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Introduzione allo studio della criminologia

La criminologia è una disciplina che fa parte delle scienze dell’uomo e riguarda la riflessione intorno al crimine.
Il crimen (crimine) è una nozione tecnico-giuridica che individua le condotte vietate dal diritto penale.

La criminologia riflette sulle condotte che la cultura sociale, in un certo periodo e luogo, ritiene che non debbano essere
commesse. La criminologia riflette su due aspetti:
• La criminogenesi: studia il perché vengono commessi i crimini;
• La criminodinamica: studia le modalità in cui vengono commessi i reati.
La criminologia studia anche le conseguenze dei fatti delittuosi.

Essa fa parte delle scienze criminali, cioè delle discipline che hanno come interesse fondamentale i fenomeni delittuosi.
La criminologia ha come caratteristiche la multidisciplinarietà e l’interdisciplinarietà.
È multidisciplinare perchè si rifà a molte discipline, le scienze criminali, di cui fanno parte:
1. Diritto penale: individua le condotte che gli individui di un gruppo sociale non devono compiere per non minare la stabilità
del gruppo.
2. Diritto penitenziario: studia i modi in cui un gruppo sociale imposta il trattamento risocializzativo dell’autore di reato.
3. Politica criminale: studia, elabora e propone gli strumenti e i mezzi per combattere la criminalità nei diversi paesi; ha un
carattere sovranazionale.
4. Sociologia del diritto: analizza le relazioni tra la struttura del gruppo sociale e la commissione di un reato.
5. Psicologia giudiziaria e processuale: applicano la psicologia al mondo legale e forense e si occupano della persona come
attore nel procedimento giudiziario.
6. Criminalistica: riflette sulle tecniche di investigazione.
7. Vittimologia: riflette sulle vittime.
8. Penologia: riflette sulla pena.
La criminologia è interdisciplinare perché fa interagire tra loro queste discipline modificandole in base ai suoi obiettivi.

La criminologia fa parte delle scienze dell’uomo, che studiano il comportamento umano nei suoi infiniti aspetti. 

La criminologia non è solo una sintesi di altre scienze, ma ha una sua autonomia perché in essa si concentra uno specifico
sapere sui fenomeni delittuosi.
Oggetto e specificità della criminologia
La criminologia ha come oggetto:
• I fatti delittuosi, cioè le condotte che il Codice Penale indica come reati;
• L’autore di reato e l’analisi del perchè e del come è stato compiuto il reato;
• La reazione sociale, cioè il modo in cui reagisce il gruppo sociale alla commissione del reato;
• La vittima del reato;
• Il concetto di devianza.
In quanto scienza, la criminologia ha alcune caratteristiche irrinunciabili:
− Sistematicità: capacità di armonizzare tra loro dei contenuti scientifici;
− Controllabilità: può verificare e confutare l’esattezza delle teorie criminologiche;
− Capacità teoretica: riassume in proposizioni astratte le osservazioni formulate e amplia le conoscenze nell’ambito delle
singole aree di riflessione;
− Capacità cumulativa: costruisce teorie in derivazione l’una dall’altra, in modo che le più recenti correggano quelle
precedenti;
− Capacità predittiva: il suo obiettivo è predire il comportamento individuale.
La criminologia è una scienza:
• Empirica, perché osserva la realtà attraverso strumenti di valutazione oggettivi; lo studio dei fenomeni criminosi dev’essere
condotto con metodologie simili a quelle delle scienze esatte, che permettono valutazioni precise, oggettive e neutrali.
• Eziologica, perchè ricerca le cause dei fenomeni criminali.
• Applicativa perchè progetta interventi sugli autori di reato per prevenire la commissione dei reati e ridurre la loro
pericolosità sociale.
• Descrittiva dei fenomeni delittuosi, perchè descrive e classifica i comportamenti criminali.
• Causale-esplicativa a contenuto descrittivo e normativo perchè mette in relazione il comportamento criminale e le
conoscenze scientifiche che derivano dalle scienze giuridiche permettendo di capire il comportamento criminale.

Neutralità della criminologia


L’approccio e l’intervento del criminologo sono governati dalla neutralità e dalla avalutatività: egli non deve valutare o dare
giudizi morali, né sull’autore di reato né sulle scelte dell’ordinamento giuridico.
Oggi sappiamo che un’assoluta neutralità non esiste perchè l’analisi fatta dallo studioso di un fenomeno è influenzata dallo
studioso stesso, dal gruppo sociale di cui fa parte e dalla cultura in cui vive.

Il concetto di causa in criminologia


La causa di un fatto è l’antecedente necessario e sufficiente al suo accadimento (causalità pragmatica). 

Questo concetto di causalità, detto anche causalità lineare (dalla causa A deriva l’effetto B), oggi non ha più credito assoluto,
perchè entra in gioco la causalità circolare: la teoria dei sistemi, invece di considerare i fenomeni come effetto necessario di
una causa, analizza le influenze tra i fenomeni inseriti nel sistema.
Secondo la cibernetica, ogni parte di un sistema influisce sulle altre: così la distinzione fra causa ed effetto perde significato,
perché ogni parte del sistema è allo stesso tempo causa ed effetto, quindi non si può più parlare di causa efficiente. 

In criminologia bisogna anche saper armonizzare i fattori che intervengono nel comportamento umano (causalità circolare)
con le esigenze del sistema della giustizia, dove le attribuzioni di responsabilità devono avvenire in base alla causalità
giuridica o materiale (causalità lineare).

Sono importanti i concetti di:


• Relatività del delitto: il concetto di “delitto” cambia in base al luogo e al periodo. Ogni gruppo sociale in un certo luogo e
periodo costruisce la sua cultura sociale; ciò che è ritenuto delittuoso in un certo periodo, in un certo luogo da un certo
gruppo può non esserlo in un altro periodo, in un altro luogo per un altro gruppo
• Relatività della struttura dell’ordinamento giuridico: l’ordinamento giuridico è dinamico e cambia in base al gruppo e al
periodo in base al cambiamento della cultura sociale del gruppo.

Si sono sempre fatte delle distinzioni fra le varie norme: alcune sono ritenute di minor conto, mentre altre sono valutate come
più importanti. Queste ultime tutelano principi e beni ritenuti primari, ed è garantita la loro osservanza dal controllo esercitato
dalla legge penale.
L’osservanza delle leggi sul costume, sul buon vivere e sulla correttezza non è tutelata con punizioni legali ma tramite il
controllo esercitato dai gruppi sociali in modo informale.
Le leggi penali sono uno dei tanti sistemi di controllo sociale con lo scopo di inibire i comportamenti più gravi che minacciano
i beni più preziosi di una società protetti tramite l’intimidazione e l’irrogazione della pena. 

Ogni società usa gli strumenti di controllo sociale per evitare le tendenze che deviano dai suoi valori fondamentali; essi
possono essere:
• Sistemi di controllo formale o istituzionalizzati: sono regolamentati da specifici organismi (es: leggi, codici, apparato
giudiziario, polizia, sanzioni pecuniarie e detentive);
• Sistemi di controllo informale: sono strutture che, pur avendo diversi fini istituzionali, sono fonti di informazione normativa
e canali di comunicazione dei valori fondamentali, quindi fungono anche da agenzie di controllo del comportamento (es:
famiglia, scuola, comunità abitative, sindacati, associazioni spontanee).
Il controllo di gruppo rientra tra i sistemi di controllo informale: esso si esercita da persona a persona nei vari gruppi sociali.

Metodi e fonti della ricerca empirica


Non vi è solo uno strumento per studiare gli individui che delinquono e i fenomeni delittuosi, perchè la miglior conoscenza
deriva dalla pluralità delle fonti e dei metodi.
1. Statistiche di massa: sono usate per studiare le caratteristiche generali dei fenomeni delittuosi, e sono effettuate su tutti i
soggetti dell’universo considerato; una volta elaborati i dati dell’indagine, si ottengono delle correlazioni statistiche, che
però sono insufficienti per trarre conclusioni causali. Si possono avere:
− Variazioni indipendenti nelle serie confrontate (assenza di correlazione);
− Variazioni di una serie di variabili che vanno nella stessa direzione delle variazioni di un’altra serie (correlazione
positiva);
− Variazioni di una serie di variabili che vanno nella direzione opposta alle variazioni di un’altra serie (correlazione
negativa).
2. Osservazione individuale: evidenzia elementi che le indagini statistiche non individuano (es: dinamiche che hanno spinto
a un reato, caratteristiche psicologiche del reo, aspetti del suo ambiente di vita). L’investigazione individuale può estendersi
a più soggetti con una caratteristica comune, così da molti casi si possono ottenere profili su particolari delinquenti e sul
loro modus operandi. Queste indagini possono essere indirizzate verso lo studio di caso oppure possono diventare storie di
vita, descrivendo tipi particolari di carriere criminali.
3. Ricerche su gruppi-campione: si possono fare degli studi su un basso numero di persone che rappresentano la
popolazione.
4. Indagini sul campo: sono riservate a una criminalità con connotati particolari.
5. Ricerche settoriali: sono fatte in contesti significativi come carceri, istituti per misure di sicurezza o comunità di recupero.
6. Interviste o questionari: si possono fare inchieste anche su campioni di cittadini, ad esempio per sondare le
preoccupazioni della cittadinanza sulla criminalità. Il questionario è scritto, mentre l’intervista è verbale e può essere
strutturata, semi strutturata o non strutturata.
7. Inchieste tra testimoni privilegiati: si usano quando gli operatori vengono a conoscenza di azioni criminali.
8. Ricerche operative/sperimentali: si usano quando si vogliono valutare gli effetti dei trattamenti risocializzativi; le ricerche
operative confrontano coloro che sono stati sottoposti a questi trattamenti con coloro che non vi sono stati sottoposti.
9. Indagini catamnestiche: si usano quando bisogna esaminare a distanza di tempo i risultati degli interventi o l’ingerenza di
alcuni fattori per valutarne la ricaduta o meno sulla criminogenesi.
10.Studi predittivi: si usano per trovare indicatori che permettono di prevedere il comportamento futuro di un soggetto o
gruppo.
Il numero oscuro
Il numero oscuro o dark number indica l’insieme dei reati che non risultano dalle fonti ufficiali.

L’indice di occultamento è il rapporto fra i reati noti e quelli effettivamente commessi.

Il numero oscuro comprende anche il problema della mancata identificazione dell’autore di delitti ufficialmente noti.

Le cause del divario fra la criminalità nota e la criminalità reale sono diverse:
• Atteggiamento della vittima e qualità del reato: il fatto che alcuni reati vengano alla luce e altri no dipende dalla volontà
della vittima di denunciarli, che dipende dal tipo di reato.
− Sequestro a scopo di estorsione: i familiari non sporgono denuncia per facilitare le trattative;
− Sottrazione di cose di poco valore: rimane ignoto perché il derubato pensa di sprecare tempo facendo una denuncia che
ha poche probabilità di fargli ritrovare i beni perduti;
− Delitti di aggressione sessuale: la vittima preferisce non rendere noto il fatto con la denuncia per non procurarsi
ulteriore sofferenza o discredito;
− Talvolta la vittima tace perché è coinvolta con il reo o ha interesse a tenere nascosto il delitto;
− L’omertà esprime solidarietà fra coloro che appartengono a sottoculture delinquenziali;
− Per essere vittime bisogna riconoscersi tali: ancora oggi in alcuni casi si considera accettabile la violenza sulla moglie.
• Atteggiamento degli organi istituzionali: le indagini si rivolgono verso certi settori di delittuosità piuttosto che verso altri,
in base a ciò che in un certo momento è ritenuto utile. Se un ambito dove vengono commessi delitti è trascurato, lì i
comportamenti delittuosi aumenteranno (es: delittuosità dei colletti bianchi). La criminalità economica, studiata da
Sutherland, ha un alto numero oscuro:
− Per la complessità nel realizzarla e nello scovarla;
− Perché chi la compie è poco sospetto e ha grandi capacità difensive e di corruzione;
− Per un problema culturale: si tende ad indicare queste persone come disoneste piuttosto che criminali, e a considerarle
meno pericolose perché la vittima di questi reati è meno visibile.
− È importante anche il ruolo diverso dell’autore di criminalità economica rispetto a quello di criminalità convenzionale:
nonostante sia un criminale egli ha dato un contributo importante alla comunità.
• Caratteristiche dell’autore di reato: un ragazzo di buona famiglia, un anziano pensionato, un malato di mente o un
giovane sono meno esposti al rischio di denuncia. Il numero oscuro è più grande per chi occupa posizioni privilegiate
rispetto a chi appartiene a gruppi di minore influenza sociale.
Per ovviare al problema del numero oscuro si usano indagini confidenziali anonime in cui il ricercatore chiede al soggetto
quali e quanti reati ha commesso; si possono usare anche le inchieste di vittimizzazione, in cui sono le vittime a essere
intervistate sui reati subiti (delinquenza autorilevata).

Lo sviluppo storico del pensiero criminologico


La criminologia nasce come scienza nel XIX secolo, quando per la prima volta viene affrontato in modo empirico e
sistematico lo studio dei fenomeni delittuosi.
Prima dell’Illuminismo
Prima dell’Illuminismo, il monarca assoluto deteneva tutto il potere e tutte le ricchezze, quindi prendeva le decisioni più
importanti. La società era oligarchica e totalitaria.
Non esisteva un codice di leggi scritte, ma esse venivano tramandate nelle famiglie privilegiate.
La sanzione penale era molto violenta (rogo, ghigliottina, gogna), perchè l’obiettivo del diritto penale era mantenere il potere
assoluto del sovrano, per cui la pena era temibile e pubblica per dissuadere gli altri dal violare le norme.

L’Illuminismo
L’Illuminismo è un movimento di filosofi e pensatori nato in Francia con l’obiettivo di rischiarare la mente degli uomini dalle
tenebre del dispotismo, dell’ignoranza e della superstizione attraverso la luce della ragione.
Esso trasmette i valori di libertà per tutti i cittadini e di uguaglianza.
L’Illuminismo si fonda sull’idea della centralità dell’uomo, che è il prodotto più alto della realtà culturale e ha sovranità su
essa e sul mondo animale e naturale perché ha una capacità di ragionamento che non ha nessun’altra specie.
L’uomo è arbitro del suo destino perchè ha il libero arbitrio.
Dall’Illuminismo in poi nasce un concetto di diritto penale moderno, che tutela gli interessi di tutto il gruppo sociale.

Jeremy Bentham
Jeremy Bentham riteneva che il valore di un’azione derivasse dalla somma algebrica dei piaceri e dei dolori prodotti in tutti gli
individui coinvolti; così il delitto non va considerato solo in base all’utile o alla sofferenza che reca a chi lo compie o a chi lo
subisce, ma in base a tutte le ripercussioni che determina nella società. Bentham elaborò il progetto di un carcere chiamato
“panopticon” perché era un edificio semicircolare, con al centro la sede dei sorveglianti; le celle erano lungo la circonferenza
ed esposte allo sguardo delle guardie. La torre di sorveglianza, con un sistema di imposte, permetteva di vedere senza essere
visti, così i prigionieri, non potendo essere certi di non essere sorvegliati, si sarebbero comportati con disciplina. La struttura
panoptica era ideale economicamente perché permetteva ad un solo sorvegliante di sorvegliare tutti in modo costante.


Scuola Classica del diritto penale


La Scuola Classica del diritto penale fu fondata da Francesco Carrara nel XIX secolo.
Essa si basa su tre principi fondamentali:
• La volontà colpevole del delinquente: egli era percepito come persona non libera, e nella sua criminogenesi non si teneva
conto dei condizionamenti ambientali e sociali;
• L’imputabilità: per avere volontà colpevole il reo dev’essere capace di capire il disvalore etico e sociale delle proprie azioni;
• La pena come retribuzione per il male compiuto: essa doveva essere afflittiva, proporzionata, determinata e inderogabile.
La pena non aveva finalità risocializzative e doveva essere intesa come emenda, cioè correzione morale come conseguenza
della sofferenza della punizione. Era la capacità dell’uomo dell’Illuminismo di riflettere sulle conseguenze del reato e di
rendersi conto dell’errore commesso.
La Scuola Classica elabora il pensiero di Beccaria e pone dei principi che ancora oggi sono i pilastri dei diritti penali moderni:
• Principio di legalità: necessità che esistano codici penali scritti;
• Principio di certezza del diritto: la norma deve indicare chiaramente ciò che è consentito e ciò che è vietato;
• Principio di tassatività: la norma deve indicare la condotta vietata e la sanzione corrispondente;
• Principio di presunzione d’innocenza: il soggetto deve essere considerato innocente fino alla sentenza definitiva;
• Principio di divieto di punizione analogica: non si può punire qualcuno per aver tenuto una condotta analoga a quella
prevista dalla norma penale ma non uguale;
• Principio di diritto di tutela garantista: il soggetto accusato deve potersi difendere.
Grazie alla Scuola Classica del diritto penale nasce la carcerazione, che è la privazione della libertà: siccome per l’uomo libero
dell’Illuminismo il bene più unico è la libertà, il male più grande è la privazione di essa, e allo stesso tempo è una sanzione
rispettosa della sua dignità.

Nel XIX secolo si pensava che la delinquenza fosse esclusiva delle classi più povere, così si affermò il concetto di classi
pericolose a cui era attribuita una mancanza di senso morale che è responsabile di povertà, depravazione e criminalità.
Questa concezione si collegava all’ideologia borghese dell’attivismo e della volontà di successo dei singoli, e venne
supportata anche dal darwinismo sociale, secondo cui per l’evoluzione della società era funzionale che gli inetti e i perdenti
dovessero soccombere nella lotta per la vita e che occupassero gli strati più bassi della società.
Nel XIX secolo si sviluppò anche un indirizzo filantropico che mirava a carità e aiuto nei confronti dei bisognosi e dei traviati.
L’indirizzo filantropico voleva distogliere dal delitto con l’assistenzialismo umanitario, così nacquero le prime associazioni di
soccorso per carcerati, i primi trattamenti differenziali per i delinquenti e i primi tentativi di probation.
Questo nuovo modello venne autorizzato per la prima volta a Boston, dove un calzolaio ottenne dal giudice che gli venissero
affidati dei condannati perché egli provvedesse alla loro vigilanza, alla loro educazione lavorativa e alla riabilitazione sociale
invece di scontare la pena in carcere. La probation, che si sviluppò sia in America che in Europa, fu dettata da una percezione
diversa del delinquente, che per la prima volta venne considerato una persona bisognosa di aiuto per reinserirsi nella società.

Lombroso
Lombroso analizza l’autore di reato e studia l’aspetto biologico e il corpo dei criminali nelle carceri di Torino.
Secondo lui le cause del comportamento criminale sono nella struttura fisica e mentale dell’autore di reato.
Egli crea la teoria del delinquente nato, secondo cui l’uomo che delinque, dal momento in cui nasce, è costruito in modo da
rendere inevitabile il comportamento criminale. Egli individua alcune caratteristiche dette “stigmate di degenerazione
atavica”, come la fronte bassa, il sopracciglio sporgente e cespuglioso, la mandibola prominente, la capigliatura e la barba
folte, il lobo dell’orecchio carnoso, la corporatura tarchiata e muscolosa e una grande forza fisica.
Questo pensiero viene detto “determinismo biologico” perchè l’uomo è condizionato dalla sua parte biologica, dal suo corpo e
non è più libero di scegliere.
Lombroso inserisce la teoria del delinquente nato nella teoria dell’evoluzionismo darwiniano, e crea la teoria dell’atavismo,
che si riferisce all’origine atavica della nostra specie, cioè alle caratteristiche primitive.
Secondo la teoria dell’atavismo il criminale è un individuo fermo al livello primitivo, con caratteristiche vicine all’uomo
selvaggio. Secondo Lombroso il criminale è più predisposto a delinquere perchè è meno evoluto, meno capace di pensiero
astratto logico e argomentativo e più incline alle pulsioni, alle emozioni, all’aggressività, alle reazioni istintuali e alla violenza.
Lombroso spiega anche la minor delinquenza femminile: inizialmente afferma che le donne sono meno portate a delinquere a
causa della loro natura più conservatrice, causata dall’immobilità dell’ovulo in confronto allo spermatozoo. Successivamente,
siccome questa concezione lasciava intendere che le donne fossero più evolute, egli crea la teoria della prostituzione.
Secondo essa le donne delinquono meno non perché sono migliori o più evolute degli uomini, ma perché si dedicano alla
prostituzione, che non è penalmente perseguita, invece che ad altri delitti.

Quetelet e Guerry
Quetelet e Guerry creano la corrente del “determinismo sociologico”.
Essi studiano i reati commessi nei quartieri di Parigi: dividono la città in quartieri periferici, in cui le condizioni di vita sono
disagiatissime, e quartieri residenziali in cui abitano le fasce medie-alte della popolazione.
Analizzando i reati commessi nei diversi quartieri, essi scoprono che i reati commessi nei quartieri periferici sono tantissimi,
mentre nei quartieri residenziali sono pochissimi. Essi analizzano anche il tasso di rotazione della popolazione nei diversi
quartieri, e scoprono che nei quartieri disagiati il tasso di rotazione è altissimo mentre nei quartieri residenziali è bassissimo.
Nonostante l’alto tasso di rotazione nei quartieri disagiati, il tasso di reati alto nei quartieri disagiati e basso in quelli
residenziali rimane costante: questo significa che il tasso di reati elevato non dipende dalla testa dell’individuo, perché gli
individui cambiano.
Il comportamento criminoso quindi non dipende dalla volontà del singolo, perchè su di esso agiscono fattori legati
all’ambiente sociale. Le azioni umane sono spinte ad orientarsi in senso criminoso dalla società.
Il determinismo sociologico o sociale analizza il legame imprescindibile fra comportamento e ambiente, e arriverà a creare una
nuova scienza, la sociologia.
Scuola Positiva del diritto penale
La costruzione illuminista si infrange a causa del determinismo biologico e sociologico, che condiziona il libero arbitrio
individuale. Nasce una nuova scuola di pensiero, la Scuola Positiva del diritto penale, che si basa su questi principi:
− Il delinquente è un individuo “anormale”;
− Il delitto è il risultato di fattori fisici, psichici e sociali;
− La delinquenza è condizionata da questi fattori e non è la conseguenza di scelte individuali;
− La sanzione penale deve rieducare il criminale, quindi dev’essere individualizzata in base alla personalità del delinquente.
La Scuola Positiva del diritto penale costruisce due nozioni cardine:
• Pericolosità sociale: descrive la condizione dell’uomo delinquente, che è un soggetto pericoloso per il gruppo sociale;
• Difesa sociale: descrive il diritto e il dovere del gruppo sociale di difendersi dai soggetti pericolosi e indica le strategie
attuate dal gruppo per contenere il pericolo che deriva dai soggetti pericolosi.
Nasce un nuovo tipo di pena chiamato “misura di sicurezza”: la pena d’ora in poi si baserà sulla pericolosità dell’autore di
reato. Il giudice, quando emette la sentenza, non può sapere quando finirà la pericolosità dell’individuo, quindi applica una
sanzione indeterminata; la misura di sicurezza può finire solo quando il soggetto non è più pericoloso.
La misura di sicurezza inizialmente va applicata solo per un primo periodo minimo, basato sulla gravità del reato; alla fine del
primo periodo minimo il giudice deve accertare la persistenza o la cessazione della pericolosità sociale, e solo se la ritiene
cessata può cessare la misura di sicurezza. Se egli ritiene che il soggetto sia ancora pericoloso deve riapplicare la misura di
sicurezza per un altro periodo minimo, alla fine di cui si usa la stessa procedura. I soggetti sottoposti a pena detentiva
tradizionale si chiamano detenuti, mentre i soggetti sottoposti a misure di sicurezza si chiamano internati.
La misura di sicurezza nel nostro ordinamento giuridico è stata introdotta col sistema del doppio binario, secondo cui il
legislatore applica sia la pena che la misura di sicurezza, perchè esse si rivolgono a due problemi diversi.
La carcerazione risponde alle esigenze di tipo garantista (la pena deve corrispondere alla gravità del reato); nel momento in cui
finisce la pena il soggetto entra in misura di sicurezza per un periodo minimo alla fine di cui il legislatore fa il riesame.
Il soggetto va direttamente in misura di sicurezza solo se è prosciolto per vizio totale di mente, cioè è stato condannato ma è
stato dichiarato dal giudice completamente infermo di mente.

Bonger e l’ideologia del trattamento


Durante il XIX secolo nacque l’ideologia marxista, che diede una nuova interpretazione della nascita della criminalità che dura
fino ai giorni nostri. Bonger fece il primo studio criminologico di ispirazione marxista: egli sosteneva che un sistema di
produzione basato sulla concorrenza, sull’iniziativa privata e sul profitto individuale a scapito degli interessi collettivi fosse
contrario allo sviluppo di legami di solidarietà e reciprocità.
Questo meccanismo sociale rendeva gli uomini più egoisti e quindi più propensi al delitto, perciò se il capitalismo causava la
delinquenza, essa si sarebbe potuta eliminare sostituendo il capitalismo con un sistema di produzione non competitivo.

Nel 1800 nel sistema giuridico del Common Law (che dà molta importanza ai “precedenti”, cioè alle sentenze precedenti di
altri giudici) viene sperimentata la probation, una sanzione che dà gli strumenti per creare uno stile di vita normale e che ha
uno scopo rieducativo e risocializzativo.
La risocializzazione è una nuova modalità che permette al reo di essere reinserito nel gruppo sociale; il periodo della pena
dev’essere riempito di contenuto per far sì che egli rientri nel gruppo sociale quando la sanzione finisce. Da questo momento
tutti i diritti penali iniziano a riflettere su questa nuova modalità di sanzione detta “ideologia del trattamento”.

Fenomenologia dei crimini e dei criminali, tipologie e correlazioni


L’età è importante perchè in ogni età c’è una maggiore o minore probabilità di commettere reati. La probabilità aumenta
durante l’adolescenza e tocca l’apice nella età adulta, poi diminuisce nella vecchiaia. 

Minorenni: i minorenni sono rappresentati in modo ridotto nelle statistiche perché c’è un atteggiamento di maggior favore per
alcune categorie di attori di reato (minori, anziani, donne). Non si vuole inserire un minore in un percorso penale difficile,
quindi non si denuncia. Il numero di minorenni che commettono reati però è elevato.
La personalità dei minorenni è ancora in divenire, quindi ha caratteristiche particolari: più l’ambiente è buono più la
costruzione di personalità sarà rapida e positiva. Tante volte però non può realizzarsi una personalità stabile, e le condizioni di
disagio portano a devianza e a condotte criminali.

La percentuale di minori che delinque è bassa, ma il fenomeno della criminalità minorile è preoccupante se si considera l’alto
numero oscuro e la piccola fascia di popolazione che essi rappresentano.

Anziani: per la criminalità senile il numero oscuro è molto alto; essa è legata allo scadimento della struttura di personalità, che
aumenta gli impulsi aggressivi e diffidenti dell’anziano e provoca una perdita di controllo, dei freni inibitori e di energie
sessuali. Questi fattori rendono il reato senile caratterizzato da aggressività, atti osceni o sessuali e perdita di controllo.

Donne: le donne che delinquono sono poche e lo fanno molto meno degli uomini; questa è una categoria poco studiata perché
è poco rilevante per l’allarme sociale. Lombroso si è occupato di criminalità femminile, affermando che la prostituzione colma
il tasso di criminalità maschile e femminile. In realtà questa spiegazione è inaccettabile perchè:
• Anche aggiungendo il numero di prostitute ai crimini non si colmerebbe il divario tra criminalità maschile e femminile;
• Non si può paragonare la spinta aggressiva e l’intenzione di procurare un danno della criminalità intenzionale con la
prostituzione, perchè la prostituzione è soltanto un’offerta di servizi.
La criminalità femminile è legata soprattutto alla family crime (reati che nascono dalla relazione interpersonale) piuttosto che
alla criminalità appropriativa o economica, anche se è alta la percentuale di reati bagatellari (piccoli furti).
È tipico il reato nei confronti dei minori (infanticidio e figlicidio).

Nello scorso secolo l’infanticidio faceva parte dei reati per causa d’onore, cioè era un crimine il cui l’autore di reato è leso nel
suo onore sessuale, di cui fa parte anche l’omicidio di causa d’onore (marito tradito dalla moglie).
Oggi il reato di infanticidio ha un’attenuante se avviene in condizioni di abbandono materiale e morale della madre.


Perché le donne delinquono meno degli uomini e perché delitti sono tipizzati in ridotte categorie?
1. Secondo Lombroso la funzione di procreazione della donna la rende più adatta alla passività; anche dal punto di vista
sessuale gli ovuli sono fermi, e questo indicherebbe una differenza nell’attività e passività tra i due sessi.
In realtà con la diffusione delle armi da fuoco la disposizione fisica non è più limitante per la donna, ed oggi sappiamo che
il comportamento è più complicato del rapporto tra attività e passività.
2. La seconda teoria di Lombroso è quella sulla prostituzione, secondo cui le donne delinquono meno perché si dedicano alla
prostituzione, che non è penalmente perseguita.
3. Una terza teoria vede come causa della differenza di criminalità maschile e femminile la presenza di aspetti diversi nella
struttura psicologica della donna rispetto a quella dell’uomo. La donna infatti è più rivolta all’introspezione e alla
riflessione, mentre l’uomo tende a riversare i suoi malesseri all’esterno; la donna è più incline a chiudersi nella depressione,
mentre l’uomo tende ad agire ed essere più aggressivo.
In realtà questi sono stereotipi culturali, perchè oggi sappiamo che ci sono donne più energiche e uomini più passivi.
4. Una quarta teoria riguarda la condizione sociale, perchè quella della donna è sempre stata diversa da quella dell’uomo.
La donna era considerata come un angelo del focolare, aveva il ruolo di curare la casa, mentre l’uomo doveva mantenere
economicamente la famiglia. La donna doveva stare a casa, quindi era meno probabile che commettesse reati.
In questa teoria le donne delinquono meno perchè hanno meno occasioni di uscire all’esterno. 

Oggi questa spiegazione non è accettabile perchè durante le guerra la donna doveva mantenere la famiglia perché l’uomo
era al fronte, ma nonostante questo non c’è stato un aumento della criminalità femminile. Inoltre oggi il numero di donne
lavoratrici è aumentato, ed esistono molti più ruoli di potere per la donna.
5. La teoria più accreditata oggi riguarda il concetto di ruolo: ancora oggi il ruolo femminile è visto come molto vicino a
quello dell’angelo del focolare. Consideriamo positive le qualità di dolcezza, eleganza e garbo che sono opposte alla spinta
delle condotte criminali (aggressività, violenza, prepotenza). Il ruolo femminile molto lontano dalla condotta criminale,
quindi la donna delinque di meno perché il ruolo che la società si aspetta da lei è contrario alle caratteristiche del criminale.

Teorie sociologiche della criminalità


La criminologia si sviluppa secondo due filoni: quello sociologico e quello antropologico (fondato da Lombroso).
− Approccio sociologico: la criminologia deve spiegare la delinquenza ricercandone le cause nella società;
− Approccio antropologico: la criminologia deve esaminare cosa c’è di anormale o di diverso nei delinquenti che determina
il loro divenire criminali.
L’antagonismo tra queste prospettive oggi è superato, perchè per capire le condotte criminose e i fatti che le determinano
bisogna studiare sia le caratteristiche della società sia come si riflettono le influenze ambientali sull’individuo.

Per l’approccio sociologico è importante la nozione di gruppo sociale, che deve avere alcuni aspetti fondamentali:
− Presenza di un insieme di persone che hanno un obiettivo comune;
− Presenza di un’organizzazione che prevede la divisione di compiti rispondenti ad un certo scopo;
− Presenza di un’organizzazione gerarchica di differenziazione dei ruoli funzionale alla probabilità del gruppo di
raggiungere l’obiettivo.
È importante anche la nozione di agenzie di controllo sociale e di cultura sociale.
Tylor definisce la cultura sociale come “un insieme di conoscenze, arte, fede, morale, usanze e credenze acquisite
dall’uomo come membro della società”; è un concetto dinamico che si modifica continuamente. Nella stessa cultura sociale si
vengono a creare delle sottoculture (es: sottocultura criminale) e delle controculture (es: controcultura dei criminali politici).
Le sottoculture hanno alcuni elementi uguali alla cultura sociale e altri diversi, mentre le controculture li hanno tutti diversi.


TEORIA ECOLOGICA: fu creata da Shaw e McKay e venne proseguita dalla Scuola di Chicago.
Le “aree criminali” sono le zone della città con particolari caratteristiche in cui risiede la maggior parte della criminalità
comune; esse sono formate da quartieri in cui vi è un alto numero di persone bisognose di sovvenzioni assistenziali, un
sovraffollamento nelle abitazioni, le condizioni igieniche e residenziali sono scadenti, vi è inadeguatezza dei servizi pubblici.
Qui risiede la parte più indigente della popolazione, che è disoccupata o svolge attività lavorative precarie. Gli studi di questi
ricercatori hanno rilevato che, nonostante il continuo ricambio degli abitanti, il tasso di criminalità rimaneva elevato: questo
indicava il significato criminogenetico dei fattori dovuti alle caratteristiche dell’ambiente sociale.
Questo confutò la convinzione che la criminalità dipendesse dall’appartenenza a certe etnie. Shaw e McKay evidenziarono tra
i fattori criminogenetici il ruolo della disorganizzazione sociale, e questo li portò ad elaborare un progetto di prevenzione della
delinquenza minorile di queste zone, il Chicago Area Project, che insegnava alle comunità locali ad affrontare i problemi
sociali e a funzionare come agenzie di controllo sociale.

Per la teoria ecologica l’ambiente di vita è il fattore più importante nella nascita della criminalità.


TEORIA DEI CONFLITTI SOCIALI: fu creata da Sellin.


Secondo Sellin una delle principali cause del venir meno dei parametri che regolano la condotta sociale è la contrapposizione
di sistemi culturali diversi nell’individuo.
Per elaborare la sua teoria Sellin partì da una richiesta del governo, preoccupato per l’allarme sociale.
Egli analizzò i flussi migratori dei primi decenni del ‘900 verso gli Stati Uniti, e notò che alcuni valori dell’immigrato erano in
contrasto con quelli della società ospitante: i valori della cultura d’origine potevano essere in conflitto con quelli nuovi non
ancora assimilati, e indebolire l’autocontrollo che assicurava un comportamento onesto. Partecipare a due sistemi culturali
diversi provocava disagio, smarrimento e insicurezza nel neoimmigrato, e lo esponeva al rischio di diversi tipi di
disadattamento, dalla malattia mentale alla criminalità.
Questo però è un fenomeno generale che si può verificare anche passando da una cultura rurale ad una cultura urbana, infatti
Sellin afferma che i migranti non hanno pericolosità sociale perchè essi non commettono crimini più dei cittadini autoctoni.
Egli afferma che il migrante è un individuo con elevate capacità di progettazione e qualità personali spiccate, ed è capace di
superare il conflitto creato dallo scontro fra le due culture diverse.
Sellin rilevò un tasso di delinquenza più elevato nei figli degli immigranti europei: in essi il conflitto tra le due culture era più
aspro perché in loro non avevano più significato le norme della cultura di origine ma non erano ancora state assimilate le
norme e la cultura del paese ospitante.
Sellin distingue:
• Conflitti culturali primari: risultano dal disagio e dall’incertezza provati dall’individuo per l’attrito fra due sistemi culturali
troppo diversi;
• Conflitti culturali secondari: sono rappresentati dal rifiuto del gruppo, dall’emarginazione, dall’ostracismo, dal disprezzo e
dal razzismo che si possono mettere in atto in situazioni legate all’immigrazione.

STRUTTURALFUNZIONALISMO:
Studia la relazione fra l’organizzazione del gruppo sociale e la nascita di condotte criminali nei membri del gruppo.
Le nozioni usate in questa corrente sono:
− Conformità: comportamento di un soggetto che aderisce alla cultura sociale di cui fa parte;
− Devianza: condotta di un soggetto che indirizza il suo comportamento in direzioni diverse da quelle indicate dalle norme
della cultura sociale (es: fuga da casa);
− Criminalità: scelta di violare alcune norme dell’ordinamento giuridico.
Lo strutturalfunzionalismo è stato il primo indirizzo a fornire una teoria sulle cause della devianza usando il concetto di
anomia. L’anomia è una situazione sociale in cui le norme perdono credibilità perchè sono in contrasto fra loro e quindi la
condotta di molti individui è più facilmente orientata ad infrangerle.
Durkheim usa il termine “anomia” col significato di “frattura delle regole sociali”: egli chiama anomia la situazione che
genera disagio e condotta dissociale in un elevato numero di soggetti nella società.

Merton ha usato il concetto di “anomia” per spiegare la criminalità e della devianza. L’anomia, secondo Merton, deriva da
un’incongruità fra le mete proposte dalla società e la possibilità di perseguirle: una società ha caratteristiche di anomia quando
propone delle mete ma non dà a tutti i mezzi per perseguirle.

Merton identifica due aree definite dalle norme:
− Le norme culturali relative al raggiungimento delle mete proposte dalla cultura sociale;
− Le norme culturali che descrivono i mezzi che la cultura sociale mette a disposizione per il raggiungerle.
Secondo Merton nella società anomica vi è una differenziata diffusione di possibilità date ai membri nelle diverse classi sociali
per raggiungere le mete proposte dalla cultura sociale.

Merton distingue quattro tipi di devianza in base a come viene risolta l’antinomia fra le mete proposte e i mezzi per
raggiungerle:
• Innovazione: il soggetto è orientato verso le mete proposte dalla cultura ma per raggiungerle non si pone problemi
sull’illegittimità dei mezzi impiegati (delinquente).
• Ritualismo: il soggetto rispetta le norme ma si rifiuta usare mezzi illegittimi anche a scapito delle mete del successo; vi è
devianza perché vengono mortificate le ambizioni (burocrate).
• Rinuncia: il soggetto perde di vista sia i fini che i mezzi (vagabondi, alcolisti, tossicodipendenti).
• Ribellione: il soggetto sostituisce le mete culturali con mete diverse e rifiuta la società e le regole sull’uso dei mezzi
illegittimi; il ribelle contrappone le sue regole e le sue mete alla cultura dominante e propone di raggiungere un sistema
sociale e culturale alternativo (criminale politico). 


TEORIE DELLA DISORGANIZZAZIONE SOCIALE:


Comprendono degli studi sulle trasformazioni della struttura della società nella prima metà del XX secolo.
Inizialmente la teoria era interessata al mutamento e all’instabilità provocati dall’industrializzazione.
Secondo queste teorie, la causa dell’aumento della criminalità che si è verificato con l’industrializzazione è il mutamento
dell’organizzazione sociale.
La disorganizzazione sociale è quel periodo in cui perdono efficacia gli strumenti di controllo sociale, soprattutto il controllo
di gruppo e quello familiare. Questa perdita di efficacia investe tutta la società, quindi questa teoria spiega l’aumento della
criminalità fra i più poveri e anche il diffondersi della criminalità in altre classi sociali e fra coloro che sono influenzati dalla
disorganizzazione sociale senza essere afflitti da disagi economici.
Secondo Sutherland la “disorganizzazione sociale” è la condizione che investe una società in cui le norme sono contrastanti e
contraddittorie. Il conflitto di norme, quindi, provoca la disorganizzazione sociale, perchè la coesistenza di leggi e regole in
contrasto fra loro riduce il controllo sulla condotta dei singoli. 

Secondo Johnson vi è un conflitto di norme quando:
• Vi è socializzazione difettosa o mancante (sottocultura delinquenziale);
• Vi sono sanzioni deboli e quindi insufficienti ad un’intimidazione punitiva;
• Vi è inefficienza o corruzione dell’apparato giudiziario o di polizia.
Queste circostanze creano un conflitto di norme e indeboliscono l’efficacia delle leggi, rendendo probabile la loro violazione.


LaFree spiega la crescita e il calo del crimine convenzionale negli Stati Uniti con una teoria che ha dei punti in comune con le
teorie della disorganizzazione sociale, ed è basata sulla legittimità delle istituzioni sociali (politiche, economiche e di welfare).
Secondo LaFree le istituzioni possono frenare il crimine inserendo gli individui in sistemi sociali che ne riducono la
motivazione e funzionano come controlli formali e informali.


TEORIA DELLE ASSOCIAZIONI DIFFERENZIALI: fu creata da Sutherland.


Questa teoria usa l’apprendimento per spiegare la scelta criminale: la condotta criminale viene appresa come il soggetto
conforme apprende la condotta conforme alla cultura sociale.
Nella nascita del comportamento criminale sono importanti le caratteristiche dei gruppi con cui gli individui interagiscono: chi
incontra più gruppi conformi apprende norme di comportamento conformi, mentre chi incontra più gruppi non conformi
apprende norme di comportamento non conformi.
I quattro parametri che rinforzano l’apprendimento di norme di carattere criminale sono:
• Durata: riguarda la durata di incontro col gruppo favorevole alla violazione della norma;
• Frequenza: più sono gli incontri più è probabile essere influenzati;
• Anteriorità: se la personalità si sta ancora formando (es: minorenne) il soggetto è più vulnerabile, quindi ha più probabilità
di essere influenzato;
• Priorità: posizione del gruppo nella scala dei valori culturali del soggetto.

Sutherland analizza anche la criminalità non convenzionale, soprattutto la “criminalità dei colletti bianchi”, attuata da coloro
che appartengono alle classi sociali medio-alte.
Le caratteristiche che differenziano la criminalità dei colletti bianchi dalla criminalità convenzionale sono:
• Poca apparenza: vengono violate norme sulla produzione di beni e di servizi, e questo può farlo solo chi ha qualificazioni
lavorative elevate;
• Difficile realizzazione: sono reati che possono essere compiuti solo da alcuni soggetti;
• Complessità;
• Gli autori dei reati dei colletti bianchi hanno una forte capacità di influenzamento del gruppo sociale;
• Atteggiamento psicologico di minor riprovazione all’interno della cultura sociale: queste condotte suscitano poca
disapprovazione rispetto alla criminalità convenzionale. Si etichettano questi soggetti come disonesti piuttosto che come
delinquenti, perchè avviene un meccanismo psicologico legato al ruolo degli autori di reato nei confronti del gruppo sociale.
Essi sono soggetti che hanno svolto ruoli utili, contribuendo a migliorare la qualità della vita.

CRIMINOLOGIA DEL PASSAGGIO ALL’ATTO:


Spiega perché alcuni individui, a parità di circostanze e ambiente, agiscono la condotta criminosa mentre altri no.

CRIMINOLOGIA CLINICA:
Analizza i fattori che provocano la nascita della condotta criminale nel soggetto; essa si concentra sulle motivazioni
individuali che spingono il soggetto all’agire criminoso.
La criminologia clinica si sviluppa verso il pensiero che diventerà l’ideologia del trattamento, secondo cui bisogna fare un
trattamento sul soggetto che ha compiuto una scelta criminale in modo che possa avvenire la sua risocializzazione.

CRIMINOLOGIA CRITICA: afferma che la criminologia clinica non interviene con abbastanza efficacia a colmare i limiti
di funzionamento della società capitalistica, che creano disagio del singolo e disfunzionamento nei membri del gruppo sociale.

Nel dopoguerra la sociologia criminale si sviluppa lungo due filoni. 



CRIMINOLOGIA DEL CONSENSO: presuppone l’accettazione dei cittadini della struttura sociale, e vuole ricondurre i
devianti e i delinquenti alla conformità e al consenso. Fanno parte di questo filone le teorie multifattoriali o teorie
dell’integrazione ambientale, che considerano congiuntamente l’individuo e il suo contesto sociale integrando individuo e
ambiente. Queste teorie vogliono identificare le cause della criminalità e studiare le relazioni tra le diverse cause.
Fra le teorie multifattoriali troviamo:
Teoria non direzionale dei coniugi Glueck: essi confrontano due gruppi formati da 500 giovani minori, un gruppo di autori
di reato e un gruppo di soggetti conformi; accoppiano due soggetti, uno di un gruppo e uno di un altro, creando due campioni
omogenei, poi si soffermano sulle caratteristiche di questi giovani in base a:
1. Caratteristiche fisiche/biologiche;
2. Temperamento;
3. Modalità psicologiche di funzionamento del soggetto;
4. Caratteristiche della modalità di pensiero;
5. Caratteristiche socio-familiari da cui i soggetti provengono.
Essi notano che i due gruppi si differenziano in modo molto preciso, perchè gli autori di reato:
• Hanno una struttura fisica robusta, muscolosa e capacità fisiche vigorose;
• Sono irrequieti e impulsivi e fanno fatica a controllare le reazioni;
• Hanno modalità psicologiche sospettose, ostili, negative;
• Hanno un pensiero concreto, pragmatico;
• Appartengono a famiglie con genitori che hanno difficoltà a svolgere il ruolo genitoriale, sono a poco interessati al loro
compito educativo e a trasmettere ai loro figli dei modelli di comportamento conformi. Sono privi di aspirazioni, poco
interessate allo sviluppo dei loro figli, e quindi poco disponibili ad essere una guida per loro.
Il sistema delle caratteristiche familiari ha più importanza degli altri quattro sistemi messi insieme.
Teoria dei contenitori di Reckless: fa riferimento ai vasi comunicanti.
Reckless parla di due aree di fattori che secondo lui influenzano le probabilità del soggetto di contenere le spinte anti-sociali:
• Contenitori interni al soggetto: sono i fattori psicologici che caratterizzano il funzionamento psichico del soggetto e
influenzano la sua struttura psicologica e la sua capacità di rapportarsi con l’esterno (es: forza di volontà, capacità di
tolleranza alla frustrazione).
• Contenitori esterni al soggetto: sono le caratteristiche dell’ambiente in cui si trova il soggetto; Reckless esamina il
funzionamento e l’influenzamento di ogni ambiente in rapporto alle agenzie di controllo sociale istituzionali e informali.
Reckless afferma che l’equilibrio fra questi due sistemi influenza le probabilità del soggetto di controllare le sue spinte anti-
sociali in modo efficace o meno efficace. Più il soggetto è ben dotato del sistema dei contenitori esterni meno i fattori di
disfunzionamento lo influenzano; viceversa meno il soggetto è dotato di caratteristiche che lo facilitano più deve avere un
sistema di contenimento esterno ben strutturato.
Teoria del controllo o del legame sociale di Hirschi: evidenzia l’importanza delle spinte anti-sociali che caratterizzano il
genere umano, e si chiede quali tratti individuali portano il soggetto a contrastare le spinte anti-sociali che caratterizzano il suo
gruppo sociale. Secondo Hirschi esistono quattro fattori di condizionamento positivo nel contrastare le spinte anti-sociali:
− Attaccamento: legame psicologico tra il soggetto e figure affettive;
− Impegno: impegno del soggetto all’interno del gruppo sociale;
− Coinvolgimento: collocazione del soggetto all’interno del gruppo sociale;
− Fede: atteggiamento interiore del soggetto che lo porta a cogliere il valore morale delle norme della cultura sociale.
Teoria della vergogna differenziale di Breithwaite: afferma che tutti gli individui sottostanno a un controllo sociale
effettuato tramite l’esposizione alla vergogna, che può essere:
• Stigmatizzante: favorisce altre derive criminali;
• Reintegrativo: favorisce l’inserimento sociale del soggetto se la punizione è riconosciuta equa.

CRIMINOLOGIA DEL CONFLITTO: analizza le lotte tra gruppi e individui per quanto riguarda la genesi dei fenomeni
criminali e la definizione di un fatto come delittuoso.
Teoria delle bande criminali di Cohen: spiega le dinamiche che nelle grandi città portano alla delinquenza dei giovani
delle classi più sfavorite. La loro delinquenza nasce dal conflitto con la classe media: loro non possono raggiungere i vantaggi
e il successo che hanno i loro coetanei, quindi sperimentano frustrazione, insuccesso e umiliazione. Per questo essi mettono in
atto collettivamente il meccanismo difensivo della formazione reattiva, che sostituisce un sentimento che provoca angoscia col
suo opposto. Così le norme e gli ideali irraggiungibili della classe media non sono più ambiti ma rifiutati e disprezzati.
Teoria delle bande giovanili di Cloward e Ohlin: sostiene che le condizioni economiche e sociali sfavorevoli diventano una
limitazione delle opportunità, quindi può essere detta anche “teoria delle opportunità differenziali”. 

Le bande giovanili nascono dal bisogno di aggregazione tra soggetti con problemi di adattamento e possono essere di tre tipi:
• Bande criminali: sono formate da giovani che inizialmente si dedicano ad attività appropriative illecite ma con l’inserimento
nella sottocultura della delinquenza abituale diventano professionisti della delinquenza comune.
• Bande conflittuali: si dedicano alla violenza e al vandalismo e vogliono distruggere i simboli irraggiungibili del successo.
• Bande astensioniste: sono formate da giovani che cercano di evadere dalla società tramite l’abuso di droghe e alcol.

CRIMINOLOGIA DELLA REAZIONE SOCIALE: comprende teorie secondo cui la delittuosità, la devianza e
l’emarginazione nascono da stigmatizzazione e discriminazione.
Teoria dell’etichettamento o labelling approach di Becker, Kitsuse e Lemert: ritiene che il deviante non sia tale
perché commette certe azioni, ma perché la società etichetta come deviante chi compie quelle azioni.
La devianza viene creata dalla società stessa.
Questa teoria evidenzia il disfunzionamento della cultura sociale e dell’ordinamento giuridico, che provoca il disagio di molti
membri del gruppo. Secondo questa teoria la struttura e la cultura sociale sono un sistema di valori con un funzionamento
imperfetto; essa evidenzia le caratteristiche politiche della società capitalista, il ruolo delle classi dominanti su quelle disagiate
e la cattiva coscienza del legislatore nella società capitalista, che opera a vantaggio delle classi privilegiate danneggiando
quelle disagiate.
L’ordinamento giuridico ha un ruolo criminogenetico su alcuni dei membri del gruppo sociale, soprattutto su chi appartiene
alle classi svantaggiate. Esso diventa uno strumento di controllo sociale che favorisce le classi dominanti: la commissione di
un reato viene vista come espressione di disagio e sofferenza di coloro che appartengono alle classi sociali svantaggiate.
Cambia anche il modo di vedere l’autore di reato, che non è più visto solo in modo negativo ma come un “capro espiatorio”:
egli focalizza su di sé l’attenzione del gruppo sociale distogliendola dalla criminalità che favorisce le classi sociali dominanti.
Il “capro espiatorio” ha la funzione di rinforzare la cultura sociale convenzionale nel gruppo sociale.
Il consolidamento della devianza si realizza attraverso alcuni eventi:
1. Una certa condotta suscita reazioni sociali;
2. La reazione diventa sempre più intensa;
3. Quanto più la reazione è severa, tanto più il soggetto è stigmatizzato;
4. Il soggetto colpito dallo stigma orienta in senso sempre più oppositivo il suo atteggiamento che diventa abitudine.
La stigmatizzazione fa sì che il soggetto che si è comportato in un certo modo finisca per riconoscersi nell’etichetta che gli è
stata data e non modifichi più la sua condotta.
Il concetto di devianza cambia, si distinguono:
- Devianza primaria: condizione del soggetto che non è stato etichettato come deviante dalla reazione sociale, cioè che pur
avendo commesso un reato non è stato scoperto; egli è inserito in modo conforme nel gruppo sociale.
- Devianza secondaria: condizione del soggetto che è stato etichettato come deviante dalla reazione sociale, cioè che ha
commesso un reato ed è stato scoperto; le sue opportunità di inserimento nel gruppo sociale sono ridotte ed egli avrà molte
difficoltà ad inserirsi in modo conforme nel gruppo sociale.
Criminologia critica: afferma che la criminologia clinica non interviene con abbastanza efficacia a colmare i limiti di
funzionamento della società capitalistica, che creano disagio nel singolo e disfunzionamento nei membri del gruppo sociale.
Essa propone un nuovo significato del concetto di devianza: la devianza è la lotta della classe operaia per costruire il
socialismo. La devianza diventa una lotta sociale che propone valori alternativi.

TEORIA DELLA DEVIANZA: fu elaborata da Matza.



Matza critica la teoria delle sottoculture criminali, perchè non si può pensare che esistano sistemi di valori che si
contrappongono a quelli a cui aderiscono i soggetti che rispettano la legge.

I teorici delle sottoculture pensano che la sottocultura delinquenziale minorile derivi dalla costruzione di un codice di
comportamento che è una conseguenza dell’accettazione di valori antagonisti a quelli dominanti. Per Matza invece non si può
pensare che la condotta delinquenziale nasca da una situazione in cui il soggetto definisce giusto il suo comportamento.
Secondo Matza l’attività delinquenziale è causata da auto-giustificazioni che giustificano il comportamento deviante e sono
considerate valide dal delinquente, ma non dal sistema giuridico e dalla società.

I meccanismi di giustificazione del comportamento deviante sono spiegati dalla razionalizzazione, che permette al soggetto di
esprimersi in senso deviante e di arrivare all’infrazione normativa neutralizzando il conflitto con la morale sociale, da lui
parzialmente accettata. Queste razionalizzazioni avvengono prima dell’atto deviante ed escludono la responsabilità individuale
e negano l’illecita ridefinendo il proprio operato.

Quindi per Matza la delinquenza deriva dall’acquisizione di queste tecniche di auto-giustificazione.

Le tecniche di neutralizzazione sono procedimenti psicologici di auto-giustificazione attuati dal delinquente.

Ne esistono cinque forme principali:
• Negazione della propria responsabilità: il delinquente si vede come una “palla da biliardo”, quindi come trascinato nelle
diverse situazioni, per non assumersi responsabilità;
• Minimizzazione del danno provocato: il delinquente considera il suo comportamento un’attività deviata, ma non immorale
(es: un furto viene trasformato in una presa in prestito);
• Negazione della vittima: il delinquente afferma che il danno recato alla vittima non è un ingiustizia, perchè essa merita il
trattamento subito.
• Condanna di coloro che condannano: il delinquente condanna coloro che non approvano la sua condotta (es: la polizia è
corrotta);
• Richiamo a ideali più alti: il delinquente sacrifica le norme della società a vantaggio di ideali che considera superiori (es:
fedeltà al gruppo di appartenenza, solidarietà fra amici).
Matza ha superato la teoria dell’etichettamento perché pensa che essa sorvoli il concetto di devianza primaria (devianza agita
dal soggetto prima che egli venga individuato come deviante e diventi stigmatizzato dalla reazione sociale).

Egli costruisce un “determinismo debole”, spiegato dal concetto di drift. Il drift è una motivazione all’agire deviante che non è
rigidamente vincolante: secondo Matza il giovane deviante è nella situazione di drift, cioè a metà tra libertà di scelta e
coazioni che gli arrivano dall’ambiente.

Nel determinismo debole da una parte è stato allentato il controllo, e dall’altra manca, nei giovani, l’organizzazione stabile di
una subcultura autonoma rispetto all’azione illegale.

Secondo Matza la volontà di violare una norma nasce quando alla preparazione (apprendimento delle tecniche di
neutralizzazione) subentra la disperazione, perchè ci si sente incapaci di dominare gli eventi e l’ambiente; questa disperazione
diventa il desiderio di far accadere qualcosa per convincersi che si è ancora padroni delle situazioni.

Per questo serve una violazione della norma mai sperimentata.
Matza ridà uno spazio di libertà e di responsabilità al deviante, ed evidenzia i fattori che limitano questa libertà: si tratta di una
visione di “libertà morale condizionata”, cioè di “determinismo debole”.

Teorie psicologiche della criminalità


Le teorie psicologiche della criminalità analizzano le componenti di vulnerabilità individuale, cioè i fattori psicologici o
biologici che causano la resistenza o la propensione a comportarsi in modo conforme alle norme o in modo criminoso.


PSICOANALISI: fa parte delle teorie psicodinamiche della personalità.
Freud analizza il funzionamento psicologico normale dell’individuo e introduce la nozione di “inconscio”.
Secondo Freud la personalità è formata da tre componenti:
1. Es: è il serbatoio dell’energia psichica e degli istinti vitali fondamentali, che creano la forza da cui derivano le spinte ad
agire. È composto da tutti i fattori psicologici ereditari presenti dalla nascita (istinti, impulsi, bisogni primari, passioni e
sentimenti inconsci).
Dall’es partono spinte pulsionali per soddisfare i bisogni primari, a cui l’es reagisce secondo il principio del piacere.
Inizialmente Freud riconosce solo la pulsione sessuale (eros) per il soddisfacimento delle pulsioni dell’es; in seguito la sua
visione diventa bipolare, cioè identifica nell’es due pulsioni: l’eros (bisogno erotico) e la pulsione di morte (thanatos), che è
l’istinto di morte: essa conduce verso l’inattività da cui l’uomo ha avuto origine e a cui tende a tornare con la morte.
2. Io/Ego: è il mediatore tra es e super-io; agisce secondo il principio di realtà, che attenua il soddisfacimento della pulsione
tenendo conto della realtà esterna alla psiche dell’individuo.
3. Super-io/Super-ego: ha interiorizzato i valori etici e le norme sociali, culturali e religiose, ed è l’arbitro morale della
condotta del soggetto: esso approva o disapprova ogni spinta pulsionale, per consentire il soddisfacimento del bisogno.
L’es, l’io e il super-io non sono entità separate, ma interagiscono in una dinamicità continua.
La realizzazione della pulsione consente un appagamento, mentre la mancata realizzazione provoca malessere, sofferenza, e
insoddisfazione, definita da Freud “ansia”. Secondo Freud esistono tre tipi di ansia:
• Ansia reale: fatica registrata quando c’è un limite reale nella realtà esterna che impedisce di soddisfare la pulsione.
• Ansia sociale: nasce dall’impossibilità di soddisfare un bisogno interiore a causa di fattori di condizionamento sociali e
culturali.
• Ansia nevrotica: nasce da una difficoltà di interazione fra le tre istanze della personalità. Secondo Freud la nevrosi è uno
stato di malessere della struttura di personalità che deriva da una cattiva interazione fra le tre istanze.

Freud elenca i “meccanismi di difesa dell’io”, che sono meccanismi di compensazione e riequilibrio che permettono di
riequilibrare la struttura di personalità quando va in crisi per un ostacolo alla realizzazione della pulsione o per l’insorgenza di
angoscia. Questi meccanismi sono:
• Rimozione: consiste nell’eliminazione temporanea o permanente del contenuto psichico dell’io dalla struttura di
personalità; esso è intollerabile per la parte conscia della psiche, e viene mandato nell’inconscio (es: esperienze
drammatiche). Non è molto efficace perché il contenuto rimane nella parte inconscia come una tensione non soddisfatta,
quindi continua a produrre ansia in maniera minore.
• Fissazione e regressione: si verificano nel passaggio tra le fasi (orale, anale, fallica, genitale):
- Fissazione: il soggetto si ferma nello stadio in cui è già arrivato perché non riesce ad andare avanti;
- Regressione: la fatica della crescita è tale che il soggetto, che era già arrivato nella fase successiva, regredisce, cioè torna
nella fase precedente che era già conosciuta quindi più rassicurante.
• Dislocazione o spostamento: la pulsione, che nasce dall’es e suscita un senso di colpa nel soggetto, viene spostata in
direzione di un oggetto che non suscita senso di colpa.
• Sublimazione: la pulsione originaria viene spostata da un contenuto proibito ad una meta socialmente legittima che è
ammirata e apprezzata.
• Identificazione: il super-io ha interiorizzato modelli e norme proposti dalla cultura sociale, ma il soggetto si identifica solo
con quelle che porta a far parte della sua struttura di personalità.
• Proiezione: l’io si difende da un contenuto che suscita angoscia proiettandolo sull’esterno da sé, così l’angoscia si riduce.
• Formazione reattiva: la pulsione originaria è faticosa da tollerare, così l’individuo sostituisce il contenuto psichico col suo
opposto (es: istinto omicida sostituito da un sentimento di amore). Riconosciamo questo meccanismo dalla ridondanza, cioè
dall’eccessività del sentimento sostitutivo, che è eccessivo perché non è autentico.
ALEXANDER E STAUB: applicano la psicanalisi al problema della condotta criminale, perchè secondo loro la visione di
Freud del funzionamento psicologico e della personalità può aiutare a capire i processi che portano alcuni membri del gruppo
sociale a commettere la scelta criminale.
Quando vi è un equilibrio tra le tre componenti della personalità il soggetto è in conformità con le norme sociali; quando
invece il super-io inizia ad avere dei limiti di funzionamento le condotte non sono più conformi alle norme sociali.

Alexander e Staub classificano le condotte criminali a partire dai gradi di disfunzionamento del super-io:
1. Criminalità fantasmatica: il disfunzionamento del super-io è ridotto, quindi il comportamento del soggetto è ancora
conforme; egli ha un atteggiamento psicologico inadeguato e aderisce a modelli culturali riprovevoli.
2. Criminalità colposa: il disfunzionamento del super-io impedisce al soggetto di avere condotte criminali, ma gli permette
degli slittamenti di controllo sulla sua condotta che permettono di realizzare azioni criminali colpose, non volute.
3. Criminalità nevrotica: il soggetto affronta situazioni di angoscia che gli impediscono un buon funzionamento e un
controllo del super-io.
4. Delinquenza occasionale o affettiva: il discontrollo del super-io è favorito da circostanze esterne che facilitano la condotta
criminale (es: cleptomania).
5. Delinquenza normale: il super-io del soggetto è funzionante in senso criminale, quindi egli riconosce una scala di valori
anti-normativa, è strutturato in senso criminale.

Delinquenza per senso di colpa: alcuni soggetti agiscono in modo criminoso per essere puniti e soddisfare senza rendersene
conto un bisogno inconscio di espiazione di stampo nevrotico. 

In alcuni casi i comportamenti criminali sono dovuti alla fissazione al principio del piacere: la delinquenza esprime un modo
di soddisfare le pulsioni senza poterle dilazionare, come invece accade adeguando la condotta al principio di realtà.

Action-out: modalità impulsiva di comportamento che vuole risolvere l’ansia derivante dalla frustrazione attraverso la
condotta anomala.

Frustrazione: più è bassa la tolleranza alla frustrazione più facilmente il soggetto reagisce con aggressività.
Identificazione del frustrato nel frustratore: il soggetto che ha subito ripetute frustrazioni può identificarsi in figure più
frustrate oppure voler ribaltare il suo ruolo di vittima diventando un soggetto frustratore.

Secondo Musatti molti autori di reati contro la persona non riescono ad identificarsi col prossimo.

JUNG: identifica due atteggiamenti della persona:


• Atteggiamento introverso: il soggetto si chiude in se stesso e chiude il conflitto e la tensione psicologica all’interno di sè;
• Atteggiamento estroverso: il soggetto proietta la sua energia, il conflitto e la tensione all’esterno del sé.
Jung ritiene che le modalità di risoluzione dei conflitti del soggetto possano essere:
− Di tipo egosintonico: il soggetto introverso rivolge il conflitto verso se stesso e sconta al suo interno la sofferenza e le
difficoltà che incontra;
− Di tipo distonico: il soggetto estroverso proietta all’esterno la sofferenza e il conflitto, quindi attiva energie aggressive che
diventano condotte criminali di cui risente la realtà esterna.
La condotta criminosa quindi può esprimere una caratteristica psicologica di ego-sintonia, che può costituire la disposizione ad
agire in modo criminoso. 


Molte teorie si sono concentrate sul legame tra l’uomo e il suo ambiente sociale.
ADLER: parla del bisogno dell’uomo di costruire relazioni significative tra il funzionamento psicologico individuale e
l’ambiente esterno in cui si trova. Secondo lui, per il benessere psicologico dell’individuo, è indispensabile avere avuto la
possibilità di costruire relazioni positive tra sé e l’ambiente di cui fa parte.

FROMM: parla della necessità dell’uomo di essere inserito positivamente nell’ambiente sociale a cui appartiene.
L’uomo ha bisogno di:
− Trascendenza, cioè di riconoscere l’esistenza di entità superiori;
− Schemi di riferimento stabili e continuativi, necessari perchè egli adotti un comportamento conforme;
− Costruire un’identità personale, che suggella il percorso di evoluzione del soggetto e l’aver costruito una personalità
stabile e coerente; questo gli permette di relazionarsi coi parametri culturali e le norme della società.

La psicologia sociale ha elaborato due concetti rilevanti in ambito criminologico:


• Identità personale: sentimento che si forma in ognuno in base alla sua essenza e unicità;
• Ruolo: aspettative nei confronti di ogni individuo, che derivano dalla posizione che egli occupa nella società e dalle funzioni
che svolge nel gruppo sociale.

ERIKSON: si dedica alla formazione delle disarmonie dell’identità personale.


Secondo lui l’identità è l’organizzazione di un’immagine coerente, omogenea, continua e stabile dell’essenza della propria
personalità. La formazione dell’identità si realizza tramite l’identificazione con modelli significativi e tramite i ruoli assunti.
La società provoca degradazioni e mortificazioni che a volte possono portare ad un’immagine di sé svalorizzata, detta “identità
negativa”. Il giudizio negativo di un gruppo verso un individuo fa sì che egli sia portato ad adeguarsi al ruolo negativo,
assumendo un’identità conforme ad esso e adottando una condotta deviante.

L’atteggiamento del prossimo e i giudizi quindi possono diventare fattori di influenzamento comportamentale.


GOFFMAN: afferma che essere inseriti negli istituti correzionali, nelle carceri e nei manicomi influenza l’identità e la
stabilizzazione in ruoli negativi. Egli chiama queste istituzioni “totalizzanti”, perché coinvolgono globalmente l’individuo,
deformandone la personalità e limitandone le prospettive.
La psicologia sociale distingue tre concetti:
• Devianza: esprime una valutazione morale negativa in base a principi etici di accettazione comune;
• Marginalità: condizione statica degli individui che si trovano ai margini della società;
• Emarginazione: processo dinamico attuato dai singoli e dai gruppi verso alcuni soggetti per escluderli dai rapporti abituali.
La devianza non si può identificare con la criminalità, la marginalità e l’emarginazione: l’esclusione dei vecchi, dei malati di
mente, degli handicappati e dei poveri va contrastata con l’integrazione, la solidarietà e l’aiuto sociale, mentre per devianti e
criminali devono essere usati strumenti diversi.

Disturbi mentali in criminologia


Prima dell’Illuminismo si rinchiudeva chi aveva disturbi mentali in istituzioni apposite.

All’inizio dell’800 nasce la psichiatria, e la follia è intesa come “malattia di mente” quindi curabile. La terapia non avviene più
in un sito di aggregazione ma in un “asilo”.

Col progresso della medicina la follia diventò una malattia come le altre, che colpiva il cervello anziché gli altri organi.

Con la nascita della psicoanalisi, si iniziò a pensare che esistessero malattie della psiche dovute a fattori psicologici e non
organici, così il disturbo fu considerato il frutto di un conflitto inter-relazionale fra individuo e individuo, fra individuo e
famiglia e fra individuo e società.

La scoperta degli psicofarmaci (1952) distrugge il pensiero che non si potesse curare il disturbo mentale.

L’antipsichiatria, negli anni ’60, negò l’esistenza della malattia mentale e si iniziò a considerare il folle come uno dei tanti
devianti e non come un malato.
Imputabilità e malattia mentale
L’imputabilità è la capacità del soggetto di essere sottoposto a sanzione penale; essa non corrisponde alla colpevolezza, quindi
il soggetto può essere colpevole ma non imputabile. È imputabile chi ha la capacità di intendere e di volere.

Se quando il soggetto ha commesso il reato non era imputabile non può essere punito.

L’imputabilità è esclusa in alcune situazioni:
• Quando vi è un’infermità mentale che può dare origine ad un vizio di mente totale o parziale;
• Quando il soggetto è influenzato dall’assunzione di alcolici o stupefacenti;
• Quando vi sono condizioni di sordo-mutismo.
Art. 88 → vizio totale di mente: il soggetto non è imputabile se quando ha commesso il fatto era in uno stato di mente tale da
escludere la capacità di intendere o di volere.

Art. 89 → vizio parziale di mente: se il soggetto, quando ha commesso il fatto, era in uno stato di mente tale da scemare
grandemente, senza escluderla, la capacità di intendere o di volere, risponde del reato commesso ma la pena è diminuita.
L’assunzione di alcolici o stupefacenti incide parzialmente sull’imputabilità del soggetto, perché secondo il Codice Penale il
soggetto era consapevole del pericolo in cui stava incorrendo prima di iniziare ad assumere sostanze. In questi casi
l’imputabilità del soggetto rimane piena oppure la pena può essere aggravata se il soggetto si è messo in una condizione di
incapacità per commettere reati o se è un consumatore abituale.

Il caso del consumatore cronico invece è una condizione simile al vizio di mente, ma mentre l’etilista cronico è più
identificabile, il consumatore di stupefacenti cronico è più difficile da identificare.

La persona affetta da sordo-mutismo, secondo l’ordinamento penale, non è capace di intendere e di volere.
In precedenza il malato era visto come una persona pericolosa, ma l’evoluzione della psichiatria ha affermato che la
pericolosità mentale va descritta caso per caso.

La pericolosità sociale del malato di mente si può prevedere esaminando sia gli indicatori interni (sintomatologia psicotica
florida, assente consapevolezza di malattia, non accettazione delle terapie) sia quelli esterni (ambiente familiare, servizi
psichiatrici, reinserimento lavorativo).

In conclusione, oggi si è superato lo stereotipo che la malattia mentale sia pericolosa, quindi anche per i soggetti infermi di
mente, con pericolosità modesta e possibilità di cura in ambito non detentivo, può essere disposta la libertà vigilata.

Abuso di sostanze e criminalità


Le sostanze psicoattive modificano lo stato psichico in modo diverso in base alla sostanza.
Le sostanze voluttuarie possono provocare effetti psichici piacevoli, e il loro uso non è motivato da necessità di cura.
Esse provocano danni fisici, psichici ed effetti comportamentali negativi.

In criminologia, tra le sostanze voluttuarie interessano le droghe, cioè le sostanze psicoattive il cui uso, produzione,
commercio e distribuzione è illecito, o strettamente regolamentato.

Le droghe creano dipendenza psichica o psicologica, quindi l’assenza della sostanza crea disagio e dipendenza fisica.

La sindrome da astinenza comprende i disturbi che si manifestano nel soggetto dipendente quando cessa la somministrazione. 

La capacità di uncinamento è la maggiore o minore attitudine ad instaurare dipendenza, ed è diversa per ogni sostanza.
L’intensità della dipendenza dipende dal tipo di sostanza e dalle caratteristiche biopsicologiche della persona.

La tolleranza è il fenomeno per cui col tempo si aumenta la dose di sostanza per ottenere lo stesso effetto che prima si otteneva
con una dose più piccola.
Teorie sul consumo di sostanze
Per spiegare il consumo di sostanze psicotrope sono state formulate diverse teorie:
1. Secondo Ravenna l’uso di droghe illecite va considerato come un comportamento “a rischio” tipico dell’adolescenza; esso è
una delle strategie che il soggetto in via di sviluppo usa per affrontare i compiti più problematici nella sua fase di vita.
2. Secondo la teoria dell’apprendimento sociale, il comportamento dell’adolescente è influenzato dalla famiglia e dai coetanei,
quindi il comportamento deviante dell’uso di droghe è appreso tramite processi di condizionamento (rinforzi positivi) e
scoraggiato dai rinforzi negativi.
3. Secondo le teorie dell’adattamento l’uso di droga è una strategia per affrontare gli eventi stressanti.
4. Per spiegare il consumo di droghe sono state usate anche ragioni fisiologiche, come la carenza di endorfine che provoca più
sensibilità al dolore.
5. Secondo i modelli multifattoriali l’assunzione di droga è dovuta a fattori biologici, intrapersonali, interpersonali e
socioculturali, mentre lo stabilizzarsi del consumo è dovuto a fattori personali, interpersonali, situazionali e
sociodemografici.
Tipi di assuntori di droga
Gli assuntori di stupefacenti si classificano in base al tipo di dipendenza e al tipo di inserimento sociale.
• Consumatori: usano la droga saltuariamente o in situazioni eccezionali, oppure in modo ripetuto ma con dosaggi contenuti e
con la possibilità di interrompere l’assunzione senza conseguenze.
Questa modalità d’uso non comporta disturbi nell’inserimento sociale.
• Tossicodipendenti: in essi si è instaurata la dipendenza per il protrarsi dell’uso; l’individuo non è del tutto schiavo della
sostanza e gli è ancora consentito mantenere gli interessi e i legami sociali e conservare i suoi ruoli socioculturali.
• Tossicomani: l’assunzione di droga è diventata l’unica ragione di vita; tutti gli interessi ruotano intorno alla droga e tutte le
attività servono a procurarsela con qualsiasi mezzo.
• Politossicodipendenza: vengono assunte diverse droghe, non solo una.

Tipi di droga
1. Eroina: deriva dalla morfina; in piccole dosi ha un’azione calmante e ipnotica, in dosi più forti dà una sensazione di euforia
e fa scomparire sofferenza, disagio, ansia, frustrazioni, tensioni e dolore fisico.
− Danni fisici: overdose, infezioni, epatite virale da siringa, carie dentarie e AIDS;
− Danni psichici: deterioramento intellettivo e affettivo, modificazione del carattere, irritabilità e inaffidabilità.
2. Cocaina: vi sono quattro tipi di consumatori di cocaina: appartenente alla delinquenza professionale, appartenente agli
ambienti sociali ristretti (arte, moda), appartenente alla borghesia e consumatore di strada. 

La cocaina produce euforia, sensazione di acutezza mentale, di efficienza, di resistenza alla fatica, dà l’impressione di
vigore muscolare, aumenta l’interesse e l’efficienza sessuale; con l’esaurirsi dell’effetto produce i sintomi opposti.
− Danni fisici: produce danni al sistema cardiovascolare.
− Effetti psichici: iperattività, irrequietezza, loquacità, ansia, tensione, senso di allerta, comportamento ripetitivo e rabbia.
3. Cannabis: provoca uno stato euforico, sognante, senso di distensione, allontanamento dall’ansia, benessere, ottimismo,
modificazioni delle sensazioni uditive, alterazione del senso del tempo, impressione che tutti i problemi possano essere
risolti. Non comporta danni per l’organismo ma con l’uso intenso può procurare dipendenza.
4. Allucinogeni: provocano allucinazioni; possono essere di origine naturale (funghi) e di origine sintetica (LSD).
Provocano distorsioni percettive, alterazioni uditive, modificazioni degli stati d’animo, sensazione di poter volare,
distorsioni del proprio schema corporeo.
5. Anfetamine: eccitano il sistema nervoso, quindi eliminano il bisogno di sonno e sopprimono la fame e la fatica. Danno
l’impressione di eliminare la stanchezza ma in verità si esauriscono le risorse dell’organismo senza che si avverta la
necessità di interrompere lo sforzo.
6. Metamfetamine: provocano allucinazioni, effetti afrodisiaci e uno stato di ebbrezza collettiva e facilitano empatia e
comunicazione.
− Danni fisici: perdita della memoria, crisi di panico, alterazione dell’umore e insonnia.

Strategie di lotta contro la droga


L’uso delle sostanze stupefacenti è ostacolato da leggi che si integrano per contrastare l’offerta di stupefacenti e la richiesta. 

Strategie per contrastare l’offerta: bisogna contrastare le organizzazioni criminali per combattere la produzione e il traffico
delle droghe più pericolose.

Strategie per contrastare la richiesta: si deve intervenire su chi fa uso di stupefacenti. Le possibilità sono tre:
− Proibizione dell’uso (penalizzazione);
− Liberalizzazione: porre la sostanza sul mercato, a disposizione di chiunque sotto precise restrizioni;
− Non punibilità del consumatore anche se l’uso continua ad essere illecito.
Il nostro ordinamento giuridico punta sulla prima strategia. 


Per quanto riguarda le strategie legali di trattamento sono state attuate scelte diverse:
− Obbligo di sottoporsi a trattamenti terapeutici e riabilitativi;
− Libertà di sottostare o meno agli interventi
− Alternativa fra sanzione penale o accettazione di un programma di trattamento.
Il nostro ordinamento giuridico si è orientato verso il tossicodipendente in senso terapeutico, dando ai tossicodipendenti la
possibilità di accedere alle terapie disponibili tramite l’organizzazione di servizi territoriali pubblici (SERT).

Le modalità di intervento terapeutico, pensate soprattutto per gli eroinomani, sono:
• Trattamenti ambulatoriali in centri pubblici: interventi di assistenza e sostegno sociale, supporto psicologico, psicoterapia,
interventi sulla famiglia e ricerca del lavoro;
• Trattamenti farmacologici: sono usati i farmaci per liberare gradualmente il drogato;
• Ricoveri ospedalieri per disintossicazione medica;
• Comunità alloggio aperte: aiutano a risolvere difficoltà di vita e forniscono modelli risocializzativi per chi vuole inserirsi in
programmi ambulatoriali di trattamento;
• Comunità terapeutiche chiuse: l’eroina è bandita e si mira a una ristrutturazione della personalità; gli ex tossicodipendenti
diventano operatori guida.
Per prevenire l’uso di droga la legge prevede dei programmi per studenti, giovani e gruppi giovanili attraverso campagne
informative e dissuasive (opuscoli, targhe promemoria, vademecum…).
Esistono anche attività organizzate dal volontariato o dal privato sociale che fanno capo alle unità di strada, piccoli gruppi di
educatori che avvicinano i consumatori nei loro luoghi di ritrovo per fornire informazioni sanitarie.

Droga e criminalità
Esistono tre livelli di organizzazione dei trafficanti di droga:
1. Grosso traffico organizzato con ramificazioni internazionali (organizzazioni mafiose e organizzazioni criminali straniere);
2. Traffico di medio livello che può avere rapporti coi produttori stranieri ed essere legato alle organizzazioni criminali;
3. Spaccio diretto di piccola entità senza contatti con le maggiori organizzazioni (vendita al minuto).
Per quanto riguarda la correlazione tra droga e criminalità vanno distinte:
• Criminalità diretta: commissione di reati eseguiti sotto l’effetto di droghe;
• Criminalità dovuta a sindrome da carenza: reati commessi durante la sindrome da carenza che porta ad una mancanza di
controllo data dal bisogno di procurarsi rapidamente la droga.
• Criminalità indiretta: la criminalità del tossicomane è legata all’eroina, che è l’unico stupefacente che porta alla
criminalizzazione; l’eroinomane commette reati per procurarsi giornalmente grandi somme di denaro per comprare la droga.
• Criminalità da ambiente: in certi ambienti sociali il consumo di droga è intenso e non censurato, e vi confluiscono i
tossicomani; qui è tipica la criminalità comune.
Alcolismo
L’alcolismo o etilismo è l’abuso di sostanze alcoliche. Possiamo distinguere tra:
− Etilismo acuto: assunzione di quantità rilevanti di alcolici in un breve lasso di tempo;
− Etilismo cronico: assunzione di elevate quantità di alcolici prolungata nel tempo.
Esistono quindi due forme di intossicazione:
− Intossicazione alcolica acuta: si realizza quando il livello di alcol nell’organismo supera certi limiti;
− Intossicazione alcolica cronica: vengono lese certe strutture organiche e questo comporta alterazioni fisiche e psichiche
che rimangono anche se l’assunzione di alcolici viene sospesa.
L’alcolismo facilita le condotte delittuose a causa degli effetti psichici indotti dall’alcol.
L’alcolismo cronico può essere considerato come una tossicomania perchè crea una forte dipendenza. Esso porta disturbi
psichici come: scadimento intellettivo, distraibilità, alterazione della memoria, riduzione degli interessi, appiattimento
affettivo, indebolimento della volontà e irritabilità; essi hanno effetti sociali.

Nei casi più gravi le alterazioni psichiche sono così rilevanti da far nascere psicosi alcoliche, cioè malattie mentali durature.
L’etilismo cronico agisce direttamente sulla condotta delittuosa, ma anche mediamente attraverso alterazioni dello stile di vita,
che favoriscono la commissione di reati.
Anche l’etilismo acuto è correlato alla criminalità, perchè lo stato di ebbrezza provoca disinibizione e violenza e debilita i
freni morali e normativi. L’alcol quindi favorisce per effetto diretto la commissione di reati.

Abuso di sostanze e imputabilità


Bisogna distinguere tra:
• Intossicazione acuta: deriva dall’effetto provocato dalla singola sostanza, con sintomi diversi in base alla sostanza;
• Intossicazione cronica: esprime un’alterazione più duratura, dovuta al protrarsi dell’assunzione di stupefacenti o alcol.
Nell’intossicazione acuta sia da alcol sia da stupefacenti l’imputabilità è conservata: essa non è esclusa né diminuita se il reato
è stato commesso in stato di ubriachezza o sotto l’azione di stupefacenti, perchè il reo era libero quando si è messo in stato di
intossicazione quindi risponde dei suoi atti.
Nell’intossicazione cronica sia da alcol sia da stupefacenti l’imputabilità è una condizione prettamente morbosa.
Le intossicazioni croniche possono ridurre o abolire l’imputabilità, perchè sono viste come un’infermità sotto il profilo medico
perciò possono comportare il vizio parziale o totale di mente.
Nell’intossicazione cronica bisogna valutare anche il grado: se non comporta alterazioni psichiche che riducono la capacità di
intendere e di volere essa può essere compatibile con l’imputabilità.
Inoltre distinguiamo tra:
• Intossicazione volontaria: l’intossicazione è stata ricercata;
• Intossicazione colposa: l’intossicazione è conseguita per imprudenza, imperizia o inosservanza delle leggi;
• Intossicazione acuta preordinata: l’intossicazione è conseguita per aiutarsi nel commettere un reato o avere una scusa.
L’imputabilità può essere ridotta o abolita solo se l’intossicazione è dovuta al caso o ad una forza maggiore.

L’abuso abituale di alcol invece comporta la piena imputabilità e la maggiorazione della pena.

Interventi giuridico-normativi contro la criminalità


Il significato afflittivo della pena si è identificato nella privazione della libertà.

Le funzioni della pena possono essere:
• Funzione retributiva: si paga il delitto commesso attraverso la pena;
• Funzione intimidativa o deterrente: ha un effetto general-preventivo su tutti i consociati, che consiste nel dissuadere dal
compiere delitti tramite la minaccia della sanzione;
• Funzione di difesa sociale: tutela la società dai criminali più pericolosi tramite la temporanea “neutralizzazione” carceraria o
con altre misure detentive;
• Funzione risocializzativa: la pena deve favorire il recupero sociale del reo; a questa funzione corrisponde un’ideologia del
trattamento.
Ideologia del trattamento
L’ideologia del trattamento si basa sulla pena utile, che elimina i fattori che hanno portato alla delinquenza.
La risocializzazione è un obbligo dello Stato: la pena non può più essere uguale per tutti e proporzionale al reato, ma vengono
introdotti trattamenti intra ed extra murari di risocializzazione e rieducazione. 

Gli indirizzi di politica penale in Europa sono tre:
− Decarcerizzazione: la pena detentiva non deve più essere la pena più usata per ogni tipo di delittuosità (Italia);
− Depenalizzazione: rinuncia alla sanzione per alcuni comportamenti non più meritevoli di repressione mediante la pena;
− Degiurisdizionalizzazione: la competenza giudicante e sanzionatoria si sposta dal giudice penale a un organo
amministrativo o non giudiziario (Italia: passaggio della competenza sanzionatoria alla Commissione Tributaria).

Oggi ha acquisito importanza la mediazione reo-vittima e la giustizia riparatoria.



La giustizia riparatoria è un processo in cui tutte le parti interessate ad affrontare gli effetti della commissione di un reato si
riuniscono per gestire queste conseguenze e le loro implicazioni per il futuro.
L’interesse ad affrontare gli effetti include la riparazione materiale del danno, l’attenzione ai bisogni emotivi della vittima, la
gestione dei conflitti fra vittima e reo e tra le rispettive famiglie e comunità di appartenenza. 

Nella mediazione invece un terzo neutro cerca di far confrontare i propri punti di vista alle parti e di cercare una soluzione al
conflitto che le oppone. 

Legge 26 luglio 1975 n. 354 → attua l’ideologia del trattamento e la politica della risocializzazione.


Le scelte dell’ordinamento penitenziario sono tre:

1. Introduzione del trattamento individualizzato:


Art. 1 → “Il trattamento penitenziario deve essere conforme all’umanità e rispettare le dignità della persona. Esso
dev’essere imparziale, senza discriminazioni di nazionalità, razza, condizioni economiche e sociali, opinioni politiche e
credenze religiose. Il trattamento rieducativo dei condannati e degli internati deve mirare al loro reinserimento sociale. Il
trattamento è attuato secondo un criterio di individualizzazione in base alle condizioni dei soggetti.”
Art. 13 → “Il trattamento penitenziario deve rispondere ai bisogni della personalità di ogni soggetto.
Nei confronti dei condannati e degli internati è prevista l'osservazione scientifica della personalità per rilevare le carenze
fisiopsichiche e le altre cause di disadattamento sociale. Per ogni condannato e internato, in base ai risultati
dell’osservazione, è indicato il trattamento rieducativo da effettuare ed è compilato il relativo programma.

Le indicazioni del trattamento sono inserite nella cartella personale, dove sono annotati anche i risultati del trattamento.

Dev’essere favorita la collaborazione dei condannati e degli internati alle attività di osservazione e trattamento.”
Si osservano la struttura psichica, la struttura di personalità, le caratteristiche psicologiche e l’inserimento familiare e
sociale del detenuto. Il programma di trattamento dev’essere predisposto all’inizio della carcerazione e proseguito tramite
l’osservazione della personalità per rilevare le carenze fisiopsichiche e altre cause di disadattamento sociale.
Il piano viene redatto dall’equipe di osservazione e trattamento, formata dai tecnici del trattamento col compito di
osservare scientificamente la personalità del soggetto. I tecnici del trattamento sono:
• Direttore del carcere: è il presidente dell’equipe; ha una responsabilità funzionale perchè garantisce la perfetta
composizione dell’equipe, cioè che siano presenti tutte le figure richieste dalla legge.
Secondo la riforma, il direttore è un operatore del trattamento con una funzione manageriale: egli dev’essere uno
specialista del territorio in cui si trova il carcere e delle risorse che esso può offrire, e deve individuare i punti di forza del
territorio che possono essere utili per il reinserimento sociale dei detenuti.
• Educatore penitenziario: è sempre presente e aiuta il detenuto ad adattarsi alle regole della vita intramuraria. Egli incontra
subito il detenuto, e dopo questo primo colloquio costruisce una prima fotografia delle caratteristiche principali del
soggetto; se il detenuto è ritenuto instabile l’educatore richiede l’intervento di un esperto (es: psicologo, psichiatra), se
invece è abbastanza tranquillo egli richiede l’intervento dello specialista in criminologia. Se l’arresto ha interrotto le
relazioni familiari del detenuto l’educatore deve richiedere l’intervento di un assistente sociale; se il soggetto non
presenta aree di bisogno ma appartiene alla criminalità organizzata, l’educatore si rivolge alla polizia penitenziaria perchè
egli non può essere messo insieme ad altri detenuti che appartengono alla stessa cosca o ad una cosca rivale.
L’educatore deve attivare queste figure, seguire il loro percorso, e valutare i risultati del loro intervento.
Durante il colloquio clinico l’educatore deve fare un’anamnesi, cioè esplorare tutti gli aspetti della vita del soggetto.
Prima del colloquio bisogna analizzare il fascicolo giudiziario del detenuto, che lo segue in tutto il suo percorso.
• Specialisti in criminologia clinica, in psichiatria e in psicologia:
− Specialista in criminologia clinica: deve descrivere la personalità del condannato e fornire all’equipe delle conoscenze
sulla criminogenesi (fattori che influenzano la condotta di reato) e la criminodinamica (analisi della dinamica di reato),
che aiutano a costruire il quadro della carriera criminale del soggetto.
Egli si occupa anche della prognosi (previsione) sulla probabilità di recidiva del soggetto.
− Psichiatra: deve individuare e trattare le condizioni psicopatologiche che possono nascere durante la carcerazione.
− Psicologo: deve analizzare il funzionamento psichico non patologico del soggetto.
Questa composizione è multidisciplinare perchè ogni professionista svolge il suo intervento e dà un contributo diverso da
quello degli altri, che aiuta ad aumentare le conoscenze sul condannato permettendo all’equipe di costruire una fotografia
delle caratteristiche del soggetto.
• Assistente sociale: è un dipendente dell’UEPE (Ufficio Esecuzione Penale Esterna), e dipende dal Ministero della
Giustizia. Egli si occupa del legame fra il detenuto e il suo contesto familiare e sociale di appartenenza, e fa i colloqui coi
condannati per avere informazioni sul loro contesto familiare e sociale. Inoltre incontra i figli, le mogli, i mariti…
Solo lui può intervistare i parenti e avere informazioni sul contesto familiare e sociale del condannato.
Il direttore dell’UEPE coordina tutti gli assistenti sociali a lui sottoposti.
• Rappresentante del corpo della polizia penitenziaria: la polizia penitenziaria è formata da professionisti molto preparati;
l’Italia ha investito molto nella riqualificazione professionale del corpo della polizia penitenziaria, innalzando i requisiti
culturali per accedere a questi ruoli e tramite la riqualificazione interna del corpo.
L’educatore penitenziario garantisce il reale funzionamento dell’equipe: egli deve attivare i professionisti, accertarsi che
essi abbiano svolto il loro intervento e che abbiano avuto tempo di raccogliere informazioni sufficienti sul soggetto.
La polizia deve rispettare tre componenti della deontologia:
a. Aspetto professionale, che riguarda il dovere di fedeltà, di diligenza, di collaborazione;
b. Aspetto morale, che riguarda il rispetto della dignità dei detenuti e l’imparzialità;
c. Aspetto formale, che riguarda il decoro dell’uniforme e del linguaggio e la cura della persona.
È presente anche la figura del volontario penitenziario per attività specifiche (animazione culturale, ricreativa e sportiva) con
lo scopo di sostenere moralmente i detenuti.


L’equipe deve costruire il piano di trattamento individualizzato, che può essere di due tipi in base all’affidabilità del detenuto:
• Trattamento intramurario: riguarda ciò che può essere fatto dentro al carcere, come i colloqui con l’equipe di osservazione e
trattamento e la costruzione di relazioni tra il condannato e i tecnici del trattamento. Questo trattamento usa anche altri
momenti di vita personale e di gruppo all’interno del carcere, utili alla risocializzazione del detenuto (es: scuola, corsi di
formazione professionale).
• Trattamento extramurario: comprende le misure alternative alla detenzione, che concedono maggiore o minore libertà.
La valutazione su questi percorsi dev’essere fatta dall’equipe di osservazione e trattamento in base alle caratteristiche del
soggetto e alle informazioni raccolte durante l’osservazione della sua personalità.

2. Introduzione delle modalità alternative di detenzione:


Le misure alternative di detenzione sono sanzioni penali con un’alta valenza risocializzativa se individualizzate al soggetto.
Le misure alternative si distinguono in base a due parametri:
− Grado di libertà concesso;
− Carriera criminale del detenuto.
Le misure cambiano in base alle caratteristiche e alla carriera criminale del soggetto. Si concedono prima misure meno
permissive per mettere alla prova la capacità del soggetto di portare avanti anche misure più permissive.
Tra le misure alternative troviamo:
• Affidamento in prova al servizio sociale: il soggetto esce dal carcere ed è collocato al di fuori di esso.
I requisiti per concederlo sono molto rigidi perchè viene concessa più libertà: il condannato può svolgerlo solo se la sua
pena non è superiore a quattro anni, oppure se si trova negli ultimi quattro anni di pena da scontare.
Viene svolto a casa del detenuto se non vi sono situazioni particolari; in questo caso viene svolto in una struttura, oppure
a casa di un parente.
Durante il giorno il soggetto svolge attività lavorative funzionali al suo reinserimento nel gruppo sociale.
Il soggetto è vincolato da orari da rispettare e possono essergli imposti altri divieti (percorso da fare, divieto di andare in
certi luoghi, divieto di uscire dal comune, divieto di incontrare persone).
• Semi libertà: è adatta ai soggetti che hanno espiato almeno metà della pena; può essere concessa anche all’ergastolano
dopo aver espiato 20 anni. Non è obbligatoria ma dipende dal caso concreto. Dà la possibilità di uscire dal carcere per un
certo numero di ore per svolgere attività funzionali al reinserimento sociale.
• Detenzione domiciliare: è prevista per situazioni particolari legate al bisogno sul piano umano. Si verifica ad esempio nel
caso di una donna incinta o di una madre con prole minore di 10 anni, nel caso di condizioni patologiche o malattie che
necessitano contatti costanti coi presidi sanitari, nel caso di un soggetto maggiore di 65 anni se inabile anche solo
parzialmente oppure nel caso di soggetto maggiore di 70 anni o minore di 21 anni.
• Liberazione anticipata: è una riduzione di pena che consiste nello sconto di 45 giorni per ogni semestre di condanna
positivamente espiata, cioè partecipando attivamente al proprio piano di trattamento risocializzativo.
• Permessi premiali: possono durare anche un’ora, sono usati anche per sperimentare come reagisce il detenuto alla
concessione di responsabilizzazione e libertà.
• Lavoro all’esterno: è concesso dal direttore del carcere ed è un modo di applicare la libertà del soggetto, che però
continua a gravitare intorno al carcere (es: manutenzione delle strutture del carcere).

Esistono anche misure di prevenzione dettate dall’esigenza di difesa sociale nei confronti di soggetti non riconosciuti come
autori di reato ma per cui vi è una presunzione di potenziale delittuosità (oziosi, vagabondi, appartenenti alle associazioni
mafiose, coloro dediti a traffici illeciti, allo sfruttamento della prostituzione, al contrabbandando, al traffico di stupefacenti).
Queste misure sono:
• Diffida: spinge a cambiare condotta;
• Foglio di via obbligatorio: permette di rimandare il soggetto al Comune di origine;
• Sorveglianza speciale: comporta prescrizioni e divieti;
• Divieto di soggiorno o obbligo di soggiorno.

3. Introduzione della Magistratura di sorveglianza:


La Magistratura di sorveglianza è una branca autonoma e specifica della magistratura, nata per seguire attentamente il
percorso di trattamento e di risocializzazione del detenuto.
La Magistratura controlla la corretta applicazione della legge e ha il ruolo di garante: è imparziale e neutrale, quindi adatta a
sorvegliare che nel gruppo sociale sia applicata correttamente la legge.
La Magistratura di sorveglianza è formata da due organi:
• Tribunale di sorveglianza: è un organo collegiale formato da quattro giudici;
• Magistrato di sorveglianza: è un organo monocratico formato da un solo giudice.
Essa ha una struttura organizzativa regionale, nel senso che in ogni capoluogo di regione c’è un tribunale di sorveglianza;
possono essercene due quando la densità di popolazione e la commissione dei reati è molto elevata (es: Lombardia).
Nel resto della regione ci sono gli Uffici di sorveglianza in cui lavorano i magistrati di sorveglianza.
Il procedimento di sorveglianza è un processo sull’uomo, cioè sull’autore del reato. La valutazione costruisce un contenuto
di sanzione che previene la recidiva del soggetto attenuando le sue fragilità e rinforzando i suoi punti di forza.
La magistratura di sorveglianza inizia a seguire la condanna appena il soggetto entra in carcere fino a quando torna ad
essere libero, e segue le fasi del trattamento individualizzato.
La conoscenza del soggetto è la costruzione del quadro di un soggetto che avviene attraverso due strumenti:
• Magistratura di sorveglianza: legge e valuta le riflessioni dell’equipe di osservazione e trattamento, poi le approva o le
modifica.
• Canali diretti di informazione sul soggetto come:
− Il magistrato di sorveglianza, che costruisce una relazione personale col condannato che inizia quando inizia
l’esecuzione della pena e continua per tutta la sua durata come rapporto di conoscenza;
− Il tribunale di sorveglianza, che acquisisce il parere dell’equipe di osservazione, usufruisce della chiave di lettura del
magistrato di sorveglianza e può chiedere indagini ulteriori e mirate agli UEPE;
− Informazioni ed elementi di valutazione forniti dagli organi istituzionali (Polizia, Carabinieri, Vigili Urbani…).

Il tribunale di sorveglianza è formato da quattro membri, due dei quali sono magistrati di carriera o togati: uno di essi deve
essere il presidente del tribunale, che ha funzioni di magistrato di corte d’appello; l’altro invece è il magistrato di
sorveglianza che ha conosciuto il condannato quando è entrato in carcere fino al momento del giudizio. Gli altri due membri
sono due specialisti nelle scienze dell’uomo, che hanno la stessa funzione giudicante dei magistrati di carriera.

Il compito del magistrato di sorveglianza è conoscere il soggetto e raccogliere informazioni su di lui.


Il compito del tribunale di sorveglianza è approvare o modificare il piano di trattamento, concedere, negare o revocare le
misure alternative alla detenzione e informare i magistrati delle udienze che si svolgeranno per il soggetto loro assegnato.
Ogni volta che l’equipe modifica il piano di trattamento, il tribunale valuta i nuovi dati e modifica il piano di trattamento.
Il giudice è l’organo decidente, mentre il pubblico ministero ha il ruolo di pubblica accusa: egli è l’avvocato del gruppo
sociale e ha il compito di raccogliere prove contro l’imputato.

Il tribunale per i minorenni e l’imputabilità dei minori


Il minore autore di reato ha un trattamento giuridico diverso, perchè i minori è stato istituito un tribunale apposito.
Art. 97 → non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, non aveva compiuto i quattordici anni.
Art. 98 → è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, aveva compiuto i quattordici anni ma non i diciotto, se
aveva capacità di intendere e di volere, ma la pena è diminuita.
La politica per i minorenni ha attraversato diverse fasi:
1. Prima fase: prevale una visione retributivo-punitiva anche se la pena da applicare al minore è attenuata.
2. Seconda fase: inizia quando si afferma la finalità rieducativa della giustizia minorile, proponendo nuove strutture
rieducative extramurarie per minori.
3. Terza fase: inizia quando nasce il principio della deistituzionalizzazione e decarcerizzazione, perchè il carcere era visto
come fonte di stigmatizzazioni che riducevano le possibilità di reinserimento sociale e si evidenziava il rischio
criminogenetico della permanenza nelle istituzioni.
4. Quarta fase: si sono trasferite le funzioni educative agli enti locali.
Attualmente l’intervento penale nei confronti dei minori si ispira ai principi di decarcerizzazione e di depenalizzazione; la
detenzione è prevista secondo il principio del massimo riduttivismo e la pena dev’essere rieducativa.

Criminologia clinica e applicata


La criminologia clinica è l’insieme delle conoscenze criminologiche delle fattispecie individuali nelle questioni poste dalla
prassi giudiziaria e dall’esecuzione penale. Si usa la definizione di criminologia applicata per separare questa parte della
criminologia da una tradizione di stampo medico, intesa come l’insieme degli interventi che affrontano le questioni per cui il
sistema della giustizia necessita delle sue particolari conoscenze. 

Gli interventi clinico-criminologici vengono attuati nella fase diagnostica, predittiva e del trattamento risocializzativo.
1. Fase diagnostica: il trattamento comincia dall’osservazione per formulare il programma di trattamento, per fornire alla
Magistratura di sorveglianza le informazioni sul detenuto, per riferire alla direzione del carcere notizie in vista di benefici e
provvedimenti disciplinari e per risolvere problemi di cattivo adattamento carcerario.
Gli strumenti di questa fase sono:
• Colloquio: ha come scopo la criminogenesi e la criminodinamica e come contenuti la storia di vita, i precedenti, le figure
di riferimento, l’educazione, il temperamento, la struttura psicologia e il carattere.
• Test reattivi o mentali (es: test di intelligenza o di personalità).
• Inchiesta sociale: è fatta dagli assistenti sociali del Ministero di Giustizia e analizza l’ambiente di vita del soggetto.
• Esame comportamentale: analizza le modalità di condotta;
• Dati documentali sul curriculum criminoso.
2. Fase predittiva o prognostica: giudica l’eventualità che possano ripresentarsi comportamenti delittuosi attraverso l’uso di
indici prognostici. Le metodologie predittive più famose sono le tavole dei Glueck e gli schemi di Schiedt e di Farrigton.
3. Trattamento risocializzativo: è caratterizzato da colloqui psicologici di sostegno, psicoterapia, group counseling, tecniche di
addestramento delle capacità sociali, comunità terapeutica e attività scolastiche e lavorative.

Tecniche di prevenzione del reato


Le tecniche di prevenzione del reato sono tre:
− Tecnica primaria: strategie attuate per evitare che il reato venga commesso (es: campagne di informazione);
− Tecnica secondaria: strategie rivolte a categorie a rischio elevato o che hanno già compiuto azioni problematiche;
− Tecnica terziaria: strategie rivolte a singoli o gruppi che hanno avuto comportamenti nocivi per evitare che li ripetano.
Di solito si fa riferimento agli obiettivi del diritto penale di:
• General prevenzione: efficacia della sanzione penale sui consociati per trattenerli dal commettere crimini;
• Special prevenzione: efficacia della pena sul singolo che ha commesso un reato per evitare forme di recidiva.
• Nuova prevenzione: insieme delle iniziative pubbliche e private con lo scopo di impedire gli atti criminali.
Essa è formata da:
− Prevenzione sociale: comprende le misure che vogliono eliminare o ridurre i fattori criminogenetici di matrice
individuale, sociale o familiare; è orientata all’autore di reato all’interno di un contesto generale e sociale.
− Prevenzione situazionale: si interviene sul contesto per ridurre i fenomeni criminosi o la vittimizzazione.

La vittimologia
La vittimologia è la disciplina che studia il crimine dalla parte della vittima con scopi diagnostici, preventivi, riparativi e
trattamentali del reato e della vittimizzazione. 

La reazione emotiva alla parola “vittima” cambia in base al tipo di reato; possono avvenire:
− Reati senza vittima (es: possesso di stupefacenti per uso personale);
− Reati dove la vittima è impersonale (es: reati contro la pubblica amministrazione);
− Reati contro l’ordine pubblico in cui tutti si sentono vittime (es: reati ecologici, evasione fiscale);
− Reati in cui la vittima è sentita come lontana, estranea o troppo potente (es: truffa verso una banca);
− Delitti per cui si instaura una reazione emotiva di identificazione.

Classificazione delle vittime


Le vittime di dividono in:
• Vittime passive: in esse non vi è nessun atteggiamento psicologico o comportamento che abbia giocato nella criminogenesi o
che abbia spinto l’autore a scegliere quella vittima. Si dividono in:
− Vittime accidentali: diventano vittime per caso;
− Vittime preferenziali: sono scelte per il loro ruolo o posizione economica;
− Vittime simboliche: colpendo un individuo si vuole colpire tutto il gruppo (es: terrorismo);
− Vittime trasversali: non potendo colpire il vero bersaglio si colpiscono i suoi familiari (es: mafia).
• Vittime attive: in esse vi è un atteggiamento psicologico o un comportamento che ha giocato nella criminogenesi.
Si dividono in:
− Vittima che aggredisce: il suo comportamento può addirittura aver favorito il delitto (es: legittima difesa);
− Vittima provocatrice: subisce una violenza per aver suscitato esasperazione, ira, ribellione in chi commette il reato;
− Vittima inconsciamente provocatrice: come nei delitti familiari o quando esistono rapporti ravvicinati;
− Vittima favorente: si comporta in modo da facilitare la commissione del delitto (es: truffa all’americana);
− Vittima consenziente: acconsente ad essere uccisa o lo richiede (es: eutanasia, omicidio/suicidio concordato).
• False vittime: si dividono in:
− Vittime simulatrici: mentono consapevolmente;
− Vittime immaginarie: per immaturità o fattori psicopatologici non sono consapevoli della loro menzogna.

La deontologia
La deontologia è la disciplina che studia come ci si deve comportare e cosa si deve fare in un determinato ruolo.
La prima qualità che si richiede al buon direttore è la conoscenza, poi una preparazione psicosociologica.
La preparazione universitaria non è sufficiente, quindi servono studio e aggiornamento costante.
Gestire il carcere significa risolvere tanti problemi posti dagli operatori e dai detenuti; il rinvio di una decisione può causare
inconvenienti e generare sfiducia degli operatori verso l’autorità.

La deontologia ha un aspetto etico e un aspetto giuridico.
Gli operatori penitenziari hanno tre tipi di responsabilità:
− Responsabilità penale, per il mancato rispetto delle norme del Codice Penale;
− Responsabilità civile, per i danni provocati da comportamenti illeciti;
− Responsabilità disciplinare deontologica, per la mancata correttezza nei confronti del codice deontologico.

Il segreto professionale
Il problema del segreto professionale è importante perchè si riscontrano molte difficoltà nell’instaurare un rapporto di fiducia
tra operatore e detenuto e nel avere il consenso del detenuto al rapporto con l’operatore.

Sfera etico-deontologica: l’obbligo del segreto è un dovere etico prima che giuridico, ed è alla base del rapporto di
fiduciarietà tra un professionista e il suo utente. Nell’istituto penitenziario è necessario far conoscere le informazioni raccolte e
i dati all’autorità disciplinare o giudiziaria, e questo può compromettere il rapporto di fiducia e comporta delle riserve da parte
del detenuto, perchè egli sa che le informazioni che lo riguardano possono essere rilevanti sul piano giudiziario o disciplinare.
Dal punto di vista deontologico si pone il problema della riservatezza per i dati sulla sfera intima e individuale della persona; il
detenuto potrebbe restare in silenzio su alcuni argomenti perché è consapevole che i dati possono essere rilevanti.
Sfera giuridico-normativa: riconosce diverse fonti:
• Ordinamento Penitenziario: l’art. 71 bis afferma che il Tribunale o l’Ufficio di Sorveglianza possono avvalersi della
consulenza degli operatori del trattamento; essi non devono sottotacere nulla al magistrato, quindi non c’è riservatezza nei
confronti del detenuto.
• Normativa Penale: l’art. 622 punisce la rivelazione indebita di segreto professionale e si rivolge a tutti gli esercenti di un
servizio di pubblica necessità. L’art. 326 punisce la rivelazione di segreti d’ufficio e si rivolge ai pubblici ufficiali e agli
incaricati di pubblico servizio. Si tratta di un reato di mera condotta e non viene punita solo la rivelazione di notizie
d’ufficio, ma anche l’agevolazione della conoscenza sia dolosa che colposa.
• Normativa sulla privacy: la legge del 31 Dicembre 1996 n. 675 e il Decreto Legislativo del 30 Giugno 2000 n. 196 tutelano
la riservatezza dei dati.
La tutela della privacy
Legge n. 675 del 1996 → “I dati personali devono essere custoditi e controllati per ridurre al minimo i rischi di distruzione e
di perdita. La legge punisce sia la fattispecie dolosa, quando la divulgazione avviene per trarre profitto o recare danno, che la
fattispecie colposa.”

Art. del 2002 del Codice di deontologia → “I dati personali trattati per scopi scientifici devono essere conservati in modo da
evitare la dispersione, la sottrazione e ogni altro uso non conforme alla legge. I dati personali e le notizie non disponibili al
pubblico di cui si viene a conoscenza durante l’attività statistica o attività simili non possono essere diffusi né usati per
interessi privati, propri o altrui.”
Art. del 2003 del Codice Penale → “I dati personali sono custoditi e controllati in modo da ridurre al minimo i rischi di
distruzione o perdita, di accesso non autorizzato o di trattamento non consentito.”
Codice deontologico e di buona condotta → bisogna usare cautela per la raccolta, la consultazione e la diffusione di documenti
su dati che rivelano lo stato di salute, la vita sessuale o rapporti riservati di tipo familiare.
La configurazione giuridica dell’amministrazione penitenziaria e dei servizi pubblici fa sì che i dati rilevati da servizi esterni
non possano essere comunicati all’amministrazione penitenziaria se non per mandato dell’interessato.

Dev’esserci maggior tutela della privacy se il trattamento passa dall’interno all’esterno dell’istituzione, dai servizi penitenziari
ai servizi pubblici, e da questi ai servizi privati.
Il consenso
Per quanto riguarda il consenso, vi è il problema di definire in che misura il mandato debba essere eseguito anche senza il
consenso del detenuto, e quali aree di riservatezza vadano rispettate o indagate solo col consenso dell’interessato.
Parlando di consenso ci si riferisce ad una gamma ampia di atteggiamenti, a partire dall’assenso, inteso come un’accettazione
passiva della cura del medico quando il processo del consenso è difficoltoso.

L’operatore penitenziario è capace di gestire il suo duplice ruolo come soggetto legato ad un mandato di carattere collettivo e
come soggetto incaricato di aiutare l’utente.
La raccolta di dati può essere fatta nell’operatività penitenziaria senza consenso dell’interessato e senza autorizzazione del
garante se:
− Sono rispettate la riservatezza e la sicurezza;
− I dati non sono usati in modo automatico neanche per fini amministrativi o giudiziari;
− I dati possono essere controllati dal garante.
Perciò l’accesso ai dati sul detenuto è consentito agli operatori penitenziari senza il consenso dell’interessato ai fini delle
attività istituzionali con l’autorizzazione del responsabile.

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