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SOCIOLOGIA ECONOMICA

I. Profilo storico (Carlo Trigilia)

Introduzione. Che cosa la sociologia economica


Il campo di studio della sociologia economica caratterizzato da un insieme di studi e ricerche volti ad
approfondire i rapporti di interdipendenza tra fenomeni economici e sociali.
DUE DEFINIZIONI DI ECONOMIA
Karl Polanyi (1977) ci suggerisce due definizioni di economia:
1) possiamo guardare alleconomia come allinsieme delle attivit stabilmente intraprese dai membri di una
societ per produrre, distribuire e scambiare beni e servizi (questa definizione non condivisa da tutti gli
economisti);
2) possiamo guardare ai fenomeni economici come sinonimi di economizzare, cio porre laccento su attivit
che hanno a che fare con la scelta individuale di impiego di risorse scarse, che potrebbero avere usi alternativi,
al fine di ottenere il massimo dai propri mezzi ( quella che prevale nei testi di economia). Qui i soggetti
perseguono razionalmente gli interessi individuali (es. si suppone che ciascun individuo sar propenso a
comprare pi quantit di un bene se il prezzo basso per effetto dei rapporti tra domanda e offerta, e viceversa
se il prezzo alto). Dallincontro della domanda dei consumatori e dei produttori sul mercato dipender la
quantit effettiva di beni che saranno prodotti e il loro prezzo.
Se nelle societ primitive le attivit economiche si svolgono nellambito delle strutture familiari e parentali che
regolano le modalit di produzione, nei grandi imperi dellantichit lo stato assume un ruolo essenziale nella
regolazione delle attivit economiche. Nelle societ capitalistiche, che si basano sulla propriet privata dei mezzi di
produzione, leconomia si emancipa dai controlli sociali e politici ed i mercati si autoregolano e lallocazione
delle risorse e la formazione dei prezzi sono condizionati dai rapporti tra domanda e offerta.
Le definizioni dei fenomeni economici che abbiamo richiamato non devono essere considerate come alternative ma
come due modi diversi di guardare alleconomia da cui discendono vantaggi e limiti che bene conoscere.
La seconda definizione la pi diffusa tra gli economisti ed ha consentito un notevole avanzamento delle
conoscenze sui meccanismi autoregolativi delleconomia (sullinfluenza dei movimenti della domanda e
dellofferta sulla formazione dei prezzi e sullallocazione delle risorse). Operando con pochi assunti semplici
relativi al comportamento utilitaristico degli attori, e considerando le istituzioni come un dato, leconomia ha
potuto sviluppare modelli teorici a elevata generalizzazione. Su questa base ha anche affinato strumenti previsivi e
normativi.
Tuttavia, sul piano pi specificamente interpretativo, emergono difficolt quando occorre misurarsi con contesti in
cui il mercato autoregolato ha un ruolo limitato o addirittura nullo (es. contesti precapitalistici) o quando si vuole
rispondere a domande del tipo: perch alcuni paesi si sono industrializzati prima di altri? perch alcuni paesi si
sono industrializzati prima di altri?
In questi casi presenta dei vantaggi la prima definizione la quale si apre maggiormente allo studio dellinterazione
tra economia e societ ed quindi pi vicina alla prospettiva della sociologia economica ma anche
dellantropologia e della storia economica. Tali discipline hanno unottica diversa dalleconomia e guardano
allattivit economica come un processo istituzionalizzato (non si parte dal singolo individuo isolato ma si

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considerano le istituzioni che regolano le attivit economiche). Per istituzioni si intende un complesso di norme
sociali che orientano e regolano il comportamento e si basano su sanzioni che tendono a garantirne il rispetto da
parte dei singoli soggetti. Le sanzioni possono essere:
- positive: se incentivano un certo comportamento;
- negative: se tendono ad impedire un certo tipo di azioni;
- informali: se si basano sulla disapprovazione degli altri;
- formali: se stabilite dalla legge (norme giuridiche).
Per il momento opportuno sottolineare che il concetto di istituzione si riferisce, nel linguaggio sociologico, a un
insieme di fenomeni pi ampio di quello che viene di solito preso in considerazione dal linguaggio comune (che si
riferisce alle istituzioni politiche).
E bene non confondere le istituzioni con le organizzazioni che sono invece le collettivit concrete che coordinano
un insieme di risorse umane e materiali per il raggiungimento di un determinato fine (es. imprese, sindacati, camere
di commercio, ecc.).
Mentre a unorganizzazione possono essere imputate delle azioni, ci non possibile per le istituzioni.
Guardare alle istituzioni equivale a gettare un ponte tra economia e societ; consente di storicizzare i fenomeni
economici. Non si parler dunque di economia in generale ma per esempio di economia capitalistica, feudale, delle
societ primitive, ecc.
Il concetto di sistema economico acquisisce un rilievo cruciale in questa prospettiva; esso tende a sottolineare le
diverse modalit, nello spazio e nel tempo, attraverso le quali le istituzioni orientano e regolano le attivit
economiche.
LA SOCIOLOGIA ECONOMICA SECONDO SCHUMPETER E WEBER
La differenza di prospettiva tra leconomia e le altre scienze sociali emerge anche da una famosa definizione di
Joseph Schumpeter (1954) che attribuisce alla sociologia economica il compito di spiegare come le persone sono
giunte a comportarsi in un certo modo (specificando che le azioni devono essere messe in rapporto con le istituzioni
che sono rilevanti per il comportamento economico: stato, propriet privata, contratti, sindacati, ecc.). La sociologia
economica, insieme alla storia e alla statistica, presentata da questo autore come uno strumento che leconomista
teorico dovrebbe padroneggiare.
La definizione di Schumpeter in sintonia con quello di sociologi delleconomia che non si sofferma soltanto
sullinfluenza del contesto istituzionale sulleconomia, ma anche sul condizionamento inverso (es. valutare come le
strutture economiche capitalistiche abbiano favorito una conflittualit sociale e politica che ha, a sua volta, portato
a estendere lintervento dello stato nelleconomica e il ruolo del sindacato e delle relazioni sindacali). La
bidirezionalit dellindagine dalla societ alleconomia e dalleconomia alla societ consente di mettere a fuoco
il cambiamento delle strutture economiche.
Anche per Max Weber una scienza economico-sociale sostanzialmente una scienza dei rapporti di
interdipendenza tra fenomeni economici e sociali. Per Weber, mentre leconomia si concentra soprattutto sulla
formazione del mercato e dei prezzi nella moderna economia di scambio, la sociologia economica si preoccupa
principalmente di mettere in luce i fenomeni economicamente rilevanti (linfluenza esercitata da istituzioni non
economiche, come quelle religiose o politiche, sul funzionamento delleconomia) e quelli economicamente

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condizionati (mettono in evidenza come gli orientamenti politici, o religiosi, ecc., siano influenzati da fattori
economici).
Weber si confronta esplicitamente con Marx in quanto non pu accettare sul piano scientifico uninterpretazione
tendente a ricondurre esclusivamente a cause economiche i caratteri di una determinata societ.
La formulazione di generalizzazione, che Weber chiama idealtipi, ha specifiche limitazioni spazio-temporali ed
essenzialmente finalizzata al miglioramento della conoscenza storica (in nessun caso deve condurre alla ricerca di
leggi generali che pretendano di individuare nessi causali tra aspetti economici e non economici al di l di un
contesto storico).
Per Talcott Parsons (1937) invece la finalizzazione delle generalizzazioni teoriche allindagine storica costituisce
un limite allo sviluppo scientifico della sociologia che va superato.
Tuttavia, i tentativi operati in direzione di modelli teorici a elevata generalizzazione non hanno dato, in generale,
risultati soddisfacenti.
SOCIOLOGIA, ANTROPOLOGIA E STORIA ECONOMICA
Possiamo meglio mettere a fuoco in che cosa differiscano le prospettive analitiche di queste discipline
considerandone:
a) loggetto di studio privilegiato;
b) gli strumenti utilizzati;
c) il grado di generalizzazione teorica.
Antropologia economica
a) le societ primitive;
b) losservazione partecipante;
c) scarso (generalmente si parla di reciprocit come categoria per interpretare le forme istituzionali di
organizzazione economica delle societ primitive).
Storia economica
a) il passato;
b) analisi documentaria;
c) lelaborazione e la discussione di generalizzazioni teoriche esplicite molto pi limitata e spesso considerata
con diffidenza.
Sociologia economica
a) societ contemporanee;
b) analisi documentaria e indagine empirica basata su interviste o su raccolta diretta di informazioni trattabili
anche quantitativamente;
c) si punta maggiormente a elaborare generalizzazioni teoriche sui rapporti tra fenomeni economici e non
economici (nella pratica di ricerca prevale la formulazione di modelli teorici limitati a particolari contesti
spazio-temporali).

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LO STATUS SCIENTIFICO DELLA DISCIPLINA
Dalla discussione precedente emerge unimmagine della sociologia economica che si colloca in una posizione
intermedia tra lottica generalizzante delleconomia e quella pi individualizzante della storia.
La concezione monista positivista dellattivit scientifica incontra dei problemi se viene applicata ai fenomeni
sociali.
Secondo tale concezione non esistono differenze qualitative tra scienze fisiche e naturali e scienze sociali:
a) esiste un solo metodo scientifico che si basa sulla formulazione di ipotesi e sulla verifica empirica;
b) lattivit conoscitiva diretta allelaborazione di spiegazioni causali dei fenomeni;
c) lattivit scientifica attraverso laccumulazione delle conoscenze, tende a formulare leggi generali;
d) la differenza di oggetto tra scienze fisiche e naturali e scienze sociali comporta solo specifici problemi tecnici
per queste ultime.
Raymond Boudon (1984) attraverso luso di alcuni esempi smentisce le affermazioni dei punti c) e d).
La teoria economica prevede che se il prezzo di un prodotto sale, la domanda di quel prodotto scende. Ma non
sempre cos perch bisogna supporre che il secondo bene abbia le stesse caratteristiche del primo e che sia
conosciuto dal consumatore altrimenti lo stesso potrebbe scegliere di spendere di pi ma continuare a comprare il
primo bene. Nella scelta individuale intervengono sempre dei margini di incertezza che ostacolano la formulazione
di previsioni generali.
Altro esempio pu essere quello della formulazione di una legge del tipo: se peggiorano le condizioni economiche,
aumenta la violenza collettiva (rivolte, agitazioni, scioperi). Gli studi storici ed empirici non confermano questa
connessione, almeno nella sua pretesa generalit. Per esempio occorrono dei leader che organizzino la protesta i
quali valuteranno lesistenza di libert di manifestazione oppure la forza degli apparati repressivi, ecc.
Questi semplici esempi ci mostrano la difficolt di formulare leggi del tipo se A, allora B nello studio dei
fenomeni sociali.
Anche la concezione dualista storicista (in base alla quale solo le scienze della natura possono stabilire nessi causali
generali ed ogni fenomeno sociale ha invece un carattere distinto e non possibile alcuna generalizzazione di tipo
teorico) non si addice alla sociologia economica.
Lo status scientifico della sociologia economica, e delle scienze sociali in genere, pu essere fondato su una
concezione diversa dal monismo e dal dualismo. Lapplicazione del metodo scientifico non richiede
necessariamente la formulazione di leggi generali. Le scienze sociali possono invece aspirare alla formulazione di
modelli. Mentre le legge ha una pretesa di applicabilit generale, i modelli sono ricostruzioni ideali di situazioni
particolari, definite da specifiche condizioni che ne limitano la validit nello spazio e nel tempo.
Lindividualismo metodologico cerca di spiegare i fenomeni sociali partendo dalle motivazioni individuali e si
contrappone allolismo metodologico (es. si studia linfluenza del livello complessivo di istruzione sullo sviluppo
economico, ma non si tiene adeguatamente conto delle motivazioni degli attori).
Per trattare la societ come la natura occorre in tutti i casi sbarazzarsi degli attori e ridurli a stereotipati esecutori
delle costrizioni del sistema.

IL PLURALISMO INTERPRETATIVO: SCIENZA E VALORI

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La linea di frattura tra individualismo e olismo metodologico attraversa la storia delle scienze sociali alimentando il
pluralismo interpretativo (cio la coesistenza di diversi modelli interpretativi in concorrenza tra loro).
I due problemi principali sono dunque la complessit delloggetto di indagine (le condizioni che influenzano
lazione delluomo sono molteplici e variano nello spazio e nel tempo) ed il margine di discrezionalit del
ricercatore che fa parte della societ che studia ed ha quindi le sue preferenze ed i suoi criteri di orientamento che lo
guidano in un senso piuttosto che in un altro.

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PARTE PRIMA
DALLECONOMIA ALLA SOCIOLOGIA ECONOMICA

CAPITOLO 1
ECONOMIA E ISTITUZIONI NELLA FORMAZIONE DELLECONOMIA CLASSICA
Leconomia come disciplina nasce nel corso del 1700 quando le attivit economiche si emancipano da controlli e
vincoli sociali e sono regolate dal mercato.
Karl Polanyi (1968) ci aiuter a comprendere il rapporto tra economia e sociologia economica.
Polanyi si valso dei contributi dellantropologia e della storia nello studio delle economie primitive. In questi
contesti le attivit economiche sono incorporate in un sistema di istituzioni non economiche con la conseguenza
che la produzione e lo scambio dei beni legati allagricoltura, allallevamento, alla pesca e allartigianato possono
essere organizzati sulla base di due principi:
- reciprocit: si producono e distribuiscono beni e servizi sulla base di obblighi di solidariet condivisi nei
riguardi degli altri membri del gruppo parentale o della trib. Tali obblighi sono di solito legati alle prescrizioni
di una religione prevalente. Non il guadagno individuale che incentiva il comportamento economico dei
singoli;
- redistribuzione: al principio della reciprocit pu affiancarsi quello della redistribuzione (es. le norme sociali
prevalenti possono prescrivere che al capo del villaggio o della trib vengano consegnati determinati prodotti.
Questi verranno immagazzinati, conservati e successivamente redistribuiti in occasioni cerimoniali particolari.
Il comportamento economico non pi soltanto definito da obblighi sociali condivisi, ma da specifiche regole
formali fatte valere dal potere politico, pur se di solito legittimate in termini religiosi (es. grandi imperi
burocratici come quello romano, egiziano).
Secondo Polanyi, non possibile unindagine sulleconomia che prescinda dallo studio delle strutture politiche in
cui le attivit economiche sono incorporate.
Nel contesto europeo, a partire dal Medioevo si viene costituendo uno spazio crescente e autonomo del mercato
come strumento di organizzazione dellattivit economica, a spese delle altre due forme di integrazione (reciprocit
e redistribuzione). Non bisogna comunque identificare tutti i tipi di scambio con lo scambio di mercato, ve ne sono
tre tipi:
- scambio di doni: tipico della reciprocit;
- scambio amministrato: caratterizzato da transazioni rigorosamente controllate dal potere politico (economie
arcaiche dei grandi imperi);
- scambio di mercato: in senso stretto.
Nel corso dellOttocento, i mercati autoregolati (che determinano i prezzi attraverso il gioco tra domanda e offerta)
diventano lo strumento primario da cui dipende la produzione e distribuzione di beni e servizi nei paesi pi
sviluppati. Lordinamento politico si limita a garantire dallesterno i diritti di propriet e la libera contrattazione.
in questo quadro che si pu sviluppare unindagine economica autonoma basata sulle leggi del mercato. Polanyi
sottolinea che solo lemancipazione e lautonomizzazione delle attivit economiche dai condizionamenti sociali e
politici rende possibile leconomia come scienza.

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Ma occorre evitare di sovrastimare il ruolo dello scambio di mercato nelleconomia anche in quei contesti dove
esso particolarmente sviluppato. Nel capitalismo ottocentesco il predominio del mercato concorrenziale non
stato mai totale. Nelle societ contemporanee, per reagire agli effetti destabilizzanti del mercato, queste societ
hanno teso a reincorporare in parte leconomia cercando di sviluppare nuove forme di regolamentazione politica e
sociale delle attivit economiche.
In tutti questi casi si apre uno spazio che pu essere ricoperto da quella che Polanyi definiva unanalisi istituzionale
delleconomia e che noi possiamo considerare come lo spazio della sociologia economica. Essa ha il compito di
chiarire il posto delle economie nelle societ ovvero si sforzer di mostrare come le attivit economiche siano
collegate alle strutture sociali.
Ma questa separazione non era originariamente cos netta: leconomia classica, soprattutto nella versione di Adam
Smith, aveva una sua sociologia economica. Ed da qui che dobbiamo partire.
LA FORMAZIONE DELLECONOMIA POLITICA
solo nella seconda met del 700, con i fisiocratici e con lopera di Adam Smith, che lidea di una sfera
economica come sistema autonomo di parti tra loro interagenti giunge a maturazione. Diventa anche pi netta la
distinzione tra analisi scientifica del funzionamento delleconomia e proposte di politica economica (suggerimenti
al potere politico per interventi di regolazione).
Cercheremo di mettere in evidenza come la formazione delleconomia politica si accompagni a una riflessione
esplicita e consapevole sui rapporti tra economia e societ. vi dunque una sociologia economica che precede
quella poi sviluppatasi allinterno della tradizione sociologica, e in un certo senso ne costituisce il presupposto. Il
confronto con leconomia politica sar infatti una componente essenziale della prospettiva sociologica.
I mercantilisti
Nel 1600 si diffonde una pratica di economia politica, cio di analisi dei caratteri e dei problemi delle attivit
economiche strettamente finalizzata agli obiettivi di rafforzamento dei nascenti stati nazionali. Con il pensiero
mercantilista si fa strada invece una valutazione pi autonoma e scientifica dei fenomeni economici, soprattutto da
due punti di vista tra loro collegati (il comportamento economico viene visto come sostanzialmente guidato
dallinteresse personale in termini di guadagno; viene riconosciuto il ruolo dello scambio di mercato nel senso
prima chiarito, cio linfluenza della domanda e dellofferta nella formazione dei prezzi). Nel 600 i commerci
avvengono ormai tra gli stati nazionali e ne condizionano la potenza politica. Le monarchie europee erano
interessate a promuovere lattivit commerciale e la penetrazione coloniale per rafforzarsi nella competizione
internazionale. Lobiettivo primario era quello di garantire un afflusso di moneta metallica (oro, argento). Erano
favorite le importazioni di materie prime a buon mercato, mentre si sosteneva la produzione nazionale di manufatti
con dazi protettivi nei riguardi della concorrenza estera. Il protezionismo, tipico in generale di questa esperienza
storica, riflette una situazione di limitata emancipazione dellattivit economica.
Gli uomini che cominciano a osservare con spirito positivo le vicende economiche sono essenzialmente degli
uomini pratici, che non vendono dalle universit, e si pongono un obiettivo concreto: come migliorare leconomia
nazionale. Il modello di analisi che si propongono di tipo macroeconomico (essi verranno rivalutati da Keynes). I
mercantilisti puntano molto sulla ricchezza nazionale identificata con la moneta metallica disponibile (oro, argento)
per cui tendono a mantenere la bilancia commerciale in attivo con la politica protezionistica.

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I mercantilisti hanno un orientamento di tipo induttivo e concreto (in sintonia con lempirismo della tradizione
culturale inglese) a differenza dei fisiocratici, deduttivi ed in sintonia con il razionalismo dominante nel contesto
intellettuale francese.
I fisiocratici
Rispetto ai mercantilisti essi formano una vera scuola scientifica in senso moderno. Il periodo di maggior influenza
della corrente fisiocratica si colloca intorno alla met del 700. Franois Quesnay il fondatore della scuola.
Il clima intellettuale in cui maturano le idee dei fisiocratici quello della Francia negli anni che precedono la
Rivoluzione. Essi sono preoccupati per la situazione economica e finanziaria del paese. Le crescenti spese militari,
e quelle per il mantenimento della corte di Versailles, avevano portato ad una maggiore pressione fiscale
sullagricoltura. I fisiocratici sostengono un progetto di riforma dellagricoltura e sviluppano una critica severa nei
confronti delle politiche mercantilistiche. Occorreva liberare lagricoltura da vecchi vincoli di origine feudale,
liberalizzare il commercio cerealicolo, razionalizzare il sistema fiscale con unimposta unica. Ma il tutto doveva
avvenire senza intaccare i diritti di propriet dellaristocrazia e il ruolo della monarchia.
Vediamo meglio come si sviluppata questa operazione. Fisiocrazia significa governo della natura. I fisiocratici
partono infatti dallassunto che esistono leggi naturali della societ simili a quelle che governano il mondo fisico.
Esiste un ordine sociale naturale che pu essere conosciuto per mezzo della ragione. Quanto pi la societ si
organizzer in modo confacente a queste leggi, con laiuto della scienza, tanto pi potr aumentare sia il benessere
individuale che quello collettivo. Non il commercio e lafflusso di moneta a creare ricchezza, e nemmeno la
manifattura, ma solo lagricoltura ha la virt di dare, con i suoi raccolti, un reddito aggiuntivo rispetto alle risorse
in essa investite.
Questo il punto su cui si concentreranno maggiormente le critiche successive, a partire da quella di Smith.
Mentre verr apprezzato, rispetto al mercantilismo, lo spostamento di ottica dallanalisi degli aspetti monetari a
quelli reali della produzione della ricchezza nazionale, si considerer ingiustificato il ruolo attribuito
allagricoltura a scapito di quello dellindustria.
Se si esclude il ruolo particolare attribuito allagricoltura, sono dunque presenti, e pi o meno sviluppati, nella
fisiocrazia una serie di elementi che confluiranno nel patrimonio delleconomia classica:
- lidea di leggi naturali delleconomia studiabili autonomamente;
- lidentificazione del comportamento economico come motivato sulla base del guadagno;
- le positive conseguenze, economiche e sociali, attribuite al libero perseguimento dellinteresse individuale
attraverso il mercato;
- un ruolo delle istituzioni politiche che, a differenza di quanto ipotizzavano i mercantilisti, deve limitarsi a
garantire il diritto di propriet e la sicurezza dei traffici.
LA GRANDE SINTESI DI ADAM SMITH
Per i fisiocratici, il libero perseguimento dellinteresse individuale in grado di conciliare naturalmente, per
mezzo del mercato, benessere individuale e collettivo.
Per Smith non cos (nonostante uno stereotipo diffuso ne abbia fatto il paladino del laissez-faire, ma tale
espressione non gli appartiene), la ricerca dellinteresse individuale e il funzionamento del mercato possono
favorire il benessere collettivo solo se sono controllati da precise regole istituzionali (socioculturali, giuridiche,
politico-organizzative). Lo studio di tali vincoli istituzionali parte integrante, per Smith, dellindagine sulle

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cause della ricchezza delle nazioni. Economia e sociologia economica sono pertanto strettamente collegate nella
sua opera.
Adam Smith (1723 1790) nasce e si forma in Scozia e per pi di dieci anni insegna filosofia morale
nellUniversit di Glasgow.
Pubblica La teoria dei sentimenti morali (1759).
Dopo un viaggio in Francia, nel quale ebbe contatti con esponenti dellilluminismo e con i fisiocratici, torna in
Scozia e scrive Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776).
Nel contesto scozzese (influenzato dal filosofo Hume) nasce una prima concezione sociologica dellazione umana
come unazione istituzionalizzata e cio influenzata dai valori e dalle norme che prevalgono storicamente in una
determinata societ (distaccandosi dalluomo naturalmente egoista di Hobbes e anche dalluomo naturalmente
guidato dalla ragione di Locke e dei fisiocratici).
I fondamenti sociali dellazione economica
Il perseguimento dellinteresse individuale per Smith una molla importante del comportamento umano ma tende a
essere regolata da norme condivise dai membri della societ (il termine simpatia che usa Smith si avvicina a quello
che oggi possiamo chiamare processo di socializzazione).
Il comportamento economico non pu essere per Smith spiegato con una naturale tendenza alla ricerca della
ricchezza ma influenzato dalle norme sociali (il guadagno individuale non deve essere considerato un fine in s,
come un obiettivo naturale delluomo, ma piuttosto uno strumento per ottenere approvazione sociale). Il desiderio
di migliorare le proprie condizioni appare come un dato permanente del comportamento umano, ma esso
alimentato dal bisogno di approvazione sociale.
Che lazione economica motivata dalla ricerca del massimo guadagno abbia origini non economiche anche
confermato dallanalisi dello sviluppo capitalistico nelle campagne che Smith proporr nel libro III della Ricchezza
delle nazioni: le grandi propriet terriere di origine feudale non erano condotte in modo efficiente in quanto non vi
erano gli stimoli al miglioramento produttivo (il grande proprietario bada pi agli ornamenti che soddisfano la sua
fantasia che ad un profitto di cui non ha bisogno; non ci si pu inoltre aspettare un interesse al miglioramento
produttivo della terra da parte dei lavoratori ridotti a servi della gleba).
Diversa la situazione nelle citt che nel periodo medievale hanno visto consolidarsi le libert comunali: quando
gli uomini sono sicuri di godere i frutti delle loro attivit, cercano naturalmente di migliorare la loro condizione
(crescono dunque le attivit commerciali e manifatturiere cittadine).
Iniziano cos a diffondersi i beni di lusso che spingono i grandi proprietari terrieri a procurarseli e quindi ad
introdurre cambiamenti rilevanti nellorganizzazione produttiva delle campagne.
Secondo la teoria dei quattro stadi di Smith vi sono quattro stadi dello sviluppo storico che si succedono nel tempo
e che sono caratterizzate da un tipo di organizzazione economica prevalente:
- caccia
- pastorizia
- agricoltura
- commercio
Ne consegue che le istituzioni che governano la societ cambiano storicamente; lazione economica socialmente
determinata e storicamente variabile.

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Smith quindi molto lontano sia dal razionalismo astratto dei fisiocratici che dallutilitarismo individualistico che
attribuisce al singolo una naturale propensione a massimizzare il proprio interesse.
C chi vede una contraddizione tra la teoria dellazione presente nella prima opera di Smith e quella di tipo
utilitaristico che sarebbe invece al centro della Ricchezza. Ci dovuto al fatto che nel primo lavoro egli mette a
punto una teoria del comportamento individuale come socialmente condizionato e nella seconda invece esplora le
conseguenze economiche che discendono dal diffondersi dei nuovi comportamenti.
Produzione dei beni e distribuzione dei redditi in una societ commerciale
In una societ commerciale lattivit economica non pi regolata in maniera prevalente dalla reciprocit e dalla
redistribuzione ma dallo scambio di mercato.
Ma in che modo la cura del proprio interesse in un contesto di libero mercato porta a risultati ordinati e prevedibili
dal punto di vista economico?
Come risposta possiamo esaminare due aspetti:
- la determinazione della quantit di beni prodotti: se si suppone che vi sono molti venditori, che le informazioni
circolino liberamente, che le risorse di capitale e di lavoro possano essere spostate da un impiego allaltro,
allora la quantit di beni prodotti tender a corrispondere alla domanda effettiva esistente per tali beni. Smith
distingue tra prezzo di mercato (riflette le oscillazioni di breve periodo della domanda e dellofferta) e prezzo
naturale (si afferma nel lungo periodo e riflette il costo di produzione).
- la determinazione dei redditi distribuiti ai partecipanti allattivit economica: si suppone lesistenza di un
prezzo definito dal mercato per salari, profitti e rendite:
- salario: vi sono dei meccanismi che spingono il prezzo di mercato verso un prezzo naturale che tende a
coincidere con il salario di sussistenza (teoria dei salari di sussistenza di Malthus). Gli operai spingono per
ottenere salari sempre pi alti mentre i datori di lavoro per diminuirli. Prevalgono questi ultimi perch sono
riescono pi facilmente a coalizzarsi essendo in numero minore e resistendo pi a lungo. Se i salari
scendono al di sotto del livello di sussistenza interviene un meccanismo demografico che porta attraverso il
calo delle nascite allo ristabilimento dellequilibrio. Smith fa un uso molto cauto di questa teoria dicendo
che vale soprattutto per gli strati sociali inferiori. Egli ritiene in generale che i salari sono destinati a
crescere per effetto dello sviluppo economico, che fa aumentare la domanda di lavoro;
- profitto: anche i profitti sono determinati dal rapporto tra domanda e offerta del mercato (il mercato degli
impieghi di capitale);
- rendita:
Perch possa avvenire tutto questo occorre che il quadro istituzionale della societ si modifichi diventando una
societ capitalistica in cui:
- vi una classe di lavoratori salariati le cui condizioni di vita dipendono dalla vendita del loro lavoro sul
mercato;
- si affermi una classe di capitalisti che abbiano le risorse per avviare il processo produttivo e le cui condizioni di
vita dipendono dal profitto conseguito con linvestimento del capitale;
- che i proprietari terrieri traggano a loro volta il sostentamento dalla possibilit di affittare la terra ai capitalisti
agrari che la coltivano pagando loro una rendita.

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In un contesto capitalistico, il prezzo naturale delle merci viene determinato da un calcolo dei costi di produzione
che oltre al salario del lavoro deve includere anche il profitto e la rendita.
Lo sviluppo economico e le istituzioni
Perch le istituzioni del capitalismo possono assicurare efficienza economica e consenso?
La concorrenza determina unallocazione efficiente delle risorse allinterno di una determinata attivit, perch
spinge i prezzi ad avvicinarsi ai costi di produzione e perch spinge capitale e lavoro a spostarsi verso gli impieghi
pi vantaggiosi, riducendo cos le differenze di rendimento.
Gli economisti sono stati comprensibilmente affascinati dalle capacit ordinatrici di questa macchina per cui ogni
singolo soggetto mira solo al suo proprio guadagno ed condotto da una mano invisibile a perseguire un fine che
non rientra nelle sue intenzioni perseguendo il suo interesse egli spesso persegue linteresse della societ
in modo molto pi efficace di quanto intende effettivamente perseguirlo.
Smith oltre allefficienza statica del mercato e cio alla ripartizione efficiente di risorse date in cui le istituzioni
sono un dato, era interessato anche allefficienza dinamica e cio alla creazione di nuove risorse in cui le istituzioni
diventano una variabile.
Il mercato pu avere una funzione dinamica, pu sostenere lo sviluppo economico, se regolato da istituzioni
appropriate.
Per Smith particolarmente importante la divisione del lavoro perch aumenta la produttivit cio la quantit di
lavoro che lo stesso numero di persone pu svolgere (perch accresce labilit di ogni singolo operaio; perch si
risparmia tempo a non passare da un lavoro allaltro; perch si facilita linvenzione di macchine che riducono il
tempo di lavoro).
La divisione del lavoro varia con lentit degli investimenti (+ investimenti + concorrenza + specializzazione
produttiva).
Per comprendere il ruolo delle istituzioni nello sviluppo economico possiamo ricordare due temi toccati nella
Ricchezza:
1) i vantaggi del capitalismo concorrenziale su quello monopolistico nelle manifatture e nel commercio: Smith
critica le politiche protezionistiche e di incentivazione del mercantilismo e pensa che, una volta eliminate le
barriere istituzionali dovute a politiche economiche errate, la societ civile sia spontaneamente in grado di
produrre unimprenditorialit diffusa, tale da alimentare mercati concorrenziali. Supponiamo che sia diffusa
una situazione di capitalismo concorrenziale: perch per Smith questa superiore ad una situazione di
monopolio? Perch:
a) nel monopolio non vi una efficiente allocazione delle risorse per cui il consumatore ha a disposizione
quantitativi inferiori di merce ad un prezzo pi alto;
b) con la concorrenza si abbassano i tassi di profitto con conseguente stimolazione dellimprenditorialit del
singolo capitalista per far crescere la produttivit introducendo innovazioni tecnologiche (quindi impegno
diretto del capitalista e contrariet al modello impersonale delle societ per azioni);
c) Smith considerava negativamente lorganizzazione sindacale (per i rischi di distorsione del mercato del
lavoro) e riteneva opportuna, per migliorare la produttivit, una politica unilaterale di alti salari da parte
degli imprenditori. Salari pi alti rendono gli operai pi attivi e svelti e, come dimostra lesperienza
nordamericana, incoraggiano gli operai ad impegnarsi per diventare proprietari egli stessi;

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2) il ruolo dello Stato nello sviluppo economico: abbiamo gi visto che per Smith per il formarsi ed il riprodursi
del capitalismo concorrenziale sia necessario che lo stato:
a) assicuri la libert commerciale;
b) garantisca la propriet privata;
c) limiti il suo intervento nelleconomia rinunciando alle pratiche mercantilistiche;
d) assicuri la difesa nazionale;
e) garantisca lamministrazione della giustizia;
f) provveda ad opere pubbliche necessarie per lattivit economica e listruzione.
importante sottolineare che Smith si preoccupava, non solo di quello che lo stato non avrebbe dovuto fare per
sostenere leconomia, ma anche di ci che avrebbe dovuto fare, e del modo migliore di farlo. Per Smith
lefficienza delle istituzioni pubbliche dipendente dalla capacit di organizzare lattivit di chi vi lavora sulla
base di meccanismi di responsabilizzazione che leghino il pi strettamente possibile remunerazione e impegno
professionale (remunerare adeguatamente giudici e insegnanti universitari per contrastare i rischi di scarso
rendimento e di corruzione). Il modo in cui Smith si occupa delle istituzioni pubbliche conferma ulteriormente
che egli non pu essere genericamente considerato come un alfiere del laissez faire.
A questo punto possiamo tornare alla domanda posta allinizio di questo paragrafo. Perch queste istituzioni sono
in grado di conciliare efficienza economica e consenso?
Per due motivi:
1) perch producono pi sviluppo e con lo sviluppo aumenta il benessere di tutte le classi sociali (diffusione di
prodotti a basso prezzo e quindi fruibili anche dalle classi pi povere);
2) perch il mercato concorrenziale riduce le disuguaglianze (porta a bassi profitti e alti salari) e fa dipendere
maggiormente dallimpegno individuale nel lavoro. Il desiderio di migliorare la propria condizione produce
beneficio collettivo e concilia sviluppo economico e consenso.
Smith credeva nella capacit diffusiva dello sviluppo ritenendo che i benefici del mercato concorrenziale si
sarebbero imposti ad aree territoriali sempre pi vaste. Cos, ciascun paese avrebbe potuto importare ci che era
prodotto dagli altri a costi minori, specializzandosi a sua volta in quelle produzioni in cui poteva essere pi
competitivo. Sviluppo e mercato concorrenziale avrebbero ridotto non solo le disuguaglianze sociali, ma anche
quelle territoriali.
Ne risulta una sorta di paradosso:
- da un lato, Smith contribuisce a mettere in luce limportanza delle istituzioni, e della loro autonomia e
variabilit, per lo sviluppo economico;
- dallaltro, tende poi a sottovalutare, in prospettiva, la loro capacit di resistenza a lasciarsi plasmare dalla logica
del capitalismo concorrenziale.
Finisce cos per immaginare un progresso lineare, continuo, omogeneizzante (cos come vedremo in Marshall).
Questa immagine della societ capitalistica in cui leconomia favorisce unelevata capacit di integrazione sociale
sarebbe stata sottoposta a dure sfide a anche a smentite severe da parte della storia.

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CAPITOLO 2
LA SVOLTA ECONOMICISTA E I SUOI CRITICI: STORICISMO E MARXISMO
LA SCIENZA TRISTE
Con Malthus e Ricardo lattenzione verte sui limiti naturali allo sviluppo economico. Si tratta di vincoli che
riguardano la tendenza alla crescita della popolazione, a fronte di una disponibilit ridotta e decrescente delle
risorse che la terra pu dare. In questo quadro le possibilit di aumentare la ricchezza prodotta sono molto pi
contenute di quanto non apparisse a Smith.
Questo orientamento dellanalisi economica (che port pi tardi Carlyle a parlare di scienza triste) matura in un
contesto, quello inglese, in cui si sviluppava la rivoluzione industriale ed il ruolo del mercato come strumento di
regolazione dellattivit economica si ormai esteso e consolidato ma con conseguenze sociali pesanti (abbandono
delle campagne, urbanizzazione, condizioni di vita e di lavoro precarie e dure per una massa crescente di uomini,
donne e bambini).
in questo quadro che Thomas Malthus (1766-1834), un ecclesiastico, concepisce il suo Saggio sul principio di
popolazione (1798): lassunto fondamentale di questo lavoro la costante tendenza che hanno tutti gli esseri
viventi a moltiplicarsi pi di quanto lo permettano i mezzi di sussistenza di cui possono disporre. Di qui la minaccia
permanente di una sovrappopolazione. Un argine essenziale contro questa minaccia costituito dalla legge ferrea
del salario:
- un aumento del salario porta i lavoratori, per una forza incontrollabile della natura, a moltiplicarsi;
- ne consegue una maggiore offerta di braccia e quindi pi concorrenza sul mercato del lavoro;
- i salari sono cos spinti nuovamente al livello di sussistenza;
- la popolazione eccedente si ridurr naturalmente per la mancanza dei mezzi di sostentamento.
Le istituzioni non possono alterare le leggi delleconomia che hanno una forza naturale, devono solo adeguarvisi.
La societ con le sue istituzioni non deve intralciare il funzionamento autonomo delleconomia. Per Malthus, lo
scopo del suo lavoro non tanto di proporre disegni di miglioramento, quanto il mostrare la necessit di rassegnarsi
a quel modo di miglioramento che la natura ci prescrive.
David Ricardo (1772 1823), ex agente di cambio ritiratosi precocemente per dedicarsi agli studi, condivide la
vena pessimistica di Malthus ma ancorato a pi rigorose argomentazioni sul piano economico. Con Ricardo, il
pensiero economico assume in pieno quelle caratteristiche di rigore analitico-deduttivo e di astrazione che ne
avrebbero pi connotato a fondo gli sviluppi successivi. Per Ricardo il problema fondamentale delleconomia
politica la determinazione delle leggi che regolano la distribuzione del reddito tra i proprietari terrieri, i capitalisti
ed i lavoratori.
Per Smith la rendita, non incide sui profitti del capitalista e quindi sul tasso di accumulazione, ma un residuo
(equivale a quello che resta del valore del prodotto una volta detratti profitti e salari necessari per la produzione).
Per Ricardo la rendita condiziona il livello dei profitti e dei salari e quindi il tasso di accumulazione e la crescita
della ricchezza. Occorreva eliminare ogni forma di protezionismo agricolo basata su dazi alle importazioni (con
questa sua posizione rigidamente liberista entrava in polemica con Malthus che nel conflitto di interesse tra
proprietari e capitalisti aveva invece preso una posizione favorevole ai primi).

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Malthus era giunto alla conclusione che fosse presente nelleconomia capitalistica una tendenza alla
sovrapproduzione: le merci prodotti rischiavano di non essere tutte vendute per mancanza di una corrispondente
domanda effettiva da parte dei consumatori.
Questa ipotesi andava contro a quanto era stato sostenuto da Smith e che era poi stata codificata dalleconomista
francese J.B. Say (1767 1832). Secondo la legge di Say ogni offerta di beni genera sempre una domanda
adeguata a soddisfarla (Ricardo restava fedele alla legge di Say che prevalse a lungo sul piano teorico e politico).
La discussione con Malthus contribuisce comunque a mettere in evidenza come il conflitto tra proprietari terrieri e
capitalisti influenzasse significativamente lo sviluppo economico. Ma vi anche un secondo conflitto di interessi
che i due economisti, come del resto Smith, fanno emergere attraverso la loro analisi: quello tra imprenditori
capitalisti e lavoratori. In questo caso entrambi richiamano la legge ferrea che tende a mantenere i salari a livello
di sussistenza e non prendono in considerazione la possibilit che i lavoratori si organizzino per mutare le proprie
condizioni economiche.
Gli economisti classici sono di solito accomunati per avere una visione simile dellindagine economica pur con
alcune differenze. Tutti questi autori assegnano allanalisi economica lobiettivo di studiare lo sviluppo, i
meccanismi che regolano la crescita della ricchezza e le possibilit di aumentarla nel tempo. Nel perseguire queste
finalit essi considerano le modalit di distribuzione del reddito tra le classi sociali come un elemento cruciale da
cui dipende lo sviluppo economico.
Vi sono per delle differenze essenziali che forse devono essere messe pi in luce.
Per i tre autori lo sviluppo economico funzione dellincremento del capitale investito. Ma da che cosa di pende
tale crescita?
Per Malthus e Ricardo essa dipende dallaumento dei profitti (un saggio di profitto pi elevato consente di avere
pi risorse da investire e d anche pi incentivi a farlo). Ma mentre per Ricardo necessario limitare con un rigido
liberismo la rendita agricola per Malthus vero il contrario. Entrambi gli autori, sostengono che i salari sono
controllati dalla pressione demografica che li spinge verso il basso ed inoltre vedono nel lungo periodo dei limiti
naturali allo sviluppo economico, determinati dal combinarsi della pressione demografica e della limitatezza delle
terre disponibili (sottovalutano fortemente il ruolo del progresso tecnico).
Anche per Smith il capitale investito dipende dalla crescita complessiva dei profitti (non da un elevato saggio di
profitto bens da un basso saggio di profitto) e da un alto saggio del salario. Bassi saggi di profitto e alti saggi
salariali stimolano la crescita della produttivit favorendo la divisione del lavoro. Ci crea un maggiore volume
complessivo di profitti e quindi maggiore ricchezza, a parit di lavoro, che pu essere reinvestita in nuove attivit.
Per Smith il progresso tecnico deve essere dunque incorporato nella spiegazione dello sviluppo economico: questo
lo porta ad essere pi ottimista di Malthus e Ricardo.
Smith chiama in causa anche il ruolo di fattori non economici e cio delle istituzioni che devono mantenere un
quadro concorrenziale e promuovere listruzione.
Altra differenza.
Per Smith gli attori economici sono dei soggetti che interpretano la situazione in cui operano e perseguono il loro
interesse secondo norme di condotta influenzate dal contesto sociale in cui agiscono (vi quindi una variabilit di
comportamento che funzione delle istituzioni). Per Smith quindi il problema dello sviluppo porta a
unintegrazione tra economia e sociologia economica.

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Non cos per Malthus e Ricardo che vedono lattore economico come un soggetto che non interpreta con relativa
autonomia la situazione, ma come un mero calcolatore la cui azione ricostruibile a partire dalla situazione in cui si
trova (essenzialmente la situazione di classe: es. la legge ferrea dei salari). A questo non pi necessario occuparsi
delle istituzioni per vederne gli effetti sui fenomeni economici. Economia e sociologia economica possono
separarsi. Questo comporta una maggiore precisione analitica e una pi elevata possibilit di generalizzazione, ma a
costo di una perdita di aderenza alla realt storico-empirica su cui si appunteranno le critiche che ora
considereremo.

Con lestendersi dello sviluppo capitalistico, nel corso dell800, il rapporto tra economia e societ appare pi
problematico. Le vecchie economie tradizionali e artigianali sono minacciate dalla concorrenza della produzione
industriale. Lo sviluppo economico e la diffusione del mercato determinano cos nuove differenziazioni territoriali
che non accennano a colmarsi. La trasformazione delle campagne e la crescita della classe operaia si
accompagnano a condizioni di vita e di lavoro estremamente disagiate per masse crescenti di popolazioni (si profila
la nascente questione sociale.
In questo contesto, la sistemazione teorica delleconomia classica appare inadeguata e viene imputata ad essa
unincapacit a spiegare i fenomeni concreti e a fornire una guida valida per lintervento.
Possiamo individuare due tipi di critiche:
- lo storicismo tedesco: che si concentra sulle differenze territoriali dello sviluppo economico e sulle modalit
per colmarle;
- la critica di Marx: mette in discussione linterpretazione dei rapporti tra le classi sociali nello sviluppo
capitalistico.
LO STORICISMO TEDESCO
Nei primi decenni dell800 diversi autori, riconducibili alla scuola storica tedesca di economia politica, si sono
posti il problema delle differenze di sviluppo economico tra i vari stati nazionali. Essi hanno criticato lastrattezza
degli schemi teorici delleconomia classica per lincapacit di rendere conto di questa questione. La soluzione
doveva essere cercata in unindagine che restasse pi aderente alla realt concreta e che quindi si servisse del
metodo storico piuttosto che di quello analitico-deduttivo. Lindagine storica doveva chiarire come aspetti culturali,
sociali, politici si combinassero con variabili economiche dando luogo a specifiche forme di organizzazione
delleconomia. Gli storicisti arrivarono a mettere in discussione lorientamento rigidamente liberista delleconomia
classica legittimando forme di politica economica pi interventiste, specie in termini di protezionismo doganale.
Gli storicisti tedeschi hanno in genere proposto classificazioni di diversi stadi di sviluppo delleconomia, risultanti
dalla combinazione di fattori economici e istituzionali:
- Friederich List (1789 1846), un precursore della scuola storica, assume come unit di analisi leconomia
nazionale. La prosperit di una nazione grande non in rapporto allaccumulazione della ricchezza, ma in
rapporto allo sviluppo delle forze produttive. Critica leconomia classica per non tener adeguatamente conto del
ruolo delle istituzioni che condizionano levoluzione nel tempo delle diverse economie. Elabora una
classificazione basata su 5 stadi di sviluppo (primitivo, pastorale, agricolo, agricolo-manifatturiero e
commerciale). List sostiene che la marcata differenza tra i vari paesi in termini di industrializzazione richiedeva
politiche di protezione dellindustria nazionale. Un orientamento rigidamente liberista poteva essere

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conveniente per lInghilterra, le cui industrie erano pi sviluppate; ma gli altri paesi, per vincere la concorrenza
inglese, dovevano sostenere le loro industrie fino a quando non fossero diventate competitive e solo a quel
punto un quadro di libero commercio avrebbe effettivamente contribuito allo sviluppo di tutto. Per le sue idee
List fu imprigionato ed esiliato ma la sua ricetta, pochi anni dopo, fu seguita dalla maggior parte dei paesi
avviatisi verso lindustrializzazione;
- Altri autori (Roscher, Knies, Hildebrand, Scholler, Bucher) hanno ripreso e sviluppato limpostazione di List in
vari modi.
Bisogna dire che nel complesso la critica dello storicismo porta a un difetto opposto rispetto a quello imputato
alleconomia classica: il rifiuto del metodo deduttivo a favore di quello storico conduce allaccumulo di materiale
empirico, a volte anche di interesse, ma la cui interpretazione appare problematica.
Sullindeterminatezza teorica che caratterizza lo storicismo insister, con la sua nota critica, Weber (1903 1906).
LA CRITICA DI MARX
Marx critica gli economisti classici per lincapacit di rendere adeguatamente conto del conflitto tra capitalisti e
lavoratori che caratterizza leconomia capitalistica ed avrebbe portato ad una societ socialista. Egli sottolinea
lesistenza di vincoli sociali legati alle istituzioni fondamentali delleconomia capitalistica, cio la propriet privata
dei mezzi di produzione e il lavoro salariato come strumenti che regolano la produzione dei beni e la distribuzione
dei redditi.
Alla visione armonica di Smith per cui leconomia capitalistica in regime liberista avrebbe favorito insieme la
crescita della ricchezza e la cooperazione tra le classi sociali, Marx (influenzato dallidealismo di Hegel)
contrappone una visione dialettica per la quale il capitalismo genera una polarizzazione crescente delle classi
sociali che porta a un intensificazione del conflitto, che a sua volta determina il superamento delle vecchie forme di
organizzazione economica.
Lo storicismo insiste sulle differenze nazionali che si accompagnano allo sviluppo economico, Marx su quelle di
classe. Mentre lo storicismo resta legato alla visione idealista dello sviluppo storico, in cui levoluzione culturale
condiziona lorganizzazione economica, Marx ribalta il rapporto tra aspetti culturali ed economico-sociali, sono
questi ultimi il vero motore dello sviluppo storico. Mentre gli storicisti si propongono di mostrare una generica
interconnessione tra i diversi aspetti della realt sociale, Marx vuole invece formulare una teoria generale dello
sviluppo storico, allinterno della quale la sua attenzione di concentra sulla societ capitalistica e sulle sue
trasformazioni, sulle sue leggi di movimento (nella prefazione al Capitale scrive: fine ultimo di questopera e
svelare la legge economica del movimento della societ moderna).
Gli ingredienti intellettuali
Karl Marx (1818 1883) si forma allUniversit di Berlino in un ambiente influenzato dalla filosofia hegeliana, la
sua formazione iniziale filosofica e giuridica e solo pi tardi si accostato allo studio delleconomia politica.
Tra il 1843 e il 1845 durante la sua permanenza a Parigi si accosta al pensiero riformista e socialista francese e alla
tematica del conflitto di classe (Saint-Simon, Fourier, ecc.). Qui conosce Friedrich Engels (1820-1895) con il
quale avvia una collaborazione e unamicizia che sarebbe durata tutta la vita (con Engels scrisse nel 1846
Lideologia tedesca rimasta inedita fino al 1937).
Lo studio delleconomia politica classica inglese lo svolger sistematicamente a Londra, a partire dal 1850, e dar
vita a due scritti:

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- Per la critica delleconomia politica (1859);
- Il Capitale (il primo volume pubblicato nel 1867; gli altri due furono pubblicati postumi a cura di Engels nel
1885 e nel 1894).
Nel pensiero di Marx troviamo una miscela complessa tra idealismo tedesco, socialismo francese ed economia
classica inglese in cui non possibile separare leconomia dalla sociologia ed entrambe da una teoria generale dello
sviluppo storico. Marx vuole gettare le basi per una scienza complessiva della societ in cui aspetti economici e
aspetti istituzionali sono strettamente collegati e non sono separabili (Marx e Engels si impegnano anche sul campo
politico come organizzatori del movimento dei lavoratori).
Egli resta fedele alla visione dialettica dellidealismo hegeliano in cui la storia appare un continuo divenire
attraverso stadi diversi. Il motore del cambiamento deve essere cercato nei fattori economico-sociali, cio nel modo
in cui gli uomini organizzano la produzione e permettono quindi alla societ di mantenersi nel tempo. Le
condizioni economico-sociali prevalenti (i modi di produzione) generano nel tempo le forze sociali (le classi) che li
metteranno in discussione portando a forme di organizzazione economica e sociale diverse. Lobiettivo del
socialismo poteva essere concepito come un passaggio storico iscritto nelle leggi di movimento della societ
capitalistica. Per questo Marx si considerava come fondatore di un socialismo scientifico, contrapposto alle utopie
dei precedenti pensatori socialisti. La teoria della storia basata sul materialismo dialettico apriva la strada al
socialismo scientifico. Ma la visione totalizzante in cui un unico schema spiega tutto impegner lungamente il
dibattito teorico e politico con interpretazioni fortemente divergenti.
La teoria dello sviluppo storico
Per Marx non possibile separare analisi economica e contesto istituzionale. Egli critica i classici perch non
ritenevano che lo sviluppo dovesse portare inevitabilmente al conflitto di classe e che tale conflitto dovesse a sua
volta generare un superamento delleconomia capitalistica. Per Smith, lo sviluppo capitalistico avrebbe favorito la
cooperazione e lintegrazione sociale. Per Malthus e Ricardo, vincoli naturali legati alla dinamica demografica e
alla scarsa disponibilit di terra avrebbero in sostanza contribuito a mantenere la classe operaia a livello di
sussistenza, impedendole di organizzarsi efficacemente per cambiare le proprie condizioni.
Marx, insistendo sul ruolo delle istituzioni, si pone due obiettivi:
1) storicizzare lanalisi economica, individuando sia forme di organizzazione corrispondenti a societ diverse (a
stadi differenti dello sviluppo storico), sia meccanismi di passaggio da uno stadio allaltro;
2) mettere in evidenza il ruolo del conflitto di classe nelleconomia capitalistica e il mutamento che esso imprime
allintera societ.
Non per Marx possibile studiare leconomia prescindendo dalle istituzioni che la regolano, perch la produzione
sempre un processo sociale e non solo economico.
Da questa premessa discendono una serie di conseguenze tra loro collegate:
1) i rapporti sociali entro i quali gli individui producono (rapporti sociali di produzione) costituiscono per Marx
lelemento essenziale dal quale bisogna partire nellindagine su ogni forma di societ. essi fondano la divisione
in classi nel senso che i membri di una determinata societ si dividono a seconda del modo in cui partecipano
alla produzione. Marx insiste in tutta la sua opera sul fatto che la societ capitalistica non pu essere concepita
secondo il modello individualistico-utilitaristico delleconomia classica (individui isolati con pari opportunit
che si scambiano beni e servizi cercando di massimizzare il loro interesse). Gli attori che scambiano sul

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mercato non hanno pari opportunit e non sono su un piano di uguaglianza. Coloro che dispongono solo della
propria capacit di lavoro sono costretti ad accettare le condizioni di scambio imposte da chi controlla i mezzi
di produzione, cio dai capitalisti. Ma vediamo meglio in che modo;
2) i rapporti di produzione (che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle forze produttive, cio
linsieme dei mezzi materiali di produzione) costituiscono la struttura della societ. Questa struttura economica
condiziona a sua volta lorganizzazione sociale e politica, lordinamento giuridico e le forme di sviluppo
culturale, religioso e artistico; che insieme rappresentano la sovrastruttura della societ. Per Marx ci pu essere
un certo ordine sociale in cui la classe dominante svolge un ruolo economico di sostegno allo sviluppo delle
forze produttive e non si fonda sulla coercizione (es. i valori della classe che controlla i mezzi di produzione
riescono a imporsi e sono condivisi anche dalla classe dominata; il potere culturale, sociale e politico, derivante
dal controllo dei mezzi di produzione, non incontra ostacoli e viene accettato dalle classi subalterne);
3) lordine sociale e la societ, caratterizzata da un determinato modo di produzione, sono per destinati a
cambiare. Ci avviene quando si forma una nuova classe sociale emergente che lotta contro la vecchia classe e
contro i vecchi rapporti di produzione che costituiscono ora un vincolo per le forze produttive. Nel corso del
conflitto viene meno la congruenza tra struttura e sovrastruttura. Si diffondono nuove idee che criticano il
vecchio ordine e la classe in esso dominante. Le stesse istituzioni politiche non riescono pi a difendere
adeguatamente la classe dominante e i preesistenti rapporti di produzione. Alla fine del processo un nuovo
modo di produzione si afferma;
4) Marx non rinnega mai il ruolo attivo nel processo storico della coscienza di classe e dellazione politica, ma
resta profondamente convinto che questi fattori possono esplicarsi pienamente solo quando si hanno le
condizioni economiche favorevoli;
5) sulla base dello schema teorico precedente, vengono individuate quattro tipi di societ:
a) antica: si basa sul modo di produzione basato sulla schiavit;
b) feudale: . servit della gleba;
c) borghese: lavoro salariato;
d) asiatica: . in cui vi subordinazione dei lavoratori agricoli allo stato;
La crescita delle forze produttive, stimolata dalla borghesia, porter alla formazione di una nuova classe, quella
operaia, che cambier il modo di produzione capitalistico e introdurr il socialismo.
Questa teoria dello sviluppo storico ha esercitato un grande fascino per la sua apparente semplicit ma nel momento
in cui si tenta di applicare lo schema a spiegazioni storiche emergono notevoli difficolt.
Vediamo ora quali conseguenze ha lapplicazione della teoria dello sviluppo storico applicata alla societ
capitalistica e alla sua evoluzione, aspetto sul quale si concentra tutta lopera matura di Marx.
Lo sviluppo capitalistico
Abbiamo visto come Marx rivendichi, nei riguardi delleconomia classica, la storicit delle forme di organizzazione
economica. Egli vuole anche dimostrare che lo sviluppo capitalistico crea, nel corso della sua evoluzione, le
condizioni economiche per il rafforzamento della classe operaia.
Per comprendere questo processo si pu partire dallinterrogativo iniziale al quale cerca di rispondere Marx: quali
sono le origini del profitto?

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In uneconomia capitalistica, basata sulla propriet privata dei mezzi di produzione, non ci pu essere produzione
di beni se non c profitto per i detentori del capitale. Nello stesso tempo per il valore di scambio delle merci
riflette la quantit di lavoro in esse incorporata (egli riprende la teoria del valore-lavoro di Ricardo). La forza
lavoro pu essere paragonata ad una qualsiasi merce che viene acquistata ad un certo valore che il salario e che
viene fissato ad un livello necessario ad assicurare la sopravvivenza e la riproduzione dei lavoratori stessi e delle
loro famiglie. Ma la forza lavoro acquistata dal capitalista e utilizzata nel processo produttivo crea pi valore di
quello necessario ad acquistarla (del salario); tale differenza viene definita pluslavoro e cio plusvalore (esso d la
misura del tasso di sfruttamento della forza lavoro). Daltra parte, il progresso tecnico, nella misura in cui accresce
la produttivit del lavoro, si risolve in un aumento del plusvalore prodotto. A questo punto chiara per Marx
lorigine del profitto nel plusvalore.
Marx distingue tra capitale variabile (le anticipazioni salariali) e capitale costante (impianti e materie prime
necessari per il processo produttivo) e sostiene che il capitale costante non crea valore aggiuntivo ma soltanto il
capitale variabile ha questa capacit. Per composizione organica si intende il rapporto tra il capitale costante ed il
capitale variabile; al crescere di tale rapporto diminuir quindi il tasso di profitto. In una situazione di concorrenza i
singoli capitalisti-imprenditori hanno per linteresse ad introdurre nuove macchine e quindi ad aumentare il
capitale fisso a spese del lavoro. Anche gli altri imprenditori gradualmente introdurranno le stesse innovazioni
provocando:
- aumento della disoccupazione (che Marx chiama lesercito industriale di riserva) e peggioramento delle
condizioni di vita della classe operaia: quando aumenta la domanda di lavoro lesercito si riduce e i salari
aumentano; ci determina una diminuzione del saggio di profitto e quindi un successivo calo della domanda di
lavoro e un abbassamento del salario. Un eventuale crescita dei salari costituisce peraltro un ulteriore incentivo
alla sostituzione di lavoro con macchinario che nel tempo significa ingrossamento dellesercito industriale. Per
Marx dunque la disoccupazione non dovuta alla pressione demografica ma al funzionamento stesso
dellaccumulazione capitalistica. Laccresciuta disoccupazione provoca un progressivo immiserimento dei
lavoratori le cui condizioni di vita peggiorano. Anche le condizioni lavorative peggiorano (alienazione dei
lavoratori ridotti a insignificante appendice della macchina);
- caduta tendenziale del saggio di profitto che riduce lo stimolo alla produzione: la spinta alla meccanizzazione,
se inizialmente favorisce il singolo capitalista a spese degli altri, pi tardi, quando le innovazioni si diffondono,
determina un abbassamento del saggio di profitto per il maggior peso del capitale costante rispetto a quello
variabile e quindi al minor plusvalore.
Occorre tuttavia chiarire che i fattori economici, le contraddizioni del modo di produzione, non portano
automaticamente alla sua crisi e al suo superamento. Essi costituiscono piuttosto le premesse che determinano la
progressiva trasformazione della classe operaia da aggregato di individui in concorrenza tra loro sul mercato del
lavoro a gruppo sociale coeso, ad attore storico. Solamente quando questo processo si compie, e la classe operaia si
organizza politicamente, si determina la trasformazione del vecchio modo di produzione.
Il circolo vizioso della sociologia economica di Marx
La sociologia economica di Marx sfocia in un circolo vizioso: la crisi economica dipende dal conflitto di classe, ma
questo rimanda alla crisi economica.

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Nella sua indagine sullo sviluppo capitalistico M. sostiene che non possibile separare lanalisi dei fenomeni
economici dai rapporti tra le classi sociali e dalle istituzioni su cui si fondano. Tale prospettiva ha come punti di
forza la capacit di rendere conto degli aspetti dinamici delleconomia (spinta alla meccanizzazione e processo di
concentrazione) e degli effetti di destabilizzazione sociale e di conflittualit che si accompagnavano allo sviluppo
capitalistico (aspetti che non trovavano posto adeguato negli schemi degli economisti classici).
Due erano per i limiti:
1) la sottovalutazione delle capacit di riproduzione delleconomia capitalistica: lipotesi marxista della caduta del
saggio di profitto non tiene conto del progresso tecnico che pu far aumentare la produttivit del lavoro e
quindi i profitti. Tali profitti possono essere reinvestiti in nuovi macchinari che assorbiranno la manodopera
espulsa dalla prima meccanizzazione. Il progresso tecnico pu anche comportare un abbassamento dei prezzi
dei nuovi macchinari prodotti, il che, nella stessa prospettiva di Marx, non farebbe aumentare la composizione
organica e non farebbe calare il profitto;
2) la sopravvalutazione del conflitto di classe e delle sue conseguenze rivoluzionarie per leconomia e la societ:
gli economisti consideravano le classi come semplici aggregati funzionali che tendevano a massimizzare il
proprio profitto (capitalisti profitto, proprietari rendita e lavoratori salario) mentre per Marx le classi
potevano essere gruppi sociali consapevoli e quindi passare da aggregati funzionali ad attori storici (passaggio
dalla classe in s alla classe per s), questo grazie alla concentrazione nelle grandi fabbriche e nelle
grandi citt industriali con conseguente facilit di comunicazione, omogeneizzazione delle condizioni di vita e
di lavoro, organizzazione sindacale e politica e lotta contro i capitalisti. Marx resta convinto che la dinamica
economica dello sviluppo capitalistico avrebbe creato una progressiva polarizzazione tra due classi sociali
fondamentali, capitalisti e lavoratori, una crescita della coscienza e dellorganizzazione della classe operaia e
una conflittualit dirompente. Ma la storia ha smentito Marx: la capacit di riprodursi delleconomia
capitalistica, la sua capacit di creare e distribuire ricchezza, di assicurare mobilit sociale, non hanno portato
alla polarizzazione prevista da Marx. Nello stesso tempo, le specificit culturali e politico-istituzionali dei vari
paesi hanno attenuato il conflitto accogliendo le domande economiche, sociali e politiche formulate dalle sue
organizzazioni di rappresentanza. Vediamo quindi anche la smentita di una sottovalutazione del ruolo dello
Stato il cui intervento viene paradossalmente stimolato proprio dalla crescita del movimento operaio che Marx
aveva ben previsto (esiti rivoluzionari si sono avuti in paesi come la Russia e la Cina dove le forze produttive
erano pi arretrate).
La critica marziana conduce ad una teoria troppo rigida in cui si riduce drasticamente il ruolo delle istituzioni non
economiche.
Marx voleva trovare leggi generali della societ (simili a quelle naturali) ed era inoltre convinto della necessit
della rivoluzione.
Il tentativo di sviluppare una teoria a elevata generalizzazione che servisse anche a fondare scientificamente
lazione politica compromette la sociologia economica di Marx. Il suo contributo resta per fondamentale per lo
sviluppo di unanalisi istituzionale delleconomia. Egli ha il merito di aver riconosciuto i condizionamenti sociali
dellazione economica (come vedremo con Smith ed altri classici) e quello di aver attirato lattenzione su una
variabile cruciale che collega economia e societ: le classi sociali.

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Ma la sociologia economica successiva svilupper un orientamento pi sensibile alla interdipendenza tra fenomeni
economici e sociali, e riconoscer maggiore autonomia alle istituzioni culturali e politiche nellinfluenzare il
conflitto di classe e lorganizzazione economica. Quindi un approccio meno volto alla formulazione di leggi
generali, pi induttivo, pi sensibile alla variabilit storica dei fenomeni.

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CAPITOLO 3
ECONOMIA NEOCLASSICA E SOCIOLOGIA ECONOMICA
Abbiamo visto come per i classici, in particolare per Smith, lanalisi delleconomia fosse ancora poco differenziata
da quella delle istituzioni che ne regolano il funzionamento. In questo capitolo seguiremo il percorso che, con la
rivoluzione marginalista, porta leconomia neoclassica ad assumere una prospettiva pi generale e astorica. Lo
studio dei rapporti tra istituzioni e attivit economica viene cos assunto dalla sociologia economica come
disciplina autonoma.
1. LA RIVOLUZIONE MARGINALISTA
Smith considerava naturale studiare la formazione dei prezzi dei beni sulla base del rapporto tra domanda e offerta
di mercato occupandosi, nello stesso tempo, del ruolo dello stato e di quello dellorganizzazione dimpresa nello
sviluppo economico.
I suoi successori, come Ricardo, avviarono quella che abbiamo definito una svolta economicista (analisi economica
e analisi delle istituzioni si separano pi nettamente).
Sia Marx che gli storicisti riportano lattenzione sul ruolo delle istituzioni e sottolineano lesigenza di storicizzare
lindagine economica (ma vanno incontro a problemi e difficolt non indifferenti dal punto di vista analitico).
Negli ultimi decenni dellottocento con la rivoluzione marginalista leconomia neoclassica si separa in modo pi
netto e rigoroso dallo studio delle istituzioni assumendo una prospettiva pi generale e astorica.
Lo studio dei rapporti tra istituzioni e attivit economica si autonomizza e si specializza e diventa il fulcro di una
prospettiva analitica e disciplinare pi precisa e definita: quella della sociologia economica.
Tre autori, lavorando in modo indipendente, raggiunsero conclusioni simili, anche se attraverso processi diversi:
- linglese Stanley Jevons (1835 1882);
- laustriaco Carl Menger (1840 1921);
- il francese Leon Walras (1834 1910).
1.1 La nuova spiegazione del valore
Il punto di partenza della critica marginalista riguarda linsoddisfazione per la teoria del valore.
I classici ancorano la spiegazione del valore alla sfera della produzione. Ricardo e Marx davano poi un peso
essenziale al lavoro come causa del valore.
I marginalisti sostengono che per affrontare correttamente il problema del valore occorre partire dalla domanda e
non dallofferta dei beni. I prezzi riflettono il grado di soddisfazione soggettiva che i consumatori attribuiscono ai
diversi prodotti. La soddisfazione (utilit) tender a diminuire con il consumo di ogni unit aggiuntiva (marginale)
dello stesso bene. Ci significa che lutilit marginale per i consumatori decrescente. Il prezzo allora
determinato da ci che i consumatori saranno disposti a pagare per lultima unit aggiuntiva di quel bene stesso. Se
il prezzo fosse superiore allutilit marginale, una parte del bene in questione non sarebbe venduta e, in una
situazione di concorrenza perfetta, il prezzo offerto dai venditori scenderebbe fino a uguagliare lutilit marginale.
In letteratura noto il paradosso dellacqua e dei diamanti: ci si chiede perch i diamanti costano molto pi cari
dellacqua pur essendo meno utili. Questo dipende dalla loro disponibilit totale che ridotta rispetto allacqua (se
siamo in mezzo al deserto un bicchiere dacqua costerebbe pi caro che un diamante).
I marginalisti hanno esteso il calcolo marginale allintero meccanismo economico (alla produzione dei beni ed alla
distribuzione dei redditi).

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Tali ipotesi sul comportamento economico dei soggetti valgono soltanto in condizioni di mercato concorrenziale
perfetto cio:
- quando i soggetti conoscono tutte le informazioni necessari ad assumere le decisioni pi conformi ai loro
obiettivi (perfetta conoscenza dei mercati);
- quando vi piena mobilit dei fattori produttivi (capitale e lavoro) nella ricerca delle opportunit pi
remunerative;
- quando vi sono un grande numero di venditori e di acquirenti per lo stesso tipo di bene (i prodotti devono avere
le stesse caratteristiche qualitativa). In questo modo nessun soggetto in grado di influire individualmente sui
prezzi (escluse quindi situazioni di monopolio o oligopolio).
1.2 Consumo, produzione e distribuzione
Il principio di utilit marginale suggerisce che il consumatore massimizzer la sua soddisfazione soggettiva (cio
la sua utilit complessiva) distribuendo il reddito tra i vari beni in modo coerente rispetto alle sue preferenze di
consumo. Le scelte dei consumatori costituiscono per i marginalisti il dato di partenza di tutto il meccanismo
economico. Ciascun produttore cercher di massimizzare il profitto (rendere massima la differenza tra valore della
produzione venduta e costi totali). Egli cercher di combinare i fattori produttivi (capitale, lavoro) nel modo pi
efficiente che consiste nello stabilire il proprio livello di produzione in modo che il costo marginale (cio il costo
dellultima unit prodotta) sia uguale al prezzo di mercato. In questo modo il complesso delle imprese finisce per
offrire una quantit pari a quella domandata dai consumatori ai prezzi pi bassi possibili che sono costituiti dal
costo marginale. Ma come si raggiunge questo risultato?
Il mercato concorrenziale determina il prezzo di equilibrio, cio il prezzo al quale lutilit marginale dei
consumatori (quello che essi sono disposti a pagare per lultima unit di bene) uguaglia il costo marginale dei
produttori (il costo dellultima unit che questi hanno interesse a offrire). Spieghiamo meglio: se il prezzo di un
bene inferiore ai costi complessivi di produzione, lofferta di quel bene da parte delle singole imprese diminuir, e
nel lungo periodo cesser, fino a quando il prezzo a sua volta non salir. Le imprese usciranno progressivamente
dalla produzione, a partire da quelle meno efficienti nel combinare i fattori produttivi. Al contrario, se il prezzo di
mercato superiore ai costi medi, ci spinger col tempo nuove imprese a entrare nella produzione dello steso
bene, aumenter la quantit prodotta e quindi il prezzo scender fino al livello pari ai costi di produzione. In questa
situazione, per effetto della concorrenza, le imprese cercheranno di massimizzare il profitto portando la produzione
al livello in cui il costo marginale (dellultima unit prodotta) uguale al prezzo di mercato.
Un ulteriore passo nellapplicazione dellanalisi marginale fu la sua estensione allo studio della distribuzione. Per i
classici la distribuzione del reddito si basava sui prezzi naturali, cio sui prezzi di produzione (es. i salari sono
agganciati al costo della sussistenza per i lavoratori). Per i marginalisti anche i redditi derivano invece,
indirettamente, dalla domanda dei consumatori. Questa spinge a produrre certi beni che richiedono il contributo
specifico di vari fattori produttivi (capitale, lavoro, terra, imprenditorialit). Il reddito che riceveranno tali fattori
sar commisurato al contributo che essi danno alla produzione.
1.3 Lequilibrio economico generale
Walras si dedicato alla dimostrazione dellequilibrio economico generale cio del fatto che i diversi mercati
(dei prodotti e dei fattori produttivi) sono interdipendenti tra loro e che condizioni di concorrenza perfetta
determinano il raggiungimento simultaneo di una situazione di equilibrio in tutti i mercati. La dimostrazione,

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effettuata con strumenti matematici, che esistono dei prezzi compatibili con lequilibrio generale importante
perch mostra lefficienza allocativa del mercato in modo pi rigoroso di quanto non avessero fatto i classici.
Lo storico Braudel (1977) aveva per sottolineato il fatto che tale risultato si ha soltanto in condizioni ideali molto
restrittive (vedi fine par. 1.1) ed inoltre che lefficienza allocativa del mercato non significa che esso sia equo (le
persone non sono dotate dello stesso potere di acquisto, alcune sono molto povere e non per colpa loro, altre sono
molto ricche grazie alla fortuna o alleredit anzich per merito della loro abilit o intelligenza).
1.4 Lo spazio analitico delleconomia neoclassica
La domanda fondamentale a cui cercano di rispondere i marginalisti : data una popolazione con i propri bisogni e
le proprie capacit di produzione, in possesso di determinate terre e di altre fonti di produzione, trovare il modo di
impiegare il lavoro al fine di massimizzare lutilit del prodotto.
Ci si allontana dalloriginaria prospettiva delleconomia classica perch:
1) lanalisi statica si afferma a scapito di quella dinamica: la preoccupazione primaria non pi lo sviluppo
economico ma lallocazione efficiente di risorse. Smith, Malthus e Ricardo volevano tutti indagare la crescita
economica allinterno di un contesto caratterizzato dalle istituzioni economiche capitalistiche (propriet
privata dei mezzi di produzione e lavoro salariato). Gli storicisti e Marx criticarono con esiti diversi questa
prospettiva, ma solo perch ritenevano che gli economisti non storicizzassero abbastanza nello spazio e nel
tempo la loro analisi. I neoclassici quindi abbandonano la prospettiva dinamica e non si propongono pi di
descrivere-interpretare una forma di organizzazione storica determinata, ma vogliono ora esplorare, in generale,
quale sarebbe il modo pi efficiente di allocare le risorse, date certe condizioni;
2) leconomia diventa una teoria della scelta con un orientamento analitico-deduttivo. Si postulano determinati
obiettivi da parte degli attori (massimizzazione di utilit) e condizioni che ne vincolano lazione (mercato di
concorrenza perfetta) e se ne deducono determinati risultati (equilibrio economico;
3) leconomia si svincola dal riferimento a variabili istituzionali: lunit di analisi costituita da individui isolati
che sviluppano i propri fini indipendentemente gli uni dagli altri e cercano di massimizzare le risorse di cui
dispongono in condizioni di concorrenza perfetta. Questo implica che i fattori istituzionali (valori condivisi in
una certa societ) che possono influenzare lindividuo non vengono presi in considerazione dalla prospettiva
economica che lo considera influenzato esclusivamente dal calcolo razionale.
I neoclassici non prendono in considerazione dunque i fattori di natura istituzionale che influenzano il
comportamento. Menger spiega che introducendo variabili istituzionali non possibile mantenere quel livello di
regolarit e prevedibilit a priori nel comportamento degli attori che compatibile con la determinazione dei prezzi
di equilibrio e con la dimostrazione dellequilibrio economico generale. La rottura con i classici porta leconomia a
ritirarsi dal terreno istituzionale per adeguarsi ai canoni di generalizzazione teorica e precisione analitica delle
scienze pi consolidate, quelle della natura.
Ma sappiamo che sul piano storico difficile incontrare situazioni che soddisfino pienamente queste condizioni; si
determina dunque uno scarto tra validit analitica e applicabilit empirica del modello, sul quale si appunteranno
tradizionalmente le critiche alleconomia neoclassica.
Vediamo ora in che modo ad esse viene data risposta.
2. DUE DIFESE DELLECONOMIA NEOCLASSICA
Possiamo individuare due risposte tipiche, dal versante delleconomia, alla critica di scarso realismo:

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- la via analitica, percorsa maggiormente da economisti dellEuropa continentale (Menger e Pareto), che difende
le tre caratteristiche gi ricordate nel quadro analitico neoclassico (staticit, normativit, esclusione delle
istituzioni);
- la via empirica, predominante nel mondo anglosassone (Marshall) si pone in maggiore continuit con la
tradizione classica mantenendo allinterno del quadro analitico il riferimento a fattori istituzionali.
2.1 La via analitica: Menger e Pareto
Laustriaco Menger (1882) ribatter alle critiche che le proposizioni della teoria economica sono astrazioni
analitiche, e come tali non possono essere verificate direttamente sul piano empirico.
Menger distingue lambito delleconomia politica tra:
- approccio storico: volto alla spiegazione dei fenomeni individuali;
- approccio delleconomia teorica: che ha lobiettivo di individuare e spiegare le regolarit del comportamento
economico che pu avere due orientamenti:
- orientamento alla ricerca esatta (o economia pura): per Menger utilizzare il metodo empirico per
determinare la validit delle proposizioni delleconomia esatta unincongruenza metodologica in quanto
le leggi economiche sono valide per un mondo economico concepito in astratto che esclude gli elementi
non economici;
- orientamento empirico-realistico: esso deve tener conto di come i vari motivi si combinino tra loro dando
luogo a forme specifiche di comportamento economico che variano nello spazio e nel tempo.
Per Menger entrambi gli orientamenti sono importanti e contribuiscono alla spiegazione e al controllo dei fenomeni
economici (cos come importante affiancare la chimica e la fisica alla fisiologia).
Considerazioni simili sono sviluppare dallitaliano Vilfredo Pareto (1848 1923) che era stato attratto
dallapplicazione dellanalisi matematica allo studio dellequilibrio economico. egli stato ancor pi noto per il
successivo lavoro sociologico, sfociato nel Trattato di sociologia generale (1916).
In effetti, Pareto, avendo lavorato nel campo delleconomia, si era convinto che questa disciplina poteva offrire un
contributo molto limitato alla comprensione del comportamento umano concreto (es. nonostante dimostrasse i
vantaggi delle politiche non protezionistiche, queste venivano molto spesso perseguite). Per trovare risposte
soddisfacenti a questi interrogativi bisognava ricorrere alla sociologia. Nello stesso tempo, per, da questo non se
ne poteva affatto dedurre linutilit delleconomia pura (cio dellapproccio neoclassico) che difese sostanzialmente
come fece Menger.
Leconomia pura d conoscenze estremamente importanti purch non si confondano con la spiegazione dei
fenomeni concreti. Questo obiettivo richiede invece lintegrazione della teoria economica con quella sociologica.
Leconomia studia quella parte dei fenomeni concreti che determinata dalla massimizzazione dellutilit (le
cosiddette azioni logiche, cio quelle in cui non vi divergenza tra il comportamento effettivo del soggetto e quelle
norme di comportamento efficiente illustrate dalleconomia pura).
Nella realt per i fenomeni concreti sono molto influenzati dalle azioni non-logiche, cio quelle influenzate da
fattori di natura psicologica e istituzionale che sono il campo di studio della sociologia.
Fin qui dunque Pareto presenta una difesa delleconomia dallaccusa di scarso realismo sostanzialmente analoga a
quella di Menger: leconomia pura una disciplina analitica astratta le cui proposizioni hanno un valore normativo.

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Entrambi rimandano al contributo di altre discipline per lo studio dei fenomeni concreti, nei quali il comportamento
economico variamente influenzato da fattori di natura istituzionale.
Mentre Menger guarda ad uno studio di orientamento empirico-realistico per Pareto lo studio dei fenomeni
concreti richiede lo sviluppo preliminare di una sociologia generale che abbia lo stesso carattere analitico
delleconomia. Pareto stesso si impegna su questo terreno, e non a caso il suo contributo specifico alla sociologia
economia molto limitato. Per litaliano il modo migliore di procedere della conoscenza scientifica infatti quello
di individuare e separare analiticamente i diversi elementi (che influiscono sullazione) e di studiarli isolatamente.
Soltanto in un secondo tempo si possono mettere insieme le diverse parti per aver la teoria del fenomeno
complesso. In questa prospettiva, leconomia gi molto avanti nello studio delle componenti logiche dellazione,
mentre parecchia strada resta ancora da fare per la teoria delle componenti non-logiche che loggetto della
sociologia.
2.2 La via empirica: Marshall
Alfred Marshall (1842 1924) leconomista che ha forse maggiormente influito sulla pratica effettiva della
disciplina nel contesto anglosassone, tra la fine dellOttocento ed i primi del Novecento.
Nonostante abbia contribuito direttamente allo sviluppo dellanalisi marginalista, la sua posizione teorica mantiene
legami stretti con la tradizione delleconomia classica filtrata attraverso la sistematizzazione fattane da Mill (1806-
1873).
La risposta di Marshall si articola a due livelli:
- il primo si muove allinterno dellapproccio basato sullutilit marginale (si muove nello schema neoclassico
ponendo lenfasi non sul problema dellequilibrio economico generale ma sullo studio degli equilibri parziali:
es. il comportamento dellimpresa concorrenziale in condizioni di mercato date, nellambito di un singolo
settore);
- nel secondo mette in discussione i presupposti dello schema neoclassico reintroducendo i fattori istituzionali.
Per Marshall, come per Parsons, la scelta dei fini e dei mezzi influenzata da valori condivisi. I fini che gli
uomini vogliono perseguire (in termini di consumi da soddisfare) non sono determinati biologicamente come
per gli animali. Solo nella fase primitiva il condizionamento biologico gioca un ruolo essenziale ma
successivamente sono le nuove attivit (forme di organizzazione economica costituite dallo sviluppo della
libera attivit produttiva e della libera iniziativa) che determinano lemergenza di nuovi bisogni, e non
viceversa. I bisogni variano nel tempo e sono socialmente condizionati.
Un punto di contrasto essenziale con limpostazione neoclassica pi radicale la prospettiva dinamica con cui
Marshall torna a parlare di sviluppo economico. la legge di sostituzione per Marshall il motore dello sviluppo
economico: consiste nella continua combinazione dei fattori produttivi operata dagli imprenditori alla ricerca di
maggiore efficienza. Il principio di sostituzione si pu considerare niente altro che unapplicazione speciale e
limitata della legge di sopravvivenza dei pi adatti. Tale visione fortemente influenzata dalla biologia (Herbert
Spencer). Marshall convinto che lo sviluppo economico favorir la razionalizzazione dei comportamenti e
accrescer le possibilit di cooperazione collettiva. Marshall traccia con decisione una via empirica di difesa
delleconomia neoclassica che lo porta a incorporare le istituzioni nel quadro analitico e ad avvicinarsi a una
sociologia di tipo evoluzionistico. In questa prospettiva leconomia diventa uno strumento per la comprensione
complessiva della societ.

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A differenza di quel che avviene con la via analitica, la posizione di Marshall lascia dunque meno spazio autonomo
alla sociologia. Egli sospinto verso una sociologia evoluzionistica sul modello di quella di Spencer, ma la sua
economia si pone come diretta concorrente con tale prospettiva. In lui, come nei classici, la sociologia economica
resta dunque ancora allinterno delleconomia.
3. LA SOCIOLOGIA PRIMA DELLA SOCIOLOGIA ECONOMICA
Tra la fine dellOttocento e gli inizi del nuovo secolo, la sociologia economica si emancipa dalleconomia e
acquista un suo profilo specifico nellambito della sociologia (avviene soprattutto in Germania con Sombart e
Weber).
E importante capire le origini della tradizione economica e quelle della tradizione sociologica.
Raymond Aron (1965) ha proposto di distinguere tra:
- un modo di pensare sociologico: riflessioni sul comportamento delluomo in relazione agli altri uomini, e sulle
forme di organizzazione della societ che ne risultano, fanno naturalmente parte di tutta la storia del pensiero,
ma una specifica prospettiva sociologica si fa strada solo tra il XVIII e il XIX secolo. ci significa che il
comportamento delluomo in societ, e le strutture stabili cui d luogo, non siano pi spiegabili con fattori
religiosi o politici ma sociali (istituzioni, norme di comportamento, che derivano dallazione umana e che una
volta affermatesi contribuiscono a orientare il comportamento fino a quando non ne vengono modificate). Aron
considera Montesquieu un precursore di questo modo di pensare (1750). Perch si possa affermare il modo di
pensare sociologico necessario che la societ appaia governata da leggi impersonali che si impongono ai
singoli individui (e non dal governo religioso e politico); questo si verifica con lo sviluppo del capitalismo e
lestendersi del mercato come meccanismo di regolazione delle attivit economiche. In questo senso si pu dire
che leconomia apra la strada alla sociologia. Importante anche il rapido cambiamento della societ
occidentale (indipendenza americana, rivoluzione francese);
- unintenzione scientifica rivolta allo studio della societ. Il metodo scientifico che si era fatto strada nello
studio dei fenomeni naturali accompagnandosi al nuovo modo di pensare sociologico, porta allemergere
dellintenzione scientifica sistematica nello studio della societ. Con Comte e Spencer si afferma, nel corso
dellOttocento, la sociologia come disciplina autonoma che intende applicare il metodo delle scienze naturali
allo studio della societ. La sociologia come scienza autonoma nasce dunque con una forte connotazione
positivista e con il fine di ricavare leggi generali di funzionamento della societ che abbiano una validit
oggettiva.
Herbert Spencer (1820 1903) cerca di conciliare una spiegazione individualistica del comportamento umano con
lidea dei condizionamenti sociali dellazione, tipica della prospettiva sociologica. Lorientamento individualistico
era molto radicato nel contesto anglosassone; leconomia stessa si era sviluppata nellalveo della filosofia
individualistica inglese. Egli sostiene che effettivamente nella moderna societ industriale i rapporti sociali si
basano sulla cooperazione volontaria e non su quella coatta (del potere religioso o politico). Per Spencer il
comportamento socialmente condizionato (idee e sentimenti sono influenzati dalle esigenze funzionali della
societ). la societ deve essere considerata come un organismo costituito da parti tra loro interdipendenti (in
analogia con il corpo umano). Come ogni organismo vivente, la societ tende a crescere di dimensioni e ci spinge
alla formazione di strutture separate e specializzate per lassolvimento pi efficiente dei compiti necessari alla sua
sopravvivenza nellambiente.

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La visione organicista mantiene un carattere sintetico e generalizzante che scoraggia lautonomia della sociologia
economica. Essa tratta infatti la societ come un sistema e cerca di mettere soprattutto in evidenza gli elementi
comuni a tutte le societ e alla loro evoluzione.
in un clima di sfiducia e di delusione nei riguardi delle promesse dellilluminismo che emerge in Francia la
sociologia come scienza autonoma. Nellopera di Auguste Comte (1798 1857) che viene espressa per la prima
volta la necessit di uno studio scientifico della societ che egli chiama sociologia (intesa come parte
complementare della filosofia naturale che si riferisce allo studio positivo dellinsieme delle leggi fondamentali
proprie ai fenomeni sociali). Occorre applicare allo studio della societ la stesso metodo positivo delle scienze della
natura, e ricercare le leggi generali che ne spiegano lordine (statica sociale) e il cambiamento (dinamica sociale).
Solo nella fase storica pi recente possibile porsi questo obiettivo, perch le conoscenze umane seguono una
legge di sviluppo basate su tre stadi: teologico, metafisico e positivo. A ciascuno stadio dellevoluzione intellettuale
corrisponde una determinata forma di organizzazione sociale. La sociologia si sviluppa pi tardi di altre scienze per
la maggiore complessit del suo oggetto. La sociologia condivide con la biologia una visione organicistica: cos
come non si pu comprendere la funzione di un determinato organo isolandolo dal corpo umano nel suo complesso,
non possibile analizzare la religione, leconomia o la politica se non partendo dai caratteri generali della societ in
cui tali attivit si esplicano, e dal suo stadio di sviluppo storico.
Anche per Comte, prima ancora che per Spencer, il positivismo si accompagna a una visione organicistica della
societ. Gli effetti per lemancipazione della sociologia economica sono altrettanto negativi. La sociologia
comtiana non lascia spazio ad unindagine specifica e autonoma sui rapporti tra economia e societ. il suo fuoco
sullinsieme: su ci che accomuna pi che su quello che separa le diverse societ. Inoltre, a differenza di Spencer,
lorganicismo di Comte anti-individualistico. Per Spencer idee e sentimenti sono selezionati dalle esigenze
funzionali mentre per Comte la societ si basa sul sentimento della solidariet comune, su un sistema di valori
condiviso. Per Comte il consenso che tiene insieme la societ, ma esso minacciato dalla divisione del lavoro e
dallo sviluppo economico e deve pertanto essere sostenuto e garantito con opportune misure politiche di controllo
delleconomia di mercato e di riduzione delle disuguaglianze.
Nonostante queste differenze, la prospettiva organicista, da entrambi condivisa, tende in definitiva a scoraggiare la
sociologia economica.
4. PERCHE LA SOCIOLOGIA ECONOMICA NASCE IN GERMANIA
Il contesto tedesco appare molto diverso da quello inglese e francese. Esso fortemente influenzato dalla filosofia
idealistica, che da un lato orienta la tradizione economica nella direzione dello storicismo, e dallaltro allontana la
sociologia da positivismo e dallorganicismo anglofrancese. Abbiamo gi visto (cap. 2 par. 2) come leconomia sia
stata influenzata dalleredit culturale di Kant e di Hegel, e dei suoi seguaci, che enfatizzano il ruolo dei valori
(dello spirito) nello sviluppo economico, e criticano il pensiero economico classico per le sue pretese teoriche
generalizzanti. Daltro canto possibile che la forza dellorientamento storicistico in economia abbia contribuito a
rendere pi radicale la critica neoclassica, e soprattutto a orientarla decisamente verso la via analitica. Abbiamo
visto come Menger, esponente in primo piano della scuola austriaca, abbia dovuto fare i conti con lo storicismo (nel
cosiddetto dibattito sul metodo) che lo aveva contrapposto a Schmoller, esponente della giovane scuola storica di
economia.

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I risultato di queste vicende che leconomia teorica neoclassica non include al suo interno problemi di sociologia
economica (come accade con Marshall) ma assume una connotazione radicalmente analitica.
Nello stesso tempo tali problemi sono ampiamente trattati dalla scuola storica di economia (Roscher, Knies,
Schmoller) per la quale leconomia va compresa con riferimento alle istituzioni in cui inserita. Richiede
descrizioni empiriche dettagliate delle economie nazionali e non consente generalizzazioni teoriche pi ampie.
Linfluenza dello storicismo particolarmente importante per lemergere di una prospettiva analitica autonoma di
sociologia economica (Weber e Sombart). Il passaggio dallo storicismo alla sociologia economica richiede che
vengano affrontati e superati due problemi:
- da un lato, il descrittivismo empirico e lindeterminazione teorica;
- dallaltro, il ricorso a concetti ambigui e non verificabili (es. lo spirito del popolo come differenza tra le
diverse economie nazionali).
E a Max Weber (1864 1920) che dobbiamo guardare per trovare una risposta al superamento di tali limiti. Agli
inizi del 900 sviluppa i fondamenti metodologici della sociologia economica misurandosi sistematicamente con
due interlocutori: lo storicismo economico e la critica filosofica della conoscenza sociologica.
Nel 1872 fu fondata unassociazione per lo studio delle politiche sociali nella quale Schmoller era la figura di
spicco. Essa esprimeva legemonia dello storicismo nellindagine economico-sociale e promuoveva ricerche e
discussioni sulle conseguenze sociali dello sviluppo economico. Tra i collaboratori pi giovani vi furono Weber e
Sombart (Il capitalismo moderno, 1902), questultimo meno direttamente impegnato sul versante metodologico ma
condivideva sostanzialmente le posizioni di Weber. Lopera di Sombart e quella di Georg Simmel (Filosofia del
denaro, 1900) influenzer il lavoro di Weber sul capitalismo occidentale (Letica protestante e lo spirito del
capitalismo, 1904-1905). Lopera di Sombart pu considerarsi la prima opera sistematica di una sociologia
economica pi autonoma e consapevole. Il saggio di Weber su Roscher e Knies (1903) e quello su Loggettivit
conoscitiva della scienza sociale e della politica sociale (1904) costituiscono le basi metodologiche della
sociologia economica.
4.1 La riflessione metodologica di Weber
Seguendo alcuni aspetti essenziali possiamo valutare in che modo avvenga il passaggio dallo storicismo alla
sociologia economica. Il primo passo fu la critica del modo di procedere dello storicismo. Gli storicisti si
opponevano agli schemi generalizzanti delleconomia classica e neoclassica, in nome delle particolarit istituzionali
delle diverse economie nazionali, ma finivano con lo spiegare tali particolarit ricorrendo a strumenti teorici
ambigui (es. spirito del popolo, ecc.).
Se gli economisti della scuola storica avevano criticato leconomia classica e neoclassica, gli esponenti prestigiosi
della storiografia tedesca avevano criticato la pretesa della sociologia positivista anglofrancese di formulare leggi
generali della societ. Ma Weber difende le posizioni storiciste dei filosofi a lui contemporanei di formazione
idealistica, come Dilthey, e dei neokantiani Windelband e Rickert. con questi che egli si misura per sviluppare in
positivo la sua posizione teorica.
La critica della sociologia positivista aveva insistito maggiormente su due aspetti:
- luomo libero di plasmare la storia. Come essere consapevole egli forgia le istituzioni sociali e le modifica
continuamente con levoluzione culturale. Non quindi possibile operare delle generalizzazioni, n prevedere

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il corso dellazione umana, perch questa non ha i caratteri di regolarit e uniformit che caratterizzano i
fenomeni naturali;
- se non si pu spiegare un determinato fenomeno sociale facendo riferimento a qualche legge generale, lunica
opportunit di conoscenza non si basa su spiegazioni causali (quelle che la sociologia positivista pretende di
offrire) bens sulla capacit di comprensione di un determinato contesto storico visto nella sua particolarit.
Weber risponde a queste critiche: lo studio dei fenomeni sociali non si differenzia da quello dei fenomeni naturali
per le caratteristiche del suo oggetto, come aveva sostenuto Dilthey con al sua distinzione tra scienze della natura e
scienze dello spirito. Per Weber lo studioso della societ, cos come quello della natura, opera con concetti, con
generalizzazioni e astrazioni, perch ci indispensabile a qualsiasi conoscenza. Lo storico che pretende di
descrivere una determinata realt empirica usa inevitabilmente degli schemi teorici di spiegazione, spesso impliciti,
che sono poco rigorosi o discutibili, come nel caso dello storicismo economico.
Weber riconosce che le scienze sociali non hanno lobiettivo di formulare leggi generali ma di spiegare fenomeni
storici visti nella loro individualit e da questo punto di vista la sua posizione vicina a quella di Windelband e
Rickert che avevano distinto tra scienze della natura di tipo nomotetico, volte alla formulazione di leggi generali, e
scienze sociali di tipo idiografico, che mirano alla spiegazione di fenomeni storici particolari.
Come possibile studiare scientificamente i fenomeni sociali nella loro individualit storica?
Per Weber ci richiede due condizioni essenziali:
1) bisogna fare riferimento alle motivazioni dei soggetti agenti: vero che gli uomini agiscono in base a
motivazioni mutevoli ma ci non implica che tali motivazioni siano talmente eterogenee da non fondare alcuna
regolarit di comportamento significativa. La comprensione non alternativa rispetto alla spiegazione causale e
alla verifica empirica, ma anzi deve essere coniugata con esse. Il punto di vista dello studioso riflette
inevitabilmente i suoi valori (Weber si richiama al concetto di Rickert di relazione ai valori che utilizza per in
modo diverso) e lo orienta nel formulare ipotesi di spiegazione delle motivazioni degli attori e delle
conseguenze che ne discendono. La validit di queste ipotesi deve per essere verificata dalla ricerca (verifica
empirica) per garantire la validit intersoggettiva della spiegazione. Non si pretende di indicare la totalit delle
cause che hanno determinato un certo fenomeno storico, ma solo di mettere in evidenza alcune condizioni di
quel fenomeno, ritenute particolarmente significative alla luce del punto di vista adottato dallo studioso. Punti
di vista diversi possono portare a ipotesi e spiegazioni diverse. La verifica empirica stabilisce la minore o
maggiore attendibilit della spiegazione e a sua volta contribuisce a riorientare le ipotesi dello studioso;
2) bisogna studiare le uniformit di comportamento derivanti da motivazioni simili: se vogliamo stabilire in che
misura, per esempio, lo sviluppo capitalistico di un paese stato influenzato dalle idee religiose, dobbiamo
avere una teoria pi generale dei rapporti tra idee religiose e sviluppo economico. dobbiamo sapere in che
misura alcune idee religiose determinano certe uniformit di comportamento con conseguenze per le attivit
economiche. Ci consente di valutare il ruolo del fattore causale religione in una determinata situazione storica,
anche attraverso la comparazione tra casi diversi di sviluppo. Lo studio delle uniformit di comportamento,
delle loro origini e delle loro conseguenze proprio della sociologia. Essa studia i tipi di agire sociale (analizza
regolarit di comportamento socialmente determinate, prodotte cio dal fatto che lazione individuale tiene
conto del comportamento di altri individui con cui si interagisce e delle loro reazioni. La sociologia
comprendente mira a ricostruire il senso oggettivo, cio le motivazioni che spingono gli attori a comportarsi in

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un certo modo sulla base di aspettative condivise relative al comportamento altrui. Lagire si concretizza in
relazioni sociali pi o meno stabili e prevedibili che possono essere fondate su uniformit di comportamento di
fatto, come nel caso di usi (es. una moda) o di costumi (consuetudini di lunga durata), o ancora di usi
condizionati da una situazione di interessi (perseguimento razionale del proprio interesse, come nei rapporti di
mercato). Le relazioni sociali sono maggiormente prevedibili quando riguardano uniformit di comportamento
che si basano su convenzioni la cui inosservanza comporta qualche forma di disapprovazione sociale (es.
rapporti familiari) o su ordinamenti giuridici, dotati di sanzioni coercitive (es. leggi dello stato). Le
motivazioni che spingono gli individui a uniformarsi ai vari tipi di norme di comportamento sono diverse e
spesso si combinano tra loro ma dal punto di vista analitico si possono individuare alcune determinanti
fondamentali: azione razionale rispetto a uno scopo (si valutano i mezzi pi efficaci per raggiungere uno scopo
dato), azione razionale rispetto al valore (motivata dalla credenza in certi principi, es. etici o religiosi), affettive
(legami familiari) o tradizionali (quando ci si rif ad abitudini acquisite e indiscusse). Questi tipi molto generali
e astratti di motivazioni sono uno strumento di lavoro della sociologia. I tipi ideali di Weber sono costruiti
mediante laccentuazione unilaterale di uno o di alcuni punti di vista, mediante la connessione di una quantit
di fenomeni particolari diffusi e discreti, esistenti qui in maggiore e l in minore misura, e talvolta anche
assenti. I tipi ideali sono desunti dalla realt empirica, ma non vi corrispondono mai completamente. Esso
compie una funzione essenziale per la spiegazione causale e quindi per la conoscenza storica. Possono essere di
natura diversa: quelli pi astratti (relativi alle determinanti dellazione sociale in generale), altri volti alla
ricostruzione di grandi fenomeni storici nella loro individualit (es. feudalesimo, capitalismo, concetto di stato,
di chiesa, ecc.).
Si pu ora chiarire meglio il rapporto tra sociologia e storia. La prima orientata allo studio delle uniformit di
comportamento e alle loro connessioni causali, mentre la seconda volta alla spiegazione di singoli fenomeni. Ci
non vuol dire che il fine della sociologia sia la determinazione di leggi generali della societ, universali e necessarie
ma deve servire invece a rendere intelligibile la storia stessa.
4.2 Lemancipazione della sociologia economica
Una scienza sociale generale dovrebbe essere enciclopedica e occuparsi simultaneamente di tutte le istituzioni
che influenzano lazione (di essa dovrebbe far parte la filologia, la storia della chiesa, il diritto, ecc.) ma per Weber
invece la sociologia generale pu darsi solo come chiarificazione concettuale e metodologica di sociologie
applicate allo studio storico di aspetti particolari del comportamento umano. Esse possono mettere a fuoco la
molteplicit delle motivazioni dellazione in un settore specifico dellattivit umana. Ed attraverso il contributo di
questi studi particolari che si pu aspettare una miglior conoscenza di un fenomeno storico nella sua totalit, per
esempio il capitalismo occidentale.
Si inverte quindi il rapporto tra studio della totalit e studio delle parti. Per i sociologi positivisti, la societ un
organismo regolato da un unico principio di coordinamento (i valori condivisi per Comte, il principio della
selezione dei pi adatti per Spencer) mentre per Weber la societ un tessuto di relazioni sociali le cui
motivazioni individuali sono molteplici e si combinano diversamente nello spazio e nel tempo. Bisogna dunque
guardare alle parti per arrivare allinsieme. Per Weber e Sombart, che si erano formati nellambito della storia
economica, la diversit che bisogna cercare di spiegare. Essi studiano leconomia con una visione sociologica

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perch percepivano il ruolo cruciale che assumeva lo sviluppo economico capitalistico nel cambiamento della
societ.
Il duplice rifiuto, di una sociologia generale di tipo organicistico, e dello storicismo, apre lo spazio per
lemancipazione della sociologia economica. La scienza economico-sociale o sociologia delleconomia ha
lobiettivo di studiare linterazione reciproca tra fenomeni economici e socioculturali. Al suo centro vi sono
pertanto i:
- fenomeni economicamente rilevanti: quei fattori non economici come le istituzioni religiose o politiche, viste
nella loro influenza sul comportamento economico;
- fenomeni economicamente condizionati: le istituzioni economiche viste nella loro influenza sulle altre
istituzioni sociali.
Questa distinzione permette di chiarire il rapporto tra il suo pensiero e quello di Marx. La concezione materialistica
della storia deve essere rifiutata come deduzione di tutti i fenomeni culturali in quanto in ultima istanza
economicamente condizionati. Weber accetta il contributo di Marx nel comprendere la grande influenza dei fattori
economici sul processo storico (i fenomeni economicamente condizionati) ma ci non deve essere interpretato
come legge generale e necessaria della societ. Weber ritiene che solo con contributi parziali e orientati a uno
specifico problema si possano ricostruire le complesse e cangianti motivazioni dellazione umana, e che dunque le
scienze sociali, e non una sociologia generale, possano contribuire meglio alla conoscenza della realt. Le scienze
sociali particolari si occupano tutte della societ, ma si distinguono per il punto di vista che assumono (questo
anche il caso della sociologia economica).
Sia Weber che Sombart individuano nella sociologia economica una strada intermedia tra lo storicismo e
leconomia teorica neoclassica. Ritengono che la teoria economica analitica abbia uno spazio legittimo, che non
deve essere per confuso con la sua validit empirica. Weber sottolinea che le proposizioni delleconomia teorica
classica e neoclassica sono dei tipi ideali, delle costruzioni analitiche che partono dal presupposto che il
comportamento economico sia esclusivamente determinato dal perseguimento razionale degli interessi individuali
(azione razionale rispetto allo scopo). Esse sono utili, come tutte le costruzioni idealtipiche, per misurare e
comparare il comportamento effettivo ma Weber ribadisce che solo molto raramente il comportamento economico
concreto influenzato da tali motivazioni.
Per questo motivo Weber e Sombart intendono avviare uno studio teorico delleconomia nel suo contesto
socioculturale che superi i difetti dello storicismo. La scienza economico-sociale di Weber e la scienza sociale della
vita economica di Sombart sono orientate a superare la contrapposizione tra scuola astratto-teorica e empirico-
storica. Da qui il loro interesse per il fenomeno del capitalismo occidentale, per le sue origini, il suo
funzionamento, le sue prospettive. Nel perseguire questo obiettivo essi hanno dato un contributo decisivo alla
definizione dello spazio analitico della sociologia economica.

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PARTE SECONDA
I CLASSICI E LA SOCIOLOGIA DEL CAPITALISMO

CAPITOLO 4
ORIGINI E SVILUPPI DEL CAPITALISMO: SIMMEL E SOMBART
In questo capitolo e nel successivo prenderemo in considerazione le risposte che la sociologia economica ha fornito
alla questione delle origini, dei caratteri e dellevoluzione del capitalismo. Ne vedremo una prima formulazione in
Simmel e quindi gli apporti pi specifici e articolati di Sombart e di Weber, i due autori che pi contribuirono
allaffermazione della sociologia economica agli inizi del 900. Al di l delle differenze tra questi studiosi,
emergono alcuni elementi comuni: linsistenza sulle condizioni culturali e istituzionali che influenzano il
capitalismo, e lattenzione per il ruolo dellimprenditorialit.
1. IL CAPITALISMO COME PROBLEMA
Leconomia classica voleva studiare le leggi di funzionamento delleconomia tenendo conto del quadro
istituzionale capitalistico (propriet privata dei mezzi di produzione, lavoro salariato, ruolo del mercato, ruolo dello
stato) ma non ne indagava per le origini (ad eccezione di Smith) n si poneva i problema delle spinte verso il
cambiamento istituzionale che il funzionamento stesso delleconomia capitalistica avrebbe potuto determinare.
Marx e gli storicisti tedeschi avanzarono con forza lesigenza di storicizzare il quadro istituzionale e cercarono di
rispondere al problema delle origini e dellevoluzione del capitalismo. Oltre allinfluenza dellidealismo tedesco,
gli sviluppi stessi delleconomia (il suo diverso grado di maturazione a livello territoriale, linstabilit sociale e il
conflitto di classe) spingevano a mettere in discussione la visione delleconomia classica.
La rivoluzione marginalista separava nettamente il contesto istituzionale dando un carattere normativo ed astorico
allindagine economica che diventava una teoria della scelta razionale di allocazione di risorse scarse.
in questo quadro che si apre lo spazio analitico per una sociologia economica autonoma che ha come fuoco
linterazione tra economia e istituzioni. Vengono riprese le domande sulle origini e sullevoluzione del capitalismo
come fenomeno storico, ma ad esse viene data una risposta diversa da quella di Marx e degli storicisti.
Rispetto a Marx viene relativizzata linfluenza dei fenomeni economici sulle istituzioni e viene messo in evidenza
anche il rapporto di causalit inverso: fattori culturali e politico-istituzionali appaiono di particolare rilievo per
spiegare le origini delleconomia capitalistica. Tuttavia il passaggio dal capitalismo al socialismo resta una
questione storica aperta e dagli esiti non scontati ed inoltre i caratteri delleconomia socialista vengono visti in
chiave di una maggiore burocratizzazione, piuttosto che in termini di autogoverno dei produttori (come diceva
Marx).
Gli storicisti influenzano molto la sociologia economica tedesca. Sombart, Weber e Simmel si sono formati a tale
scuola ma linfluenza delle variabili istituzionali sulleconomia, tipica degli storicisti, in loro si coniuga con una
maggiore consapevolezza teorica. I fondatori della sociologia economica si distaccano dai loro maestri perch
ritengono sia possibile uno studio scientifico dei rapporti tra economia e societ: uno studio che non rivolto alla
formazione di leggi generali della societ come quelle ricercate dalla sociologia organicista e positivista, ma che si
concretizzi in modelli analitici di fenomeni storici come il capitalismo; ovvero in forme di generalizzazione
limitate nello spazio e nel tempo che si fondano sui risultati dellindagine storica e servono a loro volta a orientarla.

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Da questo quadro discende dunque linteresse delle sociologia economica per il capitalismo come problema di
ricerca.
2. LA FILOSOFIA DEL DENARO DI SIMMEL
Sembra che la Filosofia del denaro (1900) di Georg Simmel (1858 1918) sia stato il primo libro letto da Weber
dopo la grave crisi psichica che lo aveva afflitto negli anni a cavallo del secolo. Nellopera di Simmel sono gi
presenti un orientamento metodologico e una serie di temi di ricerca che caratterizzeranno anche i lavoro
successivo di Weber e di Sombart. Nel 1909 i tre, insieme a Tonnies, fondarono la Societ Tedesca di Sociologia,
da cui per Simmel uscir nel 1913 in quanto i suoi interessi si orienteranno prevalentemente verso la filosofia.
2.1 Filosofia e sociologia economica
La Filosofia del denaro anticipa la maggior parte dei temi che costituiscono il pensiero di Simmel e che solo in
parte sono riconducibili alla prospettiva sociologica. Sarebbe una forzatura considerarla unopera di sociologia
economica ma sarebbe comunque errato considerarla soltanto unopera di filosofia. Lobiettivo di Simmel quello
di chiarire la genesi e i caratteri della societ moderna, e di valutare il senso, il significato ultimo che essa assume
per la vita degli uomini. La societ non per lui un sistema, un organismo costituito da varie parti tra loro
funzionalmente collegate (come invece dicevano i positivisti) ma piuttosto formata da un insieme di istituzioni
che nascono dallinterazione tra gli uomini e una volta consolidatesi ne condizionano il comportamento. Simmel
chiama tali istituzioni forme pure e la sociologia deve studiare le origini e i caratteri di tali forme ovvero dei
modelli di comportamento istituzionalizzati.
Il denaro una di queste istituzioni che condiziona sempre pi profondamente le relazioni tra gli uomini nella
societ moderna. Per Simmel chiarire le origini e le conseguenze delluso del denaro, ovvero delleconomia
monetaria, essenziale per comprendere la societ moderna. Per lui il capitalismo una conseguenza
delleconomia monetaria (Weber noter che tende ad identificare troppo leconomia monetaria e il capitalismo).
Ciononostante, lindagine sulle cause non economiche delleconomia monetaria e sulle sue conseguenze sociali ha
importanti e evidenti elementi comuni con la sociologia del capitalismo sviluppata da Sombart e da Weber.
Dal punto di vista sostantivo emergono quattro aspetti simili che meritano di essere segnalati:
1) linsistenza sui presupposti culturali e istituzionali delleconomia monetaria e quindi del capitalismo;
2) il riconoscimento di alcuni soggetti (stranieri, ebrei) che in virt della loro condizione sociale di marginalit
esercitano un ruolo primario per la diffusione delleconomia monetaria;
3) limmagine delle conseguenze sociali delleconomia monetaria in termini di crescente spersonalizzazione e
razionalizzazione delle relazioni sociali e degli ambiti di vita;
4) limmagine del socialismo, in contrasto con quella di Marx, come ulteriore sviluppo della razionalizzazione in
direzione di una pi accentuata burocratizzazione economica e politica.
Simmel nella prefazione e successivamente Weber affermano che: ad ogni interpretazione di una formazione
ideale mediante fattori economici deve associarsi lesigenza di spiegare questi, a loro volta, ricorrendo a fattori
profondi di natura ideale, mentre per questi di nuovo necessario scoprire la sottostruttura economica, e cos via
allinfinito.
2.2 Le condizioni non economiche del denaro
Anche se il ragionamento di Simmel procede in modo non sistematico, possiamo dire che il capitalismo come
sistema economico presuppone laccumulazione privata del capitale e a sua volta il denaro deve diffondersi come

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strumento degli scambi e deve allargarsi la cerchia dei soggetti coinvolti nelleconomia monetaria. Ma affinch il
denaro possa svolgere la sua funzione di propulsore delle attivit economiche necessaria una condizione non
economica fondamentale: occorre che cresca la fiducia nel denaro come aspettativa che il suo impiego possa
sempre disporre di una contropartita in beni concreti.
Laccumulazione del capitale presuppone dunque unaccumulazione di fiducia e questa condizione culturale a sua
volta sostenuta da fattori istituzionali: la legittimazione e lefficacia del potere politico e le garanzie fornite
dallordinamento giuridico. In questo senso il denaro diventa unistituzione pubblica.
Tuttavia, da notare che tra leconomia monetaria da un lato e lo stato centralizzato e il sistema giuridico,
dallaltro, si stabilisce un rapporto di interdipendenza. La prima cresce grazie ai secondi che la garantiscono, ma
questi a loro volta si rafforzano in relazione agli effetti indotti dalla diffusione del denaro come mezzo di scambio.
Simmel sottolinea come leconomia monetaria sia stata un potente fattore di dissoluzione delleconomia naturale
basata sullautoconsumo. Lo stato moderno deve controllare la moneta e pu fare questo attraverso lo sviluppo
della tassazione che consentiva il mantenimento di una burocrazie e di un esercito sottoposti al potere centrale.
Questo contribuisce allindebolimento del vecchio ordinamento feudale rafforzando leconomia monetaria e
garantendo quindi lo sviluppo degli scambi.
Ma quali soggetti sono i protagonisti della diffusione del denaro e degli scambi?
Sono soprattutto gli individui e i gruppi sociali esclusi dal pieno godimento dei diritti vigenti in una determinata
societ a dedicarsi pi facilmente allaccumulazione di denaro come strumento per il conseguimento di posizioni
sociali che non possono raggiungere con i mezzi tradizionali. Daltra parte, nei riguardi di questi soggetti non
valgono le sanzioni sociali e giuridiche che spesso allontanano dalluso del denaro i membri di una societ
tradizionale (es. ostilit della chiesa medievale nei riguardi dellusura).
Gli esempi principali di questa condizione di marginalit sociale che alimenta lo sviluppo di attivit commerciali e
finanziarie sono gli stranieri e gli ebrei.
Stranieri e gruppi sociali esclusi introducono il fenomeno del denaro e delleconomia monetaria nella societ
tradizionale preparando le condizioni per lo sviluppo del capitalismo.
Ma da notare che Simmel non si pone il problema specifico delle origini dellimprenditorialit capitalistica (che
affronteranno Sombart e Weber) ma interessato a mettere in evidenza le condizioni che consentono lesercizio di
tale attivit, ovvero laccumulazione del capitale da un lato e la dissoluzione delleconomia naturale dallaltro.
2.3 Le conseguenze delleconomia monetaria
Linteresse prevalente di Simmel sembra per andare verso lanalisi delle conseguenze delleconomia monetaria
sulle relazioni sociali e sullo stile di vita. Egli mette in luce lambivalenza del fenomeno che presenta sia aspetti
positivi che negativi.
Anzitutto il denaro favorisce la crescita della libert individuale rendendo sostituibili i rapporti sociali nella sfera
dello scambio come in quella della produzione. Nella sfera dello scambio possibile scegliere tra fornitori diversi e
questo spersonalizza le relazioni tra chi compra e chi vende e aumenta lindipendenza reciproca di entrambi.
anche possibile scegliere tra pi oggetti diversi rompendo cos la ritualit delle forme di consumo tradizionali.
Lo stesso avviene nella sfera della produzione, dove al rapporto di dipendenza totale del servo della gleba nei
riguardi del signore, o dellapprendista nei riguardi del maestro delle corporazioni medievali, subentra uno
specifico e determinato contratto di lavoro, che spersonalizza il rapporto, lo lega al perseguimento di un obiettivo

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limitato che non include la sfera extralavorativa, e soprattutto lo rende sostituibile da una parte e dallaltra. Ma, se
nelleconomia naturale del Medioevo vi era lobbligo di protezione sociale dei subalterni da parte dei signori, in
questa nuova situazione invece le condizioni di remunerazione peggiorano, ma il prezzo della libert (il
lavoratore paga con linsicurezza del salario il prezzo della libert). Secondo Simmel, la divisione del lavoro e la
conseguente gerarchia organizzativa sono un requisito indispensabile per lo sviluppo economico.
Leconomia monetaria, e il capitalismo che ad essa legato, contribuiscono dunque ad ampliare la libert
individuale ed al formarsi della dimensione della personalit individuale.
Simmel condivide molti elementi dellottimismo liberale tipico delleconomia politica e anche della sociologia
positivista inglese e francese, che aveva studiato in giovent, ma questa influenza si combina con quella che
discende da un certo pessimismo culturale tedesco che trova espressione nel pensiero di Nietzsche, al quale Simmel
si avviciner sempre pi negli ultimi anni della sua vita. Da qui discende linsistenza sul tema degli aspetti
costrittivi del denaro come istituzione che, una volta consolidatasi, condiziona profondamente le relazioni sociali.
Il denaro aumenta la libert individuale, ma da mezzo per il raggiungimento di determinati scopi tende a
trasformarsi in fine esso stesso. Leconomia monetaria viene a condizionare sempre pi il comportamento
individuale con le sue esigenze, ma gli uomini perdono il controllo sui fini ai quali il denaro piega lorganizzazione
sociale. La vita quotidiana caratterizzata da una perdita di qualit dei rapporti sociali, la libert individuale
comporta una spersonalizzazione crescente dei rapporti. Si diffondono la razionalizzazione e il calcolo in tutti gli
ambiti di vita. Luso del tempo e dello spazio vengono sempre pi piegati alle esigenze delleconomia monetaria.
Gli uomini acquistano maggiore libert individuale, ma si ritrovano anche pi soli e pi incapaci di definire le loro
mete collettive. Pi tardi Simmel, descrivendo la situazione degli abitanti della metropoli, scriver che lindividuo
diventato un semplice ingranaggio in unenorme organizzazione di cose e di poteri che strappano dalle sue mani
ogni progresso, ogni spiritualit.
2.4 Capitalismo e socialismo
Simmel non vede nel socialismo una soluzione per queste conseguenze delleconomia monetaria che permeano
sempre pi la societ moderna. Leventuale successo del socialismo accentuerebbe quelle caratteristiche costrittive
che la razionalizzazione e la calcolabilit dei rapporti sociali impongono agli uomini: la centralizzazione assoluta
dei mezzi di produzione nelle mani della societ significa inevitabilmente un socialismo di stato, ben lontano da
quegli ideali di nuova solidariet che pure il socialismo vorrebbe realizzare. Si spesso insistito sul pessimismo
storico di questa posizione di Simmel. Egli non credeva nella ricetta del socialismo. La separazione dei lavoratori
dai mezzi di produzione e la propriet privata erano per lui un requisito dello sviluppo economico. Anche se non fu
mai coinvolto, a differenza di Weber, in problemi di politica attiva, Simmel auspicava un cambiamento del
capitalismo soprattutto in due direzioni:
- le istituzioni delleconomia capitalistica avrebbero potuto trovare maggiore legittimazione quanto pi si fossero
fondate su motivi tecnico-funzionali, cio sulla valorizzazione delle competenze e dei meriti nel selezionare i
soggetti chiamati a ruoli sovraordinati e subordinati, e non avessero invece alimentato stabili e ingiustificate
disuguaglianze sociali (questa posizione vicina a quella di Durkheim ed anche compatibile con un
socialismo che non si ponga come alternativa alla propriet privata e al mercato);
- la legittimazione del capitalismo pu essere rafforzata dalla capacit di ridurre quella che egli chiama lumana
tragedia della concorrenza in due modi: attraverso uno sviluppo tecnico finalizzato a mettere a disposizione

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nuove risorse della natura per ridurre la concorrenza tra gli uomini per lacquisizione di beni scarsi ed
attraverso la crescita di beni collettivi la cui fruibilit da parte di alcuni non vada a scapito di altri.
3. IL CAPITALISMO MODERNO DI SOMBART
Simmel ricorse alla sociologia della vita economica con lintento pi ampio di tipo filosofico della ricerca sulla
condizione delluomo nella societ moderna mentre Sombart (1863 1941) ha invece lobiettivo della costruzione
consapevole di una sociologia economica.
Nella sua opera Il capitalismo moderno (ed. 1902, 1916, 1927) egli sottolinea come la sua prospettiva di analisi si
pone come compito linserimento della vita economica stessa nel grande contesto dellesistenza sociale delluomo.
Ma per svolgere questo compito egli ritiene necessario che venga superata la contrapposizione tra economia
politica neoclassica (scuola astratto-teorica) e storicismo (scuola empirico-storica). La nuova scienza sociale della
vita economica ha lobiettivo teorico di contribuire alla spiegazione scientifica dei fenomeni economici in un
quadro storico ben definito. Essa si distingue sia dalleconomia politica (che adotta una teoria dellazione
utilitaristica sviluppando modelli analitici astratti del funzionamento delleconomia) che dagli storicisti (che
sviluppano una spiegazione dei fenomeni economici che tiene molto pi in conto i fattori culturali e istituzionali ma
essendo ostili alle generalizzazioni teoriche).
Sombart si pone il seguente interrogativo: quali sono i fenomeni economici che conducono alla nascita del
capitalismo moderno che sono comuni a tutti i popoli europei?
Solo laccertamento di questi nessi generali pu consentire unindagine storica pi proficua sulle particolarit dei
singoli capitalismi nazionali che interessano gli storici. La sociologia economica quindi collegata alla storia,
perch si serve delle sue indagini per formulare generalizzazioni teoriche, che a loro volta possono poi orientare la
ricerca storica e la verifica empirica. Ma tutto ci richiede appunto che le generalizzazioni teoriche siano
storicamente delimitate. In questo senso per Sombart non c storia senza teoria.
Per mettere a fuoco in che modo la societ influenza con le sue istituzioni il comportamento economico
necessario per apprestare degli strumenti analitici adeguati.
3.1 Elementi di sociologia economica
Per Sombart leconomia lattivit umana volta alla ricerca dei mezzi di sussistenza. Luomo deve provvedere al
soddisfacimento dei suoi bisogni con prodotti che ricava dalla natura attraverso il lavoro. i suoi bisogni variano nel
tempo e accanto a quelli relativi alla sopravvivenza fisica si aggiungono nel corso dello sviluppo storico nuovi
bisogni culturali. Ma in ogni caso, per far fronte a queste esigenze, sempre necessario produrre dei beni e dei
servizi che vengono distribuiti e consumati secondo alcune regole condivise. Questa attivit economica stata
sempre esercitata dagli uomini anche se in forme diverse da tempo a tempo e da luogo a luogo.
Questa una concezione delleconomia diversa rispetto a quella adottata dalleconomia neoclassica (leconomia
come allocazione di risorse scarse applicabili a usi alternativi da parte di soggetti orientati a massimizzare le loro
utilit) che non pu spiegare le economia primitive o quelle precapitalistiche.
La definizione di Sombart permette invece di cogliere meglio i tratti differenti nello spazio e nel tempo che
caratterizzano il comportamento economico e lorganizzazione delle attivit volte alla sussistenza delluomo.
A questo proposito necessario guardare a tre aspetti:
a) la mentalit economica o spirito economico = linsieme dei valori e delle norme che orientano il
comportamento degli individui che partecipano allattivit economica, cio i soggetti economici;

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b) lorganizzazione economica = il complesso di norme formali ed informali che nellambito di una determinata
societ regolano lesercizio delle attivit economiche da parte dei soggetti;
c) la tecnica = le conoscenze tecniche e i procedimenti utilizzati dai soggetti per produrre beni e servizi e
soddisfare i loro bisogni.
Questi tre aspetti variano nello spazio e nel tempo e consentono di individuare un sistema economico. il concetto di
sistema economico consente di gettare un ponte tra economia e societ; permette di valutare in che modo la societ
influenza storicamente lorganizzazione economica attraverso le motivazioni dei soggetti, le istituzioni regolative e
quelle che riguardano la produzione e luso delle conoscenze scientifiche e tecnologiche. Nel concetto di sistema
economico si riassume per Sombart il carattere tipicamente storico della vita economica.
Vediamo come le tre dimensioni possono aiutarci a distinguere tra leconomia precapitalistica e quella capitalistica.
Precapitalistica Capitalistica
Spirito economico Soddisfacimento dei bisogni naturali Fabbisogno di tipo acquisitivo cio ricerca di
e culturali maggiori guadagni monetari
Spirito tradizionalistico (obbedienza Spirito razionalistico (ricerca sistematica di mezzi
a regole tramandate) pi adeguati allo scopo)
Mentalit di tipo solidaristico Mentalit di tipo individualistico
Organizzazione Carattere vincolato dellattivit Ampia sfera di libert economica riconosciuta
economica (es. ordinamento giuridicamente (propriet privata o pubblica dei
corporativo nella societ medievale) mezzi di produzione)
Orientamento della produzione al Orientamento allo scambio attraverso il mercato
consumo
Piccola impresa familiare Grandi imprese con forza lavoro salariata
Tecnica Basata su conoscenze tramandate e Basata sulla conoscenza scientifica
accettate passivamente

Si pu cos arrivare ad una definizione delleconomia capitalistica: sistema economico caratterizzato da una
mentalit acquisitiva, razionalistica e individualistica, che si esercita nellambito di unorganizzazione economica
libera, basata sulla propriet privata dei mezzi di produzione e su aziende che producono beni per il mercato
utilizzando lavoro salariato.
Per ogni sistema si possono inoltre individuare tre periodi: gli albori, la maturit e il tramonto. Nel primo periodo
un sistema convive con altri. Per Sombart il capitalismo ha le seguenti tre fasi: primo capitalismo fino alla fine del
1700; capitalismo maturo fino alla fine della prima guerra mondiale; tramonto a causa dellemergere di elementi di
maggiore organizzazione, che portano ad unattenuazione degli originari caratteri capitalistici delleconomia.
3.2 Le origini del capitalismo
Come si passa da un sistema economico a un altro?
Sombart cerca di rispondere con chiarezza prendendo le distanze da Marx e dallo storicismo ma il suo schema non
si riferisce al mutamento economico in generale bens alla nascita del primo capitalismo e alla sua evoluzione verso
il capitalismo maturo.

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Non possibile analizzare lo sviluppo capitalistico ricorrendo al generico concetto di cultura di un popolo, come
facevano gli storicisti, senza prendere in considerazione le motivazioni specifiche che guidano i soggetti economici,
in particolare gli imprenditori.
Le forze motrici dello sviluppo vanno cercate in quei soggetti che allinterno del vecchio sistema precapitalistico si
fanno portatori di una nuova mentalit economica e introducono quindi dei cambiamenti nel modo in cui vengono
combinati i fattori produttivi e viene organizzata leconomia. Sono gli imprenditori le forze motrici del
cambiamento. Il loro comportamento certo influenzato dalle istituzioni vigenti in una determinata societ (stato,
ordinamento giuridico, religione, cultura prevalente, conoscenze scientifiche e tecniche), tuttavia una volta che
sotto linflusso di questi fattori si forma un nuovo spirito economico, essi introducono importanti innovazioni.
Dapprima esse sono limitate ma quando esse si diffondono riescono a cambiare le istituzioni.
Ma come si forma limprenditorialit?
Dobbiamo definire meglio le caratteristiche dello spirito economico capitalistico e verificare quali condizioni
sociali favoriscano la diffusione di unimprenditorialit animata da tale spirito.
Lo spirito capitalistico
Per Sombart lo spirito capitalistico quello stato danimo risultante dalla fusione tra lo spirito imprenditoriale e lo
spirito borghese. Lo spirito dintrapresa aspirazione al potere intesa come volont di affermazione e di
riconoscimento sociale che spinge gli uomini a rompere la tradizione e a cercare nuove strade. Esso permea luomo
occidentale. Certo le sue origini sono legate alla storia religiosa dellOccidente, al cristianesimo, ma subisce una
progressiva laicizzazione. Questo processo si manifesta prima nella sfera politica, con la costruzione dello stato
moderno, poi nella sfera economica (la ricerca di guadagno non pi limitata, come in passato, alla conquista,
allavventura, alla ricerca di metalli preziosi, ma si esercita in modo sistematico). A questo punto si forma una
prima componente di imprenditorialit che si pu definire politica (principi, funzionari dello stato, signori
fondiari). Affinch si possa compiere pienamente il sistema economico capitalistico necessario che lo spirito di
intrapresa si fonda con quello borghese. Per Sombart le origini di questi tratti culturali sono strettamente collegati
alla matrice religiosa cristiana (cattolica, protestante ma anche ebraica) e prendono forma soprattutto nelle citt
europee dove si sviluppano i mercanti e gli artigiani. In questo ambiente si forma limprenditorialit borghese, fatta
di tutti quelli che vengono dal basso, che si affiancher dapprima allimprenditorialit di origine politica e poi si
affermer fino a dominare lorganizzazione della vita economica nel corso dellOttocento, nellepoca del
capitalismo maturo.
La formazione dellimprenditorialit
Limprenditorialit borghese costituisce dunque la componente in cui si esplica pi pienamente limprenditorialit
capitalistica. Ma non basta per Sombart la componente cristiana e lambiente urbano per spiegare le condizioni
della sua formazione. Accanto a questi fattori occorre considerare quali gruppi sociali abbiano contribuito ad
alimentare maggiormente limprenditorialit borghese:
- gli eretici sono coloro che non appartengono alla chiesa di stato e che finiscono per avere formalmente o di
fatto uno status di semicittadini. Essendo esclusi dalla partecipazione alla vita pubblica, gli eretici non
potevano che estrinsecare tutta la loro forza vitale nelleconomia. Soltanto questa offriva loro la possibilit di
procurarsi quella posizione di rilievo nella comunit che lo stato negava loro;

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- gli stranieri sono coloro che sono pi intraprendenti perch scelgono di partire per mete incerte, inoltre
trovandosi in un nuovo paese sono pi portati a rompere con le vecchie abitudini ed infine le loro possibilit di
mobilit sociale sono molto limitate in settori diversi dallattivit economica (per loro non c n passato n
presente per cui rimane soltanto il guadagno futuro);
- gli ebrei hanno dato un contributo particolarmente rilevante allo sviluppo capitalistico, specie attraverso
limprenditorialit commerciale e creditizia. Essi sono stranieri nei vari paesi del mondo e cercano di
mantenere legami internazionali nellambito della comunit ebraica.
Il modello dello sviluppo capitalistico
La mentalit capitalistica si afferma in stretta interdipendenza con un complesso di fattori istituzionali che
contribuiscono alla sua formazione e ne sono a loro volta condizionati. Per Sombart gli imprenditori sono
lelemento catalizzante, coloro che hanno fatto scoccare la scintilla dello sviluppo capitalistico.
Per Sombart lo stato da un contributo cruciale. Lo stato moderno esprime originariamente lo spirito di intrapresa
occidentale e stimola lo sviluppo tecnico che essenziale per aumentare lefficienza militare e quindi il suo
rafforzamento. Esso cerca di accrescere la disponibilit di metalli preziosi che aumentano le risorse della finanza
pubblica e quindi la potenza militare.
Lo stato d un contributo decisivo allimprenditorialit con il mercantilismo e limprenditorialit politica, ma
decisivo lincontro tra spirito di intrapresa e spirito borghese, che si manifesta nellimprenditorialit dal basso,
pi specificamente capitalistica. Lo spirito borghese ha unorigine indipendente dallo stato. Si forma infatti sotto
linfluenza culturale della religione cristiana e nellambiente particolare delle citt europee, segnate dallesperienza
dei comuni. Lo stato inoltre contribuisce a creare quelle condizioni di esclusione dalla cittadinanza che rendono
eretici, stranieri ed ebrei pi sensibili di altri gruppi sociali alla formazione della mentalit capitalistica, in
particolare dello spirito borghese.
Una volta che limprenditorialit borghese ha fatto scoccare la scintilla dello sviluppo capitalistico, si determina un
vasto processo di dissolvimento degli antichi ordinamenti economici (delle forme tradizionali di economia
agricola, del lavoro a domicilio nelle campagne e dellartigianato). Si determina cos un processo di
proletarizzazione del lavoro agricolo che libera forza lavoro per la nascente industria moderna.
Nel tempo lo sviluppo capitalistico contribuisce al mutamento dellordinamento giuridico e delle politiche statali.
Nella fase di passaggio dalleconomia precapitalistica a quella del primo capitalismo il mercantilismo e la
regolazione politica giocano un ruolo rilevante. Nella fase successiva, con laffermarsi dellimprenditorialit
capitalistica, aumentano le spinte per un orientamento pi liberista dello stato in economia e per il riconoscimento
di unampia sfera di libert economica in cui si possono ora muovere le imprese. La sicurezza del processo
economico si accresce grazie allazione repressiva dello stato per i traffici illeciti e per lintroduzione di un sistema
monetario che facilita gli scambi. Si afferma cos nel XIX secolo il capitalismo maturo.
3.3 Il capitalismo maturo
La fase di piena maturit del capitalismo si conclude con la prima guerra mondiale ed i cambiamenti che
avvengono al suo interno sono tutti da ricollegare al processo di crescente razionalizzazione che investe la vita
economica.
Possiamo valutare gli effetti della razionalizzazione considerando le diverse componenti del sistema economico.
Lo spirito capitalistico

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La mentalit imprenditoriale caratterizzata da una trasformazione ideologica che porta alla secolarizzazione dello
spirito capitalistico. La fede ormai soltanto una questione della domenica mattina, al suo posto si afferma un
concetto moderno borghese-capitalistico del dovere che porta a valutare limpegno nel lavoro e il rendimento come
fonte primaria del benessere economico e del riconoscimento sociale.
Si ha inoltre una maggiore specializzazione della funzione imprenditoriale che consente di delegare a altri
dipendenti una serie di compiti prima poco differenziati, e permette quindi allimprenditore di concentrare il suo
impegno in alcune funzioni di direzione strategica. Si assiste ad una deconcretizzazione dellattivit
imprenditoriale (per le origini del capitalismo erano pi importanti le componenti normative mentre adesso
prevalgono quelle cognitive, esempio conoscere come muoversi nel mercato finanziario).
Si afferma pure una democratizzazione dellimprenditorialit in quanto pi facile accedere al ruolo di
imprenditore da tutti i gruppi sociali.
Vanno considerati anche alcuni stimoli negativi che spingono a un maggior impegno per far fronte a nuovi ostacoli
che sono linasprimento della concorrenza sul mercato dei beni ed il rafforzamento del movimento operaio che
condiziona il mercato del lavoro.
Sombart sottolinea i positivi contributi che ne possono discendere dal punto di vista dinamico per lo sviluppo
economico. Con le rivendicazioni sindacali e politiche del movimento operaio, non solo migliora lintegrazione
sociale dei lavoratori, ma gli imprenditori sono spinti a innovare continuamente per aumentare la produttivit e
compensare cos i maggior costi del lavoro.
Vi poi un potente stimolo positivo che deriva dallevoluzione della tecnica che genera continue occasioni per
modificare le condizioni di concorrenza perch consente di produrre nuovi beni o di produrre a costi pi bassi.
Lorganizzazione del sistema economico
Il rafforzamento dellimprenditorialit capitalistica spinge sia indirettamente, sul piano politico, che direttamente su
quello economico, verso una maggiore razionalizzazione dei meccanismi regolativi, in modo da aumentare le
possibilit di profitto delle imprese:
- razionalizzazione dellordinamento giuridico e intervento dello stato in campo economico: si tratta del
passaggio dalla fase mercantilista a quella liberale sostenuto dalla borghesia imprenditoriale in crescita.
Avviene la separazione tra diritto pubblico e privato, protezione giurisdizionale dei contratti, introduzione di un
sistema monetario razionale;
- razionalizzazione del lavoro: abbiamo gi visto come lo sviluppo capitalistico, disgregando lorganizzazione
economica tradizionale delle campagne e quella dellartigianato urbano, crei unofferta di lavoro crescente, che
attraverso le migrazioni e lurbanizzazione alimenta le imprese industriali. Sombart crede che lesodo verso le
citt sia favorito anche per lattrazione per la libert individuale e per lo stile di vita urbano che la grande citt
offre. Occorreva per adattare i lavoratori dal punto di vista culturale e professionale (cio delle competenze
tecniche) al lavoro di fabbrica. Sombart riteneva (in dissenso con Weber) che la religione protestante abbia
influenzato maggiormente gli operai rispetto agli imprenditori nellalimentare in loro limpegno nel lavoro e la
disciplina. Bisogna dire che si trattava di una fascia ristretta di operai presenti in pochi paesi e che linfluenza
delle idee religiose, nel tempo, si era ridotta sia per i lavoratori che per gli imprenditori. Siccome la
disponibilit di operai qualificati era limitata e rendeva pi elevato il costo del lavoro si decise di mutare
radicalmente lintero processo lavorativo adattando la maggior parte delle operazioni e delle mansioni alla

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capacit della grande massa. Si avvia la decomposizione del lavoro cio la scomposizione di mansioni
complesse in compiti pi elementari che vengono assegnati ad operai non qualificati. Si arriva alla catena di
montaggio ed alla subordinazione del lavoratore alla macchina (come aveva gi denunciato Marx). Tutto ci
venne praticato sotto il nome di taylorismo;
- razionalizzazione dellazienda: formulazione di una serie di prescrizioni, regole di carattere generale, alle quali
le imprese tendono a conformarsi per adeguare la loro struttura allobiettivo di una maggiore redditivit.
Avviene una spersonalizzazione dellazienda in quanto lazienda tende a organizzarsi come una burocrazia,
con una precisa gerarchia dei ruoli e con precise procedure di rapporto tra i vari livelli e le diverse competenze
dellazienda. Un altro aspetto costituito dalla condensazione aziendale cio la crescente concentrazione di
macchine e uomini allinterno dellazienda per aumentare la capacit di produzione (sfruttamento intensivo
degli strumenti, economie di scala, produzione di beni di massa);
- razionalizzazione del consumo: lo sviluppo economico porta ad una uniformazione dei bisogni dovuta
allaumento delle comunicazioni, alla crescita della popolazione urbana che migliora le proprie possibilit di
consumo, allaffermazione dei grossi centri di consumo unitari (esercito, ospedali, manicomi, prigioni, grandi
aziende, ecc.). Ma la tendenza alluniformit dei bisogni anche dovuta allo strumento della moda che viene
stimolato dalle grandi aziende. La moda, prima limitata a gruppi sociali ristretti della classe alta, tende a
generalizzarsi e a diffondersi pi rapidamente nelle nuove condizioni di vita legate allurbanesimo. Lindustria,
influenzando landamento della moda, pu accelerare il ritmo di introduzione di nuovi prodotti (sfruttando
anche le nuove opportunit offerte dalla tecnica) creando un mercato di massa. Si producono beni di qualit
inferiore che imitano i modelli dlite imposti dalla moda e richiesti ora da un largo pubblico di consumatori.
Con la maggiore uniformazione dei bisogni e la crescita di un mercato di massa standardizzato la
razionalizzazione capitalistica delleconomia si estende e si consolida. Le grandi aziende burocratizzate
dominano la scena del capitalismo maturo. Questo sistema economico raggiunge il culmine del suo sviluppo.
3.4 Il futuro del capitalismo
Per Sombart, nella razionalizzazione che si afferma nel capitalismo maturo sono per gi insiti alcuni germi che
porteranno al declino di questo sistema economico. Essi cominciano a manifestarsi nel periodo successivo alla
prima guerra mondiale che Sombart chiama tardo capitalismo.
Per Sombart lo sviluppo tecnico e laumento del capitale fisso non comportano una caduta del saggio di profitto e
una crescente disoccupazione, come per Marx. Lintroduzione di nuove tecniche aumenta la produttivit e, se i
salari non crescono pi di questultima, consente di aumentare i profitti e di destinarli a nuovi investimenti che
possono compensare e assorbire la disoccupazione creata dalla maggiore meccanizzazione. La disoccupazione
dunque per Sombart di tipo congiunturale, generata dalla continua ristrutturazione produttiva, ma non destinata
a crescere strutturalmente fino ad alimentare un processo sociale di tipo rivoluzionario. Inoltre, proprio per far
fronte al problema sociale della disoccupazione, pi in generale alle istanze di miglioramento delle condizioni di
vita e di lavoro degli strati sociali inferiori si affermano in misura crescente sistemi economici che si fondano
sulleconomia di piano. Questi implicano un ritorno a un maggior intervento dello stato nelleconomica, un
maggior peso del settore cooperativo e forme pi estese di regolazione politica delleconomia, sia dirette (attraverso
lintervento pubblico e la legislazione), sia indirette (attraverso un ruolo pi rilevante della contrattazione sindacale
delle condizioni di lavoro). si va insomma verso un capitalismo stabilizzato e regolato. Per Sombart le differenze

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tra questo tipo di sistema economico e un socialismo tecnicizzato e razionalizzato sono molto ridotte. Egli, come
Simmel, Weber e Schumpeter, ritiene che il processo prevalente sia quello della razionalizzazione e della
burocratizzazione. Il socialismo potrebbe solo accentuare queste tendenze, piuttosto che sopprimerle secondo
lideale dellautogoverno dei produttori e del deperimento delle strutture statali.
Il sistema economico capitalistico si indebolisce anzitutto dal suo interno stesso. La mentalit economica vede un
attenuarsi dello spirito di intrapresa e delle sue energie vitali e irrazionali a spese della componente costituita dal
razionalismo (dallo spirito borghese). Nella grande impresa organizzata scientificamente si ha una tendenza
generale alla graduale decadenza della mentalit imprenditoriale.
Daltra parte, lorganizzazione del sistema economico capitalistico caratterizzata da crescenti restrizioni alla
libera ricerca del massimo profitto. Queste possono essere autoimposte (es. per conseguire maggiore stabilit si
formano cartelli, grandi concentrazioni finanziarie, nate per controllare meglio i mercati o le associazioni di
rappresentanza degli interessi collettivi) oppure imposte dallesterno (legislazione sociale e del lavoro, controlli sui
prezzi o sulle modalit del processo produttivo, azione dei sindacati per controllare il salario). Tutto questo portava
rigidit nel sistema.
Scrivendo alla vigilia della grande crisi degli anni 30, Sombart intuisce chiaramente il rilievo che la nuova politica
economica (quella keynesiana) avrebbe avuto per lo sviluppo capitalistico. Essa mirava infatti a stabilizzare
leconomia sostenendo la domanda di beni con la spesa pubblica e con il controllo politico del credito.
Lanalisi di Sombart si conclude dunque con una previsione straordinariamente lucida del futuro del capitalismo.

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CAPITOLO 5
CAPITALISMO E CIVILTA OCCIDENTALE: MAX WEBER
Nella vasta opera di Max Weber la ricerca sulle origini del capitalismo diventa una ricerca sulle origini del
razionalismo occidentale. Di solito si insiste suo ruolo del protestantesimo nella ricostruzione che Weber fa del
capitalismo. Il suo quadro interpretativo per pi complesso: accanto ai fattori religiosi vanno considerati aspetti
come la citt occidentale, lo stato, la scienza razionale.

Sombart si pu considerare un sociologo economico in senso stretto, forse il primo nello sviluppo della disciplina.
Ma la personalit scientifica di Weber pi complessa (anche se mor ventanni prima di Sombart). Sombart aveva
intuito che alle origini dello sviluppo capitalistico vi erano condizioni culturali e istituzionali specifiche
dellOccidente (religione, stato, esperienza comunale) ma le aveva lasciate sullo sfondo concentrandosi sulle loro
conseguenze per la formazione dellimprenditorialit e per lo sviluppo economico (concentrandosi sulle
trasformazioni del capitalismo nel corso dell800 e soprattutto nel nuovo secolo).
Weber invece guarda indietro pi che avanti perch non vuole lasciare un cono dombra su quel complesso di
condizioni culturali e istituzionali legate alle origini del capitalismo occidentale. La sua ricerca sulle origini del
capitalismo diventa dunque una ricerca sulle origini del razionalismo occidentale. Weber sensibile per la pluralit
delle cause che influenzano i fenomeni sociali e per le interdipendenze che rendono fuorviante qualsiasi analisi
unidirezionale dei flussi causali.
1. LE PRIME RICERCHE SULLA SOCIETA TEDESCA
Weber nasce nel 1864 da una famiglia della borghesia tedesca ed insegna economia allUniversit di Friburgo. Egli
si orient verso un liberalismo pi radicale (era contrario al liberalismo tradizionale che portava la borghesia debole
a compromessi con le vecchie classi dominanti costituite dallaristocrazia agraria, gli junker prussiani).
La sua formazione fu influenzata dallo storicismo allora imperante nella cultura e nelluniversit tedesca e tale
coinvolgimento lo port ad attivit di ricerca sulla societ tedesca ed in particolare sul lavoro agricolo (per tutta la
prima met degli anni 90).
Questi studi furono rilevanti perch in essi cominciano a prendere corpo le idee di Weber sulle origini del
capitalismo (le basi per il passaggio da unindagine microsociologica a quella macrosociologica sul capitalismo
occidentale).
Weber rimase colpito dalla tendenza dei lavoratori impegnati nelle tenute dei grandi proprietari (junker) a lasciare
la condizione di contadini fissi, legati pi stabilmente allazienda, per quella di salariati, o addirittura a emigrare.
Questo orientamento non era spiegabile con motivazioni strettamente economiche (i contadini fissi avevano
condizioni migliori della manodopera salariata stagionale e coloro che emigravano non venivano in prevalenza
dalle aree dove la manodopera era sovrabbondante e i salari pi bassi). I lavoratori agricoli volevano piuttosto
liberarsi dai pesanti rapporti di dipendenza nei riguardi degli junker, nonostante la perdita di sicurezza economica
che ci comportava nellimmediato.
Studiando la societ tedesca Weber fu colpito dal problema delle differenze territoriali dello sviluppo economico:
quelle interne alla Germania, ma anche tra la Germania e altri paesi, specie anglosassoni.
Dopo la sua crisi psichica (1897 1903) che lo aveva allontanato dallinsegnamento egli si occupa del problema
delle differenze di sviluppo interne alla Germania. Andando verso sud-ovest predomina la piccola propriet

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contadina appoderata e le coltivazioni sono pi diversificate; andando verso nord-est prevalgono invece le propriet
fondiarie e le coltivazioni estensive di grano, barbabietole, patate. Questa differenza per Weber la si deve alle
trasformazioni intervenute allinizio dell800 quando furono aboliti gli obblighi feudali e nel sud-ovest la terra fin
in gran parte nelle mani dei contadini, mentre nel nord-est rimase ai proprietari fondiari che cominciarono a gestire
le tenute con lavoro libero. Ma le origini si possono trovare anche precedentemente, nel Medioevo.
Ma perch i contadini de nord-est non furono in grado di stimolare una trasformazione simile a quella del sud-
ovest?
Per Weber determinante fu il ruolo delle citt che erano pi fitte nel sud-ovest e che educarono il contadino a
vendere i prodotti agricoli nei pi vicini mercati locali. Non solo questo, la citt esercitava uninfluenza su un
fattore chiave per lo sviluppo: limprenditorialit.
Le considerazioni di Weber contengono unimplicazione teorica molto importante. Se si vogliono comprendere le
differenze di sviluppo tra varie aree, non ci si pu limitare a prendere in esame la dotazione di risorse naturali o il
capitale disponibile, trattando come invariante lattitudine imprenditoriale, ovvero la capacit dei soggetti di
combinare efficacemente le risorse. Lattivit imprenditoriale in questo caso non considerata una costante, ma una
variabile che dipende dal contesto istituzionale in cui i soggetti sono inseriti.
2. FORMAZIONE DELLIMPRENDITORIALITA
Come si formano orientamenti culturali favorevoli alla crescita dellimprenditorialit?
La tesi di Weber che occorre guardare allinfluenza della religione protestante sulla diffusione di unetica
economica che alimenta a sua volta lo spirito del capitalismo. Essa si sviluppa in due celebri saggi:
- Letica protestante e lo spirito del capitalismo (1904 1905);
- Le sette protestanti e lo spirito del capitalismo (1906).
Stranamente nellEtica Weber non fa un collegamento esplicito tra protestantesimo e citt ma abbiamo gi visto
come il tema della citt fosse gi allattenzione di Weber per cui possiamo supporre che con gli studi sul
protestantesimo egli voglia chiarire meglio attraverso quali meccanismi culturali e istituzionali il contesto urbano
favorisca la formazione delle motivazioni di unimprenditorialit specificamente capitalistica.
Linteresse per le motivazioni degli attori si comprende anche alla luce della riflessione metodologica che Weber
andava facendo negli stesi anni in polemica sia con lo storicismo che con la sociologia positivista e con Marx.
Resta comunque il fatto che la mancata esplicitazione del rapporto tra citt, gruppi sociali urbani e protestantesimo
nellEtica e nelle Sette ha favorito interpretazioni riduttive della tesi di Weber sul ruolo delle idee religiose. Ma
vediamo come si articola tale tesi.
2.1 Lo spirito del capitalismo
Weber considera lo spirito del capitalismo come un tipo ideale (idealtipo) e non lo identifica affatto con limpulso
acquisitivo in quanto sostiene che lavidit di denaro sempre esistita ed presente anche nelle societ
precapitalistiche; anzi in questi contesti la ricerca del profitto ancor pi spregiudicata perch non vincolata da
norme etiche. Ci non porta per al superamento del tradizionalismo economico.
Per capire meglio le novit introdotte dallo spirito del capitalismo occorre definire sempre in termini idealtipici
lorientamento economico tradizionalistico, che ha due aspetti principali:

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- il profitto non pienamente giustificato dal punto di vista etico, ma tollerato, ed per questo che la sua
ricerca avviene prevalentemente nei rapporti con gli estranei alla famiglia e alla comunit locale e con gli
stranieri;
- lacquisitivit si manifesta nel commercio, o nella guerra, nella pirateria e in genere in un capitalismo
davventura ma non investe invece la sfera della produzione, che resta governata da routine tradizionali.
Weber critica Sombart per non aver riconosciuto che il carattere tradizionalistico dello spirito economico pu
essere proprio anche di uneconomia gi organizzata in forma capitalistica (dove gli imprenditori si
accontentano di un livello tradizionale di profitto, mantengono i rapporti con i fornitori, clienti e lavoratori
sulla base di tradizioni consolidate e gli operai lavorano solo per coprire i bisogni tradizionali).
Lo spirito del capitalismo si differenzia per profondi mutamenti che investono entrambe le dimensioni sopra
considerate:
- la ricerca del profitto, invece di essere svincolata da norme etiche o di essere tollerata, cos come ispirato dalla
Chiesa nel Medioevo, diventa giustificata e sollecitata sul piano etico. Limpegno nel lavoro diventa un dovere
etico ed il profitto deve essere reinvestito in attivit produttive e non impiegandolo per accrescere il patrimonio
familiare o per il solo godimento spensierato;
- lacquisitivit si manifesta ora nellorganizzazione razionale del processo produttivo. Il tradizionalismo prima
descritto di alcuni imprenditori e lavoratori viene travolto da una nuova imprenditorialit fortemente motivata a
combinare in modo pi efficiente i fattori produttivi; essi vengono dal basso, non dispongono di molto
capitale, ma solo di quantit limitate di denaro, spesso prestate dai parenti.
Proprio per questi motivi Weber conclude che la ricerca delle forze motrici dellespansione del capitalismo
moderno non in primo luogo una ricerca sullorigine delle riserve di denaro da impiegare capitalisticamente, ma
soprattutto una ricerca sullo sviluppo dello spirito del capitalismo. Vediamo come si formato tale spirito.
2.2 Letica economica del protestantesimo
Per Weber la diffusione dello spirito del capitalismo pu essere vista come una conseguenza non intenzionale
delletica economica del protestantesimo, e in particolare della componente calvinista (si riferisce al
protestantesimo ascetico che include quattro correnti principali: calvinismo, metodismo, pietismo e sette battiste).
Pi che fare una dimostrazione causale il sociologo tedesco cerca di sottolineare le affinit elettive esistenti tra i
due fenomeni.
Un aspetto fondamentale del credo calvinista lidea di predestinazione. Gli uomini sanno soltanto che alcuni si
salveranno ed altri saranno condannati. Gli eletti sono predestinati cio sono stati scelti da Dio al momento della
creazione e il loro destino non pu essere modificato. Non possibile cambiarlo con le proprie azioni e non
possibile conquistare la salvezza con mezzi ecclesiastico-sacramentale (negano che la grazia possa essere
riacquistata con la confessione e la comunione come sostiene la Chiesa cattolica). Nemmeno il pentimento
personale pu far ottenere la salvezza nell'aldil.
Il calvinismo determina una tremenda solitudine del credente. Nessuno pu aiutarlo ad acquisire la salvezza,
nessuna chiesa, nessun prete, nessun sacramento. Sarebbe pertanto plausibile che come reazione si sviluppasse un
orientamento improntato al fatalismo e alla passivit, data limpossibilit di modificare il destino individuale. Ma
proprio qui si manifesta un paradosso su cui Weber attira lattenzione: invece del fatalismo perch matura un
orientamento allazione e allinnovazione in campo economico?

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Vediamo come il credo calvinista favorisca, come conseguenza non intenzionale, lo spirito del capitalismo:
- lidea di predestinazione genera angoscia e bisogno psicologico di rassicurazione
- al credente si consiglia di comportarsi come se fosse eletto e di impegnarsi in modo rigoroso nel mondo con il
proprio lavoro
- il successo della propria attivit professionale finisce allora per essere interpretato come un segno di elezione e
ci spinge ad impegnarsi ancora di pi per mantenere e rafforzare tale condizione.
Letica protestante oltre a considerare la ricerca del profitto come dovere etico condannava il consumo di lusso e
dei piaceri con lottenimento di un orientamento verso lattivit economica che favorisce la formazione del capitale
attraverso la costrizione ascetica al risparmio.
Weber integr queste considerazioni con altre svolte nel saggio su Le sette protestanti. Negli Stati Uniti vide tracce
ancora consistenti dellinfluenza delle sette protestanti nella ricca rete associativa. Egli sottolinea la profonda
differenza per il comportamento individuale che discende dallessere membro di una chiesa o di una setta: nel
primo caso, corrispondente allesperienza storica della chiesa cattolica, si in presenza di unassociazione che
amministra la grazia (laccesso ai beni religiosi garantisce la salvezza con pretese di obbligatoriet per tutti), la
setta invece unassociazione volontaria che raggruppa coloro che per la loro condotta appaiono qualificati dal
punto di vista etico-religioso. Nella chiesa si nasce mentre nella setta si ammessi. Ma per diventare membri
occorre mostrare di essere osservanti di determinate norme ed occorre confermare tali comportamenti nel tempo. Si
determina un interesse anche materiale a mantenere un comportamento eticamente qualificato (lesclusione da una
setta economicamente penalizzante per i singoli perch determina una carenza di fiducia che ostacola, per
esempio, la possibilit di ottenere credito).
Weber ha dunque mostrato le affinit elettive tra etica protestante e spirito del capitalismo ed consapevole di non
aver presentato una dimostrazione causale del rapporto tra i due fenomeni perch ci avrebbe richiesto, per
esempio, un tentativo di verificare meglio a livello territoriale la correlazione tra protestantesimo e diffusione del
capitalismo, o anche di indagare linfluenza effettiva del credo religioso sul comportamento dei singoli
imprenditori. Egli utilizza invece i testi pastorali protestanti per esplorare le somiglianze tra etica protestante e
spirito del capitalismo.
Weber sottolinea anche che linfluenza del protestantesimo rilevante per la fase della genesi del capitalismo ma si
attenua successivamente. Dopo che il sistema capitalistico si affermato e consolidato, i vincoli posti dal mercato
agli imprenditori e ai lavoratori orientano, in misura crescente, i comportamenti, stimolando quellutilitarismo sul
quale attira lattenzione la teoria economica (vedremo pi avanti parlando del futuro del capitalismo secondo
Weber).
La tesi di Weber sul ruolo del protestantesimo nello sviluppo del capitalismo stata oggetto di un intenso dibattito.
Egli stesso nella Sociologia della religione risponder alle critiche dicendo che la ricerca sulle origini dello spirito
del capitalismo non coincide con quella delle cause dello sviluppo capitalistico, che sono ben pi complesse.
Weber allargher successivamente il quadro delle sue ricerche prendendo in considerazione altri fattori istituzionali
che concorrono, insieme allo spirito del capitalismo, a favorire lo sviluppo del sistema economico capitalistico.
Sar chiarito meglio il rapporto tra protestantesimo e citt nella formazione dellimprenditorialit capitalistica.
3. CARATTERI E ORIGINI DEL CAPITALISMO MODERNO
3.1 La definizione del capitalismo moderno

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Per capire come Weber definisce il capitalismo moderno dobbiamo ricorrere a due sue opere: Economia e societ e
Storia economica.
Facendo riferimento a queste fonti possibile ricostruire il concetto di capitalismo moderno come forma di
organizzazione economica che consente il soddisfacimento dei bisogni attraverso imprese private che producono
beni per il mercato sulla base di un calcolo di redditivit del capitale da investire (aspettativa di profitto) e che
impiegano forza lavoro salariata formalmente libera.
Tre sono gli elementi importanti che distinguono il capitalismo moderno da altri tipi o da altre forme di
organizzazione:
1) il soddisfacimento dei bisogni tramite il mercato (e non copertura del fabbisogno di una famiglia o di una
comunit locale);
2) la razionalizzazione del calcolo del capitale (tenuta razionale dei conti e separazione giuridica tra impresa e
patrimonio familiare dellimprenditore);
3) lorganizzazione razionale del lavoro salariato formalmente libero (permette di calcolare in anticipo il costo
dei prodotti).
Weber come gi detto sosteneva che la ricerca del profitto sempre esistita ma ci che la distingue nel capitalismo
moderno che tale ricerca non solo avviene attraverso un calcolo pi sistematico e razionale di quello realizzabile
nelle forme di capitalismo tradizionale, ma soprattutto si concentra nella sfera della produzione per il mercato con
forza lavoro salariata.
Per Weber esistono due forme tradizionali di capitalismo:
- economico: commerciale, creditizio, di borsa;
- politico: di guerra, di avventura, pirateria
Ma il vero tratto distintivo del capitalismo moderno il capitalismo industriale: una forma di organizzazione
economica che sfrutta opportunit di profitto determinatesi nel mercato dei beni con attivit che si localizzano nella
sfera della produzione. Weber, in accordo con Marx, sostiene che non ci pu essere capitalismo moderno senza
classe operaia. Inoltre sostiene che il capitalismo moderno proprio dellOccidente.
Nella Storia economica (si basa sulle lezioni tenute a Monaco poco prima della sua morte nel 1920) troviamo una
serie di presupposti del capitalismo moderno:
1) lappropriazione dei mezzi di produzione da parte dellimprenditore;
2) la libert di mercato: cio che non operino vincoli di natura culturale e politica al consumo di determinati beni
(libert mercato per tutti i fattori produttivi: terra, capitale, lavoro);
3) esistenza di forza lavoro libera: consente di anticipare con precisione il costo del lavoro necessario per
determinati investimenti;
4) una tecnica razionale: che permetta una produzione per il consumo di massa che componente essenziale del
capitalismo moderno;
5) la commercializzazione delleconomia: cio la disponibilit di strumenti giuridici come le azioni e i titoli di
credito che facilitano la separazione tra patrimonio familiare e patrimonio dellimpresa ed inoltre favoriscono la
trasferibilit del capitale;
6) un ordinamento giuridico che riduca i rischi e renda pi prevedibili le relazioni tra privati e tra questi e la
pubblica amministrazione.

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Questi presupposti hanno carattere idealtipico e Weber sa bene che tali condizioni non si sono mai pienamente
affermate; ed questo che limita la validit empirica della teoria economica neoclassica che le considera invece
come pienamente operanti ai fini del funzionamento dei suoi modelli analitici. Per Weber sono solo uno strumento
per misurare il grado di avvicinamento delleconomia concreta al modello idealtipico delleconomia di mercato
capitalistica nel suo stadio iniziale.
In tal modo Weber pu cercare di spiegare meglio perch i capitalismo moderno un fenomeno tipicamente
occidentale e perch allinterno dellOccidente il fenomeno si sia manifestato con diversa intensit.
3.2 Le condizioni del capitalismo moderno
Perch i caratteri del capitalismo moderno si sono affermati in Occidente?
Per Weber ci sono:
- fattori complementari, non necessariamente occidentali, ai quali non attribuisce un ruolo decisivo (le vicende
belliche, le conquiste coloniali e lafflusso di metalli preziosi, la domanda di beni di lusso delle corti, le
condizioni geografiche favorevoli);
- fattori specificamente occidentali: si tratta di condizioni specificamente occidentali che sono di due tipi:
- culturali: riguardano linfluenza delletica economica di origine religiosa sulla formazione
dellimprenditorialit;
- istituzionali: la citt occidentale, lo stato razionale e la scienza razionale.
da notare che tanto la variabile culturale quanto quelle istituzionali sono in ultima istanza condizionate da fattori
di tipo religioso.
Vediamo i fattori occidentali singolarmente.
Letica economica
Le condizioni culturali sono centrate sulletica economica. Su questo aspetto aveva gi lavorato (rapporto tra
protestantesimo e spirito del capitalismo) ma nei successivi studi di sociologia della religione comparata egli
integra e ridefinisce la prospettiva originaria in pi direzioni:
- sottolinea il ruolo causale delletica economica per lo sviluppo capitalistico occidentale mostrando che le
religioni non cristiane prevalenti altrove avessero alimentato un orientamento economico sfavorevole al
capitalismo moderno;
- attenua il peso attribuito allidea di predestinazione rispetto a quella di vocazione-professione, e soprattutto
enfatizza maggiormente il ruolo delle sette protestanti accanto al contributo dato dal cristianesimo al processo
di demagizzazione e alla razionalizzazione della condotta di vita.
Esaminiamo pi da vicino, anche se in modo sintetico, questi aspetti seguendo gli spunti offerti dalla Storia
economica.
Tutte le etiche economiche sono state a lungo caratterizzate dal tradizionalismo, cio dal rispetto per le pratiche
produttive e commerciali tramandatesi nel tempo. Naturalmente, il carattere sacro della tradizione di solito
rinforzato dagli interessi materiali di coloro che sarebbero colpiti dallinnovazione economica (principi, burocrati,
proprietari terrieri, ecc.). Tuttavia, le resistenze al cambiamento saranno tanto pi forti quanto pi la tradizione
legittimata dalla magia cio si creda che il mondo sia dominato da potenze soprannaturali per cui qualsiasi
innovazione scoraggiata dal timore di una reazione degli spiriti.

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Questa situazione cominci a mutare con il superamento delle societ primitive frammentate e lemergere delle
religioni mondiali in grandi imperi burocratici (a partire dal V secolo a.C.: i confucianesimo in Cina, il buddismo
in India, la filosofia etica greca, lebraismo in Palestina, e pi tardi il cattolicesimo e lislamismo).
Una conseguenza fondamentale di questo cambiamento la separazione tra un mondo naturale e soprannaturale.
Il destino individuale non pi affidato al capriccio degli spiriti ma appare ora condizionato dalla capacit degli
uomini di conformarsi ai precetti morali imposti dalle divinit che vivono nel mondo soprannaturale. Per spezzare
la magia e imporre una razionalizzazione della condotta di vita lunico mezzo di tutte le epoche sono le grandi
profezie (i fondatori delle nuove religioni sono dei profeti, figure carismatiche alle quali sono attribuite qualit
personali straordinarie: Zaratustra per il buddismo, Ges per il cattolicesimo, Maometto per lislamismo. Essi
annunciano la necessit di obbedire a determinati comandi divini e pongono nuove dottrine religiose attirando il
consenso delle masse).
Le grandi religioni hanno due importanti conseguenze:
- la demagizzazione: contribuiscono alla riduzione dellinfluenza della magia e quindi pongono i presupposti per
una spiegazione razionale del mondo naturale sulla quale potr crescere la scienza e la tecnica;
- sono pi universalistiche delle religioni primitive a connotazione magica (erano confinate a gruppi sociali
ristretti quali la famiglia, la trib, la stirpe). Le grandi religioni considerano le proprie divinit come le uniche
degne di venerazione ed hanno quindi una pretesa universalistica. Dal punto di vista economico questo ha
importanti implicazioni perch incide sulle possibilit di superamento del dualismo etico.
Come abbiamo visto lesistenza di una doppia morale tipica del tradizionalismo economico in cui vi unetica
interna (che si applica ai membri della famiglia, del gruppo parentale, della trib) ed esclude il perseguimento del
profitto basandosi sulla reciprocit, sullaiuto fraterno e sul prestito gratuito; ed unetica esterna (nei riguardi di
coloro che sono estranei alla solidariet primaria) sancita religiosamente che prevede invece la possibilit di
ricercare il profitto nelle transazioni economiche senza alcun vincolo etico.
Sappiamo che per Weber non ci pu essere uno sviluppo del capitalismo moderno senza un superamento di questo
dualismo etico tipico del tradizionalismo.
Non tutte le religioni contribuiscono per allo stesso modo al processo di riduzione della magia e del dualismo
etico.
Esistono due tipi di profezia:
- quella esemplare: il profeta non si presenta come mediatore di Dio ma indica con lesempio la via della
salvezza e non pretende obbedienza dalle masse (Buddha in India indica con il suo esempio che chi vuole
salvarsi deve uscire dalla vita mondana e dedicarsi alla vita contemplativa. Ma ci il frutto di una libera scelta
perch non tutti devono accedere al Nirvana dopo la morte per cui solo nuclei limitati di intellettuali
religiosamente qualificati seguono la strada indicata facendosi monaci ed eremiti mentre le masse rimangono
in preda alla magia e al tradizionalismo);
- quella etica: tipica dellebraismo e del cristianesimo in cui il profeta si presenta come mandato da Dio a
predicare dei comandamenti per i quali richiede a tutti (sia agli intellettuali che alle masse) obbedienza come un
dovere morale. Solo conformandosi alletica prescritta si pu accedere alla salvezza nellaldil.
Le religioni a profezia esemplare danno un contributo limitato al processo di demagizzazione ed al superamento del
dualismo etico.

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In India la profezia esemplare porta le lite intellettuali verso il disimpegno dalla vita attiva e lascia le masse in
preda alla magia e agli effetti paralizzanti del sistema castuale (secondo la dottrina della reincarnazione soltanto il
rispetto rigoroso degli obblighi di casta, che scoraggiano qualsiasi innovazione economica, permette di reincarnarsi
in una posizione migliore).
In Cina, manca una vera e propria profezia: il confucianesimo non una religione di redenzione che prevede la
salvezza nellaldil ma prevede una serie di precetti etici che prescrivono un comportamento adattivo di rispetto
della tradizione lasciando intatte una serie di credenze magiche con effetti scoraggianti sulla razionalizzazione del
comportamento economico.
Weber non manca di mettere in evidenza come esse fossero sostenute dagli interessi di alcuni soggetti e gruppi
particolari: es. limperatore ed i suoi funzionari, i mandarini, in Cina; i principi e i sacerdoti, brahamani, in India.
Ma le idee religiose acquisiscono, nel tempo, una specifica autonomia che a sua volta tende a influire sul
comportamento dei gruppi sociali e sullo sviluppo economico.
Israele la terra dove si afferma la profezia etica. I profeti richiedono obbedienza in nome di un Dio trascendente e
interpretano fortune e sventure del popolo in relazione alla fedelt a una divinit che per ancora presentata come
il Dio dIsraele. Ci fa s, secondo Weber, che la razionalizzazione della condotta e il superamento della magia,
come prodotti della profezia etica, si accompagnino al persistere di un dualismo etico. per questo motivo che egli
critica la tesi di Sombart sul ruolo degli ebrei nello sviluppo del capitalismo moderno. Gli ebrei dopo la dispersione
in vari paesi sono posti al di fuori della comunit politica e ci li spinse a praticare delle attivit economiche su
basi rigidamente tradizionalistiche (attivit commerciali e finanziarie, quindi credito ed usura, nei riguardi dei
privati e degli stati) ma che escludevano il formarsi di quello spirito del capitalismo eticamente vincolato che alla
base del capitalismo moderno, in particolare di quello industriale.
Per Weber il contributo dellebraismo al capitalismo moderno importante ma pi indiretto. Esso va cercato nella
profezia etica di Ges che si batte contro il clero ebraico, asservito agli interessi economici e politici, e predica la
fratellanza universale (tutti gli uomini sono fratelli in quanto figli di dio); in questo modo rompe i confini ristretti
dellidentit religiosa ebraica e pone le basi di una prospettiva etica universalistica. La religione cristiana pu cos
diffondersi e unificare il mondo occidentale.
La riduzione della magia e del dualismo etico trovano ancora dei limiti nella Chiesa cattolica che istituzionalizza il
carisma di Cristo: essa si pone come amministratrice dei beni di salvezza, attraverso i sacramenti (confessione,
comunione) si pu riacquistare lo stato di grazia perduto con i peccati. In tal modo, per Weber, persiste
uninfluenza di strumenti magici che tendono ad attenuare la responsabilit individuale e la razionalizzazione della
condotta.
La chiesa mantiene una differenziazione tra etica dei virtuosi (i monaci) e etica delle masse che comporta una
forma, seppure attenuata, di dualismo etico: i monaci attuano un processo di razionalizzazione della condotta che
resta per fuori dalla vita attiva e dal mondo (ascesi extramondana); per le masse dei fedeli invece la spinta alla
razionalizzazione della condotta resta pi contenuta.
Per Weber solo con la Riforma che questi limiti vengono definitivamente superati, specie con il calvinismo (viene
eliminato luso di mezzi magici per lacquisizione della grazia, cio i sacramenti). Allideale dellascesi
extramondana si sostituisce ora quello dellascesi intramondana (cio limpegno attivo nel mondo come strumento
per realizzare i precetti religiosi).

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Weber non ritorna per sullidea di predestinazione come tramite specifico per la formazione dello spirito del
capitalismo ma nella Storia economica egli insiste piuttosto sullidea di vocazione-professione e sul ruolo delle
sette come forma di organizzazione religiosa che stimola la formazione di orientamenti verso la produzione e il
consumo favorevoli allo spirito del capitalismo.
Ma la nuova etica economica solo un elemento che contribuisce allimprenditorialit, dobbiamo adesso parlare
della formazione della borghesia urbana nella citt occidentale.
La citt occidentale
La citt occidentale ha per Weber una caratteristica peculiare che si manifesta gi nella polis greca, ma che si
ritrova nella sua forma pi netta nel comune dellEuropa medievale: solo in questa esperienza essa assume il
carattere di una comunit politica unitaria dove si afferma il diritto di cittadinanza, i cittadini hanno propri tribunali
e proprie autorit politiche elette dai cittadini stessi.
Fuori dallOccidente tali caratteristiche, nelle citt, sono soltanto temporanee e, pur essendo normalmente sede di
commercio e di industria, essa rimane politicamente dipendente da un signore fondiario o da un principe detentore
del potere politico per cui i suoi abitanti non hanno mai goduto di un diritto specifico in quanto cittadini.
La citt occidentale avr importanti conseguenze per lo sviluppo dello stato razionale e del capitalismo.
La formazione della citt occidentale stata favorita da due fattori:
- politico-militare: la citt occidentale ha una connotazione militare di associazione di difesa costituita da tutti
coloro che sono in grado di portare le armi e di provvedere al loro addestramento ed equipaggiamento per le
attivit belliche (altrove invece lorganizzazione militare in genere strutturata verticalmente e si basa sulle
armi fornite da un principe). Weber parla anche di una differenza anche dovuta ad origini di tipo economiche
(es. in Egitto ed in Cina la necessit di regolare le acque per lirrigazione ha spinto precocemente verso grandi
unit politico-amministrative;
- di natura religiosa: il cristianesimo ha portato al superamento del dualismo etico che caratterizza le esperienze
di altre parti del mondo. Si ha cos il superamento del tradizionalismo economico con labbattimento delle
barriere alle relazioni sociali.
Quali conseguenze ha la citt occidentale per la formazione dei presupposti del capitalismo moderno?
Essa li influenza tutti:
- direttamente: allargamento del mercato e commercializzazione, liberazione della forza lavoro, appropriazione
nelle mani dellimprenditore dei mezzi di produzione:
- indirettamente: formazione dello stato razionale e della scienza e quindi rispettivamente del diritto razionale e
della tecnica razionale.
La citt occidentale del Medioevo, come comunit politica autonoma, deve trovare mezzi propri di sussistenza, non
potendo contare sulla redistribuzione di risorse di natura militare o amministrativa tipica della citt non occidentale.
La rottura del dualismo etico e il superamento dei vincoli di stirpe o di casta si esprime nello status giuridico di
liberi cittadini (motto tedesco: laria della citt rende liberi).
Il primo contributo rilevante della citt ai presupposti del capitalismo riguarda lallargamento del mercato: ci
avviene inizialmente attraverso lo sviluppo del commercio che le citt, come comunit politiche autonome,
adottano per incrementare le proprie possibilit di sostentamento. Per fare questo le citt medievali sono spinte
molto presto a sperimentare nuovi strumenti che favoriscono la commercializzazione della vita economica (la

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lettera di cambio, come forma di organizzazione del credito allimpresa e quindi un tipo di attivit bancaria che
caratterizza esclusivamente lesperienza occidentale).
La borghesia cittadina, commerciale e artigianale, che cos si sviluppa entra in conflitto con lorganizzazione
economica originaria delle campagne basata sulla signoria fondiaria (cio con le strutture feudali). La citt maturer
un interesse a liberare i contadini dagli obblighi feudali non solo per accrescere il mercato dei suoi prodotti e
garantirsi una pi ampia e sicura fonte di approvvigionamento dei prodotti agricoli, ma anche per reperire
manodopera per il lavoro a domicilio affidato da mercanti-imprenditori urbani. Vi infine un interesse dei gruppi
urbani pi abbienti a liberare la terra dai vincoli feudali rendendola commerciabile.
La citt contribuisce anche indirettamente a questo in quanto, in un contesto economico stimolato dalle attivit e
dai traffici promossi dalle citt, i signori fondiari sono pi spinti a cogliere le opportunit che si aprono nel mercato
e quindi tendono a razionalizzare le loro aziende in direzione capitalistica (affinit con Smith).
Weber distingue tra due tipi di feudalesimo:
- fiscale (o burocrazia patrimoniale): si tratta dei grandi imperi burocratici (Egitto, Cina, Mesopotamia) in cui
prevale una burocrazia di funzionari direttamente dipendenti dal sovrano. Quando si sviluppa leconomia
monetaria, di fronte alle difficolt di riscossione dei tributi, la burocrazia civile o militare pu a volte assumere
un carattere feudale, cio avere in appalto la riscossione dei tributi e pu ricevere la signoria fondiaria su un
certo territorio. Pu nascere anche per lamministrazione centralizzata delle acque per lirrigazione. Questo
tipo di feudalesimo scoraggia la formazione della citt e quindi il capitalismo moderno,
- contrattuale occidentale: nasce da una concessione in cambio di prestazioni militari da parte di un ceto di
cavalieri capaci di autoequipaggiamento dal punto di vista militare. Esso presuppone dunque una fragilit
militare della struttura statuale e presuppone obblighi di fedelt reciproca tra il sovrano e i beneficiari. vero
che tali vincoli sono di ostacolo al capitalismo ma Weber nota anche la maggiore stabilit dellordinamento
giuridico e dei diritti patrimoniali favorisce in questo caso una lenta trasformazione in senso borghese,
attraverso una conduzione di tipo capitalistico dellazienda signorile (grazie anche allallargamento del mercato
ed alle opportunit economiche offerte dalla citt).
Parliamo adesso di un altro importante presupposto del capitalismo moderno: lappropriazione nelle mani
dellimprenditore dei mezzi di produzione. Il punto di partenza del processo di pu individuare nel progressivo
indebolimento delle corporazioni su cui si era basata la vita economica delle citt medievali (i suoi membri
dovettero lottare per acquisire, per via rivoluzionaria o dietro indennizzo, i privilegi prima concessi dai detentori
del potere politico per esercitare determinate attivit). Si trattava di un gruppo di regolazione delleconomica che
si sforzava con tutti i mezzi di creare uguali opportunit a tutti i suoi membri (a tale scopo venivano regolati il
processo di produzione, lorganizzazione del lavoro, i rapporti con il mercato).
Tuttavia, alla fine del Medioevo sono visibili processi di differenziazione sia allinterno che tra le diverse
corporazioni: in alcune corporazioni singoli artigiani si trasformano in mercanti-imprenditori che affidano lavoro
ad altri membri; in altri casi alcune corporazioni si orientano in direzione commerciale e costringono altre al loro
servizio. Si forma cos la figura del mercante-imprenditore che alimenta il lavoro a domicilio coinvolgendo anche i
contadini, per esempio nella tessitura. In questo si possono cogliere i prodromi del processo di appropriazione dei
mezzi di produzione nelle mani dellimprenditore, anche se in stato ancora embrionale (oltre a fornire la materia
prima molte volte vengono forniti anche i macchinari, ma si tratta di capitale fisso ancora a bassa intensit).

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Prima di vedere il passaggio successivo, quello dellemergenza della fabbrica con capitale fisso e organizzazione
razionale del lavoro libero, necessario accennare agli altri presupposti del capitalismo moderno che tale passaggio
richiede.
Altro importante presupposto fu lo sviluppo della scienza razionale in Occidente al quale si collega lo sviluppo
della tecnica razionale. Le istituzioni in cui si sviluppano, come le universit, trovano sostegno dapprima nella
politica delle citt e poi in quella degli stati nazionali. Si ha cos un importante stimolo allapplicazione della
scienza sul piano produttivo (lo sfruttamento del carbon fossile porta alla meccanizzazione, scoperta della macchina
a vapore, e successivamente favorisce una produzione di massa a pi basso costo).
Stato e diritto razionale
Un presupposto essenziale del capitalismo moderno il diritto razionale, che nasce dallo stato razionale, che d
maggiore prevedibilit ai rapporti tra i soggetti impegnati in attivit economia (che hanno investito ingenti capitale
fisso) e tra questi e la pubblica amministrazione. Lo stato razionale si fonda su un ordinamento giuridico che regola
le modalit di accesso al potere politico e quelle del suo esercizio, inoltre si avvale di un corpo di funzionari
specializzati anchessi sottoposti alla legge sia per il loro reclutamento che per la loro attivit.
Queste caratteristiche dello stato occidentale si sono formate attraverso un lento processo di razionalizzazione
grazie a tre fattori:
1) linfluenza del processo di demagizzazione che ha reso possibile un intervento razionale del potere politico per
affrontare problemi rilevanti che si ponevano nella societ (si arriver allo stato di diritto attraverso
lelaborazione del diritto di cittadinanza);
2) linfluenza del diritto romano: con la caduta dellimpero romano, il diritto era stato conservato soprattutto per
merito dei notai delle citt italiane che lo avevano adattato ai problemi della commercializzazione della vita
economica e inoltre nellambito delle universit, dove si era formata una dottrina giuridica sistematica. Il diritto
romano era importante per il suo formalismo giuridico che costituiva un importante antidoto nei riguardi di una
giustizia orientata in senso sostanziale e quindi esposta allarbitrio. Nel processo di creazione degli stati
assoluti i sovrani trovarono dunque nel diritto formale di origine romana un importante strumento per
promuovere la centralizzazione politico-amministrativa attraverso lunificazione giuridica, grazie al lavoro di
un corpo di giuristi. Si form cos un diritto calcolabile che favor indirettamente il capitalismo perch
contribu a introdurre quegli elementi di prevedibilit di cui questultimo aveva bisogno e che non furono mai
presenti in misura sufficiente fuori dallOccidente (ricordiamo che Weber parla anche di altri presupposti come
la liberazione della forza lavoro, lo sviluppo del credito e del sistema monetario razionale). Weber fa notare
come il destino delle citt occidentali sia stato diverso da quello di altre che le avevano precedute in quanto,
pur perdendo le libert originarie, esse non sono cadute nelle mani di una grande unit politica, bens di un
insieme di stati in concorrenza tra loro. Questo conflitto concorrenziale determin le massime opportunit per il
moderno capitalismo occidentale;
3) il diffondersi del protestantesimo che trova nella citt basi sociali adatte alla sua diffusione e contribuisce a sua
volta a formare una borghesia capitalistica.
Ci che in definitiva ha creato il capitalismo limpresa razionale durevole, la contabilit razionale, la tecnica
razionale, il diritto razionale, la razionalizzazione della condotta di vita.
4. IL CONTRIBUTO TEORICO DI WEBER

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Per Weber il compito della teoria nelle scienze sociali non pu essere quello di formulare leggi generali di
sviluppo. La sua non dunque una teoria dello sviluppo economico in generale, ma la costruzione del modello
idealtipico di un individuo storico: il capitalismo moderno. Restava radicata nel sociologo tedesco lidea della
fondamentale storicit della societ umana. Per lui erano errati i tentativi di trattare la societ come la natura.
Questo era il limite pi grande della costruzione di Marx e la ragione della mancanza di una trattazione sistematica
del futuro del capitalismo nelle opere di Weber di taglio pi scientifico (in Economia e societ formula
generalizzazioni sui rapporti tra forme di organizzazione delleconomia e fenomeni istituzionali, come tipi di
comunit, religione, politica, diritto, ma si tratta soltanto di strumenti concettuali che devono essere per
concretamente applicati nellindagine storico-empirica).
Questa apertura e flessibilit delle categorie analitiche weberiane stata criticata perch ritenuta limitante dal punto
di vista della costruzione di una teoria della societ a elevata generalizzazione (Parsons 1937) ma proprio tale
caratteristica del suo pensiero ha finito invece per essere la fonte della sua persistente influenza sulle scienze sociali
contemporanee (Dahrendorf 1987, Boudon 1984).
Nella conclusione della Storia economica Weber non tratta del futuro del capitalismo ma si limita a dire che: nel
mondo doggi la radice religiosa delluomo economico si seccata; non vi pi il concetto di professione che
sostituito da un utilitarismo senza fede che guida il comportamento economico; la classe operaia non pi integrata
socialmente per mezzo della religione e non si accontenta pi della sua sorte; la sovrapproduzione affligge
periodicamente lordinamento economico con la disoccupazione. Quando non la religione a guidare i
comportamenti allora luomo ad apparire colpevole e si arriver dunque a percepire lesigenza di una
trasformazione: il socialismo razionale che non sarebbe mai sorto senza le crisi. Weber giunge dunque a
conclusioni marxiane.
Weber fa anche una prognosi del capitalismo che non troviamo nella Storia ma nei suoi scritti politici;
significativo che lo faccia in questo ambito e non in quello scientifico.
Tale prognosi sul capitalismo risente molto delle specifiche tensioni sociali e politiche che caratterizzano la
Germania alla fine della prima guerra mondiale.
Weber critica lidea di Marx che le crisi ricorrenti del capitalismo portino al crollo del sistema economico e a un
processo rivoluzionario e pensa invece che esse portino ad una trasformazione graduale della vecchia economia,
con i suoi imprenditori in concorrenza massificata, in uneconomia regolata, sia da funzionari dello stato che da
cartelli con la compartecipazione di funzionari (cartelli industriali volti a regolare i prezzi e controllare la
concorrenza; le banche si organizzano per controllare la concessione del credito e quindi limitare anche il rischio di
sovrapproduzione; si formano aziende statali, comunali, cooperative, che sono espressione di sostenimento del
livello di vita della popolazione da parte dello stato).
Per Weber (qui vicino a Tocqueville) la burocratizzazione non solo alimenta il capitalismo, ma anche lombra
indivisibile della democrazia di massa progrediente.
Si passa dunque da un capitalismo di mercato a un capitalismo organizzato e politicamente regolato, con due
conseguenze rilevanti:
- un aumento complessivo della burocratizzazione: si formano imprese di pi grandi dimensioni che eliminano
le pi piccole; cresce la burocrazia statale per far fronte a compiti pi estesi nella gestione delleconomia e per
lorganizzazione delle imprese pubbliche;

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- crescita delle societ per azioni e dei titoli pubblici: cresce il ceto di coloro che riscuotono interessi e dividendi
vivendo di rendita senza apportare lavoro intellettuale come invece faceva limprenditore.
Anche nel campo economico, come in tutte le sfere di attivit della societ moderna, si manifesta per Weber il
paradosso della razionalizzazione: il processo di razionalizzazione della condotta di vita tende ad aumentare il
controllo degli uomini sul mondo; il coordinamento burocratico che investe le attivit economiche, quelle politiche,
militari e persino quelle scientifiche e culturali accresce enormemente lefficienza tecnica di tali attivit, ma nello
stesso tempo finisce per minacciare la libert degli uomini sottoponendoli al dominio burocratico. In particolare
nella sfera economica: il capitalismo stimola la crescita delle imprese e dello stato per poter controllare i problemi
prodotti dal suo sviluppo ma la burocrazia tende a sua volta a indebolire e ridimensionare il ruolo
dellimprenditorialit (si compromette la fonte di innovazione, dinamismo, responsabilit e propensione al rischio
dellimprenditore privato a favore del burocrate orientato alla stabilit della sua fonte di reddito, o del suo
stipendio, e deresponsabilizzato perch rischia soltanto denaro pubblico).
Per Weber un capitalismo che si burocratizza eccessivamente va incontro a due tipi di rischi:
- quello del capitalismo politico: un capitalismo fragile, sempre esposto al tracollo finanziario e incapace di darsi
basi solide e stabili nella sfera produttiva (es. leconomica di guerra o lesperienza del feudalesimo fiscale
dellOriente in cui prevalgono risorse amministrate da una burocrazia politica deresponsabilizzata che vive
della congiuntura meramente politica, di forniture statali, di finanziamenti di guerra, di guadagni della borsa
nera, ecc.);
- quello del socialismo di stato: in cui il processo produttivo e la distribuzione avrebbero dovuto essere
sottoposti a controllo da parte di una burocrazia statale rigidamente dipendente dal centro. Tale sistema avrebbe
avuto come conseguenza sia la stagnazione economica che una pi radicale limitazione della libert individuale
(es. libert di scioperare).
Weber, contrariamente a Marx, sostiene che il capitalismo non inevitabilmente condannato da problemi
economici ma era seriamente minacciato da pericoli politici, cio dal carattere pervasivo della burocratizzazione
che esso tendeva a stimolare.
Weber, rispetto a Simmel, Sombart e Schumpeter, ha una visione pi pessimistica sugli effetti negativi della
burocratizzazione sullo sviluppo capitalistico ed auspica con forza il mantenimento di un equilibrio di potere tra
burocrazie private e burocrazie pubbliche. I rischi di una burocratizzazione universale sono sin troppo evidenti
nei regimi totalitari affermatisi nel XX secolo, pur con le loro varianti specifiche.
Weber nel prefigurare lequilibrio tra burocrazie pubbliche e private aveva intravisto quel processo di riassetto
istituzionale del capitalismo democratico verso un pluralismo organizzato o addirittura un neo-corporativismo che
si sarebbero effettivamente affermati nei decenni successivi (vedi vol. 2 cap. 3).
Con senno di poi, possiamo notare che Weber tendeva a sopravvalutare la forza della burocratizzazione per la sua
specifica ottica legata alla Germania. Egli era fermamente convinto che essa fosse inevitabile per ragioni tecniche
(complessit di gestione dellingente capitale fisso e della separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione) e per
la maggiore capacit di rendimento di questo tipo di collaborazione umana.
In realt, negli ultimi decenni, sono intervenuti mutamenti in entrambe le dimensioni (vedi vol. 2 cap. 4): si sono
manifestati i costi della disciplina burocratica e sono state sperimentate forme diverse e meno rigide di
organizzazione del lavoro e di rapporti tra le varie strutture della grande impresa. Anche sul piano della tecnica ci

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sono stati cambiamenti che Weber non poteva prevedere, come il passaggio dalla tecnologia meccanica a quella pi
flessibile a base elettronica, che ha modificato lorganizzazione dellimpresa verso forme pi flessibili.
Ma il valore che Weber riveste oggi per noi sono le sue convinzioni: il compito della scienza non quello di
predire il futuro, individuare leggi alle quali gli uomini devono adeguarsi, ma quello di contribuire a chiarire le
scelte che essi hanno di fronte, aiutarli a costruire pi responsabilmente la realt sociale.
Le origini del capitalismo moderno non dipendono soltanto da una mera razionalizzazione culturale sviluppatasi sul
terreno della profezia etica ebraico-cristiana. Questo fattore rilevante in quanto collegato a una configurazione
istituzionale particolare. Si tratta dellequilibrio particolare dei rapporti tra politica e societ che si avuto in
Occidente: la debolezza politico-militare originaria dello stato ha favorito lo svilupparsi delle citt e del
feudalesimo che hanno, a loro volta, limitato il dominio dello stato sulla societ. Allinterno di questi spazi di
autonomia potuta crescere la borghesia occidentale. Dal conflitto e dallinterdipendenza di questa con lo stato
nato il capitalismo moderno. Altrove, dove lo stato ha dominato la societ, si avuto un dispotismo distributivo,
dove esso stato debole, si sono avute forme di capitalismo politico tradizionale.
Una interpretazione pi accurata di Weber ci aiuta a mettere in rilievo nello studio dei processi di sviluppo il
carattere strategico delle variabili istituzionali (lo sviluppo non un mero problema di politica economica ma una
costruzione istituzionale che si basa sulla maturazione di un equilibrio tra stato e societ, come vedremo nel vol. 2
cap. 2).
Weber ci mette in guardia da una visione economicistica che identifichi il capitalismo con il mercato, anche se
questa istituzione ne un importante presupposto. Esso si basa su una serie di altri presupposti istituzionali che gli
sono esterni: motivazioni imprenditoriali e lavorative, tecnica, strumenti giuridici, ruolo dello stato. Il capitalismo
non crea tali presupposti ma concorre invece ad eroderli nel corso del suo funzionamento.
Il problema cruciale per la riproduzione del capitalismo moderno quindi lerosione delle basi normative di tipo
religioso, dei problemi funzionali connessi alle crisi, della destabilizzazione delle relazioni sociali. Tutti questi
elementi rendono cruciale per il capitalismo il contributo regolativo dello stato. Dallaltra parte abbiamo visto come
una crescita eccessiva della burocratizzazione e della regolazione possa portare alla stagnazione economica e
sociale ed alla fuoriuscita dal capitalismo moderno verso quello politico o verso il socialismo.
Concludendo quindi anche il problema della riproduzione del capitalismo resta dunque un problema di equilibrio
tra intervento dello stato e autonomia della societ e del mercato.

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CAPITOLO 6
LE CONSEGUENZE SOCIALI DEL CAPITALISMO: DURKHEIM E VEBLEN
La sociologia economica tedesca, specie con Sombart e Weber, costituisce un corpo omogeneo dal punto di vista
metodologico e sostantivo. Da essa venuto un contributo essenziale alla formazione di unautonoma analisi
sociologica delleconomia. Tuttavia, non sono da trascurare altri contributi fondativi per la disciplina che maturano
nello stesso periodo storico, tra la fine dell800 e i primi decenni del nuovo secolo, in un contesto diverso da quello
tedesco. Due autori appaiono i particolare rilievo: il francese mile Durkheim e lamericano, di origine norvegese,
Thorstein Veblen. Entrambi si concentrano in particolare sulle conseguenze sociali del capitalismo regolato dal
mercato.

Questi due autori non hanno avuto una riflessione omogenea, n si sono influenzati reciprocamente ma a noi pare
legittimo metterli a confronto:
- entrambi contribuiscono alla formazione di una teoria dellazione economica come socialmente condizionata;
- sviluppano una critica dellindividualismo utilitaristico come fondamento della teoria economica con alcune
differenze. Si tratta di un istituzionalismo pi influenzato dal positivismo e con pretese pi teoriche e
generalizzanti rispetto allapproccio dei sociologi tedeschi che invece storicamente orientato. Per Durkheim
concepisce listituzionalismo come una strada su cui fondare scientificamente la sociologia (istituzionalismo
sociologico) mentre Veblen lo concepisce come uno strumento per ricostruire leconomia (istituzionalismo
economico). Vedremo che questi due tipi di istituzionalismo avranno molti punti di convergenza;
- entrambi si concentrano meno sulle origini del capitalismo e sulle specificit delleconomia e della societ
occidentale (studiati da Weber e Sombart) ma pongono la loro attenzione allindagine sulle conseguenze
sociali del capitalismo regolato dal mercato cio dal capitalismo liberale affermatosi nella seconda met
dell800 insieme con la rapida diffusione della rivoluzione industriale. Essi metteranno a fuoco gli effetti
socialmente destabilizzanti del capitalismo regolato dal mercato. Sappiamo che leconomia neoclassica non
tocca questi problemi e che la trattazione di Marx e dei marxisti, pur trattando fenomeni di disorganizzazione
sociale, disoccupazione, crisi cicliche, rimane in una prospettiva di filosofia della storia che Durkheim e Veblen
non condividevano.
Il tema delle conseguenze sociali del capitalismo di mercato costituisce dunque un altro importante nucleo tematico
intorno al quale si sviluppa la sociologia economica.
1. MERCATO E FORME ANORMALI DI DIVISIONE DEL LAVORO
mile Durkheim (1858 1917) insieme a Weber ha pi contribuito a fondare la prospettiva sociologica come
disciplina autonoma. Ma se Weber era convinto che la sociologia non potesse comunque dare un fondamento
scientifico alle scelte morali, Durkheim era influenzato dallo spirito positivista e riteneva che lo studio della societ
dovesse seguire lesempio delle scienze naturali muovendosi alla ricerca di leggi generali dei fenomeni sociali. Egli
si mosse, fin dai primi sviluppi del suo lavoro, con lobiettivo di porre le basi per una scienza della morale. Dopo
i grandi rivolgimenti indotti dalla Rivoluzione, la Francia era passata attraverso continue fasi di instabilit sociale e
politica e Durkheim cerc di contribuire allo sforzo di dare una nuova stabilit alla societ francese radicando la
sociologia allinterno delluniversit e facendone anche uno strumento formativo importante, specie per gli
insegnanti.

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Il problema dellordine sociale centrale per il sociologo francese. Avvicinandosi alle posizioni critiche della
sociologia tedesca nei riguardi delleconomia neoclassica, Durkheim critica la teoria dellazione formulando una
teoria istituzionalista. Lapporto pi importante riguarda invece gli effetti socialmente destabilizzanti che
lorganizzazione delle attivit economiche nella societ moderna pu avere a causa delle forme anormali di
divisione del lavoro.
Dopo lo studio della divisione del lavoro linteresse di Durkheim quello di fondare la sociologia come disciplina
generale volta ad indagare i diversi aspetti del comportamento per mezzo del metodo scientifico e dellindagine
empirica; ma nella trattazione seguente ci limiteremo ai temi pi direttamente legati alla sociologia economica.
1.1 La critica allutilitarismo e la fondazione di una teoria istituzionalista
Durkheim nei suoi primi studi, raccolti in La scienza positiva della morale in Germania (1887) accoglie la critica
degli storicisti alleconomia politica ortodossa: non possibile studiare in astratto i fenomeni economici
prescindendo dal contesto storico in cui sono inseriti; il comportamento economico concreto degli individui
influenzato da norme e regole morali che mutano al murare della societ.
Egli riconosce peraltro un importante merito agli economisti, quello di avere visto per primi che la societ, come la
natura, influenzata da leggi sue proprie che vanno studiate con metodo scientifico (e non spiegata con la volont
politica dei sovrani o di qualche divinit). In tal modo gli economisti hanno anche preparato il campo per lo
sviluppo della sociologia.
Ma da che cosa dipende lerrore degli economisti?
Essi hanno una visione dellutilitarismo (che deriva da Herbert Spencer) per la quale la societ costituita da un
insieme di individui che entrano in relazioni scelte volontariamente e guidate esclusivamente dalla ricerca
dellinteresse individuale.
Durkheim sviluppa sostanzialmente due ordini di critiche nei riguardi di questa impostazione del problema
dellordine sociale che vediamo singolarmente.
a) Le cause non individualistiche della divisione del lavoro
In primo luogo il sociologo mette in discussione che si posso dedurre la societ dallindividuo. Nelle societ
primitive, e in quelle pi antiche, il comportamento individuale fortemente condizionato dalle regole sociali, che
non lasciano molto spazio alla sfera individuale. Lindividualismo pertanto il frutto dellevoluzione stessa della
societ e delle sue mutate esigenze (La divisione del lavoro sociale 1893) e non viceversa.
importante anche il ruolo delleducazione degli individui (Le regole del metodo sociologico 1895); si cerca di
imporre al bambino modi di vedere, di sentire e di agire a cui non sarebbe pervenuto spontaneamente.
Per questi motivi, per comprendere il comportamento individuale, anche in campo economico, non ci si pu
limitare alla psicologia o alla biologia, ma occorre studiare le cause sociali che influiscono sullazione e cio le
istituzioni (ogni credenza e ogni forma di condotta istituita dalla collettivit). La sociologia pu venire definita
come la scienza delle istituzioni, della loro genesi e del loro funzionamento.
Durkheim sviluppa la sua critica allutilitarismo spiegando come una societ basata sullelevata differenziazione
delle attivit e dei ruoli non possa fare a meno di istituzioni di natura non contrattuale, di regole morali condivise.
Secondo gli economisti tradizionalisti la divisione del lavoro si svilupperebbe per cause esclusivamente individuali
e psicologiche; ovvero perch aumenterebbe i vantaggi goduti dai singolo consentendo un maggior benessere
economico. Per Durkheim tale argomentazione errata in quanto i vantaggi in termini di maggiore produttivit e di

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benessere che si effettivamente si verificano con una pi alta divisione del lavoro non potevano essere compresi
anticipatamente dai singoli individui. La causa della divisione del lavoro va dunque ricercata in direzione non
individualistica, occorre guardare a certe variazioni dellambiente sociale, della morfologia della societ. Vediamo
come avviene tutto ci.
Premettendo che per solidariet si intende linsieme di norme morali condivise che legano tra loro gli uomini e ne
regolano i rapporti, Durkheim analizza il passaggio da un tipo ideale di societ semplice, caratterizzata dalla
solidariet meccanica, a un tipo di societ superiore, a elevata divisione del lavoro, nella quale prevale la
solidariet organica. Il primo tipo di societ ha piccole dimensioni, le relazioni tra gli individui sono scarse ed
omogenee, vi una bassa divisione del lavoro (es. tipico la societ primitiva). Lordine sociale assicurato dalla
solidariet meccanica che si basa su una forte coscienza collettiva (linsieme delle credenze e dei sentimenti
comuni alla media dei membri della stesa societ). il problema dellordine quindi risolto meccanicamente sulla
base di unadesione emotivamente intensa a un sistema di valori condiviso. Qui prevale il diritto penale basato su
sanzioni repressive (la societ castiga per vendicarsi).
Col tempo per aumenta la densit materiale, cio aumenta la popolazione che si concentra maggiormente sul
territorio per cui si intensificano i rapporti sociali. Aumenta dunque la densit morale, gli uomini escono
dallisolamento avvicinandosi maggiormente ma questo provoca una lotta per lesistenza che spinge i singoli
individui a specializzarsi maggiormente per sopravvivere nelle nuove condizioni. La crescita della divisione del
lavoro quindi dovuta a una pressione della societ sugli individui. Emergono dunque le societ superiori
caratterizzate dalla crescita delle dimensioni, della densit materiale e morale, della divisione del lavoro. Si forma
qui la solidariet organica stimolata dallo sviluppo stesso della divisione del lavoro che alimenta il senso di
dipendenza reciproca tra soggetti diversi (come le funzioni specializzate di un organismo). In questo caso la
coscienza collettiva regola una parte pi limitata dei comportamenti individuali indicando dei valori di fondo che
lasciano pi spazio alle scelte individuali e sono quindi pi compatibili con le esigenze di una societ differenziata.
in questo quadro che si diffondono i valori dellindividualismo (come abbiamo visto anche in Simmel) e cio la
personalit individuale. Qui si afferma il diritto restitutivo caratterizzato da sanzioni che hanno finalit riparatorie,
di reintegrazione di una situazione preesistente alla violazione di interessi giuridicamente protetti.
b) Le condizioni non contrattuali del contratto
Durkheim oltre a sottolineare che la societ deve essere considerata come autonoma e preminente rispetto agli
individui e che le istituzioni sono fatti sociali dotati di una forza costrittiva, si sforza di mostrare che laddove
lindividualismo si sia storicamente affermato come criterio morale che guida lazione, non per questo sono venute
meno le regole sociali. Anche se crescono le relazioni contrattuali, tendono a crescere contemporaneamente le
relazioni non contrattuali regolate da istituzioni di natura giuridica o morale (es. i rapporti familiari prevedono una
serie di diritti e di doveri che non sono contrattuali ma devono essere rispettati per non incorrere in sanzioni
giuridiche o comunque nella disapprovazione sociale). Pi in generale, nelle societ moderne la sfera
dellintervento dello stato nelle relazioni sociali non si restringe al solo ambito della giustizia ed allesercizio della
guerra ma ha il compito di badare alleducazione dei giovani, alla salute in generale, alle vie di trasporto e di
comunicazione. Durkheim sottolinea poi che lintervento delle istituzioni si fa sentire nellambito stesso delle
relazioni contrattuali, infatti non tutto contrattuale nel contratto (il diritto contrattuale garantisce lefficacia dei

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contratti e predetermina ci che pu in essi essere stabilito dalle parti). Oltre alle norme giuridiche vi sono anche
quelle morali che influiscono sui contratti.
Insomma, solo in presenza di unadeguata regolamentazione giuridica possibile che le relazioni contrattuali si
sviluppino efficacemente soddisfacendo i bisogni dei soggetti privati senza ledere gli interessi collettivi della
societ.
Le origini delle istituzioni
Perch lordine sociale possa esistere necessario porre un freno agli interessi individuali, occorre regolarli e
disciplinarli. Ci pu avvenire solo dove esistano istituzioni forti. Le istituzioni nascono dallinterazione tra gli
individui per far fronte a determinati problemi della vita collettiva ma, una volta affermatesi, esse acquisiscono
unautonomia e un carattere costrittivo che si impone ai singoli soggetti. Contrariamente a quanto pensano gli
utilitaristi le istituzioni non si basano sullaccordo tra individui che perseguono il loro interesse e decidono di darsi
delle regole per tutelarlo ma la loro origine va cercata per Durkheim in particolari momenti di effervescenza della
societ nei quali si fa pi intensa linterazione tra gli uomini. Ci porta ad annullare gli interessi individuali e gli
egoismi propri della dimensione quotidiana a favore di forti identit collettive al costituirsi di grandi ideali sui quali
riposano le civilt (es. rinascita religiosa del Medioevo, Riforma protestante, Rivoluzione francese). Anche se
questi momenti di entusiasmo collettivo sono temporanei, gli ideali che in essi si sviluppano restano alla base delle
istituzioni sociali.
1.2 Le conseguenze sociali della divisione del lavoro
Nonostante Durkheim si mostri nel complesso ottimista circa le capacit di una societ a elevata divisione del
lavoro di generare quella solidariet di cui ha bisogno, in realt egli si rende conto che tale esito non scontato, e
questa consapevolezza si accrescer nei suoi lavori successivi a partire da Il suicidio del 1897.
Lo sviluppo della divisione del lavoro si accompagna in realt a tensioni e conflitti sociali e Durkheim per
affrontare il problema degli effetti socialmente destabilizzanti della divisione del lavoro scegli la strada di
considerare in prima approssimazione come eccezionali e anomale le situazioni in cui la specializzazione non si
accompagna alla crescita della solidariet.
Egli sostiene che la divisione del lavoro produce effetti socialmente destabilizzanti in due modi:
- quando la divisione del lavoro cresce pi rapidamente rispetto alle regole istituzionali determinando una
situazione di anomia;
- quando la divisione del lavoro assume un carattere coercitivo perch le regole esistenti sono inadeguate
rispetto ai problemi.
La divisione anomica
Per Durkheim il forte sviluppo delle attivit economiche la principale fonte di anomia, non per la crescita della
divisione del lavoro ma perch questo processo si affermato senza unadeguata istituzionalizzazione.
Lanomia si forma a causa:
- delle crisi economiche: la crescita della divisione del lavoro e della produzione per il mercato comportano la
possibilit che si determini una sovrapproduzione o un sottoconsumo (ogni industria produce per consumatori
che sono dispersi su tutta la superficie del paese o anche del mondo intero). Egli non nega che, come
sostengono gli economisti, il mercato tenda a ristabilire lequilibrio tra produzione e consumo, ma tutto ci

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avviene attraverso continue e prolungate destabilizzazioni delle relazioni sociali (fallimenti, disoccupazione)
quindi pagando pesanti costi sociali;
- dellantagonismo tra capitale e lavoro: Durkheim nota che la diffusione delloccupazione industriale
avvenuta senza unadeguata regolamentazione giuridica del rapporto di lavoro, lasciando intendere che in tal
modo non vi sia una tutela adeguata dei lavoratori rispetto agli andamenti del mercato. Allinterno della
fabbrica quindi si procede con una parcellizzazione dei compiti, una routinizzazione e una perdita di qualit del
lavoro che riducono loperaio ad appendice di una macchina. Tutto ci, che molto vicino allanalisi
dellalienazione di Marx, entra in contrasto con gli ideali di arricchimento e perfezionamento individuale che
sono alla base della coscienza collettiva nella societ moderna, e che producono conflitti sociali e difficolt di
integrazione dei singoli individui nellordine sociale.
La divisione coercitiva
Il disordine sociale, oltre che frutto dellanomia, pu essere dovuto alle regole che presiedono alla distribuzione del
lavoro che generano una divisione coercitiva del lavoro:
- nellassegnazione dei singoli individui ai ruoli specializzati: nella societ moderna lallentamento della
coscienza collettiva lascia pi spazio alle scelte individuali quindi alla realizzazione della personalit
individuale. Si afferma il mito che ognuno deve essere destinato alla funzione che pu adempiere meglio e che
deve ricevere la giusta remunerazione per le sue prestazioni. Ma le regole che sono frutto di una fase
precedente della societ fa s che lassegnazione dei singoli ai compiti specializzati viene imposta dalla classe
di origine (es. diritto ereditario stabilisce che determinati figli possano accedere allattivit del padre; laccesso
ai ruoli pubblici base alla classe sociale). Occorre dunque modificare tali regole;
- nella regolazione delle ricompense del lavoro: perch una societ basata sulla divisione del lavoro generi
solidariet anche necessario che le ricompense da assegnare ai compiti divisi corrispondano alla effettiva
utilit per la societ dei servizi prestati (il valore di scambio deve corrispondere al valore sociale). Ma come si
pu misurare il valore sociale? La risposta di Durkheim sembra alludere genericamente allimpostazione della
teoria neoclassica della distribuzione del reddito, secondo la quale, in condizioni di mercato concorrenziale, il
compenso dei fattori produttivi, tra cui il lavoro, viene ad essere determinato dal contributo da essi dato al
valore della produzione (teoria della produttivit marginale). Ma Durkheim sottolinea che il valore cos
assegnato pu essere alterato dallinfluenza di fattori anormali. Egli vuole attirare lattenzione sul fatto che gli
scambi di mercato, anche quando assumono la forma di contratti liberamente e volontariamente sottoscritti, dal
punto di vista formale, possono nascondere un o squilibrio di potere tra i contraenti che porta ad allontanare la
ricompensa dalleffettiva utilit sociale e impedisce ai meccanismi di mercato di stabilire uneffettiva
equivalenza tra i due fenomeni. Anche in questo caso, come per laccesso ai ruoli specializzati, la condizione
necessaria per contratti giusti costituita dal fatto che i contraenti si trovino in condizioni esteriori uguali.
Occorre dunque fare in modo che le remunerazioni siano determinate dal merito sociale e non da altri criteri.
Egli si preoccupa quindi delle condizioni morali dello scambio, che sono a suo avviso trascurate dagli
economisti. Il compito delle societ pi progredite quindi unopera di giustizia; si tratta di introdurre
unequit sempre maggiore nei rapporti sociali per assicurare il libero dispiegamento di tutte le forze
socialmente utili.
1.3 Corporazioni e socialismo

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A quali rimedi pensava Durkheim per far fronte ai problemi sociali posti dalla divisione del lavoro?
Una volta appurato che gli effetti socialmente destabilizzanti indotti dalla divisione del lavoro erano molto diffusi e
strutturali egli sostiene che sia necessaria una nuova regolamentazione anzitutto giuridica ma anche morale delle
attivit economiche che definisca i diritti e i doveri dei datori di lavoro e dei lavoratori, la quantit del lavoro e la
giusta remunerazione. Ritiene che un compito di questo genere non dovrebbe essere affidato esclusivamente allo
stato perch troppo lontano dai bisogni e dalle esigenze specifiche dei diversi settori di attivit economica.
Lintervento esclusivo dello stato rischierebbe di essere inevitabilmente troppo rigido quindi esso dovrebbe
limitarsi a fissare alcuni principi generali che verrebbero poi adattati alle esigenze specifiche dei diversi settori di
attivit dalle corporazioni (istituzioni costituite da rappresentanti dei datori di lavoro e dei lavoratori di ogni
settore). Questi diversi soggetti sarebbero dotati di proprie rappresentanze e esprimerebbero poi una rappresentanza
congiunta di secondo grado. Queste corporazioni erano concepite da Durkheim, non come associazioni volontari,
ma come istituzioni pubbliche a carattere obbligatorio, organizzate in modo gerarchico sul territorio (dal centro alla
periferia). Esse avrebbero dovuto compiere oltre che le funzioni economiche anche quelle di assistenza sociale,
formazione tecnica e professionale, organizzazione di attivit culturali e ricreative.
Le corporazioni dovevano stimolare la formazione di legami morali tra i soggetti coinvolti in determinate attivit,
dovevano promuovere attivamente la solidariet organica, e questo compito non poteva essere efficacemente svolto
dallo stato.
Naturalmente Durkheim non poteva prevedere che dopo alcuni anni dalla sua scomparsa, la forma specifica da lui
prefigurata per queste istituzioni (carattere pubblico, obbligatorio, gerarchico) ne avrebbe limitato ancor di pi il
possibile contributo integrativo e ne avrebbe potuto fare uno strumento di regimi autoritari o totalitari per cercare di
controllare dallalto la societ (fascismo, nazismo, America Latina). Il dispotismo tirannico pu manifestarsi nelle
societ moderne quando vengano meno dei gruppi secondari che mediano tra i singoli individui e lo stato e
controbilancino il potere dello stato stesso. Ma affinch i gruppi professionali possano svolgere questa funzione
necessario che essi siano pi autonomi rispetto allo stato di quanto non avvenisse nel modello tratteggiato da
Durkheim.
Dobbiamo sottolineare che, spogliata di tali limiti, lanalisi di Durkheim anticipa alcune importanti tendenze che
stavano per manifestarsi nelle societ pi sviluppate dellOccidente, ossia il passaggio da un sistema politico
liberale ad uno di tipo pluralista, caratterizzato dal peso crescente di gruppi di interesse organizzati (associazioni
sindacali, imprenditoriali, di categoria) nel processo politico. A partire dalla prima guerra mondiale questo processo
si sarebbe intensificato portando in alcuni casi, verso forme di corporativismo autoritario, dallalto, mentre in altri
a forme di corporativismo societario, dal basso.
Questultimo modello, basato sulla collaborazione volontaria tra grandi gruppi di interesse organizzati (i particolare
imprenditoriali e sindacali) e Stato nella formulazione e nella gestione della politica economica sar un aspetto
particolarmente importante delle forme di regolazione istituzionale delleconomica in molti paesi sviluppati.
Lanalisi di Durkheim resta di notevole interesse quindi come anticipazione del ruolo crescente delle associazioni
degli interessi nella regolazione delleconomia.

In che misura la regolazione del mercato che Durkheim prefigurava si avvicina a una prospettiva socialista?
Durkheim non si misur mai sistematicamente nei suoi lavori con il pensiero di Marx.

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Notiamo che ci sono dei punti di accordo tra i due autori: entrambi riconoscono che la divisione del lavoro un
fattore che contribuisce notevolmente allaumento della produttivit del lavoro e alla crescita della ricchezza ma
che ha dei risvolti negativi in quanto determina una crescita della disuguaglianza tra capitalisti e lavoratori che
Marx definisce alienazione dei lavoratori dal loro prodotto, mentre Durkheim come divisione anomica e
coercitiva). Si manifesta cos una parcellizzazione e dequalificazione del lavoro operaio, che Marx definisce
alienazione dal processo lavorativo e Durkheim ancora come una forma di divisione anomica.
Per quanto riguarda le divergenze: Marx riteneva che lo sviluppo ulteriore della divisione del lavoro avrebbe
inevitabilmente aggravato le diverse forme di alienazione, innescando un conflitto sociale sempre pi dirompente
che alla fine avrebbe travolto le stesse istituzioni capitalistiche. Egli riteneva che per risolvere il problema si
doveva eliminare la divisione del lavoro arrivando cos al socialismo. Per Durkheim invece il disordine sociale e la
crescita della conflittualit sono dei fenomeni transitori, non dovuti alla divisione del lavoro in quanto tale ma
allassenza o alla carenza di regole istituzionali. Quindi la specializzazione un dovere morale ed necessaria alle
esigenze funzionali della societ moderna anche se le sue forme concrete devono essere adeguatamente regolate.
Durkheim non ha mai sottolineato queste divergenze da Marx. Nel suo corso su Il socialismo del 1928 egli cerca di
distinguere la dottrina del comunismo dalle idee del socialismo.
Il comunismo apparso pi volte nel corso della storia e assume sempre un carattere utopistico (come in Platone,
Moore, Campanella). I suoi sostenitori si pongono lobiettivo di limitare fortemente la divisione del lavoro e di
mettere in comune il prodotto del lavoro; si tratta di una specie di impossibile ritorno alla societ primitiva.
Diverso per Durkheim il socialismo, un fenomeno tipicamente moderno che presuppone la crescita della divisione
del lavoro ed esprime lobiettivo di porre rimedio ai problemi sociali che questo fenomeno ha prodotto tra la fine
del 700 e il secolo successivo. In sostanza il socialismo non vuole limitare la divisione del lavoro e ridurre la
ricchezza, ma si pone lobiettivo di sfruttare al massimo la divisione del lavoro per rendere possibile un maggior
grado di soddisfacimento dei bisogni da parte di tutti gli individui e per controllare quindi le disuguaglianze. Ci
richiede una maggiore regolamentazione delle attivit economiche da parte dello stato: si definisce socialista ogni
dottrina che afferma il collegamento di tutte le funzioni economiche, o di alcune di esse che sono attualmente
indipendenti, ai centri direttivi e coscienti della societ.
Durkheim convinto che la prospettiva del socialismo soffra di limiti cos come la prospettiva degli economisti
liberisti: gli economisti volevano risolvere i problemi della societ moderna affinandoli al mercato mentre i
socialisti ritenevano necessaria una maggiore regolamentazione statale del mercato.
Per Durkheim entrambi perdevano di vista il problema essenziale della societ moderna, cio quello di ristabilire
una solidariet, dei legami morali che si sostituissero a quelli della solidariet meccanica (perch regni lordine
sociale necessario che la maggior parte degli uomini si accontenti della propria sorte, riconosca unautorit
superiore che decida i diritti degli uni e degli altri).
Durkheim dunque vicino alla prospettiva socialista perch ritiene necessaria una regolamentazione della divisione
del lavoro, ma se ne distanzia perch convinto che il socialismo trascuri la dimensione morale. Sono le forze
sociali, sono le autorit morali che devono esercitare uninfluenza regolatrice senza la quale gli appetiti degenerano
e lordine economico si disorganizza. in questa prospettiva che Durkheim concepisce il ruolo delle corporazioni;
esse sono pi adatte dello stato a svolgere un ruolo di regolazione morale oltre che economica.

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Egli non usa il termine capitalismo e parla soltanto di divisione del lavoro ma le sue analisi si possono considerare
come una critica al capitalismo liberale, cio quella specifica forma di capitalismo in cui il mercato ha un ruolo
preminente nella regolazione delle attivit produttive e nella distribuzione del reddito.
Per lui non erano sufficienti nuove regole istituzionali di tipo esclusivamente economico (forme di
programmazione per evitare crisi e fallimenti) ma requisiti non economici (criteri di valutazione condivisi relativi ai
rapporti tra prestazione e ricompense per i diversi compiti specializzati, principi meritocratici).
Di conseguenza, la mera sostituzione del capitalismo liberale con un capitalismo pi organizzato, o con qualche
forma di socialismo basata sul controllo statale, non sarebbe stata di per s sufficiente a risolvere i problemi posti
dalla divisione del lavoro.
Per questi motivi il contributo di Durkheim non aiuta soltanto a gettare luce sui processi di trasformazione del
capitalismo liberale, ma fornisce importanti elementi per una sociologia del mercato volta a mettere in evidenza le
condizioni non economiche di funzionamento del mercato in una societ moderna a elevata divisione del lavoro. In
questi contesti, affinch il mercato possa essere un efficace strumento di regolazione delle attivit economiche
specializzate, non soltanto necessario che ci siano alcune regole giuridiche e morali che diano stabilit ai contratti
facendoli rispettare e perseguendo le frodi. anche necessario che si intervenga sulle risorse dei soggetti che si
confrontano nel mercato riducendo gli squilibri di potere. Ma anche interventi di questo tipo, realizzabili per
esempio con una legislazione antimonopolistica, e con la legislazione sul lavoro o la contrattazione tra associazioni
degli interessi, non sarebbero sufficienti. Il mercato funzionerebbe meglio in quei contesti nei quali laccesso ai
diversi ruoli si avvicinasse alle effettive vocazioni e capacit dei soggetti, e nei quali le remunerazioni si
avvicinassero al merito sociale (si avrebbe cos una forte coesione sociale, individui maggiormente impegnati nei
compiti specializzati, riduzione di conflitti, sviluppo economico).
Tutto ci richiede che la societ sia caratterizzata da istituzioni non economiche (famiglia, scuola, politiche) tali da
favorire una distribuzione meritocratica dei ruoli e delle ricompense e quindi la convinzione dei singoli di
appartenere a una societ giusta.
2. SPRECO DELLE RISORSE PRODUTTIVE E CONSUMO VISTOSO
Durkheim influenzato dalle grandi tensioni sociali e politiche della Francia della seconda met dell800 fu indotto
a mettere in evidenza i limiti della teoria economica e gli effetti destabilizzanti dellordine sociale di uneconomia
capitalistica regolata dal mercato. Ma la sua preoccupazione principale fu quella di dare un contributo alla
fondazione scientifica della sociologia.
Thorstein Veblen (1857 1929), figlio di immigrati norvegesi di religione luterana trapiantati in una comunit
agricola del Minnesota, visse nello stesso periodo storico, ma in un contesto molto diverso quale era quello
americano. Gli Stati Uniti, usciti dalla guerra di secessione, furono segnati da processi di trasformazione economica
rapidi e sconvolgenti che nel giro di pochi decenni li avrebbero portati ad un ruolo di leadership nello sviluppo
economico e industriale a livello mondiale. Dal 1860 al 1914 la popolazione triplic, con 20 milioni di immigrati,
loccupazione e la produzione crebbero a ritmi vertiginosi. In pochi anni si formarono giganteschi trusts industriali
nel settore delle ferrovie, dellacciaio, del petrolio e in altri ancora (magnati come Rockfeller e Morgan
controllavano quote considerevoli del patrimonio nazionale). Ma questo anche il periodo delle gravi crisi
dellagricoltura tradizionale del Midwest, sempre pi indebitata nei riguardi delle banche e dei detentori del

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capitale finanziario dellEst; ed il periodo di intensi e spesso violenti confitti industriali che coinvolgono una
classe operaia in forte crescita.
in questo contesto che matura la riflessione di Veblen. Di formazione prevalentemente economica, egli manifesta
presto una forte insoddisfazione per leconomia tradizionale (classica e neoclassica) che giudica incapace di fornire
strumenti di conoscenza adeguati per comprendere i grandi cambiamenti economici di fine secolo. Anche lui come
Durkheim in soddisfatto delle aspettative ottimistiche della teoria economica che si scontrano con gli
sconvolgimenti sociali determinati da un capitalismo guidato dal mercato e che le analisi tradizionali non aiutano
ad affrontare efficacemente.
Ma mentre per Durkheim tale insoddisfazione si traduce nel tentativo di dare un fondamento scientifico alla
sociologia come teoria generale della societ, Veblen cercher invece di rifondare su basi istituzionali lanalisi
economica traendo ispirazione dalla prospettiva evoluzionista sviluppatasi in biologia e nelle scienze naturali con
Darwin. Anche se Durkheim e Veblen non hanno mai avuto interazione, possiamo dire che leconomia istituzionale
di questultimo pu essere messo a confronto con listituzionalismo sociologico del primo (entrambi affrontano un
problema non trattato dalleconomia, quello degli effetti sociali del capitalismo liberale basato sul mercato).
2.1 La critica della teoria economica e leconomia istituzionale
Veblen prende le distanze dalleconomia classica e neoclassica sin dai primi scritti che furono raccolti nel volume Il
posto della scienza nella civilt moderna (1919).
Gli elementi essenziali della sua critica sono gi presenti nellimportante saggio dal titolo Perch leconomia non
una scienza evoluzionista? e riguardano tre aspetti:
1) la concezione individualistica della natura umana, ovvero la teoria dellazione economica;
2) il carattere statico dellanalisi economica tradizionale, cio il suo interesse per lequilibrio pi che per il
cambiamento;
3) il nesso tra perseguimento dellinteresse individuale e benessere collettivo, che per Veblen non garantito
automaticamente dal funzionamento del mercato.

La teoria economica tradizionale condivide una visione della natura umana passiva, immutevole, in cui luomo
soltanto un calcolatore di piaceri e pene. In realt il comportamento delluomo non comprensibile in termini
individualistici, cio al di fuori dellinfluenza esercitata dalla societ attraverso tradizioni, costumi, abitudini,
ovvero attraverso modelli di comportamento consolidati, condivisi e approvati, cio istituzioni. Anche per Veblen
lazione umana socialmente condizionata. Gli uomini sono guidati da valori e norme che lindividuo riceve dalla
societ in cui vive. Con il cambiamento storico si modificano sia le istituzioni che il comportamento individuale,
anche quello economico.
Per Veblen lapproccio tradizionale resta legato a unidea di equilibrio, allindagine sui meccanismi di
stabilizzazione delleconomia che sono influenzati dalle scienze fisiche. Leconomia invece deve essere in grado di
dar conto dei grandi cambiamenti in corso, ma per farlo deve guardare alle scienze biologiche e al loro impianto
evoluzionista e deve porre al suo centro il ruolo delle istituzioni. Abbiamo gi visto con Spencer come
levoluzionismo si potesse conciliare con lindividualismo della teoria economica e con un orientamento favorevole
al laissez-faire. Ci si manifestava anche in America, per esempio con il pensiero di Graham Sumner, da cui
Veblen era stato influenzato. Tuttavia Veblen, pur ispirandosi allevoluzionismo, assume un orientamento non

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individualistico, fortemente critico nei riguardi del darwinismo sociale diffuso nella cultura americana dellepoca.
Al centro di questa impostazione vi sono le istituzioni e non gli individui. Sono le istituzioni che evolvono per far
fronte ai problemi di adattamento posti dallambiente, ma la selezione delle istituzioni non comporta che si
affermino necessariamente e meccanicamente quelle pi efficienti. Veblen rifiuta lidea di una evoluzione
unilineare che porta alla convergenza istituzionale. Come si formano e come cambiano le istituzioni? Veblen ha
una visione evoluzionista delle istituzioni: esse emergono per regolare i rapporti tra gli uomini in societ e con
lambiente naturale, ma una volta formatesi contribuiscono a selezionare certi tipi di comportamento che
condizionano le risposte ai futuri problemi di adattamento. La crescita della popolazione, la scienza e la tecnologia
fanno sorgere problemi di adattamento. Per Veblen scienza e tecnica sono il motore del mutamento del processo
produttivo che si riverbera a sua volta sulle altre istituzioni (culturali, sociali, politiche), ma affinch vengano
introdotte nuove istituzioni (modi di pensare, costumi, leggi) necessario superare le resistenze delle vecchie
istituzioni. Il problema combattere la forza inerziale delle abitudini e dei modi di pensare ma anche il fatto che le
istituzioni ereditate dal passato tendono a essere anche difese dai gruppi sociali che sono privilegiati nellambito del
vecchio assetto. Alla lunga un adeguamento delle istituzioni, tale da consentire la piena valorizzazione delle nuove
conoscenze e tecnologie, si verificher, ma i tempi e i modi di questo processo non sono definibili a priori.
Levoluzione un processo continuo e la societ sconta un ritardo strutturale nelladeguamento istituzionale.
Da questa teoria delle istituzioni discendono due conseguenze rilevanti:
- quanto maggiore sar il ritardo nelladeguamento istituzionale, tanto pi grande sar il costo al quale una
determinata societ andr incontro in termini di spreco di risorse (disoccupazione, povert non necessaria,
perdita di benessere collettivo). Ci pu portare a conflitti sociali dovuti a carenza delle istituzioni nel regolare
i problemi di adattamento. A differenza di Marx, Veblen non credeva che il conflitto di classe potesse essere
agente di mutamento; vedeva piuttosto unattrazione forte delle classi inferiori verso i modelli di vita e di
consumo della classe agiata (ci torneremo tra poco);
- possibile la coesistenza di societ in cui il rapporto tra tecnologia e istituzioni diverso. Veblen non credeva
a un processo di inevitabile convergenza istituzionale, trainato dalla tecnologia, che porterebbe allaffermazione di
un unico modello istituzionale pi efficiente rispetto ai problemi di adattamento allambiente economico e sociale.
Nei suoi studi comparati egli fa notare come la Germania (1915) nella seconda met dell800 abbia avuto un rapido
sviluppo economico mentre per la Gran Bretagna stato pi graduale. La tesi di fondo che ci possono essere
percorsi di sviluppo differenti, basati sulla capacit di innestare le tecnologie pi moderne applicabili al processo
industriale in un contesto istituzionale ancora permeato da valori tradizionali. Per Veblen non c un unico modo di
avviare lo sviluppo economico: accanto alla tradizionale via dal basso seguita dalla Gran Bretagna e dagli Stati
Uniti, vi possono essere vie dallalto come quelle della Germania, del Giappone o anche dellItalia, in cui
lindustrializzazione promossa dallo stato, che cerca nel contempo di salvaguardare gli equilibri sociali e i valori
tradizionali. Veblen insiste inoltre sulla possibile coesistenza di combinazioni diverse tra tecnologia e istituzioni,
che non sono destinate necessariamente a scomparire per effetto della concorrenza. Combinazioni pi efficienti e
competitive in un certo momento storico possono perdere questi vantaggi successivamente senza per questo
scomparire. Ci sono insomma equilibri multipli.
2.2 I costi sociali del capitalismo

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Veblen utilizza la sua teoria del cambiamento soprattutto per mettere a fuoco i problemi di adeguamento delle
istituzioni nella societ moderna. A suo avviso, si manifestava un ritardo nelladeguamento delle istituzioni agli
sviluppi delle conoscenze e della tecnologia e tutto ci comportata dei costi sociali crescenti in termini di benessere
collettivo. Nella fase iniziale dello sviluppo capitalistico si era effettivamente realizzato un nesso tra perseguimento
dellinteresse individuale e miglioramento del benessere collettivo mentre nella fase successiva tale relazione si era
per allentata (lorganizzazione economica basata sul capitalismo di mercato comportava una perdita di benessere
collettivo rispetto alle potenzialit offerte dalla tecnica e dalla scienza). Veblen cerca di dimostrare questa tesi
guardando sia ai cambiamenti dal lato della produzione che a quelli relativi al consumo. Vediamoli singolarmente.
Nella prima fase della rivoluzione industriale avviatasi in Inghilterra (seconda met del 700) si era affermato il
sistema dellindustria meccanica. In questo periodo la produzione faceva capo a delle imprese private in cui i
proprietari-imprenditori erano insieme capitalisti e organizzatori della produzione. Le imprese erano di dimensioni
ridotte e nessuna di esse era in grado di controllare il mercato dei beni nel quale operava per cui ricercavano il
profitto attraverso miglioramenti di efficienza sotto lo stimolo della concorrenza con altre imprese che
competevano nel mercato. in questo quadro che maturano gli schemi interpretativi delleconomia con lidea che
il perseguimento dellinteresse individuale, non ostacolato dalle istituzioni politiche, favorisca il benessere
collettivo. Effettivamente Veblen riconosce che questa forma di organizzazione economica (capitalismo liberale)
porta a una maggiore produzione di beni a costi pi bassi per la collettivit ma ci valido soltanto per quella fase
storica che termina sul finire dell800. Successivamente gli ulteriori sviluppi della tecnologia rendono possibili
economie di scala legate a una produzione di massa che richiedono ingenti investimenti industriali. La propriet e
la gestione delle aziende si separano: la prima resta nelle mani dei capitani dindustria che gestiscono gli
investimenti e sono sempre pi interessati al profitto finanziario derivante dagli incrementi di valore del capitale
investito nelle imprese (azioni in borsa); la seconda invece affidata a manager che sviluppano conoscenze
tecniche e organizzative necessarie per applicare i nuovi metodi produttivi, quelli che Veblen chiama gli ingegneri
della produzione.
La ricerca del profitto da parte dei detentori del capitale non conduce pi a un incremento di benessere collettivo
attraverso maggiore produzione di beni a prezzi pi bassi (come avveniva nella fase iniziale dellera delle
macchine). La ricerca del maggior guadagno finanziario pu spingere i capitani dindustria alla compravendita di
imprese per motivi di mera speculazione finanziaria e ci pu causare danni alla produzione ed alloccupazione
(chiusura di aziende, depressioni cicliche, disoccupazione).
I nuovi capitalisti-finanzieri cercano di trasformare il mercato aperto di tipo concorrenziale (tipico della prima fase
in cui si hanno molti beni a prezzi bassi) in un mercato chiuso di tipo monopolistico, attraverso la formazione di
cartelli e trusts, intese formali e informali che hanno lobiettivo di limitare la produzione e tenere alti i prezzi a
danno dei consumatori (incidono inoltre i costi di vendita come distribuzione e pubblicit per combattere la
concorrenza). Si sviluppa quella che Veblen chiama una coscienziosa soppressione dellefficienza. Le sue opere in
cui tratta questo tema sono La teoria dellimpresa 1904 e Gli ingegneri e il sistema dei prezzi 1921.
Dal lato del consumo invece il suo lavoro pi noto La teoria della classe agiata 1899. In esso viene formulata
una critica stringente delle motivazioni individualistiche e utilitaristiche dellazione, che come abbiamo visto
costituisce un tema centrale dellistituzionalismo di Veblen. Non la ricerca di maggiori possibilit di consumo di
beni materiali a fornire un incentivo sufficiente a impegnarsi in attivit economiche. Nella societ moderna le

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possibilit di maggior consumo sono ricercate come fonte di prestigio e di onore sociale (sostituiscono il coraggio o
il valore bellico, propri di epoche precedenti, come segno di distinzione sociale. Dunque, le motivazioni pi
profonde delle attivit economiche hanno a che fare con la ricerca di prestigio in un costante confronto
antagonistico con gli altri membri della societ. Anche i gruppi pi poveri, man mano che fuoriescono dal livello
della mera sussistenza, sono attratti dallutilit del consumo come mezzo di reputazione. Questo meccanismo si
diffonde in articolare nella popolazione urbana delle grandi citt (come aveva notato anche Simmel) dove i criteri
di riconoscimento tradizionali vengono meno e gli standard di consumo diventano i principali segnali di status
sociale. Ne discende una spinta allintegrazione consumistica delle classi inferiori e della stessa classe operaia. Ci
per Veblen il principale motivo per cui il conflitto di classe non si pu considerare come il motore
dellinnovazione istituzionale (al contrario di Marx). Al centro della teoria vi dunque il fenomeno dello spreco
vistoso che per Veblen concorre alla perdita di benessere collettivo tipica delleconomia capitalistica (per i
neoclassici i consumatori cercano di soddisfare in modo razionale le loro preferenze, i loro bisogni, maturati in
modo indipendente e autonomo dagli altri). Il comportamento degli individui invece influenzato
dallinterdipendenza sociale, dal tentativo continuo di emulare gli altri e di raggiungere un livello di status
superiore orientando il consumo verso beni futili e superflui. Veblen cos il primo critico del consumismo e
contrappone al calcolo razionale il modello dellemulazione sociale.

Nel complesso, le istituzioni del capitalismo di mercato, sia dal lato della produzione che da quello dei consumi,
comportano un costo sociale elevato e rappresentano un freno rispetto alle opportunit offerte dallo sviluppo
tecnico per il benessere collettivo. Veblen registra questa contraddizione, che a suo avviso destinata a essere
superata con ladeguamento delle istituzioni ereditate dalla fase precedente. Tuttavia, non intravede segni
significativi di mutamento nella realt del suo tempo, ed molto scettico sulle capacit del movimento operaio
americano.
Negli ultimi lavori, anche sotto linfluenza della rivoluzione russa, individu negli ingegneri, nei nuovi tecnici
della produzione, un possibile protagonista del mutamento. Questo gruppo sociale, per le sue conoscenze e il suo
ruolo nelle imprese, sarebbe stato infatti meglio in grado di valutare lo spreco di efficienza legato alle istituzioni
capitalistiche, e di avviare un uso pianificato e razionale delle risorse, i cui contorni restano per nella formulazione
di Veblen molto labili e incerti.
3. IL CONTRIBUTO DELLISTITUZIONALISMO POSITIVISTICO
Che cosa hanno in comune listituzionalismo di Durkheim e quello di Veblen? E quali sono gli elementi di
somiglianza e di differenza con la sociologia economica tedesca?
Abbiamo gi detto che i due autori cono pi influenzati dal positivismo rispetto a Weber e Sombart che si sono
formati nel clima culturale accesamente antipositivista dello storicismo tedesco.
Durkheim vuole gettare le basi di una scienza della morale per dare un fondamento scientifico alle difficili scelte
che gli uomini si trovano ad affrontare nella societ moderna.
Veblen si ispira espressamente al modello delle scienze naturali, e in particolare a quelle biologiche, per ricostruire
su basi diverse da quelle della teoria tradizionale lanalisi economica.
Entrambi i sociologi sono quindi attratti dallidea di fondare uno studio della societ su basi simili a quelle delle
scienze della natura (istituzionalismo di ispirazione positivista) lontano dalla sociologia economica tedesca che in

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aperta polemica con lidea di unassimilazione delle scienze della societ a quelle della natura e mira piuttosto alla
costruzione di modelli teorici delimitati nello spazio e nel tempo.
Unaltra differenza piuttosto evidente riguarda lorientamento nei confronti delleconomia.
Weber e Sombart si erano formati nel clima di accesa contrapposizione tra storicisti ed economisti neoclassici; essi
volevano dare un fondamento scientifico alla sociologia economica superando le secche dello storicismo;
puntavano quindi allelaborazione di schemi analitici atti a interpretare forme specifiche di organizzazione
economica. Nel difendere questa strada riconoscevano anche la legittimit della teoria economica come disciplina
analitica. La loro visione dei rapporti tra economia e sociologia di complementarit tra le due prospettive
dindagine: la sociologia doveva chiarire il contesto istituzionale allinterno del quale era possibile tentare di
applicare gli schemi delleconomia.
Durkheim e Veblen sono invece pi scettici sulle possibilit della teoria economica di cogliere le forme concrete di
organizzazione delleconomica; influenzati dalle loro radici positivistiche sono meno propensi a riconoscere il
carattere scientifico di una disciplina che non sia empiricamente fondata e sono pi spinti verso una teoria generale
della societ. Hanno quindi una visione della sociologia economica pi alternativa a quella delleconomia (anche se
Veblen riconosceva che la teoria economica tradizionale aveva avuto una sua validit per lindagine sul primo
capitalismo).
Ma se guardiamo come Durkheim e Veblen portarono avanti il loro programma, si pu vedere come le differenze
tra il loro istituzionalismo positivistico e quello storicamente orientato di Sombart e Weber si attenuino. Durkheim
resta vincolato allindagine storico-empirica e non cerca di predire levoluzione futura della societ. Veblen lavora
a una teoria delle origini e del cambiamento delle istituzioni ma non indica stadi di sviluppo futuri.
Insomma, nonostante il linguaggio utilizzato e i propositi espliciti, quello di Durkheim e Veblen un positivismo
temperato, diverso da quello originario della sociologia di Comte e di Spencer, ma anche da quello di Marx. Pi
vicino alla posizione di Sombart e Weber. Comune il rifiuto di una visione individualistica dellazione
economica, sia che essa venga motivata in termini utilitaristici, sia che si basi su condizionamenti biologici o
psicologici. I soggetti agiscono nella sfera della produzione e distribuzione di beni secondo modelli di
comportamento forniti dalle istituzioni che sono a loro volta il prodotto dellinterazione tra i soggetti. In condizioni
e in momenti particolari, che ciascun autore cerca di chiarire, tale iterazione porta al cambiamento delle istituzioni,
ma non possibile prevedere levoluzione storica. Leconomia viene quindi ad essere indagata in unottica storico-
empirica, volta a coglierne le differenze nello spazio e nel tempo che derivano appunto dallinfluenza delle
istituzioni. La sociologia economica assume una connotazione empico-analitica.
Sappiamo che anche Sombart e Weber si occuparono delle trasformazioni del capitalismo, pur se non fu questo il
fuoco primario della loro riflessione. Essi intravidero con grande acume una direzione di crescente organizzazione
delleconomia capitalistica, che avrebbe ridotto il ruolo regolativo del mercato proprio della fase liberale attraverso
una crescente burocratizzazione delle imprese e lestensione dellintervento statale.
Veblen e Durkheim invece si concentrano sui problemi sociali creati dallaffermarsi del capitalismo di mercato;
problemi che avrebbero poi richiesto nuove forme istituzionali di regolazione. Il loro fuoco dunque sulla carenza
o sul ritardo delle istituzioni, perch le vecchie non sono pi adatte e le nuove stentano ad affermarsi.
Durkheim e Veblen hanno in comune la sfiducia, empiricamente fondata, sulla capacit di riequilibrarsi dei mercati
senza unadeguata regolazione istituzionale. Le conseguenze sono disoccupazione, crisi cicliche, conflitti sociali.

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Ma questi problemi derivano da un problema pi generale cio la sottoutilizzazione da parte del capitalismo di
mercato del potenziale produttivo disponibile per il benessere collettivo. Entrambi gli autori parlano di costi sociali
del capitalismo. Durkheim parla di: incapacit di sfruttare al massimo i vantaggi della divisione del lavoro, carenza
delle istituzioni che generano forme anormali e patologiche di divisione dei compiti e di assegnazione delle
ricompense. Veblen guarda invece alla tecnologia e alle sue possibilit di generare produzione e occupazione, che
sono limitate dalle istituzioni (capitani dindustria, imprese monopolistiche, modelli di consumo vistoso che si
estendono a tutti i gruppi sociali).
Somiglianze e differenze si possono apprezzare anche dal punto di vista delle soluzioni ipotizzate.
Entrambi guardano a forme di regolazione delleconomica che limitino sostanzialmente il ruolo del mercato
(Veblen pianificazione e ruolo guida degli ingegneri; ruolo cognitivo della scienza e della tecnica; Durkheim
ruolo delle corporazioni per ricostruire i legami morali tra gli individui).
Usando un linguaggio contemporaneo, si potrebbe dire che Durkheim e Veblen contribuiscono a mettere in
evidenza i fallimenti del mercato dal punto di vista del benessere collettivo, in contrasto con le previsioni della
teoria economica, ma non prendono invece adeguatamente in considerazione i possibili fallimenti dello stato e della
pianificazione burocratica, anche perch questi ultimi non erano stati ancora storicamente ben sperimentati. La loro
analisi dunque particolarmente efficace nel mettere in luce i costi sociali del capitalismo di mercato, ma pi
debole nel delineare le possibili soluzioni per un adeguamento delle istituzioni ai cambiamenti delleconomia.

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CAPITOLO 7
LA GRANDE CRISI E IL TRAMONTO DEL CAPITALISMO LIBERALE: POLANYI E
SCHUMPETER
La Grande Crisi pu essere considerata uno spartiacque nella storia economica e sociale. Per farvi fronte tutti i
paesi si videro obbligati a inventare nuove forme di politica economica diverse da quelle dellortodossia liberale. In
questo capitolo incontreremo la posizione di Karl Polanyi e di Joseph Schumpeter e la loro analisi sulle cause del
declino. Pur muovendo da posizioni culturali e politiche diverse, entrambi concordano sullimportanza delle cause
sociali e politiche del declino del capitalismo liberale. Ed entrambi delineano lemergere di un nuovo capitalismo
pi regolato dalle istituzioni politiche.

L800 fu il secolo doro del capitalismo liberale perch in centanni non ci fu una grande guerra, il mercato
assicur una forte crescita della produzione e degli scambi. Col tempo per emersero per quelle tensioni sociali e
politiche che sono state analizzate nel capitolo precedente (la classe operaia aspirava al riconoscimento sociale ed
allintegrazione politica). gi negli ultimi decenni del secolo cominciano a manifestarsi le difficolt del capitalismo
liberale a tenere insieme crescita economica, integrazione sociale e rapporti pacifici tra gli stati. Sul piano
economico sulle realt pi piccole pesava la concorrenza e queste chiedevano protezionismo industriale e agrario;
ma questo significava frenare gli scambi internazionali ed intensificare la politica coloniale la quale sfoci nella
prima guerra mondiale.
Dopo la guerra nulla torn come prima. Il conflitto comport costi economici e sociali altissimi e nonostante i
tentativi di ricostruire lordine prebellico, le condizioni economiche e sociali restarono estremamente instabili.
Negli anni 20 lEuropa duramente provata, deve far ricorso a ingenti prestiti forniti dagli Stati Uniti, ma la
ripresa economica lenta, la disoccupazione resta elevata cos come i conflitti sociali e politici. Dal punto di vista
economico, il commercio internazionale stenta a riprendersi e a tornare ai livelli prebellici, mentre la produzione di
manufatti cresce a ritmi elevati, trainata dalle innovazioni tecnologiche e organizzative e dal formarsi di grandi
imprese. Il persistente protezionismo doganale ostacola gli scambi e non aiuta quindi a fronteggiare la tendenza alla
sovrapproduzione dei beni industriali. Anche la domanda dei paesi meno sviluppati, afflitti dal calo dei prezzi
agricoli e delle materie prime, debole. In questa situazione, la dipendenza dai prestiti americani delleconomia
europea (soprattutto quella tedesca gravata anche dai danni di guerra da ripagare) molto elevata. Si trattava di una
situazione ad alto rischio, perch linterruzione dei flussi creditizi americani avrebbe potuto avere effetti a catena
disastrosi sulleconomia europea e mondiale. Ed proprio questo che si verific inseguito al crollo della Borsa di
New York nel 1929. La Grande Crisi trascin tutta leconomia dei paesi sviluppati in una gravissima e prolungata
depressione, con crollo della produzione, fallimenti a catena delle imprese e picchi di disoccupazione mai raggiunti
in precedenza.
La Grande Crisi si pu considerare come uno spartiacque ideale nella storia economica e sociale. Questa situazione
eccezionale port tutti i paesi ad allontanarsi dallortodossia liberale nella politica economica interna e
internazionale; la nuova prospettiva si bas sullassunto che la mano dello stato indispensabile sia nei buoni che
nei cattivi momenti; esso pu garantire una crescita economica continuata in unatmosfera di armonia sociale;
leconomia deve porsi al servizio dello stato e non viceversa.

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Su questo sfondo si colloca la riflessione di Karl Polanyi e Joseph Schumpeter. Mentre Durkheim e Veblen
contribuirono a mettere a fuoco le conseguenze sociali del capitalismo liberale, Polanyi e Schumpeter si
concentrarono sulla crisi di questa forma di organizzazione economica. Essi studiano i processi di cambiamento
che si vanno sperimentando a partire dagli anni 30: la formazione di un capitalismo pi regolato, in cui lo spazio
del mercato si riduce e leconomia viene reincorporata nella societ.
Anche questi due autori non vengono da percorsi intellettuali diversi e sono politicamente su posizioni opposte
(Polanyi un socialista e Schumpeter un liberista conservatore), tuttavia ci rende pi interessante il fatto che le
loro analisi presentino notevoli affinit, contribuendo a dare un ulteriore importante fondamento alla prospettiva
dindagine della sociologia economica.
1. DOMINIO DEL MERCATO E AUTODIFESA DELLA SOCIETA
Karl Polanyi (1886 1964, ungherese) non si pu considerare in senso stretto come un sociologo economico
anche se il suo stato un contributo rilevante per la disciplina. Si mosse tra la storia economica, lantropologia e la
sociologia della vita economica: dalla Budapest di inizio secolo, dove si accosta al socialismo riformista, falla
Vienna del dopoguerra, dove partecipa al dibattito sui fondamenti metodologici delle scienze sociali e a quelli su
mercato e pianificazione. Costretto a emigrare in Inghilterra, entra in contatto con il socialismo laburista e si
guadagna da vivere come insegnante tenendo corsi per gli operai. in questo periodo che, accanto alla riflessione
sul fascismo, comincia a lavorare al tema delle trasformazioni del capitalismo liberale e si avvicina agli studi di
antropologia e di storia economica. La sua opera pi nota La grande trasformazione 1944, quando lautore era
ormai vicino a sessantanni. Trasferitosi a New York, dove ottiene un incarico di insegnamento alla Columbia
University, si dedicher agli studi sullorganizzazione economica delle societ primitive, arcaiche e antiche.
1.1 Leconomia come processo istituzionale
Anche Polanyi un istituzionalista: lazione economica non comprensibile in termini individualistici, ma
influenzata dalle istituzioni sociali. I suoi saggi in merito sono stati raccolti dopo la sua morte in due volumi:
Economie primitive, arcaiche e moderne del 1969 e La sussistenza delluomo del 1977.
Richiamandosi ai contributi dellantropologia (Malinowski e Thurnwald) cerca di mostrare che il motivo del
guadagno non naturale per luomo. Le economie primitive non sarebbero comprensibili se si attribuissero ai
loro protagonisti motivazioni utilitaristiche. Esse funzionano invece sulla base di complesse reti di obbligazioni
condivise che motivano il comportamento individuale. Solo negli ultimi secoli, con il crescere delleconomia di
mercato, il perseguimento del guadagno diventato rilevante. quindi unistituzione, il mercato, che incentiva
unazione economica improntata alla ricerca del guadagno (quindi la naturale propensione delluomo al
commercio, luomo economico di Smith, era il frutto di un fraintendimento storico che anticipava ci che sarebbe
avvenuto molto pi tardi). Per Polanyi lindagine economica non pu essere separata dal contesto storico.
Polanyi individua tre principi fondamentali di regolazione delle attivit di produzione, distribuzione e scambio dei
beni che chiama forme di integrazione delleconomia: reciprocit, redistribuzione e scambio di mercato (vedi cap.
2 par. 1).
Nelle societ in cui prevalgono la reciprocit e la redistribuzione non vi la ricerca del guadagno. Polanyi fa notare
come nella societ moderna continuino ad esistere tali forme di integrazione (reciprocit: genitori con figli e
viceversa; redistribuzione: lo stato sociale mediante la tassazione e la spesa pubblica redistribuisce risorse e potere
dacquisto dai pi ricchi ai pi poveri).

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Lo scambio di mercato la forma di integrazione delleconomia che appare solo di recente nella storia
dellumanit che raggiunge il suo culmine nel corso dell800: si produce sulla base dei prezzi per determinati beni e
si remunera il lavoro sulla base di prezzi che si formano dallincrocio tra la domanda e lofferta di lavoro. Polanyi
vuole sottolineare come lesistenza di forme di commercio con prezzi regolati dal mercato un fenomeno che si
ritrova anche nelle economie antiche ma che molto pi tarda invece la diffusione di questo meccanismo nella
sfera della produzione e della distribuzione dei redditi; solo quando ci avviene su larga scala si pu parlare di
scambio di mercato come forma di integrazione delleconomia. In presenza di mercati regolatori dei prezzi si dice
che sono mercati autoregolati. solo in questo quadro che si pu propriamente parlare di motivazioni
utilitaristiche dellazione economica.
La grande trasformazione ha lobiettivo di spiegare come siano emersi i presupposti istituzionali dello scambio di
mercato e di come essi siano stati investiti da una progressiva trasformazione che sfocia nel superamento del
capitalismo liberale, con la diffusione di forme moderne di redistribuzione legate allo stato.
Prima dobbiamo parlare ancora di due aspetti della riflessione metodologica di Polanyi:
- il concetto di sistema economico, tipico della tradizione della sociologia economica viene legato a quello di
forma di integrazione;
- le forme di integrazione non rappresentano stadi dello sviluppo (cio non si avvicendano temporalmente) ma
vi sono di solito pi forme che si combinano in un sistema economico in cui una prevalente.
Leconomia si sviluppa considerando una particolare situazione storica, studiando il sistema economico basato
sullo scambio di mercato. Essa tende per a generalizzare impropriamente i suoi modelli di analisi verso il passato
e verso il futuro, universalizzando le motivazioni utilitaristiche e le leggi dei mercati autoregolati. proprio per
evitare questo errore che Polanyi introduce la distinzione (vedi lIntroduzione) tra economia:
- formale: il termine economia sinonimo di economizzare ed indica il processo razionale di allocazione di
risorse scarse. Tale definizione tipica delleconomia neoclassica e si riferisce alla logica formale del rapporto
mezzi-fini, che pu essere applicata a vari campi concreti;
- sostanziale: il termine economia fa riferimento alla sussistenza umana e cio che luomo dipende per la sua
sopravvivenza dalla natura e dagli altri uomini (egli sopravvive in virt di uninterazione istituzionalizzata fra
se stesso e il suo ambiente naturale).
Per Polanyi la fallacia economicistica tende a legare la sussistenza allallocazione razionale delle risorse scarse da
parte di soggetti che cercano di ottenere il massimo reddito dai mezzi di cui dispongono. Ma questo avviene
soltanto laddove si sia affermato lo scambio di mercato. Per questo egli ritiene importante per le scienze sociali
(storia, antropologia, sociologia economica) un concetto pi ampio di economia che pu permettere lo studio e la
comparazione nel tempo e nello spazio di sistemi economici diversi.
1.2 La grande trasformazione
Questo libro parla della grande trasformazione che investe le societ occidentali a partire dagli anni 30, un
cambiamento che porta al superamento del capitalismo liberale affermatosi nel 800. Ne uscir ridimensionato lo
spazio del mercato come forma di integrazione delleconomia, e lo stato torner ad assumere un ruolo pi rilevante
per la regolazione delleconomia e della societ.
Polanyi si pone due interrogativi:
- quali siano le origini storiche del mercato autoregolato;

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- quali siano le conseguenze sociali ed economiche del mercato autoregolato tra gli ultimi decenni dell800 e la
Grande Crisi del 29 dalla quale si avvier la grande trasformazione.
Per Polanyi uneconomia di mercato un sistema economico controllato, regolato e diretto soltanto dai mercati
(quindi autoregolato). Lautoregolazione apparsa storicamente grazie allinvenzione e la realizzazione di
macchinari complessi e costosi che hanno consentito di abbassare i costi di produzione (possono essere utilizzate
con profitto solo se possibile smerciare il pi gran numero di beni che con essi si fabbricano in modo regolare).
Deve esserci un mercato ampio per tutti i fattori produttivi che devono essere disponibili (devono essere in vendita
nella quantit necessaria per chi disposto a pagarli) altrimenti linvestimento nelle nuove macchine diventa troppo
rischioso (tale analisi vicina a quella di Weber). Le somiglianze con Weber riguardano anche la figura sociale
dellimprenditore capitalistico (prima era mercante, poi commerciante che acquistava materie prime e faceva
lavorare gli altri, ed infine investe il suo capitale in nuove macchine creando la fabbrica moderna impiegandovi
lavoro salariato). Polanyi sottolinea il carattere storico e non naturale delle motivazioni allazione economica legate
alla ricerca del guadagno individuale.
Polanyi ha gi spiegato che lesistenza di mercati nel commercio dei beni ha origini ben pi antiche e non
decisiva per lemergenza del nuovo sistema economico vediamo allora come si formano i mercati per la terra e per
il lavoro. essi non vengono creati per effetto del graduale sviluppo della naturale propensione allo scambio
(comera suggerito da Smith e dagli economisti classici) ma emergono come conseguenza di interventi politici e di
misure amministrative. Questi interventi si sviluppano dal 400 all800, e in forme differenziate nei diversi paesi:
per quanto riguarda la terra si verific leliminazione del controllo feudale, la secolarizzazione delle propriet della
chiesa, fino ad arrivare al riconoscimento giuridico della commerciabilit dei diritti di propriet. Con la crescita
delle citt, quindi lesigenza di mantenimento delle popolazioni urbane, si svilupp la piena commercializzazione
dei beni prodotti dalla terra e i proprietari terrieri furono spinti a incrementare la produzione per la vendita sul
mercato.
Polanyi si concentra soprattutto sulla formazione del mercato del lavoro prendendo in considerazione la storia
inglese. In Inghilterra, dove vi era stato un pi precoce sviluppo delle attivit economiche e dei mercati, sia della
terra che della moneta, il lavoro rest a lungo sottoposto a una serie di restrizioni. Ancora nel 1795 fu introdotto il
sistema di sussidi che limitava la dipendenza delle condizioni di vita dalla vendita della forza lavoro sul mercato (si
tratta dellintroduzione di una sorta di reddito minimo da garantire ai poveri indipendentemente dai loro guadagni;
se essi ricevevano un salario al disotto del livello previsto rispetto a uno standard che teneva conto del carico
familiare, avevano diritto a un sussidio). A poco a poco questo sistema determin un abbassamento dei salari e una
crescita consistente dei sussidi (i lavoratori tendevano a preferire i sussidi al lavoro anche se ci li teneva in
condizioni di vita degradate facendo cos peggiorare le finanze pubbliche). Fu cos che sotto la pressione degli
imprenditori e della classe media, si arriv nel 1834 allabolizione del sistema dei sussidi e da quel momento
cominci a funzionare pienamente in Inghilterra un mercato del lavoro concorrenziale.
Polanyi passa poi ad analizzare le conseguenze sociali dellaffermazione del sistema economico e gli effetti che ne
discendono per l economia, e che porteranno alla Grande Crisi della fine degli anni 20. Il punto di partenza di
questo nucleo centrale de La grande trasformazione lidea che il lavoro, la terra e la moneta vengono trasformati
in merci, cio in beni prodotti per essere comprati e venduti sul mercato. Ma non si tratta di merci come le altre,
perch il lavoro legato alla vita umana, cos come la terra un aspetto della natura e la moneta un simbolo del

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potere di acquisto. Non si tratta dunque di vere merci ma di merci fittizie per cui il loro trattamento come semplici
beni economici sui mercati autoregolati porta a conseguenze distruttive per la societ.
Polanyi sottolinea che la riduzione del lavoro a pura merce ha pesanti conseguenze sulle condizioni di vita di masse
crescenti di popolazione. Il processo di formazione del mercato del lavoro si accompagna alla progressiva
distruzione delle forme di protezione tradizionale (parentela, vicinato): gli individui e le loro famiglie furono
sradicati dal contesto ambientale e sociale in cui vivevano e costretti a spostarsi per ricercare occasioni di lavoro.
Nella fase iniziale della rivoluzione industriale la forte instabilit di guadagni ha portato alla formazione di sacche
di disoccupazione e di nuova povert nelle periferie delle citt industriali, condizioni di lavoro e di vita degradate.
Quindi con il mercato del lavoro si cre anche una miseria moderna, fino ad allora sconosciuta alle societ
tradizionali.
Conseguenze sociali non meno pesanti si manifestano anche dal punto di vista della natura. Il libero scambio dei
prodotti, accompagnato dal miglioramento dei trasporti, mise in crisi quote crescenti di produttori agricoli, specie
nel continente europeo, presto inondato dal grano americano. I contadini dovettero abbandonare le campagne alla
ricerca di un lavoro e si determin la distruzione della societ rurale.
Infine, Polanyi nota che la stessa riduzione della moneta a merce acquistata e venduta sul mercato determina
conseguenze sociali dirompenti. Nel sistema dei mercati autoregolati, affermatisi nel corso dell800, la moneta
diventa un mezzo di scambio legato alloro (base aurea) per cui venivano incoraggiati gli scambi internazionali per
garantire la stabilit del cambio ma questo comportava rischi per leconomia interna (es. se crescevano le
importazioni defluiva oro verso lestero e diminuiva la moneta circolante nel paese con la conseguenza di un
aumento dei prezzi, diminuzione della domanda di beni, disoccupazione.
Insomma, vero che i mercati del lavoro, della terra e della moneta sono essenziali per uneconomia di mercato,
ma la societ non pu a lungo sopportare i costi che le vengono imposti da tali modalit di funzionamento
delleconomia. Ed proprio per questo che cominciano a manifestarsi dei meccanismi di autodifesa della societ.
la societ umana sarebbe stata annientata se non fossero esistite contromisure protettive che attutivano lazione di
questo meccanismo autodistruttivo. Nel corso degli ultimi decenni dell800 si manifesta una sorta di doppio
movimento: da un lato si estendono i mercati su tuta la superficie del globo, dallaltro una rete di provvedimenti e
misure politiche si integrano in potenti istituzioni destinate a controllare lazione del mercato relativamente al
lavoro, alla terra e alla moneta.
Sul fronte del lavoro: sviluppo del movimento operaio, delle organizzazioni sindacali, dei partiti socialisti, nuova
legislazione nel campo sociale e del lavoro (regolamentazione dellorario di lavoro, del lavoro minorile e
femminile, assicurazione contro gli infortuni, le malattie, la disoccupazione, la vecchiaia, ecc.).
Dal punto di vista dellagricoltura: a partire dal 1870 si diffondono interventi di protezione tariffaria e di sostegno
allagricoltura. Contadini, proprietari terrieri, ed anche esercito e alto clero, cercano di difendere, con motivazioni
diverse ma convergenti, la societ tradizionale minacciata dal mercato.
Anche il mercato della moneta subisce londa protezionista: importante diventa il ruolo delle banche centrali nei
vari paesi che controllano lofferta del credito mitigando gli eventuali effetti negativi derivanti da transazioni
internazionali (la crescita dei prestiti attutiva la deflazione dovuta alla riduzione della moneta a causa dei forti
pagamenti internazionali).

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Tuttavia, il nuovo protezionismo ha effetti diversi sulla societ e sulleconomia di mercato: dal lato della societ,
attenua i costi e le tensioni legate al diffondersi del mercato; dal lato delleconomia, genera vincoli crescenti che
intralciano il funzionamento dei mercati autoregolati nel campo dei fattori produttivi (si riduce la flessibilit e
cresce il costo del lavoro, mentre le tariffe doganali limitano gli scambi commerciali).
Per di pi le diverse forme di protezionismo si influenzano a vicenda: quello agrario fa aumentare il prezzo dei beni
alimentari per i consumatori nazionali; i salariati allora rivendicano paghe pi alte spingendo gli industriali a
chiedere nuovi dazi e protezioni anche per il loro settore. Leffetto complessivo che ne discende, nota Polanyi, un
restringimento del commercio e degli scambi internazionali, che limita le possibilit di smercio dei beni proprio nel
momento in cui il progresso delle tecniche aumenta la produttivit delle imprese.
Tutto ci porta a due tentativi di alleviare e di allontanare le crisi di sovrapproduzione:
- la diffusione delle politiche coloniali e limperialismo economico: per procurarsi materie prime a pi basso
costo e possibili mercati di sbocco protetti dalla concorrenza di altri paesi (questo preparer quel clima
economico-politico che sfocer nel primo conflitto mondiale);
- la diffusione dei prestiti e del credito a livello internazionale: nei momenti di crisi, soprattutto negli anni
successivi alla prima guerra mondiale, si ricorreva al credito che alimentava le imprese e sosteneva la bilancia
dei pagamenti dei vari paesi. Ma a lungo andare questo meccanismo non poteva reggere, i prestiti non potevano
sostenere uneconomia reale che non riusciva a vendere ci che produceva.
I nodi giungeranno al pettine con la Grande Crisi del 29, che per Polanyi segna il tramonto del sistema economico
basato sui mercati autoregolati e porta al superamento del capitalismo liberale. Per lo studioso ungherese non sono
stati n la grande guerra, n lavvento del socialismo in Russia e nemmeno quello dei regimi fascisti in Europa a
provocare la crisi del capitalismo liberale bens fu il conflitto tra il funzionamento del mercato e le esigenze della
vita sociale. il nuovo protezionismo istituzionale innescato dallautodifesa della societ che irrigidisce e alla fine
blocca il funzionamento dei mercati. I regimi fascisti, il New Deal americano, il socialismo russo, sono tutte
esperienze che nascono dal fallimento del capitalismo liberale; in esse vi un tentativo di reintrodurre quelle forme
di regolazione sociale e politica che erano saltate con il sistema economico dei mercati autoregolati che faceva
dipendere la societ dalleconomia.
Ma in che misura le nuove forme di regolazione possono essere compatibili con la persistenza del mercato e con
quella della libert?
Per Polanyi la fine della societ di mercato non significa in alcun modo lassenza di mercati. Lidea di fondo che
il mercato non sia necessariamente in contraddizione con obiettivi e strumenti di programmazione economica. Il
socialismo riformista di Polanyi lo porta a condividere lidea che in una societ veramente democratica il problema
dellindustria si risolverebbe per mezzo dellintervento programmato degli stessi produttori e consumato.
Anche la libert non scomparirebbe: ci sono libert cattive la cui scomparsa non sarebbe che vantaggiosa (la libert
di sfruttare gli altri uomini o quella di realizzare guadagni non commisurati ai benefici collettivi) e libert buone
cresciute insieme al mercato che continuano ad avere un elevato valore (libert di coscienza, di parola, di riunione,
di associazione, di scelta del proprio lavoro) ma che sbagliato pensare che esse dipendano solo dallesistenza dei
mercati autoregolati (es. lesperienza della seconda guerra mondiale in Gran Bretagna provoc una
programmazione economica integrale senza che le libert politiche venissero compromesse).

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Polanyi conclude dicendo che nella societ umana non vi una determinante unica e che la fine del capitalismo
liberale non comporta necessariamente quella del mercato e delle libert.
2. DECLINON DELLA BORGHESIA E POLITICHE ANTICAPITALISTICHE
Joseph Schumpeter (1883 1950) certo pi noto come economista che come sociologo, ma opportuno
includerlo nel nostro percorso perch nel suo studio dei fenomeni economici si sempre posto al di fuori degli
schemi convenzionali. Egli diede un contributo importante alla sociologia economica per linterpretazione del
declino del capitalismo liberale e delle nuove forme di organizzazione delleconomia.
Per Schumpeter, il cambiamento economico deve essere posto al centro dellindagine ma ci lo spinge
inevitabilmente a misurarsi con il ruolo delle istituzioni.
Anche lui come Polanyi di cui coetaneo, nasce nellimpero austro-ungarico di fine 800 e si forma nella Vienna
dei primi decenni del nuovo secolo; studia storia e diritto, si specializza in economia alla scuola di Menger. Entra in
contatto con la scuola storica di economia e conosce la riflessione metodologica di Weber e gli studi sul
capitalismo dei sociologi economici tedeschi. Si ispir sul piano politico a un liberalismo conservatore ma fu
anche fortemente colpito dal pensiero di Marx. Dopo le prime esperienze di insegnamento, nel 1919, fu per breve
tempo ministro delle finanze nel governo a guida socialista della piccola repubblica austriaca nata dal crollo
dellimpero. Negli anni 30 si trasfer negli Stati Uniti dove insegn a lungo a Harvard.
2.1 Economia e sociologia economica
Schumpeter diede particolare importanza al problema della definizione dei confini tra economia e sociologia
economica. Egli conosceva bene il dibattito sul metodo che si era svolto tra i seguaci della scuola storica di
economia e gli economisti neoclassici, in particolare Carl Menger (vedi cap. 3): questultimo sosteneva che
nellambito delleconomia fosse necessario distinguere tra un approccio storico e uno teorico e sappiamo che tale
impostazione era condivisa da Weber che voleva ridurre le distanze tra scuola storica e scuola teorica, riconoscendo
legittimit alleconomia neoclassica creando per uno spazio specifico per la sociologia economica. Schumpeter si
richiama a questa impostazione in un lavoro del 1914 (Epoche di storia delle dottrine e dei metodi,
commissionatogli da Weber prima di morire) sottolineando che nellambito della scienza economica ogni
contrapposizione tra approccio storico e approccio teorico sbagliata. Occorre invece distinguere tra teoria
economica, storia economica e sociologia economica. Ognuna di queste prospettive dindagine ha una sua
legittimit e una sua utilit, ma bisogna evitare di confonderle usandole insieme in modo non sorvegliato. Rimase
fedele a questa impostazione che ripropose nella sua ultima opera, uscita postuma nel 1954, lo Storia dellanalisi
economica. Per Schumpeter dunque:
- la teoria economica caratterizzata da un insieme di proposizioni analitiche di cui viene argomentata la validit
a determinate condizioni (egli difende come Menger e Weber la validit delleconomia neoclassica;
- la storia economica importante per comprendere i fatti storici e quindi per capire come i fatti economici e
quelli non-economici si combinino tra loro nellesperienza concreta;
- la sociologia economica contribuisce allo studio dellinfluenza dei fattori non economici, cio quelli
istituzionali, sulle attivit economiche e la loro variazione nel tempo e nello spazio.
2.2 Imprenditorialit e sviluppo economico

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Non c dubbio che Schumpeter fosse pi interessato alla teoria economica piuttosto che alla sociologia economica.
Egli non manca ripetutamente di manifestare la sua ammirazione per la costruzione teorica dellequilibrio
economico ed in particolare dellopera di Walras.
Nella sua opera teorica pi importante La teoria dello sviluppo economico 1912 vedremo come, nonostante
lobiettivo esplicito di costruire una teoria puramente economica dello sviluppo, di fatto fa entrare anche in gioco
variabili sociali.
Il punto di partenza dellanalisi di Schumpeter si individua chiaramente nellinsoddisfazione per i limiti della
prospettiva economica tradizionale, giudicata incapace di uscire da una visione statica dellequilibrio economico.
Per Schumpeter la crescita un fenomeno graduale, fatto di continui aggiustamenti partendo dalla combinazione
dei fattori delleconomia tradizionale mentre lo sviluppo implica invece una discontinuit e quindi lintroduzione di
nuove combinazioni (pu riguardare cinque dimensioni: creazione di prodotti; introduzione di nuovi metodi di
produzione; apertura di nuovi mercati; scoperta di nuove fonti di approvvigionamento di materie prime o
semilavorati; riorganizzazione di unindustria, es. creazione di monopolio).
Egli riconosce che lo sviluppo pu derivare da motivi extraeconomici (crescita della popolazione, improvvisi
rivolgimenti sociali e politici) ma il suo interesse si concentra per sullo sviluppo legato allazione degli
imprenditori:
- siano essi proprietari dei mezzi di produzione oppure manager, limportante che la sua attivit sia innovativa
e non routinaria (solo alla prima si collega per Schumpeter il concetto di imprenditore);
- non necessario un rapporto continuativo con una singola impresa, essi possono lanciare innovazioni in un
azienda e poi spostarsi in altra, e cos via;
- non devono appartenere ad una specifica classe sociale, chiunque pu aspirare a diventarlo dal basso grazie al
credito concesso dalle banche.
Egli sottolinea dunque il legame tra credito e innovazione ma ci non basta, necessit anche la qualit di
leadership che non tutti i membri di una determinata societ hanno. Questa prospettiva dellimprenditore si
allontana da quella della teoria economica tradizionale che vede nellimprenditore un soggetto capace di calcolo
razione in modo da allocare le risorse per rispondere ai vincoli posti dal mercato.
Limprenditore che vuole realizzare uninnovazione:
- deve misurarsi con carenze di informazioni e condizioni di maggiore incertezza;
- deve combattere e vincere le resistenze che vengono dai suoi schemi mentali consolidati e quelle che vengono
dallambiente sociale;
- deve superare gli impedimenti giuridici e politici e la disapprovazione sociale e delle altre imprese minacciate
dallinnovazione.
per questo che limprenditore innovatore deve avere una personalit che non pu essere riconducibile al semplice
calcolo razionale richiamato dalla teoria tradizionale.
Oltre ai fattori psicologici vediamo come Schumpeter si colleghi anche al contesto sociale (impedimenti politici e
giuridici, norme sociali; accenna anche alla marginalit sociale come possibile fonte di imprenditorialit, sulla scia
di Simmel e Sombart).
In un successivo testo del 1928 egli chiarisce meglio i legami dellimprenditore-innovatore con un particolare
retroterra sociale e istituzionale distinguendo tra:

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- padrone di fabbrica che unisce insieme compiti amministrativi, tecnici, commerciali; proprietario dei mezzi
di produzione (fase iniziale delleconomia di mercato);
- capitano dindustria, proprietario di capitale azionario, che innova operando soprattutto attraverso il controllo
finanziario sulle aziende, o manager di formazione tecnica, distaccato dagli interessi capitalistici ma che
spinto ad innovare dal suo orientamento alla buona prestazione professionale (fase pi evoluta del capitalismo);
- fondatore di imprese, si tratta della figura specifica dellimprenditore puro, che intrattiene con le imprese solo
rapporti temporanei.
Sul piano pi strettamente economico, laver posto lattenzione sul fenomeno dello sviluppo attraverso
linnovazione ha due conseguenze importanti:
- una definizione originale di profitto come guadagno dellimprenditore legato al successo della sua innovazione,
che fa crescere le entrate rispetto alle spese, ma che una rendita temporanea di tipo monopolistico che si
mantiene fino a quando linnovazione non riesce ad essere imitata anche dagli altri concorrenti;
- una spiegazione articolata dei cicli economici: la fase espansiva del ciclo collegata allintroduzione
dellinnovazione e alla sua prima diffusione; successivamente le vecchie imprese colpite dalla concorrenza di
quelle innovative sono costrette ad uscire dal mercato con effetti recessivi sulleconomia oppure ad imitarle. Si
stabilir successivamente un nuovo equilibrio temporaneo che verr poi alterato da un nuovo ciclo di
innovazione.
Ci che ci preme sottolineare che la teoria Schumpeter, pur presentandosi come un tentativo di dare una
spiegazione endogena, cio interna alleconomia, dello sviluppo economico, ha evidenti collegamenti con il
contesto sociale e istituzionale.
Linfluenza sociale sullimprenditorialit verr poi specificamente esplorata nellopera pi importante dello
studioso austriaco per la sociologia economica Capitalismo, socialismo e democrazia 1942 su cui ci soffermiamo
adesso.
2.3 Pu sopravvivere il capitalismo?
In questo lavoro Schumpeter analizza le trasformazioni del capitalismo liberale e gli effetti della Grande Crisi nella
prospettiva della sociologia economica perch si mette in evidenza come il funzionamento delleconomia
capitalistica determini un cambiamento della cultura e delle istituzioni che a sua volta fa inceppare i meccanismi di
autoregolazione dei mercati (passaggio da capitalismo non regolato a capitalismo regolato). Egli si dichiar
daccordo con la previsione di Marx, ma per motivi diversi: il capitalismo non sarebbe sopravvissuto, ma non per
fattori di natura economica, bens per le reazioni culturali e sociali che il suo funzionamento provocava. Ci
concentreremo sul ragionamento sviluppato nella parte centrale dellopera che appunto dedicata alle
trasformazioni del capitalismo e si articola in due parti:
- nella prima Schumpeter vuole mostrare come dal punto di vista economico il capitalismo liberale, basato sul
ruolo preminente del mercato, potrebbe continuare ad assicurare dinamismo e sviluppo;
- nella seconda parte mostra come il cambiamento dei fattori culturali e istituzionali, indotto dallo stesso
sviluppo del capitalismo, in realt il principale responsabile del declino delleconomia di mercato.
Perch il declino non ha cause economiche?
Schumpeter si preoccupa inizialmente di contrastare la tesi che levoluzione del capitalismo implichi un aumento
della disoccupazione. La crescita dei disoccupati negli anni 30 risultata molto elevata, ma si trattato di un

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fenomeno temporaneo, legato alla fase di recessione che di solito segue, nel ciclo economico, una fase di prosperit
legata ad un periodo di innovazione. Il fenomeno stato per aggravato da fattori contingenti:
- la coincidenza di una crisi agraria indotta da nuovi metodi di produzione che aumentano la produttivit, a
fronte di restrizioni doganali che limitano gli scambi;
- gli effetti deflattivi legati alla politica monetaria e al ripristino del sistema aureo;
- i pagamenti di guerra;
- il livello dei salari, diventati pi rigidi;
- laccresciuta pressione fiscale.
Insomma la crisi del 29 il frutto di un insieme di cause che aggravano gli effetti di una fase discendente
particolarmente acuta del ciclo. Tutto ci si colloca sullo sfondo di un irrigidimento complessivo dei meccanismi di
autoregolazione dei mercati per effetto delle politiche anticapitalistiche (quelle Polanyi chiama invece nuovo
protezionismo sociale). Tali politiche contribuiranno a rendere ancor pi difficile la situazione economica nei
decenni prima della seconda guerra mondiale, specie per laccresciuta pressione fiscale e per lespandersi della
legislazione sociale.
In realt, secondo Schumpeter, se il sistema economico guidato dal mercato fosse lasciato libero di funzionare e di
riequilibrarsi autonomamente, come nel cinquantennio precedente al 1928, avrebbe potuto assicurare un tasso di
sviluppo date da ridurre i problemi di povert. Sarebbe sbagliato pensare di poter eliminare del tutto la
disoccupazione perch essa legata al meccanismo dellinnovazione e del ciclo economico. Si potrebbe per creare
le risorse necessarie per attenuare il problema della mancanza temporanea di lavoro dei disoccupati e quindi la
conseguente povert. Dunque, non il capitalismo di mercato a creare meno sviluppo ma fattori di natura
istituzionale, come le politiche anticapitalistiche.
Prima di approfondire questo nucleo centrale della sua tesi Schumpeter vuole:
- contrastare lidea che il passaggio a una fase in cui prevalgono aziende monopolistiche e oligopolistiche non
implica di per s minore efficienza e minor dinamismo;
- criticare quelle teorie (compreso Keynes) che sostengono vi sia un declino delle opportunit di investimento.
Quanto ai costi dei monopoli, sappiamo che leconomia tradizionale mette in luce come fenomeni di oligopolio o di
monopolio portino a un controllo del mercato da parte dei produttori che va a scapito dei consumatori e
dellefficienza complessiva del sistema (cos come sostiene anche Veblen).
Per Schumpeter questa critica errata perch:
- non riesce a spiegare sul piano empirico il fatto che il tasso di incremento della produzione e il livello di vita
della popolazione, sono in realt aumentati nel periodo in cui hanno cominciato a nascere le imprese giganti
(ultimo decennio dell800 e inizio 900);
- gli assunti della teoria economica tradizionale sono validi se circoscritti alleconomia stazionaria, in cui si
produce con la stessa combinazione di fattori produttivi.
Per Schumpeter essenziale il processo di distruzione creatrice che porta a rivoluzionare il sistema produttivo con
i cicli di innovazione. Nel corso dello sviluppo limpulso al formarsi di nuove combinazioni si basa meno sugli
imprenditori individuali e tende a istituzionalizzarsi allinterno delle imprese pi grandi che soppiantano quelle pi
piccole (perch hanno pi risorse finanziarie, organizzative, di ricerca, di controllo del mercato). Nel breve periodo
ci pu portare a prezzi alti e a restrizioni della produzione, ma a medio e lungo termine si diffondono vantaggi

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legati alla qualit e ai costi, che migliorano per effetto dellinnovazione. Quindi, dal punto di vista dinamico, la
concorrenza di tipo oligopolistico o monopolistico, creando nuovi beni, nuove tecniche, nuove fonti di
approvvigionamento e metodi di organizzazione lo stimolo imperioso che a lungo andare espande la produzione e
riduce i prezzi. Le restrizioni e i profitti imprenditoriali di tipo monopolistico sono il prezzo necessario, ma
temporaneo, da pagare perch possa esserci linnovazione e perch i suoi effetti benefici possano poi diffondersi a
tutto il sistema e giungere fino ai consumatori.
Infine, Schumpeter passa a confutare la tesi del declino delle opportunit di investimento. Contrariamente a quanto
sostenuto dai keynesiani, le politiche governative, che con la leva fiscale e della spesa dovrebbero sostenere la
domanda e gli investimenti per contrastare il ristagno, finiscono invece per aggravare il male che vorrebbero curare.
La pi alta pressione fiscale sulle imprese o le politiche di protezione del lavoro hanno leffetto di frenare le
aspettative di profitto e gli investimenti. Per questo motivo bisogna trovare una diagnosi diversa per il ristagno
perch esso non ha motivi economici, ma socioculturali e politici. Col tempo lo sviluppo del capitalismo alimenta
unatmosfera ostile e lo stato moderno pu spezzare o paralizzare le sue forze motrici.
Le cause culturali e sociali del declino
Passiamo cos alla seconda parte dellargomentazione di Schumpeter che riguarda lanalisi delle cause culturali e
sociali del declino del capitalismo liberale:
1) lindebolimento della borghesia: le grandi imprese burocratizzate soppiantano sempre pi le piccole e medie
aziende per cui limprenditore individuale perde la sua funzione sociale, ma ci finisce per indebolire la
borghesia che in passato era alimentata dal continuo formarsi di nuovi imprenditori di successo. Altro fattore
la disintegrazione della famiglia borghese (che ricercava il profitto per sostenere il futuro dei familiari) a
favore della diffusione di uno spirito utilitaristico (meno figli, orientamento meno rivolto al futuro),
2) la distruzione degli strati sociali che sostenevano la borghesia: si tratta del ruolo dellaristocrazia che nei
paesi europei era sopravvissuta alla distruzione del feudalesimo assumendo un ruolo essenziale (ben
esemplificato dal caso inglese) per la formazione della classe dirigente. Col tempo tale funzione viene erosa
gradualmente ed essa diventa politicamente inerme e incapace non solo di guidare la nazione, ma perfino di
difendere i propri interessi di classe;
3) il diffondersi di unatmosfera sociale ostile al capitalismo liberale: da parte di gruppi costituiti dagli
intellettuali che alimentano la critica delle istituzioni del capitalismo e riescono a ottenere un seguito di massa
(giornalisti, avvocati, leader politici). Due fattori favoriscono questo processo: la crescita dei livelli di
istruzione e di disoccupazione o sottoccupazione intellettuale che aumentano la frustrazione e il risentimento; il
fatto che le istituzioni capitalistiche non possono limitare le libert di espressione e i organizzazione del
malcontento, e quindi facilitano la diffusione del fenomeno. Quindi gli intellettuali influenzano, sia
direttamente che indirettamente, la politica e le sue decisioni;
4) le politiche anticapitalistiche: una serie di misure legislative e amministrative che si diffondono nei vari paesi,
parallelamente allindebolimento della borghesia e alla crescita del malcontento fomentato dagli intellettuali: si
tratta di interventi dello stato o della contrattazione collettiva; politiche della spesa pubblica in deficit per
sostenere la domanda e ovviare alle crisi cicliche; politiche redistributive del reddito attraverso la pressione
fiscale; misure antitrust per contrastare le imprese monopolistiche; diffusione di imprese pubbliche;
legislazione assistenziale e del lavoro; crescita della contrattazione sindacale nel mercato del lavoro. Tutte

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queste politiche, che hanno avuto unaccelerazione dopo la Grande Crisi del 29, segnano un allontanamento
sempre pi marcato dal capitalismo del laissez faire e si avvicinano sempre pi a forme di pianificazione
socialista.
Schumpeter vede nel capitalismo americano del New Deal, e poi in quello che si sarebbe affermato dopo la guerra
in America e in Europa, una sorta di capitalismo laburista, in cui le imprese private sono sottoposte a oneri fiscali e
regolativi crescenti. Egli dubbioso sul fatto che un capitalismo che abbia eroso le basi istituzionali su cui si
poggiava possa continuare ad esprimere un elevato dinamismo economico e intravede limporsi di una soluzione
apertamente socialista (intende una forma di organizzazione della societ in cui i mezzi di produzione sono
controllati dallautorit pubblica, la quale anche responsabile delle scelte relative alla produzione dei beni e alla
distribuzione dei redditi). Non ci occuperemo dellinterrogativo che si pone Schumpeter (Pu funzionare il
socialismo?) perch ci allontanerebbe dai nostri obiettivi; possiamo soltanto dire che egli cerca di dimostrare che il
socialismo pu essere efficiente sul piano economico e che non deve necessariamente essere visto in contraddizione
con la permanenza della democrazia politica (la successiva esperienza storica smentir tale tesi).
Insomma, per Schumpeter, il declino del capitalismo liberale prepara gradualmente il passaggio al socialismo, ma
chiarisce che si tratta di una tendenza probabile e non di una diagnosi o di una profezia extrascientifica. Ci che gli
appare certo, e se ne dispiace, che il vecchio capitalismo liberale, la civilt dellineguaglianza e della fortuna
familiare, non ha pi un futuro.
3. CONVERGENZE ANALITICHE E DIVERGENZE POLITICHE
Come Durkheim e Veblen, anche Polanyi e Schumpeter, non appartengono allo stesso ambiente culturale e non
hanno interazioni tra loro. Gli ultimi due furono segnati dal clima della Vienna di inizio secolo, Polanyi socialista
laburista mentre Schumpeter liberista conservatore, ma interessante notare come entrambi contribuiscano sul
piano analitico a mettere a fuoco secondo linee convergenti un problema importante di sociologia economica:
quello del declino del capitalismo liberale e della grande trasformazione che si avvia dopo la crisi degli anni 30.
Polanyi un istituzionalista.
Schumpeter un economista che esce dagli schemi tradizionali della disciplina e riconosce limportanza delle
istituzioni per comprendere il cambiamento delleconomia: il problema dello sviluppo che gli stava tanto a cuore.
Polanyi limita drasticamente la validit scientifica delleconomia e ne storicizza i risultati. Gli strumenti della
disciplina servono per comprendere il funzionamento delleconomia solo quando questa dominata dai mercati
autoregolati. La sua efficacia dunque ristretta al secolo nel quale trionfa il capitalismo liberale (1800). Estenderne
la portata allindietro nel tempo significa cadere nella fallacia economicista. Da questo punto di vista, Polanyi
dunque vicino a Durkheim e soprattutto a Veblen: il suo un istituzionalismo pi alternativo che integrativo
rispetto alleconomia di tipo neoclassico. Egli vuole ricostruire uneconomia istituzionale.
Schumpeter invece ha unopinione delleconomia pi vicina a quella di Menger e di Weber. Leconomia teorica
una disciplina analitica ed in quanto tale non si fonda la sua scientificit sulla verifica empirica dei suoi schemi
(non deve essere storicizzata). Tuttavia, nellambito delleconomia, che lui, Menger e Weber, concepiscono in
termini pi vasti dellapproccio neoclassico, deve esservi spazio sia per la componente teorica (di taglio analitico)
che per quella storico-empirica. Questultima prende in esame il rapporto tra fenomeni economici e contesto
istituzionale, basandosi sul contributo della storia e della sociologia economica. Ed proprio alla sociologia

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economica che Schumpeter fa ricorso quando si interroga sul cambiamento del capitalismo e sul suo futuro (da
questo punto di vista si avvicina a Polanyi).
Schumpeter e Polanyi cercano entrambi di dare una risposta allo stesso problema: perch tramonta il capitalismo
liberale? Quali direzioni prende il processo di trasformazione che si avvia dopo la Grande Crisi degli anni 30?
Essi ribaltano lenfasi di Marx sulle crisi economiche come fenomeni di accelerazione del cambiamento sociale e
politico. Per i nostri due autori vero il contrario, le cause del declino sono sociali prima che economiche, anche
se si ripercuotono poi sul funzionamento delleconomia (il prevalere dei mercati autoregolati innesca delle reazioni
sociali e politiche che a loro volta inceppano progressivamente il funzionamento dei mercati stessi).
Polanyi parla di autodifesa della societ, cio di un processo che si esprime con la diffusione di varie forme di
protezionismo (sociale e del lavoro, agrario, creditizio).
Schumpeter fa riferimento alle politiche anticapitalistiche che vedono unaccelerazione dopo la Grande Crisi, ma
trovano un terreno favorevole nellindebolimento del quadro culturale e istituzionale del capitalismo liberale e nella
crescita del malcontento sociale.
Polanyi vede gi avviati alla fine dell800 i processi di cambiamento istituzionale che preparano il declino e
raggiungono lapice nella crisi del 29.
Schumpeter spiega questultimo fenomeno con il cumulo di diversi fattori, alcuni legati alla normale dinamica dei
cicli economici, altri pi contingenti. A differenza di Polanyi, egli considera il fenomeno dellimperialismo e delle
lotte coloniali come influenzato da variabili pi politiche e culturali che economiche: limperialismo gli appare
come il frutto di tendenze estranee allo spirito fondamentalmente pacifico della borghesia e del capitalismo, un
residuo del militarismo e dei valori del passato, che sono per ancora presenti nelle classi dirigenti di estrazione
aristocratica e nelle gerarchie militali. Schumpeter tende a spostare pi avanti, rispetto a Polanyi, i fenomeni di
irrigidimento dei mercati autoregolati e li considera pi come una conseguenza delle reazioni istituzionali alla crisi
del 29 che come fattore che prepara la crisi stessa.
Anchegli vede negli anni 30 uno spartiacque che separa lepoca del capitalismo non regolato da quella del
capitalismo regolato, un fenomeno che prepara poi lavvento del socialismo.
curioso che entrambi gli autori arrivino a conclusioni simili sui requisiti non economici per il funzionamento del
mercato: il funzionamento dei mercati concreti non pu essere compreso senza prendere in esame come essi siano
integrati nella societ, cio in un contesto istituzionale.
Polanyi sintetizza il suo giudizio cos: la nostra tesi che lidea di un mercato autoregolato implicasse una grossa
utopia; unistituzione del genere non poteva esistere per un qualunque periodo di tempo senza annullare la sostanza
umana e naturale della societ.
Schumpeter formula invece cos il suo giudizio: nessun sistema sociale basato esclusivamente su una rete di liberi
contratti fra parti contraenti giuridicamente eguali, e in cui si suppone che ognuno sia guidato unicamente dai
propri scopi utilitaristici (a breve termine) pu funzionare.
In altre parole, pu essere legittimo studiare i mercati, sul piano analitico, isolandoli dal contesto istituzionale.
Tuttavia, quando lindagine si svolge sul terreno storico-empirico, necessario tenere invece conto delle forme e del
grado di integrazione dei mercati nella societ.
Essi mostrano sul piano storico come laffermarsi del mercato eroda le vecchie istituzioni, generi instabilit sociale
e politica, e porti alla sperimentazione di nuove istituzioni.

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Nonostante i due autori divergano nettamente nella valutazione politica del fenomeno di trasformazione del
capitalismo, essi invece concordano sul passaggio a un capitalismo in cui il ruolo del mercato pi limitato e pi
regolato socialmente e politicamente; che per Schumpeter arriverebbe ad essere una forma di organizzazione
economica di tipo socialista.
Schumpeter non giudica favorevolmente il processo in corso e resta legato ai valori della civilt capitalistiche che
vorrebbe difendere ma che gli sembra in un declino difficilmente arginabile.
Polanyi ritiene che il passaggio ad uneconomia reincorporata nella societ, pi regolata socialmente e
politicamente, sia non solo inevitabile, ma anche auspicabile, sia per il futuro dei paesi occidentali che per i nuovi
paesi sottosviluppati che si andavano affacciando sulla scena della storia, e che non avrebbero necessariamente
dovuto sostenere i costi sociali del mercato.

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