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Francesco Petrarca.

La poetica e le opere

Da Dante a Petrarca: l'interiorità al primo posto

Petrarca e Dante sono separati dallo spazio di una sola generazione - Dante nasce nel 1265, Petrarca nel
1304 -, eppure sembrano appartenere, in buona parte, a epoche diverse per ragioni di carattere,
educazione, sensibilità.

Differenze sul piano biografico

• Dante proveniva da una famiglia di piccola nobiltà ridotta quasi in povertà. L'esilio aveva aggravato di
parecchio il suo bisogno.
• Petrarca non ha problemi economici (il padre, notaio, gli garantisce l'istruzione migliore); poi si fa
chierico e ottiene rendite e benefici; infine, si giova dell'ospitalità di numerosi signori, che si onorano di
accogliere un personaggio tanto famoso e che si avvalgono talvolta dei suoi servizi diplomatici
affidandogli missioni e ambascerie.

Differenze di tipo sociale e politico

• Dante apparteneva al mondo comunale e viveva da protagonista le passioni politiche del suo tempo. Pagò
personalmente le conseguenze della sconfitta dei guelfi bianchi con un duro esilio protrattosi fino alla
morte. Il suo ideale politico era il grande impero o «monarchia» universale.
• Petrarca vive nella grande corte della curia papale di Avignone, oppure protetto da vari signori (i Colonna,
re Roberto d'Angiò a Napoli, i Visconti a Milano, i Carrara a Padova). Il suo ideale è l'Italia intesa come
patria più culturale che politica. Le amicizie letterarie, gli studi, il ritiro spirituale e intellettuale prevalgono
sull'impegno attivo.

Differenze di collocazione storica e culturale

• Sul piano della cultura, Dante di fatto chiudeva un'epoca: la Divina Commedia appare la sintesi più compiuta
della civiltà medievale, giunta al suo apogeo.
• Petrarca non si pone fuori dal Medioevo: tuttavia la sua è la posizione di chi stenta, ormai, a
riconoscersi nei valori del mondo medievale, pur se non è ancora in grado di proporne altri con pari sicurezza.
Egli insomma vive e testimonia la fase del trapasso dal Medioevo a una nuova era, quella umanistica.

Dalla sintesi (Dante) all'analisi (Petrarca)

• La Divina Commedia di Dante era l'ultima delle sintesi enciclopediche in cui il Medioevo aveva
riversato tutto il proprio sapere teologico, filosofico, scientifico, morale, letterario.
• Petrarca tende a rifiutare la sintesi unitaria, l'opera in cui racchiudere organicamente tutto lo scibile. Si concentra
invece, volta a volta, su problemi diversi: la sua misura non è la sintesi, ma l'analisi. Invece che alla grande summa
sul tipo della Commedia, egli guarda alla raccolta di biografie sparse (De viris illustribus, ossia Gli uomini illustri), di
lettere sparse (gli epistolari), di «rime sparse» (quelle del Canzoniere). Quando si cimenta nel poema epico (con
l'Africa) lo lascia incompiuto, mentre i Trionfi, l'unica sua opera che punta alla sintesi unitaria e «chiusa», rimane
poeticamente debole.

Differenze sul piano della sensibilità culturale

• A Dante interessava la vita (della natura e dell'uomo) nella sua totalità, in ogni suo aspetto: la Commedia
era lo specchio di tale attitudine generale, dopo gli svariati interessi (filosofici, scientifici, linguistici, politici)
sviluppati nelle opere minori. Neppure Dante rinunciava all'analisi psicologica dell'uomo in quanto essere
individuale: nei suoi scritti si trovano numerosi momenti di "sguardo introspettivo". Ma la dimensione del

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singolo era sempre intesa da lui come parte di una visione universale, all'interno di una più generale ragione
storica e spirituale.
• Petrarca non dà importanza né alle scienze della natura né alla teologia: gli preme quasi soltanto riflettere
sull'uomo in se stesso, sull'«umanità» (in latino, humanitas). È questa la fonte del suo umanesimo. Al centro
della sua ricerca sono sempre l'individuo e la sua anima, e anzitutto quell'individuo particolare che è il suo
personale io interiore. Il tormentoso muoversi degli esseri umani nel mondo, tra slanci e dubbi, prove ed
errori, speranze e fragilità, è il grande tema dei suoi capolavori: il Secretum, le epistole latine, il
Canzoniere.

Differenze sul piano della sensibilità personale

• Dante era uomo di certezze: il suo percorso umano ci consegna il profilo di un intellettuale sicuro di sé,
che - superata la fase di dubbio e di «traviamento» di cui lo rimprovera Beatrice nel Purgatorio - ha maturato
una salda visione complessiva della realtà e ha un messaggio chiaro e unitario da proporre al mondo.
• Petrarca è uomo di oscillazioni, di pentimenti, di dubbi coltivati quasi in modo ossessivo. Difficile, per lui,
pensare a una conoscenza acquisita una volta per tutte: per esempio, pur affaticandosi per tutta la vita sulla
forma finale da dare al suo Canzoniere, ci lavorò, insoddisfatto, fino agli ultimi giorni. Ogni problema
(anzitutto il tormentato rapporto con se stesso e con Dio) diviene per lui oggetto di analisi critica e di
ricerca. Invece di scegliere una teoria del mondo o del pensiero a cui attenersi, Petrarca si interroga senza
sosta sulle ragioni di qualsiasi risposta o soluzione.

Differenze sul piano della fede religiosa

• Quella di Dante era la fede salda e collettiva tipica della civiltà medievale. Egli attingeva con fiducia alla
visione del tomismo, la dottrina teologica che, ponendo Dio al centro di tutto, dava un orientamento stabile
ai credenti.
• Anche Petrarca è uomo di fede sincera, ma la coltiva come un fatto personale, da vivere nell'intimo,
come si può e se si può. Non si appaga delle certezze dei teologi: vuole ritrovare Dio dentro di sé. Però lo
sente spesso lontano: si considera indegno dell'amore e del perdono divino e lotta contro questa
inadeguatezza, senza riuscire a riscattarla.
Differenze nella concezione dell'amore

• Beatrice nella Vita nuova appariva come un angelo di Dio (la sua bellezza era un riflesso diretto dello
splendore di Dio) e poi, nella Commedia, conduceva il pellegrino Dante fino a Dio, nell'Empireo. L'amore, in
Dante, era fonte di beatitudine ed era una via per raggiungere Dio.
• Laura invece appare al poeta del Canzoniere come una creatura terrena, fragile, soggetta alle insidie del
tempo che passa; e soprattutto, non conduce il poeta a Dio, all'appagamento, alla serenità. Anzi, Petrarca
vive la bellezza di Laura come un ostacolo e una tentazione: l'amore spesso non appare una strada per
ascendere a Dio, ma una colpa, di cui chiedere perdono senza avere la certezza dell'assoluzione.

Differenze nel rapporto con gli autori classici

• Dante aveva ben presenti gli autori classici e l'importanza della loro testimonianza letteraria, ma sempre
all'interno di un'interpretazione medievale del mondo antico e non cristiano. Virgilio, nella Commedia, era
maestro di saggezza e di virtù, guida del pellegrino nell'oltretomba, ma solo fino al purgatorio: per
ascendere al paradiso, era necessaria la scienza della rivelazione, Beatrice, cioè la grazia di Dio.
• Petrarca non guarda agli autori classici come a uomini perfetti solo a metà: per lui, sono uomini perfetti e
basta. Il fatto che non fossero cristiani diviene secondario e questa è una rivoluzione, rispetto alla
mentalità medievale. Per Petrarca i classici sono come fratelli maggiori, compagni di strada che mostrano a
noi moderni come si può esplorare il nostro intimo, conoscere noi stessi e progredire così sulla via della
virtù - anche se, forse, non saremo mai davvero felici..
I motivi fin qui delineati si ritrovano un po' in tutte le opere petrarchesche, anche se con intensità diverse.
Affiorano nel modo più diretto e sincero in quel diario autobiografico che è il Secretum, vera messa a nudo
dell'interiorità dell'autore, oltre che, ovviamente, in molte liriche del Canzoniere. Quello di Petrarca è il profilo di
un intellettuale laico, che va oltre il Medioevo anticipando le grandi novità - di cultura e di sensibilità - che presto

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avrebbero caratterizzato l'età umanistico-rinascimentale, per travasarsi poi nella cultura dei secoli successivi.
Egli fu il primo scrittore europeo a elaborare consapevolmente queste nuove idee: fu insomma l'iniziatore della
civiltà moderna.

L'umanesimo di Petrarca

Petrarca, uomo del dubbio e dell'oscillazione, sentiva di non poter ricavare risposte certe neppure dalla fede
cristiana, da lui vissuta il più delle volte come fonte d'angoscia, più che di consolazione. Tuttavia aveva
qualcuno o qualcosa a cui chiedere aiuto: i grandi autori latini.
Per il Medioevo gli autori classici erano modelli di stile e di cultura, ma anche un punto di partenza solo
parziale e provvisorio rispetto al cristianesimo e alla salvezza dell'anima. Cicerone, Virgilio, Seneca apparivano
irrimediabilmente dei pagani, lontani dalla verità. L'Eneide e gli altri capolavori della cultura antica erano
amati solo in nome delle verità preparatorie alla fede cristiana che da quei testi si potevano estrarre.
Petrarca supera questa limitatezza: è il cuore del suo umanesimo. Quel Virgilio che Dante mostrava di
ammirare tanto nella Commedia, ma che, pur a malincuore, aveva comunque posto nel limbo (canto IV
dell'Inferno) perché non aveva conosciuto la fede, con Petrarca esce, in un certo senso, dal limbo, per porsi come
modello di umanità perfetta, senza più riserve.
Petrarca agisce così perché attribuisce al mondo classico due dimensioni rimaste ignote ai medievali: la
dimensione storica e quella esemplare.

1. Restituire ai classici la loro dimensione storica

Quando i medievali leggevano, per esempio, la quarta egloga delle Bucoliche di Virgilio, incontravano la profezia di un
«fanciullo» (un puer) in procinto di nascere per rinnovare il mondo e la interpretavano come un annuncio della
nascita di Cristo. A loro non interessava capire in onore di quale personaggio storico (Ottaviano? il figlio di Asinio
Pollione?) Virgilio avesse scritto quel testo: l'imminente nascita di Gesù era la verità che si poteva estrarre,
simbolicamente, da esso, e tanto bastava. Leggendo gli antichi in modo simbolico e allegorico, i medievali
rendevano le loro opere, in un certo senso, contemporanee alle esigenze del proprio tempo. Ma così facendo
operavano una forzatura su testi nati per esigenze del tutto diverse. In sostanza, il Medioevo non riusciva a
cogliere i classici nel loro esatto contesto storico.
Petrarca fu il primo intellettuale in Europa ad accostare i classici con una nuova consapevolezza storica. Fu
il primo a collocare il mondo classico in un preciso e distinto contesto storico e culturale. Per Petrarca, gli
antichi sono antichi: il loro è un mondo «separato» e questa particolarità va riconosciuta. Ma, pur se lontani da
noi, gli antichi sono pronti a parlarci, a rivelarci l'umanità comune che apparteneva a loro così come appartiene,
oggi, a noi che li accostiamo.
In questo senso si spiega lo studio infaticabile condotto da Petrarca sugli auctores. Egli fu il primo in Europa a
esaminare le opere antiche con uno scrupolo scientifico, per ricostruire il testo così come l'autore antico lo aveva
scritto (per ristabilire cioè la sua presunta forma originale, la lezione corretta). Fu insomma il primo filologo
moderno e fu anche il primo a investigare le biblioteche di tutta l'Europa, per riportare alla luce i testi antichi che
ancora vi giacevano, sconosciuti o dimenticati. Filologia e bibliofilia (cioè l'amore per i libri) erano le due facce del
suo profondo interesse per l'antichità. Ricostruire l'integrità dei testi e degli autori classici era indispensabile, se
si voleva restituirli alla loro primaria dimensione storica.

2. Restituire ai classici la loro dimensione esemplare

Ma la filologia in Petrarca non è un fine: è un mezzo per accostarsi a quell'esempio di umanità che l'autore
antico rappresenta. È la dimensione esemplare che contraddistingue l'umanesimo petrarchesco.
Già i medievali avevano valorizzato il concetto di exemplum ("esempio"), ma Petrarca lo trasforma radicalmente:
non si tratta più di rintracciare «esempi» di fede in autori e testi pagani (chi fa questo, agisce in modo
antistorico), bensì di trovare in loro l'umanità comune, ché lega noi a loro e loro a noi. Bisogna, è quanto
sostiene Petrarca, porci a colloquio con loro, da pari a pari. Non è un colloquio inutile, perché i classici antichi
raggiunsero le vette più alte di cui lo spirito umano è capace.
Uno dei sentimenti più radicati in Petrarca (accadrà così anche per gli umanisti del Quattrocento) è l'ammirazione
per la grandezza di una civiltà che, pur al di fuori della rivelazione cristiana, seppe realizzare tutti gli obiettivi che
lo spirito umano è in grado di raggiungere. Perciò egli aspira profondamente ad avvicinarsi al modello ideale di
perfezione incarnato dai classici. Sa di essere distante da loro (non ignorando la loro dimensione storica), ma

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ritiene di non esserlo troppo: c'è qualcosa che resiste oltre il tempo, al di là delle differenze storiche, ed è
l'humanitas, lo sforzo di conoscersi, di rendersi uomini migliori, per sé e per gli altri.
La perfezione che esiste nelle pagine dei classici dell'antichità può - Petrarca ne è convinto - essere riproposta
anche oggi: il dialogo con il passato può divenire stimolo perenne all'affinamento interiore. Entrare in colloquio
con i classici significa porre l'umanità a colloquio con se stessa: significa percorrere un buon pezzo di quella strada
che ciascuno di noi deve seguire se vuole giungere alla coscienza di sé.
Umanesimo e ricerca dell'interiorità: le due esigenze più profonde del mondo petrarchesco si incontrano e si
saldano, dando vita a una nuova cultura.

Il capolavoro dell'epistolario

L'epistolario è il capolavoro di Petrarca umanista e scrittore in latino: un autentico monumento letterario, che
consta di circa 500 lettere in prosa e altre 66 in versi. Le epistole furono riordinate dall'autore in alcuni gruppi:

• Familiares (350 lettere "agli amici");


• Seniles (125 lettere "senili", cioè riferite alla vecchiaia);
• Sine nomine (19 lettere "senza il nome del destinatario" a causa del loro contenuto polemico verso la
curia romana);
• Variae (epistole non incluse nelle raccolte principali e diffuse solo dopo la morte dell'autore). A parte
stanno le Epistulae metricae ("lettere in versi"), oltre 60 componimenti stesi nell'arco di molti anni, su
temi vari, privati e pubblici.

Messo assieme nell'arco di molti decenni a partire dal 1351 circa, l'epistolario costituisce l'immagine più
esauriente della natura poliedrica del suo autore. Da giovane, Petrarca aveva preferito dedi carsi a opere storiche
o di erudizione. Giunto alla maturità, egli raccoglie le proprie lettere con l'intento di impartire una direzione
diversa al proprio umanesimo, facendosi più attento alle dinamiche interiori, alla riflessione sull'umanità
comune. Nel chiaroscuro delle singole epistole, spesso articolate come mini-trattati di filosofia morale, si
fondono speranze e delusioni, inquietudini e propositi: è l'inconfondibile profilo intellettuale che parallelamente
prende vita anche nel Canzoniere.
L'ultimo libro delle Familiares contiene la grande novità di un gruppo di ventiquattro lettere immaginarie
destinate ai grandi autori antichi. Se essi ci interpellano senza sosta dalle loro pagine, perché non rispondere in
modo appropriato? Petrarca prende carta e penna e scrive a Cicerone, Seneca, Quintiliano, Tito Livio, Omero,
Orazio, Virgilio e altri. Dialoga con loro come in un colloquio tra amici, pur conscio che si tratta, in realtà, di un
senno infra absentes, un "dialogo tra lontani". La distanza storica tra noi e i classici rimane incolmabile. Ma ciò che
resta vicina, tangibile, è la comune umanità, l'appartenenza a una civiltà che vive perenne dentro di noi.

Le opere volgari di Petrarca


Da vero umanista, innamorato della lingua latina e dell'esempio dei classici, Petrarca poteva concepire l'uso
del volgare solo per scritti di piccolo conto. Tra questi, le «rime sparse» che stava via via raccogliendo nel
Canzoniere: il libro di versi in volgare incentrato sull'amore per Laura, ma anche sul senso di colpa che questo amore
generava nel poeta e, quindi, sui dubbi e sulla richiesta di perdono a Dio.
L'unica eccezione, cioè un'opera in volgare molto ambiziosa per struttura e contenuti, è rappresentata dai
Trionfi, un poema (il titolo originario era però in latino: Triumphi) scritto nel metro della Divina Commedia, cioè in
terza rima. Elaborato dal 1356 fino alla morte, rimase incompiuto. L'opera fu pensata come una serie di sei
successivi «trionfi» ("sfilate" in senso militare) a cui il poeta assiste in sogno:
• il Trionfo dell'Amore su ogni altro sentimento umano (in quattro canti, in cui il poeta si rappresenta come
schiavo d'amore);
• il Trionfo della Pudicizia o castità sull'amore (grazie alla resistenza di Laura, in un canto);
• il Trionfo della Morte sulla pudicizia (in due canti, che narrano tra l'altro la morte di Laura);
• il Trionfo della Fama sulla morte (in tre canti, con una lunga galleria di personaggi illustri);
• il Trionfo del Tempo sulla fama (ogni grandezza umana finisce, in un canto);
• il Trionfo dell'Eternità (in un canto, scritto nell'ultimo anno di vita, il 1374).
I Trionfi sono, in complesso, un'opera non riuscita, che aggiunge poco o nulla al profilo di Petrarca umanista

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così come alla sua grandezza di poeta in volgare. Semmai abbiamo da essi una testimonianza di come
Petrarca fosse ancora vicino, malgrado tutto, a quella cultura medievale da cui, per tanti altri aspetti, si stava
staccando.
Ritroviamo nei Trionfi una serie di elementi legati alla mentalità medievale:
• la struttura «chiusa» del poema, incorniciato in sei successivi episodi per narrare una progressione inesorabile dal basso verso l'alto;
• il simbolismo; al poeta addormentato si presentano in sogno varie scene, figure, processioni trionfali,
guidate da entità astratte (l'Amore, la Pudicizia, il Tempo ecc.);
• il prevalere, su ogni altra cosa, dell'«eternità» di Dio; il Petrarca dei Trionfi è quello ormai «pentito» dei
propri errori, che aspira alle verità sicure e incrollabili della fede.

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