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Quando i pensieri diventano un ostacolo (B&S 196)

I pensieri sono tra le esperienze più intime che abbiamo di noi stessi. Ci identificano e
nel contempo ci identifichiamo in essi. Continuamente nell’arco di una giornata
formuliamo giudizi su quanto ci accade e sugli altri. Ma da dove vengono? E sono
davvero il nostro io? Siamo davvero ciò che pensiamo?
Un po’ sì e un po’ no – verrebbe da dire. Nel senso che le nostre opinioni, le nostre
convinzioni ci guidano la vita, ci spingono a prendere una direzione precisa. Nel
rapportarci con la realtà seguiamo ciò che la mente ci indica come bello, buono,
giusto oppure sbagliato e dannoso. E agiamo di conseguenza, obbedendo all’istinto o
a calcoli razionali, alle nostre paure, aspettative, piaceri. La mente, e i pensieri che ne
emergono, sono il filtro attraverso il quale crediamo di vedere la realtà, e crediamo
che la realtà sia quella che pensiamo. Così quello che sembra vero per noi diventa
assolutamente vero, e partecipiamo attivamente alla sua costruzione, al suo divenire,
perché agiamo di conseguenza.
Non è un problema filosofico o astratto. È qualcosa che riguarda il quotidiano, la
felicità, il nostro andare verso il futuro. Se penso che una persona possa farmi del
male, difficilmente le andrò incontro con un sorriso, anche se si tratta di mio marito.
Se credo di non essere in grado di fare qualcosa, come saltare, fare una verticale,
scrivere un libro, difficilmente proverò. Se sono convinta categoricamente di avere
ragione e che tu stai sbagliando, ci sarà poco spazio per un dialogo costruttivo e
aperto.
A un livello più vasto anche la società e le sue regole, i suoi sistemi di valori si basano
su giudizi e princìpi condivisi. Quanto ha influito nella nostra storia la logica del
profitto? L’idea di uno sviluppo economico infinito? Quanto sta influendo la paura nei
confronti di persone che cercano scampo approdando sulle nostre coste? Quante
guerre sono nate e persone sono morte per difendere la proprietà, la ricchezza, i
confini di uno Stato? Quanto potrebbe cambiare il mondo se a livello internazionale,
economico, culturale, si basassero tutte le scelte sulla sacralità della vita?
Il presidente Ikeda, nella spiegazione del quarto capitolo del Sutra del Loto Fede e
comprensione, cita il filosofo José Ortega y Gasset: «Quando abbiamo un’idea
basiamo i nostri pensieri sulle convinzioni che riteniamo valide. […] Nel momento in
cui cominciamo a pensare a qualcosa le nostre credenze stanno già operando nella
profondità della coscienza. Viviamo, agiamo ed esistiamo all’interno delle nostre
credenze ed è proprio per questa ragione che non abbiamo una chiara percezione di
esse. Eppure quelle credenze, che operano in maniera latente, sono parte di tutte le
nostre azioni e dei pensieri coscienti» (SSDL, 1, 256). «La credenza – osserva Ikeda – è
il fondamento della vita; quindi in realtà non possiamo scegliere se credere o meno.
Possiamo scegliere però in che cosa credere» (Ibidem). «In definitiva anche lo
scettico, che afferma di dubitare di tutto e di non credere in nulla, fa dello
scetticismo la sua fede» (Ibidem, 259),
È importante comprendere questo punto, perché a volte ci incagliamo in pensieri e
convinzioni che diventano una gabbia e non ci permettono di aprirci alle infinite
possibilità della vita. Finché siamo felici e riusciamo a godere di noi stessi e degli altri,
finché apprezziamo e gioiamo della realtà nella quale siamo immersi va anche bene.
Ma quando i pensieri si chiudono nell’oscurità, quando diventano un ostacolo alla
nostra esistenza e ci attacchiamo a essi come se fossero l’unica cosa che conosciamo
e di cui possiamo fidarci, il rischio è quello di ripetere all’infinito schemi
comportamentali che portano sempre allo stesso risultato.
Esercitare la mente
Ho male a un ginocchio da più di un anno… Mia figlia da quando è nata non dorme e
sono esausta…. Non riesco a dimagrire… Non sopporto più mia moglie… Il mio
responsabile è veramente arrogante… Non voglio avere più a che fare con quella
persona…
In ogni momento ci troviamo a pensare a tanti piccoli e grandi problemi che ci
assillano. Ma recitiamo Daimoku per quel problema, per quanto banale, sciocco o
piccolo sembri? Spesso no. Spesso le cose più semplici e quotidiane pare quasi che
non abbiano nulla a che fare con la nostra fede, con la nostra pratica. Ci ostiniamo a
cercare soluzioni fuori di noi, da medici o avvocati, attuiamo strategie che speriamo
possano essere efficaci. Ma scordiamo di recitare Daimoku sinceramente.
Dimentichiamo di essere Budda e ci basiamo sulla percezione delle nostre forze e
possibilità, sull’analisi della realtà che stiamo vivendo. Da qualche parte la mente ci
ferma, porta altrove la vita. Possiamo però esercitarla, esercitarci a cercare in essa la
Buddità ogni giorno. Come?
Leggendo tra i libri di Ikeda si trovano tanti consigli pratici e semplici per riuscire a
tenere fermo il nostro timone nella direzione giusta. Innanzitutto possiamo
esercitarci a fare Daimoku per ogni cosa, anche la più piccola. Non riesco a tenere la
casa pulita? O a scegliere quale macchina comprare? La mia spalla comincia a
manifestare un dolorino silenzioso ma invadente? Bene possiamo iniziare ad
affrontare ogni situazione a partire dal Daimoku, da qualcosa di pulito, libero, che
rinfresca e fa spazio tra le nostre ansie, paure, percezioni, ossia tra i nostri pensieri.
«In realtà, dal momento che i pensieri che attraversano la mente mentre recitiamo
sono il frutto delle nostre preoccupazioni, piuttosto che considerarli inopportuni
dovremmo pregare per ciascuno di essi, quali che siano. Non dobbiamo pregare
soltanto per le grandi questioni, dobbiamo recitare per qualunque problema,
risolverlo e rafforzare la nostra fede» (SSDL, 3, 310).
Credere alle parole del Budda
Quando la sfiducia nelle nostre possibilità ci immobilizza, quando ci sentiamo deboli,
incapaci, perdenti, possiamo recitare Daimoku e esercitarci a credere alle parole del
Budda, il quale afferma, senza ombra di dubbio, che siamo tutti perfettamente dotati,
che non ci manca nulla. Non lo vedo? Non riesco a sentirlo? Nichiren però dice così, e
lo dice Ikeda. Posso ricordarlo, scegliere di fidarmi di loro, dei loro testi, seguire con la
vita quelli che dico essere i miei maestri. «È indubbio che la fede nel maestro è
necessaria per il successo, non solo nella religione, ma in qualsiasi tipo di disciplina o
allenamento. Makiguchi affermava: “Noi impariamo a vivere imitando gli altri.
Osserviamo ciò che fanno e capiamo quello che vediamo, fidandoci del loro esempio.
Lo stesso vale per qualsiasi forma artistica o disciplina, dall’arte di disporre i fiori alla
danza, al kendo e al judo. Dapprima abbiamo fiducia nei nostri maestri e facciamo ciò
che ci dicono; poi, dopo aver imparato a imitarli, possiamo cominciare a esprimere la
nostra creatività”» (SSDL, 1, 255).
Posso studiare, sperimentare, provare a mettere in pratica i consigli che Nichiren
dava ai suoi discepoli, guardare come funzionano nel mio sistema di credenze e
opinioni, come lo cambiano. Posso approfondire, chiedere spiegazioni.
Addomesticare la mente e pulirla dalle illusioni seguendo le parole del Daishonin, di
Ikeda. La loro visione della realtà è infinita, ha tempi e spazi che non sono limitati, si
basa sull’eternità della vita e può aiutarci a mettere in luce il senso profondo di
quanto ci accade.
È possibile anche imparare a riconoscere i demoni nella mente e gli stati vitali che
portano ad agire con rabbia, superficialità, avidità. Se un pensiero mi fa male, se mi fa
male pensare che mi hai tradito, che non mi vuoi bene, che sono brutta, che non
guarirò mai, cerco di non seguirlo. Faccio Daimoku per non dargli lo spazio che non
merita, combatto quel pensiero con tutte le mie forze davanti al Gohonzon.
La sfida: un mezzo potente
Anche sfidarsi è un esercizio. Dopo alcuni anni di pratica può accadere infatti di stare
abbastanza bene, essere abbastanza sicuri e abbastanza felici, e di adagiarsi. Non
smettere di porsi obiettivi di crescita, personali e per kosen-rufu, lungi dall’essere un
modo di aspettarsi qualcosa di più dall’esterno, è un mezzo potente per esercitare la
mente: a credere, a desiderare, a basarsi sulla fede per cose ritenute impossibili, a
cercare in sé quel potenziale senza il quale ogni sfida è persa in partenza.
Cosa decido di pensare? Di me e degli altri? Come li giudico, che opinione ho degli
altri praticanti? Spesso, anche nel mondo della nostra fede, i pensieri ci separano
dagli altri, ci convinciamo di avere ragione su qualche questione dottrinale, o
riguardante le attività buddiste, e iniziamo a vederli come nemici. Ma i nostri maestri
ci insegnano tutt’altro. Quello che possiamo sperimentare è la gioia di vedere negli
altri non i loro limiti, i loro errori, ma la loro unica e importantissima preziosità per il
futuro. Chi recita Daimoku si sta sforzando di trasformare la propria vita e il proprio
ambiente per il bene di tutti, anche il mio. Non importa se ai miei occhi appare
arrogante, o sciocco, non importa quanti errori ha commesso, quanto soffre per i
limiti che non riesce a superare, o quanto mi infastidiscono i suoi atteggiamenti o le
sue parole.
«Tutti gli esseri dei nove mondi e dei sei sentieri – scrive il Daishonin in uno splendido
brano – differiscono l’uno dall’altro per la loro mente. È come il caso di due, tre,
cento o mille persone: benché tutti abbiano facce larghe un piede, non ce ne è una
uguale all’altra. Le loro menti sono diverse e perciò anche le facce differiscono.
Quanto maggiore sarà la differenza della mente di due persone, di dieci persone e di
tutti gli esseri viventi nei sei sentieri e nei nove mondi! Alcuni amano i ciliegi in fiore,
altri la luna, alcuni preferiscono le cose agre, altri le amare, ad alcuni piacciono le
cose piccole ad altri quelle grandi. I gusti variano e vi sono vari tipi di persone: alcuni
amano il bene, altri il male. Ma, benché vi siano tutte queste differenze, quando
entrano nel Sutra del Loto diventano come una singola persona nel corpo e una
singola persona nella mente. Sono come una miriade di fiumi differenti che, entrando
nel grande mare, assumono tutti lo stesso sapore salato, o come i vari uccelli che
avvicinandosi al monte Sumeru assumono tutti lo stesso colore [dorato]. Così
Devadatta, che commise i tre peccati capitali, e Rahula, che osservò i
duecentocinquanta precetti, divennero entrambi Budda. Sia il re Ornamento
Meraviglioso, che aveva opinioni errate, sia Shariputra, che aveva opinioni corrette,
ricevettero entrambi la stessa predizione [che sarebbero diventati Budda]. Questo a
causa delle parole “nemmeno uno mancherà di conseguire la Buddità”» (Il tesoro di
un figlio devoto, RSND, 1, 925).
La mente e i pensieri possono diventare nostri alleati se con umiltà impariamo a
distaccarcene un poco, ad accordarli con gli insegnamenti buddisti e a dirigerli come
se fossero gli strumenti di una magnifica orchestra.
(Manuela Vigorita)

Ma la mente non è solo il pensiero


Mente, cuore, vita. Tre parole che nella nostra lingua possono indicare concetti
anche molto diversi ma che spesso sono indicati, in particolare nei testi buddisti, con
lo stesso carattere giapponese: kokoro (o shin, che corrisponde alla seconda lettura
dello stesso carattere). Questo termine indica sia la mente sia tutte le attività umane
di cui è il centro, non solo quindi il pensiero e la volontà ma anche i sentimenti. E
quando in italiano viene reso con “cuore”, non va interpretato come sede dei
sentimenti in opposizione a “mente” intesa come sede del pensiero. In realtà nel
Buddismo la parola “mente” è spesso sinonimo di “vita”, come possiamo vedere
dall’uso che ne fa il Daishonin in questo famosissimo brano: «Guardando la nostra
mente in ogni singolo istante, non percepiamo né colore né forma per verificare che
esiste. Eppure non possiamo nemmeno dire che non esiste, poiché molti pensieri
differenti sorgono di continuo. Non possiamo né ritenere che la mente esista né che
non esista. È una realtà inafferrabile che trascende sia le parole sia i concetti di
esistenza e di non esistenza. Non è né esistenza né non esistenza, e tuttavia
manifesta le proprietà di entrambe. È la mistica entità della Via di mezzo che è l’unica
vera realtà. Myo è il nome dato alla misteriosa natura della vita e ho quello attribuito
alle sue manifestazioni. Renge, che significa fiore di loto, simboleggia la meraviglia e il
mistero di questa Legge. Se comprendiamo che la nostra mente, o vita, in questo
istante è myo, allora comprenderemo che essa è la Legge mistica anche negli altri
istanti. Tale comprensione è il mistico kyo, o sutra. Il Sutra del Loto è il re dei sutra, la
diretta via all’Illuminazione, poiché spiega che l’entità della nostra mente o vita in
ogni singolo istante, dalla quale sorgono sia il bene che il male, è in realtà l’entità
della Legge mistica» (Il conseguimento della Buddità in questa esistenza, RSND, 1, 4).
Quindi saper leggere il funzionamento della mente è fondamentale per aspirare
all’Illuminazione, per trasformare la nostra vita, il destino del pianeta e dell’umanità.