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Tesina sulla Follia di Campagnoli Giulia III liceo classico, S. Francesco, A. s. 07/08

sulla Follia di Campagnoli Giulia III liceo classico, S. Francesco, A. s. 07/08 Paziente dell'Ospedale Fracastoro

Paziente dell'Ospedale Fracastoro

I

∞ Prefazione………………………………….………………………….……p. III ∞ Introduzione alla

Prefazione………………………………….………………………….……p. III

Introduzione alla Follia…………….…….…….………….…

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IV

Lo studio della Follia……………………………………….……

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VII

Il caso: Anna O. …………….…………….…………………

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XI

Il caso: Nietzsche…….…………………………………………….…p. XIV

Gli scritti della Follia…………….…………………….………….…p. XVI

Follia: Tra arte e letteratura

………………

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XVIII

Pirandello e la Follia………….…………………………………

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XX

Follia: una scelta per la libertà………………….……

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XXII

Munch: il Grido liberatorio………….………………….……

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XXVII

Phaedra: Furor vs. Ratio…………………………………

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XXXI

Dalla tradizione greca all’opera di Seneca

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XXXV

La Follia di Kate………………………………………………………

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XXXVI

Conclusione………………………………………………………….…

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XXXIX

Sitografia- ………………………………………………………………

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XL

Bibliografia…………………………………………………

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XLI

II

La follia, uno sguardo oltre ragione, tra amore e libertà, passione e desiderio. Ho scelto

La follia, uno sguardo oltre ragione, tra amore e libertà, passione e desiderio. Ho scelto questo tema perché sono sempre stata interessata a quelle cose, definite “stranezze”, proprie di alcuni uomini.

I miei studi mi hanno fatto conoscere la follia sia dal punto di vista scientifico-filosofico, sia da quello artistico-letteraio.

In questa mia tesi voglio mostrare, innanzitutto, quelli che sono stati i personaggi storici che hanno tentato di dare un significato scientifico-filosofico alla follia, vista come patologia, e, inoltre, voglio suddividere le cause che hanno portato al manifestarsi di questo fenomeno all’interno di persone comuni.

Partirò dall’apportare gli studi fatti da Sigmund Freud, trattando anche di coloro che hanno tentato di definire il fenomeno della follia all’interno di un determinato momento storico oppure dovuto ad un determinato fattore fisico. Successivamente mostrerò due personaggi, quali Anna O. e Nietzsche, che divennero pazzi nel mezzo della loro vita.

Infine parlerò dei due diversi motivi che, nell’ambito artistico- letterario, sono stati riconosciuti come principali dell’avvento della malattia: eccesso di passione amorosa e volontà dell’uomo di sfuggire alla vita.

III

Riflettere sul significato profondo della follia, significa in un certo senso riflettere anche sulla nozione

Riflettere sul significato profondo della follia, significa in un certo senso riflettere anche sulla nozione di identità, su come ogni uomo percepisce le diverse cose che lo circondano e, in particolare, su ciò che per lui rappresenta la realtà.

La follia è ciò che ci interroga sulla nostra visione del mondo, mostrandoci cose che sorpassano la ragione e raggiungono l’irrazionale.

Nel corso dei secoli, sono stati numerosi gli studi fatti attraverso la scienza, l’arte, la legge e la medicina, i quali hanno fatto pervenire alla follia un duplice valore:

da una parte essa è altro, ovvero un mondo che non corrisponde a quello che percepiscono i cosiddetti “sani”; dall’altra rappresenta una caratteristica innata in ogni uomo, visibile in alcuni, nascosta dalla ragione in altri.

Folle è colui che, attraverso determinati atteggiamenti o opinioni, si distacca da ciò che viene definito inaccettabile dalla ragione. Ed è qui che inizia il vero problema sulla definizione della follia, poiché essa può assumere valenze diverse a seconda dell’individuo, della situazione, del momento storico, degli avvenimenti.

Le ricerche sulla nascita e sull’evoluzione di questo fenomeno sono state numerose. Personaggi come Micheal Foucault, Descarte e Montaigne, hanno cercato ,in modi diversi, di dare un senso alla parola follia, cercando di capire quale potesse essere la sua origine.

IV

Michael Foucault 1 , nella sua opera Storia della follia nell’Età classica, stabilisce l’inizio della storia della follia nel Medioevo (V- XV secolo), periodo storico caratterizzato dalla perdita dei valori e delle certezze da parte dell’uomo, che cercò con ogni mezzo di ricongiungersi al Bene.

“E’ a partire dalla scomparsa della lebbra in Europa che, anche se ancora a livello inconscio, l’esperienza dell’isolamento della follia e dell’internamento cominciano a farsi strada nella mentalità medioevale, fino all’esplosione che avranno nell’Età Classica. Gli ospedali e gli edifici sanitari che erano destinati ad ospitare i malati di lebbra si riveleranno allora i luoghi più adatti per quell’esperienza correzionaria di isolamento e prigionia che contraddistinguerà la follia nel XVII secolo”.

(Cap. I, “Storia della follia nell’Età classica” di Michael Foucault)

Secondo l’idea di Foucault, la follia è ciò che risulta dalla continua lotta tra Bene e Male, la quale fa assumere al folle due valori: effige della dissolutezza umana e personaggio al margine della società, che non viene, però, escluso da essa; e detentore di un sapere impenetrabile e oscuro che può accedere a realtà, impercettibili all’uomo comune.

“Il folle nella sua innocente grullaggine, possiede questo suo sapere

lo porta in una sfera intatta, piena ai suoi occhi di un sapere invisibile”

inaccessibile e così temibile

(tratto da Storia della follia nell’età classica).

Descartes 2 e Montaigne 3 , invece, danno una visione allegorica al significato della follia: ritengono, infatti, che il folle sia un nemico, qualcosa di dannoso, una diversità che va temuta.

1 Storico e filoso francese, autore della “Storia della follia nell’Età classica” pubblicata nel 1963.

2 Renè Descartes, filosofo e matematico francese, è conosciuto anche con il nome latino di Cartesio. Egli è ritenuto da molti l’iniziatore della filosofia e della matematica moderna, uno dei più grandi ed influenti pensatori dell’umanità.

3 Michel Eyquem de Montaigne, conosciuto meglio con il solo nome di Montaigne, fu filosofo e scrittore, oltre che uomo politico della Francia Rinascimentale. Come eredi della sua filosofia ci furono filosofi importanti come Rousseau, Nietzsche.

V

In questo caso, furono importantissimi gli studi fatti da Descartes riguardo al cervello umano, poiché gli permisero di dare anche un senso scientifico alla malattia: attraverso le sue scoperte, egli era

arrivato a ritenere causa della patologia le malformazioni al cervello

e al sistema nervoso centrale, oppure degli shock vissuti nell’età infantile.

Nel corso del XVII secolo, iniziarono a diffondersi i manicomi, ovvero luoghi in cui venivano rinchiuse le persone che, si sospettava, erano affette da una malattia psichica e quindi

mostravano opposizione alla morale e al buon senso attraverso atti osceni e surreali.

Il primo manicomio della storia, fu costruito a Firenze nel 1643; a Milano solo nel 1790.

VI

Sigmund Schlomo Freud fu neurologo, psicoanalista e filosofo austriaco, ed è a lui che si

Sigmund Schlomo Freud fu neurologo, psicoanalista e filosofo austriaco, ed è a lui che si devono le importanti scoperte nel campo della psicoanalisi.

devono le importanti scoperte nel campo della psicoanalisi. Freud introdusse alcuni studi sul funzionamento

Freud introdusse alcuni studi sul funzionamento dell’inconscio dell’individuo e, inizialmente, sottolineò una sostanziale differenza tra “nevrosi”, rappresentata dalle nevrosi ansiose,e la “psicosi”,che comprendeva sostanzialmente l’isteria e l’ossessione.

Il giovane Freud si interessò fin da subito al fenomeno della follia, ed è proprio verso di essa che indirizzò i suoi studi medici e psicologici. Questi ultimi furono fortemente influenzati dall’amicizia stretta con Breuer 4 , del quale Sigmund divenne poi assistente.

Se è un merito aver dato vita alla psicoanalisi, il merito non è mio. Non ho preso parte al suo primo avvio. Ero studente, impegnato nel dare gli ultimi esami, quando un altro medico viennese, il dottor Josef Breuer, applicò per le prime volte questo procedimento per curare una ragazza malata d'isteria”.

Freud – Conferenza sulla Psicoanalisi negli Usa, 1909

4 Joseph Breuer, medico e psichiatra austriaco. Fu uno dei primi a trattare casi d’isteria con l’ipnosi; divenne antesignano di Freud nell’impianto teorico della psicoanalisi

VII

Il termine psicanalisi venne utilizzato per la prima volta da Freud nel 1896, in uno scritto francese. Il termine di “psicoanalisi” indica l’intenzione del filosofo di mettere a punto una teoria complessiva dei processi psichici e del sistema in cui essi si inseriscono.

Alla base dei fenomeni psichici, c’è un principio, chiamato principio del piacere, che tende a realizzare il piacere e a evitare il dolore; esso agisce però senza preoccuparsi dei mezzi concreti necessari per ottenere lo scopo e scarica la tensione in un soddisfacimento immediato. Questa tendenza viene tenuta a freno dal principio di realtà che, al contrario, prende in considerazione i limiti imposti dal mondo esterno; anche il principio di realtà tende alla realizzazione del desiderio, ma lo fa in vista di un esito possibile e reale, non in via allucinatoria.

Freud, attraverso questa nuova tecnica, si propose di studiare quella parte oscura della struttura umana, che si agita al nostro interno, e prende il nome di inconscio. Quindi, egli divise l’apparato psichico in Es, Io e Super-Io.

VIII

Luogo della vita pulsionale, un caos ribollente di energie vitali che tende a soddisfare i

Luogo della vita pulsionale, un caos ribollente di energie vitali che tende a soddisfare i bisogni egoistici, seguendo il principio del piacere; esso è, quindi, la dimensione propria degli istinti, che viene prima della morale e prima, anche, della ragione.

che viene prima della morale e prima, anche, della ragione. Definito servo di due padroni rappresenta
che viene prima della morale e prima, anche, della ragione. Definito servo di due padroni rappresenta

Definito servo di due padroni rappresenta la parte del pensiero consapevole che mantiene in equilibrio la mente umana; svolge la funzione di censore e fa penetrare allo stato di consapevolezza ciò che può essere ricordato senza danni. La sua funzione censoria si registra nell’attività onirica e in particolare attraverso l’interpretazione del sogno l’analista può trarre quelle che possono essere le vere motivazioni che hanno portato allo scaturirsi del trauma nevrotico o psichico.

La giusta relazione tra Es e Io fa nascere o l’equilibrio psichico o la sindrome nevrotica, dipende tutto dalle caratteristiche dell’uomo e dalle vicende che l’hanno segnato.

IX

Il super-io è sede della coscienza morale e dei sensi di colpa e rappresenta le

Il super-io è sede della coscienza morale e dei sensi di colpa e rappresenta le norme di comportamento che un individuo ha assimilato durante la crescita. Nel caso in cui queste norme sono state percepite senza forti traumi si può avere una stabilità tra Io e Super-Io; mentre, nel caso contrario ci può essere la nascita di aggressione violenta nei confronti del prossimo.

Freud ritiene che ogni uomo debba cercare di respingere le forze dell’inconscio che ci spingono verso l’irrazionale. Se all’interno dell’inconscio non avviene nessun tipo di sublimazione, allora, si arriva alla malattia, la “nevrosi”, che porta al delirio e all’indebolimento mentale dell’individuo in perenne conflitto con se stesso.

Questa è la follia vista da Freud: pensiero assurdo e illogico che porta all’abbandono della ragione.

X

Dal 1880 al 1882 a Breuer si presentò il caso di una donna, la quale

Dal 1880 al 1882 a Breuer si presentò il caso di una donna,

la quale assunse la figura

dell’ispiratrice delle teorie psicoanalitiche di Freud.

Anna O., pseudonimo di Bertha Pappenheim, fu la prima paziente trattata da Freud, in collaborazione con il suo Prof. Breuer, mediante ipnosi, al fine di curare diversi sintomi dell’isteria.

ipnosi, al fine di curare diversi sintomi dell’isteria. La paziente, in contemporanea alla morte del padre,

La paziente, in contemporanea alla morte del padre, aveva iniziato

a mostrare degli strani sintomi: paralisi di tre arti, disturbi gravi e

complessi della vista e del linguaggio, impossibilità a nutrirsi e tosse nervosa; inoltre, la donna mostrava avere una doppia personalità, che vedeva la paziente passare da una fase di auto-ipnosi ad una di lucidità; soffriva di due diversi stati: uno in cui riconosceva l’ambiente circostante, si mostrava depressa, ansiosa, ma nella norma; l’altro in cui era sotto effetto di allucinazioni, era aggressiva, scagliava oggetti contro le persone e tentava spesso il suicidio.

Breuer iniziò una nuova terapia, rendendosi conto della gravità della situazione, la “talking cure” (cura attraverso le parole), in modo tale che la paziente sotto ipnosi potesse far affiorare le associazioni, così da potersene liberare.

Questo metodo portò, però, alla creazione di un rapporto eccessivamente intimo tra la paziente e il dottore, così che Anna O. non riuscì ad aprirsi con nessun altro.

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In tali condizioni fu impossibile mandare avanti la cura, dato che si era venuto a creare quella passione di transfert, chiamata così da Freud.

Per qualche volta ancora Breuer tentò di far pesare sul piatto della bilancia tutta la sua personale autorità, ma invano, e inoltre si capiva benissimo che egli stesso non aveva alcuna propensione ad accettare l’eziologia sessuale. Breuer avrebbe certo potuto colpirmi o fuorviarmi…eppure non lo fece mai, cosa che mi risultò incomprensibile fino a quando non riuscii a interpretare correttamente il suo caso e a ricostruire, in base ad alcune affermazioni fatte in precedenza da Breuer stesso, l’epilogo di quel trattamento. Dopo che il trattamento catartico sembrava concluso, si era instaurato di colpo, nella giovinetta, uno stato di amore di traslazione; Breuer non lo mise in relazione con la malattia della paziente e, costernato, decise di troncare con lei ogni rapporto. Egli era colto da visibile imbarazzo quando qualcuno gli rammentava questo episodio, che a suo dire era stato uno spiacevole contrattempo”.

Freud – “Autobiografia”, 1925

Infine, i due medici scoprirono, dopo aver ripercorso in modo cronologico tutta la situazione, che la paziente si era ammalata perché non riusciva a trovare un modo per esprimere le proprie paure.

XII

“Per il ristabilimento della malata, Breuer stabilì con lei un rapporto suggestivo particolarmente intenso, che può fornirci un ottimo modello di quello che oggi chiamiamo traslazione . Ora io ho fondati motivi per supporre che, dopo l’eliminazione di tutti i sintomi, Breuer dovette scoprire la motivazione sessuale di questa traslazione in base a nuovi indizi, pur sfuggendogli la natura generale di tale inaspettato fenomeno; sicché a questo punto, come colpito da un untoward event, egli troncò l’indagine. Di ciò Breuer non mi informò direttamente, ma mi fornì ripetutamente accenni sufficienti per giustificare quest’illazione”.

Freud – “Per la Storia del Movimento Psicoanalitico”, 1914

XIII

La pazzia ha influenzato uno dei più grandi filosofi dell’800, portandolo in una condizione di
La pazzia ha influenzato uno dei più grandi filosofi dell’800, portandolo in una condizione di

La pazzia ha influenzato uno dei più grandi filosofi dell’800, portandolo in una condizione di degrado mentale per molti anni della sua vita.

Il 3 gennaio del 1889 si ebbe la prima

prova della sua follia, in pubblico: a Torino, dove si era trasferito, vide un cavallo che veniva maltrattato e picchiato a sangue dal suo proprietario, così abbracciò il cavallo ed esplose in un pianto infantile; in seguito cadde a terra e non smise di urlare.

Sempre nello stesso periodo, Nietzsche scrisse delle lettere agli amici e conoscenti, classificate come Biglietti della Follia , dove appare chiaramente la sua crisi mentale ormai in uno stadio avanzato.

Ricoverato prima in una clinica psichiatrica a Basilea, viene trasferito a casa della madre e poi dalla sorella, ma i tentativi delle due donne sono inutili: da questa crisi, il filosofo, non si riprenderà più.

La natura della sua follia resta ancor oggi un mistero. Nei frammenti teorizzava il distruggersi della sua reputazione attraverso una follia volontaria, vista come una forma di ascesi 5 superiore. Alcuni studiosi hanno attribuito alla sifilide, contratta in un rapporto sessuale con una prostituta, la genesi di questa follia; altri, tra i quali

5 Il termine ascesi, dal greco

, non rinvia alla rinuncia, al distacco dal mondo, ad un’esasperata esaltazione del

dolore come strumento di perfezionamento interiore. In realtà, il termine in questione significa esercizio, pratica per acquisire alcune abilità. Asceta è colui che affina la propria intelligenza e la propria volontà per divenire sapiente e virtuoso: il filosofo.

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Jaspers 6 , ritengono che fu il troppo intelletto

alla follia, ovvero il troppo sforzo creativo e filosofico svolto negli anni precedenti.

a portare Nietzsche

6 Karl Jaspers, è stato un filosofo e psichiatra tedesco. Ha dato un notevole impulso alle riflessioni nel campo della psichiatria,della filosofia, ma anche della teologia e della politica.

XV

A Peter Gast. Torino, 31 Dicembre 1888 Avete mille volte ragione! Mettete voi stesso in

A Peter Gast. Torino, 31 Dicembre 1888

Avete mille volte ragione! Mettete voi stesso in guardia

Del resto nell'Ecce homo

troverete una pagina straordinaria in onore del Tristano e,

in generale, dei miei rapporti con Wagner. Avendo avuto il coraggio di non lasciare alcun dubbio [circa il mio pensiero antiwagneriano] ho potuto avere anche quello di esaltare al massimo ciò che era

Fuchs

avere anche quello di esaltare al massimo ciò che era Fuchs buono. Ah, amico mio! Che

buono. Ah, amico mio! Che momenti!

Quando mi arrivò la vostra

Era il famoso Rubicone. Non so più il

cartolina, che stavo mai facendo?

mio indirizzo: poniamo che l'indirizzo prossimo sia Palazzo Quirinale.

N.

Ad Augusto Strindberg.

Tra poco tempo vi perverrà la mia risposta alla vostra novella: sarà come un colpo di fucile. Ho convocato a Roma una dieta di principi: voglio far fucilare il nostro giovano Kaiser. Arrivederci! Giacché ci rivedremo. Une seule condition: divorçons. NIETZSCHE CAESAR.

XVI

A Giorgio Brandes. Torino, 4-1-89 All'amico Giorgio!

Dopo che mi hai scoperto, trovarmi non era più gran che; ma ora viene il difficile: tornarmi a smarrire IL CROCIFISSO.

A Peter Gast. Torino, ferrovia, 4-1-89 Mio Maestro Pietro! Cantami una nuova canzone. Il mondo è trasfigurato e tutti i cieli gioiscono. IL CROCIFISSO.

A Franz Overbeck 7 Gennaio 1889 All'amico Overbeck e consorte, Benché voi abbiate finora mostrato poca fiducia nella mia solvibilità, spero di poter dimostrare che io sono un tale che paga i suoi debiti. P. es. Verrò da voi. Farò infatti fucilare tutti gli antisemiti DIONISO.

XVII

Inizialmente veniva privilegiata quella rappresentazione della follia associata a ciò che non è controllabile dalla

Inizialmente veniva privilegiata quella rappresentazione della follia associata a ciò che non è controllabile dalla ragione, a quello sguardo oltre la ragione, dovuto molto spesso ad un eccesso di passione amorosa, come nella Phaedra di Seneca e nell’opera La Follia di Kate di Johan Heinrich Füssli, oppure ad un insostenibile desiderio dell’uomo di estraniarsi dalla sua condizione umana e sfuggire, così, alla vita, come nell’opera Enrico IV di Pirandello e nell’opera Il grido di Munch

Durante il Romanticismo, però, si viene a delineare una diversa concezione della follia, la quale viene mostrata come un eccesso e un’esaltazione che rivelano la natura più profonda della natura stessa. Gli autori di questo periodo mostrano poco interesse per la concezione della follia vista come eccesso di passione amorosa; mentre ampio rilievo ha la figura del “genio folle”, emblema del rapporto tra follia ed eccesso romantico, poiché guarda oltre la ragione e la logica comune.

Il Positivismo muta profondamente la concezione della follia, vista, ora, come una malattia difficilmente curabile. Il pazzo viene considerato un “malato”, un diverso, isolatato dalla società, la quale fa di tutto per difendersi dal contagio. Nonostante la letteratura consideri la follia una malattia, allo stesso tempo, ne difende i diritti e ne esalta le proprietà.

Con lo sviluppo del Decandetismo la follia appare come una donna seducente, come “il proibito che tutti vorrebbero”, al quale nessuno sa resistere.

XVIII

Nel XX secolo, molti letterati cambiarono la valenza della follia:

essa, infatti, iniziò ad essere considerata una visione nuova della vita, un rifugio che l’uomo si crea per sfuggire alla sofferenza della sua esistenza. L’esempio più noto è senza dubbio l’Enrico IV di Pirandello, che, come altri personaggi pirandelliani, sceglie la pazzia per non contaminarsi con la vita impura e piena di sofferenze. Questo tipo di follia è legato alla volontà dell’uomo di sfuggire alla vita.

XIX

Nelle opere di Pirandello il ruolo preminente è occupato dalla follia, avvenimento strano se si
Nelle opere di Pirandello il ruolo preminente è occupato dalla follia, avvenimento strano se si

Nelle opere di Pirandello il ruolo preminente è occupato dalla follia, avvenimento strano se si tiene conto degli altri artisti sperimentali contemporanei all’autore.

La riflessione di questo tema è, in parte, influenzata dall’esperienza biografica dell’autore: infatti, a partire dal 1903, la moglie Antonietta ebbe i primi sintomi di squilibrio che la portarono all’internamento in una casa di cura, nel

1919.

Trascendendo da questa occasione, la follia è per Pirandello uno strumento di contestazione delle forme fasulle della vita sociale, l’arma che fa esplodere convenzioni e rituali, rendendole assurdi.

Il treno ha fischiato (1914): narra la storia di Belluca, un impiegato modello, sempre puntuale a lavoro e ligio nel suo compito. Improvvisamente la vita di questo impiegato modello cambia: il motivo era il fischio di un treno che partiva. Quel fischio gli ricordava i viaggi che da giovane aveva fatto nelle città più belle d'Italia; ma il fischio del treno rappresentava anche un altro significato, la voglia di evadere dalla solita routine. Il fischio che lui sentiva, gli provoca una certa ribellione interiore che quando esplode si manifesta contro il capo ufficio. Egli, rimasto sconvolto da questo insolito comportamento, lo fa ricoverare in un manicomio. Tutti gli amici sconvolti, non riescono a capire l'esatto motivo di ribellione del Belluca verso il suo superiore, soltanto il suo vicino di casa cerca di scoprire in profondità la vita del Belluca per capire i motivi di questo suo comportamento. Egli scopre che Belluca viveva in una casa con tre persone non vedenti, altre due figlie rimaste vedove ed i loro

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figli. Pertanto il suo modo di reagire verso il suo capo era una reazione più che giustificata. L'amico cercò di parlarne col direttore e gli consiglia di dargli ogni tanto un pò di pausa dal lavoro, per poter ricordare il fischio del treno ed immaginare anche solo per qualche attimo di poter fare un viaggio distensivo con la sua fantasia.

XXI

Enrico IV è una commedia in 3 atti di Luigi Pirandello. Fu scritta nel 1921
Enrico IV è una commedia in 3 atti di Luigi Pirandello. Fu scritta nel 1921

Enrico IV è una commedia in 3 atti di Luigi Pirandello.

Fu scritta nel 1921 e rappresentata il 24 febbraio 1922 al Teatro Manzoni di Milano.

il 24 febbraio 1922 al Teatro Manzoni di Milano. Considerato il capolavoro teatrale di Pirandello, insieme

Considerato il capolavoro teatrale di Pirandello, insieme ai Sei personaggi in cerca d’autore, Enrico IV è uno studio sul significato della pazzia e sul tema del rapporto che si viene a creare tra uomo e personaggio, tra realtà e finzione.

Pirandello scrisse una lettera all’attore Ruggero Ruggeri 7 , per il quale pensò il personaggio di Enrico IV. Molto interessante notare come lo scrittore non solo indichi il contenuto dell’opera, ma anche l’interpretazione che avrebbe dovuto dare:

Caro Amico, mi affretto a rispondere alla Sua lettera del 19, di cui La ringrazio con tutto il cuore . Le dissi a Roma l'ultima volta che pensavo a qualche cosa per Lei. Ho seguitato a pensarci e ho maturato alla fine la commedia , che mi pare tra le mie più originali: Enrico IV, tragedia in tre atti di Luigi Pirandello. Le accennerò in breve di che si tratta:

Antefatto: - Circa venti anni addietro alcuni giovani signori e signore dell'aristocrazia pensarono di fare per loro diletto, in tempo di carnevale , una «cavalcata in costume» in una villa patrizia: ciascuno di quei signori s'era scelto un personaggio storico, re o principe, da figurare, con la sua

7 Ruggero Ruggeri, uno degli attori più noti dell'epoca e appartenente, assieme a Marta Abba ed altri, alla compagnia del Teatro d'Arte fondato dal drammaturgo a Roma

XXII

dama accanto, regina o principessa , sul cavallo bardato secondo i costumi dell'epoca. Uno di questi signori s'era scelto il personaggio di Enrico IV; e per rappresentarlo il meglio possibile s'era dato la pena e il tormento d'uno studio intensissimo, minuzioso e preciso, che lo aveva quasi per circa un mese ossessionato. Sciaguratamente, il giorno della cavalcata, mentre sfilava con la sua dama accanto nel magnifico corteo, per un improvviso adombramento del cavallo, cadde, batté la testa e quando si riebbe dalla forte commozione cerebrale restò fissato nel personaggio di Enrico IV. Non ci fu verso di rimuoverlo più da quella fissazione, di fargli lasciare quel costume in cui s'era mascherato: la maschera, con tanta ossessione studiata fino allo scrupolo dei minimi particolari, diventò in lui la persona del grande e tragico Imperatore. Sono passati vent'anni. Ora egli vive - Enrico IV - in una sua villa solitaria: tranquillo pazzo. Ha quasi cinquant'anni. Ma il tempo, per lui (per la sua maschera, che è la sua stessa persona) non è più passato ai suoi occhi e nel suo sentimento: s'è fissato con lui, il tempo. Egli, già vecchio, è sempre il giovine Enrico IV della cavalcata. Un bel giorno si presenta nella villa a un nipote di lui, il quale seconda la tranquilla pazzia dello zio, cui è affezionatissimo, un medico alienista. C'è forse un mezzo per guarire quel demente: ridargli con un trucco violento la sensazione della distanza del tempo. La tragedia comincia adesso, e credo che sia d'una veramente insolita profondità filosofica ma viva tutta in una drammaticità piena di non meno insoliti effetti. Non gliel'accenno per non gustarle le impressioni della prima lettura. Data la situazione, avvengono cose veramente imprevedibili, se Ella pensa che colui che tutti credono pazzo, in realtà da anni non è più pazzo ma simula filosoficamente la pazzia per ridersi entro di sé degli altri che lo credono pazzo e perché si piace in quella carnevalesca rappresentazione che dà a sé e agli altri della sua «imperialità» in quella villa addobbata imperialmente come una degna sede di Enrico IV; e se Ella pensa che poi, quando a insaputa di lui, è messo in opera il trucco del medico alienista, egli, finto pazzo, tra spaventosi brividi, crede per un momento d'esser pazzo davvero e sta per scoprire la sua finzione, quando in un momento, riesce a riprendersi e si vendica in un modo che - sì, via questo davvero, per lasciarle qualche sorpresa, non glielo dirò. Senza falsa modestia, l'argomento mi pare degno di Lei e della potenza della Sua arte. Spero che riuscirò a renderlo, perché l'attività della mia

XXIII

fantasia è ora più che mai viva e piena e forte. Ma prima di mettermi al lavoro, vorrei che Ella me nedicesse qualche cosa, se lo approva e Le piace. Ha visto i Sei personaggi in cerca d'autore? - Sapesse che vivo dolore è stato per me non aver potuto dare a Lei, in giro con lo Sly, questa commedia; non perché in fondo sia scontento dell'interpretazione della compagnia Niccodemi, ma perché m'ero figurato Lei e non Gigetto Almirante nella personificazione della parte del «Padre». Pazienza! Mi saluti tanto tanto, La prego, il nostro caro Virgilio [Talli] che è stato tanto buono d'inviarmi un telegramma di fraterna solidarietà in occasione della tragica morte del mio povero Nino Martoglio. Spero, mio caro Amico, che la Sua amicizia e quella di Virgilio varranno a togliere una certa freddezza che la signora Alda Borelli ha veramente più d'un motivo d'avere verso di me. Gliene dirò qualche cosa la prossima volta. Adesso la lettera è troppo lunga, e Le stringo forte, fraternamente, la mano.

Roma, 21 settembre 1921 Suo Luigi Pirandello

aff.mo.

(Luigi Pirandello, Lettera a Ruggero Ruggeri del 21 settembre 1921)

Protagonista della “tragedia” 8 , come venne definita dallo stesso Pirandello, è un uomo, aristocratico, che da circa vent’anni è divenuto pazzo e vive convinto di essere Enrico IV 9 . Egli è servito da valletti cui ha imposto nomi e costumi di personaggi di quell’epoca. Questo antefatto viene conosciuto dagli spettatori attraverso i discorsi dei conoscenti del pazzo, che ne furono testimoni, e che ora sono venuti a fargli visita, vestiti come allora per accondiscendere alla sua immaginazione.

8 Definizione data all’opera dallo stesso Pirandello. 9 Imperatore germanico che nel 1077 si era dovuto umiliare a Canossa, i piedi del papa Gregorio VII

XXIV

Dopo che tutti i personaggi scelsero il proprio nome d’epoca, avvenne la tragedia: cadendo da cavallo Enrico IV aveva battuto la testa ed era impazzito, continuando a credere di essere realmente il personaggio che interpretava. Così la finzione di poche ore si era trasformata in lui in una drammatica realtà. Infine, mostra ai suoi valletti di non essere affatto pazzo, di non esserlo mai stato. Ha sempre finto per prendere in giro gli altri, per ridere del loro inganno.

“Facciamoci tra noi una bella, lunga, grande risata”

Enrico IV – Pirandello

Il dott. Genoni, che l’ha sempre seguito nella speranza di guarirlo, escogita un piano: egli, infatti, aveva pensato che Enrico IV, vedendo Frida, la figlia della sua ex innamorata e molto simile a lei, sarebbe scaturito in lui il vecchio sentimento nel vedere la bellezza che vent’anni prima aveva ardentemente amato. Di notte Frida prende il posto dell’immagine di Matilde, come era stato deciso, e quando il presunto pazzo le passa davanti, lo chiama. Egli, inorridito, getta un urlo acutissimo. Ma gli altri hanno già saputo dai servi che egli finge, e ora lo confessa: ha scelto di farsi credere pazzo, per essere libero di agire come gli faceva comodo. Ma la verità sta per imprigionarlo di nuovo: vedendo Frida, viva e vera, come lo era una volta la madre, sente di desiderarla, e l’abbraccia. Belcredi, suo antico rivale che l’aveva fatto cadere da cavallo, gli si oppone, ma l’Enrico IV ha la meglio e lo uccide. Per sfuggire alle conseguenze di questo gesto, dovrà fingere per sempre di essere pazzo.

XXV

La follia non si impossessa solo di Enrico, ma anche di tutti i personaggi che lo circondano, dato che tutti si fingono qualcosa che non sono.

I sani sono le presunte vittime del pazzo, che, guardando tutti dall’alto, si beffa della loro razionalità.

XXVI

Edvard Munch, Il grido, 1885 Uno dei primi e più significativi esponenti della pittura espressionistica
Edvard Munch, Il grido, 1885 Uno dei primi e più significativi esponenti della pittura espressionistica

Edvard Munch, Il grido, 1885

Uno dei primi e più significativi esponenti della pittura espressionistica europea è senza dubbio Edvard Munch. In lui si ritrovano tutti i temi sociali e psicologici del tempo, come l’incertezza del futuro, la disumanizzazione della società borghese,

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la solitudine umana, il tragico incombere della morte, l’angoscia esistenziale e la crisi dei valori etici e religiosi.

La scena, fortemente autobiografica, è ricca di riferimenti simbolici. L’uomo in primo piano esprime, nella solitudine della sua individualità, il dramma collettivo dell’umanità intera.

“Le malattie, la pazzia e la morte furono gli angeli neri che vegliarono sopra la mia culla e mi accompagnarono fin dall'infanzia.

Munch

Munch perde madre e sorella in giovane età, subisce la conseguenza delle continue crisi nervose del padre, e tutto questo contribuisce alla formazione di una sensibilità straordinaria, sublimata, capace di cogliere e rioffrire allo spettatore i movimenti interni e inconsci dell'animo umano, le ansie, le paure che possono degenerare in patologie allarmanti; contemporaneamente però viene formandosi una personalità particolare, allo stesso tempo geniale e disturbata.

“Senza paura e malattia la mia vita sarebbe una barca senza remi”

Munch. Con questa frase l’artista vuole indicare quanto sia importante la visione tragica della realtà non sono per la pittura, ma anche per il suo essere.

Nei suoi dipinti Munch ripropone queste sensazioni, anche attraverso un particolare uso e trattamento dei colori, forti, ma lavorati con dramma, tesi a sottolineare le emozioni, seguendo

XXVIII

invisibili schemi mentali. Nei suoi quadri è spesso presente il tema della morte, della malattia, esperienze che Munch ha vissuto in prima persona, e che rielabora creando personaggi spettrali, con visi di un pallore funereo, sguardi allucinati; sono persone malate, ormai rassegnate al dolore, che hanno rinunciato a lottare.

I suoi personaggi diventano esasperati, perdono ogni connotato

umano, e la massima espressione di questa dolorosa metamorfosi

è “Il grido”.

Lo spunto per il quadro viene mostrato nel diario dell’autore stesso, attraverso queste parole:

“Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue; mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad un recinto sul fiordo nerazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.”

Edvard Munch diario, 1892

Il ponte, la cui prospettiva si perde all’orizzonte, richiama i mille ostacoli che ciascuno di noi deve superare nella propria esistenza, mentre i presunti amici che continuano a camminare, incuranti del nostro sgomento, rappresentano con cruda disillusione la falsità dei rapporti umani.

L’uomo che leva, alto e inascoltato il suo urlo terribile è un essere serpintinato, quasi senza scheletro, fatto della stessa materia filamentosa con cui è realizzato il cielo infuocato o il mare oleoso.

XXIX

Al posto della testa vi è un cranio repellente, senza capelli, come di un sopravvissuto ad una catastrofe atomica.

Le narici sono ridotte a piccoli fori, gli occhi sbarrati sembrano aver visto qualcosa di mostruoso, le labbra nere rimandano al putrido dei cadaveri.

E

l’urlo disperato e primordiale, che esce da quella bocca straziata,

si

propaga nelle pieghe colorate del cielo, della terra e del mare.

Un urlo di chi è perso in se stesso, di chi ha perso il contatto con la ragione, di chi si sente solo nella sua irrealtà.

L'urlo di questo quadro e' una intesa esplosione di energia psichica.

E' tutta l'angoscia che si racchiude in uno spirito tormentato che

vuole esplodere in un grido liberatorio. L'urlo rimane solo un grido sordo che non può essere avvertito dagli altri ma rappresenta tutto il dolore che vorrebbe uscire da noi, senza mai riuscirci. E così l'urlo diviene solo un modo per guardare dentro di sé, ritrovandovi angoscia e disperazione.

XXX

Alexandre Cabanel - Phèdre 1880 Phaedra , scritta tra il 50 d.C. e il 62
Alexandre Cabanel - Phèdre 1880 Phaedra , scritta tra il 50 d.C. e il 62

Alexandre Cabanel - Phèdre 1880

Phaedra, scritta tra il 50 d.C. e il 62 d.C., di Lucio Anneo Seneca (4 a.C.-65 d.C.) riprende la trama dell'Ippolito di Euripide.

Fedra, moglie del re di Atene, Teseo, soccombe ad una folle passione per il figliastro Ippolito, al quale dichiara il suo amore , ma viene malamente respinta. All'inizio Fedra è soffre a causa di questo sentimento d'amore, ma poi, dopo il rifiuto dell'amato, si trasforma e, quindi, si vendica, accusando il giovane di averla violentata. Teseo crede alla moglie e augura al figlio di morire annegato. Quando, in seguito alla maledizione di Teseo, un mostro marino suscitato dal dio del mare Nettuno causa ad Ippolito un'orribile morte, Fedra trasforma nuovamente il proprio atteggiamento: è disperata perché si sente in colpa per la morte di Ippolito e perché ha perso l'oggetto del suo desiderio.

XXXI

Dopo aver confessato la sua colpa, Fedra si suicida.

Questa follia, nasce in Fedra in seguito ad un eccesso di passione amorosa, che le ha fatto perdere le redini della ragione. Lo scoppio d’amore della tragedia avviene quando Fedra decide di dichiarare il proprio amore ad Ippolito, chiamando come testimoni gli dei.

Phaedra: campo di battaglia, dove avviene lo scontro tra ratio, ovvero la ragione, rappresentata dalla nutrice di Fedra, la quale tenta in ogni modo di dissuaderla dal compiere determinate azioni, quali ad esempio la dichiarazione d’amore ad Ippolito, e furor, ovvero l’impulso irrazionale, la manifestazione della follia, che sconvolge totalmente l’animo umano e lo ribalta verso un’realtà, o meglio irrealtà, che non conosce.

La descrizione della follia, in cui cade Fedra, è affidata alla nutrice, che sulla scena narra il delirio della padrona e mostra i sintomi fisici che si sono venuti a manifestare.

XXXII

Le caratteristiche del furor sono riconoscibili quasi in ogni verso del testo riportato, ma in alcuni in particolare:

NUTRIX [360] Spes nulla tantum posse leniri malum, finisque flammis nullus insanis erit. Torretur aestu tacito et inclusus quoque, quamvis tegatur, proditur vultu furor; erumpit oculis ignis et lassae genae [365] lucem recusant; nil idem dubiae placet, artusque varie iactat incertus dolor. Nunc ut soluto labitur marcens gradu et vix labante sustinet collo caput, nunc se quieti reddit et, somni immemor, [370] noctem querelis ducit; attolli iubet iterumque poni corpus et solvi comas rursusque fingi:

semper impatiens sui mutatur habitus. Nulla iam Cereris subit

NUTRICE [360] Non c'è nessuna speranza di alleviare un male così e non cisarà mai fine per questa follia. La consuma una fiamma silenziosa, ma, per quanto nascosto, il suo ardore si tradisce nel volto; sprizzano scintille dagli occhi, le palpebre rifiutano [365] la luce; non sa quello che vuole, le sue membra, in preda

un dolore smanioso, si agitano in moti incoerenti. Ora si piega sulle gambe, come in un collasso mortale, e abbandona

a

capo ciondolante sul collo; ora torna a riposare, ma ha dimenticato il sonno [370] e trascorre la notte in lamenti: si fa sollevare e poi di nuovo coricare, sciogliere i capelli e poi di nuovo pettinarli:

il

insofferente di se stessa passa da uno stato d'animo all'altro.

XXXIII

cura aut salutis; vadit incerto pede, [375] iam viribus defecta: non idem vigor, non ora tinguens nitida purpureus rubor; populatur artus cura, iam gressus tremunt, tenerque nitidi corporis cecidit decor. Et qui ferebant signa Phoebeae facis [380] oculi nihil gentile nec patrium micant. Lacrimae cadunt per ora et assiduo genae rore irrigantur, qualiter Tauri iugis tepido madescunt imbre percussae nives. Sed en, patescunt regiae fastigia:

[385] reclinis ipsa sedis auratae toro solitos amictus

mente non sana

abnuit.

Non le importa più di nutrirsi, di vivere; cammina con passo vacillante, [375] senza più forze; ha perduto il vigore di prima e il colorito che le imporporate le guance; la passione devasta le sue membra, le gambe le tremolano, se n'è andata la tenera bellezza di quello splendido corpo. E gli occhi, che avevano il riflesso del sole, [380] non hanno più una scintilla di quel fuoco ancestrale. Le lacrime rigano il volto e un pianto continuo irrora le guance, come le nevi perenni del Tauro si fondono sotto una tiepida pioggia. Ma ecco, si spalancano le porte della reggia, è lei:

[385] reclinata sul letto della camera dorata, allontana, in delirio, le vesti usuali.

(trad. A. Traiana,

Rizzoli, Milano 1989)

XXXIV

Seneca riprende dall’Ippolito la trama della Phaedra, ma, a differenza dell’originale greco, la versione latina

Seneca riprende dall’Ippolito la trama della Phaedra, ma, a differenza dell’originale greco, la versione latina è incentrata sulla donna, che da subito rivela la propria passione amorosa, consapevole delle conseguenze che questa dichiarazione avrebbe portato.

Fedra è una donna tragicamente umana, che segue il proprio istinto naturale, non la volontà degli dei, che nella versione di Seneca scompaiono del tutto.

dei, che nella versione di Seneca scompaiono del tutto. La contrapposizione tra umano e divino, che
dei, che nella versione di Seneca scompaiono del tutto. La contrapposizione tra umano e divino, che

La contrapposizione tra umano e divino, che era di fondamentale importanza nel pensiero euripideo, si trasforma nel filosofo latino in una profonda riflessione sullo scontro tra passione e ragione.

Seneca apporta un significativo cambiamento rispetto ai tragici greci: il contrasto è tra furor e ratio, non più tra uomo e destino.

XXXV

Johan Heinrich Füssli, La follia di Kate, 1806-07 XXXVI
Johan Heinrich Füssli, La follia di Kate, 1806-07 XXXVI

Johan Heinrich Füssli, La follia di Kate, 1806-07

XXXVI

Johan Heinrich Füssli, svizzero di nascita e, da giovane, seguace dell'estremismo romantico dello Sturm und Drang ( movimento letterario tedesco sviluppatosi fra il 1765 e il 1785 in opposizione al razionalismo illuministico), soggiornò poi per qualche anno in Italia studiando in particolare i lavori di Michelangelo come estremo esempio dell'artista "ispirato", che capta e trasmette messaggi ultraterreni. In Inghilterra egli è pittore di storie antiche, medievali, shakesperiane, dantesche, miltoniane rappresentate con forti accenti romantici o preromantici.

Il soggetto rappresentato è un personaggio della lirica The Sofa, contenuta nel poemetto “Il compito” del poeta inglese Cowper. Kate è una giovane domestica legata ad un marinaio, la cui scomparsa in mare scatenerà in lei la follia. La donna viene presa dall’autore in tutta la sua allucinante intensità, circondata da un paesaggio simbolico tempestoso, caratterizzato dallo sfondo scuro del mare agitato, che ricorda la tragica sorte dell’innamorato.

Singolari sono gli elementi come la rigidità della posa, in netto contrasto con i capelli scomposti e le vesti agitate dal vento, e lo sguardo fisso come centro espressivo della composizione. Gli occhi sembrano alludere al dolore che la giovane prova per la scomparsa dell’amato; il gesto, seppur esitante, allude al mare, ovvero alla causa della sua follia.

Non sono unicamente le sensazioni a mostrare lo stato di follia della donna, ma anche l’ambiente esterno.

Questo tipo di follia è paragonabile a quella di Seneca, perché anch’essa, seppure in ambito diverso, è dovuto da un’eccessiva passione amorosa, che raggiunge “il punto di non ritorno”.

Il modello compositivo è la Sibilla Delfica della Cappella Sistina di Michelangelo, che Füssli poté ammirare in un suo viaggio a Roma

XXXVII

già nel 1770. La scelta di una Sibilla non è un fatto solo formale: si tratta, infatti, di una profetessa ispirata da Dio, dunque di una figura femminile in contatto con le più profonde verità dello spirito. Ispirazione ed eccesso connotano la pazzia come esperienza straordinaria di fronte alla realtà.

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Definire la follia non è di certo impresa di poco conto. Mi avvalgo di questa

Definire la follia non è di certo impresa di poco conto.

Mi avvalgo di questa citazione per concludere la mia tesi:

"Osservate con quanta previdenza la natura, madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia. Infuse nell'uomo più passione che ragione perchè fosse tutto meno triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso. Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza, la vecchiaia neppure ci sarebbe. Se solo fossero più fatui, allegri e dissennati godrebbero felici di un’eterna giovinezza. La vita umana non è altro che un gioco della Follia."

Elogio della Follia, Erasmo da Rotterdam

Ritengo che questa citazione raccolga in sé il vero e profondo significato della follia, applicato al genere umano: insita in ogni uomo, teatro di scontri tra passione e ragione, e, infine, volontà di ogni uomo di sfuggire all’infelicità e al dolore della vita.

XXXIX

∞ hhttp://it.wikipedia.org ∞ hhttp://www.treccani.it ∞

hhttp://it.wikipedia.org

hhttp://www.treccani.it

hhttp://www.psicolinea.blogspot.com/2007/02/lo-strano-caso-di-

anna-o.html

hhttp://www.italialibri.net

http://www.filosofico.net/freud.htm

XL

∞ Luigi Pirandello, Enrico IV , Edizioni Il Capitello, Torino 1998 ∞ S. Freud, Studi

Luigi Pirandello, Enrico IV, Edizioni Il Capitello, Torino 1998

S. Freud, Studi sull'isteria (1985), in Opere 1886-1905, Newton,

Roma 1992

Francesca Occhipinti, Logos 3*-3**, Einaudi Scuola, Milano 2005

M. Bartolomeo/V. Magni, I sentieri della ragione, Atlas Edizioni,

2007

Bora/Fiaccadori/Negri/Nova, I luoghi dell’arte, Bruno Mondatori,

2005

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