MANUALETTO DI METRICA ITALIANA
Quasi tutte le letterature del mondo danno i loro primi segni di vita attraverso
la tradizione orale dei testi composti in versi, per poi successivamente
evolversi sottoforma di opere scritte e in prosa; lo stesso termine “letteratura”
ha avuto nel suo significato varie trasformazione: dai tempi del Medioevo (fino
al tardo Settecento) in cui questo termine designava l’intero ceto degli
intellettuali e delle istituzioni culturali, si arrivò all’inizio del Novecento dove si
cercò di definire non la letteratura stessa ma il range in cui un opera poteva
essere effettivamente considerata tale (il suo grado di “letterarietà”).
L’uso più antico della trasmissione delle opere era dunque quello orale; due
erano i modi in cui veniva messo in atto:
- L’oralità pura= il cantore esegue compone il testo mentre lo esegue
servendosi di formule fisse ( ma allo stesso tempo dando
luogo a un testo diverso ogni volta che veniva recitato, perciò non si può
parlare di originalità né di autore e né di opera)
- L’oralità secondaria= l’interprete memorizza e poi riproduce un testo
composto da un autore che può firmarsi nel componimento come anche
rimanere autonomo
Cap. 1= “Metrica e ritmica”
Il sistema metrico è strettamente legato alla lingua in cui, a partire dalla voce,
prende vita e di cui sfrutta o valorizza alcune caratteristiche: quello italiano, ad
esempio, è basato sul numero e sull’alternanza di elementi prosodicamente
marcati e non marcati e sul ruolo strutturante che la rima ha all’interno della
strofa; il suo tipo di denominazione dei versi inoltre (come per quello delle
lingue parossitone) ne distingue tre tipi (tenendo conto del numero
complessivo di “sillabe” compresa l’atona finale estranea, però, alla struttura):
piani, sdruccioli e tronchi.
Il calcolo della posizione dipende dall’applicazione di due coppie opposte di
figure metriche:
- Dieresi (un nesso di due vocali conta come 2 posizioni differenti)/ Sineresi
(un nesso=1 posizione)
- Dialefe (ogni sillaba ha una propria posizione)/ Sinalefe (due sillabe si
fondono= 1 posizione)
Per come si deve distinguere tra sillaba e posizione, lo stesso vale per l’accento
e l’ictus: il primo, infatti, rappresenta l’accento “letterale” della parola, mentre
il secondo rappresenta quello che ne marca l’intensità e che ne fa assumere un
rilievo metrico (e che sta alla base della versificazione ritmica del Medioevo, su
cui si poggia il sistema romanzo). Quest’ultimo distingue a sua volta:
- l’accento primario (quello che ha una maggiore intensità: “buòna fede”)
- l’accento secondario (quello di minore intensità: “buona fède”)
Le frasi che compongono il testo letterario sono chiamate “frasi ritmiche” le
quali, rispetto alle frasi normalmente pronunciate (dette “frasi fonetiche”),
queste sono caratterizzate e delimitate da pause metriche e dalla cesura
mentre nella normale lingua parlata l’espressione è marcata da inflessioni
melodiche, scarti di tono, pause di respirazione ecc. Non esiste un vero modo
“corretto” di leggere i versi, è tutto un processo mentale che conta sia sulla
forza accumulativa del contesto metrico sia sulla collaborazione più o meno
presente del lettore; da quest’ultimo inoltre dipende la personale
interpretazione che egli dà a un verso, nel quale può trovare determinati
aspetti rispetto a un altro lettore che ne individua differenti: dunque ogni
personale visione presuppone la conoscenza dell’ “usus scribendi” e della
tradizione e comportamenti del poeta che assumeva nel suo tempo.
Cap. 2 = “Metrica e sintassi”
Cap.3 = “Origini dei versi romanzi”
I versi romanzi derivano dai versi ritmici mediolatini nell’epoca medievale si
sono create due vie diverse di versificazione (influenzate dai cambiamenti
subiti in quella latina classica):
1) Quella che si continuava a basare sulla versificazione metrica (quantitativa)
in cui si distinguevano le lunghe e le brevi solo su una base nozionistica
resterà nei secoli e caratterizzerà la produzione colta e libresca
2) Quella “nuova” che si baserà su un sistema detto ritmico (sugli accenti di
intensità) aperta alla sperimentazione ma sempre influenzata dalla cultura
classica
Si può pensare che il grande passaggio dalla versificazione ritmica mediolatina
a quella romanza potrebbe aver portato null’altro che un cambiamento della
lingua: la verità però è che quella mediolatina si distingue da quella romanza
per delle caratteristiche proprie, come ad esempio (e soprattutto) la “paritas
syllabarum” (il cui principio si basa su alcune apparenti irregolarità del
numerismo e della cesura della versificazione romanza arcaica)
I versi romanzi (la cui maggior parte del patrimonio è filtrata attraverso l’area
galloromanza, ovvero francese) più importanti sono 3:
1) “L’octosyllabe”= il verso principale della letteratura enciclopedica,
religiosa, didattica e soprattutto narrativa (romanzi e racconti), si ispira al
dimetro giambico latino
2) “Il decasyllabe”= utilizzato per ritornelli e poi come vero e proprio verso
autonomo, esso passò dalle lasse rimate delle prime canzoni di gesta e degli
antichi poemetti agiografici alla poesia strofica dei trovatori ( probabilmente
negli anni 30 del XII sec)
3) “L’alessandrino”= una specie di doppio “hexasyllabe”, è uno dei versi
principali della poesia francese fino all’epoca moderna.
Cap.4 = “I versi italiani”
La definizione standard di “verso” potrebbe essere: una sequenza verbale
caratterizzata (in un sistema sillabico come quello italiano) da un determinato
numero di sillabe eventualmente governate da un disegno ritmico e da uno o
più segnali di fine
La verità è che le sfumature e interpretazioni del verso sono molteplici (date
dalle diverse lunghezze, posizioni, interpretazioni dell’uso delle rime e segnali
di chiusura): nella vasta poesia italiana spicca ad esempio l’endecasillabo (che
Dante tanto elogiava) che non può essere identificato ne come verso composto
(con 2 membri diseguali ma in successione fissa) né semplice (come tutti quelli
minori all’endecasillabo, che presentano ictus fissi o meno nelle loro posizioni).
L’endecasillabo è il verso più complesso, flessibile, originale e polifunzionale
della tradizione italiana, utilizzato in ogni genere e modalità della poesia; e
formato da due membri: un quinario + un settenario (o viceversa) in cui quello
che ricopre la prima posizione è detto “a minore” e il secondo “a maiore e
affinché la somma faccia 11 è importante che il primo membro termini con una
parola tronca o uscente in dittongo. Su quest’ultimo punto in verità ci
sarebbero svariate modalità per raggiungere la cifra esatta (ex il secondo
membro può essere ridotto al punto tale da diventare un trisillabo uso molto
frequente da parte di Dante e Petrarca) e questo fa capire che la garanzia della
metricità del verso è data dal tipo di successione dei due membri (con un ictus
nella 4 del quinario e nella 6 del settenario) e non dalla distribuzione interna
generale.
La sua origine deriva dall’innovazione portata dai Siciliani che furono i primi a
mescolare l’a minore (che fino a quel momento era rappresentato dal
decasyllabe) con l’a maiore, che ha contribuito alla diffusione della cesura lirica
e che è rimasto anche a tratti intatto nel toscano dei grandi canzonieri del XII-
XIV (come Dante).
Il Siciliano poi è una lingua meno ossitona, non musicata e con l’uscita piana
del primo membro si allega meglio alla resa del modello romanzo.
Cap.5 = “La rima”
La rima “moderna” consiste nell’identità della parte finale di due o più parole a
cominciare dalla vocale accentata; nel Medioevo con essa si intendeva
normalmente “homoeteluton” o “assonanza atona” ovvero l’uscita del verso
con la stessa vocale.
L’it. “rima” proviene dall’area galloromanza, in quanto in Europa occidentale
essa arriva dai paesi di lingua d’oc e si diffonde, nell’arco di alcuni decenni, tra
i poeti francesi, tedeschi, portoghesi e poi quelli della Scuola Siciliana.
La sua vera origine tuttavia non si deve collegare unicamente dal punto di vista
storico-geografico, ma dal fatto che per la sua simmetria essa sarebbe
assimilabile alle arti stesse, come l’architettura, la musica o il disegno
geometrico.
Dunque la rima può esistere in ogni lingua e tradizione ma in modo
indipendente, in quanto non tutte le lingue dispongono della stessa quantità di
parole rimanti.
In ambito romanzo la rima è solitamente preceduta dall’assonanza tonica
( l’identità dell’ultima vocale accentata delle parole in fine verso e
eventualmente della successiva vocale non accentata)
L’arrangiamento delle rime nei periodi metrici risponde a una terminologia
consolidata e viene rappresentato schematicamente con lettere dell’alfabeto:
nella metrica italiana le maiuscole stanno solitamente per le rime dei versi
lunghi (endecasillabo) e le minuscole per quelli brevi (settenario) + si usa
seguire quest’ultime con un numerale che possa identificarne il verso (ma non
il numero di posizioni= non possiamo capire se è piano, sdrucciolo o tronco).
-aaaa… --> Rima di sequenze monocòle o monorimeLa rima è solitamente vista come
-aa --> Rima baciata segnale di fine, ma questa può
comparire anche all’interno dei
-abab --> Rima alternata
versi doppi, dei membri stessi dei
-abba --> Rima incrociata versi, avere una funzione
- aba bcb cdc --> Rima incatenata strutturale oppure semplicemente
di arricchimento del tessuto fonico
del testo
Rispetto alla tradizione galloromanza (in cui l’omofonia era rigorosa e si
includeva anche la qualità delle vocali le “e” e le “o” chiuse non potevano
essere rimante con le corrispondenti aperte), la scuola Siciliana si presenta con
una rima “imperfetta” tra le vocali toniche e postoniche diverse (le “e” e le “o”
chiuse corrispondono generalmente le “u”, mettendo in crisi l’omofonia).
Cap.6 = “La strofe”
In un componimento poetico, breve o lungo che sia, i versi possono presentarsi
liberi o riuniti in gruppi di estensione identica o variabile. Queste due modalità
sono dette:
-“continuum” si ritrovano nei romanzi francesi in distici di octosyllabes, nei
canti della Commedia, nelle partizioni logiche dei Sepolcri, ecc
- le lasse= raggruppamenti monocòli di misura variabile di versi accomunati
dall’assonanza tonaca, che rientra nella versificazione stichica in cui il verso
rappresenta la sua unità e che si oppone a quella strofica
- le strofi= raggruppamenti di versi di misura normalmente fissa nello stesso
testo individuati da un disegno, più o meno complesso, di rime si dividono in:
- le strofi narrative= Nella poesia medievale romanza il distico a rima baciata e
la quartina monorima si caratterizzano come forme prevalentemente narrative
di ambito sia religioso che profano ma, la strofe narrativa per eccellenza della
tradizione italiana, è rappresentata dall’ottava rima/ottava toscana (con lo
schema di rime “abababcc” e con versi tutti endecasillabi). In età moderna è
stata una strofe narrativa anche la quartina, non solo di endecasillabi, a rime
alterne o abbracciate.
- le strofi liriche= con alla sua origine la “cobla” dei trovatori (la cellula
semantica, sintattica e musicale della canzone), queste strofi possono essere
monocòle o policòle.
A parte la stanza della canzone, la più importante (fra le poche presenti) è
rappresentata dall’ottava detta “siciliana” (abababab) attestata per la prima
volta all’interno del “Filoloco” di Boccaccio.
La stanza è in ogni senso la cellula della canzone: ricoprendo però anche un
aspetto semantico, spesso ciò causa un’instabilità nell’ordine strofico; per
risolvere queste lacune e vincolare al loro posto le strofi si decise di adottare
una tecnica di allacciamento (di vario tipo, affinché potesse essere anche più
utile all’esecutore).
-Coblas singulars= ogni strofe le proprie rime che non si ripetono nelle
successive (ex aaabccb, dddeffe)
-Coblas unissonans= le rime si ricorrono in tutte le strofe
-Coblas doblas= le stesse rime si ripetono due volte in due strofi consecutivi
(ex ababbaaba)
-Coblas alterne= stesse rime nelle strofi dispari e nelle pari
ecc.
Le strofe della canzone
La stanza della canzone italiana del Due-Trecento riprende e complica
notevolmente della “cobla” dei trovatori con la terminologia Dantesca, le
possibilità in cui si presentano le canzoni sono tre:
F = fronte (prima parte) che si divide in piedi simmetrici e speculari
1) p, p; S
S = sirma (la coda) che si divide ugualmente
2) p, p; v, v
v = volte
3) F; v, v
p = piedi
Per Dante Fronte e Sirma (che possono essere legati da una “concatenatio”)
sono termini che si applicano ai periodi metrici solo in assenza di divisione = si
può parlare di canzoni con piedi + sirma (se non ci sono volte), canzoni con
piedi + volte, canzoni con fronte + volte (se non ci sono piede).
L’organizzazione interna della stanza aveva all’origine un fondamento nella sua
articolazione melodica, ovvero musicale, per rendere ogni suo aspetto e livello
equilibrato la poesia italiana però nasce ed è destinata esclusivamente alla
lettura e nel tempo si è vista questa specie di compensazione per la perdita
dell’elemento musicale nell’aumentata complessità rispetto al modello base.
Dante dice che questa stanza si caratterizza per la presenza della “diesis” (il
passaggio da una frase melodica all’altra) e chiama a “oda continua” la stanza
che non presenta alcuna variazione tra le due parti (ex “Al cor gentil rempaira
sempre amore” di Cavalcanti o “Donne ch’avete intelletto d’amore” di Dante) .
La canzone può essere conclusa con un “congedo”, in cui può essere
impiegata un’intera strofa o l’intera sirma o solo una parte.
La strofe della ballata
La ballata, in origine per coro e solista e base della danza, si caratterizza per la
presenza di un ritornello/ripresa che, in base al numero/formazione degli
endecasillabi che lo componevano creava una “ballata piccola”, “ballata
minore”, “ballata mezzana”, “ballata grande”.
Sono ballate la maggior parte delle laude, il principale genere religioso in versi
del Medioevo, mentre la ballata cosiddetta romantica/romanza non ha niente a
che vedere con quella antica ma è un genere poetico narrativo breve che si
ispira al genere omonimo.
La strofe del madrigale
Il madrigale settecentesco si articola in due o tre unità di tre versi rimanti in
vario modo, quasi sempre seguite da uno o due distici o da due coppie a rima
incatenata.
La strofe del discorso
Il genere del “descort” ha come caratteristica quello di stravolgere l’ordine e la
simmetria strofica, in quanto ha come scopo quello di riflettere lo sconcerto
dell’amante davanti alle contraddizioni dell’amore cortese.
Cap.7 = “Generi metrici con forme variabili e fisse”
Proprio come le forme strofiche, anche i generi metrici possono avere o meno
la propria variabilità. Si dividono dunque in:
Forme metriche variabili Forme metriche fisse
-la canzone -il sonetto
-l’ode -la sestina
-l’ode-canzonetta
-la ballata
-il madrigale
-il discordo
-il serventese
-lo strambotto
-lo stornello -