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Introduzione

alla lettura della


DIVINA COMMEDIA
Chi è il Dante Alighieri della Commedia?

Dante Alighieri (Firenze, 1265 – Comacchio, 1321), nello scritto in cui


presenta la Commedia al suo benefattore, Cangrande Della Scala,
signore di Verona, di cui è stato ospite per qualche tempo, si dichiara
“fiorentino di origini, non di costumi”
per rimarcare il suo totale distacco dalla sua terra di origine, di cui egli
ha valutato oramai da tempo, dopo l’esperienza dei conflitti civili cui ha
preso parte, il livello di disgregazione civile e morale.
Il primo tratto biografico del poeta che scrive la Divina Commedia è
quello di essere oramai da tempo
un uomo senza patria

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Cosa significa essere senza patria?

Nella società tardo-medievale dei Comuni, la nuova realtà politica,


socio-economica e culturale tipicamente italiana del XIII secolo, chi
come Dante è stato condannato all’esilio (e poi addirittura a morte...)
ha perso tutto
oltre al distacco dalle sue radici, dal suo ambito familiare e di ceto, ha
perso i suoi beni, la sua sicurezza personale, e tutto quello che lo
identifica con una comunità civile.
Dante, cancellati legami, ambizioni, speranze per il futuro, è
completamente solo davanti a se stesso, spinto ad interrogarsi

sul significato della propria esistenza

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Nella selva oscura

La condizione di senza-patria porta Dante a dubitare non solo di ciò che


ha fatto (impegno politico, onori, studi, produzione poetico-letteraria),
ma necessariamente e prima di tutto a

dubitare di se stesso
Il dubbio lo coglie proprio quando più gli occorre un orientamento per la
propria vita: quando comincia ad intravederne l’orizzonte finale, la
morte.
Questa esperienza di azzeramento interiore è infatti il punto di partenza
della Commedia, che Dante descrive come selva oscura.
Attenzione: egli intravede ancora la salvezza e la via per giungervi, ma
non trova più in sé le forze per percorrerla, e dà quindi modo alle tre
fiere di sbarrargli il cammino.
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Come superare questa crisi profonda?

Difronte all’annientamento della propria identità esteriore, Dante compie


a questo punto un passo fondamentale, tipico dell’uomo che ha
raggiunto la piena maturità senza rinunciare ai propri ideali
fondamentali.
Ritrova le sue forze più profonde: quelle che avevano alimentato la sua
anima nell’esperienza di amore per Beatrice.
Dante trova così il filo conduttore dell’intera sua vita, ponendola sotto il
segno di quell’Amore che, attraverso l’incontro con l’essere amato, si
eleva fino a divenire prima Conoscenza e poi Unione con il Divino.

DONNA AMATA ➡ AMORE SPIRITUALE ➡ CONOSCENZA AMORE SPIRITUALE ➡ AMORE SPIRITUALE ➡ CONOSCENZA CONOSCENZA ➡ AMORE SPIRITUALE ➡ CONOSCENZA DIO

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La poesia come strumento dell’anima

Dante trova quindi le risposte alle domande che si è posto negli anni
della sua crisi esistenziale maturata con l’esilio proprio creando la

Commedia
nella quale vuole riversare i risultati della sua esperienza interiore,
vissuta in piena e profonda consapevolezza, attingendo alle forze da lui
sviluppate nelle molteplici prove che ha attraversato, illuminandole con
la luce dell’Amore per Beatrice.
Ciò che lo distingue dai tanti altri esseri umani che possono avere
attraversato esperienze simili se non peggiori, è appunto che Dante ha
traformato tutto questo in poesia, vale a dire in una forma di arte
altissima.

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Dall’individuale all’universale

Grazie alla sua capacità artistica, Dante è quindi riuscito a trasformare le


prove della sua vita in qualcosa di più del racconto di un’esperienza
personale.

Ha saputo trovare in quelle prove un significato ed un valore universale,


offerto da allora alla comprensione di ogni essere umano.

In questo modo, la Commedia non è un semplice racconto


autobiografico ma propone una grandiosa visione del mondo, terreno ed
ultra-terreno.

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La missione universale del poeta
Nelle lotte civili, nei fenomeni di corruzione dei cittadini e della Chiesa,
nell’incapacità dei governanti, nella corsa al potere al denaro al
successo, Dante ha scoperto i caratteri distintivi “del mondo che mal
vive” (Pg., XXXII, 103-105) – e dunque le radici del male nel mondo.
Il compito che Beatrice gli impone a questo punto è chiarissimo:
«Tu nota; e sì come da me son porte,
così queste parole segna ai vivi,
del vivere ch’è un correre alla morte»
(Pg., XXIII, 46 e ss.)

Un compito così alto legittima Dante a rivolgere al mondo la sua poesia,


il cui argomento centrale diventa appunto il viaggio nell’aldilà, come
percorso di purificazione e di ascesa al Divino, per sottrarsi alla vera
morte, quella dell’anima.
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Il viaggio

Il viaggio nell’aldilà che noi seguiremo nella Divina Commedia è quindi


un’esperienza dell’anima che Dante compie individualmente ma che egli
descrive come un percorso reale che tutti possono compiere.
Egli infatti si immagina sempre accompagnato dai suoi lettori, a cui si
rivolge spesso per comunicare le sue esitazioni, i suoi incoraggiamenti,
le sue emozioni.
Egli è dunque contemporaneamente AUTORE e ATTORE
PROTAGONISTA della Commedia.
Questo è uno degli elementi della straordinaria forza di
immedesimazione con cui la Commeida ha conquistato i lettori, anche i
meno acculturati. Per generazioni, infatti, essa è stata imparata a mente
anche da semplici artigiani e contadini spesso quasi analfabeti.

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Viaggiatori dello spirito

Con la Commedia, quindi, Dante si colloca nel solco dei grandi viaggi
spirituali e letterari del passato, tra i quali è spontaneo rammentare:
- l’Odissea di Omero
- l’Eneide di Virgilio
- i viaggi (terreni ed ultra-terreni) di San Paolo
Essi tutti avevano la duplice dimensione di viaggi nel mondo, seguendo
un percorso geografico reale, cui si aggiungeva un momentaneo
passaggio nell’aldilà.
Dante invece si concentra interamente sull’aldilà, portandovi dentro però
tutto il mondo dell’al-di-qua: storia, politica, religione, scienza, ecc.
Addirittura elaborando da vari elementi una originale struttura
topografica di questo universo invisibile, inserendolo in quello visibile.
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Basi dell’identità culturale europea

Per far questo Dante accoglie, fa propri e rielabora elementi delle culture
biblico-ebraica, greco-romana e cristiano-germanica – portandole ad
una sintesi che è ancora attuale.
Non basta, Dante accoglie anche nell’opera molteplici spunti:
- dal romanzo cavalleresco (“errare per non errare”);
- dalla lirica dell’amor cortese (da ultimo stilnovista);
- dalla poesia religiosa medievale (S. Francesco, Jacopone da Todi);
- dalle grandi opere filosofiche della scolastica medievale (S. Tommaso
d’Aquino);
- dalla cultura arabo-islamica come era penetrata in occidente (Averroè).
Grazie a questa attenta, raffinata, immensa opera di sintesi culturale, la
Divina Commedia sta alle fondamenta dell’identità culturale dell’Europa
quale ancora oggi la conosciamo.
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Lo strumento letterario: la commedia

Dante sceglie come strumento letterario della sua opera la commedia vale
a dire una forma letteraria intermedia fra tragedia ed elegia, per ragioni
che spiega chiaramente.
Nella ricordata lettera a Cangrande, Dante dice che, mentre “la tragedia
all'inizio suscita un sentimento di quieta ammirazione, ma nella
conclusione è rivoltante e terrificante”, la commedia “propone all’inizio le
difficoltà di un evento, ma lo sviluppo di questo approda a un esito
felice”.
Si tratta di un’osservazione fondamentale, in quanto mostra l’orientamento
positivo, non pessimistico, di Dante sul futuro e sul destino dell’umanità,
la sua fede nella possibilità dell’uomo di giungere a Dio attraverso le dure
prove dell’esistenza.

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La scelta della lingua volgare

Dante, coerente con la scelta di un genere letterario medio, decide anche


di abbandonare la lingua delle classi dirigenti colte, il latino, che pure
conosce alla perfezione, e di utilizzare la lingua volgare, vale a dire quella
che parla il popolo e che tutti quindi possono usare e comprendere.

E lo spiega molto chiaramente:


“quanto all'espressione, viene impiegato un linguaggio misurato e umile,
in quanto usa la lingua volgare in cui si esprimono le donnette”.

Così facendo, Dante si rivelerà anche come uno dei più grandi, se non il
più grande, inventore della lingua italiana. L’italiano della Commedia è
ancora un immenso serbatoio di spunti lessicali, di costruzioni sintattiche,
di ritmi poetici.

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I livelli di lettura della Commedia

Tuttavia, la scelta della lingua volgare è dovuta anche alla sua convizione
che quanto intende raccontare ha più chiavi di lettura, vale a dire può
essere letto a diversi livelli di significato, in evidente relazione con le
capacità interiori di ognuno.
Si tratta della famosa distinzione fra:
- livello letterale = il significato immediato delle parole
- “livello prodotto da una lettura che va al significato profondo“, precisa
Dante.
Questo più profondo significato può essere di tipo:
● Allegorico

● Morale

● Anagogico

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Perché diversi significati?
Per comprendere cosa egli intenda, usiamo l’esempio da Dante stesso
fornito nella lettera a Cangrande:
“Questi significati possono essere compresi grazie a questo esempio:
Quando Israele lasciò l’Egitto e la casa di Giacobbe un popolo barbaro, la nazione
giudaica venne consacrata a Dio e Israele diventò il suo regno.
Se guardiamo al senso letterale, questo testo significa l’uscita dei figli di Israele dall’Egitto
all’epoca di Mosè; se guardiamo al significato allegorico, vi è qui il riferimento alla
redenzione degli uomini compiuta dal Cristo; se consideriamo il significato morale, si
intende il passaggio dell’anima dalla sofferenza e dalla miseria del peccato alla
condizione di grazia; se guardiamo al significato anagogico, intendiamo l’uscita
dell’anima purificata dall’asservimento al peccato alla libertà nella gloria eterna”.
La possibile lettura su livelli differenziati, è voluta da Dante in quanto
strumento di elevazione interiore. Tutti dunque possono leggere la
Commedia: ognuno, cercando in essa un livello di significato via via più
elevato, potrà sperimentare l’ascesa a verità progressivamente più alte.
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La struttura dell’opera
La struttura dell’opera corrisponde ai suoi significati: Dante la organizza in
una grandiosa scenografia terrena e cosmica, dotata di un ordine rigoroso,
basato su rapporti matematici e simbolici accuratamente definiti.
La suddivisione in 3 Cantiche (Inferno, Purgatorio, Paradiso) possono
anche essere intese come passaggi dall’allegorico, al morale,
all’anagogico.
Il sistema ternario, dai molteplici valori simbolici (si pensi alla Trinità), si
riproduce quindi anche nella struttura interna delle singole cantiche,
organizzate in 33 canti, più 1 introduttiva, per un totale di 99+1 = 100
canti, formati in totale da 14223 endecasillabi, riuniti in strofe di tre versi
(terzine) a rime incatenate (ABA, BCB, CDC).
Ognuna delle tre Cantiche si conclude con la parola stelle.

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Le guide di Dante
In ognuna delle tre Cantiche, Dante trova una guida, che lo accompagna
sul cammino della conoscenza.
Virgilio, Beatrice e da ultimo San Bernardo sono i tre accompagnatori del
poeta: essi lo lasciano quando egli ha conseguito l’autonomia necessaria
per compiere il cammino ulteriore.
non aspettar mio dir più né mio cenno;
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:
per ch’io te sovra te corono e mitrio.
(Pg XXVII 139-42)

Si mostra qui con evidenza come il percorso di ascesa, purificazione e


realizzazione spirituale non possa che trovare nella piena libertà di
un’anima padrone di se stessa il suo fondamento.

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Oltre la poesia

Davanti alla grandezza di quest’opera, alla sua costruzione così


complessa, ricca di rapporti simbolici e di riferimenti a significati
nascosti, molti moderni (tra i quali Rossetti, Valli, Reghini, Pascoli) si
sono posti la questione se Dante abbia attinto a qualche esperienza
diretta del soprannaturale.
È oramai certa del resto la sua appartenenza ad un circolo di studiosi ed
artisti che ricercavano il contatto con il divino, attraverso percorsi nei
quali l’Amore purificato e spiritualizzato aveva un ruolo centrale: i
cosiddetti Fedeli d’Amore.
Si tratta di una questione tuttora aperta, che dimostra come la possibilità
di leggere Dante a livelli sempre più elevati rimanga ancora attuale dopo
quasi 7 secoli della sua morte.

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