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Neorealismo

riassunto sul neorelismo- quinto superiore

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Neorealismo

Il termine neorealismo iniziò ad essere utilizzato a partire dal 1943 per indicare una corrente (e non un
movimento) e fu riferito prima al cinema che alla letteratura. Infatti il cinema italiano nei primi anni del
dopoguerra fu particolarmente attivo con personaggi come Vittorio De Sica che preferirono un linguaggio
più asciutto per rappresentare la vita dei ceti popolari, i drammi e le speranze della povera gente nella guerra
e nel dopoguerra.

Nella narrativa non è esistita una scuola neorealista con una poetica esplicita; c'è stata piuttosto una
spontanea consonanza intorno a certi temi e modi espressivi. Molti scrittori ne hanno risentito parzialmente:
qualcuno solo ai suoi esordi (Calvino), qualcuno per un periodo della maturità (Moravia); qualcuno si è
trovato a essere un maestro del neorealismo anche se la sua opera usciva in gran parte dai limiti del
movimento (Vittorini, Pavese).

All'origine c'è un impulso a raccontare e raccontarsi, un fiorire di storie di vita vissuta. Questa poetica
(implicita) dell'immediatezza espressiva si manifesta nell'adozione di un linguaggio semplice, vicino al
parlato, intinto di elementi dialettali; in una narrazione tutta dialogo e azione, che riduce al minimo i
sommari e gli indugi descrittivi; nell'adozione prevalente del racconto in prima persona, quasi una
testimonianza, con frequenti appelli al lettore come se fosse presente.

Queste tendenze spontanee diventano scelte consapevoli, cercano punti di riferimento letterari.
La tradizione nazionale offriva pochi esempi a cui riferirsi: Verga e il verismo, esempi apprezzati ma
difficilmente imitabili. Ebbe un'influenza maggiore la passione per la narrativa americana che nell'anteguerra
aveva preso alcuni giovani scrittori: nel 1942 Vittorini aveva pubblicato una grossa antologia, Americana,
che costituiva una proposta alternativa all'esangue letteratura dominante tra ermetismo e poetica della
memoria, e suscitò i sospetti del regime fascista, che ben riconosceva nell'entusiasmo per l'America un
desiderio di democrazia; Vittorini e Pavese coglievano nei romanzi e racconti di Hemingway, Faulkner,
Saroyan l'eco di un mondo "vergine", libero e forte, un ritmo vitale capace di trasfigurare in "leggenda" i
temi e il linguaggio quotidiani. E qualcosa del tono colloquiale e intenso di quegli scrittori è passato nella
prosa loro e di altri neorealisti.

Più ancora dello stile, è una certa tematica che caratterizza il neorealismo: storie di vita contemporanea,
attenzione quasi esclusiva per i ceti popolari, forte coloritura regionale. Il tutto filtrato da una volontà di
impegno sociale che si traduce per lo più in moralismo: netta contrapposizione tra i "buoni" e i "cattivi"
assenza di sfumature problematiche e di ironia, appello a valori generosi ma poco definiti come "uomo",
"solidarietà", "speranza". La fragilità ideologica di questi scrittori fa sì che spesso il loro sincero impegno
sociale si riduca a populismo, cioè all'esaltazione sentimentale del popolo e dei valori che un intellettuale
borghese ama attribuirgli.

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