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CRIMINOLOGIA

(Prof. Romano Bettini)

COMPENDIO DI CRIMINOLOGIA
(Gianluigi Ponti)

CAPITOLO 1
INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA CRIMINOLOGIA

1.1 PREMESSA
La criminologia, contrariamente a quanto si creda, non riservata solo agli addetti
ai lavori: essa offre anche , in una prospettiva umanistica, molteplici spunti per
ampliare le conoscenze e favorire una migliore conoscenza della persona umana.
Fornire conoscenze maggiormente approfondite, che non ricalchino solo il comune
buon senso o gli stereotipi e i luoghi comuni sul crimine lo scopo specifico di
questa disciplina.
1.2 LE SCIENZE CRIMINALI
Le discipline che hanno come loro interesse i fenomeni delittuosi si denominano
scienze criminali e ad esse appartengono, oltre alla criminologia:
-

il diritto penale, sia sostanziale che procedurale esso la scienza che


studia, analizza ed approfondisce il complesso delle norme giuridiche rivolte
ai cittadini, le quali divengono, in forza di legge, regole di condotta. Pertanto,
il delitto, che il campo degli interessi e delle indagini scientifiche della
criminologia, viene ad essere definito dal diritto penale: poich la
criminologia si occupa di studiare i fatti delittuosi, gli autori dei delitti e le
differenti reazioni che la societ mette in atto per combatterli o prevenirli, ne
consegue che la criminologia sar debitrice al diritto penale della definizione
delloggetto su cui deve indirizzare la sua ricerca e il suo sapere.

Il diritto penitenziario che ha come oggetto linsieme delle disposizioni


legislative e regolamentari che disciplinano la fase esecutiva del
procedimento giudiziario penale.

La psicologia giudiziaria che studia la persona umana non in quanto reo


(ambito questo della criminologia e della psicologia criminale) ma quale
attore, in differenti ruoli, nel procedimento giudiziario (imputato, parte
offesa, periti, avvocati, magistrati della pubblica accusa e giudici, ecc.).

La politica penale (o politica criminale) composta da molteplici filoni di


pensiero che hanno come obiettivo quello di studiare, elaborare e proporre
gli strumenti ed i mezzi (legislativi, giuridici, sociali, trattamentali,
preventivi) per combattere la criminalit. Essa costituisce linsieme dei
contributi che molteplici discipline forniscono al legislatore per la
formulazione delle leggi penali, affinch operi non solo sotto la spinta delle
sollecitazioni dellopinione pubblica e dei valori della cultura di quel
momento, ma anche alla luce delle ricerche, degli studi e degli apporti
dottrinari.

La criminalistica, invece, non va confusa n con la criminologia n con le scienze


criminali: essa da intendersi come linsieme delle molteplici tecnologie che
vengono utilizzate per linvestigazione criminale. Si tratta di tecniche di polizia
scientifica che hanno come obiettivo la risoluzione di svariati problemi di ordine
investigativo, utili per la qualificazione del reato, per la identificazione del reo o
della vittima, per la caratterizzazione delle circostanze (es.: analisi grafometrica,
analisi di campioni biologici, indagini tossicologiche, ecc.).
Rientrano invece nelle competenze della criminologia gli studi e le applicazioni
pratiche aventi per oggetto lidentificazione del reo utilizzando le caratteristiche
psicologiche e comportamentali degli autori di taluni tipi di reato.
1.3 PRECISAZIONI SEMANTICHE
Per quanto attiene ai fatti delittuosi, nel comune linguaggio il delitto, il crimine, il
reato, cos come pur avendo un significato sostanzialmente equivalente, contengono
sfumature semantiche differenti: la parola reato ha un significato meno
stigmatizzante ed implica reazioni emotive meno negative di quanto non comporti
la parola delitto, riservata di solito per definire atti di particolare efferatezza. Le
dizioni atto illegale o illeciti penali, pur avendo sempre il significato di atto previsto
dalla legge come reato, sono pi neutre e non comportano un giudizio morale
particolarmente severo. Le espressioni verbali quali comportamento disonesto o
disonest, poi, pur sempre indicando un agire proibito dalla norma penale,
implicano una ancor minore reazione sociale di censura, sia per il poco rilevante
danno economico dellazione disonesta sia per la larga diffusione di quel tipo di
azione. Nel linguaggio giuridico, invece, tutte le azioni penalmente perseguibili
vengono denominate reati: tra di essi si differenziano i delitti e le contravvenzioni, a
seconda della natura delle pene (ergastolo, reclusione, multa nel primo caso; arresto
e ammenda nel secondo) a loro volta correlati alla maggiore o minore gravit del
reato. In criminologia si preferisce non tener conto delluso generico dei termini
anche perch i nomi che indicano i fatti delittuosi e gli autori di delitti variano da
paese a paese cosicch dizioni uguali hanno spesso significato giuridico diverso.
Analogamente accade per i nomi con i quali si indica lautore di fatti previsti dalla
legge come reati. Nel linguaggio dei codici egli pu essere reo, delinquente,
condannato, indagato, indiziato, imputato, appellante, ricorrente, ecc. Nel
linguaggio quotidiano le dizioni delinquente e criminale non sono astrattamente
usate per indicare chi infrange la legge ma contengono in s impliciti giudizi di
valore negativi, disapprovazione, censura. Nel contesto dei gruppi e della societ si
effettuano differenziazioni nei confronti della criminalit secondo una gerarchia dei
valori violati, cosicch non tutte le infrazioni della legge penale suscitano uguali
reazioni negative, essendo talune sentite come pi gravi di talaltre percepite come
meno severamente censurabili. Il criminologo deve tendere a spogliare la parola
delinquente, criminale, reo (colui che fa il male), da implicazioni emotive e da
giudizi etici, considerandole semplicemente quali termini per indicare coloro che
hanno commesso azioni proibite dalla legge penale.
Delinquente, in ogni caso, per il criminologo va usato non tanto come sostantivo,
quanto piuttosto come participio presente: colui che delinque. Criminale,
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delinquente, reo, dovrebbero semplicemente indicare colui che ha compiuto azioni


che la norma giuridica definisce reati ed evitare dunque generalizzazioni. Non
esistono, infatti i delinquenti come categoria o come astratti concetti ma una
realt costituita da una infinita variet di singole fattispecie delittuose e di singoli
autori: dunque, necessario, per essere scientificamente corretti, parlare sempre al
singolare piuttosto che al plurale. Sar bene poi non usare i verbi allindicativo ma
utilizzare piuttosto espressioni possibilistiche o probabilistiche perch le certezze
non sono delle scienze delluomo e men che meno appartengono alla criminologia.
1.4 OGGETTO E SPECIFICIT DELLA CRIMINOLOGIA
La criminologia si colloca fra le discipline che hanno come loro oggetto di studio la
criminalit e che abbiamo definito quali scienze criminali. Tratto caratteristico della
criminologia, per, il confluire integrato e non meramente giustapposto degli
apporti di diverse discipline secondo una prospettiva sintetica. Il criminologo,
dunque, in grado di coltivare conoscenze e di informare su delitto e delinquenti
secondo un pi ampio ventaglio di prospettive. Vediamo le sue caratteristiche in
particolare:
-

lampiezza del campo di indagine che considera i fatti criminosi e i loro


aspetti fenomenologici, le variazioni nel tempo e nei luoghi, le condizioni
sociali ed economiche che ne favoriscono la diffusione e le modificazioni.
Rientrano nellambito dei suoi interessi anche lo studio degli autori dei
delitti, i diversi tipi di reazione sociale che il delitto suscita, lanalisi delle
conseguenze esercitate dal crimine sulle vittime, del fenomeno della
devianza.

una scienza multidisciplinare nel senso che una scienza che per il
proprio autonomo sviluppo richiede competenze molteplici: essa si occupa
quindi dei fenomeni delittuosi secondo molteplici prospettive e competenze.
Afferiscono alla criminologia conoscenze fornita da pi discipline quali la
sociologia, la psicologia, la psichiatria, la psicologia sociale, ecc. mentre
esclusivo compito della criminologia il coagulare in s i loro apporti per
quanto pu essere utilizzato per lo studio del crimine. Il criminologo lo
studioso che deve saper integrare in una visione sintetica dati, conoscenze,
approcci e metodi provenienti da campi diversi del sapere.

una scienza interdisciplinare poich ha necessit di dialogo con altre


scienze per poter, congiuntamente a queste, affrontare questioni alla cui
risoluzione necessitano molteplici competenze.

una delle scienze delluomo tali si definiscono quelle scienze che


studiano quella realt complessa, articolata e multiforme che il
comportamento umano in seno alla societ nei suoi infiniti aspetti. Con le
altre scienze delluomo (posologia, antropologia, pedagogia, storia,
economia, psichiatria, ecc.) la criminologia ha in comune lo studio delluomo
nella sua dimensione individuale e sociale, e come suo specifico oggetto lo
studio delluomo allorquando viola la legge penale.

1.5 LA CRIMINOLOGIA COME SCIENZA


Per poter parlare di scienza necessario che un certo tipo di sapere abbia alcune
caratteristiche. Irrinunciabili requisiti delle scienze sono:
-

la sistematicit nel senso che una scienza linsieme delle conoscenze


acquisite in determinati ambiti del sapere, integrate in un complesso
strutturato ed armonico;

la controllabilit posto che le enunciazioni debbono poter essere sottoposte


al vaglio delle critiche logiche e al confronto con i dati della realt;

la capacit teoretica per la quale una scienza deve riunire e riassumere


molteplici osservazioni e dati sui fenomeni di cui si occupa in proposizioni
astratte unite da un nesso logico (le teorie) e intese a spiegare, in una
costruzione semplice e comprensibile, i rapporti causali, le correlazioni e le
variabili dei fatti oggetto della sua analisi;

la capacit cumulativa consistente nella caratteristica delle scienze di


costruire teorie in derivazione luna dallaltra talch le pi recenti
correggono, modificano, amplificano o perfezionano le teorie prima
formulate;

la capacit predittiva anche se doveroso precisare che le scienze


delluomo presentano grandi limiti nella possibilit di prevedere quali
saranno i futuri comportamenti sia collettivi che dei singoli individui.
Luomo, infatti, non mai costretto ad agire in un certo modo ma libero,
sia pur in modo non totale, di scegliere la sua condotta: la quale
influenzata, anche fortemente, dal sistema delle relazioni interpersonali,d agli
obblighi legali e dalle norme di costume, cos come lo dai fattori sociali,
economici, familiari, ma alla fine la condotta pur sempre rimessa alla scelta
dellindividuo.

Posto ci, vediamo ora quali siano le particolari prerogative di dottrina scientifica
della criminologia.
Di certo la criminologia stata da molti ricompresa fra le scienze empiriche, nel
senso che sarebbe fondata solo sullosservazione della realt criminosa e non sulla
speculazione astratta o su presupposti teorici o su giudizi di valore, e nel senso che i
suoi dati dovrebbero avere carattere oggettivo. Pertanto, le interpretazioni che essa
fornisce del suo campo di indagine, le valutazioni cui perviene e gli sviluppi
teoretici che propone dovrebbero essere unicamente il frutto della osservazione
della realt. Ci per accade solo per talune delle teorie criminologiche poich altre
sono invece fortemente influenzate dallatteggiamento soggettivo dello studioso. Il
carattere avalutativo e neutrale della criminologia intesa come scienza sempre e solo
empirica, a lungo sostenuto nel passato oggi assai ridimensionata. Le teorie
criminologiche non vengono pi considerate come oggettive certezze anche se
rimane pur sempre alla criminologia il requisito di scienza anche emprica, ma solo
relativamente a talune delle sue acquisizioni. Un altro aspetto del suo essere scienza
empirica si manifesta con la sua qualificazione come scienza descrittiva dei
fenomeni criminosi: per questo ad essa competa la descrizione fattuale, la
classificazione e la differenziazione tassonomica dei delitti e dei loro autori, Nel
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momento in cui alla descrizione si aggiunge per anche la ricerca e la


identificazione dei fattori responsabili di tali eventi, la criminologia viene ad
assumere il carattere di scienza eziologia, cio di scienza che ricerca le cause dei
fenomeni da lei osservati.
Aspetto empirico/descrittivo

giudizi di fatto

Criminologia
Aspetto ideologico/critico

giudizi di valore

Quando la criminologia costruisce le sue teorie, viene dunque ad assumere


prevalenti connotazioni di scienza eziologia: in questo senso, sottolineando
limportanza di alcuni fattori e indicandoli come cause della criminalit, viene in
definitiva ad effettuare giudizi ispirati a valori e perde quindi le sue connotazioni di
scienza empirica. Ci si verifica rinunciando al metodo induttivo in favore di quello
deduttivo, particolarmente nella costruzione di talune teorie, nelle quali
preminente non tanto la ricerca empirica, quanto piuttosto la interpretazione di
taluni fatti secondo una visione ideologica o sociale: assume in tal caso le
caratteristiche di quelle scienze che si fondano su giudizi di valore.
E opportuno a questo punto ricordare la ormai classica distinzione di Norberto
Bobbio tra scienze che formulano giudizi di fatto e scienze che si occupano di
giudizi di valore: in questo senso, quando la criminologia coltiva essenzialmente
laspetto empirico e descrittivo dei fenomeni criminosi, prevalente la prima
caratteristica; quando la criminologia entra nel merito di valutazioni che sono
ideologiche o etiche, quando privilegia taluni fattori sociali conferendo ad essi
valore di causa unica o prevalente della criminalit essa assume caratteri di scienza
speculativa che si fonda su giudizi di valore.
Unaltra caratteristica della criminologia quella di essere anche una scienza
applicativa. Fra le molteplici competenze del criminologo, vi anche quella di
intervenire operativamente sui fenomeni criminosi e sugli individui: agisce sui
fenomeni con lattuare interventi di prevenzione generale e speciale, o con
lattivarsi nei programmi di mediazione fra reato e vittima; interviene sugli
individui per favorire, con le tecniche proprie delle scienze delluomo, leducazione
dei rei minorenni e la risocializzazione dei condannati adulti, ecc.
1.6 RELATIVITIA DEL SIGNIFICATO AVALUTATIVO E NEUTRALE
DELLA CRIMINOLOGIA
Anche se levolvere della scienza ha consentito di acquisire via via sempre maggiori
certezze nelloggettivit di taluni dati del reale, non altrettanto sicurezza stata
raggiunta nellinterpretazione organizzata in una teoria dei dati stessi. Infatti,
requisito fondamentale delle teorie scientifiche il loro carattere di falsificabilit o
confutabilit: questa caratteristica, cos denominata da Popper, consiste nella loro
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non dogmaticit, perch proprio delle teorie scientifiche il poter essere demolite e
sostituite da nuove che dimostrano cos la fallacia di quelle che le hanno precedute.
Non vi cio una verit assoluta, valida per sempre, ma piuttosto un succedersi di
verit, sempre provvisorie, in attesa di essere superate, modificate o smentite da
altre interpretazioni teoriche della realt in cui viviamo.
Infine si contesta lavalutativit della ricerca scientifica, affermando che i dati non
parlano da soli ma vengono letti alla luce della teoria: addirittura si sostiene che
sar la teoria a permetterci di vedere certi date e ad accecarci rispetto ad altri. Il che,
poi, tanto pi vero per quelle scienze meno immediatamente a contatto col dato
naturale, e che rivolgono invece la loro attenzione alluomo nel suo agire sociale o
individuale: dunque, tutte le scienze nelle quali lo scienziato nello stesso tempo
osservatore di eventi e attore partecipe di quel contesto sociale, obbligatoriamente
contengono delle scelte di valore e riflettono gli orientamenti generali della cultura
del proprio momento. Quindi, anche la criminologia non pu essere solo scienza
empirica e conoscitiva (il che comunque non salvaguarderebbe lassoluta neutralit)
ma include in s necessariamente anche aspetti di scienza etico-normativa poich le
sue acquisizioni, oltre che basarsi su giudizi di fatti, contengono anche giudizi di
valore.
1.7 VERITA E TEORIE CRIMINOLOGICHE
E opportuno chiarire unaltra delle peculiarit delle teorie del comportamento
umano, rappresentato dal carattere relativo delle verit da esse enunciate.
Relativamente al carattere di verit sulle cause proposte dalle varie teorie, da
premettere che nel corso del tempo ne sono state identificate moltissime il che
farebbe sospettare che le cause indicate da ciascuna di esse non siano veri fattori
causali. Molti approcci teorici, sia sociologici che psicologici, si propongono come
teorie unicasuali, nel senso che hanno polarizzato il loro interesse su di un unico
fattore, ritenuto il pi rilevante o addirittura esclusivo. Altre teorie tentano invece di
conciliare molteplici fattori che intervengono nella causazione per offrire cos una
prospettiva interpretativa pi ampia: queste si denominano teorie multicausali.
Nello studio del comportamento umano, da intendersi il significato di causa in
termini molto relativi: lenorme numero dei fattori concorrenti, unitamente
allestrema variet individuale nel rispondere e reagire anche a identiche
condizioni, devono render cauti sul significato della causalit nel comportamento
umano. Nessun fattore pu mai da solo completamente spiegare un fatto, e
reciprocamente lo stesso comportamento pu essere inquadrato e spiegato secondo
varie teorie causali: questa semplicemente la conseguenza del fatto che i vari
ricercatori rivolgono il loro interesse maggiormente sulluno piuttosto che sullaltro
degli innumerevoli fattori che concorrono nel comportamento sociale delluomo.
Intendere la condotta in termini polarizzanti sulla causalit espone al rischio di
considerarla secondo la prospettiva del determinismo: ci vuol dire che col dar
valore di causa come antecedente che da solo spiega lagire, si finisce col
prospettare uninterpretazione meccanicistica che non lascia pi spazio a quella che
la variabile fondamentale del comportamento umano e cio la libert di scelta.
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E poi ormai risaputo che nelle scienze umane la libert di autodeterminarsi non ha
carattere dogmaticamente assoluto ma sentita come una responsabilit che pu
essere spesso attenuata e ne parliamo pertanto come di una libert morale
condizionata. Ben sappiamo che gli spazi della libert umana sono molte volte
compromessi, anche in maniera rilevante, da handicap sociali, o da appartenenze a
particolari sottoculture o dallo stigma o da fattori psicologici e biologici. Ma al pari,
il nostro momento culturale rivaluta la residua possibilit di scelta delluomo dai
vari condizionamenti, riafferma la sua responsabilit e quindi anche la possibilit di
formulare giudizi in termini di merito o di demerito.
Sul terreno teorico risulta poi sterile ogni affermazione generalizzante o di priorit
fra le varie cause (o fattori) evidenziate dalle varie teorie: La complessit dei
fenomeni della psiche umana, e conseguentemente della condotta, impedisce di
stabilire delle gerarchie di importanza tra tali fattori: solo utilizzando i vari approcci
in una visione integrata e non esclusiva verr favorita la migliore comprensione dei
fenomeni. Ci che dovr evitarsi, dunque, sar il dogmatizzare una sola teoria.
Va chiarito comunque che il concetto di teoria unicausale non equivale a quello di
teoria deterministica, ben potendosi formulare teorie unicausali che non considerino
il fattore da esse eletto a condizione principale anche come escludente lintervento
della scelta personale; viceversa, possono darsi teorie multifattoriali ma
deterministiche in quanto asseriscono che il concorrere di un certo numero di fattori
comporta necessariamente lesito criminoso. Ma sar comunque ben difficile che
una singola teoria possa soddisfacentemente chiarire, sotto il profilo causale, o
anche solo esplicativo, ogni tipo di condotta criminosa.
Tornando alla questione delle verit delle teorie criminologiche, c da ricordare che
il carattere distintivo della bont di una teoria non il suo essere pi o meno vera.
Ogni costruzioni teorica che miri ad identificare la causa o le cause del
comportamento criminale incontra un primo insuperabile ostacolo nella estrema
variabilit dei crimini che sono straordinariamente diversi fra loro. Questa
considerazione consente di affermare che non ci sar nessuna teoria in grado di
identificare una o pi cause efficienti per ogni tipo di crimine, e che pertanto
nessuna teoria sar pi vera di altre.
Una seconda considerazione deriva dal fatto che le cause identificate (o comunque i
fattori ritenuti dalle varie teorie pi importanti) oltre ad essere numerosissime sono
spesso inconciliabili tra loro.
Bene, oggi siamo consapevoli che il metodo scientifica, in modo particolare quello
che si utilizza nelle scienze delluomo, non in grado n lo presume, di fornire
verit incontrovertibili: siamo consapevoli di non poter esprimere certezze sulla
personal umana.
Mentre la verit un concetto assoluto, le teorie hanno una validit solo relativa e
provvisoria. Una teoria dovr essere valutata piuttosto in funzione del suo valore
euristico: cio della capacit di stimolare altre ricerche e a favorire il sorgere di
nuove conoscenze. Una teoria perci vera (quindi non in senso trascendente e
assoluto) solo se utile (cio se si presta a essere utilmente impiegata per
ulteriormente facilitare la comprensione di un fenomeno, per accrescere le
conoscenze e per pi efficacemente intervenire su di esso).
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Non si deve dunque cercare la teoria pi vera, posto che nessuna lo in assoluto: il
criminologo si avvarr piuttosto dei contributi derivanti da vari approcci teoretici,
cos da poter fruire di un pi ampio ventaglio conoscitivo. In questo senso
giocheranno infine un ruolo importante anche le affinit e gli orientamenti di
ciascun studioso in quanto sappiamo che non possibile prescindere completamente
dai giudizi di valore, che necessariamente sono informati allideologia e alle
inclinazioni culturali di ciascuno.
1.8 IL CONCETTO DI CAUSA IN CRIMINOLOGIA.
Gli uomini hanno costantemente costruito spiegazioni causali alla ricerca di dottrine
capaci di offrire una spiegazione al perch viviamo, e al perch delluniverso di cui
siamo parte: non deve dunque sorprendere se anche la criminologia si sia posto il
problema di identificare le cause della condotta delittuosa.
Abitualmente si designa coma causa di un fatto lantecedente necessario e
sufficiente al suo accadimento.
Nel cercare la causa, non possiamo rifarci solo alle condizioni necessaria in quanto
esse sono molteplici e una siffatta esasperata e paradossale visione condizionistica
del tutto sterile. Ci che si indica come causa deve essere non solamente necessario
ma costituire anche una condizione sufficiente: si deve cio, fra gli infiniti
antecedenti necessari, identificare solo quello che in definitiva ha provocato
leffetto. Chiamiamo pertanto causa, fra tanti fattori pur necessari, solo quella
condizione che pi direttamente intervenuta nel fenomeno esaminato, trascurando
gli altri, e senza la quale leffetto non si sarebbe verificato. Cerchiamo, cio, la
conditio sine qua non. Fra i tanti antecedenti, quello la causa efficiente.
Se poi, in unaltra prospettiva ci si propone non semplicemente un fenomeno ma
anche di intervenire per modificarlo, chiaro che necessario trascegliere dal
complesso degli antecedenti talune condizioni che si reputano pi importanti perch
sono quelle sulle quali possiamo intervenire per modificare leffetto. Di fronte a tale
esistenza di una causalit pragmatica si trova anche il criminologo, chiamato ad
indagare e comprendere, ma possibilmente anche a contrastare il comportamento
delittuoso.
Questo comune concetto di causalit, che chiameremo casualit lineare (dalla causa
A deriva leffetto B, che esprimiamo graficamente con la formula A ----- B stato a
lungo il paradigma dominante dellet del Positivismo quando, nel secolo XIX,
vigeva una visione meccanicistica ed una fiducia assoluta nella capacit esplicativa
della scienza secondo la quale i fenomeni naturali (e con essi anche il
comportamento umano) derivavano, in una visione deterministica, da fattori noti
che producevano necessariamente certi effetti, in armonia con leggi di natura che
erano certezze non discutibili.
Ma se per molti fenomeni naturali pi semplici la causalit lineare ha ancora pieno
valore, questo principio di causalit non ha oggi pi credito per quanto attiene ai
fenomeni di cui si occupano le scienze delluomo. La prospettiva della causalit,
relativamente al comportamento umano cambiata radicalmente: essa intesa
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infatti secondo una prospettiva sistemica e alla luce di un nuovo concetto di


causalit detta di causalit circolare.
La teoria dei sistemi (Bethalanaffy, Bateson) invece di considerare i fenomeni
come effetto necessario di una causa data, certa piuttosto di analizzare le
reciproche influenze fra i fenomeni che sono inseriti nel sistema: questa teoria si
fonda sul concetto di insieme per il quale una unione di elementi qualcosa di
diverso dalla semplice somma dei singoli componenti; essa spiega inoltre come
nellinsieme dei rapporti interpersonali, costituenti appunto un sistema, la condotta
di un soggetto influenza quella degli altri, e come questultima a sua volta si
ripercuota sul comportamento del primo agente: questo il concetto di causalit
circolare. Il modello mutuato dalla cibernetica, che sostituisce lo schema della
causalit lineare con quello di retroazione o feedback per il quale ognuna delle
parti di un sistema influisce sulle altre (A --- B): ne deriva che la differenziazione
fra causa ed effetto viene in tal modo a perdere il significato perch ogni parte del
sistema nello stesso tempo causa ed effetto e non pu pi parlarsi pertanto di
causa efficiente. E dunque centrale il concetto di sistema nel quale sono
ricompresse oltre allattore del fenomeno osservato anche le altre persone e
circostanze con le quali il soggetto venuto in rapporto, e le correlazioni tra di essi.
La criminologia, adottando una modalit esplicativa di queste genere favorir una
conoscenza pi ampia di quel soggetto e di quella condotto ma finisce per
ostacolare il giudizio morale nei suoi confronti e rischia di favorire un
atteggiamento globale di giustificazionismo e di deresponsabilizzazione: leccesso
del comprendere pu portare allimpossibilit del giudicare.
Le attribuzioni di responsabilit debbono avvenire secondo un modello differente di
causalit, la causalit giuridica materiale, che procede secondo la logica della
causalit lineare.
Fra le molteplici teorie giuridiche sulla causalit, preferibile appare la teoria della
causalit cosiddetta umana, per la quale la condotta umana pu considerarsi causa
dellevento quando: a) conditio sine qua non del medesimo, in quanto senza di
essa levento non si sarebbe prodotto; b) levento al momento della condotta era
prevedibile come conseguenza verosimile di essa, secondo la miglior scienza ed
esperienza del momento storico.
Ecco che se il criminologo con le sue conoscenze in grado di favorire proprio
attraverso la logica della casualit circolare, la comprensione approfondita di un
comportamento delittuoso identificando il reticolo dei fattori remoti e prossimi,
psicologici e relazioni che hanno avuto un ruolo pi o meno rilevante nella condotta
incriminata, deve per astenersi dal formulare giudizi in quanto non solo perch
quanto maggiore la comprensione tanto maggiore sar la tendenza a giustificare
ma perch giudizi e giustificazioni spettano solo al giudice.
1.9 Il campo delle indagini criminologiche
La criminologia, gi si detto, non pu avere una propria autonomia nel delimitare
il proprio ambito dindagine perch delimitata in questo dal diritto positivo. Il
delitto un fatto sociale che la legge definisce come tale per convenzione pubblica.
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Fra gli innumerevoli comportamenti il diritto ne indica infatti alcuni come proibiti,
prevedendo sanzioni per chi viola la proibizione: solo che lindicazione di ci che
proibito cambia nel tempo e nei luoghi.
Oltre che mutevoli, le definizioni del diritto positivo sono necessariamente rigide e
schematiche. Per molti studiosi il delitto si sostanzia in una condotta che lede o
mette in pericolo un bene di rilievo per la collettivit, nel senso che la sua lesione o
messa in pericolo costituisce danno sociale: essa cio risulta intollerabile per la
societ stessa e non altrimenti evitabile se non utilizzando sanzioni criminali.
Fin dal secolo scorso, allepoca della Scuola Positiva, stato rivalutato il vecchi
concetto di delitto naturale contrapposto a quello di delitto come fatto
storicamente e socialmente contingente che mira a identificare i delitti secondo un
criterio e unetica universali, non subordinate al variare delle norme legali. Secondo
questa prospettiva giusnaturalistica, esisterebbe una sorta di sistema legale non
scritto cio un insieme di valori che le leggi costantemente tutelano in ogni
momento storico e che rispecchierebbero i contenuti etici fondamentali, immutabili
e trascendenti, di una supposta natura delluomo: essi si affiancherebbero al
diritto positivo dei singoli stati e delle singole epoche, essendo indipendenti o
addirittura superiori ad esso ed di essi che la criminologia dovrebbe soprattutto
occuparsi.
Lantropologia e letnologia informano invece che nessuna delle condotte proibite
dalle norme si mantenuta immutata nel corso dei secoli. Tutti i valori etici, tra cui
anche quelli che parrebbero pi radicati, non sono dunque frutto di principi innati o
del patrimonio biologico o di principi immanenti e immutabili ma della evoluzione
sociale e culturale.
Il delitto non pertanto fatto naturale bens fatto sociale identificato da una
definizione convenzionale, necessariamente mutevole con il mutare delle societ e,
pertanto, lidea del delitto naturale risulta inaccettabile per chi affronta il problema
in una prospettiva antropologico-culturale.
Nel tentativo di definire il delitto secondo criteri di validit generale, svincolata
dalle norme contingenti e mutevoli de diritto positivo, si anche tentato di utilizzare
il principio della antisocialit o della pericolosit sociale. Sulla pericolosit si
incentrava la politica criminale propugnata della Scuola Positiva del diritto ed era
intesa come una specie di innata tendenza a compiere delitti non necessariamente
connessa con leffettualit di comportamenti legalmente proibiti e che sugli
individui socialmente pericolosi si and incentrando linteresse dei criminologi di
quellepoca. Ma lantisocialit e la pericolosit sono per condizioni ben difficili da
oggettivare da arte delle scienze delluomo ed in definitiva un mero giudizio di
valore espresso nei confronti di taluni individui in ragione non solo di talune loro
caratteristiche somatiche e psicologiche ma in pratica molto spesso semplicemente
del loro status. Rientrerebbero pertanto tra questi esseri antisociali anche coloro che
pur non avendo commesso reati ne vengono reputati potenzialmente capaci: si
ammette cos lesistenza di una criminalit potenziale o induttiva svincolando il
concetto di delinquente dal quello di delitto consumato o tentato. C anche da dire
che nel diritto penale moderno, il criterio della generica antisocialit ha assunto un
significato diverso in quanto beni giuridici meritevoli di tutela penale sono oltre i
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beni prevalente individuali anche quelli di pi ampio interesse cosicch sono


ritenuti fatti antisociali linquinamento ambientale, gli attentati allecologia, i reati
economici.
Non possono nemmeno seguirsi quei pensatori che, sempre nellintento di
svincolare il campo dindagine della criminologia dal diritto positivo, hanno parlato
di una criminologia dei diritti umani, muovendo dallintento di prendere in esame
anche quei comportamenti che costituiscono violazione dei fondamentali diritti e
libert delluomo e che sono stati definiti dalla Carta dellONU nel 1946
prescindendo dal fatto che siano, ovvero no, previsti come reati dal diritto positivo
delle singole nazioni. La questione ancora oggi aperta in quanto comporta
limitazioni della sovranit dei singoli stati.
Analogamente non sono accettabili le ormai superate proposte di estendere
linteresse della criminologia ai crimini del sistema,le cui prospettive politiche di
sinistra erano fin troppo palesi: sistema, prima della caduta del muro di Berlino,
era inteso come la struttura economico-plitica dei paesi occidentali e capitalistici e
come tale era da criminalizzare.
Peraltro, si cercato di differenziare i delitti a seconda del criterio della maggiore o
minore gravit, pensando di circoscrivere la competenza della criminologia solo ai
primi: ma secondo quale gerarchia di gravit dei reati? Anche il parametro della
gravit, evidente, pu subire oscillazioni in funzione delle scelte contingenti di
politica criminale e degli orientamenti seguiti nella priorit della repressione penale.
E evidente, pertanto, che anche questo criterio non pu essere accolto, essendo
contingente anche la valutazione di maggiore o minore gravit dei reati. La gravit
del reato, infatti, prevista dal codice penale quale uno dei parametri per
lapplicazione discrezionale fra minimo e massimo della pena edittale (art. 133 c.p.)
e si tratta, quindi, di una prerogativa del giudice. In particolare, prerogativa del
legislatore il porre il principio generale e, del giudice, lidentificare nelle singole
fattispecie la maggiore o minore rilevanza sociale del delitto, non certo del
criminologo.
Piuttosto, la criminologia si occupa anche della corrispondenza (o non
corrispondenza) fra la percezione nel corpo sociale della gravit degli illeciti penali
con quella della legge, percezione valutata attraverso ricerche empiriche, inchieste,
sondaggi di opinione, che vengono comparati con la scala di gravit emergente dalla
minore o maggiore entit delle pene.
In definitiva, il parametro per delimitare i confini del campo degli interessi della
criminologia pu essere solo quello della legge.
La stretta dipendenza della criminologia dal diritto positivo non va intesa per come
subordinazione concettuale nei confronti della norma: anche la norma giuridica
costituisce una realt sociale nei confronti della quale il criminologo mantiene la
propria libert di studioso, esercita una analisi storica, ne studia caratteri e
dinamiche, evoluzioni e meccanismi.
Certo che non vi pu essere nei confronti del diritto un atteggiamento di inerte
accettazione dello status quo o di passiva acquiescenza, per cui se la criminologia
studia il delitto e il delinquente alla luce di ci che definisce come tali la legge
12

penale, nello stesso tempo, quale scienza autonomia, essa non si trova nei confronti
del diritto in una posizione subordinata, ma esamina e analizza criticamente, e in
piena indipendenza, la legge medesima, le sue modalit di applicazione e gli effetti
che produce.
1.10 - Il delitto quale convenzione sociale mutevole col succedersi delle culture:
la sua relativit storica
I delitti non sono qualificati come tali come espressione di valori eterni e
trascendenti: la loro identificazione da intendersi come una convenzione sociale,
e, come tale, mutevole col succedersi delle culture.
La relativit del concetto di delitto deriva innanzitutto dal fatto che la norma penale
espressione dei valori prevalenti e degli interessi particolarmente tutelati in una
determinata societ.
In larghi archi di tempo, si pu osservare che sono stati puniti come reati
comportamenti che successivamente non sono stati pi ritenuti tali (stregoneria,
eresia, maleficio, ecc.) e, per converso, atti oggi severamente puniti, in altre epoche
furono puniti con maggior mitezza se non addirittura non penalizzati.
La relativit del concetto di diritto si osserva anche per il fatto che nella stessa
epoca, concezioni assolutamente difformi sono presenti in diversi paesi, pur
appartenenti ad analoghe strutture culturali e, ancora, di pi, in aree culturali fra
loro maggiormente differenti, possono osservarsi, in uno stesso momento storico,
assai diverse qualificazioni i delitti o unassai dissimile percezione di gravit.
Per comprendere il carattere relativistico del delitto, occorre ricordare che tutta la
vita umana ordinata da norme (legali o di costume) che vengono apprese e che
differiscono, con limitato margine di discrezionalit individuale, come ci si debba
comportare e viceversa come non sia lecito agire nelle varie circostanze.
Lapprendimento di tali norme un fatto squisitamente culturale ed favorito da un
insieme di strumenti di controllo sociale che agiscono su ogni attore sociale affinch
si conformi ai precetti del suo gruppo. Linsieme delle regole di comportamento fa
s che tutte le azioni dalle pi semplici a quelle apparentemente innate, a quelle
pi complesse siano previste nel modo e nel tempo in cui debbono essere eseguite
lasciando uno spazio di libert e di scelta al singolo individuo che sempre limitato.
La maggior parte di queste norme non codificata ed talmente connaturata ai
costumi e alla cultura da passare del tutto inosservata, o dal farla ritenere non tanto
la conseguenza dello sviluppo della cultura realizzatosi nel millenario succedersi di
diverse societ quanto addirittura naturale, cio legata alla stesa struttura
biologica delluomo.
La dinamicit delle regole tipica dellevolversi delle varie culture e le leggi si
modificano e si succedono in un divenire continuo, per adeguarsi costantemente
allevoluzione della societ. Alcune regole durano pi a lungo e sono ritenute
immutabile e perci intrinseche alla natura delluomo; altre si modificano pi
rapidamente e perci vengono apprezzate pi agevolmente come mutevoli regole
sociali.
13

Si sono inoltre sempre poste distinzioni fra le varie norme, alcune delle quali
vengono ritenute di minor conto ed altre valutata come pi importanti: sono quelle
che tutelano principi e beni che sono ritenuti primari e la cui osservanza garantita
dal controllo esercitato dalla legge penale. Questo vuol dire che viene effettuata una
selezione fra principi, beni, interessi, diritti, secondo una precisa gerarchia di valori.
Qualche volta queste infrazioni possono anche essere lesive di valori morali, la cui
osservanza per lasciata alla discrezione dei singoli e non tutelata con punizioni
legali, bens mediante il controllo esercitato in modo informale dai gruppi sociali
(riprovazione, derisione, emarginazione, censura, ecc.). A protezione di principi e
beni ritenuti essenziali esistono invece (nelle societ simili alla nostra) norme
scritte, tradotte in codici e leggi, che ufficialmente ne proibiscono linosservanza,
prevedendo, per ciascuna trasgressione, la corrispondente pena.
Le leggi penali sono pertanto da intendersi come uno dei numerosi sistemi di
controllo sociale mirati a inibire quei comportamenti ritenuti pi gravi, perch
minacciano quellinsieme di beni, materiali e no, che una data societ ritiene
maggiormente preziosi e che protegge in modo privilegiato, mediante appunto
lintimidazione e lirrogazione della pena.
Di volta in volta, la societ distingue per convenzione ci che lecito da ci che
non lo e, pertanto, anche la definizione di reato mutevole e convenzionale, cio
non assoluta, ma frutto di scelta, di decisione o accordo in funzione di una a sua
volta mutevole gerarchia di valori.
Il carattere relativistico delle definizioni legali di delitto non autorizza peraltro
alcune soggettivismo, per il quale, essendo la legge una convenzione, sarebbe a
ciascuno lecito decidere, secondo un proprio codice personale, se accettare e
rispettare la norma legale, ovvero rifiutarla e non osservarla. Principio irrinunciabile
di ogni societ losservanza della legge esistente, che mantiene la sua imperativit
anche constatandone il valore contingente e on trascendente. Semmai, le leggi
vanno modificate quando non sono pi socialmente percepite come adeguate ai
valori della cultura.
1.11- Strumenti di controllo
Ogni societ retta da regole di comportamento, parte non codificate, parte tradotte
in norme legali (fra le quali quelle penali) al fine di assicurare coesione fra i suoi
membri e stabilit sociale: senza regole, infatti, qualsiasi contesto, dl pi arcaico al
pi evoluto, non pu esistere. Questi obiettivi sono assicurati dalla esistenza di
sistemi di controllo che hanno appunto lo scopo di assicurare la coesione e la
salvaguardia di ogni dato contesto sociale.
Il termine controllo sociale va spogliato dl pensiero che si tratti di qualcosa di
opprimente e va inteso, invece, in modo neutrale, avendo la consapevolezza che
nessun sistema sociale pu esistere senza losservanza di regole e questo per il
benessere di tutti.
Isaiah Berli, uno dei maggiori rappresentanti del liberalismo europeo, scriveva,
giustamente, che la libert larea entro cui una persona pu agire senza esser
ostacolata dagli altri ma per fruire di questo bene fondamentale necessario che la
14

libert dei singoli sia garantita appunto dai sistemi di controllo che, senza per ci
essere necessariamente oppressivi, ne assicurano la salvaguardia.
Per comprendere lutilit di queste strutture di salvaguardia, prendiamo in
considerazione il concetto di agenzie di riduzione dellansiet. Tali agenzie
svolgono una fondamentale funzione di stabilit sociale e sono rappresentate da
tutte quelle struttura pi o meno istituzionalizzate o informali alle quali gli attori
sociali aderiscono per vari motivi e in vario modo (comunit, associazioni, partiti,
movimenti, organizzazioni sportive, ecc) che forniscono contestualmente
costellazioni di valori (ideologie, fede religiosa, fede politica, ideali, mete collettive,
etica sociale, regole di vita): il loro venire meno si riflette in aumento di ansia
sociale. Tali agenzie sono vissute come pregnanti: tanto pi il singolo individuo pu
riferirsi ad esse e tanto meno deviante sar la sua condotta.
Queste agenzie costituiscono uno dei tanti mezzi di cui la societ dispone per
assicurare nei suoi membri la massima osservanza delle regole che caratterizzano la
sua cultura e quindi anche per contenere la criminalit. Ogni tipo di societ
impiegher tutti gli strumenti idonei a evitare le tendenze devianti dai suoi valori
fondamentali: questi sono appunto gli strumenti di controllo sociale.
Fra gli strumenti di controllo sociale distinguiamo:
1) quelli istituzionalizzati o di controllo formale - che sono cio organizzati
e regolamentati da specifici organismi. Controllo formale il controllo
esercitato dagli organi pubblici in base a norme giuridiche che ne prevedono
esplicitamente le competenze e le procedure. I controllo formale quello
esercitato dalle forze di polizia, dalle sanzioni detentive e pecuniarie, dalle
misure di sicurezza, ecc. Sono tutti strumenti che, regolamentati in precise
istituzioni, mirano a garantire il rispetto delle norme.
2) Quelli di controllo informale istituzionalizzato sono organismi fondamenti
che, pur avendo diversi fini istituzionali, rappresentano anche
importantissime fondi di informazione normativa e canali di comunicazione
dei valori fondamentali, e che quindi fungono anche da agenzie di controllo
del comportamento. Il controllo informale rappresentato dallazione di
strutture riconosciute dal diritto per finalit diverse dalla lotta alla
criminalit (ad esempio, la famiglia, la scuola, la chiesa, il sindacato) o
anche indifferenti al diritto (es: le comunit abitative e le associazioni
spontanee) che, intenzionalmente o meno, concorrono a determinare
ladattamento degli individui agli schemi delle societ in cui vivono o anche
a correggere situazioni , comportamenti e abitudini di vita che fanno temere
unesposizione al rischio di divenire delinquenti o una inclinazione in tal
senso (servizi sociali, presidi psichiatrici, i centri per alcolizzati e
tossicomani, ecc.).
3) Quelli di controllo informale non istituzionalizzato (o di gruppo) Si tratta
di un sistema di controllo che non si esercita mediante le istituzioni ma da
persona a persona nel contesto stesso dei vari gruppi sociali Il vicinato, le
persone che si frequentano, gli amici e i colleghi, lambiente di studio e di
lavoro). Ciascun individuo infatti costantemente sottoposto al giudizio di
coloro con i quali vive a contatto e, attraverso una fitta rete di messaggi,
15

constata continuamente il grado di accettazione ovvero di critica e di


riprovazione che la sua condotta suscita. Questo tipo di controllo viene
esercitato con lapprovazione o lelogio pubblico ovvero con la
riprovazione: questultima si manifesta attraverso una gradualit di
atteggiamenti proporzionali alla gravit con cui viene giudicata la condotta
(riprovazione verbale in privato; rimprovero pubblico; severa censura;
derisione; temporaneo allontanamento dal gruppo; isolamento;
emarginazione; stigmatizzazione).
In sintesi, dunque, i controllo sociale consiste nellazione di tutti i meccanismi
che controbilanciano le tendenze devianti, o impedendo del tutto la deviazione o,
cosa pi importante, controllando o capovolgendo quegli elementi della
motivazione che tendono a produrre il comportamento deviante.
In una societ vi tanta maggior criminalit e devianza quanto maggiore il
vuoto di valori o quanto pi prevalgono gruppi sociali negativi.
1.12 Connessioni fra cultura, leggi e poteri
Per cultura, in generale, si intende linsieme dei contenuti di valore, delle ideologie,
delle conoscenze, dei costumi, della morale, e delle credenze caratteristici di ogni
societ.
In una prospettiva pi ristretta, la cultura consiste, dunque, in modelli astratti di
valori etici e di regole riguardanti il comportamento, che rappresentano le
impalcature essenziali e le fondamentali linee direttrici che danno specificit a ogni
particolare momento storico e sistema sociale.
Ancora meglio, ogni cultura pu intendersi come linsieme delle norme (tradizioni,
costumi e leggi) che danno concretezza e tutela ai valori caratteristici di una data
societ.
Rientra nella logica dei fatti sociali che si stabilisca, allinterno della societ, ci che
lecito e meritorio e ci che, viceversa, riprovevole e da condannarsi: la
definizione del bene e del male si realizza perci nel contesto della societ. In una
data societ, dunque, esiste un insieme complesso e articolatissimo di valori, taluni
dei quali si concretizzano appunto nelle leggi.
Uno dei fini delle leggi quindi quello di assicurare la continua coerenza e
funzionalit tra la struttura della societ e il tipo della cultura.
Ma non si deve avere una visione del divenire dei fatti sociali intesa come
esclusivamente fondata sulluniformit del consenso di tutti gli attori sociali.
Coesistono infatti contemporaneamente per ogni societ e per ogni cultura sia
ladesione e i consenso, sia forme di dissenso pi o meno radicali che alimentano le
conflittualit e che sono da ritenersi componenti insostituibili per evitare il rischio
della cristallizzazione sociale e per garantire il progredire storico delle culture
stesse.
Occorre quindi tener presente che in ogni aggregazione umana sono
contemporaneamente presenti sia consenso che dissenso: certamente essi sono
entrambi indispensabili il primo, per evitare il dissolvimento dellaggregato sociale
16

e limpossibilit, a causa della costante contesa, di un funzionamento operativo dei


vari gruppi; il secondo, per impedire la sclerosi dellimmobilismo e il soffocamento
delle voci minoritarie.
I concetti si struttura e sovrastruttura, mutuato dalla filosofia marxista, ben si
presta per spiegare il legame esistente tra le caratteristiche di una societ e i valori
ideologici, la morale, i costumi e le credenze della sua impalcatura culturale.
Struttura , appunto, il tipo di sistema economico di una societ data, controllato
dai gruppi che detengono i mezzi di produzione dei beni; sovrastruttura linsieme
di valori di quella societ, che risulta funzionale al tipo di sistema economico. La
coerenza assicurata dal fatto che i valori fondamentali non sono espressi da tutti i
membri della societ ma, data la divisione in classi, solo dai gruppi che in quella
societ detengono pi potere e, di conseguenza, fanno leggi in modo
funzionalmente armonico alla propria posizione e interesse.
In realt, la piena corrispondenza funzionale tra valori culturali di generale
accettazione e valori culturali dei gruppi o delle classi pi potenti si realizza
solamente nei periodi storici caratterizzati da stabilit sociale, quando il potere ben
definito; quando, invece, si affacciano nuovi gruppi in ascesa o quando una societ
pluralistica e composita, con la presenza di gruppi diversi, si realizza la
contestuale presenza di ideologie e valori diversi e contrastanti, funzionali a quelli
dei differenti gruppi con conseguente difficolt di adeguamento sociale dovuta al
conflitto delle norme. Quello che deve essere ben chiaro, detto questo, che la
classe dominate, oltre ad esprimere i propri valori, possedendo gli strumenti per
formulare ed imporre le leggi, stabiliscono quali siano i beni i valori ed i diritti
meritevoli di quella tutela privilegiata che la legge penale fornisce anche se pur
vero che entro certi limiti i valori pi specificatamente connessi agli interessi
che sono propri di chi ha pi potere legislativo vengono percepiti e fatti propri
anche dalla maggior parte degli altri gruppi sociali.
E da porre in evidenza anche che i valori di una data cultura non sono
esclusivamente quelli che riflettono gli interessi della classe dominante ma ne
comprendono anche altri che fanno parte di un patrimonio comune a tutti come,
ad esempio, i valori di famiglia, di patria o di nazione, quelli religiosi, la carit, la
tolleranza o il fanatismo, il concetto di bello o brutto, ecc.
E poi da chiarire che per di gruppi di potere non si possono identificare
semplicisticamente con una classe o una casta, dato che si osserva nellevoluzione
storica il susseguirsi e il subentrare di sempre diversi gruppi che di volta in volta
vengono ad assumere una rilevanza dominate. Tali gruppi di potere, in una
prospettiva dinamica, possono essere stabili o contrastati, in declino o in ascesa: non
pu perci sempre facilmente definirsi quali sono i gruppi potenti.
1.13 Metodi e fonti delle conoscenze empiriche
E opinione generale che la criminologia si distingua dalle altre scienze criminale
per la sua caratteristica di scienza empirica, cio fondata sullosservazione della
realt e non sulla speculazione concettuale. Ma dobbiamo ricordare, tuttavia, che
ci vero solo in parte perch non pensabile una criminologia senza il
17

presupposto di una visione del mondo, che anche filosofica ed etica. Cos come,
reciprocamente, la criminologia non pu prescindere anche dai dati
dellosservazione empirica dei singoli individui, dellambiente e della realt sociale.
Da qui, limportanza di conoscere metodi e fondi dei dati empirici di cui pur sempre
la nostra disciplina si avvale.
Gli strumenti statistici a disposizione del criminologo sono:
Le statistiche di massa - servono per esaminare lestensione dei fenomeni e le
caratteristiche pi generali dei fatti criminosi (frequenza, diffusione, distribuzione e
fluttuazioni nel tempo e nei luoghi) e sono effettuate su grandi numeri o sulla
totalit dei soggetti delluniverso considerato. Queste ricerche non consentono,
per, lidentificazione dei fattori sociali che concorrono alla genesi del fenomeno
osservato e levidenziazione delle condizioni microsociali o individuali rilevanti, in
quanto privilegiano i fattori macrosociali di pi generale influenzamento;
Losservazione individuale tipica della criminologia clinica, consente invece di
evidenziare circostanze particolari che la statistica non pu considerare
(caratteristiche psicologiche o psicopatologiche del reo, aspetti del suo ambiente
particolare, riverberi su di esso della reazione sociale, la sua carriera criminale,
relazioni interpersonali, ecc.). Risulta per impossibile enucleare con questo mezzo
di indagine i fattori di pi generico influenzamento presenti nellambiente sociale.
Questo tipo di investigazione pu estendersi a pi soggetti aventi una comune
caratteristica delittuoso, cos che dalla moltiplicazione dei singoli casi osservati se
ne possono ricavare profili psicologici e identikit maggiormente significativi sulla
tipologia di particolari delinquenti: ricerche di questo tipo consentono di accertare,
ad esempio, le caratteristiche comuni di ladri o truffatori professionali, serial killer,
ecc.
Le ricerche su gruppi campione con questo tipo di ricerche, lindagine viene
sempre centrata su singoli individui ma estendendo lindagine su un numero pi
elevato di soggetti e utilizzando certe regole di rilevazione, se ne possono ricavare
conclusioni dotate di validit generale, cos come avviene con le statistiche sui
grandi numeri. La ricerca eseguita su un numero relativamente ristretto di soggetti
che diventa per rappresentativa (un campione, appunto) dellintera popolazione.
Le indagini sul campo Quando si vogliono studiare le caratteristiche criminali di
certi ambienti o gruppi, gli orientamenti particolari di certe sottoculture, le
interazioni che esistono fra i loro appartenenti, pu essere utile che il ricercatore si
inserisca materialmente per un periodo di tempo.
Le ricerche settoriali sono condotte, senza che il ricercatore si inserisca
personalmente nel campo indagato, su altri ambienti particolarmente significativi
(carcere, istituti per misure di sicurezza, ambienti dei tossicomani, ecc.) per
indagare su dati e situazioni non altrimenti conoscibili.
Interviste a testimoni privilegiati - Si eseguono inchieste su persone che, per la loro
veste professionale (assistenti sociali, psicologi, psichiatri, insegnanti, ecc.) hanno
conoscenze vissute ed esperienze professionali particolarmente preziose.

18

Tutti questi tipi di indagine vengono eseguite con la tecnica delle interviste dirette e
con questionari, cos da poter valutare le percezioni e le opinioni nei confronti di
vari problemi attinenti alla criminalit.
Quando si vogliono analizzare gli effetti di taluni trattamenti risocializzativi, le
conseguenze di certi interventi o la validit di talune innovazioni penali, si
utilizzano le ricerche operative, che consistono nel controllare i loro effetti
comparando una campione di soggetti che ne hanno beneficiato con altri che non ne
hanno fruito. In tal senso, queste possono essere definite ricerche sperimentali.
Ci sono poi le indagini anamnestiche che esaminano i risultati a distanza di tempo
di taluni interventi per valutarne lefficacia.
Sono da ricordare anche gli studi predittivi, utilizzati per trovare indicatori che
consentono di prevedere il futuro comportamento sulla scorta di certi parametri e le
ricerche storiche, che offrono unampia gamma di studi, per esempio sulla
fenomenologia criminosa, sulle pene e sui sistemi carcerari di epoche passate.
1.14 Il numero oscuro
Una importante limitazione di ogni indagine effettuata in ambito criminologico
legata al fatto che i dati utilizzati, qual che sia la metodologia impiegata, sono
relativi ai reati denunciati dalla polizia o dai privati alla magistratura, ai
procedimenti penali istruiti, alle sentenze di condanna, alle popolazioni delle carceri
e, comunque, ai dati relativi ai criminali o crimini identificati: emergono cio da
fonti che sarebbe erroneo ritenere rappresentativo dellintera criminalit poich
esprime solo la quantit e qualit di quei delitti che si sono individuati. Invece, in
effetti, il numero dei delitti che vengono quotidianamente consumati in genere
superiore a quello che emerge alla superficie: cos, la visione della realt criminosa
risulta gravemente deformata ove essa fosse riferita solo ai dati ufficiali senza
prendere in considerazione anche quelli relativi alla criminalit sconosciuta. A ci
fanno riferimento sostanzialmente gli studi sul numero oscuro (dark number).
Le ragioni che rendono conto del divario fra criminalit nota reale sono tante:
alcune attengono ai fatti delittuosi, altre al tipo di autori, altre ancora a particolari
situazioni che riguardano le vittime.
Lindice di occultamento (cio il rapporto reati noti e reati commessi) varia in
modo considerevole per le differenti specie di delitti: il numero degli omicidi
volontari commessi molto vicino a quello noto; le truffe, invece, quelle note sono
notevolmente inferiori a quelle attuate dato che non tutte le vittime denunciano il
reato subito.
Al numero oscuro relativo al mancato accertamento dei reati, si aggiunge poi a
dilatare ancora di pi la zona dombra il problema della non identificazione
dellautore dei reati pur accertati.
Il numero oscuro non dunque da riferirsi solo ai fatti delittuosi che rimangono del
tutto ignorati e che non mettono nemmeno in moto le strutture deputate alla loro
repressione e punizione, ma ricomprende anche quei delitti ufficialmente noti e dei
quali non si scoperto lautore.
19

Lindice di occultamento, quindi, sempre negativo a causa della insormontabile


sproporzione fra i fatti-reato e limpossibilit delle strutture a ci deputate di
perseguirli tutti e di identificarne tutti gli autori.
1.14.1 Latteggiamento della vittima e qualit del reato
E da considerare che non tutti i delitti vengono denunziati dalle vittime (o dai
testimoni) e non tutti vengono perci a conoscenza delle autorit: anche
latteggiamento della vittima, dunque, gioca un ruolo determinante sul numero
oscuro.
Dobbiamo pensare infatti che vi sono certi delitti, fra cui tipici sono quelli di
aggressione sessuale, per i quali la vittima preferisce lasciare impunito lautore
piuttosto che dare notoriet al fatto, oppure, come per il racket, per il quale la
persona offesa tace per timore di ritorsioni o vendette. Vi sono poi dei reati che non
vengono denunciati in quanto la vittima ritiene che sprecherebbe il suo tempo per
una denuncia che non porterebbe comunque a nulla, come accade per i furti in
appartamento ad opera degli zingari.
1.14.2 Latteggiamento degli organi istituzionali
Gli organi di polizia e la magistratura inquirente hanno, per loro finalit, non solo il
compito di identificare gli autori dei fatti denunziati o comunque conosciuti ma
anche quello di prendere liniziativa andando a ricercare fatti delittuosi non ancora
divenuti noti. Nella realt, le iniziative di indagine si rivolgono invece in modo
selettivo verso certi settori di delittuosit piuttosto che verso altri, a seconda di ci
che, in un dato momento, per le diverse esigenze e contingenze, o per lallarme
sociale suscitata in maggiore o minore misura da certi comportamenti, viene
ritenuto essere pi utile, opportuno e importante da reprimere, trascurando
conseguentemente, e perci di fatto tollerando, altre condotte.
Il privilegiare luno o laltro settore sempre questione di necessit contingenti e/o
di scelta e ci comporta, inevitabilmente, un aumento dei comportamenti delittuosi
in ambiti determinati in quanto ritenuti dai delinquenti meno rischiosi. Ad
esempio, si ricorda lindifferenza riservata ai delitti di natura finanziaria ed
imprenditoriale.
1.14.3 La qualit dellautore del reato
Interferisce sullentit del numero oscuro anche la qualit dellautore del reato: a
parit di condotta delittuosa, per esempio, lautore di un piccolo furto non verr
denunciato qualora si tratti di un ragazzo di buona famiglia e questo perch
intervengono pressioni oppure considerazioni di opportunit che possono favorire
maggior tolleranza nei suoi confronti. Una inferiore esposizione al rischio di
denuncia si realizza anche, ovviamente entro certi limiti, nei confronti di minorenni
o qualora il colpevole rivesta posizioni di prestigio sociale, sia un personaggio noto
o molto ricco.
20

1.15 Statistiche di massa


Le statistiche di massa consentono al raccolta, lanalisi matematica e
linterpretazione di dati quantitativi, inclusa la determinazione di correlazione fra
vari dati.
Poich raccolgono, di un fatto osservato, tutti i casi che si sono verificati, o un
numero molto grande di essi, la veridicit dei dati di statistiche di questo tipo
molto elevata. Le statistiche sui grandi numeri peraltro, non forniscono
interpretazioni raffinate dei fenomeni ma ne consentono in genere solo una
comprensione superficiale.
Pu utilizzarsi questo genere di indagine per avere statistiche trasversali (es.:
caratteristiche della criminalit in un dato momento) ovvero statistiche
longitudinali o dinamiche (modificazioni da un momento allaltro o nello sviluppo
diacronico di un fenomeno).
Questi dati possono poi essere elaborati in funzione di numerose variabili: et,
sesso, tipo di reato, tipo di sanzione, condizioni economiche degli autori,
professione, regione di nascita e di residenza, scolarit, religione, razza, nazionalit,
condizione familiare e molti altri.
Di particolare interesse sono le correlazioni statistiche fra diverse serie di dati e
talune variabili. E possibile che si abbiano delle variazioni indipendenti nelle serie
confrontate (assenza di correlazione o correlazione indifferente = numero degli
omicidi e stagione in cui sono commessi); che le variazioni di un carattere
corrispondono a variazioni nellaltra serie nello stesso senso (correlazione positiva
= pi aumenta lurbanizzazione pi aumenta la criminalit); ovvero nel senso
opposto (correlazione negativa = dopo i 30 anni, pi aumenta let e minore
diventa il numero dei fatti delittuosi).
Ovviamente, le correlazioni possono variare, per uno stesso fenomeno, nei tempi e
nei luoghi. Inoltre, lo studio delle correlazioni pu essere pi complesso includendo
pi variabili in funzione di un singolo carattere (detenuti esaminati in relazione
allet, alle condizioni economiche e alla stabilit lavorativa nei riguardi della
residenza).
Dalle correlazioni statistiche in genere arbitrario trarre delle illazioni di ordine
causale perch il fatto che due fenomeni si modifichino con andamento parallelo
non sempre indica che luno sia causato dallaltro. I fattori che intervengono nel
comportamento criminoso, infatti, sono estremamente numerosi e complessi e
accentrare lattenzione su una variabile comporta sempre il rischio di non tener
conto di altri fattori che pur concorrono nel fenomeno osservato.
La statistica criminale poi soggetta a errori non solo relativi allinterpretazione dei
dati ma anche per quanto concerne la loro validit come, da esempio, per quelli che
derivano dalla imprecisione o dalla non attendibilit delle fonti.
Assai ambigue sono poi le comparazioni statistiche internazionali, sia per la
diversit, da paese a paese delle fonti e dei criteri di rilevamento delle statistiche
ufficiali, sia per la variabilit delle terminologie giuridiche, del contenuto e della
procedura della legge penale: uno stesso tipo di condotta, ad esempio, pu figurare
con denominazioni diverse, pu costituire o no atto perseguibile, ecc.
21

Le interpretazioni, poi, possono essere inficiate da numerosi fattori di errore quali,


ad esempio, quelli derivanti da variabili non considerate o nascoste o sconosciute.
La molteplicit dei fattori che agiscono sulla condotta umana deve rappresentare
una costante remota alla tentazione sia di attribuire immediatamente, attraverso i
dati ricavati dalle indagini statistiche, valore di causa a certi fattori, sia di
generalizzare arbitrariamente.
1.16 Inchieste su gruppi campione
Le indagini campionarie sono quelle che consentono di ricercare talune
caratteristiche su di un gruppo ristretto di persone, scelte per in modo tale da
rappresentare la totalit di una popolazione, cos da essere un campione veramente
rappresentativo di essa. Limpiego di tecniche particolari rende possibile, anche se
lo studio effettuato su di un numero relativamente ristretto di individui, di
conferire a queste indagini una validit simile a quella che si sarebbe ottenuta ove
fossero stati sottoposti allinchiesta tutti i soggetti di quella popolazione.
Affinch il gruppo campione sia rappresentativo, necessario che, a seconda del
tipo di indagine, esso contenga, in misura proporzionale a quella esistente nella
realt, certe percentuali dei differenti tipi di soggetti che esistono nella popolazione.
Le inchieste campionarie sono dotate di un indubbio potere chiarificatore e hanno
consentito alla moderna criminologia di acquisire conoscenze fondamentali. Esse
conservano i vantaggi, eliminandone per i difetti, sia delle indagini di massa che di
quelle individuali.
Anche le indagini campionarie, per, consono del tutto prive di difetti e immuni da
critiche. Innanzitutto, non sempre agevole ottenere un campione veramente
rappresentativo delluniverso che si vuole analizzare (es.: non sono tutti noti gli
autori di un determinato delitto quindi, estrarre un campione dalla popolazione dei
detenuti per quel delitto fuorviante). Inoltre, i fattori sui quali si vuole indagare
sono difficilmente enucleabili nella complessa interferenza delle molteplici
condizioni agenti sulla condotta criminosa: incentrando lindagine su una o
qualcuna delle molte variabili si rischia di trarre conclusioni arbitrarie.
1.17 Le osservazioni individuali
Con i metodi individuali di indagine, si studiano singoli criminali o, al pi, piccoli
gruppi in quanto esse attengono, in generale, allo studio della personalit, intesa
come unit psico-organica, e dei fattori microsociali agenti a pi immediato contatto
del singolo.
Queste indagini possono essere indirizzate verso lo studio del caso, eseguito con
investigazione minuziosa e approfondita. Vengono cos sviscerati, relativamente ad
un singolo caso, tutti gli aspetti relativi alla famiglia, al passato, alle caratteristiche
ambientali, mediche, psicologiche, ecc.
Talune indagini individuali particolarmente dettagliate e approfondite possono
assumere il carattere di storia di vita descrivendo tipi particolari ed emblematici di
22

carriere criminali, illuminando su fattori di peculiare importanza (es. difetti di


socializzazione o influenza di determinate vicende o ambienti sociali nel destino di
una persona) e mettendo in evidenza, con il circostanziato racconto biografico, il
riscontro e lesemplificazione delle teorie criminologiche nel caso concreto.
Le indagini individuali hanno consentito cos di enucleare fattori assai significativi
della condotta deviante e criminale: frequenza delle anomalie della personalit,
fattori familiari disturbanti, condizioni di frustrazione, ecc. E stato cos possibile,
ad esempio, osservare il ruolo giocato nella criminogenesi dallalcoolismo, dalle
tossicomanie, dal disturbo mentale, dalle condizioni di sfavore sociale.
1.18 Questionari ed interviste
Fra i metodi di indagine utilizzati in criminologia si debbono citare anche i
questionari e le interviste che vengono ampiamente utilizzati negli ambiti pi
diversi per effettuare sondaggi di opinione, conoscere preferenze, scelte, gusti ed
abitudini. Nello specifico della ricerca criminologia, questi vengono utilizzati per
rilevare atteggiamenti e reazioni nei confronti dei fenomeni criminali, il maggiore o
minore sentimento dinsicurezza dovuto alla criminalit da strada, le richieste e i
provvedimenti auspicati da parte delle autorit competenti.
I questionari non sono altro che interviste strutturate consistono in un insieme di
domande uniformi e rigidamente predefinite, volte in genere a indagare temi precisi
e circoscritti, che vengono sottoposte a gruppi campione molto estesi. Esistono poi
altri tipi di interviste nelle quali le domande non sono predisposte in maniera
altrettanto rigida, e perci allesaminatore viene lasciata maggiore libert di
interloquire con il soggetto: esse possono distinguersi in semistrutturate o
libere, a seconda del maggiore o minore grado di flessibilit.
Un esempio di intervista libera costituito dal colloqui che viene utilizzato per
scopi sia clinici che di ricerca: consiste in una conversazione opportunamente
indirizzata con il soggetto o con i soggetti studiati e consente perci un contatto
diretto e una comprensione pi approfondita, anche se meno estesa, delle dinamiche
sottese al fenomeno analizzato. Naturalmente, le informazioni raccolte durante il
colloquio non sono del tutto esenti dal rischi di condizionamento.
Tra le finalit di questi metodi di indagine vi anche quella di conoscere meglio
lidentit e qualit dei delitti commessi: utilizzando queste interviste e questionari
stato possibile, ad esempio, aprire qualche spiraglio nella conoscenza della
criminalit nascosta.
Le inchieste confidenziali, ad esempio, sono state utilizzate per interrogare con
questionari campioni di popolazione, chiedendo agli intervistati se avessero mai
commesso reati. Tali inchieste vengono eseguite in condizioni di massima
discrezione ed offrendo garanzie di assoluto anonimato. Anonimato vuol dire che
neanche il ricercatore stesso, al momento dellelaborazione dei dati, in grado di
risalire al soggetto che ha fornito le risposte; confidenziale vuol dire che tale
riconoscimento invece possibile ma si assicura la completa segretezza.
Altre ricerche, sempre effettuate mediante la tecnica delle inchieste confidenziali,
sono state svolte per identificare quelle vittime che non avevano denunciato i torti
23

subiti (inchieste vittimologiche): attraverso indagini su gruppi campione e


chiedendo agli intervistati quali e quanti reati avevano subito in un certo periodo,
emersa la conferma che i reati commessi sono ben pi numerosi di quelli
ufficialmente noti. Agli stessi risultati hanno condotto le inchieste tra persone che,
per il ruolo e lattivit svolti hanno maggiore possibilit di venire a conoscenza di
fatti delittuosi (inchieste tra testimoni privilegiati).
Da pi parti stato riconosciuto come le informazioni raccolte attraverso tali
tecniche possono essere limitate o distorte da numerosi fattori quali il cattivo
ricorso, la sempre possibile reticenza o la semplice mendacit. Non da trascurare
neanche il fatto che le vittime potrebbero non avere interesse a menzionare alcuni
reati nei quali hanno avuto un ruolo attivo (es: stupefacenti o corruzione di pubblici
funzionari).
1.19 Indagini predittive
La predizione di futuro comportamento delittuoso rappresenta uno degli obiettivi
della criminologia.
La predizione criminosa viene di regola effettuata secondo criteri induttivi, cio
secondo esperienza e comune buon senso: intervengono in questo giudizio la
valutazione della gravit e del tipo di reato, le circostanze e modalit di
commissione, le caratteristiche personali sociali e familiari del reo, i suoi precedenti
penali.
Utilizzando una diversa metodologia, fondamentalmente viene utilizzato un criterio
statistico, che ha in s inevitabilmente tutte le incognite connesse al trasferimento
sul singolo caso di medie statistiche.
Il pi noto dei sistemi predittivi quello predisposto da Glueck che utilizza alcuni
indici (della famiglia, del carattere e della personalit) emersi come pi frequenti fra
giovani delinquenti rispetto a quelli di loro coetanei che hanno invece tenuto
condotta regolare.
La predizione del comportamento uno dei compiti pi impegnativi, nonostante le
sue conoscenze specifiche, che il criminologo incontra.

24

CAPITOLO 2
LO SVILUPPO DEL PENSIERO CRIMINOLOGICO
2.0 Ideologie e criminologia
La criminologia nasce come scienza solamente nel 1800 quando, per la prima volta,
viene affrontato in modo empirico e sistematico lo studio dei fenomeni delittuosi,
che in precedenza, venivano considerati secondo una prospettiva essenzialmente
morale e solo secondariamente giuridica.
E interessante perci rendersi conto in quale modo i delitti e i loro autori siano stati
percepiti nel tempo, e secondo quali intenti si mirato a combattere , prevenire e
punire la criminalit.
In questa prospettiva storica, comunque da sottolineare il fatto che riandando fino
ai tempi pi remoti della nostra evoluzione culturale, si constata che da sempre la
norma (sia essa legale o morale) rappresenta il fondamentale parametro regolatore
della condotta degli uomini: il definire quindi taluni comportamento come
autorizzati ed altri proibiti dunque una esclusiva caratteristica delluomo,
dalla quale deriva anche laltra sua specifica prerogativa di potere e di voler cio
scegliere le condotte proibite anzich quelle lecite e perci di potere e di volere
compiere anche delitti.
La netta differenziazione fra illecito morale e illecito giuridico avverr solo in tempi
a noi vicini e sar frutto del pensiero illuministico. In precedenza, in ogni delitto era
implicito anche un contenuto di infrazione morale e i due concetti, di fatto,
coincidevano.
Questo approccio storico pu essere affrontato secondo una triplice prospettiva:
1) una prospettiva esplicativa (perch si delinque?)
2) una prospettiva finalistica (a qual fine punire?)
3) una prospettiva operativa (come punire?).
Vediamole in particolare.
1) prospettiva esplicativa secondo questa prospettiva, oggi si risponde alla
domanda perch si delinque?; per lunghi secoli, invece, questa domanda era
perch si pecca?. Le risposte in proposito sono state molte: per ribellione al
comandamento divino, per acquiescenza alle lusinghe del demonio, cio, in altri
termini, al mai risolto conflitto tra Bene e Male. Un simile approccio pone subito
la questione mai risolta della predeterminazione, ovvero della libert di peccare:
questo dibattito ancora oggi aperto tra le correnti di pensiero deterministiche,
che ritengono luomo totalmente condizionato nellazione da forze a lui esterne
(cultura, societ, pressioni ambientali di ogni tipo, fattori psicologici, ecc.) e
quelle che ritengono invece luomo comunque libero, cio dotato della capacit
di scegliere il male (i comportamenti proibiti dalle norme) ovvero il bene (i
comportamenti autorizzati). Solo in tempi a noi pi vicini, con il rafforzarsi
dellautorit dello stato, si sono andati lentamente differenziando il delitto
inteso come infrazione ai divieti terreni dal peccato quale inosservanza della
25

morale (cio dei precetti divini) anche se etica e delitto si sono pur sempre, ed
anche oggi, in parte sovrapposti.
2) Prospettiva operativa se ci chiediamo, invece, come punire, ben notala
predilezione, nei tempi passati, per la pena capitale quale sanzione elettiva,
applicata per infrazioni ai nostri occhi anche di ben modesta gravit anche se le
pene corporali, le fustigazioni, la lapidazione, i tormenti, le mutilazioni, ed altre
atrocit non erano disdegnate. Solo ai nostri giorni la pena fondamentale
diventata la perdita della libert mediante la carcerazione che, comunque, una
sofferenza irrogata come pena sia pure con sempre maggior limitazione della
sofferenza del corpo. La pena capitale oggi prevista in un numero ancora
considerevole di Paesi anche se lONU ne ha raccomandato la proscrizione.
3) Prospettiva finalistica se vogliamo invece mettere in evidenza la domanda
qual lo scopo della pena? dobbiamo fare alcune considerazioni. E da
sottolineare innanzitutto come, in ogni tempo, non si mai rinunciato al
principio sanzionatorio non solo come strumento di controllo sociale ma anche
al fine di appagare in ognuno il sentimento e il bisogno di giustizia. Pena (dal
latino poena, sofferenza) significa, appunto, infliggere sofferenza per fa pagare il
male commesso e la questione, oggi, non tanto quella di non infliggere
sofferenze quanto di contenerne qualit e quantit. Nel passato la pena era
rozzamente commisurata secondo la legge del taglione, intesa quale mezzo per
compensare loffesa subita con linfliggere al colpevole la stessa sofferenza
causata alla vittima. Inoltre, finalit della pena fu quella della vendetta, con
linfliggere un male al colpevole direttamente da chi ha subito il torto in
compenso del male subito. Per secoli (dal mondo greco fino ancora nel IV, V
secolo d.C. per il diritto germanico), infatti, la vendetta non fu solo la
motivazione principale della pena ma un preciso diritto della vittima o dei suoi
familiari. Le origini del diritto penale si possono far risalire allora proprio nel
momento in cui lo stato limita e regolamenta la vendetta, ponendo delle norme
legali per stabilire come e in quali casi essa poteva essere legittimamente
esercitata. Solo pi tardi, lautorit dello stato ha avocato esclusivamente a s
lamministrazione della giustizia togliendola alla disponibilit del privato. La
moderna finalit retributiva era, allepoca illuministica, ancora da venire mentre
la finalit intimidativa fu sempre insita nella pena ed essa costituiva nel passato
anche lunica modalit di prevenzione che veniva per lo pi attuata con la
pubblicit della punizione da eseguirsi sulle pubbliche piazze dinanzi a tutto il
popolo. La segretezza del giudizio, quale vigeva un tempo, stata sostituita dalla
attuale pubblicit del processo e, per contro, divenuta nascosta nel chiuso del
carcere lesecuzione della pena. La funzione pedagogica e di emenda morale,
caratteristica del 1800, e la funzione risocializzativa/riabilitativa del 900, non
erano
presenti nella cultura preilluministica ma pu intravedersene una
anticipazione nei teologi della Scolastica per i quali la pena aveva un carattere
medicinale per il reo, che espiava la sua colpa davanti a Dio, guarendo cos dal
male. Analogamente accadeva allepoca dellInquisizione (la riconciliazione, in
virt della quale linquisitore operava affinch il reo condannato morisse
chiedendo perdono per il peccato commesso e perdonando chi lo giustiziava)
quando si voleva ottenere il pentimento e il ravvedimento delleretico al quale si
26

chiedeva per poterlo assolvere di fare pubblica abiura onde favorire il


ravvedimento di coloro che egli, con parole e fatti, aveva traviato. E da mettere
ben in evidenza, ancora oggi, fra le finalit della pena, il suo contenuto
satisfattorio: la necessit di dare soddisfazione al bisogno di giustizia, vedendo
unito il colpevole, anche se oggi misconosciuto o sottaciuto, un contenuto
sempre vissuto da tutti gli uomini come irrinunciabile. La pena risponde ad una
precisa necessit psicologica che nasce nel momento stesso in cui nasce letica,
vale a dire da quando luomo divenuto tale. Ovviamente letica (cio il
significato del bene e del male) muta nel tempo cos come incessantemente muta
la cultura.
2.1 LIlluminismo e lideologia penale liberale
Il pensiero penalistico moderno nasce con lIlluminismo.
Nellancien regime, infatti, tanto il diritto che la procedura quanto lesecuzione
delle pene, erano incentrati sullautoritarismo dispotico della monarchia assoluta e
sui privilegi dellaristocrazia nobiliare ed ecclesiastica. Anche lesercizio della
giustizia era arbitrario tanto quanto la struttura sociale: il diritto penale si estendeva
ad aree che ora consideriamo come di competenza della coscienza privata (i delitti
di opinione erano anche infrazione di norme religiose); non vi era diritto di critica
nei confronti dellautorit ed era prevista unampia discrezionalit che molto spesso
scadeva nellarbitrio. Il delinquente era percepito alla stregua di un malvagio
attentatore dellautorit del sovrano, la cui persona si identificava con lo stato; il
reo, inoltre, era ancora gravato da una colpevolezza di significato anche religiose,
posto che la potest reale era considerata come promanante e garantita dalla
divinit: egli doveva dunque essere severamente punito e, spesso, materialmente
soppresso. Lesecuzione della punizione era dunque pubblica affinch tutti
potessero vedere ci che comportava laver sfidato lautorit. E in questa situazione
che le idee dellIlluminismo cominciano a farsi strada con lobiettivo di rischiarare
la mente degli uomini dalle tenebre del dispotismo, dellignoranza, della
superstizione religiosa, attraverso la scienza e la conoscenza. Esso era dunque un
movimento rivoluzionario che proponeva valori alternativi: la ragione come
sostituto della tradizione; la libert per tutti i cittadini (e non pi sudditi), la loro
eguaglianza come fatto e legge naturale a fronte di privilegi di casta. Uno degli
elementi che avrebbe realizzato il pensiero illuminista doveva essere appunto la
giustizia: il principio delluguaglianza degli uomini di fronte alla legge risale a
Voltaire e Montesquieu anche se, per gli illuministi, lidea di uguaglianza si riferiva
specificamente allabolizione dei privilegi di nascita e di classe ed essenzialmente
alla parit di tutti i cittadini di fronte allautorit dello stato che veniva a sostituirsi
allautorit del monarca e delle caste potenti.
Nella prospettiva politica, lIlluminismo fu anche il pensiero che assicur
laffermarsi della borghesia mercantile, finanziaria e imprenditoriale e che le forn il
supporto ideologico per sostituirsi alla nobilt e al clero che, fino ad allora, avevano
detenuto il potere politico ed economico.
La necessit di una nuova struttura giuridico-normativa del diritto pubblico, che
desse corpo ai principi dellIlluminismo e che ponesse le basi di un nuovo diritto,
27

trov in Cesare Beccarla (1738-1794) il suo pi famoso sostenitore e divulgatore.


Dei delitti e delle pene, pubblicato anonimo per timore della censura nel 1764,
rappresenta la pi nota, lucida e sintetica esposizione della nuova concezione
liberale del diritto penale, che segna linizio di una nuova filosofia della pena e che
fra laltro sar anche anticipatorio dei futuri approcci criminologici.
Gli aspetti fondamentali della concezione liberale del diritto, possono essere cos
riassunti:
o separazione fra morale religiosa ed etica pubblica - la funzione della pena
quella di rispondere alle esigenze di una determinata societ anzich ai
principi morali;
o presunzione di innocenza il diritto deve garantire la difesa dellimputato
contro gli arbitri dellautorit;
o i codici devono essere scritti ed i reati espressamente previsti;
o la pena deve avere un significato retributivo anzich unicamente
intimidatorio e vendicativo (ciascuno deve subire una pena che tocchi i
propri diritti tanto quanto il delitto che ha commesso ha colpito i diritto
altrui);
o la pena deve colpire il delinquente unicamente per quanto di illecito ha
commesso e non in funzione di quello che egli o ci che pu diventare;
o il criminale non un peccatore ma un individuo dotato di libero arbitrio,
pienamente responsabile, che ha effettuato scelte delittuose delle quali deve
rispondere nel modo stabilito dalla legge.
Vediamo come molti di questi fondamenti sono ancora attuali mentre cambiato
oggi il modo riconsiderare la personalit del delinquente.
2.2 La Scuola Classica del diritto penale
Le esigenze di un effettivo adeguamento del diritto penale ai principi liberali
dellIlluminismo trovarono, dopo la rivoluzione francese, una prima attuazione nel
codice napoleonico del 1804.
In Italia, i nuovi principi si sono articolati in una summa dottrinale che prese il
nome di Scuola Classica del diritto penale che, per quasi un secolo, ha caratterizzato
il pensiero penalistico in tutta lEuropa.
Tra i pi noti esponenti della Scuola Classica, troviamo: Pellegrino Rossi, Giovanni
Carmignani, Francesco Ferrara.
Questi studiosi elaborarono una dottrina che si rifaceva ampiamente, rielaborandoli
minuziosamente, ai principi liberali.
La Scuola Classica, movendo dal postulato del libero arbitrio che intendeva
luomo assolutamente libero nella scelta delle proprie azioni, poneva a
fondamento del diritto penale la responsabilit morale del soggetto quale
rimproverabilit per il male commesso e, conseguentemente, la concezione eticoretributiva della pena.
28

Essa si incentrava su tre principi fondamentali:


1) la volont colpevole il delinquente percepito perci come persona del
tutto libera senza tener conto, nella criminogenesi, dei condizionamenti
ambientali e sociali;
2) limputabilit per aversi volont colpevole occorre che il reo sia capace di
intendere il disvalore etico e sociale delle proprie azioni (da cui deriva il
presupposto della capacit di intendere e di volere, quale requisito necessario
per essere sottoposto al giudizio e alla pena);
3) il significato di retribuzione della pena per il male compiuto che, come tale,
doveva essere: affittiva, proporzionata, determinata e inderogabile. La pena
dunque doveva essere severa e gravata da sofferenza fisica nel
convincimento che la riabilitazione sociale dovesse essere il frutto di una
correzione morale quale conseguenza pedagogica della sofferenza della
punizione (= emenda) che sarebbe appunto scaturita dalla durezza del
trattamento.
Il delitto veniva dunque considerato quale entit di diritto e non di fatto cio come
una astrazione rigidamente dogmatica che prescindeva da qualsiasi considerazione
della realt psicologica del reo e che comportava il giudizio nei suoi confronti
prescindendo dalle condizioni individuali e sociali interferenti nel suo agire.
I principi fondamentali della Scuola Classica costituiscono la base di un sistema
normativo che ancora oggi mantiene piena validit:
1) il principio della legalit nessuna azione pu essere punita se non
esplicitamente prevista dalla legge come reato;
2) il principio della non punibilit per analogia non si pu punire un
comportamento non espressamente previsto come fatto illecito assimilandolo
ad altri reati o perch potenzialmente foriero di futuri delitti;
3) il principio garantistico con le norme a salvaguardia del diritto di difesa e
della presunzione di innocenza;
4) il principio di certezza del diritto che mette al bando ogni discrezionalit
nellirrogazione delle pene e che comporta la loro eguaglianza per tutti
coloro che hanno commesso il medesimo delitto.
In tempi a noi pi vicini, unaspra critica stata portata alla Scuola Classica
dallideologia di derivazione marxista secondo la quale essa era la tipica
espressione del capitalismo ottocentesco, gravido di ingiustizie sociale e
incentrato sullo sfruttamento delle classi lavoratrici, che impose una normativa
penale rigidamente repressiva che andava a colpire specialmente la classe
operaia classe che, a quellepoca, era ritenuta il focolaio della maggior parte
della delinquenza.

29

2.3 Le classi pericolose


Nel 1800 era generale convincimento che la delinquenza fosse pressoch
prerogativa esclusiva delle classi pi povere dato che il tumultuoso sviluppo
industriali aveva attirato dalle campagne grandi masse di proletari che erano
costretti a vivere in condizioni miserrime e ai limiti della sopravvivenza. Di
conseguenza, le citt si popolavano di reietti la cui vita era segnata dalla miseria,
dallignoranza, dallalcolismo, dalla delinquenza. In effetti, le statistiche relative
alla criminalit che proprio allora si cominciavano ad elaborare, indicavano che
la maggior parte dei delinquenti proveniva proprio da quelle fasce di
popolazione pi misera cos che nella cultura dominante dellepoca, che era la
cultura borghese, and affermandosi il concetto di classi pericolose. Le classi
pericolose erano considerate come agglomerati di individui degenerati e carichi
di vizi, privi di volont e di iniziativa: alle loro deficienze di doti morali veniva
attribuita non solo la criminalit, fra essi selettivamente dilagante, ma anche le
stesse misere condizioni di vita e lincapacit di emanciparsi da tali condizioni.
Questa concezione era ovviamente legata allideologia borghese dellattivismo e
della volont di successo dei singoli, che era congeniale a una economia fondata
sul liberalismo sfrenato e allesaltazione delliniziativa imprenditoriale. Secondo
questa ideologia, dalle lontane origini calviniste, a chiunque fosse dotato di
ambizione e volont di fare erano aperte le strade del successo mentre era
riprovevole restare poveri. Tale mentalit raggiunse il suo apice nella societ
americana degli anni ruggenti, antecedente alla grande crisi del 1929, e sar
riassunta nel concetto del self made man, luomo che si fa da s. Ad alimentare
questi principi contribu anche, e non poco, quella filosofia nota col nome di
darwinismo sociale secondo la quale le teorie di Darwin dellevoluzione delle
specie e della selezione naturale andavano applicata anche al campo sociale: era
ritenuto funzionale allevoluzione della societ che gli inetti ed i perdenti
dovessero soccombere nella lotta per la vita e che andassero ad occupare gli
strati pi squalificati della societ: appunto, quelli delle classi pericolose.
A questo modo di intendere il delinquente dobbiamo riconoscere alcuni aspetti
positivi:
a) quello di aver dato lavvio a nuove metodologie di ricerca con le indagini sul
campo condotte nei quartieri pi poveri dei centri urbani;
b) quello di aver messo per la prima volta in evidenza le correlazioni tra
depressione socio-ambientale e condotta criminale anche se alla criminalit
stata cos attribuita una valutazione unicasuale, cosa che oggi non pi
accettata.
Nel 1800, a fianco alla visione colpevolizzante del povero e dellinetto, and
contestualmente sviluppandosi anche un filone ideologico cristiano e
filantropico, improntato a principi di umana carit e di aiuto nei confronti dei
bisognosi e dei traviati che segn una nuova modalit di intervento nei
confronti dei delinquenti. Si trattava dunque di una concezione moralistica,
come quella della emendache informava la Scuola Classica, con la differenza
che mentre per questultima la redenzione doveva essere il frutto della pena
severa e affittiva, questi indirizzi alternativi miravano ad ottenere la redenzione
30

come risultato dellassistenzialismo umanitario. Nacquero cos organizzazioni


come lEsercito della Salvezza, che mirava a redimere gli alcolizzati e i
vagabondi, le prime associazioni volontarie di soccorso e di cristiana solidariet
per i detenuti, i primi trattamenti differenziali per i delinquenti pi giovani e i
primi esperimenti di porbation, utilizzato per la prima volta a Boston. Questo
istituto, che tanto sviluppo ebbe poi in America ed in Europa, fu dettato
allorigine proprio da questa diversa percezione del delinquente che anzich
come un depravato, venne considerato per la prima volta quale persona
bisognosa di aiuto per riuscire a reinserirsi nella societ.
2.4 Primi studi statistici e sociologici (= prime concezioni del diritto come
fatto sociale)
La concezione del reato quale astratta entit di diritto, tipica della Scuola
Classica, stata messa in crisi, verso la met del 1800, dai primi studi statistici
impiegati per lapproccio scientifico ai fenomeni criminosi. Cos, mentre in
precedenza il delitto era percepito quale azione malvagia o depravata compiuta
da un individuo del pari astratto, in quanto non considerato nel suo contesto, si
passava ad una concezione che chiamava in causa lambiente sociale nel quale il
delinquente agiva.
Ai ricercatori Quetelet e Guerry, che hanno utilizzato per primi i dati statistici e
demografici, ed stato riservato lattributo di statistici morali in quanto le
loro ricerche indicavano una concentrazione particolarmente elevata di criminali
nellinterno dei gruppi sociali pi squalificati, ove frequentissime erano la
miseria, la prostituzione, lalcolismo e il degrado morale. Nei loro studi, per la
prima volta fu considerata lincidenza dei reati in relazione allet, al sesso, alle
professioni, al grado di istruzione, ecc.: tutto ci consent di aprire la strada per
la comprensione del delitto anche come fenomeno sociale.
Si affermava, in sostanza, con la presenza di costanti e di regolarit statistiche
dei delitti, anche una loro qual prevedibilit almeno a livello di grandi numeri
quindi si apriva la strada a una percezione del crimine di tipo deterministico o
almeno pluricausata, del tutto assente in precedenza.
Ora, si poteva anche dire che se le condizioni dellambiente sociale
influenzavano il crimine, si poteva anche affermare che la condotta delittuosa
era determinata , al di l dellimmoralit dei rei, anche da altri fattori: da
questo momento, dunque, che si poteva iniziare a pensare al delitto come fatto
sociale secondo la concezione di Emile Durkheim (1858-1917)che lo intendeva
come non soltanto unidea soggettiva ma una cosa esistente di per s, una parte
inevitabile del tipo particolare di una struttura sociale. Anche il delitto
costituiva pertanto un fenomeno generale di ogni societ, una sua parte
integrante e non pi una occasionale aberrazione di certi individui; pertanto il
delitto non poteva essere eliminato, anche se era modificabile, nella quantit e
nella tipologia, con il mutare del contesto sociale nel quale si manifestava.
Proprio del mutamento nella quantit e nel tipo di delitti si occup Gabriel
Tarde (1843-1904) secondo cui alla radice della crescita dei delitti riscontrata
31

nel corso del XIX secolo, era da porsi linizio di una nuova prosperit che
fungeva da stimolo alle aspirazioni e alla instabilit sociale: infatti, prima
dellavvento della societ moderna, gli individui non solo avevano ben poche
possibilit di cambiare il proprio status ma non subivano neanche la frustrazione
derivante dal fatto di non poter conseguire determinate mete, ora divenute
possibili anche se difficili per la maggior parte di essi. La delinquenza era per
Tarde il prezzo da pagare al maggior benessere sociale.
2.5 Determinismo sociale (la societ come causa del delitto)
I primi studi statistici sul crimine misero in crisi quel concetto di libero arbitrio
del reo che aveva caratterizzato lideologia liberale dal momento che era ora
possibile statisticamente prevedere il numero e i tipi di delitti che sarebbero stati
consumati nella societ.
Questo nuovo approccio faceva comunque intendere che il comportamento
criminoso non era pi esclusivamente riconducibile alla sola volont del singolo,
ma che su di lui agivano anche fattori legati alla societ: esistendo cio certe
circostanze nella societ, il delitto doveva inevitabilmente realizzarsi.
Secondo gli studiosi che seguivano questo orientamento, nella societ erano
insite delle cause per le quali le azioni dei delinquenti venivano ad essere
necessariamente e fatalmente condizionate in senso delittuoso. Pertanto, se pur
potevano esservi delle variabili individuali, il fenomeno delittuoso nel suo
complesso, quale fatto sociale, era ritenuto la diretta conseguenza di fattori legati
allambiente, che trascendevano dallindividuo e che erano necessariamente
provocati dalle caratteristiche della societ.
Nasce cos, con il primo approccio sociologico della criminologia, la visione
deterministica della condotta criminosa, col viraggio dalla percezione liberale
del delitto verso una percezione positivistica, caratteristica del IXI secolo.
Il Positivismo rappresentava infatti lideologia fondamentale della scienza,
secondo la quale tutti i fenomeni naturali rispondevano ad una universale
determinazione causale degli eventi della quale la scienza era in grado di
identificare le leggi: il Posivitismo inform di se tutta la cultura del secolo,
affermando lesistenza di leggi universali valide per ogni campo del sapere.
Nella prospettiva sociologica, la visione deterministica del crimine consisteva
nel convincimento che solo, o prevalentemente, nel contesto della societ
dovevano ritrovarsi i fattori determinanti la condotta criminale e ci comportava
in definitiva lassenza di responsabilit morale dellindividuo, governato
comera da leggi e fattori che prescindevano dalla sua volont.
Andava cos prendendo corpo un determinismo sociale che doveva trovare il
suo equivalente contrapposto nel determinismo biologico di marca lombrosiana.

32

26 Cesare Lombroso, la criminologia dellindividuo e il determinismo


biologico.
Sempre nel XIX secolo, che vide linizio del filone sociologico della
criminologia, Cesare Lombroso (1835-1909) rappresenta il pioniere del nuovo
indirizzo individualistico della criminologia, secondo il quale lo studio del
reato doveva polarizzarsi principalmente sulla personalit del delinquente,
fino ad allora del tutto trascurata.
Lombroso indirizz i suoi numerosi studi sulla persona del delinquente e sulle
sue componenti morbose ritenute responsabili della sua condotta: ci ha
rappresentato una svolta importante nei confronti dellastrattismo di una
concezione solo legale o morale o sociale del delitto, fino ad allora dominanti.
Oggi, la maggior parte delle sue teorie priva di valore scientifico ma ci non
toglie a Lombroso il merito di aver per primo impiegato i metodi della ricerca
biologica per lo studio del singolo autore del reato, di aver fatto convergere
linteresse delle scienze penalistiche sulla personalit del delinquente (prima
unicamente rivolto allentit di diritto costituita dal reato), di aver stimolato una
larga massa di indagini sui problemi della criminalit e di aver dato avvio a un
indirizzo organico e sistematico nello studio della delinquenza (Scuola di
Antropologia Criminale) cosicch la criminologia come scienza ebbe modo di
imporsi come nuovo filone della cultura.
La teoria del delinquente nato la pi nota delle sue teorie e sostiene che
unalta percentuale dei pi incalliti criminali possiederebbe disposizioni
congenite (cio presenti fin dalla nascita) che, indipendentemente dalle
condizioni ambientali, li renderebbe inevitabilmente antisociali: particolari
caratteristiche anatomiche, fisiologiche e psicologiche si accompagnavano
secondo il Lombroso a tali disposizioni e ne consentivano lidentificazione.
Importanti erano anche, tra le cause di innata tendenza al delitto, allepilessia e
ad altre patologie generali.
La teoria dellatavismo tentava di interpretare la condotto criminosa del
delinquente nato come una forma di regressione o di fissazione a livelli
primordiali dello sviluppo delluomo; il delinquente era dunque un individuo
primitivo, una sorta di selvaggio ipoevoluto nel quale la scarica degli istinti e
delle pulsioni aggressive si realizzava nel delitto senza inibizioni.
Lombroso riconobbe poi anche un gran numero di delinquenti occasionali, non
dissimili per la loro costituzione dagli uomini normali, e nei quali assumevano
rilevanza, nel condizionare la loro condotta, lambiente e le circostanze. I fattori
individuali innati e predisponesti al delitto mantenevano comunque un
significato di privilegio: la loro primariet fra le cause e lineluttabilit con cui
essi condurrebbero allo sbocco criminoso configurano quella componente di
determinismo biologico che un carattere saliente del pensiero lombrosiano.
Il delitto rappresentava dunque nella visione lombrosiana un evento strettamente
legato a qualcosa di patologico o di ancestrale che alcuni uomini presentavano
come loro specifica caratteristica. Questo atteggiamento proponeva una visione
33

deresponsabilizzante del fatto delittuoso che tuttora persiste in taluni filoni di


pensiero: esistono uomini giusti, osservanti delle leggi e uomini reprobi che
inevitabilmente delinquono perch la loro natura diversa e malata. Nei
confronti di costoro nulla pu farsi in quanto predestinati al delitto, se non
difendersi dalla loro innata antisocialit. Il reato e le anomalia della condotta
vengono cos visti come se fossero solo una malattia da combattere e da
neutralizzare individualmente, in un approccio che risulta essere
decolpevolizzante nei riguardi della societ e del reo e che libera da ogni
responsabilit collettiva e individuale nei confronti del fatto delittuoso.
La prospettiva lombrosiana verr ripresa attorno agli anni 50 del XX secolo
dallideologia detta del mito medico (secondo la quale le carceri avrebbero
dovuto assumere almeno idealmente laspetto e le funzioni di un luogo dove si
cura o si cerca di curare) e, pi di recente, da quegli orientamenti di
criminologia clinica sempre centrati sullo studio dellindividuo e che hanno
avuto importanti riflessi anche sulla politica penitenziaria penale.
27 La Scuola Positiva
Le teorie lombrosiane sul delitto hanno costituito la base di un nuovo
orientamento giuridico e criminologico che si ispirava al pensiero positivistico
allora imperante secondo il quale i dati dellosservazione empirica dovevano
costituire lunico punto di partenza per interpretare i fatti delittuosi e per
proporne i rimedi.
Unitamente a Cesare Lombroso, i penalisti Enrico Ferri (1856-1929) e
Raffaele Garofalo (1852-1934) furono i teorici e i divulgatori dei principi di
quella che si sarebbe appunto chiamata la Scuola Positiva di diritto penale.
La Scuola positiva si incentrava sui seguenti postulati:
1) il delinquente un individuo anormale;
2) il delitto la risultante di un triplice ordine di fattori antropologici, psichici e
sociali;
3) la delinquenza non la conseguenza di scelte individuali ma condizionata
da tali fattori;
4) la sanzione penale non deve avere finalit punitive ma deve mirare alla
neutralizzazione e possibilmente alla rieducazione del criminale e deve
pertanto essere individualizzata in funzione della personalit del delinquente.
La pena non doveva pertanto avere pi il significato di retribuzione per la
colpa commessa o di dissuasione dal delitto mediante lintimidazione ma
quello di realizzare il controllo delle tendenze antisociali, considerando pi la
personalit del criminale che non il tipo di delitto commesso.
I principi della Scuola Positiva si tradussero in un vero e proprio programma di
politica penale, per il quale, accertata lattribuibilit del fatto al singolo autore,
una misura di difesa sociale doveva sostituire la pena, ed essa doveva essere non
tanto commisurata alla gravit del delitto compiuto, secondo il sistema tariffario,
34

quanto piuttosto proporzionata alla maggiore o minore perniciosit sociale del


reo.
Cardine dunque di ogni misura penale era la pericolosit sociale del criminale,
sia attuale, dimostrata dalla condotta delittuosi, sia potenziale, insita nella sua
personalit.
Assai rilevanti sono state le influenze che la Scuola Positiva ha avuto sia sulla
criminologia che sulla evoluzione del diritto penale: essa polarizz linteresse
sulla personalit del criminale piuttosto che sul fatto delittuoso, promuovendo la
ricerca e lo studio sulle cause individuali della criminalit. Inoltre, lapproccio
con metodologie scientifiche segn linizio delle prime vere scuole
criminologiche, sia di indirizzo individualistico che sociologico.
Anche se codici totalmente ispirati ai principi della Scuola Positiva non sono
mai stati adottati nei paesi europei, linfluenza del pensiero positivistico ha
portato comunque allintroduzione, in molti sistemi giuridici, del principio
secondo il quale andava tenuto conto, nellirrogare misure penali, oltre che della
gravit del reato, anche della potenzialit criminale del reo.
Ci si realizzato secondo due indirizzi:
1) con il sistema del doppio binario (Germania e Italia a partire dagli anni
30) secondo il quale a fianco delle pene tradizionali, commisurate alla
gravit del reato, venivano disposte anche misure di sicurezza per i
delinquenti ritenuti socialmente pericolosi (malati di mente, plurirecidivi,
soggetti particolarmente aggressivi, delinquenti abituali e professionali) che
si aggiungevano alla pena detentiva. Tali misure erano indeterminate nel
tempo e destinate a durare fino a quando non veniva a cessare la pericolosit;
2) con il sistema della pena a tempo indeterminato (USA e paesi scandinavi)
secondo il quale la durata effettiva della pena non era preventivamente
stabilita dal giudice secondo la gravit del reato ma dipendeva dalle
prospettive di successo del reinserimento sociale, in virt del buon esito del
trattamento risocializzativo.
Alcune considerazioni in merito ai principi propri della scuola positivista vanno
doverosamente fatti. Innanzitutto una troppo cieca fiducia nelle scienze
delluomo e nelle loro capacit di valutazione della pericolosit e la fallacia
delle previsione sulla condotta futura e sulla modificazione della stessa. Si pensi,
ad esempio, alle incertezze di un giudizio di pericolosit fondato
prevalentemente su previsioni comportamentali incerte, su giudizi soggettivi o
meramente intuitivi e non verificabili come pure il rischio di errori e di
arbitrariet nel valutare, senza possibilit di appello, la persistente pericolosit.
Daltro canto non pu sottacersi limportanza che comunque la Scuola Positiva
ha rivestito in quanto ha promosso anche lintroduzione nel diritto penale del
principio secondo cui le caratteristiche della persona devono entrare in gioco
nella commisurazione e nella scelta della pena, cos come del debito conto che
va dato alle condizioni sociali agenti sul reo. Essa ha dunque spinto il pensiero
35

penale moderno verso i principi della individualizzazione della sanzione e del


trattamento individualizzato del delinquente.
28 Primi indirizzi marxisti in criminologia
Il marxismo, storicamente, stato il principale fulcro attorno al quale si sono
andati organizzando i movimenti operai e le lotte di classe ispirate al socialismo
e al comunismo e ha dato inizio in tutto il mondo alla contrapposizione fra i due
blocchi politici dei paesi del socialismo reale e di quelli capitalisti che ha
caratterizzato il XX secolo.
Gi Karl Marx (1818-1883) e Friedrich Engels (1820-1895), nei loro studi
sociali e politici, si erano o occupati sia pur marginalmente anche della
criminalit, sostenendo che il delitto una diretta conseguenza delleconomia
capitalistica e delle ingiustizie, squilibri e grandi disfunzioni del capitalismo del
XIX secolo. I delinquenti quindi non venivano intesi come appartenenti a quel
proletariato consapevole della propria potenzialit rivoluzionaria che, attraverso
la lotta di classe, avrebbe sconfitto il sistema capitalistico e instaurato la dittatura
del proletariato e la societ comunista bens come facenti parte di quel sottoproletariato pi misero e degradato anche moralmente (appunto, le c.d. classi
pericolose) che non aveva acquistato coscienza di classe e che alle ingiustizie
sociali sapeva reagire solo con una ribellione individuale, il crimine appunto.
Il primo sistematico studio criminologico di ispirazione marxista per opera di
Willem Adrian Bonger (1876-1940), che tent di coniugare il marxismo con il
pensiero positivo allora imperante. Bonger sosteneva che un sistema di
produzione basato sulla concorrenzialit, sulliniziativa privata e sul profitto
individuale a discapito degli interessi collettivi, era strutturalmente contrario allo
sviluppo di unetica sociale e di legami di solidariet e reciprocit . Lo stesso
meccanismo sociale che esigeva spietata concorrenza e antagonismo fra i
singoli, rendeva gli uomini pi egoisti e quindi pi propensi al delitto. Le
sperequazioni di classe e la diversa disponibilit dei beni materiali e culturali
rendevano pi acuto il conflitto fra persone e stimolavano laggressivit; tutti i
tipi di reati riflettevano i rapporti tra le classi e si manifestavano con maggior
frequenza fra il proletariato solo in funzione del maggior sfavore nelle
condizioni di vita e di un atteggiamento comprensibilmente rivendicativo nei
confronti della societ che li emarginava. Se il capitalismo era la causa della
delinquenza, la sua sostituzione rivoluzionaria con un sistema di produzione non
competitivo avrebbe consentito di eliminare il delitto: una prospettiva
evidentemente utopistica che enfatizzava limportanza dei fattori sociali.
Per quanto attiene agli aspetti positivistici, Bonger riconosceva lesistenza di
differenze innate tra gli individui, con conseguente diversa propensione alla
violenza e alla delinquenza, ma a suo avviso era solo nellambiente sociale che
dovevano essere ricercati i fattori atti a provocare il passaggio dalla potenziale
aggressivit di taluni al comportamento criminoso. Trapela qui quel
determinismo sociale che abbiamo visto essere tipico di quel momento storico:
avendo Bonger identificato nel sistema capitalistico la causa fondamentale della
36

criminalit, sostenne di conseguenza che tale causa portava alla impossibilit


concettuale del libero arbitrio e della responsabilit individuale.
Altri autori della scuola socialista, come Turati, Ferri, Colajanni, consideravano
anchessi la criminalit come strettamente connessa ai fattori sociali, e pi
specificamente quale conseguenza del capitalismo.
29 Integrazione fra approccio sociologico e antropologico
Fino dalle sue origini la criminologia si andata sviluppando secondo due filoni:
quello sociologico e quello incentrato sullindividuo (antropologico) sorto con la
scuola lombrosiana. Questi due indirizzi si sono affiancati a lungo, spesso
proponendosi in una visione contrapposta nella interpretazione dei fatti
criminosi.
Per lapproccio sociologico, lo scopo principale della criminologia avrebbe
dovuto essere quello di spiegare la delinquenza ricercandone le cause nella
societ stessa; per il filone antropologico, la criminologia avrebbe dovuto invece
ricercare che cosa vi fosse di anormale o di diverso nei delinquenti che favorisce
o determina il loro divenire criminali.
La semplicistica attribuzione delle responsabilit del delinquere alla societ, cos
come allopposto alle anomalie del singolo soggetto, comporta che in ogni caso
nessuno abbia n merito n demerito per le proprie azioni, e impedisce che la
collettivit possa chiedere a ciascuno di render conto della propria condotta.
Solo dunque una visione integrata che tenga conto sia dei fattori sociali (cio
degli squilibri, delle carenze e delle ingiustizie dellorganizzazione collettiva)
sia, contestualmente, del diverso modo (variabile da individuo ad individuo) di
rispondere ai fattori ambientali sfavorenti e di effettuare le proprie scelte, pu
consentire una valutazione serena della condotta criminale e suggerire quegli
interventi sociali e individuali idonei a contenere il suo continuo incremento.
A TEORIE SOCIOLOGICHE
Nella prima met del 900, mentre in Europa venivano maggiormente coltivati
gli indirizzi individualistici, si sviluppa ampiamente negli USA la sociologia
criminale, che diverr per un lungo periodo il filone pi rigoglioso della
criminologia.
Vediamo in particolare le teorie maggiormente significative.
30 Teoria delle aree criminali o teoria ecologica
Un approccio incentrato sullo studio della criminalit nelle aree criminalivenne
iniziato da Shaw (1929) che intraprese nuove e sistematiche indagini in quei
medesimi ambiti urbani maggiormente degradati. Esse vennero proseguite da
quella che prender il nome di Scuola di Ghicago e che fu la prima scuola
criminologica specificamente coltivata da sociologi. Questi sociologi indicarono
con il termine di aree criminali quelle zone delle citt dalle quali proviene e risiede
37

la maggior parte della criminalit comune. Secondo queste teorie, in ogni grande
agglomerato urbano possono identificarsi zone con particolari caratteristiche
ambientali (da qui il nome di teoria ecologica) nelle quali gli abitanti che hanno
avuto a che fare con la legge si trovano in concentrazione molto pi elevata che in
altre. Sono queste le zone in cui si concentra unalta percentuale di persone
bisognose di sovvenzioni assistenziali, dove c sovraffollamento nelle abitazioni,
inadeguatezza di pubblici servizi e dove finisce per risiedere la parte pi indigente
della popolazione. Condizioni socio-economiche particolarmente disagiate sono una
regola per gli abitanti di queste aree, che presentano anche elevata disoccupazione o
svolgono attivit squalificate e precarie. Questi quartieri rappresentano poi un
significativo polo di attrazione per coloro che cercano un ambiente pi permissivo e
pi adeguato al proprio status di delinquenti abituai ed anche pi protettivo perch
non mette ulteriormente ai margini coloro che gi sono degli emarginati. La
popolazione di tali aree pu risiedervi solo transitoriamente oppure in modo stabile
ma lavvicendamento degli abitanti non influisce sul tasso di criminalit rilevato che
rimane costantemente elevato: ci sta ad indicare il significato criminogenetico dei
fattori dovuti alle particolari caratteristiche dellambiente sociale.
Per la teoria ecologica, pertanto, lambiente di vita il fattore pi importante nella
genesi della criminalit, almeno nelle modalit pi squalificate e povere di
delinquenza comune, anche se ovvia limportanza di altri fattori, posto che non
tutti coloro che risiedono nelle aree criminali divengono delinquenti, e viceversa
molti delinquenti di buon livello economico risiedono anche in quartieri urbani
normali.
Questa anche una teoria a medio raggio nel senso che non rende certamente
conto di fenomeni pi generale: si presta a render conto solamente della
delinquenza comune pi povera, della manovalanza delinquenziale.
31. teorie della disorganizzazione sociale
Possono riunirsi in questa comune dizione di teorie della disorganizzazione
sociale molteplici studi sociologici che hanno posto laccento sulle profonde
trasformazioni che la sempre maggiore industrializzazione ha indotto nella struttura
della societ nella prima met del nostro secolo.
Il nucleo originario di questa teoria era costituito dalla polarizzazione dellinteresse
sul mutamento e sullinstabilit provocati dalla industrializzazione e da tutti i
fenomeni ad essa collegati (urbanizzazione, crisi della vecchia struttura patriarcale,
crisi della famiglia) fattori questi che hanno determinato la rottura di molteplici
equilibri sui quali si fondavano i precedenti valori normativi e letica sociale.
Il termine disorganizzazione non si riferisce quindi alla disfunzionalit dei
pubblici servizi, al cattivo funzionamento delle varie istituzioni pubbliche ma a
qualcosa di pi profondo che viene a togliere alla societ la capacit di fornire
valori stabili, punti di certezza, capacit di regolare e controllare la condotta dei
singoli.

38

In definitiva, si realizza disorganizzazione sociale quando perdono di efficacia


gli abituali strumenti di controllo sociale ed in particolare il controllo di gruppo e
quello familiare.
Secondo questo approccio, il singolo individuo, vivendo in una struttura instabile e
in troppo rapido mutamento, perde la possibilit di governarsi secondo i vecchi
parametri normativi, divenendo egli stesso, come la societ, disorganizzato nella sua
condotta.
Questo approccio teorico non solo rivolto a rendere conto dellincremento della
criminalit fra gli individui pi poveri e pi emarginati, come faceva la teorica
ecologica ma fornisce una interpretazione a pi largo raggio, idonea a spiegare in
una pi ampia prospettiva il dilagare della criminalit anche in altre classi sociali,
ed anche fra coloro che subivano linfluenza della disorganizzazione sociale pur
senza essere afflitti da disagi economici.
Sutherland (1934), ha utilizzato anchegli il concetto di disorganizzazione sociale,
legandolo, per, pi che al mutamento e alla instabilit conseguenti alla espansione
industriale e allo sconvolgimento culturale a esso seguito,piuttosto allesistenza
nella societ di contraddizioni normative. Una societ disorganizzata perch le
norme sono contrastanti e contraddittorie e non assolve pertanto alla sua
fondamentale funzione socializzatrice: di rendere cio gli individui osservanti delle
norme pi cogenti. In pratica, il delitto si verifica perch la societ non
saldamente organizzata contro questa forma di comportamento.
Il conflitto di norme quindi una delle condizioni pi significative nel provocare la
disorganizzazione sociale, dal momento che la coesistenza di regole, leggi e costumi
fra di loro in contrasto riduce grandemente lefficacia del controllo sulla condotta
dei singoli.
Una sintesi dei pi significativi aspetti del conflitto di norme, responsabile della
disorganizzazione sociale e del conseguente incremento di criminalit, stata
formulata, in epoca successiva, da Johnson (1960). Secondo questo autore, vi
conflitto di norme:
quando vi sia socializzazione difettosa o mancante E questa la situazione
che si realizza in coloro che, facendo parte di gruppi marginali, possono
essere ambivalenti verso norme legati che, in gran parte, sentono come
estranee o riguardanti solo i diritti delle pi favorite fasce sociali piuttosto
che i propri (sono questi gli appartenenti alle sottoculture delinquenziali);
quando vi siano sanzioni deboli e vi quindi insufficienza di intimidazione
punitiva verso alcuni tipi di azioni delittuose che vengono pertanto
implicitamente incentivate;
quando vi sia inefficienza o corruzione dellapparato giudiziario o di
polizia in questo caso le sanzioni contemplate nei codici possono essere
anche severe, ma la loro efficacia ridotta perch le leggi vengono
scarsamente o per nulla applicate.

39

Il conflitto e la contraddizione delle norme accentuano notevolmente il carattere di


instabilit degli strumenti del controllo sociale e costituiscono pertanto
unimportante causa di disorganizzazione sociale e di delinquenza.
32 Teoria dei conflitti culturali
La teoria dei conflitti culturali venne sottolineata da Sellin (1938) che vide nella
contrapposizione in un medesimo individuo di sistemi culturali differenti una delle
principali cause del venir meno degli abituali parametri regolatori della condotta
sociale con conseguente facilitazione alla devianza e alla delinquenza.
Sellin, per lelaborazione della sua teoria, prese lavvio dallanalisi dellimminente
flusso immigratorio verificatosi nei primi decenni del 1800 verso gli USA quando,
per le esigenze del grande sviluppo industriale di quegli anni, vennero aperte le
frontiere agli emigranti provenienti da molti paesi europei.
Egli not:
che alcuni valori normativi dellimmigrato si trovavano in contrasto con
quelli della societ ospitante il persistere dei valori della cultura di origine
poteva provocare conflitto con quelli nuovi non ancora assimilati e
indebolire cos quegli autocontrolli che assicuravano in precedenza un
comportamento onesto;
il partecipare a due sistemi culturali differenti provocava una situazione di
disagio, di insicurezza, esponendo lindividuo al rischio di ogni tipo di
disadattamento, dalla malattia mentale alla criminalit;
ad essere soggetti a comportamenti devianti non erano tanto i neoimmigrati
quanto quelli di seconda generazione, cio i loro figli tutto ci venne
interpretato nel senso che il conflitto tra i due sistemi di cultura era pi aspro
per i giovani perch avevano perduto di significato i contenuti normativi
della cultura di origine (ancora validi per i padri) senza che fossero stati
ancora assimilati costumi e valori del paese ospitante.
Sellin distinse inoltre:
i conflitti culturali primari risultanti dal disagio e dalle incertezze che il
singolo individuo viveva per lattrito diretto fra due sistemi culturali troppo
differenti;
i conflitti culturali secondari dovuti alla discriminazione e al rigetto da
parte della societ ospitante nei confronti di quegli individui estranei e
diversi, da troppo poco tempo entrati a far parte del loro contesto sociale.
Sellin inoltre mise in evidenza che per aversi condotta integrata necessario che vi
sia sintonia fra i valori normativi del gruppo di appartenenza e quelli di cui la legge
espressione: se, infatti, le prescrizioni della norma legale nei confronti di tale
condotta non si accompagnano alla opposizione del gruppo (perch i gruppo vive
valori devianti rispetto a quelli legali) lintimidazione della legge inefficace. Le
norme penale, infatti, una volta interiorizzate vengono a costituire una componente
della coscienza morale dellindividuo ma ci non sufficiente ad evitare
40

comportamenti delittuosi se contemporaneamente non vi lappoggio e la


solidariet nello stesso senso da parte del gruppo di appartenenza.
33. Struttural-funzionalismo e teoria della devianza
Il concetto di devianza ha avuto un peso notevole nel successivo pensiero
sociologico.
Questo concetto ha visto linizio della sua fortuna nellambito di una vasta scuola
sorta negli USA negli anni 30: lo strutturalfunzionalismo. Premesso che per
struttura si intendono tutti i rapporti esistenti fra le persone allinterno di una
data societ, laspetto funzionale rappresentato dalla necessit per la
sopravvivenza di ogni sistema sociale che la struttura consenta di perseguire lo
scopo fondamentale che il sistema si propone, e che costituito dalla integrazione
dei singoli attori sociali, cos da assicurare il mantenimento, la stabilit e la
coerenza del sistema stesso.
Secondo questo indirizzo, i cui maggiori rappresentanti sono stati Parsons (1937),
Merton (1938) e pi tardi Johnson (1060), i soggetti che agiscono nella societ (gli
attori sociali) regolano il comportamento fra le persone e i gruppi in funzione di un
complesso sistema di norme che vengono, consapevolmente o inconsciamente, fatte
proprie da ciascuno: il comportamento sociale, in funzione della osservanza o della
non osservanza delle norme, si viene pertanto a collocare fra le due opposte
alternative della conformit e della devianza.
Conformit - lo stile di vita che orientato e coerente con linsieme delle norme
(siano esse espresse dalle leggi codificate ovvero da regole del costume, dagli usi,
dalle tradizioni, ecc.): conforme pertanto una condotta che rientra nella gamma
dei comportamenti permessi e generalmente accettati. La conformit una scelta
psicologgizzata, che viene cio a far parte della personalit dei singoli, e che rientra
fra le motivazioni ad agire anche se non sempre lattore conosce esattamente o in
dettaglio linsieme normativo: esiste per una precisa consapevolezza che rende
ciascuno costantemente informato della conformit o non conformit della sua
condotta. Questa conoscenza il frutto dei processi di socializzazione e lessere
conformi il risultato di una socializzazione ben riuscita. Ci si realizza attraverso
leducazione (esempio, imitazione o insegnamento esplicito) ma anche attraverso
meccanismi psicologici complessi quali la identificazione (cio col rendersi simili a
taluni soggetti eletti a propri modelli assumendone i valori morali e normativi) e la
interiorizzazione (cio con lincludere nella propria coscienza norme e principi che
vengono cos a costituire parte integrante della personalit di ciascuno).
Il rafforzamento e il mantenimento della conformit poi favorito dai sistemi di
controllo sociale cio da quellinsieme di strutture e istituzioni che consento a ogni
attore sociale di conoscere le conseguenze (pene giudiziarie o sanzioni non legali
dei gruppi quali il rimprovero, lostracismo e lemarginazione) della non osservanza
delle norme.
Lideologia, intesa quale fondamentale contenuto della cultura, contiene i valori
generali che le norme sanciscono e questi valori motivano i consociati a
conformarsi alle regole.
41

La conformit alle norme sociali del proprio momento non garantita solo dai
valori ideologici e dal timore delle sanzioni ma anche dagli interessi costituiti, cio
dai vantaggi legittimi che il rispetto delle norme comporta.
Pertanto, riassumendo, possiamo dire che nella genesi del comportamento conforme
possono distinguersi:
il momento dellapprendimento delle norme che si realizza tramite i
processi di socializzazione e attraverso i continui contatti fra persone e
gruppi;
la fase del mantenimento e del rinforzo dellapprendimento normativo
che attuata dai vari strumenti di controllo sociale, dalla minaccia di
sanzioni, dallideologia, dagli interessi costituiti.
La devianza la condizione opposta alla conformit. Si tratta di un concetto molto
pi ampio rispetto a quello di delinquenza dato che ricomprende sia le condotte che
violano le norme penale (cio i delitti) sia quelle contrarie alle semplici regole
sociali generalmente accettate. Vi per devianza solo quando la violazione
frutto di una precisa scelta e non accidentale e solo quando lo violazione
avviene nei confronti di una norma verso la quale lattore orientato (cio che
non ha perso per lui di significativit).Non dunque deviante chi viola la norma
per mero caso o quando infrange una regola disattesa da tutti.
Ogni comportamento deviante presuppone pertanto nellattore sociale un
atteggiamento di ambivalenza nei confronti della norma: ci significa che il
deviante deve da un lato conoscere la persistente imperativit di quella norma ma
daltro canto egli non ne accetta lautorit normativa.
Pertanto, possiamo concludere affermando che nella prospettiva della sociologia
struttural-funzionalista, la devianza non ogni condotta che violi alcune delle
innumerevoli regole che una data cultura contiene ma solo il mancato rispetto di
quelle norme che conservano ancora credibilit e che vengono ritenute pi
importanti.
34 lanomia come causa di devianza
Allo struttural-funzionalismo va riconosciuto il merito di aver inteso fornire una
teoria sulle cause della devianza avvalendosi del concetto di anomia.
Ogni societ pone dei limiti, con le norme legali o culturali, al soddisfacimento
delle aspirazioni degli individui, stabilendo quali siano i mezzi che possono essere
legittimamente impiegati per soddisfarle. Quando una societ strutturata in modo
stabile e armonico, i limiti e le norme sono percepiti e accettati come giusti: un
mutamento di rilievo nella compagine sociale, mette per in crisi taluni valori
normativi e comporta un minor rispetto di essi. Pertanto, quando le norme perdono
di credibilit, la condotta di molti individui sar pi facilmente orientata in
dispregio di esse e questa perdita di credibilit delle norme configura appunto lo
stato di anomia di un certo contesto sociale.
42

Lanomia si realizza dunque quando le regole, che in altri momenti si mostravano


idonee ad assicurare la condotta socializzata dei membri, perdono la loro efficacia
cosicch gli attori sociali si vengono a trovare in una condizione di particolare
difficolt, dovuta proprio alla carenza dei necessari parametri di riferimento
normativo: si genera quindi disagio se le regole non sono pi adeguate, se hanno
perso di credito, se pur essendo formalmente ancora presenti sono nella sostanza
divenute prive di significato.
Il temine di anomia era gi stato introdotto in sociologia da Emile Durkheim
(1858-1917) allinizio del 900 col significato di frattura delle regole sociali. In
particolare, egli intendeva la particolare situazione che si instaura in certe societ e
che ingenera, in un elevato numero di soggetti, disagio e condotta dissociale. Per
Durkehiem causa dellanomia era essenzialmente la iperstimolazione delle
aspirazioni che la societ industriale ha indotto, e quindi nellinsofferenza verso i
sistemi di controllo che tendono a limitare le aspirazioni stesse: il difetto di quella
societ sarebbe stato nel non aver saputo porre limiti alle domande dei vari gruppi
sociali. Il mito del successo, il miraggio dellascesa economica sempre pi rapida,
hanno provocato irrequietezza, esasperazione, frustrazione e malcontento: ci
stato causa della rottura delle regole sociali, ovvero, anomica: che non vuol dire
pertanto assenza di norme bens significa contraddizione, incoerenza, ambivalenza e
ambiguit delle norme stesse.
Robert Merton, negli anni 30, ha fornito della devianza una nuova teoria.
Lanomia intesa infatti come la conseguenza di una incongruit fra le mete
proposte dalla societ e la realt possibilit di conseguirle: una societ ha
caratteristiche di anomia quando la sua cultura propone delle mete senza che
vengano a tutti forniti i mezzi per conseguirle. Questa teoria incentrata dunque
sulla antinomia dinamica tra mete e mezzi legittimi per conseguirle. Le mete sociali
possono intendersi come le prospettive che la cultura di un certo momento pone
come prioritarie ai suoi membri, come quellinsieme di obiettivi verso i quali
debbono tendere le aspirazioni di tutti, obiettivi che sono nello stesso tempo
ideologici, morali e materiali. Naturalmente, con il variare delle societ variano
anche le mete che la cultura di ciascuna societ propone come fondamentali, come
pi meritorie e qualificanti. Pertanto, le societ, per non produrre frustrazioni,
debbono mantenere un buon equilibrio tra le norme e le mete istituzionalmente
suggerite e devono offrire la possibilit di raggiungere le mete con i mezzi legittimi
che vengono prescritti o forniti. La societ industriale, ad esempio, ha come
caratteristica limperativo di non accontentarsi del proprio status e di mirare a
traguardi sempre pi elevati ma se ci pu essere inteso come una delle ragioni
degli enorme progressi materiali compiuti vi contestualmente insita una elevata
fonte di ansiet e di frustrazione dato che non facile, per chi parta da condizioni
sociali svantaggiate soddisfare questo imperativo con mezzi legittimi. Pertanto, la
disuguaglianza nelle opportunit di successo sociale stimolano la non osservanza
delle norme che regolano le modalit lecite per conseguire le mete proposte dalla
cultura. Nella nostra societ non troviamo solo frustrazione individuale ma anche un
pi ampio fenomeno che implica un diverso atteggiamento di interi gruppi sociali
nei riguardi delle orme. Tale teoria, per, non in grado di risolvere il problema

43

psicologico del perch alcuni individui siano pi sensibili e altri meno alle influenze
anomiche.
Merton ha anche individuato le diverse modalit di reagire alla condizione anomica
(peraltro, Merton on considera la devianza come conseguenza delle differenti
caratteristiche psicologiche o di anomalie delle personalit ma come frutto di fattori
insiti nella stessa struttura sociale. Dunque, abbiamo:
1) un comportamento di conformit che risulta tanto pi agevole e tanto meno
ansiogeno e frustrante quanto maggiori sono le opportunit di successo
offerte dal proprio status.
2) Un comportamento deviante che, a seconda di come viene risolta lantinomia
fra le mete poste dalla cultura e i mezzi impiegato per conseguirle, pu
essere cos manifestato:
a. Innovazione che si realizza quando lattore sociale orientato verso
i fini proposti dalla cultura, mira a raggiungerli ma per ottenerli non si
pone problemi circa il carattere eventualmente illegittimo dei mezzi
impiegati. Costoro diventano delinquenti trovandosi a essere
osservanti dei fini ma non dei mezzi per conseguirli.
b. Ritualismo questo tipo di devianza sui generis, si realizza quando
permane il rispetto per le norme e vi invece rifiuto di ricorrere ai
mezzi illegittimi anche se ci comporta la rinunzia a perseguire le
mete del successo sociale. Esiste in questo modo devianza solo
perch vengono mortificate le aspirazioni, ci si accontenta di ci che
si ha.
c. Rinunzia la devianza che si realizza quando vengono persi di
vista sia i fini che i mezzi, cio quando si rinunzia a raggiungere i fine
dellascesa economica o del successo ma nello stesso tempo non vi
rispetto delle norme istituzionali. E questa la devianza di chi cessa di
combattere, dei vagabondi, dei drogati, dei derelitti: si tratta di
persone che in varia modalit infrangono le regole legali ma nelle
quali il mancato rispetto delle norme non serve a migliorare il proprio
status.
d. Ribellione la devianza caratterizzata dalla sostituzione delle mete
culturali con mete diverse, da un rifiuto globale della societ e,
pertanto, anche delle regole circa luso dei mezzi illegittimi. Il ribelle,
lanarchico, il contestatore assumono un sistema di valori del tutto
alieno e contrapposto a quello della cultura dominante e si
propongono di conseguire un sistema sociale e culturale alternativo.
35. Teoria delle associazioni differenziali
Negli anni 30, Sutherland elabora una nuova teoria sociologia che
prese il nome di teoria delle associazioni differenziali.

44

Tale teoria ha come suo carattere distintiva il principio che il


comportamento delinquenziale appreso: poco importerebbe pertanto nel
divenire delinquenti la psicologia dei singoli individui.
La delinquenza non viene appresa per semplice imitazione bens
mediante lassociazione interpersonale con altri individui che gi si
comportano da delinquenti. Lapprendimento della condotta criminosa
in relazione pertanto con i tipi di persone con le quali si viene a contatto,
con il tipo dei loro valori, mediante un processo di comunicazione
analogo, ma di segno opposto, a quello tramite il quale si apprende il
rispetto delle norme legali.
Il termine dissociazione differenziale non deve essere inteso come una
sorta di societ di fatto ma come semplicemente partecipazione a certi
gruppi sociali differenti dagli altri per la loro abituale indifferenza nei
confronti della legge.
Questa teoria venne proposta da Sutherland come schema per una teoria
generale della criminalit, una teoria eziologica capace di render conto di
tutti i tipi di condotta criminosa non solo quella delle classi sfavorite ma
anche di quella imprenditoriale e professionistica e del perch,
nonostante la presenza di analoghe opportunit, si verificano orientamenti
differenti da un individuo allaltro circa il rispetto o meno della legge, in
funzione della frequentazione appunto di gruppi inosservanti della legge
penale.
Una persona dunque favorita nella scelta delinquenziale a parit di
condizioni economiche e sociali, quando si trova inserita in un gruppo
ove prevalgono definizioni favorevoli alla violazione della legge rispetto
a quelle sfavorevoli.
Di conseguenza, ora chiaro che sia i valori etici che le tecniche per
compiere i delitti devono essere necessariamente appresi da altre persone.
Non esisterebbe dunque una criminalit innata, ma si imparerebbe ad
agire criminalmente assimilando i modelli di comportamento
delinquenziale proposti da un certo ambiente, sempre che questi
prevalgano sui modelli di condotta integrata.
Per non tutti i gruppi con i quali si via via in contatto hanno la stessa
capacit di influenzare la condotta: fra i vari ambienti di cui un individuo
si trova a far parte, avranno pi elevata capacit di orientare la condotta
quelli che vengono frequentati con maggiore intensit; quelli nei quali i
rapporti hanno maggiore priorit (in quanto i membri godono per il
soggetto di maggiore prestigio), quelli dove i rapporti hanno maggiore
durata e, infine, quelli che per anteriorit si sono proposti come modello
in epoca pi precoce e in et pi giovane.
Lassociazione soggettivamente percepita come pi importante, che viene
pi frequentata, che inoltre pi duratura e anteriore, quella da cui pi
facilmente verranno appresi ideali, valori e tecniche di condotta: se questa

45

associazione sar di tipo delinquenziale, si apprender uno stile di vita


criminoso.
Analiticamente possiamo dunque puntualizzare che:
1) il comportamento criminale un comportamento appreso;
2) tale comportamento appreso attraverso il contatto con altre persone
e per mezzo di processi di comunicazione;
3) esso appreso allinterno di dirette relazioni interpersonali;
4) si apprendono anche le tecniche necessarie al compimento del reato,
le valutazioni e le attitudini nei confronti del crimine;
5) si diventa delinquenti quanto le interpretazioni contrarie rispetto alla
legge sono in un dato ambiente prevalenti rispetto a quelle favorevole;
6) le associazioni differenziali possono variare in rapporto allintensit,
alla priorit, alla durata, alla anteriorit del contagio;
7) il processo di apprendimento del comportamento criminale implica gli
stessi meccanismi che verrebbero chiamati in causa in qualsiasi altro
tipo di apprendimento.
Il fatto che Sutherland si sia sforzato di costruire una teoria eziologia per spiegare
cio ogni forma di criminalit non significa che egli ignorasse del tutto la possibilit
dellintervento di altri fattori nelleziologia del crimine e, anzi, li indic nelle
opportunit, nellintensit del bisogno, nella possibilit che vengano proposte
alternative al comportamento criminoso e, soprattutto, nella disorganizzazione
sociale. Egli era comunque convinto della necessit di ricondurre tutti gli elementi
criminogenetici in una unica teorica.
Per, se certamente condivisibile lassunto secondo cui le tecniche e gli
atteggiamenti criminali devono essere appresi, difficile per condividere il
principio secondo cui tutte le forme di criminalit debbano essere necessariamente
apprese, secondo lo schema fornito da questa teoria. Del tutto insufficiente appare
infatti questo tipo di spiegazione per rendere conto della criminalit aggressiva o
dimpeto o di quello su base emotivo-passionale, agita dai singoli.
Altri appunto che si possono muovere alla teoria delle associazioni differenziali
sono:
o essa si mostra del tutto carente dal punto di vista dellindagine psicologica in
quanto trascura il problema della risposta differenziale che si pone a livello
personale;
o non piega linvenzione di nuove condotte delittuose mai utilizzate in
precedenza o anche di quella criminalit che si manifesta spontaneamente,
senza precedenti contatti con associazioni differenziali;
o portatrice di un determinismo piuttosto rigido in quanto le motivazioni e le
tecniche attraverso cui si delinque sembrano apprese allinterno di un
46

ambiente in cui lattore gioca un ruolo per lo pi passivo, senza che gli siano
possibili, in apparenza, altre alternative.
Un indiscutibile merito di Sutherland (condiviso con la teoria dellanomia di
Merton) comunque quello di avere infranto lequazione secondo la quale la
delinquenza sarebbe sempre e solo strettamente collegata allindigenza e alle
condizioni sociali favorevoli.
36. Sutherland e la criminalit dei colletti bianchi
Sutherland va ricordato non solo per la teoria delle associazioni differenziali ma
anche, e soprattutto, perch per la prima volta ha indirizzato i suoi studi verso un
settore di delinquenza che era stato fino ad allora trascurato cio quello dei reati che
vengono compiuti dai dirigenti delle imprese industriali, finanziarie, commerciali e
dai professionisti.
Egli infatti aveva notato che in certi ambienti professionistici ed imprenditoriali
prevalevano le definizioni favorevoli alla violazione della legge; ovviamente le
infrazioni che vengono commesse in tali ambienti sono ben diverse da quelle delle
sottoculture dei delinquenti comuni, ma pur sempre si tratta di reati (evasioni fiscali,
frodi nei bilanci, illeciti del commercio, bancarotta fraudolenta, furto di brevetti
ecc.). Queste sue osservazioni sono state pubblicate nel 1940 nella sua prima opra
dedicata ai delitti commessi da individui dal ruolo prestigioso White Collar Crime
e, nonostante il tempo trascorso, conservano la loro importanza storica in quanto
aprirono la strada alla questione del numero oscuro e, pi tardi, allepoca della
criminologia critica di sinistra che doveva affermarsi un ventennio dopo divenendo
punto di partenza fondamentale per i filoni criminologici incentrati sulla tematica
dei conflitti di classe.
Caratteristiche della delinquenza dei wcc sono date dal fatto che:
o questa delinquenza si realizza negli stessi ambienti ove si producono beni e
servizi ed strettamente connessa ai processi stessi di produzione di tali
servizi e beni;
o non si tratta di delinquenza parassitaria come quella comune nel senso che si
procurano ricchezza con i reati ma senza produrre alcun legittimo beneficio;
o il suo costo sociale rilevante perch questi reati compenetrano moltissimi
settori delle operativit produttive;
o lindice di occultamento di questi reati molto elevato essendo essi
facilmente mascherabili e per loro natura di difficile identificazione;
o gli autori di questi delitto godono di un elevato tasso di impunit in quanto
rivestono posizioni influenti e spesso godono di connivenze con aree del
potere politico e giudiziario;
o minore la reazione sociale di censura nei loro confronti e ci traspare
dalluso di aggettivi quali disonesto piuttosto che criminale. Ci
significa che il colletto bianco non viene associato allo stereotipo del
delinquente da parte della collettivit e tale inoltre egli non si reputa. Lo
47

stigma del criminale diventato una sanzione di per s che pu


accompagnarsi ad altre sanzioni o essere del tutto evitato;
o per chi compie delitti di questo tipo perdono di significato tutti quei fattori di
anomalia di personalit e di sfavore sociale che tanto hanno occupato la
criminologia impegnata nello studio dei delitti comuni;
o per configurare questo specifico tipo di delinquenza, fondamentale la
tipologia dei reati commessi, che devono essere strettamente connessi alle
attivit di produzione di beni o servizi.
37 . Gli sviluppi dellindirizzo individualistico e la criminologia clinica (anni
50)
Un punto di riferimento importante nello storico sviluppo della criminologia
rappresentato dalla fine della seconda guerra mondiale. Infatti, prima della guerra,
la sociologia criminale non era ancora caratterizzata da coloritura politica cosa che,
invece, accaduta dopo quando il mondo stato diviso in due campi ostili da una
contrapposizione ideologica e politica che ha coinvolto la cultura, gli intellettuali e i
cittadini, divisi tra seguaci del primo o del secondo modello.
Di conseguenza, a partire dagli anni 50, la criminologia, non solo continua a
svilupparsi secondo i due filoni di base - antropologico e sociologico ma si
bipartir ulteriormente secondo i due filoni ideologici che si erano imposti in quegli
anni nella politica cos come nella cultura: si avuta cos una criminologia di
sinistra, di ispirazione marxista, incentrata sulla critica della societ capitalista
ritenuta matrice fondamentale della criminalit ed una criminologia di destra,
ideologicamente vicina alla socialdemocrazia, che analizzer le relazioni fra la
classe sociale e la criminalit rimanendo pur sempre sintonica con i valori di
democrazia e di libert dei paesi occidentali.
Lindirizzo individualistico (o antropologico)
E stato quello che fra i due ha subito la minore influenza rispetto alla coloritura
politica ma divenuto il cardine di una nuova politica penale incentrata sulla
risocializzazione dei delinquenti che rimasta valida fino ai nostri giorni. In questo
filone individualistico, si sono andate articolando scuole polarizzate sulla ricerca
delle caratteristiche che, nei singoli autori di reati, potessero assumere significato di
causa per rendere conto del comportamento delittuoso. Di conseguenza, a
seconda degli interessi dei singoli cultori, si sono sviluppate ricerche volte allo
studio delle infermit organiche, delle diversit di costituzione, dei fattori ereditari
ma stato soprattutto lorientamento psicogenetico che, specialmente ispirandosi ai
principi della psicoanalisi, doveva rivolgere lindagine sui vari meccanismi psichici
che possono rendere conto dei comportamenti criminosi. E stato cos che si
sviluppata una criminologia del passaggio allatto, che cercher di spiegare perch
taluni individui, a parit di circostanze e di ambiente, scelgono una condotta
criminosa mentre altri no.
Le teorie individualistiche trovarono il loro momento di confluenza operativa in
quella che prese il nome di criminologia clinica. Uno dei primi cultori stato
48

Benigno di Tullio (1896-1979) al quale va anche il merito di aver mantenuto vivi


gli interessi criminologici in Italia anche durante il fascismo.
Nella prima met degli anni 50, Di Tullio inizi la trasposizione in ambito
criminologico delle finalit e delle criteriologie del metodo clinico della medicina.
La criminologia clinica venne concepita come disciplina volta allo studio non tanto
dei fenomeni generali della delinquenza ma del singolo delinquente a fini
diagnostici, prognostici e terapeutici, cio di trattamento individualizzato per
finalit risocializzativa. Parallelamente, lo studio clinico di un elevato numero di
soggetti avrebbe permesso la elaborazione di nozioni e concetti di carattere
generale, cos da costruire un sapere che, in chiave eziologia, identificasse le cause
individuali (e anche microsociali) responsabili della commissione del reato.
Lopera di Di Tullio stata poi importantissima in quanto ha realizzato una stretta
collaborazione tra diritto penale e criminologia. Se, infatti, la giustizia penale
mantiene una funzione principale nel meccanismo di lotta alla criminalit, alla
criminologia clinica spetta il compito di attuare la prevenzione speciale, attraverso
losservazione scientifica del reo. Infatti, se si vuole applicare il criterio della
individualizzazione della pena imprescindibile la conoscenza in senso biologico,
psicologico e sociale della personalit del singolo delinquente. Intervento medicocriminologico che poi dovrebbe proseguire nella fase di trattamento del condannato
in carcere per rimuovere le carenze fisio-psichiche che sarebbero distintive della
personalit del delinquente.
La criminologia clinica rappresenta dunque il momento della utilizzazione operativa
delle conoscenze mediche psichiatriche e psicologiche relative alla personalit
dellindividuo e al suo ambiente microsociale, per intervenire in senso terapeutico al
fine di curare la criminalit, per cercare cio di eliminare le cause individuali del
comportamento criminoso.
Il fine operativo di questo indirizzo appare tuttora quello d rimuovere i pi
immediati fattori psichici e ambientali favorenti il persistere della condotta
delinquenziale, e di intervenire in definitiva al fine di indurre il delinquente ad
assumere un ruolo integrato.
La criminologia clinica si caratterizzerebbe in senso politicamente conservatore:
agirebbe cio in modo funzionale al sistema dato, lasciando immutate le
contraddizioni sociali e cercando solo di fare accettare ai criminali una struttura
sociale che andava invece, secondo il loro orientamenti, radicalmente rinnovata.
38 - La Nuova Difesa Sociale e la politica penale della risocializzazione
Nel secondo dopoguerra, si costitu un movimento di opinione da cui dovevano
prendere forma le tendenze configuranti la dottrina della Nuova Difesa Sociale.
Antecedenti di tale orientamento possono essere considerati, sul piano ideologico e
giuridico, la Dichiarazione Universale dei Diritti dellUomo dellONU e le
numerose rinnovate Costituzioni che in quegli anni, in molti paesi, si pronunciarono
contro la pena di morte e posero i principi di una politica penale e penitenziaria che
voleva essere anche un intervento sociale.
49

Tali contenuti ideologici propri dei paesi occidentali verranno a riflettersi anche
sulla percezione della criminalit e si tradurranno in un nuovo programma di
politica penale che va ricollegato a un fondamentale principio sociale gi da qualche
anno introdotto nel mondo occidentale, cio lideologia del Welfare State
(introdotta da Roosevelt nel 1932 come risposta alla grande crisi economica di
quegli anni e poi fatto proprio, in Europa, dal riformismo socialdemocratico).
Secondo questo principio, lo stato non pu disinteressarsi delle difficolt dei meno
abbienti, che in precedenza non coinvolgevano la collettivit e che venivano
affrontate solo con le istituzioni umanitarie e di mutua assistenza. Lo stato, in
questa ottica, dove farsi carico di assicurare a tutti i cittadini i beni materiali
fondamentali e garanzie di sicurezza e benessere. Fra le garanzie che lo stato deve
offrire vi anche quella di fornire a chi ha compiuto reati gli strumenti per essere
risocializzato cos da poter nuovamente fruire di un normale assetto sociale. La
rieducazione socializzativa da realizzare attraverso gli strumenti risocializzativi
della criminologia clinica - costituisce dunque un nuovo diritto del cittadino e un
nuovo impegno dello stato.
In questo clima culturale, politico e giuridico, deve essere ricordata lopera di
Filippo Gramatica, che tent di riproporre i principi della Scuola Positiva e che
trov espressione compiuta nei Principi di difesa sociale, pubblicato nel 1961. Per
lautore, la difesa sociale si concreta in una sostituzione del diritto repressivo con
un sistema penale non punitivo di reazione contro lantisocialit. Tale sistema
avrebbe dovuto escludere ogni riferimento al principio di punizione e conferire allo
stato il solo dovere di recuperare lindividuo allo societ, negandogli quello di
punire. Sarebbe caduta, seguendo questi principi, ogni distinzione fra pena e misura
di difesa sociale (misura di sicurezza) posto che la giustizia non avrebbe avuto se
non lo scopo della risocializzazione del delinquente.
Contro questa dottrina estremistica e utopistica, reagirono i propugnatori di
posizioni pur sempre riformative del diritto penale ma di ispirazione moderata e
realistica, che raccoglieranno i maggiori consensi in seno alla Societ Internazionale
di Difesa Sociale. Lopera che meglio interpreta queste esigenze e che d il nome
allintera corrente di pensiero Nuova Difesa Sociale, di Marc Ancel, pubblicata
nel 1954. Tra i pi interessanti asserti di questo movimento vi senzaltro il rifiuto
del determinismo degli indirizzi sia antropologici che sociologici. Coloro che
hanno aderito a questa corrente di pensiero rivalutano la nozione di libero arbitrio,
in cui peraltro il riconoscimento della libert e responsabilit dellindividuo deve
tener conto della concreta realt umana e sociale in cui egli si trova a vivere e
quindi degli eventuali condizionamento economici e ambientali a cui ciascuno
esposto. La Nuova Difesa Sociale parla di doveri delluomo verso i suoi simili e di
risocializzazione come presa di coscienza di una morale sociale vincolante. La
politica penale, pertanto, impone allo Stato precisi doveri tra cui lobbligo di
reintegrare lindividuo che ha commesso il reato in una comunit sociale che non
sia oppressiva cui corrisponde il diritto alla socializzazione da parte dei cittadini.
Non si tratta quindi di sopprimere (come era stato per i positivisti) il diritto penale
come sistema o di abbandonare lapprezzamento giuridico-penale del delinquente, e
nemmeno di sopprimere la sanzione penale retributivo sostituendola con la misura
di difesa sociale quale strumento preminente della giustizia penale. La Nuova
50

Difesa Sociale tende solo ad adeguare la reazione anticriminale ai bisogni congiunti


dellindividuo e della societ, oggetti e soggetti, insieme, della protezione sociale.
Essa in definitiva tradusse in principi di politica penale i contenuti ideologici del
Welfare State.
39 Criminologia del consenso
Sempre negli anni 50 e 60, oltre ai filoni della criminologia pi connotati
politicamente (criminologia di destra e criminologia di sinistra>) un nutrito gruppo
di teorie sociologiche, pur sottolineando gli inconvenienti delle sperequazioni
sociale del capitalismo, non assunse posizioni ideologiche radicali. Questi filoni,
emblematicamente rappresentati dalla sociologia strutturl-funzionalistica, si
fondano sullassunto che le norme sono suffragate dal consenso della maggioranza
dei consociati, in una visione della societ in cui valori e interessi trovano il
supporto di una larga accettazione: solo i devianti e i delinquenti, con la loro
condotta inosservante delle norme, sono intesi come una sorta di elemento
patologico che devia appunto da un sistema nel suo complesso accettato. Anche se
la prospettiva ideologica di queste teorie era pur sempre la denuncia dei fattori
criminogeni insiti nelle discriminazioni sociali, il mezzo per provi rimedia doveva
essere quello delle riforme e non della sovversione rivoluzionaria. A questi filoni e a
queste teorie sociologiche stato attribuito il nome di criminologia del consenso
dal momento che la sua prospettiva, sul piano pragmatico e della politica penale,
ovviamente quella di ricondurre i devianti e i delinquenti alla conformit e quindi al
consenso.
Nellambito della criminologia del consenso, vanno collocati tutti gli indirizzi
antropologici e individualistici miranti ad identificare le peculiari caratteristiche
degli individui che commettono reati, caratteristiche che verranno valutate quali
cause della loro condotta criminosa, secondo la prospettiva della criminologia
eziologia, o quali fattori di vulnerabilit individuale favorenti, se non determinanti,
le scelte criminose.
Particolare rilievo va riservato in questa prospettiva alla criminologia
pragmatistica, che ha spostato laccento dalla ricerca di cause o di fattori favorenti
individuali e/o sociali a quello degli interventi operativi. Il pi noto esponente di
questo indirizzo rappresentato da Leo Radzinowicz (1966) che parte dal rifiuto
degli approcci unifattoriali affermando che non esiste una singola causa della
criminalit ma solo un insieme di fattori che coerentemente concorrono in un
sempre fitto reticolo di embricazioni vicendevoli: fattori a loro volta mutevoli nelle
singole fattispecie di condotte criminose e sempre variabili col continuo mutare
delle circostanze sociali. Scopo della criminologia deve essere pertanto quello di
fornire conoscenze sempre pi ampie, idonee a essere utilizzate a fini pratici per
adeguare i provvedimenti legislativi, gli strumenti istituzionali e il trattamento dei
criminali a una mutevole realt in costante modificazione.
Traggono da qui origine le teorie multifattoriali che ebbero appunto come
obiettivo quello di integrare la conoscenza dei fattori criminogenetici ambientali
con quelli individuali.
51

40

Teorie
multifattoriali
(individuo/ambiente)

dellintegrazione

psico-ambientale

Lopportunit di considerare congiuntamente lindividuo e il suo contesto sociale


caratterizza lindirizzo della integrazione individuo/ambiente tipico delle teorie
multifattoriali che sono state formulate negli anni 50 e 60 e che si collocano nel
filone della criminologia del consenso, prive come sono di contenuti ideologici e
politici per privilegiare piuttosto un approccio teorico dal contenuto il pi possibile
fattuale e oggettivo.
Obiettivo fondamentale quello di fornire una spiegazione alla constatazione che
non tutti gli individui reagiscono con analoghe risposte comportamentali ai fattori
criminogenetici legati al loro ambiente e alle loro condizioni socio-economiche e,
viceversa, individui con uguali caratteristiche abnormi di personalit non divengono
per ci solo delinquenti.
Le teorie dellintegrazione hanno per lappunto cercato di considerare
contestualmente i vari fattori criminogenetici individuali, somatici e/o psichici,
capaci di rendere conto della risposta differenziale ad analoghe spinte
criminogenetiche indicandoli come componenti di vulnerabilit individuale nei
confronti di sollecitazioni provenienti dallambiente ed integrandoli con le
componenti di vulnerabilit ambientale, legate ai vari handicap sociali ai quali i
singoli soggetti sono esposti.
40.1 Teoria non direzionale dei Glueck
La teoria dei coniugi Glueck si proposta di identificare i fattore familiarisituazionali e quelli individuali che sono pi frequenti nei giovani criminali. Questi
fattori sono emersi, mediante ricerche e controlli protrattisi per circa 20 anni (19501971), dal controllo di due gruppi di minorenni, luno composta di giovani che
avevano commesso delitti e laltro di coetanei che avevano avuto condotta normale,
cos da poter analizzare, a parit di condizioni, in cosa differivano i delinquenti dai
non delinquenti. Il gruppo dei delinquenti e dei non delinquenti, poi, vennero divisi
in coppie che avevano in comune la residenza in zone povere e periferiche, let, il
livello intellettivo e la razza: cos potevano essere neutralizzati i fattori che di per s
solo gi si sapeva aver efficienza nel favorire la delittuosit e poter scoprire cosa era
intervenuto a far in modo che uno divenisse delinquente e laltro no.
Il perch del diverso comportamento sociale venne identificato nelle diverse
caratteristiche di personalit e dellambiente familiare di ogni soggetto.
I delinquenti minorili sono apparsi, come gruppo, diversi dai corrispondenti
controlli costituiti da soggetti non divenuti criminali, per cinque raggruppamenti
di caratteristiche che spiegherebbero appunto la differente condotta:
1. dal punto di vista fisico per essere frequentemente di costituzione robusta e
muscolosa;
2. per il temperamento essendo i giovani delinquenti pi facilmente irrequieti,
energici, impulsivi, distruttivi, aggressivi;
52

3. per latteggiamento psicologico per essere pi frequentemente ostili,


antagonisti, pieni di risentimento, rivendicanti diritti, sospettosi, non
convenzionali e non remissivi;
4. intellettivamente perch capaci di apprendere preferibilmente secondo
modalit concrete e dirette piuttosto che tendere al pensiero astratto,
simbolico, logico-razionalizzante;
5. per la loro condizione familiare caratterizzata dalla inadeguatezza dei
genitori e di tutto lambiente familiare, da poca coesione, da basso livello di
aspirazione e scarsi valori sociali, dalla presenza di genitori non adatti a
essere guide e protettori, inidonei a fungere da modello di identificazione ed
a fornire una buona socializzazione.
Il fatto che le caratteristiche differenziali fra i due gruppi presentino una elevata
frequenza statistica indica la loro effettiva importanza nella criminogenesi tanto
vero che il riscontro di tali caratteristiche in un dato soggetto stato utilizzato dai
coniugi Glueck come indice predittivo di sua probabile futura criminalit.
Ora, stato evidenziato che la predizione della futura condotta criminosa mantiene
lo stesso elevato margine di validit se anzich considerare congiuntamente i dati
psicologici e quelli familiari, la predizione venga effettuata sulla scorta delle sole
caratteristiche della famiglia: ci sottolinea limportanza dei fattori legati
allinadeguatezza dellambiente familiare.
Si potrebbe in sintesi affermare che le aree sociali meno privilegiate dalle quali
provenivano i due gruppi di giovani esaminati dai Glueck contengono molteplici
fattori potenzialmente criminogeni: solo per nel caso in cui i fattori negativi
ambientali si sommino a certa particolari caratteristiche psichiche dellindividuo e/o
allinadeguatezza della famiglia, si realizza pi facilmente la condotta criminosa.
40.2 La teoria dei contenitori di Reckless (1961)
Questa teoria multifattoriale si presenta come un altro indirizzo della
criminologia multifattoriale del consenso. Essa mira a spiegare in generale il
comportamento sociale identificando quei fattori che favoriscono il contenimento
della condotta nellambito della legalit: viceversa la carenza di questi fattori di
contenimento (cio dei contenitori, da cui prende il nome la teoria) costituisce
elemento significativo nel favorire la scelta criminale.
Reckless distinse:
contenitori interni rappresentati da quegli aspetti della struttura psicologica
pi significativi per favorire lintegrazione sociale. Essi consistono in : buon
autocontrollo, buon concetto di s, forza di volont, buon sviluppo delle
istanza etiche, buona socializzazioni, forte resistenza agli stimoli disturbanti,
senso di responsabilit, orientamento verso fini ben chiari.
Contenitori esterni rappresentati dallinsieme delle caratteristiche
dellambiente nel quale il singolo soggetto si trova a vivere. Le variabili
psicologiche non sono infatti di per s sufficienti a render conto, da sole, del
comportamento socialmente conforme (ovvero di quello criminoso) perch
53

esse agiscono in modo differenziale a seconda dello status del soggetto e


delle caratteristiche peculiari del suo ambiente. I contenitori esterni
rappresentano i freni strutturali che, operanti nellimmediato contesto sociale
di una persona, o agenti in senso pi lato nella societ, gli permettono di non
oltrepassare i limiti normativi. Detti contenitori sono rappresentati da fattori
molteplici: da un ragionevole insieme di aspettative di successo sociale, nel
senso che quanto maggiori sono le prospettive di successo legate al ceto, alle
relazioni, alle qualificazioni professionali, tanto pi agevole sar mantenersi
nella conformit e non usare mezzi illegittimi per affermarsi; lopportunit di
incontrare consensi nel proprio ambiente, il disporre di figure capaci di
offrire coerenti modelli di identificazione e una salda guida di condotta
morale.
Si rende dunque necessario considerare contemporaneamente lintegrazione e
la correlazione tra le variabili psicologiche e quelle ambientali. Esiste cio tutto
un complesso sistema di correlazioni fra i vari contenitori che consente di
comprendere come laccentuata carenza di taluni di essi renda
proporzionalmente meno rilevante la mancanza degli altri: in genere, quanto pi
difettano i contenitori esterni, tanto minore importanza nel condurre alla
criminalit viene ad assumere la carenza di quelli interni e viceversa.
41. La criminologia del conflitto (criminologia di sinistra)
Negli anni 60, larghi settori dellopinione pubblica sono stati caratterizzati,
specie tra gli intellettuali ed i giovani, da un deciso viraggio verso le ideologie di
sinistra. Si realizzo cos in quellepoca una vera e propria rivoluzione culturale i
cui ispiratori teorici furono i filosofi della Scuola di Francoforte (Adorno,
Marcuse, Horkheimer) che sottopose la societ neocapitalistica,
scotomizzandone i pregi, a una critica serrata per tutti i guasti di cui veniva
accusata: in primo luogo per le ingiustizie sociali e, quindi, in una prospettiva
esistenziale, per aver ridotto luomo al conformismo e al consumismo,
privandolo di ideali. Quelle idee furono fatte proprie dal movimento del
Sessantotto che, partito nel maggio di quellanno dalla rivoluzione studentesca
di Parigi si diffuse in tutta Europa, specialmente in Germania ed in Italia.
Le nuove idee investirono presto ogni settore della vita politica, culturale ed
anche privata di quegli anni. I principali informatori e le parole dordine di quel
movimento furono soprattutto il rifiuto del consumismo e, pi in generale, di
tutto il mondo capitalistico e della societ industriale, la prospettiva della
rivoluzione comunista, il fiorire di unetica solidaristica verso i poveri, i
diseredati, gli emarginati e addirittura verso i devianti ritenuti anchessi vittime
della societ. Si enfatizzava e si rifiutava il disagio della civilt cio la quota
di nevrosi e di ansia che la competitivit e il consumismo comportano. Il rifiuto
di ogni inibizione si riverber anche sui costumi privati, sulla famiglia, sulla
sessualit: anche la libert sessuale avrebbe dovuto servire, come lideologia
comunista e il femminismo, a distruggere la societ del consenso e
dellintegrazione, al posto dei quali gli ideali divennero il dissenso, la
contestazione, la trasgressione.
54

In questo clima culturale, in quegli anni, taluni filoni della criminologia si sono
intessuti di esplicite connotazioni ideologiche e politiche di sinistra e si sono
andata qualificando come criminologia del conflitto in opposizione ad una
criminologia del consenso. Per la criminologia del consenso, centrale la
percezione della societ come struttura non certo ottimale, con gravi disfunzioni
di organizzazione, disparit di accesso ai beni, carente di giustizia sociale, ma
comunque migliorabile con le riforme e dove la delinquenza ritenuta favorita
da certi handicap sociali e individuali che per nulla tolgono alla responsabilit
dei singoli autori di delitti (responsabilit su cui viene in definitiva a far leva
ogni intervento risocializzativo, obiettivo fondamentale della politica criminale).
Per i filoni pi estremistici della criminologia del conflitto, invece, la
delinquenza non eliminabile senza la radicale trasformazione della struttura
economico-sociale e senza la pi o meno apertamente auspicata soluzione
rivoluzionaria che avrebbe condotto alla eliminazione dei conflitti di classe e
delle ingiustizie e che avrebbe risolto anche la questione criminale.
Gli approcci meno ideologizzati e pi cauti, furono quelli che negli USA si sono
rivolti allo studio delle sottoculture delinquenziali e delle bande giovanili che
vedono nelle discriminazioni sociali, nelle difficolt economiche e nella
riduzione delle opportunit di successo la ragione prima della attrattiva
esercitata sui giovani delle classi disagiate da parte delle sottoculture criminose.
I filoni pi radicali e massimalisti si sono sviluppati invece in Inghilterra
prendendo corpo nella teoria delletichettamento fino a giungere alla
criminologia critica che vedr la stessa criminalit quale fatto politico ed
addirittura rivoluzionario.
42 - Teorie della sottocultura giovanile
Quando parliamo di cultura, in un senso ristretto, intendiamo indicare modelli
astratti di valori morali e di norme riguardanti il comportamento, che
vengono appresi direttamente o indirettamente nellinterazione sociale, in
quanto sono parte dellorientamento comune della maggior parte delle
persone. La cultura, ed in particolare le norme che, in criminologia, della cultura
sono laspetto pi importante, si riflettono nel comportamento dei singoli attori
sociale, anche se in esso intervengono pure fattori individuali, non culturalmente
determinati: carattere, personalit, istinti, intelligenza, valori etici e sociali.
Strettamente associato al concetto di cultura quello di gruppo. Infatti, anche
nellambito di una cultura pi ampia, esistono nella societ tante culture, per
certi aspetti differenziate, quanti sono i gruppi che in essa agiscono,
intendendosi per gruppi le associazioni di individui caratterizzati da una comune
cooperazione e dal senso di appartenenza al gruppo.
Il gruppo di distingue da una massa differenziata per alcune caratteristiche:
-

i membri di un gruppo sono in rapporto stabile e non solo casuale e


passeggero;

in tutti i membri del gruppo si sviluppa e si mantiene un concetto chiaro del


gruppo e dei suoi limiti
55

un gruppo pu venire a trovarsi in contrasto e anche in lotta con altri gruppi


nellambito del gruppo esiste unorganizzazione e divisione dei compiti,
spesso su base gerarchica

nel gruppo si sviluppa un complesso di usi, costumi e regole che creano una
tradizione (spirito di gruppo).

Si nota pertanto come le particolari norme, valori, principi e tradizioni del


gruppo sono inseriti nella sua cultura e sono fatti propri dagli appartenenti a quel
gruppo.
Lappartenenza a un gruppo un fatto dinamico perch il singolo individuo pu
partecipare contemporaneamente a pi gruppi.
Qualora un gruppo sociale abbia una propria cultura fortemente differenziata
rispetto alla cultura dominante per taluni valori importanti, si parler allora di
sottogruppo che avr, a sua volta, una sua propria sottocultura, volendo
sottolineare con questi termini il contrasto e la differenza di taluni precetti
normativi rispetto a quelli della cultura generale.
Per sottocultura delinquenziale si intende quella di un sottogruppo che ha una
sua particolare visione normativa in contrasto con ci che la cultura generale
considera come illegale. La sottocultura delinquenziale pertanto quella di un
sottogruppo che, pur avendo molti valori normativi comuni con gli altri gruppi, se
ne diversifica per quanto attiene a certi comportamenti inibiti dalla legge (concetto
che si ricollega dunque a quello di associazione differenziale di Sutherland di
qualche decennio prima). E bene notare, poi, che una sottocultura pu esistere
anche largamente distribuita nello spazio e senza alcun contatto interpersonale fra
singoli individui o gruppi interi di individui.
Nella prospettiva sottoculturale si collocano alcune teorie che hanno mirato a
illuminare nellambito della criminologia del conflitto, le ragioni che favoriscono la
confluenza verso le sottoculture criminose dei giovani delle classi pi disagiate.
42.1 La teoria della cultura delle bande criminali di Cohen (1955)
Questa teoria vuole fornire una spiegazione delle dinamiche che portano alla
delinquenza nelle grandi citt i giovani delle classi pi sfavorite. Per Cohen, la
sottocultura delinquenziale dei giovani di bassa estrazione sociale nasce dal
conflitto con la cultura della classe media, che rappresenta i valori pi diffusi, ma
dalla quale essi si sentono estranei ed estraniati: per questi giovani, di conseguenza,
impossibile conseguire i vantaggi ed il successo sociale di cui godono i loro
coetanei dei ceti pi favoriti ed essi vivono pertanto pi frequentemente
linsuccesso, la frustrazione e lumiliazione. Per Cohen, questi giovani trovano una
soluzione a tale dissonanza nel disconoscere le regole della cultura dominante e nel
cercare di organizzare nuovi e diversi rapporti interpersonali con proprie norme e
propri criteri di status. Quindi essi metterebbero in atto il meccanismo difensivo
della formazione reattiva che un meccanismo psicodinamico di marca
psicoanalitica che implica la sostituzione nella coscienza di un sentimento che
provoca angoscia con il suo opposto. In tal modo, le norme e gli ideali borghesi,
essendo irraggiungibili, non costituiscono pi mete culturali ambite ma sono
rifiutate e disprezzate perch espressione del sistema dominante, giudicato a loro
56

estraneo, ingiusto, da rifiutare e disprezzare. Questi giovani sono favoriti a inserirsi


stabilmente nelle sottoculture dei delinquenti abituali dal fatto che queste ultime
sono frequentemente insediate proprio nei quartieri poveri dove essi risiedono e dal
loro vivere allangolo della strada con conseguente maggiore facilit di rapporti
con soggetti gi facenti parte della delinquenza comune che proprio da questi
giovani attinge nuove leve.
Questa teoria, tuttavia, non offre alcuna spiegazione del fatto che fra tutti i giovani
che gravitano sulla strada per le sfavorevoli condizioni economiche delle loro classi
di appartenenza, solo una parte finisce per confluire nelle file della delinquenza.
42.2 La teoria delle bande giovanili di Cloward e Ohlin (1960) Nella
concezione di questi autori le sfavorevoli condizioni economiche e sociali e in
particolare lappartenenza alla classe operaia si traducono in una limitazione delle
opportunit cosicch si parla della loro teoria anche come teoria delle opportunit
differenziali.
Questi autori partono dalla considerazione che la societ capitalistica offre a tutti, in
teoria, la possibilit di conseguire le mete di affermazione e successo ma, di fatto, la
competizione limita le opportunit di chi parte da un piedistallo pi basso. Ora,
secondo gli autori, le bande giovanili si originano dal bisogno di aggregazione tra
soggetti socialmente sfavoriti con analoghi problemi di adattamento e possono
assumere tre differenti forme:
-

le bande criminali in senso stretto sono formate da giovani dediti


inizialmente ai c.d. reati da strada (furto, borseggio, rapina) e che poi, con
linserimento nella sottocultura della delinquenza abituale, ampliano e
perfezionano la loro attivit criminosa passando a reati ben pi gravi. Questi
soggetti diventeranno cos professionisti della delinquenza comune e
acquisiscono in questo modo denaro e status symbol di successo.

Le bande conflittuali che sono invece dedite alla violenza e al vandalismo


sistematico senza finalit primariamente appropriative o lucrative; mirano
soltanto a distruggere i simboli irraggiungibili del successo esprimendo cos
irrazionalmente e con violenza gratuita la protesta per esserne esclusi.

Le bande astensioniste che sono composta da quei giovani nei quali la


frustrazione ha provocato una fuga che esprime il rifiuto globale della cultura
stessa, dalla quale cercano di evadere mediante labuso di droghe e di alcol.

Queste teorie, anche se ci aiutano a capire meglio come arrivano alla delinquenza i
giovani provenienti da gruppi economicamente svantaggiati, hanno dei limiti dovuti
al fatto che:
-

hanno una visione massimalista dei gruppi sociale e sono sostenute da una
ispirazione marxista troppo radicalizzata sul conflitto di classe;

la delinquenza dei pi giovani non necessariamente organizzata in bande


ma pu esercitarsi anche in modo isolato mentre vandalismi e violenze
spesso vengono compiuti anche da giovani appartenenti a ceti abbienti;

57

tanto la teoria di Cohen quanto quella di Cloward e Ohlin cadono facilmente


in un approccio che risulta rigidamente deterministico in quanto finiscono
per lasciare limpressione che i giovani provenienti da certi gruppi siano
quasi fatalmente destinati alla delinquenza.

43 Teorie delletichettamento
La visione di una societ travagliata dalla continua conflittualit tra classe detentrice
del potere e le classi lavoratrici viene ulteriormente radicalizzata negli anni 60 dai
teorici del nuovo filone criminologico del labelling approach che recuperano la
prospettiva dellinterazionismo simbolico di Gorge Mead (1934).
Gli aspetti caratterizzanti della teoria delletichettamento (Becker, Lemert,
Kitsuse) sono incentrati sui seguenti punti:
1. visione rigida e dicotomica delle classi sociali percepite come classe dei
proletari sfruttati e classe dei padroni sfruttatori;
2. non univoca accettazione delle norme legali in quanto ritenute funzionali ai
detentori del potere e quindi con condivise da quella parte dei consociati da
essi vessati;
3. valorizzazione del concetto di reazione sociale quale risposta che la cultura
dei ricchi mette in atto nei confronti delle condotte devianti mediante la
stigmatizzazione, lemarginazione e le sanzioni penali;
4. percezione della devianza e della criminalit non quali comportamenti
riprovevoli o colpevoli ma quale mero frutto di un etichettamento negativo
esercitato dal potere nei confronti delle sole condotte antigiuridiche
commesse dalle classe subalterne.
I teorici del labelling approach, affermano che il deviante non tale perch
commette certe azioni, ma perch la societ qualifica come deviante chi compie
quelle azioni: con la reazione sociale consistente nel conferire la qualifica di
deviante, la devianza viene in un certo senso creata dalla nostra stessa societ.
Il punto focale del nuovo approccio spostato pertanto dallatto del singolo,
comera nelle precedenti teorie, alle reazioni della societ nei confronti dellatto
stesso.
-

Il deviante non pi visto come disfunzionale al sistema sociale ma la


condotta deviante invece intesa come necessaria e utile alla societ
che in essa trova il confine ben delineato della propria conformit. Il
deviante, quindi, deve essere creato per differenziarsene ed avere un
termine di paragone negativo.

Il deviante svolge anche un ruolo di capro espiatorio nel momento


in cui si polarizza contro di lui tutta lemotivit e lo sdegno per gli
autori del male, si ha il vantaggio di non far percepire come devianti
altre condotte, parimenti dannose per la societ, ma che sono proprie
delle classi domianti;

58

Il criminale, nella comune accezione, non tanto colui che commette


un crimine ma piuttosto colui che, fra i molti atti illegali, ne compie
certuni. I concetti di stereotipo e di stigma, rappresentano bene questi
meccanismi nel senso che lo stereotipo culturale del criminale (cio la
concezione di delinquente diffusa nellopinione pubblica) corrisponde
a quello della criminalit abituale e convenzionale ma non comprende
tutti gli atti contrari ai codici. Si avrebbe cos una discriminazione in
relazione al tipo di delitto, allambiente in cui esso viene attuato e al
ceto dellautore. La discriminazione si attua a vari livelli: chi ha pi
potere pu fare leggi a s pi favorevoli e decide, ne contempo, cosa
lecito e cosa non lo .

I gruppi sociali, quindi, creano devianza facendo le norme la cui


infrazione costituisce devianza, applicando queste norme ad alcune
persone ed etichettandole come outsider. Da questo punto di vista la
devianza non una qualit dellatto commesso dalla persona ma piuttosto
una conseguenza dellapplicazione di norme e sanzioni a un delinquente
da parte di altri. Il deviante una persona alla quale letichettamento
stato applicato con successo: il comportamento deviante un
comportamento che viene etichettato come tale.
Il processo di consolidamento della devianza si realizza poi attraverso
una serie di eventi. Infatti, colui che definito come deviante tende a
stabilizzare la sua condotta in una carriera deviante, il che comporta
lassunzione di un ruolo deviante e conseguentemente anche il sentimento
della identit personale diviene quello di un Io deviante. La
stigmatizzazione fa dunque in modo che il soggetto che si comportato
in un certo modo finisca per riconoscere se stesso nelletichetta che gli
stata posta e non tende pi a modificare la condotta.
Viene inoltre distinta:
-

la devianza primaria che definisce una condotta deviante senza


che si mettano in moto reazioni sociali e psicologiche che
modifichino il ruolo e il sentimento della propria identit del
soggetto agente; questi, pertanto, non si vive come un deviante ed
ha ampie possibilit di rientrare nella conformit;

la devianza secondaria si realizza come effetto della reazione


sociale (stigmatizzazione e sanzione legale) e comporta peculiari
effetti psicologici sullindividuo che si percepisce come deviante,
sviluppa tutta una serie di atteggiamenti oppositivi che il suo ruolo
comporta, con conseguente fissazione in tale ruolo di deviante
ovvero di delinquente.

Dunque, si diviene devianti perch si qualificati come tali e, quindi, deviante


colui al quale letichettamento stato applicato con successo; viceversa, colui che
commette azioni criminose ma che non viene raggiunto dalla censura, non sarebbe
un deviante, con buona pace dei principi morali e della giustizia.
Critiche possono essere mosse a questa teoria:
59

1. la confusione fra devianza e criminalit - che sono spesso usate come


sinonimi;
2. questa teoria spiega la devianza non criminosa e la piccola delinquenza di
poco conto, la microcriminalit di strada ma non si presta affatto ad essere
applicata nei confronti della criminalit pi grave in quanto i delinquenti di
questo tipo si auto-emarginano per loro scelta primaria e sono assolutamente
indifferenti alla stigmatizzazione;
3. questa teoria deterministica in quanto la persona che ha subito lo stigma
sembrerebbe non potersi sottrarre ad un inevitabile destino delinquenziale;
4. questa teoria deresponsabilizzante perch equiparando delinquenti e
devianti finisce per attenuare la colpevolezza dei primi che vengono a fruire
dellatteggiamento pi tollerante riservato ai secondi.
44 Teoria della devianza secondo Matza
Il rigido orientamento classista e il giustificazionismo nei confronti della
delinquenza anche pi grave propri di tutta la criminologia del dissenso sono stati
in qualche modo sottoposti a revisione, in quegli stessi anni, dal criminologo
americano Matza (1969) il cui contributo rappresenta il superamento nei confronti
della teoria della sottocultura giovanile di Cohen e di quella delletichettamento.
La critica verte sul fatto che i teorici delle sottoculture (Cohen in particolare)
intendono la sottocultura delinquenziale minorile come il risultato di un processo di
costruzione da parte dei giovani della classe operaia, di valori antagonisti rispetto a
quelli dominanti (quelli della classe media). Per Matza questa ipotesi da rigettare
poich non possibile pensare alla condotta delinquenziale come al frutto di una
situazione in cui il soggetto definisce giusto il suo comportamento. Il problema,
invece, pi complesso in quanto molto difficile convincersi che esista una netta
scissione tra i valori accettati dai soggetti conformi e quelli di coloro che
delinquono. Lo dimostra il fatto che molti giovani esprimono, dopo la commissione
del reato, vergogna e un sincero senso di colpa che non possono essere
sbrigativamente interpretati come tentativo di manipolazione da parte degli appartati
istituzionali. Dunque non si pu concludere che i mondo dei giovani delinquenti
non completamente avulso dalle richieste di conformit espresse dallordine
sociale dominante.
Secondo Matza, gran parte dellattivit delinquenziale dovuta ad una
proliferazione di difese nei confronti dellatto delinquenziale, sottoforma di autogiustificazioni per il comportamento deviante, considerate valide dal delinquente
ma non dal sistema giuridico o dalla societ.
Il delinquente, cio mette in atto un processo di razionalizzazione che gli consente
di
esprimersi in senso deviante e giungere allinfrazione normativa
neutralizzando attraverso particolari tecniche le tecniche di neutralizzazione
il conflitto con la morale sociale da lui almeno parzialmente accettata. Queste
razionalizzazioni non intervengono ex post-facto ma precedono latto deviante e
servono a escludere la responsabilit individuale e a negare la sua illiceit attraverso
la ridefinizione del proprio operato.
60

La delinquenza, non deriva dunque dallapprendimento di imperativi o valori


devianti ma il frutto dellacquisizione di queste particolari tecniche di autogiustificazione.
Queste tecniche di neutralizzazione vengono presentate in cinque forme diverse:
1. la negazione della propria responsabilit il delinquente, per aprirsi la
possibilit di imboccare la via della devianza ed evitare di doversi assumere
la responsabilit di un attacco diretto allapparato normativo, inizia ad
autopercepirsi come una palla da biliardo immagine che gli consente di
viversi come agito, trascinato nelle diverse situazioni;
2. la minimizzazione del danno arrecato il delinquente portato a
considerare il proprio comportamento come appartenente ad una attivit
vietata ma non immorale. Per lui, inoltre, la gravit della condotta viene
valutata in base al danno subito dalla vittima. La neutralizzazione consiste
nella ridefinizione delle proprie condotto: un atto vandalico diventa un
disturbo dellordine, un furto una presa in prestito, uno scontro tra bande
uno scambio privato di opinioni, ecc.;
3. la negazione della vittima anche nel caso in cui il delinquente si riconosce
responsabile dellatto commesso e si dichiara disposto ad ammettere la
gravit del danno causati, la responsabilit viene neutralizzata accentuando il
fatto che il pregiudizio recato alla vittima non rappresenta una ingiustizia
perch si tratta di un individuo che meritava il trattamento subito. Il
delinquente, cio, si sente un giustiziere;
4. la condanna di coloro che condannano coloro che sono conformi alla
legge vengono giudicati dal delinquente come ipocriti, la polizia come
corrotta, i giudici come parziali;
5. il richiamo a ideali pi alti in questo caso le forme di controllo sociale
possono essere neutralizzate sacrificando le istanza pi generali della societ
(norme, aspettative, doveri) a vantaggio di ideali particolari ma considerati
eticamente superiori, quali quelli della fedelt al gruppo di appartenenza,
della solidariet fra amici, della giusta lotta fra bande del quartiere, ecc.
Un aspetto importante della teoria di Matza il superamento delle teorie
delletichettamento e del loro contenuto deterministico, quella scuola, infatti,
sorvola sul problema della devianza primaria (cio la scelta del comportamento
censurabile dalla collettivit) cio di quella devianza agita dal soggetto prima
ancora che egli sia individuato come deviante e venga quindi stigmatizzato dalla
reazione sociale (foriera della devianza secondaria). Matza non si schiera n per un
totale libero arbitrio n per un rigido determinismo, egli, piuttosto, per affermare
un determinismo debole che spiega con il concetto di drift, termine che non
trova una giusta traduzione in italiano ma che rimanda alla presenza di una
motivazione allagire deviante non rigidamente vincolante. Il soggetto, cio, si trova
in una situazione di limbo tra conformit e devianza e reagisce di volta in volta alle
richieste delluna o dellaltre senza mai dirigere definitivamente il proprio
comportamento in senso deviante o in senso conforme.

61

La sottocultura, per Matza il luogo in cui il soggetto per sollevarsi da situazioni


angosciose, pu accentuare inclinazioni che non sente.
La volont di violare una norma un processo molto complesso che nasce quando
alla preparazione (che consiste nellapprendimento delle tecniche di
neutralizzazione) subentra un vero e proprio senso di disperazione dovuto al sentirsi
incapaci di dominare gli eventi e lambiente circostante: disperazione che a sua
volta si traduce in un generico desiderio di far accadere qualche cosa, pur di
convincere se stessi che si ancora padroni della situazione.
Matza dunque spiega non solo la devianza primaria ma riconferisce uno spazio di
libert al deviante stesso (e quindi una responsabilit), pur evidenziando i fattori che
tale libert in parte limitano.
45. Criminologia critica (criminalit come fatto politico)
Tra gli anni 70 e 80, in una prospettiva rigidamente marxista, la criminalit venne
intesa non pi come fatto sociale ma piuttosto come fatto politico: la criminologia,
cio, identific la devianza con il dissenso, cosicch tutte le classi ed i movimenti
che si opponevano alla societ neo-capitalista vennero ritenuti costituire lautentica
categoria dei devianti. Ma ci comport che cos come i movimenti politici di
sinistra, anche i criminali vennero intesi come oppositori del sistema borghese,
talch la criminalit venne considerata un fatto sostanzialmente politico. I criminali.
Per non avendo coscienza del significato rivoluzionario della propria condotta
dovevano essere politicizzati per poter assumere un ruolo consapevole di forza
promotrice dellinnovazione: questo doveva essere il compito dei movimenti di
sinistra e pi specificamente della criminologia. La criminologia, pertanto, doveva
cessare di proporsi come scienza con finalit di ricerca per assumere precise prese
di posizione militanti e politiche.
In questa ottica, la stessa definizione tradizionale di delinquenza e di devianza
andava rifiutata perch fondata sulla ideologia del potere e del privilegio di classe:
criminale era ritenuta invece la classe dominante con le sue ingiustizia, lo
sfruttamento, la mortificazione consumistica e la negazione della libert e dignit
umane.
La devianza e la criminalit venivano cos a identificarsi con la lotta che lintera
classe operaia conduce per ledificazione della societ comunista.
Il primo filone della criminologia critica si sviluppato in Inghilterra attorno alla
National Deviance Conference (Taylor, Walton, Young, 1975) e ha preso le mosse
da una critica della vecchia interpretazione marxista della criminalit secondo la
quale questa era un diretto prodotto della societ capitalistica ma riteneva il
criminale privo della consapevolezza del significato classista del suo essere
deviante, in quanto reputato mosso solo da istanze individualistiche. La new
criminology inglese affront invece il problema della devianza come scelta
consapevole dei singoli dinanzi ai disagi e alle contraddizioni sociali.
Questo indirizzo stato coltivato anche in Germania ed in Italia da un gruppo di
studiosi facenti capo alla rivista Questione criminale. Nella prospettiva di questi
studiosi, la devianza veniva definita come una modalit di condotta contrapposta ai
62

canali normativi (costumi, leggi, cultura) ispirati e governati esclusivamente della


classe al potere. La devianza esprime tutte le esigenze alternative allideologia
borghese e si identifica con la non accettazione di questa: il fatto che la devianza sia
stigmatizzata e repressa dalle istituzioni la conseguenza del fatto che essa viene,
dalla societ capitalista, percepita come una minaccia per il suo sistema.
Viene distinta:
-

una devianza individuale - che nelle sue varie forme (criminalit,


evazione nella droga, rifiuto dellinserimento lavorativo, ecc.) costituisce
una modalit di rigetto della societ borghese, devianza che per priva
oltre che di consapevolezza anche di prospettive;

una devianza organizzata che rappresenta la lotta delle classi


lavoratrici (quindi un superamento della devianza individuale che
parziale ed alienata) chiaramente politicizzata e ordinata nei movimenti
politici delle masse. La lotta sociale organizzata per il superamento della
societ capitalistica e per ledificazione del comunismo avrebbe dovuto
consentire anche il riassorbimento delle devianze individuali nella
devianza collettiva e organizzata dei lavoratori.

Cos come inteso dalla criminologia critica, il termine di devianza divenuto


addirittura sinonimo delle classi lavoratrici impegnate nella pi matura lotta di
classe. In questa ottica, anche la pena carceraria e tutto il sistema penale vennero
visti come strettamente legati alla societ capitalistica e funzionali agli interessi
economici e di controllo sociali delle classi dominanti.
La criminologia critica, anche se ha avuto il merito di contribuire ad un movimento
per la decarcerizzazione e lumanizzazione della pena, ha alimentato un
atteggiamento dellopinione pubblica di sinistra di eccessiva solidariet nei
confronti dei delinquenti, visti come vittime della societ piuttosto che come
individui non solo inosservanti delle leggi ma spesso anche autori di comportamenti
prevaricatori. Essa ha cio identificato la delinquenza come se fosse solo
microcriminalit da strada, agita da soggetti provenienti dai gruppi pi sfavoriti,
trascurando del tutto la pi allarmante criminalit violente, la delinquenza
economica e quella organizzata.
46 - Il Nuovo Realismo
Nella seconda met degli anni 80, la constatata inefficienza del regime comunista e
del centralismo economico ad assicurare condizioni di vita comparabili con quelle
delloccidente, aveva provocato un mutamento radicale anche nella politica interna
dellURSS con la richiesta di maggiori libert democratiche (si pensi alla
perestrojka, e alla glasnost di Gorbaciov) per giungere infine al crollo nel 1989 del
muro di Berlino e alla dissoluzione dellimpero sovietico.
Gli stessi autori di ispirazione marxista che in Gran Bretagna erano stati i promotori
della New Deviance Conference e della criminologia critica, pur sempre rimanendo
su posizioni di sinistra, diedero avvio (Lea, Young, 1984) alla scuola del Nuovo
Realismo.
63

A circa dieci anni di distanza, limpostazione viene completamente capovolta dal


punto di vista metodologico e da quello dei contenuti: da una riflessione
esclusivamente ideologica e teorica e di fronte alle esasperazioni di un approccio
che vedeva solo nelle sperequazioni sociali la causa della criminalit e che
intendeva il deviante esclusivamente come vittima, questi autori rivolgono la loro
attenzione allosservazione empirica, particolarmente riguardo ai reati da strada
(street crimes) che avvengono nei quartieri popolari delle metropoli scoprendo cos
che la delinquenza, studiata in precedenza in una prospettiva tutto sommato astratta,
invece una realt di fatto. I Nuovi Realisti, scoprono lelevata vittimizzazione e la
richiesta di protezione propria dei meno abbienti e dei pi indifesi, di conseguenza,
propongono ora programmi sociali miranti a ridurre la marginalizzazione, a offrire
alternative alla carcerazione, a promuovere esperimenti di riconciliazione tra reo e
vittima (nei casi meno gravi) e a creare una organizzazione nella comunit mirante a
cooperare con la polizia in vista della prevenzione dei reati nei quartieri. La
prevenzione, prima rifiutata, diviene ora un obiettivo primario, che dovrebbe essere
perseguito attraverso progetti di sorveglianza di vicinato formati da comitati di
zona di cui fanno parte anche privati cittadini, in una rivalutazione, quindi, dei
sistemi di controllo informali o semi-formali.
47. Neo-classicismo e abolizionismo
Sempre negli anni 80, dopo la fine della criminologia tutta incentrata sulla
ideologia politica di sinistra, hanno preso le mosse altri due filoni di pensiero come
conseguenza di due differenti e in un certo senso opposte ragioni:
1. labolizionismo che distinguiamo in:
a. abolizionismo carcerario come estrema espressione della critica
alla carcerazione, ritenuta inefficace quale strumento per combattere
la criminalit. E un movimento che prende le mosse dalle ben note
censure, gi degli anni 60, contro le istituzioni totali, contro il loro
effetto disumanizzante, stigmatizzante e addirittura criminogeno e
contro lidentificazione della sanzione penale esclusivamente con la
reclusione in carcere. Esso, per, finisce per massificare tutti i
criminali secondo una unica prospettiva astratta, vittimistica e
indulgenzialistica, senza tener conto cio della estrema
differenziazione con cui, viceversa, il criminologo e loperatore
giudiziario si trovano a confrontarsi. Una prospettiva tanto estrema
non pu realisticamente conciliarsi con lesistenza di delinquenti
particolarmente pericolosi e, infine, con istanze di giustizia e di
sicurezza che le persone sentono e vedono concretizzate nella pena
carceraria: un conto ridurre luso del carcere, un conto
labolizione. Listituto della carcerazione, stato dunque sottoposto a
una critica serrata che per non pu giustificare le posizioni di globale
abolizionismo: queste rispecchiano il rifiuto di infliggere sofferenza
ma non tengono conto, dinanzi ai crimini socialmente pi pericolosi,
dellesigenza universalmente sentita di adeguata retribuzione e di
tutela pubblica e della insostituibilit del carcere quale strumento, per
64

taluni crimini, di difesa sociale. Ci che costituisce un atteggiamento


erroneo verso listituto della carcerazione piuttosto il considerarla
come lunica o la principale modalit di punizione, buona per ogni
tipo di persona e di reato. Corretto appare invece lo sforzo, ispirato
dal principio riduttivistico, di trovare sanzioni idonee a sostituire il
carcere con altri strumenti di punizione meno dolorosi per il reo e
meno costosi per leconomia pubblica.
b. Abolizionismo penale il pi noto esponente di questa corrente di
pensiero il norvegese Christie che, partendo dal presupposto che la
pena dolore e occorre ridurre al minimo il bisogno cosciente di
infliggere sofferenza legale per esigenze di controllo sociale,
propugna la soppressione non solo del carcere ma di ogni tipo di pena
e, conseguentemente, dellintero sistema della giustizia penale. Le
correnti abolizionisti che si sono ispirate a Christie esordiscono col
ritenere linutilit di tale sistema, negandone la deterrenza e qualsiasi
altra finalit positiva. Siamo pertanto di fronte ad una estrema e
semplicistica generalizzazione di situazioni viceversa tra loro troppo
differenti. Labolizionismo penale, oltre che di impossibile
realizzazione, comporta rischi di iniquit e aumento di sofferenze per
le vittime mentre del tutto inadeguate appaiono le soluzioni alternative
proposte dallo stesso autore della risoluzione in chiave privatisticorisarcitoria fra autore e vittima del comportamento delittuoso e del
controllo disciplinare esercitato dalle comunit in quanto, tra laltro,
rimarrebbero del tutto insoddisfatte le domande su cosa succederebbe
quando il patteggiamento fra le parti non fosse possibile o non fosse
voluto, quando non vi vittima o quando il delitto troppo grave.
2. il neo-classicismo sorto quale reazione al fallimento della politica penale
incentrata sul trattamento risocializzativo. Lideologia del trattamento stata
messa in crisi da diversi fattori:
a. lingente impegno finanziario legato alle molteplici agenzie di
trattamento non corrispondeva una sensibile diminuzione della
delinquenza e delle recidive; anzi, con il passare degli anni, la
delinquenza aumentata;
b. la presa di coscienza, da parte degli stessi fautori e degli operatori del
trattamento, dellimpossibilit che non con tutti i soggetti si potessero
conseguire risultati soddisfacenti mediante le tecniche di trattamento
criminologico;
c.

stato rimesso in discussione lobiettivo stesso della


risocializzzione in quanto si afferm lidea che essa servisse solo a
creare cittadini pi ossequienti, a discapito della loro libert di
autodeterminarsi e di opporsi consapevolmente al sistema politico
vigente.

65

Cos, come conseguenza di queste critiche, si andato articolando il filone di


pensiero penalistico e criminologico inteso a rivalutare i principi
retribuzionistici della Scuola Classica del diritto, le garanzie processuali, la
certezza della pena, secondo un modello chiamato appunto neo-classicismo o
neo-retributivismo. Negli USAS, questa inversione di tendenza si tradotta
oltre che in una riduzione dellimpegno nelle misure alternative e nei
programmi di trattamento, anche in un inasprimento delle pene e
nellintroduzione di sanzioni rigidament prefissate. In luogo della pena
indeterminata, ha avuto incentivazione il sistema della incapacitazione
selettiva, fondato sulla difesa sociale e sulla mera deterrenza e mirante ad
aggravare le sanzioni nei confronti dei delinquenti recidivi e pi pericolosi.
Un polo di nao-classicismo ha preso piede anche nei Paesi scandinavi dove,
del pari, stato riabilitato lideale retributivo per come reazione alla crisi
del modello terapeutico.
Vediamo come tutte le citate tendenze neo-retribuzionistiche hanno in
comune un drastico e progressivo abbandono di qualsiasi individualizzazione
discrezionale delle risposte sanzionatorie per sviluppare un sistema penale
che stabilizzi e rassicuri la societ attraverso una comminazione oggettiva
delle pene, vincolata a ben precisi criteri quantitativi.
48 Lapproccio economico-razionale
I mutamenti economici hanno prodotto grandi cambiamenti anche delle idee, delle
prospettive della gente e degli assi portanti ideologici; leconomia divenuta una
componente importante ed essa si riflette sul pensiero intellettuale e sulla cultura..
E accaduto cos che i fattori legati alleconomia si sono fatti strada pure nel
pensiero ciminologico, dal quale in precedenza erano del tutto estranei. Si cos
affacciato negli ultimi anni un approccio ai problemi della criminalit del tutto
nuovo, che vede la condotta criminosa agita secondo principi razionali: secondo
cio quegli stessi criteri che guidano le scelte economiche.
Una comprensione dellapproccio economico-razinale possibile utilizzando il
contributo di Becker, economista americano e capostipite della sociology economy,
che gi alla fine degli anni 60 ha iniziato ad applicare le teorie economiche a settori
di ricerca usualmente non esplorati dagli economisti, quali la famiglia, leducazione,
le discriminazioni razziali.
Secondo Becker, la causa del comportamento criminale non deve essere ricercata in
una propensione biologica o psicologica dellindividuo n in problemi legati al suo
ambiente fo a fattori sociali: semplicemente, alla base dellagire criminale vi una
forte componente di calcolo e una razionale analisi dei costi-benefici connessi alla
commissione del reato. Il delinquente calcola, valuta e soppesa i vantaggi e gli
svantaggi derivanti dalla commissione di un fatto illecito e, se i benefici attesi
risultano essere significativi e superiori ai costi e agli svantaggi, si determiner a
delinquere. Egli non si differenzia pertanto da qualsiasi altro operatore economico.
Becker sintetizza il suo assunto nella formula 0 = (P, F, U): dove 0 il numero dei
reati commessi da una persona in un determinato periodo; P la probabilit di essere
condannato per quel reato; F la sanzione per quel reato; U una variabile complessiva
66

di tutte le altre influenze. E dunque evidente che taluni cambiamenti della variabile
U (ad es.: aumento del reddito disponibile, aumento delleducazione rispetto alla
legge) potrebbero ridurre gli incentivi ad entrare in attivit illegali.
Secondo Becker
i costi del delitto possono distinguersi in:
costi diretti - connessi alla organizzazione o alla esecuzione del reato;
costi indiretti collegati al rischio dellessere individuati e condannati (tale
distinzione si rende necessaria perch lindividuazione e la condanna
rappresentano momenti diversi affidati ad istituzioni diverse che potrebbero
avere, di conseguenza, diverso grado di efficienza);
mentre i benefici connessi alla commissione del reato - posto che in alcuni casi
possono essere valutati, dal punto di vista economico, immediatamente mentre
in altri no sono di difficile valutazione e sono legati anche al tipo di reato
commesso. Ad esempio, gli atti di vandalismo, apportano scarso beneficio dal
punto di vista economico ma un intenso senso di piacere e di soddisfazione.
Nella scelta se compiere o meno un delitto, abbiamo visto che operano altre
variabili ambientali, quali i profitti provenienti da attivit illegali e la presenza di
valori etici provenienti dalla famiglia e dalla scuola. Cos, un soggetto con un lavoro
stabile ed una buona condizione familiare e sociale considerer la violazione di
questi principi etici un costo elevatissimo da sostenere nella commissione di reati:
intervengono dunque nella criminogenesi anche fattori legati alla variabilit
psicologica e ambientale propria dei singoli individui.
Recentemente Becker ha affermato che per raggiungere buoni risultati nella lotta
contro i crimini, occorre una combinazione di tutte queste misure: leggi severe e
certe ma anche tutte quelle misure sociali come il miglioramento della qualit
delleducazione e puntare sui valori della famiglia.
La critica che pu essere portata a questo approccio che si tratta di un punto di
vista teorico troppo astratto per essere applicato a tutte le condotte delittuose: esso
non pu trovare applicazione per i delitti dimpeto o connessi a disturbi psichici.
Daltro canto un settore dove pi brillantemente sono stati applicati questi principi
quello delle attivit corruttive e concessive dei colletti bianchi dal momento che
coloro che compiono reati di questo tipo non possono non aver fatto una valutazione
pi o meno attenta delle conseguenze del proprio agire delittuoso e la scelta di
metterlo in atto dovuta alla convinzione o al calcolo probabilistico che i benefici
che se ne potranno trarre supereranno i costi.
Lapproccio economico-razionale fornisce dunque una nuova e realistica chiave di
lettura di moltissimi delitti: sia in primo luogo dei delitti compiuti per lucro ma
anche di condotte criminali violente sulle cose o sulle persone per le quali lutile
perseguito non economico ma semmai psicologico quale soddisfacimento di
pulsioni e desideri.
La visione che viene fornita da questa teoria quella di una persona umana
responsabile che, prescindendo dalle motivazioni profonde come dai determinismi
sociali, consapevole di quel che compie e delle scelte che effettua sia nellambito
67

delittuoso che in quello lecito . Ma anche se la condotta delittuosa talora


irrazionale o addirittura autolesiva, essa pur sempre attuata per conseguire un
utile, pecuniario o psicologico che esso sia.
49. La criminologia in Russia
NellURSS, ancora pi che altrove, la totale assenza di pluralismo politico e
lintolleranza verso ogni manifestazione di libert di pensiero imposti dal rigido
sistema dittatoriale, hanno fatto s che anche i contenuti della criminologia si
uniformassero in modo particolarmente stretto con lideologia ufficiale e con il
succedersi degli avvenimenti che si sono col verificati nel corso del nostro secolo e
che si non su di essa riflessi.
Prima della rivoluzione del 1917, lo studio sistematico della criminalit fu coltivato
quasi esclusivamente dalla sociologia del diritto ed essa venne inteso non tanto nella
prospettiva del tecnicismo giuridico quanto essenzialmente quale fenomeno sociale.
La ricerca prosegu anche dopo la Rivoluzione dOttobre: nel primo periodo
postrivoluzionario, quando ancora la chiusura verso la cultura europea non era cos
rigida come accadde dopo, le tesi positivistiche esercitarono un forte fascino sui
criminologi sovietici che prestarono attenzione non solo allindirizzo sociologico
del Ferri ma anche a quello lombrosiano.
Negli anni 30, i contenuti di derivazione positivistica vennero decisamente rigettati
perch non conciliabili con lideologia ufficiale che venne rigorosamente imposta in
ogni ambito del sapere. Poich ogni forma di delinquenza veniva ritenuta
espressione della lotta di classe, la morte del capitalismo doveva necessariamente
portare alla scomparsa della delinquenza: i pochi delinquenti rimasti vennero
considerati o come soggetti dotati di patologiche caratteristiche di personalit
ovvero quali portatori di residui valori antisociali del capitalismo. La criminalit
venne pertanto intesa come un fenomeno accidentale e non come una componente
normale di ogni societ.
La delinquenza e il dissenso politico vennero interpretati dunque in termini
prevalentemente psicopatologici e politici, segnatamento come attivit
controrivoluzionaria della vecchia classe borghese cos anche legittimando
limponente repressione penale di tutti i nemici del popolo, ivi compresi
dissidenti e criminali.
Pi tardi, negli anni 50 e 60, nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale,
la societ russa fu massivamente coinvolta materialmente con pesanti sacrifici
economici e moralmente con limpegno ideologico per sostenere la guerra fredda
contro loccidente. La criminologia segu lideologia del momento continuando a
vedere, da un lato, lesistenza di una correlazione fra criminalit e reliquie
capitalistiche non ancora sradicate, e, dallaltro, sottolineando leffetto delle
influenze disfattiste dei paesi occidentali che erano accusate di iniettare valori e
proporre modelli comportamentali (consumismo) ostili al socialismo per minarne la
stabilit ideologica e la forza economica e militare.
Il dogmatismo ideologico pi andato attenuandosi e, alla fine, scomparendo negli
anni a noi pi vicini nellepoca gorbacioviana con la glasnost e la perstrjka: il crollo
68

dellimpero sovietico hanno provocato un


nuovo orientamento dottrinario
avvicinando la criminologia russa e dei paesi ex satelliti a quella occidentale grazie
anche ad una aumentata frequenza di scambi culturali, un tempo del tutto aboliti.
Anche in Russia, come ovunque, la libert ha un presso, e nel prezzo compreso
anche laumento della criminalit.

69

CAPITOLO 3
PSICOLOGIA E CRIMINALITA
50 La criminologia incentrata sullindividuo
Le teorie sociologiche rendono conto delle molteplici ragioni legate allambiente, ai
rapporti fra gruppi e alle loro reazioni che favoriscono le scelte criminose di molti
individui ma esse non possono spiegare la variabilit del comportamento
individuale dinanzi ad analoghi fattori socio-ambientali che si osserva di fatto nei
singoli casi: variabilit che da ricondurre alle diverse caratteristiche psicologiche e
biologiche di ogni individuo. E pertanto necessario utilizzare un approccio
integrato che miri a evidenziare quali sono i fattori che rendono ogni persona una
entit unica e irripetibile, cos che differiscono per ogni soggetto anche le risposte ai
fattori criminogenetici insiti nella societ, fattori che rappresentano altrettante
componenti di vulnerabilit individuale nei confronti delle scelte criminose.
Si intendono per componenti di vulnerabilit individuale tutti quei fattori, diversi
da persona a persona, psicologici o biologici, che rendono ragione della resistenza
o della maggior fragilit o dellelettiva propensione di taluni a comportarsi - a
parit di condizioni macro-sociali e micro-sociali - in modo conforme alle norme,
ovvero allopposto criminoso dinanzi ai condizionamenti provenienti dallambiente
sociale.
Lo studio delle componenti di vulnerabilit pu essere condotto:
1. attraverso lo studio delle teorie psicologiche della personalit che mettono
in evidenza i complessi meccanismi che possono spiegare la variabilit
individuale delle risposte comportamentali e identificare aspetti della
personalit che possono esporre al rischio di devianza;
2. in una prospettiva biologica per identificare i fattori che rendono ogni
essere vivente diverso dagli altri come conseguenza della differente struttura
del patrimonio genetico e, si conseguenza, tutti i problemi legati
allereditariet, alla rilevanza di fattori neuro-fisiologici nei confronti della
organizzazione psichica e del comportamento istintuale, diverso dal
comportamento appreso;
3. in una prospettiva clinica con lesame di fattori psicopatologici, nel quadro
delle correlazioni fra disturbi mentali e condotta criminosa.
Nel considerare le correlazioni fra individuo e ambiente,va sottolineato che esiste in
ogni tipo di comportamento umano una loro costante integrazione. Laspetto pi
caratteristico di questa correlazione rappresentato dal rapporto inversamente
proporzionale fra le componenti di vulnerabilit individuale e i fattori ambientali:
quanto pi criminogenetici sono questi ultimi, tanto meno rilevanti sono le
componenti psicologiche o biologiche legate allindividuo; e, viceversa, quanto pi
marcate sono le componenti della personalit che rendono lindividuo pi incline
alla condotta criminosa o deviante, tanto meno significativi risultano le carenze, le
sollecitazioni e , in generale, i fattori criminogeni legati alla societ.
70

Naturalmente, dobbiamo sempre tenere presente che questa distinzione tra fattori
sociali e fattori individuali risponde solo a ragioni di comodit espositiva perch
nella realt il comportamento frutto di una costante integrazione di condizioni
individuali e ambientali.
51 Personalit, temperamento, carattere
Per comportamento (o condotta) si intende il complesso coerente di atteggiamenti
che ogni individuo assume in funzione dei suoi obiettivi e degli stimoli che gli
provengono dallambiente: poich tali atteggiamenti altro non sono che, in gran
parte, espressione della psiche, ne risulta in pratica la possibilit di identificare lo
studio della psicologia con quello del comportamento.
Lattivit psichica costituita da tre fondamentali funzioni: la sfera conoscitiva, la
sfera affettiva e quella volitiva.
1. La sfera cognitiva Sono proprie di questa sfera:
a. La conoscenza linsieme delle funzioni che consento allindividuo
di essere informato sulla realt, di parteciparvi, di accumulare
esperienze, di acquisire nozioni;
b. Il pensiero lorganizzazione di processi mentali di carattere
simbolico che si concretizza nelle idee.
c. Lintelligenza linsieme delle capacit acquisite, che riutilizzano
oltre che a livello logico-razionale o speculativo, anche per agire nella
vita relazionale; lintelligenza pu essere dunque attitudine ad
affrontare e risolvere situazioni concrete (intelligenza pratica), ovvero
attitudine a impostare e risolvere problemi generali e astratti
(intelligenza teorica).
2. La sfera affettiva - quella fondamentale coloritura positiva o negativa,
piacevole o spiacevole che eventi e pensieri suscitano in noi; laffettivit
anche responsabile di quegli stati danimo che si sperimentano
soggettivamente e che possono essere spontanei ovvero conseguenti a stimoli
esterni. Nella sfera affettiva si distinguono:
a. Lumore inteso come il variare dellemotivit nelle varie sfumature
che vanno dalla tristezza alla gioia;
b. I sentimenti che sono espressioni pi elaborate della vita affettiva
che sorgono nel rapporto con persone e situazioni non tanto sulla
scorte di elementi razionali quanto piuttosto per la risposta interiore
che ciascuno vive nei confronti di tali persone e situazioni;
c. Le emozioni sono sentimenti che si manifestano con una intensit
particolarmente acuta (ira, furore, esaltazione e rabbia) e che si
estrinsecano anche in fenomeni fisiologici (rossore, batticuore,
pallore, tremore).
3. La sfera volitiva riguarda le azioni (e le omissioni) che vengono compiute
per determinati fini. Alla base del volere sussistono sia motivi consapevoli
71

sia motivazioni profonde o inconsce. Sulla volont si incentra tutta le


tematica della libert, del libero arbitrio, della responsabilit, o allopposto,
del determinismo.
Importantissimo il concetto di personalit.
1. Nelluso comune, il significato di personalit pu identificarsi con la
abilit o accortezza sociale, valutandosi la personalit di un individuo in
funzione della sua capacit ed efficienza nel reagire positivamente nei
contatti con persone diverse e nelle circostanza pi varie. In tal senso, si
dice che un soggetto ha personalit quando sa far valere le proprie
ragione e sa perseguire con successo i suoi obiettivi; ovvero, allinverso,
si dice che ha disturbi o problemi di personalit quando il modello di
esperienza interiore e di comportamento e il suo funzionamento sociale
risulta inadeguato a mantenere soddisfacenti rapporti interpersonali.
2. Una seconda accezione la personalit di un individuo
reazione del prossimo al modo di interagire di
(prepotente, affascinante, difficile, debole, ecc.). Si
definizione psicosociale dato che considera la p persona
col prossimo.

definita dalla
un individuo
tratta di una
nellinterazione

3. la personalit pu ancora essere intesa come linsieme delle qualit e


caratteristiche di un soggetto quale somma, cio di aspetti biologici e
psichici suscettibili di osservazione e descrizione obiettiva, facendo
astrazione dai riflessi interpersonali;
4. la definizione di personalit pu anche includere gli aspetti unici ed
irripetibili o pi rappresentativi di una persona ricalcando cos il
concetto di individuo della prospettiva biologica ma riferendola solo
alle componenti psichiche.
Ci rendiamo conto dunque da queste definizioni come la personalit altro non
esprime se non linsieme dei termini che vengono impiegati per descrivere il
singolo individuo, termini scelti in base a variabili e dimensioni diverse. Per, un
significato di personalit essenzialmente incentrato sugli aspetti intrinseci della
persona non pu essere soddisfacente per la criminologia in quanto essa non pu
prescindere dallapproccio integrato fra lindividuo e lambiente sociale nel quale
viene agito il comportamento delittuoso. Poich la condotta criminale in sostanza
un particolare tipo di comportamento nella societ legato alle caratteristiche della
persona ed ai reciproci influenzamenti fra persona e ambiente, dal punto di vista
criminologico la personalit interessa sostanzialmente nei suoi aspetti psicosociali,
pertanto: la personalit pu definirsi come il complesso delle caratteristiche di
ciascun individuo quali si manifestano nelle modalit del suo vivere sociale e pu
essere intesa come la risultante delle interrelazioni del soggetto con i gruppi e con
lambiente.
Queste interrelazioni tra personalit e ambiente sociale, inoltre, sono in continua
evoluzione dinamica. La personalit da vedersi come la risultante di tali continui
72

scambi e influenzamenti cos che essa non pu considerarsi come data una volta
per tutte, immodificabile ed obbligata.
Quando parliamo invece di temperamento, ci ricolleghiamo alla base innata,
ancorata alla struttura biologica, delle disposizioni e tendenze peculiari di ogni
individuo nelloperare nel mondo e nel reagire allambiente: cos parliamo di
temperamento mite o violento, subordinato o dominatore, ecc.
I genetisti da qualche tempo stanno scoprendo lesistenza di certi geni che sembrano
collegati al comportamento: a dimostrazione della sempre maggiore influenza che si
tende oggi ad attribuire alla base biologica nei confronti della condotta. In tale
prospettiva, il temperamento da ritenersi come poco modificabile perch legato al
patrimonio genetico acquisito al momento del concepimento.
Peraltro, le infinite circostanze dellesistenza incidono sul temperamento, facendo
assumere al soggetto modalit di pensare, di atteggiarsi e di agire pi o meno
diverse da quelle innate: ci intendiamo per carattere.
In sintesi, il concetto di temperamento contiene connotazioni di potenzialit che si
traducono in attualit di modi di pensare e di interagire, cio in carattere, per
effetto delle mutevoli esperienze e vicende che la vita pone a ciascuno. Ad esempio,
un individuo dotato di temperamento aggressivo diverr di carattere aggressivo,
cio si comporter in modo effettivamente aggressivo tanto pi facilmente quanto
maggiori saranno state le circostanze della sua esistenza che avranno favorito lagire
violento.
Il carattere rappresenta pertanto la risultante della interazione fra temperamento
e ambiente: il carattere non quindi una componente statica della personalit
quanto piuttosto una componente dinamica che si modifica col tempo e con quelle
rivende di vita che ne plasmano gli aspetti.

52. La psicoanalisi
Fra le teorie della personalit, la psicoanalisi pu considerarsi la prima ad essersi
posta lobiettivo di fornire un sistematico paradigma interpretativo della struttura
psicologica e dei meccanismi psicodinamici agenti nella persona umana. E,
sebbene i diretti contributi della psicoanalisi nel fornire una sua specifica teoria
criminologia sono stati assai modesti, ben pi rilevante stato il suo apporto
nellaprire nuove vie per comprendere in generale la condotta umana e, quindi,
anche quella delittuosa
La psicoanalisi venuta a far parte del patrimonio culturale italiano molto pi tardi
che negli altri paesi perch (come anche la sociologia) fu osteggiata dal regime
fascista.
Da quando Sigmund Freud (1856-1939) pose le basi della sua dottrina sono molto
cambiati sia gli uomini sia il mondo e, di conseguenza, molte delle sue asserzioni
appaiono incompatibili con le pi recenti acquisizioni scientifiche. Del resto, che la
73

psicoanalisi fosse una vera scienza stato da sempre contestato perch le sue
asserzioni sfuggono alla possibilit della verifica sperimentale e perch non le
applicabile il principio di falsificalbilt di Karl Popper.
Due contributi della psicoanalisi sono rimasti comunque fondamentali
indipendentemente dal far proprie tutte le implicazioni che la teoria comporta; il
concetto di inconscio e quello di visione dinamica della psiche. Infatti, mentre in
precedenza la personalit era praticamente identificata con larea della coscienza,
intesa come consapevolezza, la lezione psicoanalitica ha indicato come i pensieri, le
scelte e i bisogni coscienti delluomo siano collegati con forze psichiche profonde,
prima sconosciute: linconscio, appunto. Di conseguenza, una psicologia che si
limiti ad analizzare solamente ci di cui si consapevoli sar per la psicoanalisi del
tutto incapace di comprendere i motivi veri e primari del comportamento umano.
Secondo Freud, si possono identificare nella personalit tre istanze fondamentali:
lES, lIo e il Super-Io, da intendersi come tre livelli o momenti dellattivit
psichica e sebbene ognuna di queste componenti si a dotata di funzioni, propriet e
dinamismi propri, la loro interazione cos intima da rendere difficile scinderne i
singoli effetti e valutarne separatamente le conseguenze sul comportamento umano.
-

LEs listanza posta allorigine della personalit, il nucleo primitivo


e la matrice nel cui seno si differenziano successivamente lIo e il Superio. Lo compongono tutti i fattori psicologici ereditari e presenti alla
nascita, compresi gli istinti e gli impulsi, le passioni, le idee e i sentimenti
rimossi. LEs rappresenta inoltre il serbatoio dellenergia psichica nel
senso che lEs, e in particolare gli istinti vitali fondamentali, costituiscono
la sorgente della forza dalla quale deriva ogni spinta ad agire. Tutto ci
che contenuto nellEs ha la caratteristica di essere inconscio, perci
luomo non consapevole di quali siano le pulsioni e gli istinti collocati
nel suo profondo, che pure costituiscono il motore di ogni sua attivit. In
una prima fase, Freud identific nellistinto sessuale la fonte primaria e
unica dellenergia (libido) e lo stimolo vitale da cui derivava ogni spinta:
la libido cio non serviva solo a realizzare le pulsioni sessuali ma era
limpulso per ogni tipo di azione. Tale visione era perci monopolare in
quanto un solo istinto, quello sessuale, dominava e promuoveva il
comportamento. Freud in seguito cambi questa prima versione ed
identific nellEs due istinti contrapposti (visione bipolare): luno
listinto di vita (Eros) che contiene le cariche sessuali ma anche tutte le
pulsioni vitali e le spinte allazione; laltro listinto di morte (Thanatos)
che mira invece a ricondurre verso linerzia, verso la quiete, verso
linattivit da cuci luomo ha avuto origine con la nascita e a cui tende
con la morte a ritornare. In ogni caso, gli istinti per realizzarsi danno
origine a una carica interna che comporta aumento di energia: ci si
traduce in stato di tensione. Quando la tensione dellorganismo aumenta
per lazione degli stimoli pulsionali, lEs opera in modo da scaricarla
immediatamente per riportare lorganismo al livello energetico di base. Il
superamento della tensione si realizza soddisfacendo con lazione le
pulsioni istintuali: lEs, che non tollera gli aumenti di tensione, agisce
pertanto stimolando luomo a dar soddisfazione immediata e diretta ai
74

propri istinti. Questo meccanismo di riduzione della tensione mediante il


soddisfacimento immediato delle pulsioni, da cui lEs governato, viene
denominato principio del piacere.
-

LIo si sviluppa in conseguenza dei bisogni dellindividuo che


richiedono rapporti adeguati col mondo oggettivo della realt, rapporti
che lEs non in grado di avere dato che conosce solo la realt psichica
soggettiva, costituta dal suo mondo pulsionale. LIo invece sa distinguere
i contenuti mentali dalla realt del mondo esterno. Quindi, mentre lEs
obbedisce al principio del piacere, lIo opera in funzione del principio
della realt: egli in grado cio di dilazionare il soddisfacimento delle
pulsioni fino a quando non siano a disposizione loggetto richiesto o le
opportunit situazionali idonee a ridurre la tensione. LIo quindi agisce
nel reale organizzando lazione in modo da consentire alluomo di
soddisfare concretamente i bisogni mettendoli a confronto con le
possibilit offerte dal reale. Esame di realt, si denomina appunto la
funzione dellIo consistente nel valutare i dati oggettivi e nellesaminarne
lidoneit ai fini di soddisfare le pulsioni. LIo rappresenta quindi la
componente esecutiva della personalit.

Il Super-io il rappresentante interiore dei valori etici e delle norme


sociali; esso si va strutturando nel corso dellinfanzia, facendo propri,
mediante il meccanismo dellidentificazione, i contenuti etici e le regole
di comportamento dei genitori e poi delle altre persone con le quali si
venuti a contatto. Il Super-io esercita la funzione di arbitro morale interno
della condotta, sia disapprovando i comportamenti contrari alle norme
sociale e facendo sentire luomo colpevole (funzione questa che viene
chiamata coscienza) sia approvandolo e facendolo sentire orgoglioso di
s quando la sua condotta conforme alle regole e adeguata a quellideale
di s che ciascuno tende a perseguire secondo i modelli che genitori e
societ impongono.

Riassumendo, in senso figurato, possiamo considerare lEs come la


componente biologica della personalit, lIo come quella psicologica, il
Super-io come quella sociale e morale e le tre istanza vanno intese come
semplice denominazione verbale di processi psichici agenti nellunit della
persona.
La concezione psicoanalitica della personalit essenzialmente dinamica nel
senso che proposta tutta una continuit di meccanismi interiori che rende
conto del formarsi e del modificarsi nel tempo della personalit: esiste una
reciproca azione di forze impulsive (cariche) e di forze costrittive o
antagoniste (controcariche) dal cui reciproco confronto e dalle cui
reciproche compensazione e armonia deriva lequilibrio dellindividuo.
Tutti i conflitti della personalit e tutti i conflitti fra la persona e lambiente
sociale, possono ridursi a contrapposizioni tra queste due categorie di forze.
Quando lIo viene sopraffatto da uno stimolo eccessivo che non riesce a
dominare e non possibile un equilibrato compenso fra le forze antagoniste
75

dellEs e del Super-io, lIo stesso vive una situazione di pericolo che porta
allangoscia.
Langoscia o ansia soggettivamente vissuta come disagio, sofferenza, timore,
pertanto lespressione di una non realizzata soluzione delle conflittualit fra
le istanze interiori, ovvero fra lindividuo e lambiente.
Freud distinse tre tipi di angoscia:
1. lansia reale che il timore di un pericolo insito nella realt
oggettiva;
2. lansia sociale cio il timore della riprovazione degli altri per aver
commesso qualcosa di contrario alle norme che regolano la
convivenza;
3. lansia nevrotica espressione del timore della severit del Super-io
quando gli istinti, sfuggendo al controllo, costringono la persona a
pensare, sentire, fare qualcosa (ma anche pensare o provare un
sentimento) per cui verr riprovata appunto dal Super-io,
ingenerandosi cos il senso di colpa. Questo tipo di ansia la pi
temibile perch la mancata armonizzazione fra pulsioni e coscienza,
fra richieste dellistinto ed esigenze morali pone lindividuo in uno
stato di grave pericolo per il suo equilibrio interiore.
Normalmente lIo in grado di risolvere i contrasti fra le opposte istanze in
modo armonico utilizzando meccanismi razionali ma quando questi non
sono sufficienti, lIo ha a disposizione altri particolari meccanismi psichici
che gli consentono di trovare ugualmente lequilibrio: questi sono i
meccanismi di difesa dellIo mediante i quali ci si difende dal pericolo della
nevrosi e della psicosi posto che questi stati morbosi si realizzano quando i
meccanismi di difesa falliscono.
I meccanismi di difesa sono molteplici:
1. la rimozione consiste nel respingere dalla coscienza nellinconscio qui
contenuti che provocano un allarme eccessivo. Tutte le pulsioni istintuali che
non possono essere accettate dal Super-io vengono rifiutate ma se esse non
trovano compensazione cagionano nellinconscio una tensione da cui pu
derivare una condizione di squilibrio;
2. la dislocazione consiste nel fatto che una pulsione istintuale rivolta verso
un obiettivo e che sia respinta (dalla morale pubblica, dalleducazione o da
controcariche interne della coscienza) pu essere deviata su altri oggetti o
altre mete. Daltro canto un oggetto sostitutivo non sempre riesce a ridurre
completamente la tensione originata dalla pulsione istintuale non soddisfatta
per cui si pu accumulare un continua carico di tensione tanto pi elevato
quanto pi il Super-io rigido, cio inflessibile e rigoroso nel rifiutare certi
impulsi o quanto pi la societ pone norme costrittive al soddisfacimento
istintuale. Da ci deriva linsoddisfazione e lirrequietezza.

76

3. la sublimazione consiste in uno spostamento dellenergia istintuale per


conseguire le pi elevate conquiste culturali o per raggiungere mete
altruistiche o morali
4. la proiezione consiste nel disconoscere alcuni aspetti negativi della propria
personalit attribuendoli ad altri, cos ottenendo il risultato di deviare sul
mondo esterno le conflittualit interiori. I processi di responsabilizzazione
comuni a tanti criminali (come in tutti quelli che cercano scuse) traggono
origine da questo meccanismo di difesa mediante il quale langoscia
derivante dalla riprovazione attribuita al mondo esterno piuttosto che alle
minacce della coscienza. Tale meccanismo al di l della formulazione
freudiana, di riscontro frequente nella forma di meccanismi di
neutralizzazione che, secondo Matza, vengono usati per autoassolversi.
5. la formazione reattiva un altro meccanismo di difesa che implica la
sostituzione nella coscienza di un impulso o sentimento che genera angoscia
col suo opposto (amore/odio). Un impiego in ambito criminologico di questo
meccanismo lo troviamo in Cohen a proposito delle sottoculture urbane dei
giovani delinquenti.
6. la fissazione e la regressione la personalit di ogni individuo, per
raggiungere la maturit attraversa fasi successive di sviluppo affettivoemotivo, abbastanza ben definite (fase orale, fase anale, fase fallica, fase
genitale). Ogni nuovo passaggio comporta una certa quantit di frustrazione
e di angoscia: qualora queste divengono eccessive pu realizzarsi un arresto
(fissazione) temporaneo o permanente in una certa fase dello sviluppo senza
che venga pertanto raggiunta la piena maturazione. Invece, le difficolt
derivanti dallincapacit di superare esperienze traumatiche possono
comportare il ritorno (regressione) a fasi anteriori e gi superate dello
sviluppo (es. rifugio nellalcolismo e nella droga pu essere interpretato
come una regressione alla fase orale dello sviluppo)
7. lidentificazione mediante questo processo una persona mira a rendersi
simile o ad assumere tratti psicologici caratteristici di un altro individuo che
viene eletto a proprio modello; si incorporano cos nella propria personalit
contenuti psicologici e valori, norme comportamentali e principi morali
propri della persona eletta a proprio modello ideale. Lidentificazione non si
realizza globalmente per tutte le caratteristiche di colui che stato preso a
modello ma in modo selettivo, assumendo cio via vai solo quei contenuti
psichici e quei valori che risultano pi utili per ridurre la tensione.
Lidentificazione anche una fondamentale modalit di apprendimento e di
trasmissione nel tempo delle regole e dei valori della societ dal momento
che anche i modelli di identificazione hanno a loro volta formato il loro
Super-io mediante lidentificazione con altri: si assicura cos la continuit
nella cultura dei valori morali e delle regole sociali.

77

53 Psicoanalisi e criminalit
La teoria psicoanalitica della personalit offre la possibilit di interpretare talune
modalit della condotta criminale. Si tratta dellutilizza della chiave di lettura della
psicoanalisi anche per la identificazione di alcuni meccanismi della criminogenesi.
La visione dellIo come istanza consapevole delluomo continuamente in bilico tra
le spinte dellistinto e le controspinte del Super-Io ha accreditato una lettura
sostanzialmente deterministica della teoria psicoanalitica della personalit. LIo cio
non sarebbe altro che il passivo esecutore di istanze a lui estranee e nei confronti
delle quali, quindi, possiede ben poca autonomia: luomo pertanto non avrebbe
alcuno spazio di libert rispetto alle proprie pulsioni istintuali e alla severit del
Super-Io quasi fossero altro da s. Quindi la libert di scelta e la responsabilit
scompaiono nel momento in cui lindividuo agisce solo spinto da forze che non pu
controllare. Questa visione tanto rigida stata per oggi superata da molti
psicoanalisti che considerano lIo come dotato di maggior autonomia, non pi
necessariamente succube dei desideri dellEs e dei conflitti fra le diverse istanze ma
con possibilit di scelta perch provvisto di proprie energie.
Il pi organico contributo psicoanalitico in ambito criminologico quello di
Alexander e Staub (1929).
Secondo questi autori la condotta criminosa leffetto di molteplici modalit dello
svincolo dal controllo del Super-io. Essi identificano diverse condizioni nelle quali
il controllo dellistanza superiore si riduce fino ad abolirsi completamente, secondo
il seguente schema:
1. la normalit (o integrazione sociale) rappresentata dal pieno controllo
del Super-io sul mondo pulsionale-istintuale: in tali condizioni vi piena
conformit di condotta e rispetto delle regole;
2. la delinquenza fantasmatica nella quale il controllo delle pulsionalit
antisociale ancora pienamente efficiente sul comportamento tant vero che
lindividuo non delinque; esistono tuttavia istinti antisociali pi pressanti che
il soggetto riesce comunque ad arginare mediante il processo della
dislocazione dellantisocialit sul piano della semplice fantasia (ammirazione
per i personaggi devianti dei film);
3. la delinquenza colposa (condotta motivata da imprudenza, negligenza,
imperizia) pu essere interpretata col meccanismo della dislocazione delle
pulsioni aggressive: laggressivit che il Super-io non consente che si realizzi
come tale, cio come violenza volontaria, verrebbe estrinsecata attraverso
una condotta imprudente o negligente che provoca ugualmente danno alla
persona osteggiato o alle sue cose;
4. la delinquenza nevrotica nella quale la condotta criminale rappresenta un
sintomo di una situazione conflittuale profonda. Il Super-io non ha
completamenti rinunziato al controllo dellantisocialit e questi si realizza
unicamente per lesistenza di profondi contrasti interiori che trovano una
possibilit di soluzione nella condotta deviante. Questultima dunque non
leffetto di un progetto razionale e consapevole o di un ideale dellIo di tipo
criminale ma una sorta di ripiego per eliminare la tensione delle conflittualit
78

interiori: la delittuosit nevrotica (piuttosto rara) non essendo completamente


accettata si accompagna pertanto a sensi di colpa (es. cleptomania).
5. delinquenza occasionale e affettiva viene definita cos quella delinquenza
che si attua appunto solo in circostanze eccezionali, particolarmente
favorevoli allo svincolo delle controspinte superiori (delitti per passionalit,
delitti scaturiti da violenti diverbi, in stato dira). Tale tipo di delinquenza per
gli autori anche quella commessa quando vi sia unampia probabilit di non
essere scoperti oppure quando un oggetto desiderato offerto in modo
suggestivo (furti nei grandi magazzini).
6. Delinquenza normale rappresenta lultimo stadio, dove il controllo del
Super-io cessa completamente e lIo pu realizzare senza ostacoli le pulsioni
aggressive e antisociali: non essendovi pi controllo superegoico il
delinquente non si sentir in colpa per la sua condotta.
Da quanto abbiamo appena considerato, appare chiaro come ladeguamento alla
vita sociale da vedersi essenzialmente in funzione dellefficienza del Super-io.
Il Super-io pu essere:
1. anomalo - essendo strutturato come Super-io criminale gli ideali dellio
sono strutturati in modo antisociale e il soggetto adegua la sua condotta
che diviene pertanto criminale;
2. debole - e non costituire una guida sufficientemente costante e valida per
la condotta: ci si realizza quando vi siano stati fattori desiducativi
ambientali, difetti dei processi di identificazione, inadeguatezza della
famiglia o mancanza di modelli;
3. del tutto assente - si realizza in tal modo un inadeguamento globale alla
vita sociale.
Concludendo, per Alexander e Staub, si possono distinguere due tipi
fondamentali di delinquenza:
o la delinquenza accidentale nella quale sono assenti tratti psicologici
devianti delle personalit e la delittuosit pu realizzarsi con delitti
colposi o con delitti occasionali correlati a situazioni eccezionali che
inattivano il Super-io in stati di particolare pregnanza emotiva o per
occasioni particolarmente favorevoli o allettanti;
o la delinquenza cronica che rappresenta la propensione al delitto dovuta
alla struttura stessa della personalit: essa pu dipendere dal fatto che lIo
fragile o compromesso (per fatti tossici, per difetto dintelligenza) o
perch esiste una condizione nevrotica perch il Super-io strutturato in
modo anomalo e il delitto coerente con lanomala struttura dellistanza
superiore o infine perch il Super-io assente e quindi la condotta
dellindividuo in balia degli istinti.
Importanti contributi di matrice psicoanalitica sono stati utilizzati al fine di
comprendere la criminogenesi (il perch del comportamento criminoso) e la
criminodinamica (il come). In base a questi studi si potr comprendere, per
esempio, quanto larmonica struttura dellistanza superiore possa essere
79

compromessa dai disturbi nel rapporto con le figure parentali. Il processo


di identificazione con le figure dei genitori rappresenta infatti il primo nucleo
attorno al quale si former il Super-io, e disturbi in questa fase si
ripercuoteranno sulla definitiva struttura della personalit. Assenza o
lontananza dei genitori, genitori iperoccupati, autoritari, troppo deboli,
iperprotettivi, indifferenti, sono stati indicati come causa di disturbo nella
formazione del Super-io cos da favorire la condotta criminosa. Inoltre,
lidentificazione con figure parentali antisociali pu concorrere alla
formazione di un Super-io criminale.
E stata identificata anche una delinquenza per senso di colpa: alcuni
soggetti agirebbero cio in modo criminoso unicamente per essere poi puniti,
e soddisfare, cos, senza rendersene conto, un bisogno inconscio di
espiazione di stampo nevrotico.
In certe situazione, poi, i comportamenti criminali sono stati interpretati
come originati dalla fissazione alla fase del principio del piacere: la
delinquenza, in questo caso, esprimerebbe un modo di dar soddisfacimento
diretto alle pulsioni. Le frustrazioni ambientali e familiari, la marginalit, le
sconfitte, lassenza di ragionevoli prospettive di successo sociale, sono
tipiche situazioni che ostacolano il processo di maturazione verso la fase
governata dal principio di realt, favorendo la fissazione o la regressione a
modalit pi immature di condotta.
Questa, come altre interpretazioni psicodinamiche, comportano il rischio di
fornire una lettura della condotta criminosa che finisce per essere
deresponsabilizzativi perch il delinquente viene percepito come se fosse
costretto a delinquere da forze da lui non governabili. Il tanto deprecato
determinismo della psicanalisi consiste proprio nel fatto che vendono da
taluni ignorate, nel gioco delle dinamiche psicologiche, le componenti
volontarie e morali che sono pur sempre alla base delle scelte
comportamentali.
Meccanismo reattivo messo alla luce dalla psicoanalisi e tipicamente
collegato alla immaturit affettiva quello dellacting-out (passaggio
allatto) che rappresenta una modalit impulsiva di comportamento mirante a
risolvere lansia, particolarmente quella derivante da eccesso di frustrazione,
con una condotta anomala: molti comportamenti criminali, specie nei
giovani, assumono il significato di azioni realizzate come compenso di gravi
carenze affettive o materiali. Lacting-out criminoso si caratterizza per il fatto
che il reato non appare in relazione a motivi o scopi normali e coscienti
(lucro, vendetta, ecc.) ma rappresenta una scarica o un sollievo da una
tensione emotiva riferibile a conflittualit o frustrazione. Questo meccanismo
non solo allorigine di reati di tipo aggressivo ma pu concretarsi anche in
furti commessi per liberarsi da tensioni interiori.
Altro aspetto dellimmaturit rappresentato dalla bassa soglia di tolleranza
alla frustrazione: un adeguato esame di realt, quale effettua una personalit
matura condizione indispensabile per accettare quella dose di frustrazione
80

che inevitabilmente comporta la convivenza sociale. Quanto pi bassa la


tolleranza alla frustrazione di un soggetto tanto pi facilmente egli sar
indotto a reagire con aggressivit o con impulsivit, alla frustrazione stessa.
Ad analoga situazione si ricollega anche il meccanismo della difesa dalla
frustrazione mediante lidentificazione del frustrato nel frustratore: il
soggetto che ha subito ripetute frustrazioni pu eleggere come propri modelli
di identificazione, figure per lui altamente frustranti divenendo pertanto egli
stesso, con ladeguarsi ai modelli, un soggetto frustratore.
Lincapacit di identificarsi col prossimo caratterizza, secondo Musatti,
molti degli autori di reati contro la persona; fa in loro difetto quella qualit
comune invece nelle altre persone, per la quale normalmente si condivide il
dolore e la pena altrui come se fossero nostri, qualit che consente pertanto di
controllare la violenza. In questottica, Musatti classifica le condotte
criminose violente in questo modo:
1. condotte dovute a deficienza globale di identificazione con
loggetto dellimpulso aggressivo come accade per esempio nella
legittima difesa;
2. condotte dovute a processi di identificazione soltanto parziale in
base al fatto che determinati valori morali non sono fortemente
avvertiti come veri e propri valori ( il caso delle sottoculture violente
o delle bande giovanili di tipo distruttivo);
3. condotte dovute a processi di identificazione particolari
attraverso i quali la passivit alla violenza si converte in attivit ( il
caso della identificazione del frustrato nella figura del frustratore)
Al meccanismo di difesa della proiezione da attribuirsi latteggiamento di
deresponsabilizzazione riscontrabile in tanti criminali. Proiettando su altri
(famiglia, societ) la responsabilit della propria condotta criminosa, ci si
sente anzich colpevoli piuttosto delle vittime, ci si libera dal senso di colpa
e si mette il prossimo (cost, giudici, operatori penitenziari) nella posizione
di chi infierisce su un innocente.
Lincapacit di sublimazione della libido, cio lincapacit di indirizzare la
pulsionalit verso mete socialmente accettate anzich su oggetti proibiti,
rende conto di comportamenti delinquenziali primitivi, immediati e miranti a
soddisfare i bisogni e le pulsioni nelle modalit pi rozze.
Nonostante i tanti importantissimi contributi per la comprensione della
condotta criminosa, la psicoanalisi, con leccessivo indulgere nella ricerca di
interpretazioni psicodinamiche pu comportare il rischio di intendere ogni
criminale come persona in qualche modo psicologicamente disturbata, col
risultato di patologizzare la delinquenza; inoltre, le inconsce e spesso
tortuose dinamiche ipotizzate in chiave psicoanalitica rischiano di far perdere
di vista la quotidiana realt.

81

54 La psicologia analitica di Jung


La teoria analitica di Jung (1875-1961) fornisce una visione delluomo
diversa da quella psicoanalitica freudiana dalla quale deriva e propone
concetti importanti per la comprensione della condotta deviante.
Jung ha distinto, oltre allinconscio nel senso inteso dalla psicoanalisi
classica, un inconscio collettivo, che trascende lindividuo e costituisce
listanza psichica pi potente e di maggior influenza.
Mentre Freud vede le origini della personalit nellinfanzia, Jung risale ben
pi addietro, cosicch luomo inteso come dotato di predisposizioni
trasmessegli fin dai suoi pi lontani antenati.
Mentre la psicoanalisi freudiana attribuisce agli antecedenti (gli istinti, i
conflitti, i meccanismi di difesa, ecc.) un significato e un valore di causa
determinante
del
comportamento
presente,
Jung
considera
contemporaneamente, assieme agli elementi sedimentati dal passato che
agiscono in lui inconsciamente, perci al di fuori del suo consapevole
controllo, anche la dimensione dellindividuo proiettato verso il futuro a
conseguire conformemente alla sua volont gli obiettivi che si prefigge.
Listanza fondamentale rappresentata dal S, che costituisce il punto
centrale della personalit, e alle cui unit, stabilit ed equilibrio mira
costantemente lindividuo. Luomo, pertanto, non agisce solo spinta dagli
istinti e dallinconscio ma anche perch organizza la propria vita per
raggiungere le sue finalit e aspirazioni.
Concetto fondamentale della psicologia analitica il concetto di conflitto
psichico da intendersi come lurto fra forze, pulsioni, controspinte insite
nella psiche dellindividuo.
Con il termine di frustrazione, si indica invece quella condizione di disagio
psicologico che insorge quando taluni bisogni o aspirazioni non possono
essere soddisfatti a causa di ostacoli esterni ed anche ci provoca, come nel
conflitto psichico, uno stato di tensione particolarmente spiacevole.
Dinanzi alla tensione, si possono realizzare modalit comportamentali di
differente polarit:
1. latteggiamento estroverso o alloplastico che orienta lindividuo
verso il mondo oggettivo della realt esterna, caratteristico di coloro
che risolvono la tensione con lazione, che tendono cio a rispondere
alla frustrazione o al conflitto psichico agendo verso lesterno, sulla
realt, proiettando eventualmente sullambiente i loro problemi con
una condotta abnorme. Non si ha in tal caso la prevalenza di
sofferenza interiore e si parla in questo caso di una modalit di essere
di tipo ego-sintonico, perch lindividuo in accordo con se stesso, si
sente nel giusto, e la sofferenza causata dalla sua condotta si riversa
sugli altri e sullambiente. In questo caso, la proiezione dei conflitti
sullambiente pu portare a commettere pi facilmente delitti.

82

2. latteggiamento introverso o autoplastico che indirizza lattivit


psichica prevalentemente verso il proprio mondo soggettivo, tipico
di quegli individui che risolvono ed esauriscono la tensione allinterno
della propria psiche, con sofferenza, disagio, ansia. Questa modalit di
reagire pertanto di tipo ego-distonico, poich lindividuo
interiormente combattuto e in disaccordo con se stesso. In questo
caso, le condotte antigiuridiche saranno pi rare perch la risposta alla
tensione non si risolve in azione nella realt.

55. Psicologia sociale: Adler e Fromm


Dalla psicoanalisi ha preso avvio un importante filone che ha dato corpo ad
una serie di teorie che hanno riservato particolare attenzione alle interazioni
che avvengono fra gli individui allinterno del sistema sociale e alla
ripercussioni di tali interazione sulla personalit. Questo filone la
psicologia sociale che pu essere dunque definita come lo studio delle
relazioni interpersonali nel contesto sociale, ovvero del modo secondo il
quale la vita sociale si riflette sulle manifestazioni psichiche della persona.
Secondo la psicologia sociale, la personalit non pu essere studiata in s ma
solo nellambito dei continui rapporti che si instaurano fra lindividuo, le
altre persone e i gruppi: luomo, come entit psichica e come essere agente
nella societ, motivato e influenzato anche dalle relazioni interpersonali. Lo
studio dei rapporti tra gli individui, poi, oltre che tener conto della reciprocit
di essi, deve considerare che tali interrelazioni avvengono nellambito di un
contesto sociale, cio in istituzioni e ambienti organizzati (famiglia, scuola,
luoghi di lavoro, gruppi, comunit, nazione) che includono categorie,
gerarchie, norme, valori che sono del pari fondamentali nel regolare le
interazioni umane.
Le teorie psicosociali possono farsi risalire a quel secondo filone di
derivazione psicoanalitica che fa capo ad Alfred Adler (1870-1937). La
psicologia adleriana considera lindividuo come mosso, anzich da cause
interiori (quali gli istinti, le dinamiche insite nelle sue varie istanze o
linconscio collettivo) piuttosto dalle prospettive e dai bisogni legati al suo
essere inserito nella societ.
Adler vede nella volont di potenza limpulso fondamentale che muove
luomo: essa prende lavvio dalla sua innata aggressivit e costituisce la fonte
di energia psichica che consente allindividuo di realizzare le sue aspirazioni
verso la superiorit, meta ultima di ogni condotta. La volont di potenze
inoltre sostituisce ci che per Freud la libido o lEros, vale a dire il
serbatoio di energia che promuove ogni attivit: essa si realizza in una rete di
rapporti interpersonali che, iniziando dallinfanzia, si sviluppa nellarco della
vita, fornendo sbocchi concreti allaspirazione alla superiorit. Per converso,
il contatto sociale pu alimentare, con linsuccesso, sentimenti di inferiorit,
intesi come senso di incompiutezza e di imperfezione ma questo sentimento,
83

a sua volta, il punto di partenza che stimola lindividuo verso il


conseguimento di livelli di aspirazione pi alti.
In condizioni particolari (iperprotezione, carenza affettiva familiare, innata
disposizione) il sentimento dinferiorit pu essere talmente accentuato da
provocare manifestazioni anomale tanto da sviluppare un complesso di
inferiorit (a sua volta responsabile di atteggiamenti o condotte anomale per
la consapevolezza della propria inefficienza) ovvero una condizione opposta
di ipercompensazione altrettanto disturbante (complesso di superiorit).
Volont di potenza, complesso di inferiorit, complesso di superiorit sono
processi psicologici che non infrequentemente possono ravvisarsi nella
criminogenesi di taluni soggetti.
La psicologia di Fromm sottolinea ulteriormente limportanza del contesto
sociale: il tema della sua riflessione quello della solitudine e
dellisolamento che luomo prova se non armonicamente inserito nel suo
ambiente sociale; ambiente con il quale peraltro pu facilmente entrare in
conflitto per la situazione ambivalente di sentirsi allun tempo essere
individuale ed essere sociale. Nel pensiero di Erich Fromm (1900-1980) la
condizione delluomo, per il suo equilibrio e armonia, comporta anche il
soddisfacimento di fondamentali esigenze non materiali:
1. il bisogno di relazioni - in quanto per divenire individuo socializzato
ha bisogno di amore, comprensione e rispetto reciproco continuo;
2. il bisogno di trascendenza - che si ricollega alla necessit delluomo di
elevarsi al di sopra della sua struttura animale mediante la creativit;
3. il bisogno di avere schemi di riferimento - cio di un sistema stabile e
coerente di valori che gli consentano di percepire e comprendere il
mondo, schemi che gli vengono forniti dal costume, dalla cultura,
dalle norme;
4. il bisogno di identit personale luomo ha anche necessit di sentirsi
un individuo unico e riconoscersi in una immagine di se stesso
coerente e stabile.
Da tutto questo discende la necessit di associarsi, di sentirsi inserito in un
gruppo per combattere lisolamento, la solitudine e la carenza di identit.
Linappagamento o la frustrazione di questi bisogni sono quindi possibili
spinte alla ricerca di compensazioni proprio per la condotta delittuosa.
56. La psicologia sociale: identit personale e teoria dei ruoli
La psicologia sociale ha elaborato due concetti rilevanti in ambito
criminologico:
1) quello di identit personale che si riferisce al sentimento che in
ciascuno si viene a strutturare in ordine allassenza, unicit, qualit della
84

propria persona e ai fini e ai mezzi che devono informare il suo inserirsi


nel mondo.
2) Quello di ruolo che si riferisce alle aspettative che nella societ si
formano nei confronti di ciascun individuo in conseguenza della
posizione specifica che egli occupa nella societ o delle funzioni che
svolge nei gruppi sociali.
Ai problemi della formazione delle disarmonie della identit personale
dedicata buona parte del pensiero di Erikson (1963) che intende il
sentimento della propria identit come lorganizzazione di unimmagine
coerente, omogenea, continua e stabile dellessenza della propria personalit.
La formazione dellidentit si realizza:
-

attraverso lidentificazione con successivi modelli significativi;

attraverso i ruoli via via proposti e assunti.

Questo iter ha il suo culmine formativo durante ladolescenza. In questa fase


e anche successivamente, un rapporto disarmonico con la famiglia o coni vari
gruppi di appartenenza pu portare a una disturbata strutturazione della
identit personale, visto che questa fortemente influenzata
dallatteggiamento degli altri.
Se per questa cattiva organizzazione della identit, o per qualsiasi altro
motivo, si verifica qualche iniziale comportamento deviante o delinquenziali,
si risvegliano nel prossimo aspettative negative nei confronti di tali soggetti:
ci finisce con lalterare lidentit personale sicch lattore realizza poi
stabilmente con la condotta deviante o criminosa il giudizio negativo
anticipato nei suoi confronti (profezia che si autoadempie).
La societ, i gruppi, la famiglia continuamente confermano pertanto il
sentimento dellidentit personale con i giudizi, le valutazioni, le
gratificazioni, le frustrazioni. Ma in talune condizioni la societ provoca una
serie di degradazioni e mortificazioni che possono alle volte condurre a una
immagine di s valorizzata, che si denomina identit negativa. In questi casi
lindividuo riconosce se stesso come persona con valori socialmente negativi
perch i gruppi sociali gli hanno attribuito questa qualit ( lo stesso processo
delletichettamento). Il giudizio squalificato che un gruppo formula verso un
individuo fa s che questultimo sia facilitato ad adeguarsi a tale ruolo
negativo, assumendo una identit a esso conforme, e adottando quindi una
condotta stabilmente deviante.
Quindi, latteggiamento del prossimo e i giudizi istituzionali, riflettendosi sul
sentimento della propria identit possono (nel senso che favoriscono) tradursi
in fattori di decisivo influenzamento comportamentale ma non
necessariamente comportano un destino comportamentale delinquenziale.
La formazione della propria identit influenzata oltre che dal giudizio degli
altri anche dalla posizione che ciascuno occupa nella societ e dalle funzioni
che vengono svolte in coerenza alla posizione occupata. La posizione di ogni
individuo nella societ, o status, costituisce un sistema relazionale che
85

caratterizza ogni persona in base a una serie di diritti e di doveri che regolano
i suoi rapporti di interazione con persone di altro status.
In tutte le societ esiste un certo numero di status, tanto pi elevato quanto
pi la societ complessa tanto da formare un vero e proprio sistema nel
quale ciascuno occupa contemporaneamente pi posizioni. Taluni di questi
status sono ascritti in funzione di ci che una persona (per let, per il
sesso, per la razza) mentre altri sono acquisiti in base a ci che uno pu fare
e divenire a partire dalla posizione sociale.
Ci che in criminologia importante il fatto che in ogni tipo di societ ogni
status legato a norme che ne regolano i rapporti con gli altri, e ad
aspettative circa losservanza dei compiti spettanti a chi occupa quello status:
questo quello che si intende per ruolo. Questo concetto si riferisce dunque
alle attese che esistono nella societ nei confronti di chi occupa una
determinata posizione ma in questo concetto insita la consapevolezza
nutrita da chi occupa quel ruolo su ci che gli altri si attendono da lui: ci si
riflette sullidentit personale, per cui ciascuno finisce per avere un
sentimento di s coerente e conforme al proprio ruolo. Se esiste un ruolo
prescritto (allo studente prescritto di apprendere, allinsegnante di fornire
nozioni e cultura, ecc.) esistono anche un ruolo soggettivo (la professione
pur sempre una decisione personale cos come quella di fare il delinquente) e
un ruolo svolto (divenire un insegnante impegnato o uno studente svogliato)
che sono liberamente scelti dai soggetti anche se condizioni ambientali e
varie circostanze possono favorire luno piuttosto che laltro.
Significativo, in senso criminogenetico, loccupare un ruolo negativo. Una
serie di status squalificati (per ceto, posizione economica, regione di nascita,
razza, immigrazione, ecc.) facilitano lassunzione di ruoli altrettanto
squalificati che favoriscono la scelta comportamentale delinquenziale.
Erving Goffman (1961) ha particolarmente sottolineato linfluenza sul
sentimento di identit e sulla stabilizzazione in ruoli negativi dellessere
inseriti negli istituti correzionali, nelle carceri, nei manicomi, negli istituti
rieducativi e in tutte quelle istituzioni che egli chiam istituzioni totali
perch coinvolgono globalmente lindividuo, deformandone la personalit e
limitandone le prospettive. Allindividuo inserito nellistituzione totale
veniva prospettata come pi reale e pi probabile lidentificazione in truoli
squalificati; egli era sentito come ridotto ad una condizione di passivit che
gli frustrava laspirazione ad assumere o riassumere ruoli socialmente
accettabili, che gli sarebbero apparsi irraggiungibili con i propri mezzi;
avrebbe finito pertanto con laccogliere, quale propria identit, quei modelli
negativi che listituzione gli proponeva e gli suggeriva, andando cos a
occupare stabilmente ruoli altrettanto negativi. Le istituzioni totali ed i ruoli
negativi che in esse pi facilmente si assumono svolgerebbero dunque una
parte di rilievo nellaggravare le difficolt di reinserimento e nel favorire la
cronicizzazione in carriere criminali persistenti. Queste considerazioni hanno
fortemente influenzato importanti scelte di politica sociale come labolizione
dei manicomi, la tendenza a non rinchiudere i giovani delinquenti in istituti
correzionali, la tendenza a far sempre minore ricorso al carcere.
86

Queste interpretazioni psicosociali devono, in conclusione, favorire la


comprensione dei meccanismi agenti nei rapporti fra gli uomini ma non
devono tradursi in atteggiamenti che siano delle complete
deresponsabilizzazioni nei confronti della condotta dei singoli attori n
devono sfociare nella troppo meccanicistica visione di destini inevitabili o di
colpe unicamente attribuibili alla societ, senza che luomo sia pi percepito
come libero e responsabile e perci chiamato a rispondere del bene o del
male che ha compiuto.
57 Psicologia sociale: devianza, emarginazione e marginalit
Alla psicologia sociale siamo debitori di altri tre concetti fondamentali:
-

1) il concetto di devianza originariamente, nella sociologia strutturalfunzionalista, questo termine aveva il significato di comportamento
anomalo sotto il profilo statistico e raggruppava tutte quelle condotte che
si discostavano dalle regole e costumi sociali condivisi dalla maggior
parte delle persone .Ai tempi della sociologia di sinistra, i devianti hanno
assunto un significato sempre pi esteso fino ad essere identificati con
coloro che erano considerati vittime della societ a causa delle
discriminazioni e dei pregiudizi che le classi egemoni avrebbero
esercitato nei confronti dei diversi. E poich ei confronti dei devianti
viene abitualmente esercitata lemarginazione e perch pure i delinquenti
vengono emarginati si fin per includere fra i devianti anche i criminali.
Alla fine si giunse ad identificare la criminalit con la devianza. In questo
concetto sono stati racchiusi quindi comportamenti tra loro radicalmente
diversi ed per questo che opportuno fare una fondamentale distinzione
fra i diversi comportamenti che sono stati denominati come devianti. Vi
sono comportamenti che non risvegliano sentimenti di riprovazione o
richiesta di sanzioni ma che possono essere indifferenti, ovvero anche
provocare reazioni sociali di solidariet e offerta di aiuto: in tali termini
queste condotte non provocano giudizi morali negativi, di tali condotte
non viene fatta ai loro autori attribuzione di colpa e non vengono
censurate (atteggiamenti dei vagabondi, di chi esercita la prostituzione,
gli omosessuali, ecc). Pi correttamente si debbono considerare devianti
quei comportamenti che suscitano invece reazioni di intensa
disapprovazione e censura con richiesta di sanzione: questi
comportamenti sono attribuiti a titolo di colpa ai loro autori perch non
sono legati allo status in cui una persona si trova per nascita e comunque
non volontariamente ma sono frutto di scelta (tossicomani, terroristi, tutti
i tipi di delinquenti). La intensa disapprovazione e la richiesta di sanzione
risultano pertanto i parametri fondamentali per identificare le condotte
che meritano la qualificazione di devianza. In ultima analisi, la
qualificazione di devianza esprime un giudizio di valore, una valutazione
morale negativa, in funzione dei principi etici di comune accettazione. La
devianza un concetto sociologico e non giuridico.

87

Il concetto di marginalit Marginalit indica una condizione statica o


uno status cio la condizione di taluni individui che si trovano ai margini
della societ. Marginali sono quegli status sociali che provocano, per
persone o gruppi, il vivere in condizioni diverse e solitamente peggiori
di quelle della societ nel suo complesso; la marginalit comporta
riduzione delle aspettative di affermazione sociale, minore responsabilit
sociale, minore partecipazione alla vita e alle decisioni collettive. Il
fenomeno della marginalit si osserva nei confronti di certi status
collettivi, i giovani, i vecchi, le donne, gli handicappati, le persone di
colore, gli extracomunitari. La marginalit operata verso coloro che,
nella logica dellideologia del profitto, non solo produttivi o hanno
perduto la capacit di produrre beni economici: gli inetti, i pensionati, i
disoccupati La marginalit anche la posizione nella societ di certi
malati cronici e specialmente dei sofferenti di AIDS e dei malati di mente.
Infine, divengono marginali i devianti e i delinquenti. Ma mentre i
devianti o i delinquenti si vengono a trovare ai margini della societ a
causa della loro condotta disapprovata, gli altri si trovano ai margini della
societ per un pregiudizio aprioristico in funzione del sesso, dellet, del
luogo di nascita ma non per colpa della loro condotta. Vi sono dunque dei
marginali per il solo fatto di essere quello che sono e marginali per quel
che hanno fatto: in altri termini, vi sono marginali per loro colpa e
marginali senza colpa.

Il concetto di emarginazione Lemarginazione invece un concetto


dinamico che viene messo in atto dai singoli e dai gruppi nei confronti di
taluni soggetti che si tende a escludere dagli abituali rapporti.
Lemarginazione il ridurre le prospettive, il togliere la responsabilit,
il nutrire aspettative negative rispetto a taluni soggetti a causa della loro
condotta riprovata: essi divengono perci marginali per colpa della loro
condotta. Il deviante e il criminale sono collocati in una posizione di
marginalit per effetto della emarginazione agita nei loro confronti:
costoro vengono esclusi a cagione del loro comportamento delittuoso o
disapprovato dalla posizione che occupavano. Donne, vecchi, gli invalidi,
la gente di colore sono in condizioni di marginalit ma non vengono
emarginati per la loro condotta ma lo sono perch occupano, in definitiva,
nella societ, status pi o meno squalificati.

58 Altri contributi della psicologia


Le fenomenologia una visione psicologico-filosofica delluomo che mira a
comprendere luomo dal suo interno in modo da scorgere le ragioni della sua
condotta quali emergono dal suo punto di vista e non da quello di chi indaga,
contrariamente alle altre teorie psicologiche che piegherebbero dal di fuori
luomo cos come viene spiegato dallesterno qualsiasi fenomeno della natura.
Lessere umano non vive in una realt oggettiva e neutra che esiste di per s e
indipendentemente da lui ma d egli stesso vita a una realt. La diversificazione fra
condotta e realt, per questa psicologia, solo apparente, poich lunica realt la
88

realt fenomenica, espressione della intenzionalit del soggetto del suo agire nel
mondo. Cos, latto criminoso, secondo questa prospettiva, viene assunto come
rivelatore di un modo di essere che, seppure si ponga violentemente di traverso nei
riguardi degli aspetti etici e normativi del vivere in societ, rappresenta pur tuttavia
anchesso una estrema possibilit espressiva dellumano.
La teoria del campo di Lewin ha derivato i propri assunti dal concetto di campo di
forze elettromagnetiche tratto dalla fisica: ogni elemento allinterno si un sistema,
detto campo, influenza tutti gli altri elementi e ne viene a sua volta influenzato. In
psicologia ci significa che lindividuo costantemente influenzato dallambiente, e
non pu quindi essere studiato isolatamente da esso, posizione del resto condivisa
da tutta la psicologia sociale. Balloni (1984) ha esteso alla criminologia i concetti
espressi da Lewin considerando campo la persona, lambiente a lui pi vicino
(cio il suo spazio di vita) e lambiente nel senso pi ampio. La combinazione di
questi elementi pu formularsi come una legge fisica in cui il comportamento, in
questo caso criminoso, in funzione della persona e dellambiente.
La teoria dei sistemi, invece di considerare un fatto o una condotta come effetto
necessario di una causa data (causalit lineare) cerca piuttosto di analizzare le
reciproche influenze tra i fenomeni: relativamente al comportamento umano,
analizza il processo attraverso il quale, in un rapporto interpersonale, la condotta di
un soggetto influenza quella degli altri, cio la loro risposta, e come di nuovo questa
risposta ha effetto sul comportamento del primo agente (causalit circolare).
Questo modello mutuato dalla cibernetica che sostituisce allo schema delle
scienze classiche della causalit lineare (da A a B) un altro schema in cui per un
fenomeno detto di retroazione o feedback, ognuna delle parti di un sistema influisce
sullaltra (da A a B e da B ad A): essendo ogni parte contemporaneamente causa ed
effetto, la distinzione medesima fra questi due termini perde di significato. Centrale
i questa prospettiva il concetto di sistema che comprende oltre agli attori o agli
oggetti di un fenomeno osservato anche le relazioni tra di essi, costituendo quindi
una complessit organizzata diversa dalla mera somma delle sue parti.
Relativamente alla criminologia, lo schema interpretativo della teoria dei sistemi
stato applicato soprattutto nello studio dei rapporti tra reo e vittima, ritenendosi che
talora latto aggressivo pu essere considerato come il risultato di una serie di
comunicazioni, risposte ed effetti di feedback in cui appunto non sempre possibile
sceverare con chiarezza tra laggressore, la vittima ignara ovvero quella
provocatrice e a sua volta aggressiva.
Una serie di studi sulla comunicazione (Haley, 1963) derivano direttamente dalla
teoria dei sistemi. Il presupposto da cui essi partono che esiste anche una
comunicazione di messaggi non verbali, quella appunto attuata coi genti, con la
mimica, con la postura, insomma, con latteggiamento. Inoltre, anche la
comunicazione fatto con le parole pu assumere un significato contrario al suo
significato letterale. Inoltre, anche la comunicazione fatta con le parole pu
assumere un significato contrario al suo significato letterale, poich il tono della
89

voce, unito alle comunicazioni non verbali pu comportare un messaggio di


significato opposto a quello palese. Pertanto, sia lagire che non lagire, sia lattivit
che linattivit, parole o silenzi, hanno tutti valore di messaggio. Data la difficolt o
limpossibilit di inviare messaggi comportamentali privi di significato, lunico
modo di segnalare la negazione di un comportamento o la non volont di agirlo
quella di mostrare e proporre lazione che si vuol negare e poi di non portarla a
termine: da ci la possibilit di leggere certi comportamenti violenti come disperato
e fallito tentativo di mostrare le proprie intenzioni non violente.
La psicologia della testimonianza lesistenza di messaggi non verbali, la
possibile contraddittoriet tra parole, sentimenti e atteggiamenti, le summenzionate
patologie della comunicazione sono tutti elementi che ridimensionano o in certi
casi minano la certezza della prova testimoniale. Le indagini e gli esperimenti
psicologici mostrano che la deposizione di un teste che crede di essere sincero non
necessariamente corrisponde alla verit poich molti fattori possono talora
interferire sul suo ricordo e fargli riferire circostanze che egli reputa vere, mentre
non lo sono. Ci non significa che la testimonianza debba sempre essere posta in
dubbio: star al giudice valutare la credibilit di un teste, ben sapendo che questi
pu dire il falso senza rendersene conto.
59 - Il comportamentismo
I comportamentismo (o psicologia dello stimolo-risposta) una scuola psicologica
che si differenzia da tutte quelle fino ad ora considerate perch fornisce una teoria
della personalit maggiormente legata alle metodologie empiriche delle scienze
naturali. Pertanto, ad esso non possono essere avanzate quelle riserva di non
scientificit che sono state rivolte alla psicoanalisi dato che i suoi principi sono
essenzialmente il frutto della sperimentazione e della osservazione empirica.
Il behaviorismo si limita ad osservare come luomo reagisce agli stimoli provenienti
dallambiente, partendo dal principio che non pu impiegarsi la introspezione per
comprendere la condotta umana perch tutto ci che avviene nellintimo della
persona non pu essere conosciuto ed al pi solo intuibile o ipotizzabile: quanto
pu conoscersi con obiettiva certezza delluomo solo il suo comportamento che
visibile e verificabile anche sperimentalmente. Da questa premessa, subito emerge
la profonda differenza con le altre teorie della personalit che, secondo diversi
modelli, mirano a spiegare e a comprendere le ragioni e i meccanismi psicologici
che sottendono al comportamento umano: per il behaviorismo la psicologia si deve
limitare allo studio del comportamento.
Questa teoria nasce negli Stati Uniti dal caposcuola J.B. Watson (1914). Secondo
Watson, della struttura della persona pu essere conosciuto solo il sistema delle
risposte ai molteplici stimoli e sollecitazioni che lambiente pone a ciascuna
persona. Pu solo studiarsi, in altri termini, come lindividuo reagisce al suo
ambiente, prescindendo da ogni analisi di ci che avviene dentro di lui.
Da questi presupposti la psicologia comportamentista giunta d un altro suo
fondamentale contenuto: la condotta umana pu essere indirizzata a seconda di
90

come lambiente, con i suoi diversi stimoli, contrasta o ricompensa o rafforza il


comportamento. Luomo, cio, non libero nella sua condotta ma ne guidato dalle
condizioni ambientali secondo il meccanismo dello stimolo risposta: pertanto,
modificando lambiente pu indirizzarsi il comportamento nel senso voluto.
Sarebbe inutile pertanto invocare tendenze innate, eredit o variabili psicologiche e
biologiche individuali: esiste invece unelevata regolarit nelle risposte per cui, in
circostanze analoghe, la maggior parte degli individui reagisce agli stimoli esterni in
ugual modo. Le risposte mutano in modo statisticamente significativo non tanto per
le variabili dei singoli individui quanto col mutare delle condizioni esterne in
funzione degli stimoli cui gli individui stessi sono sottoposti.
La psicologia comportamentistica, e soprattutto quella di Skinner (1953) ha
profondamente influenzato anche il pensiero sociologico, fornendo un sistema
interpretativo della personalit umana rigidamente deterministico, secondo il quale
date certe condizioni, verrebbero lasciati strettissimi margini di libert alla scelta
comportamentale dei singoli.
Secondo Skinner la psicologia deve studiare quali sono i rinforzi che tendono a
indirizzare il comportamento e come applicarli pi efficacemente. Vi possono essere
rinforzi positivi (gratificazioni) ovvero rinforzi negativi (frustrazioni) che sono
rappresentati da tutti quegli eventi capaci statisticamente di influenzare la comparsa
delle risposte volute. Una corretta utilizzazione dei rinforzi avr come risultato di
far s che le persone indirizzino stabilmente la loro condotta in un certo senso: da
qui la visione utopica di una societ ideale ove con una preordinata applicazione di
stimoli e di rinforzi adeguati, potranno essere eliminate tutte le anomalie
comportamentali.
La visone behavioristica dunque quella delluomo determinato e condizionato
dalla situazioni ambientali e dalle modificazioni e dalle manipolazioni degli stimoli,
dunque privo di sostanziali alternative e le cui scelte, apparentemente libere, sono
invece semplici deviazioni nellambito di un indirizzo prefissato dalla struttura
sociale o dalla cultura del suo momento.
Dal punto di vista criminologico il comportamentismo stato utilizzato per
identificare quali siano gli stimoli e i rinforzi che, provenendo dallambiente,
portano alla condotta criminosa.
I principi della psicologia behavioristica sono stati anche utilizzati in una specifica
prospettiva criminologia nella teoria della frustrazione-aggressione di Dollard
(1939) secondo cui lemergere di un comportamento aggressivo presupporrebbe
sempre lesistenza di una frustrazione (lo stimolo) ed esso porterebbe sempre a
qualche forma di aggressione (la risposta). Quanto pi perci una societ pone mete
complesse tanto pi facilmente diverr arduo il conseguirle e si realizzeranno molte
pi occasioni di vivere situazioni frustranti. Laumento di aggressivit, e pi in
generale di criminalit, nella societ moderna sarebbe pertanto la conseguenza di
sempre maggiori occasioni frustranti per leccesso di stimoli a conseguire mete
sempre pi alte. E chiaro a questo punto il richiamo alla teoria dellanomia di
Merton.

91

Limpedimento temporaneo o definitivo al raggiungimento di un intento pu essere


perci una delle cause della condotta criminosa. Pertanto, anche la delinquenza
intesa come reazione comportamentale alla frustrazione.
Va sottolineato che il meccanismo dello stimolo risposta ha un valore solo
statistico nel senso che somministrato un certo stimolo la risposta voluta
prevedibilmente ottenibile solo in una percentuale significativa di soggetti ma non
in tutti coloro che hanno ricevuto quello stimolo. Vi sempre una quota di persone
che si comporteranno in modo diverso. Gli uomini, infatti, non sono tutti uguali e
ciascuno conserva pur sempre un suo spazio di libert di scelta e questo spazio
rimane comunque quali che siano i rinforzi che vengono effettuati.
Le critiche che possiamo rivolgere alla teoria della frustrazione/aggressione sono:
o non tutte le condotte delittuose possono intendersi come atti
aggressivi anche in senso lato;
o non tutte le condotte aggressive hanno la loro origine nelle
frustrazioni e non tutte le frustrazioni provocano aggressivit il
diverso livello di tolleranza alla frustrazione gioca infatti un ruolo
molto importante nel provocare tipi diversi di riposte cos come lo
giocano la qualit, lintensit e la frequenza delle frustrazioni.
o La frustrazione pu dar luogo allaggressione ma, a seconda delle
circostanze e delle persone, pu causare anche la fuga o la
rinunzia.
o La frustrazione una componente ineliminabile della vita umana e
lidea che si possa vivere senza illusoria: non solo essa pu
essere stimolante ma evitare qualsiasi occasione di frustrazione
(come nel caso di una educazione troppo permissiva) impedisce la
strutturazione di personalit forti e mature.
60. La psicologia cognitiva
La psicologia cognitiva concepisce la mente come un elaboratore elettronico
attivo che di continuo verifica la congruenza fra i propri progetti di
comportamento e le condizioni oggettive esistenti nella realt, filtrando le
informazioni ma anche auto-correggendosi.
La prima formulazione teorica di Neisser (1967), partito dalla cibernetica e
dagli studi di informatica sui programmi per calcolatori.
Il cognitivismo nasce in opposizione al comportamentismo: mentre per
questa scuola lapprendimento e la condotta umana sono interpretata sulla
base del legame associativo stimolo risposta, per i cognitivisti la mente
delluomo non un passivo ricettore di stimoli che gli provengono
dallambiente ma funziona in modo attivo e selettivo nei loro confronti,
recependoli ed elaborandoli secondo un suo preciso progetto
comportamentale. La mente intesa come una scatola nera e con la sua
elaborazione attiva verifica in continuazione la congruenza fra il proprio
92

progetto comportamentale e le condizioni oggettive esistenti, compie


ininterrottamente scelte tra gli elementi in entrata operando una serie di
elaborazioni e decisioni in uscita che sono il risultato delle verifiche e delle
elaborazioni mentali compiute. Le conoscenze derivano allindividuo d
ipotesi, categorie, schemi, strutturazioni, dati dellambiente, regole di
comportamento che sono indipendenti dagli stimoli attuali ma che sono stati
acquisiti anche nel passato e costruiti dallattivit mentale nel corso della
maturazione della personalit: gli schemi di elaborazione delle informazioni
sono cio indipendenti rispetto alle situazioni nelle quali si sono
progressivamente formati.
I presupposti del cognitivismo confortano pertanto una visione della condotta
delittuosa come frutto di un progetto comportamentale: il delinquente non
dunque da intendersi come un individuo governato dalle pulsioni e dalle
psicodinamiche del profondo o dai suo complessi e problematiche
psicologiche consapevoli o inconsapevoli che siano. La mente umana intesa
come un sistema organizzato di strutture e di processi che, oltre ad elaborare
i dati provenienti dallambiente programmata per risolvere i problemi che
via via si presentano nel corso della vita, facendo uso degli strumenti psichici
di cui dotata. La percezione delluomo (e, di conseguenza, anche quella del
criminale) riacquista quindi autonomia, libert e conseguentemente
responsabilit morale.

93

CAPITOLO 4
BIOLOGIA E CRIMINALITA
61 Lapproccio naturalistico
Come approccio naturalistico, si considera un campo di indagine che pur senza
ritenere le condotte criminose come unicamente riconducibili a cause organiche,
riserva particolare attenzione a certi fattori quali gli istinti, lereditariet e le
predisposizioni allaggressivit, che rientrano nellabito dellindagine delle scienze
biologiche e mediche.
Questo filone della criminologia visto frequentemente in antitesi a quello
sociologico e psicologico ma va ricordato che da evitarsi la visione dicotomica
corpo-mente e che lo studio della condotta criminosa deve condursi nella
prospettiva pi ampia possibile, mirando a integrare le conoscenze da qualsiasi
settore dello scibile esse provengano.
Lapproccio naturalistico pu essere dunque limitativo solo se inteso come unica
fonte di conoscenza con la pretesa di considerare luomo come struttura
esclusivamente biologica avulsa dal suo ambiente sociale.
Lo studio del crimine secondo lapproccio naturalistico, pu essere affrontato
secondo diverse prospettive, quindi, possiamo distinguere:
a. teorie della predisposizione per predisposizione si intende
laumentata suscettibilit di un individuo ad ammalarsi. Il trasferire
questo termine alla criminologia pu comportare il rischio di
considerare la delinquenza come una sorta di malattia mentre, invece,
bisogna ben guardarsi dal cadere nellerrore di associare malattia e
criminalit. Possono inoltre ricondursi alla predisposizione biologica
solamente alcune caratteristiche psichiche o certe strutture di
personalit che possono facilitare talune condotte delittuose ma senza
che esista alcun diretto rapporto fra tali aspetti psichici e la
criminalit. Gli approcci relativi alle predisposizioni biologiche
consentono semplicemente di evidenziare taluni elementi facilitanti le
scelte delinquenziali: questa agevolazione connessa alla esistenza di
alcune condizioni psichiche a rischio biologicamente determinate
nel senso che esse sono collocate nel novero dei fattori di
vulnerabilit individuale.
b. Teorie degli istinti secondo le quali il comportamento
delinquenziale (certi tipi di delinquenza particolarmente violenta)
deriverebbero dal prevalere di pulsioni istintuali aggressive o
predatorie. Queste teorie, cadute in discredito, sono state riportate
allattenzione grazie alle pi recenti scoperte delle neuroscienze che
hanno fornito nuove angolature per indagare e comprendere le
relazioni fra struttura biologica, psiche e comportamento.
c. Sociobiologia un filone recentemente riproposto che mira a
identificare anche nel comportamento sociale unorigine ereditaria
94

anzich vedere le strutture sociali come solo dovute allevolvere della


cultura.
62 teorie della predisposizione: eredit e delitto
Lipotesi di una correlazione fra eredit e delitto, nel senso che esisterebbero taluni
individui dotati, per ragioni genetiche, di una sorta di predisposizione innata al
delitto da considerarsi improponibile in quanto si tratta di due entit tra di loro non
confrontabili. La criminalit, infatti, un comportamento definito tale per
convenzione sociale e perci variabile a seconda del mutare della cultura e delle
norme; i fattori ereditari sono invece una non modificabile realt biologica, essendo
legati al patrimonio genetico di ciascun individuo che indipendente dai fatti
culturali e sociali.
Per quanto attiene alluomo, il nostro patrimonio genetico, insito nel DNA,
immutato da circa 1000.0000 anni proprio a ragione dei lunghissimi tempi necessari
alla evoluzione e alla selezione naturale. Nella molte migliaia di anni intercorsi
dalla comparsa dei nostri diretti progenitori si sono peraltro succedute innumerevoli
culture e organizzazioni sociali: per lessere umano il progresso dalle forma pi
arcaiche a quelle attuali si dunque verificato per una evoluzione culturale pi
rapida e diversificata, rispetto ai tempi e ai modi dellevoluzione biologica, che in
tutti questi millenni rimasta immutata. Non pertanto possibile che esista una
qualsiasi correlazione fra struttura biologica (ereditaria e da un centinaio di millenni
non modificata) e la criminalit ( che connessa al pi rapido evolversi della
cultura).
Esistono invece sicure correlazioni fra la struttura biologica degli individui e certi
aspetti della loro mente che possono favorire la criminalit: hanno sicuramente
matrice genetica laggressivit, certe componenti dellintelligenza, lo spirito
diniziativa, linventiva, la reattivit. Esistono dunque fra struttura biologica (cio
fattori psichici ereditariamente acquisiti) e criminalit delle correlazioni indirette.
E inoltre molto importante riuscire a separare i fattori genetici da quelli ambientali:
ci possibile adottando quello che i genetisti denominano metodo gemellare
esaminando coppie di gemelli monozigoti (che hanno lo stesso patrimonio genetico)
ciascuno dei quali sia stato allevato in un contesto familiare sociale e culturale
diverso. Si tratta di gemelli che fin dalla nascita sono stati divisi in quanto affidati a
genitori adottivi di diversa estrazione e di differente condizione sociale. Proprio
questi studi hanno consentito di accertare che alcuni aspetti psichici e
comportamentali erano identici nei due gemelli nonostante le diverse condizioni
dambiente nelle quali erano cresciuti. Ci significa che questi tratti parrebbero
avere una matrice genetica perch si manifestano in entrambi i gemelli nonostante
le differenze dambiente.
Altre indagini con la medesima finalit di scoprire una predisposizione innata verso
la criminalit sono state condotte mediante lo studio delle famiglie dei criminali.
Da questi studi emerso:

95

1. la frequenza di soggetti condannati fra ascendenti e collaterali


statisticamente maggiore di quanto si possa trovare nelle famiglie di coloro
che non sono mai stati condannati;
2. coloro che hanno avuto genitori criminali possono essere maggiormente
esposti a divenire essi stessi delinquenti senza per questo dimenticare che
questi individui delinquono perch hanno avuto una cattiva educazione e
perch i loro ambiente familiare stato carente.
Altri studi si sono in passato rivolti ad esaminare il rapporto fra la costituzione e la
criminalit, partendo dal principio che la conformazione corporea certamente
legata a fattori ereditari e dal fatto che esiste un certo rapporto fra costituzione e
caratteristiche psichiche, inferendo che la presenza di talune di queste
comporterebbe una sorta di predisposizione alla delinquenza.
Basti ricordare gli studi di:
1. Lombroso che aveva costruito la sua tipologia criminale correlando certe
caratteristiche morfologico-costituzionali con la predisposizione al delitto;
2. Di Tullio che considerava, a fianco del delinquente meramente occasionale e
di quello psicotico, tre tipi di delinquenti costituzionali: soggetti ciui
sarebbero prevalenti fattori ereditari condizionanti una loro specifica
struttura psicologica. Egli distingueva il delinquente costituzionale a
orientamento ipoevoluto (cos chiamato per lo scarso sviluppo delle
caratteristiche psichiche superiori), il delinquente costituzionale a
orientamento psico-nevrotico (nel quale prevalgono dinamismi psichici di
natura nevrotica) e, infine, i delinquenti costituzionali a orientamento
psicopatico (che hanno come tratto caratteristico le anomalie del carattere e
i disturbi di personalit).
3. Sheldon (1942) ha costruito una classificazione tripartita che prevede la
corrispondenza fra la costituzione fisica e certi tratti del temperamento.
a. La costituzione endomorfa nella quale presente una struttura
corporea morbida e rotondeggiante con scarso sviluppo dei muscoli
alla quale corrisponderebbe un orientamento psichico caratterizzato
da socievolezza, ghiottoneria, amore per la comodit, umore stabile,
tolleranza;
b. La costituzione mesomorfa nella quale la struttura corporea
forte con prevalente sviluppo della muscolatura e particolare
resistenza al dolore e agli sforzi fisici; ad essa corrisponderebbe un
temperamento volto verso laggressivit e lamore per il rischio;
c. La costituzione ectomorfa con struttura corporea longilinea e
delicata caratterizzata da un temperamento volto al forte
autocontrollo, carattere chiuso, timore della gente, amore per la
solitudine.
Da questi studi condotti su popolazioni di detenuti, Sheldon giunto alla
dimostrazione una particolare frequenza fra costoro di individui con
costituzione mesomorfa: i soggetti con tale costituzione avrebbero
96

pertanto una sorta di predestinazione costituzionale a diventare criminali


posto che la struttura fisica e il corrispondente temperamento siano
sicuramente dovuti a fattori genetici.
Tutti questi approcci, naturalmente, sono oggi caduti in discredito e la validit delle
correlazioni fra fisico e psiche limitata a un semplice livello statistico perch le
variabili psichiche individuali sono talmente tanto numerose da risultare arbitrario il
farle corrispondere a una tipologia costituzionale che prevede cos poca variet.
Semplicistico e improprio pertanto il parlare di disposizioni ereditarie al delitto in
quanto il fattore genetico non pu invocarsi per una modalit di condotta cos
complessa come la criminalit nella quale interferiscono circostanze ambientali e
situazionali, momenti storici differenti, diversit di luoghi, culture, norme e
soprattutto valori morali. Si pu parlare solo di predisposizioni biologicamente
determinate in senso genetico verso particolari caratteristiche mentali che possono a
loro volta diventare condizioni favorenti (= fattori psichici di vulnerabilit) il
comportamento criminoso: tali sono specialmente laggressivit, lo scarso controllo
dellemotivit e delle pulsioni, lintolleranza alle frustrazioni.
63. Teorie della predisposizione: i geni e la mente
In tema di predisposizione biologica verso la criminalit stata avanzata negli anni
60 lipotesi che esistessero tendenze innate verso la condotta criminale dovute ad
anomalie dei cromosomi cio i filamenti di DNA depositari del patrimonio genetico
di ogni individuo. I 46 cromosomi delluomo sono accoppiati a due a due, dei quali
luomo proviene dalla madre e laltro dal padre cos che il patrimonio ereditario di
ciascun individuo per met materno e per met paterno.
Linteresse per il menoma umano e la scoperta di fattori genici responsabili di certi
tratti psichici e comportamentali non ha per condotto ad una visione organicistica
della persona e della condotta umane n ha alimentato nuove illusorie ricerche di un
gene del delitto.
Oggi sta prendendo piede un nuovo determinismo biologico che ha trovato alimento
dal grande sviluppo in questi anni delle neuroscienze : le scienze che studiano il
funzionamento del cervello e che si avvalgono di tecniche sempre pi sofisticate
che consentono di osservare come funziona il cervello in tempo reale. Sta cos
sorgendo una nuova visione materialistica e deterministica per la quale il libero
arbitrio, la morale la mente e lIo non esistono pi: luomo programmato
geneticamente fino ai minimi particolari.
Lassunto di partenza il cervello programmato biologicamente secondo le
informazioni del DNA cos che luomo non avrebbe effettivi spazi di libert.
64 Teorie degli istinti: lorientamento istintivistico e quello ambientalistico
Lantica questione mai risolta se delinquenti si nasce o si diventa. Poich gli istinti
sono innati vi lopportunit di affrontare la questione secondo gli insegnamenti
che derivano dalla biologia.
97

In biologia si sono a lungo contrapposti due antitetici orientamenti per quel che
riguarda le determinanti del comportamento, sia degli animali sia delluomo: quello
che privilegia listinto (secondo il quale il comportamento leffetto delle
predisposizioni congenite) e quello che d maggiore rilievo allambiente (secondo il
quale il comportamento la conseguenza delle condizioni e degli stimoli
ambientali). Vediamoli:
1) orientamento istintivistico secondo questo vecchio orientamento per
istinto si intende una serie di spinte ad agire in modo sempre uguale e in
prefisse direzioni per conseguire certi fini senza che lanimale avesse
alcuna consapevolezza dello scopo ultimo cui il suo agire mirava; si
riteneva che gli istinti fossero esclusivamente trasmessi per via ereditaria e
che fossero in numero relativamente scarso. Essi erano concepiti inoltre
come una potenzialit innata, come una forza che spinge allazione senza la
necessit di alcun apporto proveniente dallambiente o meglio lambiente
forniva solo dei segnali che scatenavano lazione istintuale. Questa
concezione andata successivamente temperandosi con gli studi di Karl
Lorenz e degli altri etologi i quali hanno scoperto che gli istinti vanno intesi
come semplici schemi operativi generali: tendenze innati che devono essere
integrate con lapprendimento, lesperienza, linsegnamento da parte dei
genitori, cio con fattori che provengono dallambiente. La scuola
delletologia facente capo a Lorenz, partendo dallosservazione degli
animali, ha fondato il suo contenuto teorico sul principio secondo cui
qualsiasi essere vivente e il suo ambiente naturale non sono concepibili
separatamente ma si influenzano e si realizzano continuamente in un
reciproco rapporto di stimoli e risposte. Lorganismo animale strutturato in
modo da raccogliere segnali dallambiente e le risposte a taluni stimoli sono,
ma solo in parte, congenitamente determinate. Per questo motivo, Lorenz
preferisce chiamare gli istinti schemi di azione. Il principi mutuati
dalletologia naturalmente valgono anche per luomo con la differenza per
che nelluomo, meno condizionato degli animali dai fattori della natura,
lambiente da intendersi come ambiente sociale e come tale molto pi
complesso e mutevole di quello che non sia per gli animali.
2) Lorientamento ambientalistico secondo questo orientamento non pu
distinguersi nella condotta ci che determinato congenitamente da ci che
viene appreso dallambiente. La dotazione genetica si manifesterebbe nella
diversa capacit dellanimale di recepire (cio apprendere) i messaggi
provenienti dallambiente che sarebbe, in definitiva, il principale fattore
inducente le varie modalit di condotta. Il comportamento sarebbe solo
genericamente ricollegabile ai geni ereditari mentre la differenziazione
individuale delle condotte viene ritenuto sostanzialmente attribuibile alle
varie circostanze ambientali che gli individui incontrano. Enorme importanza
ha quindi lapprendimento correlato alle mutevoli stimolazioni e alle
occasioni fornite dallambiente.
3) Orientamento correlazionistico da un po di tempo, in biologia, si tenda
superare lantinomia fra istinto e ambiente per giungere a una visione che
miri invece a sottolineare sempre pi la stretta interdipendenza dei due
98

termini. Si cercato di risolvere il dilemma alla luce di una concezione che


considera da un lato taluni comportamenti fondamentali (basilari e tipici di
ogni specie) come programmi comportamenti di massima condizionati solo
geneticamente; dallaltro vi sarebbero altri programmi di dettaglio dove le
variabili comportamentali si ricollegano pi strettamente a fattori ambientali
pur nellambito degli schemi generali genetici. Lantinomia fra istinto e
ambiente verrebbe superata, come suggerisce Gottlieb (1971), considerando
due distinti tipi fondamentali di comportamento. Il comportamento innato,
esclusivo degli esseri viventi pi semplici (che si pu rappresentare con uno
schema del tipo: geni struttura biologica maturazione
comportamento innato) in cui la determinante ereditaria si riflette sulla
struttura biologica individuale la quale, giunta a maturazione e senza
necessit di interventi dellambiente, d luogo al comportamento. Il
comportamento acquisito, tipico degli animali superiori, in cui i fattori
genici, comportando una struttura individuale diversificata, fanno s che gli
individui interagiscano con lambiente in modo differente in quanto agenti
sul diverso modo di apprendere e sul modo con cui i successivi
apprendimenti si traducono in esperienza.
65 Teorie degli istinti: la sociobiologia
La sociobiologia si imposta allattenzione del grande pubblico nel 1975 con
lopera di Wilson Sociobiologia. La nuova sintesi come lo studio sistematico
delle basi biologiche di ogni forma di comportamento sociale. Secondo Wilson
le varie societ sarebbero non tanto il frutto dellevolversi delle specie quanto la
conseguenza di schemi prefissati negli individui che le compongono. Questa
teoria ha preteso di applicare i risultati delle proprie osservazioni anche alle
societ umane, sia a quelle meno complesse, sia alla societ attuale; anche
luomo, poi, essendo il risultato di una evoluzione biologica, porta
inevitabilmente entro di s una serie di predisposizioni, di costrizioni emotive, di
circuiti cerebrali che confluiscono sul suo comportamento molto p di quanto
generalmente si ritenga.
Sinteticamente pu dirsi che la sociobiologia afferma che anche le societ
umane, come quelle animali, devono essere adattive devono cio soddisfare al
massimo il principio di idoneit biologica in senso darwiniano, vale a dire per
tutto quanto attiene ai fini fondamentali dellevoluzione e sopravvivenza della
specie. Secondo questo assunto, non sono tanto gli individui ad assumere
importanza per tali fini quanto il gene cio il patrimonio genetico ereditario
trasmettitore degli schemi di comportamento che solitamente chiamiamo istinti:
il gene condiziona individui e societ proprio per la sua connaturata e specifica
spinta alla sopravvivenza e alla riproduzione; per questo motivo gli sono
estranee considerazioni dordine etico o comunque culturale, proprie degli
uomini e delle societ , e che nella prospettiva sociobiologia sono anchessi
subordinati e dominati dal gene. La denominazione di gene egoista data da
alcuni sociobiologi trova allora la sua ragione nel fatto che il gene si preoccupa
solo della propria sopravvivenza cui legata quella della specie.
99

Anche laltruismo perde in questa prospettiva qualsiasi connotazione di ordine


etico e di merito: il gene, infatti, oltre che egoistico pu anche indurre a
comportamenti altruistici ma solo qualora siano funzionali alla sopravvivenza
della specie.
La sociobiologia si pone dunque quale antitesi al principio che vede nella cultura
il motore fondamentale dellevolversi e del diverso caratterizzarsi del genere
umano attraverso un processo di apprendimento e trasmissione culturale.
Uno dei principi basilari della sociobiologia dunque lutilizzazione della teoria
evoluzionistica quale paradigma valido non solo per le scienze biologiche ma
anche per lo studio del comportamento sociale umano.
La sociobiologia ha dato adito a molte critiche, certamente valide nei confronti
degli esponenti pi estremisti:
1) per aver arbitrariamente esteso al comportamento umano osservazioni fatte
sugli animali, dimenticando o sottostimando la dimensione culturale
delluomo, e svalutando in tal modo le scienze sociali e letica;
2) per la visione per la quale le societ risulterebbero non tanto il frutto del
lungo evolversi storico e culturale, dei conflitti di potere e del succedersi di
sempre nuovi ideali e valori, ma piuttosto la risultante inevitabile di fattori
insiti nella informazione genetica.
Venendo allutilizzazione in criminologia dei principi della sociobiologia,
potrebbe ipotizzarsi che i comportamenti aggressivi, le violenze sui pi deboli
non sono comportamenti scelti e voluti dai loro autori in spregio alletica e alle
norme ma sono una sorte di inevitabile conseguenza di una selezione naturale
che venuta a privilegiare i pi forti, i pi violenti e i pi aggressivi.
Comunque, non pu certamente ammettersi che esista un gene della
criminalit n potrebbe esistere in quanto nel nostro DNA non inscritto alcun
destino (delinquenziale o meno) da cui sia impossibile sottrarsi; lunicit e la
prerogativa della nostra specie risiedono nella sua natura dicotomica, biologica e
culturale, soggette allinfluenza di entrambe queste determinanti.
66 - Laggressivit nella prospettiva biologica
Aggressivit non vuol dire criminalit anche se molti delitti sono espressione di
motivazioni aggressive. Da un punto di vista strettamente biologico, non pu
considerarsi listinto come una spinta ineluttabile e non modificabile verso alcuni
tipi di condotta: anche gli istinti aggressivi non possono intendersi come una
disposizione ineluttabile verso la violenza ma si deve ritenere piuttosto che anche i
fattori legati allambiente vengono a giocare una parte molto rilevante nel favorire
la condotta aggressiva istintuale, ovvero nellinibirla.
In biologia da tempo noto che la pulsione ad assalire e quella a fuggire ovvero a
immobilizzarsi dinnanzi a un pericolo non sono due istinti primari contrapposti.
Questi stati emotivi primordiali di collera o di paura non sono considerati come
entit disgiunte: un animale posto di fronte a una situazione minacciosa esprimer
rispettivamente con la fuga o con lattacco il suo stato interiore di paura o di rabbia
100

ma ci determina il tipo di reazione motoria (lattacco oppure la fuga o


limmobilizzazione) non solo la natura dello stimolo, ma anche il modo secondo
cui lanimale lo vive e lo percepisce emotivamente in relazione a s e allambiente.
Gi a livello proto-emotivo sussiste quindi una stretta correlazione tra due stati
affettivi di segno contrario, in cui indubbiamente processi cognitivi ed esperienze
giocano un ruolo determinante nella motivazione comportamentale.
La,ambiente poi esercita un ruolo fondamentale ed linterpretazione
dellambiente da p arte dellanimale a decidere il tipo di risposta, di aggressione o di
fuga, che non pertanto legata a schemi di azione esclusivamente dovuto allistinto.
Passando dal mondo animale a quello umano si ritiene che fattori biologici e
sociologici interagiscano fra loro nel produrre pi o meno facilmente un
comportamento violento.
E da sottolineare che laggressivit negli animali non ha nulla a che vedere con ci
che noi intendiamo per violenza fra gli uomini. Esiste poi una profonda differenza
fra laggressivit rivolta verso animali di specie diversa e laggressivit
intraspecifica cio tra individui della stessa specie e laggressivit tra specie
diverse (molto rara salvo quando ricorra il rapporto di predatore/preda).
Laggressione intraspecifica negli animali oltre a svolgere precise funzioni di
sopravvivenza dellindividuo e della specie, difficilmente ha esiti mortali in quanto
sussiste un insieme di meccanismi di contenimento dellaggressivit atti a inibire o
bloccare laggressivit del rivale ma si tratta di una vera e propria ritualizzazione
della lotta condotta con scopi ben precisi (selezione sessuale, difesa del territorio,
regolamento degli schemi elementari di condotta e dei rapporti sociali). In
definitiva, quindi, nel comportamento animale pur essendo generalizzata e
determinante, laggressivit risulta quasi sempre funzionale e in armonia con le
finalit biologiche e non mette in pericolo la specie perch frenata da meccanismi
spontanei di auto-contenimento: meccanismi che nelluomo sono andati perduti o
vengono rifiutati col risultato che egli divenuto lessere vivente pi aggressivo che
mai sia comparso sulla faccia della terra.
67 Aggressivit e neuroscienze
Sempre in tema di aggressivit merita un cenno quel che le scienze
neurofisiologiche hanno consentito di appurare relativamente al rapporto fra
struttura biologica e inclinazione alla violenza di taluni individui.
I recenti studi condotti sul funzionamento del cervello, starebbero ad indicare che
taluni individui sono pi violenti di altri proprio per certe caratteristiche organiche
del loro sistema nervoso.
A questo proposito occorre ricordare la teoria triunitaria di MacLean introdotta
nellambito criminologia da F. Bruno (1987). Essa fornisce informazioni
sullorganizzazione evolutiva del cervello umano che sarebbe costituito da tre tipi
fondamentali di sistemi:
1. la struttura filogeneticamente pi antica ricorda morfologicamente le forme
pi rudimentali del cervello dei vertebrati e presiede ad attivit di tipo
101

istintuale (difesa del territorio,


organizzazione gerarchica);

caccia,

accoppiamento,

nutrizione,

2. un secondo sistema deputato al controllo degli stati emozionali (collera,


paura, piacere);
3. il sistema pi recente e perfezionato quello che ha consentito alluomo il
maggiore e pi avanzato sviluppo, rappresentato proprio lo strumento delle
sua peculiari capacit intellettive.
Tale sistema, essendo passato per trasformazioni evolutive pi incisive e rapide,
non riuscito a integrarsi del tutto armonicamente con le strutture cerebrali pi
antiche che sono rimaste relativamente immutate. Da questo, la non perfetta
integrazione di un prodigioso sviluppo delle capacit cognitive, operative e
intellettuali, cui non ha corrisposto una analogo progresso nel controllo delle pi
antiche funzioni emozionali e istintuali.
La teoria trinitaria pu fornire un modello atto a spiegare taluni comportamenti
delittuosi nei quali si pu constatare il ricorso di condotte agite sotto la spinta
degli istinti o dellemotivit eludendo transitoriamente i controlli superiori.
Molto interessanti sono le ricerche che hanno messo in luce, in anni recenti, i
rapporti fra difetti neurologici (verificatisi durante lo sviluppo o acquisiti pi
tardi) e la p propensione allaggressivit. In questa prospettiva risulterebbe che i
criminali violentemente aggressivi presentano difetti in una proporzione molto
pi elevata di quella rilevabile nella popolazione generale.
Sofisticate indagini strumentali hanno consentito poi di rilevare come siano assai
frequenti nei soggetti violenti disturbi minimi cerebrali di varia natura. Soggetti
di questo genere sarebbero pi facilmente impulsivi.
68 La criminalit violenta
Secondo alcuni studiosi, laggressivit sarebbe una delle pulsioni istintuali o
delle motivazioni psichiche che pi frequentemente entrano in gioco nella
criminogenesi.
E necessario distinguere tra aggressione, intesa come effettivo comportamento
lesivo di persone e aggressivit, che si riferisce invece a una disposizione o
atteggiamento psichico favorevole allaggressione.
Laggressivit pu essere incanalata, mediante processi della dislocazione e della
sublimazione, verso altri obiettivi; infatti, non sempre laggressivit si esprime
con condotte giuridicamente perseguibili ma frequentemente pu trovare modi
di esprimersi socializzati o quanto meno socialmente tollerati: essa addirittura
necessaria alla sopravvivenza delluomo e della sua affermazione sociale. Sotto
questo profilo, audacia, spirito di iniziativa, intraprendenza, scalata sociale,
ambizione, competitivit, possono rappresentare altrettante maniere di
indirizzare o sublimare laggressivit secondo modalit socialmente accettate o
addirittura qualificanti.

102

Ci sono diversi modi di comportarsi aggressivamente e di commettere delitti su


base violenta:
1. aggressivit diretta sulle cose e sullambiente, con significato
genericamente distruttivo, quando la pulsione aggressiva viene deviata
dalla persona cui diretta verso gli oggetti;
2. aggressivit diretta sulla persona esclusivamente in modo verbale, con
lingiuria e la calunnia;
3. aggressivit diretta sulle persone, con la violenza sessuale, le percosse, i
maltrattamenti, lomicidio;
4. aggressivit rivolta contro s stessi fino ad arrivare al suicidio.
5. aggressivit rivolta verso s stessi al solo fine di ottenere detenzione
emotiva nellimpossibilit di rivolgerla su altri (da non confondersi con il
tentativo di suicidio, tipica delle personalit immature e impulsive e si
manifesta con alta frequenza fra i soggetti in reclusione sotto forma di
lesioni da taglio multiple e superficiali).
69 Aggressivit umana e cultura
Laggressivit umana assolutamente diversa da quella esistente negli animali.
Per comprendere questa nostra straordinaria aggressivit bisogna ritenere o che
luomo sia biologicamente diverso da tutti gli altri esseri viventi o che la sua
elevatissima aggressivit debba ricollegarsi a fattori diversi da quelli biologici.
In primo luogo da ricordare che i meccanismi automatici di regolazione
dellaggressivit che nel regno animale consentono, mediante la ritualizzazione e la
ri-direzione, di salvaguardare allo stesso tempo la conservazione della specie e
quella dellindividuo, nelluomo hanno perduto gran parte della loro significativit:
man mano che egli evoluto sempre pi allontanandosi dallo stato di natura, non
stato pi listinto a guidare le fondamentali modalit di comportamento ma piuttosto
lapprendimento, lesperienza, gli insegnamenti e tutto lingente patrimonio di
conoscenze e nozioni che egli andato lentamente acquisendo nei millenni.
Nelluomo, laggressivit ha finito per essere priva di meccanismi di contenimento
e di autoregolazione, essendo disgiunta dallistinto e deriva piuttosto dai fattori che
provengono dalla cultura. Quella cultura cio che ai comportamenti primari informa
e regola nella specie umana ogni tipo di condotta di maggiore complessit.
Dalla perdita dei meccanismi di comportamento istintuale dellaggressivit
derivato che nelluomo essa non svolge pi quelle funzioni biologiche che la
rendono utili e relativamente innocua ma appare invece come una forza distruttiva
e negativa.
La peculiare aggressivit umana stata denominata da Erich Fromm (1975),
proprio per differenziarla da quella degli animali superiori, aggressivit maligna o
distruttiva. Egli ha distinto infatti due tipi di aggressivit:
1. laggressivit benigna-difensiva comune a tutte le specie di animali
superiori, quale impulso istintuale programmato verso lattacco o verso la
103

fuga quando sono in gioco gli interessi biologici vitali, aggressivit pertanto
non necessariamente nociva e che non minaccia ma anzi favorisce la
sopravvivenza della specie;
2. laggressivit maligna o distruttiva propria delluomo che non
istintuale ma dipende dalla struttura sociale, appresa attraverso i rapporti
interpersonali e da questi sostenuta, venendo a far parte della cultura delle
diverse societ. Non rivolta alla conservazione degli interessi biologici
vitali ma frutto della pi evoluta e complessa organizzazione sociale tipica
delluomo.
I comportamenti fondamentali che negli anomali sono trasmessi per via naturale,
nelluomo sono invece trasmessi mediante forme sociali di apprendimento: non
sono pertanto istintivi ma culturali e fra ci che la cultura trasmette vi anche la
valorizzazione dellaggressivit.
Laggressivit quindi diventata valore culturale essendosi dimostrata
vantaggiosa per soddisfare la sua volont di potenza; daltra parte, proprio la
cultura rappresenta nelluomo e nella societ umana lo strumento fondamentale
di regolazione del comportamento, essendosi globalmente sostituita ai
meccanismi biologicamente determinati.
La societ umana poggia fondamentalmente sulla violenza, che lo strumento di
regolazione di tutti i rapporti di potere e la sua intera storia si sviluppata sulla
lotta.E anche i valori culturali, pur positivi (relativi al successo, alla forza, al
coraggio, al sacrificio di s per il trionfo della propria causa, al patriottismo)
sono legati allaggressivit per quanto sublimata e quindi non da intendersi solo
in accezione negativa, che ha permeato cos fin dalle pi profonde radici la
cultura delluomo.
Da millenni luomo vive in un clima di valori e di ideali che lo spingono a
essere violento, coerentemente con la propria cultura anche se spesso non si ha
consapevolezza delle sottostanti pulsionalit violente, perch appunto sono state
sublimate, mascherate e razionalizzate quali condotte positive dalle ideologie,
dalla morale, dai costumi.
I contenuti della cultura hanno per anche sempre tentato di contenere la
violenza con le leggi, con le regole morali, con gli ideali, con le religioni. Ci ha
creato una situazione contraddittoria e ambivalente che rende conto della minore
efficacia di questi strumenti di contenimento e regolamentazione
dellaggressivit rispetto a quelli esistenti nel mondo animale. I messaggi
culturali non violenti e i sistemi di controllo della violenza sono poi dotati di
ambivalenza perch nello stesso momento per certi ambiti di comportamento
sollecitano la violenza, mentre per altri suggeriscono la non-violenza. I molti
strumenti normativi e i valori anti-aggrssivi che sono stati via via proposti nel
corso della storia si sono spesso dimostrati troppo deboli proprio per la
contraddittoriet e lambivalenza insita alla loro radice: bastano situazioni
particolari di fragilit delle istituzioni o di crisi per vedere riaffiorare la
distruttivit insita negli uomini. Di conseguenza, se illusorio pensare che la
violenza cessi di essere uno dei fondamentali strumenti nel regolare i rapporti di
potere tra gli uomini anche vero che essa pu essere contenuta solo mediante
104

una sempre maggiore efficacia degli unici mezzi disponibili, cio quelli delle
norme e dei valori della cultura perch se dalla cultura la violenza deriva, ancora
e solo nella cultura pu trovarsi lo strumento per contrastarla.
70 Struttura biologica e libert.
Se dai geni dipendono talune qualit psichiche come oggi alcuni studiosi
prospettano, se le sempre maggiori conoscenze sul funzionamento cerebrale
sembrano indicare la presenza di circuiti innati nei quali luomo
biologicamente costretto, dove va a finire la sua libert?
Il patrimonio delle informazioni trasmesse dal DNA di ciascun essere vivente
identico per quanto attiene alle qualit fondamentali comuni a tutti gli
appartenenti a una stessa specie ma si diversifica per aspetti secondari dalluno
allaltro soggetto. Ci rende conto della variabilit genetica individuale dal
momento che ciascuno pur nellambito dello schema generale tipico della sua
specie diverso ed irripetibile per altri aspetti. Tali variabili comprendono oltre
a qualit fisiche anche aspetti psichici cos che venendo al problema
dellaggressivit possono darsi individui con maggior aggressivit
biologicamente determinata e altri con una carica pulsionale aggressiva meno
intensa.
Sempre nellambito delle sole condotte aggressive, esse non possono in ogni
caso essere spiegate solo in base alle differenze del patrimonio dei geni ma
devono essere viste anche in rapporto al tipo di esperienze, di ambiente e di
sollecitazioni che il singolo individuo ha incontrato nel corso della sua vita.
In definitiva, gli uomini possono comportarsi in modo variabilmente aggressivo
sia perch in assoluto diversa la loro dotazione biologica sia perch a cagione
delle variabili caratteristiche dellambiente sociale nel quale sono vissuti,
diverse sono state le sollecitazioni o le inibizioni ad agire in modo aggressivo
sia perch in ogni individuo diverso il grado di recettivit nei confronti delle
sollecitazioni alla violenza che gli provengono dalla cultura e dalla societ.
La sempre pi raffinata conoscenza del funzionamento del cervello, da cui
dipende lattivit mentale, non contraddice affatto lassunto della libert e quindi
della responsabilit: anzi, proprio i dati acquisiti sul funzionamento cerebrale ci
portano a una migliore comprensione dellindividuo in quanto agente
responsabile, e in tal modo ci chiariscono i problemi di corpo/mente e di
responsabilit/determinismo.
Quanto oggi si sa sul funzionamento del cervello consente di verificare che il
singolo individuo pur sempre in grado di scegliere e di orientare gli infiniti
programmi e circuiti che sono insiti nella sua organizzazione cerebrale. La sua
struttura innata costituisce semplicemente lo strumento per organizzare il
pensiero, senza che il tipo dei processi iscritti nella struttura cerebrale lo
obblighi a certi piuttosto che ad altri pensieri. Cos, la libert non negata e
rimane pur sempre lo spazio per nuovi pensieri e nuovi progetti anche se tale
spazio non illimitato perch circoscritto dalla struttura biologica del cervello.
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Non esistono in tutti gli animali superiori e in modo particolare per luomo,
moduli comportamentali fissi e perci meccanicisticamente vincolanti la
condotta: la moderna scienza biologica ha pertanto accantonato il determinismo
fatale, e da essa derivano addirittura indicazioni su come la scelta e la nondeterminazione del comportamento siano peculiarmente umani in funzione della
plasticit del cervello.

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