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La filosofia, le scienze, il pensiero sistemico

10 ottobre 2009 – Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano

SESSIONE MATTUTINA

Corvi
Buongiorno. Il nostro benvenuto a tutti i presenti; direi che possiamo inco-
minciare i lavori e innanzitutto cederei la parola al Professor Ghisalberti,
Direttore del Dipartimento di Filosofia della nostra Università, che porta il
saluto al convegno.

Ghisalberti
Grazie alla professoressa Corvi; porto davvero con molto piacere e molto
calore il saluto del Dipartimento di Filosofia a tutti i partecipanti di questa
giornata di studio e di lavoro sul pensiero sistemico, la filosofia e le scienze;
in particolare saluto i relatori che sono ospiti e che vengono dall‟esterno au-
gurando loro una buona permanenza a Milano. Per quanto riguarda i colle-
ghi, ringrazio molto il Professor Lenoci, la Professoressa Corvi e la Profes-
soressa Urbani Ulivi, che sono i promotori di questa giornata di studio, sia
per l‟impegno che hanno messo nel programmarla e nell‟organizzarla, ma,
soprattutto, per il contributo importante che danno all‟arricchimento e
all‟allargamento delle discussioni filosofiche all‟interno del nostro Diparti-
mento.
Ricordo che, sempre per interessamento della Facoltà di Scienze della For-
mazione e del Professor Lenoci, nel 2003 era stato invitato in questa Uni-
versità il Professor John Searle; già allora Searle aveva prospettato che i
tempi fossero maturi per produrre un grosso cambiamento nell‟ambito del
pensiero contemporaneo e, leggo dal resoconto di quell‟incontro, «uno spo-
stamento dalla filosofia epistemologica a una filosofia sistemica». Questa
istanza, lanciata allora, ha continuato a formare oggetto di considerazione,
di interesse e di studio e ha portato oggi all‟organizzazione di questo incon-
tro.
All‟origine del pensiero sistemico, che non è un mio ambito di ricerca, sta il
concetto di complessità, in tutta la sua rilevanza filosofica e non nel senso in
cui, spesso, diciamo che una cosa è complessa e quindi la si bypassa; la
complessità è qui, invece, tematizzata come necessità speculativa per creare
un coinvolgimento globale, olistico, sistemico appunto, tra tutti i saperi; sa-
peri filosofici, primariamente quelli umanistici, ma non solo. Ho visto anche
i saperi naturalistici (con un‟accezione aristotelica del termini natura, fusis)
e cioè tutti i saperi che riguardano la riflessione sulla struttura della fusis e

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questo è davvero ciò che funge da albero da cui si può espandere un pensie-
ro sistemico.
Con questo rinnovo il mio ringraziamento agli organizzatori, il mio benve-
nuto agli ospiti e a tutti i presenti auguro una buona giornata.

Corvi
Io ringrazio il Professor Ghisalberti per la sua presenza, per il suo saluto an-
che per avermi inclusa immeritatamente tra gli organizzatori: il merito è tut-
to della professoressa Lucia Urbani e quindi non mi voglio arrogare ciò che
non mi compete. A questo punto passerei la parola al Professor Michele Le-
noci, preside della Facoltà di Scienze della Formazione, che introdurrà i la-
vori.

INTRODUZIONE DEL PROFESSOR LENOCI…

Corvi
Io ringrazio, credo a nome di tutti, il Professor Lenoci per questa introdu-
zione così ricca e suggestiva che ha saputo coniugare (e qui è appropriato
dirlo) in modo sistemico, spunti teoretici e riferimenti storici di largo respi-
ro, ponendo, tuttavia, alcune questioni, credo ineludibili, per noi che ci
stiamo occupando di questo tema; in particolare, mi preme sottolineare
l‟importanza della questione che il Professor Lenoci ha posto circa
l‟autonomia delle parti rispetto alle relazioni che si instaurano tra le parti
stesse.
La nozione di relazione è fondamentale in qualunque sistema e direi che il
sistema si qualifica per le relazioni che intercorrono tra le parti; tuttavia
l‟attenzione alla relazione non deve far dimenticare, appunto, che queste re-
lazioni si intrattengono tra parti, cioè tra elementi ai quali bisogna prestare
attenzione cercando di coglierne non solo, direi, la natura ma anche la loro
specifica identità. Proprio come l‟identità di Romeo, al di là e al di fuori del-
le sue relazioni. Inoltre pare molto interessante, almeno per me che ho visto
un poco il pensiero sistemico in ambito epistemologico, la questione del ri-
duzionismo: l‟olismo come forma estrema in epistemologia è nata come re-
azione al riduzionismo. Vale la pena di chiedersi se, anche da un punto di
vista proprio storiografico, il pensiero sistemico sia effettivamente in grado
di garantire una sorta di immunità rispetto al riduzionismo. Sono spunti che,
magari, potranno essere ripresi nel dibattito. Intanto procederei, visto che
siamo un po‟ in ritardo rispetto alla tabella di marcia, dando la parola alla
Professoressa Lucia Urbani Ulivi, che insegna in questa università Antropo-
logia e Metafisica, Filosofia della Mente e anche altro e che dedica, da sem-
pre, la sua attività di ricerca a temi sempre attuali nel pensiero filosofico oc-
cidentale come il rapporto tra empirico e metaempirico, la concezione
dell‟uomo, il rapporto tra mente-corpo, il tutto in un cornice di riferimento
concettuale che è quella della metafisica classica. Cedo a questo punto la pa-

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rola perché la vedo ansiosa di iniziare; vorrei però ricordare solamente le
traduzioni e i commenti di molte opere di Cartesio e in particolare, tra le sue
pubblicazioni più recenti, una Introduzione alla filosofia, che si distingue
per chiarezza e al tempo stesso acume. A questo punto, la Professoressa Lu-
cia Urbani Ulivi ci chiarirà perché parlare di pensiero sistemico in filosofia.

Urbani
Grazie mille, buongiorno. Mi sembra che dopo l‟introduzione del professor
Lenoci la mia presenza sia quasi superflua: i punti toccati sono quelli nodali
in teoria dei sistemi per cui cercherò di riscattare un po‟ il tempo che vi farò
perdere.
Il concetto di sistema costituisce uno strumento di comprensione teorica
che soddisfa un‟esigenza sentita in molte e diverse discipline, dalla chimica
alla biologia, dalla psicologia alle scienze sociali, dalla linguistica alla filo-
sofia. Il suo pregio consiste nell‟obiettivo che si dà, che è di prendere in
considerazione l‟oggetto proprio di una certa disciplina (che a seconda dei
casi sarà la molecola, il vivente, la famiglia, la società, il linguaggio) trat-
tandolo come un cosmos, cioè una unità ordinata e organizzata, le cui rela-
zioni interne vincolano gli elementi di cui è composta. Si tratta di un model-
lo epistemologico che si contrappone immediatamente al modello analitico
di conoscenza, che ci è ben più familiare e che è tuttora dominante.
La trattazione analitica consiste, tipicamente e per qualunque disciplina,
nel metodo, codificato da Descartes, secondo il quale per conoscere qualco-
sa è necessario e sufficiente ridurlo ai suoi costituenti semplici. Si tratta di
uno stile che ha avuto grandi successi, che ha enormemente esteso la nostra
conoscenza, ma che ha mostrato un limite teorico insuperabile. Non è capa-
ce di rispondere, e neppure di cogliere la domanda: che cosa è quell‟oggetto
unitario, forse addirittura unico, di cui le parti analizzate sono, appunto, solo
parti? Che cosa rende questa molecola un oggetto unitario e identificabile,
che cosa rende questa famiglia una famiglia, questo essere umano un essere
umano? Perché diciamo che sono una unità? Si tratta di problemi intrattabili
all‟approccio analitico proprio per definizione di “analisi”. Di qui
l‟esigenza, e la proposta, di adottare un approccio diverso, appunto quello
sistemico, che li scelga come ambito problematico caratterizzante.
Vorrei chiarire subito che non si tratta di mettere in concorrenza due mo-
delli, ma di riconoscerne i pregi, cioè la capacità esplicativa e predittiva, e i
limiti, stabiliti da ciò che esula dal programma di competenza che ognuno
dei due si dà. La conoscenza non registra dati, non riflette l‟oggetto come
uno specchio fedele, ma si situa in un meta-dominio descrittivo a partire dal
quale opera selezioni, definisce ambiti, pone domande specifiche. Lo stesso
bicchiere d‟acqua può essere studiato dal chimico, dal fisiologo, dallo psico-
logo, dal pittore e nessun punto di vista ha diritto di maggiorascato sugli al-
tri. Non diversamente, anche l‟approccio sistemico non va inteso come e-
sclusivo, o migliore di altri, né sostituisce quello analitico; piuttosto ne col-

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ma delle lacune, lo integra, lo completa, contribuendo ad arricchire la nostra
conoscenza.
L‟intento di questo lavoro, da intendersi come una proposta introduttiva,
è di proporre il modello sistemico all‟attenzione di scienziati, umanisti, filo-
sofi.
Il mio compito è duplice. Innanzitutto dare una risposta alla domanda:
“Che cosa è un sistema?”, poi mettere in luce perché il concetto di sistema è
utile in filosofia.
Alla domanda “Che cosa è un sistema?” risponde una disciplina specifica,
che si chiama “sistemica” o “teoria dei sistemi” e che vede impegnati da
tempo ricercatori dedicati e specializzati, i teorici dei sistemi. Il presupposto
teorico della sistemica, su cui sia Bateson che von Bertalanffy hanno molto
insistito, è che tutti i sistemi condividono una somiglianza strutturale: tra di
essi c‟è corrispondenza, detta anche da alcuni “isomorfismo”, o in termini
classici, c‟è analogia, sia attribuzione che di proporzionalità. Compito della
sistemica è di individuare tale nozione centrale comune di “sistema”. Com-
pito delle diverse discipline che utilizzano il modello sistemico è di adattare
il concetto comune di sistema al proprio oggetto specifico.
Troviamo in letteratura alcune definizioni ricorrenti di “sistema”: un siste-
ma è un complesso unitario di elementi in relazione, o un insieme di ele-
menti che interagiscono o anche una organizzazione di relazioni tra elemen-
ti. Il sistema, ogni sistema, ha un ordine, nel senso che esibisce relazioni in-
varianti che vincolano il comportamento di elementi fluttuanti, cioè li so-
praordina.
I termini in gioco in tutte le definizioni proposte sono tre: “unità”, “relazio-
ne”, “elementi”. Cerchiamo di capirli meglio.
Quando diciamo che un sistema è una unità intendiamo affermare che gli
elementi che lo costituiscono intrattengono relazioni di interferenza. Pren-
diamo come esempio una famiglia: diciamo che è una unità (familiare) per-
ché i suoi elementi (padre, madre, figlio, figlia) hanno tra loro relazioni non
lineari, ma complesse, per le quali ogni elemento è legato a tutti gli altri, nel
senso che interferisce e subisce interferenza dagli altri. In un sistema unita-
rio ogni relazione tra due membri modifica immediatamente tutti gli altri,
cioè c‟è un dinamismo interno al sistema. Resta aperto il problema se le re-
lazioni istituiscano l‟unità o se, all‟opposto, l‟unità sia un dominio che in
qualche senso precede e contiene la dinamica tra le relazioni.
Il secondo termine indispensabile in sistemica è “relazione”; una relazione
è un rapporto che istituisce un vincolo tra elementi e che di conseguenza dà
loro un ordine, trasformando un ipotetico caos in una organizzazione, cioè
in relazioni vincolate tra gli elementi. L‟organizzazione è il cuore del siste-
ma, nel senso che è ciò che non può variare, o, meglio, è quella variabile che
deve essere tenuta costante se il sistema vuole mantenere unità e identità; se
l‟organizzazione varia il sistema si disgrega.

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Il terzo termine è “elementi”, o anche “parti”. Le parti sono ciò che è con-
cretamente osservabile (il padre, la madre, i figli come concreti individui).
Realizzano concretamente l‟organizzazione, ma sono sostituibili: sono va-
riabili dipendenti dalla organizzazione e non contribuiscono alla identità del
sistema, anzi: il loro comportamento subisce i vincoli propri
dell‟organizzazione del sistema in cui entrano. Dunque gli elementi si com-
portano in modo diverso a seconda del sistema in cui entrano (ecco che un
figlio aggressivo in famiglia diventa remissivo con i compagni, e così via).
La sostituibilità delle parti senza scapito per l‟unità diventa particolarmente
vistosa nel caso dei viventi; Maturana e Varela l‟hanno chiamata “autopoie-
si” e l‟hanno intesa come la capacità del vivente di mantenere
l‟organizzazione in equilibrio omeodinamico provvedendo alla sostituzione
degli ingredienti fisici (cellule, molecole, liquidi, ecc.).
Il sistema, dunque, è una organizzazione di relazioni tra elementi; in quan-
to tale, cioè come organizzazione unitaria, presenta delle proprietà che gli
elementi presi separatamente non hanno (uno stato può firmare trattati o e-
sigere tasse, cose che i singoli cittadini non possono fare). Il che vuol dire
che il sistema ha caratteri e comportamenti propri e nuovi rispetto alle parti.
La sistemica individua anche altri tratti che caratterizzano tutti i sistemi, e-
lencando altre proprietà sistemiche: la non-sommatività; la resistenza alle
perturbazioni; l‟equifinalità (un certo scopo può essere raggiunto in molti
modi diversi); la possibilità di istituire una gerarchia tra sistemi; la storicità,
in quanto lo stato attuale di un sistema dipende dalle relazioni istituite e dal-
le perturbazioni subite e superate; l‟omeostasi (il sistema tende a recuperare
l‟equilibrio secondo modalità proprie). Se questi sono gli aspetti condivisi in
teoria dei sistemi, ce ne sono altri molto più critici, come il problema
dell‟emergenza di nuove forme di ordine; la questione se l‟organizzazione si
possa intendere come finalità intrinseca del sistema, cioè il problema
dell‟autodirezionalità, che alcuni ammettono, altri negano; il problema della
dinamicità delle relazioni nel senso delle loro trasformazioni, che vanno
conciliate con l‟invarianza dell‟organizzazione. Su tali criticità i teorici dei
sistemi stanno lavorando.
Vengo ora alla domanda sull‟applicabilità del modello sistemico in filoso-
fia.
Vorrei ricordare immediatamente che il modello sistemico inteso come
l‟impresa di rintracciare nelle cose del mondo il carattere di ordine e di or-
ganizzazione che le rende unitarie, è certamente uno strumento nuovo o rin-
novabile, ma continua un percorso filosofico antico, le cui tracce troviamo
in molti autori: Aristotele e Tommaso, Leibniz e Spinoza, Hegel e Husserl,
Cassirer e Whitehead. Come modello descrittivo oggi reso esplicito e più
preciso il concetto di sistema rappresenta per il filosofo uno strumento par-
ticolarmente adatto a trattare alcuni aspetti problematici della realtà, che ad
altri approcci sfuggono. Penso qui al problema della sostanza in ontologia;
al problema mente-cervello in filosofia della mente; al problema degli uni-

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versali in teoria della conoscenza; al problema dell‟identità personale in an-
tropologia; al rapporto tra fatti e valori in etica; al problema del divenire in
metafisica e a molti altri.
Vorrei ora proporre due esempi per mostrare il contributo di chiarimento e
approfondimento che il modello sistemico offre al filosofo in due casi topici
della riflessione filosofica: il rapporto tra materiale e immateriale e il con-
cetto di individuo.
Se per un momento concordiamo (ma la questione è aperta ad approfon-
dimenti e correzioni, sia lessicali che concettuali) che gli elementi di cui un
sistema è costituito sono ciò che ordinariamente chiamiamo “materiale”,
perché li numeriamo, li pesiamo, li misuriamo, la sistemica ci insegna che
quegli elementi non rappresentano la struttura invariante della cosa, che anzi
le parti fisiche sono delle variabili dipendenti e non autonome, che possono
essere tranquillamente sostituite con altre (compatibili con l‟organizzazione,
ovviamente): l‟unica variabile costante e insostituibile è l‟organizzazione.
In quanto tale, cioè come unità di relazioni, l‟organizzazione non è diretta-
mente e immediatamente osservabile: è immateriale, almeno per un certo
significato di “immateriale”, cioè va rintracciata come ciò che lega e vincola
le parti materiali, dando loro ordine. Adottando la terminologia di Polanyi
possiamo dire che il sistema, l‟organizzazione, è l‟ordine implicito, nasco-
sto, di cui ciò che vediamo è solo la materializzazione, cioè, sempre nel lin-
guaggio di Polanyi, è l‟organizzazione che imbriglia la materia e non è la
materia che detta legge all‟organizzazione. Consegue allora che se “cono-
scere” si realizza in molti modi, un modo, poco significativo, consiste nel
concentrarsi sugli elementi materiali, e un altro modo, più profondo,
s‟impegna a rintracciare la immateriale trama di relazioni di un oggetto.
Nelle antiche, e spesso fraintese, parole di Parmenide, la physis, natura oc-
culta e dormiente, è colta con la ragione, mentre la natura rinascente, che,
varia e mutevole, appare e scompare, di per sé dà luogo solo a opinione: il
materiale, esplicito e immediatamente osservabile, può essere capito solo
alla luce dell‟immateriale, implicito e nascosto.
Mi soffermo da ultimo brevemente su un problema, che ci coinvolge a tutti
i livelli, da quello di senso comune a quello filosofico, cioè il concetto di in-
dividuo.
Nella tradizione filosofica individuo è uno, nel senso che è ciò che è indi-
visibile in sé e diviso da altro. Procedere oltre l‟ostensione vuol dire cercare
di conoscerlo, porsi domande: di che cosa è fatto? Che cosa fa? Se è umano:
come ragiona? Come parla? Pensa? Che cosa vuol dire pensare? Che cosa è
il corpo? Sono domande tipiche di un approccio analitico, che sceglie di
prendere in considerazione certe capacità e funzioni: il linguaggio, la men-
te, il ragionamento, il corpo, ecc. separandole dall‟unità umana. Se però ci si
chiede: che cosa rende singolo e unitario l‟individuo? Le risposte filosofiche
sono spesso vaghe e sfocate. Anche in questo caso il modello analitico, per
lo più utilizzato, che tipicamente separa e distingue, non è adatto per rendere

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conto dell‟unità. Vediamo invece che la comprensione migliora se utiliz-
ziamo il modello sistemico: l‟individuo è una organizzazione di parti in re-
lazione. Siamo giustificati nel dire che è indivisibile non perché gli ricono-
sciamo una qualche permanenza materiale, o psichica, o di attività mentale,
ma perché ha una organizzazione stabile, invariante. Cioè l‟individuo resta
tale finché è mantenuta l‟organizzazione che vincola le sue parti a una trama
di relazioni, mentre può cambiare i suoi elementi (i pensieri, le emozioni, il
corpo, i ricordi) sostituendoli con altri. In tal modo l‟ottica sistemica dà un
notevole contributo alla riflessione sull‟individuo umano nella sua stabilità,
cioè al problema dell‟identità personale; questa viene sottratta all‟obbligo di
trovare un elemento permanente (tentando questa strada l‟identità personale
è stata trovata di volta in volta nel pensiero, il cogito, oppure nel corpo, op-
pure nell‟insieme delle credenze, oppure nella capacità linguistica, nella so-
cialità o in altro ancora) e viene al contempo sottratta anche alla deriva scet-
tica (che afferma che siccome non è possibile individuare un elemento per-
manente e stabile, allora l‟identità personale non c‟è). Ma se l‟identità è sta-
bilizzata dalla organizzazione, cioè dalle relazioni, e se queste non com-
paiono direttamente, ma solo indirettamente, come legami tra elementi, qua-
li strumenti abbiamo per conoscere “l‟ordine nascosto” dell‟umano? E anco-
ra: come possiamo chiamare tale organizzazione, tale ordine nascosto? Ha
avuto un nome nel passato, in filosofia, o dobbiamo tentare un lessico nuo-
vo? Sono due problemi distinti, entrambi rilevanti. Il primo problema: come
possiamo conoscere il sistema di relazioni? È un problema che si pone nella
conoscenza di qualunque sistema, a qualunque livello e per qualunque di-
sciplina. L‟organizzazione qua talis non è visibile; va rintracciata, inseguita,
spiata partendo dal modo in cui gli elementi si comportano, facendo una
mappa delle loro attività, che segnaleranno relazioni e vincoli. Un po‟ come
conoscere un territorio sconosciuto tracciando la carta dei sentieri che per-
corriamo. Diventa quindi importante l‟apporto teorico di tutte le discipline.
Nel caso dell‟identità umana, tutte le discipline contribuiscono a redigerne
la mappa, ogni contributo è benvenuto perché concorre a migliorare e preci-
sare la conoscenza di qualcosa che non ci è direttamente presente, ma a cui
ciò che ci è direttamente presente, il concreto individuo umano, va attribuito
e da cui deriva.
La seconda domanda: c‟è una parola, un concetto, per “sistema”? Il termine
più antico, denso, consapevole è la parola “sostanza” proposta da Aristotele
come ousìa, che non è altro che il principio di attività, che si esprime nelle
diverse manifestazioni dell‟umano. Per conoscere il quale l‟atteggiamento
analitico va rovesciato: non più cercare di definire l‟umano isolando e valo-
rizzando un certo aspetto o un certo comportamento, in modo da trovare una
manifestazione identificante, ma, all‟opposto, partire dal riconoscimento che
l‟“essere umano” è un sistema, con i suoi comportamenti propri ed esclusivi
che discendono da un‟identità propria ed esclusiva, da rintracciare come nu-
cleo dinamico stabile. Come aveva ben visto Aristotele, non sono le parti

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che fondano l‟unità, ma è l‟unità che raccorda e organizza le parti. Dunque
in Aristotele il concetto di “sistema” è in qualche misura rinvenibile. Dal
punto di vista lessicale, Aristotele ha indicato tale principio invariante con
molti nomi: forma, natura, entelechia, energheia, essenza, oltre che, appun-
to, sostanza, che nel caso dell‟essere umano diventa psyché, atto primo, a-
nima. Sono termini in qualche misura, anche se non del tutto, sovrapponibi-
li, importanti da conoscere e rintracciare perché, come la sistemica ci inse-
gna, il punto storico in cui ci troviamo dipende dal passato e conoscere il
passato ci fa capire meglio il presente e ci aiuta a superarne almeno alcune
asprezze e contrapposizioni. Per un uso contemporaneo sceglierei il termine
“principio di attività”, meno soggetto a fraintendimenti e sedimentazioni; ha
anche il pregio di indicare sinteticamente sia la stabilità che il dinamismo
proprio sia della sostanza aristotelica che dei sistemi aperti in sistemica.
Mi auguro di aver fatto almeno intravedere che il concetto di sistema è
uno strumento utile nelle discipline più diverse, che collabora
all‟autocomprensione di ciascuna e che rende meno secche e intolleranti le
distinzioni disciplinari.

Corvi
Grazie a te per aver direi impostato in maniera molto chiara e precisa i ter-
mini del problema e per aver sollevato alcune questioni di non poco conto
sulle quali magari torneremo nel dibattito. Adesso proseguirei dando la pa-
rola al Professor Alessandro Giordani, che insegna Filosofia della Scienza e
si occupa di Logica e di Filosofia della Scienza; in particolare, la sua speci-
ficità è quella di trattare i problemi dell‟ontologia classica con strumenti ri-
correnti nella logica formale. Cito tra le sue pubblicazioni, la Teoria della
Fondazione Epistemica in cui affronta, appunto, alcuni nodi concettuali
quali, appunto, quello della fondazione, dell‟evidenza e così via.

Giordani
Grazie e grazie per essere stato invitato. Vado subito al punto perché abbia-
mo poco tempo. Dunque nella mia relazione tratterò un problema cui ha ac-
cennato Lucia alla fine del suo contributo e cioè il problema relativo alla ri-
levanza della teoria dei sistemi rispetto all‟ontologia. In particolare, voglio
dire che non presenterò un‟ontologia in prospettiva sistemica; non è questo
il punto della mia relazione. Presenterò invece un‟ontologia dei sistemi, cio-
è, cercherò di mostrare cosa ha a che fare il concetto di sistema con
l‟ontologia e, in particolare, farò questo mettendo in relazione il concetto di
sistema con il concetto di sostanza e di qui l‟aggancio all‟ultima parte della
relazione della Professoressa Urbani Ulivi. Il quadro complessivo del con-
tributo dovrebbe essere quello di analizzare innanzitutto che cosa sia un og-
getto e presentare, poi, i concetti di sostanza e sistema; infine vedere il con-
cetto di sostanza dal punto di vista della teoria dei sistemi e il concetto di si-
stema dal punto di vista della teoria della sostanza. Naturalmente questo po-

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trebbe essere sviluppato in cinquanta ore e di conseguenza, avendo
mezz‟ora, tratterò una cosa molto limitata e, in particolare, i due seguenti
punti: primo, il concetto di sostanza e il concetto di sistema sono in un certo
senso equivalenti e, secondo, la comprensione di questa equivalenza dà dei
contributi sia allo sviluppo della teoria dei sistemi che allo sviluppo della
teoria della sostanza.
Prima di tutto vorrei partire con un preliminare e cioè con una questione on-
tologica circa gli oggetti dal punto di vista logico. Vorrei dire, innanzitutto,
che cosa è un oggetto dal punto di vista logico dal momento che le caratteri-
stiche logiche degli oggetti le ritroveremo poi nella teoria dei sistemi e nella
teoria della sostanza. Dunque, dal punto di vista logico, un oggetto è innan-
zitutto qualcosa che è denominato mediante una costante, in particolare,
qualcosa che è denominato mediante una costante che non può essere predi-
cata di altro e di cui invece altre cose sono predicate. Dal punto di vista on-
tologico corrispondente, questo significa che un oggetto è un centro di attri-
buzione che a sua volta non è attributo di altro. Per chi ha una conoscenza
della filosofia antica, vediamo subito il legame tra il concetto di oggetto così
come l‟ho presentato ora e il primo criterio per identificare la sostanza pro-
posto da Aristotele cioè il criterio del supporto: ciò di cui altro si predica è
ciò che non è predicato di altro.
Da questo punto di vista, gli oggetti in logica non possiedono struttura e, in-
fatti, per parlare della struttura di un oggetto devo fare un ulteriore passo,
sempre all‟interno della logica, e introdurre un ulteriore concetto che è, ap-
punto, quello di struttura. Ora, la cosa diventa ambigua perché abbiamo la
struttura in cui un oggetto è e questa determina, a sua volta, la struttura
dell‟oggetto stesso. Che cosa si intende per struttura, in logica? Per struttura
in logica si intende sostanzialmente un insieme di elementi, che sono gli og-
getti di prima, un insieme di relazioni tra questi elementi e un insieme di as-
siomi che caratterizzano le relazioni tra questi elementi. Gli assiomi sono
molto spesso chiamati, semplicemente, leggi o principi della struttura. In
che senso l‟oggetto viene dotato di struttura all‟interno di una struttura? Nel
senso che, essere all‟interno della struttura permette di identificare quali re-
lazioni sono essenziali per gli oggetti e quali relazioni non sono essenziali;
permette, quindi, di identificare le relazioni invarianti a cui l‟oggetto è sot-
toposto rispetto alle relazioni che sono invece varianti.
Facciamo un esempio molto semplice: un oggetto logico potrebbe essere il
numero 2. Come caratterizzo la struttura al numero 2? Semplicemente lo in-
serisco all‟interno delle struttura dei numeri naturali. All‟interno di questa
struttura il 2 viene caratterizzato in quanto tale; in particolare, parte fonda-
mentale di questa struttura è la relazione di successione e, infatti, il 2 viene
identificato come il successore del successore dello 0. Questo mi ridà
l‟identità del 2. Naturalmente per dare la struttura dei numeri naturali devo
dare degli assiomi su queste relazioni; in particolare dovrò dare degli assio-
mi sulla relazioni di successione. (Tra l‟altro la struttura è ciò che si chiama

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sistema in logica anche se non entriamo qui per il momento). Fin qui do-
vrebbe andare tutto bene: abbiamo gli oggetti come centri di attribuzione e
per definire la struttura di un oggetto devo dare il centro di attribuzione, cioè
l‟oggetto, per così dire „nudo‟; devo, poi, fornire gli attributi di questo cen-
tro e gli assiomi che determinano che cosa sono gli attributi. Che cosa faccio
in questo modo? Vengo, in un certo senso, a corrispondere a quello che è il
secondo criterio che Aristotele propone per l‟identificazione della sostanza e
cioè il criterio dell‟essenza. Perché? Perché in qualche modo le relazioni in-
varianti mi ridanno precisamente l‟essenza di un oggetto. Vedremo come
questi punti permangano sia nell‟analisi della sostanza sia nell‟analisi dei
sistemi.
Vediamo, adesso, come si sviluppano queste due analisi, in particolare co-
mincerò dall‟analisi del concetto di sostanza e presenterò il concetto classi-
co di sostanza, cioè quello che troviamo in Aristotele e che è soggiacente a
grande parte della tradizione filosofica. In particolare, mi soffermerò, e qui
specifico ulteriormente, sul concetto di sostanza dinamica, cioè su quello
che per Aristotele è la sostanza dotata di . Vedremo nel dettaglio che
cosa si intenderà con questo. Prima caratterizzazione aristotelica della so-
stanza: la sostanza è il ; cioè è questo, un individuo, ciò che è indica-
to dal , caratterizzato, cioè è un individuo che possiede un ,
un‟essenza; precisamente, una struttura. Rispetto alle sostanze concrete, che
cos‟è una sostanza concreta, una sostanza dinamica, quale, per esempio, un
elettrone o un uomo? Per capire questo Aristotele sviluppa una trattazione
molto lunga, che si trova nei primi cinque libri della Fisica, e che passa ne-
cessariamente per la caratterizzazione del divenire di una sostanza. Proprio
perché la  è il principio intrinseco del divenire di una sostanza. E, in
particolare, passa per due fasi: una fenomenologica, in cui viene presentata
la descrizione del divenire, e una ontologica, in cui viene presentata la defi-
nizione del divenire.
Nella fase fenomenologica vengono identificati sei elementi propri del di-
venire di una sostanza. Il divenire è divenire di e questo è il supporto (io mi
alzo o muovo il braccio; io sono il supporto del divenire); è un divenire ri-
spetto a e questo è il genere (se cammino il genere è locale, se cambio colo-
re è nel genere della qualità, se mi accresco è nel genere della quantità e così
via); è in un determinato tempo; ha un termine da cui (cioè lo stato iniziale
del divenire); ha uno stato a cui (che è lo stato finale del divenire) ed è in
qualche modo connesso con altro (e qui stiamo già passando dal piano fe-
nomenologico al piano ontologico) che Aristotele chiama causa efficiente e
vedremo come questa sia già una caratterizzazione ontologica. Quindi dal
punto di vista della descrizione Aristotele ci presenta il divenire come carat-
terizzato da questi sei elementi che ripeto per chiarezza: supporto, genere,
tempo, stato iniziale, stato finale, causa efficiente.
Veniamo ora alla caratterizzazione ontologica che è un po‟ più complessa.
Abbiamo detto all‟inizio: una sostanza per Aristotele è sempre un individuo

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dotato di essenza. Che cosa significa questo? Significa che il supporto del
divenire è sempre strutturato e, cioè, è sempre un supporto dotato di essen-
za. Nel caso degli enti dinamici l‟essenza è essa stessa dinamica ed è preci-
samente la  e cioè, appunto, il principio del divenire. Che cos‟è la fu-
sis?
Per rispondere ci sia consentito un giro un po‟ più lungo: perché ci sia dive-
nire non è sufficiente che vi sia la fusis; è necessario un altro elemento e
cioè il fatto che un elemento, un individuo supporto, possa possedere diffe-
renti stati in differenti tempi. Questo elemento è nominato da Aristotele,
materia; la materia è il principio che consente a un determinato supporto di
essere in differenti stati in differenti tempi. Questo è il concetto di materia
dal punto di vista ontologico. Di conseguenza abbiamo elencato la causa ef-
ficiente, come ultimo elemento della descrizione del divenire, la causa for-
male come specificazione della fusis e la causa materiale come condizione
di possibilità che un supporto abbia differenti stati in differenti tempi. La ca-
ratterizzazione complessa della sostanza dinamica, in Aristotele, è data pre-
cisamente dall‟unità di queste cause; quindi, per caratterizzare una sostanza
dinamica abbiamo bisogno di una causa formale, che è anche dinamica e, in
un certo senso, questo si aggancia al discorso relativo alla causa finale, una
causa materiale, che è condizione di possibilità del divenire, e una causa ef-
ficiente. La causa formale, cioè la fusis stessa, ci dà la potenza intrinseca del
divenire, la causa efficiente ci dà la potenza estrinseca.
Facciamo un esempio molto semplice: immaginate che io abbia una biglia
di metallo e la lasciassi. Questa biglia, molto rozzamente, è soggetta a un
campo costante a questo livello e di conseguenza la biglia cadrebbe. Aristo-
tele avrebbe detto: la biglia ha una certa causa formale intrinseca che è quel-
la che consente a questo oggetto di rispondere al campo gravitazionale in un
determinato modo; in particolare, la biglia „sente‟ il campo e accelera in di-
rezione del campo. Questa è la causa formale, il principio intrinseco del di-
venire. L‟interazione con la terra come sorgente di campo gravitazionale mi
darebbe, invece, la causa efficiente del movimento di questa biglia. Per Ari-
stotele sono necessarie entrambe ed è necessaria pure la causa materiale che
è la possibilità che questa biglia sia in differenti posizioni. La causa materia-
le, in un certo senso, ci ridà lo spazio degli stati all‟interno del quale il di-
namismo di una sostanza dinamica si svolge. E per quanto riguarda Aristo-
tele, va bene così. Una descrizione complessa del divenire, quindi, com-
prende una descrizione dell‟essenza di una sostanza dinamica data dalla uni-
tà di tre cause che sono la causa formale, materiale ed efficiente.
Passiamo ora alla caratterizzazione dei sistemi. Come può essere caratteriz-
zato un sistema dal punto di vista ontologico? Questo è un bel problema. In
particolare, per rispondere a questo problema sarebbe necessario sviluppare
quattro punti differenti e cioè: dare, innanzitutto, una caratterizzazione dei
sistemi (e questo è ciò che tenterò di fare ora ed è ciò su cui i teorici dei si-
stemi si sono molto impegnati); ci sarebbero, poi, altri tre punti: dare una

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caratterizzazione della connessione tra sistemi e sottosistemi, una caratteriz-
zazione delle condizioni di unità interna di un sistema e una caratterizzazio-
ne della distinzione tra struttura di un sistema e stato di un sistema a cui ac-
cennava anche la Professoressa Urbani Ulivi prima. Questi ultimi tre punti
in generale non sono tematizzati nella letteratura sui sistemi; è raro vedere,
in letteratura, qualcuno che affronti questi tre punti. Certamente non sarò io
a dare le soluzioni a questi tre problemi in questo intervento. Notate che i
problemi sono strettamente connessi ai problemi che ha citato il Professor
Lenoci nell‟Introduzione.
Vediamo, innanzitutto, che cosa è un sistema perché questo ci servirà per
metterlo a paragone con il concetto di sostanza. Una delle definizioni più
generali che vi sono in teoria dei sistemi è quella, in base alla quale, un si-
stema è qualcosa che interagisce con qualcos‟altro; il qualcosa viene appun-
to detto sistema, il qualcos‟altro con cui interagisce è detto ambiente e le in-
terazioni tra sistema e ambiente vengono caratterizzate mediante due fun-
zioni: una funzione di input e una di output.
Esiste, quindi, una funzione che descrive l‟azione dell‟ambiente sul sistema
ed esiste una funzione che descrive l‟uscita o la retroazione e cioè
l‟interazione del sistema sull‟ambiente. La funzione di input e di output, di
per sé, non esauriscono ciò che, generalmente, in teoria dei sistemi si ha da
dire sui sistemi dal momento che la stessa funzione di output è complessa;
ovvero, la funzione che caratterizza l‟interazione che parte dal sistema e ar-
riva all‟ambiente è complessa. Questo accade perché la funzione di output è
a sua volta la composizione di altre due funzioni: la funzione di stato (che
dice quale sia lo stato interno di un sistema) e una funzione di comporta-
mento (che dice, dato l‟input e lo stato del sistema, quale debba essere
l‟output e cioè, precisamente, il comportamento del sistema).
Notate che, mentre è possibile, a volte, osservare e intervenire sull‟input e
sull‟output, generalmente non è possibile osservare e intervenire sulla fun-
zione di stato a meno di non aprire il sistema, cioè se non si vanno a vedere i
sottosistemi. Ma se il sistema è assunto come black box, come scatola chiu-
sa (?Scatola nera?), ciò che è visibile è solamente ciò che può entrare e ciò
che può uscire; ciò che non è visibile, invece, è lo stato interno di un siste-
ma. Quella che la Professoressa, prima, chiamava organizzazione interna, è
invisibile. Tuttavia, lo stato è essenziale per avere una funzione di output,
per avere, cioè, il fatto che il comportamento del sistema sia determinato.
Pertanto, la funzione di stato è qualcosa che, di solito, non è visibile ma è
essenziale perché in uscita non vi sia semplicemente una relazione ma vi sia
una funzione. Ovvero, perché il comportamento del sistema sia univoca-
mente determinato.
I sistemi sono cose piuttosto complesse e la caratterizzazione del sistema
può avvenire in maniera abbastanza lineare attraverso queste tre funzioni:
input, stato e output; tuttavia queste tre funzioni non ci dicono qualcosa.
Primo, non ci dicono come abbiamo operato la distinzione tra il sistema e

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l‟ambiente; in altre parole, che cosa abbiamo considerato parte del sistema e
che cosa abbiamo considerato parte dell‟ambiente. Secondo, non ci dicono
se vi sono relazioni tra sistema e sottosistemi; cioè se posso aprire il siste-
ma. Un atomo potrebbe essere un esempio di sistema. Posso aprirlo per ve-
dere che cosa c‟è dentro? Proviamo, apriamo l‟atomo.
Un inciso: essenziale nell‟identificazione di un sistema, quindi nella diffe-
renziazione tra sistema e ambiente, è che noi abbiamo un modello del siste-
ma. Un sistema nasce quando c‟è un modello per una porzione di mondo.
Quindi, da questo punto di vista, c‟è una sorta di dipendenza epistemica: ciò
che un sistema è lo dice il modello che io ho della porzione di mondo, cioè
dove, di fatto, pongo i ritagli, come diceva prima il professor Lenoci. Dice-
vo, possiamo aprire l‟atomo? Possiamo provarci. Vediamo se ho un modello
che mi consente questa apertura. Posso aprire l‟atomo e farne modelli diffe-
renti; storicamente sono stati fatti modelli differenti. Lo scopo è ricostruire,
aprendo l‟atomo e definendo le funzioni di stato tra gli elementi all‟interno,
il comportamento dell‟atomo; il fine è sempre quello: cercare di catturare la
funzione di comportamento che è, poi, l‟unica cosa che posso osservare di
fatto.
Detto questo, qual è la relazione tra sostanza e sistema? Tra la caratterizza-
zione che abbiamo dato della sostanza e la caratterizzazione che abbiamo
dato del sistema? La corrispondenza più semplice che si può porre tra questi
due oggetti, e cioè, tra una sostanza e un sistema è la seguente: la causa
formale aristotelica verrebbe a corrispondere con la funzione di stato, defini-
ta dal sistema; l‟essenza è l‟elemento organizzativo, ovvero l‟elemento non
visibile, precisamente come la funzione di stato in un sistema. La causa ma-
teriale e la causa efficiente insieme determinerebbero la funzione di input; la
causa efficiente dà l‟azione dell‟ambiente sul sistema, mentre la causa mate-
riale dà la disposizione del sistema a reagire a questa azione; di conseguen-
za, queste due combinate forniscono la funzione di input. L‟effetto comples-
sivo, (prese tutte le cause aristoteliche in unità, quello che si genera è il di-
namismo concreto del sistema), coincide precisamente con la funzione di
comportamento.
Questa ricostruzione genera un problema circa quanto in precedenza detto
dalla professoressa Urbani dal momento che tutte le caratteristiche che asse-
gna all‟individuo possono essere assegnate tranquillamente a una popola-
zione. Una popolazione di individui ha una funzione di stato, ha una funzio-
ne di comportamento ma certamente non è una sostanza in senso aristoteli-
co. Concludo, quindi, dopo aver posto questa corrispondenza, facendo vede-
re, brevemente, quali sono le specificità della sostanza e quali quelle dei si-
stemi per presentare, infine, un‟apertura critica.
La specificità della sostanza rispetto al sistema è la sua individualità. Come
dicevo ora, una popolazione di individui in interazione con altre popolazioni
(o in interazione con l‟ambiente) possiede certamente tutte le caratteristiche
per essere un sistema. Può essere descritta mediante una funzione di input,

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una funzione di stato e una funzione di comportamento e tuttavia non è una
sostanza in senso aristotelico. È estremamente difficile caratterizzare una
sostanza rispetto una popolazione dal punto di vista della teoria dei sistemi.
Questo non vuol dire che siamo in presenza di un limite della teoria dei si-
stemi ma, semplicemente, che c‟è una difficoltà in questo punto.
A questa specificità è legato, poi, un primo problema interessante e cioè:
quali sono le possibilità per differenziare, in generale, una sostanza rispetto
un sistema. Come posso definire l‟individualità di una sostanza? Viceversa,
qual è la specificità di un sistema rispetto una sostanza? Un sistema è dato,
come dicevo prima, nella misura in cui abbiamo un modello della porzione
del mondo che chiamiamo sistema. Di conseguenza c‟è una stretta connes-
sione tra ciò che un sistema è e ciò che è il mio modello di questo sistema.
Mentre ciò non vale per la sostanza. In altri termini, più pittoreschi, il confi-
ne di un sistema rispetto all‟ambiente, in teoria dei sistemi, è dato dal mo-
dello che ho; in teoria della sostanza, no. Dovrebbe essere un confine natu-
rale, determinato dalla  stessa. Questa specificità è legata a un secon-
do problema interessante e cioè: quali sono le condizioni, se ci sono, di tipo
ontologico e non soltanto epistemico per identificare un sistema, ovvero, per
differenziare il sistema rispetto all‟ambiente?
Detto questo, concludo con un ultimo problema particolarmente spinoso in
cui si trovano sintetizzati molti dei problemi discussi in apertura dal Profes-
sor Lenoci e anche dalla Professoressa Urbani. Sembra che il modo migliore
per determinare che cosa sia l‟unità di un sistema consista nella specifica-
zione delle funzioni del sistema, in particolare, della sua funzione di stato e
questo è anche il modo classico di determinare l‟essenza di una sostanza.
Ora, concretamente, l‟essenza di una sostanza come si manifesta? L‟essenza
di una sostanza è data nelle potenze della sostanza stessa e le potenze si ma-
nifestano nel comportamento della sostanza; se devo, quindi, definire che
cosa sia una sostanza aristotelica, il processo non è quello di intuire le es-
senze ma lavorare esattamente al contrario: osservo il comportamento, rico-
struisco le potenze, e ricostruisco l‟essenza, cioè, la funzione di stato che de-
termina quelle potenze. Se questo è vero, che cosa accade? Accade che ab-
biamo un grosso problema nel discriminare sistemi, sottosistemi e ambiente.
Sembrerebbe che, sempre se questo è vero, l‟unica soluzione corretta dal
punto di vista ontologica sia la soluzione hegeliana. Perché di fatto, ogni
volta che io separo il sistema dall‟ambiente, sto presentando una separazio-
ne che è legata a un modello e che apre la via a due possibili processi ulte-
riori: o quello di aprire il sistema e di considerarlo ambiente rispetto ai sot-
tosistemi, oppure quello di chiudere l‟ambiente e considerarlo sistema più
grande all‟interno del quale il sistema precedente è soltanto un pezzo. Per
spiegare banalmente la cosa: posso considerare una cellula come sistema;
poi posso, tuttavia, considerare la stessa cellula come sottosistema
dell‟organismo umano o come sovrasistema rispetto alla membrana cellula-
re, o al nucleo della cellula. Pare che questa operazione possa non avere dei

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limiti e, quindi, che la comprensione migliore di cosa sia la cellula sia quella
di andare su fino a chiudere il sistema dal punto di vista hegeliano. Questo è
il primo punto.
Il secondo punto: poiché, però, il sistema è legato al modello che io ho della
porzione del mondo (e quindi c‟è un elemento epistemico in tutto ciò) niente
mi assicura che esista un sistema chiuso; niente mi assicura, cioè, che
l‟universo stesso sia un sistema. In particolare, questo sarebbe un esito tipi-
camente kantiano: non posso risalire nella catena causale dei fenomeni o
non posso risalire alle condizioni di possibilità del mondo nel suo comples-
so.
Terzo punto, e qui chiudo: in che senso si caratterizzano i sistemi? Diceva-
mo prima, fornendo le funzioni di stato. Che cosa sono concretamente le
funzioni di stato? Sono precisamente le leggi di interazione. Se ora, invece
di andare verso l‟alto andiamo verso il basso, ottengo le leggi di interazione
finora note dal punto di vista dei sistemi più piccoli con cui sono in grado di
interagire. Il problema che si apre a questo punto è: queste leggi, da sole, mi
consentono di tornare su oppure no? Negli anni Sessanta, Feynman, quando
scriveva La legge fisica, diceva: per quanto io ne so, sì. Un giorno riuscire-
mo, cioè, a partire dalle leggi fondamentali e andare su fino a coprire la
chimica, la biologia e proseguire ancora con la psicologia, l‟antropologia e
così via. Non so a che punto sia la ricerca fisica in questo momento; oggi
pomeriggio avremo interessanti interventi circa questo problema ma la que-
stione rimane: poiché ho differenti modelli per identificare differenti sistemi
non posso assumere, a priori, che non vi siano leggi emergenti rispetto ai
modelli dei sistemi più piccoli che ho. Questo è il terzo problema e, su que-
sto, chiudo. Grazie.

Corvi
Data l‟ora forse fare ora la pausa e poi riprendere con l‟ultima relazione. Nel
frattempo ringrazio il Professor Giordani il quale ha ribadito, qualora ve ne
fosse bisogno, che la nozione di sistema è una nozione molto complessa,
non priva di problemi anche al suo interno. Mi sembrava interessante, e ma-
gari lo riprenderemo nel dibattito, l‟idea che il sistema dipende da
un‟assunzione di modello. Allora facciamo una breve pausa e riprendiamo
alle 11,30.
Bene, possiamo forse riprendere con l‟intervento del Professor Ciro De Flo-
rio, anch‟egli lavora in area logico-epistemologica. In particolare sta svol-
gendo la sua attività di ricerca nell‟ambito della logica matematica, sia per
quanto la storia della logica sia per quanto riguarda la filosofia della mate-
matica. Cito la sua ultima pubblicazione: Categoricità e modelli intesi. Temi
di filosofia dell’aritmetica del secondo ordine. Prego.

De Florio

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Io ringrazio tutti e mi accodo ai ringraziamenti. Spero di essere o chiaro o
interessante in un‟interpretazione non esclusiva della disgiunzione. Il mio
intervento si intitola Il concetto di sistema in logica e anzitutto dirò quello
di cui non mi occuperò. Io non cercherò di definire che cos‟è un sistema lo-
gico. Questo equivarrebbe, sostanzialmente, a definire che cosa è la logica:
è un compito immenso, che occupa molta letteratura, oggi, in filosofia della
logica ma che esula dai nostri scopi. La mia ambizione è molto più ristretta:
mi sono posto il problema di vedere se l‟accezione del termine „sistema‟,
così come è utilizzato in logica matematica e nelle scienze formali in gene-
re, possa avere qualche tangenza di significato con alcune intuizioni che il
pensiero sistemico (di cui prima si è parlato) ha di questo termine. In altre
parole, c‟è qualche parentela concettuale tra il concetto di sistema, così co-
me tematizzato nel pensiero sistemico e il concetto di sistema logico-
formale? In questo senso l‟operazione è un po‟ interdisciplinare e il mio
scopo sarebbe quello di andare a vedere se esista effettivamente una qualche
parentela concettuale o si tratti semplicemente di un modo elegante per ma-
scherare un‟equivocità di fondo.
Presenterò, ora, alcune questioni introduttive perché altrimenti non si capi-
scono i termini del dibattito. Quando parliamo di sistemi formali, logici,
concettuali, … la prima cosa da dire è che, a differenza dei sistemi biologici,
chimici, fisici, questi sistemi non si incontrano per strada; non incontriamo
la logica del primo ordine uscendo di casa e, quindi, abbiamo bisogno di
una veste linguistica. Tutti questi sistemi hanno una veste linguistica; viene
in mente Frege quando diceva: – Io non sono come il geologo che può e-
sporre un cristallo per illustrarne la struttura, per mostrare un pensiero ho
bisogno di un segno o di una veste linguistica. Faremo sempre riferimento al
tratto linguistico col quale sono presentati i sistemi formali o logici; utilizzo,
in questa sede, il termine formale in maniera coscientemente ambigua e poi
vedremo perché.
Il primo punto su cui vorrei concentrarmi è proprio la caratterizzazione di
sistema logico-formale. Negli interventi precedenti, segnatamente quello
della Professoressa Urbani, si diceva che tra le varie intuizioni del pensiero
sistemico l‟idea di fondo è quella di un complesso unitario in relazione. La
logica come ha mappato questa intuizione? Esiste una definizione generalis-
sima di logica secondo la quale una logica, o meglio un sistema di logica, è
costituito da un linguaggio e da una relazione di conseguenza. L‟idea è mol-
to antica: la logica, già per Aristotele, è la scienza dell‟inferenza corretta,
quindi l‟idea di conseguenza tra proposizioni del linguaggio c‟era già. Ep-
pure bisogna aspettare sostanzialmente gli anni Trenta del secolo scorso,
con l‟opera di Tarski, per vedere rigorizzata la nozione di conseguenza e ca-
ratterizzati gli aspetti formali. Tarski enuclea alcune proprietà di questa re-
lazione (non stiamo a ripeterle, sono piuttosto noiose e tecniche anche se
semplici nel significato. Ne vedremo, forse, una verso la fine). Quindi si può
dire che dal punto di vista assolutamente generale una logica è un linguag-

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gio che è strutturato secondo questa relazione di conseguenza e quindi, in
qualche modo, questa relazione di conseguenza, che andremo a specificare
meglio in seguito, tiene insieme il linguaggio e lo tiene insieme in quanto
sistema formale.
Negli studi di logica del Novecento, si sono affermati due modi di approc-
ciare a questa relazione di conseguenza: uno sintattico e uno semantico. E in
effetti, a rigore, bisognerebbe dire che sintassi e semantica sono metateorie
della logica: ovvero due interpretazioni dei rapporti logici, condotte in base
a determinate assunzioni. Vedremo che in un certo senso, tutto quello che
diremo in seguito, riguarda proprio i rapporti tra sintassi e semantica. Chia-
riamo rapidamente (e un po‟ rozzamente) questi due concetti fondamentali:
in sintassi, il concetto fondamentale è quello di dimostrazione; i sistemi lo-
gici sono, cioè, sistemi di manipolazione simbolica che obbediscono a rego-
le molto definite. Vedremo che un aspetto cruciale in sintassi è quello della
finitarietà e cioè il fatto che le dimostrazioni sono oggetti finiti, magari e-
stremamente complessi, ma finiti; al contrario il concetto fondamentale del-
la semantica è, dall‟opera di Tarski in poi, il concetto di verità con quelli
connessi di verità logica e conseguenza logica. La semantica fa sempre rife-
rimento a un universo oggettuale, diremo a un modello (e mi ricollego a
quanto detto prima dal Professor Giordani) che rende veri gli enunciati di
cui parliamo. Un aspetto dunque calcolistico, sintattico, e un aspetto verita-
tivo, semantico.
L‟introduzione è stata molto breve, meno male, così abbiamo più tempo per
concentrarci sulle analogie. Il secondo punto dell‟handout è „analogie‟ ma
potete metterci una barra e scrivere „equivocità‟ perché la sfida è proprio
questa: ci sono dei campi ove il concetto di sistema, inteso come lo intendo-
no i logici, ha qualche parentela con il concetto di sistema secondo il pensie-
ro sistemico? Dov Gabbay, che è un logico importante, nel 1994 ha intitola-
to un libro What is a Logical System? Che cos‟è un sistema logico? E quindi
si potrebbe dire: abbiamo trovato tutto. No, quel libro lì non c‟entra nulla
con quello che ci proponiamo di fare perché in quel testo si presentano dei
tentativi di caratterizzare, dal punto di vista filosofico e logico, i sistemi lo-
gici. E quindi c‟è già un‟accezione particolare del termine „sistema‟.
Io ho indicato quattro ambiti (che vedete numerati) nei quali, secondo me, si
può provare a parlare, se non proprio di analogia tra ambiti disciplinari dif-
ferenti, se non altro non di estrema equivocità. Credo che, in fondo, vi siano
delle intuizioni comuni, portate avanti in maniere diverse; magari vedremo
nelle conclusioni se queste intuizioni comuni possono essere raccordate in
un tutto più unitario.
Tuttavia, mi sconfesso immediatamente perché il primo punto (dinamicità
vs staticità) è un „versus‟, una disanalogia, una tensione. In effetti, la diffe-
renza che balza agli occhi quando si parla di sistema nel pensiero sistemico
(non parlo mai di teoria dei sistemi perché non ne so praticamente nulla e
qui ci sono degli esperti con cui discutere anche di questo) e di sistema in

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logica è questa: i sistemi, intesi in ottica sistemica, sono sistemi intrinseca-
mente dinamici. Infatti, la caratterizzazione ontologica attraverso la catego-
ria della sostanza rende perfettamente conto di questo. Sono dinamici, evol-
vono, mutano, sono immersi nel tempo. I sistemi simbolici, i sistemi logici
in particolare (non prendo in considerazione le lingue naturali che rendereb-
bero ancora più complicata la faccenda), almeno di primo acchito, non evol-
vono nel tempo; sono sistemi astratti. E quindi hanno un tratto di staticità
molto forte. Si può ricomporre questa frattura? Credo di sì. Facendo una
piccola forzatura e privilegiando un approccio piuttosto che un altro.
Dal punto di vista semantico, cioè dal punto di vista delle classi di strutture
di oggetti che rendono veri determinati sistemi logici che di per sé non sono
interpretati, i sistemi sono statici. E in effetti l‟interpretazione del matemati-
co, del logico che lavora, è una posizione di tipo realista. Le strutture sono lì
e da lì non si muovono. Il nesso di conseguenza logica che vale tra gli as-
siomi di una teoria e i teoremi non evolve: dati gli assiomi immediatamente
sono dati tutti i teoremi. Quindi da questo punto di vista (semantico) la logi-
ca è statica; naturalmente, non mi pronuncio (qui) sull‟ontologia perché an-
che in questo case equivarrebbe ad aprire un campo vastissimo che non ci
interessa.
Dove, quindi, si può recuperare questo aspetto di dinamicità che invece è ti-
pico del pensiero sistemico? Recuperando la categoria della sintassi e segna-
tamente di un‟interpretazione sintatticista della logica; cioè, la logica è in-
nanzitutto calcolo. Anche qui le intuizioni sono antiche: Leibniz, ma prima
Lullo, la combinatoria ecc. La logica è quasi una macchina universale che
crea teoremi e, da questo punto di vista, c‟è stata un‟applicazione, prima lo-
gica e poi reale: le macchine di Turing e le architetture di VonNeumann che
sono, sostanzialmente, i computer con i quali oggi tutti lavoriamo. Quindi
una possibile riconquista dell‟aspetto di dinamicità tipico dell‟ambiente si-
stemico può essere effettuata recuperando l‟aspetto calcolistico. In che sen-
so? Le dimostrazioni sono oggetti finiti, sono incolonnamenti finiti di for-
mule. Le dimostrazioni matematiche sono un po‟ più vaghe perché il mate-
matico ha bisogno di lavorare in maniera più libera ma anche queste posso-
no essere formalizzate. Ora, benché in un certo senso atemporali (e poi ri-
torneremo su questo punto) sono strutture, in qualche modo, ordinate; è pos-
sibile indicare un prima e un poi: “a un certo stadio della dimostrazione ve-
diamo che…, poi ne vediamo un altro”. Addirittura la teoria della dimostra-
zione assume questi oggetti come strutturati e lavora su di essi. Purtroppo
gli esempi sarebbero un po‟ complicati ma si può dire, ad esempio, che una
dimostrazione è completamente costruttiva se il numero dei simboli si in-
crementa sempre. Ma vedete che, anche nell‟esporvi questo, devo utilizzare
„sempre‟ e cioè indico un aspetto di dinamicità. Se intendo il sistema logico
come una forma di calcolatore, allora posso recuperare in un certo senso una
dimensioni di dinamicità e quindi recuperare quella funzione di input e
output, modello standard e base della teoria dei sistemi. Un altro aspetto che

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è importante da sottolineare è quello della finitarietà (ci servirà poi). La lo-
gica, dal punto di vista sintattico, manipola oggetti finitari. È presente un
aspetto di idealizzazione circa le capacità di memoria, il tempo, ma si tratta
sempre di oggetti finitari. Cosa che in semantica non avviene e cosa che an-
che nel ragionamento di tutti i giorni non avviene. Noi facciamo generaliz-
zazioni all‟infinito, magari poi ci sbagliamo. Se noi intendiamo la logica dal
punto di vista sintattico noi abbiamo semplicemente una manipolazione di
simboli. Quindi i nostri sistemi hanno a che fare con il finito e questo ci ser-
virà per vedere poi alcune proprietà di cui discuteremo a breve.
Il secondo punto riguarda un‟analogia che è stata trattata parzialmente da
Alessandro Giordani e riguarda cioè la gerarchizzazione dei sistemi.
Un‟intuizione molto semplice in teoria dei sistemi ci dice che i sistemi sono
gerarchizzati, sono inscatolati. Prendiamo la società umana, la società uma-
na è un sistema; magari al suo interno ha dei sottosistemi che sono dei clan
famigliari i quali al loro interno sono costituiti, per esempio, da individui
che possono essere, a loro volta, dei sistemi; poi gli individui sono costituiti
da cervello, sistema circolatorio e così via, se vogliamo darne una descrizio-
ne di questo tipo. I sistemi, quindi, sembrano inscatolati in questo modo.
Uno dei problemi aperti era quello di vedere le leggi di correlazione tra que-
sti sottosistemi oltre alla loro demarcazione. In logica questo è stato fatto: in
logica, è abbastanza „semplice‟ dare una classificazione di sistemi come in-
terrelati e strutturati l‟uno nell‟altro. E qual è la proprietà fondamentale, ov-
vero qual è il criterio di demarcazione dei sistemi formali? È il concetto di
complessità (e qui c‟è un altro bel parallelo).
So che i teorici dei sistemi lavorano con la complessità e riescono a misurar-
la matematicamente; questo lo fanno anche i logici. Noi ci limiteremo a dire
che il concetto di complessità che è qui in gioco, e che ci permette di distin-
guere, i vari sistemi è un concetto innanzitutto linguistico. Vi ricordate il
cristallo di Frege? Dobbiamo andare a lavorare sul linguaggio di partenza.
Farò uso di un‟altra metafora che mi piace molto: i pezzetti del Lego. I pezzi
del Lego sono le particelle del linguaggio formale e, per aumentare la com-
plessità del sistema, abbiamo sostanzialmente due strade: o introduciamo
nuovi costanti logiche (e cioè ci compriamo nuovi pezzetti del Lego) oppure
allarghiamo l‟applicazione di alcune costanti. Per esempio, dalla logica pro-
posizionale (quella molto semplice che parla solo di proposizioni) aggiun-
gendo nuove costanti logiche (i quantificatori) si arriva alla logica dei predi-
cati del primo ordine. Poi si possono aggiungere operatori modali (quelli
che formalizzano la necessità, la possibilità, l‟obbligatorietà e così via) e si
hanno le logiche modali; oppure si può estendere l‟ambito dei quantificatori
alle variabili di un altro tipo, per esempio alle variabili predicative, e si han-
no delle logiche più potenti, fino ad arrivare a una logica di ordine finito
come la teoria dei tipi di Russell.
Quindi, si noti: l‟aumento della complessità linguistica comporta un aumen-
to della sintassi ma, a sua volta, deve aumentare la semantica per interpreta-

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re questa sintassi (si ricordino sempre i due approcci) e quindi tutto il siste-
ma si incrementa. Questi sistemi contengono al loro interno (e qui c‟è l‟idea
sistema sottosistema) i sistemi più semplici di cui avevamo parlato prima.
Ciò avviene anche con le teorie aritmetiche secondo una modalità di caratte-
rizzazione che è più complicata e che, qui, possiamo anche tralasciare.
Quello che mi sembra interessante notare è questo: l‟aumento di complessità
(innanzitutto linguistica, quindi sintattica e poi semantica) provoca
l‟aumento di complessità generale del sistema; a sua volta l‟aumento di
complessità del sistema è ciò che, in qualche modo, permette di dire che i
sistemi sono inscatolati, sono organizzati secondo una gerarchia.
Uno può dire: va bene questa è una proprietà dei sistemi simbolici, i sistemi
simbolici sono fatti in questo modo; come studiare meglio le interazioni tra
questi sistemi? La ricerca metalogica (un termine che si usa poco. Normal-
mente si parla di ricerca metateorica) ha individuato alcune proprietà siste-
miche. Naturalmente non sono proprietà emergenti, qui sconfineremmo
nell‟ambiguità. Dire per esempio che una formula è completa, sarebbe un
errore logico, un errore categoriale. Al contrario un sistema formale può es-
sere corretto, completo, decidibile, ecc.
Perché ci concentriamo sulle proprietà dei sistemi in quanto tali? Perché lo
studio di queste proprietà, e la loro interpretazione filosofica, ci permette di
caratterizzare i sistemi e ci permette di giustificare alcune posizioni in filo-
sofia della logica. È noto che molti logici sostengono la tesi secondo cui
l‟unica logica propriamente detta è la logica del primo ordine (Quine, per
esempio). Alcuni argomentano che la logica del primo ordine è l‟unica vera
logica perché è l‟unica logica corretta e completa; lasciamo un attimo sullo
sfondo il significato di tutto ciò: l‟importante è che le proprietà metateoriche
ci servono come guida per considerazioni di carattere sistemico. Quali pro-
prietà trascegliere per avvicinarci alle proprietà dei sistemi normalmente
studiate negli approcci sistemici?
Mi sono concentrato su due proprietà fondamentali: una è la completezza
semantica e l‟altra è l‟indecidibilità. Il teorema di completezza dice che: tut-
to ciò che è vero all‟interno di un calcolo logico è anche dimostrabile. Il vi-
ceversa è la correttezza, vale sempre e non stiamo a preoccuparci. Se per un
sistema logico vale la completezza allora tutto ciò che è dimostrabile è an-
che vero. Se ci ricordiamo quanto detto primo circa i due approcci, quello
sintattico e quello semantico, questo teorema è abbastanza sconvolgente: ci
dice che tutto ciò che possiamo dire semanticamente, facendo quindi riferi-
mento ad aspetti infinitari, non calcolabili, possiamo dirlo sintatticamente.
Cogliere la profondità di questo teorema è uno degli aspetti fondamentali
della ricerca metalogica perché mette in luce l‟incredibile capacità di questa
macchina calcolatrice di cogliere la verità. Quindi si potrebbe dire: gli ap-
procci si equivalgono, il sistema è perfettamente trasparente; in teoria dei
sistemi si dice che i sistemi sono scatole nere (black box). Non è vero, po-
tremmo replicare, i sistemi sono scatole trasparenti: sappiamo perfettamente

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come funzionano le cose. Vediamo come funziona l‟ingranaggio; magari si
tratta di un meccanismo complicato, facciamo fatica a seguirlo ma di princi-
pio possiamo indagarne tutta la complessità.
La completezza vale in generale per la logica? Se fosse così le cose sarebbe-
ro veramente belle. No, non vale in generale. Vale solo per determinati si-
stemi. E qual è il metro che noi abbiamo? Proprio quella complessità lingui-
stica di cui parlavamo prima. E quindi, se iniziate a vedere dove voglio an-
dare a parare, l‟aumento di complessità degli elementi ci offusca il vetro
della scatola. In effetti, se noi aumentiamo la complessità del sistema e pas-
siamo a logiche di ordine superiore, questa completezza, questo sistema che
funzionava così bene, si inceppa. E abbiamo delle proposizioni valide, cioè
logicamente vere, che non sono catturabili dal calcolo.
Nel pensiero sistemico si parla talvolta di sistemi orologio e sistemi nuvola,
intendendo con ciò sistemi perfettamente deterministici e sistemi che non
sono perfettamente deterministici. Io non direi che i sistemi logici sono in-
deterministici, tutt‟altro. Direi che a un certo livello di complessità,
l‟orologio, in certe ore del giorno, non segna più l‟ora. Ovvero, se noi ab-
biamo un aumento di complessità linguistica, che è riportato da una seman-
tica così complicata, ebbene questa macchina calcolatrice non ce la fa a de-
rivare tutti i teoremi. Perché, dunque, è importante la complessità? Perché la
complessità offre un discrimine, riflesso dalla proprietà della completezza,
tale per cui più i sistemi diventano complessi, più diventa difficile trattarli
dal punto di vista algoritmico.
Nel caso della completezza semantica il sistema funziona in questo modo:
in input metto una formula logicamente vera e mi aspetto che la macchina
mi restituisca una derivazione. Ma ci si può chiedere un po‟ più ambiziosa-
mente se una formula sia o meno logicamente vera. In effetti, ci si è chiesti
se i sistemi di logica fossero in grado di distinguere tra le formule, quelle
logicamente vere da quelle non logicamente vere. Il nostro sistema deve es-
sere cioè in grado di risolvere il problema della decisione. Il problema della
decisione può essere formulato così: fornisci una formula e io ti dico se è
valida oppure no. Purtroppo le cose sono messe ancora peggio che nel caso
della completezza semantica; questa proprietà infatti indica che il sistema
sia ancora più trasparente perché noi, sintatticamente, non solo dominiamo
le formule valide ma anche quelle non valide. E qui il limite è ancora più
stretto e infatti vale solo per sistemi di complessità ancora minore. Bisogna
rimanere al livello del calcolo proposizionale; se noi già aggiungiamo i
quantificatori (ogni, tutti, esiste, particelle di cui facciamo uso quotidiana-
mente) questo limite salta. In gioco è la stessa intuizione di prima: più i si-
stemi diventano complessi, più hanno informazione da gestire, più diventa-
no poco trasparenti; cioè il sistema calcolistico della logica non riesce a re-
stituire le informazioni che vorrei.
Su questo punto un ulteriore aspetto degno di rilevanza. Nel pensiero siste-
mico si parla molto di relazioni, opposte a proprietà. Se qualcuno ricorda il

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sillogismo, nel linguaggio sillogistico ci sono i quantificatori (ogni uomo è
mortale…). La teoria del sillogismo è una teoria che, possedendo i quantifi-
catori, può essere immersa nel linguaggio del primo ordine. Aristotele però
non concepiva in questo linguaggio la presenza di relazioni (e c‟è una giu-
stificazione ontologica di questo); la logica aristotelica, direbbe oggi un lo-
gico, è un frammento di logica dei predicati del primo ordine monadica, ov-
vero si hanno a disposizione solo predicati che stanno per proprietà. Sembra
quasi una combinazione (ma non è naturalmente una combinazione): il cal-
colo sillogistico è decidibile. Quindi è perfettamente ispezionabile al suo in-
terno e ciò vuol dire che il sistema logico è particolarmente trasparente.
Prendete una qualsiasi proposizione sillogistica e il sistema vi dirà se è vali-
da oppure no. Ma aggiungete anche solo una relazione, cioè una costante
predicativa diadica, e il sistema non è più decidibile; l‟intuizione che le rela-
zioni in qualche modo diano una forma di emergenza di complessità struttu-
rale viene mappata, forse inconsapevolmente (ma qui il problema andrebbe
visto anche in ottica storica), da questo risultato formale: basta mettere una
relazione nel nostro calcolo e la macchina si inceppa, un po‟ come succede,
troppo spesso, a Windows. La trattazione di predicati di complessità minima
(le proprietà) tiene il sistema; appena si aggiungono relazioni il sistema va,
per dir così, in crash.
Ho ancora un po‟ di tempo e quindi farò ancora un accenno. Tutto questo
vale per i sistemi di logica classica, i sistemi che sono stati studiati e rispon-
dono alle cinque proprietà della relazione formale di conseguenza più altre
interpretazioni standard circa le costanti logiche. È noto che esistono molti
altri sistemi di logica a fianco a quello classico; la nostra posizione è at-
tualmente di pluralismo logico. Questi sistemi sono stati sviluppati nel corso
del Novecento per svariati motivi. Farò cenno a un particolare gruppo di si-
stemi di logica che sono stati sviluppati intorno agli anni Settanta e Ottanta
e sono stati messi a punto non tanto da logici quanto da esperti di intelligen-
za artificiale. Sono i famosi sistemi non monotoni.
I sistemi non monotoni, un po‟ rozzamente, sono sistemi in cui non vale la
proprietà di monotonia (e fin qui è facile), ovvero in cui se aumento le in-
formazioni delle premesse posso diminuire l‟informazione in uscita. Questo
sembra del tutto naturale: immaginate di dover prendere un treno. Sapete,
quindi, che c‟è un treno per Milano a una certa ora e vi mettete in coda in
biglietteria; poi lo speaker annuncia che il treno è stato soppresso; voi avete
aumentato il vostro bagaglio informativo e, logicamente, non state più in
coda; avete in qualche modo rivisto la vostra conseguenza. In logica classica
non si rivedono mai i teoremi e questo è coerente con il ragionamento ma-
tematico. Tuttavia risulta molto poco intuitivo dal punto di vista del ragio-
namento quotidiano e i teorici dell‟intelligenza artificiale, che vogliono co-
struire macchine che si comportano come noi, ne hanno tenuto conto. Questi
sistemi non sono monotoni e per questo permettono di rivedere le loro con-
seguenze.

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Dal mio punto di vista i sistemi non monotoni colgono due aspetti tipici di
alcune intuizioni del pensiero sistemico. Il primo: accentuano il carattere di
dinamicità del sistema perché „tornano indietro‟. I sistemi logici crescono
sempre perché l‟informazione o è costante oppure aumenta. Invece, i sistemi
di logica non monotona ogni tanto tornano indietro, come nel nostro esem-
pio in cui decidiamo di non andare più in coda. Magari, in seguito, sentiamo
che le ferrovie hanno preposto un servizio sostitutivo e quindi ritorniamo in
coda, avendo perso posti, ovviamente. Torniamo sui nostri passi e ci correg-
giamo continuamente. Quest‟idea rafforza l‟idea di dinamicità del sistema
che, potremmo dire, evolve.
L‟ultimo aspetto di cui vorrei parlare è questo: alcune logiche non monoto-
ne, in particolare le logiche di default, hanno alcune presupposizioni circa la
quantità di informazione disponibile in quel momento. Facciamo un altro
esempio: immaginiamo di telefonare a un servizio di prenotazione di voli
aerei e chiedere se c‟è un volo diretto Milano-Timbuctu. Il signore consulta
il database e dice: non c‟è nessun volo Milano-Timbuctu. Naturalmente
questo non è logicamente vero; perché c‟è una compagnia stranissima che fa
dei voli diretti oppure ci sono dei voli militari pieni di agenti segreti che
vanno da Milano a Timbuctu oppure c‟è un jet privato che va da Milano a
Timbuctu. Ma che cosa ha fatto l‟operatore in linea? Ha assunto che
l‟informazione disponibile in quel momento, contenuta nel suo database,
fosse l‟informazione totale. E noi ragioniamo molto spesso così; spesso di-
ciamo „Allo stato attuale delle conoscenze possiamo dire che le cose stanno
così.‟ Questa assunzione si chiama Closed World Assumption, CWA o Ipo-
tesi del mondo chiuso. Su quale intuizione si base questa particolare assun-
zione? Sull‟intuizione secondo cui il nostro sistema di logica, la nostra mac-
china dimostrativa, secondo la metafora di prima, interagisce con
l‟informazione disponibile; ma dove? Nell‟ambiente. Ha un‟interazione
„ambientale‟, cioè uno degli aspetti fondamentali della sistemica. Un siste-
ma interagisce sempre e comunque con l‟ambiente. Si tratta di un ambiente
rarefatto, fatto di informazione, ma si tratta di un ambiente tant‟è vero che,
perché il sistema funzioni, deve compiere un ritaglio sull‟ambiente, deve di-
re le cose stanno così, per quanto ne so, è sufficiente questo pronto poi a ri-
vedere le conclusioni.
Questo tratto nella logica classica non c‟è perché si suppone che
l‟informazione disponibile sia totale, un po‟ come Spinoza o Hegel, in cui è
tutto dato, mentre nelle logiche non monotone questo aspetto viene meno.
Non mi espongo circa la questione se la logica non monotona sia davvero
una logica e non invece una teoria, non è rilevante in questa sede. Però inte-
ressante vedere come questa intuizione tra sistema formale e ambiente di in-
formazione possa essere in qualche modo colta anche nel pensiero sistemico
quando si parla di sistemi che sono in interazione con l‟ambiente. A me
vengono in mente i sistemi biologici che hanno un‟interazione energetica
continua con l‟ambiente.

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Le conclusioni spettano a voi nel senso che io ho presentato alcune sugge-
stioni. Si tratta di un‟analogia o di una contingenza lessicale? Dire sistema è
molto comodo per i logici? Talvolta sembrerebbe proprio così: quando uno
studioso di logica non vuole esporsi nel dire se un determinato oggetto di
indagine è una logica o una teoria (è un grosso problema, per i logici, per
esempio distinguere tra logica e matematica), allora utilizza il termine „si-
stema formale‟ quale fosse il genere prossimo. E quindi è una escamotage
pragmatica. Oppure ci sono delle intuizioni comuni di fondo? A me sembra
che per quanto riguarda l‟aspetto della complessità e delle proprietà sistemi-
che, questa analogia possa essere messa in campo.
Concludo con una nota storico-concettuale. Si è parlato prima
dell‟approccio sistemico che alcune scienze stanno avendo da qualche anno
dopo un‟impostazione tipicamente analitica. Si può dire tutta la logica con-
temporanea abbia da sempre assunto l‟approccio sistemico. La logica me-
dioevale era considerata lo studio delle forme di deduzione corretta, o delle
tautologie, cioè di oggetti (per esempio, p  (q  p) è una tautologia. Be-
ne, cerchiamone un‟altra e così via…) Mentre tutta la logica contemporane-
a, dall‟opera di Hilbert in poi, è caratterizzata dallo studio metateorico; non
si va più ad indagare gli oggetti della logica (di quello se ne occupano in un
certo senso i metafisici) ma le teorie che parlano di questi oggetti adottando,
quindi, un approccio di tipo sistemico. Anche nei fondamenti della matema-
tica oggi non si parla più tanto di che cosa siano i numeri ma interessa sape-
re la dinamica di quelle teorie i cui oggetti sono i numeri. Quindi proprio
perché la fecondità dell‟approccio sistemico in logica è visibile a tutti, credo
che ciò sia un augurio e un indizio perché questa fecondità sia poi riportata
negli altri campi del sapere. Grazie.

Corvi
Grazie anche al Professor De Florio che ha aggiunto ulteriore carne al fuo-
co. Siccome il tempo rimasto non è moltissimo abbiamo circa un quarto
d‟ora. Direi di aprire subito il dibattito.

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SEDUTA POMERIDIANA

Minati
Buon pomeriggio. Vediamo di continuare questa iniziativa molto interessan-
te, iniziata al mattino con questa ala più filosofica, e che continua al pome-
riggio con questa altra ala un po‟ più hard, più dedicata alla fisica. Come
abbiamo già detto, non si tratta di uno iato culturale, o interno all‟approccio
sistemico, quanto a un‟evidenziazione di diversi aspetti, accenti, tematiche
che vivono nel mondo della sistemica e dei quali vorrei che parlassimo nella
fase seguente del dibattito. Per ora darei la parola a Emilio Del Giudice che
farà un intervento su fisica quantistica e vuoto.

Del Giudice
Grazie. Come ogni buon avvocato napoletano, inizierò dicendo: „sarò breve‟
e poi magari non finirò più; quando ne avrete abbastanza interrompetemi e
io tacerò. La parola sistemica è nata come correzione al suo contrario; infat-
ti: „se un bastone è storto in una direzione, per farlo tornare dritto bisogna
storcerlo nella direzione opposta‟. Tutto lo sviluppo della conoscenza, dal
Seicento in poi, si fonda su un postulato: bisogna prendere la realtà in minu-
ti pezzettini per studiarla. In questo senso, l‟attitudine è quella tipica di un
ragazzino intelligente a cui si regala un giocattolo; per un po‟ ci gioca, come
fanno tutti i ragazzini; però poi, se è vispo, ha la curiosità di sapere come è
fatto dentro e lo rompe, tra la disperazione di tutti quelli che glielo hanno
regalato. Dopodichè se il ragazzo è vispo ma non troppo, la cosa finisce lì e
c‟è un giocattolo di meno. Se, però, il ragazzo è veramente bravo, dopo aver
visto come è fatto, lo ricostruisce o, meglio, ancora con gli stessi pezzi co-
struisce qualcosa di diverso, magari più bello. Questo è, quindi, il processo e
non bisogna spingere il proprio amore per l‟olismo dicendo che non bisogna
mai scassare niente. Tutta la rivoluzione del Seicento che porta questi brutti
nomi „atomistica‟, „riduzionistica‟, che noi ora cerchiamo di superare, è sta-
ta però assolutamente essenziale perché ha aiutato a trasformare un olismo
statico in un olismo dinamico.
Pensiamo all‟oggetto più perfezionato che esiste in natura: noi. Gli esseri
viventi sono certamente oggetti olistici ma non sono sempre olistici allo
stesso modo; in ogni istante sono olistici in un modo diverso e questo
l‟hanno capito i cinesi quando parlavano di Yin e di Yang. Cioè, abbiamo
permanentemente una tendenza irrefrenabile a costruire cose complesse ma,
simultaneamente, siamo, nelle stesse condizioni di tempo e luogo, soggetti a
una forza dissolvente; cioè a qualcosa che ci fa in pezzettini. Lo Yang ci fa a
pezzettini e lo Yin ci ricostruisce. Ma lo Yang è prezioso quanto lo Yin per-
ché gli impedisce di costruire un‟unità statica, ripetitiva, che è sempre la
stessa.
Il mondo pre-Seicento era certamente un mondo olistico e talvolta vi sono
posizioni superficiali che lo ricordano con nostalgia. Quel mondo, per nostra

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fortuna, è seppellito per sempre e non risorgerà mai più. Quello che sorgerà
sarà un‟altra cosa e cioè un mondo in cui l‟olismo cambia da un istante
all‟altro. Cioè non è sempre lo stesso, la ripetizione del sempre uguale, ma è
qualcosa che, non appena nato, viene dissolto, conformemente a ciò che di-
ceva Goethe: „Ogni cosa che nasce è degna di perire e meglio sarebbe se
non fosse mai nata‟. Come a dire: meno male che è nata, ma, nel momento
in cui la debbo distruggere, devo maledire perfino il giorno in cui è nata. Si
tratta di un modo un po‟ hegeliano di parlare; a tal proposito Hegel dice: „Il
nuovo al suo primo apparire si caratterizza per un no disperato e fanatico a
tutto quello che lo precede; la scienza con il suo calmo procedere viene do-
po‟. In qualche modo, vi ho confessato quali siano i miei ideali. Ora vedia-
mo in che misura i miei ideali si incontrino con la realtà. Non è detto, spe-
riamo. L‟elemento più a mio favore è la fisica quantistica.
Vi darò una visione un po‟ diversa da quella che, usualmente, si trova nei
libri della nascita della fisica quantistica per mostrarvi che, se si deve rias-
sumere in una sola frase cosa sia la fisica quantistica, si può dire: tutto quel-
lo che esiste al mondo è sistemico. Quindi il non-sistemico non esiste nep-
pure: non può esistere. Secondo la fisica classica, la concezione nata nel
Seicento, la realtà fisica è fatta di parti separabili; ovvero, ogni cosa che esi-
ste in natura è decomponibile in parti che una volta decomposte restano in-
dipendenti. La fisica classica dice che in principio ogni corpo è isolabile ed
essendo isolabile è passibile di studio particolare. Qual è il vantaggio di aver
un pezzo isolato? Siccome questo pezzo è isolato, non scambia nulla con
l‟ambiente e tutte le variabili che lo definiscono si conservano nel tempo
(perché, appunto, non c‟è nessuno scambio) e io le posso definire tutte
quante. È il trionfo di chi ama la definizione; se, infatti, una cosa cambia
continuamente, come posso definirla? La posso definire solo se rimane ra-
gionevolmente ferma. Una cosa che minimamente diviene risulta indefinibi-
le.
La fisica quantistica, contraddicendo il punto di vista di Galileo e di
Newton, afferma che in natura non esiste nessun corpo isolabile. Il concetto
di corpo isolato è intrinsecamente contraddittorio e non può esistere in natu-
ra. Nessun corpo esistente in natura è isolabile. Il che vuol dire che ogni
corpo è necessariamente connesso a tutti gli altri e quindi vuol dire che tutto
quello esiste in natura è sistemico. In altri termini, la fisica quantistica non è
caratterizzata come la fisica classica dall‟horror vacui ma è caratterizzata
dall‟horror quietis. Entriamo, ora, in dettaglio. Come la fisica classica entra
in crisi? Con qualche dettaglio, che mi porterà via la gran parte del tempo,
vi racconterò questa storia.
Alla fine dell‟Ottocento, più o meno tutti i problemi che erano stati presen-
tati alla fisica classica erano stati risolti; tanto è vero che le persone più su-
perficiali scoraggiavano i giovani a iscriversi a fisica tanto non c‟era più
nulla da scoprire. Max Planck, da giovane, fu accompagnato dal padre,
grande professore anch‟egli, da un suo collega, preside della facoltà di fisi-

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ca, dal momento che il ragazzo si voleva iscrivere a fisica; il vecchio docen-
te lo sconsigliò dicendogli che era praticamente stato risolto tutto ed era op-
portuno scegliere un‟altra strada. Tutto quello che c‟era da capire era stato
capito e si era alla vigilia di una rivoluzione che avrebbe trasformato il
mondo.
Tra i problemi da capire c‟era il seguente: il problema del calore specifico
dei solidi a bassa temperatura. Cos‟è il calore specifico? È l‟energia che bi-
sogna dare a un corpo per variarne la temperatura di un grado. Che cos‟è la
temperatura? La temperatura è una grandezza che si misura col termometro
ed è connessa con l‟energia cinetica di tutti i componenti del corpo diviso il
loro numero; cioè, è l‟energia cinetica media dei componenti del corpo.
Quindi, per aumentare la temperatura bisogna far andare più velocemente
questi componenti, per diminuirla è necessario rallentarli. Esiste una tempe-
ratura, lo zero assoluto, che è a 273 gradi sottozero, a cui le particelle si
fermano. Più in basso di così non si può andare perché non si può essere più
che fermi.
Domanda: quanta energia io debbo dare per alzare di un grado la temperatu-
ra di un corpo? Chiaramente quella che corrisponde al salto di energia cine-
tica ed è, quindi, una quantità ben definita. Pertanto, un salto di temperatura
di un grado corrisponde a una quantità ben definita.
È bensì vero che non tutta l‟energia che io do a un corpo serve per variarne
la temperatura. Per esempio, una parte può esserne impiegata per cambiarne
lo stato di aggregazione, il solido diventa liquido, oppure rimanendo solido
cambia la struttura cristallografica. Una parte può essere, cioè, investita in
trasformazioni di stato. Siccome le trasformazioni strutturali accadono a
temperature ben definite, mi metto nell‟intervallo al di sotto dell‟ultima tra-
sformazione strutturale dopodichè, in quell‟intervallo che va dallo zero as-
soluto alla temperatura dove accade la prima transizione strutturale, tutta
l‟energia scambiata va in variazione di temperatura. Ecco perché ci interes-
sano i calori specifici dei solidi a basse temperature. E così ho chiarito la
nomenclatura e il perché.
Ora, cosa dice ciò che S. Tommaso chiamava la „retta ragione‟, che cosa
dobbiamo aspettarci da questa grandezza? Siccome i gradini sono tutti ugua-
li l‟energia per sormontarli sarà sempre la stessa; ci vorrà, cioè, la stessa
quantità di energia per andare da zero a un grado di quanta è necessaria per
andare da 9,5 a 10,5 gradi. Consacriamo questa banalità in una pomposa
legge scientifica, la legge di Dulong e Petit: i calori specifici dei solidi a
bassa temperatura sono costanti.
Chi ha qualcosa da obiettare alzi la mano. Tutti soddisfatti? Se questo fosse
vero una gigantesca catastrofe ci colpirebbe. E per fortuna non lo è. Perché
nel caso in cui i calori specifici dei solidi siano costanti, c‟è una grandezza
fisica, (con un nome misterioso che tutti voi avete sentito nominare magari
senza sapere bene che cosa fosse), l‟entropia, che è connessa con la capacità
del corpo di avere trasformazioni (in greco „entropia‟ vuol dire rivolgimento

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interno). Se questo fosse vero, per ragioni matematiche che non vi dirò ed è
quindi un incentivo a imparare la matematica, cioè se i calori specifici dei
solidi fossero costanti, l‟entropia di un corpo diventerebbe infinita al tendere
della temperatura a zero. Ma qual è il problema? Se l‟entropia è infinita vuol
dire che quel corpo non si può trasformare più; diventa, cioè, infinitamente
ozioso, in inglese sluggish, inerte, e quindi il divenire è finito. Saremmo in
presenza dell‟essere parmenideo che non si trasforma più. Ciò vorrebbe dire
che l‟universo sarebbe impossibile dal momento l‟universo che si trasforma.
È ben noto, per altri versi, che un‟entropia infinita è una disgrazia. Si vede
facilmente che, se fosse vera la conclusione che ho tratto prima, e che,
d‟altra parte, è una conseguenza necessaria dei principi della fisica classica,
avremmo un disastro termodinamico e cioè l‟entropia diventerebbe infinita.
Questa, a tutti gli effetti, è una contraddizione logica dell‟apparato concettu-
ale della fisica classica perché la conclusione necessaria di una branca della
fisica classica, la meccanica, entra in contraddizione logica con l‟esigenza di
un‟altra branca della fisica che si chiama termodinamica. Quindi la contrad-
dizione logica tra meccanica e termodinamica segna il crollo dell‟apparato
concettuale della fisica classica. Quindi la fisica classica non sparisce perché
è in contrasto con i fatti sperimentali (ovviamente lo è) ma per una ragione
profonda (e qui citiamo di nuovo Hegel, secondo cui tutto il reale è raziona-
le): è intrinsecamente irrazionale, dal momento che contiene una contraddi-
zione, un‟antinomia, un‟incongruenza, non sono essere più preciso dal pun-
to di vista terminologico, insomma, un difetto per cui non può essere.
Il grande chimico tedesco Nernst (e ciò a riprova del fatto che le grandi ri-
voluzioni scientifiche le fanno i non esperti. Gli esperti, infatti, assicurano la
quotidianità della ricerca, ma le grandi svolte le compiono i non esperti per-
ché sono quelli che, non avendo abbastanza cultura, ignorano tutte le ragioni
per cui quella rivoluzione non si può fare. E quindi la fanno) si pose una
domanda sensata: ma tutto questo è vero? Cioè, incominciamo a vedere se
la legge di Dulong e Petit, secondo la quale il calore specifico dei solidi a
bassa temperatura è costante, sia vera o no. Fino ai suoi tempi sembrava ve-
ra; tuttavia, all‟epoca, le temperature più basse possibili erano intorno ai 20-
25 Kelvin, cioè 253-248 gradi sottozero. Egli, sulla base dei progressi della
tecnologia, riesce ad andare più giù con la temperatura e arriva intorno ai 5
gradi Kelvin. Come appare la situazione tra 5 K e 25 K? Per fortuna della
termodinamica, la legge di Dulong e Petit, abbassando la temperatura, è vio-
lata. Cioè il calore specifico, cala, non è più costante. Meno male, l‟entropia
non diventa infinita, il mondo può esistere. Andiamo a bere un bicchiere e
brindiamo a questa buona sorte. Per fortuna abbiamo evitato una catastrofe,
almeno nel campo della termodinamica. Ma i meccanici vengono colti da un
ictus; perché? Come si spiega il fatto che il calore specifico non sia costan-
te? Dal ragionamento che ho fatto prima lo deve essere per forza. Insomma,
faccio una scala di gradini tutti uguali, come è possibile che sia necessaria

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meno energia a salire il primo gradino di quanta ce ne voglia per salire il de-
cimo? Cosa vuol dire?
Stamattina vi ho confessato di essere napoletano e, quindi, facciamo una co-
sa comprensibile per un napoletano, ma anche, per altri versi, per un mila-
nese. Supponete che nello studio di un professionista arrivi la guardia di Fi-
nanza e chieda di vedere tutte le carte degli ultimi cinque anni: ogni anno le
spese sono costanti e, quindi, il professionista ha avuto un tenore di vita co-
stante negli ultimi cinque anni. Dopodichè vuole vedere le fatture dei gua-
dagni e scopre che i guadagni sono sempre meno: quest‟anno, ad esempio,
non guadagna niente e spende lo stesso. Qual è la conclusione, ovvia, della
Guardia di Finanza? Ci sono pagamenti in nero. Del resto, che altro può di-
re? Mi date torto? Questa fu la stessa conclusione di Nernst (evidentemente
anche lui aveva fatto una settimana di vacanza a Napoli). In natura c‟è qual-
cuno che fa contrabbando di energia.
Vediamo come Nernst effettivamente compie l‟esperimento? Prende il cor-
po, si assicura che sia isolato e, quindi, lo chiude in una bella scatola, opaca
da tutti i lati, con dentro un termometro. Da una finestrella fa entrare
dell‟energia rigorosamente controllata, quindi sa quanta energia entra e que-
sta energia viene solo dagli altri corpi; infatti, dal momento che la natura
non è altro che una collezione di corpi, se arriva dell‟energia è perché c‟è un
corpo che l‟ha irradiata. Nernst punta tutti i corpi e vede, quindi, il contribu-
to di ognuno. Quando il termometro è salito di un grado, chiude la finestrel-
la e somma tutta l‟energia che è entrata. Per lo stesso salto di temperatura,
man mano che va giù con la temperatura, entra sempre meno energia; tutta-
via, l‟energia necessaria rimane sempre la stessa, e cioè un grado. Da fuori
ne è entrata di meno e quindi dov‟è la differenza? Qualcuno deve averla
fornita a meno di non voler rinunciare del tutto allo spirito scientifico.
Quindi in natura esiste un contrabbandiere; qualcuno che, senza farsene ac-
corgere, fornisce illecitamente dell‟energia. In natura, allora, non c‟è solo il
mercato legale dell‟energia, cioè quello che riguarda tutti i corpi riconosciuti
in natura, l‟elettrone, il protone, e così via, ma c‟è anche un misterioso indi-
viduo, (non sappiamo nemmeno se sia un individuo), insomma qualcuno
che illecitamente contrabbanda energia. E chi è? Con grande audacia intel-
lettuale Nernst dice, e qui nasce la fisica quantistica, costui è il vuoto. Il
vuoto? Ma nel vuoto per definizione non c‟è nulla. Finora si chiamava vuo-
to ma è chiaro che non è vuoto perché fa qualcosa, dà energia. Del resto si
parla di componenti dell‟atomo, eppure non è una contraddizione in termi-
ni? Atomo vuol dire ciò che non si può dividere; parlare di componenti vuol
dire che l‟abbiamo diviso. Si tratta di un fatto storico: quell‟oggetto si chia-
mava atomo e continuiamo a chiamarlo così anche dopo che non è più ato-
mo ma è, caso mai, tomo, perché l‟abbiamo diviso. Così anche per il vuoto;
questa fondamentale scoperta rappresenta una svolta nel pensiero perché,
capite, dire che la natura non è divisibile in parti è una bella scoperta. Ed è
fondata su basi empiriche e a partire da un problema empirico specifico che

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è stringente (sono questi i veri problemi scientifici: quando non c‟è altra via
d‟uscita che quella).
A questo punto cosa abbiamo visto? Abbiamo visto che un sistema isolato
cambia le sue proprietà con apporti decrescenti di energia. E ciò significa
che c‟è un attore finora rimasto sconosciuto. Chi è questo attore? È colui
che finora non abbiamo inserito nel gioco; nel gioco abbiamo inserito tutti i
corpi possibili ma non abbiamo inserito il vuoto. Invece si tratta proprio del
vuoto. Ma, allora, il vuoto non è più vuoto? Certamente. E che cosa è? A
questo punto Nernst si ferma e dice che non lo sa ma è qualcosa rispetto a
cui non si possono isolare i corpi. O meglio, io posso sempre isolare un cor-
po rispetto ad altri corpi ma non lo potrò mai isolare rispetto al vuoto. Ora,
siccome il vuoto è accoppiato con tutti i corpi, ponte il vuoto, tutti i corpi
sono connessi tra di loro. E questa è la fisica quantistica. Questa prima parte
è finita.
Ora vi dirò, brevemente, qualcosa sul vuoto. Lo farò tramite una metafora;
del resto, la scienza non è altro che una collezione di metafore. La fisica
classica precedente può essere paragonata a un insieme di barche che, ov-
viamente, stanno in mare. Ora, supponete che la fisica dal Seicento al Nove-
cento si preoccupi di descrivere le barche; quindi, delle barche, sappiamo
ogni dettaglio: il motore, il timone, la grandezza, il tonnellaggio, i piani di
navigazione e tutto questo non per una, ma per tutte le barche; possiamo,
quindi, prevedere le probabilità di collisione e un sacco di altre cose. Sco-
priamo, però, che in natura c‟è anche dell‟altro e cioè che ogni tanto le bar-
che oscillano, beccheggiano, fanno il rollio, qualche volta affondano e que-
sto non torna nella nostra descrizione. Perché non torna? Perché abbiamo
ignorato il mare. Abbiamo formulato una teoria supponendo che il mare fos-
se piatto: questa è la fisica classica; una fisica, cioè, delle barche
nell‟approssimazione che il mare sia piatto o, comunque, così debolmente
mosso che praticamente non ha effetti. C‟è uno step intermedio, che è la
meccanica quantistica, in cui si suppone che il mare, sia un po‟ mosso ma
non troppo. Poi c‟è un ulteriore progresso, che si chiama Teoria Quantistica
dei Campi, la quale prevede condizioni nelle quali il mare diventa l‟agente
fondamentale. Per esempio se la barca entra in una corrente fortissima, il
motore diventa ininfluente e sarà invece la corrente quella che decide il mo-
to. Se ci troviamo in uno tsunami, affonda tutto e quello diventa l‟elemento
essenziale. Le transizioni di fase accadono proprio quando il mare, e non i
corpi, gioca un ruolo essenziale. Ma questa è solo una metafora e non coglie
tutto l‟essenziale; nella teoria, infatti, non soltanto il mare guida le barche
ma anche le barche guidano il mare. Una metafora migliore diventa, allora,
quella non del mare, esteso, infinito ma di una piscina dove ci sono tante
barche che mettono in azione le loro eliche; le eliche, a loro volta, produco-
no onde e queste ultime mettono in moto tutte le barche sulla base
dell‟oscillazione indotta da ogni singola barca. Quindi il processo va nelle
due direzioni. Il vuoto non è come Dio; si tratta, piuttosto, di una interazione

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reciproca; cioè, i corpi determinano il vuoto e allo stesso modo il vuoto de-
termina i corpi. È una dinamica complessa e con questo mi fermo qui.
No, anzi, vi aggiungo una cosa. Il vuoto è l‟insieme di tutte le oscillazioni
possibili provocate da ogni genere di corpo esistente in natura, fino alle più
lontane galassie. Quindi, come tale, i moti del vuoto, nella sua totalità, sono
impredicibili; posso studiare solo le cose più vicine a me; non posso, tutta-
via, mettere in connessione un evento che succede qui con un evento che
accade in una lontana galassia. Il vuoto è, però, l‟insieme di tutte le possibili
oscillazioni e, pertanto, l‟insieme di queste oscillazioni, in una certa misura,
accade in modo impredicibile (anche se non totalmente). Il grado di impre-
dicibilità è stabilito da una costante universale: la costante di Planck. Si trat-
ta di un numero abbastanza piccolo per cui si può giustificare il fatto che, in
certe condizioni, i corpi possano essere pressoché isolati. La fisica classica
è, quindi, una buona approssimazione per studiare quei casi in cui
l‟interazione con il vuoto certamente c‟è, ma non è così rilevante. Diciamo
che è lontano dai vortici, dai tifoni e dagli tsunami. Bisogna sempre capire,
non solo, cosa sia vero ma anche perché la visione che abbiamo considerata
or ora falsa avesse una parvenza di verità. Pronti, naturalmente, a superarla
quando questa apparenza viene meno.
Voltiamo ora pagina e passiamo a un argomento completamente diverso: la
storia dell‟elementarità. Sia dato un elettrone. Sembra una cosa ovvia, sem-
plice. Ma che cos‟è un elettrone? Un elettrone è una massa piccolissima, è la
carica elettrica fondamentale. Prima domanda: questo elettrone ha una di-
mensione o è puntiforme? Cioè è una piccola pallina o è proprio un punto?
La risposta più ovvia e banale è che sia una pallina piccolissima; infatti ne-
gli esperimenti è possibile stabilire quanto misura, grossomodo, il raggio
dell‟elettrone sulla base della distanza raggiunta tra due elettroni che si urta-
no. Si presenta, immediatamente, un problema concettuale. Una pallina di
carica negativa è per definizione instabile; infatti, l‟emisfero destro dovreb-
be respingere l‟emisfero sinistro e la pallina si disferebbe. Ciò vuol dire che
c‟è una forza, di natura non elettrica, che tiene insieme le parti della pallina.
A questo punto arriva Einstein il quale dice: certo, ma questa energia deve
contribuire anche alla massa. Ora, se prendo il raggio sperimentalmente ve-
rificato dell‟elettrone, la massa sperimentalmente verificata dell‟elettrone,
so quanto misurerebbe l‟energia di un elettrone se fosse di origine puramen-
te elettrica: sarebbe, infatti, e2/r, dove r è il raggio. Questo deve essere ugua-
le a mc2. Questi due numeri sono uguali o sono diversi? Nei limiti delle ap-
prossimazioni sperimentali sono uguali. Ma, allora, ciò vuol dire che tutta la
massa conosciuta dell‟elettrone è spiegabile elettricamente. Quindi non c‟è
spazio, se non in termini infinitesimi, per forze di natura differente. Tuttavi-
a, se tali forze sono infinitesime non possono tenere insieme l‟elettrone con-
tro la repulsione elettrostatica e, quindi, il concetto di elettrone esteso è in-
trinsecamente contraddittorio. Ciò significa che è un punto. Peggio che an-
dar di notte! Se fosse, infatti, un punto, l‟energia diventerebbe infinita. In-

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fatti e2/r, con r che va a zero implica energia infinita. Per creare un elettrone
ho bisogno di infinita energia; quando si crea un elettrone, infatti, non si
crea soltanto la massa nuda ma anche il suo campo. Parlare, allora, di un e-
lettrone significa inserire l‟infinito attuale: tanto più piccolo è l‟elettrone
tanto più grande è l‟energia che il suo campo genera.
A questo punto arriva, in nostro soccorso, non solo la fisica quantistica ma
anche la relatività associata. L‟unione di relatività e fisica quantistica trac-
ciano il quadro seguente: partiamo dall‟elettrone puntiforme (dal momento
che l‟elettrone non puntiforme non può neanche esistere perché è instabile).
Crea il suo campo intorno e per un attimo dimentichiamo che è infinito. Tut-
tavia, grazie alla relatività, (ricordiamo che il campo varia inversamente con
la distanza), quando arriva a una distanza tale che l‟energia diventa uguale a
due volte la massa dell‟elettrone, accade che il campo dell‟elettrone (che è
un insieme di fotoni) si converte in massa e quindi ogni fotone dà luogo a
una coppia elettrone-positrone. Il positrone, lo ricordiamo, è l‟elettrone con
il segno positivo. Da quella distanza in poi, dentro quella sferetta, si forma
una nuvola fatta da infinite (perché l‟energia è infinita) coppie positrone e-
lettrone. Ora, il positrone ha carica positiva e quindi viene attirato
dall‟elettrone iniziale che ha carica negativa mentre gli elettroni hanno cari-
ca negativa e quindi vengono respinti infinitamente lontano. Come risultato,
quindi, il campo dell‟elettrone polarizza lo spazio circostante e
quell‟elettrone puntiforme iniziale, quel semino puntiforme, si circonda di
una nuvola il cui raggio è proprio quello sperimentale (ovvero e2/r = mc2)
che si riempie di positroni di segno opposto. Per cui il risultato è una palli-
na, questa sì che si mantiene perché è fatta di cariche di segno opposto in
cui il semino iniziale è di carica negativa ed è circondata di infiniti positroni
di carica positiva. La carica totale di questo insieme sarà la somma algebrica
delle due e quindi la carica dell‟elettrone (in gergo) nudo (ovvero non cir-
condato) meno la somma di tutte le cariche di tutti i positroni. Ma questa
somma è infinita, dal momento che i termini sono infiniti. Per avere un ri-
sultato ragionevole è necessario, allora, che anche la carica dell‟elettrone sia
infinita. Infinito meno infinito può fare qualsiasi cosa. Andiamo, quindi, a
vedere la struttura della teoria matematica; se da infinito meno infinito otte-
niamo un numero finito, siamo a posto e abbiamo risolto tutto. Se invece il
risultato è un numero infinito non siamo affatto a posto, dobbiamo buttare
via tutto e cambiare mestiere. Nella prima ipotesi si dice, comunemente, che
la teoria è rinormalizzabile; nella seconda ipotesi si dice non rinormalizzabi-
le. Una teoria, per essere fisica, deve essere rinormalizzabile.
L‟elettrodinamica quantistica com‟è? Grazie agli studi di un simpatico quar-
tetto (di cui tre hanno avuto il premio Nobel e uno, non so bene perché, no;
d‟altra parte, siccome è il più antipatico dei quattro è giusto che non l‟abbia
avuto), Tomonaga, giapponese il quale è stato il maestro del maestro di
Peppino (e quindi vedete che ha nobili natali), Feynman, il più noto di tutti
perché il più mediatico, e Julian Schwinger (probabilmente il più intelligen-

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te dei quattro) più Freeman Dyson hanno dimostrato che l‟elettrodinamica
quantistica, fatti tutti i conti, è rinormalizzabile. Cioè alla fine infinito meno
infinito ha come risultato un numero finito ed è proprio la carica
dell‟elettrone; come vedete, non si tratta di una particella „elementare‟: ha
una struttura infinitamente complessa al proprio interno, costituita da infiniti
componenti. Infatti, il semino iniziale è l‟origine di tutto, ha carica infinita e
polarizza il vuoto e si circonda di un numero infinito di positroni; questo si-
stema, tuttavia, non è isolato perché, per costruire questa cosa, debbo avere
costruito infiniti altri elettroni che erano i partners dei positroni che sono
stati respinti altrove.
Il risultato è, e ho terminato, che l‟elettrone isolato non solo non esiste ma
non potrebbe nemmeno esistere, perché o si disferebbe o avrebbe energia
infinita. Per definire un elettrone, ne debbo definire infiniti altri. Quindi, e
qui nasce la teoria dei campi, la teoria dell‟elettrone come oggetto singolo
non esiste, perché l‟elettrone singolo non esiste. Per diventare un oggetto
stabile si deve procurare infiniti soci e soltanto l‟insieme di questi infiniti
soci rende possibile l‟esistenza di ognuno di questi individui. E con questo
ho concluso.

Minati
Grazie molte per questo intervento che ha reso accessibili tematiche di fron-
tiera della nostra epoca e molto importanti per la visione sistemica. Do ora
la parola a Giuseppe Vitiello che ci parlerà di dissipazione e coerenza nella
dinamica cerebrale.

Vitiello
Grazie e grazie ancora agli organizzatori, a Lucia, in particolare. Avrei do-
vuto parlarvi di queste cose, di dissipazione e coerenza nella dinamica cere-
brale e potrei anche farlo; tuttavia, come dicevo stamattina, è stato molto
stimolante il discorso portato avanti in mattinata e, quindi, preferirei mante-
nermi, se per voi va bene, il più possibile vicino alle cose dette stamane.
Quello che dirò, comunque, lo si può „riversare‟ (vi mostrerò come farlo)
parlando del cervello. In effetti, questa storia del cervello, per me che sono
un fisico, è nata proprio così: il mio maestro, Umezawa, si è occupato
anch‟egli di cervello e quindi io, in modo naturale e stimolato anche da altri
aspetti (sono un tipo abbastanza curioso), avendo gli strumenti matematici
utilizzati normalmente per altri problemi tipici della teoria dei campi delle
particelle elementari, mi sono trovato a poterli applicare con un enorme pia-
cere di natura estetica oltre al fatto che mi sembra di capirci qualcosa. Se poi
effettivamente le cose stiano effettivamente così oppure no è un altro discor-
so.
Stamattina si parlava di strutture, di funzione, di un problema bellissimo da
un punto di vista fisico, e cioè, di come si possa limitare un sistema. Parlan-

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do di struttura e di funzione, vorrei citare un esempio molto comune: un cri-
stallo.
Un cristallo è un sistema ordinato; è paradigmatico perché ogni atomo sta
nel suo sito cristallino; oscilla un po‟ perché la temperatura non può essere
mai pari allo zero assoluto (come ci dice il nostro Nernst) e, pertanto, ci so-
no sempre vibrazioni intorno. Ecco, come dico sempre, voi siete un cristallo
dal momento che ciascuno di voi siede nel proprio sito e ha congelato dei
gradi di libertà: infatti, non andate in giro per la stanza ma rispettate una
struttura con simmetria periodica; siete infatti seduti. Altri gradi di libertà li
avete ancora: vi stiracchiate, scrivete, fate delle cose. Il cristallo è, quindi,
qualcosa del genere: sono atomi collocati nei siti del reticolo con le caratte-
ristiche appena esemplificate. Pensiamo a un cristallo, il sale da cucina, per
esempio (siamo infatti in un dopopranzo, magari sonnolento): quale è la sua
struttura? Sodio e cloro. Cioè cloruro di sodio; questa è la struttura. Voglia-
mo costruire un granello di sale da cucina e quindi mandiamo qualcuno a
comprare una bustina di sodio e un po‟ di cloro; ma come facciamo a dare a
ciascuno degli atomi l‟informazione su dove debba collocarsi?
Nel momento in cui ci poniamo questo problema produciamo quello che, in
gergo, si chiama processo della rottura spontanea della simmetria. Di quale
simmetria? Supponiamo che questi atomi, che costituiscono il cristallo, pos-
sano essere in uno stato gassoso, dove il cristallo non c‟è ancora e dove la
forma non c‟è ancora: abbiamo un gas. In principio, ogni atomo può collo-
carsi (come voi se vi alzate) in ogni punto di questa stanza. C‟è
un‟invarianza traslazionale continua. Ciascuno di voi può muoversi a piaci-
mento. A un certo punto, però, c‟è (fatemi usare un termine tecnico ma alla
fine comprensibile) un fenomeno di condensazione, cioè, al richiamo del
chairman, ciascuno di voi siede sulla sedia e si forma il cristallo. Questo è il
processo della transizione di fase nel quale si perde una simmetria - la sim-
metria traslazionale continua - perché voi, adesso, non avete più la liberà di
muovervi per la stanza; siete seduti sulla vostra sedia. Ognuno di voi rap-
presenta, nella metafora, un atomo nel cloruro di sodio. Quindi, in un cri-
stallo, i componenti sono gli atomi nel sito cristallino.
Resta, tuttavia, aperta la domanda che facevo prima: come si fa a stabilire la
struttura di questo reticolo? Ci sono reticoli cubici, reticoli complicati, con
posizioni al centro di un cubo, e con forme più o meno geometricamente
complicate. Ci vuole qualcuno che informi gli atomi circa la posizione da
occupare nel sito. Per voi è accaduto qualcosa di simile a quella che accade
nel cristallo reale. A un certo punto c‟è un messaggero, un‟informazione,
che dice di sedersi. Le sedie sono state disposte, anzi pre-disposte, in questo
modo e quindi voi, per così dire, „cadete‟ nelle rispettive sedie. Si tratta di
un‟operazione che sappiamo esattamente calcolare, in termini matematici, e
scopriamo che la rottura dell‟invarianza (o se volete della simmetria, anche
se invarianza e simmetria non sono proprio la stessa cosa ma per il momen-
to lasciamo nel vago questo punto) traslazionale continua produce nel for-

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marsi di una struttura periodica una particella che si chiama normalmente
bosone di Nambu-Goldstone (Nambu e Goldstone sono tra i primi ad aver
studiato questo tipo di fenomeno). Si è calcolato che, affinché la teoria, ov-
vero la struttura matematica della teoria, sia consistente, deve nascere una
particella responsabile dell‟informazione che ciascun atomo riceve di stare
nel proprio sito.
Nella fisica quantistica abbiamo un miracolo, di cui parleremo in seguito: a
una particella possiamo associare un‟onda e a un‟onda possiamo associare
una particella. Cioè, le descrizioni in termini corpuscolari o ondulatori sono
intercambiabili a seconda di quello che ci conviene nella descrizione di un
determinato fenomeno. Quindi fatemi parlare in questo momento in termini
particellari; questa particella di Nambu-Goldstone che, nel caso del cristallo
si chiama fonone, va avanti e indietro e dice a ciascun atomo di stare lì dove
sta perché quella è la base cristallina. L‟onda associata a questa particella, il
fonone, è l‟onda elastica. Da cui il nome „fonone‟ di matrice etimologica
greca. Il cristallo è caratterizzato dalla durezza. Ognuno di noi ha imparato
in terza media che il diamante è quello più duro e così via. Che significa du-
rezza? Significa minore elasticità. La struttura cristallina, quindi, viene ca-
ratterizzata da una quantità macroscopica che non ha niente a che fare con il
mondo quantistico degli atomi di cui stiamo parlando, che è, per l‟appunto,
l‟onda elastica. Il quanto dell‟onda elastica è questa particella; questa parti-
cella è necessariamente priva di massa perché deve avere inerzia quasi nulla
per andare in tutto il sistema. Lì dove il bosone di Goldstone non arriva, non
arriva l‟informazione all‟atomo di stare nel proprio sito e quindi c‟è il disor-
dine. Vedete come da un meccanismo di perdita della simmetria traslaziona-
le, nasce una struttura ordinata, il cristallo, che vive ancora di una simmetria
residua, quella periodica; tutto questo accade perché c‟è un ordinamento
mediato da una particella che rappresenta un‟interazione a lungo range, cioè
a grande distanza, (grande rispetto alle dimensioni tipiche di ciascun atomo)
che è responsabile dell‟ordinamento. Quindi l‟ordine è una conseguenza
della mancanza di simmetria.
Qualcuno, infatti, dovrebbe spiegare a coloro che credono che il grembiuli-
no o, addirittura, la divisa a scuola, rendano la classe più ordinata, che si
tratta, invece, solo di una classe più simmetrica e quindi più disordinata dal
momento che la simmetria consiste nella possibilità di scambiare gli ele-
menti tra di loro senza che il sistema cambi. Se c‟è il grembiulino i ragazzi-
ni sono tutti uguali; il Libro Cuore finiva: la scuola rende tutti uguali. Una
cosa terribile, un crimine da Corte dell‟Aia. Quindi la classe con il grembiu-
lino è sì più simmetrica, ma la simmetria è disordine; l‟emergere all‟ordine
equivale alla possibilità di distinguere elemento da elemento.
Stamattina si era presentata un‟antinomia, ancora una volta, circa l‟emergere
o lo sparire dell‟ individualità nei confronti dell‟emergere del sistema. In al-
tre parole, individuo e sistema vanno d‟accordo o non vanno d‟accordo.
L‟ordine significa che non posso più scambiare tra di loro elementi del mio

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sistema senza provocare cambiamenti nel sistema. Non posso cambiare il
generale dell‟armata che vive sulla frontiera Est del nostro Paese con quello
che sta in Sardegna; provocherei uno sfascio all‟interno dell‟ordinamento
militare. Ordine significa, quindi, emergenza di individualità. Ma questa
possibilità di distinguere, di individuare, nasce solo a patto che l‟individuo
accetti di congelare alcuni suoi gradi di libertà, esattamente come voi che
avete congelato il grado di libertà di andare in giro per la stanza. Avete per-
duto questo ma abbiamo acquistato un cristallo, cioè abbiamo acquistato la
possibilità che io stia qui a parlare e possa guardare tutti quanti voi nel viso
senza che qualcuno sia girato dall‟altro lato. Esistono, quindi, delle proprie-
tà macroscopiche in un cristallo (come la conducibilità, la durezza, la possi-
bilità di riflettere luce, densità e così via) che non sono chiaramente ascrivi-
bili ai singoli componenti.
Si noti: c‟è un elemento molto interessante, oggetto di riflessione filosofica
in senso pieno e nobile. Siamo in presenza di un cambiamento di scala: dalla
scala microscopica passiamo alla scala macroscopica. Tuttavia, questa scala
non è comprensibile senza l‟ausilio di una comprensione di una dinamica
microscopica. Se non parto da una struttura quantistica (atomi, quanto
dell‟onda elastica e via dicendo) non posso parlare di questa scala macro-
scopica; la stessa cosa accade con il ferromagnete. Lì avete delle freccette,
gli aghi magnetici a livello microscopico: tutte puntano in una direzione a
piacere e quindi avete una simmetria sferica. Ma se accostate un magnetino
dall‟esterno, questo stimola la dinamica interna del sistema, senza renderla
schiava, il sistema si organizza e il numero delle frecce orientate verso il
Nord è maggiore di quelle orientate verso il Sud. Si ottiene, quindi, una ma-
gnetizzazione come grandezza macroscopica. Il quanto dell‟onda di spin,
cioè di questi magnetini elementari, lo dico in inglese (perché in italiano
suggerisce nomi di politici nostrani) si chiama magnon.
Vedete come la dinamica quantistica sia necessaria a spiegare fenomeni ma-
croscopici. Giusto per fare un riferimento al cervello, perché quella era la
promessa originaria, queste cose le potete dire anche per il sistema cervello.
Quali sono i gradi di libertà quantistici? Non sono le cellule, i neuroni, che
sono oggetti classici e giustamente chi fa neuroscienze vede tutto classico,
esattamente come vede tutto classico chi studia i magneti e costruisce i mo-
tori. Le variabili quantistiche sono i moti vibrazionali dei dipoli elettrici del-
le macromolecole e dell‟acqua che è la matrice in cui le macromolecole che
sono poco più che qualche percento, sono immerse. Queste molecole hanno
un dipolo elettrico che le caratterizza; il dipolo elettrico è una freccetta dove
c‟è un più e un meno (cariche elettriche). Sono, quindi, come un ago magne-
tico ma anziché esserci poli magnetici, ci sono poli elettrici; per questi pote-
te, comunque, usare la stessa immagine che avete adoperato per il magnete.
La dinamica quantistica di questi dipoli permette di trarre delle conclusioni
che sono osservabili in laboratorio e con le quali il modello di cui avrei do-

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vuto parlarvi concorda sulla base di analisi e di paragoni tra teoria ed espe-
rimenti.
Vedete, allora, come le antinomie si risolvano. Ma non vi ho parlato delle
funzioni. Badate, il fonone, o il magnone, sono chiamate quasi-particelle,
perché non fuggono via dal cristallo: esistono solo nel cristallo e lì le osser-
viamo. Se spariamo un neutrone contro un cristallo possiamo osservare
l‟urto tra neutrone e fonone, o contro un magnete, tra neutrone e magnone.
Noi osserviamo queste cose: quindi sono particelle, sono struttura. Esistono,
tuttavia, solo all‟interno del sistema che ha quella funzione: la funzione del
cristallo, la funzione del magnete e via dicendo. Ma, allora, sono funzione o
sono struttura? La domanda non è da porsi; non ha fondamento fisico, non
solo logico o matematico, distinguere tra struttura e funzione quando par-
liamo di questo tipo di sistemi e cioè sistemi ordinati. Queste particelle,
quindi, esistono solo all‟interno dei sistemi; così come, ricordava Emilio
stamattina, i quarks, che esistono solo all‟interno degli adroni. Anche qui
bisogna fare attenzione quando si dice al singolare, si dice l‟adrone e non
ladrone, perché anche quello porterebbe a brutte pagine di attualità.
Ad ogni modo, abbiamo struttura e funzione e non c‟è antinomia. Come è
noto, ci sono istituti specializzati nel taglio di pietre preziose (in Italia e in
Olanda ci sono ottime scuole di taglio dei diamanti); queste operazioni sono
artificiali e vengono imposte dall‟esterno, ma, in natura, quando si trova il
cristallo di tot carati, chi gli ha detto di fermarsi di crescere? Cioè, la super-
ficie di questo sistema ordinato, non è qualcosa imposto dall‟esterno ma è
auto-consistentemente definita dalla dinamica. Si tratta di un fenomeno e-
stremamente interessante anche dal punto di vista della matematica e della
fisica. È un problema di grande importanza anche in chirurgia estetica; il
diavolo nero per il chirurgo estetico, infatti, è la cicatrice e la cicatrice è una
struttura diversa, nella sua composizione, dal tessuto in cui è innestata ed è
fondamentale capire, e non lo si sa, come inibire una cicatrice e non farla
diventare più grande di quanto uno voglia. La cicatrice a un certo punto si
ferma: ma chi le dice di fermarsi? Lo dice una dinamica interna.
Quindi il problema apparentemente soltanto filosofico e speculativo delle
dimensioni del sistema (pensate all‟Impero Romano, o alla confederazione
di Stati, Regioni e così via) è un problema tutt‟altro che accademico. È un
problema di natura profondamente dinamica; e la formazione di domini coe-
renti è uno degli argomenti sui quali, con Emilio, lavoriamo da decenni. La
formazione del dominio coerente è l‟argomento centrale nella comprensione
di tantissimi fenomeni, non ultimo il modello del cervello. Questo solo per
darvi un‟idea della situazione.
Ora, però, se parliamo di sistemi confinati all‟interno di una superficie, per
quanto auto-consistentemente generata, stiamo parlando sì del sistema, ma
anche dell‟ambiente; se, infatti, esiste una superficie vuol dire che c‟è una
separazione, una frontiera, tra il sistema stesso e l‟ambiente. Qui noi non
possiamo prescindere, così come vi ha già spiegato Emilio, dal fatto che i

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sistemi quantistici non possono essere assolutamente pensati come sistemi
isolati. Esistono, tuttavia, anche sistemi macroscopici che non possono esse-
re pensati come sistemi isolati. Certo, come diceva Emilio, in molti casi è
possibile farlo per approssimazione. Ma in altri casi non è possibile farlo: è
il caso del cervello. Il cervello non lo potete mai isolare. Il cervello è un si-
stema aperto per definizione; fisiologicamente, se isolate un cervello, il por-
tatore di quel cervello, o dà i numeri, o esce di testa, o perde coscienza e co-
sì via. Il cervello è un sistema aperto, non possiamo isolarlo. Quando voi
parlate di cervello non potete non parlare dell‟ambiente in cui questo cervel-
lo è immerso e se volete descriverlo, così come per l‟elettrone, non potete
non pensare a quello che succede intorno a lui. Esso stesso genera delle tra-
sformazioni, un po‟ come me che sto parlando e che modifico l‟ambiente
che mi sta intorno. Da questo punto di vista, se l‟elettrone è l‟insieme di
questa ricchissima interazione con l‟ambiente, anche il mio cervello è
l‟insieme delle interazioni e, quindi, non è nella mia testa, è diffuso nella
stanza, sta con voi.
Vedete come una definizione anatomica è solo una definizione di comodo
ma risulta estremamente scomoda se passo ad analizzare la valenza funzio-
nale di questo oggetto che sto analizzando. Grossomodo agli inizi del Nove-
cento, si pensava che il cervello fosse il modello e la macchina dovesse es-
sere modellata sul cervello. Tuttavia, esigenze di natura industriale e milita-
re hanno fatto investire tanti soldi nella costruzione di queste macchine che
avrebbero dovuto imitare almeno qualche funzione del cervello che, alla fi-
ne, la ricerca in quel settore si è sviluppata moltissimo e si è sviluppata (an-
che se in misura minore) la ricerca nelle neuroscienze. A un certo punto c‟è
stata una transizione (davvero, di fase) per cui il calcolatore è diventato il
modello su cui, anche l‟esperto di neuroscienze, talvolta, interpreta i dati sul
cervello. Tutto questo è falso. C‟era stato un avvertimento da parte di von
Neumann, grande studioso sia di reti artificiali, sia di teorie quantistiche,
che nel suo libro, The Computer and the Brain, diceva una cosa molto inte-
ressante (che è tornata anche questa mattina): quello che noi richiediamo
nelle nostre operazioni di calcolo è una altissima (il termine inglese è esqui-
site) precisione e una serie lunga di passi, tutti perfettamente definibili e rin-
tracciabili. Bene, diceva von Neumann, il cervello non fa nulla di tutto que-
sto: il cervello fa in pochi passi e veloci quello che un calcolo fa con una
precisione infinita attraverso un numero enorme di passi. Il cervello, quindi,
adotta strategie che Penrose chiama non computazionali. E questa non com-
putazionalità del cervello è un dato sperimentale: se noi volessimo fare il
calcolo per uscire da quella porta probabilmente il 90 per cento di noi porte-
rebbe un occhio nero a casa. Invece usciamo senza problemi e evitiamo gli
ostacoli se necessario. Quindi la strategia che adotta il cervello non è quella
del calcolo, comunemente inteso; perciò potrebbero esserci speranze (anche
se, da fisico, credo siano fasulle) circa il quantum-computing, un argomento,
a dire il vero, già passato di moda.

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Una volta Fabrizio Desideri, un vostro collega di Estetica a Firenze, mi invi-
tò a un convegno sull‟oggetto estetico; voleva sapere da me che cos‟era
l‟oggetto in fisica. Io non lo so. Infatti andai lì e dissi che non lo sapevo e
dissi, invece, che la fisica non studia gli oggetti; la fisica studia le relazioni,
anche quando studia le particelle, studia sempre questi oggetti in relazione
ad altri oggetti. Accennai al fatto che la visione in termini di oggetti è quella
che Cassirer, citato questa mattina, chiamava „visione ingenua del mondo‟:
un mondo fatto di cose, fatto di atomi. E a pranzo, dicevo che è corretto (nel
senso di utile) dire che gli atomi costituiscono la molecola ma non è corretto
dire che la molecola è costituita da atomi. È corretto dire che cloro e sodio
fanno il sale da cucina ma non è corretto dire che il sale da cucina è fatto da
cloro e sodio: infatti ci sono anche i fononi.
Esiste questa forma di irreversibilità: il sistema, il dominio coerente, si for-
ma e questo processo è un processo di transizione di fase. Tuttavia è assai
più complicato capire come un dominio coerente perda la coerenza. È assai
più difficile capire come l‟Impero Romano è caduto che come si è formato.
Quali sono le cause reali della caduta dell‟Impero romano?
Vi dicevo di strutture coerenti. Che significa coerenza? Esiste una coerenza
classica che è banale, evitare che le macchine si urtino per esempio. La coe-
renza propriamente detta è quella quantistica. Infatti, nelle teorie quantisti-
che esiste un principio di indeterminazione, del tipo di quello di Heisenberg,
che dice che l‟incertezza sul numero degli elementi per l‟incertezza sulla fa-
se (qualora sia possibile definirla) degli elementi deve essere maggiore o
uguale della fatidica h tagliata di Planck. Questo significa che se si definisce
esattamente la fase, ovvero, se si ha un cristallo perfetto, dove tutti gli atomi
stanno nel proprio sito, allora è molto difficile, se non impossibile, sapere
quanti sono gli atomi che lo compongono. Cosa accade, allora? Che il vo-
stro cristallo deve essere molto grande perché altrimenti in prossimità dei
bordi la fase cambia. Nel laser i fotoni hanno tutti la stessa fase. Perciò con
il laser potete tagliare l‟acciaio; tuttavia, il numero dei fotoni in un fascio la-
ser è completamente indeterminato e questo è un fenomeno tipicamente
quantistico. Questa unicità, o minima incertezza nella fase, è ciò che va sot-
to il nome di coerenza. Un esempio a livello macroscopico: gli orchestrali
accordano i propri strumenti prima che l‟orchestra suoni e quello che sentite
è rumore. Poi l‟orchestra suona e voi percepite l‟orchestra, non percepite
l‟orchestrale. Quella è coerenza, coerenza macroscopica e infatti basta uno
che esca fuori tempo, sia, cioè, fuori fase, e si avverte la stonatura.
Io mi devo fermare ma vorrei dire un‟ultima cosa a proposito del cervello.
Dobbiamo considerare l‟ambiente, dal momento che non abbiamo la mate-
matica per trattare i sistemi aperti; è un problema di ignoranza matematica.
La matematica che abbiamo è fatta per i sistemi chiusi e quindi dobbiamo
chiudere il sistema per studiarlo. Dovendo includere l‟ambiente, includiamo
l‟universo, ciò oltre a cui non c‟è nulla. Nel fare questo, quello cui siamo in-
teressati è il bilancio energetico, lo scambio tra il nostro sistema e il suo

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ambiente, in modo che ci sia un dare e avere bilanciato. Per fare questo, de-
scrivete l‟ambiente come il vostro sistema in modo che riceva ciò che il si-
stema dà e dia quello che il sistema prende; matematicamente, ciò corri-
sponde a mettere un meno davanti alla variabile tempo: un‟operazione bana-
le. Dopodichè, questo sistema, così descritto, diventa l‟immagine del vostro
sistema, perché si deve comportare in maniera esattamente speculare: una
copia del sistema invertita nel tempo. Ovvero, quello che nel sistema va ver-
so il futuro nell‟ambiente va verso il passato. Si tratta di una banalità tecnica
ma risulta molto illuminante. Avete costruito il doppio, la fotocopia del si-
stema. Quando il sistema interagisce con l‟ambiente, modifica l‟ambiente e
l‟ambiente modificato ha un effetto di retroazione: c‟è un continuo dialogo
tra l‟ambiente e il sistema in cui è immerso.
Se applicate questo al cervello, avrete che il cervello è in continuo dialogo
con il suo doppio e cioè il mondo visto da lui, il mondo come lui lo vede. E
questo dialogo con il doppio è un elemento caratterizzante della dinamica
cerebrale. In effetti noi parliamo con questo nostro doppio: abbiamo una
continua contrattazione, un continuo commercio con questo doppio e questo
è un elemento che può essere sviluppato sia nel versante della psicologia,
sia in filosofia. Ma non voglio andare oltre per ragioni tempo. Arrivederci.

Minati
Grazie all‟intervento. Scusate ma siamo un po‟ in ritardo quindi passo la pa-
rola ad Alberto Granato che ci parlerà di complessità in ambito neurologico.

Granato
Dopo che sia Emilio che Peppino ci hanno ricordato che la fisica è passata
per Napoli, vorrei poter dire che per la mia città, Roma, è passata parte della
storia delle neuroscienze; invece, il dualismo più importante che ha percorso
le neuroscienze negli ultimi anni, nell‟ultimo secolo, passa in Lombardia
perché Camillo Golgi è nato in Valcamonica e ha lavorato ad Abbiategras-
so; ogni volta che prendo la metropolitana verde verso Abbiategrasso (cosa
che faccio piuttosto frequentemente) mi sorprendo di questa cosa. Cosa ha
fatto questo signore? Fondamentalmente ha messo a punto un metodo per
colorare le sezioni dell‟encefalo e poi ha fatto quello che Paolo Mazzarello,
lo storico della medicina di Pavia, definisce così: Golgi ha guardato queste
sezioni di encefalo preparate con il metodo che lui stesso aveva messo a
punto e attraverso un filtro epistemologico (anche se francamente non so se
sia una terminologia corretta) che gli ha consentito di non capire assoluta-
mente niente di come fosse fatto questo sistema. Egli parlò di una rete neu-
ronale e anche questo la dice lunga sul fatto che probabilmente non è vero
che non capì nulla; tuttavia l‟interpretazione biologica era piuttosto bizzarra
e in qualche modo doveva essere corretta. Tra l‟altro, vi dico, che anche da
un punto di vista biologico, negli ultimi anni si è visto che alcuni neuroni
particolari della corteccia cerebrale che si chiamano interneuroni sono effet-

40
tivamente tra loro collegati e questi collegamenti si vedono molto bene an-
che al microscopio elettronico; sono collegati esattamente come Golgi li
immaginava e quindi, poveretto, non aveva proprio tutti i torti.
Però il problema è che lo spagnolo Cajal guardando gli stessi identici prepa-
rati (erano davvero gli stessi) utilizzò un filtro epistemologico un poco di-
verso e sviluppò una teoria che noi ci portiamo dietro da più di un secolo ed
è la teoria del neurone; ovvero, il sistema nervoso centrale è composto da
cellule che si chiamano neuroni; parte di questi neuroni servono a ricevere
informazioni da altre cellule e da altri neuroni e una parte serve per trasmet-
tere informazioni ad altri neuroni. Lui chiamò questa teoria della polarizza-
zione dinamica perché in fondo, con metodi ancora molto artigianali, riuscì
a capire cose davvero importanti.
Abbiamo adottato la teoria neuronale per anni e anni. Pensate che quando i
neuroscienziati erano ancora persone ragionevoli (io direi fino a circa dieci
quindici anni fa), durante i congressi, qualcuno alzava la mano e diceva: –
Scusa, questo risultato, ottenuto con metodiche straordinarie, microscopia
elettronica, biologia molecolare e così via, l‟aveva già detto Cajal circa cen-
to anni fa. Allora lì, il giovane si sentiva molto in imbarazzo e diventava
rosso, qualcuno piangeva; ma il vecchio e smaliziato neuroscienziato diceva
che questo si sapeva. In fondo tutto quello che si fa in neuroscienze da un
secolo a questa parte non è altro che una riedizione di qualcosa che Cajal ha
già fatto. Era, questa, una sorta di ferita narcisistica che il neuroscienziato
portava sempre con sé.
Adesso siamo diventati molto irragionevoli: ci aggiriamo dicendo che non si
può investire in borsa senza conoscere un po‟ di neuroscienze e così via. Io,
francamente, non sono d‟accordo ma è andata così. Sta di fatto che Golgi e
Cajal, nel 1906, hanno ricevuto il Nobel per la medicina: la polemica era
rovente; sembra che non si siano nemmeno stretti la mano davanti agli ac-
cademici di Svezia. La ricerca è andata avanti privilegiando, però, notevol-
mente la teoria neuronale rispetto alla teoria reticolare, ovvero quella propo-
sta da Golgi.
Negli anni a venire, due signori che si chiamavano Huxley e Hodgkin, co-
minciarono a studiare i segnali che questi neuroni si scambiano tra loro e
che sono, fondamentalmente, segnali elettrici. Anche questo, tuttavia, rima-
ne nell‟ambito della teoria neuronale: pensate che questi due signori non u-
sarono nemmeno i singoli neuroni ma, addirittura, una parte dei neuroni e,
cioè, l‟assone gigante di calamaro. Quando mangiate il fritto di calamaro
pensate sempre che il calamaro ha fatto la storia delle neuroscienze e questo
la dice lunga. Il formalismo, chiamato di Huxley e Hodgkin, in breve, il
formalismo HH, fu definito da un altro neuroscienziato, molti anni dopo,
come un modello che è il più vicino che i neurofisiologi hanno alle leggi di
Newton. I due ebbero il Nobel per la medicina nel 1963 ma devo dire che di
fronte al paragone con Newton, avrebbero forse potuto rinunciare al Nobel.

41
La domanda è: si può andare oltre nel riduzionismo rispetto ai neuroni? La
risposta è ovviamente sì, dal momento che noi oggi siamo in grado di vede-
re chi genera i segnali elettrici dei neuroni e questo grazie al lavoro di due
tedeschi, Neher e Sackmann, che sono ancora molto attivi nella ricerca neu-
roscientifica e anche loro sono due premi Nobel (nel 1991). Essi hanno
messo a punto una metodica (il patch-clamping) che serve per vedere i sin-
goli canali ionici dei neuroni, ovvero quelle minuscole „batterie‟ molecolari
che generano i segnali elettrici nei neuroni. Il successo di questa tecnica è
soprattutto di carattere farmacologico dal momento che molta della farma-
cologia del sistema nervoso centrale e periferico è legata a questi canali io-
nici; infatti, la possibilità di studiare questi canali ionici significa la possibi-
lità di mettere a punto dei farmaci efficaci (in qualche modo) per la cura di
patologie del sistema nervoso centrale e periferico. Vi prego di memorizzare
il secondo dei due premi Nobel, Bert Sackmann, perché torneremo su que-
sto personaggio con fatti abbastanza singolari.
D‟altra parte, però, negli anni Settanta e Ottanta, comincia a svilupparsi tut-
ta una serie di correnti di pensiero, non legate esclusivamente alle neuro-
scienze, che si interrogano sulla validità di questa teoria neuronale. Per e-
sempio, il gruppo di San Diego con il Parallel Distributed Processing, ha
messo a punto le reti neurali, diventate importanti poi per altri versi; uno dei
santoni delle neuroscienze computazionali, Terrence Sejnowski, dice che
queste reti neurali fanno più delle singole parti che le compongono e la ri-
cerca in questo campo è, quindi, chiaramente orientata a mettere in dubbio
la teoria neuronale. Nel 1973, Colin Blakemore (un neuroscienziato impor-
tante) si chiede questo: abbiamo veramente un determinato neurone che ri-
conosce la concatenazione di caratteristiche che rappresentano tua nonna?
Questo problema fu chiamato per molto tempo problema della cellula-
nonna. Anche qui Blakemore si pose una domanda molto seria e un altro
neuroscienziato tedesco, qualche anno più tardi, Wolf Singer del Max
Planck di Francoforte, rispose: sì, la cellula-nonna esiste ma non è una cel-
lula; è la capacità di molte cellule di essere sincronizzate tra di loro. Ovvero,
una serie di popolazioni neuronali che è in grado di estrarre caratteristiche
cognitive da una scena visiva, per esempio, quando la loro azione è sincro-
nizzata. Wolf Singer ha avuto un grande periodo di splendore neuroscienti-
fico; poi è un po‟ caduto in disgrazia perché dal momento che si trattava di
una sfida radicale alla teoria neuronale e, se è vero che i neuroscienziati non
fanno molto altro di quello che Cajal ha già fatto, è anche vero che non pos-
sono farlo, perché appena si azzardano a proporre cose radicalmente nuove,
cadono in disgrazia e rischiano di essere mandati fuori dalla comunità scien-
tifica.
Vi elenco brevemente, siamo in chiusura, qualche altro fatto che mette alcu-
ni piccoli dubbi su tutto il lavoro compiuto fino ad ora in campo neuroscien-
tifico seguendo i modelli classici. Per esempio, uno dei gruppi più importan-
ti tra quelli che lavorano sulla corteccia cerebrale, il gruppo di Rafael Yuste

42
alla Columbia, nel 2003, pubblica un lavoro che parla di dinamiche di attrat-
tore nel network corticale. (Non so se avete presente l‟attrattore di Lorenz il
meteorologo del MIT.) Questo è uno dei primi lavori in cui si inizia a parla-
re seriamente di attività persistente nel sistema nervoso centrale. L‟attività
persistente è quella che ci parla di un sistema nervoso centrale non in balìa
dell‟input che proviene dal mondo esterno e che non è affatto in contraddi-
zione con quello che diceva Peppino, anzi.
Oggi una delle frontiere della ricerca neuroscientifica è capire cosa sia esat-
tamente lo studio di questa attività persistente. Pensate che, in uno studio del
gruppo di Yuste, si vede questa attività persistente in un modello estrema-
mente semplificato di sistema nervoso: si tratta delle cosiddette slices, ovve-
ro fettine di sistema nervoso, che sicuramente non sono in balìa del mondo
esterno perché non hanno occhi, orecchie, dita e così via. Queste dinamiche
di attrattore sembrano essere davvero qualcosa di molto importante.
Il primo maggio del 2009, su Science (rivista autorevole, anche se ha pub-
blicato un sacco di bufale, a cominciare dalla fusione fredda), compare que-
sto lavoro in base al quale la stimolazione ad alta frequenza di un singolo
neurone corticale modifica lo stato globale dell‟intero cervello. Lorenz, già
nel 1963, pronunciava la famosa frase: se questa teoria fosse corretta, il sin-
golo battito d‟ali di un gabbiano sarebbe abbastanza per alterare il corso del
tempo atmosferico per sempre. Questo nel 1963. Vi faccio notare che nel
1958 Carlo Emilio Gadda che di caos se ne intendeva (e stavolta è passato
per Roma e ha scritto il Pasticciaccio) diceva: se una libellula vola a Tokyo
innesca una catena di reazioni che raggiungono me. Allora il punto è questo:
le neuroscienze di questi tempi non possono più dirsi neuroscienze del neu-
rone, con buona pace di Cajal. Sono secondo alcuni, e anche a mio modesto
avviso, sono soprattutto scienze della plasticità neuronale. Plasticità può es-
sere intesa in tanti sensi. Io sono, in fin dei conti, un neurologo e, in senso
clinico, può essere intesa come la capacità del sistema nervoso ad adattarsi
alle modificazioni dell‟ambiente esterno. Plasticità che, bisogna chiarire,
può essere anche maladattativa e quindi può essere, anche, in sé causa di
malattie. Il concetto di plasticità deve essere, tuttavia, inteso in senso più la-
to; un po‟ come la plastilina o il pongo, cioè qualcosa su cui lasciamo
un‟impronta perenne.
Nel 1973 due studiosi (non riconosciuti a sufficienza, si chimavano Bliss e
Lomo) hanno presentato questo concetto squisitamente sperimentale di po-
tenziamento a lungo termine che è la prima dimostrazione sperimentale di
plasticità del sistema nervoso centrale. È stata descritta in una specie di cor-
teccia cerebrale modificata che si chiama ippocampo e, da allora, la lettera-
tura sulla plasticità, per esempio, quella strutturale con i neuroni che cam-
biano forma (il che dà proprio l‟idea della plastilina che cambia forma), ha
avuto un successo straordinario.
Molte altre categorie di studiosi con percorsi paralleli rispetto ai neuroscien-
ziati si sono „buttate‟ sulla possibilità di scrivere e riscrivere continuamente

43
la traccia mnestica, forse anche attraverso l‟attività persistente; questi neu-
roni mantengono traccia di tutto ciò che accade ma possono modificare la
traccia e, naturalmente, su questo gli psicoanalisti hanno esultato dichiaran-
do che, finalmente, avevano quello che serve loro. Tutto sommato, un simile
neurone potrebbe portare scritta in sé, non solo la sua storia, ma la storia
dell‟intero sistema.
Un tempo si entrava in libreria e si trovavano i libri di Camilleri, oggi si en-
tra e si trovano libri di neuroscienze, che è una cosa straordinaria. Basta an-
dare da Mondadori o Feltrinelli e si trovano interi scaffali di pubblicazioni
dedicate al tema). Quello che trovo davvero folgorante è A ciascuno il suo
cervello ed è stato scritto dal neuroscienziato svizzero Pierre Magistretti in-
sieme con lo psicanalista Ansermet; molto chiaramente, Magistretti, neuro-
scienziato serio, importante e molto intelligente, dice: il neurone è pro-
grammato per non essere programmato come lo è in fin dei conti il nostro
DNA. Perché il DNA, il massimo della scrittura e dell‟informazione, anche
lui è programmato per non essere programmato. In altre parole, per essere
plastico. Oggi devo dire che gli elettrofisiologi, come ci fa notare giusta-
mente Magistretti, hanno scoperto che la teoria della polarizzazione dinami-
ca non è affatto vera e cioè che quella parte del neurone che serve per rice-
vere segnali dagli altri neuroni non serve solo per ricevere segnali da altri
neuroni. I dendriti (così si chiamano questi prolungamenti che ricevono se-
gnali dagli altri neuroni) non servono solo per questo ma anche per sostene-
re questi circuiti riverberanti e hanno dinamiche molto più complesse di
quelle che Cajal ai suoi tempi poteva ritenere.
Chiudo davvero con questa considerazione: uno dei grandi assenti nelle neu-
roscienze (e qui devo dire che sono molto d‟accordo con quello che diceva
stamattina e anche oggi, Peppino Vitiello), a differenza della fisica che da
sempre lo ha incorporato nel suo bagaglio concettuale e sperimentale, è il
tempo. Con il concetto di plasticità siamo riusciti a riconciliare anche il
tempo. Oggi la plasticità di Bliss e Lomo, quella della Long Term Potenta-
tion, è un po‟ superata. Ce n‟è un‟altra, proposta nel 1997, su Science, e
l‟ultimo nome è proprio quello di Bert Sackmanb che, nel 1991, aveva preso
il Nobel per i suoi studi sui canali ionici, il massimo del riduzionismo. Il
primo nome del lavoro è Henry Markram, un neuroscienziato che attual-
mente lavora a Losanna, e propone il concetto del Spike Timing Dependent
Plasticity: una forma di plasticità che incorpora in maniera rilevante il tem-
po di arrivo sui vari neuroni. Si tratta di un concetto che deve essere, come
sempre, sottoposto alla verifica storica e sperimentale ma credo che sarà
importante.
Alla fine cito sempre il libro più importante che ho letto sulla ricerca scien-
tifica: Moby Dick, di Melville; la citazione è dal capitolo che si intitola La
sfiatata della balena: „Caro signore in questo mondo non è così facile si-
stemare le cose semplici anzi io ho sempre visto che le vostre cose semplici
sono le più ingarbugliate di tutte (Nella bellissima traduzione di Pavese, „in-

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garbugliate‟ diventa „pelose‟) e quanto a questa sfiatata di balena tu puoi
quasi esserci dentro e ancora non riuscire a capire che cosa sia precisamen-
te.‟
Il problema era: ma questa sfiatata è aria o acqua e lui dice non lo so. Sem-
bra una cosa semplice ma, come il neurone, spesso ci sei dentro (oggi riu-
sciamo ad arrivare con un singolo elettrodo dentro quel neurone) e tuttavia
capire di cosa si tratti esattamente davvero non è facile. Grazie.

Minati
Grazie ai tre relatori per questa fantastica panoramica del pomeriggio che
permette di specificare molto bene alcuni aspetti della sistemica sui quali di-
scuteremo nel dibattito. Vi proporrei di fare un intervallo breve.
Benvenuti in questa sessione conclusiva che vorrei introdurre con delle os-
servazioni generali che mi sembra doveroso fare come contributo a questa
iniziativa così bella.
Da un lato abbiamo avuto questa giornata con due motori principali: le te-
matiche della mattina e del pomeriggio. Volevo indicare che la ricerca della
sistemica contemporanea ovviamente ha molti altri motori: per esempio, la
ricerca e l‟attenzione agli aspetti sistemici in biologia, in economia, nelle
scienze cognitive e in particolare, ruolo che è stato un po‟ accennato, ma che
sarà necessario ampliare e approfondire in iniziative future, il ruolo teorico
dell‟osservatore. Non generatore di relativismo ma di realtà cognitiva come
avviene negli approcci del costruttivismo. Cito poi, in modo un po‟ più e-
splicito, i riferimenti alla matematica: per esempio, le tematiche della mo-
dellizzazione, della simulazione, in particolare, i modelli simbolici e sub-
simbolici. Vorrei citare ancora la differenza tra la teoria dei sistemi e la si-
stemica. La teoria dei sistemi è una tematica che ha coinciso, e coincide in
gran parte, con la teoria degli automi, con i sistemi di regolazione, e gli au-
tomatismi. Nella teoria generale dei sistemi, come è stato messo in rilievo
da pubblicazioni anche nostre, la parola teoria, deriva da una traduzione in-
felice dal tedesco all‟inglese di un titolo di Bertalanffy; in effetti, non ab-
biamo nessuna teoria generale dei sistemi. Abbiamo vari approcci che vivo-
no con delle modellizzazioni comuni ma non abbiamo, già ora, una teoria
così potente e così generale. Ci sono dei candidati: un candidato rientra nel-
la teoria del cambiamento e in particolare la teoria dell‟emergenza. Teorie
che siano in grado di rispondere e di modellizzare il costituirsi di proprietà
non in sistemi organizzati ma, per esempio, in sistemi in cui abbiamo effetti
di comportamento collettivo. Un candidato per questa teoria generale dei si-
stemi è la teoria dell‟emergenza che è una tematica su cui si lavora da molto
tempo nel campo dell‟Associazione Italiana per la Ricerca sui Sistemi; vor-
rei estendere a tutti voi, a questo bellissimo gruppo, l‟invito a vedere cosa
facciamo in questa Associazione.
Eventualmente sarebbe proprio bello che voi possiate far parte di vari incon-
tri e iniziative in cui potremmo estendere queste tematiche; abbiamo pubbli-

45
cato vari Proceedings; alcune delle nostre ricerche potrebbero essere utiliz-
zate a tal proposito.
Infine, vorrei indicare una metafora che mi sembra adatta al contesto e an-
che potente. In sostanza: ogni disciplina oggi ha nel proprio giardino
l‟albero dei sistemi, perché non può farne a meno. Tuttavia, l‟insieme di
questi alberi non fa il giardino della sistemica. Il giardino della sistemica è
un altro mondo che si sta per costruire e che ha bisogno di quelle teorie che
vi dicevo ma necessita, anche, di tematiche cui ad alcune abbiamo accenna-
to stamane in ottica inter- e trans-disciplinare. Siamo in presenza di interdi-
sciplinarietà quando siamo in grado di trasporre modelli da una disciplina
all‟altra, per esempio cambiando significato alle variabili; mentre la trans-
disciplinarietà avviene quando si studia una proprietà sistemica indipenden-
temente dal contesto disciplinare: per esempio, si studia l‟apertura,
l‟emergenza stessa, la capacità di autorganizzazione.
Queste sono tematiche trans-disciplinari, tipiche della sistemica, che non vi-
vono in un giardino disciplinare solo. Esse si basano sui vari giardini disci-
plinari ma dovrebbero possederne uno. Questa è la sfida che abbiamo di
fronte; e cioè non rinunciare agli aspetti disciplinari ma costruire un livello
di descrizione completamente diverso.
Vorrei dire, in sostanza, che, sempre più, ci si trova a dover costruire una
meta-conoscenza per gestire conoscenza, per la rappresentazione della co-
noscenza. Si è discusso e, nel contesto della sistemica la discussione è calda,
sull‟utilizzo dinamico dei modelli. La vecchia strategia per trovare il model-
lo migliore per affrontare i problemi della complessità non sta in piedi di
principio. Che cos‟è, infatti, la complessità? La complessità si riferisce a si-
stemi nei quali avvengono processi di emergenza e, cioè, acquisizione con-
tinua di proprietà nuove, che non possono essere affrontabili sempre con lo
stesso modello, sia pure ottimizzato. In questo contesto voi vedete come il
vecchio approccio di risolvere un problema si riferisce ai problemi semplici.
I problemi della complessità non si risolvono, ma si gestiscono, si rappre-
sentano. Ad esempio, proprio con l‟utilizzo dinamico dei modelli. Scusate
questo contributo che volevo offrire come apprezzamento nella speranza in
un vostro coinvolgimento nella nostra Associazione di ricerca per prosegui-
re questi discorsi. Lascio la parola a voi per la discussione.

Il professor Vitiello desidera che sia riportato l‟abstract del suo saggio nel
libro sui sistemi come cornice di riferimento per rendere più chiaro il suo
intervento.

Sapere non è ancora comprendere.


Dissipazione e coerenza nella dinamica cerebrale.
Giuseppe Vitiello

46
Dipartimento di Matematica e Informatica, Università degli Studi di
Salerno
Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, Gruppo Collegato di Salerno
84100 Salerno, Italia
vitiello@sa.infn.it
http://www.sa.infn.it/giuseppe.vitiello

La biologia molecolare ha raccolto successi enormi nella scoperta


dei costituenti o ―mattoni‖ usati dalla Natura nella costruzione dei si-
stemi biologici. Il problema è ora quello della comprensione del come
mettere assieme questi costituenti elementari in modo tale che ne
possa risultare il comportamento a livello mesoscopico e macrosco-
pico del sistema nella sua interezza. In altri termini, il problema è
quello della transizione dal naturalismo, cioè dalla conoscenza dei
cataloghi dei componenti elementari, alla comprensione della dina-
mica che rende conto delle relazioni che legano tali componenti e
descrive il comportamento del loro complesso, cioè del sistema co-
me un tutt’uno. La fase del naturalismo, pur essendo necessaria, non
è tuttavia sufficiente ai fini della comprensione piena, che si possa
dire scientifica, dei fenomeni oggetto del nostro studio. Sapere non è
ancora comprendere. E‘ interessante notare che Schrödinger (in
What is life?. University Press, Cambridge 1944 [1967 reprint]), nel
considerare i sistemi biologici e l‘ordinamento nello spazio e nel tem-
po in essi manifesto, distingue tra «due modi di produrre l‘ordine»:
ordine generato da meccanismi statistici e ordine generato dalla di-
namica nelle interazioni tra componenti quantistici. La stabilità fun-
zionale e l‘efficienza chimica osservata nei sistemi biologici è ben
lungi dall‘essere ―regolarità solo in media‖ quale quella ottenibile in
un approccio statistico basato unicamente sugli urti casuali delle mo-
lecole. È esperienza comune che una successione di reazioni chimi-
che temporalmente concatenate (ordinate nel tempo), come spesso
osservate nei sistemi biologici, ben presto collassa a causa delle in-
terazioni casuali con l‘ambiente in cui è immersa. Schrödinger osser-
va che «non c‘è bisogno di immaginazione poetica ma solo di chiara
e sobria riflessione per riconoscere che ci troviamo ovviamente di
fronte ad eventi il cui regolare e rigoroso svilupparsi è guidato da un
―meccanismo‖ interamente differente dal meccanismo della fisica
probabilistica».
Quando il sistema da studiare è il cervello, il problema dinamico
appare in tutta la sua formidabili difficoltà. Negli studi sul cervello, uti-
lizzando sofisticate tecniche di analisi dei potenziali misurati con
l‘elettroencefalogramma (EEG) e con il magnetoencefalogramma
(MEG), si osserva che l‘attività neurale della neocorteccia presenta la

47
formazione di configurazioni estese di moti oscillatori modulati in am-
piezza e in fase. Queste configurazioni emergono dalla cooperazione
di miliardi di neuroni, si estendono su quasi tutto l‘emisfero cerebrale
per conigli e gatti e su domini di dimensioni lineari fino ad una venti-
na di centimetri nel cervello umano e sono praticamente sincroni, in
fase. Tale stato di cooperazione neurale ha una durata che va
all‘incirca dal decimo al centesimo di secondo (in termini di frequenza
nell‘intervallo 12-80 Hz delle onde cosiddette beta e gamma). Dopo
qualche decimo di secondo (3-12 Hz, onde theta e alpha) dalla dis-
soluzione di tale stato ne appare un altro in una diversa configura-
zione.
Il problema che si pone è dunque quello di conoscere quale possa
essere l‘agente responsabile delle correlazioni neuronali e come es-
so riesca «a vincolare e a portare all‘ordine globale nel giro di pochi
millesimi di secondo i miliardi di neuroni che compongono ciascun
emisfero umano (…). Le trasmissioni su cui si instaura la coopera-
zione coprono distanze che sono mille volte superiori al diametro
dell‘estensione assonica e dendritica della stragrande maggioranza
dei neuroni (…) e il tempo necessario per inviare impulsi tra i moduli
corticali è troppo lungo per consentire una sincronizzazione generale
dei treni di impulsi» (W.J. Freeman, Come Pensa il Cervello. Einaudi,
Torino 1999).
Un contributo originale nello studio delle proprietà funzionali del
cervello viene dato dalla collaborazione tra le neuroscienze e la fisica
dei sistemi a molti corpi che si avvale del formalismo matematico del-
la teoria dei campi quantistici. In tale contesto, il meccanismo della
rottura della simmetria e la conseguente formazione di strutture ordi-
nate, è intrinsecamente legato alla nozione di coerenza. Questa de-
scrive il moto coordinato, in fase, dei componenti elementari, ed ap-
pare quindi come il candidato naturale per lo studio dei fenomeni os-
servati nell‘attività funzionale del cervello.
Considerando inoltre che il cervello è un sistema intrinsecamente
aperto sul mondo che lo circonda, un ruolo centrale è giocato dalla
dissipazione; si arriva così alla formulazione del modello quantistico
dissipativo del cervello (G. Vitiello, Dissipation and memory capacity
in the quantum brain model. Int. J. Mod. Phys. B9: 973—989, 1995).
Esso trova riscontro nelle osservazioni di laboratorio e fornisce una
utile base per la comprensione di molti comportamenti neuronali
(W.J. Freeman and G. Vitiello, Dissipation, spontaneous breakdown
of symmetry and brain dynamics. J. Phys. A: Math. Theor. 41:
304042, 2008).
Il modello permette di evidenziare alcuni aspetti caratteristici
dell‘attività relazionale del cervello. Dato evidente è che la nostra
corporeità si concretizza nell‘ineliminabile vincolo percettivo in ogni

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manifestazione o modalità del nostro essere. La dimensione
dell’esperienza si manifesta nella nostra immersione in una rete di
scambi, di traffici con il mondo esterno e in un riferire a sé in una di-
mensione che possiamo chiamare dell‘ascolto (F. Desideri, L’ascolto
della coscienza. Una ricerca filosofica. Feltrinelli, Milano 1998). La
presenza del mondo esterno, il suo essere oggettivo, cioè altro dal
sé, non si contrappone anzi alimenta il nostro essere soggettivo at-
traversato dal fluire della percezione della corporeità (emozioni). Ne
nasce una immagine del mondo che si identifica con la stessa imma-
gine del sé, come Doppio del sé, in una irresolubile unità relazionale
(G. Vitiello, My Double Unveiled. John Benjamins, Amsterdam 2001).
Probabilmente, in questo dialogo tra il sé e il Doppio, in questo ‗en-
tre-deux‘, ha sede l‘atto della coscienza. Esso riassume in sé
l‘esperienza accumulata nel passato, ma è fatto di solo presente. La
coscienza emerge dal vincolo dinamico ma inestricabile con il Dop-
pio, appare come diffusa nell‘ambiente in cui il cervello è immerso,
ma non appartiene né all‘uno, né all‘altro. E‘ piuttosto nel loro dialo-
gare.
La conoscenza costruita sulla base dell‘esperienza accumulata in
percezioni passate genera una prospettiva, o visione del mondo, e
da questa derivano aspettative che orientano nella ricerca intenzio-
nale di situazioni esperienziali soddisfacenti. L‘intenzionalità che de-
termina il nostro fare trova dunque la sua radice nella tensione
nell‘aggiornare un equilibrio mai definitivo con il mondo che ci cir-
conda. Il nostro fare, in questa tensione intenzionale, verifica
l‘attendibilità delle aspettative, e così sottopone a prova sperimentale
la credibilità stessa della nostra visione del mondo (G. Vitiello, Esse-
re nel mondo: Io e il mio Doppio. Atque vol 5 N.S.: 155 –176, 2008).
In tal modo la rete di relazioni con l‘esterno definisce e stabilizza la
conoscenza, cioè la rende credibile perché verificabile. Il ciclo azio-
ne-percezione descritto in neurologia si traduce in tal modo nell‘arco
intenzionale (M. Merleau-Ponty, Phenomenology of Perception. C.
Smith, Trans.; Humanities Press, New York 1945/1962.). Per questa
via riconosciamo che il paradigma della Scienza Nuova di Galileo ha
radici profonde nella nostra stessa corporeità.

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