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Arte A New York Anni '80

Il documento descrive la scena artistica degli anni '80 a New York, con un focus sui graffiti writer e gli artisti Jean-Michel Basquiat, Keith Haring e Kenny Scharf. Gli artisti hanno ridefinito l'espressione artistica attraverso nuovi stili e tecniche come il graffiti e la street art, influenzando la cultura pop e la scena artistica newyorkese.

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Arte A New York Anni '80

Il documento descrive la scena artistica degli anni '80 a New York, con un focus sui graffiti writer e gli artisti Jean-Michel Basquiat, Keith Haring e Kenny Scharf. Gli artisti hanno ridefinito l'espressione artistica attraverso nuovi stili e tecniche come il graffiti e la street art, influenzando la cultura pop e la scena artistica newyorkese.

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Storia dell’Arte

Contemporanea B

ANNI 80’ A NEW


YORK
10 FOTOGRAFIA ANNI
80’
NEOESPRESSIONIS
Carlo Bachetti
MO
Doria
NEOCONCETTUAL
Anno Accademico
22/23
E
Anni ottanta a New York

Periodo:
anni ottanta
Luoghi:
New York
Protagonisti:
John "Crash Matos", Chris
"Daze Ellis", Futura, Koor,
Lady Pink, Phase II, Lee
Quinones, Rammellzee, Toxic,
Zephir, Jean-Michel Basquiat,
Keith Haring, Bill Viola
Anni ottanta a New York

Nessun writer, tra l'inizio degli anni settanta e la fine


degli ottanta, avrebbe definito la propria attività con il
termine «graffiti» (introdotto dai media con un senso
spregiativo) e solo pochi manifestarono un vero intento
artistico. "Writers", scrittori, era questa la definizione
che usavano per loro stessi. Neri, portoricani o
semplicemente newyorkesi che accettarono la sfida di
scegliere un nome di fantasia (una firma, una tag) e di
scriverlo con uno stile migliore degli altri, tanto spesso
da cambiare per sempre il volto della città. Per diversi
anni il fenomeno rimase confinato a quella ristretta
cerchia di adepti (avevano nomignoli come Julio 204 o
Taki 183) che aveva deciso di essere presente in tutti e
cinque i quartieri della città, segnalando il proprio
passaggio con uno stile (calli)grafico personale e
originale. Esattamente come i cartelloni pubblicitari le
firme dei writer crebbero in numero e dimensione e
trovarono come supporto più adeguato le carrozze della
metropolitana di New York.
La subway infatti trasportava i pezzi (così i writer
chiamavano le loro opere più grandi, pieces) da un
quartiere all'altro, trasformando il sistema di trasporti in
uno strumento di comunicazione: le loro linee preferite
erano la 5 e la 2, che compivano un viaggio di circa
quattro ore dal Bronx a Brooklyn e rendevano i loro nomi
famosi in tutta la città. Il mondo dei writer è sempre
stato completamente autoreferenziale: lo stile delle
lettere evolvette presto verso l'illeggibilità, il wildstyle,
lettere ornate da trecce e barre in modo così barocco da
risultare comprensibili solo agli altri writer. Si trattava di
un'intera sottocultura che girava intorno al culto del
nome, al vandalismo e all'occupazione dello spazio
pubblico come mezzo per attirare l'attenzione, allo stile
calligrafico come modalità espressiva per differenziarsi
dagli altri writer e, infine, alla competizione serrata
basata su parametri assolutamente non artistici, come la
quantità, la dimensione dei pezzi, la ripetizione
ossessiva della propria firma e, da ultimo, possesso di
uno stile personale.
Jean-Michel Basquiat (New York, 1960 - New York, 1988)

Jean-Michel Basquiat, il Jimmy Hendrix del modo


dell'arte, era per metà haitiano e per metà, quella
materna, portoricano. Troppo spesso, nell'esegesi della
sua pittura incandescente e ricca di simbologie, è messa
in evidenza la derivazione dalla cultura nera mentre
l’eredità ispanica, a cominciare dal linguaggio, ebbe un
ruolo altrettanto rilevante nel suo processo creativo,
come la tela Arroz con pollo dimostra. Si racconta, infatti,
come spesso Basquiat si svegliasse al mattino ancora
intriso dai sogni e cominciasse a parlare in spagnolo:
poteva proseguire per ore, convinto che quelle parole
contenessero una magia. In quest’opera Basquiat tiene
con una sola mano il suo piatto preferito, l'unico che
sapesse cucinare, il riso con pollo appunto, e lo offre su
un vassoio a Suzanne, in quel momento la sua fidanzata
e la sua musa.
Jean-Michel Basquiat Arroz con pollo ,1981
Olio su tela 172,7 x 212,7 cm.
Lei è dipinta di bianco e porge il seno sinistro
come si fa durante l'allattamento, il simbolo per
eccellenza della maternità. Per comprendere
quest'opera bisogna, non a caso, risalire allo
strettissimo rapporto dell'artista con sua madre
Matilde. Fu lei a insegnargli lo spagnolo e l'amore
per l'arte, portandolo a visitare musei e
spingendolo a disegnare. Quando poi, investito da
una macchina, gli venne asportata la milza, fu sua
madre a fargli dono di un libro di anatomia: in
seguito Basquiat ha definito questo evento come il
più importante della sua vita. In questa tela, infatti,
come spesso avviene nelle altre opere, le due
figure sono rappresentate come scheletri; soltanto
alcuni organi sono disegnati, la vagina e i denti nel
Jean-Michel Basquiat Boy and Dog in a Johnnypump 1982 caso della figura femminile, le costole e le
Oil on canvas 240 cm × 420 cm clavicole nel caso dell'artista che, a sottolineare il
suo bisogno viscerale di riallacciare un rapporto
con la cultura ispanica materna, si ritrae con un
FILM BASQUIAT charro, il tradizionale cappello messicano.
Jean-Michel Basquiat
Arroz con pollo ,1981
Olio su tela 172,7 x 212,7 cm.
“Andy iniziava un dipinto e ci metteva
qualcosa di molto riconoscibile sopra,
oppure un logo di un prodotto, e io cercavo
di deturparlo. Poi tentavo di convincerlo a
lavorarci ancora un po' su.”-
Jean-Michel Basquiat

“Penso che in questi dipinti che stiamo


facendo insieme è meglio se non riesci a
distinguere le parti dipinte dall'uno o
dall'altro”-Andy Warhol.

Jean-Michel Basquiat & Andy Warhol


Jean-Michel Basquiat Dos Cabezas' (1982)
Jean-Michel Basquiat
& Andy Warhol,
Ten Punching Bags
(Last Supper) (1985).
Jean-Michel Basquiat &
Andy Warhol,
OP OP (1984-1985).
Kenny Scharf (Los Angeles - 1958)

Kenny Scharf nasce a Los Angeles nel 1958. Trasferitosi


successivamente a Manhattan si iscrive alla School of Visual Arts
New York City dove si diploma nel 1980. È in questi anni che
Scharf entra in contatto con artisti come Andy Warhol, che sarà
suo mentore, Jean-Michel Basquiat e Keith Haring e, insieme a
questi ultimi due, parteciperà alla scena artistica dell’East Village
di New York.

La produzione artistica di Scharf ha spaziato tra pittura, scultura,


moda, video, performance art e street art. Tema principale delle
sue opere sono le promesse futuristiche che venivano lanciate
durante gli anni ‘80, la cultura popolare, i personaggi dei cartoni
animati, come i Flintstones e i Pronipoti, e ancora soggetti che
richiamano la cultura americana e la classe media, in
ambientazioni apocalittiche.

Cosmic cavern
“Io lo chiamo Surrealismo Pop Astratto. Il
mio stile è una fuga pericolosa dalla
realtà. Per me rappresenta l'evoluzione
dell'uomo, il non cedere all'acquario tout
court, non diventare un ‘pesce nell'acqua'.
Ho attraversato la scena artistica della
Downtown New York a colpi di
fantascienza e navicelle futuristiche. Oggi
guardo alla pop art degli anni Cinquanta
e Sessanta con lo stesso sentimento
etilico: uno splash di colore, irriverenza e
parecchia meraviglia infantile”.

Kenny Scharf
Kenny Scharf , LOVE, 1982.
Acrilico e vernice spray su tela. (152,4 x 182,9 cm)
Keith Haring (Reading, 1958 – New York, 1990)

Dog insieme all’altrettanto celebre Radiant boy, il neonato che


cammina a quattro zampe, è uno dei segni più noti del
vocabolario artistico contemporaneo: stampato sugli oggetti di
uno sterminato merchandising, quaderni, matite, t-shirt,
peluche, libri per bambini, il protagonista di questo lavoro di
Haring rappresenta uno dei pochi casi in cui un'opera d'arte è
entrata nell’immaginario collettivo. Come gli innumerevoli simili
dipinti da Haring, anche questo cane delineato in giallo e il
contenitore di un universo di simboli e segni, il narratore di
storie molteplici: nella sua singolare interpretazione, infatti, i
cani sono sempre antropomorfi, quasi degli alter ego.
Esuberante o perplesso, aperto a ogni esperienza o deluso, ogni
cane sembra impersonare un diverso aspetto della personalità
del loro creatore, così come gli altri elementi della complessa
grammatica visiva dell'artista, personalissimi e universali allo
stesso tempo.

Keith Haring untitled (dog) 1984


Quei segni rapidi e semplificati, infatti, che
diventarono ben presto un tratto immediatamente
riconoscibile, protagonisti di un gioioso universo che
non ama le modulazioni, ma netti colori primari, solo
apparentemente semplici, nascondono in realtà una
serie di rimandi cifrati alla cultura, agli stili di vita
underground, ed esprimono soprattutto la
convinzione che possano sostituire il linguaggio nel
comunicare concetti. “Mi è sempre più chiaro che
l’arte non è un'attività elitaria riservata
all'apprezzamento di pochi. L'arte è per tutti e questo
è il fine a cui voglio lavorare", diceva Keith Haring.
quale cercò, dunque, dopo aver assorbito
l'esperienza dell'Art Brut, della Pop Art, ma anche di
artisti neoespressionisti come Penk, di sottrarre ogni
elemento superfluo e ogni derivazione culturale per
giungere a un segno comprensibile dal più ampio
numero di persone possibile.
Radiant baby by Keith Haring VIDEO KEITH HARING
Fotografia

Periodo:
anni ottanta
Luoghi:
Stati Uniti, Europa, Australia
Protagonisti:
Nan Goldin, Andreas Gursky,
Candida Hofer Tom Hunter, Axel
Hütte, Robert Mapplethorpe,
Helmut Newton, Simone Nieweg,
Thomas Ruf, Andres Serrano,
Gerhard Stromiberg, Thomas
Struth, Jeff Wall, Sam Taylor Wood
Fotografia

Con gli anni ottanta accade ciò che i pittori avevano


temuto sin dall'ottocento, non appena Daguerre aveva
reso nota la sua invenzione: il dagherrotipo, mettendo
in crisi il concetto di realismo, e mettendosi in
competizione con la capacità tecnica degli artisti. In
questi anni, per la prima volta, la fotografia inizia a
essere universalmente riconosciuta come arte, alla
stregua della pittura e della scultura, grazie anche a
una serie di nuove possibilità tecniche. Per questa
rivoluzione si devono innanzitutto ringraziare le
tendenze concettuali degli anni settanta, che avevano
insegnato al mondo che non è arte tutto ciò che è
fatto a mano, e alcuni grandi antecedenti come Andy
Warhol. La stampa su cibachrome (stampa a colori a
partire da diapositive), e le possibilità date dall'uso del
computer rendono sempre maggiore la qualità di
Jeff Wall, Mimic, 1982 stampa, e per la prima volta è così possibile scattare e
stampare fotografie grandemente spettacolari per
qualità e dimensioni.
Persino i musei iniziano a collezionarle, ufficializzando
così il loro statuto di opere d'arte. Alcuni tra i più
grandi fotografi di questi anni si trovano in territorio
americano. Robert Mapplethorpe, Nan Goldin,
Andres Serrano, Jeff Wall lavorano nel nuovo
continente ma non sono a stretto contatto fra loro.
Altri come Helmut Newton sono personalità isolate,
che lavorano in tutto il mondo, mentre in Europa si
riconosce una vera e propria scuola intorno alla figura
di Bernd e Hilla Becher. I coniugi Becher iniziano a
fotografare negli anni sessanta dedicandosi a una
meticolosa catalogazione di ex edifici industriali (silos,
gasometri, altoforni, miniere, serbatoi d'acqua), prima
in Germania e successivamente in giro per il mondo. I
loro scatti, sempre eseguiti in serie, sono frontali,
completamente privi di presenze umane e
perfettamente simmetrici. Le loro fotografie, pur
realmente rigorose, risultano impersonali solo
all'apparenza e rivelano invece, a uno sguardo più
attento, malinconia e solitudine.
"The Ballad of Sexual
Dependency è il diario che
lascio leggere alla gente", ha
scritto Goldin. "Il diario è la
mia forma di controllo sulla
mia vita. Mi permette di
registrare ossessivamente
ogni dettaglio. Mi permette
di ricordare"

Nan Goldin, Twisting at my birthday party, New York City 1980


Robert Mapplethorpe (New York, 1946 - Boston, 1989)

Come soltanto i lavori di Man Ray o Andy Warhol


prima di lui, le ricerche di Mapplethorpe si segnalano
per un'inedita capacità di unire a uno squisito
controllo formale uno sguardo libero nell'esplorazione
di temi erotici e tabù. Dopo i primi lavori degli anni
settanta attraverso un processo lento che prende in
considerazione diversi autoritratti, una serie di scatti
dedicata agli amici più intimi, come la poetessa rock
Patti Smith, e le celebri Polaroid dedicate a soggetti
sadomaso o fetish, il suo interesse per la fotografia
pura e per le sue possibilità formali emerge con
lentezza: fotoincisioni, stampe su carta e lino
cibachrome e i celebri scatti in bianco e nero ai sali
d'argento.

Robert Mapplethorpe - Dennis Speight con I fiori, 1983


foto, 121x98 cm
Dai primi anni ottanta i lavori entrano in una fase di ulteriore
raffinatezza, sia formale che contenutistica con
un'attenzione per parametri estetici vicini alla statuaria
rinascimentale e all'erotismo di Rodin: Dennis with Thorn è
un tipico esempio dell'opera di Mapplethorpe in questo
periodo, di gran lunga il più conosciuto. Realizzata con il
caratteristico bianco e nero che distingue questa ricerca e
infonde ai soggetti una patina di malinconia, l’interesse per
la composizione è completamente concentrato sulla figura
maschile centrale, la cui posizione dominante è bilanciata dal
mazzo di spine che il soggetto rappresentato tiene stretto
nella mano. L'elemento vegetale, al quale non a caso questo
artista ha dedicato una celebre serie di fotografie, così come
il corpo maschile, esprimono l’interesse di Mapplethorpe
per la rappresentazione della forma, dove l'urgenza sessuale,
che caratterizzava gli scatti lo hanno reso noto, sembrano
allontanati in una dimensione classica e senza tempo.

Robert Mapplethorpe - Dennis Speight with thorns, 1983


foto, 121x98 cm
Helmut Newton (Berlino, 1920 - West Hollywood, 2004)

«In fotografia ci sono due parole volgari: la prima è arte,


la seconda è buon gusto, La bellezza è intelligenza. E il
fascino non ha nulla a che fare con il denaro»: ecco
sintetizzava in poche parole la poetica del fotografo
tedesco, conosciuto per la sua rappresentazione erotica
della bellezza femminile. Fotografo di moda, Newton
conobbe uno straordinario successo attraverso gli scatti,
realizzati con una tecnica ineccepibile, in cui le modelle
dei servizi erano trasformate in presenze statuarie dal
sex appeal conturbante. Ma Newton è stato anche un
fotografo capace di sintetizzare, in pochi dettagli,
un'umanità ricca e viziata perennemente in movimento
tra le città più alla moda. Montecarlo, Los Angeles, Las
Vegas, gli scenari di scatti in cui interni ed esterni,
Helmut Newton Coccodrillo mangia ballerina 1983 protagonisti e comparse di una società mondana
internazionale, vengono fermati con uno stile patinato e
volutamente kitsch.
Ecco, dunque, un dettaglio a rivelare un mondo in cui
con la ricchezza si spera di acquisire fascino e status:
una mano grassa sulla quale spicca una manicure
eccessiva e costosa e soprattutto un diamante tanto
grande da esprimere con immediatezza la mancanza di
stile della protagonista. Ma Newton non si accontenta
quasi mai di suggerire un'emozione, vuole spiegarla
minuziosamente senza possibilità di fraintendimenti e
sfumature intermedie: così a completare il quadro di
ostentata e divertita volgarità la mano afferra con
difficoltà una ricca mazzetta di dollari. L'uso magistrale
del bianco e nero, a sottolineare la dialettica di pieni e
vuoti, non fa che conferire monumentalità a una
scena che, nel suo contenuto, non potrebbe essere più
distante dall'idea abituale di nobiltà. Una scelta che
racconta bene l'atteggiamento di Newton, insofferente
Helmut Newton Fat hand and dollar 1986 alle regole del perbenismo e dell'eleganza, che non
voleva essere considerato un artista, ma
semplicemente riuscire a vendere il proprio talento al
migliore offerente.
Andres Serrano (New York, 15 agosto 1950)

Alla fine degli anni ottanta Andres Serrano fu al centro di


violente discussioni pubbliche a causa dei suoi provocanti
soggetti: in particolare fu messa sotto accusa un'opera intitolata
Piss Christ, in cui una piccola icona di Gesù in plastica veniva
immersa nell'urina e poi fotografata. Un gesto senz'altro
irriverente, ma meno gratuito di quanto si potrebbe pensare:
l'analisi degli altri scatti religiosi di Serrano ci permette infatti di
intuire il suo complesso rapporto con il cattolicesimo. Una
fotografia come Crucifixion ad esempio, esprime come poche
altre nella contemporaneità un profondo senso di tensione
religiosa e spirituale. Il colore, steso come una densa campitura
astratta, crea una superficie dalla quale emergono, ormai
allontanati dalla sofferenza fisica, l'imponente crocifisso centrale
e le figure laterali che immediatamente fanno pensare alla
sculture esili ed esistenzialiste di Giacometti.

Andres Serrano Piss Christ 1987


1,52 m x 1,02 m
Il riferimento all'astrazione, e in particolare a quella espressionista
astratta di Barnett Newman, o alla figurazione sofferta di
Giacometti, spiegano bene il rapporto complesso di Serrano con i
soggetti religiosi, di gran lunga i suoi più noti. La forza del suo
linguaggio fotografico risiede nella preparazione intellettuale che la
precede: ogni soggetto nel lavoro di Serrano, che si considera un
artista concettuale con la macchina fotografica, viene
rappresentato contraddicendo le convenzioni stilistiche che
generalmente gli appartengono. Quando si tratta di liquidi
corporali - sangue, sperma, urina - questi vengono trasformati in
superfici astratte, quando invece si tratta di cadaveri appena
portati all'obitorio, essi vengono trattati con la stessa stilizzazione
riservata altrove a star dello spettacolo. Quando, infine, sono i
soggetti religiosi al centro dell'obiettivo, essi sono trasfigurati dal
colore e dal rapporto con la storia dell'arte piuttosto che, come
tradizione vuole, rappresentati secondo una dettagliata iconografia.

Andres Serrano Crocifissione, 1987


Cibacrom 152,5 x 101,5 cm
Andres Serrano,
Jane Doe killed by police 1992
Bill Viola (New York, 25 gennaio 1951)

Nell'installazione video intitolata Passage, Bill Viola costringe lo


spettatore a inoltrarsi in uno stretto corridoio e dunque in uno
spazio poco confortevole, quasi claustrofobico, per assistere al
racconto trasognato, rarefatto e lunghissimo, della festa di
compleanno di un bambino. Si vedono immagini ingrandite e
allontanate, si ascoltano voci rallentate, ci si sente
prepotentemente a contatto, quasi fisico, con analoghe situazioni
vissute anche da chi guarda e l'identificazione con simili emozioni
viene suggerita con forza. Si è infatti immersi in uno spazio totale,
fatto di immagini e suoni, che non permette di sfuggire a un
rapporto emotivo fortissimo con il racconto al quale si assiste. E il
passare del tempo al centro di questo lunghissimo lavoro di Viola
(la durata è di sei ore e mezzo), lo scorrere degli anni, la ritualità
che accompagna i diversi passaggi, appunto, della nostra vita, dalla
nascita alla morte, nel suo aspetto sociale e, contemporaneamente,
personalissimo.
Se l'eco dei suoni riporta infatti a una dimensione collettiva, i
frequenti primi piani che scandiscono il racconto e caratterizzano
anche l'avvicinarsi progressivo dello spettatore allo schermo,
riportano a un confronto serrato ed emotivo tra chi guarda e i
giovani protagonisti dell'opera. Anche questo film, dunque, può
essere iscritto nella più vasta riflessione condotta da questo artista
americano sui grandi temi dell'esistenza umana - l'inizio e la fine
dell'esistenza, lo scorrere del tempo - ma anche sulla
compenetrazione tra realtà e sogno, soggetti tutti trattati con una
fortissima tensione spirituale unita a un'estrema semplificazione
delle forme. A rendere così emozionanti le creazioni di Viola, spesso
organizzate come dittici e trittici della tradizione storica, è anche la
notevole attenzione alla costruzione del suono, che l'artista, da
sempre appassionato musicista, rende un elemento insostituibile di
ogni sua visione.

Bill Viola, Passage 1987


Neoconcettuale

Periodo:
Fine anni settanta, inizio anni
ottanta
Luoghi:
Stati Uniti
Protagonisti:
Jenny Holzer, Barbara Kruger,
Louise Lawler, Sherrie Levine,
Richard Prince, Cindy Sherman,
Haim Steinbach
Tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli ottanta si impone nel
panorama newyorkese un nuovo gruppo di artisti che ripensano
l'utilizzo delle immagini all'interno del nuovo paesaggio mediatico
in cui si trovano immersi. Le strade e le case sono piene come non
mai di immagini e di nuovi mezzi di comunicazione: cartelloni
pubblicitari, depliant nelle vetrine e sui banconi, volantini distribuiti
per le strade. Viene messo in crisi il concetto di innovazione,
autenticità, espressione individuale. Robert Longo, Cindy
Sherman, Richard Prince, Sherrie Levine, Laurie Simons, Thomas
Lawson sono un gruppo di giovani artisti che si stringono, a New
York, attorno alla galleria Metro Pictures di Helene Winer. La stessa
Winer, particolarmente attenta a queste nuove sperimentazioni,
aveva invitato nel 1977 il critico Douglas Crimp a curare una mostra,
intitolata Pictures, presso l'Artists Space di New York, in cui avevano
esposto cinque giovani artisti, Troy Brauntuch, Jack Goldstein, Philip
Smith, Sherrie Levine e Robert Longo. L'idea era quella di mostrare
immagini che fossero innanzitutto tali, semplici rappresentazioni al
di là del mezzo con cui erano eseguite e della fonte da cui erano
riprese.
Che si trattasse della realtà o meno, aveva scarsa importanza, come dice
lo stesso Crimp: «Non cerchiamo originali ma strutture di significato:
dietro a ogni immagine c'è sempre un'altra immagine.» Non si trattava
di creare nuove immagini, ampliando ulteriormente il bagaglio visivo
del fruitore, ma di usarne di già note per allargarne la mente,
portandolo a ripensare il concetto di arte, di linguaggio, di idee. Robert
Longo espone in mostra The American Soldier and the Quiet Schoolboy
(Il soldato americano e il tranquillo studente), dello stesso 1977: era la
riappropriazione di uno still dal film The American Soldier di Fassbinder.
Le idee di autenticità e di autorialità che per secoli erano state
considerate i due cardini del concetto di opera d'arte vengono messe in
crisi. Come aveva preannunciato già negli anni trenta Walter Benjamin
con il saggio L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica,
sono in primo luogo i nuovi mezzi di riproduzione delle immagini a
mettere in crisi il concetto di artisticità. Gli artisti degli anni ottanta
assimilano le opere d'arte proprie e altrui a semplici immagini di cui
fare uso. Si iscrivono nella tradizione del ready-made di Duchamp:
come lui prendeva un oggetto già pronto e lo metteva in un museo
dichiarandolo opera d'arte, così loro utilizzano le immagini che trovano
intorno a sé, già pronte, e le dichiarano loro opere d'arte.
Barbara Kruger (Newark, 26 gennaio 1945)

La trasformazione della massima cartesiana Penso,


dunque sono in Faccio shopping, dunque sono
operata da Barbara Kruger per sintetizzare in uno
slogan la condizione dell’uomo contemporaneo, è
probabilmente l’opera più nota di questa influente
artista americana. Proveniente dal mondo
dell'editoria giornalistica, dove fino ai primi anni
ottanta ha lavorato come graphic designer per
diverse testate popolari come Mademoiselle e
House and Garoken, Kruger ha sviluppato uno stile
estremamente efficace consistente nella
sovrimpressione di frasi provocanti scritte nel
carattere tipografico Futura Bold Italic di colore
rosso su un'immagine altrettanto significativa.
Questa soluzione visiva forte, divenuta in breve
tempo una firma riconoscibile, lo è altrettanto da
un punto di vista concettuale.
Quella di Barbara Kruger, interessata alle teorie
femministe e di critica sociale, è infatti un'indagine volta
a svelare gli stereotipi e i cliché riguardo all'identità di
genere e alla sessualità diffusi dai media e all’enorme
potere persuasivo esercitato da questi ultimi. I trucchi
pubblicitari più efficaci apparsi durante il lavoro di grafica
sono cosi utilizzati per svelarne proprio la perversa ed
efficace capacità di convincimento. Le tecniche della
fotolitografia e della serigrafia utilizzate in ogni
declinazione del suo lavoro si adattano perfettamente alla
sua strategia di appropriazione e ripetizione di immagini
provenienti da spot e, più in generale, appartenenti alla
cultura di massa. Immagini riproposte poi all’interno dello
stesso ampio mercato sotto forma di copertine di CD, di
libri, stampate su t-shirt, portafogli o gomme da
cancellare dopo il grande successo all’interno del mondo
dell'arte. Cosi il prodotto artistico di Barbara Kruger,
realizzato attraverso l’unione di un utilizzo sapiente delle
strategie pubblicitarie e di una forte critica della società
dei consumi, ha finito per trasformarsi in un brand di
grande successo.
Haim Steinbach

Tre differenti piccole gabbie per uccelli, appoggiate con


esattezza geometrica su uno scaffale di compensato
rivestito da laminati di plastica: Untitled (French Basket,
Devon Birds Houses), è un'opera estremamente
rappresentativa del lavoro di Haim Steinbach, artista nato in
Israele ma cresciuto a New York, talmente spiazzante da
rendere inadeguate la gran parte delle definizioni critiche
che ne sono state date. Emerso sulla scena negli anni
ottanta, dopo lunghe elaborazioni prima pittoriche,
influenzate dal Surrealismo, e poi scultoree, Steinbach è
generalmente accostato ai cosiddetti Metro Pictures, artisti
come Sherrie Levine e Richard Prince, che lavorano
sull'appropriazione e la rielaborazione delle immagini. Nel
caso di Steinbach però, la strategia concettuale differisce
leggermente, poiché consiste nella presentazione di oggetti
acquistati o appartenuti in precedenza a un proprietario.
In questo caso lo scaffale è inserito in un
contesto domestico oppure, più frequentemente,
proviene da un negozio in modo da
rappresentare, con grande immediatezza, l'idea
del desiderio che esso contiene. La pratica
artistica di Steinbach infatti, è costruita
soprattutto attorno al desiderio inteso come
condizione sociale collettiva, un desiderio
trasferito sugli oggetti che divengono cosi dei
feticci da utilizzare nella costruzione di
un'identità. Innalzati sull'altare del commercio, le
scarpe, le borse, i bollitori e l'infinita serie di
divinità che affollano gli scaffali, ordinati secondo
una struttura precisa, rituale, ripetitiva,
raccontano così la diffusa abitudine di trasferire
agli oggetti, siano essi status symbol o meno, il
compito di definire ciascuno di noi in una
Libreria in legno laminato, contenitori e cesta in legno, 92,7 x 198,1 x rappresentazione sociale a beneficio di chi ci sta
50,8 cm. New York, Sonnabend Collection intorno.
Cynthia Morris Sherman, detta Cindy (Glen Ridge,
1954)

Cindy Sherman, artista tra le più importanti e


influenti del panorama contemporaneo insieme a
Sherrie Levine, Richard Prince e Louise Lawier, ha
sperimentato un modo concettuale e completamente
nuovo di utilizzare la fotografia. Lo scatto, nel suo
lavoro è sempre preceduto da un'idea, e su di essa è
costruito secondo precisi riferimenti culturali ad altre
arti, come il cinema o la pittura. Nella sua serie di
fotografie più note, sempre rigorosamente senza
titolo come se si trattasse di quadri astratti in cui
l'immagine deve veicolare soprattutto un concetto,
Sherman ha rappresentato, interpretandoli negli
ambienti domestici più intimi o al contrario per le
strade, i diversi cliché femminili veicolati dai mass
media, dalla moglie tradita alla pin-up, dall'amante
Cindy Sherman, Untitled Film Still #21, 1978, Olbricht Collection sensuale alla quarantenne fragile, facendo continuo
riferimento alla storia cinematografica.
In Untitled (N. 175) il rapporto con il cinema, comunque
presente, viene messo in secondo piano dall'impostazione
eminentemente pittorica: i colori sono eccessivamente
saturi e la disposizione degli elementi ricorda quella di una
natura morta. Pezzi di frutta marcescenti, piccoli dolci
appena assaggiati, sul telo da mare tracce di vomito e,
infine, occhiali da sole a specchio dove si riflette
l'immagine, appena riconoscibile, di una donna bionda dal
viso trasfigurato dall'angoscia, interpretata dall'artista
stessa: una tranquilla domenica sulla spiaggia trasformata
nella perfetta rappresentazione di un incubo. un concetto,
Cosa è accaduto non è dato sapere, le sequenze narrative
di Sherman sono sempre sospese, ma cariche di suspence
e indizi: è una donna la vittima di un accadimento
misterioso, ma certamente violento. Le teorie femministe
Cindy Sherman, Untitled (N. 175), 1987 assorbite da Sherman negli anni settanta si coniugano così
in una produzione straordinaria, che utilizza come
vocabolario la storia visiva per comprimere in una singola
scena l'essenza delle esperienze tralasciando, invece, tutto
ciò che non è rilevante.
Nuova Scultura

Periodo:
anni ottanta
Luoghi:
Stati Uniti, Inghilterra,
Francia, Germania, Italia
Protagonisti:
Stefano Arienti, Mike Bidlo,
Tony Cragg, Anish Kapoor,
Jeff Koons, Bertrand Lavier,
Cady Noland, Thomas
Schütte, Haim Steinbach

NUOVA SCULTURA
Nuova scultura

La ricca produzione scultorea degli anni '80, ha come punti


in comune l'esecuzione diretta e manuale dell'opera, e
insieme la presenza di oggetti, mostrati non come reperti,
ma costruiti con grande cura dall'artista stesso o fatti
realizzare da artigiani. Vi sono delle affinità con la Pop Art
americana, per un'attenzione all'oggetto che diviene quasi
culto, con la differenza che lo sguardo stavolta è più
disincantato e cinico, libero dall'entusiasmo per la ricchezza
del dopoguerra, e carico di preoccupazioni per la forza
persuasiva di cui sono caricati gli oggetti, che diventano
status symbol, facilitando la dipendenza dell'uomo verso
l'oggetto.
In America, gli artisti più noti sono Jeff Koons, che spazia
dalle teche in plexiglass in cui inserisce come oggetti da
museo, o di adorazione, aspirapolveri o palle da basket;
alle sculture che riproducono come idoli soggetti
dell'immaginario comune come personaggi dei fumetti, o
peluches realizzati in vetro di Murano, o statuette in stile
settecentesco ma in acciaio inox.
Mette così a nudo il lato kitsch
del nostro attaccamento
all'oggetto, influenzato da ciò che
la televisione, le riviste o le
vetrine presentano come bello.
Arriverà al punto di essere
intrappolato tra trovata
pubblicitaria ed arte: crea
intorno alla sua stessa figura un
immaginario mitologico,
esponendo busti e circondandosi
di un'equipe a curare la sua
immagine. L'ultimo oggetto
consumistico, l'essere umano e la
sua vita privata, è trasformato in
oggetto di culto

Jeff Koons, Michael Jackson e Bubbles, 1998. Porcellana; Collezione privata.


Jeff Koons/per gentile concessione del Whitney Museum of American Art
Oltre lui, Cady Noland, inserisce nelle sue
installazioni elementi d'uso comune,
stampando immagini da rotocalco su
lamiera con provocatori riferimenti a fatti
di cronaca.

Cady Noland, Prototipo di Oozewald , 1989


inchiostro su Mylar (177,8 x 86,36 cm)
Il Museo di Arte Contemporanea, Los Angeles
In Europa, la sensibilità per l'oggetto è
caricata di una maggiore dose di ironia, o
di un maggiore senso di desolazione
(particolarmente presente tra alcuni
artisti tedeschi).
Thomas Schütte realizza opere ironiche e
disincantate, che giocano sul contrasto tra
forma classica/tradizionale e il soggetto,
proveniente dalla cultura di massa o dalla
gamma di prodotti di consumo. Produce
colonne con capitelli, collocati in mezzo
alla città, con frutti o coppette di gelato:
rinnova le forme classiche privandole
della loro grandezza ed eroicità.
Dall'Inghilterra proviene Tony Cragg,
che si isola dalla tendenza ironica e
dissacratoria per riflettere sulle
possibilità di una rinascita delle cose,
raccogliendo frammenti e oggetti
abbandonati e componendoli in
forme, spesso umane, dimostrando
così che i prodotti della civiltà della
plastica possono far parte anch'essi
di un ciclo di rigenerazione e
rinascita.

Tony Cragg, Luna grigia, 1985


Anish Kapoor si porta dietro il doppio
bagaglio culturale della madre ebrea e del
padre indiano, e si pone sul limite estremo
delle culture orientale ed occidentale. I suoi
oggetti scultorei sono instabili, forme tra
l'astratto e il naturale, ricoperte di pigmento
puro, che nascondono spesso aperture,
fenditure, cavità pronte a suggerire altro, in
un gioco interno/esterno.

ANISH KAPOOR, Smembramento, Sito I, 2003–2009


PVC e acciaio 25×25×84 m The Farm, Kaipara Bay, Nuova Zelanda

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