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L’ombra degli Etruschi

Simboli di un popolo fra pianura e collina

a cura di
Paola Perazzi, Gabriella Poggesi, Susanna Sarti
© Copyright 2016 Soprintendenza Archeologia della Toscana
© Copyright 2016 Comune di Prato
© Copyright 2016 Edifir-Edizioni Firenze s.r.l.
Via Fiume, 8 – 50123 Firenze
Tel. 055289639 – Fax 055289478
www.edifir.it – edizioni-firenze@edifir.it

Responsabile del progetto editoriale


Simone Gismondi

Responsabile editoriale
Elena Mariotti

Stampa
Pacini Editore Industrie Grafiche

ISBN 978-88-7970-771-8

In copertina
Stele di Sansepolcro (n. 21), particolare

In IV di copertina
Bronzetto votivo della Raccolta Guasti Badiani, Prato

Fotocopie per uso personale del lettore possono essere effettuate nei limiti del 15% di ciascun volume/fascicolo di periodico dietro
pagamento alla SIAE del compenso previsto dall’art. 68, comma 4, della legge 22 aprile 1941 n. 633 ovvero dall’accordo stipulato
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per uso differente da quello personale sopracitato potranno avvenire solo a seguito di specifica autorizzazione rilasciata dagli
aventi diritto/dall’editore.
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pensation foreseen in art. 68, codicil 4, of Law 22 April 1941 no. 633 and by the agreement of December 18, 2000 between SIAE,
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L’ombra degli Etruschi
Simboli di un popolo fra pianura e collina
Museo di Palazzo Pretorio, Prato
19 marzo 2016-30 giugno 2016

Mostra
Evento promosso da
Comune di Prato - Assessorato alle Politiche Culturali
Museo di Palazzo Pretorio
Matteo Biffoni, Sindaco di Prato
Simone Mangani, Assessore alle politiche culturali

Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo


Soprintendenza Archeologia della Toscana
Andrea Pessina, Soprintendente

Progetto scientifico e percorso espositivo


Giuseppina Carlotta Cianferoni (Polo Museale Regionale della Toscana), Paola Perazzi (So-
printendenza Archeologia della Toscana), Gabriella Poggesi (Soprintendenza Archeologia
della Toscana), Susanna Sarti (Soprintendenza Archeologia della Toscana), in collaborazio-
ne con Rita Iacopino (Museo di Palazzo Pretorio)

Coordinamento
Rita Iacopino, Paola Perazzi, Gabriella Poggesi, Susanna Sarti

Progetto di allestimento
Francesco Procopio
Elisabetta Santi

Segreteria organizzativa
Andrea Coveri, Gianfranco Ravenni
Marta Gelli (Società Cooperativa Culture)

Pannelli e apparato didascalico


Paola Perazzi, Gabriella Poggesi, Susanna Sarti

Traduzioni
Ilaria Paoli, Silvia Taverni
Ufficio stampa per il Museo di Palazzo Pretorio
Maria Lardara (Società Cooperativa Culture)

Ufficio stampa del Comune di Prato


Eleonora Della Ratta

Restauro e collaborazione all’allestimento


Franco Cecchi

Strutture d’allestimento
Biagiotti e Bertini s.a.s.

Trasporti e montaggio delle opere


Fine Art Services S.r.l.

Assicurazione
Lloyd’s

La documentazione tridimensionale dell’Offerente di Pizzidimonte è stata realizzata da Paola


Ronzino e Nicola Amico, ricercatori del VAST-LAB, laboratorio per le tecnologie applicate ai beni
culturali del PIN “Polo Universitario della Città di Prato”, coordinatore scientifico professor Franco
Niccolucci. Modellazione 3D e video rendering sono a cura dell’Associazione Culturale PRISMA.

L’audioguida della mostra è stata realizzata sulla piattaforma on line izi.TRAVEL ed è disponi-
bile gratuitamente per tutti i dispositivi mobili.

Servizi di accoglienza, didattica e biglietteria


Società Cooperativa Culture

Enti prestatori
Il Polo Museale Regionale della Toscana (Museo Archeologico Nazionale di Firenze, Galleria
e Museo di Palazzo Mozzi-Bardini e Villa Medicea di Cerreto Guidi); Casa Buonarroti; il Centro
di Documentazione Archeologica di Sant’Agata, Scarperia e San Piero; il Museo Archeologico
Comprensoriale del Mugello e della Val di Sieve, Dicomano; il Museo Archeologico Comunale
Francesco Nicosia, Artimino; il Museo Civico Archeologico di Fiesole.

Per la loro gentile disponibilità si ringraziano


Gabriele e Giuliana Badiani; la famiglia Ganucci Cancellieri; Roberta Vigna

Inoltre
Associazione Culturale ONLUS Mu.S.A. – Musei Sant’Agata; Gruppo Archeologico di Scan-
dicci; Gruppo Archeologico di Scarperia; Gruppo Archeologico “L’Offerente” di Prato.
Catalogo

a cura di
Paola Perazzi, Gabriella Poggesi, Susanna Sarti

Autori
Maria Chiara Bettini, Museo Archeologico Comunale Francesco Nicosia, Artimino
Eleonora Bechi, collaboratore Soprintendenza Archeologia della Toscana
Luca Cappuccini, Università degli Studi di Firenze
Giuseppina Carlotta Cianferoni, Polo Museale Regionale della Toscana
Luca Fedeli, Soprintendenza Archeologia della Toscana
Adriano Maggiani, Università degli Studi di Venezia
Andrea Magno, collaboratore Soprintendenza Archeologia della Toscana
Marco De Marco, Museo Civico Archeologico, Fiesole
Giovanni Millemaci, collaboratore Soprintendenza Archeologia della Toscana
Lucia Pagnini, collaboratore Soprintendenza Archeologia della Toscana
Laura Paoli, Museo Archeologico Comprensoriale del Mugello e della Val di Sieve, Dicomano
Paola Perazzi, Soprintendenza Archeologia della Toscana
Gabriella Poggesi, Soprintendenza Archeologia della Toscana
Susanna Sarti, Soprintendenza Archeologia della Toscana
Cristina Taddei, collaboratore Soprintendenza Archeologia della Toscana
Gregory Warden, Franklin University, Switzerland

Referenze fotografiche
Soprintendenza Archeologia della Toscana
Antonio Quattrone
Nicola Amico (VAST-LAB)
Paolo Gucci
© Foto Scala Firenze (p. 93)
Grafica della copertina e della Carta delle “pietre fiesolane”
RovaiWeber design

Realizzazione editoriale
Edifir-Edizioni Firenze
Indice

Presentazioni
9 Andrea Pessina, Soprintendente Archeologo,
Soprintendenza Archeologia della Toscana
11 Matteo Biffoni, Sindaco di Prato
Simone Mangani, Assessore alle Politiche Culturali

13 Introduzione
Paola Perazzi e Gabriella Poggesi

Fra Gonfienti e Pizzidimonte. Figure di bronzo, figure rosse

21 Fra Gonfienti e Pizzidimonte


Gabriella Poggesi, Giovanni Millemaci

Il territorio fra pianura e collina. figure di pietra

CARTA delle “pietre fiesolane”

41 Il territorio delle “pietre fiesolane”


Giuseppina Carlotta Cianferoni, Luca Fedeli, Paola Perazzi, Gabriella Poggesi

61 Le “pietre fiesolane”: storia degli studi e classificazione


Susanna Sarti

73 La scrittura a Fiesole in età arcaica


Adriano Maggiani

83 Una scoperta recente:


la stele iscritta del santuario etrusco di Poggio Colla
Gregory Warden

87 Corpus delle “pietre fiesolane”

133 Bibliografia
Presentazione

Con entusiasmo e convinzione la Soprintendenza ha accolto e condiviso la propo-


sta del Comune di Prato di dedicare all’archeologia del territorio una esposizione
che mettesse a fuoco alcuni aspetti peculiari di uno dei periodi più significativi del-
la storia etrusca, l’età arcaica, che fu per questa parte dell’ Etruria settentrionale
interna momento assai vivace e produttivo.
È questa l’epoca che vede la fondazione di Gonfienti sul Bisenzio, costruita come
città coloniale in corrispondenza di uno snodo strategico sulla viabilità transap-
penninica, in direzione di Bologna e dei mercati dell’Adriatico.
Ma questo è anche il periodo delle cosiddette “pietre fiesolane”, stele e cippi fu-
nerari in arenaria – forse realizzati da veri e propri maestri – destinati a segnalare
le tombe di personaggi di rango elevato, che punteggiavano vasti spazi di que-
sta parte della Toscana, dal Montalbano al Mugello alla Val di Sieve alla piana di
Firenze-Prato-Pistoia.
Un territorio a Nord dell’Arno di cui in anni recenti Gonfienti è entrato a far parte
a pieno titolo e che, attraverso alcune precise scelte di tipo culturale e artistico,
lascia intravedere in quel momento storico una altrettanto specifica coesione so-
ciale e politica.
Negli ultimi decenni proprio in questo territorio la Soprintendenza ha intensamen-
te operato, in accordo con gli Enti Locali, nel potenziamento e nella creazione di
nuovi Musei – da quello di Fiesole a quello di Dicomano e di Artimino – o di nuove
aree archeologiche pienamente fruibili –  dalle necropoli di Comeana all’area di
Frascole, al complesso funerario della Montagnola  –, senza tralasciare studi più
analitici, aventi per oggetto intere Province – da Pistoia a Prato – o singoli Comuni
e realizzati attraverso la redazione di quelle Carte Archeologiche che consideria-
mo ancor oggi basilari per la conoscenza e la tutela dei beni archeologici.
Grazie quindi al Comune di Prato per aver offerto l’occasione di esporre, all’interno
dei nobili spazi di Palazzo Pretorio, alcuni reperti bronzei pratesi qui riuniti per la pri-
ma volta, così come per la prima volta viene presentata una significativa raccolta di
“pietre fiesolane”, scelte con criterio iconografico e geografico fra tutti gli esemplari
noti, apprezzabili nella loro totalità nel catalogo che accompagna la mostra.
Ritengo infine doveroso esprimere il mio apprezzamento al Personale di questa
Soprintendenza per il lavoro svolto e, in particolar modo, vorrei ringraziare Gabriella
Poggesi, Paola Perazzi e Susanna Sarti, che hanno realizzato con passione questa
esposizione e il catalogo che la illustra, spesso sottraendo ore preziose alla loro vita
privata e testimoniando in questo modo la grande dedizione per il nostro mestiere.

Andrea Pessina
Soprintendente Archeologo
Soprintendenza Archeologia della Toscana

9
Presentazione

Il racconto prevalente del patrimonio storico culturale della nostra Città ha spesso
oscillato tra l’epoca d’oro dei Lippi e la proiezione verso il futuro, incarnata dal
Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, senza quasi mai posare gli occhi
sull’antecedente storico che nella Piana tra Firenze e Pistoia – per tacere del Mon-
talbano, del Mugello e della Val di Sieve – scopre le nostre radici.
L’ombra degli Etruschi segna, sotto questo profilo, un passaggio importante, l’oc-
casione di un viaggio che evidenzia le origini di un vasto territorio attraverso l’e-
splorazione del sacro e dell’oltretomba, un viaggio illuminato da preziosi reperti
provenienti da tutta la Toscana, alcuni dei quali mai visti prima.
Il Museo di Palazzo Pretorio ospita una produzione di pregio tra cippi, stele e bron-
zetti al fine di raccontare una storia ricca di suggestioni ed al fine di sottolineare
la ricchezza del nostro patrimonio archeologico; un patrimonio che nel recente
ritrovamento di Gonfienti ha una delle testimonianze più importanti.
Gli studiosi raccontano la città etrusca di Gonfienti come una realtà vivace, dina-
mica sul fronte commerciale, punto di riferimento per l’area della Piana e del tutto
plausibilmente impegnata in un continuo scambio con gli altri paesi del Mediterra-
neo, in particolare la Grecia.
L’ombra degli Etruschi è anche e soprattutto l’occasione per ricordare che il lega-
me che unisce la Piana alla Collina ha origini antichissime: Fiesole, Artimino, Gon-
fienti sono le principali tappe di un viaggio nella storia, un viaggio reso evidente
dalla seconda parte di questo percorso, caratterizzata dalla “pietre fiesolane”, fon-
damentali per comprendere l’organizzazione della società etrusca.
Una mostra che pone il territorio pratese al centro della Toscana attraverso una
ricostruzione frutto del lavoro congiunto e della collaborazione tra il Comune di
Prato e il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, con la Soprin-
tendenza Archeologia della Toscana e il Polo Museale Regionale della Toscana. Un
viaggio affascinante alla scoperta delle nostre origini, costruito grazie alla capacità
di dialogo tra istituzioni e territorio.

Matteo Biffoni, Sindaco di Prato


Simone Mangani, Assessore alle Politiche Culturali

11
Introduzione
Paola Perazzi,  Gabriella Poggesi

Negli ultimi decenni, la storia dell’archeologia della porzione di pianura compre-


sa fra Prato e Campi Bisenzio, delimitata a Nord dal preappennino e a Sud dalla
catena del Montalbano, è stata decisamente riscritta per quanto riguarda le fasi
più antiche: i rari indizi in precedenza disponibili – alcuni bronzetti, qualche isola-
to frammento ceramico o litico – hanno trovato la giusta collocazione all’interno
di un complesso quadro di popolamento e di rapporti economici e culturali che
quest’area instaura con il territorio circostante.
Stabili ed estesi stanziamenti umani sono qui emersi fino dalla media e tarda età
del Bronzo, confermando forti relazioni con le genti che vivevano nella Pianura
Padana – dove in questo stesso periodo le Terramare raggiungono l’apice della
fioritura – e stretti rapporti con le popolazioni dell’area medio-tirrenica, delinean-
do fin dalla Protostoria quelle che saranno anche nei periodi successivi le direttrici
privilegiate di collegamento (fig. 1).

1. Gonfienti, scalo-merci dell’Interporto, insediamento della media età del Bronzo

13
2-3. Gonfienti, edificio residenziale etrusco arcaico

14 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


4. Gonfienti, edificio residenziale etrusco arcaico

Allo stesso modo, in età etrusca, all’insediamento protostorico si sovrappone


quello arcaico (VI-V secolo a.C.), razionalmente pianificato come città di nuova
fondazione: le stesse fertili terre, ora centuriate, vengono organizzate con pozzi e
canali per essere facilmente irrigate e coltivate, gli stessi percorsi vengono ricon-
fermati e potenziati per raggiungere sia l’Etruria meridionale che le coste dell’A-
driatico (figg. 2-5).
Dopo alcuni secoli di abbandono, in età romana il territorio viene nuovamente
occupato da complessi edilizi con funzione agricola, artigianale e commerciale,
come suggeriscono gli scavi effettuati dalla Soprintendenza negli ultimi quindici
anni: dall’edificio con grande cortile centrale e piccola officina emerso nell’area
dello scalo-merci dell’Interporto, a quello individuato vicino alla Chiesa de La
Querce, ai piedi di Pizzidimonte, a quello lambito dal torrente Marina, nei pressi
della Stazione di Calenzano. Tre realtà di certo collegate al nuovo slancio che la
fondazione della colonia romana di Florentia infonde – fra la tarda età repubbli-
cana e la prima età imperiale – al riassetto generale del territorio, con la costru-
zione di importanti arterie stradali – in primis la Cassia Clodia con la mansio ad
Solaria, ricordata dalla Tabula Peutingeriana e forse identificabile con il comples-
so edilizio presso la Stazione di Calenzano – e con lo sfruttamento delle acque
mediante la realizzazione del grande acquedotto, che dall’invaso de La Chiusa
raggiunge Firenze (fig. 6).
A questo mondo è dedicata la mostra – divisa in due sezioni, figure di bronzo e
figure di pietra –, che pone l’attenzione sul periodo etrusco arcaico, analizzando
alcuni elementi peculiari del territorio, nel quale sorge la città di Gonfienti. Luoghi

Paola Perazzi, Gabriella Poggesi, Introduzione 15


5. La pianificazione di età etrusca arcaica di Gonfienti conservata nel Catasto Leopoldino.
All’interno dei riquadri, gli edifici etruschi ad oggi indagati

che mostrano la stessa matrice culturale attraverso diversi elementi, quali alcune
produzioni artigianali o scelte decorative, ma soprattutto attraverso la capillare
presenza delle “pietre fiesolane”, cippi e stele in arenaria con funzione funeraria,
che segnano il territorio fra pianura e collina, distribuiti da Fiesole alla piana Fi-
renze-Prato-Pistoia, dal Montalbano al Mugello-Val di Sieve, in un’area da sempre
identificata come “agro fiesolano”.
Nel percorso espositivo si possono apprezzare ventiquattro esemplari scelti fra le
stele e i cippi più rappresentativi sia dal punto di vista iconografico che geografi-
co, fra le quasi cinquanta attestazioni ad oggi note, che con l’occasione sono state
riunite nel catalogo che accompagna la mostra e che ospita il corpus completo di
questa classe di materiali.
Così come il popolo etrusco traspone se stesso nelle figure di pietra in occasione
della morte, allo stesso modo traspone se stesso nelle figure di bronzo in occa-
sione della preghiera. Questo tema dei bronzi votivi è stato illustrato focalizzando
l’attenzione su Gonfienti e sullo spazio immediatamente circostante, dove fin dal
Settecento sono noti esemplari di offerenti, talvolta prodotti in serie, ma anche di
elevato livello artistico. Lo stesso elevato livello artistico che traspare dalla nota
kylix a figure rosse attribuita al pittore ateniese Douris – che veniva tenuta appesa

16 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


6. Tabula Peutingeriana: la mansio ad Solaria ubicata al IX miglio fra Firenze e Pistoia

con un chiodo ad una parete della sala da pranzo della più grande residenza ad
oggi scavata –, riccamente decorata con rappresentazioni mitologiche legate sia
al mondo degli dei e degli eroi che dell’Oltretomba. La coppa, ormai diventata il
simbolo più raffinato della città etrusca, testimonia in modo inequivocabile l’eleva-
to livello economico e culturale raggiunto dagli Etruschi di Gonfienti e il loro pieno
inserimento entro una vasta rete commerciale, in grado di intercettare i prodotti
dalla Grecia attraverso i mercati dell’Adriatico.

Paola Perazzi, Gabriella Poggesi, Introduzione 17


Fra Gonfienti e Pizzidimonte.
Figure di bronzo, figure rosse
Fra Gonfienti e Pizzidimonte
Gabriella Poggesi,  Giovanni Millemaci

Una delle scoperte archeologiche più importanti degli ultimi anni nel territorio a
Nord dell’Arno è senz’altro quella dell’insediamento etrusco arcaico di Gonfienti,
ubicato in prossimità del borgo omonimo, a cavallo fra i Comuni di Prato e di Cam-
pi Bisenzio, in quella parte di pianura – compresa tra il fiume Bisenzio, il torrente
Marinella e il piede del rilievo della Calvana con l’altura di Pizzidimonte – radical-
mente trasformata negli ultimi vent’anni dalla realizzazione dell’Interporto della
Toscana Centrale 1.
Si tratta di una città di nuova fondazione, pianificata con orientamento NE-SW
– tenuto conto delle caratteristiche naturali della pianura e del suo andamento ri-
spetto alla linea obliqua di scorrimento delle acque dalla Calvana verso il Bisenzio
– e costruita con criteri urbanistici del tutto innovativi, sulla base di uno schema
regolare con strade ortogonali, sulle quali si affacciano complessi residenziali deli-
mitati da canali drenanti e organizzati in forme modulari, come nella città etrusca
di Kainua-Marzabotto di là dall’Appennino e nella Roma arcaica.
I centri di Gonfienti e di Marzabotto – che condividono non solo le fondamentali
scelte urbanistiche e architettoniche, ma soprattutto la funzione di controllo ter-
ritoriale con relativa viabilità e scambi commerciali – sembrano parte di un pen-
siero coerente, di un meditato progetto volto a semplificare le relazioni fra Etruria
Settentrionale ed Etruria Padana, fra costa tirrenica e costa adriatica, fra Arno e
Bisenzio da un lato, Setta e Reno dall’altro.
L’identificazione dell’insediamento di Gonfienti ci aiuta anche a comprendere e
giustificare la presenza di alcuni manufatti etruschi, in precedenza privi di chiari
collegamenti con la realtà del territorio nelle fasi più antiche della sua storia; l’area
pratese, e soprattutto quella compresa fra il piccolo borgo di Pizzidimonte – si-
tuato a mezza costa a ridosso del rilievo della Calvana – e la piana di Gonfienti, è
nota infatti per aver restituito fin dal Settecento oggetti etruschi di bronzo, anche
di alta qualità.
Nel 1734, fra i materiali più antichi della collezione del nobile pratese Innocenzo
Buonamici, erudito canonico della cattedrale, lo studioso e scrittore Anton Fran-
cesco Gori ricorda un bronzetto etrusco di devota di età arcaica proveniente da
Prato. Lo stesso Buonamici, nella sua Istoria di Prato, dice che «infiniti sono gl’idoli,
le medaglie e i monumenti d’antichissima maniera che nelle vicinanze di Prato si
scavano giornalmente sotto terra, [...] solamente dirò che più di cento tra mone-
te, bolle ed idoli di vetustissima fattura ritrovati in questi contorni sono capitati
nelle mie mani, e nel mio piccolo studio [...] è singolarissimo un idoletto d’argento
d’eccellente lavoro […]». Nel 1726 l’abate Casotti, appassionato di antichità, era
entrato in possesso di quattro bronzetti etruschi scoperti nelle vicinanze di Prato,
come racconta al Gori: «mi son capitati alle mani quattro idoletti […] trovati due
braccia sotto terra da un contadino un quarto di miglio fuori dalla città sulla strada
fiorentina» 2.

21
1. Offerente di Pizzidimonte, Londra, British Museum

Al 1735 risale il recupero archeologico più noto dell’area di Pizzidimonte, quando


venne riportato alla luce un deposito di materiali antichi, che il canonico Luigi Fon-
tanelli descrive così: «insieme con molte statuette di dei Penati e Lari di bronzo,
fu scavato un elegantissimo simulacro parimente di bronzo, espresso con mirabile
artifizio, che nessuno dubitò essere sovrano. Da ciò si dedusse esser stato antica-
mente in quel luogo un tempietto dedicato dagli Etruschi ai Penati» 3.
Con «elegantissimo simulacro» ci si riferisce alla statuetta di “offerente” di bronzo,
alta 17 cm, sul momento custodita dall’erudito pratese Giuseppe Bianchini – pieva-
no di San Pietro a Iolo e studioso pratese –, descritta nel 1737 da Anton Francesco
Gori, scomparsa per molto tempo e dal 1899 ricomparsa fra le antichità etrusche
del British Museum di Londra (inv. 509, fig. 1)  4, che rappresenta un devoto in at-
teggiamento di presentazione di sé e di omaggio alla divinità, come dimostra il
braccio destro proteso con la mano distesa. Si tratta di un prodotto di ottima fat-
tura e di notevole qualità artistica, evidente nei tratti decisi del volto incorniciato

22 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


2. Kouros di Pizzidimonte, Firenze, Museo Archeologico Nazionale

dalla capigliatura a krobylos resa mediante sottili incisioni; nella armoniosa forma
del corpo, teso sotto il tipico mantello semicircolare etrusco drappeggiato sulla
spalla sinistra, riccamente decorato e mosso da pieghe, che sembrano determi-
nate dalla forza della muscolatura; nell’attenzione per i particolari, dall’alta fascia
incisa che profila la veste ai bordi dei calzari a punta, fermati da lacci. Databile agli
anni compresi fra il 480 e il 460 a.C., l’opera può essere attribuita a una bottega di
area etrusco-settentrionale, ove l’artigianato aveva raggiunto alti livelli qualitativi,
sviluppando nel settore della bronzistica una propria significativa produttività 5.
L’altura di Pizzidimonte, per le sue caratteristiche naturali, ci appare perfetta per
immaginarvi un luogo sacro sovrastante la viabilità antica, anche se una recente
e attenta rilettura della Vita di Baccio Bandinelli del Vasari (1569) mette forte-
mente in dubbio l’esistenza di un contesto archeologico canonico, introducendo
l’ipotesi di una tesaurizzazione del tutto casuale, dettata piuttosto dalla necessità
di mettere al sicuro materiali preziosi 6; Vasari infatti ricorda che i Medici, durante

Gabriella Poggesi, Giovanni Millemaci, Fra Gonfienti e Pizzidimonte 23


le complesse vicende politiche svoltesi negli anni Venti del secolo XVI, avevano
affidato alcuni oggetti antichi a Baccio Bandinelli, che dalla villa di Pizzidimonte (o
Pinzerimonte) decise di trasferirsi a Lucca «sotterrate che ebbe in detta villa alcu-
ni cammei ed altre figurine di bronzo antiche che erano de’ Medici», forse quegli
stessi oggetti che furono rinvenuti nel 1735.
Tenuto conto di queste particolari vicende e del forte interrogativo che ne deriva,
sappiamo comunque che altri analoghi rinvenimenti hanno connotato il territorio
in questione.
Un altro bronzetto, alto 23 cm e conservato nel Museo Archeologico Nazionale di
Firenze (inv. 29, fig. 2), è stato da poco riconosciuto come quello recuperato nel
1780 dal cappellano Sanesi a Pizzidimonte, nei beni del Benefizio di San Niccolò,
insieme a diversi altri «idoletti di bronzo» 7. Si tratta di un giovane nudo, con testa
rotonda e volto sommariamente connotato; capigliatura lunga e compatta nel-
la parte posteriore, con riccioli sulla fronte e trecce a spirale ricadenti sul petto;
spalle larghe e arrotondate; torso lungo e appiattito con braccia sottili e piccole
mani chiuse aderenti ai fianchi; gambe dritte con piedi che poggiano su una base
quadrata. Il kouros, pur conservando nell’impostazione generale tratti tipici della
prima metà del VI secolo a.C., sembra risentire fortemente – soprattutto per la
strutturazione del volto – dell’influenza di modelli greco-orientali, messi a punto
nella seconda metà dello stesso secolo e apprezzati e rielaborati in Etruria setten-
trionale nei decenni finali del VI secolo a.C.
Ma questa zona ha riservato altre novità: negli Annali della Società Colombaria si
ricorda il rinvenimento, avvenuto nel 1723 da parte di un contadino del signor Gio-
vanni Girolamo de’ Pazzi, di «una lucerna di terracotta antica ripiena di terra, tolta
la quale, cominciò ad emanare da essa una luce fioca», rinvenimento localizzato
poi da Lopes Pegna a Pizzidimonte 8.
Un manoscritto, datato 5 agosto 1851 e attribuibile allo storico e filologo pratese
Cesare Guasti, conservato insieme alle otto statuette bronzee di età etrusca arcai-
ca facenti parte della raccolta privata Guasti Badiani di Galciana (Prato) 9, consen-
te di riferire all’area di Pizzidimonte almeno due degli otto esemplari 10 (figg. 3-10):
«Anche due o tre anni fa, murando una casa, furon trovati degli idoletti, e due
depositi di uomini con qualche frammento di armi 11. La casa era del Pieri; ma quel-
le anticaglie andettero disperse fra i muratori e i pigionali del contorno, Io però
ne potetti avere due, dopo qualche tempo». Il documento in questione (fig. 11)
suggerisce di identificare il luogo del rinvenimento nell’area di Villa Pieri Caponi a
Pizzidimonte – la casa Pieri citata nel manoscritto –, già Villa Bandinelli, lo stesso
luogo in cui, intorno al 1735, era stata trovata la splendida statuetta maschile di
offerente togato. Si tratta in questo caso di statuette di bronzo schematiche con
funzione di ex-voto, dove il devoto è rappresentato nudo e in modo astratto.
In anni recenti, un nuovo esile bronzetto, alto 5 cm e privo di buona parte delle
braccia e della parte inferiore della gamba sinistra (fig. 12) è venuto alla luce du-
rante le indagini di archeologia preventiva svolte dalla Soprintendenza per i Beni
Archeologici della Toscana nell’area dove era stata progettata la costruzione dello
scalo-merci a servizio dell’Interporto della Toscana Centrale e poco lontano dai resti
dell’insediamento dell’età del Bronzo 12. In quest’area, lo scavo ha messo in evidenza
le strutture di fondazione di un vasto complesso edilizio a pianta rettangolare di
carattere residenziale (fig. 13) - probabilmente connesso allo sfruttamento agricolo
del territorio e all’esistenza della mansio ad Solaria lungo la via Cassia-Clodia, in
corrispondenza della nona pietra miliare dal Foro di Firenze  13 –, per il quale i re-

24 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


3-4. Bronzetti votivi, Prato, Raccolta Guasti Badiani

Gabriella Poggesi, Giovanni Millemaci, Fra Gonfienti e Pizzidimonte 25


5-6. Bronzetti votivi, Prato, Raccolta Guasti Badiani

26 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


7-8. Bronzetti votivi, Prato, Raccolta Guasti Badiani

Gabriella Poggesi, Giovanni Millemaci, Fra Gonfienti e Pizzidimonte 27


9-10. Bronzetti votivi, Prato, Raccolta Guasti Badiani

28 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


11. Manoscritto di Cesare Guasti, 5 agosto 1851

perti indicano una frequentazione compresa fra la tarda età romano-repubblicana e


la medio-tarda età imperiale. Ma nel settore orientale di quella stessa area sono stati
recuperati anche frammenti sporadici di ceramica depurata e di impasto di oriz-
zonte etrusco, per lo più in connessione con una struttura il cui orientamento – di
circa 35° NE-SW – corrisponde a quello canonico di Gonfienti e dell’urbanizzazione
etrusca di questa parte di piana, suggerendo l’ipotesi di una utilizzazione dell’area
dello scalo-merci fin dall’età arcaica, seguita da un periodo di abbandono e poi da
una nuova occupazione, quando alla fase etrusca si è sovrapposto il complesso a
pianta rettangolare di età romana, con diverso orientamento.

Gabriella Poggesi, Giovanni Millemaci, Fra Gonfienti e Pizzidimonte 29


La presenza del bronzetto –  che rap-
presenta una figura femminile resa in
modo decisamente semplificato, con
testa allargata e schiacciata dove gli
occhi, il naso e la bocca sono solo ac-
cennati, corpo allungato e sottile con
seno appena intuibile, braccia dritte
e probabilmente scostate dal corpo,
gambe leggermente divaricate  – indi-
ca l’esistenza di un non lontano conte-
sto votivo etrusco, forse lo stesso da
cui potrebbero provenire alcuni degli
esemplari della raccolta Guasti Badiani,
con i quali il bronzetto di scalo-merci
sembra condividere caratteristiche sti-
listiche e tecnologiche.
Siamo ai piedi di Pizzidimonte, al mar-
gine nord-orientale dell’abitato etrusco
di Gonfienti, dove dobbiamo immagina-
re l’esistenza di un percorso a servizio
della città, in prossimità di un accesso
urbano, luogo pertanto privilegiato per
l’ubicazione di un luogo di culto 14.
Sia il bronzetto proveniente da Gonfien-
ti scalo-merci, che quelli della raccolta
Guasti Badiani rientrano sostanzialmen-
te nella serie degli ex voto schematici
– con volto e struttura corporea sempli-
ficata –, che ritraggono devoti oranti o
offerenti di sesso maschile e femminile,
12. Ex voto di bronzo da Gonfienti, area dello quasi sempre di qualità modesta, pro-
scalo-merci dotti in serie e destinati ad una clientela
vasta ma non esigente.
Questo tipo di bronzetti rientra nelle produzioni diffuse per lo più dall’avanzato
arcaismo in poi, in contesti votivi dell’Etruria settentrionale e dell’area padana  15,
dove possiamo immagine l’esistenza di officine locali 16, capaci di tradurre modelli
di altro livello in un linguaggio corrente e popolare.
È infatti in questi ambiti che troviamo i confronti più puntuali per i nostri esemplari
pratesi: i bronzetti nn. 1 e 2 della raccolta Guasti Badiani, di struttura filiforme e
con le braccia allargate, sono simili ad esemplari dal santuario di Villa Cassarini a
Bologna e dal santuario di Marzabotto, dedicato al culto delle acque, situato al
margine nord-orientale dell’area urbana e in direzione di Bologna 17. I nostri bron-
zetti pratesi possono inoltre essere considerati una semplificazione di esemplari
attestati anche a Fiesole e nel suo territorio, fra la fine del VI secolo a.C. e gli inizi
del secolo successivo 18. Anche i bronzetti nn. 3, 4 e 5 della raccolta Guasti Badiani,
caratterizzati da ampie spalle curvilinee e anatomia appena accennata, trovano
confronti nella stipe di Villa Cassarini  19, mentre il bronzetto n. 8, con le braccia
aderenti al corpo, sembra dipendere piuttosto da modelli ancora compresi entro
il VI secolo a.C.

30 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


13. L’edificio di età romana di scalo merci. In rosso, il punto di rinvenimento del bronzetto

Numerosi sono i bronzetti votivi di età arcaica noti nel territorio fiorentino-fie-
solano; da quelli restituiti dal centro di Firenze  20 a quelli di Fiesole  21; da quelli
provenienti dall’area di Castello - Sesto Fiorentino 22 al bronzetto maschile recu-
perato agli inizi di questo secolo nello strato di riempimento di un canale nella
zona di Olmicino, I Balestri, di particolare importanza perché potrebbe essere il
segno della presenza di un’area sacra in questa precisa area, dove già verso la
fine del VII secolo a.C. sembra esistere un edificio di prestigio  23. Anche l’area di
Pietramarina ha recentemente restituito due esemplari di bronzetti votivi, ma
di orizzonte ellenistico; questa presenza è in ogni caso di notevole interesse,
perché conferma l’esistenza di un edificio sacro – per ora in età ellenistica, ma la
prosecuzione della ricerca potrà riservarci sorprese – su questa imponente for-
tezza d’altura occupata almeno a partire dall’Orientalizzante recente e dotata di
grande potenzialità di controllo sui transiti, dominando visivamente vasti spazi,
da Monte Morello alla Calvana, dall’Abetone alle Apuane, dalle colline del Chianti
al Falterona fino al mare 24.
Questa notevole diffusione di bronzetti votivi in età arcaica sembra connotare
e confermare la particolare vitalità che in questo stesso periodo caratterizza il
“territorio fiesolano”: l’esistenza di numerosi luoghi di culto e un nuovo approc-
cio nei confronti del mondo del sacro appaiono collegati alla riorganizzazione
del comprensorio, che vede in collina la strutturazione di Fiesole, in pianura la
fondazione di Gonfienti e la centuriazione degli spazi circostanti fino al sestese e
alle porte di Firenze, dove il guado dell’Arno si riconferma punto focale per i col-

Gabriella Poggesi, Giovanni Millemaci, Fra Gonfienti e Pizzidimonte 31


legamenti. È un momento importante, durante il quale gli Etruschi che popolano
questo territorio selezionano categorie omogenee di produzioni e monumenti
nelle quali riconoscere la propria identità, in primis quella delle “pietre fiesolane”
in ambito funerario. [G.P.]
Un altro importante aspetto, che contribuisce a darci un’idea della temperie cultu-
rale attiva nella città etrusca di Gonfienti nel corso dei decenni a cavallo tra VI e V
secolo, è la rilevante presenza di ceramiche da simposio e da mensa di produzione
attica 25 (fig. 14). Le ceramiche a figure nere, in particolare le kylikes, sono documen-
tate tra la fine del VI e i decenni iniziali del V secolo. Molto più numerose sono le
ceramiche a figure rosse, databili a partire dalla prima metà del V secolo, con alcu-
ne kylikes pressoché interamente ricostruibili, fra le quali si distingue per qualità e
complessità della decorazione la kylix di tipo B attribuibile a Douris, sulla quale sono
raffigurate scene tratte dal mito. Il quadro della presenza di ceramica attica a Gon-
fienti è completato da numerosi frammenti di vasellame a vernice nera, provenienti
da tutte le aree sinora indagate e distribuiti cronologicamente fra l’ultimo quarto
del VI e la metà del V secolo: si tratta di almeno una kylix di tipo C, di frammenti di
stemless cups e di skyphoi, nonché di alcuni frammenti di crateri a colonnette.
Presenze di ceramica attica sono note anche in altre aree del territorio, forse nel
contesto di un sistema di redistribuzione di alcune categorie di beni di pregio che
proprio a Gonfienti poteva avere la sua base. In quest’ottica potrebbero essere
lette alcune attestazioni, come la kylix a figure rosse di via Bresci, a Prato; la parete
a figure nere con decorazione a raggiera dall’area della rocca di Montemurlo – da-
tata nella seconda metà del VI secolo a.C., e non lontana dal luogo di rinvenimento
del cippo parallelepipedo con coronamento sferico ivi identificato nel 1933 –, oltre
ad alcune presenze in area artiminese 26.
Fra tutti gli esemplari di Gonfienti, la kylix attribuita a Douris mostra una decora-
zione estremamente elaborata e di lettura non immediata, in linea con il gusto e il
repertorio iconografico del maestro, che per le sue opere predilige soggetti mito-
logici rari o comunque varianti inconsuete di miti più noti 27 (figg. 15-17).
Sull’esterno della coppa, una serie di palmette e girali fitomorfe, la cui elabora-
zione stilistica ha contribuito all’attribuzione della kylix al pittore Douris e alla sua

14. Ceramica attica a figure rosse dall’insediamento etrusco arcaico di Gonfienti

32 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


15-16. Kylix a figure rosse attribuita a Douris, esterno

Gabriella Poggesi, Giovanni Millemaci, Fra Gonfienti e Pizzidimonte 33


17. Kylix a figure rosse attribuite a Douris, interno

produzione del 475-470 a.C. circa 28, delimita le due scene figurate principali. Nella
prima, due giovani armati di lancia incedono verso destra preceduti da Eros, il
dio alato alla guida di un carro trainato in volo da una coppia di cigni. Nell’altra i
due giovani, armati rispettivamente di spada e di lancia, sono raffigurati in com-
battimento contro due guerrieri, che le ali connotano come esseri sovrannaturali,
armati di lancia e scudo rotondo, l’uno, di arco l’altro; forse un terzo è caduto a
terra ai loro piedi, dove però la decorazione è particolarmente lacunosa. Il petaso,
caratteristico copricapo a larga tesa, sembra identificare con Teseo uno dei due
giovani protagonisti di entrambe le scene, dal momento che l’eroe ateniese è mol-
to frequentemente raffigurato con tale tipo di cappello. Il compagno è probabil-
mente Piritoo, vicino a Teseo in più di una delle sue imprese. La presenza di Eros
su un lato e di esseri alati sovrannaturali sull’altro assicurano l’attribuzione del ciclo
iconografico ad un mito non altrimenti noto, che solo ipoteticamente potrebbe

34 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


rientrare nel perduto poema esiodeo della Discesa di Piritoo all’Ade, narrante la
discesa di Piritoo e di Teseo nel regno degli Inferi, nel tentativo di rapire Persefone,
sposa di Ade.
Nel tondo interno della kylix, delimitato da una cornice con il motivo della cro-
ce greca alternato ad una coppia di meandri, è raffigurato un erote sospeso in
volo, nell’atto di deporre una corona sulla testa di un uomo barbato, ammantato
e provvisto di bastone. Anche in questo caso, in assenza di iscrizioni didascaliche
(che spesso accompagnano simili pitture vascolari, ma che nel caso della coppa di
Gonfienti sono del tutto assenti, forse anche a causa delle condizioni di abrasione
delle superfici originarie), non è agevole l’identificazione iconografica.
La presenza a Gonfienti di un’opera ceramografica di altissimo livello conferma la
rilevanza del centro etrusco nel quadro della rete commerciale, ma anche cultu-
rale, dell’Etruria settentrionale e padana, nell’ambito di un complesso e articolato
sistema di interscambi che, nel corso del V secolo, collega fra loro le due regioni
e queste all’Etruria mineraria da una parte, alle rotte adriatiche e poi all’Attica
dall’altra. [G.M.]

Gabriella Poggesi, Giovanni Millemaci, Fra Gonfienti e Pizzidimonte 35


Note
1
Sull’insediamento etrusco di Gonfienti, vedi Targioni Tozzetti, nel 1776 (vol. IX) ricorda
Poggesi 2000; Poggesi et alii 2005; Poggesi et Pizzidimonte «dove sono stati trovati degl’i-
alii 2010; Perazzi-Poggesi 2011, pp. 309-355, doli e altre anticaglie»: cfr. Fantappié 1984.
con bibliografia precedente. 12
La zona di Gonfienti risulta urbanizzata anche
2
Cagianelli 1994; Perazzi-Poggesi 2011, pp. in precedenza: le indagini archeologiche più
359-360 con bibliografia. La strada fioren- recenti hanno infatti restituito, in prossimità
tina potrebbe essere quella che dall’attuale della città etrusca, fra lo scalo-merci e l’asse
Ponte Petrino porta verso Calenzano (rima- stradale Mezzana-Perfetti Ricasoli, significati-
ne ancora oggi una “via Firenze”) e il mezzo ve porzioni di aree insediative, che attestano
chilometro circa indicato nel racconto ben si una stabile occupazione almeno durante l’età
adatterebbe all’area di Gonfienti. del Bronzo Medio e Recente, con materiali che
3
Notizie di Prato, Biblioteca Roncioniana; inol- confermano fino da queste epoche forti le-
tre, nel V Annale dell’Accademia Toscana di gami con l’area padana: Perazzi 2010; Perazzi
Scienze e Lettere La Colombaria, anni 1739- 2011; Perazzi et alii 2010. È opportuno ricordare
1740, si ricorda che alcuni bronzetti furono che una presenza non occasionale in una fase
mostrati ai soci convenuti: «nove idoletti di non precisata dell’età del Bronzo è segnalata
bronzo mandati dal canonico Innocenzio anche sul terrazzo di Piana di Misano (futura
Buonamici, i quali hanno una bellissima pati- Marzabotto), legata allo sfruttamento agricolo
na e sono giudicati della maggiore antichità e pastorale del territorio, ma anche alle neces-
dell’infanzia dell’arte, sono stati trovati a Piz- sità di controllo delle vie di comunicazione già
zidimonte». Vedi Fantappié 1984. esistenti verso il versante toscano dell’Appen-
4
Richard Payne Knight Collection: Walters nino.
1899, n. 509. 13
Poggesi 2000, pp. 61-62.
5
Cristofani 1985, n. 43; in ultimo, Swaddling 14
In età etrusca, i luoghi di culto potevano
2014, pp. 448-449, III.78, con bibliografia. La essere ubicati in area urbana, in prossimità
statuetta è fissata all’originario piedistallo di delle porte d’accesso alla città, nel territo-
piombo. rio a marcare i confini della chora e lungo
6
Millemaci 2011, pp. 55-56; Camporeale 2011. le grandi direttrici stradali, a protezione
7
Ciampoltrini 2002; l’autore trascrive il testo di viaggi spesso difficili e pericolosi; Bruni
della lettera che fu inviata il 4 settembre 2002, p. 291; Baldini 2012. Ne è un chiaro
1780 da Francesco de’ Rossi alle Gallerie esempio il ricco deposito votivo di Monte
granducali come accompagnamento del Acuto Ragazza (Grizzana, Bologna), perti-
bronzetto e che – a proposito del luogo di nente ad un luogo di culto situato sulla via
rinvenimento – racconta: «[…] il luogo è tut- di cresta fra le valli del Reno e del Setta,
to pieno di sepolcri, e si vede che quello è lungo il percorso transappenninico che do-
il punto ove passava la Via Cassia, che da veva collegare il territorio fiesolano in To-
Firenze portava a Pistoia, e Modena, ma la scana con il territorio bolognese in Emilia.
roba che vi si trova parmi più antica di quello Anche la stipe del Falterona, il noto Lago
che sia la Via Cassia». degli Idoli, è da mettere in relazione con
8
Perazzi-Poggesi 2011, p. 301. l’antica viabilità appenninica verso la Roma-
9
Grazie di cuore a Gabriele Badiani e alla sua gna e verso il Mugello, attraverso il Passo
famiglia per la disponibilità e la cordiale ac- delle Crocicchie. Cfr. Romualdi 1989-1990, p.
coglienza. 627.
10
Lattanzi Landi 1993; Fantappiè 1984, p. 47; 15
I bronzetti che Giovanni Colonna ha riferito
Perazzi-Poggesi 2011, p. 360 con bibliografia. al “Gruppo Marzabotto”.
Degli otto bronzetti, sei esemplari sono ma- 16
Sappiamo, ad esempio, che a Marzabotto
schili (nn. 1, 3, 4, 5, 6, 8, alti rispettivamente esisteva una officina di fonditori, attiva fino
cm 6,3; 6,4; 4,9; 6; 5,8; 8,3) e due femminili dalla fase di fondazione della città.
(nn. 2 e 7, alti rispettivamente cm 6,7 e 5,2). 17
Miari 2000, p. 379: devoto tipo Marzabotto.
11
Dovrebbe trattarsi del «rinvenimento di due 18
De Marco 1985, p. 169, 9.4.1.
sepolcri con avanzi di armature» di incerta 19
Santuari d’Etruria 1985, p. 93, 4.11,4.
cronologia, citato dal Guasti nel 1847; anche 20
Romualdi 1986, pp. 147-148.

36 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


Bruni 2002, pp. 300-301; in particolare: parte
21 23
Poggesi 2014, p. 99, fig. 80. Si ricordano an-
superiore di un bronzetto di offerente maschile che gli esemplari da Firenzuola, Fuoco di Le-
dello scorcio del VI secolo a.C., rinvenuto insie- gno e da Monte Giovi, Pontassieve: Chellini
me a un frammento di tripode di tipo vulcente 2012, pp. 122-123, fig. 47 e pp. 189-181, fig. 97.
da Piazza Mino; bronzetto femminile di età ar- 24
Bettini 2014, con bibliografia.
caica trovato alle estreme pendici del colle di 25
Sulla ceramica attica di Gonfienti, cfr. Mille-
Sant’Apollinare. maci-Poggesi 2004; Poggesi et alii 2005, pp.
22
Due bronzetti votivi, poi confluiti nelle col- 290-294.
lezioni del Museo Archeologico di Firenze, 26
Perazzi-Poggesi 2011, pp. 84-86 (Montemurlo),
sembrano provenire dalla zona della villa Il p. 306 (via Bresci).
Casale a Castello, in prossimità del fosso del 27
Buitron 1981, p. 201. Sulla coppa di Douris,
Termine, mentre una base di loutherion in cfr. Millemaci-Poggesi 2004, pp. 47-49; Pog-
pietra serena è conservata nel parco della gesi et alii 2005, pp. 291-294.
stessa villa, a suggerire la possibile presenza 28
Sulla peculiarità delle palmette di Douris,
di un luogo di culto: Magi 1934; Bruni 2002. cfr. ARV2, p. 426.

Gabriella Poggesi, Giovanni Millemaci, Fra Gonfienti e Pizzidimonte 37


Il territorio
fra pianura e collina.
Figure di pietra
Il territorio delle “pietre fiesolane”
Giuseppina Carlotta Cianferoni,  Luca Fedeli,
Paola Perazzi,  Gabriella Poggesi

Per “pietre fiesolane” si intende la pro-


duzione di stele e cippi in pietra con
decorazione a rilievo, identificata e
classificata nel secolo scorso da Filippo
Magi e Francesco Nicosia  1. Si tratta di
monumenti identificativi di contesti fu-
nerari, provenienti da un’area omoge-
nea e definita, prevalentemente posta
a Nord dell’Arno, una «sorta di fossile
guida privilegiato per la lettura della
storia del popolamento di questo ter-
ritorio» 2 e per la comprensione dell’or-
ganizzazione socio-politica etrusca su
base gentilizia della seconda metà del
VI secolo a.C. (vedi la carta delle “pietre
fiesolane” in questo volume).
Ma queste pietre sono preziose anche
perché, attraverso le raffigurazioni che
vi sono scolpite, ci suggeriscono la per-
sistenza di alcuni temi cari all’aristo-
crazia di età arcaica, che vi si autorap-
presenta insieme alle proprie ideologie
e ai propri valori (figg. 1-2) – una sorta
di manifesto –, indicandoci nello stesso
tempo l’entità della rete di relazioni e ri-
ferimenti culturali. Si delinea in partico-
lare una stretta connessione con le pro- 1. Stele di Travignoli (n. 16)
duzioni scultoree dell’area volterrana e
dell’Etruria settentrionale costiera, soprattutto con le esperienze artistiche delle
officine marmorarie arcaiche d’area pisana, nella elaborazione e messa a punto di
modelli, apprezzati anche in ambiente felsineo dalla metà del V secolo a.C. 3.
Questo tipo di monumenti litici è attestato in un’area ben delimitata, compresa fra
pianure e colline – da Fiesole e la piana fiorentino-pratese fino a Pistoia (fig. 3),
dalle colline del Mugello a quelle del Montalbano fino alla Val di Sieve – e in un al-
trettanto ben definito arco cronologico, per lo più compreso fra gli ultimi decenni
del VI secolo a.C. e il primo quarto del secolo successivo.
In età arcaica, questo territorio conosce una stagione di apertura e di sviluppo su
scala più ampia rispetto al periodo precedente; la rete di presenze, frequentazioni,
aree insediative di VI e V secolo a.C., documentata da strutture e materiali sia nelle
aree collinari che in pianura, è sufficiente a suggerire l’incremento demografico, le

41
2. “Pietre fiesolane” nell’antica esposizione del Museo Archeologico Nazionale di Firenze.
Al centro la stele Peruzzi (n. 14), che si distingue per la sua monumentalità; a destra la stele del
Trebbio (n. 9); a sinistra la stele di Sant’Agata (n. 10)

42 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


3. Il rinvenimento del cippo n. 31 nel sottosuolo del Palazzo dei Vescovi di Pistoia

maggiori opportunità economiche e la redistribuzione delle attività, determinate


dal ruolo di controllo delle direttrici del traffico commerciale, svolto anche nei pe-
riodi precedenti e ora fortemente riconfermato.
La vitalità e il forte impulso urbanistico, che contraddistinguono l’arcaismo nel
territorio fiorentino-fiesolano, principalmente dovuti alla peculiare ubicazione
strategica per i collegamenti – in particolare verso l’area bolognese e i mercati
dell’Adriatico –, determineranno la fondazione di nuovi centri. In Etruria setten-
trionale sorge l’insediamento di impianto ortogonale di Gonfienti  4 sul Bisenzio
– controllato e difeso da piccoli insediamenti collocati sulle vicine alture –, che
trova la sua specularità in quello coevo di Kainua-Marzabotto sul Reno, posto al di
là dell’Appennino sulla strada per Bologna: ambedue i centri appaiono pianificati
nelle pianure solcate dai fiumi e facilmente raggiungibili, per svolgere la funzione
di punto di riferimento rispetto a vasti territori: rispetto a Felsina-Bologna, per
quanto riguarda Marzabotto; rispetto a Fiesole con il guado dell’Arno di Firenze,
per quanto riguarda Gonfienti.

G.C. Cianferoni, L. Fedeli, P. Perazzi, G. Poggesi, Il territorio delle “pietre fiesolane” 43


4. Disegno di Corinto Corinti con chiesa di San Tommaso e, in alto, il cippo fiesolano n. 5

Il fiume Arno – per lunghi tratti navigabi-


le – costituisce una via di comunicazione
strategica per il transito di uomini e mer-
ci dalle aree interne fino allo sbocco sul
Mar Tirreno a Pisa. Scorrendo parallelo
all’Appennino, accoglie i corsi d’acqua –
Sieve, Bisenzio, Ombrone – che scendo-
no dai monti incidendo le relative vallate,
anch’esse vie di comunicazione naturali,
e consentono di raggiungere i passi mon-
tani che delimitano a Nord il territorio e
lo collegano all’Etruria Padana: da Est a
Ovest, i passi della Futa, Croci di Calen-
zano, Montepiano, Collina (vedi la carta
delle “pietre fiesolane” in questo volume).
Accanto alla via fluviale, doveva correre
un percorso pedemontano, come indi-
cano le sepolture e i cippi che dal guado
dell’Arno di Firenze si allineano secondo
una direttrice che raggiunge Sesto Fio-
rentino  5, Calenzano-Travalle  6, Prato-
Gonfienti  7, Pistoia  8, la stessa direttrice
che verrà ricalcata in età romana dalla
5. Chiesa di San Tommaso prima della demoli- via Cassia-Clodia, che collegherà Flo-
zione del centro storico di Firenze rentia a Pistoria, Luca, Luna; il territorio

44 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


6. Cippo di San Tommaso (n. 5)

viene fortemente segnato, come dimo-


stra la toponomastica che identifica cia-
scun luogo mediante la relativa distanza
in miglia dal centro della colonia di Fi-
renze: Terzolle, Quarto, Quinto Fiorenti-
no, Sesto Fiorentino, Settimello.
In quest’ottica va interpretata anche la
presenza dei due monumenti dall’area
urbana fiorentina: il cippo di San Tom-
maso, murato all’esterno della Chiesa
di San Tommaso (figg. 4-6), recupe-
rato nel 1891 durante le demolizioni del
centro storico di Firenze, e quello di via
de’ Bruni (fig. 7), certamente opera del-
la stessa bottega. Il primo dimostra la
presenza di un’area adibita a necropoli,
e quindi di un insediamento, a controllo
del principale guado sull’Arno, situato
in prossimità del Ponte Vecchio; l’altro
posto sui primi rilievi della fascia colli-
nare a Nord Est di Firenze, tra le attua-
li vie Bolognese e Faentina, si colloca
quindi all’imbocco di una delle princi-
pali direttrici di comunicazione tran-
sappenninica dalla valle dell’Arno. 7. Cippo di via de’ Bruni (n. 36)

G.C. Cianferoni, L. Fedeli, P. Perazzi, G. Poggesi, Il territorio delle “pietre fiesolane” 45


8. Cippo di Settimello (n. 2)

46 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


9. Cippo de La Figuretta, San Giuliano Terme, Pisa

G.C. Cianferoni, L. Fedeli, P. Perazzi, G. Poggesi, Il territorio delle “pietre fiesolane” 47


Nel “territorio fiesolano”, fin dalla Preistoria  9 e ancor più in età etrusca, appare
ormai evidente l’esistenza di alcune collaudate e privilegiate reti di collegamento,
attraverso i crinali montani, che non costituiscono dei limiti in termini di difficoltà e
accessibilità 10. Questo tratto dell’Arno sembra invece segnare una sorta di “confi-
ne” rispetto ad un’area culturalmente omogenea e identificata – in età etrusca – da
numerosi elementi peculiari: in primis dalla coerente diffusione delle “pietre fieso-
lane”, la manifestazione artistica più qualificata dell’Etruria Nord-orientale, frutto
di una sorta di koiné culturale in grado di elaborare un linguaggio iconografico
comune; ma anche dalla produzione di alcuni tipi di ceramica depurata e dalla
predilezione di certe decorazioni; da alcune forme particolari di bucchero come
quella dei bacili su alto piede di tradizione metallica 11 e dei kyathoi con anse a cor-
na tronca e cave 12, particolarmente attestate a Gonfienti.
Nello stesso tempo il territorio è aperto alle sollecitazioni esterne, come alcuni
esemplari di cippi fiesolani dimostrano: in particolare, il cippo di Settimello (fig.
8) 13, che – insieme ad uno degli esemplari pistoiesi 14 – sembra risentire dell’espe-
rienza di maestri greco-orientali operanti a Pisa, gli stessi che intorno al 530 a.C.
realizzano il cippo de La Figuretta (fig. 9) 15. Ad ambito pisano-versiliese rimanda-
no anche gli esemplari di cippi a clava in marmo, attestati a Capalle (cippo Antino-
ri), a Calenzano, a Sesto Fiorentino 16, ad Artimino 17.
La funzione funeraria delle “pietre fiesolane” è generalmente riconosciuta: non
a caso Luigi Adriano Milani, agli inizi del Novecento, nel giardino del Museo Ar-
cheologico di Firenze, aveva didatticamente collocato il cippo di Settimello sulla
sommità della ricostruzione della tomba a tholos di Casale Marittimo. Ma la quasi
totalità degli esemplari è purtroppo priva di un contesto archeologico chiaro; si
tratta infatti di elementi spesso riutilizzati e comunque in giacitura secondaria,
usati come semplice materiale da costruzione o inseriti a scopo decorativo nelle
murature di epoche successive 18.
Un cippo di arenaria “pileato”, recuperato nel 2004 in occasione dello scavo di un
tumulo di età tardo-orientalizzante nella necropoli artiminese di Prato Rosello (fig.
10), pur non potendo essere annoverato nella serie canonica dei cippi fiesolani per
cronologia e conformazione, merita comunque una citazione per la pertinenza
ad un preciso contesto funebre  19. Anche i cippi artiminesi provenienti dalla zona
di Grumulo, immediatamente fuori dalla cinta muraria etrusca che corre sotto il
terrazzamento realizzato dal Buontalenti per la Villa Medicea La Ferdinanda, sono
senz’altro riconducibili a una necropoli, della quale resta tuttora visibile il rilievo di
un grande tumulo 20.
E proprio come i grandi tumuli di età orientalizzante – la Montagnola e la Mula a
Sesto Fiorentino, Montefortini e Boschetti a Comeana, i tumuli di Prato Rosello
ad Artimino –, anche le “pietre fiesolane” identificano e qualificano le classi più
elevate, che controllano la terra, le attività, le vie di comunicazione; le stesse classi
che mediante le raffigurazioni simboliche scolpite sulla pietra vogliono segnare il
territorio per lungo tempo – e per questo scelgono un materiale duraturo –, così
come accade in altre parti della nostra regione, quale ad esempio la Lunigiana.
In alcune zone, in relazione all’entità degli insediamenti esistenti, sono noti nuclei
più numerosi di “pietre fiesolane”, a cominciare dall’area di Fiesole, che a suo tem-
po ha dato il nome a tutta la produzione, identificata quando ancora non erano
stati scoperti altri importanti centri, come ad esempio Artimino e Gonfienti.
È peraltro indubitabile che il territorio fiesolano si estendesse anche a Sud dell’Arno,
come sembrerebbero dimostrare il ritrovamento del cippo del Mecchio  21 (fig. 11,

48 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


10. Cippo dal tumulo W della necropoli di Prato Rosello, Artimino

11. Cippo del Mecchio (n. 43) 12. Tular da Gavignano, Rignano sull’Arno

Rignano sull’Arno) o la presenza di ben due tular (segni etruschi di confine) con il
nome di Fiesole, l’uno iscritto su una parete rocciosa in località Fontesanta (Bagno
a Ripoli), l’altro – di avanzata età ellenistica – rinvenuto in località Gavignano (Rigna-
no sull’Arno, fig. 12), quindi lungo la via di crinale che, attraverso i Monti del Chianti,
congiunge la media valle dell’Arno alla costa tirrenica 22.

G.C. Cianferoni, L. Fedeli, P. Perazzi, G. Poggesi, Il territorio delle “pietre fiesolane” 49


13. Cippo della Castellina (n. 39)

50 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


14. Stele di Camporella (n. 24)

G.C. Cianferoni, L. Fedeli, P. Perazzi, G. Poggesi, Il territorio delle “pietre fiesolane” 51


Il territorio compreso fra Sesto Fioren-
tino e Calenzano ha restituito un nume-
ro davvero cospicuo di esemplari, dal
cippo di Settimello, donato dal conte
Carlo Gamba Ghiselli al Museo Etrusco
di Firenze in occasione della inaugura-
zione della sezione architettonica, uno
degli esemplari più significativi sia per
la monumentalità che per l’elaborata
decorazione  23, al cippo dalla villa La
Castellina di Quinto Fiorentino (fig. 13),
con allusione alla porta degli Inferi  24;
dalla stele da via di Camporella (fig.
14), con figura femminile riccamente
abbigliata e melagrana nella mano de-
stra  25; alla porzione di stele con figura
di guerriero con lunga asta, recupera-
ta nel 1994 nella zona di Villa Gamba 26.
Ma in quest’area la presenza di cippi e
stele doveva essere maggiore di quan-
to oggi rimane: documenti d’archivio
15. “Cippo” segnalato davanti alla chiesa di ricordano una stele in arenaria, rinve-
Sant’Andrea a San Donnino nuta nel 1639 nella villa di Casale a Ca-
stello e successivamente smarrita, forse
pertinente ad una tomba monumentale qui identificata alla metà dell’Ottocento.
Un caso a parte è rappresentato dall’elemento in arenaria dal lungo corpo paral-
lelepipedo e sommità sferica solidale, completamente privo di decorazioni, re-
centemente recuperato in prossimità della Chiesa di Sant’Andrea a San Donnino
(Campi Bisenzio) – dove era infisso (fig. 15) –, la cui funzione e datazione rimane
incerta 27.
Anche l’area circostante Gonfienti ha restituito un piccolo frammento di cippo fie-
solano all’interno di una massicciata stradale di epoca romana, in corrispondenza
del grande edificio residenziale etrusco arcaico del Lotto 14 (fig. 16)  28; anche se
in giacitura secondaria, il frammento conferma l’esistenza di sepolture identificate
da “pietre fiesolane” ai margini del coevo abitato etrusco, lungo le strade che do-
vevano condurre in città. La presenza del coronamento di stele con palmetta pen-
talobata, oggi murata come elemento decorativo all’interno di Palazzo Rocchi Ca-
sotti (fig. 17), nel centro di Prato, rappresenta un ulteriore elemento comprovante
l’esistenza di tumuli in prossimità della viabilità antica circostante Gonfienti 29.
Un nucleo consistente di “pietre fiesolane” è presente anche in area artiminese 30.
In particolare, la zona di Grumolo, con la necropoli che si estende ai margini dell’in-
sediamento etrusco, ha restituito, nel 1929 e nel 1966 – oltre a un cippo di marmo
conformato a clava della serie pisano-versiliese – alcuni cippi funerari della serie
fiesolana, il più noto dei quali è quello che conserva l’iscrizione con il nome del
defunto ar(n)0 arstni 31. Dalle vicinanze della Villa Medicea di Artimino provengono
altri due segnacoli funerari in arenaria: il cippo con lati decorati alternativamente
da un grifo e da una figura di guerriero eroizzato, in armamento oplitico (fig. 18) 32,
e la stele ovoidale, decorata con palmetta a basso rilievo, che conserva l’iscrizione
etrusca vipia vetes, prenome e gentilizio della defunta (fig. 19) 33.

52 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


16. Frammento di cippo da Gonfienti (n. 46) 17. Coronamento di stele da Prato (n. 41)

Anche il comprensorio che interessa il Mugello e la Val di Sieve, vicino a Fiesole,


è caratterizzato da una particolare diffusione delle “pietre fiesolane” su tutta l’a-
rea a Nord dell’Arno, fino a toccare con un’unica attestazione la zona a Sud del
fiume, dove – nel territorio comunale di Rignano sull’Arno 34 – è stato rinvenuto il
già citato cippo del Mecchio, un toponimo di grande interesse  35. In epoca etru-
sca l’area era caratterizzata da un tessuto di piccoli insediamenti, piuttosto fre-
quenti ma sparsi, che facevano riferimento al centro principale e la cui economia
era prevalentemente agricola. Essi dovevano essere tuttavia coinvolti anche dai
commerci che si stabilivano intorno alle importanti vie di comunicazione esisten-
ti, sia lungo il fondovalle sia, trasversalmente, lungo le direttrici transappennini-
che che facevano capo a Fiesole 36. Si osservano infatti due maggiori concentra-
zioni di ritrovamento delle “pietre”: lungo l’itinerario interno che, attraversando
i territori di Scarperia e San Piero a Sieve (fig. 20), sembra ricondursi a itinerari
Felsina-Faesulae da tempo ipotizzati 37; inoltre, lungo un percorso interno ai Co-
muni della Val di Sieve (da Londa in direzione Sud, figg. 21-22), riconducibile a
una direttrice fra Casentino e Medio Valdarno che alcuni studiosi interpretano
quale percorso fra Arretium e Faesulae, magari indirizzato – in prospettiva – oltre
Appennino 38.
L’importanza di tali antiche direttrici viarie trova conferma nei rinvenimenti di San
Piero a Sieve, nel podere Monti, dove negli scorsi anni Ottanta furono rinvenuti i
resti di una necropoli d’età orientalizzante  39, e presso Casa Radicondoli  40, dove
nel 2012 è stata scavata una tomba d’epoca coeva, i cui interessanti reperti di
corredo sono attualmente in fase di restauro  41. Lungo la direttrice pedemontana
E-W del Mugello, nel 1996 e nel 2000, sono stati indagati resti di pozzi etruschi 42
– o forse di un unico pozzo, smembrato e dislocato in seguito a eventi sismici –

G.C. Cianferoni, L. Fedeli, P. Perazzi, G. Poggesi, Il territorio delle “pietre fiesolane” 53


18. Cippo di Artimino I (n. 8)

54 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


19. Stele di vipia vetes (n. 4)

G.C. Cianferoni, L. Fedeli, P. Perazzi, G. Poggesi, Il territorio delle “pietre fiesolane” 55


20. Stele di Sant’Agata (n. 10)

56 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


21. Stele di Londa I (n. 3)

G.C. Cianferoni, L. Fedeli, P. Perazzi, G. Poggesi, Il territorio delle “pietre fiesolane” 57


22. Il rinvenimento del cippo di Sandetole (n. 44)

databili al V secolo a.C., un periodo altrimenti poco noto in ambito mugellano. Per
quanto concerne infine l’antica viabilità etrusca di Val di Sieve vanno richiamati
gli elementi desumibili sia dagli scavi del santuario di Poggio Colla, le cui indagini
sono cominciate negli scorsi anni Sessanta e vanno tuttora proseguendo 43, sia da
quelli di Poggio San Martino presso Frascole, la cui area attrezzata è stata inaugu-
rata nel 2013  44. A questi ritrovamenti vanno aggiunti quelli, noti da tempo, dalla
convalle del Moscia 45 nel territorio di Londa, i rinvenimenti presso Molino di Vico
vicino a Pontassieve, occorsi nel 2007 46, e gli scavi condotti dal 2010 sulla sommi-
tà di Monte Giovi, a Pontassieve – Vicchio di Mugello 47.

58 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


Note
1
Magi 1932; Nicosia 1966a. Sulla storia degli stu- artiminese vive una significativa fase di tra-
di, cfr. Susanna Sarti in questo volume. sformazione, con l’occupazione organizzata
2
Sull’argomento, in particolare: Capecchi 1996; Bruni del pianoro compreso fra Villa medicea e
2002; Cappuccini 2009; Baldini 2012; Chellini 2013. Borgo, che suggerisce una diversa gestione
3
Baldini 2012. Per le stele felsinee, cfr. Govi 2014 del territorio rispetto al periodo orientaliz-
e Sassatelli-Cerchiai 2014, con bibliografia. zante, caratterizzato dagli oikoi e dai relativi
4
Un nuovo centro urbanisticamente pianifi- grandi tumuli, come quelli di Montefortini e
cato insieme alle terre circostanti, che pre- Boschetti a Comeana e di Prato Rosello ad
suppone l’esistenza di una solida organizza-
Artimino: Poggesi 2006.
zione economica e sociale, un centro di po- 21
Esemplare n. 43 del catalogo.
tere in grado di condizionare l’assetto di un 22
Chellini 2012, pp. 208-210. Sul territorio fie-
vasto territorio attraverso un impegnativo
processo di strutturazione e organizzazione. solano, cfr. Maggiani 2008; Maggiani 2009;
5
In particolare, gli esemplari nn. 24, 27, 39, 40 Giroldini 2014, p. 132.
del catalogo.
23
Esemplare n. 2.
6
Esemplare n. 45. A Calenzano, Carraia, via Bar-
24
Esemplare n. 39.
berinese, si ricorda un cippo sferoidale di arena-
25
Esemplare n. 24.
ria, interrato nel giardino di un’abitazione priva- 26
Esemplare n. 40.
ta: Baldini 2012, p. 60, scheda n. 21, areale XIX. 27
Nel 2015, a seguito della segnalazione di una
7
Esemplari n. 41 dal centro di Prato e n. 46 nuova “pietra fiesolana” da parte del Gruppo
dall’area dell’insediamento etrusco, edificio Archeologico di Scandicci, la Soprintenden-
residenziale del Lotto 14; si ricorda anche la za, unitamente al Comune di Campi Bisenzio,
porzione di un probabile coronamento sferi- che qui si coglie l’occasione di ringraziare, ha
co di un cippo di calcare da Villa Scarselli, in curato il recupero del cippo collocato in un
una zona compresa fra Gonfienti e Travalle. periodo imprecisato sul marciapiede a lato
Cfr. Perazzi-Poggesi 2011, pp. 302-303. della Chiesa di Sant’Andrea a San Donnino.
8
Esemplari nn. 31, 34, 35. 28
Esemplare n. 46.
9
Cfr. Perazzi 2010; Perazzi 2011; Perazzi et alii 2010. 29
Esemplare n. 41.
10
Millemaci 1999. 30
Esemplari nn. 4, 8, 25, 26, 42, 48.
11
Bocci-Pagnini-Poggesi 2014.
12
Poggesi et alii 2011; Poggesi 2014, p. 96, figg.
31
Esemplare n. 25.
73-74: i kyathoi con anse a corna tronche e
32
Esemplare n. 8.
cave, a Gonfienti massicciamente attestati sia
33
Esemplare n. 4.
in bucchero di produzione locale che in argilla
34
Per l’ipotizzabile viabilità di zona – presso la con-
depurata e restituiti in quantità cospicua an- valle del Castiglionchio (Rignano sull’Arno) e
che da contesti sestesi, appaiono già diffusi nell’alto Valdarno superiore fiorentino occidentale,
nel VII secolo nel territorio a Nord dell’Arno. ai suoi confini con il medio Valdarno e col Chianti
13
Esemplare n. 2. nord-orientale – vedi Fedeli 2013, nota 40 a p. 161.
14
Esemplare n. 34. 35
Fedeli 2013, p. 159, nota 27.
15
Bruni 1994, pp. 72-75; Maggiani 2004, pp. 36
Cfr. de Marinis 1981, p. 4.
157-163; Cappuccini 2009, p. 84. 37
Plesner 1938, p. 33 ss.; Sterpos 1992, p. 44;
16
Sappiamo dell’esistenza di un cippo iscritto Fedeli 2009, p. 111, nota 3; cfr. Agostini, Santi
(avile apiana), trovato dall’abate Moreni nel 2012, pp. 76-86.
1789 nei pressi di Palastreto, donato alla So- 38
Fedeli 2009, p. 111, nota 1 ss.
cietà Colombaria di Firenze e poi perduto: 39
Salvini 2009.
Magi 1932; Chellini 2013, p. 138. 40
Fedeli et alii 2012.
17
Per una sintesi sui cippi marmorei a clava nel 41
Brini et alii c.s.
territorio fiesolano, cfr. Baldini 2012, p. 60. 42
Fedeli 2003; Palermo 2003; Iardella 2008.
18
I cippi in generale sono soggetti a riutilizza-
zioni di vario tipo, non ultima quella di orna-
43
Vedi in ultimo Warden 2009; Warden 2012a;
re i giardini in residenze private, come nel Warden 2012b; Thomas 2016; cfr. Chellini
caso del cippo globulare su base solidale (V 2012, pp. 255-261.
secolo a.C.), conservato vicino a Carmigna-
44
Paoli 2013; cfr. Fedeli-Paoli 2010, p. 223 ss. Cfr.
no-Castello: Perazzi-Poggesi 2011, p. 372. inoltre Chellini 2012, pp. 101-107 e Cappuccini 2009.
19
Perazzi-Poggesi 2011, p. 482, fig. 35. 45
Fedeli 2009, p. 111, nota 1 ss.
20
Vale la pena ricordare che, quando nella 46
Fedeli-De Stefani 2007.
piana viene fondata Gonfienti, anche l’area 47
Cappuccini-Pelacci 2014.

G.C. Cianferoni, L. Fedeli, P. Perazzi, G. Poggesi, Il territorio delle “pietre fiesolane” 59


Le “pietre fiesolane”:
storia degli studi e classificazione
Susanna Sarti

Le “pietre fiesolane” vengono classificate come segnacoli funerari in base al


confronto con monumenti morfologicamente affini presenti in altre zone dell’E-
truria  1. Anche la loro iconografia, forse arricchita mediante l’uso della poli-
cromia, rimanda all’ambito funerario, con la rappresentazione di animali reali
e fantastici e con le immagini degli stessi defunti, in qualche caso sostituite
dal loro nome personale. Frequente è il guerriero, sia esso in tenuta oplitica
o meno  2 (nn. 1, 8-11, 22, 27), o il sacerdote/magistrato connotato da attributi
quali il bastone ricurvo o lituus (nn. 5-6 e 28) e la sella curulis 3 (n. 13). In alcuni
casi si hanno scene più complesse, come il cavaliere che incede verso sinistra
alludendo al viaggio nell’Aldilà (n. 21), oppure il simposio (nn. 14-16, 21), talvolta
associato ad un momento di gioco  4 (n. 14) o alla danza (n. 16). Alcune icono-
grafie richiamano più direttamente il mondo dionisiaco come il satiro musican-
te (n. 12) che non rinuncia a tenere accanto a sé l’otre adatto a contenere la
bevanda del dio del vino Dioniso/Fufluns  5. La donna diventa protagonista su
un particolare tipo di stele, a forma ovoidale rastremata verso l’alto 6 (nn. 3, 23-
24, 32-33). Non mancano comunque cippi privi di immagini, i quali dovevano
trasmettere un messaggio mediante la loro stessa forma, talvolta abbellita con
motivi decorativi quali una cornice, ornata in un caso con il meandro (n. 43). La
produzione di queste sculture sembra da ricondurre ad una scuola o bottega
locale che si sarebbe formata in seguito ad una serie di sollecitazioni esterne,
con la predominanza di una componente greco-orientale mediata dalle grandi
città etrusche della costa 7.
L’interesse per le “pietre fiesolane” è evidente già nel Settecento, quando sono
frequenti le raccolte figurate dei monumenti antichi. Nelle Explicationes aggiunte
all’opera De Etruria Regali di Thomas Dempster pubblicata a Firenze per volere
di Cosimo II tra il 1723 e il 1726  8, l’«antiquario celebratissimo» Filippo Buonarro-
ti 9, discendente di Michelangelo, illustra la stele di larth ninie (n. 1), scrivendo che
i suoi avi, i quali tramandavano fosse stata trovata «prope Faesulas», l’avevano
murata nel palazzo di famiglia 10. Un altro noto museo fiorentino, quello di Anton
Francesco Gori, vantava la stele da Travignoli  11, illustrata dal suo proprietario
nel Museum Etruscum, insieme alla stele Buonarroti e a quella con guerriero di
proprietà dei Signori Carlini 12 (fig. 1). È ancora il Gori che, nelle sue Inscriptiones
Antiquae in Etruriae Urbibus Exstantes, tratta della pietra con il satiro dei Buo-
narroti (n. 12), ricostruendola a forma di cippo 13 (fig. 2).
La letteratura dell’Ottocento continua a mostrare i medesimi esemplari, cosicché,
ad esempio, l’antiquario Regio delle Gallerie di Firenze Luigi Lanzi ricorda nel suo
Saggio di lingua etrusca, la stele di larth ninie 14; lo storico Giuseppe Micali illustra la
civiltà degli Etruschi con una tavola dedicata proprio a questi monumenti 15. L’eru-
dito Francesco Inghirami, trattando di Fiesole nella sua Storia della Toscana, ripro-
pone la stele con guerriero avvicinandola a quella altrettanto celebre di avile tite

61
1. Stele n. 1 (in alto a sinistra), stele n. 27 (in basso a sinistra), stele n. 16 (in basso a destra) (da Gori
1737-1743, vol. III, tav. XVIII)

62 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


a Volterra  16: «I due soldati quasi colos-
sali in bassorilievo scolpiti in arenaria, e
che dagli archeologi si giudican segni di
nobili sepolcri»  17, ma aggiunge il cippo
in suo possesso (n. 6), proveniente dai
dintorni di Firenze, oggi a Berlino gra-
zie all’interesse dell’archeologo Eduard
Gerhard, e la cosiddetta stele dell’An-
tella (n. 14), allora conservata nel palaz-
zo dei Peruzzi in Borgo de’ Greci 18. Co-
munque, è solo verso la fine del secolo
che le scoperte diventano più frequenti,
a tal punto che Luigi Adriano Milani, di-
rettore del nuovo Museo Archeologico
di Firenze al Palazzo della Crocetta,
non solo rende noti nuovi esemplari, ma
esprime anche la necessità di classifica-
re questi monumenti 19. Pubblica la stele
individuata nel 1889 dal cavaliere Guido
2. Stele n. 12 (da Gori 1734, p. 104) Carocci tra il materiale da costruzione

3. Documento di vendita della stele n. 14, Soprintendenza Archeologia della Toscana, Archivio
storico, anno 1893

Susanna Sarti, Le “pietre fiesolane”: storia degli studi e classificazione 63


4. Il cippo di Settimello (n. 2) posto sul tumulo della tomba di Casale Marittimo nel giardino del
Museo Archeologico Nazionale di Firenze

nella chiesa di Santa Maria a Peretola (n. 13), la stele da Sant’Agata (n. 10) da poco
donata al Museo fiorentino dal Cav. Ajazzi, proprietario del campo dove era stata
trovata, e ricorda la stele del Trebbio (n. 9) promessa dal proprietario Antonio de
Witt 20. Inoltre, illustra il cippo che era murato nella chiesa di San Tommaso (n. 5)
«demolita per far posto in piazza Vittorio Emanuele alla nuova fabbrica Chiari, e
precisamente all’angolo di via de’ Cardinali», mettendolo in relazione con un bron-
zetto trovato pochi anni dopo nella terra di riporto 21.
Tali monumenti diventano presenze indispensabili nei manuali di etruscologia, a
partire da L’Art étrusque di Jules Martha, dove viene sottolineato il loro carat-
tere funerario  22; Joseph Durm, in Die Baukunst der Etrusker disegna la stele di
Londa I, considerandola un’opera decisamente originale 23. Inoltre, alcune “pietre
fiesolane” vengono menzionate nella letteratura da viaggio, ad esempio l’inglese
George Dennis ricorda la stele di larth ninie che ha visto a Palazzo Buonarroti,
mentre Lino Chini, dopo aver ricordato il monumento di Londa al Museo di Fi-
renze, aggiunge «e chi sa quanti altri ancora ne contiene quel suolo [il Mugello]
poiché un altro poco appresso vi fu scoperto» 24.

64 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


5. Il giardino del Museo Archeologico Nazionale di Firenze

6. Luigi Adriano Milani nel giardino del Museo Archeologico Nazionale di Firenze

Susanna Sarti, Le “pietre fiesolane”: storia degli studi e classificazione 65


7. Stele n. 1, stele n. 3, cippo n. 5, stele n. 17 (da Milani 1912, tav. XCVI)

Luigi Milani vuole dare a questi manufatti un ruolo di primo piano nel Museo Topo-
grafico dell’Etruria, per cui chiede ai Buonarroti le due celebri stele, con l’intento
di esporle nella stanza dedicata a Fiesole e al suo territorio, insieme alla stele Pe-
ruzzi dell’Antella (dal 1743-44 nella Villa di Varlungo del Sig. Andrea Chiavistelli) 25
acquistata per il museo fiorentino nel 1893 (fig. 3) e ad altre che ottenne in dono,
quali la stele di vipia vetes (n. 4) e il cippo di Artimino (n. 8) donati dal Conte
Passerini, e la stele ricordata dal Chini (n. 3), donata nel 1871 dal Marchese Carlo
Strozzi. Inoltre, Milani riesce ad acquistare la stele di Sant’Ansano (n. 17), cosicché
può affermare che tali monumenti «adesso parlano, non essendo più sparsi ed
isolati» 26. Nel 1893, durante i lavori per costruire la cantina nella casa colonica del
podere Bellosguardo, viene ritrovato un cippo in località San Piero a Strada, pres-
so Montebonello (Pontassieve), che tuttavia è rimasto in proprietà privata.
Nel 1903, Milani riceve in dono per il Museo il monumentale cippo di Settimello (n.
2) dal conte Gamba Ghiselli, proprietario della villa di Settimello «posseduta avanti
il 1853 dal marchese Ugoccione Gherardi, l’antico proprietario dell’altra villa, detta
la Mula, fra Sesto e Quinto Fiorentino» 27, dove si trova ciò che resta di una tomba a
tholos. Decide di collocare il cippo nel giardino del Museo sulla sommità del tumu-
lo della tomba a tholos di Casale Marittimo, così da offrire ai visitatori un esempio
di come dovessero essere impiegati in antico questi segnacoli funerari (figg. 4-6).
È quindi innegabile l’impegno profuso dal direttore del Museo (e a partire dal 1907
Soprintendente)  28, per acquisire questi monumenti e renderli protagonisti del suo
progetto di museo del territorio, conferendo a tali oggetti una connotazione iden-
titaria di una larga zona gravitante intorno all’antica Fiesole etrusca (fig. 7), che si

66 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


8. Il rinvenimento della stele di Frascole n. 28

amplierà sempre di più grazie alle continue scoperte. Anche il Comune di Fiesole
vorrebbe dotare il suo museo di esemplari di questi monumenti, tanto che nel 1895
chiede l’autorizzazione per eseguire un calco della stele di larth ninie 29, oggi in pos-
sesso del Museo Civico.
Oscar Montelius, nella sua opera La civilisation primitive en Italie depuis l’ intro-
duction des métaux (1910) fa una prima lista delle pietre conosciute, ma solo
nel 1932 Filippo Magi soddisfa l’esigenza, più volte manifestata dagli studiosi
anche dopo Milani, di un corpus di questi monumenti, raggruppando 20 esem-
plari e definendone le caratteristiche principali (nn. 1-20). Si tratta di monumenti
in arenaria decorati a rilievo, costituiti da un corpo principale (stele o fusto) e
un coronamento (antemio o pigna), siano essi stele ad una o due facce, oppure
cippi a quattro facce o di forma sferoidale. Di essi Magi fa una analitica tipologia
utilizzando le lettere dell’alfabeto, tipologia che verrà completata nel 1966 da
Francesco Nicosia 30, cosicché per convenzione oggi si continua ad usare la co-
siddetta classificazione Magi-Nicosia 31.
Due nuovi cippi di Artimino forniscono l’occasione a Francesco Nicosia per con-
tinuare il corpus di Filippo Magi, il quale aveva nel frattempo rese note altre tre
“pietre fiesolane”: la stele cosiddetta di Sansepolcro (n. 21), il cippo di Montemur-
lo (n. 22), la stele a lira Londa II (n. 23) 32. A questi seguono la stele di Camporella
(n. 24) e i cippi di Artimino II e III (nn. 25-26), cosicché il corpus arriva a com-
prendere 26 esemplari, 11 dei quali cippi 33, a cui si aggiunge la stele di Casale 34.
I due nuovi cippi mancano anch’essi di contesto, essendo quello detto Artimino II
proveniente dalla Villa medicea e il cippo Artimino III reimpiegato come paracar-

Susanna Sarti, Le “pietre fiesolane”: storia degli studi e classificazione 67


9. Le “pietre fiesolane” nel Museo Comprensoriale del Mugello e della Val di Sieve di Dicomano

ro nella loggetta antistante la Pieve di San Leonardo. Si fa comunque sempre più


strada l’ipotesi che questi monumenti si riferiscano a tombe che dovevano esse-
re poste nelle vicinanze, anche per le difficoltà oggettive che pongono nell’esse-
re trasportati. Si intensifica il dibattito sulla loro cronologia e sulla funzione fon-
damentale per definire il territorio di competenza della principale città etrusca
di età arcaica. Nel frattempo, continuano i rinvenimenti, soprattutto nel Mugello:
a Barberino, in località Il Piano vengono recuperati durante i lavori di estrazione
della sabbia in una cava tre cippi di arenaria, uno dei quali con decorazione sulla
sommità (n. 30)  35. L’anno successivo vengono scoperti una stele a Frascole in
comune di Dicomano (fig. 8) ed un frammento a Casa al Nespolo in Comune di
Londa (n. 29), non lontano da dove era stata trovata nel 1871 la stele Londa I 36.
Le “pietre fiesolane” definiscono dunque una zona che da Fiesole si estende
nel Valdarno, da Pontassieve ad Artimino, nel Mugello e sulla direttrice Sesto-
Montemurlo, limitandosi al territorio sulla destra dell’Arno. Presto però si allarga
l’area di diffusione al pistoiese, dove nel 1972, durante i lavori di restauro del
Palazzo dei Vescovi, viene recuperato un cippo reimpiegato in un muro della
cantina (n. 31)  37. Con il ritrovamento di un secondo cippo di dimensioni minori
(n. 34)  38 e di una stele reimpiegata come materiale da costruzione in un muro
della torre del monastero di San Mercuriale (n. 35), le pietre dall’area pistoiese
salgono a tre 39. Nel 1984, Gabriella Capecchi aggiorna l’elenco delle pietre conti-
nuando la numerazione di Nicosia e arriva a raggruppare 36 elementi in arenaria
con decorazione a rilievo (nn. 28-36)  40. Nello stesso anno viene segnalato un

68 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


10. Le “pietre fiesolane” nel Museo Archeologico Francesco Nicosia di Artimino

frammento di coronamento ad antemio di stele murato nel Palazzo ex Salviati


a Sant’Agata di Mugello e nel 1986 un frammento di cippo da località il Ferrone
(Pian de’ Poggioli) a Scarperia 41.
Nel 1996 Gabriella Capecchi redige una nuova carta delle segnalazioni aggiorna-
ta e continua la numerazione (nn. 37-41): oltre al frammento di Sant’Agata e al
cippo del Ferrone, sono stati acquisiti un cippo dalla villa la Castellina di Quinto
Fiorentino, un frammento di stele dalla zona di Sesto Fiorentino e un corona-
mento di antemio da Prato murato nel palazzo Rocchi Casotti.
Comunque, i dati relativi a questi oggetti, considerati veri e propri «fossili guida»
per lo studio del popolamento del territorio gravitante su Fiesole in epoca pre-
romana, si accrescono continuamente (nn. 42-47). Il rinvenimento di un cippo a
Casa Il Mecchio nel Comune di Rignano sull’Arno obbliga a considerare la presen-
za delle “pietre fiesolane” a Sud del fiume Arno; nel 2000 a Dicomano, in località
Sandetole, la Soprintendenza ha recuperato un cippo aniconico in buono stato di
conservazione  42. Proprio a Dicomano viene inaugurato nel 2008 il Museo Com-
prensoriale del Mugello e della Val di Sieve con una sezione interamente dedicata
alle “pietre fiesolane”, aggiungendo le ultime novità (fig. 9) 43; nel 2011 anche il nuo-
vo Museo di Artimino dedica una sezione ai cippi e alle stele rinvenuti localmente
(fig. 10). Nel 2013 viene proposta una nuova carta di distribuzione e indagato il
rapporto tra le “pietre fiesolane” e la viabilità, legato alla consuetudini dei popoli
antichi di porre le tombe in evidenza nei pressi delle strade  44. In seguito, nel Co-
mune di Calenzano, a Travalle, è stato riconosciuto un cippo sferoidale decorato,

Susanna Sarti, Le “pietre fiesolane”: storia degli studi e classificazione 69


11. Cippo sferoidale da Travalle (n. 45)

che veniva utilizzato come contrappeso per spostare i vasi di limoni all’interno di
una residenza privata (fig. 11); recentemente un frammento di stele è venuto alla
luce a Gonfienti (n. 46) e un altro verosimilmente attribuibile ad una base di cippo
(n. 47) è stato recuperato dalla Pieve di San Leonardo ad Artimino.
Si può quindi ancora una volta aggiornare l’elenco di questi oggetti monumentali
che, con le loro forme e immagini, raccontano un importante pezzo di storia del
territorio etrusco che, tra VI e V secolo a.C., include la Val di Sieve, il Mugello, la
piana fiorentina e il pistoiese.

70 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


Note
1
Vedi Maggiani 1994, pp. 364-366, Maggiani 24
Dennis 1883, p. 106; Chini 1875, vol. I, pp. 64-
2014a; vedi anche Govi 2014. 65; Niccolai 1914, p. 142.
2
Vedi D’Agostino 1990, pp. 79-82. 25
Vedi documento in Capecchi et alii 1980, p.
3
Vedi Torelli 2006, p. 428. 10 e p. 17.
4
Per il gioco con una scacchiera o tabula lu- 26
Milani 1898, pp. 125-126, Milani 1912, pp. 278-
soria, vedi Cherici 2012, p. 116. 281 e tav CXVI.
5
Sul dionisismo in Etruria vedi Colonna 1991 e 27
Milani 1903, p. 352.
Cerchiai 2008. Sull’iconografia del simposio 28
Per Luigi Adriano Milani (Verona 1854- Fi-
e le “pietre fiesolane” vedi Bruni 2002, pp. renze 1914), vedi Sarti 2012.
321-323. 29
Soprintendenza Archeologia della Toscana,
6
Vedi da ultimo Chellini 2013, pp. 139-142. Per Archivio storico, pos. D/1, prot. n. 146/676
una sintesi sull’iconografia delle stele fieso- del 9.02.1895, autorizzazione del Ministero
lane, vedi Bruni 2002, pp. 316-327. della Pubblica Istruzione (prot. 692).
7
Bruni 1994, Maggiani 2004. 30
Per la tipologia vedi Magi 1932, pp. 25-26 e
8
Dempster 1723, t. I, tav. LXXII,2. Nicosia 1966a, pp. 159-160.
9
Gallo 1989, p. 959. 31
Stele: a. rettangolare con sommità arroton-
10
Dempster 1723, t. I, tav. LXXII, 2 e Buonarro- data; b. trapezoidale, sormontata da ante-
ti 1726, p. 48 e p. 95, «a majoribus meis af- mio (b1, con due o più campi figurati; b2, con
fixum in avitis aedibus impluvii parietibus». un unico campo figurato); c. a lira od ovoi-
11
Gori 1737-1743, vol. III, Acheronticus, p. 78, dale rastremata verso l’alto, coronata da an-
tav. XVIII,IV. Per il Museo Gorio vedi Cagia- temio; d. rettangolare. Cippi: A. sferoidale;
nelli 2006. B. a cipolla su base decorata agli angoli (C. a
12
Gori 1737-1743, vol. III, tav. XVIII, III e Gori parallelepipedo con coronamento sferoida-
1734, t. II, p. 79 scrive che è stata trovata «in le o a cipolla; C1 – senza rastremazione nelle
praedio Nobb. De Carlinis in villa Casalis non facce; C2 – con due facce rastremate; C3 –
longe a Villa Mediceorum Principum Petraia con quattro facce rastremate).
quaeque a Faesulis parum distat» in 1659. 32
Magi 1958, p. 206.
Vedi Ciampoltrini 2002, pp. 128-129 e fig. 6. 33
Nicosia 1966a, p. 149, note 1 e 2.
13
Gori 1734, p. 104 con fig. 34
Nicosia 1966a, p. 159, n. 27.
14
Lanzi 1824, vol. II, tav. XIII,1. 35
Nicosia 1966b, pp. 273-275.
15
Micali 1832, tav. LI, n. 1 36
Nicosia 1967, pp. 278-280.
16
Massa Pairault 1991. 37
Rauty 1972, pp. 120-122.
17
Inghirami 1841, pp. 100-101, tav. XXIII 38
Capecchi 1987, nn. 407 e 1743.
18
Inghirami 1826, t. VI, tav. P5 (Cippo), tavv. C 39
Capecchi 1984.
e D (Antella). Per un calco di ottima qualità 40
Capecchi 1984, pp. 38-39, nota 19.
della stele Peruzzi dell’Antella, vedi de Mari- 41
Fedeli 1987-1988, p. 477, tav. LIX,c
nis 1980b, pp. 15-18, n. 1. 42
Fedeli 2013.
19
Milani 1892, p. 467, nota 2. 43
Cappuccini 2009, carta aggiornata delle “pie-
20
Milani 1889c. tre fiesolane” a p. 82.
21
Milani 1892, pp. 461-463. 44
Chellini 2013, p. 133, fig. 3: nella carta di di-
22
Dennis 1883, pp. 214-215 e pp. 367-368, fig. stribuzione delle “pietre fiesolane” l’autore
256. inserisce anche i due cippi in arenaria privi
23
Durm 1885, p. 73, fig. 66. di decorazione rinvenuti a Barberino.

Susanna Sarti, Le “pietre fiesolane”: storia degli studi e classificazione 71


La scrittura a Fiesole in età arcaica
Adriano Maggiani

Il record epigrafico fiesolano fino all’inizio del V secolo a.C. non è molto abbon-
dante, conseguenza della particolare struttura sociopolitica di questa città stato 1.

L’orientalizzante recente (640-580 a.C.)


In età tardo-orientalizzante sono stati graffiti alcuni testi al servizio delle corti ari-
stocratiche, che hanno lasciato i loro imponenti tumuli funerari a Quinto Fiorentino
e a Artimino.
Da Artimino proviene lo straordinario doppiere di bucchero con l’iscrizione di
dono per larθuza kuleniie, forse la più antica iscrizione fiesolana 2 (fig. 1,1).
Dalla prima località proviene invece un gruppo di graffiti su supporto lapideo di
carattere diverso: si tratta di nomi personali (laruzu, avelu)  3, di testi di dedica  4

1. Le iscrizioni di Artimino (1) e di Quinto Fiorentino (2) (da Nicosia 1972 e Pallottino 1963)

73
(fig. 1,2), di termini del linguaggio sacrale (nuna  5) e di altri meno perspicui, il tut-
to inciso sulle ante del grande portale d’accesso all’ipogeo e sul pilastro centrale
della camera.
Questi testi presentano caratteristiche settentrionali, nell’uso di kappa per il fo-
nema /k/, di san per la sibilante continua; sono dunque stati realizzati da scribi
perfettamente consapevoli delle norme ortografiche di questa regione dell’Etruria
e attestano l’esistenza di un sistema affermato di insegnamento/apprendimento
della scrittura.
Le caratteristiche paleografiche, con lettere piuttosto allungate, alpha di forma
tendenzialmente angolosa con traversa il più delle volte montante rispetto al duc-
tus della scrittura, theta piccolo e con punto, sembrano rimandare a un tipo di
scrittura forse di lontana origine meridionale, che si afferma saldamente nel Nord
proprio nell’Orientalizzante recente e della quale troviamo sicure tracce anche al
di là dell’Appennino, in primo luogo nel più antico dei due cippi di Rubiera della
fine del VII secolo a.C. 6.

L’età arcaica (580-520 a.C.)


In età arcaica la documentazione si rarefà decisamente. Nella prima metà del VI
secolo si data il cippo da Capalle  7 (fig. 2,3) con lunga iscrizione di un avile vilia-
nas: un cippo di marmo che denuncia, innanzitutto nell’uso del prezioso materiale
litico, una sicura connessione con la regione nordoccidentale d’Etruria, verosimil-
mente con Pisa dove questo tipo di monumento sepolcrale è stato inventato e
dove esso conosce il suo massimo sviluppo 8. Anche in questo caso i caratteri epi-
grafici assicurano una connessione con alfabeti meridionali, come sembra indicare
la forma delle alpha, articolate su due aste diritte con traversa indifferentemente
montante o calante.
Poco più tardi, forse verso la metà del secolo, si pone la lastra iscritta con duc-
tus sinuoso, redatta con un alfabeto di sicura provenienza chiusina, caratterizzato
dalla dentale theta realizzata con il segno a croce, di un veθie taplasnas (fig. 2,4) 9.
Due isolate iscrizioni, che attestano una attività assai sporadica dell’esercizio della
scrittura.

L’età tardo arcaica (520-490 a.C.). Una scuola fiesolana di scrittura


Lo scenario sembra mutare con l’ultimo quarto del VI secolo a.C., quando il terri-
torio fiesolano restituisce almeno cinque iscrizioni lapidarie 10.
Il monumento più antico è certamente costituito dalla stele di larθ ninies, data-
bile, per lo stile della figurazione, strettamente dipendente da quello delle idrie
ceretane, tra il 530 e il 510 a.C.  11 (fig. 3,5). L’iscrizione presenta una grafia par-
ticolarmente curata, con lettere di aspetto allungato e sfinato, soprattutto le
nasali, mentre il rho presenta ampio occhiello molto schiacciato, l’alpha l’asta
sinistra curva e la traversa obliqua, calante nel senso della scrittura e impostata
piuttosto n basso. Una scrittura molto accurata, riflesso di una scuola.
Ritengo che questa grafia costituisca l’esito finale dello sviluppo delle abitudini gra-
fiche affermate da tempo nell’agro volterrano e applicate soprattutto al tipo di mo-
numento che caratterizza l’età arcaica in quell’ambiente, ossia la stele centinata  12.
Se ne può infatti seguire lo sviluppo fin dalla più antica di quelle, quella di avile tites,
databile al 560 a.C. 13, e da quella di larth θarnies 14, databile al 530, per giungere alla
stele delle Balze 15, probabilmente di due fratelli, databile al 520-510 circa e al cippo
marmoreo da Celli, la cui cronologia va posta intorno al 500 a.C. 16 (fig. 5, a, b).

74 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


2. Iscrizioni da Capalle (3), da località incerta fiesolana (4) (da Maggiani 1985 e Cristofani 1977)

La datazione di quest’ultimo monumento appare decisiva. La nuova lettura pro-


posta da Stefano Bruni 17, resa possibile dalla scoperta tra le carte del Gori di una
copia assai più accurata di quella vulgata a stampa, ha consentito di riconoscere
il nome di un arnθ lusknies. L’incipiente azione della sincope che sembra di ricono-
scere nelle due parole impone di affacciarsi agli inizi del V secolo a.C. Caratteristi-
ca del gruppo che qui ho menzionato è soprattutto il sigma retrogrado, che sem-
bra qualificare come volterrana questa grafia, che nei monumenti più tardi assume
un aspetto particolarmente elegante e stilizzato. Sembra questo il modello che ha
influenzato la scrittura fiesolana, che, si osservi, è inizialmente applicata a monu-
menti, le stele, che hanno buone probabilità di essere prese a prestito anch’esse
dal modello volterrano.
Insieme a quella di di larθ ninies, i cui dati di provenienza sono in effetti ignoti, si
deve citare l’importante stele, detta di marmo, da Panzano 18, nella zona di Greve,
con una splendida iscrizione ad andamento ricurvo, nota purtroppo solo dal dise-
gno settecentesco 19 di un laru arianas (o apianas 20) (fig. 3,6).
La grafia è perfettamente confrontabile con quella della stele fiesolana testé men-
zionata e attribuibile allo stesso ambiente scrittorio.

Adriano Maggiani, La scrittura a Fiesole in età arcaica 75


3. Iscrizioni da località incerta fiesolana (5, 8), da Panzano (6), da Palastreto (7) (da Magi 1932;
Corpus Inscriptionum Etruscarum, n. 5; da Gori, in Magi 1932; da Moreni, in Magi 1932)

Ad esso va riferita la perduta iscrizione, anch’essa su cippo marmoreo (che in


questa fase imiterà non tanto i cippi pisani ma verosimilmente quelli volterrani),
proveniente da Palastreto 21, in comune di Sesto Fiorentino. La copia di Domenico
Moreni, per quanto non precisa nella forma delle alpha e probabilmente nell’alline-
amento dei segni, sembra perfettamente collegabile con le due già menzionate. Il
cippo appartiene a un avile apianas 22 (fig. 3,7).
Alla serie fiesolana tarda va attribuito anche il bel coperchio di urna con iscrizione
di un lavsie 23 (fig. 3,8), nome individuale che sta alla base del gentilizio lausini at-
testato in età recente a Volterra, oltre che a Chiusi e Perugia 24.
In questo territorio va individuato un terzo ambiente scrittorio, che mostra una
sua indipendenza, quello della Valdelsa, con centro a Colle, ove la tradizione della
scrittura vanta una origine di alta antichità, come testimoniano la tomba dell’alfa-
beto di Colle e alcuni vasi iscritti con epigrafi di dono, della fine del VII o dell’inizio
del VI secolo a.C. 25.
Qui, alla metà del VI secolo troviamo ancora una volta una stele, quella di Monta-
ione 26, relativa a un lauchusie kurtes che pur utilizzando caratteri grafici perfetta-
mente allineati con quelli della stele volterrana di Pomarance, presenta però come
elemento di distinzione il sigma progressivo.
Da questo ambiente proviene la ricca serie delle stele aniconiche iscritte, che svi-
luppano forme grafiche loro proprie 27.

76 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


4. Iscrizioni da Artimino (9-10) (da Maggiani 2007; apografo Maggiani)

Qui, alla fine del VI secolo ritroviamo la grafia elegante già osservata nelle iscrizioni
lapidarie di Volterra e Fiesole, ad esempio nella bella urna di un arunth malame-
nas 28, da datare a circa il 510 (fig. 5,d).
Nel Fiesolano, probabilmente alla svolta del secolo, si data un cippo della serie
caratteristica denominata C  29 (n. 25). Sulla fascia perimetrale, alla sommità del
corpo parallelepipedo, è incisa un’epigrafe di difficile lettura. La mia proposta è la
seguente: mi larθia lartsniia 30 (fig. 4,9).
Il testo è complesso. L’epigrafe propone infatti un prenome maschile (larθ) al ge-
nitivo arcaico (larθia) e un secondo elemento della formula onomastica che ha
l’aspetto di un gentilizio (larstniia). Se al genitivo, esso sembra però interpretabile
come un nome femminile.
Per il termine larstniia, si può ricostruire la seguente trafila: a partire dal comune
nome individuale (prenome) laris, con l’aggiunta del suffisso (di provenienza?) –
te 31 e del suffisso derivativo – na, si ottiene un gentilizio *laristena, la cui forma del
femminile è *laristenai. Al genitivo, il gentilizio femminile diviene *laristenaia che,
in conseguenza della caduta di alcune vocali per effetto di una sincope precoce,

Adriano Maggiani, La scrittura a Fiesole in età arcaica 77


5. Iscrizioni dal territorio volterrano: a. Volterra, Le Balze; b. Celli; e dalla Valdelsa: c. da Colle, Pog-
gio alle Corti; d. da Colle, Santinovo, apografo Maggiani; da Bruni 2007; da Merli 1994; da Corpus
Inscriptionum Etruscarum, n. 177)

e del passaggio della sequenza – naia a -neia e quindi a – niia, fenomeni ben noti,
porta alla forma conservata lar(i)st(e)niia 32. Il significato sarebbe dunque “(figlio)
di una *Laristenai”.
Gentilizi femminili usati come metronimici di personaggi maschili non sono del
tutto isolati in Etruria in età arcaica. Si confronti il noto caso di avile laucieia della
necropoli arcaica di Volsinii 33. Più difficile che si tratti di una forma inusitata di ge-
nitivo di un gentilizio maschile, come invece sembra il caso per l’iscrizione etrusca
da Roma araz laraniia 34.
Dal punto di vista della grafia, particolarmente significativa appare la forma di
alpha, con asta curvilinea molto ripiegata a sinistra, che si ritrova su ceramiche di
fine VI secolo, ma che diviene abbastanza comune assai più tardi.
Una cronologia non alta è richiesta anche dalla forma, ormai influenzata dal feno-
meno della sincope, del secondo elemento della formula onomastica. Ne dovreb-
be conseguire una datazione almeno agli inizi del V secolo a.C.
A riprova nella forte mobilità dei modelli monumentali ed epigrafici nei tre am-
bienti territoriali confinanti, è opportuno citare anche il cippo, di pura tipologia
fiesolana, di recente rinvenuto presso Colle Valdelsa, che reca l’iscrizione di un
velθur aχu, 35 che sembra discendere, per ciò che attiene i caratteri epigrafici, diret-
tamente dalla tradizione della stele di lauchusie kurtes, ma che presenta anch’esso
una scrittura allineata con il ductus elegante del gruppo fiesolano (fig. 5,c).

78 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


6. L’iscrizione della stele di vipia vetes (n. 4)

Riassumendo, tra l’ultimo quarto del VI e i primi decenni del V secolo a.C. nel
territorio di Volterra, Fiesole e la Valdelsa si attivano scuole scrittorie locali che
esprimono abili incisori e lapicidi, che elaborano, su un modello comune, lievi va-
rianti locali.
La relativa abbondanza dei documenti attesta una fase di particolare prosperità
del distretto, che è dimostrata per il settore fiesolano dalla fondazione o rideco-
razione del tempio nell’area urbana, e nella strutturazione del centro urbano di
Gonfienti 36.

Adriano Maggiani, La scrittura a Fiesole in età arcaica 79


Con questa grafia sembra redatta l’importantissima iscrizione a carattere sacro
rinvenuta recentissimamente nel santuario di Poggio Colla, di cui si sono avute
alcune anticipazioni 37.

L’epilogo
L’ultimo documento, con il quale si conclude probabilmente anche l’esperienza
delle “pietre fiesolane”, è costituito da una epigrafe che fa riferimento a tutt’altra
tradizione scrittoria. Sulla costola della grande stele femminile del museo di Ar-
timino è incisa con bellissimi caratteri l’iscrizione vipia vetes  38 (figg. 4,10 e 6). La
grafia è quella corsivizzante, una grafia nata probabilmente a Chiusi all’inizio del
V secolo a.C., probabilmente su sollecitazioni di alfabeti calcidesi (cumani) tardo
arcaici  39. Malgrado la presenza di un tau di forma molto evoluta (che trova con-
fronti soprattutto nel IV secolo a.C.), la datazione alta della iscrizione sulla stele,
da circoscrivere alla prima metà del V secolo (primo quarto?) mi sembra indiziata,
oltre che dalle basi di pietra di Chiusi con tre serie alfabetiche redatte con questa
grafia 40, soprattutto da alcuni frammenti ceramici provenienti dal grande scarico
relativo a un’area di santuario (?) recentemente esplorato a Ortaglia (Peccioli),
che con la loro precisa datazione archeologica costituiscono una eccellente op-
portunità di confronto. Si tratta del frammento del ventre di una anfora greco-
orientale datato al V secolo a.C. e di un frammento di vaso di impasto buccheroide
datato tra VI e primi decenni del V secolo 41.

80 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


Note
1
Le iscrizioni arcaiche sono raccolte in Rix come già chiaramente indicato in Magi
1991, Fs 1-9; 6.1-2; 0.1-4. 1932, p. 20, n. 3.
2
Rix 1991, Fs 6.1. Notevole il ductus destrorso. 19
Pubblicato in Gori 1737-1743, tav. XVI, IV.
Vedi Nicosia 1972. 20
La somiglianza con il nome presente sul
3
Rix 1991, Fs 1.2-3. cippo da Palastreto rende attraente l’ipotesi
4
Rix 1991, Fs 6.2. La lettura di quest’ultima, che si tratti del medesimo gentilizio, anche
che è l’epigrafe di maggior lunghezza del se la copia del Gori riproduce effettivamen-
complesso, è discussa. Tracciata con trat- te un segno simile al rho del prenome.
to estremamente sottile, ed oggi a quanto 21
Rix 1991, Fs 1.4.
pare, quasi scomparsa, l’iscrizione si sovrap- 22
L’apografo è riprodotto da Magi 1932, pp.
pone alla figura di un cinghiale. Alla lettura 19-20, nota 1.
Pallottino 1963, p. 178 ss., corretta da Rix in 23
Rix 1991, Fs 1.8.
[...]l zinaχe avizala i-niies, è stata opposta 24
Rix 1991, ad vocem.
una lettura che si deve a A. Morandi, con- 25
Cfr. Bartoloni 1997 e Martelli 1993.
fluita in ThesLE 2, p. 388, mi tinake aviza 26
Rix 1991, Vt 1.71.
paianiies. Nell’apografo dato in Pallottino 27
Sull’argomento, più di recente, Ciacci 2004.
1963, p. 179, mi sembra di riconoscere una Sulla diffusione del modello nell’Italia nor-
correzione nella parte iniziale. Forse l’inciso- doccidentale, Colonna 1988, p. 150 ss.
re aveva scritto mi zinaχu…, poi corretto in 28
Rix 1991, Vt 1.73.
[mi ]ni zinake aviza paianiies’. 29
Nicosia 1966d, con datazione al primo quar-
5
Rix 1991, Fs 0.4. to del V secolo a.C.
6
Rix 1991, Pa 1.1. Cfr. per un nuovo apografo 30
Maggiani 2005.
Maggiani 2014b, n. 33. 31
Attestato come tale a Spina, Rix 1991, Sp 2.30.
7
Rix 1991, Fs 1.5. Nuova lettura Maggiani 1985. 32
Sulla formazione, cfr. De Simone 1978, a pro-
8
Cfr. sulla questione, Bonamici 1990. posito di larisiniia.
9
Rix 1991, Fs 1.9. Nuova lettura di Cristofani 33
Rix 1991, Vs 1.26.
1977, p. 200, tav. XXXII. 34
De Simone 1968. Su ciò, anche Cristofani
10
Rix 1991, Fs 1.1, 4, 7, 8, Vt 1.58. 1990, p. 21, n. 17.
11
Rix 1991, Fs 1.1. Inquadramento stilistico in 35
Merli 1994; Rix 1991, 2.
Maggiani 2004, p. 162, figg. 19-22. 36
Sul tempio di Fiesole, Bruni 1994. Su Gon-
12
Su questo aspetto, oltre a Minto 1937, si fienti, cfr. Poggesi et alii 2005.
veda Maggiani 2007. 37
Una breve comunicazione ne è stata data
13
Rix 1991, Vt 1.154. da P.G. Warden nel corso del convegno in
14
Rix 1991, Vt 1. 85. memoria di Giuliano de Marinis svoltosi nel
15
Rix 1991, Vt 1. 55. Su questa, osservazioni novembre 2015 a Colle Valdelsa. Vedi il con-
pertinenti in Pairault 1976. tributo di P.G. Warden in questo volume.
16
Rix 1991, Vt 1.162. 38
Rix 1991, Fs 1.6. Buonamici 1932, tav. XIX, fig. 31.
17
Bruni 2007. 39
Come ipotizzato in Maggiani 1998.
18
Rix 1991, Vt 1.58, erroneamente attribuita 40
Pandolfini-Prosdocimi 1990, p. 55 ss., nn. III. 7,
al territorio volterrano. La stele proviene 8, tav. XXVI.
invece da Muro di Sala, presso Panzano, 41
Bruni 2007, p. 375 ss., nn. 98-99.

Adriano Maggiani, La scrittura a Fiesole in età arcaica 81


Una scoperta recente: la stele iscritta
del santuario etrusco di Poggio Colla
Gregory Warden (traduzione dall’inglese Susanna Sarti)

La stele 1, rinvenuta durante la campagna di scavo di luglio 2015 nel santuario di


Poggio Colla (Vicchio), dove da anni il Mugello Valley Archaeological Project  1
porta avanti la ricerca archeologica su concessione del Ministero dei Beni e delle
Attività Culturali e del Turismo, non rientra in senso stretto nella categoria delle
“pietre fiesolane”, con le quali ha tuttavia in comune il materiale di costruzione,
cioè l’arenaria, e il territorio di riferimento. Si è dunque ritenuto opportuno inse-
rire in questa sede la notizia di un ritrovamento così eccezionale, sebbene l’og-
getto sia ancora in fase di ripulitura e studio presso il Centro di Restauro della
Soprintendenza Archeologia della Toscana (fig. 1).
La pietra ha la parte superiore finita e parzialmente iscritta, con il bordo arroton-
dato, mentre la parte inferiore risulta non finita e con una superficie ruvida (fig. 2).
Quest’ultima doveva servire per inserire il monumento nella terra, cosicché soltanto
circa 75 cm della stele rimanevano in vista. Presenta una iscrizione su una delle facce
e due linee iscritte con andamento pseudo-bustrofedico su entrambi i bordi, i quali
sembrano essere stati appositamente smussati per situarci le lettere, suggerendo
così che il manufatto sia stato creato già con l’intenzione di porvi un’iscrizione.

1. La stele al Centro di Restauro della Soprintendenza Archeologia della Toscana

83
2. La stele in corso di restauro

Un’iscrizione si trova anche sul lato della stele ritrovato a vista in fase di scavo,
sebbene non sia ancora possibile determinare l’esatta disposizione delle lettere
e quindi capire se la stele fosse stata iscritta più di una volta.
Le lettere e i segni di interpunzione presenti sono 46 e, sebbene non sia ancora
possibile determinarle con esattezza, sono visibili 24 lettere di un’altezza media
di 3 cm; il numero totale delle lettere risulterebbe dunque 70. Per il momento,
visto il restauro in corso, sono leggibili solo poche parole, ma l’ortografia sug-
gerisce una datazione nel periodo arcaico, più precisamente nella seconda metà
del VI secolo a.C., in armonia con la lettura del contesto archeologico per il quale
è stato definito il terminus ante quem del 500-480 a.C.
La stele è stata trovata riutilizzata nelle fondazioni del tempio monumentale ar-
caico  3, come parte di una delle file di blocchi che dovevano sostenere il fronte
est della struttura del podio (fig. 3). La linea dei blocchi, insieme ad altri resti delle
strutture di fondazione, era alloggiata nel taglio di uno strato di terra scura, che
includeva una grande quantità di vasi in bucchero da banchetto databili nei pe-
riodi orientalizzante e arcaico, fornendo un terminus post quem al terzo quarto
del VI secolo a.C. Considerando che il tempio monumentale si data al 500-480
a.C. sulla base di un’antefissa ora al Museo di Dicomano, è molto probabile che la
stele fosse esposta nel santuario di fase pre-monumentale. Scavi recenti hanno
portato alla luce strutture ovali, probabilmente capanne, precedenti al tempio e
quindi coeve con la fase della stele, la quale è importante non solo per la presen-
za dell’iscrizione, ma anche perché proveniente da un contesto non funerario. Si
pensa dunque che la stele monumentale fosse esposta come simbolo di autorità
connesso alla fase più antica del santuario. Il suo riuso nelle fondazioni del tempio,
di difficile spiegazione, potrebbe invece essere riferibile alla pratica di riuso di ele-
menti architettonici  4 che ha caratterizzato la vita del santuario di Poggio Colla  5.
La distruzione del tempio monumentale arcaico, nelle cui fondazioni fu interrata la
stele, è segnata da azioni rituali che suggeriscono l’imitazione di passaggi propri
di un rito di sepoltura del corpo umano 6. Elementi del tempio, per esempio i bloc-
chi modanati e almeno cinque basi di colonne, furono deliberatamente rimossi,

84 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


3. La stele al momento del ritrovamento

talvolta reimpiegati e, in alcuni casi, ribaltati. L’azione di capovolgere i manufatti,


che è largamente attestata a Poggio Colla, può essere interpretata come una sorta
di inversione, un rovesciamento degli oggetti verso la terra, verosimilmente con-
nessa a culti ctonici. L’esempio più significativo di questa pratica rituale a Poggio
Colla è costituito dal cosiddetto “deposito della fessura”: un blocco del podio del
tempio, rinvenuto insieme con oggetti in oro, era stato posto capovolto in modo
da sigillare una fessura nella roccia, che doveva costituire l’elemento devozionale
originario del santuario. La ricostruzione di pratiche di questo tipo, che possono
essere connesse alla purificazione o deconsacrazione, ha portato all’ipotesi che il
Tempio di Poggio Colla in seguito alla sua distruzione possa essere immaginato
come la metafora di un corpo umano dopo la morte.
Pur rimandando l’interpretazione conclusiva del significato della collocazione
della stele nelle fondazioni del tempo arcaico a Poggio Colla al termine dello
studio dell’oggetto e del suo contesto, è verosimile che si tratti di un esempio di
un rituale analogo a quello della fase più antica del santuario e che quindi la stele
porti con sé un pregnante significato metaforico e che rappresenti un modo per
esprimere l’interramento di un corpo.

Note

1
Sigla di scavo 2015-001. Lungh. max 1.20; 3
Vedi Thomas 2016.
largh. max 0.64 m; spess. max 0.20 m. 4
Warden 2012b.
2
Un consorzio di università americane ed eu- 5
Warden 2010 e Warden 2013.
ropee. Vedi http://www.poggiocolla.org. 6
Warden 2012b, pp. 88-110.

Gregory Warden, Una scoperta recente: la stele iscritta del santuario etrusco di Poggio Colla 85
Corpus
delle “pietre fiesolane”

Autori delle schede


Eleonora Bechi E. B.
Maria Chiara Bettini M.C. B.
Giuseppina Carlotta Cianferoni G.C. C.
Luca Cappuccini L. C.
Luca Fedeli L. F.
Andrea Magno A. M.
Marco De Marco M. d.M.
Giovanni Millemaci G. M.
Lucia Pagnini Lu. P.
La fascetta rossa contraddistingue Laura Paoli La. P.
gli esemplari in mostra Cristina Taddei C. T.
1. Stele di larth ninie
Firenze, Casa Buonarroti, inv. 54 (13700).
Dai dintorni di Fiesole.
Alt. cm 138; largh. 41,5; spess. 9-19.
Arenaria grigia.

Già nota nel Settecento come proveniente conosciute. È integra, ma le superfici sono
da Fiesole e subito dopo passata in pro- danneggiate da profonde solcature. Sulla
prietà della famiglia Buonarroti, la stele, ret- faccia principale, un guerriero stante verso
tangolare con il lato superiore arrotondato sinistra, vestito con un perizoma, tiene una
e una breve risega in basso, ha una forma lancia e un’ascia. Il personaggio mostra dun-
particolare rispetto alle altre stele fiesolane que entrambe le insegne del suo rango che,
nel richiamo al mondo militare e guerriero,
costituiscono i simboli della sua auctoritas
politica e religiosa. Alla destra della figura,
nel campo dietro la gamba sinistra, cor-
re verticalmente un’iscrizione che riporta il
nome del defunto cui era dedicata la stele,
larθia niniés (Benelli 2007, p. 170). Dal punto
di vista stilistico, sono stati evidenziati alcu-
ni caratteri ionici (Bruni 1997, p. 40 e Bruni
2000), che ne hanno suggerito una datazio-
ne entro il terzo quarto del VI secolo a.C.

Dempster 1723, vol. I, tav. LXXII, 2; Buonarroti 1726,


vol. II, p. 48, p. 95; Magi 1932, p. 12, n. 1, p. 70; Nico-
sia 1966a, pp. 159-161; Bonamici 1986, p. 71; Maggiani
1994, p. 364; Capecchi 1996, p. 156; Bruni 1997; Bruni
2000; Russo 2006; Benelli 2007, pp. 170-172, n. 62;
Cappuccini 2009, p. 84, nota 11; Bruni 2014.

[E. B.]

88 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


2. Cippo di Settimello
Firenze, Villa Corsini a Castello, inv. 81277.
Da Villa Gamba a Settimello (Calenzano); acquistato nel 1903 dal Conte Gamba Ghiselli per il Museo
Archeologico Nazionale di Firenze.
Alt. cm 132; largh. 46; diam. coronamento 55.
Arenaria grigia.

Il cippo, di forma parallelepipeda con co- testa retrospiciente, hanno gli occhi grandi,
ronamento “a cipolla”, presenta sui quattro le fauci spalancate da cui fuoriesce la lin-
lati una decorazione di “trofei vegetali” a gua, la criniera segnata da grandi ciocche
bassorilievo, con girali, palmette e fiori di a fiamma, la coda sinuosa desinente in una
loto, inquadrata da quattro leoni angolari voluta.
resi ad altorilievo. I leoni, rampanti con la Il cippo rappresenta senz’altro l’esempla-
re più monumentale dell’intera classe delle
“pietre fiesolane” e, anche per questo, si di-
stingue dai tipi più diffusi. Sono peculiari la
forma e soprattutto la scelta decorativa: il
tipo dei leoni sembra derivare da modelli di
area nord-ionica, che presentano la stessa
geometria delle teste e una simile stilizza-
zione del naso, delle fauci e della criniera. Al
repertorio ionico dell’ultimo trentennio del
VI secolo a.C. rimandano anche i complessi
trofei fitomorfi, che occupano i quattro lati
del cippo, e lo schema del fregio inferiore
con palmette erette, contrapposte a fiori
di loto penduli, raccordati da volute ad S,
motivo peraltro che ricorre su molte stele
fiesolane.
Il cippo appartiene ad una categoria di
semata sepolcrali non comuni: i più simili
per forma e dimensioni sono due cippi in
marmo, l’uno conservato al Museo Bardini,
l’altro venuto alla luce a Pisa in località La
Figuretta, entrambi attribuibili ad una bot-
tega pisana, attiva nella seconda metà del
VI secolo a.C., specializzata nella realizza-
zione di segnacoli funerari in marmo, oltre
a cippi emisferici e “a cipolla”, cippi a clava,
basi con protomi di ariete agli angoli (vedi
da ultimo Maggiani 2014a).
Ultimo quarto del VI secolo a.C.

Milani 1903; Magi 1932, p. 13, n. 2; Nicosia 1966a, p.


159, p. 162; Bruni 1994, pp. 65-67, figg. 22-25 e fig.
27; Maggiani 2014a, p. 50, tav. XVI, c.

[G.C. C.]

Corpus delle “pietre fiesolane” 89


3. Stele di Londa I
Firenze, Villa Corsini a Castello, inv. 5862.
Trovata nel 1871 nelle vicinanze di Londa, presso un casolare detto “Il Trebbio”, nel vocabolo di San
Lorenzo a Vierle; donata al Museo Archeologico Nazionale di Firenze dal marchese Strozzi, in quei me-
desimi anni.
Alt. cm 104; largh. 33; spess. 10-15.
Arenaria grigio-gialla.

Lastra a forma di “lira”, coronata da una È uno dei più interessanti monumenti del
palmetta a sette foglie, impostata su due tipo c della classificazione Magi-Nicosia,
girali contrapposte, legate da una fascia per la decorazione su entrambi i lati, il ric-
orizzontale decorata a guilloche a rilievo; co apparato decorativo accessorio e la
sullo spessore della pietra, una doppia se- presenza della base inferiore desinente in
rie di linguette concave contrapposte. Sul un incastro per il fissaggio. Il segnacolo
corpo, entro una cornice scanalata, una era dedicato ad una donna etrusca di no-
decorazione a basso rilievo su entrambe le bili origini, come testimoniano il trono su
facce. Sul lato A, una figura femminile di cui siede, la ricchezza delle vesti e dei gio-
profilo a sinistra, seduta su elegante sedia, ielli che indossa. Il ramoscello con i frutti
con la mano sinistra appoggiata sulla gam- del melograno, forse retaggio del mito di
Persefone, richiama la funzione funeraria
ba e la destra alzata a tenere un rametto
della stele. Interessante la specularità dei
di melograno con tre frutti. La donna ha
movimenti su entrambe le facce, dove, alla
un velo sulla testa, indossa una lunga veste
mano destra alzata della donna, corrispon-
e calzari ricurvi; al collo porta una collana.
de, sull’altro lato, l’arto destro della sfinge.
Sul lato B, è raffigurata una sfinge alata di
Ultimi decenni del VI secolo a.C.
profilo a sinistra, con mento pronunciato e
capelli raccolti in trecce dietro l’orecchio, Magi 1932, p. 13, n. 3; Magi 1958; Nicosia 1966a, p.
la zampa anteriore sinistra a riposo, la de- 159; Cappuccini 2009, pp. 85-86, n. 1.
stra alzata e le zampe posteriori in posizio-
ne seduta. [La. P.]

90 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


4. Stele di vipia vetes
Artimino, Museo Archeologico Francesco Nicosia, inv. 13698.
Da Artimino (Carmignano), area limitrofa alla Villa medicea, forse da Grumolo; dono Passerini del 1893.
Alt. cm 72; largh. max 57,5; spess. 19-23,5.
Arenaria grigia compatta (pietra forte).

Stele ovoidale, in origine coronata da un an- Già considerata testa di serie del tipo (Magi
temio, pertinente al tipo c della classificazione 1932 e Bocci 1963), i caratteri dell’iscrizione vi-
Magi-Nicosia (Magi 1958, fig. 2, ne propone una pia veteś (prenome e gentilizio della defunta)
ricostruzione). Su entrambe le facce, è presen- incisa sullo spessore la fanno scendere cro-
te una decorazione fitomorfa a bassorilievo nologicamente almeno al primo quarto del
con ampia palmetta a nove petali, sorgente da V secolo a.C. (Maggiani 1982, p. 148, nota 3 e
volute listate, che si prolungano incorniciando supra), salvo ipotizzare un riutilizzo del mo-
il monumento e sottolineandone la forma. numento con l’apposizione del nome di una
La palmetta di marca greco-orientale – moti- discendente (Nicosia 1966a, p. 152, nota 19).
vo frequente nei monumenti di scuola fieso-
lana, prescelto anche per le stele di analogo Corpus Inscriptionum Etruscarum, n. 35; Milani
tipo di Camporella (n. 24) e di Settignano 1898, p. 126; Milani 1912, p. 280; Magi 1932, p. 14,
(n. 33) e con precedenti in loco negli avori di n. 4, tav. III, 1; Magi 1958, pp. 203-205, tav. LXVI,
Montefortini – per la forma armoniosa aper- 2, fig. 2; Bocci 1963, pp. 209-210; Nicosia 1966b,
p. 282; Nicosia 1974, p. 24, n. 21, tav. VI; Martelli
ta a ventaglio ricorda quella dei preceden-
1979, pp. 40-41, tav. XII, 2; Maggiani 1982, p. 148,
ti coronamenti con palmetta a nove petali
nota 3; Torelli-Masseria 1992, F. 106, p. 116, n.
della terrazza-altare cortonese del Tumulo 82.4; Capecchi 1996, p. 61; Poggesi 1997, p. 70,
II del Sodo, nonché quella sul lato minore di fig. 27; Maggiani 2005; Camporeale 2009, p. 18,
un’urna da Volterra dei decenni finali del VI fig. 13; Pagnini 2011a, p. 419, p. 421, fig. 5; Poggesi
secolo a.C., per la quale sono stati richiama- 2012, p. 18.
ti confronti tra i bronzi di Castel San Mariano
(Cateni-Maggiani 1997, pp. 89-91). [M.C. B.]

Corpus delle “pietre fiesolane” 91


5. Cippo di San Tommaso
Firenze, Museo Archeologico Nazionale, inv. 13263.
Murato nella Chiesa di San Tommaso a Firenze fino al 1891.
Alt. cm 59,5; largh. 36-36,5.
Arenaria.

Il cippo, murato su una parete esterna della stra tiene un lituo con la destra e ha la mano
chiesa di San Tommaso, con in vista il grifo sinistra poggiata sul fianco; ai piedi, calcei
e uno dei leoni, per molto tempo è stato repandi. Sulla faccia opposta, un grifo ram-
interpretato come lo stemma degli Ago- pante verso sinistra, con becco semiaperto
lanti o come l’impresa di qualche famiglia e lingua appuntita. Sulle altre due facce, due
di popolo. La scelta di lasciare in vista le leoni rampanti.
figure animali appare non casuale nella cir- Il monumento appartiene al tipo C3 della
costanza del riutilizzo medievale del pezzo, classificazione Magi-Nicosia, anche se la pre-
in quanto un grifo e un leone rampanti po- senza della figura umana e della sua carat-
tevano risultare assai più familiari e signifi- terizzazione sacerdotale lo avvicinano piut-
cativi, per il mondo iconografico dell’epoca, tosto al cippo Inghirami tipo C1 (n. 6) e alla
di una figura umana di non facile compren- stele di Frascole (n. 28).
sione. Ultimo quarto del VI secolo a.C.
Le quattro facce del cippo, privo del coro-
namento e del codolo di base, presentano Magi 1932, p. 14, n. 5; Capecchi 1989, p. 182; Capecchi
un campo figurato ribassato sormontato da 1996, tab. 1, p. 159; de Marinis 1996, pp. 151-152.
una cornice a linguette. Sulla faccia princi-
pale, una figura sacerdotale volta verso sini- [E. B.]

92 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


6. Cippo Inghirami
Berlino, Staatlische Museen, inv. SK 1220.
Dalla campagna fiorentina; un tempo nella collezione di Francesco Inghirami.
Alt. cm 122; largh. 54.
Arenaria.

Il cippo, provvisto di coronamento a pigna,


ha la decorazione distribuita sui quattro lati,
impreziositi nella parte superiore da una
cornice a linguette. Su una faccia, un giova-
ne stante di profilo verso sinistra, con lituo
nella destra e braccio sinistro piegato ad
ansa con la mano distesa sull’anca, indossa
un chitonisco e porta ai piedi dei caratte-
ristici calcei repandi. Su un’altra faccia, un
leone rampante verso sinistra, con bocca
aperta e lingua appuntita. Sugli altri due lati,
un grifo e una sfinge.
L’esemplare, soprattutto nella decorazio-
ne, trova stretti confronti con il cippo di
San Tommaso (n. 5) e con quello da via de’
Bruni (n. 36), tanto da aver fatto ipotizzare
la loro appartenenza a una stessa bottega
scultorea.
Seconda metà del VI secolo a.C.

Inghirami 1826, p. 5, tav. P 5; Magi 1932, p. 14, n. 6;


Heres 1990, p. 211, n. B 9.5.

[E. B.]

Corpus delle “pietre fiesolane” 93


7. Cippo di Montebonello
Pontassieve, proprietà privata.
Rinvenuto nel 1893 a San Piero a Strada, vicino Montebonello (Pontassieve), durante la costruzione della
cantina della casa colonica del podere Bellosguardo.
Alt. cm 71; largh. 25; lungh. 25; alt. base 18; largh. base 36.
Arenaria grigia.

Il corpo parallelepipedo, desinente in un Sul lato D, un altro grifo rampante identico a


bulbo a forma di “cipolla”, appoggia su una quello del lato B.
base quadrata, rifinita ai quattro angoli e ap- Il cippo, unico esemplare del tipo C1 ad ave-
pena sbozzata nella parte inferiore. Sul lato re conservato l’originale base di appoggio,
A, un guerriero armato di profilo a sinistra, si distingue per non avere decorazione ac-
con elmo a calotta con cimiero, tiene con la cessoria. I pannelli decorativi alternano i
destra un grande scudo circolare che copre grifi al guerriero armato e al leone e tutte
la maggior parte del corpo lasciando visibili le figure sono rivolte verso sinistra, per cui
solo gli schinieri, con la mano sinistra tiene è stata ipotizzata una lettura circolare del
monumento.
una lancia. Sul lato B, un grifo rampante di
530-480 a.C.
profilo a sinistra, con becco aperto e lin-
gua vibrante. Sul lato C, un leone rampante Minto 1926; Magi 1932, p. 15, n. 7; Cappuccini 2009,
di profilo a sinistra, con orecchie ripiegate, p. 88, n. 4.
grande criniera compatta, coda piegata tra
le zampe posteriori e arricciata sul ventre. [La. P.]

94 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


8. Cippo di Artimino I
Artimino, Museo Archeologico Francesco Nicosia, inv. 13669.
Da Artimino (Carmignano), area limitrofa alla Villa medicea, forse da Grumolo; dono Passerini del 1893.
Alt. cm 65; alt. figure 40,5; largh. max 31,7.
Arenaria grigia, compatta (pietra forte).

Sul lato A è raffigurato il defunto eroizzato, 31) e quello di Pian de’ Poggioli (n. 38) – i quali
barbato, in armamento oplitico (elmo attico, presentano anche un’immagine di grifo o di
scudo, lancia, pugnale, corazza, schinieri). Sul felino seduto sulle zampe posteriori analoga
lato B si conserva forse un piede di profilo a a quella del cippo artiminese – collegandola a
sinistra. Sul lato C, un grifo alato seduto sulle quella dell’esemplare di Settimello e dell’alta-
zampe posteriori, con l’anteriore sinistra sol- re di Fiesole (Bruni 1994).
levata. Mentre il kyma dorico della cornice Ultimi decenni del VI secolo a.C.
sommitale ricorre in numerosi esemplari, la
decorazione accessoria della base – con li- Milani 1898, p. 126; Milani 1912, p. 78, p. 280; Magi
1932, p. 15, n. 8; Nicosia 1966b, p. 278, p. 282; Ni-
stello cordonato e palmetta tra due viticci a S cosia 1974, p. 24, n. 20, tav. VI; De Marinis 1986;
coricate e contrapposte con riempitivi a goc- Torelli-Masseria 1992, F. 106, p. 116, n. 82.4; Bru-
cia, di ispirazione greco-orientale – ha con- ni 1994, pp. 75-76, fig. 32; Capecchi 1996, p. 158;

sentito di attribuirlo alla stessa officina che ha Poggesi 1997, p. 70; Pagnini 2011c, p. 419, figg. 3-4;
Poggesi 2012, p. 18.
prodotto il cippo di via de’ Bruni (n. 36), uno
dei cippi del Palazzo dei Vescovi di Pistoia (n. [M.C. B.]

Corpus delle “pietre fiesolane” 95


9. Stele del Trebbio
Dicomano, Museo Archeologico Comprensoriale del Mugello e della Val di Sieve, inv. 73801.
Rinvenuta murata nell’interno di una torre della Villa Medicea della Croce al Trebbio (San Piero a Sieve),
poi donata da De Witt nel 1889.
Alt. cm 63; largh. 22-25; spess. 6-9.
Arenaria grigia.

La stele tipo b2, di forma trapezoidale con alle braccia, è coperto da un grande scudo
in alto una palmetta a sette foglie su due circolare bombato con bordo piatto; le gam-
volute orizzontali e contrapposte, ha una be sono protette dagli schinieri. L’armatura
decorazione accessoria sommariamente di tipo oplitico richiama l’attenzione sulla
realizzata. Priva dell’incastro alla base, ha classe sociale di appartenenza del defunto.
l’antemio lacunoso e presenta una scheg- 530-480 a.C.
giatura sull’angolo destro inferiore.
Sul pannello anteriore, ribassato, un guerriero Milani 1889c; Magi 1932, p. 15, n. 9; Nicosia 1966a, p.
armato, di profilo a sinistra, indossa un elmo 159; Cappuccini 2009, pp. 86-87, n. 2.
a calotta con grande cimiero e tiene con la
destra una lancia. Tutto il corpo, dal collo fino [La. P.]

96 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


10. Stele di Sant’Agata
Dicomano, Museo Archeologico Comprensoriale del Mugello e della Val di Sieve, inv. 73800.
Trovata in un campo in proprietà Aiazzi nel 1888, vicino al paese di Sant’Agata (Scarperia), a circa un
metro di profondità, con la parte a rilievo rivolta verso la terra.
Alt. cm 77,5; largh. 25-27; spess. 7-7,5; alt. incastro 9,5.
Arenaria gialla.

La stele rientra nel tipo b2, di forma tra-


pezoidale con antemio costituito da una
palmetta a cinque foglie impostato su due
volute orizzontali a S contrapposte. L’e-
semplare, ricomposto da due frammenti,
conserva l’originaria base ad incastro di for-
ma parallelepipeda. Sul lato anteriore, nel
pannello centrale ribassato e decorato con
una cornice a linguette, un armato in bas-
sorilievo, di profilo a sinistra con elmo a ca-
lotta, privo di cimiero. Con la mano sinistra
tiene un piccolo scudo rotondo, nella destra
ha una lancia. Le gambe sono protette dagli
schinieri e ai piedi indossa dei calzari.
Da notare l’elmo senza cimiero, da avvicina-
re al tipo Negau, già documentato a Fiesole
e nel Mugello a Campergozzole (Palazzuolo
sul Senio); anche lo scudo di dimensioni ri-
dotte è peculiare dei guerrieri italici.
530-480 a.C.

Magi 1932, pp. 15-16, n. 10; Nicosia 1966a, p. 159;


Cappuccini 2009, p. 92, n. 9.

[La. P.]

Corpus delle “pietre fiesolane” 97


11. Stele dei due guerrieri
Firenze, Museo Archeologico Nazionale, inv. 13702.
Dalla campagna fiorentina.
Alt. cm 42,5; largh. 30,5-32; spess. 8-10.
Arenaria di colore grigio.

Si conserva solo la parte centrale della stele plia: indossano una sorta di corazza, della
che, seppure priva di coronamento, appar- quale restano visibili numerose laminette
tiene al tipo b2 della classificazione Magi- ai fianchi, sottili e ravvicinate; portano un
Nicosia. È decorata con una treccia e una elmo con lungo cimiero, ma senza paragna-
fascia di linguette sullo spessore, con una tidi, e degli schinieri semplici.
scena di commiato nel campo figurato. I 500-490 a.C.
due guerrieri, di profilo uno di fronte all’al-
Magi 1932, p. 16, n. 11; Nicosia 1966a, p. 159; Capecc-
tro, hanno le mani destre occupate nel ge- chi 1996, p. 162; Cherici 2012, p. 119, fig. 11; Settesoldi
sto di saluto, mentre con la sinistra tengono 2012.
una lancia. Ambedue sembrano barbati e
appartengono al tipo di guerriero in pano- [E. B.]

98 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


12. Stele del satiro
Firenze, Casa Buonarroti, inv. 53 (13701).
Da Fiesole, rinvenuta nel 1710 nei terreni di Vincenzo Baldesi; ricevuta in dono da Filippo Buonarroti nel 1722.
Alt. cm 91,5; largh. 37,5; spess. 15.
Arenaria.

Considerata nella letteratura per lo più come


una stele di forma rettangolare allungata, di
cui non è possibile ricostruire il coronamen-
to, l’ampiezza dello spessore decorato con
un complesso motivo floreale suggerirebbe
la possibilità che si tratti di un cippo (cfr.
Bruni 1997). Oltre a dover sottolineare la
anomala presenza di un foro in alto a sini-
stra, non si può escludere che l’esemplare
possa non essere stato completato. Unico
esempio di stele tipo d della classificazione
Magi-Nicosia, si distingue dunque da tutte
le altre sia per la forma, che pare intermedia
tra la stele e il cippo, sia per il soggetto della
decorazione figurata.
Nella metopa è raffigurato un satiro semi-
sdraiato nell’atto di suonare la lyra, con un
otre per il vino appoggiato alle sue spalle.
La scena sembra svolgersi all’interno di una
loggia riconoscibile per la decorazione ar-
chitettonica, con il tetto piano sostenuto sul
davanti da due colonnette. Il satiro, comple-
tamente nudo, dai lunghi capelli e barbato,
non ha i caratteristici zoccoli equini, mo-
strando una umanizzazione che ha spinto
alcuni studiosi a leggervi «una identificazio-
ne del satiro con il defunto» (Capecchi 1996,
p. 167, nota 64).
530-500 a.C.

Gori 1734, pp. 103-104, con fig.; Milani 1889a; Magi


1932, p. 16, n. 12; Nicosia 1966a, p. 159; Bonamici
1986, p. 71; Capecchi 1996, p. 161, pp. 164-166, note
11, 44 e 61-64; Bruni 1997; Sarti 2010, pp. 185-186,
p. 195, fig. 4.

[E. B.]

Corpus delle “pietre fiesolane” 99


13. Stele di Peretola
Firenze, Museo Archeologico Nazionale, inv. 73759.
Rinvenuta murata nella Chiesa di Santa Maria a Peretola (Firenze), durante lavori di restauro nel 1889.
Alt. cm 165; largh. 51,5-56,5; spess. 13-17.
Arenaria.

La stele, frammentaria, presenta raffigura- figure centrali sedute su un prestigioso se-


zioni su due registri sovrapposti. Nel primo dile (diphros) e caratterizzate dall’asta che
registro è probabile che, per analogia con le tengono con la destra – assistiti da dei servi-
stele di Varlungo (n. 14), di via Corsica (n. 15) tori, in piedi alle loro spalle.
e di Travignoli (n. 16), sia rappresentata una Fine VI-inizi V secolo a.C.
scena di simposio. La seconda scena, nono-
Milani 1889a; Magi 1932, p. 17, n. 13; Nicosia 1966a,
stante sia meglio conservata, appare di diffi- p. 159.
cile comprensione. Si potrebbe interpretare
come una conversazione fra due anziani – le [E. B.]

100 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


14. Stele Peruzzi
Firenze, Villa Corsini a Castello, inv. 75347.
Da Varlungo, Firenze. Venduta nel 1893 dalla famiglia Peruzzi al Museo Archeologico Nazionale di Fi-
renze.
Alt. cm 159; largh. 33,2-36; spess. 8,5.
Arenaria di colore grigio.

La stele, con l’antemio costituito da una


palmetta a sette foglie che si appoggia su
due spirali, è conosciuta anche come stele
dell’Antella, sebbene la provenienza da Var-
lungo sia stata ormai chiarita grazie al do-
cumento pubblicato da Giuliano de Marinis
nel 1980. La decorazione è limitata a una sola
faccia, dove sono presenti due riquadri, che
ospitano due scene figurate. Nel riquadro
superiore, una scena di simposio, con due
figure maschili semisdraiate su una kline e
all’estremità sinistra un coppiere, coperto in
parte da un tavolo a tre gambe con sopra
due grandi situle. Nel riquadro inferiore, una
scena di gioco: due giovani seduti uno di
fronte all’altro su due sgabelli, con in mezzo
un tavolo a tre gambe, su cui sono un cusci-
no e una tavoletta; il personaggio di destra,
con la mano destra avanzata, sembra pren-
dere o lasciare qualcosa, forse i dadi.
Fine VI-inizi V secolo a.C.

Inghirami 1826, p. 2, tavv. C-E; Magi 1932, p. 17, n. 14;


Magi 1933, tav. IV, fig. 3; Nicosia 1966a, p. 159; de
Marinis 1980b; Capecchi 1996, p. 163, nota 10.

[E. B.]

Corpus delle “pietre fiesolane” 101


15. Stele di via Corsica
Fiesole, Museo Civico Archeologico.
Da Fiesole, via Corsica; murata in uno stabile presso l’oratorio di San Bernardino fino al 1890.
Alt. cm 41; largh. 40,5; spess. 10,2.
Arenaria.

Si conserva solo la parte superiore della


stele di forma rettangolare di tipo b1, con
tracce dei due leoni contrapposti pertinen-
ti al coronamento superiore, simili a quelli
della stele di Travignoli (n. 16). Nella meto-
pa una scena di simposio, con due figure
semisdraiate su una kline e un coppiere a
sinistra, uno schema che trova un puntuale
confronto nella scena raffigurata sulla stele
Peruzzi (n. 14), mentre la decorazione ac-
cessoria presenta notevoli somiglianze con
quella della stele di Sansepolcro (n. 21).
Fine VI-inizi V secolo a.C.

Magi 1932, p. 17, n. 15; Magi 1933, pp. 68, pp. 78-80;
De Marinis 1961, n. 93; Nicosia 1966a, p. 159; Cerchiai
2008, p. 442, fig. 6.

[E. B.]

102 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


16. Stele di Travignoli
Fiesole, Museo Civico Archeologico.
Da Travignoli (Pontassieve); ricordata da Anton Francesco Gori nel Settecento, poi perduta e ritrovata
nel 1911 nel giardino di Villa Lawrence a Fiesole.
Alt. cm 165; largh. 55-50; spess. 10-15.
Arenaria.

La stele di tipo b1 ha il coronamento com-


posto da un antemio a sette lobi impo-
stato su due rosoni con bordo circolare
e undici petali, accoppiati e poggiati sulla
schiena di due felini a tutto tondo accuc-
ciati, speculari tra loro. Nello spessore,
una fascia a S ripetute; sulla faccia prin-
cipale, tre metope decorate a bassorilie-
vo. Dall’alto, scena di simposio: due ban-
chettanti su una kline, uno dei quali porge
una coppa all’altro, che gli tiene la mano
destra sulla spalla; a sinistra un coppiere
di profilo, davanti a lui un tavolo con un
simpulum. A destra è una figura femmini-
le di profilo, volta a sinistra, con il braccio
sinistro piegato e poggiato sulle gambe,
seduta su una sedia con spalliera. Sotto la
kline, al centro, un galletto. Sulla seconda
metopa, una scena di danza: due perso-
naggi maschili procedono verso destra,
guidati da un suonatore di doppio aulos.
Il fregia della terza metopa, causa il forte
degrado della superficie, è molto più inde-
finito dei precedenti. Si tratta forse di una
scena di caccia: al centro un cervo attac-
cato e morso al collo da quelli che potreb-
bero essere due cani o due felini.
La scena di simposio mostra somiglianze
con quelle delle stele Peruzzi (n. 14) e di via
Corsica (n. 15), ma, a differenza di queste,
presenta una donna, seduta su un trono, del
tutto simile per posizione e abbigliamento
alla figura della stele di Londa I (n. 3).
Fine VI-inizi V secolo a.C.

Gori 1734; Magi 1932, pp. 17-18, n. 16; Magi 1933, tav.
IV, fig. 2; Nicosia 1966a, p. 159; Cappuccini 2009, pp.
89-90.

[M. D.M.]

Corpus delle “pietre fiesolane” 103


17. Stele di Sant’Ansano
Firenze, Villa Corsini a Castello, inv. 75825.
Da Fiesole, Sant’Ansano.
Alt. cm 61,5; largh. 28,7-32,5; spess. 8,5-10,5
Arenaria di colore grigio.

La stele trapezoidale conserva solo la par- avvolto intorno ai fianchi; tiene con la mano
te centrale, con la scena di libagione di un destra un kantharos e con la sinistra una
uomo barbato a sinistra e un giovane a piccola oinochoe. La scena, di non facile
destra. L’adulto indossa un mantello orla- lettura, ha offerto argomenti per discutere
to lungo fino al ginocchio e calzari ai piedi; sulla presenza in Etruria dei riti legati al dio
ha la mano sinistra sollevata all’altezza del del vino, Dioniso/Fufluns/Bacco, ed è sta-
petto, mentre con la destra regge un kan- ta interpretata come «proiezione mitica […]
tharos. Il coppiere indossa solo un panno della trasmissione del potere gentilizio del
defunto all’erede che gli ha eretto la stele e
che lo onora con l’offerta del vino, affidata
al vaso potorio dalle grandi anse, fatto ap-
posta per passare di mano» (Colonna 1991,
p. 118).
Fine VI-inizi V secolo a.C.

Magi 1932, p. 18, n. 17; Nicosia 1966a, p. 159; Colonna


1991, pp. 117-118; Bruni 1994, p. 72; Capecchi 1996,
pp. 161-162.

[E. B.]

104 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


18-19-20. Cippi di Papiniano
Fiesole, Museo Civico Archeologico, inv. 2526, inv. 2527, inv. 2528.
Da Fiesole, Villa Papiniano, tra Fiesole e San Domenico; dono Whitaker del 1923 al Museo Civico, forse
recuperati nei lavori di ristrutturazione della villa di sua proprietà situata sulle pendici meridionali di
Fiesole.

Alt. cm 18; largh. 27.


Arenaria.
Cippo funerario con profilo cilindroide ra-
stremato alla base e arrotondato alla som-
mità che presenta, a rilievo, un motivo a
stella a sei petali entro un cerchio.

Alt. cm 18; largh. 30


Arenaria.
Cippo funerario con profilo cilindroide rastre-
mato alla base e arrotondato alla sommità. Re-
stano tracce di una decorazione ad anelli di-
stanziati, incisi e paralleli, nella metà superiore.

Alt. cm 18; largh. 26.


Arenaria.
18
Cippo funerario conservato soltanto per
metà. Presenta un profilo cilindroide rastre-
mato alla base e arrotondato alla sommità,
dove resta parte della originaria decorazione
a rilievo, presumibilmente analoga a quella
del cippo n. 18.

Sebbene sia stato proposto che potrebbe


trattarsi non di cippi veri e propri, ma piutto-
sto di coronamenti a pigna di cippi del tipo
C, è da notare che in tal caso la pigna sareb-
be tratta dallo stesso blocco; inoltre, tutti e
tre gli esemplari presentano una decorazio-
ne che, al contrario, manca sulle pigne dei
cippi che le conservano. È probabile, invece,
che si tratti di cippi veri e propri, di tipo A, i 19
quali potevano anche poggiare o incastrarsi
parzialmente in una qualche base, come è
attestato per altri monumenti simili (cfr. Ca-
pecchi 1996, p. 164, nota 20).
VI secolo a.C.

Magi 1932, p. 18, nn. 18-19-20; Bruni 1994, p. 76; Ca-


pecchi 1996, p. 164, note 19 e 20.

[E. B.] 20

Corpus delle “pietre fiesolane” 105


21. Stele di Sansepolcro
Firenze, Museo Archeologico Nazionale, inv. 89539.
La stele fu ceduta allo Stato da Zelfa Nicolucci che l’aveva acquistata sul mercato antiquario a Sanse-
polcro.
Alt. cm 87,5; largh. 37,5-43,3; spess. 7,5-11,2
Arenaria grigio-azzurro a grana grossa.

Lastra di arenaria di forma trapezoidale e sulla parte superiore, oltra a diffuse trac-
leggermente rastremata verso l’alto, priva ce di calce, che fanno supporre il reimpiego
dell’antemio e dell’appendice di fissaggio. della stele in una muratura. La decorazio-
Sono presenti scheggiature sul lato sinistro ne, a bassorilievo, occupa un solo lato ed
è distribuita su due pannelli sovrapposti. In
alto, una scena di simposio: al centro, un
uomo barbato, semirecumbente sulla kline,
con una kylix nella destra, si rivolge ad una
donna, seduta accanto a lui su di un trono
ad alta spalliera con i piedi poggiati su uno
sgabello. La donna, che regge un fiore nel-
la mano destra e porta grandi orecchini a
disco, indossa un lungo chitone aderente a
maniche corte, il tutulus e i calcei repandi. A
sinistra è un giovane coppiere nudo, stante,
che regge nella mano sinistra sollevata un
colum e nella destra un simpulum. In basso,
un cavaliere nudo, che regge le redini con
la mano sinistra, mentre nella destra teneva
con ogni probabilità una frusta, o una lan-
cia, oggi scomparsa, che doveva essere di-
pinta sul fondo.
La stele, appartenente al tipo b1 della clas-
sificazione Magi-Nicosia, rivela notevoli so-
miglianze con le stele di Travignoli (n. 16),
Peruzzi (n. 14) e con il frammento da Fie-
sole, via Corsica (n. 15). I rapporti stilistici
più stretti sono con la stele di Travignoli,
tanto che già il Magi ipotizzava che i due
pezzi potessero essere opera della stessa
bottega.
Fine VI secolo a.C.

Magi 1933; Nicosia 1966a, p. 149 nota 1, n. 21, p. 161;


Capecchi 1989, p. 177; Capecchi 1996, p. 163 nota 10.

[G.C. C.]

106 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


22. Cippo di Montemurlo
Firenze, Villa Corsini a Castello, inv. 89662.
Montemurlo, presso il Castello.
Alt. cm 81, largh. 25-28, spess. 22.
Arenaria.

Il cippo, con fusto parallelepipedo e corona- figura del cippo di via de’ Bruni a Firenze (n.
mento a pigna, presenta su una faccia una 36). La lancia o hasta caratterizza il rango
figura virile verso destra, con lancia nella del defunto, parimenti al personaggio sulla
mano sinistra; sugli altri lati, un fregio di lin- stele di Peretola (n. 13, Bruni 2002).
guette in alto e riquadri verticali nel campo. Ultimi decenni VI-inizi V secolo a.C.
Del monumento, individuato e riconosciu-
to da Renato Piattoli nel 1933, non si co- Magi 1934, pp. 407-411; Piattoli 1934, pp. 401-405;
Nicosia 1966a, p. 149, nota 1, n. 22, pp. 152-154; Nicosia
noscono le circostanze del ritrovamento.
1974, p. 22, n. 18, tav. V; Bruni 1994, p. 78; Capecchi
Francesco Nicosia ha individuato puntuali 1996, tab. 1, n. 22; Bruni 2002, pp. 316-317, nota 144;
confronti col cippo di Artimino, Podere Gru- Perazzi 2008, pp. 637-638; Pagnini 2011d, pp. 84-85.
molo (n. 8), riconoscendovi la mano dello
stesso scultore, oltre a forti analogie con la [Lu. P.]

Corpus delle “pietre fiesolane” 107


23. Stele di Londa II
Firenze, Villa Corsini a Castello, sine inv.
Da Londa.
Alt. cm 90; largh. 32; spess. 7-11.
Arenaria grigio-chiara.

La stele di tipo c, con la caratteristica forma tratta dell’immagine della defunta che sta
ovoidale rastremata verso l’alto, presenta il portando un’offerta.
lato posteriore levigato. Sulla faccia princi- Ultimi decenni del VI-inizi V secolo a.C.
pale è raffigurata una figura femminile stan-
te di profilo a sinistra, con lunga veste ade- Magi 1932, p. 21; Magi 1958, pp. 201-207; Nicosia
rente – che solleva con la mano sinistra  –, 1966a, p. 149, nota 1, n. 23.
il tutulus in testa e i calcei repandi ai piedi;
nella mano destra stringe una melagrana. Si [E. B.]

108 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


24. Stele di Camporella
Firenze, Villa Corsini a Castello, inv. 93127.
Da Sesto Fiorentino, recuperata in via di Camporella nel 1962.
Alt. cm 51; largh. 31; spess. 8.
Arenaria di colore grigio chiaro.

Di forma ovoidale rastremata verso l’alto, con grana, attributo legato al mondo degli Inferi.
codolo inferiore e mancante dell’antemio. La stele è da confrontarsi, per caratteristi-
Presenta su un lato una figura femminile di che tipologiche e decorative, con le altre
profilo verso sinistra con lungo chitone, tu- di tipo c della classificazione Magi-Nicosia.
tulus e calcei repandi, che tiene con la mano Ultimi decenni VI-inizi V secolo a.C.
destra una melagrana; sull’altro lato, una pal-
Bocci 1963; Rilli 1964, pp. 82-85; Nicosia 1966a, p.
metta a sette petali. Sulla faccia principale, 149, nota 1, n. 24; Nicosia 1974, p. 26, n. 22, tav. VII.
viene proposta l’immagine della defunta in
viaggio verso l’Aldilà, con in mano la mela- [Lu. P.]

Corpus delle “pietre fiesolane” 109


25. Cippo di Artimino II
Artimino, Museo Archeologico Francesco Nicosia, proprietà privata.
Da Artimino, Podere Grumolo, ritrovamento del 1929.
Alt. cm 95; largh. facce maggiori 24-25,5; largh. facce minori 21,5.
Pietra serena di colore grigio giallastro.

Cippo parallelepipedo aniconico con coro- di una delle facce minori, già letta ś.arθia //
namento sferoidale, tipo C2 della classifica- arstniia identificando in ar(n)θ arstni il de-
zione Magi-Nicosia; decorazione a rettangoli funto (Nicosia 1966c), riletta mi:larθia/[?]arst
inscritti in cavo sulle quattro facce – forse [---]a da Rix, secondo la recente proposta di
alludenti alla porta degli Inferi – con kyma Maggiani recita mi larθia / larstniia (Maggiani
dorico al sommoscapo. L’iscrizione di pos- 2005; vedi anche Maggiani supra).
sesso parzialmente abrasa, incisa con grafia Trova i migliori confronti per forma e de-
arcaica sui listelli superiore e laterale sinistro corazione nel cippo di Sandetole (n. 44) e
nella faccia C dell’esemplare di Montemurlo
(n. 22). Lo stesso motivo decorativo – sem-
pre semplificato rispetto alla versione arti-
minese – è presente anche nel cippo fram-
mentario del Mecchio di Rignano (n. 43) e in
quello de La Castellina di Quinto Fiorentino
(n. 39), che mostra le maggiori divergenze.
Fine VI-inizi V secolo a.C.

Mannini 1965, p. 7; Nicosia 1966a, p. 149 nota 1 n.


25; Nicosia 1966b, p. 281; Nicosia 1966c, pp. 331-
333; Capecchi 1984, p. 43, nota 27; Rix 1991, p. 311;
Torelli-Masseria 1992, p. 115, n. 82.2; Bruni 1994, p.
78; Poggesi 1997, p. 71; Maggiani 2005, pp. 217-218;
Camporeale 2009, p. 18; Pagnini 2011a, pp. 417-418,
fig. 3; Poggesi 2012, p. 18.

[M.C. B.]

110 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


26. Cippo di Artimino III
Artimino, Museo Archeologico Francesco Nicosia, proprietà Curia Vescovile di Pistoia.
Da Artimino, presumibilmente dall’area prossima alla Pieve di San Leonardo.
Alt. max 113,5; largh. max base 31; largh. faccia conservata 27-29.
Arenaria grigia, compatta (pietra forte).

Cippo parallelepipedo con coronamen- rampante e presumibilmente retrospicien-


to sferoidale compresso e robusta base te (D). È invece andata perduta completa-
appena sbozzata, che rientra nel tipo C2 mente la raffigurazione che doveva occu-
della classificazione Magi-Nicosia, è stato pare il lato principale (A).
rilavorato su tre lati e riutilizzato come pa- Primo quarto del V secolo a.C.
racarro. Dei pannelli rettangolari riquadrati
da listelli piatti, l’unico interamente con- Mannini 1965, pp. 5; Nicosia 1966a, p. 149, nota
1, n. 26, pp. 153-164, tavv. XXI,b,c, XXII, a,b,c,
servato (C) reca un capride rampante, re-
fig.1; Nicosia 1966b, p. 280; Capecchi 1984, p. 46
trospiciente, inserito con padronanza nello e nota 37; Torelli-Masseria 1992, F. 106, p. 116, n.
spazio decorativo. Sugli altri lati si conser- 82.5; Bruni 1994, p. 78; Poggesi 1997, p. 71; Pagnini
vano la parte dorsale e l’arto inferiore di un 2011b, p. 485, p. 488, fig. 10; Poggesi 2012, p. 18.
felino rampante, con lunga coda (B), e gli
arti superiore e inferiore di un altro felino [M.C. B.]

Corpus delle “pietre fiesolane” 111


27. Stele di Casale
Perduta.
Dalla Villa di Casale, Sesto Fiorentino.

La stele, appartenente al tipo b2, è cono-


sciuta grazie a un disegno edito da Anton
Francesco Gori nel Settecento. Sulla faccia
anteriore compare la figura di un guerriero
in posizione eretta, all’interno di una corni-
ce che termina in alto con due volute, sul-
le quali poggia un fiore di loto. Il guerriero,
di profilo a destra, veste solo schinieri ed
elmo; con la mano sinistra regge la lancia e
con la destra un coltello ricurvo.
Fine VI-inizi V secolo a.C.

Gori 1734, p. 79; Magi 1932, p. 18 e p. 19, fig. 1a; Rilli


1964, p. 87; Capecchi 1984, pp. 38-39, nota 19, n. 27;
Ciampoltrini 2002, pp. 128-129 e fig. 6.

[E. B.]

112 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


28. Stele di Frascole
Dicomano, Museo Archeologico Comprensoriale del Mugello e della Val di Sieve, inv. 98578.
Rinvenuta nel 1959 durante un’aratura nel podere Vico nelle vicinanze dell’area archeologica di San Mar-
tino a Poggio, Frascole (Dicomano).
Alt. cm 90; largh. 27- 32; spess. 7,5-10.
Arenaria grigia.

La stele, di forma trapezoidale, è corona-


ta da antemio con palmetta a sette foglie,
poggiante su girali a S orizzontali e con-
trapposte. La parte inferiore è desinente in
un incastro parallelepipedo per l’inserimen-
to in una base. Sul lato anteriore, è raffigu-
rato un uomo barbato, rivolto a sinistra, dal
profilo sfuggente con zigomi pronunciati.
Sulla testa un copricapo a calotta, indossa
una veste aderente, tiene un lituo con la de-
stra, mentre ha il braccio sinistro piegato,
con la mano appoggiata sul fianco. Il perso-
naggio raffigurato rientra nella sfera sacra,
un sacerdote con il lituus, lo strumento con
il quale veniva circoscritta la parte di cielo
e di terra in cui dovevano essere compiute
le osservazioni rituali. Analoga figura con il
suo lituo si trova sul cippo fiorentino di San
Tommaso (n. 5).
Ancora una volta, quindi, si tratta del segna-
colo di una tomba di un personaggio di alto
livello sociale, in cui i segni dell’auctoritas
religiosa sono ben identificati.
530-480 a.C.

Nicosia 1967, p. 278; Capecchi 1984, pp. 38-39, nota


19, n. 28; Capecchi 1996, p.165, nota 34; Cappuccini
2009, p. 87, n. 3; Fedeli 2013, p. 156, nota 6.

[La. P.]

Corpus delle “pietre fiesolane” 113


29. Stele di Vierle
Dicomano, Museo Archeologico Comprensoriale del Mugello e della Val di Sieve, proprietà privata.
Recuperata a Casa al Nespolo, vicino Vierle (Londa), dove era reimpiegata nella muratura della stalla, in
proprietà Dufour-Berte.
Alt. cm 23; largh. 28-30; spess. 9,5-10.
Arenaria grigia.

Si conserva la parte inferiore della stele con


cornice a linguette e listello, nel cui inter-
no, a bassorilievo, sono raffigurati i piedi, la
porzione inferiore delle gambe di una figura
virile di profilo verso sinistra e parte di un’a-
sta. Si tratta probabilmente di una stele si-
mile, anche nel soggetto, a quelle del Treb-
bio (n. 9) e di Sant’Agata (n. 10).
Fine VI-inizi V secolo a.C.

Nicosia 1967, pp. 279-280, tav. XXXV,c; Capecchi


1984, pp. 38-39, nota 19, n. 29; Cappuccini 2009,
p. 93, n. 10.

[La. P.]

114 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


30. Cippo di Barberino
Dicomano, Museo Archeologico Comprensoriale del Mugello e della Val di Sieve, inv. 75309.
Recuperato, intorno alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso, in località Il Piano (Barberino), poco
a valle della confluenza dei torrenti Stura e Lora nella Sieve.
Alt. cm 48; diam. max 58.
Arenaria di colore grigio-chiaro.

Della pietra si conserva tutta la parte su- mità del monumento, anch’essa decorata,
periore, costituita da una sfera compressa di cui sopravvivono tracce di lunghi petali,
superiormente e appiattita nella parte infe- forse riferibili ad una grande rosetta.
riore, dove resta lo stacco di un elemento La pietra è stata considerata un prototipo
cilindrico distrutto al momento del ritrova- dei successivi cippi di tipo A (cfr. anche per
mento. L’appendice, che stando ai dati d’ar- la disposizione della decorazione, il cippo di
chivio era alta circa cm 30 e non era de- Travalle, Baldini 2012), anche se la presenza
corata, doveva permettere il fissaggio del dell’appendice cilindrica porta a ipotizzare
manufatto all’interno di una base di pietra. una connessione con un elemento paralle-
Sulla superficie, consunta e levigata per la lepipedo; in questo modo essa potrebbe
prolungata giacitura nella Sieve, restano costituire il coronamento sferoidale di un
tracce di una decorazione a bassorilievo grande cippo di tipo C, rendendo il monu-
disposta in fasce orizzontali sovrapposte e mento di Barberino un incunabolo di tutta
separate da cornici. Dal basso, sul registro la serie delle “pietre fiesolane”.
principale alto circa cm 18, si conservano La scena del registro principale, nonostante
silhouettes riconducibili a personaggi ma- il precario stato di conservazione, non trova
schili e femminili in processione, rappre- confronti puntuali e potrebbe rappresen-
sentati di profilo, con un braccio sollevato tare la processione connessa al compianto
e mano poggiata sulla spalla della figura del defunto a cui era dedicato il prestigioso
che precede. Una treccia rilevata compre- manufatto.
sa tra due listelli separa il registro da una 600-580 a.C.
fascia superiore, occupata da una catena Nicosia 1967, pp. 273-275, fig. 3, tav. XLIX, a; Ca-
di fiori di loto e palmette; segue un’altra pecchi 1984, pp. 38-39, nota 19, n. 30; Cappuccini
cornice con doppio tralcio avvolto in anelli 2009, p. 91, n. 8.
e anch’esso compreso tra listelli orizzontali
rilevati, che circoscrive una zona sulla som- [L. C.]

Corpus delle “pietre fiesolane” 115


31. Cippo di Pistoia I
Pistoia, Musei dell’Antico Palazzo dei Vescovi, proprietà privata.
Antico Palazzo dei Vescovi di Pistoia, reimpiegato nella muratura del sottosuolo.
Alt. cm 120, largh. 36,5-41 (faccia A); 39,5- 44 (facce B, D).
Arenaria grigio-giallastra.

Cippo scalpellato e scagliato, con corpo


prismatico a sezione rettangolare e corona-
mento cipolliforme (?) spianato, sostenuto
da elementi aggettanti perduti. Sulla faccia
A, gola a linguette concave, tondino cordo-
nato, catena di palmette e fiori di loto, pan-
nello ribassato con figura zoomorfa a rilie-
vo (felino?), tondino cordonato, motivo a S
orizzontali contrapposte con palmetta cen-
trale e riempitivo a gocce, tondino. Le facce
B e D sono interamente scalpellate e scaglia-
te. Sulla faccia C, pannello ribassato delimi-
tato da listello con figura zoomorfa (felino?).
Assegnato al tipo C della classificazione
Magi-Nicosia, presenta dimensioni e deco-
razione eccezionali.
530-480 a.C.

Capecchi 1984, pp. 38-39, nota 19, n. 31; Vannini


1987 (Capecchi), pp. 90-96, n. 407; Millemaci 2006,
p. 61 e nota 41; Perazzi 2010, pp. 362-367.

[C. T.]

116 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


32. Stele Bardini
Firenze, Galleria e Museo di Palazzo Mozzi Bardini; Villa Medicea di Cerreto Guidi, inv. A297.
Appartenente al lascito di Ugo Bardini.
Alt. max cm 29,5; largh. max 26,5; spess. 5,00.
Arenaria.

La stele, dalla caratteristica forma ovoi- figura femminile e lo schema iconografico


dale (tipo c), presenta la parte superiore trovano confronti stringenti con la stele di
asportata con un taglio obliquo netto ed Londa I (n. 3), sulla quale però non è raffi-
è priva dell’appendice di fissaggio; reca gurato il poggiapiedi.
tracce di calce sul retro. Una figura fem- Ultimi decenni VI-inizi V secolo a.C.
minile di profilo a sinistra, seduta su una
sedia ad alto schienale e con i piedi po- Martelli 1979, pp. 39-40, tav. 9; Capecchi 1984, pp.
sati su uno sgabello, vestita di un chitone, 38-39, nota 19, n. 32; Capecchi 1996, p. 167, nota 74.
tutulus in testa e calcei repandi ai piedi,
reca con la sinistra un fiore. La resa della [E. B.]

Corpus delle “pietre fiesolane” 117


33. Stele di San Martino a Mensola
Firenze, Museo Archeologico Nazionale.
Recuperata a Settignano (Firenze), dove era murata in una a casa di via della Torre.
Alt. cm 34; largh. 29,5.
Arenaria.

La stele, di forma ovoidale, era murata in 3) e con quella di Camporella (n. 24), a tal
un edificio a Settignano, presentando in vi- punto che tutte e tre sono state attribuite a
sta la faccia decorata a palmetta, un tipo di produzioni di una medesima bottega (Mar-
reimpiego piuttosto raro (Capecchi 1989, p. telli 1979, pp. 40-41). Per il lato B il termine
182). Sulla faccia principale è rappresentata di confronto più vicino è di nuovo riscon-
una figura femminile stante, con calcei re- trabile nel pezzo di Camporella, nonostan-
pandi ai piedi, nell’atto di sollevare con la te la presenza in esso del triplice nastro di
sinistra un lembo della veste. Sul lato po- raccordo fra le volute di base e talune lievi
steriore, una grossa palmetta a sette petali, differenze nella composizione.
contornata da girali terminanti a voluta. Ultimi decenni VI-inizi V secolo a.C.
Appartenente al tipo c della classificazione
Magi-Nicosia, la stele presenta i paralleli più Martelli 1979, pp. 40-41, nota 9, tav. XII, 2; Capec-
immediati, per l’affinità e le molteplici coin- chi 1984, pp. 38-39, nota 19, n. 33; Capecchi 1989,

cidenze nelle proporzioni, nell’abbigliamen- p. 182, nota 19.


to, nella posizione e nell’atteggiamento del-
la figura femminile con la stele di Londa I (n. [E. B.]

118 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


34. Cippo di Pistoia II
Pistoia, Musei dell’Antico Palazzo dei Vescovi.
Antico Palazzo dei Vescovi di Pistoia, deposito archeologico tardo antico.
Alt. cm 80; largh. max 33,70; spess. max 22,30.
Arenaria grigio-giallastra.

Cippo rilavorato, entro il IV secolo d.C., in


forma di semicolonna con una parte a se-
zione quadrangolare. Il coronamento e la
base sono perduti. Sulla faccia A, gola a
linguette concave, pannello ribassato de-
limitato da listello parzialmente conserva-
to, tracce di figura zoomorfa a rilievo della
quale rimane una zampa.
Attribuito al tipo C2, è da riferire al generi-
co periodo di diffusione della classe per il
pessimo stato di conservazione.
530-480 a.C.

Capecchi 1984, pp. 38-39, nota 19, n. 34; Vannini


1987 (Capecchi), pp. 290-294; Millemaci 2006, p.
60, nota 10; Perazzi 2010, pp. 362-367.

[C. T.]

Corpus delle “pietre fiesolane” 119


35. Stele di San Mercuriale
Pistoia, Monastero di San Mercuriale, attuale Pretura, inv. 240220.
Reimpiegata nelle strutture della cinta muraria medievale inglobata nel Monastero di San Mercuriale.
Alt. cm 91,3; largh. 42-46.
Arenaria grigio-giallastra.

Lastra trapezoidale priva di parte del coro- verticale affiancato da due gole a linguette.
namento e della base, con superficie scalfita Attribuibile al tipo b2, ne costituisce tuttavia
e scagliata. Il coronamento (perduto) era su un esempio non canonico (Capecchi 1984).
viticci a S orizzontali contrapposte con riem- Lo stato frammentario ne consiglia l’attri-
pitivi a goccia. Sulle facce A-D, un tondino e buzione al generico periodo di diffusione
fascia a guilloche, persi sul lato A. Sulla fac- della classe.
cia A, pannello ribassato delimitato da ton- 530-480 a.C.
dino (solo in alto), listello e gola a linguette
concave. Lo specchio interno fu spianato per Capecchi 1984; Gunnella 1984; Millemaci 2006, p.
l’esecuzione di un’epigrafe romana (Gunnel- 61; Perazzi 2010, pp. 383-385.
la 1984). Sui fianchi C-D, pannello ribassato
delimitato da listello con, al centro, tondino [C. T.]

120 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


36. Cippo di via de’ Bruni
Firenze, Museo Archeologico Nazionale, inv. 108685.
Da Firenze, via de’ Bruni.
Alt. cm 134; largh. 36-38; diam. coronamento 38.
Arenaria grigio-bruna a grana cristallina.

Il cippo a corpo parallelepipedo ricomposto centrale identico a quello presente sui cippi
da due porzioni longitudinali, manca di poco di Artimino I (n. 8), Pistoia I (n. 31) e di Pian
meno della metà del coronamento cipollifor- de’ Poggioli (n. 38). Similitudini si riscontra-
me. Sulla faccia principale, una figura maschi- no anche col cippo di San Tommaso (n. 5),
le stante verso sinistra, tiene nella destra una ma la raffigurazione del defunto eroizzato
lancia; indossa un elmo di tipo corinzio, calcei in aspetto di guerriero, per la presenza della
repandi ai piedi e una sorta di brevissima cla- lancia e dell’elmo, richiama piuttosto quella
mide intorno al polso sinistro. Sulle altre tre della stele di larth ninie (n. 1).
facce, tre singole figure di animali rampanti Terzo venticinquennio del VI secolo a.C.
verso sinistra e retrospicienti verso destra;
sulla faccia opposta a quella con figura uma- Capecchi 1984, pp. 38-39, nota 19, n. 36; de Marinis 1989;
na, un grifo; sulle altre due, un leone. de Marinis 1991, pp. 293-295; de Marinis 1994, pp. 72-73,

Il cippo, che appartiene al tipo C3, presen- figg. 28-31, pp. 75-76; de Marinis 1996, pp. 150-151.
ta, alla base dei riquadri decorati, una fascia
con motivo a S contrapposte con palmetta [E. B.]

Corpus delle “pietre fiesolane” 121


37. Stele Salviati
Sant’Agata del Mugello (Scarperia), Palazzo Salviati, proprietà privata.
Palazzo Salviati a Sant’Agata, recuperata in seguito ad una segnalazione nel 1984.
Alt. cm 38; largh. 34.
Arenaria grigia.

Antemio di fastigio a palmetta attribuibile a


una stele di tipo b della classificazione Ma-
gi-Nicosia, come lascia supporre la larghez-
za del reperto. Mediocre stato di conser-
vazione: risultano mancanti una porzione
della parte inferiore di un lato breve e tutta
la porzione inferiore delle volute di base
(presumibilmente tolta in epoca moderna).
Fine VI-inizi V secolo a.C.

Fedeli 1987-88; Fedeli 1991; Capecchi 1996, p. 154,


n. 37.

[L. F.]

122 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


38. Cippo di Pian de’ Poggioli
Dicomano, Museo Archeologico Comprensoriale del Mugello e della Val di Sieve, inv. 138457.
Dalla località Ferroncino, vocabolo Pian de’ Poggioli (Scarperia); identificato nel 1986, già murato nella
parete di un fienile.
Alt. cm 73; largh. 36,5-38; lungh. 31; alt. incastro 12; diam. incastro 18.
Arenaria grigia.

Cippo di tipo C2, le cui facce, conservate par-


zialmente, sono decorate a bassorilievo. La
faccia A mostra una traccia di piede umano,
appoggiato alla cornice inferiore del pannel-
lo. La faccia B è caratterizzata da un pannel-
lo figurato con un animale accucciato, forse
un felino, reso di profilo e volto a sinistra. La
faccia D mostra un animale alato (grifo) ac-
cucciato di profilo, volto a sinistra. Nella par-
te inferiore si nota un’alta fascia compresa
tra due listelli orizzontali: su ogni faccia sono
presenti due viticci a forma di S, contrappo-
sti e desinenti in una palmetta centrale con
riempitivi a goccia. La doppia voluta del fre-
gio riporta il manufatto al sottotipo delinea-
to negli scorsi anni Ottanta (de Marinis 1986,
pp. 281-283, figg. a pp. 146-147).
Il cippo, che doveva possedere in origine
dimensioni notevoli, sembra rispettare la
sequenza dei soggetti figurati caratteristica
del tipo, con animali su tre facce e figura
umana sulla restante. Nonostante il preca-
rio stato di conservazione e le vaste lacune
presenti, il manufatto palesa tuttora un ele-
vato impegno artistico, come lasciano sup-
porre la raffinata decorazione accessoria e
l’originaria presenza di una base d’appog-
gio testimoniata dall’incastro cilindrico.
530-480 a.C.

Fedeli 1987-88; Fedeli 1991; Capecchi 1996, p. 154, n.


38, p. 163, nota 11; Cappuccini 2009, pp. 90-91, n. 7.

[L. F.]

Corpus delle “pietre fiesolane” 123


39. Cippo della Castellina
Firenze, Villa Corsini a Castello.
Da Quinto Fiorentino, Villa La Castellina.
Alt. max cm 66; largh. 16-17.
Arenaria.

Cippo a fusto parallelepipedo, con coro- II (n. 25), anche se con misure, caratteristi-
namento cipolliforme e codolo inferiore che formali e decorative diverse, e al cippo
troncoconico, riconducibile al tipo Cı della di Montemurlo (n. 22).
classificazione Magi-Nicosia. Sulle quattro Seconda metà VI-primi decenni V secolo a.C.
facce, due viticci a girale in alto e motivo a
rettangolo verticale incavato, nel resto del de Marinis-Nicosia 1992, pp. 612-613, tav. CIX, a; Ca-
campo. pecchi 1996, p. 154, n. 39, pp. 158-159, tab. 1 n. 39,
Il motivo decorativo a rettangolo, che po- p. 166, nota 52.
trebbe rappresentare la porta degli Inferi,
avvicina il monumento al cippo di Artimino [Lu. P.]

124 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


40. Stele di Sesto Fiorentino
Firenze, Villa Corsini a Castello, inv. 173815.
Da Sesto Fiorentino.
Alt. cm 29,4; largh. 27; spess. 10.
Arenaria grigia molto compatta.

Stele frammentaria, tronca all’altezza delle Montemurlo (n. 22), mentre la posizione
spalle e poco sotto le ginocchia della figura della mano sinistra poggiata verticalmen-
che vi è rappresentata. Il retro incavato e te sul fianco si ritrova puntualmente nelle
le fiancate logore sono dovuti al lungo uso figure dei cippi di San Tommaso (n. 5), In-
della pietra come cote. Si conserva la parte ghirami (n. 6), via de’ Bruni e di Montemur-
centrale di una figura virile volta a sinistra lo, ma anche sulla stele di Frascole (n. 28).
che impugna una lunga asta nella mano Fine VI-inizi V secolo a.C.
destra, mentre la mano sinistra è poggiata
verticalmente sul fianco. Capecchi 1996, p. 154, n. 40, p. 163, note 5, 12, p. 165,
Il motivo iconografico della figura maschi- note 34, 35, p. 167, nota 70.
le con l’asta trova riscontri solo su cippi,
come quello di via de’ Bruni (n. 36) e di [E. B.]

Corpus delle “pietre fiesolane” 125


41. Stele Rocchi Casotti
Prato, murata all’interno di Palazzo Rocchi-Casotti, proprietà privata.
Prato, Palazzo Rocchi Casotti, segnalazione del 1994.
Alt. cm 25.
Arenaria grigiastra.

Coronamento di stele con palmetta penta-


lobata su doppia spirale a C contrapposte
e due bocci laterali, riconducibile al tipo c
della classificazione Magi-Nicosia. La pre-
senza della stele in una muratura ripropone
il tema della decontestualizzazione di que-
sti monumenti funerari e in particolare del
loro riutilizzo in età antica come materiale
da costruzione. Poco credibile sembra l’e-
ventualità di una più lontana provenienza
dal luogo dove sono stati reimpiegati, con-
siderata la pesantezza di questi manufatti
in pietra (Capecchi 1994, pp. 33-52). Prima
del recupero del frammento di Gonfienti (n.
46) questa attestazione costituiva l’unico
rinvenimento per il territorio di Prato, che
oggi invece sembra rientrare a pieno titolo
nell’ambito di diffusione delle “pietre fieso-
lane” della pianura fiorentino-pistoiese.
Ultimi decenni del VI-inizi V secolo a. C.

Bruni 1994, p. 69; Capecchi 1996, p. 154, n. 41, p. 163,


nota 6; Pagnini 2011d, p. 214.

[Lu. P.]

126 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


42. Frammento di Artimino
Artimino, Museo Archeologico Francesco Nicosia, inv. 248476.
Da Artimino; recuperato nel 1993 tra i detriti di un crollo in località Il Casino.
Alt. max cm 27; largh. 22; spess. 11.
Pietra serena, colore grigio giallastro.

Si conserva la parte inferiore di una figura


abbigliata con lungo chitone, presumibil-
mente di tipo ionico, che scende sul davanti
tra i piedi divaricati – ben visibili solo nella
veduta laterale – e disegna una debole cur-
va anche sul retro. La scultura, sostenuta
da una base ad angoli stondati, su tenone
rustico, è un unicum di scuola fiesolana, a
destinazione verosimilmente funeraria.
La tecnica adottata dallo scultore fiesolano
si caratterizza per l’incapacità di gestire pie-
namente i diversi piani della scultura, passan-
do dalla visione sulle quattro facce a quella
a tuttotondo. Questa probabile imperizia po-
trebbe spiegare la singolarissima posizione
dei piedi. Calzati in calcei repandi dall’accu-
rata curvatura (che sembrano la trascrizione
puntuale di quelli reali rivestiti di lamina d’oro
dal Tumulo di Hockdorf: cfr. Marzoli 2000),
essi occupano quasi tutta la parte laterale
della statua. Di conseguenza il chitone sul
davanti non scende aderendo alla parte an-
teriore delle caviglie, ma se ne discosta per
buona parte della lunghezza del piede, la-
sciando emergere solo la punta. Le calzature
e il costume collocano l’esemplare tra gli ul-
timi decenni del VI e i primi del V secolo a.C.

Poggesi 1997, p. 101; Poggesi-Pagnini 2011, pp. 491-


492, figg. 2-3.

[M.C. B.]

Corpus delle “pietre fiesolane” 127


43. Cippo del Mecchio
Rignano sull’Arno, Casa Il Mecchio, proprietà privata.
Da Rignano sull’Arno, rinvenuto intorno al 1996 durante lavori di ristrutturazione della Casa il Mecchio.
Alt. max cm 22,4; largh. max alla base 22,1; largh. alla sommità 21.
Arenaria grigio-giallastra a grana grossa.

Si conserva solo la metà superiore del cip- un cerchio. Le facce del cippo sono de-
po; il lato C è quasi interamente asportato corate con una specchiatura rettangola-
da un’ampia e profonda scheggiatura; i lati re verticale, incavata entro una cornice;
B e D sono parzialmente conservati. quest’ultima è ornata, nel breve segmento
Il cippo è ascrivibile al tipo C (sottotipo superiore, con un motivo a meandro reso
C2 o C3) della classificazione Magi-Nicosia. in bassorilievo e costituito da una greca di
Presenta fusto aniconico, parallelepipedo tre elementi.
e un po’ rastremato in alto; è sormonta- V secolo a.C.
to da un coronamento sferoidale, legger-
mente depresso nella parte sommitale, Fedeli 2013.
con consunta decorazione incisa, presu-
mibilmente un fiore a più petali iscritto in [L. F.]

128 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


44. Cippo di Sandetole
Dicomano, Museo Archeologico Comprensoriale del Mugello e della Val di Sieve, inv. 240158.
Da Dicomano, recuperato nel 2000 nel corso di lavori in località Sandetole.
Alt. cm 105; largh. 26-23,5; diam. bulbo 21; alt. base 30.
Arenaria di colore giallo-grigio.

Cippo tronco-piramidale con terminazione


a bulbo sferoidale, impostata su una corni-
ce orizzontale con linguette concave. Sulle
quattro facce, altrettante specchiature cave,
strette e allungate, prive di decorazione. Par-
te inferiore ingrossata, sbozzata e non rifinita.
La pietra rientra nel genere aniconico dei
cippi fiesolani, contraddistinti da corpo pri-
smatico sormontato da un coronamento
cipolliforme o, come nel caso di Sandeto-
le, sferoidale. Appartenente al tipo C3 della
classificazione Magi-Nicosia, la pietra è uno
dei pochi manufatti della serie che risulti
privo di decorazione, se si eccettua la fascia
a linguette sotto il coronamento. Rispetto al
tipo canonico C1 a forma di parallelepipedo,
l’esemplare di Sandetole è rastremato nel-
la parte superiore, configurando di fatto un
tronco di piramide. Ciò potrebbe condurre
a ipotizzare che le stele di tipo b2, trapezoi-
dali, rappresentino una concettuale “ridu-
zione” a una sola faccia dei cippi (almeno
quelli di tipo C2 e C3). Non sembra peraltro
possibile, al momento, stabilire una chiara
sequenza fra le stele trapezoidali e i cippi
tronco-piramidali, data anche l’omogeneità
delle rappresentazioni presenti sui due tipi.
530-480 a.C.

Cappuccini 2009, p. 89; Fedeli 2013.

[L. F.]

Corpus delle “pietre fiesolane” 129


45. Cippo di Travalle
Calenzano, proprietà privata.
Identificato negli anni Novanta in una residenza privata a Travalle (Calenzano).
Alt. cm 48,4; diam. max 58; diam. base 46.
Arenaria.

Cippo sferoidale con superficie inferiore pia- Fine VI secolo a.C.


na. La superficie della pietra è abrasa e non
ci sono segni di distacchi o fratture di rilievo, Filippi et alii 2005, p. 134; Baldini et alii 2006, pp.
208-209; Baldini 2012, pp. 208-209.
se non una profonda perforazione nella parte
sommitale del monumento realizzata in età
moderna, per l’alloggiamento di un anello in [A. M.]
ferro. Sulla sommità è conservata una de-
corazione solo parzialmente decifrabile, che
consiste in una serie circolare di incisioni in-
terpretabili in una sequenza continua di pal-
mette; al di sotto è conservata una fascia de-
limitata da due listelli a rilievo concentrici al
cui interno è stato scolpito un motivo a onde.
Il cippo rientra nel tipo A della classificazio-
ne Magi-Nicosia e trova confronti nell’ambi-
to delle “pietre fiesolane” con decorazione a
rilievo limitata alla parte sommitale. I modelli
decorativi adottati trovano confronti con
quelli diffusi nell’Etruria costiera centro-set-
tentrionale.

130 L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina


46. Cippo di Gonfienti
Prato, depositi, inv. 248532.
Dagli scavi archeologici dell’insediamento etrusco di Gonfienti (Prato)
Alt. max cm 10,7; largh. 13,6; lungh. 7.
Arenaria.

Il frammento presenta corpo a sezione qua-


drangolare. Sulla sommità, piatta, si conserva
per metà un incavo rettangolare, funzionale
all’incastro di un coronamento. La parte su-
periore è modanata su entrambi i lati conser-
vati, secondo la sequenza seguente, dall’alto
verso il basso: listello a profilo triangolare; fa-
scia strigilata obliqua (kyma dorico); listello
a profilo convesso; gola liscia. Si conserva il
frammento di uno degli spigoli superiori.
Il frammento è stato rinvenuto durante gli
scavi archeologici effettuati dalla Soprin-
tendenza nell’area del Lotto 14 all’interno
di una massicciata stradale di epoca roma-
na. Le caratteristiche stilistiche dell’esem-
plare rimandano all’ambito delle “pietre
fiesolane”, in particolare alla decorazione
accessoria del cippo di San Tommaso (n.
5) e, per la sequenza, alla stele di San Mer-
curiale a Pistoia (n. 35). Potrebbe apparte-
nere ad una base o ad un cippo composito.
Fine VI secolo a.C.

Inedito.

[G. M.]

Corpus delle “pietre fiesolane” 131


47. Base di Cippo (?)
Artimino, Museo Archeologico Francesco Nicosia, proprietà Curia Vescovile di Pistoia.
Da Artimino, già murato nella Pieve di San Leonardo.
Alt. max cm 20,5; largh. 55; lung. max 36.
Arenaria grigia compatta (pietra forte).

Frammento attribuibile ad una base di cip- rale sinistro e posteriore, raccordate da una
po, pur nella consapevolezza che non si palmetta nell’angolo risultante. Faccia po-
possa escludere totalmente la sua pertinen- steriore e parte superiore del fianco sinistro
za ad una base di statua o di altare. Inca- inornati.
vo sub-cilindrico eccentrico e parzialmente Questo frammento – che meriterà una
rilavorato in epoca contemporanea; fianco più ampia analisi – mostra i legami della
destro, base e parte inferiore del fianco si- “scuola fiesolana” con la tradizione tardo
nistro mutili. orientalizzante che aveva caratterizzato
Dell’apparato ornamentale, che consente di la produzione eburnea “locale”, nella qua-
attribuire l’esemplare alla “scuola fiesolana”, le ricorre non occasionalmente il motivo
si conservano una cornice a linguette e toro delle guilloches accoppiate, oltre a quello
sulla fronte e parte delle bande a guilloches frequentissimo delle guilloches scempie.
marginate da listelli che incorniciano lo Ultimi decenni del VI-inizi V a.C.
specchio superiore: una accurata guilloche
semplice, delimitata da un largo listello, in Poggesi 1997, p. 101; Pagnini 2011b, p. 485, c, fig. 9.
corrispondenza della faccia frontale; sottili
guilloches accoppiate lungo i margini late- [M.C. B.]

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Finito di stampare in Italia nel mese di marzo 2016
da Pacini Editore Industrie Grafiche - Ospedaletto (Pisa)
per conto di EDIFIR-Edizioni Firenze