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LA PSICOLOGIA INVESTIGATIVA

Attualmente, l'applicazione dei metodi psicologici nell'ambito dell'investigazione criminale sta


assumendo un'importanza straordinaria, soprattutto in riferimento alla psicologia criminale e
giuridica. Psicologia e diritto hanno infatti una lunga tradizione di confronto sia sul piano
teorico, sia soprattutto su quello pratico; in questo contesto, in sede giudiziaria, la
collaborazione dello psicologo viene spesso richiesta da parte dei magistrati, degli avvocati e
degli operatori sociali, al fine di ottenere una diagnosi riguardo i fattori individuali che hanno
condotto al delitto; mentre, in fase esecutiva della pena, l’intervento viene richiesto in qualità
di osservazione scientifica della personalità del condannato.

Il giudizio richiesto allo psicologo ha prevalentemente lo scopo di stabilire se esistano o meno


nel soggetto delle condizioni di normalità psichica, o di maturità personale, tali da consentire
un’attribuzione di responsabilità legale, la quale può riguardare atti devianti oppure decisioni
che coinvolgono altre persone. In altri casi il giudizio richiesto riguarda altri tipi di
responsabilità, quella ad esempio ritenuta necessaria per attribuire al soggetto un’idoneità
educativa in qualità di genitore affidatario o adottivo. Lo psicologo, in tutte queste circostanze,
agisce in qualità di perito o consulente tecnico, la cui competenza serve ad integrare altri tipi di
valutazioni, ad esempio quella del magistrato, al quale rimane comunque la responsabilità
dell’ultimo e definitivo giudizio. Lo psicologo interviene anche nei contesti che hanno l’obiettivo
della prevenzione del disagio e della devianza, la scuola, le agenzie pubbliche e del privato
sociale etc.

L’area del lavoro peritale in campo penale e civile e l’area della progettazione e della
realizzazione di progetti di prevenzione della devianza, rappresentano certamente due
principali competenze specifiche dello psicologo giuridico. La psicologia giuridica infatti, si
occupa specificatamente del rapporto tra comportamento, soggetto, e norme sociali e
giuridiche e si occupa della trasgressione delle norme e delle conseguenze di tali trasgressioni
sul piano giudiziario, penale, investigativo e della prevenzione. All’interno del settore
investigativo, la psicologia offre strumenti adeguati sia per ottenere informazioni dai luoghi e
dalle situazioni che l'investigatore deve osservare, sia nel momento in cui agire in senso
investigativo significa incontrare le persone implicate nel lavoro; vittime, testimoni, autori di
reato.

Il modello della psicologia investigativa, sviluppato da Canter e dai suoi collaboratori in


Inghilterra nella metà degli anni ’80, si fonda sull’utilizzo della Facet Theory, la “teoria della
sfaccettatura”, la quale, dopo aver analizzato le relazioni tra variabili e delineato e codificato gli
oggetti di interesse della ricerca, cerca di sfaccettare lo spazio, denominando e interpretando
ogni sfaccettatura che racchiude un certo numero di variabili. In altre parole, Canter sostiene
che la psicologia può essere direttamente applicabile al crimine, in quanto tale evento deve
essere inteso come una relazione interpersonale tra la vittima e l’offender; dunque, le modalità
e le motivazioni che sottendono l’atto criminale sono collegabili e simili a quelle che
accompagnano l’offender in qualunque altro rapporto normale della vita quotidiana.

Attraverso studi approfonditi sulle modalità di interazione tra vittima e aggressore, Canter ha
potuto postulare cinque fattori chiave tramite i quali il sapere psicologico può essere applicato
al metodo investigativo, con lo scopo di poter stilare il profilo psicologico dell’autore
sconosciuto di un reato. Il primo, l’assunto della coerenza interpersonale, si basa sul
presupposto che le azioni criminali vengono agite nelle modalità e con motivazioni che hanno
un senso per la dimensione psicologica dell’aggressore.

In altre parole, poiché l’omicidio, l’aggressione sessuale, o altre forme di aggressione violenta
sono comunque una relazione tra offender e vittima, anche in questo estremo tipo di relazione
interpersonale l’aggressore metterà in atto gli stessi schemi che utilizza in qualsiasi altra
relazione sociale ed interpersonale. Dunque, osservando le modalità con cui l’offender si è
mosso nella scena del crimine ed ha interagito con la vittima, sarà possibile individuare alcune
sue caratteristiche. Il secondo assunto si riferisce invece al significato del tempo e del luogo di
un aggressione, i quali sono in parte dovuti alla scelta consapevole del criminale e dettati dalle
sue necessità.

Il momento scelto per compiere il reato, può quindi fornire indicazioni sugli orari di lavoro del
criminale o su altre sue abitudini; Canter afferma che gli stupri o gli omicidi, specie se
pianificati, vengono spesso commessi in luoghi che l’offender conosce e, con gli stessi
presupposti, la scelta dell’orario ( il giorno piuttosto che la notte o il fine settimana piuttosto
che altri giorni) avrà una propria motivazione, sia pratica-manuale che psico-motivazionale.

Il terzo assunto, inerente alle caratteristiche criminali, postula che attraverso l’analisi della
scena del crimine e delle modalità di commissione, si possano cogliere alcuni aspetti delle
caratteristiche personologiche, comportamentali e socio-demografiche dell’offender
sconosciuto.

Il quarto assunto, rivolto all’analisi della carriera criminale, si basa sull’ipotesi che il reo
modifica raramente le modalità di commissione del reato, soprattutto se la tecnica gli si e
dimostrata efficace; più facilmente, può invece accadere che avvenga una escalation nella
tipologia e nella qualità dei crimini, o una estremizzazione delle modalità di azione.

Poiché tali cambiamenti possono essere dovuti sia a qualcosa che è accaduto al criminale
durante l’azione, sia ad una sua percezione e soddisfazione dell’evento a posteriori, è basilare
accertare se l’offender sia stato coinvolto in precedenti attività criminali. Infine, l’assunto della
consapevolezza forense, ipotizza che se l’offender ha cercato di evitare la cattura attraverso
alcuni accorgimenti, egli deve quasi certamente essere al corrente delle tecniche investigative
ed avere anche alcuni precedenti penali. Canter, assieme a Salfati ha ideato, inoltre, quella che
è la dicotomia propria della psicologia investigativa, cioè la dicotomia espressivo/strumentale;
infatti, secondo gli autori, sia le forme e gli stili di relazione tra vittima e offender, sia i temi
strumentali ed espressivi si riflettono nelle modalità di commissione del reato.

I moventi di un aggressione possono quindi essere riassunti in due categorie, sulla base delle
finalità e dei guadagni dell’aggressore: l’aggressione espressiva e l’aggressione strumentale.
Le aggressioni espressive sono quelle in cui il reo ha un obbiettivo simbolico, cioè di
comunicazione o di soddisfazione delle proprie fantasie interne. Gli omicidi strumentali hanno
invece finalità pratica di ottenimento di un qualcosa di concreto legato al cambiamento di una
situazione, ad un benessere materiale (uccidere per compenso economico) o alla soluzione di
uno stato emotivo alterato (uccidere per gelosia).

In questo ambito, è lecito affermare che, ad oggi, la psicologia investigativa può ormai essere
considerata una delle varie discipline appartenenti alle scienze criminali; infatti, soltanto
l’intreccio di questa disciplina con le altre permette di poter indirizzare le indagini verso
l’identificazione dell’autore sconosciuto di un reato e trarre valide inferenze circa la sua
personalità, attraverso l’analisi della scena del crimine e delle modalità (statiche o dinamiche)
di esecuzione e consumazione della tattica criminale. La psicologia investigativa, a differenza di
molti settori della psicologia empirica, è un sapere articolato che trae vigore dalla tradizione
scientifica della psicologia giuridica e criminale, ma fortemente orientato verso un approccio
interdisciplinare, con un’ attenzione particolare alla raccolta, repertazione e condivisione dei
dati, a causa della necessità di ancorare l’analisi investigativa al campo della ricerca
sperimentale e all’introduzione di metodologie avanzate nel trattamento dei dati.

Sul fronte dell'investigazione la psicologia offre un contributo decisivo nel tentativo di porre
soluzione ai quesiti in gioco, confrontandosi coi contributi forniti da altre discipline, come la
psichiatria, la criminologia clinica, le tecnologia di rete, il diritto penale e civile, sostanziale e
processuale e le scienze forensi. In questo senso, confrontandosi con i contributi forniti da tali
discipline, la psicologia investigativa apporta un valido contributo alle indagini e alla scansione
dei casi giudiziari, offrendo una diversa chiave di lettura alla ricerca della verità sui fatti
criminali grazie alla formulazione di un pensiero distante dai canoni epistemologici del lavoro
peritale. Questa disciplina, studia, infatti, come reperire, valutare e utilizzare in modo
sistematico e scientifico l’informazione investigativa; come poter supportare le azioni e le
decisioni delle Forze di Polizia, nonché le inferenze che si possono trarre dalle attività
criminose.

La psicologia investigativa, in quanto applicazione della psicologia al processo investigativo e


più in generale all'attività di Polizia Giudiziaria, trova modalità applicative nella preparazione e
nell'analisi dell'intervista investigativa e dell'interrogatorio, nella definizione del profilo
criminale (offender profiling), nella stesura dell'autopsia psicologica, nello studio della
psicologia della negoziazione, nell'analisi psicologica di testi scritti, nella preparazione
dell'operatore di Polizia e del team investigativo, nel problem solving dei processi investigativi
e nello studio della psicologia della testimonianza oculare. Da questo quadro emerge che
l’obiettivo del lavoro psicologico è quello di un miglioramento investigativo, sia in campo
penale che civile.

Nonostante il suo ambito di applicazione, la psicologia investigativa ha come suo elemento di


distinzione un interesse per la realtà storica dei fatti, più che per la ricostruzione degli eventi,
la quale risente della soggettività che nasce dallo sconfinamento dei dati peritali nell’ambito
dell’indagine clinico-giuridica. In questo senso, esiste una gerarchia di criteri logici che si
possono considerare. La corrispondenza, ad esempio, cioè la congruenza tra fatti ed
interpretazione della realtà, deve essere tenuta di conto, in quanto i contenuti di una
narrazione possiedono un valore in parte sempre soggettivo, cioè una coloritura emotiva e
personale che talvolta può addirittura deformare la percezione della realtà e, di conseguenza,
la ricostruzione dei fatti.

Il colloquio criminologico, in questo senso, si orienta verso la ricostruzione di una verità


psichica con un valore puramente clinico e, questa sua finalità, sembra poter soddisfare sia le
esigenze della perizia classica, sia quelle dell’indagine psichiatrica forense, le quali devono
soddisfare quesiti inerenti all’imputabilità e la pericolosità sociale. Il lavoro dello psicologo
dovrà quindi essere guidato dal principio della responsabilità e della consapevolezza; in questo
caso, il processo interpretativo, condurrà il lavoro verso una logica che tenga conto sia del
bisogno di certezze tipico del diritto, sia della necessità di collocare gli eventi nella dimensione
soggettiva, attività, questa, che costituisce il cuore di tutto l’intervento tecnico.

La psicologia infatti, come scienza della persona, chiama in causa il rispetto deontologico,
orientato a garantire la massima sicurezza circa lo sfondo etico che deve sempre riguardare e
proteggere l'indagine. Se da un lato lo psicologo non può adottare un criterio di pura indagine
dei fatti tipico del modello poliziesco, nello stesso tempo, la natura del suo mandato lo
costringe a mantenere un forte legame con gli avvenimenti reali, riconoscendo comunque che
l’accesso ai fatti passa attraverso la ricostruzione dei soggetti in gioco, quindi attraverso le
modalità con cui sono stati colti-percepiti-compresi-razionalizzati nella testimonianza.

Questo carattere di ricerca di elementi di verità all’interno di una serie di pensieri spesso
confusi può far assumere al colloquio clinico-giuridico un valore anche terapeutico; infatti, la
scoperta di una verità può spesso condurre alla parziale risoluzione del conflitto o con una sua
definizione su un piano più accettabile per l’ecologia della mente del soggetto. Altri criteri logici
da dover considerare riguardano la coerenza, cioè l’assenza di contraddizioni nelle diverse parti
del lavoro specie al livello della giustificazione delle ipotesi guida, il consenso della comunità
scientifica allargata sull’utilizzo di strumenti di lavoro e, per ultima, la convergenza, cioè la
possibilità che tra tutti gli attori impegnati nelle indagini vi sia un accordo sul giudizio espresso
dallo psicologo nel contesto pratico in cui esso si pone.

I criteri che guidano l’indagine psicologico-investigativa sono riconducibili a due tipologie


complementari di procedura: la criminodinamica e la criminogenetica.

La criminodinamica è uno studio importante per l’accertamento della dinamica dei fatti e
riguarda la ricostruzione obbiettiva dell’intero processo anti-giuridico nell’arco di tempo in cui
esso si realizza; infatti, è possibile osservare come ogni evento anti-giuridico sia unico e
irripetibile, nonostante possa comunque essere collocato in determinate categorie di reato del
codice penale.
Questo approccio consente di poter suddividere l’evento criminale in tutte le componenti di
reato che esso contiene e di individuare tutte le violazioni al codice penale che sono state
commesse; inoltre, permette di poter fare un confronto tra le diverse categorie di reato,
tramite la comparazione dei differenti atteggiamenti manifestati dai tribunali nella valutazione
di fatti simili.

L’indagine criminogenetica privilegia invece le problematiche di natura psicologica dell’autore di


un reato; tali variabili devono però essere affrontate anche in una prospettiva interpersonale
che tenga conto del contesto relazionale, culturale e sociale dell’autore del crimine. Infatti,
specie in certi tipi di reato violento (stupri e omicidi), è indispensabile analizzare i fattori
relazionali che hanno indotto all’atto, ponendo in risalto tutto quello che ruota attorno
all’azione criminosa.

Tali reati, infatti, possono essere analizzati meglio se colti nella loro dimensione relazionale,
dove ogni condotta violenta acquista un particolare valore comunicativo e serve da
meccanismo regolativo di un microsistema prossimale, entro il quale si manifestano le
esperienze significative dei soggetti in gioco nella relazione. Tale approccio offre spunti
interessanti per comprendere la criminodinamica in una prospettiva più ampia e, in ogni caso,
propone un’ottica in cui viene conferito uguale valore all’autore e alla vittima.

In presenza della vittima, lo studio della relazione consente l’introduzione di una terza entità
determinante nella comprensione dei fattori preparatori, circostanziali e precipitanti
dell’interazione violenta: gli atti comunicativi e di contatto specifici entro la coppia o il
microgruppo interagente nell’evento. Uno dei temi di maggiore attualità della psicologia
investigativa è la realizzazione del profilo psicologico di un autore sconosciuto di un reato o di
una serie di reati.

L’offender profiling (o criminal profiling) è un’attività volta a fornire agli investigatori un quadro
delle caratteristiche di personalità, socio-demografiche del criminale ( il genere sessuale, età,
etnia, curriculum scolastico, status sociale ed eventuali precedenti penali). Nello specifico, il
profiling rappresenta una tecnica mirata ad identificare e interpretare i comportamenti o le
azioni che hanno avuto luogo sulla scena del crimine, con l’obiettivo di delineare le
caratteristiche di personalità dell’offender, il modus operandi e, possibilmente, il movente.
Questi elementi, vengono ricavati basandosi sui dati statistici e su un analisi psico-
criminologica del delitto, la quale rappresenta la fonte principale di informazioni per gli
investigatori. Il criminal profiling è quindi un’attività di supporto che può servire a indirizzare e
ottimizzare tempi e risorse di un’investigazione criminale classica, offrendo, in questo senso,
un criterio aggiuntivo alla costruzione di una lista dei sospetti.

Essendo un’ inferenza che deriva dall’analisi delle variabili e degli indizi messi a disposizione
dalle indagini, l’offender profiling può essere portato a termine con successo solamente
attraverso l’interazione tra questi elementi e le conoscenze scientifiche e statistiche su delitti
simili. Viste le sue finalità di intervento, le applicazioni del criminal profiling sembrano prestarsi
meglio nei casi di crimini molto espressivi, ossia crimini seriali, omicidi efferati e senza
apparente movente e stupri.

Anche se fin dalle sue origini, le tecniche di criminal profiling sono state applicate quasi
esclusivamente all’analisi di questi “major crimes”, tali tecniche possono essere estese anche
all’analisi di altri comportamenti criminali come il furto con scasso, rapine, o comunque, di tutti
quei crimini in cui si possono osservare sia gli schemi comportamentali del reo, sia gli schemi
di interazione tra l’offender e la vittima.

Premessa basilare dell’offender profiling è che la personalità e il comportamento di un soggetto


si riflettono a vicenda; in altre parole, commettere un certo tipo di crimine equivale ad avere
un certo tipo di personalità. Attraverso l’analisi della tipologia di crimine, di vittima, del modus
operandi e della scena del crimine è possibile quindi giungere alla stesura del profilo
psicologico e socio-demorafico del reo.
Altri principi basilari di questa attività riguardano il fatto che il modus operandi non cambia mai
significativamente; infatti, una certa tipologia di criminale tenderà a mettere in atto sempre le
stesse modalità di azione nel caso in cui queste si siano dimostrate efficaci. Questo lavoro
assume un valore aggiuntivo nel caso in cui si possano confrontare i dati a disposizione con
simili modalità d’azione attribuite a criminali già catturati e dei quali si conoscono già le
caratteristiche. A questo proposito, è da sottolineare il fatto che il profiling dovrebbe essere
considerato più come un ipotesi di lavoro che come una tecnica, dal momento che, sebbene
nell’ambito di una certa tipologia criminale si possano inferire alcune generalizzazioni inerenti
le caratteristiche di quel tipo di criminale, ogni soggetto è comunque unico per quanto riguarda
la sua personalità, le sue caratteristiche comportamentali o il modus operandi.

In generale, il profiling è un attività che nasce e si esaurisce in fase di indagine, poiché il suo
obbiettivo è quello di fornire uno strumento descrittivo aggiuntivo che permetta di indirizzare
le indagini in una direzione piuttosto che in un’altra. L’offender profiling non è dunque un
attività peritale o di consulenza, anche se può, nel procedimento giudiziario in fase di indagine,
prendere queste forme. Attualmente, la ricerca psicologico-forense sta attraversando un
momento di grande impegno sia sul fronte applicativo che su quello epistemologico.

A partire infatti dalla pubblicazione della legge 7 dicembre 2000, n.397. , lo psicologo viene
chiamato, in qualità di consulente, a nuove modalità di intervento e alla risoluzione di nuovi
interrogatori molto diversi da quelli della tradizionale pratica peritale.

In passato, il lavoro del consulente era volto alla convalida di tesi di carattere clinico-giuridico,
nel caso in cui fossero sorti dubbi sull’attendibilità di un soggetto testimoniante o sulla
possibile responsabilità delle azioni di un indagato al momento del crimine. Il consulente era
invitato alla somministrazione di una serie di test e ad un colloquio clinico, al fine di valutare i
fattori soggettivi e costruire una verità psicologica, la quale veniva considerata come parere di
un testimone esperto e dibattuta in un contraddittorio formale.

La verità storica, cioè l’indagine sui fatti accaduti era comunque riservata alle forze dell’ordine.
La nuova legge ha invece modificato radicalmente le possibilità di azione del consulente,
conferendogli compiti di ricerca delle fonti di prova, convogliando quindi appieno la psicologia
nell’ambito delle scienze forensi e conferendogli poteri di carattere investigativo.

Il comma 1 dell’ articolo 391 bis consente oggi ai consulenti di poter conferire con le persone in
grado di riferire informazioni utili all’investigazione; inoltre, gli artt. 391 sexies e septies
regolamentano le modalità di accesso a luoghi, anche privati, nei quali si effettuano le indagini.
Con queste innovazioni, gli psicologi forensi si sono trovati di fronte alla necessità di dover
acquisire e comprovare tecniche e competenze metodologiche in grado di soddisfare gli
impegni e le richieste derivati dalla nuova legge. Uno dei focus privilegiati della psicologia
giuridica, nelle evoluzioni più attuali, è proprio quello di individuare, sperimentare e trasferire,
agli operatori (psicologi, operatori del diritto ecc.), attraverso percorsi formativi mirati,
competenze tecnico-operative specifiche nell’ambito: del maltrattamento e dell’abuso, della
criminalità minorile e degli adulti, della valutazione della genitorialità in campo civile e della
tutela del minore, dell’educazione alla legalità, ecc., al fine di offrire una professionalità
adeguata alla complessità e all’evoluzione dei comportamenti, dei problemi e delle cornici
normative che riguardano questo settore di intervento. Solo in questo momento la psicologia
forense sta configurando una propria comunità scientifica con istituzioni definite, una classe
accademica, associazioni professionali, collane specialistiche e riviste divulgate in modo
continuativo; ma, all’interno della psicologia giuridica, la sensibilità e l’interesse per
l’investigazione rimangono ancora troppo scarsi.

Bibliografia

Rossi, L., Zappalà, A. (2004). Che cos’è la psicologia investigativa. Roma: Carocci Editore

Rossi, L., Zappalà, A. (2005). Elementi di psicologia investigativa. Milano: Franco Angeli
Editore

Mastronardi, V., De Luca, R. (2005). I serial Killer. Roma: Newton &Compton Editori

Palermo, G. (2005). Criminal Profiling: l’unicità dell’assassinio

Strano, M., Buzzone, R. (2005) Introduzione al criminal profiling

Strano, M., Buzzone, R. (2005) Gli studi sulla validità scientifica del criminal profiling
titolo: La Psicologia investigativa
autore: Sara Toma
argomento: Psicologia Giuridica
fonte: Vertici Network
data di pubblicazione: 09/01/2006
documento stampato da www.vertici.com il 28/11/2009