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Adolf Reinach, Che cos la fenomenologia?

Traduzione italiana a cura di Lodovica Maria Zanet


di

Id., Was ist Phnomenologie?, Ksel Verlag, Mnchen 1951 (1922)

Signori!
Non mi sono prefisso lobiettivo di dire Loro che cosa la fenomenologia sia;
vorrei invece tentare di pensare con Loro fenomenologicamente. Parlare di
fenomenologia quanto di pi ozioso possa esserci finch manchi lunica cosa
che possa conferire ad ogni discorso [di tal sorta] la concreta pienezza ed
evidenza: lo sguardo fenomenologico e latteggiamento fenomenologico.
Perch questo il punto essenziale: nel caso della fenomenologia non si tratta
di un sistema di proposizioni e di verit filosofiche di un sistema di
proposizioni alle quali dovrebbero credere tutti coloro che si definiscono
fenomenologi e che io potrei dimostrare Loro in questa sede. Si tratta invece di
un metodo del filosofare richiesto dai problemi stessi della filosofia, metodo
che si differenzia grandemente sia dal modo in cui noi ci orientiamo e ci
poniamo nella nostra vita quotidiana sia, ancor pi, dalle modalit con cui
lavoriamo e siamo costretti a lavorare nella maggior parte delle scienze. Oggi
voglio dunque affrontare con Loro una serie di problemi filosofici, nella
speranza che prima o poi possa delinearsi con chiarezza quale la specificit
dellatteggiamento fenomenologico. Presupposto, questultimo, indispensabile
per ogni ulteriore discussione.
Sono molti i modi con i quali possiamo rapportarci nei riguardi degli oggetti
esistenti o non esistenti che siano. Stiamo nel mondo come esseri che agiscono
in modo pratico [ gli oggetti] li vediamo, ma possiamo anche non vederli; li
vediamo in modo pi o meno preciso, e ci che vediamo del mondo nella
maggior parte dei casi orientato al soddisfacimento dei nostri bisogni e al
raggiungimento dei nostri scopi. Sappiamo quanto faticoso sia imparare a
vedere veramente, di quale lavoro ci sia per esempio bisogno per poter
realmente vedere i colori che ci circondano e che ricadono addirittura nel
nostro campo visivo. Ci che vale in questo caso vale in misura ancora
maggiore per il flusso di avvenimenti psichici, per ci che chiamiamo vissuto
e che in quanto tale non ci sta di fronte nella sua estraneit al pari del mondo
sensibile, ma che appartiene per essenza allio; vale per gli stati psichici, per gli

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atti, per le funzioni dellio. Per quanto la sua esistenza ci sia assicurata, questo
vissuto per noi molto lontano e difficilmente afferrabile nella sua struttura
qualitativa, nella natura ad esso propria. Quel che luomo normale [luomo
dellatteggiamento naturale, luomo nel suo vivere quotidiano (N.d.T.)] ne
scorge, o anche solo quel che ne nota, non certo abbastanza; gioia e dolore,
amore ed odio, desiderio e nostalgia, etc.: ecco ci che gli si presenta. Questi,
per, non sono in fondo che frammenti grezzamente afferrati allinterno di un
ambito dalle infinite sfumature. Persino la vita di coscienza pi povera ancora
troppo ricca perch il suo portatore possa comprenderla per intero. Anche qui
possiamo imparare a vedere, anche qui in primo luogo larte che insegna
alluomo normale a cogliere ci che prima non ha visto [o di cui ha avuto solo
una visione dinsieme]. Non solo accade che attraverso larte vengano
risvegliati in noi dei vissuti che altrimenti non avremmo avuto; ma larte fa
anche in modo di lasciarci vedere nella pienezza del vissuto persino ci che
prima cera gi senza che noi per ne sapessimo. Le difficolt aumentano
quando ci volgiamo ad altri, e ancor pi lontani, elementi il tempo, lo spazio,
il numero, i concetti, le proposizioni, etc. Di questi elementi noi parliamo;
quando parliamo ci relazioniamo ad essi e li pensiamo; ne siamo, per, ancora
infinitamente lontani, e continuiamo ad esser loro lontani anche dopo averli
circoscritti definitoriamente. Quandanche volessimo delimitare le proposizioni
giudicative per esempio ci che o falso o vero lessenza della
proposizione e della proposizione giudicativa in specifico, ci che essa , il suo
che cosa non ci si per questo avvicinato. Se vogliamo afferrare lessenza
del rosso o del colore non dobbiamo in fondo fare altro che guardare a un
qualsivoglia colore percepito, immaginato attraverso la fantasia o rappresentato
ed estrapolare da esso, che in quanto esemplificazione individuale e reale del
colore non ci interessa affatto, il suo essere-cos, il suo che cosa o quid. Se
si tratta di avvicinare in questo modo i vissuti dellio le difficolt sono
considerevolmente maggiori sappiamo bene che c qualcosa come il volere,
o il sentire, o le convinzioni, e sappiamo anche che tutto ci, come ogni altra
forma di esistenza, pu essere portato ad adeguata manifestazione: se tentiamo
per di afferrare questo vissuto e di avvicinarlo a noi nella sua specifica
peculiarit esso retrocede ed come se noi mancassimo la presa. Lo
psicologo sa quale annoso esercizio sia richiesto per riuscire a dominare queste
difficolt. Infatti, ogni volta che si tenti di indagare la dimensione ideale ci si
trova ancora a dover muovere i primi passi. Certo, parliamo di numeri e di
entit astratte analoghe; abbiamo spesso a che fare con oggetti di questo tipo, e

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i segni e le regole che conosciamo ci sono assolutamente sufficienti per


conseguire gli obiettivi della vita pratica. Dallessenza di queste entit
rimaniamo per infinitamente lontani e se siamo sufficientemente leali da
non accontentarci delle definizioni, che non ci avvicinano alla realt indagata
nemmeno di un millimetro, dobbiamo allora dire ci che St Agostino diceva
del tempo: Se non mi chiedi che cos, allora credo di saperlo. Se per mi
chiedi che cos, allora non lo so pi.
un grave e fatale errore ritenere che questa distanza, in s naturale e cos
difficile da colmare, tra il soggetto e loggetto venga eliminata attraverso la
scienza. Cos non . Alcune scienze si discostano per loro idea stessa da una
diretta visione dessenza si accontentano e possono accontentarsi di
definizioni e di deduzioni da definizioni; altre sono per loro stessa natura
indirizzate verso un afferramento diretto dessenza, ma nel loro effettivo
sviluppo si sono fino ad ora sottratte a questo compito. Il pi pregnante e
terribile esempio del secondo tipo di scienze dato dalla psicologia. Non parlo
di quella psicologia che rimane una scienza di leggi e che si sforza di
stabilire le leggi degli effettivi e reali decorsi di coscienza. Parlo di ci che
viene designato come psicologia descrittiva, di quella disciplina che ambisce a
fare un inventario dei fenomeni di coscienza e a determinare i modi di
coscienza in quanto tali. Non si tratta di accertamenti desistenza del singolo
vissuto, del suo darsi nel mondo in un determinato punto del tempo obiettivo e
del suo essere vincolato a un corpo spazialmente localizzato: tutto ci
assolutamente indifferente in questa sfera. Non si tratta di esistenza, ma di
essenza; si tratta delle possibili modalit di coscienza in quanto tali, a
prescindere se, dove e quando esse si manifestino. Certo, si far notare che
delle essenze dei vissuti non potremmo sapere nulla se esse non trovassero una
realizzazione nel mondo. Espressa in questa forma, per, laffermazione non
corretta, perch certo che noi conosciamo dei tipi di vissuto dei quali
sappiamo che forse non si sono mai realizzati nel mondo con il grado di
purezza con cui noi li cogliamo; se anche fosse vera, per, tale affermazione ci
potrebbe esclusivamente mostrare che noi uomini siamo limitati circa il
numero di esperienze vissute che ci sono accessibili, limitati a ci di cui ci
appunto consentito di fare unesperienza vissuta. Con questo non viene per
stabilita una dipendenza dellessenza dalla sua eventuale realizzazione nella
coscienza.
Se guardiamo alla psicologia per come essa si concretamente presentata,
vediamo che essa non ancora stata capace di far chiarezza sullessenzialit
per lei determinante, quella dello psichico. Non lopposizione tra psichico e

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non-psichico a costituirsi attraverso la nostra attivit di determinazione e di


definizione, ma questa nostra attivit di determinazione che deve orientarsi
seguendo le differenze dessenza ultime e previamente date. Tutto ci che pu
rientrare nel flusso della nostra esperienza vissuta e che appartiene in senso
proprio allio, come il nostro sentire, volere, percepire, etc., si distingue
secondo la sua essenza dal resto, il quale trascendente rispetto al flusso di
coscienza e gli si contrappone come estraneo allio (si pensi a case, concetti,
numeri). Poniamo il caso che io veda un oggetto materiale colorato: possiamo
allora dire che loggetto con le sue qualit e modalit sia qualcosa di fisico,
mentre la mia percezione delloggetto, il mio orientarmi ad esso e prestargli
attenzione, il piacere che provo nei suoi riguardi, il mio stupore, in breve tutto
ci che si presenta come attivit, condizione o funzione dellio, sia psichico.
Ecco invece la posizione tenuta dalla psicologia del giorno doggi: essa
considera colori, suoni, odori, etc. come se noi avessimo a che fare con vissuti
della coscienza, non come se essi ci stessero di fronte con un grado di
estraneit pari a quello dei pi grandi e poderosi alberi. Ci viene assicurato che
colori e suoni non sono reali, bens soggettivi e psichici; queste per non sono
altro che parole oscure. Lasciamo in sospeso la questione dellirrealt di colori
e suoni ammettiamo pure che essi siano non-reali: dovrebbero per ci stesso
diventare qualcosa di psichico? Si pu disconoscere la differenza tra essenza ed
esistenza a tal punto da confondere la negazione dellesistenza con il
mutamento dellessenza e della qualit essenziale delloggetto? Detto
concretamente: un grosso immobile di cinque piani che io credo di percepire
diviene forse un vissuto nel momento in cui la mia percezione si rivela esser
stata unallucinazione? Allo stesso modo, nessun tipo di indagine su suoni,
colori, odori, etc. pu avere la pretesa di essere considerata psicologica. Di quei
ricercatori che non si occupano che delle qualit sensibili occorre dire che la
vera e propria dimensione psichica restata loro estranea, quandanche essi si
definiscano psicologi. Certo, il vedere i colori, ludire i suoni, etc. sono
funzioni dellio che appartengono allambito della psicologia ma come si pu
confondere ludire un suono, cosa che ha la propria essenza specifica e che
segue una legalit intrinseca sua propria, con il suono ascoltato? Esiste di certo
qualcosa come lascolto indistinto di un suono [molto] forte. La forza qui
appartiene al suono, la chiarezza e la mancanza di chiarezza sono invece
modificazioni che intervengono nella funzione del sentire.
Naturalmente, non tutti gli psicologi hanno valutato in tal modo la sfera dello
psichico. Ci non toglie per che il compito di un coglimento puro dellessenza
sia stato compreso da pochissimi. Si voleva apprendere dalle scienze della

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natura; si volevano ridurre al minimo le esperienze vissute. E tuttavia gi


questimpostazione del problema priva di senso. Quando il fisico riconduce
colori e suoni a processi ondulatori di particolar sorta, egli orientato
allesistenza reale, di cui vuole appunto spiegare la realt effettiva. Lasciamo
in sospeso il senso pi profondo del ridurre esso non trova del resto
applicazione alcuna al campo delle essenze. O si vorrebbe forse ridurre
lessenza del rosso, che posso in ogni caso derivare dal rosso, allessenza di
fenomeni ondulatori, a unessenza che evidentemente di tuttaltro tipo? Lo
psicologo descrittivo non ha infatti a che fare con fatti, n con la spiegazione di
forme di esistenza che vengono ricondotte [e ridotte] ad altre forme ancora. Se
egli se lo dimentica si generano quei tentativi di riduzione che coincidono, in
verit, con un impoverimento e con una falsificazione della coscienza. Si arriva
allora a presentare come essenzialit base della coscienza il sentire, il volere e
il pensare, oppure il rappresentare, il giudicare, il sentire, o ad effettuare
qualsiasi altra e totalmente inadeguata partizione. E quando viene preso in
considerazione uno qualsivoglia tra i (potenzialmente infiniti) vissuti che non
rientrano in questa partizione, ne deve essere allora data una nuova
interpretazione alla luce di ci che esso non . Consideriamo a titolo desempio
il perdono, atto di estrema profondit dotato di una specificit sua propria: non
certo un rappresentare. Eppure si tentato di dire che esso sia un giudizio
quel giudizio tramite il quale viene affermato che il torto arrecato [e subto] non
era cos grave o che addirittura non era un torto. Si compie cos quella stessa
operazione che rende del tutto impossibile il darsi di un vero perdono. Oppure
si dice che esso sia la cessazione di un sentimento, il tacere della collera, come
se il perdono non fosse invece qualcosa di specifico e positivo: molto pi di un
semplice diminuire o scomparire di qualcosaltro. La psicologia descrittiva
non deve n spiegare n ridurre (ricondurre ad altro), bens chiarire e
portare-a. Essa vuole portare a datit ultima il quid delle esperienze vissute:
quel che cosa rispetto al quale, se considerato in s, noi siamo cos distanti;
vuole [inoltre] determinarlo in se stesso, nonch distinguerlo e delimitarlo
rispetto ad ogni altro quid. Con ci non viene certo raggiunto un punto
darresto. Delle essenze (Wesenheiten) valgono leggi contraddistinte da una
specificit (Eigenart) e da una dignit che le differenziano nel modo pi
assoluto da tutte le connessioni e i nessi empirici. Lintuizione pura dessenza
(die reine Wesenserschauung) il mezzo per giungere a una visione e a un
coglimento adeguato di queste leggi. Di esse vorrei per parlare nella seconda
parte di questa esposizione.

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Lintuizione dessenza richiesta anche in altre discipline. Richiede una


spiegazione e unattenta analisi non solo lessenza di ci che pu realizzarsi
spesso e volentieri, ma anche lessenza di ci che per sua natura unico ed
irripetibile. Vediamo lo storico impegnato non solo a portare alla luce ci che
ignoto, ma anche a renderci il gi noto pi vicino e a portarlo, conformemente
alla natura che gli propria, a unintuizione adeguata. In questo caso, certo, si
tratta di altri scopi e di altri metodi. Anche qui, tuttavia, ci imbattiamo nelle
grandi difficolt e nei pericoli insiti in ogni introduzione di deviazioni
concettuali e di costruzioni arbitrarie. Vediamo come si parli in continuazione
di sviluppo, ma come si eviti in compenso di prendere in considerazione la
domanda circa il quid di ci che si sviluppa. Vediamo con quale timoroso
scrupolo ci si appigli al contesto di un fenomeno semplicemente per non
doverlo indagare in se stesso; in che modo si ritenga di rispondere
esaustivamente a una domanda circa la specificit di un fenomeno limitandosi
invece a fornire una risposta circa il suo sorgere e i suoi effetti. Come sono
rivelatori, a questo proposito, i frequenti accostamenti di Goethe e Schiller, di
Keller e di Meyer, etc.: rivelatori dei tentativi, senza speranza alcuna di
riuscita, di determinare qualcosa ricorrendo a ci che esso non .
Che una comprensione diretta dellessenza sia oggi cos inusitata e difficile e
che ad alcuni essa appaia impossibile trova spiegazione nellatteggiamento,
profondamente radicato, messo in atto nei confronti della vita pratica: essa
afferra e manipola gli oggetti piuttosto che guardarli contemplativamente e
penetrarli nellessere loro proprio. La cosa si spiega inoltre con il fatto che
alcune discipline scientifiche in contrasto con le discipline delle quali si
parlato fino ad ora si discostano per principio da qualsivoglia intuizione
diretta dessenza, generando cos in tutti coloro che ad esse si dedicano una
profonda avversione nei confronti di ogni tipo di comprensione diretta
dessenza (Wesenserfassung). Mi riferisco innanzitutto alla matematica.
Costituisce lorgoglio del matematico non conoscere ci di cui parla, o meglio:
non conoscerlo secondo la sua essenza materiale. Cito Loro il modo in cui
David Hilbert introduce il concetto di numero: Immaginiamo un sistema di
oggetti (lett.: cose, Dinge), chiamiamo questi oggetti numeri e
contrassegniamoli con a, b, c. Pensiamo questi numeri attraverso rapporti
reciproci dati la cui descrizione venga compiuta nei seguenti assiomi, e via
dicendo. Immaginiamo un sistema di oggetti e forniamo quindi un sistema di
proposizioni alle quali questi oggetti devono sottostare: del quid, dellessenza
di questi oggetti non viene fatta parola. S, perfino il termine oggetto dice
troppo. Esso non pu essere inteso nel senso filosofico con il quale si denota

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una specifica forma categoriale. Denota il concetto del qualcosa in generale,


uno dei concetti pi ampi e privi di contenuto. Di questo qualcosa vengono
compiute, o meglio scritte, asserzioni di ogni tipo, per esempio: (a+b) = (b+a).
Da queste e da un buon numero di altre proposizioni viene dunque, in modo
conseguente e stringente, senza riferimento alcuno allessenza degli oggetti,
derivato un sistema espresso nella forma di una catena logica deduttiva pura.
Non si potrebbe accrescere la distanza dagli oggetti pi di quanto avvenga in
questo caso. Si rinuncia per principio a una conoscenza della loro struttura e a
unevidenza delle leggi ultime poste a loro fondamento. Il tipo di sguardo che
interviene in questo caso puramente logico: [coincide] per esempio con
levidenza che un A il quale sia B deve essere C qualora tutti i B siano C, senza
che le essenze che si celano in A, B, C vengano in alcun modo sottoposte ad
indagine. Gli assiomi non vengono esaminati in se stessi n garantiti come
sussistenti lunico mezzo di cui il matematico dispone per fornire delle
garanzie, ovvero la dimostrazione, non in questo caso applicabile. Si tratta
invece di asserti (Ansetzungen) a fianco dei quali ne sono possibili altri che
contraddicono i primi e si pu dare vita a sistemi di proposizioni anche sulla
base di questi enunciati che sono in contraddizione rispetto ai primi. E c di
pi. Non solo il matematico non necessita, nellambito della propria disciplina,
di provare gli assiomi fondativi egli non ha nemmeno bisogno di
comprenderli secondo il loro contenuto materiale ultimo. Che cosa vuol dire in
realt (a+b) = (b+a), qual il senso di questa proposizione? Il matematico pu
respingere la domanda. La possibilit della commutazione dei segni gli basta.
Quandanche ottenessimo maggiori informazioni in proposito, esse non
sarebbero comunque soddisfacenti. La proposizione non riguarda certo la
distribuzione spaziale dei segni sul foglio. Essa non pu per riferirsi nemmeno
alla distribuzione degli atti psichici di un soggetto n al fatto che sia
indifferente se sia io o un altro soggetto a sommare b ad a piuttosto che a
a b. Perch abbiamo di fronte una proposizione nella quale non si parla in
nessun modo dei soggetti, dei loro atti e del decorso di questi ultimi nel tempo.
Si tratta piuttosto del fatto che sia indifferente che sia b ad aggiungersi ad a
o viceversa. Il problema dunque sapere che cosa significhi questo
aggiungere, non essendo esso n spaziale n temporale: un problema che pu
lasciare il matematico indifferente, ma che deve invece [interessare e] occupare
il filosofo al pi alto grado. Filosofo che non pu rimanere tra i numeri, ma che
deve invece inoltrarsi nellessenza di ci che i numeri significano.
Oppure vogliano Loro considerare la legge dellassociazione: a + [b+c] = [a+b]
+ c la proposizione ha un senso della pi grande importanza, e non si tratta

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certo del fatto che le parentesi possano essere scritte in differenti modi. La
parentesi ha un significato, e questo significato deve poter essere indagato. In
quanto segno, essa non sta certo sul medesimo livello dell= o del +; non
denota alcuna relazione o alcun procedimento, ma fornisce invece
unindicazione analoga, per tipologia e grado, a quelle che riscontriamo anche
in presenza dei segni di interpunzione. Attraverso questa indicazione
lindicazione a riunire ora questo ora quello e a delimitarlo rispetto al resto si
modifica il significato dellintera espressione, ed proprio questo mutamento
di significato e la sua possibilit che vanno compresi, per quanto lontano un
tale problema possa essere dal matematico. Questa la domanda circa il senso;
a fianco sta la domanda circa lessere. Ci significa portare a intuizione e, ove
possibile, a visione adeguata se la regola stabilita sussista di diritto, se ci che
la proposizione a+b = b+a porta ad espressione si dimostri valido e fondato
nellessenza dei numeri. Proprio questa considerazione permane
particolarmente estranea al matematico. In sistemi diversi egli pu compiere
affermazioni che risulterebbero tra loro contraddittorie se venissero poste in
uno stesso sistema. Pone per esempio come assioma che per un punto esterno a
una retta possa essere tracciata sullo stesso piano una e una sola retta che non
intersechi la retta data. Ma potrebbe anche stabilire come assioma che per lo
stesso punto esterno alla retta data possano passare infinite rette o nessuna
retta, e anche sulla base di queste premesse sarebbe consentito fondare un
sistema di proposizioni priva di contraddizione alcuna. Il matematico in quanto
tale deve asserire lequivalenza di tutti questi sistemi; per lui si danno solo le
premesse e le conseguenze, logicamente prive di vuoti e di contraddizioni, di
argomentazioni che egli costruisce a partire dalle premesse stesse. I sistemi,
per, non sono tra loro equivalenti: si danno punti e rette anche se essi non
esistono realmente nel mondo. E attraverso atti di un particolare tipo noi
possiamo portare a intuizione adeguata queste formazioni concettuali. Se lo
facciamo, riconosciamo allora che per un punto esterno a una retta data pu in
effetti essere tracciata una sola retta, appartenente allo stesso piano, che non
intersechi la retta data, e che invece falso sostenere che non possa esserne
tracciata alcuna. Si prospettano due alternative. In questo secondo caso o viene
denotato con le stesse espressioni qualcosa di diverso, oppure si tratta di un
sistema di proposizioni innalzato su una base non sussistente, ma che in quanto
tale pu comunque avere un valore, e in particolar modo un valore matematico.
Se per punto e per retta si intendono degli oggetti (Dinge) che devono
soddisfare i requisiti del sistema assiomatico ad essi relativo non c nulla da

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obiettare. Lallontanamento da tutto ci che pu avere riscontro conoscitivo


diviene per in questo caso particolarmente chiaro.
Attraverso la specificit della matematica diviene comprensibile la specificit
del matematico puro il quale ha compiuto grandi cose nellambito della
matematica, ma ha in compenso arrecato alla filosofia pi danni di quanto non
possa essere espresso in poche parole. Egli colui che pone delle premesse e
opera sulla loro base delle dimostrazioni, perdendo con ci stesso il senso
dellessere ultimo e assoluto. Ha disimparato a guardare, sa solo dimostrare. La
filosofia ha per a che fare esattamente con ci di cui il matematico non si
occupa; anche per questo una filosofia more geometrico , se presa alla lettera,
un assoluto controsenso. al contrario la matematica che pu ricevere dalla
filosofia i propri chiarimenti ultimi. solo in filosofia che ha luogo la ricerca
delle essenze matematiche fondamentali e delle leggi ultime che in esse si
fondano. Solo la filosofia stata in grado, a partire da qui, di rendere
pienamente comprensibili i percorsi della matematica, che si allontanano cos
tanto dal contenuto intuibile dessenza per ritornarvi poi in continuazione. Il
nostro primo compito non pu che essere quello di apprendere nuovamente a
vedere i problemi, inoltrandoci attraverso una selva (lett.: un groviglio) di segni
e di regole facilmente manipolabili in direzioni del contenuto cosale (del
sachlichen Gehalt). Dei numeri negativi, per esempio, la maggior parte di noi
si fatta realmente unidea da bambini, quando avevamo la sensazione di
trovarci dinanzi a qualcosa di misterioso ed enigmatico. Successivamente si
sono messi a tacere questi dubbi, ricorrendo per lo pi a ragioni in s ben
contestabili. Oggi sembra che in molti sia quasi svanita la consapevolezza che
si diano [questi] numeri, e che lopposizione tra i numeri positivi e i numeri
negativi risposi del resto su una base convenzionale la cui legge fondamentale
e la cui legittimit non assolutamente facile da scoprire un po come accade
per listituto della persona giuridica nel diritto civile.
Se perveniamo a ci cui in quanto filosofi dovremmo giungere se arriviamo,
attraverso segni e definizioni di ogni tipo, alle cose stesse allora molte cose ci
si presenteranno in modo diverso rispetto a ci che oggi si crede. Vogliano
permettermi di addurre a questo proposito un semplice esempio, assai facile da
comprendere. La partizione dei numeri in ordinali e in cardinali oggi
universalmente accettata solo, non si concordi nello stabilire quale delle
due tipologie sia allorigine dellaltra, se i numeri ordinali o i cardinali, oppure
se nessuna delle due possa vantare questo primato. Quando sono i numeri
ordinali ad essere dichiarati originari, allora ci si richiama solitamente a
Helmholtz e a Kronecker e, per gli scopi che ci prefiggiamo di raggiungere,

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pu essere utile seguire passo passo ci che questi matematici hanno


effettivamente detto. Kronecker spiega che il punto di partenza naturale per lo
sviluppo del concetto di numero posto nei numeri ordinali, i quali presentano
una riserva di segni ordinati che noi possiamo attribuire a un determinato
insieme di oggetti. Sia per esempio data la sequenza di lettere a, b, c, d, e;
associamo loro ora, luno dopo laltro, i predicati di primo, secondo,
terzo, quarto e infine quinto. Se vogliamo indicare linsieme dei numeri
ordinali adoperati o la quantit delle lettere che trovano posto nella serie
ricorriamo allultimo dei numeri ordinali impiegati. Per i filosofi proprio qui
che iniziano i problemi. Come va interpretato il fatto che lultimo segno
ordinale possa indicare contemporaneamente la quantit numerica (die Anzahl)
di tutti gli oggetti indicati (Etwasse)? Che cos in generale il numero ordinale
e che cosa il numero cardinale? Compiamo ora qualche altro passo verso una
chiarificazione di questi concetti. Si posta la domanda circa il senso
dellespressione numerica pi precisamente, si formulato il problema
riguardante ci di cui la quantit numerica viene predicata. Sono state date in
proposito molte risposte, tra loro anche sensibilmente diverse. Prendiamone in
considerazione alcune pi da vicino. Una di esse non richiede nessuna lunga
riflessione, ed la proposta avanzata da Mill: [egli sostiene] che la quantit
numerica sia predicata degli oggetti enumerati. Se la quantit numerica tre si
rivolgesse veramente agli oggetti enumerati nello stesso modo in cui ad essi
inerisce per esempio il colore rosso, allora ognuno di questi oggetti dovrebbe
essere tre allo stesso modo in cui ognuno di essi [appunto] rosso. Si di
conseguenza detto: non degli oggetti enumerati, bens del loro insieme che la
quantit numerica viene predicata: dellinsieme risultante dalla somma degli
oggetti enumerati che laffermazione viene compiuta. Anche questo, per,
dobbiamo contestarlo. Gli insiemi possono avere parecchi tipi di caratteristiche
a seconda degli oggetti da cui sono composti; un insieme di alberi pu essere
confrontato con un altro; un insieme pu essere pi o meno grande dellaltro,
ma non pu essere quattro o cinque. Certo, un insieme pu includere
quattro o cinque oggetti, ma allora questa sua propriet di inclusione dei
quattro oggetti ad essere predicata dellinsieme, non i quattro oggetti. Un
insieme che contiene quattro oggetti tanto poco quattro quanto un insieme
che contenga oggetti di un rosso acceso non debba essere rosso esso stesso.
Che si dia ai quattro oggetti un ordine rispetto allinsieme, posto che tale
insieme ne contenga appunto quattro, non significa che il quattro possa
essere predicato dellinsieme cui gli oggetti ineriscono. E dal momento che,
come mostrato, il quattro non pu nemmeno essere predicato degli oggetti

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inclusi nellinsieme, ci si viene a trovare in una difficile posizione. Queste


difficolt hanno indotto Frege a intendere la quantit numerica alla stregua di
un enunciato che viene predicato di un concetto. La carrozza dellimperatore
trainata da quattro cavalli deve significare che sotto il concetto dei cavalli che
trainano la carrozza dellimperatore ricadano quattro oggetti. Naturalmente
cos facendo nulla cambia in meglio. Del concetto viene detto che sotto di esso
ricadono quattro oggetti, ma non viene predicato il quattro. Un concetto che
racchiude in s quattro oggetti quattro altrettanto poco di quanto un
concetto che racchiude in s oggetti materiali debba essere materiale esso
stesso. Non mi attarder ora a considerare i molti altri tentativi che sono stati
fatti di risolvere il problema. In queste situazioni per la filosofia del tutto
naturale porsi una domanda: non stiamo in questo caso avvicinando il
problema con un preciso pre-giudizio? senza dubbio cos il pregiudizio
gi racchiuso nella formulazione del problema. Ci si interroga sul soggetto del
quale la quantit numerica viene predicata, ma da dove viene mai tratta la
convinzione che la quantit numerica sia in generale predicata di qualcosa? Si
pu forse presupporre che ogni elemento del nostro pensiero debba essere
predicabile? No di certo. Ci basta prendere in considerazione un semplice
esempio. Proviamo a dire: Solo A b il solo un elemento portante
dellenunciato, ma sarebbe del tutto errato domandare di che cosa il solo
venga predicato. Il solo concerne in questo caso lA in modo specifico, ma
pu comunque essere predicato di qualsiasi altra cosa al mondo. E lo stesso
accade quando diciamo: Alcuni A sono b, etc.. Tutti questi elementi
categoriali sono impredicabili. Essi non fanno altro che indicare il dominio di
un campo doggetti interessato, in questo caso, dal fatto che di esso venga
predicato lessere-b. Da qui proviene per noi una nuova luce utile a chiarire che
cosa sia la quantit numerica. Di essa valgono due propriet. , in s e per s,
non-predicabile. E inoltre: presuppone una predicazione nella misura in cui
determina il dominio quantitativo e la molteplicit di oggetti interessati da una
predicazione. La quantit numerica non risponde alla domanda: Quanti A
sono b?. Tale punto della massima importanza per una teoria delle categorie.
Nella misura in cui una determinazione quantitativo-numerica presuppone un
insieme di elementi, essa si viene a trovare in una sfera totalmente diversa, un
po come accade alla categoria della causalit si viene a trovare in una sfera
che pi avanti impareremo a conoscere come la sfera degli stati di cose. Da qui,
inoltre, si possono trarre con grande facilit ulteriori distinzioni. per esempio
possibile che la predicazione di cui si sta trattando incontri ciascuno dei
singoli oggetti appartenenti allambito che essa determina, o che li incontri

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invece nel loro complesso. Se diciamo che cinque alberi sono verdi con ci
stesso significato che ciasuno degli alberi lo . Se invece diciamo Quattro
cavalli sono sufficienti per trainare la carrozza evidente che non basta a
trainarla ogni singolo cavallo. Tali differenze possono divenire comprensibili
solo partendo dalla concezione della quantit numerica esposta in queste
pagine, dal momento che tale quantit, come detto, non essa stessa
predicabile, ma presuppone invece una relazione di predicazione rivolta ad un
insieme di cose (von Etwassen) delle quali stabilisce poi il dominio. In questa
sede pu bastare quanto gi detto della quantit numerica. Ora, deve per
esserci anche un altro tipo di numeri, i numeri ordinali; proviamo dunque a
incalzarli un po pi da vicino. La quantit numerica si dimostra essere nonpredicabile; al contrario, la predicabilit dei numeri ordinali sembra a prima
vista non sottostare ad alcun tipo di dubbio. evidente che essi vengano
predicati, predicati sempre di un elemento di un insieme ordinato. Essi
sembrano assegnare a questo elemento il proprio posto nellambito
dellinsieme. Va da s dire: numero ordinale quel numero che determina la
specifica posizione degli elementi di un insieme ordinato. Ma proprio questo
aspetto a non reggere, non appena si tralascino parole e segni per volgerci alle
cose stesse. Che ne allora degli elementi della serie e del loro posto in essa?
Abbiamo, in prima battuta, lelemento iniziale, il primo elemento della serie, e
in corrispondenza rispetto ad esso lelemento finale, lultimo. Ne abbiamo
inoltre uno che segue al primo, poi un altro che segue a quello che segue al
primo, e via dicendo. In tal modo la posizione nella serie di ogni singolo
elemento si lascia determinare dal costante riferimento allelemento che apre la
serie. Fino a questo momento non si [ancora] parlato di un numero o di
qualcosa di numerico. Si solamente indicato che stiamo parlando del primo
elemento della serie il primo ha cos poco a che fare con luno di quanto
lultimo non abbia a che fare con il cinque o con il sei. E inoltre: non c
nientaltro nella serie, nessuna caratteristica peculiare degli elementi della serie
in quanto tali, niente di numerico, che dovremmo ancora estrapolare. Gli
elementi hanno un loro posto nella serie, e questo posto si lascia determinare
dalla relazione di successione rispetto allelemento iniziale; dei numeri, per,
non si fa parola. Se le cose stanno cos, come possono essere realizzate quelle
designazioni di numeri ordinali che richiamano alla memoria i numeri? Molto
semplice. Le designazioni della posizione degli elementi rispetto alla serie alle
quali si precedentemente fatto riferimento sono piuttosto complesse. Gi
lelemento c deve essere indicato come lelemento che segue allelemento
successivo al primo della serie tutto ci diviene alla fine ingestibile e bisogna

Adolf Reinach, Che cos la fenomenologia?

13

pensare a una modalit di designazione pi agile. Ora, certo che sussistano


delle relazioni tra gli insiemi con i loro elementi e le quantit numeriche, intese
appunto come quantit numeriche. La serie comprende un certo numero di
elementi, al pari di ogni parte della serie stessa. Lelemento c
quellelemento raggiunto il quale la serie ne comprende tre, ed per questo che
lo chiamiamo il terzo; parimenti diremo del quarto. Cos facendo possiamo
associare ad ogni elemento della serie un analogo tipo di denotazione, dal
momento che la serie include, fino ad ognuno degli elementi che la
compongono, uno specifico e sempre diverso numero di elementi stessi.
Considerino ora la confusione che il restare cos vincolati ai numeri ha causato.
A fianco delle quantit numeriche, dei numeri cardinali, deve darsi una
seconda tipologia di numeri, quella dei numeri ordinali dove sono, per,
questi numeri? Potremo cercare finch vogliamo, ma non li troveremo mai.
Esistono le quantit numeriche e le loro designazioni, ma vi sono in aggiunta
designazioni ordinali le quali, attraverso lausilio dei numeri cardinali, possono
determinare la posizione degli elementi di insiemi ordinati. Numeri ordinali,
per, non ne esistono. La filosofia si lasciata confondere perch ha seguto ad
occhi chiusi le indicazioni dei matematici, confondendo in tal modo parole e
cose. Ci si spinti cos in l da voler derivare i numeri cardinali da quelli
ordinali, ovvero da voler derivare la quantit numerica da una modalit
denotativa, la quale necessit della quantit numerica [stessa] come propria
condizione. Per ci che concerne questa modalit denotativa non ci si deve
lasciar persuadere ad equiparare senzaltro segni nominali (Wortzeichen) e
segni numerici. I segni nominali non si servono in modo continuo della
quantit numerica il primo non lunico (das erste [] das einste) n so
se esista una struttura linguistica che giunga ad esprimere il fatto che il primo
elemento della serie sia lo stesso al quale la serie giunta nel momento in cui
include ancora un solo elemento. Anche quellelemento che segue al primo non
necessita di essere denotato grazie alla quantit numerica noi diciamo s il
secondo (das zweite), ma i latini dicevano secundus. Non tutte le designazioni
ordinali sono dunque designazioni di numeri ordinali. Ogni ulteriore indagine
dovr dunque essere riservata alla studioso della lingua.
Quando aspiriamo allanalisi dessenza dovremmo partire in modo del tutto
naturale dai termini e dal loro significato. Non un caso che le Ricerche
Logiche di Husserl si aprano con unanalisi dei concetti di termine,
espressione, significato, etc. Allinizio si tratta di dominare gli equivoci, a
mala pena immaginabili, che si trovano insisti in particolar modo nella
terminologia filosofica. Husserl ha evidenziato 14 differenti significati del

Adolf Reinach, Che cos la fenomenologia?

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concetto di rappresentazione, e con ci non ha in nessun modo trattato a


fondo tutti i significati di rappresentazione che, permanendo per lo pi
indistinti, giocano un ruolo in filosofia. Si mosso a queste distinzioni di
significato il rimprovero di lacunosit, e lo si fatto profondamente a torto.
Una distinzione piccola e in s evidente pu condurre a rovesciare intere teorie
filosofiche, qualora il grande filosofo in questione non se ne sia accorto;
proprio il termine rappresentazione, o anche il termine concetto, ne sono,
in virt dei loro molteplici e talvolta diametralmente opposti significati, esempi
istruttivi. Abbiamo inoltre appena fatto nostro questo punto di vista: lanalisi
del significato pu condurre non solo ad operare delle distinzioni, ma anche ad
escludere delle distinzioni ingiustificate. Che la fenomenologia degli inizi si sia
innanzitutto soffermata con particolare attenzione nellambito senza fine di ci
che fino a quel momento era stato mal compreso o era passato inosservato
comprensibile. Nel suo prosieguo essa contribuir per a rimuovere alcune
costruzioni concettuali cui si era falsamente fatto ricorso e di questo mi
sembrano costituire un esempio proprio i numeri ordinali di cui si appena
parlato. Non mi sembra per necessario dover ricordare che lanalisi dessenza
da noi reclamata non si esaurisce in alcun modo in ricerche di significato.
Anche quando ci rifacciamo ai termini e al loro significato questo non deve
fare altro che condurci alle cose stesse, le quali vanno chiarite. Anche laccesso
diretto alle cose per possibile senza lausilio del significato dei termini
non solo deve infatti essere spiegato il gi inteso, ma devono anche essere
scoperte e portate a intuizione nuove essenze. In un certo senso viene qui
riproposto il passaggio da Socrate a Platone. Dellanalisi del significato si
occupato Socrate quando poneva le proprie domande nelle strade di Atene:
Parli di questo e di questaltro, ma cosa intendi [veramente] con ci?. In
questo caso si tratta di chiarire le oscurit e le contraddizioni di ci che
significato un procedimento che per il resto non ha realmente nulla a che fare
con la definizione o, perfino, con lintuizione. Platone, allopposto, non prende
le mosse dalla parola (Wort) e dal significato; la sua mta lintuizione diretta
dellidea, il coglimento non-mediato delle essenze in quanto tali.
Ho gi accennato al fatto che lanalisi dessenza non sia una mta ultima, bens
il mezzo [per raggiungere questa mta]. Delle essenze valgono alcune leggi, e
queste leggi sono ineguagliabili con ogni stato di cose o con ogni relazione tra
stati di cose dei quali sia la percezione sensibile a darci conoscenza. Tali leggi
valgono delle essenze in quanto tali, in forza della loro natura in esse non
abbiamo alcune essere-cos accidentale, bens un dover-essere-cos e, secondo
essenza, un non-poter-essere-diversamente. Che queste leggi esistano una

Adolf Reinach, Che cos la fenomenologia?

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delle cose pi importanti della filosofia e se vogliamo pensarlo fino in fondo


una delle cose in generale pi importanti al mondo. Rappresentare queste
leggi nella loro purezza perci uno dei compiti pi importanti della filosofia.
Non pu per essere negato che essa non abbia portato a compimento questa
consegna. Certo, lapriori stato sempre riconosciuto Platone lo ha
individuato per la prima volta e da quel momento esso non pi scomparso dal
campo di indagine della storia della filosofia; per stato frainteso e rinchiuso
entro precisi confini anche da parte di coloro che ne hanno sostenuto la
fondatezza. Dobbiamo muovere soprattutto due accuse: quella della
soggettivizzazione dellapriori e quella della sua restrizione arbitraria a pochi
ambiti, mentre la sua signoria si estende per eccellenza a tutti. Prenderemo
innanzitutto in considerazione la soggettivizzazione dellapriori. In un punto ci
si sempre trovati daccordo: le conoscenze apriori non sono attinte
dallesperienza. Per noi questo deriva, senza la necessit di introdurre ulteriori
specificazioni, dalle nostre precedenti considerazioni. Lesperienza si rif
innanzitutto, in quanto percezione sensibile, al singolare, al questo-qui, e cerca
di coglierlo in quanto tale. Il soggetto si sforza di ricondurre a s ci di cui
vuole fare conoscenza: la percezione sensibile per sua stessa essenza
possibile solo a partire da un certo punto; e [l] dove noi uomini percepiamo,
il punto da cui la percezione trae origine deve trovarsi nelle vicinanze del
percetto. Nel caso dellapriori si tratta allopposto dellintuizione dessenza e
della conoscenza dessenza. Per cogliere (erfassen) lessenza non necessaria
alcuna percezione sensibile; in questo caso si tratta di atti noetici di tuttaltro
tipo i quali possono essere compiuti in qualsiasi momento, quale che sia il
luogo in cui il soggetto possa venirsi a trovare. Del fatto che per prendere in
considerazione un esempio tanto semplice quanto ovvio larancione si trovi
per la sua stessa tonalit di colore tra il rosso e il giallo io posso convincermene
con sicurezza in questo stesso istante, solo che riesca a portare a chiara
intuizione la corrispondente quidditas (Washeit). Non devo invece essere
rimandato a una qualche percezione sensibile che mi dovrebbe condurre a un
luogo del mondo nel quale fosse possibile individuare unesemplificazione
concreta di arancione, rosso e giallo. Non si tratta solo o tanto come spesso si
dice del fatto che basti avere percezione di un solo caso per afferrarne la
legge apriori; non nemmeno necessario percepire un singolo caso e farne
esperienza. Non serve minimamente percepire qualcosa: limmaginazione pura
basta. Qualsiasi sia il luogo del mondo in cui noi ci troviamo, ovunque e
sempre ci dischiuso laccesso al mondo delle essenze e delle loro leggi.
Proprio qui, in questo incontestabile punto, sono per subentrati dei

Adolf Reinach, Che cos la fenomenologia?

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fraintendimenti fatali. Ci che, per cos dire, non viene a noi dallesterno
attraverso il tramite della percezione sensibile sembra dover essere presente
allinterno. In tal modo le conoscenze apriori vengono marcate come
propriet dellanima e, fossero anche virtuali, della dimensione innata: basta
che il soggetto rivolga ad essa un semplice sguardo per averne una certezza
indubitabile. Stando a questa specifica e storicamente cos efficace immagine
della conoscenza umana, tutti gli uomini condividerebbero in fondo un
medesimo patrimonio di conoscenze. Essi si distinguerebbero solo per il loro
modo di attingere a questo patrimonio comune. Alcuni vivono e muoiono senza
nulla sospettare della propria ricchezza. Se una conoscenza apriori viene per
portata alla luce, nessuno pu esimersi dal prenderla in considerazione. La si
pu scoprire o non scoprire, ma essa non pu indurre n in inganno n in
errore. questo il punto di vista assunto dallideale pedagogico socraticoplatonico per come esso stato inteso dalla filosofia dellilluminismo:
attraverso un semplice domandare possibile trarre maieuticamente anche da
uno schiavo delle verit matematiche per giungere alle quali basta risvegliare il
ricordo. Una conseguenza di tale concezione la dottrina del consensus
omnium, garanzia indubitabile per i princpi primi della conoscenza. Ne
consegue anche il discorso sulle conoscenze apriori, intese come necessit del
nostro pensiero, come effetto del dover-pensare-cos e del non-poter-pensarealtrimenti. Tutto questo, per, fondamentalmente falso, e lempirismo
facilmente riuscito ad avere la meglio su tali concezioni. Le connessioni apriori
sussistono indipendentemente dal fatto che tutti, molti, o perfino nessun uomo
o altri soggetti le riconoscano. Sono universalmente valide soprattutto nel
senso che chiunque voglia operare un retto giudizio deve riconoscerle. Questo
tuttavia proprio non solo delle verit apriori, bens di tutte le verit in
generale. una verit universalmente valida anche la verit, eminentemente
empirica, che qualsiasi uomo in qualsiasi istante temporale trovi lo zucchero
dolce. Dobbiamo per respingere del tutto il concetto che la necessit di
pensiero sia una caratteristica essenziale dellapriori. Quando mi chiedo se
abbia avuto luogo prima la guerra del Trentanni o la guerra dei Sette anni
avverto una qualche necessit di pensare la prima come precedente rispetto alla
seconda: e tuttavia si tratta di una conoscenza empirica. Allopposto, colui che
ha sempre negato le connessioni apriori, rifiutato il principio di noncontraddizione o ritenuto non valido il principio della possibile intelligibilit di
ogni evento non ha evidentemente mai avvertito alcuna necessit di pensiero.
Che cosa mai dovrebbe esserne di tutte queste falsificazioni psicologiste!
certo che la necessit giochi nellambito dellapriori un proprio ruolo solo,

Adolf Reinach, Che cos la fenomenologia?

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non c alcuna necessit del pensare, bens una necessit dellessere.


Guardiamo dunque a queste relazioni dessere (Seinsverhltnisse). Un oggetto
giace, in una porzione di spazio qualsiasi, a fianco di un altro questa una
situazione contingente, nel senso che, per la loro essenza, i due oggetti
potrebbero trovarsi anche distanti luno dallaltro. Si consideri allopposto la
proposizione La retta la linea pi breve di congiungimento tra due punti
dati: in questo caso non ha alcun senso dire che le cose potrebbero stare anche
diversamente. fondato nellessenza stessa della retta in quanto retta il fatto di
essere la pi breve linea di congiungimento [tra due punti] abbiamo qui un
necessario-essere-cos. dunque questo lessenziale; sono apriori gli stati di
cose, e lo sono nella misura in cui una determinata predicazione, per esempio
lessere-b, richiesta dallessenza di A [e] si fonda necessariamente in questa
essenza. Gli stati di cose, tuttavia, sussistono indipendentemente dalla
coscienza che li coglie, e sussisterebbero anche se nessuna coscienza li
cogliesse. Lapriori non ha, in s e per s, nulla a che fare con il pensare e con
il conoscere. Bisogna riconoscerlo con la pi grande chiarezza. Una volta che
lo si riconosciuto si possono anche evitare quei problemi apparenti che sono
stati posti in merito allapriori e che nella storia della filosofia hanno condotto
alle pi sorprendenti costruzioni concettuali. Le connessioni apriori trovano per
esempio impiego nellambito dellindagine degli eventi naturali. Se si
intendono queste connessioni come leggi del pensiero, ci si chiede come possa
avvenire che la natura assuma su di s le conseguenze delle leggi del nostro
pensiero, se si debba forse accettare una misteriosa armonia prestabilita, se la
natura non possa reclamare un essere proprio o in s, se sia forse da
postulare una sua qualche dipendenza funzionale da atti noetici e tetici
(denkende und setzende Akte). Di fatto, non si riesce a capire perch la natura
dovrebbe sottostare alle leggi del nostro pensiero. Ma di leggi del pensiero in
verit non si tratta. Si tratta invece del fatto che nellessenza di qualcosa sia
inscritto il suo essere o il suo comportarsi nelluno o nellaltro modo deve
allora sorprenderci il fatto che tutto ci che partecipa di questa essenza venga
interessato dalla medesima predicazione? Parliamo concretamente e nel modo
pi semplice possibile. Se fondato nellessenza di ogni mutamento di essere
posto in una chiara dipendenza da un mutamento temporale che lo ha preceduto
se non siamo noi a doverlo pensare in questo modo, ma se il mutamento
stesso a dover essere cos deve allora destare stupore che questo valga anche
di ogni singolo mutamento concreto che interviene nel mondo? Ritengo che
sarebbe incomprensibile che le cose stessero diversamente o, meglio detto:
evidente che tali non possano essere.

Adolf Reinach, Che cos la fenomenologia?

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Solo una volta stabilita in se stessa la specificit delle connessioni apriori


intendendole come forme degli stati di cose, non come forme del pensiero si
pu allora, quale ulteriore problema, sollevare la questione sul modo in cui
questi stati di cose pervengano per noi realmente a datit. In quale modo
vengono pensati, o meglio conosciuti? Si gi parlato dellevidenza immediata
dellapriori di contro alla non-evidenza dellempirico. Questa
contrapposizione, per, non ammissibile. chiaro ci che si vuole ottenere.
Abbiamo nellatto percettivo una riprova, ma nessuna garanzia irrefutabile, che
ci che ci si pone dinanzi nel mondo sensibile come sussistente ed esistente
sussista ed esista realmente. Leventualit che le case e gli alberi da me
percepiti non esistano permane come una possibilit sempre dischiusa a questo
percepire unevidenza ultima [e] assoluta in questo caso non si d. Se si
volesse dunque dire che i giudizi circa la reale esistenza della realt fisica non
possono avanzare alcuna pretesa di evidenza ultima si avrebbe assolutamente
ragione; lo si afferma invece in generale dei giudizi empirici, e cos facendo si
ha torto. Ammettiamo che la percezione della casa di cui ho prima parlato sia
frutto di illusione, che la casa percepita dunque non esista: resta comunque
valido che io abbia avuto una tale percezione, per quanto illusoria essa fosse
in che modo potrei altrimenti parlare di illusione? Il giudizio Vedo una
casa possiede rispetto al giudizio L si trova una casa unevidenza ultima,
impareggiabile; evidentemente un giudizio empirico fondato nellessenza
dellio che vede una casa dunque unevidenza insufficiente non
contrassegno alcuno della conoscenza empirica. Solo questo esatto, che tutte
le conoscenze apriori senza eccezione sono capaci di unevidenza irrefutabile,
ovvero di unintuizione ultima donatrice del loro contenuto. Ci che si fonda
nellessenza degli oggetti pu essere portato a datit ultima attraverso
lintuizione dessenza. Vi sono, certo, conoscenze apriori che non possono
essere conosciute in se stesse, ma che devono essere invece dedotte da altre.
Anche queste ultime, per, riconducono infine a connessioni ultime
comprensibili in se stesse. Non le si accetteranno ciecamente, non le si
edificheranno su un immaginario (fabelhaft) consensus omnium n su una
qualche vaga necessit di pensiero. Non vi nulla che sia pi lontano dalla
fenomenologia di tutto ci. Devono invece, e molto di pi, essere portate a
chiarificazione, a una donazione ultimamente intuibile; proprio per questo
abbiamo sottolineato che per adempiere a questo compito sono richiesti uno
sforzo e un metodo particolari. Dobbiamo invece combattere con tutte le nostre
forze il tentativo di voler comunque e sempre giustificare le connessioni apriori
ultime, di voler provare il loro diritto traendolo da altro. , questo, il tentativo

Adolf Reinach, Che cos la fenomenologia?

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di fondare le assolutamente chiare ed univoche (einseitige; tr. fr. ragionevoli)


fonti della conoscenza attraverso il riferimento a fatti irragionevoli i quali
necessitano essi stessi di essere fondati attraverso laltro da s. Mi sembra che
torni in questo caso a valere ci di cui abbiamo gi parlato: il timore di
considerare le connessioni ultime, il cieco afferrare un supporto come se
anche questo tentativo di fondazione, quandanche non fosse totalmente
arbitrario, non dovesse infine sorreggersi su connessioni ultime evidenti.
Fino a questo momento mi sono espresso a sfavore della soggettivizzazione
dellapriori; non meno grave [per] ci che ho precedentemente evocato
come un impoverimento dellapriori. Ci sono pochi filosofi che non abbiano in
qualche modo accettato la realt dellapriori, ma non ve ne nessuno che non
abbia in qualche modo ridotto lapriori a una piccola provincia del suo ambito
di indagine. Hume ci enumera alcune relazioni tra idee, intendendole come
connessioni apriori; non per chiaro perch egli riduca queste connessioni a
relazioni, anzi a poche relazioni. La ristrettezza con la quale Kant ha compreso
lapriori doveva daltra parte risultare completamente fatale alla filosofia che
seguita. In verit, lambito dellapriori immensamente vasto; tutti gli oggetti
che conosciamo hanno il proprio che cosa, la propria essenza, e di tutte le
essenze valgono leggi dessenza. Manca qualsiasi tipo di giustificazione per
ridurre in un certo senso lapriori al formale; anche della sfera materiale e
sensibile, dei suoni e dei colori valgono leggi apriori. In tal modo si dischiude
alla ricerca un campo di indagine cos vasto e cos ricco da non poter ancora
essere colto da parte nostra in tutta la sua portata. Vogliano permettermi di
ricordare brevemente alcune cose. La nostra psicologia molto fiera di essere
una psicologia empirica. La conseguenza che essa trascura lintero ambito di
conoscenza che si fonda nellessenza dei vissuti, nellessenza del percepire e
rappresentare, del giudicare, sentire, volere, e via dicendo. Se si scontra su
leggi di tal tipo esse vengono fraintese come empiriche. Porto Loro come
esempio classico quello di David Hume. Allinizio della sua opera pi
importante egli parla di percezione e di rappresentazione; viene detto che a
ogni percezione corrisponde una rappresentazione del medesimo oggetto ,
questo, per Hume uno dei pilastri fondamentali della propria filosofia. Come
dobbiamo intendere, per, questa frase? Si intende dire che in ogni coscienza
nella quale venga effettuata la percezione di un oggetto debba realizzarsi anche
una rappresentazione del medesimo oggetto? Questa sarebbe una proposizione
assai dubbia; percepiamo di certo molte cose che poi non ci rappresentiamo, o
che forse nessuno rappresenter mai. In ogni caso non abbiamo alcun diritto di
asserire il contrario. Come pu, allora, Hume giungere al punto di porre una

Adolf Reinach, Che cos la fenomenologia?

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tale proposizione allapice della propria argomentazione; da dove deriva alla


proposizione la forza persuasiva di cui essa pur dispone? Naturalmente
corretto [affermare] che ad ogni percezione corrisponda una rappresentazione e
viceversa pi o meno nello stesso modo in cui ad ogni retta corrisponde un
cerchio di cui essa [per cos dire] raggio. Non si tratta di esistenza empirica,
n di una messa in atto nella coscienza empirica, bens di una correlazione
ideale. E cos anche la connessione, posta da Hume come empirica ma in
verit apriori, fondata nellessenza di percezione e rappresentazione.
Analogamente stanno le cose nella seconda proposizione, che getta una delle
basi della teoria humeana della conoscenza: ogni rappresentazione presuppone,
secondo i suoi elementi, una previa percezione del medesimo soggetto, e noi
possiamo dunque rappresentarci solo ci che, secondo i suoi elementi, abbiamo
gi percepito. Tale proposizione conduce a gravi problemi, ma una cosa per
certa fin dal principio: che non pu trattarsi di una proposizione di natura
empirica. Come possiamo sapere se il bambino appena nato abbia prima
percezione o rappresentazione? Non si pu dire: evidente (selbstverstndlich)
che egli debba aver percepito prima di rappresentare. Proprio l dove si fa
ricorso allevidenza e a termini di tal sorta noi dobbiamo intervenire. Questi
termini fanno riferimento a connessioni dessenza in attesa della loro
chiarificazione scientifica.
Fino a questa momento ci siamo soffermati su vissuti periferici, ma anche nelle
pieghe pi profonde della psiche le cose non sono diverse. Pensino Loro
innanzitutto alle connessioni motivazionali alle quali ci rifacciamo con tanta
naturalezza nella vita pratica e nelle discipline storiche. Comprendiamo che da
questo o da quel modo di pensare, da questo vissuto, possa o debba scaturire
questa o questaltra azione. In tal caso non vero che abbiamo fatto tante e
tante volte lesperienza che gli uomini, posti di fronte a esperienze vissute di un
determinato tipo, abbiano agito mossi dalluna o dallaltra intenzione e che
dunque diciamo: diviene presumibile che anche questuomo agisca in ugual
modo. Comprendiamo certo che e che deve essere cos, traiamo la nostra
comprensione dallesperienza motivante [che sta alla base dellagire]; nel nudo
fatto empirico, per, non si d comprensione alcuna. Sia lo storico che
approfondisce empaticamente una connessione motivazionale sia lo psichiatra
che segue il decorso di una malattia comprendono; anche quando affrontano
per la prima volta levoluzione del fenomeno dato essi si lasciano guidare dalle
connessioni dessenza, malgrado non abbiano mai formulato n mai potrebbero
formulare queste connessioni dessenza. Sussiste a questo proposito quel nesso
tra psicologia e storia del quale tanto si parlato connessione che non

Adolf Reinach, Che cos la fenomenologia?

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concerne per la psicologia empirica, bens la psicologia apriori, la cui


elaborazione cosa del futuro. La psicologia empirica non in nessun modo
indipendente rispetto a quella apriori. Le leggi che si fondano nellessenza
della percezione e della rappresentazione, del pensare e del giudicare, sono
continuamente presupposte quando venga indagato lo sviluppo di questi vissuti
nella coscienza. Al giorno doggi lo psicologo trae queste leggi da unoscura
rappresentazione della vita naturale; esse appartengono [a suo avviso] ad un
ambito di torbide evidenze che non lo interessano ulteriormente. E tuttavia una
dottrina psicologica compiuta delle essenze potrebbe rivestire per lo psicologo
un significato analogo a quello posseduto dalla geometria rispetto alle scienze
della natura. Pensino Loro alle leggi dellassociazione. Come si frainteso il
loro vero senso! La loro formulazione spesso direttamente falsa. Non
corretto che, se ho percepito A e B nello stesso tempo e mi rappresenti ora A,
sussista in me una tendenza a rappresentare anche B. Devo avere percepito A e
B insieme, nella loro unit fenomenica e anche cos non si tratterebbe di un
rapporto vincolante che renda la tendenza [allassociazione] comprensibile. Si
stringe tra pi oggetti unassociazione ogni qualvolta essi ci appaiano in
relazione. Ed inoltre: nel caso si tratti di una relazione fondata nellidea stessa,
come nel caso della somiglianza o del contrasto, allora anche un tale apparire
previo non necessario; allora la rappresentazione di un A conduce in quanto
tale alla rappresentazione del suo somigliante o contrastante B, senza che io
necessiti di aver mai percepito insieme A e B. completamente arbitrario
porre a base dellassociazione un paio di relazioni specifiche, come accade
oggi parlando per esempio di contiguit o somiglianza. Ogni relazione capace
di istituire delle associazioni. Soprattutto, per, non si tratta di fatti
empiricamente raccolti, bens di connessioni intelligibili e fondate nellessenza
della cosa. Certo un nuovo tipo di connessione dessenza quello che qui
incontriamo: non sono connessioni di necessit, ma di possibilit. Ci
comprensibile che la rappresentazione di un A possa condurre alla
rappresentazione di un B ad esso simile, non che la prima rappresentazione
debba condurre alla seconda. Anche le connessioni motivazionali sono in gran
parte tali da essere contraddistinte da un cos-poter-essere secondo essenza e
non da un cos-dover-essere.
richiesta una dottrina dessenza (eine Wesenslehre) della natura allo stesso
modo in cui richiesta una dottrina dessenza dello psichico. Bisogna con
questo rinunciare allo specifico atteggiamento di ricerca (lett.: Einstellung)
delle scienze naturali: atteggiamento che persegue precisi scopi e finalit, per
quanto difficile questo possa sembrarci. Anche in questo ambito dobbiamo fare

Adolf Reinach, Che cos la fenomenologia?

22

in modo di cogliere i fenomeni in modo puro, di studiare a fondo la loro


essenza senza pre-concetti e pre-giudizi lessenza di colori ed estensione e
materia, di luce, toni, etc. Dobbiamo indagare inoltre la costituzione delle cose
(Dinge) fenomeniche, considerate puramente in se stesse secondo la loro
struttura intrinseca, in conformit alla quale il colore gioca per esempio un
ruolo evidentemente diverso rispetto a quello giocato dallestensione o dalla
materia. Ovunque sono in discussione leggi dessenza, mai viene invece posta
lesistenza. Cos facendo non lavoriamo contro le scienze naturali, ma creiamo
invece le basi a partire dalle quali, solamente, ci concesso di comprenderne lo
sviluppo (lett.: Aufbau). Non posso avvicinarmi ulteriormente a questo
concetto. Il primo compito della fenomenologia consistito nel dimostrare il
rapporto con le essenze nei differenti campi di indagine, nella psicologia e
nellestetica, nelletica e nella scienza del diritto ovunque ci si dischiudono
nuovi ambiti di indagine. Se per prescindiamo dalle problematiche pi recenti,
ci rendiamo conto di come anche le antiche domande tramandateci dalla storia
della filosofia, e in particolar modo il problema della conoscenza, ricevano dal
punto di vista dellanalisi dessenza una luce nuova. Che significato pu mai
avere definire la conoscenza, interpretarla in modo nuovo, farla risalire ad
altro, allontanarsi quanto possibile da essa per poterle poi attribuire ci che
essa non ? Tutti noi parliamo del conoscere e intendiamo qualcosa con questo
termine. E quando lopinione che ne abbiamo troppo indeterminata ci
possiamo allora orientare a un caso nel quale la conoscenza allopera, a un
conoscere sicuro e privo di dubbi. Lesempio pi semplice che si possa fare
anche il migliore. Pensino Loro al caso in cui riconosciamo che un sentimento
di gioia ci colma, o vediamo un rosso, o comprendiamo che tonalit e colore
sono differenti, o qualcosaltro ancora di tal sorta. Anche in questo caso non si
arriva a prendere in considerazione le occorrenze individuali del conoscere n
la loro esistenza; contempliamo invece in esse, come in ogni altro caso, il che
cosa, lessenza della conoscenza: questo che cosa consiste in un accogliere,
in un ricevere e in un appropriarsi di ci che si offre. Dobbiamo avvicinarci a
questa essenza e dobbiamo ricercarla; non dobbiamo per attribuirle nulla che
realmente non le appartenga. Non siamo, per esempio, autorizzati a dire che il
conoscere sia in verit un determinare, un porre, o qualcosaltro dello stesso
tipo; non lo possiamo dire perch, se possibile ricondurre i colori alla natura
ondulatoria della luce, non per possibile ricondurre delle essenze ad altre
essenze. Certo esiste qualcosa come un porre e un determinare, e anche
lessenza di questo porre e di questo determinare deve essere spiegata.
Abbiamo in questi casi il giudizio (e in particolare laffermazione), inteso come

Adolf Reinach, Che cos la fenomenologia?

23

atto spontaneo, puntuale, tetico; e abbiamo alcune affermazioni che si


dimostrano essere delle tesi dotate del potere di determinare e discriminare
tale per esempio laffermazione A B. Nella misura in cui consideriamo
pi da vicino, e secondo essenza, uno dei processi di determinazione da noi
messi in atto vediamo tuttavia con chiarezza che questa sua essenza non
identica allessenza del conoscere, anzi, vediamo perfino che ogni
determinazione rimanda secondo la sua [stessa] essenza a un conoscere dal
quale essa ha ricevuto la propria legittimazione e la propria credibilit. Se si
vuol dire che luomo non pu effettuare alcun atto di conoscenza, ma solo atti
di determinazione, occorre rispondere che si tratta di unaffermazione ardita,
evidentemente insostenibile, ma in s non priva di senso. Se si vuol dire invece
che la conoscenza in verit una determinazione, allora occorre rispondere che
questa posizione si colloca sullo stesso piano sul quale si situerebbe anche chi
volesse dire che i toni sono in verit la stessa cosa dei colori. Lanalisi
dessenza non certo esaurita, essa stabilisce per di dover considerare
separatamente tutto ci che non pu essere confuso con gli oggetti [empirici] di
indagine. Ed soprattutto questo ci che io avevo lintenzione di comunicare
Loro con tutta lefficacia possibile. Se in fenomenologia vogliamo rompere con
teorie e costruzioni concettuali, e se aspiriamo al ritorno alle cose stesse, a
unintuizione pura e diretta [unverdeckt] delle essenze, allora lintuizione non
pensata come unispirazione e unilluminazione subitanea. Oggi vi ho
continuamente posto laccento; richiesto una sforzo specifico e imponente per
liberarci di quella lontananza nella quale siamo confinati dal nostro rapporto
con gli oggetti, indirizzandoci verso un loro coglimento puro e intelligibile
proprio in riferimento a questo che parliamo di metodo fenomenologico. C
un avvicinamento e un avvicinamento ulteriore, e su questa strada si danno
tutte quelle possibilit di inganno che ogni conoscenza porta con s. Anche le
intuizioni dessenza devono essere studiate a fondo e questo lavoro va sotto
limmagine, tratteggiata da Platone nel Fedro, delle anime che devono scalare
il cielo con la loro biga per poter contemplare le idee. Nellistante in cui
linsorgenza di idee improvvise cede il passo al faticoso lavoro di
chiarificazione, il lavoro filosofico passa dalle mani del pensatore solitario in
quelle delle generazioni che, subentrandogli, ne continueranno il lavoro. Le
generazioni che verranno non comprenderanno come un unico individuo abbia
potuto abbozzare delle filosofie, cos come oggi si comprenderebbe poco come
un unico scienziato possa dare isolatamente vita alla scienza. Se si perviene a
una continuit [di intenti] nellambito del lavoro filosofico, allora il processo

Adolf Reinach, Che cos la fenomenologia?

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storico di evoluzione che investe il mondo, processo nel quale una scienza
dopo laltra si stacca dalla filosofia, verr messo in atto anche nellambito della
filosofia. Essa diverr scienza rigorosa non imitando altre scienze rigorose,
ma ricordandosi che i suoi problemi esigono un proprio procedimento; che
lattuazione di questo compito richiede secoli.