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LE ANTICHE OLIMPIADI

Le Olimpiadi sono, da sempre, la manifestazione sportiva per eccellenza.


Nell’antica Grecia si sono svolte per oltre un millennio, ogni quattro anni, dalla data
iniziale del 776 a. C. fino al 393 d. C. ed erano innanzi tutto cerimonie religiose.
Il mito che racconta la nascita dei Giochi è probabilmente uno spicchio di
verità storica che la tradizione rende meraviglioso e, raccontalo oggi e domani e nei
secoli, il mito diventa verità. E’ la storia di Enomao, il re di Pisa d’Elide (Grecia), che
aveva una bellissima figlia, Ippodamia. Enomao non voleva che la figlia si sposasse
perché un oracolo gli aveva predetto che sarebbe morto per mano del futuro genero.
Il re studiò allora uno stratagemma per non mandare in sposa Ippodamia:
avrebbe acconsentito alle nozze solo in favore di quel pretendente che fosse riuscito a
batterlo nella corsa dei carri. Enomao disponeva di cavalli divini e vinse ben 13
sfidanti fino a che si presentò Pelope con dei cavalli alati donatigli da Poseidone
(Nettuno per i Romani).
Pelope è pronto, ma quando giunge a Pisa d’Elide vede le tredici teste dei
pretendenti che lo hanno preceduto inchiodate alle porte del palazzo di Enomao.
Pelope si scoraggia e, nonostante disponga di cavalli alati, vuol essere sicuro di
vincere per non perdere la vita e per avere Ippodamia.
Anche Mirtilo, l’auriga di Enomao, è innamorato della bella principessa.
Pelope punta sull’amore di Mirtilo, lo avvicina e gli promette un’intera notte con
Ippodamia in cambio del suo aiuto. Il desiderio potè più della fedeltà, così Mirtilo,
nella notte della vigilia, togli i perni degli assali al carro di Enomao e li sostituisce
con pezzi di cera. Nel corso della gara i perni si fondono, le ruote si staccano dal
carro, il carro si rovescia, Enomao cade e muore: la profezia si è realizzata.
Pelope, a questo punto, avrebbe dovuto concedere a Mirtilo la sua notte
d’amore con Ippodamia ma, abituato all’inganno, non mantenne la parola e lo fece
affogare. Prima di morire Mirtilo lanciò una maledizione su Pelope il quale cercò di
farsi perdonare da Zeus organizzando in suo onore i Giochi olimpici. Zeus dovette
perdonarlo perché sposò Ippodamia, prese il trono di Enomao ed estese il suo
dominio su tutta la penisola che da lui prese il nome di Peloponneso.
È comunque un fatto accertato che da quel 776 a. C. le Olimpiadi si svolsero
regolarmente ogni quattro anni in un periodo preciso calcolato come quello più sacro
che cadeva precisamente nel cuore dell’estate greca.
Non era, dal punto di vista climatico, una scelta particolarmente felice: il sole
picchiava duro e non furono rari i casi di insolazione (di uno di questi restò vittima
Talete, uno dei sette sapienti), la temperatura era la meno indicata per la fatica di una
gara, ma in compenso le giornate erano decisamente più lunghe e consentivano
l’intero svolgimento del programma, mettendo a disposizione un numero di ore di
luce decisamente più consistente.
Siamo nel V secolo avanti Cristo, ed ecco una descrizione il più completa
possibile dei Giochi, secondo le fonti che ci sono pervenute: il tempio di Zeus è
completato, lo stadio rinnovato, l’ippodromo costruito; i poeti celebrano le glorie dei
vincitori, gli scultori ne scolpiscono i muscoli e le gesta. Mesi prima dell’apertura dei
Giochi partono da Olimpia i messaggeri di pace, gli spondophoroi, sacri e inviolabili
araldi membri delle famiglie aristocratiche, viaggiano per tutta l’Ellade annunciando
le feste e la tregua olimpica. Infatti costoro non solo ricordavano la data dei Giochi
ma, soprattutto, proclamavano la tregua: tutti i conflitti in corso si interrompevano
per consentire la partecipazione alle gare degli atleti e degli spettatori. In questa fase
preparatoria gli ambasciatori sono i protagonisti, poi tocca agli atleti.
Un mese prima delle gare i concorrenti devono già essere ad Olimpia,
obbligatoriamente. I ritardatari sono esclusi dai Giochi, a meno che non abbiano una
valida giustificazione. Si procede poi al riconoscimento e all’idoneità fisica degli
atleti. L’identificazione doveva accertare che si trattasse di maschi (alle donne era
impedito gareggiare), che fossero greci, non schiavi e immuni da condanne penali.
L’idoneità fisica veniva conseguita partecipando a severi allenamenti, seguiti
da prove preliminari, con le quali si accertavano le capacità e la preparazione atletica
dei concorrenti.
Gli atleti, che solo intorno al 350 a. C. venivano radunati e alloggiati nel
Leonidanion (il primo villaggio olimpico della storia) erano sottoposti ad una rigida
sorveglianza e, per essere messi in condizione di parità, venivano obbligati ad una
dieta comune: pane, fichi, formaggio fresco e, solo successivamente, una limitata
quantità di carne. Insieme con gli atleti giungevano ad Olimpia i loro familiari e gli
allenatori.
Il giorno di apertura dei Giochi entravano nello stadio, sfilando, i protagonisti
delle gare: gli atleti. Seguivano i riti sacrificali e due buoi venivano immolati presso
la statua di Zeus, poi era l’ora del giuramento che si componeva di due parti: nella
prima gli atleti dichiaravano solennemente, davanti a Zeus, di possedere i requisiti
richiesti per la partecipazione (l’eleggibilità) e di essersi allenati per almeno dieci
mesi consecutivi; nella seconda promettevano di gareggiare nel rispetto delle regole,
con lealtà e con onore.
Si passava poi alle gare ma, per essere più precisi, dovremmo dire la gara
perché le prime tredici edizioni videro l’espletamento di un’unica gara di corsa, lo
stadion, la più naturale e immediata attività sportiva dell’uomo che vide vincitore
della prima edizione Coroibos come primo olimpionico. A coronamento dei Giochi si
effettuavano gare di poesia epica, esibizioni musicali (cetra, lira, flauto) e
drammatiche, oltre a riti religiosi e sacrificali. Solo nelle edizioni successive si
aggiunsero altre e diverse attività.
Il secondo giorno avevano inizio le gare. Fino alla 14ma Olimpiade gli atleti
indossavano solo un succinto gonnellino ma dalla 15ma in poi si presentarono
completamente nudi. Orsippo di Megera perse il gonnellino durante la corsa o forse
lo lasciò cadere giacché “un atleta nudo corre più agevolmente” racconta Pausania,
uno dei più noti cronisti dell’epoca. A partire da quella edizione (anno 720 a. C.) fu
consentito a tutti gli atleti di presentarsi nudi.
Concluse le gare, nell’ultima giornata in programma si svolgevano tutte le
cerimonie di premiazione. Gli atleti ricevevano una corona di olivo e subito dopo
avevano l’obbligo di compiere un giro dello stadio, per ricevere l’acclamazione del
pubblico. Ad essi spettava inoltre una statua da erigere in Olimpia: c’è chi sostiene
che l’onore della statua spettasse unicamente ai plurivincitori, quelli che avessero
trionfato in almeno tre gare o nel pentathlon. Ma il gran numero di statue erette ad
Olimpia fa ritenere che in realtà fosse sufficiente una vittoria per aver diritto a questo
onore.
Al termine di questo cerimoniale, veniva nominato l’atleta eponimo (colui che
dava il proprio nome a quella Olimpiade) dei Giochi, il vincitore dello stadion
dapprima (anche perché era l’unica prova) e successivamente l’atleta ritenuto più
rappresentativo.

LE SPECIALITÀ

Lo stadion era la corsa veloce, una lunghezza fissa, dalla partenza all’arrivo, di
600 piedi, corrispondente a 192,27 metri. Si pensa che questa fosse esattamente la
lunghezza dello stadio. Le false partenze, dai blocchi del tempo, pedane in pietra
chiamate balbis, erano punite con la fustigazione.
Il diaulos comparve dalla 14ma Olimpiade nel quale si correva per 1200 piedi:
percorso uno stadion, i corridori doppiavano un palo sulla sinistra e tornavano
indietro sulla linea di partenza, dov’era il traguardo della gara.
Il dolicos, la terza corsa, comparve nell’Olimpiade successiva, nell’anno 720 a.
C. E’ la vera corsa di resistenza ed è lunga 24 stadi, poco meno di 5000 metri. Questa
gara era legata all’attività dei corrieri incaricati di portare i messaggi durante le
battaglie. Il più celebre, cioè un uomo capace di correre per un giorno intero, fu
Filippide il quale, nel 490 a. C., corse per 42,120 km da Maratona ad Atene per
annunciare la vittoria dei Greci su Dario: annunciò e morì. La corsa di Maratona, ai
Giochi del Novecento fu ammessa in suo onore ma la distanza da percorrere fu
portata a 42,195 km per volontà della regina Alessandra (moglie di re Edoardo VII
d’Inghilterra) che volle assistere alla partenza della gara dal castello di Windsor,
distante esattamente 42,195 Km dallo stadio di White Hall City dov’era fissato
l’arrivo.
La lotta. In mezzo allo stadio c’era una fossa, la skamma, riempita di sabbia, la
stessa utilizzata per il salto in lungo. Qui i lottatori disputavano i loro incontri, nudi,
unti d’olio e coperti di sabbia. Non esistevano categorie di concorrenti divise per
peso, la discriminante era l’età. Erano ammesse le prese sulla parte superiore del
corpo, che andava dal ginocchio in su, ed era ammesso lo sgambetto. Se i lottatori
uscivano dalla skamma, i giudici sospendevano il combattimento e lo facevano
riprendere all’interno della fossa. La vittoria era assegnata a chi riusciva ad atterrare
l’avversario per tre volte, facendogli toccare terra con la parte superiore del corpo.
Il pentathlon, “penta” significa cinque e “athlos” gara, è la prima e unica prova
multipla che entra a far parte del programma olimpico dal 708 a. C. Veniva disputato
per ultimo nel calendario delle gare e comprendeva la corsa, il salto in lungo, il lancio
del giavellotto, il lancio del disco e la lotta. Il vincitore di questa specialità veniva
considerato il supercampione.
Il pugilato. Agli inizi i pugilatori si affrontavano a mani nude, ma presto si
passò all’uso di speciali protezioni, di nome imantes, costituite da strisce di cuoio
duro strutturate in modo da portare il massimo dell’offesa. Il pugilato greco non
conosceva gli intervalli, i round, il gong e non aveva limiti di tempo: finchè
l’avversario non andava a tappeto o non alzava il braccio nel segno della resa il match
continuava. La forza di un pugile era individuata dal non avere cicatrici sul volto, ed
è per questo che proprio alla faccia dell’avversario, più che al corpo, miravano i colpi
degli atleti.
Le gare equestri compaiono nel 680 a. C. per la prima volta, si svolgono al di
fuori dello stadio in un impianto apposito, l’ippodromo. Si disputò il tethrippon, la
corsa di carri con quattro cavalli attaccati, le quadrighe, che percorrevano 12 giri di
pista. L’Olimpiade successiva vede l’introduzione delle corse riservate ai cavalli
montati, kalpe; la lunghezza della gara era di sei stadi e i fantini montavano a pelo. In
seguito comparvero le bighe, cioè i carri tirati da due cavalli e le quadrighe tirate da
puledri. Risultava vincitore il proprietario dei cavalli e non l’auriga (colui che
guidava i carri o montava il cavallo) e per questo era lo “sport” più praticato dai
ricchi. In questo modo, anche le donne, che erano totalmente escluse dai Giochi (non
potevano partecipare e neppure assistervi!) riuscirono a conquistare una vittoria…
come proprietarie di cavalli!
Il pancrazio (“pan-kratos”, tutte le forze) rappresentò la competizione più dura
e brutale di tutto lo sport antico. Erano consentite tutte le infrazioni alle regole che si
registravano nella lotta e che vennero codificate in questa nuova disciplina, nel 648 a.
C. Era permesso fratturare le ossa, torcere gli arti fino a slogarli, colpire con calci,
testate, pugni, calpestare gli avversari in qualsiasi modo. Solo i morsi e le dita negli
occhi erano proibiti. Si andava avanti anche con lo scontro a terra e arrendersi era
ritenuto un disonore. Non c’erano limiti di tempo, si continuava fino a che
l’avversario non alzava l’indice in segno di resa.
La corsa con le armi, oplitodromos, fu una specialità olimpica a partire dal 520
a. C. Si disputava sulla distanza dei due e dei quattro stadi e manifestava l’importanza
dell’atletica per l’addestramento militare. Era la corsa della fatica che gli atleti
correvano in pieno assetto di guerra: elmo di metallo, schinieri alle gambe, scudo di
bronzo ricoperto di cuoio e lancia. Le armi venivano fornite dall’organizzazione ed
erano uguali per tutti.

Col passare del tempo agli atleti non bastò più l’ulivo di Olimpia, ora
pretendevano l’oro. Si stabilì così che il vincitore ricevesse 500 dracme di premio.
Vincere le Olimpiadi era come servire la polis in armi per un paio d’anni e si
correvano meno rischi: il denaro come fine era la nuova filosofia dell’atletismo, una
filosofia molto moderna!
Nell’anno 72 a. C. le Olimpiadi stanno cambiando. La ricerca e la conquista di
un ideale di perfezione morale e fisica, l’esaltazione dell’agonismo puro sono un
lontano ricordo. Le Olimpiadi sono diventate uno spettacolo fine a se stesso, con
competizioni che servono a fare sempre più ricchi gli atleti o per titillare gli istinti di
una folla di spettatori imbarbarita dalla nuova natura mercenaria delle competizioni.
La distinzione fra coloro che più si dedicavano allo sport e coloro che più
semplicemente lo praticavano per puro diletto si fece sempre più ampia; si allargò la
forbice fra il professionismo e il dilettantismo, con il primo che imponeva
allenamenti specifici e sempre più impegnativi. Nacque la professione di atleta,
quella in cui l’abilità agonistica divenne fonte di guadagno e andò a sostituire il
lavoro perché consentiva guadagni inimmaginabili in altri tipi di attività.
La rivoluzione cristiana segnò la fine di un mondo ed anche quella dei Giochi
olimpici. Nel 313 dopo Cristo Costantino emanò l’editto di Milano con il quale
poneva il cristianesimo fra le religioni lecite e dunque poneva fine alle persecuzioni
che fino a quel momento erano state il pane quotidiano dei cristiani. La religione di
Cristo si propagò rapidamente nell’Impero Romano.
La scomparsa del paganesimo con i suoi riti, tra i quali quello dei Giochi di
Olimpia, era ineluttabile. Le ultime reliquie pagane, che erano sopravvissute nei due
estremi della campagna e dell’aristocrazia, categorie sociali sempre tendenti alla
conservazione, erano ormai condannate. Il significato sacro delle Olimpiadi, che già
la loro mercificazione aveva svilito, non aveva più senso; la grande statua di Zeus era
soltanto una splendida opera d’arte e non più un dio ispiratore e governatore dei
destini umani. Il cristianesimo aveva vinto la sua guerra e non restava che cancellare
le tracce del passato.
L’agonismo era una festa pagana, e così l’avversione per tutte le cose umane
che si legavano al paganesimo, finì per rivolgersi anche contro l’agonismo che,
ironicamente, riconquistò il suo senso del sacro proprio nelle menti e nei
ragionamenti dei suoi avversari, quel senso del sacro che i suoi praticanti avevano
ormai perduto. I cristiani non rispettavano i Giochi come sacri, ma come tali li
combattevano, giacché si riferivano ad una religione da combattere.
I Giochi andarono avanti con stanchezza fino al 392 quando Teodosio, con
l’editto di Costantinopoli, vieta anche i giochi atletici che, per le loro tradizioni, le
loro leggende, le nudità dei corpi, alimentavano la temuta sopravvivenza del
paganesimo. Olimpia non è direttamente nominata ma l’anno successivo, 393, non si
tennero i Giochi olimpici che erano in programma.

La polvere del tempo si adagiò sulla piana di Olimpia.