Art Brut
Art Brut
Altro esempio tedesco di questa generazione, influenzata dall’art brut (in particolare da Soutter, cugino di
Le Courbousier che dipingeva le silouhette con le dita) è l’artista Penk che dipinge delle figure nere,
silouhette di personaggi. In Europa, come negli stati uniti, ricompaiono sono dei legami tra Art Brut e forme
di arte più sperimentale: Annette Messager e il marito Boltanski “gli autori dell’art brut vincono sempre,
sono sempre i più forti” Vediamo l’esempio di Annette Messager e Boltanskij, estremamente influenzati
dall’art brut. “Gli autori dell’art brut vincono sempre, sono sempre più forti”: così si esprime proprio
Annette Messager. Più che legami di carattere morfologico, in questo caso dobbiamo parlare di legami più
profondi, che vanno alla ricerca di un atteggiamento, di un modo di porsi di fronte all’arte. In lavori come
Mes Vœux aoua filet, l’influenza è evidente: un cuore creato di fotografie che si connettono con dei fili
richiama quella modalità di creazione (ago, filo, ricamo) propria di molte artiste brut. Anche in Mes
Ouvrages, arte e scrittura si mescolano, facendo pensare ai grandi artisti brut come Wollfli, Aloise, Carlo.
Annette Messager appartiene a quel gruppo di artisti che ha percorso delle strade molto diverse dal punto
di vista mediale, non si è soffermata sui canonici mezzi espressivi dell’arte accademica. Le sue foto
sembrano richiamare quelle delle opere di Armand Schulthess, autore di un “Giardino enciclopedico”,
spazio naturale in cui l’artista aveva istallato pupazzi, fotografie, scritte, realizzate con materiali di recupero.
Schulthess voleva inserire nel giardino enciclopedico tutto il sapere del mondo. Annette ad un certo punto
si imbatte in Judith Scott, artista con la sindrome di down che ad un certo punto diventa sorda. Judit
avvolgeva le cose, i piccoli oggetti rubati venivano chiusi in dei bozzoli per nascondere il furto e per
impreziosirlo. Annette ha un rapporto dichiarato e diretto con Judith. Intervento di Boltaskij (marito di
Messager) secondo lui nell’art brut c’è una sorta di utopia. Teatri d’ombre lavoro di poesia struggente,
immagini che vivono una vita effimera. Piccoli pupazzi le cui ombra sono proiettate su dei lenzuoli.
Boltanskij, parlando del rapporto tra arte contemporanea e art brut, non se la sente di tracciare una linea
netta separatoria: secondo lui nell’art brut c’è un senso di utopia che l’arte contemporanea ha perduto
dopo la caduta del muro di Berlino. Secondo lui il fattore utopia è fondamentale, tiene in piedi l’orizzonte:
per questo la pittura visionaria, di chi ci crede ancora, ha un orizzonte molto diverso rispetto a quello
dell’arte contemporanea. Boltanskij è molto interessato all’art brut, non c’è bisogno di analizzare le
attinenze morfologiche per testimoniare questa vicinanza. I suoi lavori, fatti coi modi dell’arte
contemporanea, vivono in uno stato di impermanenza, nello stato dell’effimero, sono poeticamente
struggenti: vediamo sagome danzanti che richiamano Soutter. 81 Niki de Saint Phalle di Garavicchio,
Giardino dei tarocchi. Grandi sculture variopinte. Costruisce dei mondi come Facteur Cheval. La cultura
dell’assemblage da cui viene Niki si vede nelle sue opere. Tanguely ha delle tangenze anche letterarie con
l’art brut. Movimento cinetico, meccanico. Sorprendente. Anni ’50 serie dei mulini che viene dalle opere di
Heinrich Anton Müller, le cui sculture vengono citate direttamente. Rosalind Wyatt scritturre su giacche
Gregg Blasdell pubblica un testo Grass roots in cui cerca di scovare tutti gli artisti americani eccentrici.
Primo tentativo di messa a punto di un perimetro americano dell’art brut à più sul lato dell’arte
folk/popolare. Negli Stati Uniti, il primo studioso ad andare vicino ai problemi dell’art brut in America è
Gregg Blasdell, che nel 1968 sulla rivista “Art in America” che si intitolava Grass Route artists, si proponeva
di analizzare le opere di artisti eccentrici: gli inizi dell’interesse all’art brut negli Stati Uniti è principalmente
rivolta alle opere di arte popolare, in senso di folk. Inconscio ottico, di Rosalind Krauss: libro→l’idea è quella
di trovare qualcosa che si nasconde dietro l’immagine, l’inconscio dell’immagine. Il sesto capitolo di questo
libro è dedicato a Pollock: una serie di altre opere, secondo la Krauss, possono rivelarne l’inconscio. Il
mondo di riferimento di Cy Twobly sono i graffiti che si trovano per strada, in cui la spinta alla figurazione si
combina all’aspetto vandalico. In cosa ha trasformato Twobly il linguaggio di Pollock, che è il suo punto di
partenza? Il segno viene depotenziato nella sua qualità energetica, si rallenta, è un segno pigro: diventa un
segno che si blocca, si imbroglia, diventa scarabocchio e graffito vandalico. Il punto di Rosalind Krauss è che
se uno fa rimbalzare il lavoro di Pollock su quello di Twobly scopre un aspetto che non vede: che è l’aspetto
del graffito, dell’aspetto vandalico del segno. Se noi assumiamo il fatto che l’opera d’arte ha un inconscio,
degli aspetti che sono presenti ma che rimangono sconosciuti, si può fare un’ipotesi che tanti artisti
contemporanei si pongono in rapporto con l’art brut nel senso che l’art brut ne rivela, nel senso chimico del
termine, l’inconscio, gli aspetti non calcolati. Uno degli artisti di Blasdell è Jesse Howard, autore di scritte
monumentali su grandi oggetti. Gli errori sintattici sono accolti all’interno del medaglione attraverso un
attento studio delle dimensioni delle lettere, che degradano pian piano proprio per entrare nella struttura.
Uno dei pittori americani del “ritorno alla pittura” (fenomeno degli anni ’70), è Junior Shnabel. Alcuni suoi
lavori sono fatti di pure scritte monumentali, con un’intenzionale ineleganza. Shnabel si ispira
esplicitamente a Walla, ma la sensazione visiva ci riporta più vicini all’arte di Howard. Altri artisti di cui parla
Blasdell: Rasmus Petersen, architetto di luoghi “magici”, come il Petersen Rock Garden e Tressa Prisbey,
creatrice del Bottle village. È questo mondo di architetti fantastici che abbiamo visto già negli eccentrici
americani. Un altro confine che va stabilito negli Usa, è quello tra arte naif e art brut: Grandma Moses è una
di queste grandi artisti naif; mentre Mose Tolliver è un artista brut: perché? È la lettura dell’immagine, il
guardarla attentamente, che ci dà la misura della differenza. Alla logica illustrativa, alla planarità non
assoluta, si sostituisce un mondo di planarità assoluta, immagini di assoluta invenzione, frutto di unione di
pittura e altri materiali d’ assemblage; un episodio di pura invenzione sia dal punto di vista tecnico che di
costruzione dell’immagine. Non è sorprendente che negli anni ‘60 si mettano a fuoco certi aspetti dell’art
brut americana basata su assemblaggi, come la casa degli specchi di Clarence Schmitt: è infatti il periodo di
Boom di Rauschenberg, dell’assemblaggio colto. Il 82 riferimento a Schmitt è certo nel Appleshrine di Allan
Kaprow. Gli assemblaggisti del gruppo degli happening dichiarano il loro legame con Dubuffet e con l’art
brut. Jim Dine è interessato all’art brut, la colleziona anche: il suo lavoro “scarpe camminano sul mio
cervello” è un lavoro di assemblaggio che richiama il mondo della scultura brut. Lo stesso vale per i lavori di
George Herms, caratterizzati dalla poetica del frammento, che non riesce a monumentalizzarsi come nei
combined paintings di Rauschenberg. 83
30 novembre – lezione 19
Al 2013 risalgono tre grandi mostre, tra le quali la più importante ha luogo alla Biennale, dove viene
esposto il cosiddetto Palazzo Enciclopedico. La mostra del 1989 intitolata “i maghi della terra” ha segnato
una svolta per quanto riguarda il rapporto con l’arte non occidentale e quella occidentale; lo stesso vale per
la biennale del 2013, che ha segnato un cambiamento di prospettiva rispetto all’arte dentro il sistema: una
parte considerevole della biennale è stata selezionata in aree fuori dal sistema o comunque vicina alle
manifestazioni dell’art brut. Altra mostra del 2013 è quella curata da Gustavo Giacosa, intitolata “i banditi
dell’arte”, allestita in una sede francese: tratta però di una selezione di artisti italiani. Poi c’è la mostra di
Ravenna di cui parleremo nelle prossime lezioni. La mostra di Gioni (biennale) si apriva con un grande libro
illustrato da Carl Gustav Jung. Jung ha miniato le pagine del suo Das rote Buch: sono miniature molto
colorate che Jung ha cominciato nel 1913 (periodo del cavaliere azzurro, Kandinskij) in cui si mescolano
fonti orientali, sapienziali: Jung è alla ricerca di un tentativo di trasmettere visivamente l’idea degli
archetipi. Il libro che apriva la mostra, voleva sottolineare l’idea di arte come espressione e creatività
primaria e restituire all’arte quel potenziale di visionarietà, cioè quell’idea che l’arte proponga una visione
utopica di una realtà non visibile agli occhi comuni ma visibile ai visionari, agli iniziati, a coloro che
imparano a vedere. All’insegna di questo c’è una mescolanza di oggetti molto eterogenei in questa
Biennale. Jung ha lasciato andare il pensiero e la creatività a briglia sciolta. L’accento di Gioni è posto
sull’immagine: l’immagine è naturalmente immagine artistica ma l’idea è che l’arte visiva debba riflettere
sull’immagine in generale, confrontandosi con un mondo visivo che è più ampio dell’immagine
artistica(ecumenismo warburghiano). In questa biennale sono presenti molti eccentrici: Hilma af Klint
mondo visionario, simbolico. Convinta che tutto quel che dipinge è vero. Espressione di un contenuto
spirituale (del Kandinskij di qualche anno dopo à che li esprime al circuito). Finché era in vita le sue opere
non si sono viste. Mostra al Gugghenheim. Oli monumentali. Emma Kunz esposta nella stessa mostra. A suo
avviso dotata di poteri curativi/sciamanici. Parte della sua attività, sono disegni geometrici completamente
astratti dal segno metodico e paziente. Struttura geometricamente molto complessa, indipendente dalle
esperienze protocinetiche avvenute nell’ambiente Bauhaus. Sono visioni interiori. Come i disegni sciamanici
vengono eliminati, anche i suoi disegni sono “curativi” à nascono da una necessità, non dalla sola voglia di
creare un’immagine artistica. Augustin Lesage artista spiritista, visionario. Interessante per Dubuffet perché
condivideva con gli artisti asilari lo stesso “orizzonte utopico”. Anche lui in mostra nella biennale di Gioni.
Anna Zemànkovà artista boema, anche lei presente in mostra. Piante, fiori immaginari à un mondo che
imita la natura, i suoi processi di creazione e di formazione 84 Maria Concetta Cassarà i suoi dipinti vengono
venduti dal figlio per strada. Donna siciliana, le sue immagini sono legate all’immaginario popolare siciliano.
Tipica planarità + fonti vernacolari. à nella mostra i banditi dell’arte. Morton Bartlett Alla biennale di Gioni.
bambole fotografate che sembrano vive, chiaramente perturbanti. Il pupazzo, la marionetta e il manichino
sono funzionali a farsi fotografare per narrarli. La fotografia è legata all’effimero, nel momento che si scatta
è già parte del passato – l’uso sociale della fotografia è quello del ricordo che fugge, più o meno
verticosamente. Qui, la vita dei pupazzi è sempre quella, in vita, non corrotta, non hanno tempo. Carattere
horror. Karl Schenker un altro artista incluso nella mostra. Fotografo professionista che fotografa sia esseri
umani che manichini di cera, che aveva costruito lui stesso (forse perché il manichino era molto più
controllarli di una persona in carne e d’ossa – nelle immagini di natura morta c’è controllo). Le sue
immagini hanno una dolcezza di espressione che le immagini di Bartlett non hanno. Il bianco e nero
confondo, sembrano reali. Miroslav Tichy è un fotografo brut (non in Biennale). La fotografia brut è più
difficile da codificare perché ha un carattere di massa. Tichy viveva ai margini, dedicandosi alla fotografia
con degli strumenti fotografici che si faceva da solo. Con le lenti di recupero. Andava a caccia di scatti di
donne – si faceva dei lunghi teleobbietivi per fare il guardone. Ingenuità di fattura. Lo strumento fotografico
è rudimentale, tanto che le foto hanno una qualità “già vissuta”. Immagini che hanno una loro potenza
espressiva. Se ne serve, le fa per sé per creare un universo personata – autocontenuto e ossessivamente
ripetitivo. James Castle artista non brut, autore di pupazzi, figure ottenute con cuciti e assemblaggi. Ricorda
Franco Bellucci, una delle voci più recenti dell’art brut che raccoglie cose da terra e li lega insieme con il filo.
James fa più o meno lo stesso. Interessanti i suoi libri di schizzi. Shinro Ohtake libri gigantesci, costruiti
mediante il collage, l’assemblage e la pittura. Colpiscono molto dal punto di vista visivo sia per l’invenzione
che per la dimensione. Artista giapponese. Evegenij Kozlov negli anni dell’adolescenza costruisce il
Leningrad album in cui l’attentissimo disegnatore è ossessionato dal sesso. Libro costruito intorno ad
un’idea ossessiva. La Biennale di Gioni si sviluppa intorno a idee ossessive messe una appresso all’altra e si
manifesta con personaggi assolutamente eccentrici come Levi Fisher Ames. Ames ha passato la vita a
inventare creature, animali -alcuni anche veri- di piccola misura, inseriti all’interno di teche, come se
dovessero essere esposti. Sono animaletti in legno, materia povera pazientemente modellata. Il
procedimento seriale e ossessivo è parte del lavoro di Peter Friz, di cui le oltre trecento casette sono state
poi ordinate in forma di città da Oliver Croy e Oliver Elser. 85 Dan Graham Homes for america lavoro
concettuale circolato, presentato come un articolo (anche se in realtà non lo è). Successione di case di
periferia assolutamente anonime, una uguale all’altra (serialità, banalità) dallo spazio vitale minimo. È un
lavoro molto complesso perché gioca sulla circolazione dell’opera d’arte, si serve della riproduzione seriale
(arte minima e concettuale). Le casette di Peter fritz sono recuperabili grazie ad Homes for america in cui le
case sono tutte uguali, banali, senza riscatto. Fischli & Weiss (ci fa vedere un video di arte cinetica) evoca la
banalità e la serialità delle casette di Peter Fritz. Hans Schärer, incluso da massimo Gioni nella biennale,
rappresenta delle Madonne (brutte). Artista marginale che non appartiene ai giri tradizionali. Yüksel Arslan,
artista turco, fa parte dei circuiti tradizionali MA campisce le aree libere della superficie che hanno delle
tangenze con l’art brut. Donald Baechler si ispira al mondo infantile, lo chiama “Painting with two balls”
come il quadro di Jasper Johns. Grayson Perry è inglese, molto divertente, agisce creando vasi e arazzi. È
organico al circuito. Ha un alter ego femminile come duchamp. Ha vinto il Turner prize. È nel giro ufficiale
MA ha lavorato con artisti bruti. 86
2 Dicembre – lezione 20
La Legge Basaglia giunge in un parlamento non particolarmente progressista in seguito a una forte attività
di sensibilizzazione. Una di queste attività era un laboratorio, veramente condiviso, da cui nasce un oggetto
di creazione collettiva “Marco Cavallo”: un grande cavallo che facevano girare per la città di Trieste. Scabia.
In Italia, la destituzione dei manicomi è molto legata all’esperienza dell’art brut. A partire dagli anni ’50 i
laboratori istituiti all’interno degli ospedali psichiatrici erano stati un po’ il motore della vicenda dell’art
brut Italiana. La mostra “Banditi dell’arte” a cura di Gustavo Giacosa a Parigi (2013). Mostra che raccoglie gli
artisti brut italiani. Parte dalle raccolte di Lombroso, artista che ha avuto molta importanza sulla cultura
positivista ottocentesca (anche Degas ne era stato colpito). Lombroso era in contatto con criminologi e
psichiatri di tutta Europa, entrando così a contatto con oggetti di tutti i tipi, fra questi una scultura di
Francesco toris nuovo mondo: scultura che non ha alcun riferimento con il mondo conosciuto – le ossa
bovine si incastrano fra di loro, creano una rete tramite un processo di accumulazione. Lavori di grande
pazienza, fatti dentro un manicomio, luogo dove il tempo di certo non manca. G. Versino giacca e pantaloni
(fine XIX secolo): “G” perché a questo artista è difficile restituire un nome. Versino è uno dei pochi casi in
cui i vestiti vengono fatti da donne, è quindi un caso abbastanza eccezionale. Raccattava frammenti di
tessuto, li sommava fra di loro (lavoro di addizione) fino a creare abiti completi. Marischa Burckhardt
fotografa Giovanni Battista Podestà che indossa un vestito fatto da lui, qui resiste un aspetto di arte
folkloristica, anche in il mostro compare l’elemento del folklore: un drago di latta comunica con lo spazio
interstellare tramite una grande antenna. Podestà era convinto di poter parlare con Dio Sempre un’artista
che lavora con le sculture è Melina Riccio, anche lei ha una vena mistica. Da quando ha scoperto il
misticismo ha abbandonato la famiglia. Rosa donna virtuosa laboriosa prodigiosa. Poesie visive. Di origine
siciliana ha come base Genova. I suoi lavori si incrociano con la street art, l’art brut e la poesia visiva.
Melina non è un artista asilare. Franco Bellucci è un caso diverso: lui è artista asilare puro. È un omone
gigantesco che per una malattia celebrare perde la voce. Raccoglie da terra frammenti di bambole che poi
annoda con fili variopinti à gli ridà la vita, come il bambolotto della sorella di Nedjar. Anche lui presente in
mostra a Parigi. Questi oggetti sembrano investiti da una magia – è commovente il bisogno riparatorio di
queste azioni. Lavora anche con i pneumatici delle biciclette. Un rapporto 87 potrebbe essere con l’artista
Mike Kelley che lavora con i pupazzi dei bambini. Senso di sfuggimento da un’affettività delusa. Senso
struggente della memoria dell’infanzia, timidezza sfuggente, muore suicida. Paul McCarthy è autore di
terribili performances molto sconce, oscene e grottesche. Nell’allestire queste performances si serve di
oggetti, spesso di pupazzi che funzionano da props. Dopo aver concluso la performance li chiudeva in delle
scatole, poi sono stati tirati fuori e fotografati. Pesante ironia. Non c’è dolcezza ma solo intento sardonico.
Sempre perturbante, in mostra sono inclusi molte immagini esplicite, mezze porno. Francesco Borrello
esagera un pochetto (ndr) e potrebbe avvicinarsi a Carol Rama (lavori del 1939) che era però pienamente
consapevole di come si dovesse costruire un’immagine, sapendo cosa lasciare fuori e cosa no in Marta e i
marchettoni. La fantasia erotica. Altro artista un po’ porno pop è Giovanni Galli che ha un immaginario
molto sadomasochista, in Enola Gay lo scenario è apocalittico e la tessitura sgranata si combina a delle doti
disegnative non comuni. 88 Pietro Ghizzardi a volte disegna animali ma il vero animale è lui perché è un
maiale (ndr). Ossessione per le femmine – sempre immagini mezze porno. Perturbante e persecutorio.
Giovanni Bosco (si chima come il Santo) dipinge per strada dei pupazzi. Arrestato per furto di pecore. La
dimensione scritta non è una dimensione accessoria. Street art. Fernando oreste Nannetti parete graffiata
nel manicomio di Volterra scrive sui muri con una spilla, ambizione monumentale. Nato nel ’27 a Roma, fu
presto incarcerato e ricoverato nel manicomio criminale di Volterra. Con la punta della cinghia ha inciso una
parete di grandi dimensioni sulla facciata del manicomio, durante l’ora d’aria. Lui si prepara la superficie,
squadrandola: in ogni quadrato inserisce una storia, prevalentemente raccontata attraverso l’alfabeto ma
anche con immagini. Sono scritture difficilmente decrittabili: le lettere vanno da sinistra a destra e poi
tornano indietro da destra a sinistra. Orfeo Bartolucci architettura eccentrica, il mappamoondo della pace è
difficile che non sia legato alle architetture di Boullée – sono entrambi avvolti da un’atmosfera utopica,
certo le dimensioni sono diverse. Mario Andreoli colline di luci. Delle sagome venfono allestite su una
collina. Altra inventrice di Mondi è stata Bonaria Manca che vive da sola in una casa che dipinge
completamente. Per dipingere sul soffitto sale su una sedia. L’opera di una vita. DOMANDA MIA:
Professore, mi scusi, forse mi è sfuggito. Ma perché la mostra “Banditi dell’Arte” che è la prima grande
esposizione interamente dedicata all’arte irregolare italiana viene fatta a Parigi? Risposta: “NON LO SO”. 89
2 Dicembre – lezione 21
Domenico Gnoli è nato nel 1933 a Roma da una famiglia interessante: la madre era una donna franco-
spagnola e il padre era uno storico dell’arte. Giovanissimo, Domenico si dedica al disegno e studia con Carlo
Alberto Petrucci (funzionario della calcografia nazionale ma anche incisore e insegnante di disegno).
Domenico sviluppa questo straordinario immaginario da illustratore, molto fuori dal comune. Domenico
Gnoli è un uomo fin da giovane molto internazionale, gira tra Parigi, Londra e gli Stati Uniti: da questi viaggi
derivano sicuramente una serie di influssi. Una prima cosa, che potrebbe aver acquisito a Roma e
dall’ambiente di Petrucci (nonché dall’amicizia con Fabrizio Clerici e Gentilini, della cerchia di Savinio e De
Chirico) è sicuramente l’influenza del surrealismo-metafisico (sebbene in Italia in realtà il surrealismo non si
sia mai realmente approdato in Italia come forma artistica). Le prime opere sono quadri abbastanza grandi
(70x100) con oggetti di vita quotidiana resi attraverso una tecnica molto materica, con una texture molto
fitta, densa e bitorzoluta, ma non bruta come quella dubuffettiana: c’è un tentativo di restituzione del reale
in una maniera buffa e ironica. Pittura e disegno in Gnoli sono sempre state attività piuttosto diverse l’una
dall’altra: nella pittura prevale il silenzio. I soggetti sono molto specifici: hanno spesso a che fare con il
vestiario, oggetti destinati ad accogliere il corpo umano: che siano essi vestiti, scarpe, camicie o divani, letti
e cuscini, si tratta sempre di oggetti che aspettano di essere completati dalla presenza di un corpo. Nel 1958
c’è la sua prima mostra importante alla Galleria dell’Obelisco (Roma): si alternano disegni molto
effervescenti, illustrazioni neobarocche e la sua pittura divertita ma silenziosa. A questo periodo risalgono
anche delle illustrazioni di Roma: viene presentata questa Roma silenziosa, una Romaminore, non la Roma
dei monumenti ma la Roma dei ristoranti che chiudono quando è finito il vociare dei clienti e dei camerieri:
una Roma silenziosa quindi, dominata da quelle presenze silenti che sono i tavolini vuoti, che cassette
vuote, degli acciottolati... è la Roma che uno trova quando si son fatte le due di notte. (minuto 30
Zambianchi mangia vongole). Dubuffet fa cose di questo genere in maniera straordinariamente più
innovativa e moderna sebbene la materia di Dubuffet sembra confermare la direzione che sta prendendo
Gnoli, che è quella strada tracciata dall’arte romana degli anni ’40 e ’50, che convivevano con il neo-
cubismo e con l’astrazione di Forma 1 (Scialoja, Stradone, Sadun e Ciarrocchi). È questa una pittura che vive
di raffinatezze e spessori sottili che viene diventando un partito espressivo importantissimo in questa
discendenza di scuola romana (tanto da far pensare che sia questa l’influenza su Burri, piuttosto che
Prampolini). Fra il 1963 e il 1964 muffe ed efflorescenze cominciano a caratterizzare le superfici di Gnoli.
Invece però di percorrere una via verso l’astrazione (i quadri astratti non vengono mai esposti e rimangono
nel suo atelier), procede in una direzione molto diversa. Alla fine del 1964 si apre a Parigi una mostra di
quadri che oggi rappresentano la firma di Domenico Gnoli: da un’inquadratura “corretta” si passa a degli
ingrandimenti sugli oggetti. È come se fosse una fotografia riuscita male, dice Renato Barilli: si tratta di
immagini ove non c’è più distanza, l’occhio si è avvicinato e sembra accarezzare le cose pur mantenendo
una distanza emotiva da quello che rappresenta in modo elementare. La materia viene trattata con molta
cura e presenza, non c’è più quella materia turbolenta che caratterizzava i quadri precedenti ma una pittura
che si dispone su una materia composta di acrilico e sabbia, che dona alle pitture una granulosità insieme
presente e regolare. Il riferimento a De Chirico è innegabile: questo silenzio, questa concentrazione sul
mondo delle cose, questi oggetti che sembrano guardare il pittore piuttosto che essere oggetto dello
sguardo del pittore (inversione → oggetti guardano pittore e non pittore che guarda gli oggetti). Il De
Chirico metafisico, quello rilevante per Gnoli, usa quel tanto di pittura che gli serve per far vivere un
oggetto, non vi è alcun virtuosismo tecnico: ciò che turba davvero è l’immagine (potentissima) ma essa vive
di pochissima materia; mentre la pittura per Gnoli è molto raffinata, è una pittura che fa il verso agli
affreschi, al muro -anche in termini dimensionali: c’è uno scarto dimensionale che ci fa confrontare con
oggetti che non hanno più la dimensione canonica, come se fossimo Alice nel paese delle meraviglie. C’è un
silenzio innaturale, un’immobilità altrettanto innaturale, una luce ferma che permea gli oggetti e allo stesso
tempo li cristallizza (Piero della Francesca aveva questo senso degli oggetti pervasi di luce, illuminati quasi
da dentro). Italo Calvino scrive: “Le opere che esprime il pittore non sono dei veri e propri quadri: sono
momenti 90 del rapporto tra chi fa il quadro, chi guarda il quadro e quell’oggetto materiale che è il
quadro”. L’interpretazione che dà Calvino di un modo di dipingere come quello di Gnoli è quello di una
qualità fenomenologica: l’artista dipinge non tanto l’oggetto quanto il suo rapporto con l’oggetto, il suo
avvicinarsi all’oggetto. Intorno al 1967 Gnoli viene invitato a partecipare al Premio Marzotto; sul catalogo
scrive: «In un momento come questo di iconoclastica antipittura che vorrebbe rompere tutti i ponti col
passato, io tengo a collocare il mio lavoro in quella tradizione ‘non eloquente’ nata in Italia nel
Quattrocento e arrivata fino a noi passando, da ultimo, per la scuola metafisica. Mentre sembra conclusa
l’esperienza di quanti vollero interpretare, deformare, scomporre e ricreare, la realtà ci si ripropone
imperterrita e intatta. L’oggetto comune, isolato dal suo abituale contesto, ci appare come il testimone più
inquietante di questa nostra solitudine senza più ricorso di ideologie e di certezze». Gnoli non tratta oggetti
alla Wharol, non alla moda ma anonimi, oggetti comuni e senza tempo. I bottoni sono un ironico indizio di
un rapporto singolare con la neoavanguardia americana. La ricca vivacità e il carattere ciarliero dei disegni e
delle illustrazioni si oppone (quasi) al silenzio ironico dei suoi ingrandimenti pittorici. Guanti, scarpe:
simulacri del corpo, oggetti pronti ad ospitare il corpo ma dipinti da Gnoli come oggetti ancora nuovi,
diversi da quelli di fausto Pirandello che portano con loro il vissuto di quel corpo. Mobili vuoti, sofà,
poltrone: anch’essi evocano il corpo senza che questo sia presente, o presente in maniera surreale.
L’assenza non è drammatica, ma surreale. Fanno pensare a quando De Chirico nel 1927 diceva: I mobili che
siamo abituati a vedere sin dalla nostra infanzia risvegliano in noi sentimenti che molti uomini conoscono.
Eppure, per quanto ne so, non si attribuisce ai mobili il potere di risvegliare in noi delle idee di stranezza del
tutto particolare; da qualche tempo io so, per esperienza, che ciò è spesso possibile. Si è talvolta notato
sotto quale aspetto singolare si mostrano i letti, gli armadi a specchio, le poltrone, i divani, i tavoli, quando
si vedono d’improvviso per strada, in mezzo a un contesto nel quale non siamo abituati a vederli, il che
succede durante i traslochi, o in certi quartieri, dinnanzi alla porta dei mercanti e dei rivenditori che
espongono sul marciapiede i pezzi principali della loro merce. I mobili allora ci appaiono in una luce nuova;
sono rivestiti di una strana solitudine; una grande intimità nasce tra loro, e si potrebbe dire che una strana
felicità fluttua in questo spazio stretto che essi occupano sul marciapiede in mezzo alla vita ardente della
città e al va e vieni frettoloso degli uomini. Le persone in realtà non si vedono: si stringono dentro al letto
perché è inverno e fa freddo: il pittore si concentra sulle pieghe del piumino, sulle ombre del letto, il motivo
biomorfico delle lenzuola. Abbiamo detto delle influenze italiane di Gnoli che va dal ‘400 alla scuola
romana; tuttavia, egli guarda anche all’America: sicuramente conosce la neoavanguardia, Rauschenberg,
Jasper Johns, Jim Dine; è vicino a Claes Oldenburg, per l’attenzione agli oggetti, ai dettagli giganteschi.
Evocativo dal punto di vista formale è sicuramente il parallelo con Fontana: la Tasca di pantaloni di Gnoli
(1969) richiama in maniera puramente visiva il Concetto spaziale: attese di Fontana (1960). Meno ovvio è il
parallelo con Frank Stella e Agnes Martin. O anche, la forma del colletto di Gnoli o della sua Natura morta
n.1 (tavolo circolare con tovaglia a tessuto decorato→il nome sottolinea l’assenza dell’oggetto evocato) se
messi a nudo evocano il Ring with Light di Robert Morris. 91 Tornando all’art brut... Andiamo ad esplorare
una zona dell’art brut ancora non del tutto esplorata, sebbene con Yoakum avessimo già guardato qualcosa
prodotto dai neri d’America. C’è infatti un’arte molto specifica e caratteristica prodotta dai neri d’America.
Bill Traylor è stato 12 anni schiavo prima di essere liberato. Frail ’39 e il ’42 (anno della sua morte) dà vita
ad immagini di straordinaria potenza e senso dell’umorismo. Nei suoi disegni va vista una planarità che
condivide molto con la planarità del moderno: è un artista – non educato, la cui planarità brut però riesce
ad accedere ai modi dell’arte contemporanea. Peter Schjeldahl scrive: “Come dovrebbe essere classificata
l'arte di Traylor? Non vanno bene gli epiteti romantici o paternalistici di "outsider" o "autodidatta", che
appartengono a un tempo sbiadito dove si sentiva il bisogno di presidiare le frontiere della cultura alta.
Questi termini sono filosoficamente incoerenti. Tutti gli artisti autentici vanno contro le norme prevalenti e
sviluppano da soli ciò che conta nella loro arte. Traylor è uno fra tre straordinari artisti moderni in America -
con Martín Ramírez (1895-1963), un messicano nato in un ospedale psichiatrico della California, e Henry
Darger (1892-1973), il custode di un palazzo a Chicago - che mettono in questione ogni etichetta”. Il confine
tra art brut e non-brut è completamente eluso. Traylor sta benissimo accanto a Klee, senza che si
evidenzino particolari differenze che non appartengono al mondo dell’immaginazione.
A Bielefeld, in Nordrhein Westfalen, vi era una struttura per i malati di mente. Un malato rastrellava foglie
con uno scolapasta in testa, sembrava l’immagine della felicità. Fa vedere un panno su cui sono cuciti dei
pesci. Riprende Zambo Bill Traylor Man with Yoke: è nato Schiavo, è uno dei primi maesti dell’art brut nera.
Ha avuto una vita molto movimentata, 3 mogli e 12 figli, è morto per strada. Ha un segno grafico che
sembra andare oltre la planarità primaria – in alcuni casi le sue tratte stilistiche sembrano coincidere con
quelli dell’arte contemporanea (Matisse e Picasso). C’è un forte contingente di artisti brut neri, questo
coincide anche con il basso tasso di alfabetizzazione che i neri d’America hanno avuto fino a qualche tempo
fa. Sono artisti di confine tra l’arte folk e l’art brut in senso proprio. Nella costruzione storico-teorica dell’art
brut statunitense c’è una sovrapposizione molto più forte tra l’arte tradizionale -folk- e l’art brut. Yoakum è
difficile capire che “sangue” abbia, è in larga parte afroamericano e nativo americano. Minnie Evans è tra gli
artisti neri, non manicomiali. Scene molto ornamentali (come quelle che guardava Prinzhorn. Questa è una
concezione della figura opposta a quella di Bill Taylor che ricavava le figure da delle sagome piatte. Minnie
cercava di campire interamente lo spazio. Con i fogli di bottiglie costruisce una cappella, la sua era una
religiosità profonda e sincretista. Può essere che sia debitrice di una cultura psichedelica “hippie”. Mose
Tolliver figura molto colorata. Materiali di risulta/di scarto/di recupero. Bricolage, cerca di sfruttare le
irregolarità delle superfici. Mary Smith utilizza lamiere corrugate su cui traccia delle forme sintetiche molto
forti. Sam Doyle per qualche motivo (forse per la forza espressiva dei suoi personaggi) viene apprezzato
molto nei cicli “regolari”, Basquiat e Ed Ruscha lo seguono (Basquiat lo colleziona). Le figure sono su uno
sfondo piatto e diventano monumentali. Gioca con le scritture e le immagini – le scritture, disgrafiche e
faticose, diventano titoli straordinariamente espressivi. 93 Scrive infatti Rusha: “Sam Doyle was on a
beautiful lifelong plateauas an artist: When I look at his pictures alarm bells go off, warning me of
theirpower. It is as if the pictures themselves know you are looking at them. PS: I dedicated a painting to
him in 1985 titles Where Are You Going Man? Do youDig Me?, my verbal translation of a painting he did in
1980”). Doyle crea ritratti, dipinti su materiali brutti e sciatti, governati però da un’espressività potente: le
figure monumentali si confrontano con il fondo piatto e le parti scritte si rapportano con quelle inscritte in
maniera nuova. Rusha ha tradotto in parole un suo quadro. Basquiat viene dagli aspetti più vandalici
dell’arte di strada: nella NY degli anni ’80 Keith Haring e Basquiat sono i due talenti principali. Sono molto
diversi tra loro ma entrambi intervengono in contesti “extralegali” e dipingono sui muri. Haring à cultura
sintetica proveniente dal fumetto. SAMO/Basquiat à entra nel mercato e nella cultura alta, “nobile” con
immagini che sentono ancora l’appartenenza alla strada – sembra essere uno degli artisti in cui di più
avviene una tangenza con l’arte bruta. Entrambi si affacciano al mondo dell’arte nello stesso momento e
negli stessi modi, sono entrambi coerenti nel percorso stilistico. Non è un caso che Basquiat fosse
collezionista/appassionato di Sam Doyle – nascono dallo stesso “fondo”. Leroy Person è un ebanista, sono
molti gli artisti brut che usano il legno. Si fa a prototipi africani. Tanti piccoli pezzi vengono assemblati
insieme. Allusione, messa in campo delle proprie origini americane. Forse un po’ orientalista? Jimmy Lee
Suddoth Lola Mae, My friend personaggio femminile con una gonna che si agita, senso dinamico simile a
Bill Taylor. È molto affascinato anche alle architetture. Fa parte di quel gruppo di afroamericani che non ha
partecipato alla grande migrazione verso nord: continua a vivere in una realtà più rurale e questo si riflette
nelle sue immagini. Herman Bridgers Two Churchmens figure ritagliate alla “Mario ceroli”: personaggi
grotteschi scolpiti e segati, piuttosto rozzamente, nel legno. James Hampton nuovamente, ci si trova
dinnanzi a opere importanti di artisti che hanno lavorato in una scala ambientale, su superfici molto grandi.
The throne of the third Heaven of the Nations’ millennium general Assembly è l’unica opera dell’artista,
fatta completamente di materiali di scarto. L’opera è religiosa e sincretista, il monumento è 94 quello ad
una propria religione che pratica da solo. Lavoro di una complessità bestiale, pazienza indicibile perché vi
ha lavorato per circa 15 anni (1950-1964). Investita di un contenuto spirituale fortissimo. Tressa “Grandma”
Prisbrey (non è nera) villaggio di bottiglie. Abbé Fouré arte ambientale in Bretagna. Prete che aveva
abbandonato l’abito per problemi psichici. Sulle scogliere bretoni scolpisce le rocce, ne ricava animali e
volti. Bodhan Litnanski è l’inventore di un giardino di conchiglie, lavor di bricolage – raccatta cose in giro.
Nukain Mabusa crea un Giardino di Pietre nella savana sudafricana: è un giardino di pietre dipinte in mezzo
alla natura. Quello che colpisce è la dimensione ambientale e il fatto che questi artisti operino senza alcuna
commissione e che decidano, in scala, praticamente di costruirsi un altro mondo. Rhodes inserisce tra gli
artisti brut anche Bodys Isek Kingelez, proveniente dal Congo belga, artista riconosciuto dal sistema
ufficiale. Produce città “di sogno”, visionarie; ma l’artista è nei circuiti dell’arte africana almeno fino al 1989,
quando ha cominciato ad avere contatti stretti anche con l’arte occidentale. Bodys Isek Kingelez è un artista
visionario, inserito nei circuiti dell’arte Africana. Da un lato l’eccesso di categorizzazioni è dannoso
dall’altro?? Nek Chan vicino a Chandigarh, città in india pensata per l’amministrazione, disegnata dalla
mente razionalista di Le Courbusier. Un funzionario di quelle parti ad un certo punto trova un terreno in
mezzo alla giungla e, di nascosto, per 20 anni costruisce un enorme giardino di sculture. Ray Materson
opere del tutto ricamate. Henk Veenvliet vive in un mondo fatto in porzioni – porzioni di parti che creano
una visione coerente.