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Servizio Soprintendenza per

i Beni Culturali ed Ambientali


di Catania

Progetto Scuola Museo


2009-2010

Tutti insieme
alla scoperta
di Catania antica
a cura di

Michela Ursino

Palermo
Regione Siciliana
Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità siciliana
Dipartimento dei Beni Culturali e dell’Identità siciliana
2011
Regione Siciliana
Assessorato dei Beni Culturali e dell’identità siciliana
Dipartimento dei Beni Culturali e dell’identità siciliana
Servizio Soprintendenza per i Beni culturali e ambientali di Catania
Unità Operativa X – Beni Archeologici

Ideazione e coordinamento del progetto didattico e del volume


Michela Ursino

Testi
Simona Barberi
Michela Ursino

Illustrazioni
Pussia Siciliano

Consulenza redazionale e bibliografica


Maria Lucia Giangrande

Progetto grafico, impaginazione e stampa


Litografia Bracchi - Giarre

La presente pubblicazione conclude il progetto Scuola Museo effettuato nel corso


dell’anno scolastico 2009-2010 con le classi quarte e quinte elementari dell’Istituto S.
Orsola di Catania.

Si ringraziano le dott.sse Anna Bombaci, Maria Grazia Branciforti, Laura Maniscalco


e tutti gli amici che hanno reso possibile la realizzazione di questo lavoro.

Finito di stampare nel dicembre 2011

Tutti insieme alla scoperta di Catania antica : Progetto Scuola Museo 2009-2010 / a cura di
Michela Ursino. - Palermo : Regione siciliana, Assessorato dei beni culturali e dell’identità
siciliana, Dipartimento dei beni culturali e dell’identità siciliana, 2011.
ISBN 978-88-6164-177-8
1. Archeologia - Catania. I. Ursino, Michela
937.8131 CDD-22 SBN Pal0239521

CIP - Biblioteca centrale della Regione siciliana “Alberto Bombace”


La Soprintendenza di Catania ha già da qualche anno posto no-
tevole attenzione alla formazione culturale e alla divulgazione delle
conoscenze, con particolare riferimento alle nuove generazioni e alla
popolazione scolastica in genere. L’attività didattica, effettuata
soprattutto in ambito archeologico e bibliografico, costituisce oggi
una realtà che coinvolge in sinergia l’intera Soprintendenza.
Il volume Tutti insieme alla scoperta di Catania antica è l’ultimo
di una serie di pubblicazioni all’interno dei progetti Scuola Museo
promossi dal Dipartimento regionale dei Beni Culturali e dell’Iden-
tità siciliana. È un testo nato con l’idea di mettere i più giovani in
condizioni di entrare in contatto con un mondo tanto affascinante
quanto complesso, quello dell’archeologia e, con essa, quello dell’in-
terpretazione delle, a volte infinitesimali, tessere che compongono
il mosaico della storia. Ed è nato con l’idea che i giovani possano
fare ciò tenendo in mano un libro “in carne ed ossa” dimenticando
per un attimo lo schermo del computer ed il mouse. A rendere pos-
sibile questo ambizioso obiettivo sono innanzitutto le illustrazioni
– abbondanti quelle fotografiche, accattivanti quelle grafiche – che
costituiscono anche il più elementare livello di lettura del testo. Il
volume, infatti, può essere agevolmente utilizzato su diversi piani: è,
opportunamente guidato, utilizzabile con i bambini più piccoli grazie
appunto alle numerose illustrazioni, ma può essere di grande utilità
ai ragazzi più grandi che con maggiore consapevolezza possono ac-
costarsi ai testi. E .. perché no! ….. può risultare utile a tutti i “non
addetti ai lavori “ che vogliono scoprire ancora qualcosa della nostra
affascinante città.

Vera Greco
Dirigente Servizio Soprintendenza
per i Beni Culturali e Ambientali di Catania

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Nell’estate del 2009, quando la scrivente dirigeva il Servizio Ar-
cheologico della Soprintendenza ai Beni Culturali ed Ambientali di
Catania, che si occupava anche di valorizzazione oltre che di tutela,
nacque il progetto Scuola Museo Tutti insieme alla scoperta di Ca-
tania antica. Fu promosso da Laura Maniscalco, allora responsabile,
nell’ex Servizio Archeologico, delle attività connesse alla promozio-
ne culturale.
Finanziato dal Dipartimento regionale dei Beni Culturali e dell’I-
dentità siciliana, il progetto prese corpo in quello stesso anno sco-
lastico (2009-2010), indirizzandosi sin dal suo esordio verso la
scuola primaria ed in particolare verso le classi quarte e quinte ele-
mentari dell’Istituto Sant’Orsola di Catania.
Nessuno, allora, si nascondeva le difficoltà di coniugare, con un
registro linguistico adeguato, una cittadinanza di “piccoli” utenti
con la scientificità dei contenuti propri all’istituzione che dirigevo
in generale ed al mondo degli archeologi in particolare.
L’esperimento direi che è ben riuscito e da questa esperienza
credo che non solo i piccoli (e non solo la Scuola) abbiano imparato
qualcosa. Ne è la prova questo volume conclusivo dell’attività, che
emerge dalle appassionate e competenti cure di Michela Ursino. Il
libro è scritto con un linguaggio piano e scorrevole, giocosamente
adeguato al “target” cui è rivolto, e tuttavia riesce a non perdere di
vista completezza e precisione dei contenuti.
Seguendo uno schema “ipertestuale”, nel discorso principale
sono frequentemente intercalate schede tecniche che consentono
opportuni approfondimenti in forma di divagazioni (rese riconosci-
bili da uno spiritoso sfondo a “quadretti”). L’elefantino disegnato
da Pussia Siciliano aiuta il lettore a non perdersi in una vicenda al-
trimenti lunga e complicata. L’obiettivo didattico è così raggiunto
anche grazie alla forma grafica utilizzata, ma lo è pure quello del ser-
vizio pubblico.
Molte cose sono cambiate da quell’estate 2009. La riforma
dell’organizzazione dei Beni Culturali regionali, promossa nel 2010,

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ha portato alla nascita di numerose strutture con lo scopo precipuo
di valorizzare i beni loro assegnati. Alla scrivente è stata affidata
una di queste giovani strutture, il “Parco archeologico greco romano
di Catania e delle aree archeologiche dei comuni limitrofi”. Perdura
comunque il legame con l’Istituzione e con i colleghi con cui si è a lun-
go lavorato insieme.
La conclusione di questo progetto Scuola Museo coincide con la
rinnovata continuità nella “scoperta di Catania antica” in forme che
di certo la rafforzeranno.

Maria Grazia Branciforti


Dirigente del Parco archeologico
greco romano di Catania

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Tutti insieme alla scoperta di Catania antica, per tornare indietro
nel tempo, ricominciare dall’inizio e rinascere con intelligenza e con-
sapevolezza. Non è un sogno e neppure un film: ogni generazione ha la
possibilità di farlo davvero, annullando gli errori e operando le scelte
giuste. La ricostruzione attenta del passato, nella considerazione che
il passato non è un’entità astratta ma è la nostra stessa storia, la
parte di vita certamente fuori dalla nostra dimensione temporale e
corporea ma senza la quale non saremmo qui a parlarne, deve essere
una necessità primaria di ogni nuova generazione.
Lo spirito che anima le iniziative didattiche dei progetti Scuola
Museo è quello di far conoscere i siti e i monumenti archeologici non
per acquisire nozioni di storia e di archeologia ma per entrare nell’an-
tico, comprenderlo e ritrovarlo, con amore, nel presente. L’obiettivo
va perseguito con un’esposizione chiara, dettagliata e precisa ma mai
noiosa, quanto più possibile aderente ai gusti e all’età degli interlo-
cutori e dei lettori e, nello stesso tempo, tale da poter interessare
e soddisfare chiunque si voglia fermare ad ascoltare e a leggere.
E l’obiettivo, in questa pubblicazione, appare perfettamente rag-
giunto. Il contenuto, ricco, articolato e puntuale, suddiviso crono-
logicamente in sezioni, si apre in finestre assimilabili a collegamenti
ipertestuali, con il duplice vantaggio di evitare la monotonia esposi-
tiva e affiancare didascalie che, non a caso, sono state evitate perché
più efficacemente sostituite da immagini parlanti e da alterazioni
cromatiche del testo.
Ci si muove da una pagina all’altra come da una parte all’altra
della città, da una piazza a una strada, alla ricerca di una traccia, di
un ricordo, di una leggenda, di un frammento di storia; si percorrono
gli isolati recuperando il filo degli eventi, ritrovando i nomi di antenati
illustri, di personaggi storici e mitologici.
Ci aiutano, nel percorso, l’apparato fotografico, abilmente cucito
come ipertesto, e le deliziose illustrazioni in cui l’elefantino è insieme
guida e protagonista, messo lì non soltanto come ovvio simbolo di
Catania ma come trasposizione grafica di ognuno di noi impegnato

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a scoprire ciò di cui facciamo parte. È il simbolo del senso di appar-
tenenza che può tornare alla luce così come i resti archeologici che
andiamo scoprendo tra le pieghe delle strade e delle case, partendo
per un viaggio nel tempo aggrappati come Eliodoro al dorso dell’ele-
fante nella splendente raffigurazione che troviamo nelle prime pagine.
Eliodoro e l’elefante sembrano immaginati all’interno di un geode, uno
di quelli che si trovano in un suolo vulcanico come il nostro, aspro
e scuro all’esterno ma pieno, all’interno, di sorprendenti cristalli
luminosi. E allora, con il mago Eliodoro e il nostro amico elefante,
animati dalla curiosità, entriamo nel cuore della città come dentro a
un geode, in un percorso di conoscenza che più di qualsiasi arte magica
ci insegnerà ad amare e a proteggere il nostro patrimonio culturale.
La tutela dei beni archeologici, compito istituzionale di questa
Unità operativa della Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali
di Catania, ereditato - dopo la riforma dell’Amministrazione dei Beni
Culturali - dal predecessore Servizio Archeologico, non può prescin-
dere dall’educazione al rispetto, che deve germogliare fin dall’infanzia
per consentire ad ogni generazione il miracolo della rinascita.
Camminando insieme, con attenzione, avvezziamo la mente e gli
occhi a riconoscere le pietre antiche e presto la gioia della scoperta
ci spingerà, d’istinto, ad accarezzarle con delicatezza, quasi a voler
cogliere, attraverso la pelle, la vibrazione della vita che si perpetua,
i suoni e gli odori di quegli anni lontani di cui ora siamo gli eredi.
E alla fine del viaggio potremmo fermarci a riposare un poco davanti
all’anfiteatro e guardare la statua di Vincenzo Bellini che se ne sta
seduto sull’alto del suo podio.
Mi piace immaginare, a questo punto, che accanto a lui ci possa
essere Stesicoro con la cetra, appoggiato alle sue spalle a godersi
il tepore del sole o$tan h&ros w$rai keladh%i celidwén (a
primavera, allorché la rondinella garrisce).

Anna Maria Bombaci


Dirigente U.O. X Beni Archeologici
Servizio Soprintendenza
per i Beni Culturali e Ambientali di Catania

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Il progetto Scuola Museo Tutti insieme alla scoperta di Catania an-
tica fa parte delle iniziative proposte dall’allora Unità Operativa XII “Va-
lorizzazione delle aree archeologiche” della Soprintendenza di Catania che
ho avuto il piacere e l’onere di dirigere per circa 10 anni. In quel gruppo di
lavoro Michela Ursino, grazie ad una personale predisposizione e agli anni
di esperienza maturati presso le scuole, ha fornito un grande contributo
proprio nell’ambito delle attività didattiche intraprese. Di un volume agile
ed adatto ai ragazzi, ma nello stesso momento rigorosamente scientifico,
si sentiva anche la necessità in particolare dopo la comparsa negli ultimi
tempi di pubblicazioni sull’argomento che a volte non sono state suppor-
tate dalla necessaria accuratezza scientifica. Il volume copre l’intero arco
temporale dalla preistoria al medioevo ed ha il grande merito di porre la
necessaria attenzione non solo alla fase romana imperiale, che è quella me-
glio nota in quanto dotata di maggiore visibilità grazie a monumenti come
l’anfiteatro, il teatro e le terme, ma anche alle testimonianze delle fasi
meno note al grande pubblico ma di enorme importanza come l’età preisto-
rica e l’età greca.
Il volume non costituisce solo una piacevole lettura ma comprende anche
un ricco bagaglio di dati contenuti oltre che nel testo principale anche nelle
schede di approfondimento; è arricchito da numerose illustrazioni e carte
di riferimento oltre che dalle splendide vignette appositamente create da
Pussia Siciliano la cui verve umoristica abbiamo avuto modo di ammirare
anche in altre pubblicazioni della serie Scuola Museo. Completano il
volume utilissimi sussidi quali il glossario, l’elenco di personaggi illustri
cui chiaramente rimandano le parole del testo opportunamente colorate
e deformate, la bibliografia, e le prove di verifica realizzate da Simona
Barberi che ha curato insieme a Michela Ursino i testi.
Questo volume costituirà certamente non solo un prezioso elemento
di lavoro per insegnanti e alunni ma anche una interessante e piacevole let-
tura per tutti coloro che amano la nostra bella città.

Laura Maniscalco
Dirigente del Parco archeologico
del Calatino

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Una civiltà si misura dalla capacità di difendere
e conservare la propria memoria
L’eredità della storia è nelle mani di tutti noi.
Non consentiamo all’ignoranza di disperdere ciò che è nostro

Così hanno scritto alcuni alunni della scuola primaria nelle fasi
conclusive del progetto Scuola Museo Tutti insieme alla scoperta di
Catania antica. Se dobbiamo misurare l’efficacia di una azione didat-
tica dalla crescita di conoscenza e consapevolezza di sé e di ciò che
ci circonda, credo che si possa dire che l’obiettivo è stato raggiunto.
Quando si realizza il circuito virtuoso tra scuola e istituzioni,
nel nostro caso l’Assessorato dei Beni Culturali e dell’identità
siciliana, la co-
munità civile nel
suo insieme ne
ha un guadagno:
non dobbiamo
dimenticare in-
fatti che l’educa-
zione e l’istru-
zione dei giovani
è alla base dello
sviluppo, anche
economico, di un
territorio. Mettere in rete conoscenze e competenze specifiche di
più soggetti, elemento che mi sembra distintivo del progetto Scuola
Museo, permette di offrire una visione più organica e completa di quello
che si va a trattare e quindi potenzia e arricchisce l’azione dei singoli.
Ringrazio la dott.ssa Michela Ursino per l’opportunità fornita
alla scuola che dirigo e la dott.ssa Simona Barberi per la cura e la
passione con cui ha guidato, insieme alle insegnanti, gli alunni delle
classi coinvolte.
Michela D’Oro

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Preside Istituto Sant’Orsola Catania
Tra storia e leggenda
Tra storia e leggenda

Per cominciare…

Vi siete mai chiesti come fosse organizzata e quanto fosse


grande la città di Catania in epoca antica prima dei due grandi
eventi catastrofici, l’eruzione del 1669 ed il terremoto
del 1693, che ne hanno cambiato la fisionomia???
È quanto cercheremo di ricostruire insieme!!!
Parleremo delle poche ma importantissime tracce di epoca
preistorica, poi della città greca nascosta sotto l’impianto
di quella romana. Capiremo insieme che a questa fase di vita
della nostra città corrisponde una grande attività edilizia e,
soprattutto, la costruzione di molte strutture di destinazione
pubblica, come gli impianti termali e gli edifici per spettacolo.
Assisteremo, dal V secolo d.C., allo spoglio dei materiali
della città antica e alla loro riutilizzazione in nuovi edifici che
caratterizzerà la fine dello splendore dell’Impero romano e
l’arrivo dei barbari. Cercheremo, infine, di individuare le
tracce - le poche risparmiate dagli eventi della fine del ‘600 -
lasciate dal susseguirsi delle diverse dominazioni, dai Bizantini
agli Arabi, dai Normanni agli Svevi, fino agli Aragonesi
e agli Spagnoli.
Ma nel cercare di ricostruire la storia più antica di Catania
- impresa non facile - accanto ai dati leggibili sul terreno che
con pazienza gli archeologi cercano di individuare, dobbiamo
considerare anche gli indizi nascosti dietro alcune delle più
note leggende. Ogni racconto, anche il più fantasioso, ha,
infatti, un fondamento di verità.

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Tra storia e leggenda

Tra leggenda e realtà…

Non è possibile cominciare il nostro giro per Catania antica senza


considerare che da sempre la città convive accanto ad un vicino
di casa molto rumoroso
ed ingombrante: l’Etna! Il
vulcano, la cui nascita si
fa risalire a circa 500.000
anni fa, si erge come un
gigante con i suoi circa
3.350 metri di altezza
fra i due fiumi Simeto e
Alcantara: le continue
eruzioni ed i terremoti,
spesso legati all’attività
del vulcano, alimentarono
in antico l’idea che al suo
interno si trovasse
l’officina del dio-
fabbro Efesto,
artefice dei fulmini
di Zeus e delle
armi degli dei.
L’Efesto greco
viene identificato da alcune fonti con il dio siculo
Adranos, un dio guerriero che sembra avesse il suo
santuario, custodito da mille cani, proprio alle pendici
del vulcano. Di esso rimane un’unica immagine in una
moneta del III secolo a.C..

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Qualche notizia in più…

Polifemo, Odisseo, Aci, Galatea


Il nostro viaggio indietro nel tempo a caccia di indizi utili comin-
cia in epoca antichissima da una località a pochi chilometri da
Catania: Acitrezza. Secondo la leggenda, i Faraglioni di Acitrez-
za non sarebbero altro che degli enormi massi lanciati in mare da
Polifemo, uno dei Ciclopi, ricordati
come uomini dall’occhio circolare,
esseri leggendari che abitavano in
questa parte della Sicilia, chiama-
ta in quel tempo Trinacria.
Autori antichi come Omero ed Eu-
ripide raccontano, infatti, che du-
rante il lungo viaggio di ritorno
da Troia, Odisseo e compagni
sbarcarono nella terra dei Ciclopi,
dove furono catturati dal gigante
Polifemo che divorò alcuni di loro. Per sfuggire alla prigionia,
Odisseo escogitò una trappola: dopo avere dichiarato di chiamarsi
Nessuno, fece ubriacare il Ciclope con del vino e gli trafisse l’uni-
co occhio con un tronco appuntito. Non appena Polifemo rimosse
il grande masso che chiudeva la caverna
in cui erano rinchiusi, Odisseo e compa-
gni riuscirono a scappare aggrappandosi
al ventre delle pecore che il gigante avrebbe
dovuto portare al pascolo. Accortosi dell’in-
ganno, Polifemo, arrabbiatissimo anche
perché preso in giro dagli altri fratelli
Ciclopi con i quali si lamentava di esse-
re stato ferito da… Nessuno, avrebbe alla
fine scagliato gli enormi massi che oggi

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Qualche notizia in più…

chiamiamo Faraglioni contro la nave in fuga di Odisseo e com-


pagni. Altre tradizioni parlano dei Ciclopi come divinità legate al
fuoco e alla lavorazione del metallo o come mitici
costruttori di opere grandiose che per questo
vengono normalmente chiamate ciclopiche.

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Qualche notizia in più…

Dalla leggenda alla realtà


Sembra molto probabile che la leggenda dei giganti con un occhio solo sia lega-
ta al rinvenimento in Sicilia in epoca antica di teschi di elefanti nani (Elephas
Falconeri) scambiati per resti umani: fino all’età romana, infatti, ai tempi del-
la guerra con Pirro, gli elefanti non erano noti agli antichi. L’ampio foro nel-
la fronte in corrispondenza della proboscide venne quindi piuttosto interpretato
come indizio della presenza di un unico occhio.

A dare una spiegazione al nome di alcuni paesi, tutti vicini tra


loro attorno alla città di Catania e tutti accomunati dal nome Aci,
è un altro racconto mitologico. Protagonista è ancora Polifemo
ma questa volta in compagnia del pastore Aci e della ninfa Ga-
latea. La storia narra che mentre un giorno la ninfa Galatea ri-
posava in riva al mare abbracciata all’amato Aci, sarebbe soprag-
giunto Polifemo, innamorato – senza speranza! – della ninfa. Il
gigante, accecato dalla gelosia, avrebbe ucciso Aci, scagliandogli
contro una rupe secondo alcune fonti o schiacciandolo secondo al-
tre; questi, però, sarebbe riuscito a salvarsi perché trasformato da
Galatea in un fiume, le cui acque continuano a scorrere lungo la
fascia settentrionale del litorale catanese dando nome, appunto, a
diversi paesi (Aciplatani, Acireale, Acicastello, Aci Bonaccorsi…).

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Tra storia e leggenda

Catania sorgeva già in


epoca antica su un luogo
formidabile, affacciato sul
mare, con un retroterra
fertilissimo, attraversato da
fiumi un tempo navigabili ma
costretto, come abbiamo
già detto, a convivere con
terremoti, eruzioni, piogge Il nome “E
Alcune fon tna”…
di terra nera. ti ritengono
che il nome
quello di u Etna
Tra le eruzioni più na ninfa, f
e di Gea ( iglia di Uran fosse
terr o (cielo)
violente e devastanti si nella contes a). Essa sarebbe inte
a per il pos rvenuta
ricorda quella del 1669 gli dei Efes sesso della
to ( Sicilia, fra
che ebbe origine laddove del grano), dio del fuoco) e Demet
a testimon ra (dea
oggi sorgono i Monti caratteristi ianza delle
che del ter principali
appunto di ritorio cata
Rossi, vicino il paese di vulcani e d nese, terra
i grano.
Nicolosi: preceduta da
terribili terremoti, durò 122 giorni,
da marzo a luglio, durante i quali il fiume di lava nel suo
viaggio di 15 chilometri travolse tutto quello che incontrò,
circondò la parte nord-occidentale della città e si spinse fino
al mare. L’affresco di Giacinto Platania conservato oggi
nella sacrestia del Duomo di Catania restituisce un’immagine
fedele della città come era al momento dell’eruzione e lascia
bene intendere come essa si sia trasformata. La colata lavica
invase la valle di Nicito, riempiendo l’omonimo lago, del quale
è rimasta traccia solo perché c’è una via che ha il suo nome,
superò ed in parte distrusse le mura della città, colmò i fossati
del Castello Ursino che fino a quel momento si affacciava sul

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Tra storia e leggenda

mare. Deviò, infine, il corso del fiume Amenano, che continua a


sopravvivere nella parte sotterranea della città, e arrivando fino
al mare, cancellò l’antico porto modificando in modo definitivo
la linea di costa.
I catanesi non si erano ancora ripresi dall’eruzione che, dopo pochi
anni - l’11 gennaio del 1693 - un devastante terremoto, che
colpì tutta la parte orientale dell’isola, distrusse completamente
la città. Alcune fonti parlano di 17.000 morti su 25.000
abitanti. Data la gravità della situazione il vicerè Uzeda inviò
un suo luogotenente, Giuseppe Lanza duca di Camastra, a
dirigere le operazioni di soccorso e ricostruzione della città. Nel
giro di pochissimo tempo, il duca, insieme ai membri superstiti

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Qualche notizia in più…

L’Amenano
Amenano è il nome di un fiu-
me che attraversava Catania in
epoca antichissima e che, stan-
do alle ricostruzioni fatte da-
gli studiosi, iniziava il suo
percorso cittadino nella zona

a nord est dell’acropoli, dove I nomi dell
e strade pa
si può localizzare il lago di Ni- U n ricordo de rlano ...
ritrova ne ll a p r e s e n za dell’acq
cito. Di questo, riempito dalla lla ua di
odierna: via toponomastica della
lava del 1669, rimane oggi il Lago di N città
veva essere icito, ladd
ricordo in una strada che por- il o v e do-
dell’Acqua bacino del lago; via
ta appunto il suo nome. L’A- , n e i pressi del B o tte
Benedettini, m o n a s te
menano, dunque, partendo forse ricord r o dei
rivo dell’ac o del punto
quedotto d di ar-
dalla collina di Montever- avanti; la i cui parler
emo più
seicentesca
gine, suddividendosi in tre Canali, ric Fontana d
ordo, secon ei Sette
bracci, scorreva fino al mare dell’opera do alcuni s
di canaliz tu diosi,
dell’Amen zazione de
nella zona oggi occupata ano effettu lle acque
in epoca ro ata probab
dalla villa Pacini e dalla mana dopo
il
ilmente
sa nel Sett 252 d.C. e
Pescheria. Non è chiaro se e cento. ripre-
questi tre rami siano esi-
stiti sempre o piuttosto, come la
maggior parte degli studiosi ritiene, siano stati originati
in seguito all’eruzione del 1669. Di essi uno scorrerebbe verso
via Garibaldi e poi la Pescheria; un secondo attraverso via Teatro
Greco, via Vittorio Emanuele arriverebbe ad alimentare la fon-
tana di piazza Duomo; il terzo andrebbe nella direzione delle
terme della Rotonda e, attraverso via Crociferi, verso le terme
Achilliane.

19
Qualche notizia in più…

Che uno o più corsi d’acqua scorrano sotto la città è, peraltro,


ancora oggi ben visibile:
 Nella fontana ottocentesca detta “acqua a linzolu” in piaz-
za Duomo proprio all’ingresso della Pescheria: il fiume è qui
rappresentato come una di-
vinità, un giovinetto che so-
stiene una cornucopia che
versa acqua in un calice, alla
cui base stanno due Tritoni,
figure mitologiche legate al
mare.
 Attraverso un vetro sul pa-
vimento nella sala di ingres-
so del Museo Diocesano.
 Al piano inferiore di un lo-
cale in piazza Currò, vicino
alle Terme dell’Indirizzo.
 Nel costante affiorare di
acqua al teatro e alle Terme
Achilliane.

Dell’Amenano parlano anche le fonti


antiche. Strabone, a proposito del-
la città di Catania, dice, infatti, che
“è attraversata dal fiume Amenano
la cui foce è a sud della città”. Tra
le immagini a noi giunte sono inte-
ressanti quelle della monetazione di
V secolo a.C. in cui esso è raffigurato
come divinità fluviale.

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Tra storia e leggenda

del senato e del clero, definì


un piano di ricostruzione,
elencando dei criteri precisi che
determinarono l’aspetto della
città così come oggi la possiamo
ammirare. Differentemente da
quanto accadde in altre parti
della Sicilia orientale, fu scelto I Fratelli P
Legata alla ii
per la ricostruzione lo stesso vulcano è la presenza del
sito, per le condizioni favorevoli fratelli, d storia di due
a
che da sempre esso aveva parte delle lla maggior
fo
Amphinom nti chiamati
o
mostrato e per ragioni militari, quali, in oc s e Anapias, i
casione di u
perché una buona parte delle ruzione ch n
e minaccia’e-
mura e delle fortificazioni la città , prim va
avrebbero cer a di fuggire
era rimasta intatta. Per la i vecchi gen cato di salvare
it
ricostruzione delle strade e sulle loro s ori caricandoli
palle. La co
degli edifici furono adottate lavica non lata
a
scampo a tuvrebbe lasciato
misure antisismiche: si avevano pen tti coloro che
s
stabilì, per esempio che salvare i pr ato piuttosto a
avrebbe miropri averi, ma
vi fossero molte piazze e prio loro div acolosamente risparm
che le strade principali libera la zo idendosi in due bracci iato pro-
n e
doves s ero avere una Piorum, og a in cui si trovavano: lasciando
gi da qualc il
quartiere d uno identifi campus
larghezza di almeno otto i C ibali. Testim c ato con il
racconto si tronianza di questo
canne e quelle secondarie netazione an ova sia nella mo-
ti
di sei. Tutto questo per in uno dei ca di Catania sia
quattro can
consentire ai cittadini di ispirati a v delabri
ic
presenti in p ende leggendarie
poter fuggire meglio ed iazza Univer
sità.
avere aree di raccolta nel
caso in cui vi fossero nuovi terremoti.

21
Tra storia e leggenda

Un andamento curvilineo, diverso dalle altre strade del centro


della città, ebbe quella che oggi conosciamo come via Plebiscito:
venne, infatti, ricavata proprio sul percorso della lava del 1669.
La ricostruzione vide operare a Catania alcuni fra i più illustri
architetti del tempo, fra cui spicca il nome di Giovan Battista
Vaccarini, cui si deve la ricostruzione di alcuni degli edifici più
importanti della città. Monumenti che sono tutti espressione di
un nuovo stile detto barocco. Ed è proprio al Vaccarini, come
vedremo, che spetta il merito della creazione del monumento-
simbolo della città di Catania: la fontana di piazza Duomo con…

22
Tra storia e leggenda

“U liotru”

Sapete perché i catanesi chiamano così il simbolo della loro città?


Una delle versioni di questa leggenda racconta che il nostro
amico ”liotru” appartenesse originariamente ad un edificio in cui
venivano praticati i culti orientali e che, caduto dal suo originario
altare, fosse stato collocato in epoca cristiana fuori dalle mura
della città. Si racconta però che, grazie ad un mago di nome
Eliodoro, esso avesse, intorno all’VIII secolo d.C., riconquistato
importanza (molti fanno derivare dalla storpiatura del nome di
Eliodoro l’appellativo di “liotru”).

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Tra storia e leggenda

Questo Eliodoro riusciva a fare


sembrare vicine le cose lontane
e aveva l’abitudine di tramutare
gli uomini in animali. Immaginate
che gran confusione era capace di
creare!!! Per proteggere la città di
Catania dai suoi inganni l’impera-
tore romano Costantino ne avreb-
be chiesto l’arresto e la condanna
a morte ma senza successo. Fu allora la
volta del ministro Eraclio a cui l’imperato-
re aveva chiesto di ritornare alla carica.
Ma anche lui cadde vittima dei sortilegi
di Eliodoro che riuscì ancora una volta a
sparire e a ritornare da dove era partito
dando appunto ai suoi inseguitori “appun-
tamento a Catania”. E sembra che il nostro
Eliodoro utilizzasse proprio un elefante
come mezzo di trasporto per i suoi viaggi
tra Catania e Costantinopoli. A concludere
questa vicenda ci pensò in ultimo il vesco-
vo Leone, detto il Taumaturgo. Avendo
questi deciso che era venuto il momento
di fare qualcosa, dopo avere convocato i
cittadini nei pressi delle Terme Achilliane
per una messa propiziatoria, pare sarebbe
riuscito a sconfiggere Eliodoro e a farlo
bruciare in un rogo.

24
Tra storia e leggenda

Questa tradizione dell’elefante venne certamente rafforzata a Ca-


tania durante la dominazione araba: la città venne allora definita
appunto città dell’elefante (Balad el fil).
Le fonti storiche riferiscono che la statua di pietra lavica che raf-
figura il liotru venne riportata dentro la città ad opera dei padri
benedettini del monastero di S. Agata, probabilmente per ornare
una porta che doveva es-
sere nell’area in cui venne
poi costruito il Municipio.
Dopo essere stata per un
po’ collocata sulla sommi-
tà di questo, dopo il ter-
remoto del 1693 il simbolo
della nostra città venne
abbandonato. Fu solo nel
1736 che il Vaccarini
creò la fontana con alla
base la rappresentazione
dei fiumi Simeto ed Ame-
nano e risollevò l’elefante
insieme all’obelisco nella
posizione in cui ancora
oggi li vediamo. E così la
vide Jean Houel, un viag-
giatore francese del ‘700
a cui dobbiamo una serie
di acquerelli che costitui-
scono uno dei più antichi
e completi servizi fotografici sulla città di Catania.

25
Iniziamo
il nostro viaggio!!!
476-1693 d.C.

263 - 476 d.C.

900 - 263 a.C.

6500 - 900 a.C.


Preistoria
Preistoria

30
Preistoria

LA PREISTORIA

La collina di Montevergine: prime tracce di vita


Per ricostruire la storia più antica della nostra città, quella in cui
non ci aiutano le testimonianza scritte, abbiamo pochi frammenti
provenienti dagli scavi archeologici del centro storico e sopratutto
ciò che è stato rinvenuto sulla sommità della collina di Montevergine,
luogo in cui oggi è visibile l’imponente monastero dei Benedettini. Ma
come era questa parte della città in epoca preistorica? Proviamo ad
immaginarla insieme!!!
La collina era molto più vicina al mare di
quanto non lo sia oggi: era circondata dal
corso del fiume Amenano che la separava
anche da quello che, secondo molti
archeologi, sarebbe stato già un antico
approdo, la zona dove oggi sorgono la
pescheria e la villa Pacini. Le ceramiche
ritrovate dagli archeologi dimostrano
che la sommità della collina e le sue
pendici sud-orientali furono occupate
in un’epoca compresa fra il neolitico
medio e la piena età del bronzo.
Uno dei ritrovamenti più importanti è
stato effettuato nel 1984 all’interno di
uno dei cortili del monastero: si tratta
di una tomba a fossa di forma ovale
databile all’età del rame con gli scheletri di una donna e due
bambini, insieme al loro corredo funebre, costituito da un boccaletto.

31
Preistoria

Attorno alla città…


Testimonianze della vita più antica di Catania provengono dall’area di
monte San Paolillo, noto anche come collina di Leucatia, nella zona
nord-orientale della città. L’altura che dominava visivamente l’antico
approdo di Ognina, distante solo due chilometri, sembra essere
stata frequentata probabilmente sin dal neolitico. Sulla collina
sono stati riportati alla luce i resti di due capanne con tracce di
un focolare che testimoniano l’esistenza di un insediamento dell’età
del bronzo. L’eccezionalità di questa scoperta è data anche dal
rinvenimento di prodotti importati dall’area egea: si tratta di
frammenti ceramici, di due laminette bronzee e di un vago
d’ambra che le analisi chimiche hanno escluso sia di produzione
locale. Tutto ciò sembra dimostrare che il gruppo che si era
stanziato su questa altura aveva la curiosità e la possibilità di
venire in contatto con uomini e merci provenienti dai territori bagnati
dal mar Egeo. L’ipotesi più probabile è che il golfo di Ognina, in cui
sono stati effettuati rinvenimenti che si datano alla stessa epoca,
abbia costituito uno scalo marittimo legato al soprastante sito di
monte San Paolillo.
A darci ulteriori notizie interessanti relative ad una antichissima
occupazione del territorio catanese è proprio il
nostro vulcano, ed in particolare le sue grotte
di scorrimento lavico. Di cosa si tratta?
Immaginate dei veri e propri tunnel, lunghi
anche centinaia di metri che la lava scava
quando si ingrotta, cioè scorre sotto
terra. Esaurito il flusso lavico, la crosta
esterna si raffredda formando queste

32
Preistoria

cavità. L’interno di tali grotte è stato utilizzato spesso in epoca


antica o come riparo per abitarvi o come luogo di sepoltura. Una di
quelle meglio conosciute è la
Grotta Petralia: si tratta
di una galleria lunga quasi
400 metri che si snoda
al di sotto del quartiere
di Barriera utilizzata in
antico nei tratti in cui
naturalmente si allarga
e in corrispondenza
degli ingressi. La parte
centrale - sicuramente
la più difficile da raggiungere
- venne usata per seppellire i defunti: qui infatti gli archeologi
hanno trovato sette scheletri con accanto resti di vasi, utilizzati
probabilmente per rituali funerari, che erano stati appositamente
spezzati e capovolti dopo lo svolgimento di tali cerimonie. In prossimità
dell’ingresso orientale, invece, sono stati trovati due recinti delimitati
da ciottoli, due aree cosparse di ocra, ossa di animali
e vari frammenti
ceramici e litici
che hanno fatto
supporre l’esistenza di
banchetti funebri, pasti
in comune o comunque
cerimonie legate al rituale
del mondo dei morti.

33
Qualche notizia in più…

Il rituale funerario

Prima di seppellire il defunto, come puoi vedere nel disegno, inizian-


do da destra, veniva organizzato un vero e proprio banchetto. Si attin-
gevano liquidi con vasi di piccole dimensioni da altri più grandi;
i vasi adoperati venivano poi intenzionalmente rotti e dispersi.
Vicino alla deposizione si mettevano poi capovolti sul terreno,
forse per riferirsi al mondo dei morti, alcuni dei vasi utilizzati
per il rituale.

34
Età greca
Età greca

36
Necropoli
Età greca

L’età greca

La fondazione della colonia


Le fonti storiche, in particolare Tucidide e Diodoro Siculo,
ci riferiscono che nella seconda metà dell’VIII secolo a.C. gruppi
di persone si spostarono da diverse città della Grecia verso la
Sicilia e l’Italia meridionale per cercare nuove terre da coltivare
e nuovi posti dove portare le loro merci. Questo fenomeno è
normalmente conosciuto come colonizzazione.

la colonizzazione fu un’apoikòa/apoikìa
cioè un “trasferimento di casa”

37
Età greca

Le spedizioni erano guidate da un capo detto ecista. Questi


decideva il luogo preciso in cui sbarcare e fondare la nuova pa-
tria, su cui aveva potere politico e religioso al punto da essere
considerato un semidio. La città di nuova fondazione doveva
avere preferibilmente un doppio porto, un’altura che doveva co-
stituire l’acropoli, acqua dolce in abbondanza e soprattutto
terreni da coltivare.
Il territorio su cui sorse la colonia di Katáne aveva tutte queste
caratteristiche: lo riconobbero un gruppo di Calcidesi guidati da
Tucle, l’ecista che pochi anni prima aveva fondato la colonia di
Naxos. Tucidide racconta che, giunti sul luogo nel 729/728 a.C.,
fondarono Katáne scegliendo come
ecista Evarco, il cui nome nella
lingua greca significa appunto il
i, giu n-
“Fra i Grec “buon condottiero” (eu&//eu “bene”;
per primi i
sero
ll’Eu-
a!rcw/archo “comandare”).
e
Calcidesi d ati
bea che, g
uid Ma cosa sappiamo del territorio
, fon-
da Tucle dove sorse l’antica Katáne nel
Naxos
darono periodo immediatamente prece-
le e i
(….). Tuc dente l’arrivo dei coloni greci?
cinque
Calcidesi, Tucidide non accenna alla pre-
Siracu-
o la fo n dazione di senza di popolazioni indigene
anni d op con
d a N a xo s , cacciarono
sa, partiti ontini quando parla della fondazione
i S icu li, fo n darono Le i,
le armi
, C a ta n ia. I catanes di Katáne da parte dei colo-
o
e, in seguit p erò, come fo
nda-
ni Calcidesi. Questo “silen-
a ro n o ,
consider , 3)
” (Tucidide,6 zio” coincide con l’assenza di
tore Evarco
rinvenimenti archeologici in
città, anche sulla collina di

38
Età greca

Montevergine, luogo che, con la sua articolata


stratigrafia, più di altri conserva una conti-
nuità di frequentazione dal neolitico
medio fino ad oggi.
Come possiamo interpretare
questa assenza di testimo-
nianze? Sembra da esclu-
dere l’idea che gli strati Qualche curiosit
à
relativi a questa epoca che su ll’origine del no
me Katáne …
chiamiamo protostoria sia-
Fra le numerose
no stati distrutti dai nuovi spiegazioni sull
’oscuro
nome Katáne,
arrivati o dalle sistemazio- una delle più
è quella che ne cu riose
ni dei secoli successivi. Più fa risalire l’or
all’antico term igine
ine siculo C
probabilmente è accaduto che significher atáne,
ebbe “grattugi
ciò che è testimoniato me- che potrebbe ri a” e
ferirsi alle as
ti pi ch e del suolo lavico pe ri tà
glio in altre colonie della catanese. Altri
pensano piuttos
Sicilia orientale, e cioè to ad una deriv
azione
dall’espressione
che la comunità indigena greca kataé Ai!
catà Aitnen “s t nhn/
in questa zona doveva otto l’Etna”. In
romana sarebb epoca
e poi avvenu
essere veramente esigua, latinizzazione d ta la
el termine nella
forse solo qualche isola- di Cátina. All forma
a dominazione
infine, si fa araba,
ta capanna con molta risalire il pass
all’attuale denom aggio
probabilità spazzata via inazione Catania
.
dall’arrivo dei Calcidesi
all’atto della fondazione della
nuova colonia.

Ma allora … cosa ci raccontano gli scavi archeologici di questi


primi decenni di vita della città di Katáne?

39
Età greca

Gli archeologi hanno ipotizzato che, come è testimoniato in


altre colonie, anche le case dei primi abitanti dell’antica Katáne
fossero piccole e forse costituite da un unico ambiente di forma
quadrata. Pochi sono i resti architettonici ma più abbondanti
le ceramiche relative a questo periodo: sono state trovate
nella zona vicina all’antico porto, dove oggi sorge il Castello
Ursino, e in corrispondenza dell’antica acropoli, cioè nell’a-
rea oggi occupata dall’ex monastero dei Benedettini in piazza
Dante e nelle sue immediate vicinanze, presso l’ex reclusorio
della Purità in via Plebiscito. Si tratta per lo più di frammenti
di coppe decorate con semplici motivi geometrici diffuse nel
mondo greco intorno all’VIII secolo a.C.

40
Età greca

Dall’età arcaica alla conquista romana

Catania comincia a diventare proprio un città importante!!!


Diamo un’occhiata a cosa ci raccontano di questo periodo le
fonti storiche!!!
Se pochi sono i dati che ci vengono riferiti per il VI secolo a.C.
(a parte le origini catanesi del legislatore Caronda e la per-
manenza in città del poeta Stesicoro), maggiori dettagli ci
vengono forniti per il secolo successivo. Sappiamo, infatti, che
nel 476 a.C. Katáne fu occupata da Ierone di Siracusa che
trasferì gli abitanti di origini calcidesi a Len-
tini, ripopolò la città con cittadini di stirpe
dorica e ne cambiò il nome in Aitna, come
confermano alcune monete di particolare
pregio. Per augurare felicità agli abitanti
della nuova città Eschilo scrisse la tragedia,
oggi perduta, intitolata appunto “Le Etnee”.
Questo assetto durò fino al 461 a.C. quando,
per opera del pricipe siculo Ducezio, venne ripristi-
nata la situazione precedente. Ma l’autonomia di
Katáne durò poco: nel 406 a.C., sotto Dionigi
I di Siracusa, venne nuovamente e definitiva-
mente conquistata dai siracusani che domi-
neranno la città fino all’arrivo dei Romani nel
263 a.C. Gli antichi ci dicono, ancora, che in
questo periodo a Catania doveva esistere un
santuario piuttosto importante probabilmente
dedicato alla dea Demetra.

41
Età greca

E gli archeologi a questo proposito cosa hanno scoperto???

Grazie alle loro ricerche sappiamo


intanto che Catania in età gre-
ca aveva una cinta muraria di cui
sono stati intercettati alcuni tratti
nell’area dell’ex reclusorio della Pu-
rità, del teatro e sotto la chiesa di
S. Agata al Carcere.

42
Età greca

A quest’epoca i catane-
si abitavano nella parte
alta della città; lo con-
fermano gli edifici rinve-
nuti presso l’ex mona-
stero dei Benedettini in
piazza Dante e presso
l’ex reclusorio della Pu-
rità, riferibili alla città
arcaica e classica.
Sappiamo poco delle
necropoli greche pro-
babilmente perché si
trovavano in una parte
della città che tra la
fine dell’800 e l’inizio del
’900 fu interessata da grandi lavori di sistemazione urbanisti-
ca. La maggior parte dei dati risale a scavi dell’inizio del ‘900:
Paolo Orsi riferisce di avere individuato resti di sepolture di
età greca dove oggi vediamo l’Orto Botanico, in via Orto del
Re, in via Dottor Consoli e ancora nel quartiere Indirizzo verso
il porto; i recenti scavi presso l’ex reclusorio della Purità hanno
aggiunto qualche altro elemento.
Indagini degli ultimi anni hanno, infine, confermato l’esistenza in
epoca greca di un teatro. Ma di questo parleremo più avanti!!!
La cosa più significativa è l’essere riusciti a confermare la
notizia dell’esistenza di un’area sacra dedicata, almeno per un
periodo, alla dea Demetra. Essa si estendeva nella zona oggi

43
Età greca

compresa tra la via Manzoni e la via Crociferi. Non sono state


ancora individuate le strutture degli edifici ma alcuni archeologi
(un po’ fortunati!!!) hanno trovato in questa zona degli indizi:

 Un rilievo che rappresenta il mito di Demetra


rinvenuto in via Manzoni sotto l’edificio che
oggi ospita la Questura.
 Una testa di marmo della
stessa divinità dagli scavi
di via Crociferi ma soprat-
tutto…
 … una stipe votiva che
certamente doveva appar-
tenere al nostro santuario.

44
Qualche notizia in più…

Conoscete la storia che ha come protagonista


la nostra dea Demetra???
Vi presento i protagonisti:
Demetra (Cerere per i Romani)
Kore/Persefone (Proserpina per i Romani)
Ade (Plutone per i Romani)
Zeus (Giove per i Romani)

Kore/Persefone viene
rapita da Ade, signore
degli inferi, mentre
raccoglie fiori vicino ad
un lago. Dopo il rapimento
la madre Demetra la cerca
ininterrottamente per nove
giorni con due fiaccole in mano.
Durante questa affannosa ricerca,
la dea avrebbe sostato ad Eleusi dove,
infatti, in antico si celebravano i riti
misterici in suo onore. Per vendetta
contro Zeus, il padre di tutti gli dei,
Demetra, che
era la dea del
grano, della terra
coltivata e della
prosperità, decide di
non proteggere più le terre

45
Qualche notizia in più…

fino alla liberazione della


figlia. Zeus preoccupato
per i terreni sempre più
impoveriti, ordina al
dio Ade di liberare la
giovane. Ma, ahimè,
la ragazza aveva
già mangiato un
chicco di melograno,
simbolo dell’amore
e, per conseguenza,
doveva rimanere per
sempre legata al dio
Ade e al regno dei
morti. Si cercò così
un compromesso!

Persefone avrebbe passato una parte dell’anno


con la madre sulla terra e una parte con Ade negli
inferi. E così durante la semina autunnale e i
mesi invernali sarebbe rimasta negli inferi per
poi riemergere sulla terra in primavera ed estate.
Adesso potrai facilmente capire il perché la
dea Demetra viene in genere raffigurata
principalmente con una fiaccola in mano
(simbolo dell’affannosa ricerca della figlia),
con un fascio di grano o delle spighe (entrambi
simboli dell’abbondanza e della prosperità),
con un porcellino (come simbolo dei sacrifici

46
Qualche notizia in più…

fatti in suo onore); spesso, infine,


e legato per lo più a Kore/Persefone
troviamo il melograno (che ricorda
l’episodio del rapimento).
Il legame dei catanesi con i culti legati
a divinità femminili si è mantenuto
forte nei secoli. Lo dimostra ancora
oggi la fontana detta “di Proserpina”
davanti alla stazione la cui creazione
risale al 1904.

47
Età greca

La stipe di Catania venne trovata alla fine degli anni ’50


del secolo scorso mentre si faceva uno scavo per la
condotta fognaria in piazza S. Francesco
d’Assisi proprio ai piedi della statua del
cardinale Dusmet ad una profondità
di poco meno di tre metri. I nume-
rosissimi materiali venne-
ro praticamente pescati
dalle acque di una falda
che scorreva in questa
parte della città e ad un Cos’è una stipe
votiva???
livello più alto del piano
della stipe. Si tratta di È un grande dep
osito che stava se
mpre
ceramiche importate vicino ad un tem
terno di un’area
pio o comunque
all’in-
da diverse aree del Me- sacra che raccog
tutti gli ex voto lieva
diterraneo e statuette che venivano offe
divinità. Per gli rti alle
archeologi è una
in terracotta buona scoperte più affa delle
scinanti perché
parte delle quali, so- ne re si trovano m in ge-
oltissimi repert
prattutto quelle più prattutto vasi e i, so-
statuette, quasi
interi o ricostru se mpre
recenti, raffigurano ibili in gran part
e.
proprio la dea De-
metra; una parte del
materiale, invece, è di produzione locale.
Questo grande deposito è, dunque, la conferma dell’esisten-
za del santuario di cui parlano le fonti che anticamente
doveva essere molto più vicino al porto di quanto non lo
sia adesso. Qualcuno a questo proposito pensa che intorno
al VI-V secolo a.C. Katàne fosse un punto di approdo delle
navi che portavano queste merci dalla Grecia e che forse

48
Età greca

da qui venivano smistate in altre parti della Sicilia (gli antichi


chiamavano questo tipo di mercati emporia).

49
Qualche notizia in più…

Come venivano modellate


le statuette nel mondo antico???
Dopo essersi procurati l’argilla e avere cercato di
eliminarne le impurità, si poteva scegliere se
plasmare le statuette esclusivamente con le mani o
servirsi di appositi stampi che chiamiamo matrici.
Nel caso delle statuette se ne adoperavano quasi
sempre due, una per la parte posteriore ed una per
quella anteriore; una volta pronte, le due metà
venivano unite tra loro come puoi vedere se guardi
con attenzione
la parti laterali
delle statuette.
Dalle matrici
più grandi
spesso si
ricavavano
quelle più piccole, per
cui non è strano trovare
contemporaneamente
statuette uguali tra loro
in tutto tranne che nelle
dimensioni.
Se ci fate caso anche
voi qualche volta avete
“giocato” nello stesso
modo!!!
Tra le tipologie più
frequenti di terracotte

50
Qualche notizia in più…

figurate troviamo statuette sedute, stanti o


sdraiate oppure le maschere che sono modellate
solo nella parte anteriore.

Le statuette in terracotta, così come le grandi


statue in marmo o in bronzo, molto spesso
raffigurano divinità
che si identificano
attraverso alcuni
particolari. E’ il caso
per esempio come hai
già visto della fiaccola, della spiga e del
porcellino per la dea Demetra; o ancora,
ad esempio, della cetra per
Apollo, dello scudo, o della
lancia per Marte/Ares.

51
Qualche notizia in più…

Come venivano creati


i vasi nel mondo antico?

Le tecniche adoperate dagli antichi nella creazione dei vasi non


sono sostanzialmente diverse da quelle dei moderni ceramisti.
Vediamo insieme quali sono le fasi principali:
 Lavorazione dell’argilla. Dopo avere
estratto la materia prima, cioè l’argilla, dai
depositi naturali, la si mescolava con l’ac-
qua per poi lasciarla riposare in modo che
tutte le impurità si deponessero sul fondo.
L’argilla, resa così malleabile, veniva ulte-
riormente lavorata per liberarla dalle even-
tuali bolle d’aria che avrebbero potuto creare
problemi durante la cottura.
 Modellazione. Inizialmente i vasi veni-
vano interamente plasmati a mano ma, già
verso la fine dell’età del bronzo, venne in-
trodotto l’uso del tornio, la cosiddetta ruota del vasaio: questo si-
stema consentiva la creazione di
una superficie più uniforme ed
una considerevole riduzione del-
lo spessore delle pareti dei vasi.
Il tornio, ancora oggi adoperato
nelle botteghe dei ceramisti, è for-
mato da un asse verticale attorno
a cui ruota un disco dalla super-
ficie piatta, mosso dal vasaio per
il tempo necessario a dare con le

52
Qualche notizia in più…

mani la forma voluta al vaso. Questo, dunque, modellato in tut-


te le sue parti veniva ricoperto da un sottile strato di argilla di-
luita (ingobbio) che ne rendeva la superficie più uniforme e più
resistente. Si procedeva, dunque, a farlo essiccare per eliminare
porosità e residui di acqua.
 Decorazione. I vasi più antichi avevano decora-
zioni per lo più incise ottenute con le unghie o con
semplici strumenti prima del procedimento di essic-
cazione. Già in epoca preistorica, comunque, venne
introdotto l’uso della pittu-
ra, inizialmente limitata ad
un unico colore, ma presto più
articolata. La varietà e la diffusione
delle ceramiche dipinte fu nel mon-
do antico notevolissi-
ma: spicca tra tutti la
produzione greca che
con la diversità delle sue
fabbriche (corinzie, attiche, laconiche, greco orien-
tali per fare alcuni esempi) ha dominato gli scam-
bi commerciali attraverso
il Mediterraneo. Le ce-
ramiche più antiche
erano decorate preva-
lentemente con moti-
vi geometrici; le figu-
re umane, inizialmente
molto stilizzate, occupa-
vano solo piccoli riquadri, Ma
presto la parte narrativa prese il

53
Qualche notizia in più…

sopravvento su quella decorativa, pur mantenendo inizialmen-


te lo schema a fasce sovrapposte. La figura umana occupò poi
l’intera superficie del vaso fino ad essere dipinta su diversi piani
prospettici.
 Cottura. Se le ceramiche più antiche, quelle plasmate a mano,
venivano per lo più cotte al sole, in concomitanza con l’uso del tor-
nio, si cominciarono a costruire le fornaci. Vi sembra un moderno
forno per pizze? Vi assomiglia molto ma veniva in realtà adoperato
per la cottura definitiva dei vasi che assumevano in modo irreversi-
bile la forma precedentemente modellata.
Ovviamente ogni tanto qualche vaso non riusciva
molto bene!!! Sono quelli che gli archeologi chia-
mano scarti di fornace: dei frammenti di vasi
deformati dal calore o bruciati tanto brutti
quanto importanti. Spesso, infatti, costitui-
scono la prova, anche in assenza di strutture,
che in un determinato punto doveva esserci un
impianto artigianale per la lavorazione dei vasi.

54
Qualche notizia in più…

55
Età greca

Dell’ultima parte di vita di Katàne, cioè del pe-


riodo che va dalla conquista siracusana del 406
a.C fino all’arrivo dei Romani, conosciamo alcune
strutture abitative rinvenute presso l’ex mona-
stero dei Benedettini caratterizzate per lo più
dall’uso del signinum per i pavimenti e da
semplici affreschi alle pareti.
Il dato più particolare, però, è il rinvenimento, in
diverse parti della città - e, più precisamente,
presso l’ex monastero dei Benedettini, l’ex reclusorio della
Purità e la chiesa di S. Agata al Carcere - di alcune fossette
votive (jusòai/thysiai) databili, in base ai materiali, alla metà
del III secolo a.C. Si tratta di vere e proprie fossette scavate
nella terra con resti di cenere e ossa di animali bruciate; al
loro interno, in genere, erano una serie di piccoli vasi posti
attorno ad un contenitore di dimensioni maggiori. Da questi
ritrovamenti risulta chiaro che in età ellenistica a Catania
esistevano delle aree in cui si svolgevano dei rituali legati
probabilmente alla vita della città il cui significato però non è
facile da ricostruire.

56
Età romana
Età romana

Necropoli

58
Età romana

L’età romana

La storia
In occasione della seconda guerra “L’anno segu
en
sotto il conso te,
punica, e precisamente nel 263 di Valerio Ma to
la
rco e
a.C., sotto il comando del console Otacilio Crass
o, in
Valerio Messalla, la città di S icilia i Roman
i
cero grandi im fe-
Catania entra a far parte dei p
se. I Taormin re-
e
possedimenti romani e viene i Catanesi e si,
oltre
ricordata con il nome di Catina. rono accolti sotto cinquanta città fu-
la loro
La città era in una posizione Durante il terzo anno si pprotezione.
guerra reparò
strategica perché circondata Questi cocontro Ierone, re dei Sicula li.
n gran
da campi dove era possibile pace dai Romandi ee dignità ottenne la
to talenti di a diede loro du
coltivare il grano e perché rgento”. ecen-
aveva a disposizione un grande (Eutropio, II,
19)
porto da cui far partire e fare
arrivare le merci. Venne presto inserita nel gruppo delle
città decumane, cioè di quelle strettamente dipendenti da Roma a cui
dovevano versare un decimo del loro prodotto agricolo, in particolare del
grano. Questo sistema di tassazione basato sull’invio delle decime venne
abolito e sostituito dal pagamento di tributi in denaro dall’imperatore
Augusto. Comincia adesso, alla fine del I secolo a.C., il momento di
massimo splendore della Catania romana ormai elevata al rango di
colonia. L’abbondanza e la ricchezza delle testimonianze archeologiche
ne offrono la testimonianza più significativa. Una nota negativa prima
di questo momento felice fu la terribile esplosiva eruzione del 122 a.C.,
descritta da Orosio e testimoniata da uno spesso strato di cenere
rinvenuto in diversi contesti archeologici della città.

59
Età romana

Come era organizzata la città?


Catania romana si estendeva dal mare fino all’odierna piazza
Stesicoro. Nelle zone a nord di questa piazza erano le necropoli,
i luoghi delle sepolture che stavano sempre
fuori dalla città abitata. Ne abbiamo trovato
alcune tracce lungo un arco che va dalla via
Dottor Consoli, piazza S. Maria di Gesù,
lungo via S. Euplio sotto il Palazzo delle
Poste, la Rinascente e l’ex Monte di Pietà,
in piazza Stesicoro sotto Palazzo Tezzano
e nella zona meridionale della città in via di
Sangiuliano e in via Vittorio Emanuele.
Catania era allora attraversata da strade che, come sempre
nel mondo romano, si incrociavano tra loro ad angolo retto
formando una specie di reticolo. Di queste strade, conosciute
con il nome di cardo - quelle in
senso nord-sud - e decumanus -
quelle in senso est-ovest - ne sono
stati individuati diversi tratti, in via
Crociferi e presso l’ex monastero dei
Benedettini.
Nelle città romane le attività
pubbliche (amministrative, politiche,
commerciali) avevano il loro centro
in un’area aperta posta in posizione
centrale detta foro. A Catania esso è
tradizionalmente individuato nell’odierna piazza S. Pantaleone tra
la via Vittorio Emanuele e la via Garibaldi, sebbene recentemente
queste strutture siano state interpretate piuttosto come

60
Qualche notizia in più…

Le tecniche
edilizie romane
Se è vero che all’inizio i
Romani si ispirarono
in gran parte all’archi-
tettura greca, è pur vero
che nello stesso tempo co-
minciarono a dar vita a
nuove sperimentazioni.
Tra queste risultarono
determinanti l’utilizzo
dell’arco a tutto sesto ma
soprattutto l’uso del calce-
struzzo e della calce.

✏ L’arco, poco noto ai Greci, era stato già utilizzato dai vicini
Etruschi: i Romani se ne appropriarono… perfezionandolo! In
particolare l’arco a tutto sesto, un elemento curvilineo di forma
perfettamente semicircolare, poteva avere due funzioni: essere
utilizzato come semplice apertura o avere la funzione di… sca-
valcare il vuoto (pensate ad esempio ad un
ponte costruito su archi che consentiva di
collegare le due rive di un fiume!!!).
Utilizzare l’arco significò per i Romani
anche superare la difficoltà di dover coprire
edifici di vaste dimensioni. L’arco a tutto
sesto, infatti, riprodotto in successione o
in modo articolato genera a sua volta un
sistema di coperture più complesso. Pensate

61
Qualche notizia in più…

alle volte a botte (successione di archi a tutto sesto) o a quelle a


crociera (incrocio di due volte a botte) o alla cupola (generata
da un arco ruotato intorno al suo asse centrale). Valga come
esempio per tutti il teatro: se per i Greci era stato fondamentale
costruire il teatro scavando fisicamente le gradinate sul pendio
naturale di una collina, i Romani riescono a costruire le gradi-
nate su una struttura artificiale, caratterizzata appunto da un
complesso sistema di archi.
✏ La seconda grande novità fu l’uso del calcestruzzo, noto in
antico come opus coementicium, e della calce per la realizzazione
delle murature. Questa rivoluzione tecnologica ebbe inizio però
solo a partire dal III secolo a.C..
Inizialmente, infatti, i Romani continuarono ad utilizzare i
mattoni crudi (fatti di argilla semplicemente seccata al sole)
per costruire i muri degli edifici, mentre le fondazioni e le parti
strutturalmente più importanti erano realizzate in pietra. Tra
le tecniche più comunemente utilizzate soprattutto nelle co-
struzioni più importanti (ad esempio le mura di
fortificazione delle città) ricordiamo:
✏ l’opus poligonale: sovrapposizione a secco di bloc-
chi di pietra di grandi dimensioni
e dalla forma irregolare;
✏ l’opus quadratum: grandi
blocchi a forma di parallelepipedo
sovrapposti a secco per file
orizzontali.
A partire dal III secolo a.C. si introdusse, come sai già, l’uso dell’o-
pus caementicium. Nella costruzione del muro vennero distinte

62
Qualche notizia in più…

due parti: il nucleo ed il rivestimento esterno (paramento). Ed è


proprio nel nucleo del muro che si cominciò ad adoperare l’opus
caementicium: si trattava di un impasto formato da malta (calce
mista a sabbia e acqua) e pietrame (caementa), che veniva gettato
in una cassaforma (involucro costruito con tavole di legno). Tale
nucleo, solidissimo, veniva poi rivestito da diversi tipi di paramen-
ti murari che, sulla base dell’effetto finale, vengono distinti in:
✏ Opus incertum: pietre di piccole dimensioni e diverse forme di-
sposte una accanto all’altra in modo irre-
golare (adoperato tra il III ed il I secolo a.C.);
✏ Opus reticulatum: blocchetti di pietra
con una delle facce di forma quadrata,
disposti l’uno ac-
canto all’altro, in
modo fa formare
nel loro insieme un vero e proprio reticolo;
fu in uso a partire dall’età augustea fino
alla fine del I secolo d.C.;
✏ Opus vittatum o li-
statum: blocchetti di
tufo disposti per filari
orizzontali (dal latino vitta
“benda, nastro”) adoperato in
età imperiale soprattutto nelle
opere di fortificazione;
✏ Opus mixtum: tecnica che
riuniva nello stesso edificio
diversi tipi di muratura, de-

63
Qualche notizia in più…

terminando vari giochi cro-


matici.
A partire dal I secolo a.C. L’attenzion
ed
viene introdotto l’uso dei tecniche ar ei Romani alle
laterizi, cioè di mattoni è testimon chitettoniche
monumenti iata, oltre che dai
cotti in fornaci ad alta Vitruvio , anche da
lle parole d
, architetto i
temperatura. La tecnica sta roman e trattati-
o del I seco
muraria più diffusa che lo a.C.
“T utti gli edifici
introdusse l’uso di que- pubblici e pri
vati devo-
no essere ro
sto tipo di mattoni è co- La robustezz busti, utili e b
a sarà assicu elli.
nosciuta con il nome di: vando le fon rata sca-
damenta fin
poggiare sulla o a farle
✏ Opus testàceum o late- zionando att terra solida e sele-
ricium: questi mattoni, entamente i
l’utilità si ott ma
iene con una teriali;
a partire dall’e- distribuzione
d
corretta
tà dell’impera- rimento atte egli spazi e con l’inse-
nto all’intern
la bellezza si o della città;
tore Domiziano ottiene confe
ren
dificio un asp
(81-96 d.C.), etto elegante do all’e-
che le dimen e
recano spesso sioni delle sin curando
siano proporz g ole parti
timbri con in- ionate tra lo
(D
e Architectura ro”.
cisi elementi 1,3,2)

che in molti
casi consen-
tono di individua-
re l’officina e la data di produzione dei mattoni stessi.
Molti edifici, infine, soprattutto in età imperiale, vennero abbelli-
ti anche attraverso l’uso di materiali preziosi come il travertino
e, soprattutto, il marmo.

64
Età romana

magazzini. Dipinto
nel ’700 da Houel
e ancora visibile in
parte all’inizio del
‘900, doveva avere
una pianta quadrata
con portici e ambienti
con copertura a volta. L’elemento oggi meglio
visibile è un bellissimo tratto di muro in opus reticulatum databile
ad età augustea, inglobato
in un palazzo moderno. Non
abbiamo, invece, tracce,
perchè probabilmente coperti
dalla lava del 1669, di un
circo e di una naumachia
che, secondo Lorenzo
Bolano, dovevano esistere
a Catania.

Le case
Sembra si possa affermare con
certezza che le aree in cui si abitava
in piena età romana corrispondano
in gran parte a quelle di epoca
greca, soprattutto per la zona di
piazza Dante e dell’ex reclusorio della
Purità. Ma sicuramente in età romana l’area dell’ex monastero
dei Benedettini doveva rappresentare la parte più lussuosa della

65
Età romana

città almeno a giudicare dalla ricchezza delle decorazioni delle loro


case. Guardate un po’!!!

Uno degli esempi più interessanti è quello che gli archeologi hanno
chiamato “stanza della tavola imbandita” per ciò che è raffigurato
sulle sue pareti. Oltre ad alcune case di cui come avete visto si
conservano, insieme alle strutture murarie, resti di decorazione
dei pavimenti e delle pareti, gli archeologi hanno individuato proprio
sotto la struttura del monastero benedettino, una domus del
tipo a peristilio, costruita, cioè, attorno ad un cortile porticato.
Di questa si conservano alcuni ambienti con resti di pavimenti a
mosaico e opus sectile e tratti di pareti affrescate.

66
Età romana

Che parole difficil


i usano questi ar
cheologi!!!
Il mosaico è una
tecnica decorativa
e soffitti con tess che consiste nel ri
ere di differenti vestire pavimenti
marmi agli smal m ateriali, dai ciotto , pareti
ti, al vetro. Esse ve li alle pietre dure
realizzato in malta nivano fissate su , dai
o intonaco seguendo uno strato di prep
La tecnica era fors un disegno prepar ar az ione
e già nota nel seco atorio.
cominciò ad essere ndo millennio nell
utilizzata con mag ’antica isola di C
dal V secolo a.C. giore frequenza pr reta ma
per divenire una de ima dai Greci a pa
crazia romana. Il lle tecniche decora rtire
termine mosaico co tive preferite dell
tipico soprattutto ntiene in sé la paro ’a ri sto-
nel mondo roman la Musa forse da
pietre colorate le gr o, di rivestire di ll’uso,
otte artificiali, sp sassi, conchiglie
al culto delle nove esso presenti nei gi e pi ccole
Muse, le figlie di ardini romani, de
arti e alle scienze. Zeus e di Mnemòs dicate
ine, che presiedeva
L’opus sectile è un no alle
a tecnica simile,
lizzata con l’accost adoperata soprattu
amento di piccole tto per i pavimen
lizzare e pregiato lastre di marmi ti, rea-
per il tipo di mater pregiati. Difficile
decorative più raff iale utilizzato, cost da rea-
inate utilizzate ne ituisce una delle te
fino a quella bizant l m ondo antico soprat cniche
ina. tutto dall’età rom
ana

E cosa dire del loro tempo libero? Tra giornate passate alle terme
e spettacoli di vario genere i nostri amici romani non si potevano
certo lamentare. Sappiamo con certezza che la nostra città in
quel periodo offriva molte opportunità di questo tipo, ancora una
volta indizio della sua notevole importanza.
Iniziamo il nostro viaggio attraverso il divertimento!!!

67
Qualche notizia in più…

Dove vivevano
i Romani???
In città …
La tipologia più diffusa di La canalizzazione
delle acque
abitazione, nota già nel VI
secolo a.C. e descritta in I termini impl
uvium e compl
uvium
modo preciso da Vitruvio, contengono al lo
ro interno la stes
rola, pluvia, ch sa pa-
è la domus, una casa priva- e in latino sign
“pioggia”. Sono ifica
ta autonoma di proprietà di la spia del cara
tt eristi-
co sistema di ca
un’unica famiglia che nel- nalizzazione del
piovana tipico del l’ acqua
la sua forma più semplice la casa ad atrio.
veniva convogliat Questa
veniva chiamata anche a nella vasca ce
l’impluvium, ch ntrale,
casa ad atrio. L’atrium, e occupava esatta
la parte scoperta mente
infatti, un cortile interno del cortile e che
sua volta, colleg er a, a
ata ad una cister
centrale intorno al quale terranea che cons na so t-
entiva la conser
erano disposti tutti gli ed il successivo vazione
utilizzo dell’acqu
ambienti dell’abitazio- a.
ne, costituiva il cuore
della casa stessa. Si trattava di un cortile dotato di una
vasca centrale, l’impluvium, che si riempiva d’acqua piovana grazie
alla presenza del compluvium, l’apertura quadrata al centro del tetto
dell’atrium sorretta di solito da quat-
tro colonne e con gli spioventi rivolti
verso l’interno. L’atrium costituiva il
cuore della casa di città insieme al ta-
blinum, una sorta di stanza di ricevi-
mento dove erano esposti i ritratti degli
antenati (non c’erano foto allora!!!) e
dove si svolgevano i culti dedicati agli

68
Qualche notizia in più…

dei protettori della casa, i Lari ed i Penati. Tutte gli altri ambienti,
fra cui anche la stanza da letto (cubicu-
lum), la stanza da pranzo (triclinium),
il bagno (balneum), la cucina (culina)
erano disposti intorno all’atrium, unica
apertura da cui ricevevano luce. La casa
romana, infatti, era concepita come una
struttura chiusa: l’unica apertura verso
l’esterno era l’ingresso (vestibulum) pro-
tetto da una solida porta a doppio battente (fauces).Nel corso del II secolo
a.C. le case più ricche vennero impreziosite con mosaici nei pavimenti
e affreschi, stucchi e marmi nelle pareti e vennero dotate anche di
un giardino (hortus), intorno al quale si disponevano altri vani di
rappresentanza. Il giardino spesso colonnato (peristilium) era talvolta
impreziosito con vasche, fontane e statue. In epoca imperiale questo
modello venne parzialmente modificato, e talvolta fu eliminato l’a-
trium sostituito da un peristilium con grandi vasche d’acqua su cui
si affacciavano gli altri ambienti.
Non tutti però potevano permettersi questo tipo
di abitazioni!!! A partire dal III secolo
a.C., le classi più povere abitavano in
case a schiera con una superficie
variabile fra i 120 e i 350 metri
quadri. Le stanze organizzate
intorno ad un unico atrium co-
perto, privo di impluvium, aveva-
no finestre rivolte verso l’esterno
e ballatoi di legno che servivano i
piani superiori. In piena epoca imperiale
le classi più povere cominciarono ad abitare

69
Qualche notizia in più…

in case chiamate insulae, perché era-


no isole circondate da strade lungo
tutto il perimetro. Possiamo imma-
ginarle come dei veri e propri palazzi
con vari appartamenti organizzati
su più piani intorno ad un cortile
centrale da cui ricevevano la luce e
dotati di ballatoi e scale esterne di
legno per accedere ai piani superiori.
Le stanze erano spesso buie di picco-
le dimensioni; venivano riscaldate
con l’uso di bracieri che, ci dicono le
fonti, erano spesso causa di rovinosi
incendi.
In campagna …
Fra il III ed il II secolo a.C. nasce il concetto di villa, inizialmente
soprattutto abitazione di campagna connessa ad attività agricole.
Varrone, autore di un importante trattato di agronomia, scriverà
nel 37 a.C. che tale abitazione deve coniugare la produttività con il
piacere. Esse, infatti, erano costituite da due parti distinte:
✏ la pars rustica,composta da una serie di ambienti dedicati all’at-
tività produttiva, ai magazzini e dagli ambienti che ospitavano chi
all’interno dei quella villa vi lavorava.
✏ la pars urbana, cioè la vera residenza del
padrone così definita perchè doveva essere do-
tata di tutti gli agi ed i comfort tipici delle
case di città. Questo spiega la presenza di se-
rie di comfort che oggi definiremmo di lusso
… giardini ornati di vasche, fontane, statue ed
ancora terme, palestre, biblioteche!

70
Età romana

Gli edifici per spettacolo

Il teatro e l’odeon

Dal numero 260 della via Vittorio


Emanuele attraverso il portone di un
palazzo ottocentesco si accede al teatro
greco romano.
Che il teatro esistesse già in epoca greca
era stato da tempo ipotizzato sulla base
di alcuni indizi:
✏ la notizia dello storico Frontino
secondo cui alla fine del V secolo a.C.
durante la guerra del Peloponneso il
comandante Alcibiade avrebbe tenuto
un discorso dal “teatro di Catania” per spingere i catanesi ad
allearsi con Atene contro Siracusa;
✏ il fatto che le gradinate fossero ricavate dal pendio naturale
di una collina;
✏ il rinvenimento tra fine ’800 e
inizio ‘900 di alcuni tratti di muro
databili ad età greca per la tecnica
costruttiva con, in un punto, incisa
la sigla KAT in caratteri greci.
Scavi archeologici recenti hanno
confermato questa idea grazie
alla scoperta di altre strutture murarie riferibili all’epoca
greca, nonché di un tratto del logeòon/logheion, cioè del

71
Età romana

palcoscenico dell’originario teatro greco


databile probabilmente al IV secolo a.C.
La fase meglio attestata di questo monu-
mento rimane comunque quella della prima
età imperiale romana (I-II secolo d.C.). A
quell’epoca le gradinate, che potevano con-
tenere fino a 7.000 spettatori, erano in parte
ancora adagiate sulla collina e in parte soste-
nute da muri attraversati da corridoi coperti
a volta, gli ambulacri, posti a diversi livelli e collegati da scale.
L’orchestra era pavimentata in marmo mentre l’edificio scenico,
in parte ancora occupato da un palazzo ottocentesco, doveva
essere monumentale e decorato con statue e rilievi di marmo
messi dentro nicchie. Con lo stesso materiale
era rivestita, infine, anche l’area del palcoscenico
costituita da un muro interrotto da esedre
curvilinee. L’ampio uso di marmi decorativi è
testimoniato dai numerosi ritrovamenti, parte
dei quali troverete esposti alla fine della visita.
Osservate in particolare:
✏ una lastra decorata con
un delfino, probabilmente il
bracciolo di uno dei sedili di
marmo riservati alle autorità;
✏ un rilievo con personaggi in abiti tipicamente
romani forse raffigurati durante una processione;
✏ una testa, ricomposta da due parti rinvenute
in settori tra loro distanti e in momenti diversi, nel

72
Età romana

1991 e nel 1993, che raffigura l’imperatore Marco Aurelio;


✏ un gruppo marmoreo che raffigura Leda con il cigno
di cui si conserva solo una parte della figura
femminile; si tratta di una copia romana
del I secolo d.C. da un originale greco dello
scultore Timoteo (IV secolo a.C.).
A parte che per le strutture antiche che
abbiamo fin qui descritto, questo monumento
riveste un ruolo di primaria importanza nella
ricostruzione della storia catanese fino al
terremoto del 1693 e poi ancora fino agli anni
della seconda guerra mondiale.
Come teatro, infatti, smise di essere utilizzato
alla fine dell’età romana, intorno al V I -
VII secolo d.C.; da quel momento il
quartiere venne invaso da
piccole case che furono in
parte distrutte proprio alla fine
del ‘600. Di esse abbiamo
ancora una traccia in quella
struttura che è stata Chi era Leda?
appunto definita “casa del Secondo il mito Z
terremoto”. Si tratta di eus, innamoratosi
la giovane Leda, del-
per avvicinarsi a
un ambiente in cui è stato sarebbe trasform le i si
ato in cigno; fing
possibile fotografare il do poi di essere ag en-
gredito da un’aqu
momento in cui il tetto avrebbe trovato ri ila
fugio sotto il man
della fanciulla. tello
è crollato in seguito
alle terribili scosse del

73
Età romana

1693 ed ha seppellito, fin


quando non sono arrivati
gli archeologi, dei bellissimi
vasi e il pavimento originario.
Nei secoli successivi, infine,
si arrivò quasi a perdere la
consapevolezza dell’esistenza
del monumento antico -
come si può vedere dalla
foto dei primi decenni del
‘900 - completamente
inglobato nelle abitazioni
del quartiere. Rimaneva un
ricordo dell’esistenza di una
cavità nel nome di una delle
strade che lo percorrevano:
della via Grotte - così era chiamata - è ancora visibile un tratto.
Le strutture del teatro vennero utilizzate anche come fondamenta
di abitazioni artisticamente degne di nota: è la cosiddetta
casa Liberti (dal nome degli
ultimi proprietari), oggi sede
del piccolo Antiquarium, che
mantiene soffitti con stucchi
e affreschi e pavimenti con
mattonelle di pietra lavica
tipici delle case catanesi

di fine ‘800 - inizio ‘900.


Ed è proprio con l’idea di
mantenere viva la storia di

74
Età romana

questo edificio che si è scelto, in qualche caso, di non demolire


per liberare le gradinate, ma anzi di restaurare alcune delle
costruzioni impostate sulle strutture del teatro antico.
Sul lato ovest del teatro troviamo un piccolo Odeon, costruito
in lava e mattoni, che poteva ospitare,
molto probabilmente al coperto, circa
1500 persone. Era adoperato, come in
genere gli edifici di questo tipo, per le
prove o per le audizioni musicali. Anch’esso
profondamente rimaneggiato in epoca
moderna fu interessato dai primi espropri
già all’inizio del ‘900: l’allora proprietario
dell’immobile, il barone Sigona, fu infatti
condannato per avere abbattuto una parte
del monumento per ampliare la propria casa: è il frammento di
volta per terra ancora oggi visibile dalla via S. Agostino. I lavori
di liberazione della struttura antica furono continuati dopo la
seconda guerra mondiale ma l’edificio scenico è occupato ancora
adesso dalle strutture del palazzo Sigona. Ben visibile è invece
parte delle gradinate e di alcuni
vani disposti a raggiera non
comunicanti tra loro e aperti
all’esterno, forse in antico
adoperati come botteghe; la
presenza di soglie e dei fori
per l’inserimento dei cardini fa
pensare all’esistenza di porte
di chiusura.

75
Età romana

E adesso che conoscete la storia di questi due monumenti…


provate ad entrare!!! Appena dopo l’ingresso si percorre un tratto
del primo ambulacro dalla cui parte iniziale si può facilmente
vedere uno porzione dell’orchestra allagata per l’affiorare delle
acque, che scorrono, come sapete già, nel sottosuolo di Catania.
Attraverso due rampe di scale, si sale fino al terzo livello.
Appena fuori sul corridoio troverete sulla destra la cosiddetta
casa del terremoto; poi attraverso un cortile da cui è visibile
uno dei muri greci di recente individuazione, potrate accedere
ad una sala in cui sono esposte foto e stampe che interessano
il teatro ed in cui è visibile anche un tratto di muro di epoca
greca forse appartenente alle fortificazioni arcaiche della
città. Salendo poi al piano superiore visiterete l’Antiquarium
di casa Liberti, dedicato in parte al ricordo della famiglia ultima
proprietaria della casa e in parte all’esposizione di reperti
provenienti dagli scavi del teatro. Ritornati al punto di partenza
all’inizio del terzo ambulacro, lo percorrerete quasi per intero

76
Età romana

facendo un’ultima deviazione per visitare


l’odeon. Poi… finalmente… fuori
sulle gradinate del teatro per
un attimo di riflessione
e… di riposo: ricorda
di fare attenzione al
tratto di via Grotte L’Antiquarium
ancora visibile, alle
costruzioni moderne L’esposizione dei
materiali, tutti pr
ancora esistenti sulle venienti dagli scavi o-
del teatro, è orga-
strutture del teatro, nizzata secondo un
ordine cronologico.
Nell’ordine incontre
a ciò che rimane delle rete: le testimonianze
di epoca preistorica
decorazioni di marmo e greca; una selezio-
ne di lucerne, vase
llame e piccoli ogge
della scena e…, in osso e vetro e mat tti
eriali pregiati di et
ancora una volta, romana; ceramiche à
invetriate e smalta
all’acqua che fa dal medioevo al Ri te
nascimento; i mat
riali trovati sotto il e-
sembrare l’orchestra crollo della “casa de
l
terremoto”; una co
piuttosto una piscina. llezione di pipe in te
racotta e ceramiche r-
Una ripida scala del 1800 e del 1900
.
consentirà, infine,
di avviarvi verso l’uscita guardando più da
vicino le strutture della scena e attraversando i locali con
l’esposizione dei marmi. Questi locali fanno parte dell’edificio
che nasconde la visione del teatro su via Vittorio Emanuele.

77
Qualche notizia in più…

Dal teatro greco al teatro romano


La struttura
Il termine teatro deriva dal greco qeaéomai/theaomai che signi-
fica “vedere-osservare”; la struttura teatrale, infatti, nasce come
“spazio” in cui gli spettatori possono “vedere” lo spettacolo.
Le strutture più antiche sembra fossero di legno e, dunque,
di esse non abbiamo alcuna traccia. Il teatro greco di epoca
classica, in pietra, è formato da gradinate a forma di ferro di
cavallo ricavate dal pendio naturale di una collina; ad esse si
accedeva verticalmente at-
traverso scale che divideva-
no le gradinate in settori e

orizzontalmente lungo un

corridorio (diaé z oma/dia-


zoma). L’azione scenica si
svolgeva nell’orchestra che

era di forma circolare: il


termine deriva dalla parola
greca orceoémai /orxeomai
“danzare” a sottolineare l’a-
bitudine greca di accompagnare la
recitazione con la danza.
In epoca ellenistica questo tipo di
edificio subisce delle trasformazioni.
Gli attori non recitano più
nell’orchestra ma sul proscenio,
una piattaforma rialzata con alle
spalle delle strutture, inizialmente molto semplici, che fanno
da sfondo scenografico. Gli spettatori, oltre che sulle gradinate,

78
Qualche notizia in più…

siedono adesso anche nella parte


dell’orchestra rimasta libera;
le persone di riguardo stavano
anche allora sedute nelle prime


file spesso su bellissimi sedili
di marmo (proedròa/proedria),
oggi molto ben conservati nel
teatro di Dioniso
ad Atene.
Il teatro roma-
no si sviluppa
sul modello gre-
co ma viene reso
indipendente
dalla collina at-
traverso la costruzione di sostru-
zioni: l’effetto visivo è quello di
un edificio interamente costruito con la facciata a diversi ordi-
ni di arcate (prova ad immaginare il Colosseo di Roma diviso
a metà!!!). Alle gradinate semicircolari si accede attraverso dei
corridoi con copertura a volta, gli ambulacri, disposti su più
livelli; da questi attraverso delle aperture dette vomitoria gli
spettatori raggiungevano i po-
sti a sedere. Gli attori recitavano
anche qui sul proscenio alle cui
spalle era la scena, con il passa-
re del tempo sempre più riccamente
decorata con elementi architettonici
e statue. Edifici con queste caratte-
ristiche si trovano, in realtà, in tutte

79
Qualche notizia in più…

quelle zone occupate dai Romani in cui non


erano stati in precedenza i Greci; altrimenti,
ed è per esempio il caso della Sicilia, gli edifici
teatrali romani furono in realtà degli adatta-
menti delle strut-
ture greche pree-
sistenti. Anche a
Roma le strutture
più antiche erano
mobili; il primo
edificio stabile, il
Teatro di Pompeo,
risale al 55 a.C.

Durante le rappresentazioni si adoperavano anche alcuni


espedienti tecnici. Tra questi ricordiamo: le cosiddette “scale
di Caronte”, passaggi aperti sotto l’orchestra per simulare
l’ingresso in scena dagli inferi; o ancora macchine simili a
gru per consentire l’ingresso in scena dall’alto alle divinità
che spesso comparivano alla fine della narrazione con effetti
risolutivi sulla vicenda (il cosidetto deus ex machina).

Gli spettacoli
Nella società e nella cultura greca il
teatro ebbe un ruolo fondamentale. Gli
spettacoli oltre che un valore rituale e
religioso, avevano spesso una funzione
politica. Le prime rappresentazioni
teatrali nascono in associazione
al culto di Dioniso: questi, infatti,

80
Qualche notizia in più…

figlio di Zeus e Semele, venne allevato dalle ninfe e


poi istruito da Sileno e dalle Muse, da cui apprese
l’arte della poesia e del dramma, tanto da
diventare il dio dell’ispirazione. Tra le feste
religiose che ospitavano competizioni teatrali
le più importanti erano le Grandi Dionisie.
Le rappresentazioni si svolgevano nell’arco di
quattro giorni dalla mattina alla sera; alla fine una
commissione composta dai rappresentanti di tutte le
tribù di Atene designava i vincitori. Tutta la popolazione
era sollecitata a partecipare a questi concorsi teatrali; risale al V
secolo a.C. l’introduzione del jeoérikon/theorikon, una sorta di
gettone di presenza che veniva dato a chi andava ad assistere alle
manifestazioni.
Le forme principali di spettacolo del mondo
greco furono la tragedia, la commedia ed
il dramma satiresco. Si alternavano par-
ti recitate senza accompagnamento mu-
sicale con parti danzate e cantate; gran-
de importanza aveva il coro che costituiva
una sorta di personaggio, ora dialogante
con gli attori, ora intento a commentare
tra sé gli eventi del dramma. Gli attori nel
mondo greco erano particolarmente stima-
ti e ben retribuiti; dovevano essere dotati di
grandi doti vocali e di buone capacità mimiche corporee, in quanto
non potevano contare sull’espressività del volto coperto dalle ma-
schere. Queste assumevano diverse funzioni:
✏ permettevano l’immediata identificazione del personaggio e la
sua collocazione in categorie fisse (il vecchio arcigno, il vecchio

81
Qualche notizia in più…

buono, il giovane a modo, il giovane ribelle etc.);


✏ amplificavano la voce facendo da cassa armonica e nascondeva-
no i tratti maschili degli attori che recitavano ruoli di donne;
✏ favorivano l’avvicendamento di un attore in più ruoli.
Attraverso l’analisi di una sorta di catalogo redatto dallo scrittore
antico Polluce, gli archeologi sono riusciti ad identificare la mag-
gior parte delle maschere in terracotta trovate negli scavi; si pensa
che queste fossero i modelli da cui si ricavavano le maschere in car-
tapesta effettivamente usate dagli attori durante gli spettacoli.
La civiltà romana eredita da
quella greca la centralità
del teatro nella vita cul-
turale, sociale e politica.
Ma il carattere del teatro
latino è profondamente di-
verso da quello greco. A do-
minare, infatti, non è più
l’aspetto religioso ma quello
profano; è un teatro di intrat-
tenimento legato ad eventi civili,
spesso politici. Gli attori, e spesso
anche gli autori, non ebbero più il
prestigio che avevano nel mondo
greco e venivano spesso reclutati
tra gli schiavi e i liberti; veni-
vano pagati solo se lo spettacolo
riscuoteva il giusto successo.
Le stesse forme teatrali furono uti-
lizzate anche nel mondo romano: alle
tragedie, in genere di argomento storico

82
Qualche notizia in più…

e mitologico, i Romani preferirono, tuttavia, le commedie che ave-


vano per soggetto argomenti di vita comune che meglio li distrae-
vano dai problemi della vita quotidiana. Secondo la tradizione per
la prima volta il senato romano decise di far allestire le tragedie e le
commedie alla maniera greca in occasione della visita a Roma di
Ierone II di Siracusa nel 240 a.C. Per l’occasione Livio Andronico,
un greco di Taranto, prigioniero di guerra, fu chiamato a tradurre
in latino tragedie e commedie di soggetto greco: tali composizioni,
arricchite di musiche, canti e danze rispetto a quelle originarie, fu-
rono chiamate cothurnatae, dal nome del tipico calzare greco, e pal-
liate dalla tipica corta tunica greca, il pallium, utilizzati dagli at-
tori; con il passare dei secoli si creò la tragedia
romana di argomento storico (praetexta). Par-
ticolare favore riscossero all’inizio anche i fe-
scennini, spettacoli di origine etrusca, in cui
giovani con il volto tinto di rosso e maschere
realizzate con la corteccia degli alberi si scam-
biavano scherzi e battute. Fra i generi tipica-
mente romani ricordiamo ancora l’atellana,
spettacolo popolare i cui protagonisti creavano
una breve storia caratterizzata da intrighi, in-
cidenti, scambi di persona; il mimo, uno spet-
tacolo comico che aveva per oggetto temi di vita
quotidiana, con amori, truffe, intrighi, in cui
spesso erano presi di mira gli uomini politici
del tempo (era uno spettacolo fra i più moderni perché uno dei pochi
in cui gli attori non indossavano le maschere); il pantomimo, che
aveva come protagonista un danzatore/acrobata più che un attore
che mimava la storia danzando; il tetimimo, un balletto acquatico,
paragonabile all’odierno nuoto sincronizzato.

83
Età romana

L’anfiteatro

E, infine, lo sapete che anche Catania aveva il suo “Colosseo”???


Esso sorgeva nella parte più settentrionale della città romana,
l’attuale piazza Stesicoro. Di esso sono state ricostruite le
dimensioni, 124 metri per l’asse maggiore e 105m per il minore,
per un’altezza di oltre 30 metri. Sembra fosse il quarto per
grandezza dopo il Colosseo di Roma, l’Arena di Verona e l’anfiteatro
di Siracusa; poteva contenere circa 16.000 spettatori. L’edificio, in
pietra lavica e mattoni, doveva avere due piani di gradinate serviti
da due corridoi ad anello (ambulacri). Costruito intorno al I-II secolo
d.C. fu in uso fino al V; poi fu prima oggetto di spoliazioni e poi
probabilmente occupato da una fabbrica artigianale di vetri. Sembra
che intorno al XVI secolo ne furono demolite le parti più alte; dopo
il terremoto del 1693 venne, comunque completamente interrato

84
Età romana

e la sua superficie occupata da nuovi edifici. Così lo vide nel ‘700 il


principe di Biscari e così lo possiamo vedere sia in un acquerello
di Houel che ritrae la processione
di S. Agata sulla piazza, che nelle
foto dei primi anni del ‘900. Fu
infatti tra il 1904 e il 1906, su
iniziativa dell’ architetto Filadelfo
Fichera, che si iniziarono i lavori per
riportare alla luce quell’unica parte
dell’anfiteatro su cui non si erano
impostate altre strutture. Tutto
ciò costituì un evento per la città
al punto che qualche mese dopo l’inaugurazione, anche il re Vittorio
Emanuele III visitò quanto era stato possibile mettere in luce del
monumentale edificio romano.
L’anfiteatro è ancora oggi, a più di cento anni dagli scavi, visitabile
solo in parte: si entra attraverso un ingresso delimitato da due
colonne riutilizzate
e si scende fino al
livello del piano di
calpestio antico.
Si percorre quindi
uno dei corridoi
posti a raggiera
attorno all’arena
e poi il tratto di
un ambulacro,
per poi uscire in
una piccolissima

85
Età romana

porzione di arena, la sola oggi


visitabile. Una volta dentro
l’arena è possibile vedere ciò che
rimane delle gradinate e del muro
del podio che separava queste
dall’area in cui si svolgevano gli
spettacoli. Ulteriori strutture Studenti s
Questo mon comparsi?
u m ??
poste sotto il giardino di da un velo en to, forse per
di m c h é circond
villa Cerami, oggi sede della buona parte istero per il fatto di es ato
nascosto so sere in
facoltà di Giurisprudenza, na, è stato tto la città
spesso ogg moder-
sono visibili entrando in leggendari. etto di racc
Nota a tutt onti
ancora tenu i i catanesi, quasi
una piccola strada all’inizio ta in gran
de consider spesso
e
fantasiosa azione, la
della via Manzoni. Esiste poi vicenda di
addentrata una intera
si nei cunic c la sse che,
tutta una parte dell’edificio, sarebbe irr oli
imediabilm dell’anfiteatro, si
quella che i catanesi ente disper
sa.
chiamano ancora Catania
vecchia, la cui pianta è stata ricostruita, che
prosegue sotto la città moderna: si può percorrere per intero il primo
ambulacro e una parte del secondo (questa parte, però, non è ad
oggi aperta al pubblico). Sembra inoltre che, contemporaneamente
alla costruzione dell’anfiteatro, sia stata sistemata in modo
scenografico la collina soprastante
il cui dislivello puoi ancora vedere
nell’odierna via Garofalo. Sono stati
in questo senso interpretati un muro
con grandi nicchie e un edificio su
podio individuati durante gli scavi
sotto la chiesa di S. Agata al Carcere.

86
Qualche notizia in più…

Cos’è un anfiteatro
e che tipo di spettacoli ospitava?
La struttura
La parola anfiteatro contiene in sé il termine teatro con l’aggiunta
della preposizione a!mfi/amphí che in greco significa “tutt’intor-
no”: si tratta, dunque, di uno spazio destinato a spettacoli che si
presenta come il raddoppiamento di un teatro. L’edificio, che ha
una forma ellittica, è costruito intorno all’arena dalla parola rena,
la sabbia che la ricopriva, l’area in cui si svolgevano gli spettacoli.
Immediatamente a ridosso di questa correva il podio, una piatta-
forma elevata su cui erano i posti d’onore talvolta dotati di sedili di
pietra; esso era di solito separato dal resto delle gradinate concen-
triche su cui sedeva il pubblico. L’altezza del podio rispetto al piano
dell’arena e spesso la presenza di una rete metallica costituivano
un buon riparo per gli assalti degli animali.
Le gradinate erano divise in diversi ordini, ai quali si accedeva
attraverso un complesso sistema di ingressi e scale proprio come
accade oggi negli stadi. Questi settori erano suddivisi per classi
sociali: così accadeva che i personaggi più importanti e più ricchi
potevano assistere agli spetta-
coli dai posti d’onore del podio e
della parte più bassa delle gradi-
nate, mentre il popolo sedeva di
solito nei settori alti dove i sedili
erano spesso di legno. Nei giorni
di sole eccessivo la cavea poteva
essere coperta da un enorme ten-
done ombreggiante, il velarium.
C’era poi tutta una parte dell’e-

87
Qualche notizia in più…

dificio anfiteatro che non era vi-


sibile ai più … una sorta di la-
birinto, costituito da un insieme
di ambienti destinati ad acco-
gliere gli animali utilizzati per
le cacce o i combattimenti, o adi-
biti a palestre e quindi riservati
all’allenamento dei gladiatori.
L’esterno, infine, era caratteriz-
zato da una successione di più ordini di arcate, che contribuivano
a rendere ancora più monumentale l’aspetto.
Gli spettacoli
L’anfiteatro è un edificio esclusivamente ro-
mano legato a spettacoli - combattimenti fra
gladiatori e belve e cacce di animali che non
erano conosciuti in epoche precedenti. Secon-
do lo storico Tito Livio i combattimenti fra
gladiatori, conosciuti anche come ludi gla-
diatori, ebbero la loro origine fuori Roma. In
città furono celebrati per la prima volta nel
264 a.C. in occasione dei funerali di Decimo
Giunio Bruto Pera: i figli, infatti, per onorare
la memoria del padre, fecero combattere tre coppie di gladiatori. In
una fase iniziale erano considerati dei veri e propri riti magici, le-
gati alle cerimonie funebri: invece di compiere sacrifici umani, si
dava la possibilità ai prigionieri di combattere e quindi di salvare
la propria vita in caso di vittoria. Nel tempo questi combattimenti
persero l’originario valore sacro di munus, cioè di dono e offerta fu-
nebre per trasformarsi esclusivamente in ludus, gioco nel senso di
spettacolo, organizzato dalle autorità. Venne così inventato l’anfi-

88
Qualche notizia in più…

teatro utilizzato dai Romani per ospitare anche altri


tipi di spettacoli, come le venationes, cacce
ad animali selvaggi ed esotici divenute
di moda all’inizio del II secolo
a.C. la più antica caccia di
cui abbiamo notizia sembra
avvenne a Roma durante la Chi erano i glad
iatori?
seconda guerra punica ed Erano uomini co
sì chiamati per la
ebbe come protagonisti gli ratteristica arm loro ca-
a, il gladium, sp
elefanti che erano stati cat- ta a doppio taglio ad a cor-
con lama larga.
turati ai Cartaginesi. no essere volontar Poteva-
i, ma il più delle
Tutto il meccanismo di trattava di schia volte si
vi e prigionieri d
i guerra.
preparazione ai giochi e lo
svolgimento degli spettacoli gladiatori
può essere paragonato a quanto accade oggi nel mondo del cal-
cio. I gladiatori, che facevano parte di una determinata familia e
vivevano all’interno delle caserme-scuole, si dividevano in varie
specialità, distinte in base al tipo di armamento, ed erano soste-
nuti da una vera e propria tifoseria. Gli spettacoli erano pubbli-
cizzati tramite avvisi dipinti sui muri della città ed anticipati,
la sera della vigilia, da un banchetto e da una parata, una sor-
ta di processione, il giorno stesso
prima dell’inizio dello spettacolo.
I duelli fra i gladiatori avveniva-
no una coppia alla volta o fra più
coppie: i tifosi partecipavano allo
spettacolo, incitando i propri benia-
mini, la cui sorte finale, in caso di
sconfitta, veniva decisa di solito
dall’editor,l’organizzatore dei gio-

89
Qualche notizia in più…

chi, e successivamente dall’imperatore. La decisione veniva indi-


cata dal gesto della mano con l’indice rivolto verso l’alto, in caso
di grazia, o con il pollice rivolto verso il basso, in caso di condanna
a morte. Il vincitore invece, con una corona ed un ramo di palma,
faceva il giro dell’arena, acclamato dai suoi tifosi!

90
Età romana

Gli impianti termali

Ai catanesi del periodo romano doveva piacere molto andare alle


terme a giudicare da quello che ancora oggi possiamo vedere.
Conosciamo, infatti, almeno tre impianti termali pubblici insieme
ad altri di minori dimensioni, forse privati. Proviamo ad individuarli!!!

Quelle più “nascoste” sono le terme Achilliane, i cui resti


sono oggi sotto la Cattedrale e la piazza del Duomo. Si chiamano
in questo modo perché così le definisce un’iscrizione datata al
434 d.C. e oggi conservata al Castello Ursino in cui si fa rife-
rimento a lavori di restauro
allora effettuati. Esplorate
per la prima volta dal princi-
pe di Biscari nel ‘700, sono
state riaperte al pubblico nel
2006, dopo importanti lavori
di scavo archeologico e di re-
stauro effettuati tra il 2001
ed il 2005 in occasione della
ripavimentazione della piazza.
Il grande problema di questo monumento è - strano ma vero!!! -
… l’acqua. Anche qui come nel teatro le acque che scorrono sotto
la nostra città impediscono una visita serena senza … bagnarsi
i piedi. Negli ultimi anni per fortuna sono state installate delle
pompe speciali che tengono automaticamente il livello dell’acqua
sotto le passerelle su cui si cammina durante la visita. Quindi
… pericolo acqua superato e … via con l’esplorazione!!!

91
Età romana

Scendiamo ad un livello
inferiore rispetto alla
strada - in realtà le
terme dovevano avere
almeno due piani come
ci dimostra l’esistenza
di una scala - ed
entriamo attraverso
un corridoio nell’unica parte oggi visibile: una
sala quadrata con quattro grandi pilastri che
sorreggono le volte ed una vasca centrale
in origine rivestita di marmo con tre ambienti sul lato nord. Il
pavimento con resti di opus sectile che si vede attualmente nella
sala quadrata fu sicuramente sollevato rispetto al piano originario
più basso come si è accertato attraverso un piccolo saggio
eseguito attorno ad uno dei pilastri; con ogni probabilità fu questo
uno degli interventi
eseguiti durante i
restauri cui si riferisce
l’iscrizione. Le pareti e
le volte dovevano essere
decorate con stucchi
che rappresentavano
piccoli amorini e animali
in mezzo a tralci di
vite e grappoli d’uva;
quel poco che oggi ci
è rimasto lo abbiamo
ricostruito anche

92
Età romana

grazie agli acquerelli di Houel, che li ha visti in una condizione


certamente molto migliore di quella attuale.

Conservate per un numero maggiore di vani sono le Terme


dell’Indirizzo in piazza Currò, proprio al centro della Pescheria.
Prendono il nome dalla vicina chiesa di S. Maria dell’Indirizzo e
risalgono probabilmente al III secolo d.C. Di queste, interamente
costruite in opus caementicium
con rivestimento esterno in
blocchi di pietra lavica e mattoni,
rimangono più ambienti, molti dei
quali con la originaria copertura.
Particolarmente ben conservato
è il calidarium, una grandiosa
sala a pianta ottagonale con
copertura a volta; è possibile anche riconoscere bene la camera
di alimentazione del calore, i pilastrini che sopraelevavano il
pavimento e, all’interno di alcune pareti, i tubi attraverso cui si
diffondeva l’aria calda. Anche questo monumento fu esplorato

93
Età romana

dal principe di Biscari e dipinto dal pittore Jean Houel.

E adesso tutti alle Terme della Rotonda!!


Fino alla metà del secolo scorso si conosceva solo un edificio
di forma circolare a tutti noto come chiesa di S. Maria della
Rotonda, ma già dal principe di Biscari nel ‘700 identificata
come ambiente termale. Nel 1943,
durante la seconda guerra mondiale,
questa zona venne bombardata:
furono distrutti alcuni edifici tra cui
un’altra chiesa, S. Maria della Cava,
posta di fronte alla Rotonda di cui
oggi è ancora visibile il campanile. I
primi lavori, eseguiti inizialmente per

94
Età romana

rimuovere le macerie degli edifici distrutti dai bombardamenti,


dimostrarono che l’area era stata nel corso
dei secoli molto rimaneggiata e confermarono
l’esistenza di muri di epoca romana anche al di
fuori del già noto edificio circolare. Quello che
vedete oggi è il risultato degli scavi effettuati
tra il 2004 ed il 2008. Dopo tanti anni di
studio e di ricerche gli archeologi cominciano
ad avere le idee un po’ più chiare su questo
monumento a dire il vero un po’ particolare.
Ma andiamo per ordine!!!
In epoca imperiale romana esisteva un impianto
termale probabilmente abbandonato intorno al
VI secolo d.C. Di esso oggi è possibile distingue-
re diversi ambienti tra cui una grande sala
rettangolare non riscaldata con estremità
absidata ed una in cui sono conservati
ampi tratti della pavimentazione di età
romana; la camera di alimentazione del ca-
lore; alcune sale riscaldate con il sistema
dell’ipocausto con i pilastrini in mattoni
chiaramente identificabili e ben conservati;
una piccola sala circolare riscaldata sia
dal basso che attraverso tubi a sezione
quadrangolare inseriti nelle pareti. Il gran-
de vano circolare, infine, da cui prende il
nome l’intero complesso, è stato a lungo
considerato il calidarium delle terme, con
le vasche per le abluzioni lungo le pareti e

95
Età romana

i condotti attraverso cui passava il calore sotto il pavimento.


In una delle vasche è possibile vedere
ancora una parte della pavimentazione
romana in opus sectile, la malta idrau-
lica con cui erano intonacate le pareti
e una delle scalette che consentivano
l’ingresso alla stessa. Le indagini più re-
centi hanno messo in discussione l’idea
della trasformazione del calidarium in
chiesa: si ritiene possibile, infatti, che l’edificio circolare sia nato
direttamente come chiesa sovrap-
ponendosi alle strutture delle terme
romane ormai abbandonate.
Ma la storia di questo edificio è anco-
ra lunga e complessa: ne riparleremo
più avanti!!!
Di minori dimensioni e con buona
probabilità riferibili ad una destinazione
privata sono, poi le strutture termali visibili in piazza Dante
proprio davanti all’ingresso dell’ex monastero dei Benedettini.
Altre strutture riferibili a impianti
termali, già viste dal principe di
Biscari sono state individuate
in piazza S. Antonio.
Perché tutti questi impianti
termali potessero funzionare nel
modo migliore era necessaria
una grande quantità d’acqua che

96
Età romana

veniva rifornita da un acquedotto. Questo, partendo da S.


Maria di Licodia, arrivava con un percorso di 23 Km a Catania:
l’acqua veniva convogliata in
un grande serbatoio a nord di
piazza Dante - ne rimane traccia
nell’odierna via Botte dell’Acqua
- e da qui distribuita in città.
Tratti di questo acquedotto
che scorreva parte fuori terra e
parte interrato, sono ancora oggi
riconoscibili sia lungo il percorso
tra Paternò e Misterbianco sia
in città. Oltre che in un tratto
recentemente individuato in via
Crociferi, un esempio sembra
oggi possibile riconoscerlo nella
struttura conosciuta come

97
Età romana

“Arco dei Minoritelli” nella parte alta di via di Sangiuliano: un


arco realizzato con mattoni alternati a pietra lavica molto
probabilmente legato ad una
canalizzazione rinvenuta all’interno
della chiesa vicina. Oltre agli impianti
termali l’acquedotto alimentava,
attraverso un articolato
sistema di canalizzazioni, anche
ninfei e fontane monumentali
di cui rimangono alcune tracce.
Segnaliamo tra queste il ninfeo
rinvenuto nel ‘700 dal principe di
Biscari in piazza Dante a cui gli
studiosi ritengono appartenessero
il pavimento in opus sectile - oggi
visibile in una delle sale di palazzo
Biscari - e alcuni frammenti del
mosaico dei Mesi attualmente
esposti al Castello Ursino. Non
più visibili perché sotto la strada
le fontane con i resti di condotti
individuate tra la via Alessi e la
via Crociferi, e in piazza SS. Elena
e Costantino.

98
Qualche notizia in più…

I “centri benessere” dell’antichità


Nel mondo antico, soprattutto in quello romano, era usuale fre-
quentare le terme (dal greco jeérmov/ thermos che significa “ca-
lore”), strutture pensate come luoghi di incontro e di benessere.
Le più antiche erano di dimensioni piuttosto piccole mentre, con
il passare dei secoli, si costruirono edifici dotati, oltre che delle
sale termali vere e proprie, anche di luoghi per riunioni, palestre
e spazi per attività fisiche di vario genere.
Le terme, che rimanevano aperte per l’intera giornata, erano fre-
quentate da donne e da uomini di tutte le età e di tutti i ceti
sociali. Solo a partire dall’epoca dell’imperatore Adriano (117-

99
Qualche notizia in più…

138 d.C.) si ritenne opportuno separare i settori femminili da


quelli maschili; lì dove le dimensioni troppo piccole delle terme
non consentivano questo, si scelse di consentire loro l’accesso
in fasce orarie diverse.

Ogni impianto termale aveva un nucleo di base composto da:


natatio (un ambiente coperto con la piscina), frigidarium (una
sala per il bagno freddo), tepidarium (una sala di passaggio
moderatamente riscaldata), calidarium (una sala con vasche
poste al centro o lungo le pareti per il bagno caldo), laconicum

100
Qualche notizia in più…

(una sala spesso di forma circolare in cui l’aria calda creava


un effetto molto vicino alla sauna dei tempi moderni), apodyte-
rium (una sala non riscaldata adibita a spogliatoio).
Che ne dite di questo “percorso benessere”???

Perché gli impianti termali potessero funzionare era necessaria


la presenza dell’acqua che veniva canalizzata e distribuita nei
vari ambienti e soprattutto del calore. Nelle terme più antiche
esso veniva prodotto attraverso dei grandi bracieri. A partire dal
I secolo d.C. venne introdotto un nuovo sistema: il calore veniva
costantemente alimentato attraverso un vano molto simile ad
un forno per le pizze
(praefurnium) da
cui veniva diffuso
nelle diverse stanze;
con la stessa fonte
di calore si riscal-
dava anche l’acqua
che veniva raccolta
in appositi conteni-
tori generalmente
in piombo o bronzo.
La distribuzione del
calore e dell’acqua avveniva o lungo le pareti, attraverso tubi di
terracotta o piombo in esse inseriti, o sotto il pavimento. Questo
veniva sopraelevato (suspensura) con pilastrini di terracotta detti
pilae creando così uno spazio vuoto per consentire il passaggio
del calore: questo sistema viene chiamato ipocausto (dal greco u\
poé/iUpò “sotto” e kauéw/kàuo “scaldare”).

101
Qualche notizia in più…

All’interno degli edifici termali lavoravano diverse persone: dal


conductor al quale spettava la gestione delle terme e la riscos-
sione delle tasse di ingresso quando erano previste, al capsarius
che aveva il compito di ricevere e custodire i vestiti dei clienti, al
fornacator che doveva alimentare continuamente la caldaia per
il riscaldamento delle stanze e curare il mantenimento della
giusta temperatura, oltre a tutte le figure legate alle attività
sportive che si svolgevano all’interno delle terme.

Chi frequentava le palestre spesso


aveva l’abitudine di cospargere il
proprio corpo con oli e unguenti che
venivano rimossi, dopo gli allena-
menti, con una speciale paletta di
metallo chiamata strigile.

102
Dal tardo antico al 1693
Età
Età medievale
medievale

104
Età medievale

DAL TARDO ANTICO AL 1693

Concludiamo qui il nostro viaggio attraverso le testimonianze


più antiche della città di Catania. Lo completeremo con gli eventi
catastrofici del 1669 e del 1693 che, come abbiamo già visto,
hanno cambiato il volto della città. Questa particolare situazione
ha fatto sì che molto spesso gli archeologi si siano trovati a do-
vere interpretare anche dati relativi ad epoche piuttosto recenti.
Le colate laviche e gli strati di crollo dovuti al terremoto hanno,
infatti, molto spesso “sigillato” sul terreno fondamentali pagine
di storia.
Finiti gli splendori dell’Impero romano d’Occidente (476 d.C.) anche
Catania diviene preda delle invasioni barbariche, prima dei
Vandali di cui si ricordano terribili incursioni, degli Eruli e poi
dei Goti di Teodorico. A quest’ultimo, che fu signore dell’isola dal
491 al 526 d.C., si deve, tra le altre cose, l’autorizzazione all’uso
dei blocchi dell’anfiteatro per altre costruzioni in città.
Nel 535 d.C. inizierà poi da Catania la riconquista bizantina
dell’isola capitanata dal generale Belisario; la città farà parte
dell’impero bizantino per i successivi tre secoli. L’immagine che è
possibile ricostruire della Catania di questo periodo è quello di
una città in forte degrado: si riduce notevolmente la superficie
abitata; sembrano essere meno efficienti i servizi pubblici come la
manutenzione delle strade e lo smaltimento dei rifiuti. Alcuni spazi
pubblici vengono riutilizzati per usi differenti in base alle nuove
esigenze: è il caso del teatro usato probabilmente per attività
artigianali e forse anche per la macellazione degli animali - così si
può spiegare il ritrovamento di una grande quantità di ossa ani-

105
Età medievale

mali nella zona dell’orchestra - e che, nella parte più alta, comincia
ad essere occupato da povere
abitazioni, e dell’anfiteatro dove
sorge un impianto artigianale per
la lavorazione del vetro.
Ma… meno male che ci sono le
chiese!!! A moderare, infatti, l’im-
magine di una città in lento de-
clino è il grande numero di edifici
di culto cristiano. Ricordiamo in-
nanzitutto i resti di una piccola
basilica sotto l’attuale via dot-
tor Consoli dedicata ai martiri
catanesi Agata ed Euplio. Oltre
ad un lungo tratto di muro e alle
tre absidi sono stati rinvenuti una
serie di mosaici con scene di vita
agricola che, staccati dalla sede
originaria, furono per molti anni,
fino all’inizio degli ultimi lavori di ristrutturazione, rimontati nella
sala S. Giorgio del Castello Ursino.
Fino al VI secolo, dunque, il culto di Agata era ancora fuori dalle
mura cittadine; venne con ogni probabilità trasferito dentro la
città intorno al VII-VIII secolo d.C. L’odierna chiesa di S. Agata al
Carcere, il luogo in cui secondo la tradizione la santa fu tenuta
prigioniera, sembra avere riutilizzato parte di un edificio romano
preesistente. Questa zona della città venne contemporanea-
mente adoperata come luogo di sepoltura, forse all’interno di

106
Età medievale

un recinto sacro in qualche modo


legato alla santa. Che si tratti di una
necropoli cristiana lo dimostra la
tipica posizione con le braccia incro-
ciate sul petto; che queste sepolture
siano legate ad un culto, probabil-
mente quello agatino, lo fa pensare
il fatto che stiano all’interno della
città e in stretto legame - hanno
il cranio praticamente inserito nel
muro - con questo ipotetico recinto
sacro.
Il caso più interessante di riutilizza-
zione di spazi pubblici romani è quello
della chiesa di S. Maria della Rotonda
sorta nell’area dell’edificio termale
di cui abbiamo già parlato. In un’epoca piuttosto antica dell’era
cristiana sarebbe sorta, dunque, in questa area una chiesa (il cui
nucleo centrale era quello oggi occupato dall’abside settentrio-
nale) dedicata alla Madonna. Sembra fosse proprio una delle più
antiche della nostra città: fa riferimento a questo l’iscrizione che
corre tutto attorno alla base della volta. Secondo un’antica tradi-
zione sarebbe addirittura avvenuta qui la conversione di S. Agata.
Forse molte di queste notizie non rispondono del tutto al vero
ma sono importanti come segnale dell’antichità di questa prima
chiesa - forse del VII secolo d.C. - e della grande considerazione che
di essa avevano i catanesi. In una fase successiva, in età medio-
evale (XII-XIII secolo d.C.), la chiesa molto probabilmente cambiò

107
Età medievale

asse: ad essa si accedeva dal lato


ovest attraverso una porta
ad ogiva (la stessa da
cui siete entrati voi) a cui
corrisponde, sul lato op-
QUOD INAN
posto, un’abside recen- OMNIUM VEN
I DEORUM
ERA
temente identificata. Della SUPERSTITIOSAE CATITAONNI
EREXERAT PIET ENSIUM
stessa fase sembra siano PR OFUGATO
AS IDEM HO
C
le merlature sul muro ERRORE IPISISEM ENTITAE REL
NASCENTIS FI
IGIONIS
EX D EI
esterno molto danneg- O RDIIS DIVUS PE
TRUS APOSTO
RUM PRINCEP LO
giate dai bombardamen- CLAUDII IM S ANO GRATIAE 44
PERATO IS II
ti della seconda guerra OP.MAX. EIUSQUE GREN IT
. DEO.
TE IS ADHU R ICI IN
mondiale. Appartengono PARNRTH C AGENTI SA
CRAVIT
EON.
a questa epoca anche gli
affreschi all’interno
dell’arco sul lato ovest Ciò che la pietà dei catane
si avev
del presbiterio con all’inutile superstiziosa venera a eretto
tu zione d
le immagini dei due ve- d tti gli dei, questo stesso, tolto l’erro i
ella fals re
scovi S. Nicola e S. Le- della na a religione negli stessi primordi
scente
one Taumaturgo (lo degli Apostol fede, S. Pietro principe
i cons
stesso di cui abbiamo grazia 44 a Dio Ott acrò nell’anno di
imo M
parlato a proposito del sua genitrice ancora vivent assimo e alla
e nell’anno II
mago Eliodoro!!!). Nel- di Claudio imperatore.
la seconda metà del
‘500 viene creata la
porta sul lato meridionale (quella da cui al momento
è possibile affacciarsi sull’interno della chiesa) con conseguente
cambiamento dell’asse che rimarrà tale anche nei secoli successivi.

108
Età medievale

Ancora visibili sono le tracce di alcuni affreschi. Riconosciamo


nelle vele sotto la cupola subito sopra l’iscrizione gli evangelisti
Luca, Matteo, Marco, Giovanni, S. Pietro, S. Paolo, S. Lucia e S.
Agata; i vescovi S. Leone e S. Nicola all’interno dell’arco a sinistra
dell’abside centrale; l’Assunzione nella volta del presbiterio,
e una parte della Carità di S. Omobono su una parete del vano
centrale.

109
Età medievale

L’intera area, infine, sia nelle parti oggi a cielo aperto sia in quelle
coperte, in un periodo che si estende dal IX al XVI secolo d.C., è sta-
ta utilizzata anche come luogo di sepolture che furono collocate in
tutti quei punti in cui era possibile farlo; ne sono state trovate più
di 200!!! Gli archeologi hanno voluto lasciare una testimonianza
di questo: la potete vedere affacciandovi nella prima stanza che
visiterete. Carini vero i nostri amici???

Fuori dalla città antica in direzione sud-est, doveva essere la


chiesetta del Salvatore, conosciuta come Cappella Bonaiuto dal
nome del palazzo in cui è attualmente inglobata. Risparmiata dal
terremoto del 1693 - fonti dell’epoca ne parlano come della “sola

110
Età medievale

struttura rimasta in piedi dopo il


terremoto” - non subì modifiche nei
decenni successivi perché fuori dal
sistema delle strade del piano re-
golatore post terremoto. Si tratta
di una struttura con uno schema
a trifoglio, cioè con tre ambienti
absidati posti attorno ad una sala
quadrata; il piano pavimentale era
ad oltre due metri di profondità dall’attuale livello stradale. L’acque-
rello di Houel relativo a questo edificio mostra un uomo impegnato
nello svuotamento di alcune nicchie
ricavate da una parete scavata al
centro della cappella; qualcuno pensa
che potrebbe trattarsi di un esempio
di tomba a colombario di epoca ro-
mana, quindi precedente alla chiesa.
Il VI secolo vede una città comples-
sivamente in degrado; appare però
ancora attiva la periferia. In questo senso sono da interpretare alcuni
rinvenimenti archeologici. E’ il caso ad esempio di un insediamento a
monte S. Paolillo o di una basilichetta a tre navate individuata
negli anni ’20 a Monte Po, in una zona periferica della città allora
occupata da insediamenti agricoli.
Sembra probabile, infine, che a quell’epoca Catania fosse circondata
da mura; così la trovarono, infatti, gli Arabi al loro arrivo. Già dalla
metà del VII secolo d.C. la Sicilia sarà oggetto di incursioni da parte

111
Qualche notizia in più…

La storia di Agata
Le vicende della giovane Agata sono ambientate all’epoca
dell’imperatore romano Decio (200-251 d.C.) a cui si deve una
delle più violente persecuzioni contro i cristiani che la storia
ricordi. Agata, nata nel 237 d.C., venne molto presto attrat-
ta dalla religione cristiana che andava sempre più
diffondendosi. In nome di ciò si oppose con deter-
minazione alle richieste avanzate nei suoi
confronti da parte di Quinziano, allora
governatore della città. Fatta condurre da
costui in carcere – oggi chiesa di S. Agata
al carcere - fu sottoposta a diverse torture
fino all’asportazione di una mammella.
Guarita miracolosamente durante la not-
te dopo che S. Pietro le sarebbe apparso sotto
le sembianze di un vecchio, per ordine di
Quinziano fu bruciata sui carboni arden-
ti il 5 febbraio del 251 d.C. La tradizione
vuole che l’anno successivo, il 252 d.C., i
catanesi, per bloccare un’eruzione dell’Etna
che si presentava rovinosa, avrebbero portato in processione il
velo con cui Agata si era offerta a Cristo, ottenendo il miracolo.
Intorno al 1040 le reliquie della Santa vennero rubate e tra-
sferite a Costantinopoli, da dove fecero ritorno nel 1126. Esse
vengono oggi custodite nel busto reliquiario, costruito ad Avi-
gnone tra il 1373 ed il 1376, ed in una cassa rivestita in la-
mina d’argento che dal 1889 ha sostituito quella di legno, oggi
conservata presso la chiesa di S. Agata la Vetere.
I catanesi ricordano i giorni del martirio di Agata con una

112
Qualche notizia in più…

grande festa ancora oggi molto sentita che


si svolge dal 3 al 5 del mese di febbraio. Sfi-
lano, portate a spalla per le vie della città,
le candelore, undici grandi ceri votivi ric-
camente decorati insieme al fercolo con il
busto e le reliquie della Santa. L’intera pro-
cessione è accompagnata dai cittadini, de-
voti che indossano un abito bianco con un
berretto nero; è il cosiddetto sacco, in ricor-
do – così vuole la tradizione – della notte in
cui, per festeggiare il ritorno delle reliquie
in città, i catanesi sarebbero usciti con gli
abiti da notte.
Non mancano poi le tradizioni alimentari legate al culto di
S.Agata. È il caso delle olivette di pasta reale che ricordano l’al-
bero di ulivo cresciuto in uno dei luoghi del supplizio della san-
ta, o ancora delle minne di S. Agata, dolci a base di ricotta la
cui forma ricorda il seno a lei strappato.
Oltre alle numerose chiese a lei dedicate e ai
luoghi in qualche modo legati alle vicen-
de del suo martirio, un ricordo di Agata è
anche nel monumento simbolo della città,
la fontana dell’elefante: in cima all’obeli-
sco è, infatti, una tavoletta con l’iscrizio-
ne M.S.S.H.D.E.P.L. (Mentem Sanctam
Spontaneum Honorem Deo Et Patriae Libe-
rationem “mente sana, spontanea, onore a
Dio e liberazione della patria”) che secondo
la tradizione un angelo avrebbe messo nel
suo sepolcro.

113
Età medievale

di questa popolazione. Dopo la morte di Maometto (633 d.C.) ebbe


inizio, infatti, un grande movimento di queste popolazioni verso il
nord Africa e l’Europa meridionale; la conquista siciliana fu piuttosto
impegnativa e si concluse solo nel 965 d.C. con la presa di Rometta
(ME). Fu complessivamente un periodo di benessere caratterizzato,
tra l’altro, da un notevole incremento dell’agricoltura: si deve agli
Arabi, infatti, l’introduzione di colture e di tecniche di lavorazione fino
ad allora sconosciute. Molto incisiva fu l’influenza culturale araba
soprattutto negli aspetti architettonici e decorativi meglio visibili,
però, nella Sicilia occidentale. Più fragile si rivelò, invece, il loro asset-
to politico. Divisero il territorio siciliano in tre parti - Val di Mazara,
Val di Noto, Valdemone - creando una struttura dispersiva che apriva
facilmente il fianco ad incursioni nemiche. Della città di Catania che,
secondo le fonti, viveva un momento positivo sia per l’incremento
demografico che per la costruzione di nuovi quartieri, sappiamo in
realtà poco. Riprese probabilmente i confini della città bizantina e
iniziò ad espandersi verso la zona del cosiddetto Porto Saraceno.
Venne, infine, come già sapete, in questo periodo consolidata la
tradizione del simbolo della città che gli
Arabi chiamarono appunto “città
dell’elefante” (Balad el fil): consi-
derato un talismano, sembra
avere momentaneamente
sostituito il ruolo della
martire Agata.
Nel 1071 la città venne occupata dai
Normanni, una popolazione prove-
niente dal nord Europa giunta in Si-

114
Età medievale

cilia con l’obiettivo di riaffermare il valore della Chiesa cristiana sull’i-


slamismo. Il conte Ruggero, uno dei principali protagonisti, ricevette
dalla Chiesa di Roma il legato pontificio, con l’incarico di rappresen-
tarla nell’isola con ampi poteri. La religione cristiana ritorna così ad
essere il fulcro della vita della città come dimostra la forte presenza
sul territorio di mo-
naci benedettini. Si
recupera soprattut-
to la figura di Agata
il cui culto verrà ora
spostato dalla chiesa
di S. Agata la Vete-
re nell’attuale Cat-
tedrale. Tra il 1086
ed il 1099, per vole-
re dell’allora vescovo
Angerio, si iniziò la
costruzione della nuova chiesa, una vera e propria ecclesia munita,
un edificio religioso posto strategicamente al centro
della parte vitale della città e nei pressi del porto in
modo da avere anche la funzione di vera e propria
fortezza difensiva. Costruito su resti di costruzioni
più antiche - le Terme Achilliane - l’edificio originario,
con pianta a croce latina a tre navate con absidi
semicircolari, fu distrutto dal terribile terremoto
del 1169: di esso rimasero in piedi le absidi inglobate
poi nella chiesa che attualmente vediamo riedificata
dopo il terremoto del 1693.

115
Età medievale

La città tende così a svilupparsi sempre più verso la fascia co-


stiera a danno dei quartieri più alti; un fenomeno che continuerà
anche con l’arrivo della dinastia sveva. Il potere, che in periodo
normanno si era sempre più concentrato nelle mani degli ambienti
religiosi, ritorna adesso in ambienti imperiali. Dopo alterne vicende
dinastiche Federico II viene nominato re a soli quattro anni nel 1198.
Inizialmente coadiuvato da rappresentanti dell’ambiente papale,
si trovò presto a guidare uno stato che ricordava solo da lonta-
no gli splendori di epoca normanna. Fu costretto a fronteggiare
numerose rivolte soprattutto da parte dei mercanti e da tutti i
più colpiti dall’imposizione di nuove tasse. Simbolo di questo sen-
so di insicurezza e della
volontà di dimostrare la
presenza dell’imperato-
re, negli anni intorno al
1232, fu la costruzione
di un ampio sistema di
fortificazioni creato a
guardia dei possedimen-
ti della Sicilia orientale
di cui il Castello Ursino
a Catania, insieme ai ca-
stelli dello stesso periodo di Siracusa e Augusta, è un esempio.
Progettato dall’architetto Riccardo da Lentini tra il 1239 ed
il 1250, fu costruito nella parte sud orientale della città in pros-
simità del mare; venne poi, come già sapete, circondato dalla lava
del 1669. Ha una pianta quadrata - poco più di 60 metri per ogni
lato - con le torri angolari cilindriche e quelle mediane a semicerchio.

116
Qualche notizia in più…

La leggenda di Colapesce
Ambientata all’epoca di Federico II questa leggenda
ha diverse varianti. L’elemento comune è la passione
per il mare del giovane Nicola soprannominato
per questo Colapesce. Le sue notevoli capacità
avrebbero attratto l’imperatore che in più occasioni
lo avrebbe messo alla prova gettando sul fondo
del mare prima una coppa, poi la sua stessa
corona, oggetti che Colapesce avrebbe sempre
recuperato; così lo vediamo rappresentato in uno
dei candelabri di piazza Università. Il seguito
della leggenda vuole che il nostro
eroe fosse rimasto in fondo al mare,
ora senza riuscire a recuperare
un anello che l’imperatore gli
avrebbe lanciato, ora perché
bruciato dal fuoco che sotto
la Sicilia alimentava
l’Etna. La versione
più nota vuole invece
che, essendosi tuffato per
vedere cosa ci fosse sotto la Sicilia, si sarebbe
accorto che essa poggiava su tre colonne; le
pessime condizioni di una di esse, però, lo
avrebbero spinto a rimanere per sempre sott’acqua
per sostenere l’isola. Questa parte della leggenda
viene spesso chiamata in causa per spiegare la
forma triangolare della Sicilia e, soprattutto,
la frequenza dei terremoti.

117
Età medievale

La struttura, su due piani, è molto


semplice e priva di elementi de-
corativi: unico “lusso” l’edi-
coletta con l’aquila sim-
bolo della dinastia sveva
sulla facciata principale. Il castello Ursino
e le leggende
Nel corso della sua storia
Per dare una sp
è stato diversamente ado- iegazione del no
simbolo della Cat me del
perato come fortezza, sede ania sveva la trad
fa riferimento izione
all’esistenza di
del governo, caserma, pri- giganti, Ursini alcuni
appunto, che Ru
avrebbe sconfitto gger
gione e, a partire dal 1934, per impossessars o
loro castello. Sec i del
sede del Museo Civico. ondo un’altra ve
poi rivelatasi inve rsio ne,
Con la morte di Federico nzione di un gior
d el l’ in iz io d el nalista
II, avvenuta nel 1250, ebbe ‘9 0 0 , qu es ti g
sarebbero stati in ig an ti
vece uccisi dal pa
sostanzialmente fine la Uzeta (raffigura ladi
to in uno dei cand no
dinastia sveva. La bat- di piazza Univers elabri
ità). Il nome Urs
realisticamente, ino, più
taglia di Benevento del può derivare dal
castrum sinus, latino
1266 vedrà Manfredi, espressione che
l’esistenza di un indica
figlio di Federico II, ca- a costruzione fort
in prossimità d if icata
i un golfo; o an
dere nelle mani di Carlo ed è questa oggi cora -
l’ipotesi più acce
d’Angiò segnando l’ini- - d al l’ ar ab o ir ttata
sa ’y ni ch e so tt
l’esistenza nell’are ol in ea
zio di un nuovo capitolo a di “due approd
i”.
della storia siciliana,
quello della dominazione
angioina. Fu allora che la Chiesa, cercando di riconquistare il
dominio sulla Sicilia, offrì la corona proprio a Carlo d’Angiò; questi,
incoronato nel 1266, non ebbe però un grande successo. Cominciò
sempre più a serpeggiare un senso di disagio tra la popolazione

118
Qualche notizia in più…

La leggenda di Gammazita
Intorno all’anno 1282 sembra che una fanciul-
la, di nome Gammazita, prossima alle nozze,
fosse stata insidiata da un giovane soldato an-
gioino nei pressi di un pozzo. Nonostante la gio-
vane avesse fatto di tutto per affrettare il matri-
monio e mettersi in salvo, il soldato non le avreb-
be dato tregua costringendola, pur di non cedere,
a buttarsi nel pozzo.
Al cosiddetto pozzo di Gammazita, oggi non
sempre facilmente visitabile, si accede da un cor-
tile in via Calogero nei pressi del Castello Ursi-
no: si tratta in realtà di una parte delle mura della città sommerse
dall’eruzione del 1669 in una zona in cui probabilmente scorreva
il fiume Amenano. Si scende
attraverso una scala di
62 gradini fino alla
profondità di cir-
ca 12 metri; sulle
pareti si possono
vedere macchie di
depositi di ruggi-
ne lasciati dalla
sorgente che la
leggenda vuole
identificare con
il sangue della
fanciulla.

119
Età medievale

che porterà, nel 1282, alla rivolta nota come Vespri siciliani. L’epi-
sodio scatenante di questa rivolta fu il tentativo di molestia da
parte di un soldato angioino nei confronti di una giovane siciliana;
la reazione del marito della fanciulla sarebbe stato l’inizio
di una più ampia ribellione contro la presenza francese
a Palermo. Testimonianza di una vicenda analoga
rimane nell’immaginario popolare nella storia della
giovane Gammazita raffiguratain uno dei candela-
bri di piazza Università.
Si aprì così la strada alla dinastia aragonese che
da quel momento, con alterne vicende, regnò in Sicilia.
La sede del governo era allora a Palermo mentre nelle
altre parti dell’isola venivano mandati uomini di fiducia.
Il momento migliore della Catania aragonese è legato al
nome della famiglia Alagona cui si deve un’importante
politica di attrazione degli intellettuali. Il centro della
vita pubblica rimane il Castello Ursino dove dal
1337 al 1377 risiedette la corte. Fu un periodo
complessivamente felice per la città nonostante
due imponenti eruzioni dell’Etna: quella del 1329 e quella del 1381 che,
arrivata fino ad Ognina, sommerse Porto Ulisse.
La successiva dominazione spagnola, tra il 1412 ed il 1713,
corrispose per la Sicilia intera e per Catania ad un momento ne-
gativo. L’isola, infatti, non fu più al centro degli interessi politici
del regno spagnolo e subì pesantemente lo spostamento degli
interessi economici verso l’America appena scoperta. Rimase,
dunque, fuori dal rinnovamento culturale che interessò l’Europa
in generale e, soprattutto, l’Italia centro settentrionale. Catania

120
Età medievale

subì anche lo spostamento della ca-


pitale a Palermo compensata, se
così si può dire, dalla fondazione,
per decreto di Alfonso V d’Aragona,
nel 1444 del Siculorum Gymnasium,
cioè dell’Università. Carlo V, re dal
1519, fu tra i sovrani spagnoli quello
che dedicò maggiore attenzione alla
città. Al suo nome si legano le mura
cinquecentesche, costruite tra il
1541 ed il 1553 per difendere la città
dai sempre più frequenti attacchi
turchi, ma soprattutto la porta in
ferro proveniente da sue conquiste
africane e collocata presso l’attuale
Pescheria. Vennero in quell’occa-
sione rinforzate le mura medioevali
con particolare attenzione al fron-
te mare più esposto agli attacchi
nemici. La cinta muraria, il cui rilievo più attendibile è nella pianta
dello Spannocchi del 1578, aveva complessivamente sette porte
(dei Canali o Carlo V, del Porticello, di Ferro, S. Orsola, di Aci, del Re,
della Decima) e undici bastioni (Don Perrucchio, del Salvatore, San
Giuliano, San Michele, del Santo Carcere, degli Infetti o del Vescovo,
del Tindaro, San Giovanni, Sant’Euplio, San Giorgio, Santa Croce).
Il terremoto del 1693 ne distrusse una buona parte: dopo di allora
solo le famiglie Biscari e Manganelli furono autorizzate a costruire
le loro case su ciò che rimaneva delle mura.

121
Età medievale

Ma cosa possiamo oggi vedere di tutto ciò???


✏ Il tratto di mura che va da Palazzo Biscari alla Pescheria
✏ La porta di Carlo V alla Pescheria (l’unica rimasta)
✏ Il cosiddetto “pozzo di Gammazita” (in realtà un tratto di mura
sotto una grotta di scorrimento lavico)
✏ Il Bastione del Tindaro in via Plebiscito
✏ Il Bastione degli Infetti all’incrocio tra via Plebiscito e via lago
di Nicito (così chiamato perché durante la peste del 1576 fungeva
da lazzaretto per gli infetti) con la cosidetta Torre del Vescovo.
✏ Il Bastione del Santo Carcere tra le Chiese di S. Agata la Vetere
e S. Agata al Carcere.
Un ruolo importante, infine, ebbero nella Catania cinquecentesca i
monaci benedettini. Presenti nel territorio sin
dall’XI secolo, fondarono i primi monasteri a Ni-
colosi e S. Maria di Licodia; cominciarono solo
più tardi a spostarsi in città soprattutto dopo
la costruzione nel 1578 del primo monastero
di Piazza Dante. Molto danneggiato dal terre-
moto e dall’eruzione della fine del ‘600, esso fu
ricostruito a partire dal
1702 con la grandiosità
che ancora oggi vedia-
mo. Ciò in sintonia con
la ricostruzione genera-
le della città affidata al
duca di Camastra, in seguito a cui Ca-
tania rinacque non solo dal punto di vista
architettonico ed urbanistico, ma anche culturale ed economico.

122
Le parole difficili …

Abside elemento architettonico a forma di semivolta in genere posta alla fine


delle navate delle chiese.
Acropoli parte più alta e spesso fortificata della città greca. Il termine deriva
appunto dalla parola composta greca formata da a!krov/akros “alto” e poéliv/
polis “città”.
Affresco tecnica pittorica murale, in uso anche in antico, in cui colori diluiti
con l’acqua vengono stesi su uno strato di intonaco ancora “fresco”.
Barocco termine utilizzato per indicare uno stile, diffusosi nel Seicento, parti-
colarmente ricco e bizzarro nelle arti figurative e scenografico e monumentale
in architettura. L’origine del termine è controversa; fra le ipotesi più accettate è
quella secondo cui deriverebbe dal portoghese barrôco (barrueco in spagnolo),
che indica una perla di forma irregolare.
Basilica edificio di culto a pianta rettangolare, diviso generalmente in tre o
cinque navate.
Canna antica unità di lunghezza, in uso in varie regioni d’Italia, variabile da
2,00 a 2,60 metri.
Ceramica detto di qualsiasi contenitore di terracotta.
Circo struttura adoperata in età romana per la corsa con i carri.
Colombario sepoltura, tipicamente romana con nicchie rettangolari o semi-
circolari alle pareti, diffusa soprattutto nel I e II secolo d.C.
Cornucopia vaso a forma di corno pieno di fiori e frutti, simbolo nel mondo
classico di abbondanza e prosperità.
Corredo funebre insieme degli oggetti appartenuti o utilizzati in vita dal
defunto e deposti accanto ad esso all’interno della sepoltura.
Croce latina (pianta a) pianta di edifici cristiani in cui il corpo longi-
tudinale si incrocia con quello trasversale, più corto del primo, in modo da
formare una croce.

123
Cupola copertura di edifici utilizzata fin dall’epoca romana; derivata dall’arco
ha la forma di una mezza sfera.
Dorico dei Dori, popolazione dell’antica Grecia.
Edicola piccola nicchia, di solito sormontata da un frontone (elemento archi-
tettonico a forma di triangolo).
Ellenistico relativo all’ellenismo, la fase della civiltà greca compresa fra la
morte di Alessandro Magno (323 a.C.) e la battaglia di Azio (31 a.C.).
Eruli popolazione di origine germanica, conosciuta sin dal V sec. a. C. Il
loro capo, Odoacre, depose l’ultimo imperatore romano d’Occidente, Romolo
Augustolo, nel 476 d.C..
Esedra spazio architettonico a pianta semicircolare.
Esproprio azione attraverso cui un’amministrazione pubblica può acquisire
un bene privato dietro pagamento di una somma di denaro.
Età del bronzo indica la seconda età dei metalli, datata in Sicilia fra il 2200
ed il 900 a.C., fase in cui l’uomo sperimenta una nuova lega, il bronzo, ap-
punto, costituita dall’unione di rame e stagno. Viene generalmente suddivisa
in bronzo antico, medio, tardo e finale.
Età del rame o eneolitico, dall’aggettivo latino aëneus “di rame” e dall’ag-
gettivo greco lòqikov/lithikòs “di pietra”. Indica la fase più antica dell’età dei
metalli, compresa fra il 3500 ed il 2200 a.C., in cui l’uomo comincia ad utiliz-
zare strumenti di rame.
Fercolo il termine indicava in origine una lettiga o carretto su cui erano porta-
te o le spoglie dei nemici o le immagini degli dei durante le processioni.
Goti tribù della Germania orientale. Le loro migrazioni furono fra le più stabili
fino a formare uno stato il cui centro era probabilmente la bassa valle del
Dnepr.
Litico realizzato in pietra, dal termine greco lòqov/líthos “pietra”.
Merlatura serie di merli (rialzi di muratura eretti ad intervalli regolari) tipica
della parte sommitale dei muri perimetrali di edifici medievali.
Naumachia edificio generalmente adoperato per rappresentare battaglie
navali.

124
Navata ciascuno dei corridoi in cui, mediante file di colonne o pilastri, è
suddivisa una chiesa.
Necropoli letteralmente “città dei morti” (dal greco poéliv/polis e nhékrov/
nekros), indica una zona all’esterno dell’area urbana destinata al seppelli-
mento dei defunti.
Neolitico termine che deriva dal greco neoév/néos “nuovo” e lòqov/líthos
“pietra”. Indica il momento in cui si registra un passaggio all’uso di strumenti
realizzati in pietra levigata. L’innovazione tecnologica contribuisce a determi-
nare un cambiamento nello stile di vita degli uomini di questo periodo: diven-
tano sedentari e vivono insieme, riuniti in villaggi, dedicandosi all’agricoltura,
all’allevamento e alla lavorazione della ceramica. Il neolitico si distingue in
Sicilia in tre grandi fasi: antico (6500-5500 a.C.), medio (5500-4500 a.C.) e
tardo (4500-3500 a.C.).
Nicchia cavità, di forma semicilindrica o poligonale, ricavata nello spessore
di un muro.
Obelisco monumento celebrativo egizio costituito da un tronco di piramide
molto stretto e allungato che reca sulla sommità una punta di forma pirami-
dale.
Ocra sostanza utilizzata in antico per colorare, caratterizzata da una consi-
stenza terrosa e composta prevalentemente da un minerale di ferro (limonite)
di colore giallo-rosso.
Ogiva detto di un arco a sesto acuto, ovvero arco originato dall’incrocio di
due archi di cerchio.
Presbiterio spazio architettonico intorno all’altare in antico destinato ai sa-
cerdoti.
Signinum opus dalla città di Segni (Signa), vicino Roma, dove sembra
sia stato inventato. Si tratta di un composto (chiamato anche cocciopesto),
formato da frammenti di laterizi (tegole o mattoni) minutamente frantumati e
malta; utilizzato in antico come rivestimento impermeabilizzante di fondo e
pareti di vasche in muratura o di cisterne, o come rivestimento impermeabile
per pavimenti.
Stucco il termine indica composti di polveri calcaree o gessose, acqua e altre
sostanze, utilizzato per levigare superfici o per decorarle con motivi a rilievo.

125
Talismano portafortuna.
Taumaturgo che crea miracoli.
Tomba a fossa sepoltura con defunto deposto all’interno di una fossa pre-
cedentemente scavata nel terreno.
Travertino roccia calcarea porosa di colore giallastro.
Vago elemento di collana, dal termine latino baca “perla”.
Vandali tribù della Germania orientale forse stanziati nelle regioni del mare
d’Azov.
Vela ognuno degli spicchi (spazio di forma triangolare) della volta a crociera.

L’alfabeto greco
a (alpha/a) i (iota/i) r (ro/r)
b (beta/b) k (cappa/c) s (sigma/s)
g (gamma/gh) l (lambda/l) t (tau/t)
d (delta/d) m (mi/m) u (iupsilon/iu)
e (epsilon/e) n (ni/n) f (fi/ph)
z (zeta/z) x (xi/x) c (chi/ch)
h (eta/e) o (omicron/o) y (psi/ps)
j (teta/th) p (pi/p) w (omega/o)

126
I personaggi illustri …

Alcibiade generale ateniese vissuto intorno alla seconda metà del V secolo a.C., promosse
una spedizione in Sicilia per estendere il dominio della potenza ateniese anche in Occidente.
Angerio ricordato come il primo vescovo della diocesi di Catania, vissuto fra i secoli XI-XII d.C..
Belisario vissuto nel VI secolo d.C., fu uno dei più grandi generali bizantini. Al servizio
dell’imperatore Giustiniano, riuscì a sottomettere il Nord Africa e gran parte dell’Italia.
Biscari principe di, Ignazio Paternò Castello. Cultore di antichità vissuto a Catania fra il 1719
e il 1786. Autore di un Viaggio per tutte le antichità della Sicilia, fu anche promotore di scavi
archeologici nella città di Catania e collezionista di cose antiche che raccolse nella sua casa,
trasformata in museo (Palazzo Biscari). La collezione Biscari, acquisita dal Comune di Catania,
fa oggi parte delle collezioni del Museo civico del Castello Ursino.
Bolano Lorenzo, professore e medico catanese nato intorno al 1540. Come molti uomini di
cultura del suo tempo, univa all’interesse per le indagini mediche e naturali quello per gli studi
letterari, filosofici e antiquari. Fu autore di un Chronicon Urbis Catinae, il cui manoscritto è anda-
to perduto, una cronaca della storia di Catania arricchita da una indagine archeologica effettuata
sui resti della città antica. L’opera - pervenuta attraverso citazioni di autori successivi - è una
delle più importanti fonti per la ricostruzione della Catania antica ed in particolare di alcuni edifici
quali la naumachia e il circo, sepolti dall’eruzione del 1669.
Caronda legislatore di Catania vissuto probabilmente fra la fine del VII ed il VI secolo a.C.
Caronte figura della mitologia classica traghettatore dell’Ade, colui che trasportava le anime
dei morti da una riva all’altra del fiume Acheronte.
Decio imperatore romano dal 249 al 251 d.C., noto soprattutto per la sua persecuzione contro
i cristiani, ricordata come una fra le più crudeli.
Diodoro Siculo storico romano vissuto fra l’80 e il 20 a.C., nativo di Agirio (oggi Agira, in
provincia di Enna) e per questo detto “Siculo”. Fu autore di una storia universale, la Biblioteca
Storica, in 40 libri, dalle origini del mondo alla guerra gallica di Cesare (54 a.C.). Dell’opera re-
stano i libri I-V e XI-XX, mentre degli altri solo estratti e riassunti.
Dionigi I di Siracusa, uno dei più famoso dei tiranni greci tanto da essere ricordato come
“il tiranno”. Vissuto fra il 430 ed il 367 a. C., conquistò il potere nel 405, riuscendo ad ottenere
nel volgere di pochi anni il controllo di tutta la Sicilia e di alcuni territori oltre lo stretto. Il dominio

127
sull’isola e su tutto il Mediterraneo lo videro in perenne conflitto con i Cartaginesi.
Duca di Camastra Giuseppe Lanza, luogotenente del vicerè Uzeda, che ebbe affidato il
soccorso della popolazione e la riedificazione della città di Catania, in occasione del disastroso
terremoto del 1693.
Ducezio capo siculo nativo della Sicilia sud orientale (fra l’attuale Mineo e Noto). Intorno
alla metà del V sec. a. C. fu a capo della cd. “lega sicula”, confederazione di città sicule, che si
unirono per contrastare il comune nemico greco. La lega ebbe come sede politica e religiosa la
città di Palikè, dove sorgeva il santuario indigeno dei Palici (i gemelli generati dall’unione della
ninfa Etna con il dio Efesto, il cui culto era situato nel laghetto di Naftia, vicino l’attuale Mineo,
laghetto noto per i suoi fenomeni vulcanici ritenuti da sempre indizi della presenza degli dei).
L’avventura di Ducezio fu fallimentare: dopo la sconfitta fu esiliato a Corinto (450 a. C.). Le fonti
raccontano di un suo ritorno in Sicilia, dove sarebbe morto nel 440 a. C., dopo aver fondato Kalé
Akte, identificata con l’attuale Caronia, nella zona nord orientale della Sicilia.
Frontino Sesto Giulio, scrittore e politico romano vissuto nel I secolo d.C. Fu autore dell’o-
pera De aquae ductu urbis Romae “Gli acquedotti della città di Roma”, importante fonte per le
informazioni sulla costruzione e manutenzione degli acquedotti.
Houel Jean, viaggiatore francese della fine del ‘700 (Rouen 1753 - Parigi 1813), autore del
Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malta et de Lipari, raccolta in quattro volumi di oltre
200 acquerelli relativi ai luoghi visitati in occasione dei suoi viaggi in Sicilia e a Malta.
Ierone I di Siracusa, tiranno siracusano fra il 478 ed il 466 a. C., anno della sua morte. Com-
battè contro gli Etruschi, sconfiggendoli ed evitando così la loro espansione in Magna Grecia.
Livio Andronico poeta latino di origine greco-italica, vissuto nel III secolo a.C., autore
di commedie e tragedie. A lui spetta anche il merito di aver introdotto a Roma la conoscenza di
questi generi teatrali, tipicamente greci.
Orosio Paolo, scrittore latino cristiano vissuto fra la seconda metà del IV e la prima metà del
V secolo d.C. Scrisse una storia universale, dal titolo Storia contro i pagani, in sette libri, dalle
origini del mondo al 417 d.C., anno della redazione dell’opera stessa.
Orsi Paolo, archeologo trentino (Rovereto 1859-1935). Attivo dal 1888 come Ispettore di 3ª
Classe degli Scavi, Musei e Gallerie del Regno a Siracusa, fu protagonista della maggior par-
te delle ricerche di archeologia preistorica, classica e medievale condotte nell’isola fra la fine
dell’‘800 ed i primi decenni del ‘900.
Polluce Giulio, scrittore greco, di origine egiziana, vissuto nel II secolo d.C.. Autore di un
Onomasticon, raccolta in dieci libri, di vocaboli e sinonimi ordinati per argomento, corredati da
una breve spiegazione.

128
Riccardo da Lentini ricordato dalle fonti come supervisore delle fabbriche regie
(soprattutto castelli) in Sicilia al tempo di Federico II di Svevia.
Stesicoro poeta lirico greco attivo fra la Sicilia e la Magna Grecia nei secoli VII e VI a.C. Dopo
la morte fu sepolto a Catania.
Strabone geografo nativo del Ponto, in Asia Minore (64/63 a.C. - 24 d.C.). Soggiornò più vol-
te a Roma e fu autore di un’opera storica in 47 libri, Commetari Storici, pervenuta solo attraverso
pochi frammenti. Di grande importanza è la sua Geografia, opera in 17 libri pervenuta quasi per
intero, in cui sono descritte tutte le regioni del mondo abitato conosciute al suo tempo, corredate
da informazioni di ogni tipo su paesi, città, popoli, usi e costumi.
Teodorico re degli Ostrogoti, regnò in Italia fra il 483 e il 526 d.C..
Tito Livio storiografo latino vissuto fra la seconda metà del I secolo a.C. e il primo ventennio
del I secolo d.C.. Fu autore di una monumentale storia di Roma, Ab Urbe condita libri CXLII che
racconta appunto in 142 libri la storia di Roma dalla fondazione - avvenuta secondo la tradizione
il 21 aprile del 753 a.C. - al 9 a.C., anno alla morte di Druso, figliastro di Augusto.
Tucidide storico e generale ateniese vissuto fra la seconda metà del V e l’inizio del IV secolo
a.C. Fu testimone del durissimo conflitto che vide opporsi fra il 431 ed il 404 a.C. le due città più
importanti della Grecia: Atene e Sparta. E di tale scontro lasciò memoria nell’opera la Guerra del
Peloponneso, scritta in 8 libri: in essa Tucidide registra, con grande lucidità, lo svolgersi degli
avvenimenti storici: le “azioni” (eºrga/ erga), e i “discorsi” (loégoi/logoi) pronunciati dagli uomini
che di quegli avvenimenti furono protagonisti.
Uzeda vicerè spagnolo. La figura del Vicerè don Francesco Paceco duca di Uzeda, venuto
a Catania per controllare i lavori di ricostruzione della città in seguito al terremoto, è ricordata a
Catania dalla porta Uzeda, ampliamento vicino piazza Duomo, di una delle aperture nelle mura
di Carlo V.
Vaccarini Giovan Battista, architetto siciliano (1702-1768) cui si deve la maggior parte degli
edifici catanesi del periodo della ricostruzione successiva al terremoto del 1693.
Varrone Marco Terenzio, erudito latino vissuto fra la fine del II ed il I secolo a.C.. Autore di
molte opere, soprattutto di un trattato di agronomia, De re rustica “L’Agricoltura”, in tre libri: il
primo sulla coltivazione della terra, il secondo sul bestiame, il terzo sull’allevamento da fattoria.
Vitruvio Pollione, scrittore e architetto romano del I secolo a.C., fu autore di un trattato di
architettura ed ingegneria dal titolo De Architectura , in dieci libri. Si tratta di un’opera unica nel
genere, che raccoglie l’esperienza personale dell’autore e le informazioni tratte da opere di altri
architetti per lo più greci.

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Per saperne di più…
AYMARD-GIARRIZZO 2007: M. Aymard - G. Giar- - XXIII distretto scolastico di Paternò, Assessorato
rizzo (a cura di) / Catania. La città la sua storia regionale ai Beni Culturali e della Pubblica Istru-
- Catania, Domenico Sanfilippo, 2007. zione, 1997.
BRANCIFORTI-GUASTELLA 2008: M.G. Bran- LA ROSA-PRIVITERA 2007: V. La Rosa - F. Privi-
ciforti - C. Guastella (a cura di) / Le Terme della tera (a cura di) / In ima tartara - Palermo, Regione
Rotonda a Catania - Palermo, Regione Siciliana, Siciliana, 2007.
2008. PAGNANO 1992: G. Pagnano / Il disegno delle
BRANCIFORTI-PAGNANO 2008: M.G. Branciforti difese - Catania, CUECM, 2007.
- G. Pagnano (a cura di) / Il complesso archeolo- PERI 1996: V. Peri (a cura di) - Agata. La santa di
gico del Teatro e dell’Odeon di Catania - Paler- Catania - Bergamo, Velar, 1996.
mo, Regione Siciliana, 2008.
PRIVITERA-SPIGO 2005: F. Privitera - U. Spigo (a
BRANCIFORTI-LA ROSA 2010: M.G. Branciforti - cura di) / Dall’Alcantara agli Iblei - Palermo, Re-
V. La Rosa (a cura di) / Tra lava e mare – Catania, gione Siciliana, 2005.
Le Nove Muse, 2010.
SCALISI 2007: L. Scalisi (a cura di) / Catania.
COCO-IACHELLO 2003 : A. Coco – E. Iachello (a L’identità urbana dall’antichità al ‘700 - Catania,
cura di) / Il porto di Catania. Storia e prospettive Domenico Sanfilippo, 2009.
– Siracusa, Lombardi, 2003.
AGATA SANTA 2008: Agata Santa. Storia, arte,
HOUEL 1782-87 : J. Houel / Voyage pittoresque devozione. Catalogo Mostra 29.1/4.5 2008 - Fi-
des Isles de Sicile, de Malte et de Lipari - Paris renze, Giunti, 2008.
1782-1787.
LAMAGNA 1997: G. Lamagna / Acquedotto ro-
mano. Tratto ricadente nel territorio di Paternò

Le Immagini
Sono di GIUSEPPE BARBAGIOVANNI le foto delle pagine Sono tratte da LA ROSA-PRIVITERA 2007 le immagini di
20 fontana dell’Amenano, 21 candelabro, 24, 47, 52 tornio, 85 pag. 13, 14 frammento di cratere con accecamento di Polife-
foto aerea, 97 esterno acquedotto, 113, 115, 116, 117, 120. mo, 20 moneta, 21 moneta, 32 spaccato grotta scorrimento
lavico, 33, 34, 41.
Sono tratte da HOUEL 1782-87 le immagini di pag. 25 Ele-
fante di lava che regge un obelisco egiziano di granito istoria- Sono tratte da BRANCIFORTI-GUASTELLA 2008 le imma-
to di geroglifici, 65 Pianta del foro dell’antica città di Catania gini di pag. 91, 94 bombardamento, 95, 96 interno terme, 109.
lungo la corte di S. Pantaleo, 84 Veduta di piazza Porta d’Aci
Sono tratte da BRANCIFORTI-PAGNANO 2008 le immagini
e processione in onore di S. Agata, 93 Raffigurazione dei
di pag. 71 foto aerea, 74, 75, 76.
resti di un bassorilievo sulla volta delle antiche terme presso
il duomo di Catania e Veduta interna di antiche terme vicino Sono tratte da BRANCIFORTI-LA ROSA 2010 le immagini
al portale del duomo di Catania, 94 Antiche terme del mona- di pag. 32 vago d’ambra, 42, 43, 44 testa, 56 thysiai, 65 pian-
stero dei Carmelitani all’Indirizzo a Catania, 96, 111 Sepolcro ta e muro del foro e affresco, 66, 71 blocco KAT, 72, 73, 86,
presso l’Ospedale S. Marco a Catania. 92, 97 arco dei Minoritelli, 98, 107.
Sono tratte da PRIVITERA-SPIGO 2005 le immagini di pag. È tratta da LAMAGNA 1997 l’immagine di pag. 97 interno
31, 56 pavimento in signinum, 60 decumano. acquedotto.

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un po’ di ripasso
1. Facciamo un po’ di ordine!!!!
Associa ad ogni nome / numero la parola corrispondente:
Amenano
1669
Nicito
Eliodoro
1693
Gammazita
Demetra
Efesto
Polifemo
Dionigi I

terremoto - fiume - Siracusa - Etna - elefante - Acitrezza - eruzione


lago - stipe votiva - pozzo

2. Le prime lettere della risoluzione dell’anagramma ti indicano


il nome di un personaggio incontrato durante questo viaggio
attraverso la città: chi?

131
3. Indizi di banchetti funebri di epoca preistorica sono stati rinvenuti:
a) nell’area di Monte San Paolillo
b) sulla collina di Montevergine
c) nella Grotta Petralia

4. L’opus reticulatum è:
a) un muro costruito sovrapponendo a secco blocchi di pietra di
grandi dimensioni e dalla forma irregolare
b) un rivestimento murario composto da pietre di piccole dimensioni
e varia forma disposte una accanto all’altra in modo irregolare
c) un rivestimento murario composto da blocchetti di pietra con una
delle facce di forma quadrata, disposti l’uno accanto all’altro, in
modo da formare nel loro insieme un vero e proprio reticolo

5. Durante la tua visita in giro per Catania, avrai sicuramente visto


una lastra decorata da un lato con l’immagine di un delfino: si
tratta probabilmente del bracciolo di uno dei sedili di marmo
riservati alle autorità all’interno di un edificio romano. Quale?
a) anfiteatro
b) odeon
c) teatro

6. Perché gli archeologi parlano di “casa del terremoto”?

7. Quale dei seguenti personaggi sarebbe rimasto sott’acqua a


reggere la Sicilia al posto della colonna mancante?
a) Eliodoro
b) Evarco
c) Colapesce

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8. La città di Catania ha visto il susseguirsi di varie dominazioni.
Associa alle date indicate i “protagonisti” e la ”traccia” da essi lasciata:

Periodo storico “I Protagonisti” “La traccia”


1 476-535 d.C
2 263 a.C.-476 d.C.
3 1250-1282 d.C.
4 535-900 d.C. circa
5 900-263 a.C.
6 1198 d.C.-1250 d.C.
7 1282-1713 d.C.
8 1071-1198 d.C.
9 6500-900 a.C.
10 900 d.C. circa-1071 d.C.

“I protagonisti”: Uomini preistorici - Bizantini - Svevi - Romani - Arabi -


Barbari - Aragonesi e Spagnoli - Normanni - Angioini - Greci
“La traccia”: Leggenda di Gammazita - Stipe votiva del santuario
di Demetra - Cattedrale - Mura di Carlo V - Spoglio dell’anfiteatro -
Cappella Bonaiuto - Castello Ursino - Terme Achilliane - Tradizione
dell’elefante - Grotta Petralia

8. Metti nella giusta successione stratigrafica, dal più antico (in


basso) al più recente (in alto) i rinvenimenti effettuati dagli
archeologi sulla collina di Montevergine:

Cardo e decumanus - Tomba a fossa con scheletro di una donna -


Monastero dei Benedettini - Case con pavimenti in signinum

133
9. Dove si trovava l’acropoli dell’antica Katane?
a) in corrispondenza dell’attuale piazza Stesicoro
b) in corrispondenza dell’attuale via Crociferi
c) in corrispondenza dell’attuale piazza Dante

10. Indica per ogni reperto riprodotto il suo luogo di provenienza

134
135
Soluzioni:
1) Amenano/fiume; 1669/eruzione; Nicito/lago; Eliodoro/elefante; 1693/eruzione;
Gammazita/pozzo; Demetra/stipe votiva; Efesto/Etna; Polifemo/Acitrezza;
Dionigi I/Siracusa
2) Ciclope - Amenano
3) C
4) A
5) C
6) Perché si riferiscono ad una delle case costruite sopra il teatro e distrutta dal
terremoto del 1693
7) 1- Barbari, Spoglio dell’anfiteatro; 2-Romani,Terme Achilliane; 3- Angioini,
Leggenda di Gammazita; 4- Bizantini, Cappella Bonaiuto; 5- Greci, Stipe votiva
del santuario di Demetra; 6- Svevi, Castello Ursino; 7- Aragonesi e Spagnoli,
Mura di Carlo V; 8- Normanni, Cattedrale; 9- Uomini preistorici, Grotta Petralia;
10- Arabi, Tradizione dell’elefante
8) C
9) Dal basso: Tomba a fossa con scheletro di una donna – Case con pavimenti in
signinum - Cardo e decumanus - Monastero dei Benedettini
10) C
11) Teatro – stipe di piazza S. Francesco – casa sulla collina di Montevergine –
chiesa di S. Maria della Rotonda – foro romano
La guida in sintesi

Tra storia e leggenda 78 Dal teatro greco al teatro romano


(S.B.)
12 Per cominciare… (M.U.)
84 L’anfiteatro (M.U.)
13 Tra leggenda e realtà… (S.B.)
87 Cos’è un anfiteatro e che tipo di spet-
14 Polifemo, Odisseo, Aci e Galatea tacoli ospitava? (S.B.)
(S.B.)
91 Le terme Achilliane (M.U.)
19 L’Amenano (S.B.)
93 Le terme dell’Indirizzo (M.U.)
23 “U liotru” (M.U.)
94 Le terme della Rotonda (M.U.)
Preistoria 97 L’acquedotto (M.U.)
31 La collina di Montevergine: prime 99 I “centri benessere” dell’antichità
tracce di vita (S.B.) (M.U.)
32 Attorno alla città… (S.B.)
Dal tardo antico al 1693
34 Il rituale funerario (M.U.)
105 Le invasioni barbariche (M.U.)

Età greca 105 La riconquista bizantina (M.U.)

37 La fondazione della colonia (S.B.) 111 Gli Arabi (M.U.)


41 Dall’età arcaica alla conquista roma- 112 La storia di Agata (M.U.)
na (M.U.) 114 I Normanni (M.U.)
45 Conoscete la storia che ha come 116 La dinastia sveva (M.U.)
protagonista la nostra dea Demetra? 117 La leggenda di Colapesce (M.U.)
(M.U.)
118 La dominazione angioina (M.U.)
50 Come venivano modellate le statuette
nel mondo antico? (M.U.) 119 La leggenda di Gammazita (M.U.)
52 Come venivano creati i vasi nel mondo 120 La dinastia aragonese (M.U.)
antico? (M.U.) 120 La dominazione spagnola (M.U.)

Età romana
123 Le parole difficili (S.B.)
59 La storia (M.U.)
60 Com’era organizzata la città? (M.U.) 127 I personaggi illustri (S.B.)
61 Le tecniche edilizie romane (S.B.) 130 Per saperne di più (M.U.)
65 Le case (M.U.)
68 Dove vivevano i Romani? (S.B.) 131 Un po’ di ripasso (S.B.)
71 Il teatro e l’odeon (M.U.)

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