ad un programma generale ma furono dettati di volta in
volta dalle necessità del momento. Gradualmente diedero vita a quella politica di interventi statali definita
New Deal. Era la politica delle grandi spese dello stato diretta a rimettere in moto la pompa
dell’economia americana. Il New Deal mirava a ristabilire l’equilibrio sia fra i prezzi praticati nelle città e
quelli praticati nelle campagne, sia tra costo di produzione e prezzo. La riattivazione del mercato interno
andava realizzata rivalutando i salari e dando potere di acquisto alla popolazione. Per risollevare le sorti
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dell’agricoltura fu concessa un’indennità ai contadini. Questa politica attuata grazie all’Agricultural
Adjustment Act, consentì di aumentare la produttività dell’operaio agricolo. Per le industrie fu emanato il
National Industrial Recovery Act per rilanciare l’attività produttiva, per aumentare i salari, fissare i
prezzi minimi al fine di contenere la concorrenza. La Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò il NIRA
incostituzionale. Nel settore delle opere pubbliche furono aperti grandi cantieri per la costruzione di
autostrade, dighe, strade,ecc.. . Va ricordato come modello la Tennessee Valley Administration, un
consiglio di tre persone incaricato di valorizzare il bacino del Tennessee. Nel settore monetario, il nuovo
presidente Roosevelt a sostegno dell’inflazione decise la svalutazione della moneta attuata in due tappe:
con la prima fu abbandonato il tipo aureo, cioè si stabilì l’inconvertibilità della cartamoneta in oro; con la
seconda tappa fu emanato il Gold Riserve Act che svalutò il dollaro. Nel settore del credito il congresso
degli Stati Uniti con l’Emergency Bill accordò pieni poteri al presidente Roosevelt che nel 1933 emanò il
Banking Act al fine di distinguere le banche commerciali, dalle banche di investimento. Nello stesso
anno il congresso votò il Security Act, che mise le operazioni di borsa sotto il controllo della Security
and Exchange Commission, un organismo diretto dal Federal Riserve Board. Fu imposto ai datori di
lavoro di riconoscere agli operai la libertà di organizzazione sindacale e l’obbligo di negoziare contratti
collettivi di lavoro.
In Gran Bretagna la crisi fu meno grave che in altri paesi. Il governo laburista commise l’errore di far
fronte alla crisi riducendo gli stipendi dei funzionari pubblici e tagliando i sussidi di disoccupazione. Tali
provvedimenti aggravarono la crisi e i laburisti furono sconfitti e si formò un governo conservatore fedele
ai principi liberali di Chamberlain. Il primo provvedimento del nuovo governo fu l’inconvertibilità in oro
dei biglietti di banca; fu deciso di svalutare al sterlina. Questo provvedimento produsse l’effetto di
favorire le esportazioni. Fu attuata una più rigida politica doganale protezionistica. Le più colpite dai
mutamenti del mercato monetario furono le merchant banks. I risultati di tale politica furono positivi:
portarono alla riduzione della disoccupazione, al miglioramento del livello di vita, ecc…
In Francia la crisi cominciò ad avvertirsi nel 1931. la Banca di Francia si oppose alla svalutazione della
moneta, pertanto si ebbe un’ulteriore caduta delle esportazioni all’estero. Ad aggravare la situazione
contribuì la politica attuata con i decreti-legge della miseria. Tale politica ridusse le spese pubbliche, e
riportò i prezzi a livelli internazionali, ridando al paese competitività negli scambi commerciali con
l’estero. Il vantaggio fu annullato poiché la deflazione fece diminuire le entrate e aggravò la già difficile
situazione. Il disagio causato dalla politica di deflazione, favorì la vittoria della sinistra alle elezioni. Il
nuovo governo alla Conferenza della Produzione, stipulò gli accordi di Matignon; tali accordi stabilirono
aumenti salariali, contratti collettivi di lavoro stipulati con le organizzazioni sindacali, riduzione
dell’orario lavorativo. Nel settore agricolo l’innovazione più significativa fu la costituzione dell’ Office
Nazionale Interprofessionnel du Blé (O.N.I.B.)con i compiti di riorganizzare il mercato agricolo, stabilire
il prezzo di vendita del grano, costituire la riserva di sicurezza. Nel settore monetario essendo il franco
sopravvalutato, occorreva allinearlo alle altre monete. Il ministro delle finanze introdusse il corso forzoso
e stabilì un limite minimo e un limite massimo entro il quale il franco poteva fluttuare. I provvedimenti
adottati non diedero i risultati sperati, perché i provvedimenti erano diretti solo a riattivare il mercato
interno mentre bisognava dare nuovo impulso alle esportazioni. Il governo successivo(1937), radicale,
svalutò il nuovo franco, ma la quotazione del franco era ancora troppo elevata per ristabilire l’equilibrio
degli scambi esteri. L’anno successivo Chautemps si dimise e il governo radicale fu affidato a Daladier. Il
quale decise di sganciare il franco dall’oro e agganciarlo alla lira sterlina. Il franco divenne un satellite
della sterlina. La Russia e la Cina furono solo sfiorate dalla crisi, poiché avevano limitate relazioni
economiche con i paesi occidentali.
Il gold exchange standard non funzionò mai bene. La grande crisi decretò il suo definitivo fallimento,
poiché mancò qualsiasi collaborazione fra le banche centrali dei paesi che avevano le monete chiavi. La
crisi del sistema cominciò quando i paesi creditori ritirarono la maggior parte dei capitali investiti
all’estero. L’Inghilterra per prima abbandonò il sistema aureo e svalutò la lira sterlina, il che significò
decretare la fine del gold exchange standard. Abbandonato il gold exchange standard si formarono tre
aree monetarie che facevano capo alle monete più forti: l’area della sterlina, quella del dollaro e quella del
blocco dell’oro. Al primo aderirono molti paesi del Commonwealth i quali stabilirono un cambio fisso
con la sterlina. Facevano parte dell’area del dollaro gli Stati Uniti, e quasi tutti i paesi dell’America Latina
e il Canada. L’area del blocco dell’oro era capeggiata dal franco francese e i paesi che vi aderivano-
Francia, Italia, Olanda, Polonia, Belgio e Svizzera- erano sostenitori del sistema aureo. Anche questi paesi
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non poterono fare a meno di svalutare le loro monete. Nonostante le svalutazioni il blocco dell’oro non
riuscì a frenare l’esodo dei capitali all’estero.
CAPITOLO QUARTO
LA POLITICA AUTARCHICA E LA SECONDA GUERRA MONDIALE
Con la fine della prima guerra mondiale e la caduta di Guglielmo II nel 1919 fu convocato la costituente
che istituì in Germania una repubblica democratica, parlamentare e federale che durò fino al 1933.
nonostante la forte instabilità politica di quel periodo, nel 1924 fu superata la crisi provocata dal crollo del
marco; il paese si avviò rapidamente verso lo sviluppo dell’economia. Tale sviluppo fu interrotto dalla
crisi mondiale del 1929. il crollo dei prezzi mondiali fu più disastroso in Germania che in altre nazioni,
perché essa aveva investimenti all’estero e stretti legami fra sistema bancario e industrie. La crisi colpì
particolarmente le banche perché avevano concesso ingenti finanziamenti alle industrie. La violenza della
crisi si fece sentire nel 1931 quando in Austria fallì il Credito Austriaco.In Germania, intanto, alla crisi
economica si sovrappose la crisi politica. Le elezioni non riuscivano a dare una solida maggioranza
parlamentare a nessun partito, così il presidente della repubblica, Hindenburg, fu costretto a nominare
governi privi di autorità. Per combattere la crisi si attuò un apolitica deflazionistica: ridusse i salari e gli
stipendi, rafforzò la protezione doganale. Tale politica aggravò la crisi. A quella politica si affiancarono
però altri provvedimenti diretti a favorire gli agricoltori e le banche, che certamente aiutarono a risolvere
la crisi. La politica deflazionistica fu abbandonata dai successivi governi che imboccarono la strada
dell’inflazione. I risultati, però, non si ebbero perché, nel frattempo, il partito nazionalsocialista aveva
conquistato il potere. Nel 1933 Hitler divenne cancelliere e dopo la morte di Hindenburg divenne anche
presidente della repubblica. Assunse il titolo di fuhrer della Germania; il fuhrer accentrò nelle sue mani i
poteri amministrativi, legislativi e giudiziari. In campo economico la politica di Hitler fu diretta ad attuare
l’autarchia. Per l’agricoltura furono emanate leggi dirette a rafforzare la piccola proprietà, proprietà che
poteva essere ereditata dal figlio solo se il proprietario era appartenente alla razza ariana. Il governo per
indirizzare l’attività delle industrie e delle aziende commerciali alle proprie direttive si servì delle camere
economiche che dipendevano dal Ministero dell’Economia Nazionale. Quindi lo stato si arrogò il diritto
di ridurre i dividendi che venivano distribuiti agli azionisti, fissare gli stipendi degli amministratori e i
salari degli operai, rinnovare i dirigenti delle aziende. Si trattava dell’organizzazione di una vera e propria
economia di guerra. Nel settore bancario il governo nazista stabilì un rigido controllo dell’attività delle
banche; esso fu attuato da un Comitato di sorveglianza. Con il nazismo le condizioni economiche degli
operai non migliorarono e i sindacati furono distrutti. Il maggior responsabile della politica economica del
nazismo fu Schacht che fece in modo che l’aumento della circolazione venisse assorbita dai risparmi e dai
tributi.
In Italia la politica autarchica era stata imboccata dal fascismo, fin dal 1925, con la battaglia del grano.
Quella politica fu attuata per far fronte alla crisi mondiale del 1929 che aveva coinvolto anche l’Italia. Le
prime manifestazioni della crisi furono la caduta dei prezzi, l’aumento del deficit della bilancia dei
pagamenti, l’assottigliamento del commercio estro, il crollo delle quotazioni di borsa. Le banche non
avrebbero potuto da sole superare la crisi; fu necessario prima l’intervento della Banca d’Italia e poi la
completa ristrutturazione del sistema creditizio. La Banca d’Italia intervenne per sanare il sistema per
mezzo dell’Istituto di liquidazione, che si accollò le attività e le passività delle banche. L’Istituto operò
tra il 1929 e il 1930, successivamente , per le grosse immobilizzazioni della Banca Commerciale e del
Credito Italiano, fu necessario creare due società: la Sofindit e la Società Finanziaria Italiana, che si
fecero carico di tutte le partecipazioni industriali delle due banche. Nel 1931 fu istituito l’Istituto
Mobiliare Italiano,con la possibilità di raccogliere risparmi privati e con il compito di integrare l’opera
delle banche nella concessione di crediti alle industrie. Nonostante la creazione del nuovo istituto, le
quotazioni dei titoli azionari continuarono a scendere, così nel 1933 fu creato l’Istituto per la
Ricostruzione Industriale, con un capitale versato dallo stato, che assorbì l’Istituto di liquidazioni. L’IRI
non smobilizzò tutte le azioni che ebbe delle banche anzi conservò le partecipazioni nelle società
industriali. In tal modo arrivò a controllare ampi settori produttivi del paese e per tale controllo si servì di
apposite società finanziarie. Alla fine dell’operazione gran parte del settore industriale era risanato e lo
stato si assunse gli oneri che erano stati scaricati sull’IRI dalle banche e dalle industrie. Nel 1937 l’IRI da
istituto provvisorio divenne ente permanente. L’opera di risanamento del settore creditizio fu completata
con la legge bancaria emanata nel 1936 che separò le banche non autorizzate ad effettuare investimenti a
lungo termine, dalle banche che potevano effettuare tali operazioni; essa creò anche l’Ispettorato del
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credito, con il compito di controllare l’attività delle banche. Per contenere l’esodo di oro dal paese furono
aumentati i dazi doganali. Le importazioni dall’estero furono limitate e controllate con il meccanismo dei
contingentamenti, ossia con l’impegno di non importare merci per un valore maggiore di quello che si
poteva pagare con le esportazioni. Le relazioni internazionali dell’Italia vennero seriamente compromesse
dalla decisione di Mussolini di conquistare l’Etiopia. La conquista dell’Etiopia fu condannata dalla
Società delle Nazioni e ben 50 paesi decisero severe sanzioni economiche nei confronti dell’Italia,
rifiutando di tenere con essa relazioni commerciali. Non aderirono a tale decisione gli Stati Uniti, la
Germania e il Giappone. L’aumento delle importazioni, dovuto alle spese di guerra , peggiorò il
disavanzo della bilancia dei pagamenti e si assottigliarono le riserve della banca d’Italia. La lira fu resa
inconvertibile in oro e fu svalutata del 41%. Durante il periodo delle sanzioni furono intensificati gli
scambi commerciali con la Germania, con la conseguenza di rafforzare anche i rapporti politici fra i due
paesi fino alla stipula, nel 1939, del Patto d’Acciaio, che coinvolse l’Italia nella seconda guerra mondiale.
Con lo scoppio della prima guerra mondiale in Europa, il Giappone colse l’occasione per avanzare
rivendicazioni sui territori cinesi della Manciuria e del Fukien. Nel 1915 ottenne l’annessione della
maggior parte di quei territori. Seguì un periodo di lotta fra i successori al governo del paese. La lotta
infuriò fra i favorevoli alle democrazie occidentali da un lato e i militari dall’altro.nel 1930 il potere
politico fu dominato dai militari che volevano la ripresa dell’espansione territoriale. L’espansione
cominciò nel 1931 con l’occupazione della Manciuria furono occupate le coste e il territorio centrale della
Cina, l’Indonesia Settentrionale, Pacifico centrale, e l’Asia sud-orientale. Il Giappone si accingeva a dare
un nuovo ordine ai territori occupati attuando quella che fu chiamata Sfera di co-prosperità della più
grande Asia orientale. A contrastare tale politica furono la Russia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Il
governo nipponico fu costretto alla resa dopo lo sgancio di due bombe atomiche su Hiroshima e su
Nagasaki(1945). Così alla fine della guerra il Giappone era prostrato economicamente e moralmente. Nel
1947, in Giappone entrò in vigore una nuova costituzione che diede vita ad una politica democratica
basata sulla sovranità popolare e sulla rinunzia alla guerra. Il Giappone allo scoppio della prima guerra
mondiale riuscì a ricavare grandi benefici, poiché aumentò le esportazioni all’estero. I benefici furono di
breve durata, poiché, subito dopo la guerra, l’agricoltura entrò in crisi per l’abbondanza dei raccolti e la
diminuzione dei prezzi. Nel 1920-1921, anche il Giappone fu colpito dalla crisi di riconversione
dall’economia bellica a quella di pace. La grande depressione statunitense del 1929-1932 coinvolse anche
le industrie nipponiche. Per risolvere la crisi in un primo momento, il governo pensò a un New deal
nipponico, che prevedeva forti investimenti dello stato per la modernizzazione delle piccole imprese, la
creazione di nuovi posti di lavoro, il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione con
aumenti salariali. Questo programma venne combattuto dai grandi trusts industriali e finanziari, e dai
militari. La politica sociale fu sostituita da una politica imperialistica e di conquiste di nuovi territori. Nel
1931 fu nominato ministro delle finanze Takahashi, seguace della politica keynesiana, disposto ad
assicurare il pieno impiego con una politica inflazionistica. Con tale politica il ministro Takahashi riuscì
a risolvere la crisi, ma poiché non volle seguire i militari nella politica imperialistica fu assassinato. Fra il
1936 e il 1941 si passò da una politica keynesiana ad una politica molto vicina al nazionalismo tedesco.
Ciò significò la partecipazione del Giappone alla seconda guerra mondiale. Durante la prima guerra
mondiale le banche giapponesi ricavano grandi vantaggi dallo sviluppo della produzione industriale. Il
loro ruolo nel finanziamento degli investimenti fu rafforzato. Dal dopoguerra in poi si ebbe un’elevata
concentrazione per fusione degli istituti di credito. Nel 1927 una nuova crisi bancaria coinvolse i piccoli e
i grandi istituti. L’elenco delle cause che portarono allo scoppio della seconda guerra mondiale è
piuttosto lungo: i rancori che la Germania nutriva contro la Francia dopo la sconfitta della prima guerra
mondiale; il desiderio di Mussolini di dominare il Mediterraneo; ma principalmente l’imperialismo di
Hitler. Secondo Hitler vi era una grande piramide ideale della razza, dove la cima era occupata dai
tedeschi di razza ariana, poi venivano i latini tra cui gli italiani, poi i francesi, gli olandesi, i fiamminghi,
poi i popoli orientali e l’ultimo gradino era occupato dagli ebrei, una razza da sterminare. Sulla base di
questa folle ripartizione dei popoli Hitler iniziò la seconda guerra mondiale con l’intento di creare un
grosso impero. Le conquiste tedesche cominciarono con l’annessione della repubblica austriaca,
l’invasione della Boemia della Moravia e la pretesa di passare con le truppe sul territorio polacco
attraverso il cosiddetto corridoio di Dalmazia. Quest’ultima pretesa causò la dichiarazione di guerra della
Francia e della Gran Bretagna alla Germania. Nel giro di 1 anno e mezzo, con l’appoggio dell’Italia,
l’esercito tedesco riuscì a conquistare quasi tutta l’Europa continentale. Nel 1941 tentò di conquistare la
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Gran Bretagna ma senza risultato. La guerra ebbe una svolta decisiva quando la Germania attaccò la
Russia. Intanto il Giappone, alleato della Germania, attaccano Pearl Harbor aveva trascinato nel conflitto
gli Stati Uniti. La disponibilità di materiale bellico e di uomini della Germania si andava sempre più
riducendo, mentre gli Stati Uniti fornirono ai paesi alleati enormi quantità di uomini e mezzi da consentire
la vittoria finale sulle potenze dell’Asse. Durante la guerra in Germania si diede vita ad un forte
razionamento dei generi di prima necessita . in quasi tutti gli stati che parteciparono al conflitto crebbe la
produzione industriale bellica. Tra gli alleati vi fu una notevole collaborazione; infatti crearono il
Comitato Supremo Congiunto Anglo-americano che stabilì le azioni militari da compiere il materiale
bellico da approntare. Le maggiori difficoltà che gli alleati furono costretti a superare riguardarono il
trasporto per mare e per terra del materiale bellico, poiché i loro mezzi venivano attaccati dagli aerei e dai
sottomarini dell’Asse. Alla fine però la schiacciante superiorità aerea degli alleati si rivelò decisiva per la
vittoria finale. Le conseguenze della guerra furono gravi non solo per le perdite delle vite umane e per la
distruzione di materiali, ma per il profondo squilibrio politico ed economico prodotto. Gravi le perdite
della popolazione civile, non solo per le incursioni aeree, ma anche per le deportazioni in massa e per la
strage di milioni di ebrei. Le enormi spese che i belligeranti sostennero per la guerra furono coperte con
aggravi tributari, con l’indebitamento interno ed esterno e con l’emissione di cartamoneta. Anche nelle
relazioni commerciali e nei finanziamenti internazionali la guerra portò notevoli mutamenti. Gli stati
europei furono costretti ad aumentare le importazioni di materie prime e combustibili da altri continenti e
in special modo dagli Stati Uniti. A complicare le relazioni finanziarie contribuì la legge Johnson
introdotta negli Stati Uniti nel 1934 con la quale si proibì la concessione di crediti ai paesi in ritardo con il
pagamento delle rate relative ai debiti precedenti. A questa legge se ne aggiunse un’altra detta della
neutralità che autorizzò il rifornimento bellico ma non consentì la concessione di prestiti agli stati in
guerra. Roosevelt preoccupato dalla situazione che tali leggi avevano provocato negli stati alleati,
temendo la vittoria dell’Asse, fece approvare dal congresso la legge lend-lease, che consentì la
concessione di lunghe dilazioni dei pagamenti ai paesi che egli riteneva di aiutare per la difesa degli
interessi americani. Altre conseguenze della guerra furono la nuova definizione dei confini degli stati: il
Giappone si ridusse ad un arcipelago, furono aboliti tre stati(Estonia,Lettonia Lituania), ecc…
CAPITOLO QUINTO
L’ECONOMIA EUROPEA NELLA SECONDA META’ DEL NOVECENTO
Dopo il 1945 gli Stati Uniti riuscirono a conquistare la schiacciante superiorità economica europea
rispetto al resto del mondo; ciò significò che le loro decisioni influivano sulla politica economica dei
paesi occidentali e sulle finanze internazionali. La ricostruzione dell’economia europea si realizzò in
tempi più brevi di quelli impiegati dopo la prima guerra mondiale. Nel 1948 si erano raggiunti i livelli
produttivi industriali prebellici. Più lenti i progressi compiuti nel settore agricolo. L’espansione della
produzione industriale ebbe un ritmo diverso nei vari paesi. Tuttavia l’aiuto maggiore per la ricostruzione
dell’economia arrivò dagli Stati Uniti e dal Canada, dagli accordi che furono presi a Bretton Woods e dal
Piano Marshall predisposto dal governo americano. Tra i prestiti concessi dagli Stati Uniti all’Europa
bisogna ricordare quello di 3,7 miliardi di dollari elargito alla Gran Bretagna nel 1946. Per tale
concessione furono stabilite le seguenti concessioni: rendere convertibile la lira sterlina entro un anno,
pagare i debiti esteri inglesi, sopprimere progressivamente l’area della sterlina che gli americani
ritenevano un ostacolo per le loro esportazioni. La disposizione si rivelò un fallimento perché solo dopo
un mese si ritornò all’inconvertibilità della sterlina. Per mettere ordine nel caos monetario e per favorire
la ricostruzione, nel 1944, a Bretton Woods, tennero una conferenza i rappresentanti di 44 paesi. I
rappresentanti del governo degli Stati Uniti volevano il ritorno alla convertibilità della moneta e
l’accettazione del gold exchange standard con il dollaro come moneta chiave. Dopo ampia discussione fu
accettata la tesi americana. Così si crearono due nuove istituzioni: il Fondo Monetario Internazionale
(FMI) e la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo(BIRS). Il Fondo fu costituito con lo
scopo di incoraggiare la cooperazione monetaria internazionale, sostenere l’espansione del commercio
mondiale, realizzare l’equilibri della bilancia dei pagamenti e la stabilità dei cambi. Per questi obiettivi gli
amministratori del Fondo potevano effettuare le seguenti operazioni: eccezionalmente autorizzare una
variazione del cambio di un paese dell’1% in più o in meno; fissare il valore dell’oro in dollari; fornire ai
paesi che aderivano al Fondo la moneta di cui avevano bisogno. Il FMI fu di scarso aiuto per la
ricostruzione dell’economia europea. Per questo obiettivo fu creata la BIRDS che doveva aiutare la
ricostruzione promovendo investimenti di capitali a scopo produttivo, favorendo il commercio
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internazionale, sostenendo la concessione di garanzie. Nonostante questi prestiti l’economia europea non
si era ancora completamente risollevata dalla crisi. Per risollevarsi l’Europa aveva bisogno di altri aiuti.
Furono ancora gli Stati Uniti a soccorrere il vecchio continente, i governanti della federazione ritennero
necessario intervenire in quei paesi che avrebbero potuto adottare una politica collettivistica e ricevere la
protezione dell’Unione Sovietica. Inoltre migliorando l’economia europea anche gli Stati Uniti ne
avrebbero tratto vantaggi, poiché avevano bisogno si esportare nel vecchio continente l’eccedenza dei
loro prodotti agricoli e industriali. Sulla base di tali considerazioni, nel 1948 fu varato il piano ERP,
European Recovery Program (Programma di Ricostruzione Europea) meglio conosciuto come Piano
Marshall . Gli obiettivi principali del Piano erano tre: aiutare la ricostruzione economica nei paesi
europei, eliminare la disoccupazione e attuare una maggiore solidarietà economica tra gli stati del vecchio
continente. Il punto primo fu realizzato attraverso l’invio di aiuti finanziari. Anche il secondo obiettivo fu
realizzato tranne che in Italia dove all’inizio degli anni 50 vi erano circa 2 milioni di disoccupati. Per
realizzare il terzo obiettivo nel 1948 si creò l’OECE (Organizzazione Economica per la Cooperazione
Europea).il compito dell’OECE era quello di far funzionare il Piano Marshall effettuando un’equa
ripartizione degli aiuti, e rafforzando i legami tra gli stati beneficiari in vista di una futura unione politica.
Il primo obiettivo fu raggiunto, il secondo nonostante gli sforzi compiuti non si riuscì a realizzare, poiché
forti furono i contrasti. Nel 1961 l’OECE fu sostituita dall’OCSE (Organizzazione di Cooperazione e di
Sviluppo Economico), con lo scopo di promuovere lo sviluppo economico fra gli stati membri.Ad una
maggiore solidarietà politica ed economica europea avevano cominciato a pensare Schuman per la
Francia, De Gasperi per l’Italia ecc… Questi politici formarono un partito europeo al quale aderivano
imprenditori industriali e finanziari. Lo scopo di questo partito era quello di opporre al blocco sovietico,
un’Europa Occidentale politicamente unita ed economicamente forte, in modo da tener testa anche allo
strapotere degli Stati Uniti. A tale partito si oppose la Gran Bretagna che voleva rimanere legata agli
americani. I sostenitori di tale movimento pensarono di attuare prima l’integrazione economica e più tardi
quella politica. Ma neanche questo obiettivo risultò di facile realizzazione poiché bisognava creare una
vasta unione doganale ; si pensò ad unioni doganali limitate geograficamente(il Benelux) o limitate a
determinati settori produttivi(la CECA). Il Benelux- l’unione economica fra Belgio, Lussemburgo e i
Paesi Bassi- cominciò a funzionare nel 1948. sorse come semplice unione doganale con l’obiettivo di
arrivare anche l’integrazione politica. Quest’ultimo obiettivo non si riuscì a realizzare. Un fallimento si
rivelarono l’Uniscan(unione tra Gran Bretagna e paesi scandinavi) e l’Unione doganale franco-italiana.
Maggiore successo , ebbe , invece il Consiglio d’Europa che fu costituito nel 1949 da 11 paesi tra cui
l’Italia e successivamente allargato ad altri paesi. Gli organi del Consiglio erano il Comitato dei ministri
degli esteri, l’Assemblea Consultiva e il Segretario Generale. Il Consiglio d’Europa aveva compiti
prevalentemente politici, sicché per i problemi economici venne creata la CECA(Comunità Economica
del Carbone e dell’Acciaio). Alla CECA aderirono 6 nazioni tra cui l’Italia(Paesi Bassi, Lussemburgo,
Belgio, Germania, Francia) con l’intento di costituire, per il carbone e l’acciaio, un mercato comune. La
sua realizzazione si ebbe in tre tappe: durante la prima si ebbe l’insediamento degli organismi
amministrativi(l’Alta Autorità,l’Assemblea, il Consiglio dei Ministri, Consiglio dei sei, Comitato
Consultivo e la Corte di Giustizia); la seconda tappa fu considerata di rodaggio; con la terza iniziò la
definitiva attività. I risultati furono ottimi, la produttività aumentò, i prezzi furono contenuti. Così dopo
una conferenza fra i rappresentanti dei sei paesi della CECA, fu deciso di attuare un accordo più
consistente. Si pensò di costituire la CEE(Comunità Economica Europea). L’atto costitutivo fu firmato a
Roma nel 1957. Con un altro trattato venne fondato l’Euratom o CEEA(Comunità Europea dell’Energia
Atomica)per accordi relativi alla produzione dell’energia nucleare. Con la CEE i paesi aderenti vollero
costituire un mercato comune europeo relativo a tutti prodotti. Nell’ambito del mercato si doveva stabilire
la libera concorrenza negli scambi; i sei paesi dovevano adottare la stessa tariffa doganale nel commercio
con gli altri paesi(Tariffa Esterna Comune). Il buon funzionamento della Comunità è assicurato da diversi
organismi: il Parlamento, con poteri in materia di bilancio e controllo politico dell’attività della
Commissione; il Consiglio dei ministri degli esteri, che prende decisioni in relazione ad un programma
della Commissione; la Commissione, che è l’organo esecutivo; la Corte di Giustizia, che assicura il
rispetto dei diritti nell’applicazione del trattato; la Corte dei Conti, che esamina i conti della Comunità; il
Comitato Economico e Sociale, che è organo consultivo. Per la concessione di prestiti e per effettuare
investimenti nelle aree sottosviluppate dei paesi aderenti alla CEE fu creata la Banca Europea per gli
Investimenti. I risultati dei primi 30 anni furono buoni. Tutti gli stati della Comunità, nel 1972, per
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unificare la politica tributaria, adottarono l’IVA. Un nuovo passo verso il processo di integrazione fu
compiuto nel 1979, allorché fu eletto il primo Parlamento europeo, con sede a Strasburgo. Importante è
stata l’approvazione, nel 1987, da parte dei governi della Comunità, dell’Atto Unico che ha
maggiormente allargato i poteri consultivi del Parlamento europeo. Più difficile è risultata la creazione di
una moneta unica europea. La Gran Bretagna, visti i successi realizzati dalla CEE, temendo di vedere
indebolite le sue relazioni commerciali diede origine all’EFTA. Al nuovo organismo aderirono altri 6
stati (Austria, Danimarca, Norvegia,Portogallo, Svezia,Svizzera). Gli scopi dell’EFTA erano quelli di
sopprimere i dazi doganali relativi ai prodotti industriali degli stati aderenti, di promuovere l’espansione
economica. I risultati dell’EFTA non furono soddisfacenti, tanto che gradualmente tutti questi stati
passarono alla CEE. La politica di pianificazione della CEE favorirono la notevole crescita economica dei
paesi della CEE. Nel 1949 quasi tutti gli stati europei avevano raggiunto il prodotto nazionale lordo degli
anni prebellici. Durante gli anni ’70 in seguito alle spinte inflazionistiche si ebbe un sensibile aumento
dell’inflazione e il rallentamento dei tassi di aumento della produzione. In Gran Bretagna, nel 1979, con
la vittoria del partito conservatore salì al governo il primo ministro Margaret Thatcher la cui politica fu
tesa alla completa demolizione dello statalismo economico per effettuare l’iniziativa privata e l’efficienza.
Numerosi furono i fallimenti che colpirono le aziende più deboli; eliminate le imprese deboli e indeboliti i
sindacati dei lavoratori, iniziò la crescita dell’economia del paese. La disoccupazione cominciò a
diminuire, l’inflazione scese. Due anni dopo, però la situazione era nuovamente mutata. La popolarità
della Thatcher già oscurata dal generale rallentamento dell’economia britannica, fu minata
dall’introduzione dell’impopolare pool tax. La signora Thatcher si dimise dalla carica di primo ministro
nel 1990. in Francia con la nomina , nel 1976, di Barre, si attuò una politica dichiaratamente liberista. I
risultati, però, non furono positivi. La politica di Barre fu completamente invertita con l’elezione, nel
1981, a presidente della repubblica del socialista Francois Mitterrand che puntò sull’intervento statale e
sui piani di orientamento e sviluppo per stimolare la crescita produttiva; si ridussero i tassi di interesse, si
innalzarono i salari e, di conseguenza, aumentarono i consumi. Nel 1989 fu approvato il decimo piano
nazionale, avente lo scopo di assicurare alla Francia una forte competitività. Il piano si articolava in 5
punti: crescita della produttività, sussidi all’istruzione, miglioramento dei servizi, della previdenza sociale
e maggiore vivibilità della città. Dopo il rallentamento subito agli inizi degli anni ‘80, l’economia tedesca
riprese a crescere sotto la guida del cancelliere Helmut Kohl il quale non attuò una vera politica di
privatizzazioni e mantenne alta la spesa pubblica. Il sistema della congestione che consiste e costitutiva
uno dei punti di forza dell’economia tedesca , insieme con l’elevata produttività , l’alta qualificazione
professionale, lo sviluppo delle infrastrutture. Con la caduta del muro di Berlino e il rapido processo di
riunificazione delle due Germanie si è innescato un processo di ristrutturazione che ha rallentato la
crescita economica, il tasso di inflazione ha registrato una brusca accelerazione per effetto degli aumenti
salariali e della pressione fiscale.
Nel secondo dopoguerra i maggiori progressi furono compiuti nel settore industriale. I maggiori aumenti
si ebbero in Germania e in Itali, dove, intorno agli anni ’60, si parlò di miracolo economico. Nonostante il
calo degli anni ’70 provocati dall’aumento del prezzo del petrolio, si può dire che nel secondo dopoguerra
vi fu la terza rivoluzione industriale. Le ragioni della crescita vanno ricercate nell’aumento della domanda
dovuto alla crescita demografica, negli aiuti americani , nei programmi e nella costituzione della CEE.
Durante la prima rivoluzione industriale, si era avuto lo sfruttamento sempre più razionale del carbone;
con la seconda rivoluzione si erano cominciati a sfruttare l’energia elettrica e il petrolio; con la terza si
ebbe la crescita vertiginosa del consumo di energia, cominciò a diminuire il consumo del carbone,
aumentarono quelli dell’energia elettrica e del carbone e fu avviato lo sfruttamento dell’energia nucleare,
fu largamente utilizzato il metano. Dopo che il fisico Thomson, nel 1897, scoprì l’elettrone, si cominciò
lo studio dell’atomo. Tale studio portò all’utilizzo dell’energia atomica in molti settori della produzione.
Intorno agli anni ’70 le industrie di punta erano divenute quelle chimiche, quelle elettroniche, quelle
automobilistiche e quelle legate alla conquista dello spazio o all’impiego dell’atomo. Un’altra
trasformazione tecnica va attribuita alla corsa che fu fatta per aumentare la produttività con l’impiego
sempre minore del lavoro umano. Con questa corsa si arrivò a costruire macchine sempre più
automatizzate che in alcuni casi sostituiscono completamente il lavoro umano. Con la costituzione della
CEE, gli Stati Uniti aumentarono i loro investimenti in Europa al fine di sfruttare un mercato più vasto.
Dagli anni ’60 in poi cominciò la concorrenza dei prodotti giapponesi. Per difendersi dallo strapotere
delle multinazionali americane e delle industrie giapponesi i politici accelerarono la costituzione del
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Mercato Comune. Si costituirono delle unioni di imprese industriali che presero il nome di gruppi, i quali
al loro interno si scambiavano informazioni, stabilivano accordi, realizzavano un gioco di partecipazioni
incrociate, operavano la fusione di una o più aziende. In generale questo movimento di raggruppamento
delle imprese fu detto gigantismo. Grazie a tutte queste innovazioni il ritmo di crescita della produzione
europea è salito, ma non si riusciti a toccare i tassi ottenuti dal Giappone. Il maggiore ritardo è nei settori
produttivi ad alta tecnologia. Il secondo dopoguerra fu caratterizzato da un elevato tasso di inflazione
dovuto a diverse ragioni. I governi, durante gli anni di guerra, si erano indebitati. I debiti contratti
sottoforma di obbligazioni, furono impiegati dalle banche centrali come riserva per aumentare l’emissione
di biglietti. L’inflazione come al solito mentre favorì i commercianti, danneggiò i possessori di Buoni del
tesoro, i percettori di redditi fissi. In Germania negli ultimi anni di guerra i biglietti in circolazione
persero ogni valore, e nella Germania Occidentale il vecchio Reichsmark fu sostituito con il Deutsche
Mark. In Francia l’inflazione fu particolarmente violenta: i prezzi si moltiplicarono per 20. durante gli
anni di guerra la Gran Bretagna si era fortemente indebitata con l’estero. Negli anni ’50 crescendo la
produzione, l’inflazione non diminuì per l’aumento dei salari, la crescita delle spese pubbliche ecc…
Negli anni ’60 l’inflazione continuò ad aumentare. Negli anni ’70 con l’aumento dei prezzi petroliferi,
anche l’inflazione aumentò e ad essa si affiancò la crescita della disoccupazione. Le punte più elevate
della crescita si ebbero in Italia, in Francia, in Gran Bretagna. A favorire l’inflazione contribuì
l’incapacità dei singoli governi di attuare una politica diretta a frenare l’aumento della circolazione
monetaria. Negli anni ’80 l’inflazione fu moderatamente frenata in Europa grazie alla bassa quotazione
del dollaro e per il calo dei prezzi delle materie prime e del petrolio. Nella seconda metà del Novecento
l’attività svolta dalle banche crebbe perché aumentò la clientela e aumento il numero dei servizi offerti. Si
ebbe un maggior intervento dello stato sul sistema bancario, attuato per mezzo delle nazionalizzazioni. La
banca allargò i suoi servizi alle imprese e ai privati; concesse servizi cosiddetti parabancari:
leasing(contratto di locazione con possibilità di riscatto), factoring(una società controllata da una banca
assume l’incarico della riscossione dei crediti di un’impresa), conforming(la banca anticipa e garantisce
ad un esportatore di macchine all’estero i pagamento delle fatture relative alle sue vendite),
forfaiting(l’esportatore cede le cambiali avallata da una banca estera per la riscossione alla società di
forfaiting). Il maggiore intervento dello stato nel settore del credito si ebbe con la nazionalizzazione di
molte banche. In Francia una legge del 1945 nazionalizzò le 4 maggiori banche di deposito. In Gran
Bretagna nel 1946 fu nazionalizzata la Banca d’Inghilterra. La crisi bancaria del 1974 in Inghilterra fu
particolarmente sentita perché l’espansione del credito, negli anni precedenti, era stata più marcata che in
altri stati. Subito dopo la crisi si cominciò a parlare di una riforma del sistema bancario, ma la legge fu
approvata solo nel 1979. il nuovo Banking Act portò 3 grosse novità: un’autorizzazione per svolgere
l’attività bancaria, la vigilanza della Banca d’Inghilterra sulle aziende di credito e la tutela dei depositi.
Furono creati istituti semipubblici con capitali costituiti da altre banche. In gran Bretagna la fusione delle
aziende di credito fu particolarmente consistente; la fusione delle banche portò alla formazione di grossi
gruppi finanziari che controllavano una vasta rete di sportelli. La concentrazione interessò anche le casse
di risparmio. Una posizione privilegiata era svolta dalle building society che raccoglievano risparmio fra
il pubblico e lo investivano in mutui ipotecari. In Francia il governo emanò nuove disposizioni relative
alla sorveglianza e alla direzione delle banche. Fu così costituito un Comitato permanente che iscriveva le
banche in una speciale lista. Una Commissione fu incaricata di controllare le attività delle aziende di
credito. Nel 1945 fu emanata una legge che distinse gli istituti di credito in: banche di deposito, banche
d’affari, banche di credito. Inoltre la legge sostituì il Comitato permanente con il Consiglio Nazionale del
Credito. Nel 1955 sorsero nuovi istituti per elargire crediti a lungo termine(SDR). Nel 1966 le due banche
nazionalizzate diedero vita alla Banca Nazionale di Parigi. Nel 1982 il governo socialista fece approvare
una legge che nazionalizzò ben 36 banche. In Germania furono sciolte le banche private e sostituite con
banche statali o cooperative. Nella Germania Occidentale i governi militari decisero la divisione in più
istituti delle 3 banche commerciali più importanti. Successivamente furono riuniti i tre istituti. La banca
centrale tedesca, la Reichsbank, fu divisa in tante banche centrali quanti erano i lander. Nel 1948 fu
costituita la Banca degli Stati Tedeschi. Solo nel 1957 fu stabilito di costituire un sistema indiviso e si
creò una sola banca centrale la Banca Federale Tedesca che doveva collaborare col governo per la
politica economica da realizzare.
Per facilitare i pagamenti all’interno della CEE furono create le seguenti organizzazioni: l’UEP(Unione
Europea dei Pagamenti), l’AME(Accordo Monetario Europeo)e lo SME(Sistema Monetario Europeo)
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assieme alla moneta europea, l’ECU(European Currency Unit). Ciascun paese membro poteva disporre
di una certa quota entro l’ammontare della quale effettuava i pagamenti con la propria moneta, superata la
quota doveva pagare in dollari o in oro. L’UEP si serviva della Banca dei Regolamenti Internazionali.
Alla fine di ogni mese la BRI effettuava la compensazione fra i crediti e i debiti. Se un paese risultava
debitore era incentivato ad aumentare le sue esportazioni. Il fondo europeo concedeva crediti a breve
termine ai paesi che avevano un deficit nella bilancia dei pagamenti. Il credito veniva richiesto dal paese
interessato e veniva accordato dall’AME. Dal 1958 al 1969, sui mercati internazionali, si ebbe
abbondanza di dollari per due ragioni. 1)il deficit delle bilance dei pagamenti, 2)la formazione di un
mercato degli eurodollari. La moneta americana venne messa in crisi per la diminuzione delle riserve
auree negli Stati Uniti, essendo il dollaro convertibile , i paesi europei cercarono di rafforzare le loro
riserve cambiando i dollari in oro. I paesi europei più industrializzati e il Giappone cercarono di allentare
il legame con il dollaro, onde evitare di creare una eccessiva dipendenza delle loro economie da quella
americana. Nel 1971 le speculazioni sulle monete misero in crisi il sistema monetario internazionale.
Nixon decise l’inconvertibilità del dollaro in oro, congelò i prezzi e i salari, stabilì una sovrimposta sulle
merci importate. Le conseguenze di tali provvedimenti furono la trasformazione del gold exchange
standard in dollar standard. A Washington il gruppo ministeriale dei 10 trovò un’intesa sul riallineamento
delle monete fissando una nuova parità con il dollaro, con la possibilità di oscillazione del 2,25%. Nel
1972 i paesi della CEE decisero di legare tra loro più strettamente le monete della Comunità facendole
fluttuare congiuntamente come i movimenti di un serpente secondo quanto stabilito a Washington. Per
questo motivo l’accordo fu spiegato con la frase:il serpente europeo che fluttua nel tunnel del dollaro.
Gli accordi presi a Washington fallirono, sia perché l’Italia e la Svizzera successivamente abbandonarono
il serpente per la libera fluttuazione dei cambi e sia per la svalutazione del dollaro e l’aumento del prezzo.
Ad aggravare la crisi monetaria internazionale nel 1973 contribuì la decisione dei paesi
dell’OPEC(Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio)di quadruplicare il prezzo del petrolio
greggio. Dalla seconda metà degli anni ’70, i pagamenti internazionali furono effettuati con difficoltà per
la forte inflazione, per l’indebolimento del dollaro come moneta chiave, aumenti del prezzo del petrolio.
Per conseguenza l’economia mondiale attraversò una nuova fase di inflazione. I paesi aderenti alla CEE
per far fronte alla crisi dei pagamenti internazionali diedero vita allo SME con lo scopo di mantenere i
cambi fissi, consentendo oscillazioni nei limiti del 2,25% rispetto alla parità centrale . tale oscillazione fu
ampliata al 6% per l’Italia che versava in peggiori condizioni economiche. Le parità vennero fissate in
ECU la nuove unità monetaria europea che era composta da un certo numero di monete , ciascuna delle
quali partecipava con una quota fissata dallo SME. Il SME assieme alla nuova moneta, dal 1984,
cominciò a ben funzionare e favorì gli scambi internazionali. Però le diverse politiche monetarie degli
stati che aderirono alla CEE significò la costituzione di particolari aree di comportamento
comune(Germania-Olanda-Belgio-Lussemburgo=zona marco). In seguito all’apertura dei paesi
dell’Europa Orientale, il mercato occidentale sostenne con aiuti finanziari il passaggio da un’economia
collettivista a una economia di mercato con la costituzione della Banca Europea per la Ricostruzione e lo
Sviluppo. Subito dopo la fine della guerra furono stabiliti accordi anche con nazioni di altri continenti.
Nel 1947 fra 23 stati che facevano parte delle Nazioni Unite si stabilì un accordo sulle tariffe doganali e
sullo svolgimento del commercio, l’accordo prese il nome di GATT che si proponeva di favorire il
commercio internazionale e di eliminare le discriminazioni nei confronti dell’uno e dell’altro paese. Per
liberalizzare il più possibile gli scambi internazionali furono prese varie iniziative , la più nota è quella
che fu chiamata Kennedy Round con il quale si convenne di dimezzare le aliquote delle tariffe doganali,
ma con la condizione di fare delle eccezioni per esigenze particolari di alcuni paesi. Il Kennedy Round fu
deludente perché le politiche di alcuni paesi pur adottando una politica doganale tariffaria molto
liberistica, mantengono numerosi ostacoli all’entrata nel paese dei prodotti stranieri.
Alla fine della seconde guerra mondiale l’economia italiana era così prostrata che sembrava quasi
impossibile una ripresa. Negli anni 1945-1963 prima si chiusero le ferite della guerra poi si rafforzarono
le industrie e poi aumentarono i consumi. Le ragioni della crescita vanno attribuite agli aiuti americani e
alle spese sostenute dallo stato per la ricostruzione delle opere pubbliche distrutte dalla guerra.
L’inflazione subì una battuta di arresto grazie all’emissione del prestito Soleri, il governo rallentò le
richieste di anticipazioni alla banca d’Italia e diminuì l’emissione di moneta. Questa situazione non durò
molto perché gli operai avanzarono richieste di aumenti salariali proporzionati alla crescita del costo della
vita. In conseguenza di tutto ciò aumentarono i biglietti messi in circolazione, lievitarono sensibilmente i
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prezzi. Occorreva frenare l’inflazione. Così il ministro del Bilancio Einaudi aumentò il tasso ufficiale di
sconto proibendo al Tesoro di chiedere anticipazioni alla Banca d’Italia. Questi provvedimenti ebbero, in
un primo momento solo effetti negativi perché scoraggiarono gli investimenti e fecero aumentare la
disoccupazione. Successivamente diedero qualche effetto positivo portando una certa stabilità ai prezzi.
Nel settore del credito nel 1946 si ebbe la costituzione della Mediobanca per la concessione di prestiti a
medio e lungo termine. Nel 1939 le banche popolari avevano costituito l’Istituto Centrale delle Banche
Popolari Italiane, successivamente il nuovo istituto e le banche popolari crearono la Banca Centrale del
Credito Popolare. Il quinquennio successivo alla ricostruzione, 1951-1956, fu caratterizzato da un
notevole sviluppo industriale e dalla capacità di tener testa alla concorrenza mondiale. La crescita degli
investimenti e il miglioramento della produttività furono dovuti alle nuove tecnologie e alla
riorganizzazione delle aziende. Ma il maggiore impulso alla produzione derivò dall’aumento dei consumi.
Il miracolo dell’economia italiana si ebbe fra il 1957-1963. i progressi compiuti in agricoltura furono
dovuti all’azione dei governanti preoccupati di migliorare le condizioni dei piccoli coltivatori, essi furono
poi agevolati con prestiti per la costruzione delle infrastrutture e per rinnovare le colture. I contadini
furono inoltre aiutati dalla Cassa per il Mezzogiorno, costituita nel 1950, per lo sviluppo delle regioni
meridionali. Nel 1960 fu approvato il Piano verde , un piano quinquennale per lo sviluppo
dell’agricoltura italiana. I risultati di questi provvedimenti non furono eccezionali. Il vero miracolo
economico si ebbe nel settore industriale. Ma le industrie che maggiormente contribuirono alla crescita
del prodotto nazionale netto furono quelle meccaniche; rapidissima fu l’espansione della FIAT. Un ruolo
importante nella crescita industriale l’ebbero le esportazioni che salirono sia per i bassi costi sia per la
notevole crescita della domanda internazionale. Il ruolo trainante della crescita industriale fu svolto dallo
stato, costruendo opere pubbliche ed effettuando interventi straordinari a favore del mezzogiorno. Nel
1961 gli stabilimenti dell’ILVA e di Cornigliano per la lavorazione dei metalli ferrosi vennero fusi e
diedero vita all’Italsider.nel 1953 fu creato l’ENI con il compito di ricercare raffinare e trasportare il
petrolio. Per lo sviluppo delle regioni meridionali, la Cassa per il Mezzogiorno non solo favoriva
l’agricoltura, ma anche le industrie. Nel primo decennio di vita(1950-1962) della Cassa per il
Mezzogiorno i risultati non furono soddisfacenti. L’intervento dello stato riguardò anche il settore
bancario. Nel 1952 con i fondi delle casse di risparmio e delle banche private locali fu creato il
Mediocredito centrale, incaricato di finanziare i Mediocrediti regionali. Fu creato l’Artigiancasse per la
concessione di crediti agli artigiani. Durante gli anni del miracolo economico tutte le banche italiane
aumentarono le proprie operazioni e non subirono grandi perdite. Nel 1963 la crescita dell’economia
italiana subì una battuta di arresto. Seguì un periodo di razionalizzazione che durò fino alla crisi del
petrolifera del 1973. un decennio 1974-1984 fu un periodo di difficoltà, caratterizzato da un’accentuata
inflazione. La prima crisi si ebbe nel 1963-1965, i salari crebbero più della produttività del lavoro,
aumentò il disavanzo della bilancia dei pagamenti con conseguenze negative per i cambi con l’estero. Il
governo e la Banca d’Italia attuarono una politica di restrizione del credito. Tale politica frenò la
domanda interna e fece aumentare le esportazioni all’estero, tuttavia non si tenne conto delle conseguenze
negative come la diminuzione degli investimenti. Nel 1966 vi fu una certa ripresa dell’economia: si ebbe
un lieve aumento dei consumi interni e delle esportazioni all’estero. Si trattò tuttavia di una momentanea
ripresa poiché dal 1967 al 1972, le difficoltà tornarono: la crescita del prodotto interno lordo si dimezzò,
aumentò sia il disavanzo della bilancia dei pagamenti che quello del bilancio statale e crebbe la fuga dei
capitali all’estero. Nel decennio 1973-1983 l’economia italiana fu colpita da una grave crisi. Il colpo
maggiore all’economia fu dato dall’aumento del prezzo del petrolio. Il colpo fu grave per la forte
dipendenza dell’attività di molte industrie italiane dall’importazione di petrolio. Ad aggravare la crisi
contribuì la fluttuazione della lira che subì una lenta svalutazione, aumentarono perciò i prezzi
all’importazione con la conseguenza di aggravare l’inflazione. Per far fronte alla crisi bancaria del 1974
un decreto del governo autorizzò l’intervento della Banca d’Italia per la concessione di crediti a favore
delle banche in difficoltà. Per ridurre il disavanzo della bilancia dei pagamenti il governo fu costretto a
prendere drastici provvedimenti per un’economia di mercato: chiusura temporanea del mercato dei cambi
e restrizione alle importazioni. Il ministro del tesoro, La Malfa prese posizione contro l’autorizzazione a
spregiudicati aumenti di capitale di società dei gruppi Sindona, e decise l’istituzione della
Consob(Commissione nazionale per le società e le borse) per il controllo delle società e le borse. La crisi
continuò nella seconda metà degli anni ’70. per fronteggiarla nel 1979 fu varato il Piano Pandolfi che
prevedeva la crescita delle esportazioni all’estero, la riduzione delle spese pubbliche per
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l’assistenzialismo ed aiuti alle imprese più efficienti. Si trattò di una politica che assegnò un ruolo
centrale alla riduzione del costo del lavoro. Con l’aggravarsi della crisi economica anche i problemi del
Mezzogiorno trovavano una difficile soluzione. Dopo trenta anni di interventi straordinari nel
Mezzogiorno vi sono ancora notevoli differenze di sviluppo economico fra le stesse regioni meridionali.
Tra il 1983 e il 1990 sull’onda dell’economia mondiale, anche l’Italia ha beneficiato dello sviluppo
economico. Le ragioni dello sviluppo dell’economia italiana vanno individuate nella reazione all’aumento
del petrolio che ha portato ad un maggiore consumo di energia alternativa, la riduzione del prezzo del
petrolio da parte dei paesi produttori. Dal 1983 la domanda di lavoro è stata sostenuta con i contratti di
formazione. Nonostante la crescita della spesa dello stato l’inflazione è stata piuttosto contenuta. Nel
1981 giunse il crollo violento allorché vi vu l’arresto di Calvi e Bonomi, e la scoperta degli elenchi degli
appartenenti alla loggia massonica P2. dal 1988 vi è stato un periodo di sostanziale ripresa.
CAPITOLO SESTO
GLI STATI UNITI E IL GIAPPONE FINO ALLA GUERRA NEL GOLFO
Durante la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti rafforzarono notevolmente il loro potere economico,
oltre quello militare e politico. La crescita economica fu interrotta, nel 1949, dalla minore vivacità della
domanda interna , diminuì la domanda estera , per la ripresa della produzione agricola e industriale dei
paesi colpiti dalla guerra. Per fronteggiare la crisi, il governo adottò una politica di restrizione del credito,
di costruzione di nuovi lavori pubblici, ridusse la pressione tributaria. All’inizio del 1950 l’economia era
in netta ripresa, grazie anche allo scoppio della guerra in Corea. L’espansione durò fino alla fine della
guerra in Corea, la causa della recessione va attribuita alla repentina riduzione delle spese militari; anche
questa crisi fu risolta nel giro di un anno. Ciò che maggiormente influì sulla crescita industriale fu il
processo di concentrazione delle imprese. Durante l’amministrazione dei democratici Kennedy, Johnson,
e del repubblicano Nixon vi fu un’espansione senza interruzione dell’economia degli Stati Uniti; le loro
politiche ripresero le teorie keynesiane. L’operazione più significativa attuata, nel 1964, con la nuova
economia fu la riduzione della pressione tributaria. Contemporaneamente crebbe l’intervento militare nel
Vietnam. Quando nel 1967 il repubblicano Nixon assunse la presidenza degli Stati Uniti, oltre a portare a
termine lo scottante problema della guerra del Vietnam, sul piano economico fu costretto ad affrontare
l’impetuosa inflazione e il crescente disavanzo della bilancia dei pagamenti. La causa della crescita
dell’inflazione va attribuita all’aumento delle spese militari. L’amministrazione Nixon instaurò una nuova
politica per combattere l’inflazione tramite il controllo dei prezzi e dei salari. Tale politica prevedeva la
graduale riduzione dell’intervento dello stato nell’economia e l’ulteriore riduzione delle spese militari. I
provvedimenti adottati tuttavia non ebbero grande efficacia. Le difficoltà aumentarono, allorché fu
stabilita l’inconvertibilità del dollaro. Dal 1971 al 1973 si ebbe una notevole ripresa dell’attività
produttiva accompagnata dalla riduzione della disoccupazione. La crescita fu ostacolata dall’inflazione
sempre presente e alimentata da una politica economica eccessivamente espansiva. L’inflazione e la
crescita del disavanzo della bilancia dei pagamenti determinarono da un lato la riduzione della domanda
di alcuni prodotti e dall’altro l’aumento dei costi e la riduzione dell’offerta. Il fallimento che provocò
maggiore scalpore fu quello della Franklin National Bank acquistata dal finanziere italiano Sindona. Nel
1975 l’economia degli Stati Uniti e quella internazionale cominciò a riprendersi .durante gli anni ’70 si
ebbe sempre inflazione e un elevato tasso di disoccupazione. Le proposte antinflazionistiche del
presidente repubblicano Ford non riuscirono a domare l’inflazione né ad abolire la disoccupazione. Nel
1977 l’amministrazione del presidente democratico Carter si propose di portare il bilancio dello stato in
pareggio e ridurre l’inflazione al 4%. Carter non riuscì mai ad adottare una politica economica deflativa,
perché fu preoccupato di mantenere lo sviluppo dell’economia interna e sostenere l’esportazione dei
capitali all’estero. Nel 1980 venne eletto presidente degli Stati Uniti Reagan; il suo programma
economico prevedeva la riduzione della pressione tributaria, l’aumento degli armamenti per contrastare la
crescente potenza dell’Unione Sovietica e la riduzione della spesa pubblica al fine di ridurre l’inflazione.
Per tagliare la spesa pubblica Reagan aveva quasi del tutto abbattuto il sistema di previdenza e di
assistenza sociale, contribuendo ad accrescere il divario tra i redditi e l’emarginazione. Dal lato della
politica estera, Reagan seguì dapprima una linea di fermezza, nell’intento di contrastare l’Impero del male
come egli definiva l’Unione Sovietica e successivamente avviò un processo di distensione. Alle elezioni
del 1988 fu eletto Bush che continuò la precedente linea reaganiana;propose la riduzione delle truppe
americane e di quelle sovietiche schierate nell’Europa Centrale. Sul versante interno si dedicò soprattutto

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a mettere a punto i piani per combattere il traffico do droga, il problema dell’educazione scolastica,
l’emarginazione.
La guerra nel Golfo del Persico iniziò il 2 agosto del 1990, quando il dittatore dell’Iraq, Saddam
Hussein, conquistò il vicino emirato del Kewait. Finì il 28 febbraio del 1991 con la vittoria degli alleati e
la liberazione del territorio occupato. Le ragioni della conquista erano la controversia relativa alla
proprietà di alcuni ricchi pozzi petroliferi ai confini tra i due paesi; l’intenzione di imporre un prezzo più
elevato; il dissesto economico dell’Iraq. Le intenzioni di Hussein non erano ben viste dai paesi occidentali
che temevano la successiva conquista dell’Arabia Saudita. Così il Consiglio di Sicurezza dell’ONU
impose il ritiro immediato e incondizionato dal territorio occupato; venne imposto l’embargo economico
all’Iraq e al Kuwait. Poiché l’emirato non venne liberato gli americani inviarono nel Golfo forze aeree e
terrestri alle quali si affiancò l’esercito alleato dislocato in Arabia. In risposta il dittatore iracheno
dichiarò la guerra santa e legò la guerra del Golfo alla questione palestinese. L’ONU avrebbe autorizzato
il ricorso alla forza se entro il 15 gennaio del 1991 gli iracheni non si fossero ritirati dal Kuwait. L’inizio
delle ostilità venne ritardato per ottenere la liberazione degli ostaggi. La guerra aerea cominciò il 17
gennaio . gli obiettivi iracheni presi di mira vennero distrutti con grande precisione. L’inizio delle ostilità
venne ritardato per ottenere la liberazione degli ostaggi. La guerra aerea cominciò il 17 gennaio . gli
obiettivi iracheni presi di mira vennero distrutti con grande precisione. Il 24 febbraio del 1991 le forze
alleate passarono all’ultima fase della guerra con l’offensiva terrestre. Il 28 febbraio il presidente Bush
dichiarò la vittoria delle forze alleate e la liberazione del Kuwait. Dal punto di vista politico i risultati
furono più significativi perché il consenso di Gorbaciov, alle operazioni militari degli alleati migliorò i
buoni rapporti dei paesi occidentali con l’Unione Sovietica.
I danni provocati dalla seconda guerra mondiale, specie con i bombardamenti, misero in crisi l’economia
del Giappone. Il Comando Supremo delle Potenze Alleate attuò grandi riforme economiche e sociali. La
Dieta nel 1946 approvò il progetto di riforma agraria preparato dal governo in collaborazione con lo
SCAP. I risultati della riforma si fecero sentire negli anni del boom economico 1955-1961 allorché si
realizzò stabilità finanziaria, sviluppo della produzione industriale e buoni raccolti. La politica dello
SCAP aiutò il paese a riparare le distruzioni prodotte dalla guerra ed avviò la ripresa economica e fu
diretta a dare libertà alle forze di mercato rompendo il potere dei grandi cartelli e a favorire la libera
iniziativa. All’inizio la ricostruzione economica fu molto lenta. Essa cominciò solo con gli aiuti degli
Stati Uniti e grazie all’intervento dello stato che ebbe un ruolo determinante; lo stato aiutò le imprese in
difficoltà e creò le infrastrutture pubbliche. Si pensò di trasferire molte aziende nelle zone meno
sviluppate e di introdurre tecnologie non inquinanti. Si trattava di un vero e proprio piano di
rimodellamento dell’arcipelago. Le ragioni del successo economico giapponese sono da ricercare nella
cultura e nella storia in base alle quali le imprese si muovono con una logica di destino comune. Il metro
di paragone col quale i giapponesi misurano la competitività non è la massimizzazione del profitto, ciò
che conta di più è il trend di crescita. Durante la seconda guerra mondiale la flotta commerciale
giapponese fu completamente distrutta ; la stessa sorte toccò alle vie e ai mezzi di comunicazione
terrestri. Una ripresa notevole del commercio si ebbe durante la guerra di Corea. Poi vi furono due periodi
di slancio dell’economia giapponese1) 1955-1961 --2) 1965-1970. I prodotti giapponesi erano largamente
competitivi poiché nel paese vi era abbondanza di manodopera, quindi i salari, i costi e i prezzi erano
bassi. Gli Stati Uniti, quando si accorsero che il Giappone era diventato la seconda potenza economica del
mondo occidentale, cominciarono a chiedere l’attuazione di una politica doganale liberistica. Ma i
giapponesi si rifiutarono e per reazione gli Stati Uniti per il riallineamento della parità monetaria
imposero un’elevata rivalutazione dello Yen. Il Giappone reagì orientando le esportazioni maggiormente
verso i paesi europei. Nel 1973 si ebbe una nuova rivalutazione dello Yen e in tal modo i prezzi delle
merci esportate dal Giappone si allinearono a quelli degli paesi e persero competitività. Il governo
giapponese aveva cominciato ad attuare una politica di libero scambio, quando nel 1973 sopraggiunse la
crisi internazionale del petrolio. Durante gli anni della seconda guerra mondiale il Giappone fu colpito
anche da inflazione monetaria. La restaurazione finanziaria del paese fu affidata al banchiere Joseph
Dodge che stabilì una severa politica deflazionistica per mezzo delle riduzione delle spese pubbliche e dei
prestiti bancari. Quando nel 1953 gli alleati lasciarono il paese il governo revocò la legge antitrusts, così
anche se in forma diversa, si ricostruirono le grosse coalizioni di imprenditori degli anni prebellici.una
parola chiave di questo successo e la cosiddetta zaitech, la tecnologia finanziaria.

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CAPITOLO SETTIMO
L’EUROPA ORIENTALE NEL XX SECOLO
La prima nazione che riuscì ad attuare il socialismo in Russia. Quando nel 1917, in Russia fu installato il
socialismo, il capitalismo non si era ancora affermato. Vi erano diversi germi che fecero maturare lo
scoppio della rivoluzione: il malcontento della classe operaia, malpagata, la disoccupazione e la miseria
diffusa; l’incapacità della classe dominante di adattarsi alle esigenze economiche e sociali del capitalismo
industriale. Principalmente vi era il Partito Comunista fondato da Lenin nel 1903 che si proponeva di
contrapporre al parlamentarismo borghese la dittatura proletaria. Le prime manifestazioni del malcontento
si ebbero con la rivolta del 1905 che fu repressa con la forza, ma il malcontento non si spense . pertanto,
quando la Russia, che partecipò alla prima guerra mondiale, subì una sconfitta militare, il malcontento
aumentò e l’organizzazione militare dei bolscevichi, diretti da Lenin, nel 1917 riuscì a conquistare il
governo del paese( Rivoluzione d’ottobre). Lo zar Nicola II abdicò in favore del fratello Michele, che si
rifiutò di9 regnare, così fu instaurata la repubblica. Con la nascita del comunismo la storia economica
dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche si può dividere in tre parti: gli anni del comunismo di
guerra(1917-1921) il periodo della Nuova politica economica(1922-1928) e il periodo della pianificazione
che va dal 1928 in poi. Il nuovo governo nasce come una dittatura che ha la base del potere nel Partito
Comunista, crea la Cena, una commissione straordinaria per la lotta agli oppositori del governo e le
funzioni di polizia politica. Si confiscarono le terre dei grandi proprietari e della chiesa; fu abolito il
diritto di proprietà sulle terre al fine di organizzare le aziende collettive ritenute da Lenin più vantaggiose
dal punto di vista dell’economia e dei prodotti. Nel 1917 fu istituito il Consiglio superiore per l’economia
nazionale al fine di coordinare e accentrare tutte le decisioni da prendere nel settore economico; fu
stabilito il controllo operaio nelle imprese capitalistiche le quali furono capitalizzate; la direzione delle
imprese venne affidata ad una sola persona, il soviet di fabbrica che divenne un organo consultivo e di
dibattito dei problemi aziendali. Il (1)comunismo di guerra, come fu definita la politica di
nazionalizzazione di quegli anni, fu un completo fallimento, poiché diminuì la produzione agricola e
industriale, i prezzi aumentarono vertiginosamente e dilagò il malcontento fra la popolazione. Il periodo
del comunismo di guerra fu complicato dalle forze controrivoluzionarie, conosciute come movimento
bianco. La contrapposizione delle due forze portò alla guerra civile che si risolse con la vittoria dei
“rossi”. Per fermare i movimenti nazionalistici, Lenin e Stalin sostennero l’autodeterminazione, cioè il
diritto dei popoli di avere una vita politica indipendente. Nel campo economico Lenin riconobbe il
fallimento dell’instaurazione rapida del sistema collettivistico e propose, nel 1921, una politica di
transizione, la Nep o capitalismo di stato, che aiutò a passare dal capitalismo al collettivismo. Il governo
aprì la strada alla costituzione di aziende agricole collettive, kolchozy, incoraggiando la formazione di
cooperative di produzione agricola. I risultati della (2)Nep, in agricoltura , furono certamente positivi,
poiché si attenuarono le tensioni sociali e migliorò la produzione. Con la morte di Lenin, nel 1924, e
l’avvento al potere di Stalin si rafforza sempre più il potere del Partitiche aveva preso il nome di Partito
Comunista dell’Unione Sovietica(PCUS), esso diventò una casta burocratica di governo rigidamente
controllata dal segretario generale Stalin che divenendo segretario del partito assunse anche il governo
del paese. Crebbe rapidamente il culto della personalità e Stalin divenne massima fonte di pensiero. In
campo economico il capitalismo di stato fu liquidato e si ritornò al collettivismo; si attuarono le
requisizioni forzate dei prodotti agricoli e si decise di eliminare i contadini più agiati e spinse i piccoli
contadini ad entrare nelle aziende collettive. Nei settori industriali e commerciali nazionalizzati lo statore
i cartelli. I dirigenti dei cartelli e delle aziende venivano nominati dal Soviet supremo dell’economia
nazionale. Alla (3)pianificazione il PCUS pensò dal 1919 poiché riteneva che i compiti prioritari del
governo fossero la riunificazione di ogni attività economica del paese e la realizzazione della massima
centralizzazione della produzione. Fu creato il Gosplan che elaborò piani limitati a settori particolari. Ma
la vera fase della pianificazione fu aperta da Stalin con i piani quinquennali. I primi due piani
quinquennali si proposero l’affermazione definitiva della collettivizzazione. Per l’agricoltura la
collettivizzazione fu pienamente realizzata. Gli aspetti negativi di questo sviluppo furono il reperimento
della manodopera dalle campagne, il pagamento di salari molto bassi e lo sfruttamento del lavoro forzato
degli avversari politici. Durante gli anni del secondo piano l’appello del governo alla collaborazione
spinse molti operai a fare notevoli sacrifici, tanto che il minatore Stachanov darà il nome al movimento
stacanovista, che aveva il scopo di attuare la divisione e la razionalizzazione del lavoro. Il terzo piano si
propose un’ulteriore crescita della produzione industriale al fine di realizzare il compimento e
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l’edificazione della società socialista senza classi. Nel 1941 l’attuazione del piano fu interrotta
dall’invasione tedesca dell’URSS. Grazie agli aiuti militari degli anglo-americani , l’Unione Sovietica
uscì vittoriosa dalla seconda guerra mondiale; così Stalin partecipò alla spartizione della Germania. Con
la politica di espansione del comunismo, l’Unione Sovietica si trovò a dividere con gli Stati Uniti la
supremazia mondiale. Dal 1946 per circa un decennio, la guerra fredda divise il mondo in due blocchi
contrapposti: i paesi socialisti con alla testa l’Unione Sovietica e i paesi occidentali affiliati alla politica
degli Stati Uniti. Il quarto piano si pose come obiettivo la ricostruzione dell’economia devastata dalla
guerra. Nel quinquennio 1951-1955 non fu predisposto un piano globale di crescita della produzione, ma
furono emanate numerose direttive. Alla morte di Stalin la politica sovietica subì una prima svolta con il
nuovo capo del governo Malenkov e ancor più con Krushev che demolì il culto di Stalin svelando i
crimini che erano stati commessi. Quantunque Krushev non avesse mai messo in discussione la struttura
del partito-stato , le sue riforme non furono gradite ai conservatori, così con un colpo di stato fu destituito
e sostituito da Breznev. Per circa un ventennio si tornò alla politica del riarmo e riaffiorò il culto della
personalità. In campo economico Breznev sostenne la necessità di aumentare la produzione dell’industria
pesante, rilevò l’urgenza di rinnovare l’agricoltura. Dai piani quinquennali si passò ai piani settennali e
accanto a questi piani adottò altri due tipi di piani: quelli a lungo termine e quelli annuali. Alla morte di
Breznev nel 1982, divennero capo di stato e segretario del PCUS prima Andropov e poi Cernenko che
non portarono modifiche al sistema. Radicali trasformazioni vennero invece introdotte la Gorbaciov
eletto segretario generale del PCUS nel 1985 e capo dello stato nel 1988. l’Unione Sovietica era divenuta
la seconda potenza industriale nel mondo, dopo gli Stati Uniti, ma crescita della produzione era ferma. Le
cause di tale situazione furono: carenze di investimenti ed incapacità di introdurre nuove tecnologie
produttive; intervento massiccio dello stato nell’economia con l’abolizione delle proprietà private e la
politica di pianificazione. Queste ragioni di fondo della crisi economica furono intuite da Gorbaciov, il
quale avviò un difficilissimo processo di trasformazione dell’economia collettivista in economia
capitalistica. Per fare accettare le sue idee Gorbaciov lanciò 4 slogan:1) perestrojka 2) glasnost 3) casa
comune europea 4) governo mondiale. La perestrojka, una politica avviata nel 1985, significa
ristrutturazione specie nel settore industriale. Nel 1987, al Plenum del Comitato centrale del partito, ha
lanciato la glasnost, cioè la trasparenza nell’intera rete della gestione della cosa pubblica. In altre parole
significa avviare la democrazia in URSS. La casa mondiale europea viene lanciata nel 1989, al
parlamento di Strasburgo. Con essa Gorbaciov intendeva rompere le barriere che dividono l’Est
dall’Ovest dell’Europa. Il governo mondiale viene interrotto in un discorso pronunciato all’Assemblea
delle Nazioni Unite. Si tratta di attuare una politica mondiale comune a tutti i popoli con la quale il
progresso sarà plasmato da interessi umani universali e dovrà salvaguardare la nostra civiltà. Nel 1989
alle elezioni per il Consiglio dei deputati molti candidati del Partito Comunista vennero battuti e dalle
urne uscì trionfante il radicale Eltsin. Il presidente Bush e Gorbaciov stipularono accordi sul disarmo e
per l’eliminazione delle armi chimiche. Nel 1990 il Cremlino diede l’autorizzazione all’unificazione delle
due Germanie. Alle imprese socialiste venne fatto obbligo di provvedere alle spese con il ricavato delle
proprie vendite(calcolo economico). Si stabilì lo scioglimento del COMECON e si chiede l’entrata
dell’URSS nel GATT. I risultati di tali provvedimenti certamente non furono soddisfacenti, anzi la crisi
dell’economia si aggravò. Le imprese trovarono difficoltà ad attenersi ai criteri del calcolo economico.
Aumentò il disavanzo del bilancio dello stato, crebbe l’inflazione e la disoccupazione. Nel 1991 8
amministratori pubblici tentarono un colpo di stato destituendo Gorbaciov da capo del partito e da
presidente dell’URSS. Il colpo fallì e Gorbaciov riprese i suoi poteri e avviò una serie di radicali
innovazioni. La più significativa fu lo scioglimento del PCUS ritenuto la causa di tanti mali del paese.
Altro evento importante fu il riconoscimento dell’indipendenza delle repubbliche baltiche.
La termine della seconda guerra mondiale sia politicamente che economicamente si assisteva , così alla
spaccatura del mondo nelle due grandi aree di influenza. La zona dalla Polonia al pacifico sotto
l’influenza della superpotenza militare dell’Unione Sovietica. L’Europa Occidentale e la maggior parte
dell’America sotto l’egida della superpotenza economica degli Stati Uniti. Era l’inizio delle guerra fredda.
La divisione della Germania in due zone divenne il simbolo della spaccatura politica tra l’Est e l’Ovest.
Berlino costituì la frontiera aperta tra le due Germanie. Attraverso questa città migliaia di persone
potevano ancora passare alla libertà. Nel 1961 le autorità posero il definitivo e vergognoso rimedio della
costruzione di un muro che divideva Berlino in due. I paesi dell’Europa Orientale che si costituirono in
democrazie popolari.
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In Polonia, il partito unificato dei lavoratori polacchi divenne la politica dominante. Sofferta fu la
sottomissione dell’Ungheria al modello sovietico; nel 1946 fu abolita la monarchia e introdotta la
repubblica. Il rigido regime staliniano creò grossi malcontenti. Sotto la guida di Nagy, il paese andava
assumendo tendenze sempre più marcatamente antisovietiche, che culminarono con l’annuncio del ritiro
del paese dal patto di Varsavia. Ciò provocò la reazione dei sovietici che diedero origine ad una violenta
repressione delle forze di opposizione. In Bulgaria e in Romania, fu abolita la monarchia. In
Cecoslovacchia il completo controllo comunista del governo venne assunto con il cosiddetto colpo di
stato di Praga. In Jugoslavia, dove il partito Comunista con a capo Tito , si era creato una propria identità
durante la guerra Stalin si trovò di fronte ad un paese autonomo. Nonostante gli accordi intercorsi tra
Stalin e Tito i motivi e i contrasti sul modo di governare furono tali che si arrivò alla rottura definitiva,
tanto che l’URSS ritirò tutti gli aiuti economici alla Jugoslavia. Qui nonostante un irrigidimento nella
condotta di Tito, i rinnovatori riuscirono ad ottenere l’introduzione di una vera e propria economia di
mercato. In Cecoslovacchia, quella che fu definita la primavera di Praga, fu stroncata con l’occupazione
della stessa da parte delle truppe sovietiche . nel 1949 nacque il Consiglio di Mutua Assistenza
Economica(COMECON) voluto da Stalin, in risposta al piano Marshall. I principali obiettivi del
COMECON erano lo sviluppo degli scambi tra gli stati membri, il coordinamento dei piani economici
nazionali e l’integrazione delle economie di tipo socialista. Gli scambi si regolavano con una moneta di
conto, il rublo trasferibile. Per misurare di carattere militare, invece, bisognerà aspettare il 1955 con il
Patto di Varsavia. La cosiddetta Nato Rossa fu un accordo politico-militare tra l’Unione Sovietica e le
democrazie popolari. Il vento della perestrojka ruppe quell’equilibrio, che si venne forzatamente ad
instaurare dal secondo dopoguerra. Ciò significò, dal punto di vista politico, il rigetto del principio
leninista dello stato partito. La Polonia fu l’unica nazione, che nel ventennio ottenne varie concessioni. La
crisi economica in cui versava il paese trovava la manifestazione più significativa nei consistenti aumenti
dei prezzi. Il disagio della popolazione sfociò in altre manifestazioni; il governo fu costretto a concedere
la formazione di un sindacato indipendente, che prese il nome di Solidarnosc. Venne riconosciuto il
diritto di sciopero e furono accordate migliori condizioni salariali. Solo nel 1988, sull’onda della ventata
liberale partita dall’URSS, si arrivò ad una svolta definitiva che portò al riconoscimento della legalità di
Solidarnosc e alle lezioni libere del 1989. Elezioni che diedero una schiacciante vittoria ai membri del
sindacato della libertà. Anche in Cecoslovacchia si ebbe il definitivo collasso del regime comunista. Nello
stesso anno si creò il primo governo a maggioranza non comunista. Nel 1989 anche per la Bulgaria fu un
anno del rinnovamento. L’assemblea nazionale, nel 1990, proclamò la fine del regime comunista e
l’apertura al pluripartitismo. La Romania attraversò la fine della transizione in maniera esasperata e
drammatica. Il paese dovette subire la dittatura personale di Ceausescu. Egli trascinò l’economia rumena
molto vicino al collasso. Nel 1989 scoppiarono violente agitazioni in tutto il paese e Ceausescu fu
giustiziato.anche la federazione jugoslava intraprese il lungo cammino del riformismo politico. Il Partito
Comunista cambiò nome in Partito Socialista. Il vento rinnovatore della perestrojka ebbe conseguenze
molto negative sul fronte della coesistenza di gruppi etnici diversi, portò cioè il risveglio dei sentimenti
nazionalistici troppo a lungo soffocati. L’ultima fortezza del comunismo a crollare fu l’Albania. Nella
Germania dell’Est le prime elezioni libere del 1990 diedero la vittoria all’alleanza per la Germania e
portarono alla firma a Berlino del trattato di unificazione tedesca. L’economia di tipo sovietico, era
un’economia molto vicina a quella del baratto. Le varie monete socialiste erano, generalmente, delle unità
di conto e quindi non strumento di pagamento né si potevano utilizzare come riserva. In agricoltura le
distorsioni create dal modello sovietico erano state numerose: una meccanizzazione obsoleta, la mancanza
di libertà di scelta sia a livello produttivo che di vendita.la gestione centralizzata del settore agricolo
frenava qualsiasi tentativo di emancipazione.
L’Unione Sovietica con le difficoltà incontrate per l’attuazione della perestrojka, non era più in grado di
controllare la politica e tanto meno l’economia degli ex stati alleati europei. In Polonia il primo effetto è
stato una violenta inflazione, causata dalle decisioni di indicizzare i salari e mercatizzare l’economia
alimentare. Nel settore pubblico si assistette ad un lentissimo processo di privatizzazione. Nella Germania
dell’Est il costo dell’unificazione fu molto alto. L’Unione abbatté tutte le barriere di difesa lasciando che
l’economia della Germania Est venisse travolta dall’invasione dei prodotti della Repubblica.
Nel settore industriale, in tutte le repubbliche ex socialiste, è stata attuata la lenta privatizzazione, con
leggi di particolare favore per gli investitori esteri. Nonostante le agevolazioni nelle ex repubbliche
socialiste, la situazione dell’attività industriale non è positiva.
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STORIA ECONOMICA
TESTO: STORIA ECONOMICA -- FRANCESCO BALLETTA
ANNO 2000
STEFANIA MINCIONE 063/4150

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