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Penale Sent. Sez. 6 Num.

19125 Anno 2016


Presidente: PAOLONI GIACOMO
Relatore: BASSI ALESSANDRA
Data Udienza: 09/03/2016

SENTENZA
sul ricorso proposto da Caccetta Giuseppe, nato a Sant'angelo Di
Brolo il 11/07/1957 avverso la sentenza del 01/04/2015 della Corte
d'appello di Palermo visti gli atti, il provvedimento impugnato e il
ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Alessandra Bassi;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
generale Paolo Canevelli, che ha concluso chiedendo che la
sentenza sia annullata con rinvio limitatamente alla confisca e che il
ricorso sia rigettato nel resto;
udito il difensore della parte civile avv. Stefano Pellegrino, che si
associato alle richieste del P.G.;
udito il difensore dell'imputato avv. Antonino Reina, che ha insistito
per l'accoglimento dei motivi.
RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza del 16 luglio 2012, il Tribunale di Trapani ha
condannato Giuseppe Caccetta per due episodi di concussione
(sub capi A) e B) della rubrica), unificati sotto il vincolo della
continuazione, commessi in concorso con Antonino Pizzo, per
avere - nelle qualit, rispettivamente, di dirigente tecnico del Genio
Civile Regionale di Palermo e di funzionario direttivo in servizio
presso il Genio Civile di Trapani - costretto il geologo Roberto Gallo
a consegnare loro le somme in contanti di 500 euro e di 1000 euro,
per il rilascio del parere previsto dall'art. 13 legge 2 febbraio 1974,
n.
64,
in
particolare,
minacciando
Gallo
di
assumere
sistematicamente un atteggiamento burocratico ed ostruzionistico
cos da ostacolare l'approvazione della pratica cui la persona offesa
era interessata nonch prospettando l'ostilit da parte dell'ufficio
che avrebbe impedito allo stesso di lavorare in futuro;

fatti commessi rispettivamente il 25 febbraio del marzo 2009.


2. Con il provvedimento che si impugna, in parziale riforma
dell'impugnata sentenza, la Corte d'appello di Palermo ha
qualificato i fatti ascritti a Caccetta ai sensi dell'art. 319-quater
cod. pen. ed ha, di conseguenza, ridotto la pena al medesimo
inflitta in anni quattro e mesi sei di reclusione; ha sostituito la pena
accessoria dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici con quella
temporanea ed ha confermato la decisione nel resto, con condanna
dell'appellante al pagamento delle spese sostenute dalla parte
civile.
2.1. La Corte ha preliminarmente rilevato come la vicenda
processuale abbia preso avvio dalla denuncia presentata in data 3
febbraio 2009 dall'Arch. Giuseppe Campagna e dall'Ing. Mario Lupo
presso la Squadra Mobile di Trapani, cui hanno fatto seguito la
convocazione in Questura, il 4 febbraio 2009, del geologo Roberto
Gallo e dunque l'attivazione, a partire dal 5 febbraio 2009, dei
servizi di intercettazione telefonica ed ambientale che consentivano
di monitorare in diretta gli episodi oggetto di contestazione del 25
febbraio e dell'Il marzo 2009.
La Corte ha evidenziato come il primo Giudice abbia affermato la
colpevolezza dell'appellante sulla scorta delle deposizioni dei testi
Campagna, Lupo e Gallo, lungamente escussi dinanzi al Tribunale di
Trapani, nonch dagli esiti delle intercettazioni telefoniche ed
ambientali, costituenti conferma delle dichiarazioni e, nel
contempo,
elementi
di
prova
autonomi
a
carico
dell'appellante.
Il Collegio ha dunque ripercorso la motivazione della sentenza del
Tribunale, riportando sinteticamente il contenuto delle deposizioni
rese da Campagna e Lupo (v. pagine 5 e seguenti della
motivazione), i quali riferivano:
di essere stati incaricati della redazione del piano di
lottizzazione in localit Fegotto-Calatafimi Segesta (oggetto
della contestazione sub capo B);
di avere, a tale fine, incontrato in data 28 gennaio 2009 - presso i
locali del Genio Civile di Trapani - gli imputati Antonino Pizzo e

Giuseppe Caccetta, il quale, nell'accomiatarsi, aveva chiesto loro


un nuovo incontro in camera caritatis nonch di acquisire in copia il
verbale della commissione edilizia che aveva espresso
parere favorevole all'approvazione del progetto;
nell'occasione, Caccetta pronunciava all'indirizzo del Gallo la frase
minacciosa "Con te facciamo i conti dopo, devi venire da me
in ginocchio";
- di avere appreso durante una conversazione telefonica di quella
stessa sera con Gallo, che Caccetta gli aveva chiesto di dare 1000
euro al Pizzo;
- di avere incontrato a Palermo, pochi giorni prima del rilascio del
parere, Caccetta, il quale aveva subordinato l'effettivo rilascio del
parere ad un previo contatto telefonico con un esponente
politico di Isola delle Femmine, all'epoca candidato alle
elezioni comunali; Caccetta non aveva invece avanzato nei loro
confronti nessuna richiesta di natura economica.
La Corte ha dunque ricordato - per sintesi - anche il contenuto delle
deposizioni di Roberto Gallo rese innanzi al Tribunale (v. pagina 7
della motivazione), il quale riferiva:
- con riguardo alla pratica relativa alla lottizzazione che interessava
la ditta Gancitano di Mazara del Vallo (oggetto della contestazione
di cui al capo A), che Pizzo si era offerto di aiutarlo e di sollecitare a
tale fine Caccetta, ed aveva poi manifestato la propria delusione
perch si aspettava che gli interessati lasciassero almeno "duecento
euro per il fastidio perch i ragazzi dovevano mettere dei bolli, dei
timbri";
- che aveva incontrato Pizzo e Caccetta presso il Genio Civile di
Trapani assieme ai due progettisti Lupo e Campagna, per discutere
del progetto oggetto del capo B); in tale occasione, Caccetta gli
aveva rinfacciato un favore fattogli in passato ed aveva rimarcato
che il suo destino professionale quale geologo dipendeva da lui;
quindi, Caccetta aveva chiesto delle integrazioni documentali e
proposto ai due progettisti di incontrarsi in camera caritatis a
Palermo;

- che, quando erano ormai rimasti da soli, Pizzo e Caccetta avevano


avanzato al medesimo Gallo una serie di richieste economiche,
facendo riferimento in modo espresso ad una tangente con la frase
"prendi una carta da 1000 e la dai a Pizzo", proposizione poi
ripetuta in diverse occasioni anche nel periodo in cui Gallo insisteva
per avere il parere relativo alla pratica di Mazzara del Vallo;
- che, da quel momento in poi, Caccetta aveva tirato fuori ogni
pretesto per ritardare la definizione della pratica;
- che, quando gli fu comunicato che il parere era pronto, Gallo
consegn 500 euro a Pizzo;
- che, dopo il pagamento della prima tangente, era continuato lo
"stillicidio dei rinvii" per la definizione dell'altra pratica (sub capo
B); in particolare, Caccetta aveva insistito nel suo atteggiamento
tracotante dicendo che Gallo "doveva fare tutto quello che
diceva lui" se voleva continuare a lavorare sicch quest'ultimo,
non sapendo come risolvere la questione, si era recato a Trapani
portando con s la somma di 1000 euro per ottenere l'agognato
parere; dopo una serie di contatti telefonici, aveva incontrato
Antonino Pizzo in strada davanti al Genio Civile ed aveva per
preteso che, alla consegna del denaro, assistesse anche Caccetta,
sicch Pizzo lo aveva accompagnato in un ristorante ove
quest'ultimo stava mangiando; qui, Gallo aveva consegnato 1000
euro al Pizzo e, dopo avere subito da Caccetta un rimprovero
imprevisto per aver esagerato nell'importo della tangente (essendo
a suo dire sufficienti 500 euro), Gallo si era allontanato prendendo
il parere che Caccetta aveva posato sul tavolo del ristorante.
La Corte ha poi dato conto dei riscontri valorizzati dal Tribunale a
conferma del narrato dei testimoni, costituiti:
a) dalle dichiarazioni rese dal coimputato Antonino Pizzo, esaminato
nel corso del dibattimento ai sensi dell'art. 210 codice di rito, il
quale ha confermato la narrazione del Gallo con riferimento ai
colloqui intercorsi prima che iniziasse l'attivit di intercettazione ed
ai toni con cui Caccetta si era rivolto al Gallo prospettandogli una
durata inusitata della pratica (v. pagine 11 e seguenti della
motivazione);

b) dal contenuto delle conversazioni telefoniche ed ambientali e


dalle riprese delle videocamere presso l'ufficio dei due funzionari,
ed in particolare dalle allusioni alle prassi di altri uffici, come quello
di Palermo, in merito al pagamento di somme;
dalle richieste di integrazione documentale;
dagli scambi di battute intercettate in ambientale il 25 febbraio
2009 tra gli imputati Caccetta e Pizzo, nelle quali si parla
dell'imminente arrivo del Gallo per ritirare la pratica e si fa
riferimento espresso alla dazione di denaro (Caccetta dice: "fammi
dire una cosa, o ci porta i soldi giusti o niente"); dalle riprese della
consegna della tangente da parte del Gallo lo stesso 25 febbraio (v.
pagine 12 e seguenti della motivazione);
dalle intercettazioni telefoniche ed ambientali relative all'episodio
dell'Il marzo 2009, concernenti le modalit dell'incontro con Pizzo
ed il fatto che quest'ultimo avesse detto a Gallo che non doveva
niente a Caccetta (il quale aveva ricevuto la promessa di un
incarico di consulenza professionale da parte del sindaco di
Isola delle Femmine) nonch del fatto che Gallo avesse preteso
di consegnare il denaro in presenza di Caccetta e della successiva
consegna dei soldi e ritiro del parere nel ristorante (v. pagine 17 e
seguenti della motivazione);
c) dagli esiti dei servizi di polizia giudiziaria in merito agli
spostamenti del Gallo in data 11 marzo 2009 (v. pagina 21).
2.2. Nel passare alla disamina dei motivi di appello, il Giudice di
secondo grado ha, in primo luogo, evidenziato come l'eccezione in
rito di inutilizzabilit delle intercettazioni, oltre a non essere mai
stata dedotta n nel giudizio di impugnazione cautelare n in primo
grado, risulta infondata, in quanto, dalla documentazione acquisita
agli atti, si evince che le operazioni di registrazione sono state
compiute presso i locali della Procura della Repubblica di Trapani,
mentre presso i locali della Squadra Mobile avvenuto il semplice
riascolto, mediante la procedura di instradamento, pacificamente
ammessa dalla giurisprudenza di legittimit (v. pagine 30 e 31 della
motivazione).

2.3. Nel merito, il Collegio ha ritenuto condivisibili le


argomentazioni svolte dal primo Giudice salvo il punto della
qualificazione giuridica dei fatti - ed, in particolare, ha ripercorso le
dichiarazioni a carico rese dai testi Lupo e Campagna e dalla
persona offesa Gallo; ha rilevato come la prospettata estraneit del
Caccetta ai fatti risulti confutata dal contenuto di diverse
intercettazioni, telefoniche ed ambientali, e dalle registrazioni del
sistema di video ripresa; ha rimarcato come sia destituita di
fondamento l'ipotesi difensiva secondo la quale Gallo avrebbe agito
al solo scopo di incastrare gli imputati Caccetta, concordando le
proprie mosse con gli inquirenti, ipotesi smentita non solo dai diretti
interessati e dai verbalizzanti, ma anche dal tenore delle
conversazioni captate.
2.4. In punto di qualificazione giuridica dei fatti, dopo avere dato
atto degli approdi giurisprudenziali in materia di tratti distintivi tra i
delitti di cui agli artt. 317 e 319-quater cod. pen., la Corte ha posto
in evidenza come le condotte dilatorie poste in essere dall'imputato
mediante la prospettazione di possibili ed ingiustificati ritardi tecnici
nella trattazione degli affari che interessavano Gallo e, quindi, l'uso
strumentale dei propri poteri, dolosamente preordinato a creare
una condizione di soggezione del soggetto privato, configurino
l'abuso di potere, elemento che non pu essere posto in dubbio per
il solo fatto che non fosse interamente trascorso il termine perch si
formasse in via definitiva il silenzio rifiuto sulla richiesta di parere
ex art. 13 legge 2 febbraio 1974, n. 64, di competenza del Genio
Civile e si realizzasse un concreto pregiudizio per le ragioni
dei privati interessati alla definizione del progetto. Il Giudice
d'appello ha, d'altra parte, evidenziato come, nel comportamento
tenuto dagli imputati Pizzo e Caccetta, non sia ravvisabile una
costrizione propriamente intesa quale prospettazione, in forma
esplicita od implicita, di un male ingiusto alla vittima -, bens,
piuttosto, una coazione psicologica derivante dal timore di un
ritardo nel rilascio del parere, inquadrabile nella fattispecie
incriminatrice della induzione indebita.
2.5. Il Collegio di merito ha escluso l'applicabilit a Caccetta delle
circostanze attenuanti generiche ed ha proceduto all'applicazione
del trattamento sanzionatorio previsto per la fattispecie di cui
all'art. 319-quater cod. pen. Il Giudice d'appello ha altres
confermato la disposta confisca ai sensi dell'art. 12-sexies d.l. 8

giugno 1992, n. 306, rilevata la sproporzione delle risorse


economiche dell'imputato rispetto ai redditi illecitamente percepiti,
come comprovato dalle conclusioni della perizia contabile disposta
nel corso del giudizio di primo grado, ritenuta la consulenza di parte
- di cui si chiesta l'acquisizione - non assolutamente necessaria ai
fini del decidere.
3. Avverso la sentenza ha presentato ricorso l'Avv. Antonino Reina,
difensore di fiducia di Giuseppe Caccetta, e ne ha chiesto
l'annullamento per i seguenti motivi.
3.1. Violazione di legge processuale in relazione agli artt. 271 e
268, comma 3, cod. proc. pen., per avere la Corte d'appello
ritenuto utilizzabili le intercettazioni telefoniche ed ambientali
eseguite in esecuzione del decreto emesso ex art. 267, comma 2,
cod. proc. pen., dalla Procura di Trapani in data 5 febbraio 2009,
onvalidato con decreto del giudice delle indagini preliminari del 6
febbraio 2009.
Evidenzia il ricorrente come la Corte abbia disatteso l'eccezione gi
dedotta con l'atto d'appello sebbene sia carente in atti la prova in
merito al luogo ove veniva compiuta la registrazione delle
conversazioni intercettate. Espunti i risultati delle intercettazioni dal
compendio probatorio, l'impianto d'accusa non reggerebbe alla
c.d. prova di resistenza.
3.2. Violazione ed erronea applicazione di legge penale e
processuale e vizio di motivazione in relazione agli artt. 192 cod.
proc. pen. e 318 e 319-quater cod. pen. nonch travisamento della
prova per omessa valorizzazione del contenuto del sms del 18
febbraio delle ore 11:15 e delle intercettazioni dell'Il marzo 2009 n.
2231 e n. 153. Con riguardo alla prima imputazione, il ricorrente ha
evidenziato che il Giudice di merito ha errato nel ritenere integrato
il reato di cui all'art. 319-quater cod. pen. in quanto mancano:
a) sia l'abuso di potere del pubblico ufficiale e la sua concreta
esteriorizzazione attraverso un atteggiamento idoneo ad intimidire
la vittima, dovendosi ravvisare nell'accordo tra Gallo (privato) ed
Pizzo (pubblico agente) finalizzato alla velocizzazione dell'iter
amministrativo una situazione di par condicio contractualis,
integrante il diverso reato di corruzione;

b) sia una deviazione della procedura dai canoni legali, l dove il


parere in oggetto
veniva rilasciato nei termini di legge; c) sia l'induzione alla dazione
di somme di denaro, avendo la persona offesa agito al solo scopo di
cogliere in flagranza di reato il pubblico ufficiale, emergendo dalle
intercettazioni l'estraneit ai fatti del Caccetta, il quale esplicitava in
modo aperto la propria disapprovazione rispetto all'iniziativa
corruttiva del Gallo, invitandolo a desistere. Quanto al secondo
episodio delittuoso, il ricorrente ha rilevato come la Corte
distrettuale non abbia individuato il concreto elemento processuale
(testimoniale o emergente dalle intercettazioni) avente capacit di
dimostrare ontologicamente l'abuso di potere consumato dal
Caccetta, valorizzando la "drammatizzazione della richiesta" e
dunque spostando il baricentro della prova dal realistico logico
apprezzamento della realt processuale ai meccanismi psicologici
del foro interno della persona offesa; la linearit della condotta del
pubblico agente , del resto, comprovata dal fatto che il parere ex
art. 13 legge 2 febbraio 1974, n. 64, veniva rilasciato dopo soli due
giorni dalla emissione del parere favorevole della commissione
edilizia. In ogni caso, la condotta andrebbe inquadrata sotto la
meno grave fattispecie di cui all'art. 318 cod. pen. Sotto diverso
aspetto, il ricorrente pone in luce come Gallo si sia rivolto agli
inquirenti gi il 3 febbraio 2009, sicch egli si determinava alla
dazione solo simulatamente e allo scopo di consentire l'arresto in
flagranza di Pizzo e Caccetta
3.3. Erronea applicazione di legge penale e vizio di motivazione in
relazione all'art. 62-bis cod. pen., per avere la Corte denegato il
riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche con una
motivazione meramente apparente, in quanto connotata da
asserzioni apodittiche e da formule di stile, trascurando la
condizione di incensuratezza del ricorrente e la condotta di
incidenza marginale nell'economia del reato dal medesimo tenuta.
3.4. Erronea applicazione di legge penale e vizio di motivazione in
relazione all'art. 323-bis cod. pen., per avere la Corte omesso di
rispondere in merito alla sollecitata applicazione della circostanza in
parola sebbene l'integrazione dell'attenuante sia dimostrata dallo
stesso passaggio della sentenza nel quale si riconosciuto come il

ricorrente abbia agito "al solo fine di favorire il coimputato, effettivo


percettore delle somme indebite in contestazione".
3.5. Erronea applicazione di legge penale e vizio di motivazione in
relazione all'art. 12-sexies d.l. 8 giugno 1992, n. 306, per avere la
Corte rigettato la richiesta di revoca della confisca parziale disposta
dal giudice di primo grado. Sotto un primo aspetto, il ricorrente
denuncia che l'estensione della confisca al reato di cui all'art. 319quater cod. pen. successiva alla consumazione dei reati per i quali
pronunciata sentenza e non , pertanto, applicabile, stante il
principio di irretroattivit della sanzione penale. Sotto diverso
aspetto, il ricorrente lamenta l'omessa acquisizione, in sede di
rinnovazione parziale del dibattimento, della consulenza di parte,
rigettata con motivazione assertiva circa l'insussistenza dei
presupposti di assoluta necessit ai fini del decidere. La Corte
avrebbe inoltre errato nel ritenere non utilizzabili ai fini della
determinazione dei redditi leciti percepiti dal condannato dei
coefficienti presuntivi di reddito desunti dalle fatture emesse nel
periodo di tempo dal 1981 al 1987, sul presupposto che non stato
dimostrato l'incasso dei corrispettivi fatturati. In ogni caso, la
presunzione di illegittima acquisizione dei beni deve essere
circoscritta entro un ambito temporale ragionevole con la
conseguenza che non si sarebbe potuto tenere conto dei beni
acquisiti in epoca di gran lunga antecedente alla commissione dei
fatti ed alla assunzione dell'imputato presso la Regione Sicilia
avvenuta il 21 settembre 1993 -, dunque operata in violazione del
principio della c.d. "perimetrazione cronologica" sancito dalla
Cassazione a Sezioni Unite, seppure in materia di misure di
prevenzione patrimoniali.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso fondato con limitato riguardo alla statuizione
concernente la disposta confisca e va invece rigettato nel resto.
2. E' infondato il primo motivo col quale il ricorrente si duole della
ritenuta utilizzabilit delle intercettazioni telefoniche ed ambientali.
2.1. La deduzione si appalesa generica, l dove - a prescindere
dalla fondatezza della censura - la difesa non ha indicato le
specifiche acquisizioni probatorie che sarebbero minate da
inutilizzabilit e, dunque, i riverberi ai fini del
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giudizio di colpevolezza, che si fonda su una pluralit di dati


conoscitivi, di natura orale e documentale, nonch sulle risultanze
dei servizi di osservazione e controllo, oltre che sulle emergenze
delle operazioni intercettive.
2.2. Ad ogni buon conto, la Corte territoriale ha correttamente
argomentato l'infondatezza dell'eccezione, dando conto dei
presupposti processuali (registrazione delle conversazioni presso la
Procura e riascolto presso gli uffici della Polizia giudiziaria) e,
dunque, dei principi di diritto applicati per affermare la validit del
procedimento di formazione della prova.
Costituisce invero principio di diritto ormai acquisito quello secondo
il quale, in tema di captazione di flussi comunicativi, condizione
necessaria per l'utilizzabilit delle intercettazioni che l'attivit di
registrazione - che, sulla base delle tecnologie attualmente in uso,
consiste nella immissione dei dati captati in una memoria
informatica centralizzata - avvenga nei locali della Procura della
Repubblica mediante l'utilizzo di impianti ivi esistenti, mentre non
rileva che negli stessi locali vengano successivamente svolte anche
le ulteriori attivit di ascolto, verbalizzazione ed eventuale
riproduzione dei dati cos registrati, che possono dunque essere
eseguite "in remoto" presso gli uffici della polizia giudiziaria (Sez.
U, n. 36359 del 26/06/2008 - dep. 23/09/2008, Carli, Rv. 240395).
Di recente, si ribadito che la condizione necessaria per
l'utilizzabilit delle intercettazioni che l'attivit di registrazione sia
avvenuta nei locali della Procura della Repubblica mediante l'utilizzo
di impianti ivi esistenti, mentre l'ascolto pu avvenire "in remoto"
presso gli uffici della polizia giudiziaria, senza che, in questo caso,
sia necessaria l'autorizzazione prevista dall'art. 268, comma 3, cod.
proc. pen., in quanto le intercettazioni non possono essere
considerate come eseguite per mezzo di impianti esterni all'ufficio
requirente (Sez. 2, n. 6846 del 21/01/2015 - dep.
17/02/2015, Biondo, Rv. 263430).
3. Non coglie nel segno neanche il terzo motivo di ricorso, con il
quale il ricorrente contesta la conferma del giudizio di penale
responsabilit, sia sotto il profilo probatorio, sia sotto l'aspetto della
qualificazione giuridica dei fatti.

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3.1. Le considerazioni poste a base del motivo si sviluppano tutte


sul piano del merito ed, anzich denunciare taluno dei vizi rientranti
nell'alveo di cui all'art. 606 cod. proc. pen., sono volte a sollecitare
una rilettura delle emergenze processuali e, soprattutto, la
rivalutazione delle dichiarazioni rese dalla persona offesa,
promuovendo dunque un sindacato non praticabile nella sede di
legittimit. 3.2. D'altronde, il compendio motivazionale del
provvedimento impugnato si appalesa inappuntabile, l dove
preciso nel descrivere le fonti di prova poste a base del
ragionamento dei giudicanti nonch puntuale e circostanziato
nell'indicare i motivi sulla scorta dei quali, poste certe premesse in
fatto, sia stato possibile pervenire ad una determinata ricostruzione
storico fattuale e, di conseguenza, a confermare il giudizio di penale
responsabilit a carico dell'appellante.
3.3. Come bene evidenziato dai Giudici della cognizione di primo e
di secondo grado - valutata unitariamente la trama argomentativa
intessuta nelle relative pronunce (in linea con i principi tracciati da
questa Corte, v. da ultimo, Sez. 3, n. 44418 del 16/07/2013,
Argentieri, Rv. 257595; Sez. 3, n. 13926 del 01/12/2011, dep.
12/04/2012, Rv. 252615) -, il procedimento ha preso avvio, non
dalla denuncia della persona offesa Roberto Gallo, bens dalle
dichiarazioni dei due professionisti Giuseppe Campagna e Mario
Lupo, i quali si rivolgevano agli inquirenti per denunciare le richieste
di denaro avanzate dai due funzionari ubblici Caccetta e Pizzo (v.
denuncia da loro presentata il 3 febbraio 2009), mentre Gallo
veniva sentito successivamente, su iniziativa della Polizia
giudiziaria, scaturigine delle dichiarazioni che - secondo una
condivisile massima d'esperienza - i Giudici del merito hanno
ritenuto indicativa dell'assenza di un intento calunniatorio. Alle fonti
orali si sono poi aggiunti gli esiti delle intercettazioni telefoniche ed
ambientali e delle video riprese nonch le risultanze dei servizi di
osservazione e controllo compiuti dalla Polizia giudiziaria.
Il materiale probatorio - che a ragione il Tribunale ha definito
"imponente"- si connota per una non comune convergenza ed
univocit di lettura, l dove i concordi contributi dichiarativi si
incrociano perfettamente con le evidenze obbiettive dei servizi
captativi audio e video - connotate da passaggi di valenza
confessoria - e con le condotte dei personaggi coinvolti nella
vicende, monitorate in diretta dagli inquirenti (v. pagine 2 e

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seguenti della sentenza di primo grado e pagine 37 e seguenti della


sentenza impugnata).
3.4. La valutazione delle dichiarazioni del Gallo compiuta dai
decidenti di merito risulta del resto esatta, l dove la persona offesa
deve essere riguardata quale un testimone, di tal che le
dichiarazioni da essa rese non sono assoggettate alla regola dettata
dall'art. 192, comma 3, cod. proc. pen. Ne discende che le
propalazioni della persona offesa possono essere legittimamente
poste da sole a fondamento dell'affermazione di penale
responsabilit dell'imputato, previa verifica, corredata da idonea
motivazione, della credibilit soggettiva del dichiarante e
dell'attendibilit intrinseca del suo racconto, che peraltro deve in tal
caso essere pi penetrante e rigoroso rispetto a quello cui vengono
sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone (Sez. U, n. 41461
del 19/07/2012, Bell'Arte ed altri, Rv. 253214).
Ad ogni modo, le dichiarazioni della persona offesa Gallo, sebbene
utilizzabili a prescindere da elementi di riscontro, risultano
corroborate da plurimi e convergenti elementi, essi stessi muniti di
una valenza probatoria autoportante: le dichiarazioni dei testi
Lupo e Campagna, le intercettazioni - costituenti fonte di prova
diretta in quanto connotate da contenuti univoci (v. da ultimo, Sez.
1, n. 37588 del 18/06/2014, Amaniera ed altri Rv. 260842) -, le
sequenze filmate all'atto della prima dazione nonch i movimenti di
Gallo, Pizzo e Caccetta osservati dagli operanti in occasione della
seconda dazione.
3.5. Con motivazione puntuale, aderente alle emergenze delle
intercettazioni e conforme a logica, il Giudice d'appello ha rilevato
come la prospettata estraneit del Caccetta ai fatti risulti smentita
per tabulas dal contenuto di diverse intercettazioni, segnatamente:
dalla conversazione registrata in ambientale il 25 febbraio 2009
presso gli uffici del Genio Civile di Trapani nell'imminenza dell'arrivo
di Gallo (nella quale Caccetta diceva: "fammi dire una cosa, o ti
porta i soldi giusti
o niente"); dalla conversazione che seguiva con lo stesso Gallo e
dalle registrazioni del sistema di video ripresa, l dove la
"contrariet" del ricorrente che emerge dal filmato concerne, non
l'atto della dazione in s, ma soltanto le modalit di consegna (nella
conversazione Caccetta dice: "no, qua queste cose non le devi stare

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in ufficio Roberto, quelle cose che le riprendere te le metti in tasca,


poi, fuori l'ufficio"); dalla conversazione n. 746 di valenza
sostanzialmente confessoria (nella quale Caccetta dice: "io, questi
soldi, lui li ha dovuti dare perch gli ho fatto tutto questo
bordello, perch non gli avrebbe usciti 500 euro, come vedi,
se li fatti dare, venuto, li ha portati, e ricordati che io sono
un grande amico") (v. pagine da 39 a 42 della sentenza in
rassegna).
Altrettanto incensurabile in questa Sede il corredo argomentativo
posto a fondamento della conferma della condanna per il reato di
cui al capo B).
Correttamente i Giudici della cognizione hanno valorizzato la
perfetta simmetria fra le dichiarazioni rese dai testi Campagna e
Lupo e quelle rese dal Gallo nonch il tenore delle conversazioni, in
particolare della ambientale n. 132 dell'Il febbraio 2009, che rende
palese il sottile "gioco di squadra" messo in atto dagli imputati
Caccetta e Pizzo nell'alternare rinvii manifestamente ingiustificati e
successive rassicurazioni, volto ad indurre il geologo Gallo alla
dazione di una somma di denaro certamente indebita, come
confermato dalle intercettazioni dello stesso giorno del misfatto (in
particolare, dalla n. 2288), sia dallo scambio di battute intercettate
fra lo stesso Caccetta e Pizzo (v. pagine da 42 a 52 della sentenza
impugnata; v. pagine 269 e seguenti della sentenza di primo
grado).
I Giudici di merito hanno inoltre ben evidenziato gli elementi sulla
scorta dei quali abbiano ritenuto provati gli elementi sostanzianti la
materialit dei fatti: tanto l'abuso di potere del pubblico ufficiale e
la sua concreta esteriorizzazione attraverso un atteggiamento
idoneo ad intimidire la vittima e ad indurla alla dazione segnatamente nello stillicidio dei rinvii, negli improvvisi
irrigidimenti
e
nella
drammatizzazione
di
presunte
irregolarit formali, nonch nelle minacce esplicite di attuare
sistematicamente una condotta dilatoria nel rilascio del
parere ex art. 13 legge 2 febbraio 1974, n. 64, nonch di
"stroncare la carriera" futura del Gallo quale geologo,
circostanze che esattamente i decidenti di merito hanno
stimato suscettibili di escludere l'esistenza di un rapporto di
parit fra le parti integrante la meno grave fattispecie della

13

corruzione -; quanto le avvenute dazioni di somme di denaro


da parte della vittima ai pubblici ufficiali, correttamente
osservando come a nulla rilevi la circostanza che il
beneficiario delle somme fosse - almeno in prima battuta soltanto Pizzo, avendo il ricorrente pacificamente contribuito
al conseguimento dell'ingiusto profitto e concorso nella
mercificazione della funzione pubblica ricoperta.
3.6. Con considerazioni pertinenti ed immuni da vizi logico
giuridici, il Collegio ha ritenuto destituita di fondamento
l'ipotesi difensiva secondo la quale Gallo avrebbe agito al
solo scopo di "incastrare" gli imputati Caccetta e Pizzo,
concordando le proprie mosse con gli inquirenti, l dove ha
posto in luce come tale ipotesi sia smentita non solo dai
diretti interessati e dai verbalizzanti, ma anche dal tenore
delle conversazioni captate (v. pagine 55 e 56 della sentenza
impugnata).
4. La decisione in verifica deve essere nondimeno emendata
con riguardo all'inquadramento giuridico della fattispecie,
contestata dal pubblico ministero quale concussione,
qualificata in detti termini dal primo giudice e sussunta nella
previsione di induzione indebita dal Giudice d'appello.
4.1. A Giuseppe Caccetta contestato di avere, abusando dei
propri pubblici poteri, costretto Roberto Gallo a consegnare somme
di denaro dietro le minacce meglio delineate nei capi d'imputazione
sub A) e B).
Mette conto rammentare come, secondo l'insegnamento
ormai consolidato di questo Supremo Collegio, il delitto di
concussione, di cui all'art. 317 cod. pen., nel testo
modificato dalla legge 6 novembre 2012, n. 190, sia
caratterizzato, dal punto di vista oggettivo, da un abuso
costrittivo del pubblico agente che si attua mediante
violenza o minaccia, esplicita o implicita, di un danno contra
ius da cui deriva una grave limitazione della libert di
determinazione del destinatario che, senza alcun vantaggio
indebito per s, viene posto di fronte all'alternativa di subire
un danno o di evitarlo con la dazione o la promessa di una
utilit indebita e si distingue dal delitto di induzione
indebita, previsto dall'art. 319-quater cod. pen. introdotto

14

dalla medesima legge n. 190, la cui condotta si configura


come persuasione, suggestione, inganno, pressione morale
con pi tenue valore condizionante della libert di
autodeterminazione del destinatario il quale, disponendo di
pi ampi margini decisionali, finisce col prestare acquiescenza alla
richiesta della prestazione non dovuta, perch motivato dalla
prospettiva di conseguire un tornaconto personale, che giustifica la
previsione di una sanzione a suo carico (Sez. U, n. 12228 del
24/10/2013 - dep. 14/03/2014, Maldera, Rv. 258470; Sez. 6, n.
8963 del 12/02/2015 - dep. 27/02/2015, Maiorana, Rv. 262503).
Si ancora affermato che la minaccia di un danno ingiusto del
pubblico ufficiale finalizzata a farsi dare o promettere denaro o altra
utilit, posta in essere con abuso della qualit o dei poteri, integra il
delitto di concussione e non quello di induzione indebita pur quando
la persona offesa, cedendo alle pretese dell'agente, consegue anche
un vantaggio indebito, sempre che quest'ultimo resti marginale
rispetto al danno ingiusto minacciato (Sez. 6, n. 6056 del
23/09/2014 - dep. 10/02/2015, Staffieri, Rv. 262332).
4.2. I tratti distintivi fra le due fattispecie incriminatrici poggiano
dunque su due aspetti: sulla diversa intensit della pressione
condizionante dispiegata dall'agente e sull'esistenza o meno di un
vantaggio illegittimo della vittima.
Mutuando il principio gi in precedenza sancito da questo Giudice di
legittimit, si deve pertanto ritenere che la minaccia di un danno
ingiusto del pubblico ufficiale finalizzata a farsi dare o promettere
denaro o altra utilit, posta in essere con abuso della qualit o dei
poteri, integri il delitto di concussione e non quello di induzione
indebita allorquando, per un verso, l'attivit induttiva sia connotata
da una particolare intensit; per altro verso, non sia ravvisabile un
vantaggio indebito in capo alla persona offesa o comunque esso
resti marginale rispetto al danno ingiusto minacciato.
4.3. Di tali coordinate non ha fatto buon governo la Corte siciliana
allorch, nel riqualificare il fatto da concussione a induzione
indebita, ha concentrato la propria attenzione soltanto sul primo dei
presupposti della fattispecie, in particolare, valorizzando la non
particolare intensit della coazione, in quanto sostanziatasi, non
nella prospettazione, in forma esplicita od implicita, di un male

15

ingiusto alla vittima, bens nella minaccia di un ritardo nel rilascio


del parere ex art. 13 legge 2 febbraio 1974, n. 64. Il Collegio di
merito ha invero trascurato di considerare un fondamentale
elemento di fatto - oggetto di contestazione e, d'altronde, stimato
dalla stessa Corte provato alla luce delle risultanze dell'istruttoria
dibattimentale -, e cio che le intimidazioni rivolte al Gallo dai due
pubblici ufficiali, in termini espliciti ed impliciti, non concernevano
soltanto il parere funzionale ad ottenere le autorizzazioni edilizie,
ma anche il sistematico ostacolo allo svolgimento dell'attivit
professionale ed alla futura carriera del geologo. Il che, per un
tecnico che svolga la propria attivit professionale nell'ambito di
progetti edilizi soggetti ad autorizzazione da parte degli enti
pubblici, non pu che tradursi in una minaccia di conseguenze
gravemente pregiudizievoli, suscettibili di incidere sensibilmente
sulla libert di determinazione della vittima e di tradursi pertanto in
una vera e propria costrizione.
Sotto diverso aspetto, va notato come, nella specie, nella
ricostruzione in fatto compiuta dai Giudici della cognizione, non sia
ravvisabile nessun illegittimo interesse della persona offesa, non
potendo questo ravvisarsi nella conclusione nei termini di legge
della procedura di rilascio del parere ai sensi dell'art. 13 della
citata. La fattispecie della induzione indebita risulta pertanto
erroneamente ravvisata anche in relazione a tale aspetto.
4.4. N potrebbe escludersi la sussistenza di un'intimidazione di
particolare intensit per il fatto che, almeno un segmento della
condotta illecita, si svolgesse allorch Gallo era gi stato sentito
dagli inquirenti ed aveva denunciato i fatti.
Come questa Corte ha avuto modo di affermare, in tema di
concussione, non sufficiente ad escludere il metus publicae
potestatis la sola circostanza che la parte lesa si sia rivolta alla
forze di polizia, per sottrarsi alle pretese dell'autore del reato,
perch, nulla disponendo la norma sull'intensit del metus, non
possibile considerare tale solo quello estremo, cui il soggetto
passivo finisca comunque per soccombere, senza neppure avere
l'animo di chiedere soccorso agli organi dello Stato. Nel caso in cui
la promessa fatta dal privato al pubblico ufficiale sia reale - anche
se sorretta dalla speranza che un efficace intervento delle forze
dell'ordine valga a costituire fatto impeditivo dell'adempimento l'originaria promessa (anche se legata ad una spes contraria) ha

16

consentito il perfezionamento del reato (Sez. 6, n. 15742 del


20/01/2003 - dep. 03/04/2003, De Angelis ed altro, Rv. 225427).
I fatti oggetto delle contestazioni di cui ai capi A) e B) devono
pertanto essere riqualificati ai sensi dell'art. 317 cod. pen., fermo
restando il trattamento sanzionatorio gi irrogato dal Giudice
d'appello.
4.5. Va rilevato come la facolt di dare al fatto una diversa
qualificazione giuridica, codificata nel nostro ordinamento giuridico
nell'art. 521, comma 1, cod. proc. pen., abbia una portata generale
quale derivazione del principio di legalit ed indefettibile corollario
dello ius dicere. In ossequio al principio generale del iura novit
curia, il giudice dunque tenuto a verificare che il fatto come
contestato dal pubblico ministero - dominus esclusivo dell'azione
penale - sia stato sussunto sotto la corretta fattispecie
incriminatrice e, dunque, ad assicurare che fatto e schema legale
coincidano.
Tale regola non pu non valere nel giudizio di cassazione, nel quale
la Corte, nell'ambito dei propri poteri di cognizione officiosa
costituenti diretta emanazione del principio di legalit, legittimata
a dare al fatto la corretta qualificazione giuridica anche nel caso di
ricorso proposto dal solo imputato, senza che possa ritenersi violato
il principio del divieto di reformatio in peius. Ci a condizione che la
riqualificazione non avvenga a sorpresa e con pregiudizio del diritto
di difesa (v. da ultimo, Sez. 2, n. 3211 del 20/12/2013, Racic Rv.
258538, fattispecie nella quale la S.C., nel riqualificare il fatto in
estorsione, riteneva essere stato garantito il contraddittorio in
quanto il fatto medesimo, gi qualificato come estorsione in
primo grado, era stato derubricato in truffa dai giudici
dell'appello in adesione ad una tesi difensiva).
Pregiudizio dei diritti di difesa che, nella specie, non ha ragione di
essere prospettato, l dove i fatti sub capi A) e B) sono stati in
origine contestati quale concussione e qualificati in detti termini
anche dal primo Giudice.
5. E' inammissibile il terzo motivo con il quale il ricorrente si duole
della mancata applicazione delle circostanze attenuanti generiche.
Con considerazioni puntuali e conformi a condivisibili massime
d'esperienza ed a diritto, la Corte territoriale ha rilevato l'assenza di

17

un qualsivoglia elemento positivo utilmente valutabile in suo favore


diverso dalla mera incensuratezza, ponendo - d'altra parte - in luce
la gravit della condotta ed il ruolo fondamentale ricoperto da
Caccetta nella vicenda (v. pagine 58 e 59).
Giova rammentare come le circostanze ex art. 62-bis cod. pen.
siano volte ad estendere le possibilit di adeguamento della pena in
senso favorevole all'imputato in considerazione di situazioni e
circostanze che effettivamente incidano sull'apprezzamento
dell'entit del reato e della capacit a delinquere dello stesso,
sicch il riconoscimento di esse richiede la dimostrazione di
elementi di segno positivo (Cass. Sez. 3, n. 19639 del 27/01/2012,
Gallo e altri, Rv. 252900).
Elementi di segno positivo che, nella specie, i giudici di merito
hanno correttamente ritenuto insussistenti, con argomentazioni
adeguate e prive di vizi logici e, dunque, insindacabili in questa
Sede.
6. Al pari inammissibile la doglianza concernente la denegata
applicazione della circostanza attenuante di cui all'art. 323-bis cod.
pen. Secondo l'esegesi delineata da questa Corte regolatrice in
tema di delitti contro la P.A., la circostanza attenuante speciale
prevista per i fatti di particolare tenuit ricorre quando il reato,
valutato nella sua globalit, presenti una gravit contenuta,
dovendosi a tal fine considerare ogni caratteristica della condotta,
dell'atteggiamento soggettivo dell'agente e dell'evento da questi
determinato (Sez. 6, n. 199 del 19/12/2011 - dep. 10/01/2012,
Lia, Rv. 251567).
A tali principi si allinea la negatoria della circostanza in parola, l
dove i decidenti di merito hanno evidenziato, con motivazione
congrua, come la condotta ascritta al Caccetta presenti
connotazioni di estrema gravit, anche a prescindere dal fatto
che il ricorrente agisse al solo fine di favorire il coimputato, effettivo
percettore delle somme indebite in contestazione (v. pagina 58).
Nel ricostruire i fatti i Giudici del merito hanno invero posto in luce
come Caccetta esprimesse a chiare lettere nelle intercettazioni la
volont di attuare una tattica dilatoria per tenere sulla corda il
Gallo ed indurlo a pagare la tangente; come fosse proprio
l'imputato a convocare in camera caritatis i professionisti Lupo e
Campagna per indurli a versare le somme nonch, per quanto pi
rileva, a minacciare Gallo a fare il suo "dovere", atteso che

18

altrimenti gli avrebbe "impedito di lavorare", condotta che


condivisibilmente stata ritenuta tale da non potersi qualificare
come di modesto disvalore.
7. Come si anticipato, colgono invece nel segno le censure che
attengono alla disposta confisca ex art. 12-sexies d.l. 8 giugno
1992, n. 306, c.d. allargata.
7.1. E' incensurabile in questa sede il rigetto della richiesta di
acquisizione della consulenza tecnica di parte.
Alla stregua del chiaro disposto dell'art. 603, commi 1 e 2, cod.
proc. pen., l'assunzione di nuove prove in appello subordinata alla
valutazione del giudicante di non essere in grado di decidere allo
stato degli atti, salvo che non si tratti di prove sopravvenute o
scoperte dopo il giudizio di primo grado, nel qual caso il Giudice
dispone la rinnovazione dell'istruzione dibattimentale nei limiti
previsti dall'art. 495, comma 1, cod. proc. pen. Detto accertamento
rimesso alla valutazione del giudice di merito ed incensurabile in
sede di legittimit se come appunto nel caso in oggetto - sia
correttamente motivato.
7.2. E' infondato anche il secondo profilo di doglianza, con il quale il
ricorrente denuncia l'illegittimit della confisca ex art. 12-sexies di.
8 giugno 1992, n. 306 (conv. con I. 7 agosto 1992, n. 356) in
quanto disposta in relazione ad un reato - quello di cui all'art. 319quater cod. pen. - per il quale essa non era prevista all'atto della
commissione del fatto.
Trattasi invero di profilo assorbito dalla sopra disposta
riqualificazione della fattispecie ai sensi dell'art. 317 cod. pen.
Ad ogni modo, non vi sarebbe ragione per discostarsi
dall'insegnamento di questa Corte, secondo il quale la confisca
prevista dal citato art. 12-sexies ha natura di misura di sicurezza
patrimoniale, ed pertanto applicabile anche ai reati contro la P.A.
commessi nel tempo in cui tale ipotesi di confisca non era prevista
dalla legge, non operando il principio di irretroattivit della legge
penale, ma quello dell'applicazione della legge vigente al momento
della decisione fissato dall'art. 200 cod. pen. (Sez. 6, n. 25096 del

19

06/03/2009 - dep. 16/06/2009, Nobis e altro, Rv. 244355; Sez. 1,


n. 44534 del 24/10/2012 - dep. 15/11/2012, Ascone, Rv. 254698).
In tema di confisca ai sensi dell'art. 12-sexies d.l. 8 giugno 1992, n.
306, non trova pertanto applicazione l'invocato principio di
irretroattivit della sanzione penale.
7.3. Sono invece fondate le ulteriori deduzioni che attengono non
all'an, ma al quantum della ablazione.
Va preliminarmente rilevato che l'art. 12-sexies, commi 1 e 2, d.l. 8
giugno 1992, n. 306, nell'attuale formulazione all'esito delle novelle
stratificatesi nel tempo, prevede che, in caso di condanna o di
applicazione della pena per taluno dei delitti previsti dalla stessa
disposizione - fra cui contemplato quello di cui all'art. 317 cod.
pen. -, sia sempre disposta la confisca del denaro, dei beni o delle
altre utilit di cui il condannato non possa giustificare la
provenienza e di cui, anche per interposta persona fisica o giuridica,
risulti essere titolare o avere la disponibilit a qualsiasi titolo in
valore sproporzionato al proprio reddito, dichiarato ai fini delle
imposte sul reddito, o alla propria attivit economica.
La confisca ex art. 12-sexies ha, per definizione, ad oggetto beni
che non sono legati da una correlazione diretta e provata con un
determinato delitto, come invece accade nel caso dei beni
strumentali o costituenti provento, prezzo o profitto del reato
assoggettabili alla confisca classica prevista dall'art. 240 cod. pen.,
misura di sicurezza correlata all'ontologica pericolosit della res. Ed
invero, la confisca c.d. allargata presuppone, per un verso, che sia
intervenuta condanna per taluno dei reati-presupposto previsti dalla
norma; per altro verso, che i beni dell'imputato - in quanto a lui
intestati o comunque al medesimo riconducibili - siano
sproporzionati rispetto ai redditi denunciati o all'attivit economica
svolta.
Quanto al primo presupposto, il legislatore ha identificato una rosa
di reatispia, connotati da una particolare gravit e suscettibili di
consentire l'accumulazione illecita di ricchezze, quali indici rivelatori
di particolare pericolosit soggettiva e tali da rendere legittima
l'alterazione e la dilatazione dell'ordinario nesso di pertinenzialit
tra il reato e le res dallo stesso direttamente prodotte o allo stesso
direttamente ricollegabili secondo il paradigma tradizionale definito

20

dall'art. 240 cod. pen. (come affermato, incisivamente, dalla C.


Cost. nella sentenza n. 18 del 1996).
Quanto al secondo presupposto, il legislatore ha subordinato
l'ablazione alla condizione che i beni abbiano un valore
sproporzionato rispetto al reddito dichiarato o ai risultati dell'attivit
economica svolta dall'imputato e non siano giustificati da una
provenienza lecita credibile, e che per tali ragioni possono ritenersi
ragionevolmente ricollegati all'azione e al livello di pericolosit,
anche patrimoniale espresso dal soggetto, con conseguente
allentamento del nesso di pertinenzialit fra res e reato, l dove si
consente la confisca di beni che non derivano necessariamente da
"quel reato" oggetto del procedimento e che non ne costituiscono il
tantundem (Sez. U. n. 920 del 17/12/2003, Montella, Rv. 226490).
Come si legge nella pronuncia delle Sezioni Unite, "il giudice,
attenendosi al tenore letterale della disposizione, non deve
ricercare alcun nesso di derivazione tra i beni confiscabili e il reato
per cui ha pronunziato condanna e nemmeno tra questi stessi beni
e l'attivit criminosa del condannato. Cosa che, sotto un profilo
positivo, significa che, una volta intervenuta la condanna, la
confisca va sempre ordinata quando sia provata l'esistenza di una
sproporzione tra il valore economico dei beni di cui il condannato ha
la disponibilit e il reddito da lui dichiarato o i proventi della sua
attivit economica e non risulti una giustificazione credibile circa la
provenienza delle cose. Con il corollario che, essendo la condanna e
la presenza della somma dei beni di valore sproporzionato realt
attuali, la confiscabilit dei singoli beni, derivante da una situazione
di pericolosit presente, non certo esclusa per il fatto che i beni
siano stati acquisiti in data anteriore o successiva al reato per cui si
proceduto o che il loro valore superi il provento del delitto per cui
intervenuta condanna.
Si conferma in tal modo quanto gi queste Sezioni Unite hanno
affermato (17 luglio 2001, Derouach). Vale a dire che ci si trova
dinanzi ad una misura di sicurezza atipica con funzione anche
dissuasiva, parallela all'affine misura di prevenzione antimafia
introdotta dalla legge 32 maggio 1965, n. 575" (Sez. U. n. 920 del
17/12/2003, Montella, cit.; v. anche, Corte cost., ord. 29 gennaio
1996, n. 18).
7.4. Il fondamento logico e giuridico della confisca c.d. allargata
poggia dunque, non sul rapporto di pertinenzialit rispetto allo

21

specifico reato sub iudice, bens sulla fondata presunzione di


"derivazione" del bene dall'attivit illecita posta in essere
dall'imputato, "qualificata" nell'oggetto, l dove dipendente da
specifici reati presupposto (quelli appunto contemplati dall'art.
12-sexies), ed indefinita quanto all'ambito temporale, dal momento
che la norma non circoscrive l'intervallo cronologico entro il quale i
beni, per poter essere assoggettati ad ablazione, devono essere
stati acquisiti.
Questo, nondimeno, non pu significare che qualunque bene
rinvenibile nel patrimonio del soggetto imputato di taluno dei
reatipresupposti avente un valore sproporzionato e non
lecitamente giustificato possa essere confiscato. La presunzione di
illecita accumulazione patrimoniale, seppure solo relativa (e dunque
superabile dalla prova contraria fornita dall'interessato), come ogni
presunzione, deve essere interpretata in conformit, oltre che alla
ratio sottostante alla previsione, al principio di ragionevolezza
sancito dall'art. 3 Cost. ed agli altri valori costituzionali che vengano
in rilievo, in particolare, il diritto di propriet. Ne discende che
l'ablazione, in quanto giustificata dalla pericolosit sociale del
soggetto espressa dalle imputazioni-spia e dagli altri indicatori di
una provenienza illecita, non pu colpire quei beni che risultino
essere stati acquistati in un'epoca di gran lunga antecedente al
momento di ragionevole emersione della pericolosit stessa e che,
secondo l'id quod plerumque accidit, non possono in nessun modo
ricondursi ad una accumulazione illecita.
7.5. Deve pertanto essere ribadito il principio gi affermato da
questa Suprema Corte, alla stregua del quale sono passibili di
confisca "estesa", in presenza dei presupposti delineati dal citato
art. 12-sexies, anche i beni acquisiti in epoca antecedente alla
commissione dei reati delineati dalla disposizione a condizione che
l'acquisizione rientri in un ambito di "ragionevolezza temporale", nel
senso che il "momento" dell'acquisto non deve essere talmente
lontano dall'epoca di realizzazione del reato/spia da determinare
ictu culi l'irragionevolezza della presunzione di derivazione, in ogni
caso, da una attivit illecita, sia pure diversa e complementare
rispetto a quella giudicata (Sez. 1, n. 41100 del 16/04/2014 - dep.
03/10/2014, Persichella, Rv. 260529; Sez. 4, n. 35707 del
07/05/2013 - dep. 28/08/2013, D'Ettorre, Rv. 256882).

22

7.6. Il perimetro cronologico delle acquisizioni patrimoniali


assoggettabili ad ablazione non definibile secondo parametri fissi
e predeterminati, essendo condizionato - secondo un criterio di
ragionevolezza - dalle specifiche modalit della condotta fonte di
pericolosit, di tal che il giudice tenuto a considerare qualsivoglia
circostanza oggettiva e/o soggettiva che possa illuminare il suo
prudente apprezzamento nel delimitare l'ambito temporale delle
acquisizioni assoggettabili ad ablazione, quali - ad esempio l'occasionalit ovvero la sistematicit della condotta delittuosa, il
contesto organizzato o monosoggettivo nel quale essa si sia
sviluppata ovvero l'entit dei proventi illeciti da essa ricavati
(ricostruiti anche in via presuntiva sulla base degli elementi
oggettivi acquisiti al procedimento).
8. A tali coordinate ermeneutiche non si conforma la decisione in
verifica, l dove, nel definire l'ambito dei beni assoggettabili ad
ablazione in quanto di valore sproporzionato e privi di credibile
giustificazione lecita, la Corte ha errato, per un verso, nel tenere
conto anche di acquisizioni avvenute in epoca di gran lunga
antecedente (segnatamente a partire dal 1981) rispetto al tempus
commissi delicti (febbraio - marzo 2009) o, comunque, delle
trasformazioni subite nel tempo da dette acquisizioni nei beni che
compongono nell'attualit il patrimonio dell'imputato nonch dei
frutti dei beni acquisiti nel passato remoto; per altro verso, nel
considerare a tale fine cespiti, trasformazioni e/o frutti di beni
acquisiti in epoca antecedente all'assunzione di Caccetta presso la
Regione Sicilia (1993), allorquando il medesimo esercitava
un'attivit libero professionale, dunque avulsa dal contesto
ambientale nel quale venivano commessi i reati contro la P.A.
oggetto del presente procedimento.
9. La sentenza impugnata deve pertanto essere annullata con
riguardo alla disposta confisca ex art. 12-sexies d.l. 8 giugno 1992,
n. 306 (conv. con I. 7 agosto 1992, n. 356).
Nel definire il quantum dei beni da sottoporre a confisca, il Giudice
di rinvio dovr attenersi al c.d. principio della perimetrazione
cronologica delle acquisizioni sopra delineato ed, in particolare,
escludere i beni nonch le loro trasformazione e frutti che siano
stati acquisiti anteriormente all'assunzione del Caccetta nella
Regione Sicilia (1993) e comunque in un'epoca di gran lunga

23

risalente rispetto alla commissione dei fatti reato e dunque non


contaminate, secondo un giudizio ispirato a ragionevolezza, dalla
pericolosit sociale dell'imputato come desumibile dallo specifico
reato-spia per il quale ha riportato condanna.
P.Q.M.
Qualificati i fatti ai sensi dell'art. 317 cod. pen., annulla la sentenza
impugnata limitatamente alla disposta confisca e rinvia per nuovo
giudizio sul punto ad altra sezione della Corte d'appello di Palermo.
Rigetta nel resto il ricorso e condanna il ricorrente al
pagamento delle spese sostenute nel grado dalla parte civile
Roberto Gallo, che liquida in complessivi 5000 euro, oltre al 15%
di spese generali , IVA e CPA.
Cos deciso, il 9 marzo 2016
Il consigliere estensore Il Presidente

Tangenti : in manette funzionario e dirigente del genio civile di


Palermo
Trapani La Polizia di Stato di Trapani ha arrestato un funzionario
amministrativo ed un dirigente tecnico geologo che lavoravano
presso il Genio civile di Palermo e Trapani responsabili dei reati di
concussione plurima aggravata in concorso avendo costretto o
indotto liberi professionisti e imprenditori a farsi consegnare somme
di denaro, quali tangenti, in cambio del rilascio dei pareri previsti
dall'art. 13 della legge 64/74, per progetti e piani di lottizzazione
nonch per la realizzazione di un insediamento turistico termale.
Le complesse indagini della Squadra Mobile, confortate da
intercettazioni audio e video negli uffici del Genio Civile, hanno
permesso di mettere in luce almeno 2 passaggi di denaro per due
distinte concussioni: una riguardante un piano di lottizzazione nel
comune di Mazara del Vallo e l'altra un insediamento turistico
termale con ricettivit di circa 1400 posti letto a Fegotto, localit
del comune di Calatafimi-Segesta.
Altri professionisti sentiti successivamente, sia pure a seguito della
contestazione del contenuto delle dichiarazioni rese in precedenza
dai colleghi, hanno ammesso in modo dettagliato di avere subito la
richiesta di una tangente, quantificata in 1.000 euro, con la
minaccia che, in caso di rifiuto, gli stessi non solo avrebbero
rinviato con ogni scusa l'espletamento di una pratica di interesse

24

del geologo sottoposta al parere del Genio Civile, ma, in sintesi,


non avrebbero pi consentito di lavorare, frapponendogli ogni
genere di ostacolo burocratico.Tali dichiarazioni delineavano quindi
un'ipotesi classica di concussione dal momento che appariva
evidente come le esplicite minacce di ritardare gravemente l'esito
delle pratiche di interesse, come pure quella di impedirgli di
lavorare in futuro con il genio civile di Trapani in caso di mancata
accettazione dell'imposizione di una dazione di denaro,
costituiscano all'evidenza abuso delle proprie qualit e dei propri
poteri finalizzato a costringere a soggiacere alla predetta richiesta
economica.
Fonte: Polizia di Stato
I Carabinieri del Ros hanno individuato e sgominato un clan
transnazionale guidato da Leonardo Badalamenti, figlio di Tano
storico boss di Cinisi, impegnato nella gestione truffaldina di titoli di
credito venduti per centinaia di milioni di dollari ai danni di istituti di
credito esteri, arrestando 20 persone in Italia, Spagna, Venezuela e
Brasile nell'operazione antimafia denominata 'Centopassi'. Tutti i
fermati sono accusati di associazione mafiosa, corruzione, truffa per
il conseguimento di erogazioni pubbliche e trasferimento
fraudolento di valori.
Sequestrati beni per oltre 5 milioni di euro tra aziende e quote
societarie. Al centro delle indagini del Ros alcuni imprenditori
ritenuti espressione di famiglie mafiose attivi sia in Toscana sia
nella realizzazione di opere residenziali e turistiche in provincia di
Palermo.
Fonte: Polizia di Stato
(ASCA-TRAPANIOK) - Trapani, 22 mag - Giuseppe Caccetta,
dirigente tecnico-geologo presso il Genio civile di Palermo e
Trapani, ed Antonino Pizzo, funzionario amministrativo dello stesso
ente, sono stati tratti in arresto, dagli agenti della squadra mobile
di Trapani con l'accusa di concussione plurima aggravata. Gli ordini
di custodia cautelare sono stati disposti dal giudice per le indagini
preliminari Massimo Corleo su richiesta della Procura della
Repubblica. Caccetta e Pizzo sono accusati di avere costretto o
indotto liberi professionisti ed imprenditori a farsi consegnare
somme di denaro, quali tangenti, in cambio del rilascio dei pareri
per alcuni progetti e piani di lottizzazione e per la realizzazione di

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un insediamento turistico da realizzarsi rispettivamente a Mazara


del Vallo e Calatafimi-Segesta, nel trapanese. Nel corso
dell'operazione e' stato anche notificato un avviso di garanzia a
Daniela Guastella, quarantuno anni, di Marsala, accusata di
riciclaggio, per avere, secondo l'accusa, compiuto operazioni
bancarie in modo da ostacolare l'individuazione della provenienza di
una tangente ottenuta da Pizzo.
http://www.asca.it/regioniTRAPANI__ARRESTATI_2_FUNZIONARI_DEL_GENIO_CIVILE_PER_T
ANGENTI-399541-sicilia-16.html
TANGENTI

AL

GENIO

CIVILE

DI

TRAPANI.

Agenti di Polizia appartenenti a questa Squadra Mobile, hanno


eseguito 2 OCC emesse dal G.I.P. di Trapani (Dr Corleo) su
richiesta della Procura della Repubblica (PM dr. Tarondo - dr.ssa
Biondolillo), nei confronti di:
1. CACCETTA Giuseppe, nato a Sant Angelo di Brolo (ME) il
11.07.1957 e residente a Palermo, dirigente tecnico - geologo
presso il Genio civile OOPP di Palermo e Trapani;
1. PIZZO Antonino, nato a Trapani il 18.01.1954 ivi residente,
funzionario amministrativo presso il Genio civile OOPP di
Trapani.
I due funzionari sono stati arrestati perch sottoposti ad indagini
per i reati di concussione plurima aggravata in concorso avendo
costretto o indotto liberi professionisti e imprenditori a farsi
consegnare somme di denaro, quali tangenti, in cambio del rilascio
dei previsti pareri ex art. 13 della legge 64/74, per progetti e piani
di lottizzazione, nonch per la realizzazione di un insediamento
turistico termale da realizzarsi rispettivamente in Mazara del
Vallo e Calatafini-Segesta.
Contestualmente stato notificato un avviso di garanzia e decreto
di perquisizione personale a GUASTELLA Daniela Domenica Maria,
nata a Marsala il 02.03.1968, per il reato di riciclaggio avendo
compiuto operazioni bancarie in modo da ostacolare lindividuazione
della provenienza delittuosa di una tangente ottenuta da PIZZO,
con la creazione di un CC.

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Il provvedimento restrittivo stato emesso dal GIP grazie alle


rilevanti emergenze istruttorie, gi compendiate in apposita
informativa di reato dalla Squadra Mobile di Trapani ai Pubblici
Ministeri in cui si comunicava lesito di accertamenti disposti con
riferimento al Genio Civile di Trapani, segnalando lacquisizione, a
seguito dellescussione di liberi professionisti impegnati nella
realizzazione di un insediamento turistico termale con
ricettivit di circa 1400 posti letto come da progetto
predisposto per conto della societ denominata Aquae
calidae del Golfo s.r.l. con sede in Isola delle Femmine (PA),
concernente reiterate condotte di natura concussoria poste in
essere da parte del geologo CACCETTA Giuseppe, sopra
generalizzato, dirigente tecnico presso il genio Civile Regionale di
Palermo, distaccato anche presso al sede del Genio Civile di
Trapani, e del ragioniere PIZZO Antonino, funzionario direttivo
presso la stessa sede del Genio Civile di Trapani.
Altri professionisti escussi successivamente, sia pure a seguito della
contestazione del contenuto delle dichiarazioni rese in precedenza
dai colleghi, ammettevano in modo dettagliato di avere subito la
richiesta di una tangente, quantificata in euro 1.000, da parte del
PIZZO e del CACCETTA, con la minaccia che, in caso di rifiuto, gli
stessi non solo avrebbero rinviato con ogni scusa lespletamento di
una pratica di interesse del geologo sottoposta al parere del Genio
Civile, ma, in sintesi, non avrebbero pi consentito di lavorare,
frapponendogli ogni genere di ostacolo burocratico.
Siffatte dichiarazioni delineavano quindi, in ogni elemento
costitutivo, una ipotesi classica del reato di tentata concussione
giacche appariva evidente come le esplicite minacce di ritardare
gravemente lesito delle pratiche di interesse, come pure quella di
impedirgli di lavorare in futuro con il genio civile di Trapani in caso
di mancata accettazione dellimposizione di una dazione di denaro,
costituiscano allevidenza abuso delle proprie qualit e dei propri
poteri finalizzato a costringere a soggiacere alla predetta richiesta
economica.
A fronte di tali elementi, per acquisire pi analitiche prove
dellattivit criminosa in atto, come pure per ottenere i necessari
riscontri idonei a confortare le dichiarazioni rese dalla persona
offesa, si procedeva ad una efficace attivit di intercettazione,
telefonica e ambientale, negli uffici del Genio Civile di Trapani dove

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prestano la propria attivit lavorativa i due pubblici ufficiali e che


hanno consentito di acquisire preziosissime conferme alliniziale
quadro probatorio, consentendo di evidenziare, con riprese video, la
dazione di somme di denaro, per due distinte condotte di
concussione consumate, riferite a due diversi progetti sottoposti al
parere del Genio civile di Trapani, entrambe concluse :
1. la prima riguardante un piano di lottizzazione da realizzarsi nel
comune di Mazara del Vallo;
2. la seconda prevedeva un piano di lottizzazione molto pi
consistente, un insediamento turistico termale con ricettivit di
circa 1400 posti letto, in localit FEGOTTO del Comune di
Calatafimi-Segesta da realizzarsi per conto della societ
ACQUAE CALIDAE DEL GOLFO S.r.l.
Le intercettazioni confermavano una serie di comportamenti
anomali da parte del PIZZO e del CACCETTA. Il primo infatti si
interessava attivamente delle pratiche presentate in esame,
nonostante lo stesso fosse addetto a mansioni di capo del settore
ragioneria e non rivestisse la qualifica di geologo. In particolare il
PIZZO si attivava con le vittime del reato perch le pratiche,
avrebbero dovuto essere indirizzate per la trattazione al geologo
CACCETTA, tramite una serie di colloqui tutti del seguente tenore :
sono deluso dal tuo comportamento mi sarei aspettato da te che
mi lasciassi almeno 100 o 200 euro da corrispondere ai ragazzi
dellufficio impegnati a compilare registri e mettere i timbri .
Lo stesso CACCETTA, responsabile delle trattazione delle pratiche,
aveva poi assunto un atteggiamento vessatorio, lamentando un
sovraccarico di lavoro a causa delle pratiche presentate, arrivando
sino ad adirarsi ingiustificatamente con frasi emblematiche del tipo:
tu mi devi chiedere scusa in ginocchio tu devi sbattere il muso
qua sei tu che hai bisogno di me, non io che ho bisogno di te,
se io voglio sono capace di trovare la scusa per bloccare le tue
pratiche non solo 60 giorni ma sei mesi, anche sei anni e subito
dopo: sono bravissimo in queste cose e rompo il culo a tutti, me la
possono sucare tutti in questo genere di cose e non smetter di
chiederti integrazioni fino a far morire i tuoi progetti qui dentro.

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Ed ancora: a me, me la sucano tutti tu, poliziotti, carabinieri,


giudici perch ci sono passato da queste cose e so come affrontarle
e non sono mai riusciti a fottermi.
Le attivit di intercettazione, unitamente ai concomitanti servizi di
osservazione e pedinamento predisposti dalla P.G., hanno
consentito di acquisire i seguenti elementi indiziari:

il PIZZO invitava i professionisti a gonfiare i propri emolumenti


in qualit di geologo per potere ricavare le somme da corrispondere
quale tangente;

il CACCETTA e il PIZZO vessavano i professionisti con la


richiesta di ulteriori documenti da trasmettere al genio civile, come
un mero espediente per ritardare lapprovazione e costringere gli
interlocutori a scendere a patti;

il CACCETTA ed il PIZZO si facevano consegnare la somma di


500 quale tranche della tangente in relazione al gestito per una
lottizzazione in Mazara del Vallo. La consegna veniva documentata
dalla video-ripresa mediante telecamera allinterno dello stesso
ufficio e confermata dalle successive conversazioni

i due funzionari ribadivano la soddisfazione per avere costretto


i professionisti ad assumere un atteggiamento di sottomissione
rispetto alloriginale resistenza dimostrata verso richieste avanzate.

con riferimento al progetto di lottizzazione di Calatafimi le


successive conversazioni intercettate rendono evidente
come il CACCETTA, una volta contattato da un soggetto
politico interessato alla pratica (che si accerter identificarsi
in BOLOGNA Stefano, candidato sindaco del comune di Isola
delle Femmine in occasione delle imminenti consultazioni
amministrative), prospetti al PIZZO la necessit di procedere
nellattivit criminosa su binari separati: da un lato si rende
necessario evitare che i progettisti e gli interlocutori politici siano
posti a conoscenza delle grevi richieste di tangenti avanzate: infatti,
una volta avviato un rapporto di pi alto livello il CACCETTA
intende ottenere pi elegantemente e proficuamente la
promessa di incarichi pubblici da parte del BOLOGNA.
Dallaltro lato non disdegna di proseguire lattivit concussoria nei
confronti dei professionisti, in maniera riservata, con la richiesta di
somme di denaro pi contenute ma di immediata acquisizione.

l11.3.09 ore 10.36, il PIZZO ed il CACCETTA, ricevevano una


ulteriore tangente dellimporto di 1000 euro .

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a fronte di tanto interessamento nel ricevere le somme di


denaro, il PIZZO veniva ripreso sovente mentre trascorreva parte
della giornata lavorativa appisolato sulla scrivania.

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