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PRINCÌPI DEL BUDDISMO:

Le quattro virtù del Budda


INNATE QUALITÀ
di Alessandra Caldini

Eternità, felicità, vero io e purezza: attributi che possono sembrare distanti


dalla vita quotidiana. In realtà le quattro virtù aprono un ulteriore punto di
vista sulla realtà e sulla nostra interiorità

Non amo particolarmente i princìpi che già dal nome richiamano termini di perfezione
come "virtù". In realtà ho scoperto, studiando meglio questo principio, che anche senza
esserne particolarmente consapevole ogni volta che ho pronunciato un solo Daimoku di
fatto ho accresciuto le mie quattro virtù.
Incontriamo questo principio quando ad esempio Nichiren parla del motivo per cui è nato
il Buddismo, cioè trasformare le quattro sofferenze fondamentali di nascita,
invecchiamento, malattia e morte. In Parole e frasi si legge: «Le parole "ognuno dei
quattro lati emanava una fragranza" significano che il vento della via rappresentata dalle
quattro nobili verità diffonde la fragranza delle quattro virtù o paramita, vale a dire la
felicità, il vero io, la purezza e l'eternità. La Raccolta degli insegnamenti orali dice: Le
parole "quattro lati" indicano la nascita, la vecchiaia, la malattia e la morte. Noi usiamo
gli aspetti di nascita, vecchiaia, malattia e morte per adornare la torre che è il nostro
corpo. E quando, mentre siamo in questi quattro stati di nascita, vecchiaia, malattia e
morte, recitiamo Nam-myoho-renge-kyo, facciamo sì che essi diffondano la fragranza
delle quattro virtù. Nam rappresenta la paramita della felicità, myoho la paramita del
vero io, renge la paramita della purezza e kyo la paramita dell'eternità» (BS, 114, 45).
Potremmo definire le quattro virtù come gli elementi che nutrono la nostra fragranza
interna e che caratterizzano le nostre qualità di Budda (vedi a pagina 12). Il Buddismo
spiega che tutte le cose sono in costante trasformazione e che la vita di ogni essere
vivente si snoda secondo la legge dell'impermanenza: questa è la vera realtà. Un concetto
non semplice da accettare dal momento che culturalmente siamo stati educati e abituati
a considerarla come la fine di un ciclo.

Eternità o impermanenza?

In giapponese le quattro virtù sono: Jorakugajo. Il primo ideogramma jo indica l'eternità,


che altro non è se non l'esatto contraltare dell'impermanenza. Si arriva così alla questione
essenziale: il rapporto con la morte, con l'idea cioè che tutto abbia una fine. Di fronte
alla morte viviamo uno scombussolamento profondo che scuote le fondamenta e va a
toccare il nucleo più delicato per la stragrande maggioranza delle persone. Anche i legami
familiari, le amicizie e gli amori più inossidabili devono necessariamente farsi da parte,
niente possono di fronte a quell'appuntamento a cui ci si presenta da soli. La visione
buddista tuttavia ci viene in aiuto facendoci conoscere un altro punto di vista, l'eternità
della vita, che ci permette di considerare l'incontro con la morte sotto un'altra luce. Il
vero problema da smantellare è staccarsi dall'idea che dopo la fine di qualcosa - e la
morte fisica di una persona, se vogliamo, ne è l'esempio più estremo - «Tutto il resto è
silenzio» come dice Amleto nell'omonima tragedia shakespeariana (atto V, scena II). È
questa di fondo la vera e profonda illusione da illuminare tutte le volte che ci troviamo
di fronte alla fine di un lavoro, di un'amicizia, di un amore, ma quasi per assurdo anche
alla separazione da un abito che abbiamo portato per una vita e che ormai è talmente
consunto e sbiadito da non poterne più. Nichiren scrive: «Affrettatevi a cambiare i princìpi
su cui si basa il vostro cuore e ad abbracciare l'unico vero veicolo, la sola buona dottrina
[del Sutra del Loto]» (Adottare l'insegnamento corretto per la pace nel paese, RSND, 1,
26) per essere in grado di vedere le cose da una prospettiva differente. Praticando il
Buddismo siamo naturalmente spinti a metterci in discussione, a cambiare punto di vista
su tanti aspetti: se lo facciamo diventiamo più liberi e felici perché permettiamo alla
nostra vita di evolversi e di ossigenarsi con aria nuova. Questo è l'obiettivo della
rivoluzione umana: non solo quello di renderci appagati ma anche di contribuire al
cambiamento dei valori correnti della società affinché tutti ne possano beneficiare.
Con una delle sue battute più famose Woody Allen diceva: «Non ho paura di morire.
Semplicemente non voglio esserci quando accadrà». «La morte è momentanea, ma la vita
è eterna» (BS, 137, 22), afferma invece Josei Toda. È altamente salutare immettersi sul
binario di Toda perché è il processo stesso che allontana la paura della morte. E tanto più
riusciamo a entrare nell'orbita dell'eternità della vita tanto più saremo capaci di vivere
pienamente.

Felicità relativa e assoluta

Il secondo ideogramma, raku, significa felicità, definita nel Buddismo di Nichiren


Daishonin come relativa o assoluta. Quella relativa è basata sui desideri, come per
esempio avere un buon lavoro, vivere in una bella casa, avere una famiglia felice, godere
di buona salute ecc. Tutti questi desideri rappresentano la felicità relativa, che è poi il
motore della vita, il motivo per cui ci si alza la mattina, lo stimolo che ci spinge a praticare
e a fare attività e che dà un senso alla nostra vita. D'altra parte pensare di costruire una
felicità duratura basandosi su queste realtà è un'illusione, perché tutto è soggetto al
cambiamento, incluse le nostre realizzazioni più grandi, quelle per le quali abbiamo
lottato duramente. Il Buddismo insegna che esiste anche un altro tipo di felicità, la felicità
assoluta o Buddità, una condizione vitale che ci permette di godere della vita in qualunque
circostanza, di gioire solo per il fatto di essere vivi, anche se in quel momento si sta
affrontando una situazione logorante. Non a caso Nichiren scrive: «Più preziosi dei tesori
di un forziere sono i tesori del corpo e prima dei tesori del corpo vengono quelli del cuore»
(I tre tipi di tesori, RSND, 1, 755). Tornando quindi all'assunto, secondo il quale tutto è
soggetto a una condizione di impermanenza, questa virtù si sviluppa proprio grazie al ciclo
continuo di cambiamenti che a volte accartocciano e a volte arricchiscono la nostra vita
e a tutte le lotte che intraprendiamo per liberarci ed emanciparci dalle illusioni e
sofferenze. Questo sforzo costante proteso alla realizzazione della felicità relativa ci
porta, giorno dopo giorno, a conseguire uno stato di felicità sempre più radicato, che
diventa gradualmente il nostro baricentro e il terreno su cui ci si muove nella vita di tutti
i giorni.

Il vero io

Il terzo ideogramma ga vuol dire vero io. È indubbio che la nostra felicità è in gran parte
determinata dalla stabilità del nostro vero io. Questa condizione indica lo stato di assoluta
libertà di cui un individuo può godere quando rivela il sé universale e si manifesta quando
riesce a sviluppare una condizione vitale libera, indipendentemente dalle circostanze in
cui si può trovare. Scrive Daisaku Ikeda in proposito: «Può sembrare che la parola "io" sia
usata con una connotazione negativa, collegata a un comportamento egoista o
calcolatore, ma questo uso è giustificato solo in riferimento a quello che il Buddismo
chiama "piccolo io". [...] Esiste anche un "grande io", il vero io che giace dormiente nella
profondità della vita. L'intera filosofia buddista è incentrata sull'idea di liberarsi dalla
prigione del piccolo io per rivelare il vero io che si estende all'infinito. Il concetto della
nona coscienza è stato sviluppato proprio a questo fine» (I misteri di nascita e morte,
esperia, pag. 178). Entriamo più nel dettaglio. Sia a cinque che a ottant'anni, sotto certi
aspetti, siamo sempre la stessa persona. Le nostre cellule non saranno per lo più le stesse
e magari la nostra personalità sarà completamente diversa, ma nella profondità della
nostra vita esiste un continuum: è l'essenza della nostra individualità, sempre in costante
evoluzione.

La purezza

Si arriva infine al quarto ideogramma, jo (scritto in modo diverso dal primo jo) che
significa purezza. Il cuore del Budda è puro perché è libero, è puro perché ha sconfitto
l'illusione o oscurità fondamentale, è puro perché non resta relegato nel proprio piccolo
io ma si dedica naturalmente alla felicità del genere umano. E non smettere mai di
impegnarsi nelle attività per gli altri è centrale: l'egoismo e i limiti individuali sono sempre
pronti a prevalere e portarci a porre altre cause di sofferenza.
Con un'espressione poetica Nichiren scrive: «Il riflesso della luna non dimora nell'acqua
torbida e sui rami di un albero morto non ci sono uccelli. Il Budda non abiterà nel cuore
di una donna senza cuore. Ma una donna che abbraccia il Sutra del Loto è come acqua
pura nella quale dimorerà la luna del Budda Shakyamuni» (Il Budda dimora in un cuore
puro, RSND, 2, 832). Man mano che si sviluppa la purezza del cuore è come se si vivesse
in compagnia di un radar incorporato che fa percepire con sempre maggiore immediatezza
la vera realtà delle situazioni in cui incappiamo così come la natura delle persone che
incontriamo.
Non è semplice arrivare in fondo a un principio così vasto e articolato.
Sto pensando al film L'attimo fuggente, a cui hanno sicuramente pensato in molti la scorsa
estate. In una delle scene più suggestive, il professor Keating (Robin Williams) salendo
sulla cattedra suggerisce ai suoi studenti di guardare le cose da angolazioni diverse. «È
proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva»
afferma. Le quattro virtù in realtà contengono un potenziale di approfondimento e
comprensione immenso e possono fornire davvero gli strumenti per fare un passo avanti
decisivo nella propria rivoluzione umana.

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Chi è un Budda?
tratto da SGI Quarterly

Spesso l'immagine evocata dalla parola Budda corrisponde a quella di un essere


ultraterreno e distaccato dalle questioni secolari che, con la meditazione, ha raggiunto lo
stato del nirvana consentendogli di evitare il contatto con la realtà e le sofferenze che ne
fanno parte.
Letteralmente Budda significa colui che è illuminato. L'Illuminazione o Buddità è uno stato
vitale caratterizzato da una saggezza senza limiti, attraverso la quale si comprende e
gioisce pienamente della realtà a dispetto della sua complessità. Ogni essere umano che
si risveglia a questa verità fondamentale si definisce un Budda.
Tuttavia, molte scuole di Buddismo hanno insegnato che si può conseguire l'Illuminazione
soltanto sottoponendosi a una lunga serie di pratiche austere per un periodo di tempo
calcolato nell'ordine di svariate esistenze. Di diverso avviso è invece il Sutra del Loto,
quello che viene considerato l'insegnamento ultimo di Shakyamuni. Qui si spiega che la
natura di Budda è connaturata a tutti gli esseri senzienti in quanto ognuno è dotato di
questo stato vitale illuminato. Perfino in un individuo apparentemente dominato dal male
si trova il gioiello della Buddità.
Noi per primi dobbiamo credere di possedere la natura di Budda e solo allora possiamo
manifestarla. Nel Buddismo di Nichiren Daishonin ciò si realizza dedicandosi alla Legge
mistica rivelata nel Sutra del Loto e recitando Nam-myoho-renge-kyo.
Tuttavia la Buddità non è una condizione statica. Si tratta piuttosto di un'esperienza
dinamica, un percorso di continuo sviluppo che conduce alla scoperta di se stessi. Se tutti
i giorni ci alleniamo a manifestarla, arriveremo a essere dominati sempre meno dagli stati
vitali di Avidità, Animalità e Collera, che il Buddismo definisce come i tre veleni. In questo
modo potremo trasformare noi stessi a un livello più profondo.
Man mano che si consolida lo stato di Buddità, sviluppiamo la forza che ci permette non
solo di non farci sopraffare dagli eventi della vita, ma di cavalcarli come surfisti esperti
sulle onde, riuscendo a valorizzare qualunque situazione. In questo modo emerge il nostro
vero io e abbiamo modo di renderci conto di quanto coraggio, compassione, saggezza e
forza vitale sia dotata la nostra vita. Ci riscopriremo carichi di energia e assaporeremo
una sensazione di profonda libertà interiore. Inoltre, allentando l'attaccamento al nostro
piccolo io, diventiamo sempre più consapevoli dell'interconnessione fra tutti i fenomeni
nell'universo. Poco alla volta la nostra vita si apre a quella degli altri e si desidera la loro
felicità tanto quanto la nostra.
C'è però una bella differenza tra la teoria e la pratica. Se è facile credere che ogni persona
è dotata dei primi sei stati vitali inferiori Inferno, Avidità, Animalità, Collera, Umanità e
Cielo , diventa complicato essere convinti che tutti possiedono la Buddità. Tuttavia gli
sforzi compiuti per approfondire questa consapevolezza e ampliare il nostro stato vitale
sono ben ricompensati. Daisaku Ikeda afferma in proposito: «[La Buddità] è la gioia delle
gioie. Nascita, invecchiamento, malattia e morte non sono più causa di sofferenza, ma
parte della gioia di vivere. [...] Lo spazio vitale di un Budda si fonde con quello
dell'universo diventando un tutt'uno. L'io diventa il cosmo e in un solo istante il flusso
vitale si espande fino a comprendere tutto ciò che è passato e tutto ciò che è futuro. E in
ogni momento del presente, l'eterna forza vitale cosmica riversa la sua immane fonte di
energia».