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A.S.

2008-2009





dal PIANO OFFERTA FORMATIVA (P.O.F.)

DELL'ISTITUTO TECNICO COMMERCIALE I.G.E.A.
Paritario (D.M.04-12-01)
A N T O N I O G R A M S C I
42 Distretto Scolastico
RMTD00500C




Sezione Cinema-Letteratura a Scuola

IL NEOREALISMO


Per le classi quinte












ISTITUTO TECNICO COMM. IGEA Antonio GRAMSCI Albano Laziale (RM)
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In Italia manca un'identit di concezione del mondo tra "scrittori" e "popolo"; cio i
sentimenti popolari non sono vissuti come propri dagli scrittori, n gli scrittori hanno
una funzione "educatrice nazionale", cio non si sono posti e non si pongono il
problema di elaborare i sentimenti popolari dopo averli rivissuti e fatti propri [...].
In Italia, il termine "nazionale" ha un significato molto ristretto ideologicamente, e in
ogni caso non coincide con "popolare", perch in Italia gli intellettuali sono lontani
dal popolo, cio dalla "nazione", e sono invece legati a una tradizione di casta, che
non mai stata rotta da un forte movimento politico popolare o nazionale dal basso:
la tradizione "libresca" e astratta, e l'intellettuale tipico moderno si sente pi
legato ad Annibal Caro o a Ippolito Pindemonte che a un contadino pugliese o
siciliano.
Antonio Gramsci
















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Indice

Sezione 1 Gli scrittori del Neorealismo 4
Corrado Alvaro 6
Giorgio Bassani 9
Carlo Bernari 13
Vitaliano Brancati 17
Italo Calvino 19
Beppe Fenoglio 26
Francesco Iovine 30
Carlo Levi 32
Primo Levi 36
Giuseppe Marotta 39
Alberto Moravia 40
Cesare Pavese 46
Vasco Pratolini 54
Ignazio Silone 60
Renata Vigan 64
Elio Vittorini 65
Sezione 2 La Cinematografia del
Neorealismo
71

Visione films proposti
72

Precursori del Neorealismo
73

Sezione documentaria correlata
74

Oltre il Neorealismo
74

Il Neorealismo
75
1 Caratteristiche, precursori,
prodromi
75
2 L'influenza di Zavattini
75

3 Le opere e gli autori
76

4 Gli ultimi fuochi
76
Ossessione 77
I bambini ci guardano 78
Roma Citt Aperta 79
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4
Pais 80
Sciusci 81
Germania Anno Zero 82
Onorevole Angelina 83
Ladri di biciclette 84
La terra trema 85
Riso amaro 86
Stromboli terra di Dio 87
Miracolo a Milano 88
Bellissima 89
Umberto D 90
Rocco e i suoi fratelli 91
Il Gattopardo 92
Sezione 3 I registi del Neorealismo 93

Luchino Visconti
94

Roberto Rossellini
96

Vittorio De Sica
97

Luigi Zampa
99

Giuseppe De Santis
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GLI SCRITTORI

DEL

NEOREALISMO










ISTITUTO TECNICO COMM. IGEA Antonio GRAMSCI Albano Laziale (RM)
6
CORRADO ALVARO
(Liberamente tratto da Giuseppe Giacalone La Pratica della Letteratura NovecentoGuida
Modulare alla storia della letteratura Italiana Antologia Tomo II F.lli Ferraro Editori 1997 Pag.
747-752)

LA VITA


Nacque a San Luca di Calabria (prov. di Reggio) nel 1895. Studi presso
il collegio dei Gesuiti di Mondragone; frequent l'ultimo anno del
Ginnasio nel collegio di Aurelia (Roma). Consegu la licenza liceale nel
1913 a Catanzaro e nel 1919 la laurea in Lettere all'Universit di Milano.
Fondamentale tappa della sua formazione fu la sua partecipazione alla
prima guerra mondiale, durante la quale fu ferito sul Carso.
Scriveva i suoi primi libri, La siepe e l'orto e L'uomo nel labirinto e
contemporaneamente, ultimava i suoi studi e lavorava come giornalista
nella redazione del "Resto del Carlino", poi nel "Corriere della Sera" e
infine nella "Stampa" di Torino. "Sono proprio questi anni della guerra e
del dopoguerra, segnati apertamente dal contatto con un ambiente
diverso da quello della sua infanzia, che danno le postille della sua
formazione e che recano gi impliciti i limiti e le aperture della sua
mentalit e della sua umanit. Mentre gli si ingrandisce nella memoria il ricordo della sua terra calabra, gli
si propongono con urgenza le dimensioni della cultura di quegli anni: il rapporto tra letteratura e vita gli
offerto nei modelli autorevoli di Verga da una parte e di D'Annunzio dall'altra, [] opportuno qui
riconoscere la sua volont di afferrare pienamente quello che egli considera la sostanza della nostra et
storica, caratterizzata dal sentimento di una necessit di sradicarsi dell'uomo da quello che stato per
secoli il suo mondo e la sua vita, verso approdi incerti di una realt pi vasta" (Scrivano).
Nel 1921 divenne corrispondente da Parigi de Il Mondo di C. Amendola e l'anno dopo collabor direttamente
in Italia col giornale in chiave antifascista. Ma nel 1926 fu invitato a recarsi a Parigi, dopo che il giornale era
stato soppresso dal regime. Egli rifiut mettendosi in urto con le autorit. Intanto collaborava con diverse
riviste letterarie e dopo il 1927 gli attacchi del regime lo indussero a recarsi a Berlino, dove continu la sua
attivit di critico e di giornalista. Dalla Germania ritornava il 1930, anno in cui pubblicava il suo capolavoro
Gente in Aspromonte, che suscit subito giudizi assai positivi.
Nel 1917 aveva scritto Poesie grigioverdi, nel 1920 La siepe e l'orto, nel 1926 L'uomo del labirinto; ma
aveva richiamato l'attenzione su di s con L'amata alla finestra nel 1929.
Come corrispondente della Stampa intanto egli dovette recarsi in Russia, nel Medio Oriente, in Germania, in
Turchia, in Svizzera, in Francia e in Grecia.
Intanto non tralasciava la sua attivit di narratore, pubblicando un libro interessante sull'uomo moderno
vittima delle dittature, L'uomo forte (1938), che venne in parte censurato. Nel 1940 gli venne conferito il
Premio dell'Accademia d'Italia per la letteratura. Durante i quarantacinque giorni del governo Badoglio fu
chiamato a dirigere Il Popolo di Roma, ma l'8 settembre dovette rifugiarsi a Chieti, dove assunse il nome di
Guido Giorgi, per sfuggire alle persecuzioni nazi-fasciste. Dopo la liberazione di Roma fond il Sindacato
degli Scrittori con Libero Bigiaretti e Francesco J ovine e costitu qualche anno dopo la Cassa di Assistenza e
Previdenza tra gli scrittori italiani di cui fu Segretario e Presidente. Nel 1946 pubblic uno dei suoi libri
migliori, L'et breve, che suscit nuovi interessi nella critica italiana. Nel 1947 assunse la direzione del
Risorgimento di Napoli; ma, poich il suo atteggiamento di uomo di sinistra era incompatibile con
l'ispirazione politica liberale del giornale, egli prefer dimettersi, riservandosi soltanto l'incarico di
collaboratore del Corriere della Sera e, come critico teatrale, de Il Mondo.
Nel 1951 ottenne il premio Strega per il suo libro Quasi una vita. Giornale di uno scrittore (1950). Nel 1952
pubblic Il nostro tempo e la speranza. Saggi di vita contemporanea; e nel 1955 Settantacinque racconti.
Si preparava ad ultimare altri romanzi, quando fu colpito da un male inesorabile che lo stronc l'11 giugno
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del 1956; su suo desiderio fu sepolto nel cimitero di Vallerano in provincia di Viterbo, quasi a confermare il
suo bisogno di appartarsi dalla vita caotica della citt. Furono pubblicati postumi: Belmoro (1957),
Mastrangelina (1960), Tutto accaduto (1961). Nel 1957 un gruppo di amici e di critici autorevoli gli
dedic una serie di saggi, con il titolo Omaggio a C. Alvaro: una sintesi di scritti di notevole valore per
comprendere l'opera e la personalit del nostro poeta.
LA POETICA
Di qui i due poli della narrativa di Alvaro che solo in superficie sono la terra e la citt, ma che, a guardar pi
a fondo, si rivelano come due modi di concepire la terra, il suo paese, la Calabria: l'uno reale, carne e sangue
della sua esperienza storica, della sua generazione, l'altro mitico, collegato alle suggestioni culturali dei
simboli decadenti. La citt solo il termine dialettico negativo: che deve sottolineare l'inutile tentativo di
sottrarsi al proprio destino con una soluzione puramente individuale del giovane contadino che, a prezzo di
sacrifici, vi va a studiare o a lavorare, [] Ricostruendo in tal modo la personalit di Alvaro si pu vedere
con chiarezza il nesso che lega i vari aspetti, anche contraddittori, della sua opera. Non ci si stupir della
faccia cosmopolita irriducibile, ma la si ritrover, anche quando parla della sua terra, in certe compiacenze
estetiche, in certe abbondanze di immagini e di colori: nelle scorie cio di cui Alvaro non riesce a liberarsi
neppure nelle pagine pi riuscite e nel suo capolavoro Gente in Aspromonte. E si ritrover il migliore Alvaro
quando la sua Calabria cessa di essere un rifugio romantico e decadente, un'oasi di originaria innocenza, e
diventa la Calabria reale con i suoi pastori e la loro vita di stenti e di miseria (Salinari).
L'aspetto lirico dell'ispirazione di Alvaro narratore, si sostanzia di un senso epico-drammatico nella
descrizione dell'ambiente; cova dentro di lui un insuperabile contrasto tra il mondo della memoria, puntua-
lizzato nel paese della Calabria e nella povera gente che vive in drammi di miseria e disperato lavoro, e l'an-
sia di un mondo nuovo in cui sempre pi savverte l'urgenza di una migliore giustizia, ma in cui non scom-
pare il timore di una delusione disperata. In questo senso sono fondamentali due suoi volumi, L'et breve e Il
nostro tempo e la speranza, in cui Alvaro suggerisce come rimedio supremo la solidariet umana e la
speranza.
Due sono i punti fermi della sua formazione di scrittore: la lezione del Verga, rielaborata in una indagine
interiore di sentimenti, di nostalgie e di memorie; e quel surrealismo che conseguenza diretta della sua
riflessione sulla civilt moderna.
LA TEMATICA

Corrado Alvaro ci appare soprattutto come interprete della crisi generale della involuzione dell'eredit storica
del nostro Risorgimento, nei cui ideali Alvaro ha creduto per tutta la sua vita, ma che vennero messi in crisi
nell'urto delle nuove circostanze storiche. "Il primo scacco venne dal Fascismo, che calpest quegli ideali,
per il trionfo dei quali Alvaro e quelli della sua generazione credevano di aver combattuto nella Grande
guerra. Si form allora un senso di rivolta, che per non esplodeva, ma rimaneva amaro e soffocato, dando
luogo ad uno stato di disagio, di stupore, di perplessit; e ne nacquero un assiduo ritrarsi dalla realt
storica, un rifugiarsi nel conforto della solitudine interiore, e una sempre frustrata ansia di uscire da
quell'esilio verso nuove deludenti scoperte. L'opera di Alvaro, formatasi quasi tutta nel ventennio fascista,
nata sostanzialmente da questo stato d'animo. Di contro alla demagogia del regime, ecco il rifugio alla terra
natia, nel contatto con gli umili, con le cose e con i sentimenti conservatisi nella loro naturale verginit e
schiettezza, col mondo patriarcale dell'infanzia, e anche coi problemi di fondo, insoluti o ignorati, che di
quella ricognizione lo scrittore veniva scoprendo" (Trombatore).

Aver conosciuto da vicino la cultura , i regimi politici, i costumi liberali e dittatoriali, le crisi dell'uomo e
delle metropoli industriali di quasi tutti i paesi europei fece di Alvaro uomo di cultura europea e attraverso
questa esperienza colse il dramma pi vasto dell'uomo contemporaneo, di cui quello della sua terra di
Calabria non era che un aspetto, forse il pi disperato.
L'ansia di vivere nella babele cittadina e l'eterna nostalgia dell'idillio del paese lontano costituiscono
linsanabile dissidio interiore dei personaggi di Alvaro. Ma anche questo dissidio trova una giustificazione
storico-politica: la prima guerra mondiale fu per lui un cataclisma in cui risultarono inutili i gesti nobili e i
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sacrifici sublimi; la guerra gli si presenta come una specie di allargamento pi spietato e crudele di quel
lavoro bruto e avvilente dei suoi pastori e dei contadini della sua Calabria: Hanno inventata una guerra, alla
fine, per i contadini e i montanari, per i fabbricatori di case, per i minatori, i facitori di argini, i costruttori
di strade. La guerra divenuta una quintessenza della fatica umana pi primitiva.

Dopo la guerra venne il Fascismo. Questo regime politico ai suoi occhi si present come il: "trionfo del ricco
sul povero, del potente sul debole. della retorica sulla verit, della citt sulla campagna, di un ordinamento
militaresco sulla libert individuale, della ipocrisia sulla schiettezza. V', quindi, un rapporto dialettico fra
le vicende della nostra storia nei primi trent'anni del secolo e la formazione morale e culturale di Alvaro e
direi di tutto un filone di intellettuali italiani" (Salinari).

La sua formazione culturale fu individualistica, di tipo radicale, "di origine contadina e piccolo-borghese,
con un atteggiamento di critica avanzata nei confronti delle strutture della societ italiana, ma anche con
l'incapacit d'individuare le forze reali che quelle strutture possono modificare" (Salinari). Il suo un
atteggiamento moralistico, che non riesce a superare un tono paternalistico e leggermente estetizzante. Non
c' da stupire che in questo atteggiamento s'innestino con facilit le suggestioni e i motivi del Decadentismo
europeo. Perch da una parte c' la realt della sofferenza contadina, dell'arretratezza delle regioni
meridionali, dall'altra c' il vagheggiamento di un mondo bambino che richiama "l'innocenza dell'infanzia
dello stato di natura che viene esaltato come porto tranquillo per l'ansia dell'uomo logorato nelle citt.
L'innesto facile, ma anche artificiale, perch quei miti del Decadentismo erano sorti sull'esperienza di
societ in cui la rivoluzione democratico-borghese era stata portata fino in fondo e in cui i fenomeni
dell'industrialismo, del macchinismo, dell'urbanesimo, dell'alienazione moderna dell'uomo avevano assunto
proporzioni mostruose. Ed erano perci sproporzionati nella nostra Italia ancora semifeudale, in cui
l'elemento storicamente pi vero continuava ad essere quello della denunzia e della spinta per un ulteriore
progresso". (Salinari).

SEZIONE LIBRARIA PROPOSTA DI ISTITUTO

N Titolo
Anno di
edizione
Corrado ALVARO Cod.
Poesie grigioverdi 1917
La siepe e l'orto 1920
L'uomo del labirinto 1926
L'amata alla finestra 1929
Vent'anni 1930
Gente in Aspromonte 1930
L'uomo forte 1930
Incontri d'amore 1940
L'et breve 1946
Lunga notte di Medea 1949
Quasi una vita 1950
Il nostro tempo e la speranza 1952
Un fatto di cronaca 1955




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GIORGIO BASSANI
(Liberamente tratto da Giuseppe Giacalone La Pratica della Letteratura NovecentoGuida
Modulare alla storia della letteratura Italiana Antologia Tomo II F.lli Ferraro Editori 1997 Pag.
1067-1079)

LA VITA


Giorgio Bassani nato a Bologna il 4 marzo 1916 da famiglia ferrarese e
a Ferrara ha trascorso la giovinezza. Si laureato con Roberto Longhi,
nella facolt di Lettere. Fino al 1943 vissuto a Ferrara, alternando
l'attivit letteraria con l'azione politica clandestina. Nella primavera del
'43 fu arrestato sotto l'accusa di antifascismo; e dopo l'armistizio
partecip attivamente alla Resistenza. Oggi considerato tra gli scrittori
di pi viva partecipazione politica, anche se non pu essere annoverato
tra quelli politicamente impegnati stato redattore di "Botteghe oscure"
e di "Paragone" dal 1953. Nel 1956 ha vinto il premio Strega e nel 1962
il premio Viareggio.




LE OPERE

La prima opera che ebbe veri consensi fu Una citt di pianura, in cui Bassani si poneva, col suo stile
discreto, sul piano di una letteratura di solitudine in contrapposizione alla letteratura del conformismo
fascista.
Quando Bassani pubblic i tre lunghi racconti de La passeggiata prima di cena (1953), Pasolini mise in
rilievo, in quel tipo di narrativa, una sorta di compromesso fra una misura memoriale-lirica e un modo di
affrontare la realt non insensibile alle istanze del Realismo postbellico, attraverso il moralismo di fondo,
tipico dell'autore. Successivamente Bassani, in Cinque storie ferraresi (1955), riunendo insieme alcuni
racconti tipici della comunit israelita ferrarese, abbandonava le formule esterne del suo impegno formale
per penetrare pi a fondo la sua materia, fino a trarne fuori liricamente il proprio sentimento del dolore e la
elegiaca contemplazione della morte.
Dopo queste Cinque storie, il primo libro che rivela la raggiunta maturit di Bassani Gli occhiali d'oro
(1958) che segna un duplice stacco qualitativo rispetto alla precedente produzione: da una parte per
lequilibrio dei temi e dei toni narrativi, e dall'altra per il passo avanti compiuto nello stile pi abilmente
costruttivo e incisivamente ironico nei rapporti funzionali della vicenda. Al fondo dell'anmo di Bassani c'
sempre la protesta morale contro la societ fascista ipocrita, malata e conformista.
Qui protagonista un relitto umano, il dottor Fadigati, la cui condizione di omosessuale, viene in parte
occultata dalla sua discrezione, dal suo voler salvare le apparenze, per cui la societ borghese lo tollera
attribuendogli soltanto il titolo di persona strana. Ma quando si innamora del giovane studente universitario
ferrarese Deliliers, quella societ borghese di provincia reagisce allo scandalo della pubblica relazione.
"Dove i toni corali della narrativa di Bassani tentano misure nuove, nella descrizione della vita nel luogo
di villeggiatura, Riccione, dove scoppia lo scandalo di Fadigati: una descrizione per appunti tersi e precisi,
per notazioni acute, dove la resa del dato realistico lascia sempre un'ingente parte all'incisivo intervento
dell'ironia, come segno stilistico della presenza del giudizio morale, ma calato nella situazione, nella piega
della parola" (Barberi Squarotti)
Il giovane ebreo che racconta, diventa protagonista di una vicenda che man mano si complica fino a
diventare drammatica, quanto pi appare frivolo lo sfondo di quella vita balneare. Le conseguenze di quella
villeggiatura-avventura saranno tragiche, perch il giovane ebreo sar messo al bando anche in virt delle
leggi razziali; Fadigati, invece, subir lo scandalo della sua relazione omosessuale con Deliliers, che
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fuggendo lo avr derubato e lo avr lasciato sentimentalmente distrutto. A lui non rester che il suicidio
come protesta verso una societ cos ipocrita da bandirlo ai margini della vita sociale.
Le pagine in cui Bassani esprime l'angoscia dei due perseguitati sono improntate alla suprema discrezione
narrativa tipica del miglior suo stile e alla misura eccezionale della sua amara ispirazione morale.
Questa lunga storia ferrarese veniva poi ripubblicata con le altre nel 1960 col titolo di Le torri ferraresi,
come se Bassani volesse includere in un unico ciclo narrativo tutte le precedenti esperienze narrative di
Cinque storie ferraresi.

Da questo dissidio tra una matura coscienza storica e una irresistibile vocazione elegiaca e consolatoria nasce
il capolavoro di Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini (1962). Con questo romanzo Bassani riequilibrava le
sorti del romanzo italiano del Novecento, impostato sul piano di un Realismo tradizionale o sul piano di un
nuovo Realismo sperimentale, offrendoci, polemicamente, un romanzo impostato sul cuore, sull'elegia,
sull'idillio, redatto su una sorta di equilibrio tonale tra storia e invenzione.
Lepigrafe manzoniana (Che sa il cuore?) introduce il tema di fondo che pu riassumersi cos: "il mescolarsi
nella memoria dell'affettuoso e del solenne, di ci che pass inavvertito e di ci che la morte, fermandolo
per sempre, ha reso sacro [...].
Analoga funzione ha il bellissimo prologo, la visita alle millenarie tombe etrusche di Cerveteri. Quei luoghi
di morte, solidi e massicci, ove si provvedeva a raccogliere gli oggetti e le immagini di ci che rendeva bella
e desiderabile la vita, gli suggeriscono l'immagine consolante di un'eternit [ ... ].
Subito dopo, [], ecco il ritratto di Ferrara ebraica, con i ricchissimi Finzi-Contini, []con la loro
vocazione alla solitudine [ ...] e dall'altro lato la borghesia ebraica moderna, integrata nel mondo
fascista,[], in contrasto con il mondo chiuso, tradizionalista, fedele ai riti di cui era figlia" (Pampaloni).
La vecchia famiglia dei Finzi-Contini vive completamente isolata. Ma le leggi antisemitiche del Fascismo in
parte riescono a rompere questo isolamento, in quanto alcuni ragazzi ebrei, espulsi dal circolo del tennis,
sono stati invitati a giocare nel campo privato dei Finzi-Contini. Il protagonista del romanzo pu cos
conoscere di persona Micl, il fratello Alberto, i loro genitori, il professore Ermanno, un amico di Alberto,
MaInate ed altri giovani.
Al centro delle attenzioni di tutti la misteriosa Micl, di cui il protagonista-narratore si innamora, e da cui
viene respinto. Micl appare inibita ad ogni azione, non ama, non vuol fidanzarsi, non sa entrare nel cerchio
della vita normale, e, come la sua famiglia, non crede nel futuro, ma soltanto nel presente o nel passato. La
sua amiciza col protagonista non fondata sulla prospettiva di un futuro felice, ma si regge soprattutto sulle
evocazioni tenere ed elegiache del passato tanto che le profferte amorose altro non fanno che annoiarla. Ma
agli inizi della guerra ella e l'intera famiglia, tranne il fratello che muore di malattia nel 1942, vengono
deportati in Germania.
"La vera dimensione del personaggio Micl, [] in realt la morte. []. Ella ha in s tanta vitalit e
tanto futuro perch in realt ne priva, e il capriccioso giuoco del suo vivere non lascia cenere"
(Pampaloni).
Il tema di fondo rimane sempre quello della solitudine e della esclusione dalla vita; questa condizione
esistenziale nel romanzo rivissuta nella memoria e nel tenue delicato ricordo elegiaco che avvolge le cose e
gli avvenimenti drammatici in un'aura di fiaba lontana e quasi irreale. Tutta quella lunga storia ferrarese
rimane come un'idealizzazione di luogo di idillio e di pace, mentre fuori le mura urge gi tragicamente la
tragedia della storia pi violenta e la mondo di sogno. La guerra ha distrutto tutto, anche l'unico rifugio di
pace e di amore. E forse il romanzo tocca gli accenti struggenti dell'elegia in questo conflitto interiore che si
svolge nell'animo dello scrittore tra il mito feroce e violento della storia e il rifiuto netto e deciso di essa, tra
l'incapacit di bruciare il ricordo del passato nel fuoco di una matura coscienza storica e progressiva e il
bisogno di consolazione evocativa. Di qui la natura intimista di questo bellissimo romanzo, che si pone tra i
pi significativi del rapporto tra narrativa e crisi della coscienza moderna.
Il tema dell'isolamento e della solitudine, iniziato con Gli occhiali d'oro, continua su di un piano di
sofferenza esistenziale nel romanzo Dietro la porta (1964). Il protagonista, giovane sedicenne di famiglia
borghese benestante, ingenuo e sensibile, viene tradito dal suo migliore amico, il quale sparla di lui, e della
sua famiglia; attraverso le sue parole, gli crolla il mito della sua famiglia, ed egli non pu pi guardare il
padre e la madre con gli occhi di prima.
Quel contatto rude lo ha messo dinanzi alla vita come , dinanzi alla perfidia, al tradimento, alla corruzione e
al peccato. Non riesce neanche a picchiare lamico, perch comprende che il suo idillico mondo infantile
del tutto fittizio. Qui "la crudelt non nutrita di compiacenza, anzi sostenuta dall'intelligenza, da una
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strenua volont di capire, per portare quel mondo di ricordi cos labile e sfuggente, al livello della ragione e
della storia" (Salinari).

Nel complesso tutta la vicenda matura una specie di vocazione masochistica, attraverso una curiosit
inappagata per il mondo misterioso del sesso, per cui si spiega nel protagonista quella sua predestinazione a
sfuggire le responsabilit, restandosene a guardare "dietro la porta", mentre gli altri gli mostrano la realt
come vogliono.
Il tema della solitudine e del suicidio, in una metafora secondo cui al di l della morte c' la perfezione, trova
una nuova dimensione letteraria neL'airone (1968). Questa volta il protagonista un ebreo agrario deluso e
sconfitto, Edgardo Limentani, proprietario terriero della bassa padana ferrarese, di circa quarantacinque anni,
il quale una domenica d'inverno vive la sua ultima parabola di vita fino al suicidio.
Nel giro di un giorno Edgardo ripercorre tutto intero il ciclo cosmico dalla vita alla morte. Bassani ha
analizzato e rappresentato minuziosamente tutte le azioni e le meditazioni del suo protagonista, per scoprire
il senso dellineluttabilit deltempesta delle persecuzioni viene a distruggere questo estremo rifugio in un suo
destino di morte.
Edgardo si sveglia all'alba di una domenica per andare a caccia. Una breve visita alla stanza della moglie e
un saluto alla figlioletta ancora addormentata, d'un tratto fu oppresso da un'angoscia indicibile, da una
desolazione senza rimedio. Non sapeva perch. Era come se qualcuno, all'improvviso e in silenzio, gli si
fosse buttato addosso. Come se fosse stato aggredito da una bestia.
Discende in portineria, conversa col portinaio, poi va al caff, accenna alle sue disgrazie familiari, poi la
meditazione:
Oh, se avesse potuto nonostante tutto restare l, al caldo della portineria, nascosto ai suoi di casa e a
chiunque altro fino a sera! In cambio avrebbe dato qualunque cosa.
La telefonata in casa del cugino Ulderico, permettendogli di scambiare alcune frasi con uno dei bambini, , gli
d tutta la misura della sua disperata sete affettiva. Cos egli resta in uno stato di pigrizia mentale sino a
quando il bracciante Gavino, che lo accompagna alla caccia, uccide un airone
Davanti a quell'airone ferito a morte Edgardo comincia a riconoscere la condizione psicologica di se stesso.
"Ferito, [] destinato a morire, [], sembra ancora capace nella memoria di una libert sconfinata,
[]. La sua povera fragilit, ossa e piume, si trasforma in una immagine del sacro, riscattata alla verit dal
suo stesso essere vittima. C' un al di l della storia ove i vinti sino in fondo, i perduti, trovano giustizia per
il loro semplice "essere stati" []. Nella morte non soltanto la pace liberatrice dal fastidioso tedio del
vivere, ma qualche cosa di pi inebriante e risolutivo, la verit. La poesia dell'Airone trova il suo spazio nel
cerchio di tale metafora" (Pampaloni).

LA POETICA

Il suo noviziato fu lungo e assai meditato, cadendo tra gli anni della seconda guerra mondiale, la Resistenza,
la prigione, la tragica vicenda delle vittime del nazismo; poi ci fu il tirocinio poetico, che risalendo a Montale
non poteva non cantare il male di vivere e la preghiera al Dio che governa le sorti della storia e lascia alle
anime il loro destino di morte.
Le sue prime poesie oscillano tra un'intonazione ermetica e una sensibilit crepuscolare. La sua ispirazione
nutrita di profonde esigenze morali, giustificate dalla sua condizione di antifascista e di israelita che ha tratto
dalla realt della sua esperienza un senso amaro della sconfitta e del dolore, pur senza rinunciare alla protesta
dello spirito. Ovviamente questa esperienza, sofferta da lui nella carne e nello spirito, meditata attraverso un
acuto senso critico, non venne trascritta nelle forme documentarie del Neorealismo, bens filtrata attraverso
una lunga meditazione culturale; per cui si pu affermare che le prime prose e le poesie di Bassani, in un
certo senso anticipano, anche sul piano cronologico, la tematica e la natura lirica dello stile delle sue opere
narrative mature.

LA TEMATICA

Bassani, dopo un breve tirocinio lirico si dato quasi interamente alla narrativa col proposito di ritrarre la
realt, ma attraverso il filtro della memoria, interpretando, fatti e figure reali di vita cittadina in funzione
della propria storia interna, della sua solitudine elegiaca sullo sfondo di una documentata prospettiva di una
societ e di un costume borghese.
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Ma la sua poetica lo tiene lontano tanto dal memorialismo quanto dal Realismo, poich "quella memoria non
si lascia mai, o quasi mai, andare al piacere dell'evocazione per l'evocazione, non una memoria magica
ma una memoria giudice, permeata di senso critico e di ironia, anche se la sua introspettivit avvolge i fatti
in una rete sottilissima di rifrazioni; e la cronaca, il documento, d'altro lato, sono volti a significare, la sua
concezione della vita, pessimistica di un pessimismo che in stretto rapporto con l'origine israelitica di
Bassani, con quel senso di solitudine, di tristezza proprio della sua gente antica.
Una concezione, che le persecuzioni razziali del Fascismo acuirono, portandolo ad una ribellione che, ancor
prima di tradursi in azione partigiana, fu ideologica e morale: e ci spiega come la sua narrativa, si
riallaccia alla letteratura della Resistenza, con speciale riguardo, appunto, alla comunit ebraica ferrarese
[...]. Narrativa nata con piena consapevolezza di ci che si prefiggeva, senza incertezze e sprechi: sotto
l'urgere di quelle drammatiche vicende la sua educazione letteraria fu tutta una cosa con la sua formazione
morale; ed egli, pur rifuggendo da ogni abbandono sentimentale o sfogo polemico, e anzi proponendosi un
classico rigore formale, rimasto sensibile all'esigenza romantica di una letteratura come confessione e
documento umano. Pertanto, se psicologismo e intimismo sono gli elementi principali della sua arte,
l'oggettivit, il distacco espressivo restano il suo fine: non per nulla gli scrittori della cui lezione pi sembra
essersi giovato, sono James da un lato e Flaubert dall'altro" (Bocelli).

Tema centrale, ormai definitivamente assunto da lui, il mondo ebraico di Ferrara durante il regime fascista;
protagonisti sono quasi sempre vedove, perseguitati razziali, maestrine socialiste, cio tutta gente dal cuore
semplice, sopraffatta dalla vicenda storica e vinta ab aeterno, per un triste destino di razza.
"La storia, la societ dell'uomo, gli si configurano come un misterioso recinto che l'uomo pu rifiutare di
ritenere accettabile ma da cui non pu uscire, alla cui costruzione pu negare la sua collaborazione ma
dalle cui mura non potr seguitare a non essere costretto. Storia e coscienza individuale si pongono come
mondi non comunicanti, luoghi della durezza del vero e dell'incanto del sogno, della permanenza nel
dramma e della fuga nell'idillio" (Manacorda).

In conclusione, possiamo dire che in Bassani - diversamente da Cassola, anche lui poeta della solitudine -
sopravvivono molte suggestioni decadenti, non solo per la costante predilezione per i ceti borghesi e la sua
difficolt ad aderire al mondo proletario, ma soprattutto per la sua inquietudine religiosa, per il senso
ossessivo della morte e della caducit delle cose, per il gusto della memoria che ricostruisce nell'elegiaca
rievocazione del tempo passato la instabilit delle cose amate, e per il suo sempre presente autobiografismo
inteso come coscienza drammatica e pessimistica della vita.


SEZIONE LIBRARIA PROPOSTA DI ISTITUTO

N Titolo
Anno di
edizione
Giorgio BASSANI Cod.
Ciclo de IL ROMANZO DI FERRARA
Cinque storie ferraresi 1956
Gli occhiali d'oro 1958
RP090

Il giardini dei Finzi Contini
1962

ET047
Dietro la porta 1964
L'airone 1968
L'odore del fieno 1972
ALTRI TITOLI
Storie dei poveri amanti e altri versi 1945
La passeggiata prima di cena 1953
Gli ultimi anni di Clelia Trotti 1955
In gran segreto 1978
In rima e senza 1982
Di l dal cuore 1984
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CARLO BERNARI
(Liberamente tratto da Giuseppe Giacalone La Pratica della Letteratura NovecentoGuida
Modulare alla storia della letteratura Italiana Antologia Tomo II F.lli Ferraro Editori 1997 Pag.
949-958)
LA VITA
Carlo Bernari nato a Napoli il 13 ottobre 1909 da famiglia di
origine francese. Il padre dirigeva un'azienda per la lavorazione e la
tintura dei tessuti; ed assai probabile che i primi elementi della sua
formazione di scrittore interessato ai problemi degli operai
meridionali egli li abbia attinti in quella piccola fabbrica. A tredici
anni Bernari si vide sbarrata la strada della scuola per un decreto di
espulsione con la calunniosa accusa di aver sobillato i compagni di
classe. Questa crisi scolastica ha fatto di lui sostanzialmente un
autodidatta, ma un autodidatta che ebbe contatti diretti con gli
intellettuali napoletani del tempo, fra cui B.Croce.
Fra il 1930 e il 1932 Bernari fu in Francia, dove ebbe rapporti con i
maggiori scrittori dell'avanguardia francese: Brton, Aragon, Eluard.
Questo soggiorno parigino ebbe una notevole importanza per la
genesi della sua prima opera importante, Tre operai (1934): certa
spavalderia sintattica appartiene indubbiamente a quel generale sen-
timento di spregio per le norme costituite, per le grammatiche
chiuse; lo stesso per quanto attiene alle spericolatezze avanguardi-
stiche che non arretravano davanti a qualsiasi contaminazione; e
cos pure per quel clima etico-politico che l'antifascismo in esilio restituiva all'Italia dalle rive della Senna.
Dal 1934 Bernari fu schedatore di libri antichi e funzionario della Hoepli antiquaria e dal '39-'41 redattore
capo con Grandi di Circoli e poi del settimanale di Mondadori Tempo.
Alla fine della seconda guerra mondiale, Bernari riprese la sua attivit di giornalista e di narratore, che
culmin in un famoso viaggio in Cina nel 1955 per incarico de LEuropeo. Da allora i successi non gli sono
mancati: infatti, Tre operai ebbe il riconoscimento di un premio dell'Accademia d'Italia; Tre casi sospetti il
premio Brera del 1946; Speranzella il premio Viareggio del 1950; Vesuvio e pane il premio Salento del
1952; Amore amaro il premio Borselli del 1960. Ha collaborato ancora a numerose riviste occupandosi
anche di cinema come sceneggiatore e regista. E morto a Roma nel 1992.
LE OPERE
Come letterato Bernari uno dei maggiori narratori meridionalisti; e, anche se discutibile che egli sia uno
dei precursori e maestri del nostro Neorealismo con Tre operai (1934), certamente rivela una singolare
capacit di osservare uomini e cose alla luce di una sua personale visione delle vicende umane, non perdendo
mai di vista il rapporto sociale dell'uomo tra gli uomini, dell'uomo alienato dalla fabbrica e dal lavoro.
Si detto da parte di certa critica che il mondo di Tre operai di purissima marca crepuscolare ma
sostanzialmente il romanzo di Bernari portava all'attenzione del pubblico la vita stentata del proletariato
napoletano-italiano, anche se vagamente precisato nella geografia, ispirato dalla lettura intensa dei pi
importanti romanzi europei e americani di allora. Merito di Bernari fu di aver dato, con Tre operai, un
contributo notevole ad ampliare gli orizzonti della nostra letteratura che pareva volersi ancorare nei limiti di
un nazionalismo gretto, aiutandola ad aderire alle ragioni pi vere del nostro tempo. Il dramma del
dopoguerra gli appariva come dramma comune di tutti i popoli.
Il secondo romanzo, Quasi un secolo (1940), racconta la storia di una famiglia inquadrata nelle vicende
storiche dopo l'unit d'Italia. Qui l'autore rivela una notevole capacit di comporre in grandi architetture ben
delineate, fatti, emozioni, immagini della fantasia, senza mai concedere nulla all'estro e all'improvvisazione,
in una forma vigile e talvolta anche molto elaborata.
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Questo romanzo racconta la storia di una famiglia che, attraverso tre generazioni, era stata protagonista
diretta e indiretta di vicende drammatiche e cruente inquadrate nella vita del popolo italiano: sono gli anni in
cui cade la Destra, si sgretolano i partiti che avevano fatto l'unit d'Italia, viene a mancare ogni ragione
pubblica di coesione nella societ italiana, mentre prevalgono sempre di pi le ragioni private delle famiglie.
La produzione narrativa di Bernari torna ad attirare interesse negli anni successivi alla seconda guerra
mondiale con i seguenti libri: Tre casi sospetti (1946), Prologo alle tenebre (1947), Speranzella (1949),
Vesuvio e pane (1952); nonch opere minori, come Napoli guerra e pace (1945) e Siamo tutti bambini
(1951), che riprendeva vecchi suoi racconti.
Tre casi sospetti, la cui prima stesura risale agli anni tra il 1939 e il '42, mette in rapporto tre personaggi
tipici - un operaio, un muratore e un impiegato con la societ borghese, attraverso una serie di storie allusive
e vicende umane, in cui spesso realt e favola sembrano confondersi.
Il romanzo Prologo alle tenebre, composto tra il 1943 e il '46, fu pubblicato nel '47, ed la storia di quel
tempo favoloso in cui si cospirava per una libert pi pura. Si svolge a Napoli durante gli ultimi anni della
guerra ed imperniato sulle vicende di cinque personaggi che sono legati ad un segreto. Pur essendo un
grande affresco della vita napoletana, rappresentata nei suoi aspetti pi significativi ed essenziali, vi si sente
lo scontro fra due culture, quella idealistica e quella del clandestino.
Il romanzo Speranzella (1949) fu pubblicato nello stesso anno in cui ottenne il premio Viareggio (1950). E
la storia di Napoli in un momento particolare della sua vita millenaria, cio la lotta politica per il referendum
costituzionale del 1946.. Qui la Napoli con le sue tradizioni, col suo patrimonio tipico di arguta miseria,
viene messa in netto contrasto col tempo reale in cui sorgono le esigenze di una nuova societ. Bernari si
soffermato su una antica via di Napoli che si chiama Speranzella, traendone tutta una materia drammatica e
disperata, tutto il tumulto di passioni, di sentimenti e di contraddizioni, tipici della Napoli del dopoguerra.
Il grosso romanzo, Vesuvio e pane (1952) diviso in cinque libri (Si vende Napoli per due soldi, Debito
sopra debito, Vedi Napoli e poi muori, Il ventre della Vacca, Napoli sempre Napoli).
Diversamente dalla letteratura napoletana d'altri tempi che si risolveva tutta nel comico, questa di Bernari si
esprime in una presa di coscienza dolorosa della realt e della situazione di fatto in cui i personaggi
napoletani vivono e soffrono, pur nella loro apparente ilarit, in una condizione grave di miseria. E l'intento
dello scrittore quello di percorrere il mondo napoletano in tutti i suoi aspetti mondani, non pi con l'animo
del bozzettista ottocentesco, ma con la mentalit razionale e politicamente critica. Con questo romanzo
Bernari chiudeva la sua lunga stagione neorealista.
I suoi due successivi romanzi, Domani e poi domani (1957) e Amore amaro (1958), escono dal mondo
napoletano e si collocano in una dimensione pi generale del problema meridionale. Infatti il primo
ambientato nelle Puglie nell'immediato dopoguerra, nel clima delle lotte monarchiche. Anche qui il narratore
conduce il suo racconto su due dimensioni: quella privata e quella pubblica. La storia del vecchio Monaco,
che si innamorato di una giovane, da una parte condotta come un soliloquio continuo dell'uomo con se
stesso, sul destino che lo attende e sul senso degli anni che ancora dovr vivere. Ed egli, per non restare
vittima delle consuetudini meridionali, cede al fascino di un amore impossibile che, tuttavia, non gli consente
di rivivere una nuova giovinezza. In tal modo Bernari ha saputo inserire nel racconto la parabola di tutta una
vita di due generazioni di una societ meridionale. Un romanzo, questo del Bernari, assai diverso dai
precedenti, quasi tutto in chiave psicologica ed esistenziale.
Del resto tale spirito di osservatore psicologico, oltre che sociale e politico, si potuto notare anche nel suo
libro di viaggio, Il gigante Cina (1957), il cui intento stato quello di riportare alla luce il senso di una
dimenticata civilt popolare, di un costume di vita sconosciuto, di un nuovo modo di concepire la vita
sociale, di nuovi rapporti tra gli uomini (VIRDIA).
Il romanzo Amore amaro (1958) la storia di una bellissima vedova, Renata, avanti negli anni, amata
disperatamente da un giovane, sullo sfondo d una Roma ambigua. Renata ritratta con tutti i suoi pregiudizi
borghesi in una continua lotta interiore tra amore e non amore a causa della differenza d'et e della consa-
pevolezza della caducit d quel sentimento; il giovane innamorato, Ugo, travolto dal suo amore va alla
ricerca delle ragioni di quel sentimento singolare. Tra di loro si inserisce la figura del figlio della vedova,
fisicamente e moralmente infelice, il quale si lega all'uomo della madre con un abbandono tra filiale e frater-
no, quasi a far comprendere meglio il senso dell'amore che quello nutre per la madre e farne constatare l'a-
marezza. Sar proprio Vittorio, il figlio della vedova, a convincere Ugo ad allontanarsi dalla vita di Renata.
Libro impegnativo sul piano psicologico, proprio laddove aveva dimostrato una certa carenza di
approfondimento, a vantaggio dell'indagine storica: nel ricambio poi di crudelt e piet, e nel distendersi di
questo rapporto, Bernari ha rivelato forti e coscienti doti di narratore: essendo riuscito a cogliere, nella
caducit dei rapporti umani, il disperato contrasto della vita (Mauro).
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Il volume Bibbia napoletana (1960) rappresenta ancora la vita pulsante di Napoli, e le sue suggestioni, senza
mai cadere in quella retorica dei luoghi comuni e tradizionali che ha tratto in inganno tanti scrittori
meridionali. Bernari non uno scrittore napoletano che se ne sta alla finestra a contemplare fino alla nausea i
vicoli e i fondaci di Napoli, o scende in mezzo al popolo per confondersi con esso; soprattutto una mente
critica, pensosa di problemi umani e sociali, che ha trovato nella Napoli fascista e del dopoguerra il teatro
onde presentare la sua umanit e la sua visione della vita. Anche il suo singolare e vivo linguaggio narrativo
e parlato gli sale dalla sua citt, ma egli lo ha cos bene arricchito con la sua cultura letteraria, da farne un
nuovo e originale linguaggio artistico, in cui lingua e dialetto si arricchiscono e si vivificano a vicenda.
Infine ha pubblicato nel 1964, Era l'anno del sole questo; Un foro nel parabrezza (1971); Tanto la
rivoluzione non scoppier (1976), Napoli silenzio e grida (1977) e Il giorno degli assassini (1980).
LA POETICA
In Tre operai presente linfluenza di autori americani e eurpoei :Di Doeblin e Dos Passos erano certa
crudezza di tono, il taglio quasi cinematografico del racconto, le condizioni di quegli operai, il clima che, in
quegli scrittori, era il risultato pi immediato della prima guerra mondiale che aveva visto, col crollo
dell'Impero austriaco, il disagio e l'irrequietezza di una classe non ancora matura e organizzata (Tanda)
Il suo libro, era in realt lo specchio di quel clima di generale incertezza che dava luogo a speculazioni di
carattere esistenziale, sintomo non manifestamente politico quanto psicologico delle condizioni storiche di
regimi i cui presupposti mettevano dichiaratamente in forse l'esistenza dell'uomo.
Limportanza di Quasi un secolo probabilmente consiste nell'indicare la seconda direzione della sua vena
narrativa; infatti, la prima, in Tre operai, si era dimostrata chiaramente impegnata nel presente, attenta a
cogliere e a sperimentare nella fantasia la problematica e la mitografia del proprio tempo; la seconda, invece,
impegnata in un paziente lavoro di scavo nel passato, nel tentativo di giungere ad una prospettiva pi
esatta, di seguire il cammino inverso, dalla storia alla cronaca, facendo rivivere fatti, vicende, sentimenti in
una loro dimensione spaziale e temporale. (Tanda)
Notevole anche l'originalit del linguaggio narrativo di Bernari, non solo per quella carica di dialetto
napoletano che si rileva anche nella sua sintassi italiana, ma soprattutto per una singolare scarnificazione e
semplificazione della parola ridotta alla sua essenzialit oggettiva.
Proprio per il problema del linguaggio la critica si soffermata su Speranzella, caratterizzato da un continuo
scambio tra forma letteraria e forma dialettale, tra lingua scritta e lingua parlata.
LA TEMATICA
Riuscirebbe riduttivo distinguere separatamente i motivi tematici della narrativa di Carlo Bernari, giacch
tutti, lavoro, amore, fabbrica, storia, cronaca, meridione, sono strettamente collegati tra loro in una fittissima
rete di rapporti che non possibile smagliare se si vuole che il discorso abbia una sua validit e un suo
equilibrio.
Tema fondamentale di tutta l'opera di Bernari indubbiamente il rapporto individuo/societ, rappresentato in
varie accezioni, ma sempre in una sua fase di tensione, solo dalla quale pu sgorgare il giudizio morale.
Data la visione chiaramente marxiana di Bernari, il rapporto tra individuo e "sistema" non costituisce
l'accostamento di due entit metastoriche tra loro nettamente separate, ma uno scontro tra forze reali sempre
ben identificato storicamente.
Paura, segreto, incomunicabilit, disperazione connessa a fame fisica e morale sono singole manifestazioni
di una aberrante situazione di tensione.
Segreto e incomunicabilit troviamo in Tre operai, nell'incomprensione - o non volont di comprensione -
che governa le unioni dei personaggi; i soli momenti di "comunicazione" sono, o piuttosto potrebbero essere,
quelli della rivoluzione - altro elemento tematico - e dell'amore. Paura, segreto, incomunicabilit dominano
anche Tre casi sospetti e Prologo alle tenebre, dove descritta la funzione disgregatrice che questi tre
elementi operano sugli individui, e in Prologo costituiscono l'ossatura stessa del romanzo, nel quale
l'elemento paura si articola nella sua connotazione storica e in quella metafisica, esistenziale.
In Speranzella, il discorso di fondo non muta: la trama del romanzo infatti tutta intessuta di paure, di
segreti, di sconfitte.
Una paura sottile anche alla base di Amore amaro, al punto da prevaricare l'elemento dellamore che
dovrebbe a norma del titolo risultare il pi appariscente.
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Il fallimento un elemento che torna puntualmente in ogni opera di Bernari, ma non si tratta di un nuovo,
pi ampio "ciclo dei vinti"; Bernari non carica cio i suoi personaggi di una teoria precostituita non li forza
negli schemi di un chiuso fatalismo. La sua soprattutto un'indagine di verit, nel senso che la sua attenzione
va alle forze che determinano il fallimento, non al fallimento di per s.
Nei personaggi di Bernari il fallimento rappresenta soltanto un punto di sutura tra un ciclo e l'altro, nel senso
che a quel punto s'inizia o potrebbe comunque iniziare un'altra storia o un'altra fase della stessa storia, il cui
andamento potrebbe anche essere diverso qualora ne siano mutate le condizioni storiche o qualora
l'esperienza vissuta sia messa a frutto. E c' sempre o quasi sempre il motivo della diaspora, dell'allontana-
mento verso un altro luogo, che solitamente il Nord, dove facile trovare lavoro; ma pu essere
occasionalmente anche il Sud mentre di solito il luogo d'origine, cui il deluso torna come al grembo ma-
terno dopo la sconfitta anche nell'esperienza negativa le storie di Bernari non possono considerarsi pes-
simiste: c' sempre un filo di speranza. A Bernari interessa, pi della conclusione, tutto quanto sta a monte e
porta al fallimento, le cause collettive e individuali di esso. Un altro dei cardini dell'intera produzione let-
teraria di Bernari il meridione e i suoi problemi. L'atteggiamento dello scrittore nei confronti della realt, i
suoi studi, le sue frequentazioni di meridionalista trovano spazio costante nella sua narrativa, ma anche in
libri particolari dove il profilo saggistico o direttamente polemico preminente, come Napoli pace e guerra,
Bibbia napoletana, Non gettate via la scala, Napoli silenzio e grida. Lultimo romanzo si configura come
compendio di tutti i motivi bernariani; con in pi una conclusione, stavolta, nuova ma terribile: la
convinzione che ormai " per essa verit non vi altro premio che la morte.
SEZIONE LIBRARIA PROPOSTA DI ISTITUTO: NARRATIVA
N Titolo
Anno di
edizione
Carlo BERNARI Cod.

Tre operai 1934
Quasi un secolo 1936
Il pedaggio si paga all'altra sponda 1943
Tre casi sospetti 1946
Prologo alle tenebre 1947
Speranzella 1949
Siamo tutti bambini 1951
Vesuvio e pane 1952
Domani e poi domani 1952
Amore amaro 1958
Era l'anno del sole quieto 1964
Per cause imprecisate 1965
Le radiose giornate 1969

Alberone eroe e altri racconti non
esemplari
1971
Un foro nel parabrezza 1971
Tanto la rivoluzione non scoppier 1976
26 cose in versi 1977 poesia
Dall'Etna al Vesuvio 1978
Il cronista giudizioso 1979
Dal Tevere al Po 1980
Il giorno degli assassinii 1980
Il grande letto 1988
L'ombra del suicidio (Lo strano Conserti) 1993
romanzo inedito del (1936)
pubblicato postumo


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VITALIANO BRANCATI
(Liberamente tratto da Giuseppe Giacalone La Pratica della Letteratura NovecentoGuida
Modulare alla storia della letteratura Italiana Antologia Tomo II F.lli Ferraro Editori 1997 Pag.
757-758 764-766)

LA VITA

Vitaliano Brancati nacque a Pachino (Siracusa) nel 1907, ma trascorse
gran parte della adolescenza e della giovinezza a Catania. Il padre era
avvocato e scrittore di novelle e di articoli di varia letteratura; il nonno
materno era autore di poesie in vernacolo. In quell'ambiente familiare
borghese la sua prima adolescenza trascorse piuttosto nell'isolamento dai
giovani e nella consuetudine con persone anziane. Il primo trauma della
sua giovinezza avvertito al primo sorgere dei moti fascisti che turbano
la sua famiglia e al contatto con la cultura dell'ambiente catanese. Gli
inizi della sua carriera di scrittore furono alquanto incerti e contrad-
dittori: dapprima egli fu dominato dall'influenza di dottrine vitalistiche e
nietzschiane, e le sue prime opere, il dramma Piave e il romanzo L'amico
del vincitore, dimostrano molta simpatia per il regime fascista: cosa del
resto attestata anche dal poema drammatico intitolato Fedor (1924). Nel
1929 si laure a Catania in Lettere con una tesi su De Roberto ottenendo
il massimo dei voti e la lode. Si rec a Roma ed entr nella redazione de
"Il Tevere" e nelle grazie dei fascisti. Nel 1933 venne nominato
professore di Italiano in un Istituto Magistrale di Roma. Intanto entrava in contatto con ambienti di cultura
pi aperti e progressivi di quelli della sua Catania e si svincolava gradatamente di certi complessi isolani.
Nello stesso anno scriveva il romanzo Singolare avventura di viaggio, che, pubblicato nel 1934, veniva
subito sequestrato dalla censura per immoralit. Anche una sua commedia, Don Giovanni involontario,
veniva boicottata al Teatro delle Arti a Roma per le allusioni a un gerarca.
Intanto si era trasferito a Caltanissetta e, tra il 1934 e il '36, scriveva il romanzo Gli anni perduti, in cui
cominciava l'esame critico della noia della vita siciliana in provincia: nel frattempo, il contatto con i circoli
liberali e crociani lo distaccava dalle posizioni politiche giovanili, infondendogli quella carica di moralismo
che gli far vedere in un'altra dimensione culturale la vita e i costumi della sua Catania. Dal 1937,
allontanatosi ormai dal fascismo, intraprese l'insegnamento scolastico in istituti magistrali, a Caltanisetta e a
Catania. Trasferitosi a Roma nel 1941, si dedic anche alla stesura di testi drammatici: nel 1942 conobbe
l'attrice Anna Proclemer che spos nel 1946, quando, ala fine della guerra si stabil definitivamente a Roma.
Continu a scrivere su per giornali e riviste, schierandosi su posizione di liberalismo radicale: dal 1948 inizi
a collaborare al Corriere della Sera e dal '49 a Il Mondo; lavor ancora per il teatro e per il cinema e fu
molto amareggiato dal caso sollevato dalla sua commedia La governante, scritta nel 1952 e bloccata dalla
censura teatrale e che pubblic facendola precedere da uno scritto polemico, Ritorno alla censura. Difficile
diveniva anche la sua vita privata per la separazione dalla moglie e per il sopraggiungere di una grave
malattia: la sua attivit fu troncata dalla morte, avvenuta a Torino durante una operazione chirurgica, il 25
settembre 1954.
LA TEMATICA
Se il meridionalismo di Alvaro lirico e quello di Silone sociale, il meridionalismo di Brancati ironico e
moralistico. Egli rappresenta la vita pigra e sonnolenta della provincia siciliana, perlopi concentrandosi
nella rappresentazione del "gallismo" e dell'ossessione della donna e dell'eros. Il moralismo si stempera per
in una caricatura in fondo non priva di qualche adesione e simpatia per i suoi eroi. Cos, talora, la comicit si
trasforma in amaro umorismo, lasciando intravedere una prospettiva esistenziale e psicologica e la lezione
pirandelliana: in questi casi (per esempio nel Bell'Antonio) l'autore riesce a cogliere la scissione della
personalit nella maschera, nella divaricazione fra realt interiore, fatta di dubbi e di angosce, e la necessit
di adeguarsi alle convenzioni piccolo borghesi.
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Il primo libro della trilogia del gallismo", che lo impose all'attenzione della critica e che dimostr le sue
positive qualit di narratore, fu il romanzo Don Giovanni in Sicilia (1941). Il distacco dal Fascismo era gi
avvenuto, ma, non avendo egli il coraggio del gesto clamoroso, prefer seguire le linee del suo romanzo
precedente calando la vicenda nel vivo del mondo provinciale. Nel formulare la psicologia dei suoi
personaggi, tutti antieroi e velleitari, egli esprimeva a modo suo un giudizio negativo sulla societ fascista. In
una presentazione beffarda e divertita della vita, delle abitudini e dei personaggi della Sicilia, egli ci presenta
una societ borghese estremamente lontana da quella voluta dalla ideologia fascista. "Lo stesso "gallismo"
che uno degli aspetti pi importanti del racconto e d il via alle variazioni su questo tema dei due romanzi
successivi, ha il preciso significato di contrapporre al vitalismo politico del gerarca in orbace e camicia
nera, la vitalit pi umana di una sensualit che, per, per altra via, finisce col diventare un'ossessione"
(LAURETTA).
Nel Bell'Antono (1949) il tema politico e il tema erotico, pi congeniale alla poetica di Brancati, trovano
modo di arricchirsi a vicenda, modificando e variando in un certo senso la consueta tematica dell'erotismo,
del gallismo e dell'impotenza sessuale. Perch anche in questo ameno romanzo il tema del gallismo osses-
sivo nel padre del Bell'Antonio, un tipo sanguigno, gallo per indole, se vero che ha molti figli naturali in
giro, che alla fine, durante un bombardamento, pur essendo vecchio settantenne, se ne va a morire in casa di
una povera prostituta, affinch da morto salvi l'onore e la dignit erotica del suo nome. Ed ossessivo anche
in Antonio, in quanto genera la sua malinconia, dovuta all'ansia per una felicit sensuale di cui gli negato
godere.
Che le tre matrici fondamentali della sua arte e a lui pi congeniali, quella del gallismo, quella della politica
e quella del moralismo, qui confluiscano in modo unitario dando alla narrazione una freschezza e una
vivacit dialogica, ravvivata, peraltro da una sintassi ambivalente derivata dal dialetto e dalla cultura, cosa
gi messa in luce dalla critica. Ma quel che qui conta, soprattutto il fatto che il gallismo siciliano non pi
visto fine a se stesso, bens l'equivalente sessuale del velleitarismo e del gallismo politico dei fascisti, di
modo che giovinezza, capacit sessuale, vigore maschio, potenza politica risultano deliziosamente intrecciati
in una satira divertita, ma anche controllata dalla moralit di Brancati, che ha conosciuto la vergogna e la
nausea del regime fascista

SEZIONE LIBRARIA PROPOSTA DI ISTITUTO

N Titolo
Anno di
edizione
Vitaliano BRANCATI Cod.

L'amico del vincitore 1932
Singolare avventura di viaggio 1932
In cerca di un s 1939
Gli anni perduti 1941

Don Giovanni in Sicilia 1941 RP068

Il vecchio con gli stivali 1945 OJ010
Il bell'Antonio 1949
Paolo il caldo 1955




ISTITUTO TECNICO COMM. IGEA Antonio GRAMSCI Albano Laziale (RM)
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ITALO CALVINO
(Liberamente tratto da Giuseppe Giacalone La Pratica della Letteratura NovecentoGuida
Modulare alla storia della letteratura Italiana Antologia Tomo II F.lli Ferraro Editori 1997 Pag.
1247-1271)

LA VITA

Italo Calvino nato a Santiago di Las Vegas (Cuba), vicino all'Avana,
nel 1923, ma la sua famiglia si trasfer a Sanremo quando lui aveva
meno di due anni. I suoi genitori erano professori di botanica e il fatto
di esser vissuto fino a vent'anni a Sanremo in un giardino pieno di
piante rare ed esotiche e per i boschi delle Prealpi liguri andando a
caccia col padre, ha avuto un significato notevole nella sua opera nar-
rativa. La guerra lo colse ancora ragazzo, ma la giovane et non gli
imped di partecipare alla lotta partigiana entrando nelle Brigate
Garibaldi.
La Resistenza segna il momento della maturazione di Calvino e il suo
scontro con la storia, come la sua prima adolescenza era stata carat-
terizzata dalla scoperta della natura.
Nel 1947 si laure in Lettere a Torino e subito dopo fu assunto dalla
casa editrice Einaudi, dove conobbe Pavese. Il suo primo libro, Il
sentiero dei nidi di ragno, nato dall'esperienza partigiana e scritto in
pochi giorni nel 1946, veniva pubblicato nel 1947 da Einaudi, e col battesimo di Pavese apparve su L'Unit.
Il successo gli apr la stima e l'amicizia di Vittorini. Si form cos il triangolo culturale Pavese-Calvino-
Vittorini ma l'iscrizione di Calvino al Partito Comunista complic i rapporti con Vittorini, specie dopo la
morte repentina di Pavese (1950).
Nel 1949 Calvino pubblic i racconti Ultimo viene il corvo, che per certi motivi continuava la narrativa
resistenziale, ma per l'accento avventuroso-fiabesco se ne allontanava . Ne nacque una breve polemica circa
l'appartenenza di Calvino al Neorealismo. Poi fu la volta dei racconti, L'entrata in guerra (1954) e della
raccolta Fiabe italiane (1956). Nel suo saggio Il midollo del leone (1955) Calvino evidenziava la necessit
del rifiuto del letterato di lasciarsi coinvolgere nella cronaca quotidiana; il vero intellettuale per conservare la
propria libert di giudizio non deve diventare parte integrante di un partito; l'eroe positivo il prodotto
demagogico di una determinata ideologia. Anche nel Visconte dimezzato Calvino ha voluto dimostrare che
l'eroe positivo, idealizzato dal Realismo socialista potr essere anche utile per un messaggio politico, ma
manca di umanit. Infatti il visconte solo quando sar ridiventato un tutto intero potr comprendere la
dialettica della vita.
Nel 1957, dopo il XX Congresso del PCUS, Calvino abbandon il Partito Comunista e da allora si sempre
pi appartato, non rinunciando per a guardare in faccia la realt sociale italiana e a criticarla dall'alto. Nel
febbraio del 1964 sposa all'Avana l'argentina Esther J udth Singer e si trasferisce a Parigi.
Muore il 19 settembre 1985 a Siena, colpito da emorragia cerebrale.

LE OPERE

Il sentiero dei nidi di ragno (1947) la prima opera di Calvino e nasce da una polemica protesta davanti alla
riscossa della mentalit piccolo-borghese del dopoguerra. "La segreta aspirazione di Calvino, nello scrivere
questo libro, cancellare se stesso, non sovrapporre cio il suo io lirico-intellettuale, con tutto il carico di
cultura che questa definizione comporta, all'io collettivo. Insomma, per non cadere nell'autobiografismo
patetico, n nel documento, Calvino si fa narratore anonimo. Il sentiero dei nidi di ragno ha, nonostante i
fatti storici raccontati, il tono e la struttura di una favola. L'ideologia c', la volont di comunicare la
grande esperienza sulla guerra civile c', ma come assorbita dall'impianto favolistico... E' il tributo che
Calvino paga all'impegno civile [], ma al tempo stesso rimane saldo il suo principio di non mitizzare la
Resistenza, di non idoleggiarla, di non strumentalizzarla. La Resistenza stata fatta da autentici eroi, con
tetragoni ideali marxisti, ma anche da gente che non aveva alcuna idea politica, se non quella che
estrinsecava dalla necessit istintiva di sentirsi liberi... L'umanit non fatta di buoni e di cattivi divisi da
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uno steccato: questo concetto d luogo al razzismo, o al razzismo dell'antirazzismo. Lumanit un
miscuglio di bene e di male... (Bonura)

Nel 1949 Calvino raccoglieva i racconti, gi scritti in precedenza, in un volume dal titolo Ultimo viene il
corvo. Lo stile ancora quello del primo libro. Alcuni argomenti sono ancora quelli della Resistenza, come
in Andata al comando e lo stesso Ultimo viene il corvo.
Anche in questi racconti protagonisti sono sempre dei ragazzi, forse perch Calvino considera l'infanzia e
l'adolescenza come il momento migliore della vita umana che si integra meglio con la natura.

Nel 1954 Calvino pubblicava L'entrata in guerra, tre racconti, che poi, nel 1958, entreranno a far parte del
grosso volume I racconti.
Si tratta di una specie di viaggio a ritroso sulla sua maturazione politica. Dimostra che egli del Fascismo e
delle tristi conseguenze della guerra inizialmente non aveva capito molto. Solo gradualmente,dopo una serie
di esperienze negative, egli capisce la crisi morale che maturava in se stesso. Cos il romanzo della sua
adolescenza, attraverso il ricordo delle tante adunate fasciste, delle tante occasioni drammatiche e comiche,
finisce con l'essere una parodistica e umoristica ricerca morale della maturazione dell'uomo antifascista.
Nel 1952 Calvino pubblicava Il visconte dimezzato, una specie di scherzo fiabesco, che in realt era un libro
moralmente impegnato. Il visconte Medardo di Terralba, nel corso di una guerra tra Austria e Turchia, viene
colpito da una cannonata turca e torna a casa dimezzato.
Il visconte, a causa di questa orrenda mutilazione, diventa un criminale, ma quando riappare l'altra met del
suo corpo, quella buona, e si rinsalda al corpo con la met cattiva, Medardo ritorna uomo intero un miscuglio
di cattiveria e di bont, non dissimile da quello che era prima di essere dimezzato.
Dal 1954 al 1956 Calvino port a termine un grosso lavoro filologico e narrativo, una raccolta di fiabe
popolari italiane prese da tutti i dialetti. col titolo Fiabe italiane. Non si trattava soltanto di un lavoro
filologico, bens di una versione moderna di tutte le antiche fiabe, una ricerca della sua poetica narrativa,
come dimostra la sua introduzione.
Il gusto fiabesco assumeva un impegno morale ben pi drammatico nel racconto Il barone rampante (1957).
Si tratta di un giovane barone, Cosimo Piovasco di Rond, il quale, il 15 giugno 1767, mentre siede a tavola
rifiuta un piatto di lumache, che gli era stato servito dalla sorella e imposto dal padre. Al rifiuto, esplode
terribile l'ira del padre. Breve periodo di punizione, poi altra offerta di lumache, altro deciso rifiuto e fuga del
giovane barone sugli alberi, dove egli si arrampica come uno scoiattolo.
Da quel giorno la vita di Cosimo trascorre sempre sugli alberi, osservando dall'alto la vita dei contadini, dei
ladri, dei contrabbandieri, dei banditi, della sua stessa famiglia, con cui teneva frequenti contatti attraverso il
soccorso del fratello minore. La protesta iniziale di Cosimo diventa man mano ribelle emancipazione da ogni
forma di vita sociale, per una convivenza tutta allo stato di natura. Cosimo, viene alla fine ad aggrapparsi ad
una mongolfiera inglese di passaggio e scompare in mare.
Nel 1959 Calvino pubblicavaIl cavaliere inesistente (che l'anno dopo far trilogia con Il barone rampante e
Il visconte dimezzato nel nuovo volume I nostri antenati). La vicenda ambientata ai tempi di Carlo Magno.
L'imperatore, passa in rassegna i suoi paladini, chiedendo a ciascuno nome e cognome e i paladini
rispondono attentamente alle sue domande. Si ferma davanti ad un paladino chiuso in un'armatura tutta
bianca con una righina nera che correva torno torno ai bordi. L'mperatore, rimasto interdetto davanti a tale
armatura, ne chiede il motivo. Il cavaliere, senza rispondere alla domanda, pronuncia il suo nome lungo e
complicato. Carlo Magno, non soddisfatto, chiede al cavaliere perch mai non alza la celata e non mostra la
sua faccia. Quello risponde che egli non esiste.
Il cavaliere inesistente il simbolo dell'uomo contemporaneo che si identifica con la sua funzione, con quello
che fa nella societ, come il cavaliere si identifica totalmente con la sua linda armatura.
Nel 1957 Calvino pubblicava un altro libro impegnato, La speculazione edilizia, affrontando un problema
scottante della nuova societ del benessere economico. Il racconto ambientato negli anni del cosiddetto
miracolo economico italiano. LItalia si avviava ormai a diventare un paese industrializzato, con conseguente
abbandono della campagna da parte dei contadini. Ma quella grande esplosione industriale avveniva alle
spalle dei contadini inurbati, che accettavano salari irrisori pur di uscire dalla miseria della campagna. A quel
clima di speculazione edilizia partecipano anche gli intellettuali in cerca di guadagni e l'intellettuale
comunista Quinto Anfossi, avendo intenzione di vendere un appezzamento di terreno adiacente alla sua villa
si reca in citt (Sanremo) per combinare l'affare. In Anfossi Calvino ha voluto certamente rappresentare il
fallimento dell'intellettuale italiano contemporaneo, che si lasciato irretire nelle maglie del neocapitalismo,
ritardando l'ascesa della classe operaia.
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Nel 1958 Calvino pubblicava sulla rivista Officina il racconto I giovani del Po, che aveva scritto alcuni anni
prima, tra il 1950 e il 1951. Il tema comune a tanta narrativa di quel tempo. Nino, un giovane cresciuto
nella riviera ligure, si reca a Torino per lavorare in un'industria e per buttarsi nella lotta di classe,
partecipando alla costruzione di quell'uomo nuovo che si era formato agli ideali della Resistenza. Giunto a
Torino, conosce e frequenta una ragazza, Giovanna, e gli amici di lei che appartengono tutti alla ricca
borghesia. Tuttavia, anche se preso dall'amore della ragazza e dal fascino della grande citt industriale,
nonostante la morte di Giovanna durante una manifestazione, non subisce alcuna crisi politica. Rimane, anzi,
fino alla conclusione del racconto, un eroe positivo del Comunismo.
Nel 1958 Calvino pubblicavaI racconti, in cui riuniva tutti quelli scritti fra il 1945 e il 1958. Il volume
ordinato in quattro sezioni: Gli idilli difficili, Le memorie difficili, Gli amori difficili, La vita difficile.
Questo uno dei libri pi significativi della poetica e dell'arte di Calvino, perch ci offre il senso amaro della
realt della vita attraverso una immaginazione festosa e umoristica che tende alla fiaba.
Ne La giornata di uno scrutatore (1963) Calvino, in netta opposizione alla Neoavanguardia, con cui fu in
forte polemica, ritorna alla moda del romanzo naturalista e intimista della nostra tradizione. Calvino in
questo romanzo "lancia la sfida al labirinto, vale a dire cerca di rappresentare le persuasioni, le incertezze,
le contraddizioni, gli impulsi dell'intellettuale contemporaneo, descrivendoci il labirinto in cui egli si muove,
il groviglio dei problemi a cui non sa dare una risposta sicura, ma anche la sua volont di non adagiarsi nel
labirinto, di continuare a pensare e a lottare per uscirne" (C. Salinari)
Lo spunto del romanzo stato offerto da un'esperienza che Calvino ha fatto come scrutatore durante le
elezioni politiche del 1953 presso l'Istituto Cottolengo, di Torino. Per la prima volta gli si apriva un mondo
sconosciuto, quello dei malati cronici, che le suore, in una disperata eroica lotta contro la natura, cercano di
curare. Quell'esperienza lo turba a fondo, in quanto egli intuisce il senso dell'amore nella sua qualit pi alta;
e non solo l'amore di un povero contadino che ogni domenica viene al Cottolengo a trovare il proprio figlio
per imboccarlo affettuosamente - un amore, quindi, senza scelta, e senza alcuna speranza - ma anche l'amore
delle suore "che, in quanto liberamente scelto in nome di qualcosa che lo supera, non conosce la sofferenza
del vero sacrificio... Calvino non vuole dare delle soluzioni, ma solo esprime un'angoscia, che l'apertura di
una nuova dimensione: la dimensione dei sentimenti, oltre che delle idee." (Pullini)
Ancora nel 1963 Calvino pubblicava Marcovaldo, ovvero Le Stagioni in citt. Il libro comprende venti
novelle, che costituiscono una trama fiabesca attorno alle esperienze di Marcovaldo, un povero diavolo,
esiliato in citt con numerosa prole, sempre affamata. In mezzo alla citt di cemento e di asfalto Marcovaldo
va in cerca della Natura. Quella che egli trova una natura compromessa con la vita artificiale; Marcovaldo
concepito come personaggio buffo e insieme malinconico, il quale, in una serie di avventure, a mo' di
vignette illustrate, di stagione in stagione sente sempre pi alienarsi in un mondo disumano e innaturale.
Lultimo racconto, Luna e Gnac conclude col constatare che non c' pi posto sulla terra per una felicit
naturale, per una libera armonia tra l'uomo e la natura.
Nel 1965 con Le cosmicomiche Calvino affrontava un tipo di racconto fantascientifico, come una storia a
ritroso sull'origine del mondo con le successive catastrofi. Protagonista un vecchio-saggio-giovane, il quale
rappresenta l'uomo dellorigine del mondo e della sua fine, come vuole la teoria scientifica secondo cui la
distruzione dell'universo avverr con lo stesso processo biofisico con cui nato.
Influenzato dallo strutturalismo, Calvino, attraverso un meccanismo combinatorio, d luogo a un vero e
proprio gioco di possibilit narrative nelle sue opere Il castello dei destini incrociati e Le citt invisibili.
Italo Calvino pubblic Il castello dei destini incrociati (Torino, Einaudi, 1973) nel 1969; il testo letterario
faceva da contrappunto alla riproduzione delle miniature d'un mazzo di carte di tarocchi quattrocenteschi.
L'origine era proprio nelle sollecitazioni fantastiche offerte dai simboli del gioco. Allineando una serie di
carte, lo scrittore vi riconosceva una storia compiuta, di cui era possibile interpretare verbalmente il
significato. Una di queste carte poteva poi costituire il punto di partenza per un'altra storia; una terza si
aggiungeva, incrociandosi alle precedenti, e cos via, sino all'esaurimento del mazzo, che tutto dispiegato,
presentava un insieme di intrecci narrativi leggibili in modo diverso a seconda della carta d'avvio [...]
Nell'altro romanzo, Le citt invisibili (1972), Calvino immagina che l'imperatore dei Tartari, Kublai Kan,
ascolti i resoconti di Marco Polo sulle citt che egli visita attraverso l'immenso impero conquistato con le
armi. Quelle citt invisibili per lui diventano visibili attraverso le descrizioni che ne fa Marco Polo e sono in
netta antitesi con le citt visibili in cui siamo costretti ad abitare ed in cui ognuno vive per non ricordarsi di
vivere. E Marco Polo dice, meditando su questo inferno quotidiano: Due modi ci sono per non soffrirne. Il
primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo pi. Il secondo
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rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo
all'inferno, non inferno, farlo durare e dargli spazio.
Nel 1979 Calvino ha pubblicato un singolare romanzo, Se una notte d'inverno un viaggiatore, in cui un
Lettore e una Lettrice cercano di fare un romanzo ma il loro proposito viene sempre frustrato.
"Un romanzo implica innanzitutto una trascrizione della realt: ma quale realt? Se la realt si trasforma in
continuazione, ecco, di qui, la necessit che anche il libro si trasformi. Se la realt un "vuoto" di cose
anche il libro sar un vuoto di parole. Se la realt un meccanismo che si ripete inutilmente all'infinito,
anche il libro diverr un meccanismo che si ripete inutilmente all'infinito." (G. De Rienzo)
Successivamente, la sfiducia in una conoscenza globale del mondo fu da lui espressa in Palomar (1983).
Purtroppo neanche il signor Palomar con tutte le sue analisi, riesce a sistemare ordinatamente la realt.
Identica consapevolezza di una realt inafferrabile era stata espressa nei saggi Collezione di sabbia (1984).
"Italo Calvino chiudeva il pezzo da cui appunto il volume prende il titolo, con una espressione che
all'indomani della sua scomparsa, assume improvvisamente spessore, in un clima, quasi, di bilancio umano e
letterario, anche se il pezzo risale al 1974: "Cos, decifrando il diario della melanconica (o felice?) collezio-
nista di sabbia sono arrivato a interrogarmi su cosa c' scritto in quella sabbia di parole scritte che ho
messo in fila nella mia vita, quella sabbia che adesso mi appare tanto lontana dalle spiagge e dai deserti del
vivere. Forse fissando la sabbia come sabbia, le parole come parole, potremo avvicinarci a capire come e in
che misura il mondo triturato ed eroso possa ancora trovarvi fondamento e modello Un sapore di con-
suntivo, al termine di un itinerario volto, oltre "il vento confuso del vissuto" e oltre "il frastuono delle
sensazioni deformanti e aggressive"... a captare la sostanza sabbiosa di tutte le cose, .........
Sempre nel genere narrativo esce nel 1986 Sotto il sole giaguaro.
Tre racconti: Il nome, il naso; Sotto il sole giaguaro, Un re in ascolto, compongono questo libretto
postumo, e rappresentano parte di una pi vasta opera, I cinque sensi, una specie di rassegna, sotto veste
narrativa, del vastissimo, affascinante mondo dei nostri sensi. [...] Lultimo Calvino ha forse voluto darci
un'allegoria della condizione ossessionata nella quale finisce per trovarsi chi vive di soli sensi, senza il
minimo riscatto dello spirito dalla materia? Pu darsi. (A. Mazza).
Lultimo lavoro di Calvino: Lezioni americane, scritte nel 1985 e pubblicate nel 1988, comprendono sei
conferenze che egli avrebbe dovuto tenere all'Universit di Harvard sulla letteratura, secondo le categorie
estetiche da lui stesso indicate come poetica: Leggerezza, Rapidit, Esattezza, Visibilit, Molteplicit; la
sesta sulla Consistenza non fu scritta. Questo schema teorico gli faceva scrivere saggi interessanti su
Cavalcanti, Galileo e altri.

LA POETICA

Il sentiero dei nidi di ragno uno dei pochi libri di Calvino che possono essere ricollegati al neorealismo,
anche per latteggiamento dello scrittore che aspira a far riecheggiare il racconto corale che si levava in
Europa e in Italia dopo lesperienza del fascismo, della guerra e della resistenza. Lio dello scrittore tende a
scomparire, come nel cinema contemporaneo tendono a scomparire la mediazione del racconto e la
mediazione letteraria. Si evidenzia tuttavia, gi in questo primo racconto la struttura fiabesca tipica delle
opere di Calvino.
Nelle opere successive lo scrittore, pur avendo preso coscienza della nuova realt sociale alienante, non
riesce a mettere ordine nella sua mente, a sistemare i molteplici e contraddittori problemi della societ
tecnologica che ha modificato e modifica continuamente le dimensioni della vita e del mondo. Cos, la pi
drammatica e attuale realt sociologica fa da contenuto drammatico e grottesco della favola calviniana.
Ne Il castello dei destini incrociati Calvino, influenzato dallo strutturalismo, davanti all'ambiguit delle
vicende in cui i suoi personaggi incorrono, scopre che la casualit imprevedibile da cui sono sospinti non ha
altro esito se non di distruzione, follia, morte. [...] Non per nulla Calvino ha preso ispirazione dal viluppo di
imprese guerriere dell'Orlando furioso, poema troppo a lungo considerato un capolavoro di equilibrio
sorridente, in realt pervaso dalle inquietudini di una civilt prossima al tramonto, in cui la fiducia nella
ragione viene meno e la fortuna appare vera dominatrice delle cose umane. [...] Queste conclusioni desolate
vengono ribadite con maggior forza ne La taverna dei destini incrociati, composto con lo stesso metodo del
Castello. Il pessimismo cosmico vi assume coloritura religiosa: all'origine del tutto c' il nulla ed ivi abita
l'angelo del male.
Si potrebbe pensare che Le Cosmicomiche vogliano essere una sorta di parodia della fantascienza, o siano
ispirate da infatuazioni per le grandi scoperte della scienza, ma in realt esse costituiscono un aspetto
coerente della narrativa di Calvino, secondo cui vanno bene le storie dove c' il non essere contrapposto a
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quel che c', il vuoto contrapposto al pieno. Di nuovo c' una sensibilit, un'angoscia cosmica, un
pessimismo di tipo leopardiano, secondo cui tutto si trasforma nell'universo [...].
Non c'era pi modo di fissare un punto di riferimento: la Galassia continuava a dar volta ma io non riuscivo
pi a contare i giri, qualsiasi punto poteva essere quello di partenza, qualsiasi segno accavallato agli altri
poteva essere il mio, ma lo scoprirlo non sarebbe servito a niente, tanto era chiaro che indipendentemente dai
segni lo spazio non esisteva e forse non era mai esistito.
La meditazione-contemplazione di Leopardi qui si arricchita ancora di una pi consapevole scettica
vanificazione dell'io e del mondo. Pertanto anche il tema della solitudine di tipo romantico-leopardiana in
Calvino diventato dramma dell'incomunicabilit dell'uomo nelle sue esperienze pi profonde.

Nelle lezioni americane cerca di indicare quale potr essere domani la letteratura e su quali valori
puntare. Nulla di precettistico, [] ma fiducia in un rapporto con il linguaggio che risiede in una
constatazione di fatto: la letteratura si salver se andr in direzione opposta a quella imboccata dalla nostra
societ attuale con i suoi feticci moralistici e tecnologici. In altre parole, una letteratura libera e critica che
si muova senza limiti nello spazio infinito dell'intelligenza e con la sconfinata ambizione che nessun obiettivo
le precluso; [] solo questa sfida assoluta al mondo potr dare domani un senso all'esercizio dello
scrivere (S. Pautasso ).

LA TEMATICA

Al fondo dell'apparente favola narrativa e del divertito tono ironico-fiabesco di Calvino c' sempre una ben
meditata e drammatica concezione della vita, alienata dai rapporti sociali, dalla tecnologia, dai pregiudizi,
dalla moderna produzione industriale.
Scrittore razionalista e illuminista per natura e vocazione, Calvino attaccava il mito e la leggenda della
Resistenza, pur e rimanendo sempre fedele alla realt di una esperienza vissuta nella carne e nello spirito e
lanciando una sfida ai detrattori di essa. La sfiducia nell'ideale socialista lo porta fuori e lontano dal
movimento operaio, ma non pu togliergli la nostalgia di quella fiducia, di quella forza, di quella purezza.
Lideale della societ di benessere avanzato dalla nuova borghesia, gli si rivela falso, provvisorio,
ripugnante, anche se gli d il fascino di una vita febbrile e intensa (Salinari).
Egli avverte e soffre tutte le contraddizioni interiori dell'intellettuale italiano del dopoguerra, analizza e mette
in evidenza la crisi della nuova societ borghese, , ma trasferisce tutte le sue analisi sul piano della fiaba, col
tono della fiaba, lasciando aperta la problematica. Per questo, egli rimane sempre oscillante tra fiaba e realt,
fra umorismo e razionalismo, in quanto il sorriso, il suo malinconico divertimento, mentre alleggerisce il
dramma reale della vita, illumina la materia trattata e narrata di una risonanza morale imprevedibile e
pensosa.
Un esempio bellissimo egli lo diede nel delineare la figura del barone rampante che si rifiuta di scendere a
terra denunziando, nella sua ostinata negazione dell'ordine esistente.

Davanti a una societ corrotta []Cosimo sceglie di stare al di fuori della mischia e al tempo stesso di
misurarsi con essa e con la natura. [] L'uomo, da solo, deve superare un certo numero di prove, di
pericoli per capire chi veramente . E una volta capito chi , cio un contestatore "ante litteram", [...] il suo
destino compiuto. Invero non si tratta proprio di destino, ma di scelta. Qui la morale (o la moralit) della
sua follia. La vera vita, in definitiva, si pu organizzare soltanto tra i rami degli alberi: questo il
messaggio di Cosimo (Bonura)

La condizione umana di Cosimo Piovasco di Rond positiva: [...] si afferma nella natura accordando ad
essa le sue esigenze, si afferma nella societ dando agli altri le proprie idee, partecipe, interessato e al
tempo stesso individualisticamente indipendente dalle [] istituzioni sociali. E' in questa trama di rapporti
che si realizza la sua libert morale, su un fondo di protestantesimo laico [] che ignora il pessimismo
della colpa e della predestinazione, ma che, al contrario, si apre all'illuministica fiducia nella natura umana
e nella ragione... (Pescio Bottino).

... il ciclo di Marcovaldo sviluppa il tema del non inserimento dell'individuo indifeso nelle strutture sociali.
Qui l'avventura amara e quasi sempre porta il marchio della sconfitta. Il "clou" della figura il dramma di
chi, non pi campagnolo e non inurbato, stritolato dallo spietato ingranaggio della vita associata: la fame,
la miseria, i figli numerosi, l'astio della moglie, ne sono conseguenze. []. Saranno le sofferenze pi
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elementari della vita sua e dei figli a muovere la sua avventurosa ricerca della natura, alla quale la citt
oppone [] le sue innumerevoli capacit di frustrazioni. (Pescio Bottino)

SEZIONE LIBRARIA PROPOSTA DI ISTITUTO

N Titolo
Anno di
edizione
Italo CALVINO Cod.


Il sentiero dei nidi di ragno 1947 OE006

Ultimo viene il corvo 1949 OE006
I giovani del Po 1951

Taccuini di viaggio in URSS di Italo
Calvino
1951

Il visconte dimezzato 1952 OE006

L'entrata in guerra 1954 OE006
Fiabe italiane 1956
La gran bonaccia delle Antille 1957

Il barone rampante 1957 OE006
Racconti 1958

Il cavaliere inesistente 1959 OE006
I nostri antenati 1960

Romanzi e racconti 3 OE017
OM027

Marcovaldo ovvero Le stagioni in citt 1963
OE006

La giornata di uno scrutatore 1963 OE016

La speculazione edilizia 1963 OE006

Le cosmicomiche 1965 OE016

La nuvola di smog 1965 OE006

La formica argentina 1965 OE006

Appunti sulla narrativa come processo
combinatorio
1967

Ti con zero 1968 OE016

La memoria del mondo e altre storie
cosmicomiche
1968

Il castello dei destini incrociati 1969 OE016

Gli amori difficili 1970 OE016

Orlando furioso di Ludovico Ariosto
raccontato da Italo Calvino
1970

Le citt invisibili 1972 OE016
ISTITUTO TECNICO COMM. IGEA Antonio GRAMSCI Albano Laziale (RM)
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La taverna dei destini incrociati 1973
Autobiografia di uno spettatore 1974
RP004

Se una notte dinverno un viaggiatore 1979
OE016

Una pietra sopra. Discorsi di letteratura
e societ
1980

Plomar 1983 OE016
Collezione di sabbia 1984

Cosmicomiche vecchie e nuove 1984 OE016

EDIZIONI POSTUME
Sotto il sole giaguaro 1988

Lezioni americane. Sei proposte per
il prossimo millennio
1988
Sulla fiaba 1988
La strada di san Giovanni 1990
Perch leggere i classici 1991
Prima che tu dica "pronto" 1993
Eremita a Parigi 1994














ISTITUTO TECNICO COMM. IGEA Antonio GRAMSCI Albano Laziale (RM)
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BEPPE FENOGLIO
(Liberamente tratto da Giuseppe Giacalone La Pratica della Letteratura NovecentoGuida
Modulare alla storia della letteratura Italiana Antologia Tomo II F.lli Ferraro Editori 1997 Pag.
1017-1020 1028-1033)

LA VITA

Beppe Fenoglio nacque ad Alba il l marzo 1922 e durante
l'ultima guerra fu soldato nell'esercito regio e poi partigiano
attivo; dopo la guerra si impieg presso una ditta enologica
e coltiv la letteratura inglese, traducendo opere antiche e
moderne, da Chaucer a Eliot. La sua vita trascorse tra il
lavoro e gli affetti familiari; nel 1960 spos Luciana
Bombardi e nel 1961 gli nacque Margherita. Nel 1952
pubblic la sua prima opera, I ventitr giorni della citt di
Alba; nel 1954, il romanzo breve La malora; nel 1959,
Primavera di bellezza, un romanzo che gli fece ottenere il
premio Prato nel 1960; nel 1962 ottenne il premio Alpi
Apuane per il racconto Ma il mio amore Paco, incluso
nella raccolta di racconti Un giorno di fuoco (1963). Nel
1962 si ammalava di cancro ai bronchi e moriva nella notte tra il 17 e il 18 febbraio 1963. Pertanto uscirono
postumi, per le cure degli amici e degli studiosi che cercarono tra i suoi manoscritti: Un giorno di fuoco
(1963), che ottenne il premio Puccini-Senigallia; Il partigiano Johnny (1968), che ottenne il premio Prato; e
La paga del sabato (1969).

LE OPERE

Fenoglio considerato tra i massimi rappresentanti del Realismo. ma ebbe anche la sventura di non essere
gradito ai critici marxisti, per quella particolare ironia e singolare distacco con cui rievoc la sua esperienza
partigiana.
Il suo primo volume, I ventitr giorni della citt di Alba, contiene 12 racconti nati in gran parte dalla sua
esperienza di partigiano, oltre che dalla sua attenzione ai problemi della vita contadina e alla situazione
sociale, su cui la Resistenza era passata senza quasi nulla cambiare. La pagina in cui si descrive la prima
sfilata dei partigiani entrati vincitori ad Alba potrebbe offendere un marxista per la sua dissacrazione della
Resistenza:
Fu la pi selvaggia parata della storia moderna: solamente di divise ce n'era per cento carnevali. Fece
un'impressione senza pari quel partigiano semplice che pass rivestito dell'uniforme di gala di colonnello
d'artiglieria cogli alamari neri e la bande gialle e intorno alla vita il cinturone rossonero dei pompieri col
grosso gancio... tutti, o quasi, portavano ricamato sul fazzoletto il nome di battaglia. La gente li leggeva
come si leggono i numeri sulla schiena dei corridori ciclisti; lesse nomi romantici e formidabili, che
andavano da Rolando a Dinamite. Cogli uomini sfilarono le partigiane, in abiti maschili, e qui qualcuno tra
la gente cominci a mormorare -Ahi povera Italia! -, perch queste ragazze avevano delle facce e
un'andatura che i cittadini presero tutti a strizzar l'occhio. I comandanti che su questo punto non si facevano
illusioni, alla vigilia della calata avevano dato ordine che le partigiane restassero assolutamente sulle
colline, ma quelle li avevano mandati a farsi fottere e s'erano scaraventate in citt.

E proprio l ironia che sottolinea il distacco artistico di Fenoglio e che fa di un fatto di cronaca di guerra un
racconto grottesco e drammatico insieme.
Ovviamente il racconto si fa drammatico quando i partigiani sono costretti ad abbandonare la citt di Alba e
a ritirarsi sulle colline inseguiti dal numero stragrande di fascisti. Eppure anche in queste pagine Fenoglio
non evita le sue punte umoristiche e grottesche, accanto a quelle pietose.
Nellopera si riflette la sua vicenda autobiografica, la sua esperienza di giovane intellettuale, che matura la
decisione di farsi partigiano in un clima di sopraffazioni e di violenze; non si tratta soltanto di un racconto
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partigiano, bens di una attenta analisi sulla maturazione in un giovane intellettuale della sua presa di
coscienza della realt politica e umana in circostanze drammatiche e paradossali.
Nella raccolta, sei racconti narrano avvenimenti quotidiani, di citt e di campagna. Sono questi che rivelano
il timbro realistico della sua arte, esemplata quasi sul modello di Verga; e documentano anche la visione che
Fenoglio ebbe della vita, intesa come una interminabile guerra, poich, anche quando la guerra partigiana era
finita, il tempo della pace era cos tramato di crudelt da far pensare a un'altra guerra, quella degli uomini per
il lavoro. Cos nei suoi racconti, sotto l'apparenza documentaria, la guerra, la Resistenza, l'amore, la
giovinezza, gli affetti domestici, i temi stessi della vita in tempo di pace, sono assimilati tutti, riportati tutti
sotto un segno di violenza.
Il romanzo breve La malora (1954) tratta di una storia contadina. Il mondo rappresentato ancora quello
delle Langhe, che gravita attorno al suo centro ideale, la citt di Alba, qui evidenziata come una specie di
Mecca del benessere. sognata dai poveri contadini perseguitati dalla malasorte.
Il romanzo il racconto in prima persona del protagonista, Agostino, un contadino (rimasto orfano di padre)
costretto ad andare a servizio da un avaro fattore-mezzadro, un certo Tobia, per mantenere se stesso e aiutare
il fratello Emilio nei suoi studi da prete al seminario di Alba.
Mai la narrativa aveva denunciato simili condizioni di vita contadina nell'industrioso Piemonte. Ora per l'arte
di Fenoglio sappiamo che anche nelle vicinanze di Alba c' tanta povera gente che vende ai mercati i figli
contadini.
Nel 1959 Fenoglio pubblicava il romanzo Primavera di bellezza e, quando la crisi del movimento realistico
italiano era gi in uno stadio avanzato, ebbe il coraggio di dire ancora la verit, riproponendo la tematica
della crisi del Fascismo e della Resistenza.
Lo sfacelo morale e materiale dell'esercito dopo l'8 settembre 1943, e la speranza di una nuova lotta con le
formazioni dei primi nuclei partigiani costituiscono la materia del romanzo. Nel protagonista, un intellettuale
antifascista, studioso di lingua inglese, capace di comprendere il grottesco e il criminale del regime fascista,
si compendia tutto il mondo interiore culturale di Fenoglio, antifascista, cultore della lingua e della
letteratura inglese fino al punto da ritenerla la sua lingua ideale .
Questo giovane, sconsolato e deluso per lo sfacelo del nostro esercito, incapace di opporsi ai tedeschi ancora
poco numerosi al momento dell'armistizio, cerca di rientrare in Piemonte, ma a pochi chilometri da casa si
unisce a un gruppo di ribelli. Nel corso di un attacco, mentre sta per essere ucciso, sente arrivare la bomba a
mano lanciata dai suoi amici, e riesce a sorridere nella speranza che quella bomba uccida i tedeschi.
La raccolta di racconti Un giorno di fuoco fu pubblicata postuma nel 1963, e successivamente nel 1965 con
l'aggiunta di un romanzo breve, Una questione privata. C' un allargamento dei temi e dei problemi
esistenziali di Fenoglio, che, pur rimanendo sempre nei limiti della violenza economica e della esperienza
partigiana, non escludono affatto la polemica sociale. In Un giorno di fuoco la rassegnata umilt dei
protagonisti della Malora esplode in una forsennata strage di uomini su cui occorre indagare per capire
l'analisi che egli fa alla societ responsabile di traumi di violenza sociale ed economica, che si riflettono poi
nel comportamento violento dei suoi figli. Accanto a questi temi di violenza ci sono quelli dell'amore, che
per subisce anchesso la terribile violenza economica della vita.
Entrambi i temi della guerra e dell'amore si intrecciano mirabilmente in perfetta unit narrativa e drammatica
nel romanzo breve Una questione privata. ambientato anchesso nel clima della guerra partigiana. La
bellezza e l'originalit di questo romanzo consiste nel fatto che "i due motivi - quello amoroso e quello della
Resistenza - si sostengono e si illuminano a vicenda, in una fusione veramente rara a trovarsi in racconti di
questo genere" (Salinari). Il romanzo propone chiaramente un problema esistenziale di drammatica
ossessione. Il partigiano Milton, protagonista del romanzo, ha bisogno dell'amore di Fulvia per accettare la
vita e per correre incontro alla morte. Il mondo e l'ambiente dei partigiani, con tutte le brutture che comporta
gli appare come la rappresentazione oggettiva del marcio e del tradimento che la vita gli presenta nella sua
vera realt; soltanto la certezza del suo amore, la purezza dell'amore di Fulvia per lui rappresenterebbe
l'unico valore della vita, l'unica ragione per cui vivere sarebbe preferibile al morire.

Nel 1968 Lorenzo Mondo pubblicava dagli inediti di Fenoglio il romanzo Il partigiano Johnny, che doveva
costituire parte integrante di Primavera di bellezza. Protagonista del romanzo lo stesso J ohnny di
Primavera di bellezza, non morto, bens imboscato in una villetta sulle colline vicine ad Alba.
Nella ricostruzione di Lorenzo Mondo blocchi narrativi diversamente databili sono stati accostati in modo
arbitrario, sicch non ci possibile distinguere nel romanzo le parti scritte prima e quelle scritte dopo. Ma
indubbiamente esso rimane un'opera di alto livello artistico e narrativo, una sorta di odissea disperata del
partigiano superstite nelle alte colline.
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LA POETICA

Rimase sempre estraneo ai circoli e ai giochi letterari: la sua posizione quella del realista puro, fino a
rasentare il limite estremo del documento e della cronaca; del resto, per la sua stessa attivit presso una ditta
enologica, era rimasto assai legato alla sua condizione contadina e alla sua esperienza di uomo pratico. Ci
non comporta lassenza in lui di espressioni sottili e di frasi interamente in lingua inglese che mirano a
realizzare una maggiore efficacia stilistica, che pu anche essere intesa come un aspetto decadente della sua
cultura. Ma non pu dirsi un decadente; anzi la lezione del Verga appare la pi importante nei suoi racconti -
specie in quelli che riguardano la sua infanzia contadina, come La malora. Certamente "quell'esperienza di
vita partigiana (che fu al centro della sua breve esistenza) rimasta [] al centro della narrativa di
Fenoglio, in quanto lo port a pi stretto contatto con quel mondo contadino, e a cercare nella sua
elementarit non tanto rifugio o evasione dai propri complessi di intellettuale, ma l'essenza, il segreto della
vita e della propria vita" (Bocelli)
Non fu mai un letterato di professione, bens uno scrittore di istinto, che si era formato un gusto personale
attraverso la lettura dei maggiori testi inglesi e italiani.
Il suo attaccamento alla sua terra natia, fu. L c'erano i ricordi e le esperienze della prima infanzia contadina,
i suoi studi liceali, il rifiuto netto e deciso alla faciloneria e alla retorica delle parate fasciste,. In quei luoghi
egli trascorse i suoi lunghi giorni di lotta partigiana contro fascisti e tedeschi. Il sangue delle Langhe vive e
palpita in Fenoglio, molto pi che in Pavese, in cui la letteratura ha operato un vaccino simbolistico di tipo
decadente.

"Fenoglio soffr nella carne e nello spirito la lotta partigiana e anti-fascista, Pavese soffri quella tragica
esperienza in modo contemplativo e ideologico, fino a farne le ragioni di una sofferenza esistenziale da
romanzo intimista. Fenoglio fu un estroverso come narratore, Pavese un introverso. In Fenoglio la cultura
appare come un elemento, tra i tanti, che caratterizzano anche il suo umorismo, in Pavese la cultura ha un
peso assai determinante, anche rispetto alla sua esperienza di vita. Entrambi, per, sono nel Realismo,
anche se il loro realismo non fu una scuola, bens una scoperta di una regione italiana, in gran parte ancora
inedita in quella esperienza contadina e paesana"(Giacalone).

Con Primavera di bellezza Fenoglio "ripropone il problema del romanzo corale, cento voci diverse e nessun
mattatore: e lo risolve, pur senza rinunziare a delinearci il personaggio umanissimo di Johnny (uno dei
pochissimi autentici e non retorici eroi positivi della nostra letteratura). Si rif alla fonte stessa del recente
Realismo italiano - la grande esperienza della guerra e della lotta antifascista - ma comprende che oggi lo
scrittore non pu fondarsi essenzialmente sulla forza documentaria della cronaca, quella forza che ha reso
indimenticabili alcuni film o romanzi dell'immediato dopoguerra; comprende che per superare la barriera
dell'attuale involuzione della nostra societ e della inevitabile usura a cui sono stati sottoposti i valori della
Resistenza, per ritrovare quei valori nella loro originale freschezza necessaria un'opera di scavo che solo
la ragione pu compiere, che solo le idee possono sostenere" (Salinari).

Anche se i temi dei primi racconti e della Malora nel complesso rimangono gli stessi, l'interesse dello
scrittore sembra appuntarsi pi sullo stile e sul linguaggio, equilibrando la violenza linguistica con la
continuit del narrare. "Il fatto che quella che nella Malora era violenza dialettale, colore del luogo e della
parlata, qui assume una funzione esclusivamente stilistica, non tende pi alla rappresentazione di un
ambiente, di una societ, ma entra in un gioco di comportamenti di linguaggio, e la forza espressionistica
non nasce dalla ripetizione del dialetto, ma la memoria dialettale resta non pi che un'ombra appena
accennata su una parola che ricerca piuttosto natura e colore da un'origine dotta, quasi di vocabolario, la
cui energia, di origine non popolaresca e volgare, riesce a fondersi pi facilmente col ritmo serrato del
romanzo" (Barberi Squarotti)

Anche se vero che il materiale de Il partigiano Johnny costituisce una redazione giovanile, che l'autore via
via rielabor per trarne i racconti pubblicati in seguito e quelli cui lavorava al momento della morte, questo
romanzo rimane come il libro pi complesso della nostra generazione uscita dalla guerra partigiana. C' non
solo una risonanza epico-tragica, ma anche una costante ricerca di catarsi morale; e c' anche la ricerca di un
nuovo linguaggio. "Risulta infatti evidente, nel tormentato impegno di neologismi, nella violenta torsione
della lingua quasi sempre in senso sostantivante, la volont di agire sul linguaggio contemporaneo con modi
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anti impressionistici, di concentrazione espressiva, di robusto e quasi sprezzante intervento culturale; in una
parola, in direzione di una nuova classicit" (Pampaloni). A ci si aggiunga anche la presenza continua di
espressioni inglesi collocate al momento giusto, quasi a integrazione di quella fermezza di segno e di
spiccato rilievo che forse la lingua italiana non gli avrebbe potuto fornire.

LA TEMATICA

Dopo i poveri diavoli di Verga, ora conosciamo i piemontesi poveri di Fenoglio; e la malora delle Langhe
pu ben stare a confronto con la "Provvidenza", barca maledetta dei Malavoglia, o con la desolata e malarica
sciara siciliana.
Questi poveri sventurati delle Langhe, tuttavia, sono pi vittime della societ che del destino: in Fenoglio c'
pi impegno sociale che in Verga. "C' un solo modo di sottrarsi alla condanna del poco pane e del molto
sudore: un mutamento economico, che conduca sui mercati, tra gli uomini che maneggiano quattrini e non
la vanga. Oppure, per un periodo breve e che resta una vacanza favolosa, la chiamata di leva. Il fratello di
Agostino, Stefano, si sottrae alla fatica cos, per ventun mesi, e quando torna cambiato, tace in casa,
scontento e ostile, e parla solo all'osteria raccontando le cose godute. Ma ciascuno deve seguire il suo
destino: come Emilio piega la testa alla decisione di entrare in seminario, cos Ginotta, la figlia di Tobia, se
ne va sposa dopo due senserie, la seconda delle quali l'aggiudica, a suon di marenghi laboriosamente
contrattati, a un monferrino che, fidandosi del sensale, per veder Ginotta aspettava d'avercela accanto
davanti al prete. Il pranzo di nozze una delle pagine pi intense di questa prima parte: visto con gli occhi
di Agostino che tribola fino all'ultimo nel timore di non avere un posto a tavola, una galleria di personaggi
colti in un momento di verit" (Lagorio).

SEZIONE LIBRARIA PROPOSTA DI ISTITUTO

N Titolo
Anno di
edizione
Beppe FENOGLIO Cod.

I ventitr giorni della citt di Alba 1952 Einaudi, Torino

Malora 1954 Einaudi, Torino ET072
Primavera di bellezza 1959 Einaudi, Torino
EDIZIONI POSTUME
Un giorno di fuoco 1963 Einaudi, Torino
Una questione privata 1963 Einaudi, Torino
ET045

Il partigiano Johnny 1968 Einaudi, Torino
RP094
La paga del sabato 1969 Einaudi, Torino

Appunti partigiani 1944-194
a cura di L. Mondo
1977 Einaudi, Torino
L'affare dell'anima e altri racconti 1980 Einaudi, Torino

La sposa bambina,
tratto dalla raccolta "Un giorno di fuoco"
1988 Einaudi, Torino

Limboscata 1992 Einaudi, Torino ET057

Lettere 1940-1962,
a cura di Luca Bufano
2002 Einaudi, Torino

Una crociera agli antipodi e altri
racconti fantastici
2003 Einaudi, Torino

Epigrammi,
a cura di Gabriele Pedull
2005 Einaudi, Torino
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FRANCESCO JOVINE
(Liberamente tratto da Giuseppe Giacalone La Pratica della Letteratura NovecentoGuida
Modulare alla storia della letteratura Italiana Antologia Tomo II F.lli Ferraro Editori 1997 Pag.
939-941)

LA VITA

Nacque a Guardialfiera, nel 1902, da famiglia povera e comp gli studi
magistrali e poi universitari con molti sacrifici. Fu assistente di Giuseppe
Lombardo-Radice e poi direttore didattico. Partecip al dibattito culturale
degli anni Trenta ma, essendo mal visto dalla cultura ufficiale, and prima
in Tunisia e poi in Egitto. Il suo primo romanzo, Un uomo provvisorio
(1934) fu attaccato dalla critica fascista, perch non in linea col regime e
ne fu proibita la seconda edizione.

Il secondo libro, Ladro di galline (1940), una raccolta di novelle scritte
nel periodo dell'esilio in Tunisia e in Egitto. Lo stile prelude al Realismo,
ma non ha abbandonato ancora certi modi decadenti.

La Signora Ava (1943) risente pienamente della lezione del Verga: il
racconto si svolge a Guardialfiera negli ultimi anni del regime borbonico;
la Signora Ava non un personaggio, ma un mito e un simbolo
proverbiale, una specie di "musa anonima del romanzo", che vorrebbe
essere romanzo storico di tipo verista. Comunque un romanzo storico-verista venuto fuori in ritardo di
cinquant'anni, in quanto raccontato da un postero, non da un contemporaneo.
Lopera apparso frammentaria; ma negli episodi riusciti rivela un'arte ispirata non solo all'ironia ma anche
alla piet che l'autore ha verso alcune creature tipiche delle sue terre.

Il pastore sepolto (1945) la sua seconda raccolta di novelle, che si richiamano ancora ai temi molisani.
Nel dopoguerra, quando le nuove poetiche predicavano la lotta contro il lirismo, l'autobiografismo e la prosa
d'arte, per una letteratura realistica e pi impegnata, per J ovine era sufficiente approfondire i temi gi trattati
e la tecnica realistica gi iniziata. Infatti L'impero in provincia(1945), raccolta di racconti che tra i libri pi
impegnati del dopoguerra e sottolinea nell'ironia e nella satira alla retorica fascista lenorme contrasto tra i
sogni imperialistici del regime e la miseria e l'abbandono dei nostri contadini meridionali, s'inserisce bene
nel dibattito letterario del dopoguerra per la problematica civile e sociale e per l'impegno di scottante
attualit.

Tutti i miei peccati (1948) un'altra serie di racconti a sfondo psicologico sociale. Intanto J ovine aderiva al
marxismo come alla ideologia politica pi congeniale al suo atteggiamento antifascista della giovinezza La
conoscenza del pensiero e dei libri di Gramsci, inoltre, chiariva in lui le esplorazioni e le indagini personali
che egli aveva fatte sulle condizioni arretrate del Meridione.

Le terre del Sacramento (1950), sar ispirato alla lotta sociale dei contadini meridionali disperati per la fame
delle terre e per la miseria secolare.
J ovine, scegliendo come argomento la situazione dei braccianti del Molise all'indomani della prima guerra
mondiale, le ingiustizie di cui egli era stato spettatore, e limitando la sua narrazione a fatti storicamente
vicini, poteva benissimo legare quei drammi alla situazione dei contadini nel secondo dopoguerra. Questo
genere di denuncia era un elemento assai vicino alla poetica del Neorealismo.

"Il vero fatto nuovo nella narrativa di Jovine si ha con Le terre del Sacramento []uscito dopo la sua
morte, che tutti unanimemente riconoscono come il frutto migliore della sua arte. Anche questo romanzo
ambientato nel Molise, anche in questo romanzo si ritrovano i 'galantuomini' oziosi, i contadini miseri e
sfruttati, l'intellettuale povero che anela a una vita pi ricca. Ma sparita ogni intonazione favolistica, i
tempi sono quelli, vissuti dall'autore, del primo dopoguerra e soprattutto la sua capacit d'interpretazione
ideologica assai pi moderna. Allo scetticismo un po' aristocratico, che accompagnava nel Verga e nei
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veristi l'esame obiettivo e comprensivo della realt meridionale, al distacco, sia pure pieno di simpatia, con
cui essi guardavano i loro personaggi, al pessimismo profondo che proviene dal considerare come
immutabile quella societ con tutte le sue contraddizioni, ingiustizie e miserie, Jovine, sostituisce la visione
di una realt in movimento, una considerazione meno dolorosa e pessimistica della situazione del
Mezzogiorno.

E vero che anche questo libro si chiude con la sconfitta dei contadini e con la morte di Luca per mano dei
fascisti; ma la sconfitta avviene nel corso di una lotta ed la premessa della vittoria di domani. Il romanzo
imperniato attorno a un personaggio fondamentale: Luca. Non si tratta di un eroe: Luca figlio di contadini
che lo fanno studiare per divenire prete, Quando egli decide di non andare avanti per quella strada, cerca di
guadagnare qualcosa facendo lo scrivano e di proseguire in qualche modo gli studi. Egli diviene cos il
consigliere dei lavoratori, ma in fondo solo per compiacere donna Laura Cannavale, la padrona, che egli
persuade i contadini a dissodare le terre del Sacramento con la promessa che saranno in seguito loro
concesse in enfiteusi. Laura non mantiene la parola e, quando le terre sono state lavorate, manda lo sfratto
ai contadini. Luca, come quello che ha maggiori responsabilit, diviene naturalmente il loro capo: li guida
all'occupazione delle terre e muore sotto il piombo dei carabinieri e delle camicie nere. Come si vede, lo
sviluppo della personalit di Luca sapientemente dosata nel corso del romanzo ed avviene sotto la spinta
degli avvenimenti, in modo da non distaccare mai il personaggio dalla realt riducendolo al manichino di
un eroe perfetto" (C. Salinari)

J ovine morto nel 1950, prematuramente.

SEZIONE LIBRARIA PROPOSTA DI ISTITUTO

N Titolo
Anno di
edizione
Francesco JOVINE Cod.

Un uomo provvisorio 1934 Guanda, Parma
Ladro di galline 1940 Guanda, Parma
Signora Ava 1943 Editore Tumminelli, Roma
Il pastore sepolto 1945 Editore Tumminelli, Roma
Tutti i miei peccati. 1948 Einaudi, Torino
EDIZIONI POSTUME
Le terre del Sacramento 1950 Einaudi, Torino








ISTITUTO TECNICO COMM. IGEA Antonio GRAMSCI Albano Laziale (RM)
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CARLO LEVI
(Liberamente tratto da Giuseppe Giacalone La Pratica della Letteratura NovecentoGuida
Modulare alla storia della letteratura Italiana Antologia Tomo II F.lli Ferraro Editori 1997 Pag.
977- 981 986-988)

LA VITA

Carlo Levi nato a Torino il 29 novembre 1902 da famiglia agiata;
la madre, Annetta, era figlia di Claudio Treves. Si laureato in
Medicina, ma le sue condizioni agiate non lo hanno mai indotto ad
esercitare la sua professione di medico. Sua professione preferita
stata, invece, la pittura, e sin dal 1923 ha avuto un notevole successo
come pittore. Ma egli rivelava presto pi larghi e vari interessi
politico-culturali, facendo parte del gruppo di Piero Gobetti e di
"Rivoluzione Liberale". Antifascista, fu amico di Carlo e Nello
Rosselli e insieme a Carocci collabor attivamente per la diffusione
delle idee di "Giustizia e libert e a Torino anim il centro interno
"C.L.". Con Nello Rosselli dirigeva un giornale clandestino "Lotta
politica". Questa preparazione di base determiner il suo
orientamento culturale e le sue future scelte, e in un certo senso
preparer quella profonda etica politica e umana che al fondo dei
suoi libri migliori e pi impegnati.

Nel 1934 veniva arrestato e l'anno dopo mandato al confino in
Lucania (di qui il suo libro di memorie Cristo si fermato a Eboli).
Nel 1936, nell'euforia fascista della conquista etiopica, veniva
graziato. Ma subito riprendeva il lavoro politico ed emigrava in
Francia, rimanendovi fino al 1942. Rientrava in Italia nel 1943, per prender parte alla Resistenza; qui fu
arrestato una seconda volta. Nel 1944 condirigeva La Nazione del Popolo di Firenze, organo del C.T.L.N.;
nel 1945 era a Roma come direttore del giornale del Partito d'Azione Italia libera. In seguito al successo
vastissimo del suo Cristo si fermato a Eboli, che fu tradotto subito in molte lingue straniere, e spinto dalla
sua grande passione per i gravissimi e irrisolti problemi dell'Italia meridionale, Levi continuava attivamente e
coraggiosamente la sua attivit di giornalista, partecipando ad inchieste e polemiche politico-sociali sulla
arretratezza del Sud e indagandone e denunziandone le cause economiche e culturali. Di qui la pubblicazione
di altri notevoli volumi, tra cui Le parole sono pietre.
Scrisse per molti anni su La Stampa di Torino, dimostrando la sua tendenza ad affrontare i problemi pi
scottanti del tempo stando al di sopra delle parti. Nel 1954 aderiva al gruppo neorealista alla Biennale di
Venezia, offrendo notevoli quadri in chiave realistica come la sua narrativa. Nel 1963 e nel 1968 fu eletto al
Senato come indipendente nelle liste comuniste. Il successo come pittore non stato inferiore a quello dello
scrittore e del saggista.
E' morto nel gennaio 1975.

LE OPERE

La sua prima opera stata Paura della libert, scritta nel 1939 e pubblicata nel gennaio del 1946. Si tratta di
una raccolta di saggi che nel complesso vogliono essere una descrizione generale della crisi contemporanea.
La seconda opera di Levi, certamente la pi nota stata Cristo si fermato a Eboli (1945), racconto
memoriale e saggio sociologico insieme, in cui Levi, in una struttura narrativa di alto livello letterario e
stilistico, riesamina la sua esperienza umana e sociale nel confino in Lucania, precisamente a Gagliano. Il
titolo sottolinea la polemica di fondo che lo ispira, secondo cui si denunzia ad apertura di pagina l'abbandono
in cui sono vissute e continuano a vivere le popolazioni contadine del Meridione, anzi della Basilicata.
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Nel 1950 ha scritto Lorologio: Luigini e contadini, una distinzione socio culturale economica in cui la
distinzione fra contadini e borghesi appare pi chiara nella contrapposizione degli uomini in Luigini e
contadini. I Luigini (dal nome del podest di Cagliano di cui ha parlato in Cristo si fermato a Eboli) sono la
grande maggioranza della sterminata, informe, ameboide piccola borghesia, con tutte le sue specie,
sottospecie e varianti, con tutte le sue miserie, i suoi complessi di inferiorit, i suoi moralismi e immoralismi,
e ambizioni sbagliate, e idolatriche paure. Le parole sono pietre (1956), premio Viareggio, consta di tre
saggi, scritti rispettivamente nel 1951, nel 1952 e nel 1955, in seguito a tre viaggi compiuti in Sicilia. Si
tratta di saggi-inchiesta a carattere politico-sociale sulla situazione e sulla condizione dei contadini e degli
operai siciliani, le cui aspirazioni vengono infrante dalla mafia, con la connivenza del potere politico. Nel
1956 scrive Il futuro ha un cuore antico al ritorno del suo viaggio in Russia. Anche questo viaggio, come i
precedenti, lo porta direttamente all'indagine della vita del popolo, al di l di quelle che possono essere le sue
strutture politiche.
La doppia notte dei tigli (1959) il resoconto di un viaggio nella Germania Occidentale. Tutto il miele
finito (1960) un libro nato da appunti sommari su di un viaggio in Sardegna compiuto dall'autore nel 1952,
a cui si sono aggiunti o sovrapposti resoconti di altri viaggi effettuati successivamente nella stessa regione. Il
titolo deriva da un canto funebre, in cui una madre allude alla morte del figlio, che per lei era il miele della
casa.


LA POETICA

L'opera di Carlo Levi va intesa in questa duplice chiave: quella linguistica, tipica del letterato settentrionale
che scopre innanzitutto un linguaggio del tutto inedito e sconosciuto alla civilt, e di questo linguaggio
sottolinea tutta la carica amara e ironica e talvolta grottesca e animalesca; e quella sociologico-politica,
secondo cui si denunzia e si evidenzia, attraverso il realismo descrittivo e l'analisi oggettiva del racconto, la
condizione di miseria e di disperazione in cui vivono in quelle terre abbandonate sia i galantuomini (cio i
possidenti) che i poveri.
Lo stile pertanto riflette lo stato d'animo "di stupita, ferma, limpida scoperta di un mondo primitivo
accompagnata da un sentimento di desolazione, e di qui nascono appunto i caratteri della sintassi, del
lessico, della struttura stilistica: la forma semplice, spesso pi propriamente dimessa, ma controllata e
chiara. Chiarezza che anche una caratteristica permanente del Levi scrittore per un preciso desiderio di
essere inteso da molti [ ... ]. Controllo rigoroso proprio della seriet artistica del Levi, ma logicamente
richiamato qui per il non facile compito tecnico di trasformare il saggio storico-sociale in libro artistica-
mente efficace. La sintassi perci semplificata, il periodo in grandissima prevalenza monoproposizionale.
La proposizione non soltanto breve, ma ha una costruzone quasi sempre diretta. Rara la presenza
dell'anacoluto che riecheggi quelli dei discorsi reali, rari anche gli andamenti dialettali" (Aurigemma).

LA TEMATICA

Parlando della paura della libert, Aurigemma afferma che in esso Levi "affermava l'avversione allo stato
astrattamente feroce, che fa degli uomini una unit materiale e indistinta, che pu soltanto vivere riducendo
gli individui in schiavit, e insieme l'avversione alla religione che fa dei miti, riti; atteggiamenti in cui
apparivano evidenti l'impressione suscitata nell'autore dalle dittature contemporanee e quel profondo
rispetto per la libert degli individui e dei piccoli gruppi che saranno costanti in tutte le sue opere"
(Aurigemma).
In effetti questi saggi costituiscono le premesse fondamentali per la comprensione delle sue opere perch
indicano il duplice aspetto con cui egli si accostava al mondo contadino e meridionale: quello storico-politico
e quello psicologico-sociale, motivi che costituiscono le caratteristiche di ogni suo saggio, che sempre
opera d'arte e di politica sociale.
E cos, sempre secondo Aurigemma "Il tema principale (di Cristo si fermato ad Eboli) costituito
dall'affascinante scoperta dell'esistenza di una civilt contadina essenzialmente autonoma, che vorrebbe e
dovrebbe organizzarsi come tale, soffocata invece da una civilt statolatrica e teocratica, forte di eserciti
organizzati. Una civilt ai contadini radicalmente nemica, sicch le sole guerre che tocchino il loro cuore
sono le guerre che essi hanno combattuto per difendersi contro quella civilt, contro la Storia, e gli Stati e la
Teocrazia, le guerre combattute sotto i loro neri stendardi, senz'arte, senza speranza e destinate sempre ad
essere perdute" (Aurigemma).
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Nero il senso della condizione dei contadini sempre legata alla sofferenza e alla chiusura spirituale, come
neri sono i vestiti dei contadini, i loro capelli e i loro occhi pieni di una particolare gravit, come la morte del
contadino che sottolinea il primo incontro di Levi con la povera gente di Cagliano. Essi sono neri, come sono
anche chiusi in se stessi; persino i ragazzi sono chiusi, quei ragazzi che altrove sono sempre estroversi.
La grande istanza di questo libro appunto nella scoperta di una nuova dimensione dell'anima umana, quella,
finora del tutto sconosciuta, del contadino meridionale chiuso irreparabilmente in un destino di miseria e in
una dignit interiore.
Nel rapporto che essi stabiliscono con il nuovo dottore, Levi nota comunque in loro la presenza di "una
speranza, una fiducia assoluta".
Questa speranza il messaggio fondamentale dell'opera di Levi, questa fiducia che la sua denuncia possa
contribuire a far s che Cristo e la civilt arrivino anche in Lucania, oltre Eboli, in mezzo a gente affamata e
ammalata, disperata e chiusa nella dignit del suo dolore. Nessuno di noi pu negare che egli abbia
contribuito attivamente ad affrontare pi decisamente la questione meridionale.
Tema fondamentale dell'opera di Levi quello dello statalismo e dell'antistatalismo dei contadini e della
possibilit di fusione tra il loro mondo e quello della societ borghese. Lo statalismo, infatti, sia fascista, sia
democratico, sia paternalistico, in netta antitesi con l'antistatalismo dei contadini. Sono due civilt diverse e
inassimilabili, contrapposte senza possibilit di fusione. Anche perch la borghesia una classe degenerata,
fisicamente e moralmente: incapace di adempiere la sua funzione e che solo vive di piccole rapine e della
tradizione imbastardita di un diritto feudale. Finch questa classe non sar soppressa e sostituita non si potr
pensare di risolvere il problema meridionale.
Giustamente D. Fernandez ha affermato che "se Levi ha compreso il Sud contadino come nessun altro stato
capace di fare, lo si deve alla circostanza che egli ha saputo intuire la protesta implicita nel mondo arcaico
e primitivo dei contadini contro l'uomo occidentale", cio l'uomo civile e tecnologico.
Il libro, cominciato in forma di confessione sommessa, man mano diventa un discorso-denuncia di fatti, di
situazioni, di discorsi uditi, ma senza mai avere il tono del racconto immediato in senso assoluto, perch Levi
seppe tenere una via mediana tra la tecnica del registrato e la struttura rielaborata del saggio critico-
sociologico. Del resto il libro era anche una conferma delle sue teorie politiche gi esposte in Paura della
libert, per cui lindagine condotta sulla condizione dei contadini della Lucania non altro che un primo
assaggio di quella realt contadina universale che in lui assume quasi un valore di categoria morale oltre che
sociale nella moderna civilt tecnologica.

Ne Lorologio: Luigini e contadini, una distinzione socio culturale economica, con questa distinzione socio-
culturale economica della societ Levi intende sostituire gli schemi tradizionali delle opposte tendenze
Comunismo-Vaticano, proletariato-borghesia; infatti conduce una serie di gravi obiezioni al marxismo:

"Non avete mai pensato alla lentezza, alla pigrizia, alla incredibile immobilit di un pensiero che, dopo
cent'anni, rimasto quello che era? In qualunque altra epoca un secolo sempre stato un tempo troppo
lungo per conservare cos fresca l'energia di un libro. Non si tratta del libro, ma di quelli che avrebbero
dovuto leggerlo e della loro sordit e ottusit mentale. Di un secolo di pensiero che cosa rimasto... in tutti
coloro che pretendono di difendere queste idee, nei cosiddetti militanti, negli uomini politici? Alcune
formulette catechistiche. Lotta di classe, sta bene: ma in loro una nozione vaga, generica, vecchia come il
mondo, una semplice frase del comune buon senso [ ... ] Dicono: borghesia e proletariato: una formuletta
che forse, in altro tempo, era stata vera, e che oggi cos'? Un luogo comune. Dove sono? Guardiamoci
attorno: non li troviamo o li troviamo in mezzo a altre cose, sparse e come ramificate nella realt. Sappiamo
benissimo che dovremmo dire: non ci sono due forze, due poli, ma molti, moltissimi in una civilt cos
differenziata".
Sono critiche queste, che potrebbero sembrare qualunquiste - e forse tali sono apparse ai politici che le hanno
rigettate - ma in realt esse, con grande senso pratico, riflettevano e riflettono la crisi della classe politica
italiana in questi ultimi quarant'anni. Del resto, questo che il libro pi politico di Levi fu scritto in
occasione della caduta del governo Parri e di quella crisi che caratterizz l'Italia quando venne meno il
Partito d'Azione e fu messa in crisi la stessa Resistenza. Secondo Levi, la Resistenza si era scelto un
presidente contadino, ma l'ha travestito da Luigino.
La fine del governo Parri nel 1946 rappresentava per Levi l'inizio del processo involutivo della Resistenza e
la crisi della libert sognata dai partigiani italiani, le cui responsabilit pesano su tutti i Luigini di destra e di
sinistra.
L'opera di Levi resta estremamente coerente col suo ideale di solidariet umana, con la sua ansia di
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redenzione dei popoli ingiustamente oppressi; perci egli uno dei pi autorevoli scrittori psicologico-
politici dei nostri tempi, in quanto ha esaltato sempre, in ogni occasione, l'autenticit dei valori del popolo
dei contadini (intesi nella particolare accezione di produttori reali della societ). In questa sua indagine egli
ha portato la sua umanit di scrittore religioso e cantore di una speranza di rinnovamento morale del mondo.
Qui la forza del suo messaggio, qui il coraggio con cui ha potuto attaccare la mafia e la prepotenza dei
politici, qui l'autenticit della sua parola poetica, la forza del suo stile semplice e penetrante di giornalista-
poeta.


SEZIONE LIBRARIA PROPOSTA DI ISTITUTO

N Titolo
Anno di
edizione
Carlo LEVI Cod.

ET007

Cristo si fermato ad Eboli 1945 Einaudi, Torino
RP092
Paura della libert 1946 Einaudi, Torino
L'orologio 1946 Einaudi, Torino
Le parole sono pietre 1955 Einaudi, Torino
Il futuro ha un cuore antico 1956 Einaudi, Torino
La doppia notte dei tigli 1959 Einaudi, Torino
Un volto che ci somiglia 1960 Einaudi, Torino
Tutto il miele finito 1964 Einaudi, Torino

Coraggio dei miti. Scritti (1922-1974), a
cura di G. De Donato
1975


Quaderno a cancelli, a cura di A.
Marcovecchio e L. Saba
1979
Einaudi, Torino
Carlo Levi inedito: con 40 disegni della
cecit,
a cura di Donato Sperduto
2002
Edizioni Spes, Milazzo
EDIZIONI POSTUME

Bosco di Eva (poesie inedite, 1931-1972)
a cura di P. Penili
1993









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PRIMO LEVI
(liberamente tratto da S. Guglielmino, Guida al Novecento
Principato Editore 1998 Pag. 320-323)
LA VITA
Primo Levi nasce a Torino nel 1919 e ha una giovinezza
di studi regolari e di vaste letture: Anche se appartiene ad
una famiglia ebraica, le leggi razziali del 1938 lo
colpiscono relativamente e pu continuare gli studi. Si
laurea in chimica e nel 1941, trova lavoro a Milano presso
una fabbrica di medicinali. Prende contatto con esponenti
dell'antifascismo, nel 1942 entra nel Partito d'Azione e
dopo la caduta del fascismo fa il partigiano in Val d'Aosta,
dove nel dicembre 1943 viene catturato e deportato nel
campo di sterminio di Auschwitz, dove rimane dal
febbraio 1944 al gennaio 1945.
Rientrato a Torino dopo un viaggio di circa cinque mesi
che descriver ne La tregua, Levi trova lavoro presso una
fabbrica di vernice e cerca di inserirsi nella vita normale,
dopo la disumana esperienza del lager; intanto scrive e
nasce cos Se questo un uomo (1947) che viene rifiutato
dalla Einaudi e pubblicato all'editore De Silva di Torino. Il
successo, scarso all'inizio, verr nel 1958 quando il libro
uscir nella collana dei "Saggi" di Einaudi. Incoraggiato,
riprende l'attivit di scrittore, pubblica La tregua (1963),
La Chiave a stella (1978), Se non ora quando (1982), I
sommersi e i salvati (1986) e fa attivit giornalistica,
partecipando a incontri e convegni.
Nelle sue opere ritornano le esperienze traumatiche del lager, cui non forse arbitrario legare la sua tragica
fine: muore suicida a Torino nel 1987.

Lo stesso Levi ci ha fornito ampie indicazioni per comprendere la sua produzione: "Ricordo di aver vissuto il
mio anno di Auschwitz in una condizione di spirito eccezionalmente viva. [...] di fatto, non ho mai smesso di
registrare il mondo e gli uomini intorno a me, tanto da serbarne ancora oggi un'immagine incredibilmente
dettagliata. Avevo un desiderio intenso di capire, ero costantemente invaso da una curiosit che ad alcuni
parsa addirittura cinica, quella del naturalista che si trova trasportato in un ambiente mostruoso ma nuovo,
mostruosamente nuovo". Questa vocazione conoscitiva e questo habitus scientifico sono aspetti fondamentali
di Se questo un uomo: Levi cerca di leggere e scoprire le leggi dei comportamenti umani, i meccanismi
attraverso i quali si manifesta la sopraffazione o l'abbrutimento, che non solo fisico, ma anche interiore: "i
personaggi di queste pagine non sono uomini, la loro umanit sepolta, o essi stessi l'hanno sepolta sotto
l'offesa subita o inflitta altrui". Ha scritto Cesare Cases: "... l'uomo soffre ingiustamente, ma si salva nel
capire. Il capire una dimensione essenziale nella chimica e nella filosofia di Levi".
Ma c' un'altra componente nel primo libro di Levi: l'impegno di testimonianza, con tutte le implicazioni che
questo comporta: piet per le vittime, ansioso ammonimento per il futuro, perch ci che successo una
volta pu succedere ancora ("Meditate che questo stato / vi comando queste parole", si legge nell'epigrafe
di Se questo un uomo); e vent'anni dopo, a chi gli chiedeva a quali fattori attribuisse la sua sopravvivenza
al lager rispondeva: "forse mi ha aiutato anche [...] la volont non soltanto di sopravvivere (che era comune
a molti), ma di sopravvivere allo scopo preciso di raccontare le cose a cui avevamo assistito e che avevamo
sopportate".
Alla luce di questi dati, Se questo un uomo da considerare, assieme al Diario di Anna Frank e a
L'istruttoria di Peter Weiss, un testo fondamentale per capire e ricordare l'Olocausto.
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Dopo Se questo un uomo, che potrebbe definirsi come una sorta di discesa agli inferi, all'oscuro e
primordiale fondo della vocazione di morte, La tregua (1963) appare come la riconquista, il recupero
dell'individualit e della vita; al punto che s'illumina spesso di toni di colloquiale amabilit. E tuttavia nel
Levi che rievoca questo ritorno alla vita c' sempre un'ombra che impedisce la completa immedesimazione
coi compagni e con le loro rinate speranze; c' "la consapevolezza che si tratta appunto di una tregua e che
la vergogna del passato era inestinguibile" (Cases); e c' la spietata verit che un compagno, il Greco, gli
ripete: "Guerra sempre". Questi sono quindi i motivi che costituiscono la fisionomia de La tregua: il
riconquistato senso e amore della vita e l'oscura consapevolezza che nulla potr pi essere integralmente
vissuto, perch c' stato di mezzo Auschwitz.

Ma circoscrivere l'importanza di Primo Levi alla sua produzione memorialistica errato. Ci sono almeno due
testi di notevole interesse legati alla sua formazione scientifica e alla sua attivit professionale nell'industria:
Il sistema periodico (1975) e La chiave a stella (1978).
La prima un'opera composta di storie ispirate ciascuna a un elemento chimico - l'idrogeno, il carbonio ecc.
-, ma nel contempo, con un amalgama di temi e di toni di notevole originalit, la rievocazione, per rapidi
accenni e inserti, di un passato nostalgicamente sentito: le comunit ebraiche del vecchio Piemonte, gli amici
e compagni scomparsi. Ne consegue che Il sistema periodico traccia la storia di una generazione, o almeno di
coloro che seppero negarsi alla retorica del fascismo, all'infamia delle leggi razziali, alla mortificazione della
dignit dell'uomo.
I racconti de La chiave a stella hanno come oggetto invece le concrete esperienze di un tecnico, le
consuetudini, il linguaggio - e da ci un accentuato sperimentalismo linguistico -, i riti del cantiere e della
fabbrica.
Dalla vocazione scientifica di questo scrittore, e dalla sua persistente volont di capire bisogna partire per
comprendere i saggi che compongono la sua ultima opera, I sommersi e i salvati (1986). Suggeriti, in parte,
dalle tesi revisionistiche che a partire dagli anni Ottanta serpeggiano nella cultura tedesca, questi saggi
gettano luce con inconsueta sincerit ancora un volta sull'esperienza del lager, sulla perdita di umanit degli
oppressori e degli oppressi, sull'unicit di quella esperienza. Ma vanno oltre l'esperienza individuale,
pongono problemi - etici, filosofici, storiografici - di valore perenne. Ha scritto con felice sintesi Mengaldo:
"Levi rest sempre diviso tra due interpretazioni della follia nazista: come episodio orribile, s, ma
circoscritto e concluso, della storia moderna, o invece come risultato conseguente delle tendenze del mondo
contemporaneo, tra sviluppo vertiginoso della tecnica e vocazione totalitaria del potere, e su questa forcella
continu a interrogarsi sino all'ultimo".
























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SEZIONE LIBRARIA PROPOSTA DI ISTITUTO

N Titolo
Anno di
edizione
Primo LEVI Cod.

ET008

Se questo un uomo 1947
RP009

La tregua 1963

ET008

Storie naturali
racconti pubblicati nella prima ed. sotto
lo pseudonimo di Damiano Malabaila
1966


Vizio di forma), racconti 1971
Lilt e altri racconti 1971

Il sistema periodico 1975 ET017

La chiave a stella 1978 ET009

La ricerca delle radici,
antologia personale
1981

Se non ora quando 1982 ET006

Traduzione de Il processo di Franz
Kafka
1983
Ad ora incerta 1984
L'altrui mestiere 1985

I sommersi e i salvati 1986 ET068



EDIZIONI POSTUME
Tutti i racconti 2005









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GIUSEPPE MAROTTA

Giuseppe Marotta (Napoli 1902-1963). Si trasfer a Milano nel 1925, dove
si dedic al giornalismo. E noto per i suoi racconti, specie dambiente
napoletano, intessuti di umorismo, di fine osservazione dei fatti e dei
caratteri, di un'abbondante ma non corriva vena sentimentale. Scrittore e
giornalista, collabor a diversi giornali (tra i quali il "Corriere della Sera"),
compose varie sceneggiature, soggetti cinematografici e testi teatrali. Tra i
suoi numerosi volumi ricordiamo: A Milano non fa freddo (1949), Gli
alunni dei sole (1952), "Coraggio, guardiamo" (1953), Mai di galleria
(1958). Gli alunni dei tempo (1960) e Le Milanesi, ripubblicato nella BUR
(1986).
Si ricordano L'oro di Napoli pubblicato per la prima volta nel 1947, da cui venne tratto l'omonimo film di
De Sica. Delle sue commedie, scritte in collaborazione con B. Randone, la pi nota li califfo Esposito
(1956).

SEZIONE LIBRARIA PROPOSTA DI ISTITUTO

N Titolo
Anno di
edizione
Giuseppe MAROTTA Cod.

Divorziamo per piacere 1934 Ceschina
Mezzo miliardo 1940 Garzanti
La scure d'argento 1941 Ceschina
Il leone sgombra (raccolta) 1944 Sagdos
Nulla di serio (raccolta) 1946 Elmo
L'oro di Napoli 1947
Le avventure di Charlot (raccolta) 1948 Ceschina
A Milano non fa freddo 1949
Gli alunni del sole 1952
Le madri 1952
Coraggio, guardiamo 1953
Mal di galleria 1958
Gli alunni del tempo 1960
Le milanesi 1962





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ALBERTO MORAVIA
(Liberamente tratto da Giuseppe Giacalone La Pratica della Letteratura NovecentoGuida
Modulare alla storia della letteratura Italiana Antologia Tomo II F.lli Ferraro Editori 1997 Pag.
858-899)

LA VITA

Alberto Moravia nato a Roma il 28 novembre del 1907 da
Carlo Pincherle architetto e pittore e da madre anconetana della
famiglia De Marsanich. Fino allet di 9 anni "la vita del piccolo
Alberto si dipana in una duplice direzione: nella reale
consistenza del mondo borghese in cui nato, tra le cure
affettuose delle sorelle Adriana ed Elena; e in quello ben pi
vero, ma crudo e disarmante, d'una Roma suburbana, con le sue
miserie e le sue costrizioni esistenziali" (Pandini).
A circa dieci anni, Moravia si ammal di tubercolosi ossea secca
e per questa ragione dovette interrompere gli studi ginnasiali e,
costretto a stare a letto, si diede alle letture degli autori preferiti:
Dostoevskji, Goldoni, Shakespeare, Baudelaire, Leopardi,
Manzoni, il teatro classico, Eliot, Apollinaire. In questo clima
nasce la sua vocazione di scrittore precoce. Dal 1923 al 1924 la
malattia raggiunse punte assai gravi, ma le cure indovinate e
precise del sanatorio lo portarono alla guarigione e nel 1925 pot trascorrere a Bressanone un periodo di
convalescenza.
Moravia intraprese a scrivere Gli indifferenti sin dal 1925, ma lo pubblic nel 1929 a proprie spese, in
quanto leditore Alpes di Milano pretese cinquemila lire per la pubblicazione del suo romanzo.
Il romanzo per il suo successo critico e per il suo spirito polemico-realistico mise in contrasto Moravia col
regime fascista, tanto che prefer evadere dal clima oppressivo del regime recandosi a Londra nel 1931 e poi
a Parigi. Quindi a New York nel 1934, chiamato da Prezzolini alla Columbia University, dove tenne
conferenze su Manzoni, Verga, Fogazzaro, D'Annunzio. Nel 1935 ritorna in Italia e intanto finisce la guerra
etiopica e Mussolini si avvicina alla Germania, dando luogo a una politica imperialistica culminante
nell'Asse Roma-Berlino.
Ricominci di nuovo i viaggi, e gli anni tra il 1933 e il 1943 furono i peggiori della sua esistenza dal punto di
vista della vita pubblica, per le persecuzioni naziste contro gli ebrei. Egli stesso dichiarava: Forse per questo
facevo tanti viaggi, per sottrarmi ad un'atmosfera avvelenata dalla menzogna, dalla paura e dal
conformismo.

Avvenimenti importanti in questo periodo furono il matrimonio con Elsa Morante (1940) e, subito dopo un
periodo di fuga e latitanza, in seguito al quale riusc ad arrivare con la moglie a Fondi, dove trov ospitalit
presso la famiglia di un conoscente, il giudice Mosillo, che lo fece alloggiare in un cascinale; nel La
Ciociara rivivranno molte delle esperienze di questo periodo. Nel 1945 fu premiato per il romanzo Agostino,
scritto nel 1943. La fine della guerra dette la possibilit allautore di riprendere la sua attivit con la
pubblicazione de La romana (1947), La disubbidienza (1948) e Il conformista (1951).
Nel 1952 gli viene assegnato il premio Strega e i suoi libri, mentre da un lato venivano messi allindice,
erano tradotti in quasi tutte le lingue e alcuni utilizzati come argomenti di grandi films di successo in chiave
neorealistica: La romana con la regia di Zampa, i Racconti romani con la regia di Franciolini, La ciociara
con la regia di De Sica, Gli indifferenti con la regia di Maselli.

La produzione moraviana, dal '47 al '59, cio da La romana ai Nuovi racconti romani (1959) stata infatti
giudicata da certa critica come quella pi aderente alla poetica del Neorealismo. "Ma a ben vedere Moravia,
se si eccettua il linguaggio neorealistico dei bozzetti di tipo popolare, resta ancora fedele alla sua
"indifferenza" di inizio, quale sostanza d'una pena esistenziale nei confronti della crisi sviluppatasi in seno
all'umanesimo tradizionale" (Pandini).
La classe dirigente italiana nellimmediato dopoguerra provoc una forte reazione al neorealismo, suscitando
atteggiamenti polemici pi impegnati sul fronte della neoavanguardia, e Moravia, intravedendo nella
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polemica lipocrisia di una societ rimasta conformista, riprese a lavorare nel teatro, nella speranza di avere
la possibilit di un colloquio pi diretto e di una denunzia pi efficiente e costruttiva per il pubblico.
Testimonianza di questa crisi sono i suoi numerosi viaggi all'estero e La noia (1960) in cui Moravia
recuperava "il suo tema preferito, ricollegabile alle sorti di scacco e d'impotenza della indifferenza d'inizio,
con abbondanza di tesi da dimostrare intorno al tema antico della sua atonia morale, che trova nel clima
sociale e ideologico degli anni Sessanta una nuova significazione e una sempre maggiore evidenza nel senso
di distacco da una realt inautentica.
L'inizio del nuovo decennio segna anche una svolta nella produzione e nell'impegno culturale di Moravia. Il
romanzo, come forma espressiva tradizionale, messo in crisi dal nascere delle neoavanguardie. Il Gruppo
63, in un convegno tenutosi a Palermo, entra in polemica con Moravia [...] Moravia, molto sensibile a
queste pressioni, rivede il suo lavoro e inizia la composizione di un nuovo romanzo, L'attenzione, che si
configura come romanzo nel romanzo" (Pandini).

Con Siciliano e Dacia Maraini (intanto si era separato da Elsa Morante) fonda una compagnia teatrale detta
del Porcospino. Ma l'opera teatrale di Moravia, pur testimoniando la vivacit e la vitalit di uno scrittore di
forte vena, non aggiunge nulla alla sua validit di artista narrativo; testimonia soltanto la minore fiducia del
nostro autore nel romanzo, mentre lo fa rivolgere sempre pi al saggio-racconto. Il segno della sua
insoddisfazione traspare nel romanzo Io e lui (1971).
Tra le altre opere si ricordano i romanzi: La vita nteriore (1978); 1934 (1982); L'uomo che guarda 1985);
Ritorno a Roma (1989) e, postumo, La donna leopardo; i volumi di racconti: La cosa (1983), La villa del
Venerd e altri racconti (1990).
Muore per un malore improvviso a Roma il 26 settembre 1990.

LE OPERE

Gli indifferenti (1929) costituiscono un romanzo di rottura con ogni aspetto della cultura italiana del tempo,
non solo per il fatto che nel contesto di una cultura surrealista e decadentista in crisi diede un primo esempio
di realismo, ma anche per il fatto che egli immetteva nell'arte narrativa un mondo inconsueto. "La realt che
l'autore traduceva ne Gli indifferenti e i modi linguistici, di cui si valeva, accusavano una franchezza morale
e una disinvoltura tecnica veramente singolari e, in gran parte, inedite nella nostra letteratura
contemporanea. Quel che colpiva in questo suo primo romanzo era la convergenza d'un contenuto
ostensivamente immorale e squallido con un'espressione secca e sbrigativa, anch'essa disadorna e
impoetica. Il trattamento ch'egli riservava ai suoi attori era contrassegnato da un distacco intellettuale che
gli permetteva di alienarli da se stesso e di atteggiarli in una parvenza di oggettivit talmente fredda e
scostante da poter sembrare quasi una diagnosi clinica" (Battaglia).
Lautore, come si detto, non aveva lintenzione di porre sotto accusa diretta il fascismo, ma gli stessi modi
realistici della narrazione costituivano gi un segno di protesta e di rottura. Il romanzo infatti implicava una
violenta accusa della struttura morale della famiglia borghese, e della societ che aveva mistificato i valori
dell'etica ufficiale piccolo-borghese del Fascismo.
Agostino "non soltanto, come parve ai pi, la storia della scoperta del sesso, e non nemmeno soltanto la
storia di una iniziazione sessuale dolorosamente frustrata: piuttosto, in tale veste di narrato, la storia []
di un ragazzo che si sforza, faticosamente, amaramente, di pervenire a vivere e a sentire come un uomo"
(Sanguineti).
Per questo Agostino costituisce unevoluzione nella tematica di Moravia e porta in primo piano il problema,
particolarmente sentito dallautore, del passaggio dalla adolescenza alla virilit.
Mentre Michele ne Gli indifferenti e Girolamo in Inverno di malato, cercano il loro modello in un amico a
loro vicino agli occhi di Agostino, "chiuso nella fittizia innocenza-ignoranza dell'educazione e della
situazione vitale borghesi, la realt non afferrabile e percepibile se non attraverso il mondo della banda,
cio attraverso il tipo di alienazione affatto diverso, anzi direttamente antitetico. Il mondo della banda,
insomma, riflettendo la realt in altra e proprio in contraria alienazione, lo specchio unico e
indispensabile in cui Agostino pu vedere riflessa, sia pure confusamente, e comprendere pi con il sangue
che con il cervello, qualche realt che ha vagamente intuito e mai riconosciuto, e che , prima di tutto, la
condizione effettiva del suo essere, la verit della sua esistenza alienata. in una formula schematica: il ricco
non pu conoscersi e intendersi nella sua essenza pi profonda, che quell'essere ricco che lo condiziona
integralmente, se non attraverso l'immagine che il povero ne riflette, immagine non assoluta davvero, non
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oggettiva, ma certo pi vera e reale di quella che egli ha fabbricato, per s, nella sua coscienza, immagine
insomma non alienata dalla ricchezza" (Sanguineti).
Nel romanzo La disubbidienza (1948) Luca, il protagonista, giunge alla conclusione che non esiste paese
innocente nel mondo borghese e che solo la morte potrebbe permettere di raggiungere questa dimensione
dellinnocenza. Ma alla fine cede allimpulso vitale e accetta il rapporto sessuale che si rivela come un
ritorno al seno materno, alle sorgenti della vita; e il romanzo concluder: S, concluse, la vita doveva proprio
essere questo; non il cielo, la terra, il mare, gli uomini e le loro sistemazioni, bens una caverna buia e
stillante di carne materna e amorosa in cui egli entrava fiducioso, sicuro che vi sarebbe stato protetto come
era stato protetto da sua madre finch ella l'aveva portato in seno.

Nel romanzo La romana in un momento in cui il poliziotto fascista Astarita sta in ginocchio con la testa nel
grembo di Adriana, lei osserva con una frase che molto somiglia alla finale de La disubbidienza:
In quei momenti non mi pareva pi un amante bens un bambino che cercasse il buio e il caldo del grembo
materno. E pensavo che molti uomini vorrebbero non esser mai nati; e che, in quel suo gesto, forse
inconsapevolmente, si esprimeva il desiderio oscuro di essere di nuovo riassunto dentro le viscere tenebrose
dalle quali con dolore era stato cacciato alla luce.
Si tratta come si detto di un pessimismo cosmico e materialistico, che molto da vicino ci richiama
Lucrezio, il grande poeta latino che Moravia ha assimilato benissimo.
Ma al di l del pessimismo, che nel romanzo legato al personaggio di Mino, lintellettuale che non crede ad
un'alternativa storica al mondo borghese, non va dimenticata l'umana piet che avvolge il personaggio della
romana, della prostituta, cos sollecita e devota nel sopportare la sua croce, cos rassegnata e di cui Moravia
ha fatto quasi uneroina, vittima degli ideali della borghesia. Mino arriva al suicidio perch incapace di
liberarsi dal complesso della borghesia, pur negandone i valori; pertanto la rassegnazione di Adriana l'unica
via che rende possibile la speranza di una vita migliore. La vita, del resto, migliora soltanto vivendola fin
nelle sue assurde contraddizioni esistenziali. Questo il problema essenziale ed esistenziale del libro.
Con La ciociara Moravia ha voluto pagare il suo tributo alla letteratura della Resistenza e dell'antifascismo;
ma ha anche ripreso i grandi problemi esistenziali e ideologico-politici che animavano gi i drammi di altri
suoi personaggi. Ce lo indica Moravia stesso: Con La ciociara si chiude idealmente la mia fase di apertura e
di fede senza incrinatura nei confronti del Comunismo. Si consumava dentro di me l'identi-ficazione tra
comunista e intellettuale. In altri termini il personaggio di Michele de Gli indifferenti si conclude l, ne La
ciociara. Non a caso, il protagonista maschile del romanzo l'ho chiamato appunto Michele.
Ne La ciociara c il superamento dellindifferenza di Michele che diviene responsabile e consapevole della
lotta antifascista, e la sua elevazione ad esempio di eroe del sacrificio e dell'altruismo.
Questo processo di purificazione e superamento appare tuttavia come problema esistenziale pi che
problema politico. Forse pi che l'ideologia marxista, spingono Michele all'azione attiva e diretta contro i
fascisti e i nazisti la situazione drammatica del mondo sconvolto e il buon senso di popolano. Anche qui,
come sempre, l'intellettuale il prodotto migliore che venuto fuori dalla borghesia, e che ha saputo mettere
in netta crisi quella stessa classe sociale.
Indubbiamente ne La ciociara, che rimane un romanzo autobiografico, una specie di documentario delle
esperienze che l'autore ha fatto nel suo rifugio a Fondi, Moravia ha voluto sottolineare precisamente la
tragedia della guerra, queste nuove forme di alienazione degli uomini imbarbariti prima dal bisogno e dalla
fame, e poi dal profitto e dalla violenza. La vita questa triste esperienza, e non c' alcun paese innocente
che possa sfuggire alla realt drammatica e alienante della guerra e della violenza. Questo il tono
drammatico de La ciociara, uno dei romanzi pi autentici e veristici scritti su quest'ultima guerra, sofferta da
Moravia nelle carni e nello spirito.
Nel 1960 Moravia affronta nel personaggio di Dino, protagonista de La noia il tema della incomunicabilit,
che laspetto pi desolato dellalienazione. E se nel 1929 aveva scelto i personaggi e l'ambiente storico-
sociale della societ borghese fascista, ora sposta la sua indagine sulla borghesia italiana neocapitalistica del
secondo dopoguerra. Protagonista sar la societ industrializzata e alienata del dopoguerra, la borghesia
fondata sul denaro. "Analizzando un Dino, come personaggio tipico della societ borghese contemporanea,
Moravia viene a suggerire e rappresentare che ci che vi di tipico in siffatta societ, il fenomeno per cui,
mentre la societ borghese classica poteva vantare una pienezza di rapporti con il reale prepotentemente
assoluta e di grande ricchezza vitale almeno per la classe borghese, e anzi una pienezza di rapporti
crescente, quanto pi ci si poteva accostare al vertice di quella stessa classe sociale, riservando
l'alienazione ai soli strati inferiori, o moravianamente, ai poveri, oggi l'alienazione investe, nel processo
ISTITUTO TECNICO COMM. IGEA Antonio GRAMSCI Albano Laziale (RM)
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fatale di corruzione di siffatta societ, anche gli strati pi alti, e raggiunge, nei termini di Moravia, anche i
ricchi" (Sanguineti).

Quello de La noia quindi un dramma di ordine sociale, perch basato sull'analisi dei rapporti fra l'uomo e il
sistema neocapitalistico del secondo dopoguerra.
Il romanzo pu apparire quasi pornografico, ma la prima impressione smentita dal dramma umano ed
esistenziale che matura attraverso il rapporto sessuale, sentito come unico mezzo disperato di comunicazione
in una societ alienata dal denaro e dal benessere. E questo chiaramente detto da Dino: eravamo madre e
figlio e il legame che ci univa non era l'amore bens il denaro.
Qui il denaro non pi psicologicamente nobilitato dalla verghiana religione della roba, unica realt che
possa dare leternit a Mastro don Gesualdo; , invece, un potente mezzo che condiziona la solitudine e
l'incomunicabilit umana nel mondo borghese. E quindi "se la sua efficacia di denaro viene meno, se la sua
essenza di strumento per possedere la realt sconfitta, la realt stessa che perduta e diviene
assolutamente enigmatica. Perch il denaro, in sostanza, lo strumento non soltanto dell'alienazione, ma
della conoscenza stessa, nel mondo borghese; ci che non si spiega in termini di denaro, non si spiega
affatto. Il che chiarisce ancora meglio quanto si affermava pi sopra: la realt tanto pi amabile e
desiderabile quanto pi non economicamente valutabile, cio proprio in quanto si sottrae al possesso e
rende vano quell'amore e quel desiderio" (Sanguineti).
E Dino stesso lo confessa: Proprio perch Cecilia non si lasciava possedere attraverso il denaro, io mi
sentivo, adesso, spinto, irresistibilmente, a dargliene; cos come proprio perch non riuscivo a possederla
attraverso l'atto sessuale, mi sentivo spinto a ripetere pi e pi volte l'atto medesimo. In realt, cos il
denaro come l'atto sessuale mi davano per un istante l'illusione del possesso; e io non potevo pi fare a
meno, ormai, di quell'istante, bench sapessi che era sempre regolarmente seguito da un sentimento di
profonda delusione.

LA POETICA

La critica successiva non ha modificato sensibilmente il giudizio dato dal Russo, secondo cui Moravia
sarebbe uno scrittore privo di effettivo svolgimento, uno scrittore senza storia.
Lequivoco da cui nata questa valutazione deriva da un fatto di cui Moravia appare assai consapevole: c'
un tempo storico, in cui lo scrittore intraprende a scrivere una sua opera, ma c' anche un tempo storico-
sociale che egli rappresenta e in cui inquadra le avventure dei suoi personaggi.
Questo rapporto tra il tempo dello scrittore e quello dell'ambiente storico-sociale dei suoi romanzi, ha
indubbiamente contribuito a creare l'equivoco di Moravia scrittore senza svolgimento. D'altra parte,
nonostante la ripetitivit di alcuni temi, bisogna tener conto che questi sono presentati sempre in una
situazione psicologica e narrativa sempre variata e in costante evoluzione stilistica. Ancora, ha contribuito al
mito di un Moravia astorico il fatto che, sin da Gli indifferenti, egli sia apparso gi uno scrittore maturo. Ma
anche vero che La noia, che dopo trent'anni ripropone quasi i medesimi temi, indica un'evoluzione notevole
anche se lo sfondo storico-sociale presenta ancora lo stesso clima alienante della incomunicabilit sociale
proprio del periodo fascista.
Vanno considerati quindi almeno quattro momenti nello svolgimento della sua opera: quello de Gli
indifferenti e dei racconti che gravitano intorno ai suoi motivi esistenziali e autobiografici, come Inverno di
malato e altri racconti; quello caratterizzato da Agostino e da La disubbidienza; quello indicato da Il
disprezzo e da La noia e che comprende anche il periodo romano, da La romana a La ciociara e ai Racconti
romani; e infine quello in cui il romanzo viene messo in crisi dallo scrittore e viene scoperta la vocazione del
teatro e dei saggi-racconti.
Gi dal suo primo romanzo Moravia adotta la tecnica che sarebbe stata poi detta "deduttiva" e che consiste
nel fatto che egli parte sempre da unidea astratta da cui sviluppa poi personaggi ed intreccio.
Per questo i personaggi non hanno svolgimento interiore e nel corso del romanzo non si hanno sorprese, per
cui si detto che la vita dei protagonisti cresce per accumulazione e non per evoluzione; in sostanza essi non
hanno storia come sembra non averne il loro autore. Ma, come si detto, questa caratteristica dei personaggi
deriva da un procedimento tecnico voluto, in quanto lo scrittore parte sempre da una tesi da dimostrare, e i
suoi personaggi sono soltanto mezzi.
Del resto Moravia, fa unattenta analisi dei personaggi e si interessa agli aspetti della vita e della societ che
rappresenta, ma non arriva mai ad approfondire le cause dei fenomeni. Rappresenta volti, gesti,
comportamenti, restando sul piano dellevidenza, senza fare opera di scavo morale. "Questa mancanza di
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complicit sentimentale tra lo scrittore e l'umanit rappresentata, questo impegno senza adesione, la sua
partecipazione senza simpatia e talvolta disgustata, se non addirittura neutrale, il suo stile stesso sgraziato e
azzardato (ma sempre scorrevole), sono qualit che rimarranno elementi fondamentali della sua arte
narrativa: per cui si pu ben dire che gi nel suo primo romanzo Moravia ha messo sul tappeto gli interessi
contenutistici e formali della sua poetica, che poi si svilupperanno e si matureranno nelle opere posteriori in
toni diversi." (Giacalone)

LA TEMATICA

Lanalisi del tipo umano dellinetto e linterpretazione della crisi della coscienza moderna collegano lopera
di Moravia alla narrativa italiana che va da Svevo a Tozzi e a Borgese, anche se "ha sempre dichiarato di non
voler esser stato mai uno scrittore politico impegnato deliberatamente in chiave polemica o scolastica, bens
uno che scopre le parole insieme con le cose e con i fatti; uno scrittore senza eccessiva preparazione politica,
ma che sa scoprire le grandi crisi alienanti del mondo moderno, la cui analisi socio-psicologica investe anche
profondamente la demolizione dei falsi valori della borghesia industriale (Giacalone) Marx, Freud,
Dostoevskij e i tragediografi europei furono fondamentali per la sua formazione, anche se di Marx e Freud
condivise laspetto critico e analitico ma non gli elementi propositivi.
Un profonda esigenza moralistica, una ricerca di autenticit umana, di un paese innocente e puro, un'ansia di
stabilire una comunicazione autentica con gli altri sono alla base della ricerca di Moravia. Ma la narrazione
dei fatti da lui esaminati dimostra la vita come , nella sua dura e crudele realt alienante e nella sua
disperata incomunicabilit. La crisi della societ moderna viene svelata dalla relazione tra sesso e denaro,
che a causa dellavidit riduce i rapporti umani a quelli puramente sessuali. La prostituta un personaggio-
tipo, un esempio di umanit alienata, incapace di stabilire rapporti sociali, al di l di quelli sessuali; un
esempio di persona sopraffatta dai valori mistificanti della societ borghese; la scoperta e la rivelazione di
una moderna solitudine che espressione di una impossibilit a comunicare con gli altri. Tutti gli uomini, in
fondo, hanno il destino della prostituta; rimangono schiavi dei falsi valori proposti dalla vita.
Smarrita ogni traccia di valori metafisici, ridotti quelli materiali al sesso e al denaro, impossibile ogni
rapporto autentico tra gli uomini.
Negli "infiniti intrighi sessuali dei personaggi di Moravia il possesso della donna e della ricchezza viene
elevato a nume tutelare e univoco di una societ borghese ormai in piena crisi di valori. E Moravia si fa
interprete della crisi della borghesia moderna, alienata dalla ricchezza, dal denaro, dalla produzione, dalla
tecnologia, dal lusso, il cui unico mezzo di comunicazione sembra essere il rapporto sessuale. Ma anche tale
rapporto non autentico, se vero che difficilmente chi veramente ama riesce a possedere la persona amata
- come accade per la Romana - in quanto gli uomini moderni hanno inquinato anche i rapporti stessi
dell'amore, mistificandoli con quelli della loro ricchezza oppure delle loro manie ossessive" (Giacalone).
In una situazione cos alienata "il riconoscimento senza riserve del fattore sessuale allora una via per il
riscatto, la possibilit che si apre all'eroe moraviano per ricongiungersi alla realt [...]. Siamo entrati nel
vivo di una crisi di cui Moravia non ha saputo indicarci la soluzione in alcun modo: l'illusione oscillante
della conquista del mondo che poteva esprimersi nel possesso fisico attraverso il sesso, l'esperienza che i
suoi adolescenti prima, poi i giovani, e infine l'uomo adulto avevano tentato di portare in atto attraverso il
rapporto sessuale, si svelata alla fine come impossibilit di raggiungere un equilibrio psicologico: e ci
pi chiaro proprio nello stadio della malattia mortale, della noia, quando appunto l'uomo, malgrado
l'esperienza conquistata attraverso la sessualit, dovr ammettere che quello stesso rapporto nonch
placare la diversit, la inasprisce ancor pi" (Pandini).
Dopo Gli indifferenti Moravia fa della realt sessuale il solo movente possibile per l'azione. Giustamente
osserva il Fernandez: "Il contrario dell'indifferenza non sar mai, per gli eroi moraviani, una coscienza
morale diritta e coerente; soltanto il riconoscimento senza riserva del fattore sensuale permetter loro di
riscattarsi dell'indifferenza e di aderire di nuovo con forza alla realt [...]. Ma il riconoscimento senza
riserva del fattore sessuale non poteva essere immediato; esso supponeva una inchiesta preliminare delle
possibilit del cuore umano [] la verit che un rapporto armonioso col mondo e con gli altri
impossibile per gli eroi di Moravia, ognuno chiuso nel circolo velenoso della sua solitudine, il crollo dei
valori morali ha trascinato con s la rovina dei sentimenti" (Giacalone).
E da qui deriva, probabilmente, la ragione interiore della sua vocazione narrativa che denunzia gli infiniti ca-
si che la realt ci presenta, attraverso quei personaggi che dal fallimento e dal dramma dell'esperienza appro-
dano finalmente alla riva dell'arte che li rivela a tutti gli uomini. Ed ecco anche la ragione per cui il tema del
sesso non mai narrato con compiacimento sensuale, bens con senso di disperazione e di amara solitudine.
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In lui il contrasto tra ricco e povero, tra puri e corrotti non assume per una fisionomia ideologica o politico-
sociale, bens posto in un rapporto tutto esistenziale per cui soffrono sia ricchi che poveri, sia puri che
corrotti, tutti presi da un delirio senza speranza Elemento fondamentale della tematica di Moravia il
pessimismo, un pessimismo cosmico e materialistico che ne La romana diventa quasi elegiaco, giacch tutta
la concezione del personaggio improntata alla nostalgia, al desiderio di un paese innocente, di un ideale,
quello della famiglia a cui lei aspira con tutte le sue forze. "Moravia ha travasato in questo romanzo la
concezione pessimistica che s'era andata accumulando nella sua narrazione per quasi vent'anni, senza
divenire mai cos esplicita, cos elementare come in questa sua opera, anche se ancora una volta siamo di
fronte a personaggi tarati o afflitti da quel male di vivere che si erano gi riscontrati in altre opere,
appesantiti da certe intellettualistiche velleit dimostrative" (Pandini)
Con La ciociara Moravia ha comunque fornito un ulteriore elemento per superare il conflitto interiore che
determina l'indifferenza. "Quasi tutti i personaggi moraviani sono consapevoli che la fine di un modo
vecchio di vita e la metamorfosi salutare per attingere uno stato esistenziale diverso, coincidono con una
violenza: Carla, Agostino, Luca, Michele, Giacomo, Cesira e Rosetta l'accettano come un tributo da pagare
all'autenticit della vita. Il processo naturale di questa crisi nell'impossibilit di definire l'identit dell'io
alienato alla perdita della propria coscienza. Il tema dell'alienazione - nelle sue varie schematizzazioni di
indifferenza, disubbidienza, conformismo, disprezzo, attenzione diverr nel personaggio di Dino pi
scopertamente noia" (Pandini).

SEZIONE LIBRARIA PROPOSTA DI ISTITUTO

N Titolo
Anno di
edizione
Alberto MORAVIA Cod.


Gli Indifferenti 1930 RP019
Le ambizioni sbagliate 1935
La bella vita 1935
L'imbroglio 1937
I sogni del pigro 1940
La mascherata 1941
La cetonia, 1943
L'amante infelice 1943

La speranza ovvero Cristianesimo e
Comunismo
1943
Agostino 1944
L'epidemia 1944
Due cortigiane e serata di Don Giovanni 1944
La romana 1947
La disubbidienza 1947
L'amore coniugale 1947
Il conformista 1947
I racconti 1952
Racconti romani 1954
Il disprezzo 1954
La ciociara 1957
Teatro 1958
Un mese in URSS 1958
Nuovi racconti romani 1959
La noia 1960
L'automa 1962
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Un'idea dell'India 1962
L'uomo come fine 1963
L'attenzione 1965
Cortigiana stanca 1965
Le luci di Roma 1965
Il mondo quello che 1966
Una cosa una cosa 1967
Il dio Kurt 1968
La rivoluzione culturale in Cina 1968
La vita gioco 1969
Il paradiso 1970
Io e lui 1971
A quale trib appartieni 1972
Un'altra vita 1973
Al cinema 1975
Boh 1976
La vita interiore 1978
Un miliardo di anni fa 1979
Impegno controvoglia 1980
Lettere dal Sahara 1981
1934 1982
Storie della preistoria 1982
La cosa e altri racconti 1983
La Tempesta 1984 Pellicanolibri, Catania
L'uomo che guarda 1985

L'angelo dell'informazione e altri testi
teatrali
1986
L'inverno nucleare 1986
Passeggiate africane 1987
Il viaggio a Roma 1988
La villa del venerd e altri racconti 1990
EDIZIONI POSTUME
La donna leopardo 1993
I due amici 2007 Bompiani, Milano







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CESARE PAVESE
(Liberamente tratto da Giuseppe Giacalone La Pratica della Letteratura NovecentoGuida
Modulare alla storia della letteratura Italiana Antologia Tomo II F.lli Ferraro Editori 1997
Pag.814-830 839-844 854-856)


LA VITA

Cesare Pavese nacque a S. Stefano Belbo, un paese delle
Langhe, nel 1908. Il padre, cancelliere al tribunale di Torino,
aveva in quelle Langhe un podere, in cui Cesare da ragazzo
trascorreva le vacanze estive. A quei luoghi dell'infanzia, mi-
tizzati nei simboli di una memoria indelebile, egli rimase
sempre legato anche negli anni della maturit; anzi essi
avranno un valore determinante nella sua vita e nella sua poe-
tica. Questa felicit del ragazzo dura fino al 1916; poi il pode-
re e la casetta vennero venduti in seguito alla morte del padre.
A Torino Cesare comp i primi studi ed ebbe come maestro
Augusto Monti, che poi doveva essere un punto di riferi-
mento dei giovani liberali torinesi e maestro eccezionale di
tutta una generazione di patrioti.
La sua vocazione letteraria si manifest assai presto e con una
seriet non comune in un giovane. N va dimenticato che egli
si forma in quella cultura piemontese che era all'avanguardia
con Gobetti, Gramsci e poi Ginzburg. Il 20 giugno 1930 si
laure in Lettere discutendo con Ferdinando Neri una tesi Sulla interpretazione della poesia di Walt
Whitman, che costitu l'avvio di una lunga attivit di americanista e, anche il modello iniziale delle sue prove
poetiche. Infatti egli inizia dal novembre di quello stesso anno la sua collaborazione alla Cultura, diretta
allora da Cajumi, con un saggio critico su S. Lewis, a cui seguiranno altri su Anderson, Lee Masters,
Melville, Dos Passos, G. Stein, Whitman, Faulkner. Questi saggi furono seguiti presto, da magistrali
traduzioni dall'americano e dall'inglese.
Negli scrittori americani egli cercava nuovi modelli realistici, che gli confermassero e chiarissero la sua
insofferenza contro le forme estetiche allora dominanti in Italia, ermetiche e rondiste.. In un certo senso egli,
scoprendo la nuova letteratura americana cercava di scoprire se stesso e iniziava una rottura profonda contro
la cultura ufficiale italiana; cos, anche senza volerlo, si schierava con quella cultura politica della Resistenza
che sar convogliata nel Partito Comunista.
Ma a questo contribuiscono anche alcune vicende familiari; gli muore la madre nel 1931; ed egli continua a
vivere con la famiglia della sorella Maria a Torino, ma chiudendosi sempre pi in se stesso. Non essendo
iscritto al partito fascista, si doveva adattare ad insegnare per poco in Istituti privati e serali. L'apertura della
casa editrice Einaudi lo vede tra i primi collaboratori insieme a Monti, Ginzburg, Geymonat, Mila,
Antonicelli, Cajumi e Levi. Nel 1934, essendo stato arrestato Ginzburg per motivi politici, lo sostituisce nella
direzione della Cultura; di questo periodo il suo amore per una professoressa di matematica, donna dura
e volitiva, impegnata nel del Partito Comunista clandestino. Fu proprio a causa di questo amore che sub una
delle pi violente frustrazioni della sua vita. Egli aveva accettato di ricevere alcune lettere politiche, dirette
alla sua donna; ma la polizia irruppe nella sua abitazione arrestandolo. Processato e condannato, fu inviato al
confino a Brancaleone Calabro per tre anni nel 1935.
La rivista veniva soppressa e l'allontanamento da Torino non contribu certamente a migliorare la sua indole
introversa e meditativa.
Dopo un anno di confino, gli vennero condonati gli altri due e pot ritornare nella sua terra e nella sua citt,
ma la professoressa, da lui amata si era sposata gi da un anno con un altro. Comincia di qui il suo trauma
maggiore, la sua inadattabilit alla vita; si tratta di una grave crisi, che per anni lo terr sospeso in una
tormentosa ossessione di suicidio. Cos si chiuse in un isolamento disperato, trovando rifugio soltanto nella
letteratura e riprendendo a lavorare instancabilmente. Le testimonianze di questo travaglio interiore si
trovano in un diario, Il mestiere di vivere, che sar pubblicato nel 1952.
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Nel 1936, al ritorno dal confino, pubblica la sua prima raccolta di poesie, Lavorare stanca per le edizioni di
Solaria. Saranno pochi ad apprezzarlo, anche perch pochi lo capiranno, essendo la sua raccolta un libro del
tutto nuovo, condotto con una tecnica prosastica sconosciuta in Italia. Intanto era ritornato presso la Casa
Einaudi, dove riprende con lena e successo il lavoro di traduttore. Nel 1941 egli pubblicava il romanzo Paesi
tuoi, scritto nel 1939, che ebbe un certo successo di critica.
Nel 1940 comincia la guerra fascista; egli viene chiamato alle armi, ma per una grave forma di asma viene
congedato. Nel 1942 pubblica La spiaggia, un romanzo di cui presto si vergogner perch non impegnato.
Nel 1943 a Roma, dove la Casa Einaudi ha aperto una succursale; ma l'armistizio dell'8 settembre 1943 lo
coglie a Torino. In seguito allo sbandamento dell'esercito e alla conquista dei tedeschi, egli si rifugiava con la
famiglia della sorella a Serralunga di Crea nel Monferrato. Quelle colline, ricordandogli le sue Langhe, gli
ripresentavano i miti della sua giovinezza.
Il 1944 per lui un anno di grazia e di riposo, dedicato alla meditazione, che neppure la presenza dei par-
tigiani riesce a turbare. Insegna in un istituto di Padri Somaschi, a Casale, e li frequenta con assiduit discu-
tendo con loro. Pare che sia alla soglia di una conversione religiosa. Ma dopo la Liberazione di nuovo a
Torino. che trova molto cambiata, si iscrive, senza convinzione, al Partito Comunista e collabora al giornale
L'Unit. Intanto il romanzo Il compagno (1947) vince il premio Salerno consacrandolo come autore impe-
gnato in un nuovo realismo letterario. Nel 1950 ottenne il premio Strega per il trittico de La bella estate. Co-
nosce una giovane attrice americana, Constance Dawling, se ne innamora, scrive per lei soggetti cinemato-
grafici, le dedica l'ultimo suo romanzo La luna e i fal. Ma la bella attrice partir per l'America, lasciandolo
solo; il 27 giugno del 1950 Pavese si uccide in una stanza di un albergo di piazza Carlo Felice a Torino in-
ghiottendo numerose cartine di sonnifero. Sul frontespizio di una sua opera posata sul tavolino da notte, si
potevano leggere le sue ultime parole, le stesse di Majakovskij: Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va
bene? Non fate molti pettegolezzi.

LE OPERE

In Lavorare stanca, c' un gruppo di liriche impegnate, in cui il realismo pavesiano, pur partecipando alle
istanze operaie e rievocando talora qualche martire della lotta sindacale, non riesce ad andare oltre la cornice
e la tecnica.
Gran parte delle liriche di Lavorare stanca non supera i termini di un serio esperimento neorealistico, di una
serie di tecniche stilistiche , ma nonostante le intenzioni realistiche e le nuove tecniche, Pavese non riuscito
a creare un nuovo modo di far poesia e il suo posto come poeta ben presto superato da quello del narratore.
Pertanto Lavorare stanca finisce con l'avere un valore marginale rispetto alla sua arte narrativa.
Tra il 1938 e il 1939 nasceva Il carcere, pubblicato poi assieme al romanzo La casa in collina nel 1949 nel
volume Prima che il gallo canti. Il motivo del confino, rimbalzando dalla poesia ai racconti, ora finalmente
trova piena attuazione artistica in questo romanzo, il cui titolo originario avrebbe dovuto essere ) Memorie di
due stagioni, ma che poi prese il titolo Il carcere. La situazione morale di Stefano, protagonista del romanzo,
altro non che una ripresa e un approfondimento psicologico del tema di chi sta a guardare la vita dalla
finestra senza riuscire ad avere o a stabilire un qualsiasi contatto con la realt. Sia Il carcere che altri
racconti rimasero a lungo inediti e valsero all'autore moltissimo come esperimenti e tirocinio per una nuova
narrativa e una nuova tematica realistica, oltre che per la ricerca di uno stile neorealistico.
Paesi tuoi, scritto nel 1939 e pubblicato nel 1941, non solo il romanzo che rivel alla critica Pavese narra-
tore, ma fissa anche l'anno al quale si suol far risalire la nascita ufficiale del Neorealismo nella narrativa ita-
liana. In quella occasione la critica ufficiale si affrett a catalogare Pavese fra i neorealisti. Al di l di quelle
polemiche (anche i critici fascisti non mancarono di sottolineare il nuovo stile derivato da Steinbeck). Il
romanzo, mettendo in antitesi citt e campagna, indicava sotto quel contrasto metaforico una sostanziale po-
lemica contro i miti fascisti spostando il suo obiettivo non pi su temi di evasione bens su forti passioni, e su
reali problemi.
Nel 1940 Pavese scrive il romanzo La bella estate, che sar pubblicato nel 1949 insieme a Il diavolo sulle
colline e Tra donne sole. La bella estate si distingue non tanto per la povert dei mezzi stilistici, ma anche
per una particolare tecnica di montaggio delle varie sequenze narrative. strutturate in brevi capitoletti, che
condensano in s una vicenda autonomamente compiuta, quasi a mo' di diario obiettivamente redatto. La
struttura dialogica alla base di questo romanzo ed , appunto, il dialogo e il monologo interiore che con
maggiore evidenza fanno risaltare la dimensione umana dei personaggi. Nel 1941 scrisse La spiaggia: lim-
portanza di questo romanzo, che lo stesso Pavese avrebbe poi rinnegato perch "non impegnato", consiste
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nella chiara presentazione del binomio citt-campagna. Per la prima volta Pavese sposta il suo obiettivo di
narratore dal mondo proletario e contadino al mondo dell'alta borghesia, mettendone in evidenza la crisi
interna.
Negli anni della guerra Pavese sistemer la sua grande teoria del mito e approfondir la sua poetica narrativa.
Cercando di salvarsi dal Naturalismo attraverso la poetica delle immagini-racconto che egli ha gi sostituito
alla poesia-racconto. Gli allarmi aerei sulla sua citt e i bombardamenti gli risvegliano un terrore atavico, una
realt primitiva, una percezione quasi animistica della natura. Il mito pavesiano nasce e vigoreggia in quel
clima di scoperte simboliche dell'infanzia, in quel mondo istintivo-irrazionale che viene liberato proprio du-
rante la guerra. La sola e vera ispirazione pu nascere dai miti, quando questi siano creduti. Non a caso
che molti artisti ricorrano all'infanzia e cerchino di risalire il fiume della memoria per accostarsi al mondo
larvale e istintivo delle origini. Risalire il corso della memoria, sia pure affidandosi come Proust alla pura
sensazione, sembra per a Pavese modo inadeguato: la sensazione pur sempre ricordo e quindi soggetta
alle coloriture di gusto. Occorre invece saper trascurare i ricordi gloriosi e confinarsi a scavare le zone
monotone e neutre, rinunciare alla memoria per scavare nella realt attuale e denudare la propria essenza.
Lispirazione una vera e propria illuminazione, estasi religiosa e di tale pienezza, che minaccia di travol-
gere l'artista (Mondo). In questo clima egli scrive Feria d'agosto nel '41-'44 (pubblicandoli nel '46), una
raccolta di racconti e di prose estetiche sul mito, il gruppo di liriche La terra e la morte 1945-'47) e i Dia-
loghi con Leuc 1945-'47), che costituiscono il suo libro pi specifico di questa teoria del mito, e in cui con-
formava la sua concezione del mondo e dell'arte. Sarebbe utile leggere questi dialoghi per rendersi conto di
quanto in questo libro Pavese si allontanasse dal Neorealismo, nonostante si ostinasse a sostenerlo nel 1946-
'47 col romanzo Il compagno, con cui egli pagava il suo tributo all'impegno politico nel Partito Comunista.
Pavese, nel 1945, aveva gi scritto ne L'Unit l'articolo Ritorno all'uomo e su Rinascita Dialoghi col
compagno, in cui giustificava la posizione e il significato che assumeva il letterato di Sinistra nel contesto
politico di una societ che era uscita dalla guerra e si era liberata dal Fascismo, dopo la lotta della Resistenza.
Ovviamente si tratta di scritti elaborati e redatti nell'euforia della Liberazione e nell'attesa di un mondo
nuovo e rinnovato, in cui, secondo Pavese, si doveva salvare l'apertura dell'uomo verso l'uomo. Ma l'impe-
gno di Pavese avveniva dopo una lunga elaborazione di miti decadenti, travestiti di Realismo americano.
La critica accolse assai favorevolmente Il compagno nell'immediato dopoguerra, allorch pi viva si faceva
la necessit di una letteratura politicamente impegnata. Ma non basta voler scrivere un romanzo impegnato
per fare opera di poesia. Il fallimento notevole agli occhi della critica, dopo qualche decennio dal suo
successo.
La casa in collina (1947-'48, ma pubblicato nel 1949) , invece, un autentico romanzo della Resistenza,
proprio perch ha come protagonista un intellettuale. E ovvio, anche in questo romanzo, il riferimento
all'esperienza autobiografica di Pavese rifugiatosi nelle Langhe durante il periodo clandestino. Tutta la trama
del racconto intessuta, di senso tragico della vita, che ora in Pavese assurto a pathos e angoscia che in-
veste tutti gli uomini, vinti e vincitori, accomunati nel triste destino della vita che scompare irreparabilmente
nel nulla. Il diavolo sulle colline, unitamente a La bella estate e Tra donne sole, ottenne nel '49 il premio. Il
romanzo un inno giovanile di scoperta della natura e della societ: ai tre ragazzi, protagonisti del racconto,
pare tutto bello, e soltanto a poco a poco prendono contatto ciascuno a suo modo con la sordidezza del
mondo borghese che non fa nulla, che non crede a nulla. Nel romanzo Tra donne sole i personaggi ruotano
entro una sfera di incomunicabilit e di egoismo che li rende privi di ogni moto di piet o di umanit. Anche
Clelia, il personaggio positivo, assiste impotente al dramma silenzioso che si agita attorno a lei; lei stessa
una dracine che non pu ormai pi scegliere il proprio destino, anche se apparentemente la sua volitivit
sembra salvarla dalla sorte delle altre donne sole. In questa donna Pavese ha realizzato l'ultimo tentativo di
credere ad una vita che possa essere il prodotto unico delle nostre capacit. E Clelia una delle poche
creature che si salvano, perch sa accettare la sua solitudine come il suo lavoro, anche rifiutando la
consolazione dell'amore e del sesso.
Lultimo romanzo di Pavese, scritto nel 1949 e pubblicato nel 1950, La luna e i fal, svolge in pi alta e
compiuta elegia il tema del ritorno.
Anguilla, protagonista del romanzo, un tipico personaggio pavesiano, uno che ritorna e ripercorre in
pellegrinaggio i luoghi mitici dell'infanzia, vagheggiati come l'unica via per attingere la pienezza del vivere e
la consapevolezza del proprio destino. Ma la realt sempre interviene a lacerare il velo della memoria, perch
il passato perduto per sempre.
E per questo che si pu ritenere La luna e i fal l'opera definitiva di Pavese: perch rappresenta il ritorno
all'infanzia, ma [] per trovare in esso l'oblo, cio la non-umanit, ma piuttosto come la revisione di un
modulo interpretativo della realt con cui il fanciullo aveva dato vita alle cose delle quali l'uomo scoprir poi
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la sostanziale inconsistenza morale. Il grande fal [...] ha appunto questo significato. Ritrovare se stesso
irrimediabilmente diverso dal ragazzo di un tempo, e accettare la nuova realt fatta di coscienza, rappresenta
il superamento della ferinit, [...] e il dolente accoramento nel vedere quel paesaggio mitico dissolversi, lo
sforzo compiuto dall'uomo per salvarsi dal processo involutivo che lo condannerebbe alla perpetua inazione,
cio alla amoralit dell'isolamento (Mollia).

LA POETICA

Emerge sempre in Pavese un contrasto interiore, un'antinomia di fondo, tra il suo innato gusto decadente e le
sue ferme intenzioni di instaurare o sperimentare una nuova letteratura di tipo realistico anglo-americana, da
Defoe a Dickens, da Melville a J oyce, da Lewis a Dos Passos e alla Stein, di cui egli forniva interpretazioni
esemplari ed emblematiche.
Infatti gli scrittori americani moderni (Dos Passos, Steinbeck, Faulkner) assimilati da lui tanto da dar luogo
ad una originale forma di contaminatio tra le colline piemontesi e i paesaggi americani del Sud, tra le
periferie subalpine e le megalopoli americane, diedero a Pavese uno stimolo e un mezzo di liberazione
morale e ideologica, un'occasione di protesta e di ricerca in chiave realistica, durante un periodo della nostra
cultura dominata dal disimpegno politico dei letterati e dall'Ermetismo; ma quella lezione neorealistica, era
sin dall'inizio contaminata dalla cultura decadente europea e ricompariva sempre tra le righe e le buone
intenzioni di rinnovamento.
La vocazione neorealistica, la lezione vera di Realismo che era contenuta nell'opera del Verga, invece, fu
sviluppata dai registi cinematografici, i quali, almeno nel primo momento, seppero offrirci un'autentica arte
realistica.
Non possiamo affermare che Pavese sta ai realisti americani, come Verga sta ai naturalisti francesi. Verga,
infatti, componeva arte verista dopo che si era liberato definitivamente da tutti i residui romantici e
sentimentali, mentre Pavese porta con s nel mondo realistico dei suoi romanzi la sofferenza dei propri
problemi esistenziali, l'angoscia della sua solitudine, la sua elegia tragica.
Pertanto Pavese, in ogni sua opera, denuncia questo dissidio di fondo tra la sua autentica ispirazione lirico-
elegiaca e l'intenzione di piegare questa sua vocazione ad esigenze ideologiche, che possono essere prima
quelle del Realismo americano, e poi quelle del marxismo, inteso come momento di rottura dell'incomuni-
cabilit e inserimento nella socialit. Perci egli rimane sempre un lirico, poich in lui l'elegia tragica torner
sempre ad addensarsi come sentimento della malinconia del vivere, anche quando creder di aver risolto tale
elegia in un racconto oggettivo e realistico, come avviene per La bella estate e La luna e i fal

Si direbbe subito che Pavese, poich subiva pienamente le insidiose suggestioni dell'irrazionalismo contem-
poraneo in tutte le sue pi svariate manifestazioni psicologiche e sociologiche ed etnologiche, in quanto
sentiva le insanabili contraddizioni dell'uomo moderno e della societ alienata, cercava di farsi forte e difen-
dersi con la sua cultura umanistica contro ogni dispersione irrazionale in sede artistica. Di qui la consa-
pevolezza e la stringatezza del suo stile di contro alla irrazionalit dei sentimenti, la sanit della sua parola
poetica di contro al costante "vizio assurdo" della solitudine e della morte.
E indicava come prima realizzazione di queste sue velleit la poesia I mari del sud, in cui era passato da un
lirismo di sfogo al tono di un pacato e chiaro racconto. E tale poesia-racconto, una forma di poesia og-
gettiva sia nel linguaggio parlato sia nella forma del verso: un primo avvio della nuova poetica neorealistica.
Tradurre, poi, questo mondo intenzionale in un mondo artistico realizzato, stato per Pavese ben altra cosa,
poste le premesse della sua fondamentale cultura decadente. Successivamente Pavese tender a superare la
nuda e semplice registrazione psicologica e cronistica, il culto dell'immediata oggettivit, temperando la
tecnica e la poetica della poesia-racconto in quella dell'immagine-racconto, come nei Paesaggi.
Indubbiamente Pavese avvertiva un grande disagio nella cultura italiana contemporanea; ma molto
probabile che egli trasferisse indiscriminatamente il disagio politico e la crisi della societ e della coscienza
moderna nel campo della poesia e dell'arte ermetica e rondista, e, quindi, vedesse in quell'arte l'aspetto
essenziale di quella societ in disgregazione morale. Ed egli lo dichiarava apertamente ne Il mestiere di
poetas in un'epoca di arte pura, di prosa d'arte, di poesia rarefatta, proprio quando la prosa italiana era un
colloquio estenuato con se stessa e la poesia un sofferto silenzio, egli assumeva atteggiamenti antiermetici e
antirondisti, scoprendo nel linguaggio vivo e realistico della letteratura americana temi e forme realistici che
avevano una nuova prospettiva storica di vera avanguardia. E ci perch il suo punto di partenza era una
poesia oggettiva, realistica, una poesia-racconto.
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Il mio gusto voleva un'espressione essenziale di fatti essenziali, ma non la solita astrazione introspettiva,
espressa in quel linguaggio, perch libresco, allusivo. Il Realismo di Pavese rimasto, quindi, un fatto
meramente intenzionale, talvolta anche in contrasto con la sua autentica vocazione elegiaca; e a tale
proposito molto indicativo che proprio negli anni del trionfo del Neorealismo nella letteratura e nel cinema
Pavese scriva i Dialoghi con Leuc ove, all'opposto, la natura si rappresenter intrisa di dubbio, di
mistero, di angoscia (Stella).
Per il suo stile, per, il suo linguaggio e la sua funzione culturale egli fu un autentico maestro e divulgatore
di letteratura realistica, al di l delle sue realizzazioni artistiche.
Ci si chiesto, in seguito a questo come mai Pavese possa esser stato considerato un maestro del Realismo,
se la sua poetica quanto di pi decadentistico vi sia stato in Italia, e se vero che il Realismo deve essere
inteso come superamento di ogni forma di Decadentismo ed anche come affermazione dei valori positivi e
progressivi della vita. Anzitutto va tenuto presente il temperamento introspettivo di Pavese, che in nessuna
occasione seppe mai essere uomo d'azione e venire a contatto diretto con la realt della vita sociale, neanche
durante il periodo della lotta partigiana, che pur dovette ammirare e comprendere. Va tenuta presente, poi, la
sua formazione culturale, che di tipo decadente, ma arricchita da studi psicologici, etnologici e dalla
letteratura americana cos ricca di fermenti sociali. E va tenuta presente anche la condizione politica e sociale
in cui visse; trov sulla sua strada il nazionalismo, l'idealismo, il vecchio messaggio della nostra tradizione
umanistica in crisi e visse l'intero arco della involuzione della vita civile del nostro Paese, caduto nella
dittatura fascista e si trov in polemica con la cultura ufficiale, anzi con quella che era la disgregazione
culturale degli anni fascisti.

LA TEMATICA

Una delle tematiche fondamentali nellopera di Pavese la descrizione della situazione psicologica
delluomo chiuso definitivamente in un carcere morale, in unassoluta incomunicabilit, che d tono unitario
al romanzo redatto secondo la tecnica dellimmagine racconto e in forma di monologo interiorecon
opportune interruzioni di parti dialogate protese verso il dialetto (Prima che il gallo canti) Paesi tuoi
rappresenta il risultato di quell'operazione culturale di allargamento della cultura letteraria italiana di cui
Pavese stesso, con Vittorini, fu uno dei maggiori protagonisti negli anni tra il 1930 e il '40, attraverso la
introduzione in Italia della narrativa realistica anglo-americana. Come gli scrittori americani nelle loro
province volevano scoprire il dramma dell'uomo, cos Pavese voleva rivelare in Paesi tuoi le riserve di pi
schietta umanit custodite nella sua provincia, i fermenti nascosti e ignorati della vita dei campi, ravvivandoli
con le esperienze e le tecniche narrative della nuova letteratura americana. Certamente l'attenzione
dell'autore spostata su certi aspetti meno consolanti della realt, pi rudi, nonch l'uso dei modi elementari
del linguaggio, dimostrano il permanere in Italia della grande lezione del Realismo ottocentesco di Verga e
di Balzac, ma con l'aggiunta dell'esperienza decadente e neorealistica. Come lo scrittore nel naturalismo
doveva scomparire di fronte alla realt, ora deve scomparire anche davanti al personaggio (La bella estate).
Con La spiaggia inizia uno dei temi ricorrenti in Pavese, che quello della contrapposizione tra citt, intesa
come maturit e responsabilit, e campagna intesa come infanzia e contemplazione delle memorie giovanili.
Questo tema verr ripreso in altre opere come Il diavolo sulle colline in cui vengono messi a contatto diretto
due mondi socialmente diversi, di cui sono rispettivamente esponenti da una parte i tre studenti figli di
famiglie contadine o popolane, e dall'altra Poli, la moglie e i suoi amici milanesi. Tuttavia tra i vari
protagonisti, nonostante le diversit dei ceti sociali, non c' una rigida demarcazione, che possa legittimare la
satira alla borghesia come unico tema, anche se almeno in apparenza, i termini antitetici citt-campagna,
infanzia-maturit, anche qui sembrano mettere in rilievo questa dualit di valori, con la preferenza morale
per la sanit del mondo della campagna. Nei Dialoghi con Leuc Pavese reinterpreta le figure della mitologia
greca alla luce della sua cultura moderna fondata sugli studi di etnologia, di Freud e dell'Esistenzialismo.
Eroine ed eroi del mondo greco e mitologico diventano la proiezione dei miti della mente e del sentimento
dell'autore, alla stessa guisa delle Operette morali per il Leopardi Le velleit ideologiche, anche generose,
che furono il grande equivoco del periodo neorealista, non risparmiano nemmeno Pavese, almeno per quel
che riguarda Il compagno, un romanzo scritto apparentemente per una doverosa ammissione di fede
politica; []. Il compagno vuole essere il recupero delle ragioni ideologiche della Resistenza attraverso la
descrizione di un destino, quello di Pablo che dal buio della coscienza, giunge alla consapevolezza del
perch si vive e si combatte (Venturi). NeLa casa in collina, torna il tema del Carcere: l'impossibilit di
partecipare alla storia senza compromessi; problema che in parte egli aveva narrato nel racconto La famiglia.
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Il tema del ritorno, dellinfanzia della campagna viene ripreso da La luna e i fal. Al reduce che cercava nei
luoghi della sua infanzia le tracce del suo passato non rimane che accettare la estraneit al suo paese e,
partendo, constatare, ormai oppresso dal passato e dal presente, che crescere vuol dire andarsene,
invecchiare, veder morire, ritrovare la Mora com'era adesso.
Tutta la conclusione del romanzo fondata sulla constatazione della legge della morte che connaturata alle
cose dell'uomo e della vita.
Ripeness is all (maturare tutto): la sentenza che, apposta nella dedica di quest'ultimo volume, Pavese
aveva fatta sua nelle meditazioni del diario. Qui rappresenta lo sbocco di un processo interiore che porta
Pavese a rivedere se stesso fanciullo nella riscoperta della vigna, della collina, che, fuori del tempo e dello
spazio, riassumono la prospettiva di un'infanzia che non nostalgia, o proustiana recherche du temps perdu,
ma identificazione istintiva con un'attualit vissuta nella tragica consapevolezza di non poter mai essere se
stessi se non quando il mito, divenendo coscienza, si dissolver, e sar sostituito dalla piena moralit umana,
che storia.

Enoto che all'origine della poetica pavesiana c' la scoperta dell'infanzia come l'et in cui l'uomo compie
le sue esperienze fondamentali. E' nell'infanzia che si ha il primo contatto con il mondo e che si creano i
simboli, i miti, corrispondenti alle singole rivelazioni delle cose []. Le successive esperienze non sono che
un conoscere una seconda volta, un riscoprire e ridurre a chiarezza quei miti. [] Alla contrapposizione fra
infanzia e maturit si affianca, come equivalente, quella tra campagna e citt sul piano storico, quella fra
l'et primitiva dell'uomo, titanica e selvaggia, e l'et civile e culta. Siamo arrivati [...] al vagheggiamento di
un mondo mitico e irrazionale, punto di partenza di tutto il Decadentismo europeo [ ... ] (Salinari).
























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SEZIONE LIBRARIA PROPOSTA DI ISTITUTO

N Titolo
Anno di
edizione
Cesare PAVESE Cod.

Lavorare stanca (poesie) 1943 Einaudi, Torino
Notte di festa (racconti) 1953

Il carcere 1949 Einaudi, Torino ET082

Paesi tuoi 1941 Einaudi, Torino EI004

La casa in collina 1949 Einaudi, Torino ET010

La bella estate 1949 Einaudi, Torino OM26
ET078

La spiaggia 1956 Einaudi, Torino
ET090

Il Compagno 1947 Einaudi, Torino ET014

Dialoghi con Leuc 1947 Einaudi, Torino ET039
ET066

Il diavolo sulle colline 1949 Einaudi, Torino
ET051
ET080

Tra donne sole 1949 Einaudi, Torino
ET081
RP007

La luna e i fal 1959 Einaudi, Torino
ET054
ET025

Racconti Einaudi, Torino
ET089

BellItalia Einaudi, Torino ET042

Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950 1952 Einaudi, Torino ET077

Feria dagosto 1946 Einaudi, Torino ET094
Verr la morte e avr i tuoi occhi 1962 Einaudi, Torino








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VASCO PRATOLINI
(Liberamente tratto da Giuseppe Giacalone La Pratica della Letteratura NovecentoGuida
Modulare alla storia della letteratura Italiana Antologia Tomo II F.lli Ferraro Editori 1997 Pag.
900-937)

LA VITA

Vasco Pratolini nato a Firenze il 19 ottobre 1913 da un'umile
famiglia fiorentina vissuta in un tipico quartiere cittadino, che spesso
sar protagonista dei suoi romanzi. La partenza del padre per la
guerra e la morte della madre lo costrinsero a vivere da piccolo con i
nonni e nonostante il ritorno del padre dopo la guerra, la famiglia non
si ricompose perch il padre si spos di nuovo e il giovane Vasco,
non inserendosi nella nuova realt familiare prefer vivere solo
facendo l'operaio in una tipografia.

Alternava per al lavoro lo studio di Dante, Dickens, Manzoni, sotto
la guida di Ottone Rosai, di Bilenchi e di altri amici fiorentini. Si
orient in seguito verso Cardarelli e Campana e verso la prosa d'arte.
Ma il troppo lavoro e la vita sregolata minarono la sua malferma
salute; i medici diagnosticavano la sua malattia come tubercolosi
polmonare e fu costretto a ricoverarsi (lesperienza fatta nei
conservatori si ritrova nel suo Taccuino da Convalescente). Dopo la
guarigione, nel 1936, riprese il lavoro e la strada alla collaborazione di varie riviste gli fu aperta da Vittorini
che lo stimol ad un maggiore impegno politico.

Nel 1941 pubblicava Il tappeto verde, e nel 1942 la seconda opera, Via de' Magazzini, in cui ottenne una pi
solida omogeneit narrativa.

Dopo Amiche lideologia antifascista e la presa di coscienza nella lotta partigiana maturarono ne Il
Quartiere: del resto la durezza della sua esperienza di vita contribu alla formazione di scrittore popolare.
Dalla pubblicazione di Cronache di poveri amanti e Cronaca familiare, due romanzi che lo imposero al
pubblico e alla critica, si sempre pi affermato anche nei premi letterari, vincendo il Premio Viareggio, il
premio Feltrinelli dell'Accademia d'Italia e il premio Marzotto. E tra gli scrittori italiani pi tradotti all'estero.
Si spento a Roma nel 1991.

LE OPERE

A parte le opere giovanili Magazzini e Le amiche, raccolte nel 1956 nel Diario sentimentale, il libro che
costituisce un momento fondamentale della sua carriera Il Quartiere (1944), considerato a buon diritto uno
dei romanzi che hanno dato inizio al Realismo. Lesperienza drammatica della Resistenza, e il contatto con
la realt della guerra, della miseria e della fame davano un pi pensoso senso della vita ai suoi ragazzi
fiorentini, che nel romanzo vengono messi di fronte alla scelta del loro futuro. Negli anni in cui Pratolini
scriveva questo suo primo romanzo, l'antifascismo e la lotta partigiana sidentificavano con il Comunismo,
che continuava il nostro Risorgimento, combattendo contro tedeschi e fascisti. E Pratolini cantore del
vitalismo giovanile, pi che del comunismo scientifico che gli voleva affidare un compito pi forte delle sue
possibilit. Il Quartiere fu il canto della nostra liberazione politica, il canto della presa di coscienza politica
dei giovani dinanzi alle loro responsabilit.

La coscienza politica e l'esigenza di una rivoluzione sociale nascono sulla base di una solidariet collettiva,
su un sentimento di amicizia e di fiducia dell'uomo sull'uomo. E il tema narrativo del passaggio dall'infanzia
alla maturit legato anche a quello della formazione di una coscienza politica e sociale in ognuno di loro,
sia fascista come Carlo che antifascista come Giorgio. In questo senso Il Quartiere comincia a mettere a
fuoco i problemi di fondo della Cronaca di poveri amanti e di Cronaca familiare (1947).
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Nel verismo ottocentesco la descrizione della miseria portava alla disperazione e alla ribellione dei vinti,
mentre nella letteratura di tipo deamicisiano la felicit si poteva raggiungere anche nello stato di miseria;
Pratolini si differenzia da entrambi perch i suoi personaggi, anche nelle condizioni pi terribili della povert
e dello sfruttamento, hanno la capacit di comprendere che nella solidariet collettiva il fondamento della
loro speranza in una vita migliore. Dice Salinari che "L'ottimismo di Pratolini coincide con l'ottimismo del
movimento popolare italiano dopo la sua liberazione: e confondere questottimismo con l'idillio o
l'aspirazione alla pace di classe, significa appunto non saperne valutare l'esatta genesi storica" (citazione
tratta da Giacalone,ibidem,pag.905). Infatti il vitalismo eroico delle masse popolari in cui credeva Pratolini
sidentificava allora, almeno dal 1944 al 1947, con il Partito Comunista.

I personaggi di Cronache di poveri amanti sono del 1922, ma in realt sentono e operano con la fiducia e nel
trionfo operaio che Pratolini aveva nel 1946; sono reali nel senso pratoliniano della vita dopo la liberazione
dal Fascismo, ma nel senso storico oggettivo sono creature irreali e fantastiche. Ed proprio questo volersi
tener fuori dalla realt vera che ha permesso a Pratolini di mantenere intatta la carica vitale dei suoi popolani,
di rappresentare i loro problemi umani, le loro confessioni, le loro necessit, le loro aspirazioni, di qui
l'ottimismo che circola tra le pagine del romanzo.

In Pratolini laspetto sociale non pu essere scisso da quello elegiaco: infatti la Cronaca familiare scritta
contemporaneamente a Cronache di poveri amanti e le loro trame si intersecano e le basi sociali sono
identiche, solo che nel primo prevale l'accento elegiaco. Lautore "riepiloga in un lungo dialogo con il
fratello morto il senso doloroso della sua memoria, cerca nella sua storia familiare l'origine e la necessit
del suo sentimento lirico" (Pampaloni,citazione tratta da Giacalone,ibidem,pag.913). Del resto la premessa
di Pratolini assai significativa: Questo libro non un'opera di fantasia. E un colloquio dell'autore con suo
fratello morto. Lautore, scrivendo, cercava consolazione, non altro. Egli ha il rimorso di avere appena
intuita la spiritualit del fratello, e troppo tardi. Queste pagine si offrono quindi come una sterile espiazione.
Ma capire la spiritualit del fratello morto comportava un'indagine anche di ordine sociale, comportava il
ricordo della miseria in cui erano nati, la necessit di consegnare il pi piccolo ad un signore borghese, che
lo avrebbe reso estraneo al fratello e ai parenti.

La composizione di Un eroe del nostro tempo risale al 1947, quando, cio, Pratolini trovava attorno a s una
realt politicamente pi involuta di quanto non avesse potuto pensare durante la Resistenza ed era costretto a
dare contenuti ideologici ai due termini, fascismo e antifascismo. Il fascismo fu sentito dalla borghesia come
una malattia e di quella malattia Sandrino il mostro.

Sandrino, figlio di un'educazione sbagliata, ruba, mente, odia, uccide, tradisce anche l'amore conformemente
alla natura rovesciata di tutti gli eroi pratoliniani,. Ferruccio alla fine stato salvato dalla scoperta dell'amore,
mentre Sandrino ha tradito l'amore e senza l'amore non potr mai trovare un legame con la societ; lo spiega
chiaramente Pratolini per bocca dell'ex partigiano Faliero: Penso che non si possa volere interamente il bene
dell'umanit, che non si possa lottare con tutta la scienza e la freddezza necessaria, se non si ama anche
fisicamente qualcuno.

Perci Sandrino il rovesciamento degli eroi pratoliniani; il suo fascismo si presenta come una malattia
psicologica, come espressione disperata della sua irreparabile solitudine. Dei tanti ragazzi che Pratolini ha
descritto cos vivacemente, Sandrino per questa sua incapacit di tornare indietro non si salva; n
sufficiente a frenare la sua follia il sincero amore che lo lega alla madre Sandrino non pu vivere in una
societ fondata sulla pace e sulla libert; educato alla violenza e alla brutalit, un malato mentale costretto a
vivere in mezzo ai sani: l'opposto di Metello e di Maciste.

Ne Le ragazze di San Frediano (1949) lo scrittore "ritorna al suo mondo fiorentino, non in chiave di
rievocazione, ma sul piano sperimentale col tentativo di inserimento di una favola contemporanea sul filone
realista che tra poco approder al Metello. Quadretto di costume con l'aggiunta di qualche novit, nei
confronti delle precedenti ambientazioni; la scelta di San Frediano, ad esempio: di un quartiere che esula
dalla geografia dell'adolescenza pratoliniana, e che al tempo stesso si presenta nell'ambito della societ
fiorentina, come zona dall'autonoma e determinante fisionomia, ferma nella volont salda di lottare. Da Via
del Corno, quindi, la vena pratoliniana si trasferisce verso una realt popolare pi progredita, per lo meno
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sul piano di un acquisizione di coscienza. Prende concretezza e dimensioni letterarie, in questo romanzo, e
questo il fatto pi notevole che traspare dal libro, una figura di popolano, che prepara e anticipa quella di
Metello, tipico personaggio del sottoproletariato fiorentino, ormai per lontano dal clima della lotta"
(Mauro, citazione tratta da Giacalone,ibidem,pag.923/24).



Metello un personaggio positivo e il romanzo la storia della sua maturazione in senso sociale: pur
essendo semplice e privata riassume le esperienze di unintera categoria e inserita nel quadro di sviluppo di
unintera societ.
La polemica su Metello fu un segnale sicuro del successo del romanzo e pu essere riassunta nelle posizioni
di due critici Marxisti, Salinari e Muscetta.
Muscetta osservava che Pratolini, scrivendo il suo romanzo nel 1952 sotto la pressione dell'imperialismo e in
un periodo di stanchezza del movimento operaio e dalla lotta per la pace, ne avrebbe assimilato
quell'aspirazione all'idillio che si era diffusa nell'aria in quegli anni di crisi della classe operaia. Mentre
Salinari precisava che la situazione storica in cui Pratolini scriveva era "caratterizzata dalle tappe
fondamentali di un periodo storico (nel caso di Pratolini la Resistenza, l'antifascismo e l'ingresso sulla
scena della vita nazionale delle grandi masse popolari) e dalle esperienze che, in relazione ad esse, compie
uno scrittore" (citazione tratta da Giacalone,ibidem,pag.925).
Va quindi a Pratolini il merito di avere scritto un romanzo impegnato a sinistra, negli anni in cui cominciava
di nuovo a prevalere la letteratura disimpegnata.
Muscetta inoltre giudica Metello un personaggio che sta pi in camera da letto che alla Camera del Lavoro
mentre Salinari conclude il suo esame rivalutando il romanzo come la migliore espressione del Neorealismo,
di cui, invece, secondo Muscetta il romanzo segnerebbe la crisi.
Infatti cos Salinari conclude: "Il Metello forse il primo romanzo del dopoguerra in cui sono spariti
definitivamente alcuni miti del Decadentismo: l'ossessione del sesso, l'esaltazione del primitivo, il richiamo
della campagna, il mito dell'infanzia, il gusto del torbido e dello sporco, la seduzione del misticismo. Quei
miti che nella letteratura neorealistica del dopoguerra trovavamo mescolati alle esigenze di esprimere le
vicende e le esperienze della realt nazionale. E per questo che noi abbiamo parlato e continueremo a
parlare di realismo di Metello. Non per farne un capolavoro: si pu avere, infatti, un romanzo realistico
anche pieno di difetti. Ma perch segna una rottura con la tradizione decadente" (citazione tratta da
Giacalone,ibidem,pag.926).
Del resto l'amore tra Ersilia e Metello una delle storie d'amore pi oneste e pulite e smentisce la mania del
sesso di cui parlava Muscetta,; le altre avventure amorose di Metello sono come elementi marginali della
formazione morale del personaggio, che si costruisce anche attraverso errori e deviazioni psicologiche.
Metello non deve essere considerato il santo nuovo della classe operaia; egli un uomo sano e vigoroso, un
operaio che ha compreso di essere sfruttato e vuole lottare contro chi lo sfrutta; l'amore ha potenziato in lui lo
spirito di solidariet verso i compagni, lo ha maturato, anche negli indugi con Idina, a combattere meglio la
classe borghese e lo ha fatto vincere.
Anche qui Pratolini preferisce descrivere creature giovani e forse questo dovuto alla sua predilezione per
quel vitalismo giovanile, per quel bisogno di speranza e di solidariet, che nei giovani sono sempre qualit
genuine e sincere, come l'amore, l'amicizia e il gioco.

Lo Scialo (1960) vuole essere la continuazione della storia cominciata con Metello; infatti il romanzo di
quella piccola e media borghesia che caratterizz i maggiori aspetti della vita italiana dal 1910 al 1930. Anzi
si potrebbe meglio definire la storia del cedimento della piccola e media borghesia da un generico socialismo
al vero e proprio compromesso col Fascismo. E quella resa politica "accettata in malafede, coincide con il
crollo morale. E un libro di oltre 1.300 pagine, ove il Pratolini rompe ed esaspera le strutture del romanzo
(un vai e vieni di cronaca e memoria, confessioni, soliloqui, diari, colpi di scena, lunghe sequenze
crudamente visive e cinematografiche, [] punta sul tema erotico sino ai limiti del patologico (il diario di
Nin), e infine paga il suo tributo alla reviviscenza del dibattito lingua-dialetto riproposto in quegli anni e
reintroduce il vernacolo in funzione non pi coloristica ma realistico-drammatica. La differenza da Metello
molto netta. E non solo perch quello era il romanzo del bene e questo il romanzo del male" (Pampaloni,
citazione tratta da Giacalone,ibidem,pag.933).
Metello era stato il romanzo delle speranze operaie, Lo Scialo il romanzo del disfacimento morale della
borghesia italiana che cede al Fascismo e lo potenzia.
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La classe operaia e contadina viene naturalmente coinvolta nella dissoluzione della vecchia borghesia
liberale. Di qui il richiamo ai versi di Montale: La vita questo scialo --di tristi fatti, vano --pi che crudele.
--E la vita crudele pi che vana.
Indubbiamente il romanzo rispecchia la situazione in cui si era venuto a trovare l'autore, dopo aver visto
svanire la speranza del Comunismo al potere.


Il quadro della societ italiana che egli traccia costituisce un'interpretazione morale delle condizioni politiche
di quel tempo. Non che Pratolini sia "arrivato a scrivere un romanzo apologetico del Fascismo; o meglio,
abbia preso atto delle buone ragioni che lo hanno portato al potere, e ce le ha rappresentate in veste
narrativa" come sostiene Manacorda. Piuttosto il mondo che interessa Pratolini quello umano "inquadrato
s in un'epoca, ma sempre rappresentato nei suoi aspetti individualizzati, per cui la persona che risulta
sempre vittoriosa, nel bene o nel male, e, nel suo vario e sempre impreveduto atteggiarsi nella vita, si
differenzia nella sua unicit. In questa direzione ci sembra che si orientino anche gli interessi sociali di
Pratolini" (Mollia, citazione tratta da Giacalone,ibidem,pag.933).

Nel Metello era stato sufficiente un solo protagonista per ritrarre la fisionomia univoca della classe popolare
in ascesa; ne Lo Scialo, per la variet e il differenziarsi interno della societ dal punto di vista ideologico e
psicologico, i protagonisti veri e propri sono circa cinque, con un coro ben nutrito di personaggi minori, colti
anche attraverso una battuta di dialogo o un cenno narrativo. Il quadro sociale completo; ci sono, oltre ai
personaggi principali della vicenda, i rappresentanti dell'aristocrazia, della borghesia e del proletariato
operaio e contadino. Ci sono i fascisti manganellatori e violenti, ci sono i fascisti moderati della seconda ora,
ci sono i fascisti pacificatori e poi una larga schiera di monelli, di sigaraie, di venditori di piazza, che servono
ad animare l'azione del romanzo, i triti fatti di cui si compone la vita, lo scialo vano e crudele insieme.
(Giacalone,ibidem,pag.934)
Il realismo del romanzo certamente non ripete la tecnica e la poetica degli scrittori naturalisti dell'Otto-
Novecento, perch ha fatta sua la psicanalisi e alcune istanze del Decadentismo. "Il linguaggio pratoliniano
ne Lo Scialo si fatto sensibile al variare degli umori dei personaggi, si incarnato in essi fino a diventarne
la sostanza. In Cronache di poveri amanti la lingua ancora quella di una koin letteraria; il vernacolo vi
appena accennato e come filtrato attraverso un genere di lingua illustre. Nel Metello si osserva un pi
puntuale contatto con la realt popolare del linguaggio, e il racconto si avvicina anch'esso, nel suo contesto
linguistico, ad una pi coerente fusione con il dialogato, nel quale si enuclea anche il personaggio in tutta la
sua semplicit realistica, e nella sua esperienza sociale. Lo Scialo rappresenta indubbiamente la ulteriore, e
si potrebbe dire definitiva conquista di un linguaggio realistico, sia che si tratti del dialogo, o del monologo,
che rivela il mondo vernacolo senza esserne la pura descrizione, sia che si tratti del racconto che fonde
perfettamente gli elementi letterari con l'anima stessa degli avvenimenti, delle situazioni, dei personaggi"
(Mollia, citazione tratta da Giacalone,ibidem,pag.935).
Ma il Realismo dello scrittore si coglie anche nel rapporto che ciascun personaggio stabilisce tra la propria
vita e la comune dimora. "Giovanni, Nin, Nella sono aspetti diversi di un medesimo volto: che poi la
bancarotta di una societ e di una stagione storica. Il Realismo, in effetti, non pu che registrare il dramma
della storia che precipita o della societ che si consuma, o degli ideali che si vanificano.
Prima di scrivere il terzo volume della Storia italiana, Pratolini pubblic, nel 1963, La costanza della
ragione. Nel 1966 completava il terzo momento della Storia italiana con Allegoria e derisione, con la quale
giungeva agli anni del Fascismo, della guerra mondiale e della lotta partigiana.
Il protagonista si trova di fronte alla prova decisiva della morte di una persona amata, dinanzi al senso del
mistero. Bruno, dopo avventure con ragazze facili, finalmente si innamorato. Ma Lori destinata a rapida
morte, e fa crollare tutte le costruzioni di Bruno e lo mette di fronte a una prova superiore ad ogni previsione
della ragione. Ma egli resiste virilmente, non abbandonandosi mai al dolore; anche Lori, dal canto suo,
resiste, affrontando coraggiosamente la morte, impedendo che Bruno o i suoi cari vedano le sue sofferenze.
Allegoria e derisione (1966) il romanzo che completa la terza parte della Storia italiana da lui promessa e
iniziata con Metello. Argomento sono gli ultimi anni del Fascismo, la guerra mondiale, e la lotta partigiana.
Una materia, quindi, contemporanea all'autore, la testimonianza di una crisi politica e storica, in cui egli
ancora dentro, ma da cui presume di esser fuori ideologicamente.
Ultimo romanzo di Pratolini La citt dei miei trent'anni, Scheiwiller, Milano, 1967.


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LA POETICA

Nelle Cronache di poveri amanti e nella Cronaca familiare la poesia pi umana di Pratolini sta nel pianto dei
poveri, nellelegia al fratello perduto, e tutti i momenti della rievocazione ricostruiscono la personalit del
fratello che la borghesia aveva allevato senza dargli gli strumenti necessari per affrontare le difficolt della
vita. E ne deriva la denuncia pi severa della miseria della povera gente, ricattata anche negli affetti pi puri,
nonch l'accusa a una classe incapace di dare un'educazione positiva e vitale. "E nella Cronaca familiare
che s'apre, nascosta dietro il velo del libro privato, la piccola valvola da cui affiorano e poi escono e
tumultuano i temi non risolti di Pratolini, o da lui volutamente ignorati, tenuti a bada, che sono poi i temi
non risolti della realt italiana dei primi anni dopo la guerra. Nelle cento e ottanta pagine di quel libretto si
svela tutta scoperta l'incrinatura fondamentale di Pratolini e di quegli anni [ ... ]. Spaccatura da cui appare
la mancata fusione dei motivi intimi e privati coi motivi politici, il dissidio tra speranze individuali e
speranze collettive, tra destino individuale e destino collettivo, e cio alla fine la mancata elaborazione
fruttificazione dei motivi sociali sul terreno personale. Qui i motivi esistenziali decadenti svelano il loro
perdurare muto sotto l'empito dell'entusiasmo collettivo" (Longobardi,citazione tratta da Giacalone,
ibidem,pag.914)
Caratteristico dellevoluzione artistica di Pratolini il passaggio dalla cronaca alla storia e dallautobiografia
lirica al racconto. Egli, infatti, dopo la parentesi del Mestiere di vagabondo (1947), si accinge ad un'impresa
narrativa di vaste proporzioni, che chiarifica e arricchisce l'esperienza del primo periodo, offrendoci una
storia organica della situazione operaia in Italia e a Firenze, a cominciare da Un eroe del nostro tempo (1949)
per concludere con Metello (1955) e Lo Scialo (1960). Il Neorealismo di Pratolini di solito si fa cominciare
con Un eroe del nostro tempo. Scrive ASOR ROSA: "Non c' dubbio che il Realismo costituisca appunto la
sostanza pi profonda delle ambizioni nuove di Pratolini: il "tipico" un termine che lo affascina, che sente
traguardo di tutta la sua storia di narratore, armonica conclusione degli sforzi iniziati vent'anni prima per
liberarsi dalla formula memoriale, per raggiungere e conquistare il cuore degli uomini" (citazione tratta da
Giacalone,ibidem,pag.922). Ovviamente questo passaggio al Realismo implica una attenta maturazione, un
approfondimento morale e storico della materia trattata, mentre "tutti i pregi e i difetti del Neorealismo sono
rintracciabili nel primo tentativo del nuovo Pratolini: da una parte certe compiacenze morbose e sessuali, la
tesi scoperta e dichiarata senza offrirla all'intuito del lettore, ma d'altro canto anche tutta la
spregiudicatezza di giudizio, tutto quel senso appassionato di rottura e quell'ansia di rinnovamento che
furono i fatti pi positivi della stagione neorealista." (Mauro, citazione tratta da Giacalone,ibidem,pag.922).
Il quadro della societ italiana che egli traccia ne Lo scialo costituisce un'interpretazione morale delle
condizioni politiche di quel tempo. Non che Pratolini sia "arrivato a scrivere un romanzo apologetico del
Fascismo; o meglio, abbia preso atto delle buone ragioni che lo hanno portato al potere, e ce le abbia
rappresentate in veste narrativa" come sostiene Manacorda. Piuttosto il mondo che interessa Pratolini
quello umano "inquadrato s in un'epoca, ma sempre rappresentato nei suoi aspetti individualizzati, per cui
la persona che risulta sempre vittoriosa, nel bene o nel male, e, nel suo vario e sempre impreveduto
atteggiarsi nella vita, si differenzia nella sua unicit. In questa direzione ci sembra che si orientino anche gli
interessi sociali di Pratolini" (Mollia, citazione tratta da Giacalone,ibidem,pag.933).
Nel Metello era stato sufficiente un solo protagonista per ritrarre la fisionomia univoca della classe popolare
in ascesa; ne Lo Scialo, per la variet e il differenziarsi interno della societ dal punto di vista ideologico e
psicologico, i protagonisti veri e propri sono circa cinque, con un coro ben nutrito di personaggi minori, colti
anche attraverso una battuta di dialogo o un cenno narrativo. Il quadro sociale completo; ci sono, oltre ai
personaggi principali della vicenda, i rappresentanti dell'aristocrazia, della borghesia e del proletariato
operaio e contadino. Ci sono i fascisti manganellatori e violenti, ci sono i fascisti moderati della seconda ora,
ci sono i fascisti pacificatori e poi una larga schiera di monelli, di sigaraie, di venditori di piazza, che servono
ad animare l'azione del romanzo, i triti fatti di cui si compone la vita, lo scialo vano e crudele insieme.
(Giacalone,ibidem,pag.934)
Il realismo del romanzo certamente non ripete la tecnica e la poetica degli scrittori naturalisti dell'Otto-
Novecento, perch lautore ha fatta sua la psicanalisi e alcune istanze del Decadentismo. "Il linguaggio
pratoliniano ne Lo Scialo si fatto sensibile al variare degli umori dei personaggi, si incarnato in essi fino
a diventarne la sostanza. In Cronache di poveri amanti la lingua ancora quella di una koin letteraria; il
vernacolo vi appena accennato e come filtrato attraverso un genere di lingua illustre. Nel Metello si
osserva un pi puntuale contatto con la realt popolare del linguaggio, e il racconto si avvicina anch'esso,
nel suo contesto linguistico, ad una pi coerente fusione con il dialogato, nel quale si enuclea anche il
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personaggio in tutta la sua semplicit realistica, e nella sua esperienza sociale. Lo Scialo rappresenta
indubbiamente la ulteriore, e si potrebbe dire definitiva conquista di un linguaggio realistico, sia che si tratti
del dialogo, o del monologo, che rivela il mondo vernacolo senza esserne la pura descrizione, sia che si
tratti del racconto che fonde perfettamente gli elementi letterari con l'anima stessa degli avvenimenti, delle
situazioni, dei personaggi" (Mollia, citazione tratta da Giacalone,ibidem,pag.935).
Ma il Realismo dello scrittore si coglie anche nel rapporto che ciascun personaggio stabilisce tra la propria
vita e la comune dimora. "Giovanni, Nin, Nella sono aspetti diversi di un medesimo volto: che poi la
bancarotta di una societ e di una stagione storica. Il Realismo, in effetti, non pu che registrare il dramma
della storia che precipita o della societ che si consuma, o degli ideali che si vanificano.

LA TEMATICA

Ampio stato il dibattito su Pratolini che stato considerato ora lo scrittore neorealista per eccellenza, ora
lautore che ha messo definitivamente in crisi il Neorealismo. E certo che ci si trova davanti ad uno dei pi
espressivi autori del periodo neorealista, il primo in cui siano scomparsi i miti borghesi del Decadentismo:
l'ossessione del sesso, il gusto del torbido passionale, l'esaltazione del primitivo e della campagna e il mito
dell'infanzia.
Infatti, a differenza degli altri autori, in genere borghesi e formatisi con regolari studi, Pratolini stato
sostanzialmente autodidatta e ha avuto una dura esperienza di vita che lo ha messo a contatto con la povera
gente, con gli operai, di cui ha interpretato lansia damicizia e di solidariet, e la speranza di vincere e
superare la barriera della miseria. In lui quindi i temi della solidariet umana sono istintivi, e l'ideologia
politica socialista che ne deriva nelle cose stesse, nei sentimenti dei suoi personaggi.
La protagonista dei suoi lavori Firenze, non solo quella a lui contemporanea, ma anche una Firenze
storicamente evocata tra la fine dell'Ottocento e il primo Novecento, che pone le premesse economiche delle
condizioni di miseria della classe operaia e del popolo, prima e dopo il Fascismo. Anche la costante fedelt
alla sua citt e alle sue esperienze, l'opera di questo scrittore appartiene nettamente alla poetica del
Neorealismo.
I personaggi di Pratolini non sono mai soli e per questo non sono dei vinti dalla vita, anzi avvertono un forte
senso della solidariet umana, una forza che li fa soffrire, li fa amare, li fa trionfare. Cos egli ha superato sia
la lezione pessimistica del Verga, che la concezione mitografica dei decadenti.
I protagonisti delle opere di Pratolini appaiono quindi sempre positivi e ci offrono la visione di una societ
fiduciosa nella speranza di un domani pi giusto, pi consapevole della solidariet umana.
I critici-politici hanno accompagnato col loro dibattito sociologico-letterario la sua opera, e lo hanno
considerato protagonista di una radicale trasformazione nella narrativa, facendogli assumere una
responsabilit politico-culturale pi forte delle sue stesse possibilit.
"Insomma, anche al di l delle sue intenzioni che pur erano sinceramente decise a costruire un nuovo
modello di romanzo - ma sempre con molta discrezione e senza gran chiasso di manifesti teorici - si voluto
caricare sulle spalle di Pratolini la responsabilit politica e letteraria di una nuova narrativa popolare di
tipo realistico-socialista, quale la critica marxista dell'immediato dopoguerra ansiosamente auspicava e
vagheggiava con grande speranza, senza aver fatto bene i conti con quella che era stata la genesi culturale e
borghese dei cosiddetti neorealisti: Vittorini, Pavese, Pratolini, Moravia." (Giacalone,La pratica della
letteratura:Novecento,II tomo, pag.901-Ed.Ferraro-Napoli)
Anche Pratolini, stato vittima dellequivoco proprio della cultura italiana, grazie al quale molti nostri
letterati si sono ritrovati nel fronte unico dell'antifascismo; il vitalismo eccezionale che li aveva distinti nella
lotta partigiana, si spostava dal PCI quando, passato il momento eroico in cui quasi tutti si erano ritrovati
accomunati, il Comunismo apertamente dichiarava la sua via democratica al potere. Dopo la crisi del
Comunismo, estromesso dal potere da parte della borghesia, la nostra cultura rivelava la sua origine borghese
e decadente; ma Pratolini si mantenne nel Neorealismo in modo determinato, anche se non sostenuto
adeguatamente da una cultura marxista e socialista per adempiere alla funzione-guida che gli attribuivano i
suoi critici di sinistra.






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SEZIONE LIBRARIA PROPOSTA DI ISTITUTO

N Titolo
Anno di
edizione
Vasco
PRATOLINI
Cod.

Il tappeto verde 1941
Via de' magazzini 1941
Le amiche 1943
Il quartiere 1943

Cronaca familiare 1947

OO017
OO017

Cronaca di poveri amanti 1947
OM044
Diario sentimentale 1947
Un eroe del nostro tempo 1947

Le ragazze di Sanfrediano 1949 OM043
La domenica della povera gente 1952
Lungo viaggio di natale 1954

Metello 1955 OO018
Lo scialo 1960

La costanza della ragione 1963 OJ012
La costanza della ragione 1963
Allegoria e derisione 1966
La mia citt ha trent'anni 1967
Il mantello di Natascia 1985









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IGNAZIO SILONE
(Liberamente tratto da Giuseppe Giacalone La Pratica della Letteratura NovecentoGuida
Modulare alla storia della letteratura Italiana Antologia Tomo II F.lli Ferraro Editori 1997 Pag.
963-977)

LA VITA

Ignazio Silone (pseudonimo di Secondo Tranquilli) nato a Pescina
dei Marsi (LAquila) il 1 maggio del 1900 da un piccolo proprietario
terriero e da una tessitrice. Egli stesso in Uscita di sicurezza ricorda la
vita trascorsa vicino alla madre che gli raccontava a mo' di storia
episodi del Vangelo e delle Vite dei Santi, e rievoca la generosit del
padre assai ospitale e caritatevole e la sua dirittura morale.
Presto gli muore il padre e nel 1915, durante il terremoto della Marsica
muore anche la madre; per questa ragione egli non solo dovette inter-
rompere gli studi classici, ma venne presto a contatto con la dura realt
della vita e della guerra che in provincia faceva sentire i suoi riflessi
sociali. Infatti sin dal 1917 Silone capeggiava gi le prime leghe rosse
dei contadini abruzzesi, mostrando di auspicare un punto d'incontro fra
socialismo e cattolicesimo. Ma nel complesso la sua fu una conte-
stazione globale della vecchia societ abruzzese e delle sue istituzioni,
come testimonato da Uscita di sicurezza e da Fontamara.
Nel 1917 fu direttore del settimanale socialista e pacifista Avan-
guardia; poi redattore del Lavoratore di Trieste. Al congresso di
Livorno (1921) ader al Partito Comunista e fu attivo dirigente della
Federazione Giovanile. Dopo l'avvento del Fascismo fu accanto a Gramsci come attivista clandestino. Dopo
l'arresto del fratello si rifugi all'estero, dove prosegu la sua attivit antifascista, incorrendo anche
nell'espulsione da vari Paesi. Rappresent parecchie volte il movimento comunista con Togliatti a Mosca.
Nel 1930, durante le persecuzioni e le purghe staliniane, si stacc dal movimento comunista perch non
condivideva il carattere tirannico dell'organizzazione internazionale comunista diretta da Stalin. Di quella
profonda crisi, in cui emergevano anche i suoi giovanili entusiasmi libertari e cristiani, risent tutta la sua
produzione letteraria nonch il comportamento politico. Ma, pur lontano dal Partito Comunista, egli non
cess la sua attivit di propagandista antifascista e socialista. Le stesse sue opere, pubblicate all'estero,
Fontamara (1933 a Zurigo), Pane e vino (1936), La scuola dei dittatori (1938), Il seme sotto la neve
(1941), l'opera teatrale Ed egli si nascose (1944), sono la dimostrazione della denuncia serrata, implacabile,
costante, che egli faceva della violenza fascista e delle misere condizioni dei cafoni del suo paese. E i suoi
libri, quasi sconosciuti in Italia, facevano il giro del mondo attraverso gli esuli antifascisti e i vari
simpatizzanti stranieri, i quali vedevano in Silone uno dei pi puri missionari della resistenza antifascista nel
mondo. Egli operava in mezzo al pubblico straniero un ridimensionamento della realt sociale italiana, in
senso inverso, quindi veritiero, della propaganda fascista; lavorava, come un apostolo, per la libert del
popolo italiano, come Gramsci nel silenzio e nella solitudine del carcere.
Di qui lo scarso contatto con le correnti ufficiali della letteratura italiana; ma di qui anche l'insegnamento e la
guida spirituale che la sua opera offr ai nuovi scrittori italiani del Neorealismo, al suo ritorno in Italia dopo
la Liberazione, e alla sua entrata nel Partito Socialista, e alla direzione dellAvanti!. Silone non trov buona
stampa presso i critici comunisti; ma la sua influenza sui pi giovani scrittori fu enorme e imprevedibile:
emanava infatti da quell'uomo - lo scrittore italiano pi noto all'estero e tradotto in quasi tutte le lingue - il
fascino di un apostolo della democrazia e della libert. Dopo la scissione del Partito Socialista, Silone non
segu alcuno dei due partiti rivali, anche se ha sempre manifestato la sua solidariet ad un socialismo
democratico. Comunque, la sua attivit principale stata quella di scrittore.
Le opere scritte dopo la Liberazione - Una manciata di more (1952), Il segreto di Luca (1956), La volpe e
le camelie (1960), Uscita di sicurezza (1965), L'avventura d'un povero cristiano (1968), continuano i temi e
sviluppano la testimonianza da lui iniziata nelle opere scritte all'estero. Pertanto egli sempre rimasto un
difensore della libert e un credente nella liberazione della povera gente dalla miseria e dalle vessazioni dei
potenti. Egli stesso precisava: Lo scrivere non stato per me, salvo che in qualche raro momento di grazia,
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un sereno godimento estetico, ma la penosa e solitaria continuazione di una lotta, dopo essermi separato dai
miei compagni pi cari.
Silone si spento in Svizzera nel 1978.



LE OPERE

Il suo primo romanzo, Fontamara, una condanna del regime fascista e delle autorit, anche religiose che
furono conniventi con esso, ma la vicenda umana e tragica che ispira i sentimenti di questi cafoni, assume
nel corso del romanzo un tono di rilievo cosi drammatico da spiegare la fortuna che ha arriso al libro.
Forse Vino e Pane il libro del maggiore impegno politico-morale di Silone, quello che ne mette a nudo il
temperamento anarchico e anticonformista, una sorta di analisi autobiografica e morale, sotto le apparenze di
un romanzo avventuroso, in cui denuncia la retorica e la violenza fascista che appaiono in tutta la loro reale
malvagit e brutalit.
La tematica dell'opera di Silone si amplia col procedere degli anni e Il seme sotto la neve gi un romanzo in
cui si confondono ambiente reale e atmosfera irreale e l'epilogo conferma la stranezza della storia di questo
romanzo, che, pur essendo ambientato in una situazione storicamente e geograficamente reale, appare
avvolta da un'atmosfera irreale. Reale il paese, veri sono i notabili con il loro conformismo, la loro
avidit, i loro intrighi, i loro pettegolezzi. E veri sono anche gli oppositori: Simone, Pietro, la nonna,
Faustina, Severino. Ma il paesaggio, i cafoni, i notabili, i vari personaggi sono come filtrati attraverso la
memoria, quasi allontanati nel tempo e nello spazio. Tutto il racconto acquista un sapore di leggenda e di
simbolo.(Salinari)
Ne Il segreto di Luca la nobilt dei sentimenti del protagonista ha riscattato anche la dignit del cafone che
non potrebbe, secondo l'opinione comune, avere simili sentimenti romantici. Il romanzo vuol essere la
testimonianza di questo sentimento puro e nobile del cafone. In altri termini, Silone ha voluto darci un
romanzo d'amore e di sacrificio, evidenziando il fatto che anche un cafone pu essere un eroe-martire
dell'amore e vittima dell'ingiusta giustizia degli uomini.
L'avventura d'un povero cristiano, uscita nel 1968, presenta quasi in termini didattici la poetica e la
tematica delle opere di Silone. Vi appare come motivo centrale l'anarchismo evangelico, l'utopia di un
mondo retto dall'amicizia e dall'amore, quale poteva essere offerto dalle comunit monacali del Medioevo
abruzzese, di cui Celestino V, frate Pietro da Morrone, fu un esempio mirabile. Silone stesso precisa l'ideale
socialista di questi primitivi cristiani: Li univa, malgrado alcune divergenze, una comune fede nell'imminente
Regno di Dio, quale era stato annunziato nel secolo precedente da Gioacchino da Fiore: l'attesa di una
terza et del genere umano, l'et dello Spirito, senza Chiesa, senza Stato, senza coercizioni, in una societ
sobria, umile e benigna, affidata alla spontanea carit degli uomini

LA POETICA

Nel primo romanzo il racconto viene esposto per bocca di alcuni cafoni, Giuv, Matalena e il loro giovane
figlio, che ha condiviso con Berardo la tragica esperienza della rivolta dei cafoni. E come tale, esso non
perde mai il tono popolare di una narrazione concepita a livello contadino. Anche i nomi, don Circostanza,
don Abbacchio, don Carlo Magna, l'Impresario, indicano perfettamente il livello popolare con cui quelle
figure vengono ridimensionate dal popolo secondo i soprannomi, che ne caratterizzano le funzioni e le
personalit.
Fontamara davvero un romanzo nuovo nella nostra letteratura, un romanzo popolare, non solo per il suo
contenuto di denuncia e di testimonianza politico sociale, bens anche per il tono del racconto, per la sua
lingua adeguata al modo di pensare dei cafoni e del popolo. Tutti i dialoghi sono concepiti allo stesso livello
mentale con cui il popolo parla e discorre e comprende; la stessa ironia, che spesso arricchisce il romanzo, ha
un valore psicologico, in quanto rivela l'anima di quella povera gente. Questa epopea degli umili, in un certo
senso, rimasta al di qua della nostra letteratura colta; ma essa ha cittadinanza legittima in quanto opera
d'arte a tutti i livelli.
Giustamente il Russi scriveva nel 1944: Fontamara un romanzo di ambiente italiano, anzi di ambiente
fascista, che apparve in Italia con pi di dieci anni di ritardo dalla sua prima edizione. E' qualcosa che ci
viene dall'esilio. All'estero ha avuto un grandissimo successo, specie in Inghilterra, ed stato vastamente
tradotto. Esso non assomiglia a nessun libro nostro. In tutti questi anni, com' noto, noi abbiamo curato
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molto lo stile. Qualcuno, anzi, ha curato soltanto lo stile. In definitiva, abbiamo prodotto una letteratura che
a stento qualche migliaio di persone in grado di gustare. Una letteratura per letterati. Silone invece
tutt'altro; i nostri contadini (i cafoni, come lui ama dire) potrebbero capirlo senza difficolt. Sono loro i
protagonisti del romanzo, con la loro miseria, la loro superstizione, la loro vivace prontezza psicologica, i
loro soprannomi bizzarri. Abbiamo qui un esempio di quella letteratura popolare che si accentuer forse
dappertutto dopo questa guerra".

Da non dimenticare certamente la tecnica narrativa di Vino e Pane che amalgama in perfetta unit tonale
passioni politiche e sentimenti d'amore, figure ridicole del regime e creature sofferenti, in un quadro
realissimo della vita italiana e abruzzese degli anni intorno alla guerra etiopica, quando la retorica
imperialistica port gli animi degli italiani alla suprema alienazione politica.

LA TEMATICA

Temi fondamentali dell'opera di Silone sono ovviamente la denuncia e l'impegno politico cui per
costantemente legato un nuovo messaggio di solidariet umana e cristiana; gi nel primo romanzo,
Fontamara, il protagonista Berardo comprendendo la ragione del suo sacrificio dice "Se io muoio? Sar il
primo cafone che non muore per s, ma per gli altri".
Lo stesso sentimento di solidariet umana ispira la morte di Elvira: "lo ti chiedo - essa dice alla Madonna -
una sola cosa: d'intercedere per la salvezza di Berardo. In cambio ti offro l'unica povera cosa che possiedo,
la mia vita"
Sul piano della tematica sociale a Silone rimane il merito di avere accompagnato e talvolta preceduto molti
dei tentativi di romanzo sociale intrapresi da un vasto gruppo di scrittori anglosassoni; la differenza fra questi
ultimi e lo scrittore di Pescina sta nel fatto che i primi descrivono le problematiche dellambiente operaio
mentre egli si fa portavoce del mondo contadino. Sempre dal primo romanzo emerge un'immagine triste
dell'Italia, per lo pi stranamente dimenticata: la differenza fra cafoni e cittadini, la disperazione della povera
gente dei paesi, la loro assoluta ignoranza della politica. Il libro oscilla tra la satira, la cronaca, ed il racconto
abbandonato e sentito. La buona fede dei contadini spesso esagerata. Anche la distanza tra cafoni e cittadini
accentuata pi che vissuta e documentata artisticamente. Ma, pur con questi limiti, il romanzo un esempio
nuovo di una letteratura realistica che non il prodotto di una poetica intenzionale, bens una manifestazione
naturale di documentazione e di denuncia sociale, che raggiunge le vette dell'arte.
La politica di Stalin in Russia mise fortemente in crisi la fede politica di Silone che non accett forme di
compromesso con la dittatura in atto in Russia e, mantenendo sempre vivo il suo impegno di socialista e di
antifascista, usc dal PCI e assunse una posizione critica nei suoi confronti. Questo atteggiamento si
ripercuote nella sua opera a partire dal secondo romanzo, in cui il protagonista, Pietro Spina, il simbolo
dell'intellettuale di sinistra che non sa rinunciare allo spirito critico e combatte contro il conformismo politico
del suo stesso partito rivoluzionario, in cerca di un'etica autentica dell'azione rivoluzionaria, che sempre
ricerca di libert e di solidariet umana.
Simbolo e utopia il mondo a cui aspirano gli oppositori: un mondo che si sottrae alle dimensioni di una
ideologia politica (sia pure socialista) e vuole invece misurarsi con il metro delle grandi verit eterne, la
giustizia, la libert, la nobilt d'animo, l'amicizia, l'amore. E simbolo sono anche i personaggi del mondo
ufficiale: simbolo di ci che opprime l'uomo non solo in determinati periodi della storia, come quello
fascista, ma da sempre, da quando esiste una societ divisa in classi: il denaro, la ingordigia, l'invidia,
l'avarizia, la sete di potere. La ribellione di Spina e dei suoi amici appunto la riconquista dei valori
elementari dell'uomo. Ed essi agiscono, si muovono, parlano come santi laici. Credo che l'efficacia di questo
romanzo sia determinata appunto dal fatto che l'ideologia utopistica, anarchica, cristianeggiante di Silone ha
potuto incontrarsi con una materia che permetteva di essere sottratta al tempo e allo spazio: il paesaggio
abruzzese, nel periodo fascista, ancora ai margini della civilt e del mondo ufficiale. E, in tal modo, sono
diventati pregi anche quelli che, in altri romanzi, apparivano come difetti: il tono piatto e dimesso del
racconto, quel suo procedere lento, analitico, estenuante, quel dialogo incantato e distante, quasi che ogni
personaggio ascolti dentro di s le risonanze delle sue stesse parole (SALINARI). E questo spiega anche il
giudizio favorevole della critica ufficiale italiana per questo romanzo, ritenuto tra i migliori di Silone e tra i
pi complessi dell'ultima letteratura.
Il segreto di Luca, per una certa delicatezza di toni, sembra diverso dai consueti romanzi politici di Silone,
ma sostanzialmente anche qui l'ansia della verit e l'amore della giustizia, assurti a valori supremi di lotta e
di speranza, costituiscono un elemento essenziale alla spiritualit di Silone. Del resto tale delicatezza
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sentimentale egli aveva esaltato gi nell'amore di Pietro Spina e Cristina, anche lei morta per amore in mezzo
alla bufera di neve in pasto ai lupi affamati.
Ne Lavventura di un povero cristiano espressa l'utopia politica, religiosa, sociale di Silone, quella che
vive nella coscienza dell'uomo e si manifesta come inquietudine che nessuna riforma e nessun benessere
materiale potranno mai placare, la storia di una sempre delusa speranza, ma di una speranza tenace.
L'ideologia di Silone tutta qui, in questo spirito di solidariet e di fratellanza autentica, in cui il socialismo
moderno rivela tutta la sua interiore carica cristiana, tanto che Silone pu definirsi "un socialista senza
partito e un cristiano senza chiesa".

SEZIONE LIBRARIA PROPOSTA DI ISTITUTO: NARRATIVA

N Titolo
Anno di
edizione
Ignazio SILONE Cod.


Fontamara 1930
Roma, Faro 1945;
Milano, Mondadori 1949
OM.009
Un viaggio a Parigi 1934
Roma, Fondazione I. Silone
1992

OO.001

Vino e Pane 1936 Milano, Mondadori 1955
OM.055
Il seme sotto la neve 1941
Milano, Mondadori 1950, 1961
(interamente riveduta)

Una manciata di more 1952 Milano, Mondadori
NK.001

Il Segreto di Luca 1956
OO.013
La volpe e le camelie 1960 Milano, Mondadori
L'avventura di un povero cristiano 1968 Milano, Mondadori

Severina
a cura e con testi di Darina Laracy
1971 Milano, Mondadori

SEZIONE LIBRARIA PROPOSTA DI ISTITUTO: SAGGISTICA

N Titolo
Anno di
edizione
Ignazio SILONE Cod.
Il Fascismo. Origini e sviluppo 1934 Zurigo 1934
La scuola dei dittatori 1938 Zurigo
The living thoughts of Mazzini 1939
Uscita di sicurezza 1965 Firenze, Vallecchi
Memoriale dal carcere svizzero 1944

SEZIONE LIBRARIA PROPOSTA DI ISTITUTO: TEATRO

N Titolo
Anno di
edizione
Ignazio SILONE Cod.
Ed egli si nascose 1944

L'avventura di un povero cristiano
(dall'omonima opera narrativa), in
"Il Dramma", 12 settembre 1969
1965
ISTITUTO TECNICO COMM. IGEA Antonio GRAMSCI Albano Laziale (RM)
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RENATA VIGANO'


Renata Vigan ha raggiunto la notoriet con L'Agnese va a
morire da cui stato tratto l'omonimo film di Giuliano
Montaldo con Ingrid Thulin.
Renata Vigan nacque a Bologna nel 1900 da una famiglia
borghese. Ancora giovanissima pubblic due raccolte di
poesie, Ginestra in fiore (Beltranii, Belogna 1912) e Piccola
fiamma (Alfieri e Lacroix, Milano 1915). Per aiutare i
congiunti, dovette interrompere gli studi e lavorare come
infermiera negli ospedali. Nel 1933 pubblic il suo primo
romanzo, Il lume spento (Quaderni di poesia, Milano).
Durante la guerra prese parte attiva alla lotta clandestina per
la Resistenza, e segu col figlio il marito, comandante di
formazioni garibaldine. Dirigente del servizio sanitario di
una brigata operante nelle Valli di Comacchio, riconosciuta
partigiana col grado di tenente. L'esperienza della lotta
partigiana, determinante nella sua vita, al centro de
L'Agnese va a morire, che vinse il Premio Viareggio 1949 e
venne successivamente tradotto in tredici paesi.
Scrisse inoltre i racconti di Arriva la cicogna (Cultura sociale, Roma 1954), i romanzi Una storia di ragazze
(Del Duca, Milano 1962) e Matrimonio in brigata (Vangelista, Milano 1976), e le prose saggistiche di
Mondine (Tipografia Modenese, Modena 1952), Donne della Resistenza (Steb, Bologna 1955), Ho
conosciuto Ciro (Tecnografia emiliana, Bologna 1959).
E scomparsa a Bologna nel 1976.


SEZIONE LIBRARIA PROPOSTA DI ISTITUTO

N Titolo
Anno di
edizione
Renata VIGANO Cod.


L'Agnese va a morire 1949 Einaudi Torino ET.012
Mondine 1952 Tipografia Modenese
Arriva la cicogna 1954 Roma, Cultura sociale
Donne della Resistenza 1955 Mursia
Ho conosciuto Ciro 1959 Bologna, Tecnografia emiliana
Una storia di ragazze 1962 Milano, Del Duca
Matrimonio in brigata 1976 Vangelista

ISTITUTO TECNICO COMM. IGEA Antonio GRAMSCI Albano Laziale (RM)
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ELIO VITTORINI
(Liberamente tratto da Giuseppe Giacalone La Pratica della Letteratura NovecentoGuida
Modulare alla storia della letteratura Italiana Antologia Tomo II F.lli Ferraro Editori 1997 Pag.
777-786 796-799)

La Vita

Elio Vittorini nacque a Siracusa il 23 luglio 1908. Poich il padre era
ferroviere, egli trascorse la maggior parte della sua infanzia in piccoli
paesi della Sicilia, che faranno da sfondo ai romanzi della maturit:
sfondo di miseria e di solitudine, in una natura arida e malsana. Sin
dall'adolescenza si dedica a letture che lo avvicineranno al mondo della
narrativa e della poesia. Lo scrittore tenta di fuggire di casa per ben
quattro volte; alla quarta non torn pi a casa. Si stabil nel Friuli come
impiegato in un'impresa edile.
Negli stessi anni in cui lavora nel Friuli, comincia la sua carriera di
scrittore. I suoi primi tentativi mostrano un'adesione alquanto ingenua
al falso realismo strapaesano, come, per esempio, il Ritratto di Re
Giampiero; mentre i racconti del suo primo volume, Piccola
borghesia (1931), risentono dell'influsso degli scrittori che lavorano
intorno alla rivista Solaria, i quali tentavano di rompere l'isolamento
della nostra letteratura e di stabilire un contatto rinnovatore con le
esperienze pi avanzate della cultura europea ed extraeuropea.
Gli amici di Solaria avevano portato all'attenzione dei nostri scrittori
gli esempi dei narratori e dei poeti dell'avanguardia europea, da J ames
J oyce a Marcel Proust, da Franz Kafka a Katherine Mansfield. Attiratovi dall'ambiente culturale di Solaria,
Vittorini nel 1930 a Firenze dove lavora come correttore di bozze in un quotidiano e impara l'inglese da un
vecchio operaio della tipografia. Da allora comincia il suo interesse per la narrativa americana, a cui si dedi-
ca con molto entusiasmo, traducendo subito un romanzo di Lawrence e poi altri, dando luogo a sospetti pres-
so i gerarchi del regime. Infatti, viene espulso dal partito fascista, di cui non aveva pi da tempo rinnovato la
tessera.
Il distacco di Vittorini dal Fascismo determinato pi che da una precisa coscienza politica, da una reazione
dell'intelligenza offesa: dinanzi all'oppressione fascista il sentimento di opposizione di Vittorini non poteva
essere altro che una sorta di astratti furori, come scriver in Conversazione in Sicilia.
Con la guerra civile di Spagna, in cui fascisti e repubblicani vennero a conflitto aperto, egli pot vedere
chiaramente la sostanziale differenza tra l'oppressione e la libert. Quella guerra gli fa deporre la penna, e
cos interrompe la stesura di Erica.
Si trasferisce a Milano, dove prosegue la sua attivit di traduttore e di redattore di case editrici. Con la
seconda guerra mondiale si chiarir la sua ideologia politica e culturale.
Nel '39 la prima edizione di Conversazione in Sicilia fu lasciata passare dalla censura fascista, ma, bene
accolta dalla critica, suscit subito il risentimento della stampa di regime che lo accusava di essere
antinazionale e immorale. Nel 1941 la censura fascista vietava la pubblicazione della sua antologia,
Americana; nel '43, dopo il 25 luglio, venne rinchiuso nel carcere di S. Vittore. Uscitone dopo l'8 settembre,
partecip attivamente alla Resistenza.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale, partecip a quel momento di entusiasmo e di ottimismo liberale,
che port al Neorealismo, come espressione di un nuovo clima culturale. La testimonianza pi significativa
di queste esigenze rinnovatrici si pu rinvenire nella rivista Il Politecnico diretta da Vittorini e pubblicata a
Milano dal 1945 al 1947.
Nel dicembre 1947 il Politecnico, sconfessato dai comunisti, cessava le pubblicazioni; ma l'esigenza liberale
di una nuova cultura che era al fondo delle istanze di Vittorini diede in quegli anni buone messi, se sorsero
subito altre riviste e opere letterarie e scientifiche di grande rilievo.
D'altra parte veniva scoperta l'opera segreta di alto livello culturale di Gramsci, e di l tutto un patrimonio
europeo di studi marxistici che hanno orientato la cultura italiana del dopoguerra.
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Vittorini rimaneva pertanto il maestro iniziatore della corrente detta neorealistica, in cui l'impegno dell'artista
non era quello politico-sociale di chi suona il piffero alla rivoluzione, ma consisteva nellessere coerente col
suo senso del reale.

La funzione di Vittorini, maestro e guida del Neorealismo, non si esauriva, per, con il Politecnico, in quanto
egli intraprendeva tutta una serie di traduzioni di romanzi americani, di pubblicazioni neorealistiche, che lo
indicavano come uno dei massimi organizzatori di cultura del dopoguerra.

Le elezioni politiche del 1948 imprimevano una svolta conservatrice alla politica italiana: la cultura si
ritrovava di nuovo isolata ed era costretta a cercare nuove vie per adeguarsi alla realt sociale del Paese. Di
qui l'attivit infaticabile di Vittorini, che con la collana I gettoni di Einaudi cercava di vedere attuata nei pi
giovani scrittori una letteratura attenta ai problemi sociali autentici della realt contemporanea. Ed anche
questa sua attivit di organizzatore culturale e di critico ebbe notevole importanza perch venisse indicato
come maestro di Neorealismo e di nuovi esperimenti letterari.
Nel '51 ha inizio la pubblicazione dei Gettoni, con cui Vittorini apre ai giovani scrittori uno spazio
sperimentale dedicato ai problemi e agli aspetti pi vivi della realt contemporanea. Fenoglio e Calvino
vengono lanciati da questa sua iniziativa. Nel 1966, dopo avere avviato una lunga conversazione critica tra
letteratura e industria nella rivista Menab, muore per una grave malattia.
LE OPERE
Piccola borghesia (1931) riunisce in volume una serie di racconti scritti nel clima solariano, i cui personaggi
sono tratti da ambienti piccolo-borghesi studiati nella loro realt psicologica. Il linguaggio ricco di
immagini e di metafore.

Il garofano rosso (1933-'34) usc a puntate su Solaria, e in volume soltanto nel 1948, perch la
pubblicazione fu interrotta dalla censura fascista, che accus il testo di essere contrario alla morale e al buon
costume.
Ma prima di arrivare al suo capolavoro, Vittorini si impegna ancora in opere di alto tirocinio tecnico-
stilistico che, pubblicate in un volume nel 1936, testimoniano gli influssi del Surrealismo e dell'Ermetismo,
nonch la lezione di Proust.

Erica e i suoi fratelli fu cominciato e scritto in gran parte nel 1936, ma rimase interrotto perch l'autore fu
distratto dalla guerra di Spagna. Fu poi pubblicato in rivista nel 1954 e in volume nel 1956 insieme con La
Garibaldina, incompiuto cos come era rimasto.
Vittorini sospese il romanzo Erica e i suoi fratelli a causa dello scoppio della guerra civile in Spagna, ma
quando riprese a scrivere, verso il settembre del 1938, non fu per continuare Erica, ma per mettere gi la
prima pagina di Conversazione in Sicilia.

Il romanzo Uomini e no, che Vittorini ha pubblicato nel 1945 dopo nove anni di silenzio, rappresenta il
massimo sforzo dello scrittore per superare i residui di simbolismo espressi in Conversazione in Sicilia, e
affrontare in pieno l'esigenza di Realismo e di impegno che dominava la cultura italiana degli anni
dell'immediato dopoguerra. Qui mito e storia avrebbero dovuto fondersi in perfetta unit per la ragione stessa
che lo scrittore lavorava a caldo. Scrive, infatti, la storia del partigiano Enne 2 che vive la resistenza a
Milano nel 1944 e ricerca una sua autenticit di vita e di impegno nel mondo.

L'altro romanzo, Il Sempione strizza l'occhio al Frjus (1947) descrive la fame del dopoguerra. L'aggancio
alla realt di fatto, qui descritta dal narratore, era cos perentorio che Vittorini in una nota finale registrava
persino i prezzi del pane, delle acciughe e della cicoria, che nel 1947 erano i cibi preferiti dalla povera gente.

Le donne di Messina (1949); (1964) vuole approfondire l'esperienza umana del lavoro contadino. Il romanzo
racconta le vicende di un gruppo di sbandati di guerra che decidono di costruire insieme una nuova vita
sociale in un villaggio abbandonato, ripercorrendo le tappe dell'evoluzione tecnica, ma arrestandosi alle
soglie dell'et moderna. L'ex fascista Ventura e tutta la comunit di ex nomadi, che hanno ricostruito una
nuova societ, devono alla fine ammettere che il loro risultato assai mediocre, nonostante tutti abbiano
lavorato e seminato e raccolto.
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La favola dell'et eroica finita, bisogna prenderne atto e adeguarsi, bella o brutta che sia, ad una realt
diversa, industriale e tecnologica, con tutti i comodi juke-box e luci al neon, birra gelata e acqua calda e
fredda - e dove ferrea logica che il contadino abbandoni la terra (MANACORDA).

Con La Garibaldina (1950) Vittorini ritorna alla tecnica del romanzo breve e stilisticamente omogeneo.
In una stazione affollata di gente affamata un soldato attende un treno che lo dovrebbe portare a Terranova, e
sul treno conosce la Garibaldina, una vecchia baronessa autoritaria, ma capace di apertura sociale. Tra i due
s'intreccia un fitto e interessante dialogo; quando arrivano a Terranova la Garibaldina cerca ospitalit nella
casa di una donna di sua conoscenza, e allalba il bersagliere la incontra mentre assolda mietitori a giornata
che le si stringono attorno servilmente.

L'ultimo romanzo di Vittorini, Le citt del mondo, uscito postumo nel 1969, fu composto tra il 1952-'55 e
lasciato incompiuto. Sul piano letterario esso segna una sorta di involuzione per la sua tecnica composita di
piani e di linguaggi diversi, quello mistico e quello realistico
Nella terza parte di Conversazione in Sicilia Concezione, la madre di Silvestro, inizia il giro delle iniezioni ai
contadini ammalati; si ha subito l'impressione che quel paese sia un lazzaretto, un paese di dolore e di
miseria, in cui chi malato di tisi, chi di malaria. Qui tutta la carica polemica con il regime fascista che
osannava gli splendori imperiali, mentre nascondeva nel suo seno le tragedie pi degradanti di un popolo che
si ciba di una cipolla, di un uovo alla domenica, di un'arancia senza pane.

Politecnico. Ci che distingueva questa rivista nel panorama delle pubblicazioni del tempo era la vastit dei
suoi interessi che dalla letteratura andavano alla politica, dalle inchieste sociali fino alla divulgazione dei
poeti stranieri e fino ai problemi della scuola. In questo senso essa pu essere accostata al Politecnico di
Carlo Cattaneo o al Caff dei fratelli Verri.
Sin dal primo numero Vittorini dichiarava che la cultura italiana tradizionale (senza precisarne, per, la data
di partenza) era stata una cultura che di fronte alla sofferenza dell'uomo nella societ aveva ritenuto di
assolvere al suo dovere soltanto consolandolo del suo soffrire; e per questo suo modo di consolatrice []
non ha potuto impedire gli orrori del Fascismo.
Una cultura, quindi, che, non essendosi fatta essa stessa societ, non ha avuto mai n potere n strumenti per
proteggere l'uomo dalla sofferenza.

LA POETICA

Elio Vittorini considerato uno degli interpreti maggiori della crisi del nostro tempo, e il suo nuovo
umanesimo fondato sull'allegoria del sentimento, sulla memoria del cuore e dell'infanzia, sul sentimento
collettivo e anarchico della solidariet umana. In questo senso il momento pseudomarxista del Politecnico
indica soltanto il periodo occasionale di una solitaria protesta politico-letteraria, che intravedeva nel
Neorealismo una letteratura di opposizione alla retorica del Fascismo, ma che non riusciva a fare di lui,
scrittore libero e anarchico, un suonatore di piffero alla rivoluzione comunista. Perci giusto osservare che
Vittorini non tutto nel Politecnico, bens, piuttosto, nella sua capacit di rimettere tutto in questione, caso
per caso e problema per problema (come egli stesso scriveva in Diario in pubblico), che l'unico modo e
l'unica possibilit di uno scrittore di partecipare alla storia.

I tempi principali di Conversazione in Sicilia e dellopera di Vittorini erano due: l'adagio e l'allegro.
L'adagio dato dai temi pi semplici accennati sin qui, il tema dell'infanzia, il tema del padre poeta e
pover'uomo, il tema del treno merci e della cantoniera, il tema della disperazione degli uomini, ognuno col
suo proprio diavolo sotto il cielo delle solitudini, il tema del fratello morto come lo ricorda la madre, il tema
di questa Sicilia di dopo il Verga, nella quale gli uomini non hanno pi cronaca e non hanno pi le loro
povere storie ma hanno un'unica storia umana che poi quella dello stesso scrittore e della quale hanno
anche loro imparato il significato [ ...].
L'allegro vive invece di temi molteplici, che si estendono su di una gamma assai vasta, dall'ironico al
tragico, a cominciare dai colloqui di Coi Baffi e Senza Baffi, al lungo tema insistito delle visite in paese, al
colloquio nel cimitero, alla danza dei coltelli, al coro finale del vino. []. Quei due tempi fondamentali
sopra accennati furono poi sviluppati ognuno in un libro a s: Uomini e no, Milano, 1945 (libro tutto o quasi
di "adagio"), il racconto della Resistenza, con i grandi motivi romantici dell'amore e della morte, che scopre
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meglio di ogni altro certe vene tenerissime del Vittorini, il dolce inverno di Milano, il grande suono quando
appare l'amore; e che scopre meglio altre cose, il valore non narrativo ma meditativo, il valore di certi suoi
lunghi dialoghi di brevi battute, l'ossessione della doppia realt, segno cos vistoso della sua crisi. E secondo,
Il Sempione strizza l'occhio al Frjus, Milano, 1947, letterariamente assai pi bello, forse il pi compiuto
dello scrittore; e anzi cos concluso e perfetto nel suo "allegro" da scoprirsi persino gratuito, astratto; e
tuttavia pieno di cos veri motivi, di cos discreto eroismo (Pampaloni).

LA TEMATICA

Per essere uomini veri, secondo Vittorini, bisogna avere coscienza delle offese del mondo, saper superare i
propri dolori personali, saper piangere per i dolori di tutti, ed anche essere perseguitati ed essere dalla parte
dei perseguitati. Questa figura di uomo forte e coraggioso, che pensa ad altri doveri, egli ha incarnato nel
Gran Lombardo (Conversazione in Sicilia), simbolo dell'Uomo. Ed significativo che proprio negli anni tra
il 1937 e il 1940, cio dal periodo della guerra di Spagna alla crisi politica che port alla seconda guerra
mondiale, quando sembrava che la violenza venisse premiata e il diritto venisse sopraffatto dalla forza, i
termini Fascismo e antifascismo si ridimensionavano in Conversazione in Sicilia dal piano politico al piano
morale, fino al punto che, secondo Vittorini, il mondo si divideva in uomini e non uomini, in perseguitati e
oppressori; uomini erano, ovviamente, i perseguitati consapevoli dei doveri verso la societ, e non
uomini , coloro che rimanevano fermi ai loro interessi. Il Fascismo di Vittorini in questo senso potrebbe
essere una categoria morale-politica, dato che egli non si preoccupa di definirne le basi oggettive che lo
caratterizzano storicamente. L'ideologia politica di Vittorini non pertanto l'antifascismo in senso oggettivo
di condanna di un regime politico per l'esaltazione di un regime opposto, bens una categoria morale di tipo
anarchico e piccolo-borghese di tipo soggettivo. In questo senso invano cercheremmo in lui lo scrittore neo-
realista antifascista o socialista. Questa tesi di Salinari ha fatto scuola presso i critici nel proporre molte ri-
serve circa il Neorealismo di Vittorini, che rimane ancora di tipo e di origine decadente, o, meglio, borghese.
Il primo equivoco in cui Vittorini cadeva era quello di considerare la letteratura decadente come
letteratura della borghesia solo nel senso che autocritica della borghesia. I suoi motivi borghesi sono
vergogna e disperazione d'esser borghesi. Dunque rivoluzionaria malgrado i suoi vizi borghesi
Quindi i germi della nuova rivoluzione culturale erano da cogliere in quella interna inquietudine e in
quell'ansia di superamento che sembrava avere la letteratura decadente. In questo modo Vittorini risolveva
positivamente i rapporti con la cultura decadente, ma nello scegliere i nuovi compagni di strada e le nuove
alleanze per realizzare la nuova cultura era costretto a fare i conti con la nuova realt politica.
Il pi culturalmente agguerrito e preparato per un salto qualitativo della societ italiana era il Partito
Comunista, che gi affrontava il problema di una politica culturale in chiave marxistica dibattendosi nel
difficile conflitto fra l'autonomia dell'artista e la necessit di perseguire una determinata linea politica. Ma
Vittorini, uomo di formazione solariana e, quindi, assai sensibile ai problemi della forma ' insisteva sul fatto
che la politica non pu subordinare a s la cultura, tranne nel solo caso in cui la societ attraversi un
momento rivoluzionario.
Indubbiamente il Politecnico assunse una funzione di guida culturale di sinistra, anche se col tempo si
moltiplicano i punti di frizione fra le posizioni del settimanale e quelle del Partito Comunista; come i ripetuti
atteggiamenti anticlericali di Vittorini, la pubblicazione di un passo di Sartre e di uno di Merleau-Ponty "un
marxismo vivente dovrebbe salvare la ricerca esistenzialista invece di soffocarla.
Dalla discussione si arriv presto allo scontro tra Vittorini e il Partito Comunista. La prima polemica avven-
ne con Alicata, la seconda con Togliatti. Il primo rimproverava a Vittorini di non aver saputo ristabilire un
contatto produttivo tra la nostra cultura e i problemi concreti delle masse popolari italiane in modo da
stabilire un ponte che potesse sanare la frattura tra i ceti medi e le masse lavoratrici.
Togliatti, rimproverava a Vittorini laffermazione della priorit della cultura sulla politica e poi il fatto che
l'informazione enciclopedica, a cui il Politecnico tendeva, sopraffaceva il pensiero. Per questo il
Politecnico, nato con l'intenzione di rinnovare la cultura, non aveva rinnovato e non rinnovava proprio
niente. Ma Vittorini ribadiva le sue posizioni di fondo:

1. difesa delle esigenze interne, segrete dello scrittore che rivoluzionario al di sopra e al di l della
politica, per le sollecitudini e le istanze che egli scopre e rileva di sua iniziativa e in piena libert;
2. se l'uomo di cultura si allinea senz'altro con le direttive del partito, sia pure partito rivoluzionario,
non fa che suonare il piffero della rivoluzione: colui che fa questo non fa nulla di diverso dai poeti
arcadi che suonavano il piffero alla reazione.
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Nel discorso tenuto a Ginevra nel 1948, L'artiste doit-il s'engager?, Vittorini confermava, ancora una volta,
la libert dell'artista dall'impegno politico, in quanto l'artista che vive la realt del suo tempo sempre
impegnato nelle rivoluzioni che questa realt comporta: se l'arte stata pi forte d'ogni ideologia sua
contemporanea e d'ogni alienazione sua contemporanea lo stata sempre nella misura in cui l'engagement
naturale dell'artista ha avuto pi forza dell'engagement velleitario che gli si chiedeva o gli si imponeva.
In sostanza, per Vittorini l'impegno dell'artista non mai esterno alla sua arte, ma intrinseco nel messaggio
interiore della sua arte, in perfetta coerenza col mondo dell'artista, uomo reale e legato alla sua realt storica.


SEZIONE LIBRARIA PROPOSTA DI ISTITUTO

N Titolo
Anno di
edizione
Elio VITTORINI Cod.

Scarico di coscienza 1929
Scrittori nuovi (antologia) con E. Falqui 1930
Piccola borghesia 1931
Viaggio in Sardegna 1932
Il garofano rosso 1933-34
Nei morlacchi 1936
Conversazione in Sicilia 1941
Americana (antologia) 1941
OM007

Uomini e no 1945
RP056
Il Sempione strizza l'occhio al Frejus 1947
Le donne di Messina 1949
Sardegna come infanzia 1952
Erica e i suoi fratelli 1956
Diario in pubblico 1957
Le due tensioni 1967
Le citt del mondo 1969















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SEZIONE 2


LA CINEMATOGRAFIA

DEL

NEOREALISMO


















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IL NEOREALISMO ITALIANO

VISIONE FILMS PROPOSTI



N titolo
Anno
di
prod.
Tipo regista durata Cod.
01 Ossessione 1943 Visconti Luchino 135 m

I bambini ci guardano 1943 VHS De Sica Vittorio 90 m

Roma Citt Aperta 1945 VHS Rossellini Roberto 98 m H032

Pais 1946 VHS Rossellini Roberto 125 m K008

Sciusci 1946 VHS De Sica Vittorio 95 m ????

Germania Anno Zero 1947 VHS Rossellini Roberto 75 m H027

Lonorevole Angelina 1947 VHS Zampa Luigi 83 m ????

Ladri di biciclette 1948 VHS De Sica Vittorio 92 m F007

La terra trema 1948 VHS Visconti Luchino 160 m H038

Riso amaro 1949 DVD De Santis Giuseppe 108 m ????
11 Stromboli, terra di Dio 1950 Rossellini Roberto 107 m

Miracolo a Milano 1951 VHS De Sica Vittorio 97 m F006

Bellissima 1951 VHS Visconti Luchino 113 m

Umberto D. 1952 DVD De Sica Vittorio 89 m ????
15 Rocco e i suoi fratelli 1960 Visconti Luchino 113 m

Il Gattopardo 1963 VHS Visconti Luchino 205 m F003

La storia, i film, i
protagonisti: 1950-
1954
VHS Lizzani Carlo 60 m


A DISPOSIZIONE








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PRECURSORI DEL NEOREALISMO (CINEMA)

N Titolo
Anno di
edizione
Regia Cod.

01 Sperduti nel buio 1914 Martoglio Nino
02 Assunta Spina 1915 Serena Gustavo
03 Toni 1935 Renoir
04 Madre terra 1931 Blasetti Alessandro
05 1860 1934 Blasetti Alessandro
06 Quattro passi fra le nuvole 1942 Blasetti Alessandro
07 I bambini ci guardano 1943 De Sica Vittorio
08 La porta del cielo 1946 De Sica Vittorio


A DISPOSIZIONE

SEZIONE DOCUMENTARIA CORRELATA

N Titolo
Anno di
prod.
Tipo COLLANA Durata Cod.

Riso amaro VHS Cronache Z006

La storia, i film, i
protagonisti: 1950-1954
VHS Lizzani Carlo
























A DISPOSIZIONE

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OLTRE IL NEOREALISMO

N Titolo
Anno di
edizione
Autore Cod.
Il Gattopardo
Tomasi di Lampedusa,
Giuseppe

La ragazza di Bube Cassola, Carlo










































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Neorealismo
1. Caratteristiche, precursori, prodromi
Il movimento noto come neorealismo fa la propria comparsa in Italia intorno alla seconda guerra
mondiale: sua principale caratteristica quella di rappresentare la quotidianit nel suo farsi, adottando un
taglio tra il reale ed il documentario e servendosi sovente di individui presi dalla strada in luogo di attori
professionisti. La scarsit di mezzi, la indisponibilit di teatri di posa dopo il 1944 figlia l'obbligo di girare
nelle strade, di ambientare i lungometraggi nei luoghi autentici: ci diviene una sorta di cifra stilistica del
neorealismo, che attinge una inusitata misura di verit da codeste apparenti limitazioni. Altri tratti salienti
sono rinvenibili in uno spostamento d'accento dal singolo alla collettivit, nella palese predilezione per una
narrazione di tipo corale; ultima, ma non per importanza, la valenza di lucida analisi dei dolorosi scenari
evocati, di aperta critica verso la crudelt o l'indifferenza dell'autorit costituita.'accezione di "nuovo"
realismo si origina dalla necessit di sottolineare il carattere invero inedito della corrente: ch mere
connotazioni realistiche avevano gi talune pellicole nostrane nel periodo del muto - "Sperduti nel buio"
(1914) di Nino Martoglio e "Assunta Spina" (1915) di Gustavo Serena, per fare degli esempi - mentre certe
opere di Blasetti (pensiamo soprattutto a "Terra madre" ed a "1860", rispettivamente del 1931 e del 1934)
ambivano a dare del paese un'idea meno paludata ed astratta di quanto preteso dal regime. Se
l'elaborazione teorica del movimento trova nelle riviste "Cinema" (nata nel'36, dal '38 diretta da Vittorio
Mussolini) e "Bianco e nero" (apparsa nel '37, curata per quasi 15 anni da Luigi Chiarini) insperati luoghi
d'elezione, i segnali d'un mutamento imminente si coagulano di contro in titoli quali "Quattro passi fra le
nuvole" (1942) di Alessandro Blasetti e "I bambini ci guardano" (1943) di Vittorio De Sica. Una ragazza
madre, una moglie adultera, un marito suicida ne sono protagonisti, dissolvendo la plumbea, forzosa
cappa di decoro e di perbenismo propria della cinematografia del ventennio. A rompere ancor pi
recisamente gli indugi, ci pensa Luchino Visconti con "Ossessione" (1943), torrida trasposizione sulle
rive del Po de "Il postino suona sempre due volte" di J ames M.Cain: irrompe qui, finalmente, sugli schermi,
un'Italia vera, abitata dalla miseria e dalla disoccupazione, vessata da una polizia occhiuta e persecutoria.
Passione, tradimento, morte scandiscono una storia raccontata senza infingimenti o timori: la censura
s'impenna ancora una volta, ed il film conosce - segnatamente nell'Italia del nord - problemi di
circolazione. Ma la strada per una svolta epocale, oramai, stata aperta.

2 L'influenza di Zavattini
Prima di addentrarci ulteriormente nellargomento di codesta trattazione, ci pare doveroso far cenno alla
figura di Cesare Zavattini (Luzzara, RE, 1902 - Roma 1989), importante nella vicenda del cinema italiano
in generale ed assolutamente fondamentale nellavventura neorealistica. Se gi nel 1935, sulle colonne
della rivista "LItaliano", Leo Longanesi aveva affermato: "bisogna scendere nelle strade, nelle caserme,
nelle stazioni: solo cos potr nascere un cinema allitaliana", per il Nostro ad inscrivere codesta
intenzione in una sorta di manifesto teorico, via via precisatosi nel corso del tempo. La concezione del
neorealismo trova infatti la propria ragion dessere nella cosiddetta teoria zavattiniana del pedinamento,
consistente nella registrazione del quotidiano al seguito di personaggi scelti fra la gente comune: la
macchina da presa si pone al servizio del reale e lo filma, facendo s che gli eventi giornalieri finiscano per
trasformarsi in una storia. Detta attitudine sappalesa gi nella prima sceneggiatura di Zavattini, quella
concepita per "Dar un milione" (1935) di Mario Camerini: pur allinterno di una struttura favolistica, infatti,
lattenzione alluniverso degli umili ed allautenticit dei sentimenti fan la differenza rispetto alle tematiche
di regime. Successivamente, il discorso si precisa ulteriormente in diversi soggetti, da "Avanti c posto..."
(1942) di Mario Bonnard a "Quattro passi fra le nuvole" (1943) di Alessandro Blasetti, da "I bambini ci
guardano" (1943) a "La porta del cielo"(1946): diretti entrambi, questi ultimi, da quel Vittorio De Sica con il
quale sinstaurer una feconda collaborazione, pronuba di alcuni capi dopera dei quali parleremo pi
avanti. Sovente autore dei film che sceneggiava assai pi dei registi chiamati di volta in volta a dirigerli,
Cesare Zavattini rimane personaggio unico ed irripetibile della nostra cinematografia: battagliero e
generoso, egli simpegn costantemente in un lavoro di ricerca che produsse benefici effetti su autori e
opere di tante generazioni e periodi. La sua sincerit dirompente, il suo coraggio intellettuale molto ci
mancano ancor oggi, a quasi tre lustri dalla sua scomparsa.

3. Le opere e gli autori
L'atto di nascita ufficiale del neorealismo pu dirsi costituito dall'uscita di "Roma citt aperta", girato in
condizioni di fortuna (ad esempio, servendosi di pellicola muta e sovente scaduta) tra il '44 e il '45 da
Roberto Rossellini. L'esperienza dolorosa della guerra, il trauma dell'occupazione, l'afflato resistenziale
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trovano qui efficace rappresentazione, pur se a volte in chiave populistico-melodrammatica: l'impatto
comunque enorme, e apre la strada a tutte le grandi opere del triennio successivo. In "Sciusci" (1946),
Vittorio De Sica indaga i disastri provocati dall'esperienza bellica nell'animo dei pi deboli, i fanciulli del
proletariato; in "Pais" (1946), ancora Rossellini d vita - in sei episodi di guerra e di resistenza - ad una
sorta di affresco stilisticamente nervoso e frammentato sull'Italia sconvolta del '44; mentre in "Caccia
tragica" (1947) Giuseppe De Santis si serve di moduli spettacolari e romanzeschi per ambientare nella
bassa padana una movimentata vicenda di banditi e contadini, attraversata da un soffio epico-
hollywoodiano.
Dipoi, mentre Rossellini esce dai confini patri per raccontare in "Germania anno zero" (1947) la deriva
morale di un paese che si esplicita nel suicidio di un bimbo, De Sica offre con "Ladri di biciclette" (1948) -
attraverso le peripezie d'un uomo qualunque, che non si rassegna alla disoccupazione forzosa -
l'attendibile ritratto d'una nazione sospesa fra speranze e frustrazioni; laddove Visconti rilegge con
maestria ed aggiorna in chiave marxista "I Malavoglia" del Verga nel mirabile " La terra trema" (1948) e
De Santis persegue con il celeberrimo "Riso amaro" (1949) una sua personale via al cinema popolar-
realistico, portando alle conseguenze ultime certe intuizioni gramsciane nel mescolare valenze sociali e
gusto del mel, istanze progressiste ed esplosiva carnalit. Frattanto, la Storia fa il suo corso: le elezioni
del '48 segnano la netta sconfitta delle sinistre, ricacciate all'opposizione dopo la parentesi post-
resistenziale. Il clima culturale, di conserva, prende a mutare: inizia cos il lento, ma inesorabile declino
dell'esperienza neorealistica, che produrr ancora un'estrema fioritura prima di avvizzire.

4. Gli ultimi fuochi
Instauratosi un governo moderato di impronta filostatunitense, la rottura della solidariet postbellica diviene
definitiva: mentre il grande capitale torna ad affermarsi, venti di conservazione spirano vigorosi sul paese. La
politica culturale tende verso un ottimismo di facciata, l'esposizione dei dolori e delle miserie d'un popolo
vinto inizia ad esser vista con fastidio dal potere.
Lo scopre a suo spese Vittorio De Sica che - gi al centro di polemiche per le sue opere - viene attaccato
per il magnifico " Umberto D." (1952), lucida e rigorosa descrizione della miserrima solitudine d'un
pensionato: l'accusa quella di presentare un quadro troppo impietoso della vita quotidiana, s'invoca a gran
voce un raggio di sole da parte di giovani politici democristiani destinati a fare carriera. Esortazioni superflue,
ch gi i cineasti avvertono la struttura neorealistica come una camicia di Nesso e s'indirizzano ad altre
esperienze: il citato De Sica, ad esempio, principia una carriera internazionale fortunata negli esiti
commerciali e discontinua in quelli artistici, in ogni caso inferiori a quelli d'un tempo. Pi complesso il
percorso seguito da Luchino Visconti: dopo "Bellissima" (1951), epitome del neorealismo e nel contempo
suo superamento critico, in "Senso" (1954) egli s'avvia verso un realismo borghese detto nei toni del
melodramma, firmando un lavoro magistrale ma ormai lontano dai moduli espressivi della precedente
trilogia. Quanto a Rossellini, il suo tragitto il meno facilmente classificabile: con "Stromboli terra di Dio"
(1951), "Europa '51"(1952), "Viaggio in Italia" (1954) egli pare spostarsi nel terreno d'un fideismo
pessimistico, assai lontano dalla fiducia nella Storia o da istanze progressiste; mentre Giuseppe De Santis
sigla con "Roma, ore 11" (1951) la sua migliore riuscita, con un ritratto corale al femminile di forte risalto
sociale e politico. A questo punto, il neorealismo pu dirsi esaurito: la sua lezione si riveler preziosa pel
nostro cinema, che raramente - forse solo nei primi anni '60 - riuscir di nuovo a creare una simile
rispondenza con le trasformazioni sociali in atto.













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77
01 Ossessione

Gino Costa un giovane disoccupato. Un giorno, vagabondando,
capita in un casolare abitato dal vecchio Giuseppe Bardana e dalla
sua giovane moglie Giovanna. Infatuatasi del bel giovane, Giovanna
convince il marito ad assumerlo nel loro spaccio. I due divengono
amanti. All'insaputa del marito, Gino tenta di organizzare una fuga
con Giovanna, che rifiuta pur consumata dal dubbio. Deluso, Gino
scappa verso Ancona e incontra lungo la strada un viaggiatore
spagnolo, che gli propone di unirsi a lui. Trascorrono i giorni; l'amore
per il canto spinge Giuseppe ad Ancona, accompagnato dalla moglie
per partecipare ad un concorso lirico. Qui, i tre si ricongiungono e tra
i due amanti torna ad ardere la fiamma della passione. Nonostante
l'ingenua benevolenza di Giuseppe, che invita Gino a riprendere il
lavoro con lui, il ragazzo e Giovanna comprendono che l'unica
speranza di vivere il loro amore risiede nella scomparsa del vecchio
Bardana. Organizzano a questo scopo un finto incidente stradale, nel
quale Giuseppe perde la vita. Ma la coppia di amanti, divorata dai
sensi di colpa, si sgretola; trasferitosi a Ferrara, Gino abbandoner
Giovanna per una modesta ballerina, Anita, convinto che la donna
abbia soltanto voluto sfruttarlo per impadronirsi dell'assicurazione
del marito. Giovanna, sola ed avvilita, rivela a Gino di essere incinta,
obbligandolo a tornare da lei. Braccati dalla polizia per l'assassinio, i
due complici tentano un'ultima e disperata fuga in macchina, ma il
loro mezzo finisce fuori strada. Nell'incidente Giovanna perde la vita,
mentre Gino viene raggiunto dalle forze dell'ordine.

CAST TECNICO ARTISTICO

REGIA Luchino Visconti
SCENEGGIATURA Luchino Visconti, Mario Alicata, Giuseppe De Santis
SOGGETTO
J ames M. Cain (non accreditato)
FOTOGRAFIA Aldo Tonti, Domenico Scala
MUSICA Giuseppe Rosati
MONTAGGIO Mario Serandrei
I.C.I.
PRODOTTO DA
Italia 1943
DURATA 135

PERSONAGGI E INTERPRETI

PERSONAGGI INTERPRETI
Giovanna Bragagna Clara Calamai
Gino Costa Massimo Girotti
Giuseppe Bragagna J uan De Landa
Anita Dhia Cristiani
Lo Spagnolo Elio Marcuzzo
L'agente di polizia Vittorio Duse





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78
02 I bambini ci guardano

Pric un bambino di sette anni che vive con occhi lucidi e disperati
le vicende della vita coniugale dei propri genitori. Un giorno, mentre
ai giardinetti a giocare con il monopattino, nota la mamma, Nina,
che parla con un uomo. Quando la madre lo riporta a casa, si fa
promettere che l'indomani torneranno assieme ai giardinetti. Al
mattino invece a svegliarlo il padre Andrea, insieme alla domestica
Agnese. La mamma, partita gli dicono. Mentre le donne spettego-
lano sul pianerottolo, la domestica porta il piccolo dalla zia, sorella
di Nina, che ha un laboratorio di sartoria. Fra busti e mezze gambe
di legno, le ragazze si confidano gli amori e la zia riceve un com-
mendatore. Irrompe Andrea e si riporta via Pric, ammutolito e tur-
bato. Il piccolo va ad abitare dalla nonna paterna che vive in cam-
pagna con la servetta Paolina. Anche qui piccoli gesti, mezze parole,
arie misteriose che incuriosiscono Pric. Una notte, per vedere Pao-
lina recarsi furtivamente ad incontrare il suo amante, si appoggia al
parapetto e fa cadere una vaso di fiori. La nonna ne deduce che
stato educato male dalla madre. Tornato a casa dal padre, riceve un
giorno la visita della madre e la prega di restare. Per amore del figlio
Nina e Andrea riprendono a vivere insieme e si riconciliano. Ma
quando la donna, assieme al figlio, va al mare, ad Alassio ricompare
Roberto, il suo amante, e tra i due si riaccende l'antica fiamma. Il
bambino, accortosene, tenta di fuggire per tornare dal pap, ma i
carabinieri lo riportano a casa, e, a Roma, la mamma lo lascia al
portone e prosegue in taxi. Dopo la seconda fuga di Nina, Andrea
affida Pric ad un collegio di preti e si suicida.

CAST TECNICO ARTISTICO

REGIA De Sica Vittorio
SCENEGGIATURA De Sica, Viola, Zavattini, Ghepardi, Maglione, Franci
SOGGETTO Dal romanzo Pric di Cesare Giulio Viola
FOTOGRAFIA Giuseppe Caracciolo
MUSICA Renzo Rossellini
MONTAGGIO Mario Bonotti
Scalera Film-Invicta
PRODOTTO DA
Italia 1943
DURATA 90

PERSONAGGI E INTERPRETI

PERSONAGGI INTERPRETI
Claudio Ernesto Calindri
Pric Luciano De Ambrosis
la nonna J one Frigerio
la madre Isa Paola
l'amante Adriano Rimoldi
il padre Emilio Cigoli
Agnese Giovanna Cigoli
la vicina di casa Tecla Scarano - Dina Perbellini






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NO
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79
03 Roma Citt Aperta

Primo episodio della trilogia neorealista di Rossellini, "Roma citt
aperta" universalmente riconosciuto come un capolavoro, una sorta di
film-simbolo del Neorealismo. Accolto freddamente in Italia, il film
ebbe immediato successo all'estero vincendo il Festival di Cannes nel
1946; ancora oggi, la scena della morte di Pina-Anna Magnani rimane
nell'immaginario collettivo. Sceneggiato da Rossellini, Sergio Amidei,
Federico Fellini e Celeste Negarville, il film si ispira alla storia vera di
don Luigi Morosini, torturato e ucciso dai nazisti perch colluso con la
Resistenza. Nella Roma del '43 e '44, si intrecciano le vicende di alcune
persone, coinvolte nella Resistenza antinazista. Durante l'occupazione,
don Pietro protegge i partigiani e, tra gli altri, offre asilo ad un inge-
gnere comunista: Manfredi. Nel frattempo, la popolana Pina, fidanzata
con un tipografo impegnato nella Resistenza, viene uccisa a colpi di
mitra sotto gli occhi del figlioletto mentre tenta d'impedire l'arresto del
suo uomo, trascinato via su un camion. Poco pi tardi, anche don Pietro
e l'ingegnere - tradito quest'ultimo dalla propria ex-amante tossico-
dipendente - vengono arrestati. Manfredi muore sotto le atroci torture
inflittegli dai tedeschi per ottenere i nomi dei suoi compagni della Resi-
stenza. La sorte di Don Pietro la stessa: il sacerdote viene fucilato da-
vanti ai bambini della propria parrocchia, tra i quali il figlio ormai
orfano di Pina.

CAST TECNICO ARTISTICO

REGIA Roberto Rossellini

SCENEGGIATURA
Celeste Negarville, Sergio Amidei, Federico Fellini, Roberto
Rossellini
SOGGETTO
FOTOGRAFIA Ubaldo Arata
MUSICA Renzo Rossellini
MONTAGGIO Eraldo Da Roma
Roberto Rossellini, Ferruccio De Martino
PRODOTTO DA
Italia 1945
DURATA 98

PERSONAGGI E INTERPRETI

PERSONAGGI INTERPRETI
Don Pietro Aldo Fabrizi
Pina Anna Magnani
Ing. Manfredi Marcello Pagliero
Akos Tolnay
Alberto Gavazzi






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H032 006 040 VHS



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80
04 Pais

Vincitore di un cospicuo numero di premi cinematografici, tra i quali la
coppa Anica alla XI Mostra di Venezia del 1946, "Pais" il secondo
episodio della trilogia sulla guerra realizzata da Roberto Rossellini.
Diviso in sei episodi, distinti sotto il profilo narrativo, il film rievoca
l'avanzata delle truppe alleate nella Penisola durante la seconda guerra
mondiale. Nel primo episodio, ambientato in Sicilia, un gruppo di sol-
dati americani sbarcano in un piccolo paese dal quale i nazisti si stanno
ritirando. Una giovane del luogo, Carmela, li accompagna tra i campi
che i tedeschi hanno minato. Mentre il manipolo avanza, Carmela si
trattiene con un soldato di guardia; il giovane viene ucciso da una fu-
cilata tedesca ed anche Carmela trova la morte precipitando dagli scogli.
Nel secondo episodio, ambientato a Napoli, un soldato americano in-
segue per le strade della citt un piccolo sciusci che gli ha rubato le
scarpe. Trovato il ragazzino, il milite - commosso dalla miseria che
spinge il bambino a rubare - lo lascia andare. Roma la citt dove si
svolge il terzo episodio: qui una prostituta riconosce, in un soldato ame-
ricano ubriaco, l'uomo che l'aveva messa incinta poco tempo prima, ma
costui il giorno dopo riparte senza volerla rivedere. Nel quarto episodio
un'infermiera inglese, arrivata a Firenze con l'esercito alleato, cerca
disperatamente l'uomo che ama, capo dei partigiani. Ma la battaglia in-
furia e il giovane perde la vita in combattimento. Sull'Appennino Emi-
liano, nel quinto episodio, tre cappellani militari, uno cattolico e due di
confessioni diverse, vengono ospitati in un convento; durante la perma-
nenza dei religiosi, i frati francescani digiunano per convertire i due
eretici. Nel sesto ed ultimo episodio, paracadutisti e partigiani sul delta
del Po combattono strenuamente contro i nemici, ma i nazisti hanno la
meglio ed in molti vengono ferocemente massacrati.

CAST TECNICO ARTISTICO

REGIA Roberto Rossellini

SCENEGGIATURA
Alfred Hayes, Annalena Limentani, Sergio Amidei, Vasco Pratolini,
Federico Fellini, Marcello Pagliero, Roberto Rossellini
SOGGETTO
FOTOGRAFIA Otello Martelli
MUSICA Renzo Rossellini
MONTAGGIO Eraldo Da Roma
Roberto Rossellini
PRODOTTO DA
Italia 1946
DURATA 125

PERSONAGGI E INTERPRETI

PERSONAGGI INTERPRETI
Cigolani Cigolani
Scugnizzo Alfonsino Pasca
Prete Bill Tubbs
Carmela Carmela Sazio
Dale Dale Edmonds






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K008 005 034 VHS


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81
05 Sciusci

Terzo capolavoro del Neorealismo, dopo le opere di Roberto Ros-
sellini "Roma citt aperta" e "Pais", "Sciusci" affronta il delicato
tema del disagio sociale in una Napoli sconvolta dalla guerra e dal-
l'occupazione americana. La narrazione si avvicina allo stile docu-
mentaristico, utilizzando attori presi dalla strada e location reali, sen-
za alcuna ricostruzione fittizia. La pellicola - premiata con un Oscar
nel 1947 - poggia su una solida sceneggiatura firmata da Cesare
Zavattini e Sergio Amidei. Pasquale e Giuseppe sono amici per la
pelle ed in un certo senso "colleghi di lavoro"; per racimolare soldi,
infatti, lavorano come sciusci - contrazione dell'inglese shoe shine,
vale a dire lustrascarpe - a Napoli. Pasquale il pi grande dei due,
orfano e vive con i genitori di Giuseppe, i quali a loro volta campano
con i soldi fatti dai ragazzini. I due sventurati sono legati da un in-
tenso affetto e condividono un sogno: comprare un cavallo bianco
tutto loro. Con un "lavoretto" da poco, che consiste nel consegnare
una partita di coperte ad una veggente, il desiderio si avvera: Pa-
squale e Giuseppe comprano il cavallo e si presentano agli altri sciu-
sci, nello stupore generale. Purtroppo, la soddisfazione dei due ra-
gazzi dura poco: una segnalazione della veggente, derubata delle co-
perte, porta la polizia ad arrestarli. Ignari d'essere stati coinvolti in un
furto, Pasquale e Giuseppe finiscono davanti al giudice che li invia al
riformatorio. Qui, in attesa di giudizio, entrano in contatto con altri
ragazzi, delinquenti e sbandati. Maltrattati ed incompresi, subiscono
un'esperienza dolorosa che li cambier, guastando persino la loro
amicizia; la fuga si riveler pi drammatica della detenzione e sfo-
cer infine in tragedia

CAST TECNICO ARTISTICO

REGIA Vittorio De Sica
SCENEGGIATURA
Adolfo Franci, Cesare Giulio Viola, Sergio Amidei, Cesare
Zavattini
SOGGETTO
FOTOGRAFIA Anchise Brizzi
MUSICA Alessandro Cicognini
MONTAGGIO Niccol Lazzari
PRODOTTO DA Paolo W. Tamburella
Italia 1946

DURATA 95

PERSONAGGI E INTERPRETI

PERSONAGGI INTERPRETI
Giuseppe Rinaldo Smordoni
Pasquale Franco Interlenghi
Raffaele Aniello Mele
Arcangeli Bruno Ortensi
Staffera Emilio Cigoli




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82
06 - Germania anno zero

Vincitore al Festival di Locarno del 1948, "Germania anno zero" fu
dedicato da Rossellini al figlio Romano, morto nell'agosto del 1946.
Ancora una volta Rossellini punta l'attenzione sulla sofferenza umana
e sui perdenti, sconfitti da una vita che li costringe a scontare colpe
altrui; con un finale disperato ed una visione della vita tragica e priva
di speranza, il regista chiude idealmente la trilogia iniziata con
"Roma citt aperta" e proseguita con "Pais". Ambientato a Berlino,
citt fantasma, subito dopo la caduta del Terzo Reich, il film narra la
storia di Edmund Koeler, ragazzino di appena tredici anni, che vive
di espedienti. Come molti altri abitanti della citt, ridotta ad un
silenzioso cumulo di macerie, Edmund si aggira per i palazzi distrutti
in cerca di cibo per sostentare la famiglia, ammassata in una sola
stanza, di propriet altrui. Il padre di Edmund costretto a letto da
una grave invalidit, il fratello ha disertato durante la guerra ed ora
ricercato come ex nazista, non possiede la tessera alimentare e grava
interamente su Edmund; non potendosi mostrare in giro, sua sorella
invece si guadagna favori e regali prostituendosi con i soldati delle
truppe alleate. Giorno dopo giorno la vita sembra sempre pi inutile e
triste, finch Edmund ritrova un suo vecchio maestro di scuola: un
uomo ambiguo e cinico, che gli instilla un'insana teoria secondo la
quale i deboli sono costretti a soccombere per far posto ai pi forti.
Edmund, ispirato dalle parole dell'uomo, avvelena il padre. Dopo il
gesto disperato, il maestro si rifiuta di alleviare la sua pena con qual-
che parola di conforto; distrutto dal senso di colpa, Edmund vaga per
Berlino, entra in una chiesa, sale sul campanile e - dopo aver visto il
carro funebre che porta il corpo del padre - si getta nel vuoto

CAST TECNICO ARTISTICO

REGIA Roberto Rossellini
SCENEGGIATURA Roberto Rossellini, Carlo Lizzani, Max Coplet
SOGGETTO
FOTOGRAFIA Robert J uillard
MUSICA Renzo Rossellini
MONTAGGIO Eraldo Da Roma
Salvo D'Angelo, Roberto Rossellini

PRODOTTO DA
Francia/Germania/Italia 1947
DURATA 75

PERSONAGGI E INTERPRETI

PERSONAGGI INTERPRETI
Edmund Koeler Edmund Moeschke
Eva Koeler Ingetraud Hinze
Karl-Heinz Koeler Franz-Otto Krger
Father Koeleri Ernst Pittschau
Herr Enning Erich Ghne






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H027 006 040 VHS


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83
07 Lonorevole Angelina

Moglie di un vicebrigadiere (N. Bruno) e madre di cinque figli,
Angelina (A. Magnani) guida le donne della borgata romana di
Pietralata all'assalto dei magazzini di pasta di un borsanerista e, dopo
l'alluvione, a occupare gli alloggi vuoti di uno speculatore edilizio.
Diventata famosa, tentata dalla politica, ma, ribellatasi alla forza
pubblica, arrestata. Esce dal carcere vittoriosa, ma decide di tornare
a fare la casalinga. Scritta con Piero Tellini e Suso Cecchi d'Amico,
una commedia sagace nel mescolare la gravit dei temi e la comicit
del trattamento cronaca e spettacolo pur con scivolate nella retorica
del patetico e una sottesa ideologia della riconciliazione delle classi
all'insegna dei valori familiari e dei buoni sentimenti. Magnani
strepitosa nelle "baccagliate", premiata con il Nastro d'argento della
migliore attrice del 1947-48. 4 incasso tra i film italiani della stagione
e successo internazionale.

CAST TECNICO ARTISTICO

REGIA Zampa Luigi
SCENEGGIATURA Suso Checchi Damico
SOGGETTO Suso Checchi Damico, Pietro Tellini, Luigi Zampa
FOTOGRAFIA Mario Craveri
MUSICA Enzo Masetti
MONTAGGIO Eraldo Da Roma
Lux Film

PRODOTTO DA
Italia 1947
DURATA 83

PERSONAGGI E INTERPRETI

PERSONAGGI INTERPRETI
Angelina Anna Magnani
Carmeja Ave Ninchi
Pasquale Nando Bruno
Callisto Carrone Armando Migliari
Filippo Carrone Franco Zeffirelli
Luigi Ernesto Almirante
Annetta Maria Grazia Francia
Cesira Agnese Dubbini
Signora Carrone Maria Donati
Roberto Vittorio Mottini





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F.017 006 038 VHS


ISTITUTO TECNICO COMM. IGEA Antonio GRAMSCI Albano Laziale (RM)
84
08 - Ladri di biciclette

Considerato il capolavoro assoluto di De Sica e tratto dal libro omo-
nimo di Luigi Bartolini, il film fu sceneggiato da Cesare Zavattini. La
Roma del 1948, non mero sfondo della vicenda bens protagonista
insieme ai personaggi principali, una citt devastata dalla guerra
che ha iniziato appena il lento cammino verso la ricostruzione. Siamo
a Val Melaina, estrema periferia, dove i nuovi fabbricati ospitano
famiglie povere, sulle quali la ferita sociale della guerra si ripercuote
in modo pi forte. Antonio Ricci, operaio, padre di famiglia, dopo un
lungo periodo di disoccupazione, ottiene finalmente un lavoro come
attacchino municipale. Il lavoro richiede per l'uso della bicicletta
che Antonio ha impegnato al Monte di piet. Riscattata la bicicletta a
prezzo delle lenzuola di casa, dalle quali la moglie Maria si separa
sperando nello stipendio futuro del marito, Antonio fa appena in tem-
po ad attaccare il manifesto cinematografico di Rita Hayworth allor-
ch due balordi gli rubano la bicicletta. Inizia cos un mesto pellegri-
naggio per Roma, in compagnia del figlioletto Bruno. Antonio s' im-
batte nell'indifferenza generale, dapprima al commissariato dove gli
agenti hanno tutt' altri problemi che ritrovare la bicicletta di un pove-
raccio, poi a Piazza Vittorio e a Porta Portese, mercati della povera
gente, dove ognuno fa quel che pu per arrangiarsi. La ricerca prose-
gue per le vie di una citt affollata e noncurante, Antonio insegue in
chiesa un povero vecchio nella speranza di avere informazioni sulla
sua bicicletta, durante la messa una signora con cappellino bianco e
veletta distribuisce con aria di sufficienza dei buoni per mangiare. Il
girovagare sommesso diventa disperato; Antonio, davanti allo stadio,
decide di rubare una bicicletta, ma viene inseguito e catturato dalla
folla. Solo le lacrime di Bruno gli evitano il carcere. Antonio e Bruno
si avviano verso la strada della disperazione, la citt si fa buia e ostile

CAST TECNICO ARTISTICO

REGIA Vittorio De Sica
SCENEGGIATURA
Adolfo Franci, Gerardo Guerrieri, Oreste Biancoli, Cesare Zavattini,
Suso Cecchi D'Amico, Vittorio De Sica
SOGGETTO
FOTOGRAFIA Carlo Montuori
MUSICA Alessandro Cicognini
MONTAGGIO Eraldo Da Roma
Vittorio De Sica
PRODOTTO DA
Italia 1948

DURATA 92

PERSONAGGI E INTERPRETI

PERSONAGGI INTERPRETI
Bruno Ricci Enzo Statola
Antonio Ricci Lamberto Maggiorani
Maria Ricci Pianella Carell
Mendicante Carlo J achino
Attacchino Giulio Chiari



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F007 006 038 VHS


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85
09 - La terra trema

Un giovane pescatore di Aci Trezza, 'Ntoni Velastro, lavora ogni
giorno per alcuni grossisti che gestiscono con prepotenza l'attivit
della manodopera. Vessato dalle loro ingiustizie, 'Ntoni insorge
insieme ad altri pescatori, con i quali viene arrestato dopo aver pro-
vocato dei disordini. Ma sono gli stessi grossisti, costretti dalla man-
canza di personale con cui sostituire i rivoltosi, ad occuparsi del loro
immediato rilascio. Tuttavia 'Ntoni, che non disposto a fare passi
indietro, convince la famiglia ad ipotecare la casa per mettersi in
proprio. Aiutati da una propizia pesca di acciughe, i Velastro vedono
spalancarsi le porte di un radioso futuro, fino al giorno in cui perdono
la barca durante una tempesta. Da quel momento, il loro destino
viene travolto da un'inarrestabile catena di disgrazie, cui si accom-
pagna la perdita della casa per il mancato pagamento dell'ipoteca. La
famiglia, lasciata a se stessa, si avvia ad un repentino declino: 'Ntoni,
abbandonato dalla sua ragazza, cerca sollievo nelle osterie; il nonno
muore; il fratello diventa contrabbandiere; delle due sorelle, la mag-
giore vede finire il proprio matrimonio e la minore viene compro-
messa dalle fastidiose attenzioni di un maresciallo della finanza. Ras-
segnato ed incapace di trovare una via d'uscita, il giovane pescatore
costretto a tornare dai grossisti, accettando di lavorare alle loro inique
condizioni. Tuttavia, egli ha la consapevolezza che quel gesto di ri-
bellione destinato a sopravvivere sempre, nella sua coscienza ed in
quella dei compagni.

CAST TECNICO ARTISTICO

REGIA Luchino Visconti
SCENEGGIATURA Luchino Visconti
SOGGETTO
FOTOGRAFIA G. R. Aldo
MUSICA Luchino Visconti, Willy Ferrero
MONTAGGIO Mario Serandrei
Salvo D'Angelo

PRODOTTO DA
Italia 1948
DURATA 160

PERSONAGGI E INTERPRETI

PERSONAGGI INTERPRETI
Ntoni Antonio Arcidiacono
Cola Giuseppe Arcidiacono
Il nonno Giovanni Greco
Mara Nelluccia Giammona
Lucia Agnese Giammona







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H038 006 041 VHS


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86
10 - Riso amaro

In una affollata stazione, da cui partono i treni che portano le mondine alle
risaie, Walter Granata tenta di sfuggire alla polizia. Alcuni agenti in
borghese gli danno la caccia per il furto di una preziosa collana, del valore
di cinque milioni di lire. Walter, giunto in stazione per incontrare Fran-
cesca, la sua ragazza, decide di sviare le ricerche, affidandole la collana e
rinviando il loro incontro. Francesca avr il compito di confondersi tra le
mondine, mentre Walter rimarr nascosto per incontrarla pi tardi e darsi
insieme alla fuga. Silvana, una delle mondine con sui Francesca condivide
il viaggio, ha notato Walter per il suo fascino, ma ha pure il sospetto che i
due stiano nascondendo qualcosa. Incuriosita dalla situazione e allettata
all'idea di conoscere Walter, Silvana cerca di conquistare la fiducia di Fran-
cesca e la presenta ad un "caporale" come "clandestina". Nelle risaie, le ra-
gazze clandestine sono lavoratrici prive di contratto, che arrivano senza in-
gaggio sperando comunque di trovare un posto e ottenere un salario. Sem-
bra, per, che per Francesca sia difficile ottenere un lavoro; la stessa Sil-
vana, che possiede un regolare ingaggio, la addita come crumira di fronte
alle compagne per tenerla occupata e rubarle la collana. Quando Francesca
scopre il furto, disperata. Nel frattempo le mondine si schierano insieme
alle crumire di fronte ai padroni per chiedere a gran voce di assumere tutte
le ragazze, che hanno bisogno di un lavoro. Silvana decide, intanto, di re-
stituire il gioiello a Francesca, e lo fa sotto gli occhi di Marco, militare in
servizio nella zona.
Le due donne si rappacificano e Francesca racconta la sua storia a Silvana. Quest'ultima rimane sempre pi affascinata da
Walter. Quando l'uomo arriva alle risaie per incontrare Francesca, nota subito Silvana. Si scontra con Marco che la
corteggia senza alcun risultato, ne fa la sua amante e complice, mentre progetta con alcuni "caporali" di impadronirsi del
riso rinchiuso nel magazzino. Walter pensa di approfittare dell'ultimo giorno di lavoro e della confusione generata dalla
fe-sta di saluto. Il piano sembra funzionare; Walter, inoltre, provoca l'allagamento della risaia per accrescere la confu-
sione, ma alla notizia che l'acqua sta distruggendo il riso, tutti corrono per salvarlo. Walter tenta la fuga, ma Marco lo
ferma. I due si battono; al loro fianco, Francesca e Silvana partecipano alla colluttazione. Silvana, delusa dal compor-
tamento di Walter, di cui innamorata, lo uccide. Poco dopo, ella sale su un'alta impalcatura e si getta nel vuoto.

CAST TECNICO ARTISTICO
REGIA De Santis Giuseppe
SCENEGGIATURA Carlo Lizzani, Carlo Musso, Ivo Perilli, Gianni Puccini
SOGGETTO Corrado Alvaro, Giuseppe De Santis
FOTOGRAFIA Otello Martelli
MUSICA Goffredo Petrassi
MONTAGGIO Gabriele Varriale
Dino de Laurentis

PRODOTTO DA
Italia 1949
DURATA 108

PERSONAGGI E INTERPRETI

PERSONAGGI INTERPRETI
Walter Granata Vittorio Gasmann
Francesca Doris Dowling
Silvana Melega Silvana Mangano
Marco Galli Raf Vallone
Checco Rissone Aristide
Giulia Maria Capuzzo
Beppe Nico Pepe

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----- 001 006 DVD


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87
11 Stromboli, terra di Dio

Karin, giovane lituana, che la guerra ha sbalestrato lungi dal suo
paese, mentre si trova in un campo di concentramento italiano,
conosce Antonio, pescatore dell'isola di Stromboli. Antonio s'in-
namora pazzamente della bella straniera, la quale per sottrarsi alla
prigionia, acconsente a sposarlo. Ma a Stromboli Karin non trova il
paradiso descrittole da Antonio: l'isola un ammasso di pietre vul-
caniche, gli abitanti sono primitivi, il loro nido una bicocca desolata
e spoglia. Alla ribellione dei primi giorni subentra uno stato d'animo
pi equilibrato: Karin cerca d'avvicinarsi maggiormente al marito,
collabora con lui nel riassettare la casa, cerca di far amicizia con gli
isolani, ma trova incomprensione ed ostilit. Mentre la sua vita
trascorre agitata tra delusioni e speranze si manifestano in lei i segni
premonitori della non lontana maternit. A questo punto il vulcano
entra in una fase d'attivit, cagionando distruzioni e spavento. Karin
decide di fuggire dal marito e dall'isola, passando attraverso il
vulcano; ma, sopraffatta dalla stanchezza e soffocata dalle esalazioni
sulfuree, dopo una crisi di disperazione, s'addormenta. Al suo
risveglio, il pensiero della vita, che porta in grembo, la spinge a
rivolgersi al Dio misericordioso, ch'ella invoca piangendo.

CAST TECNICO ARTISTICO

REGIA Roberto Rossellini
SCENEGGIATURA
Sergio Amidei, Giampaolo Callegari, Renzo Cesana, Art Cohn,
Roberto Rossellini
SOGGETTO Roberto Rossellini
FOTOGRAFIA Otello Martelli
MUSICA Renzo Rossellini
MONTAGGIO Roland Gross
Berit (Bergman-Rossellini Italia), R.K.O. (Usa)

PRODOTTO DA
Italia 1950
DURATA 107

PERSONAGGI E INTERPRETI

PERSONAGGI INTERPRETI
Ingrid Bergman
Karin Bjorsen
Il parroco Renzo Cesana
Roberto Onorati
Guardiano del faro Mario Sponza
Mario Vitale
Antonio Mastrostefano




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NO
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88
12 - Miracolo a Milano

Ispirato a Tot il buono (1940) di Cesare Zavattini, una favola
sociale sugli "angeli matti e poveri" delle baracche ai margini di
Milano che, minacciati di sfratto da un avido industriale, organizzano
un'azione di resistenza, animata dall'orfano Tot, che solo un mira-
colo fa trionfare. Tentativo, parzialmente riuscito, di uscire dalla cro-
naca neorealistica per la via di un surrealismo grottesco e di una te-
nera buffoneria, minacciati da un poeticismo fumoso. Palma d'oro al
Festival di Cannes

CAST TECNICO ARTISTICO

REGIA Vittorio De Sica
SCENEGGIATURA Cesare Zavattini
SOGGETTO
FOTOGRAFIA
MUSICA
MONTAGGIO

PRODOTTO DA
Italia - 1951
DURATA 97


PERSONAGGI E INTERPRETI

PERSONAGGI INTERPRETI
Lolotta Emma Gramatica
Toto Francesco Golisano
Rappi Paolo Stoppa
Il ricco Guglielmo Barnab
Edvige Brunella Bovo
Signora Marta Altezzosa Anna Carena
Alfredo Arturo Bragaglia
Gaetano Erminio Spalla




VIDEOTECA
codice vetrina scaffale formato a disposizione note
F006 006 038 VHS


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89
13 Bellissima

Negli studi di Cinecitt, il regista Alessandro Blasetti sta facendo
dei provini allo scopo di selezionare una bambina per il suo nuovo
film. Tra la moltitudine di madri che accorrono con le piccole figlie
c' anche Maddalena Cecconi, una popolana di Roma che sogna di
vedere la sua bimba, Maria, accolta nell'olimpo delle grandi stelle.
Contro la volont del marito Spartaco, Maddalena sfrutta ogni
opportunit per realizzare dette aspirazioni: iscrive Maria ad un corso
di ballo e recitazione, le paga fotografo e parrucchiere, le fa
realizzare vestitini su misura. Nella sua smania, inoltre, la donna si
affida incautamente ad uno speculatore senza scrupoli, Alberto
Annovazzi, che le assicura di avere le conoscenze necessarie per far
ammettere Maria ai provini. Maddalena sceglie di fidarsi,
consegnando al manigoldo ogni centesimo dei suoi risparmi; questi
mostrer ben presto il suo vero volto, ma troppo tardi perch
Maddalena possa recuperare il proprio denaro. Eppure, nonostante la
truffa, Maria viene ammessa al provino e Maddalena, per assistere
all'esibizione della sua bambina, accede di nascosto alla sala di
proiezione. Ma lo spettacolo straziante della figlia in lacrime,
impaurita mentre la giuria ride di lei, le apre gli occhi. Alla fine, pur
se la bambina viene accettata, Maddalena ritrova il proprio orgoglio e
rinuncia a consegnare l'innocenza di Maria ad un mondo che non
conosce codici morali; indignata, rifiuta di firmare il contratto, con il
solo desiderio di tornare a casa e riconciliarsi con il marito.

CAST TECNICO ARTISTICO

REGIA Luchino Visconti
SCENEGGIATURA Suso Cecchi d'Amico, Francesco Rosi, Luchino Visconti
SOGGETTO Cesare Zavattini
FOTOGRAFIA Piero Portalupi, Paul Ronald
MUSICA Franco Mannino
MONTAGGIO Mario Serandrei
Salvo D'Angelo

PRODOTTO DA
Italia 1951
DURATA 113

PERSONAGGI E INTERPRETI

PERSONAGGI INTERPRETI
Maddalena Cecconi Anna Magnani
Alberto Annovazzi Walter Chiari
Maria Cecconi Tina Apicella
Spartaco Cecconi Gastone Renzelli
Alessandro Blasetti
Tecla Scarano
Lola Braccini
Arturo Bragaglia




VIDEOTECA
codice vetrina scaffale formato a disposizione note
K.038 005 035 VHS


ISTITUTO TECNICO COMM. IGEA Antonio GRAMSCI Albano Laziale (RM)
90
14 - Umberto D.

Sceneggiato da De Sica e Zavattini e prodotto da un riluttante Angelo
Rizzoli, che avrebbe preferito realizzare "Don Camillo", "Umberto
D". un progetto nel quale Vittorio De Sica credette molto,
nonostante le numerose critiche - che videro coinvolto anche l'allora
sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giulio Andreotti - alle
quali and incontro all'uscita della pellicola. Vi si narra la storia di un
pensionato ministeriale, che vive in una camera d'affitto ed ha come
unico amico il cane Flik. Solo con le sue difficolt economiche,
Umberto Domenico Ferrari un uomo dal carattere schivo che non
rinuncia alla propria dignit. Sempre pi isolato, Umberto si ritrae in
se stesso, confidandosi e raccogliendo le confidenze della servetta
Maria. Nell'impossibilit di far fronte alle spese per vivere, Umberto
si fa ricoverare in ospedale per avere un letto ed un pasto; lo sfratto
ricevuto dalla sua padrona di casa lo getta nello sconforto assoluto.
Non vedendo alcuna altra soluzione, Umberto decide di suicidarsi
gettandosi sotto un treno; ma Flik si divincola e scappa. Senza il suo
unico affetto Umberto non pu morire, cos insegue il cane. Lo
ritrover, compagno di sventura, per portarlo con s nel difficile
tentativo di sopravvivere.

CAST TECNICO ARTISTICO

REGIA Vittorio De Sica
SCENEGGIATURA Cesare Zavattini
SOGGETTO Cesare Zavattini
FOTOGRAFIA Aldo Graziati
MUSICA Alessandro Cicognini
MONTAGGIO Eraldo Da Roma
Giuseppe Amato, Vittorio De Sica, Angelo Rizzoli

PRODOTTO DA
Italia 1952
DURATA 89

PERSONAGGI E INTERPRETI

PERSONAGGI INTERPRETI
Umberto Domenico Ferrari Carlo Battisti
Maria Maria-Pia Casilio
Padrona di casa Lina Gennari
Ileana Simova
Elena Rea
Memmo Carotenuto




VIDEOTECA
codice vetrina scaffale formato a disposizione note
---- 001 006 DVD


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91
15 - Rocco e i suoi fratelli

Rosaria Parondi vedova e proviene dalla Lucania. Uno dei suoi cin-
que figli, Vincenzo, vive a Milano, una citt che sembra offrire oppor-
tunit di lavoro ed il miraggio di una nuova vita. Vincenzo ha un im-
piego temporaneo, eppure Rosaria persuasa che il trasferimento nella
metropoli lombarda possa garantire un'esistenza migliore a tutta la fa-
miglia. Giunti in citt, l'unica sistemazione possibile nella squallida
e povera zona di Lambrate, dove Rosaria prende in affitto un semin-
terrato. I ragazzi cercano tutti un'occupazione e conoscono Nadia, una
prostituta. Rocco lavora in una lavanderia, Ciro fa l'operaio specia-
lizzato, Luca, il pi piccolo, trova lavoretti saltuari, mentre Simone, il
maggiore dei cinque, pensa di fare una brillante carriera come pugile.
E' Nadia che lo ha convinto a farsi allenare da un ex campione di pu-
gilato, col miraggio d'una brillante carriera dai facili e cospicui gua-
dagni. Tra i due nasce una relazione. La vita a Milano si dimostra pi
dura del previsto. Vincenzo ha una storia d'amore con una ragazza del
posto e intende sposarsi, ma la madre Rosaria pregiudica il suo matri-
monio, costringendolo ad occuparsi della sua famiglia. Nel frattempo
Nadia lascia Vincenzo e, poco dopo, viene arrestata. L'uomo sta pren-
dendo una brutta strada, il brillante inizio della sua carriera di pugile
sfuma in breve tempo ed egli entra in un giro di piccola delinquenza.
Rocco, il pi ingenuo della famiglia, sempre pronto a tenere uniti i fra-
telli e la madre, parte per il servizio militare in una piccola citt di pro-
vincia. Qui incontra Nadia: i due iniziano a frequentarsi e tra loro nasce l'amore. Rientrati a Milano, entrambi vogliono
iniziare una nuova vita insieme, ma Simone, roso dalla gelosia, picchia il fratello e violenta Nadia. Rocco, sentendosi
in colpa verso il fratello, rompe con Nadia e fa in modo che si rimettano insieme. Gli imbrogli di Simone hanno
mandato in rovina la famiglia, l'uomo ha derubato il suo procuratore sportivo, il quale in cambio vuole che Rocco firmi
un contratto e diventi pugile per lui. Rocco, per il bene della famiglia, accetta, pur odiando la boxe. I fratelli
continuano la loro misera vita milanese, Luca l'unico che ancora spera in un ritorno al paese. Nadia tornata con
Simone, ma l'uomo violento e, in una lite, la uccide. Simone confessa l'omicidio ai fratelli. Ciro vuole denunciarlo,
ma Rocco e gli altri sono decisi a proteggerlo: tutto ormai inutile, alla fine la polizia lo arresta.

CAST TECNICO ARTISTICO
REGIA Luchino Visconti
SCENEGGIATURA
Suso Cecchi d'Amico, Pasquale Festa Campoanile, Massi-mo
Franciosa, Enrico Medioli, Vasco Pratolini, Luchino Visconti
SOGGETTO Giovanni Testori
FOTOGRAFIA Giuseppe Rotunno
MUSICA Nino Rota
MONTAGGIO Mario Serandrei
Titanus, Les Films Marceau

PRODOTTO DA
Francia/Italia 1960
DURATA 113

PERSONAGGI E INTERPRETI
PERSONAGGI INTERPRETI
Rocco Parondi Alain Delon
Simone Parondi Renato Salvatori
Nadia Annie Girardot
Rosaria Parondi Katina Panixou
Vincenzo Parondi Spiros Focas
Ivo Corrado Pani
Ginetta Giannelli Claudia Cardinale


VIDEOTECA
codice vetrina scaffale formato a disposizione note
----- NO
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92
16 - Il Gattopardo

E' il 1860, nella casa del principe don Fabrizio Salina si sta recitando
il rosario. La notizia dello sbarco dei garibaldini a Marsala irrompe
nella villa. Appena saputo l'accaduto, Tancredi, nipote del principe,
decide di arruolarsi tra i volontari in rivolta, con lo scopo di con-
trollare la situazione. Don Fabrizio condivide l'idea del nipote. Egli
crede che in questo modo la situazione politica e la posizione della
sua famiglia rimarr stabile. Padre Pirrone, un prete gesuita, molto
vicino alla famiglia Salina, sconsiglia il giovane e lo mette in allarme
sui pericoli di una simile scelta. Nel frattempo don Fabrizio, deciso a
continuare normalmente la vita della sua famiglia, si reca, come ogni
anno, in villeggiatura nel feudo di Donnafugata. Qui si sta svolgendo
il plebiscito per l'annessione allo stato Sabaudo. Don Fabrizio si
schiera a favore di quest'annessione e lo fa apertamente. La votazione
sembra favorire il nuovo corso politico, all'interno del quale ha un
ruolo importante il rozzo Calogero Sedara, sindaco arricchitosi con
traffici poco chiari. Mentre Padre Pirrone confida a don Fabrizio che
sua figlia Concetta innamorata di Tancredi, il principe preferisce
assecondare l'unione tra suo nipote ed Angelica, figlia di Sedara.
Tancredi, dal canto suo, si subito innamorato della bella e sensuale
ragazza, intervenuta ad un banchetto nel quale era ospite della
famiglia Salina con il padre. Il giovane , in fondo, uno spiantato, e
questo matrimonio fa di lui un aristocratico con possibilit d'una
carriera politica nel nuovo assetto dello stato. Sia Tancredi sia Sedara
sono convinti che l'ascesa della nuova borghesia costituisca un fatto positivo e che i cambiamenti per la Sicilia avranno
effetti non dannosi. L'esercito regolare ha, inoltre, giustiziato i garibaldini ribelli,dando speranze per il preserva-
mento dell'annessione allo stato sabaudo. Don Fabrizio non cos fiducioso nel futuro. Il funzionario piemontese
Chevalley gli propone un seggio da senatore, ma egli declina l'offerta. Durante un ballo a Palermo, don Fabrizio sente
che la sua morte vicina, cos come la fine del suo mondo

CAST TECNICO ARTISTICO

REGIA Luchino Visconti
SCENEGGIATURA
Suso Cecchi d'Amico, Pasquale Festa Campoanile, Massi-mo
Franciosa, Enrico Medioli, Enrico Medioli, Luchino Visconti
SOGGETTO Giuseppe Tomasi di Lampedusa
FOTOGRAFIA Giuseppe Rotunno
MUSICA Nino Rota
MONTAGGIO Mario Serandrei
Titanus, S.N. Path Cinema, S.C.G

PRODOTTO DA
Francia/Italia 1963
DURATA 205

PERSONAGGI E INTERPRETI

PERSONAGGI INTERPRETI
Don Fabrizio, Principe di Salina Burt Lancaster
Tancredi, nipote del Principe Alain Delon
Angelica Sedara Claudia Cardinale
Maria Stella, moglie del Principe Rina Morelli
Don Calogero Sedara Paolo Stoppa
Padre Pirrone Romolo Valli

VIDEOTECA
codice vetrina scaffale formato a disposizione note
F003 006 038 VHS


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93






I REGISTI

DEL

NEOREALISMO




































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94

01 LUCHINO VISCONTI
BIOGRAFIA Luchino Visconti nasce a Milano nel 1906. Da bambino frequenta il palco della
Scala di cui i suoi avi sono stati soci fondatori e dai genitori eredita la passione
per la musica, il teatro e la letteratura.
Da ragazzo legge assiduamente i classici del romanzo europeo e studia il
violoncello.
Nel 1926 si arruola come soldato semplice e negli anni successivi viaggia
spesso. A Parigi conosce Kurt Weill, J ean Cocteau, Coco Chanel, assistente
e costumista di J ean Renoir nel film Une partie de campagne. A contatto con
gli ambienti francesi vicini al Fronte Popolare e al Partito comunista Visconti
compie delle scelte ideologiche fondamentali. Dopo la morte della madre,
avvenuta nel 1939, abbandona Milano e si trasferisce a Roma. Comincia a
frequentare i giovani artisti della capitale, che si raccolgono intorno alla rivista
Cinema, la quale nel 1941 pubblica il suo primo celebre articolo intitolato
"Cadaveri". Collabora alla realizzazione di diversi prodotti cinematografici e
finalmente, tra il 1942 e il 1943 gira Ossessione, uno dei primissimi esempi del
nascente neorealismo, tratto dal racconto di J ames Mallahan Cain "Il postino
suona sempre due volte". Partecipa attivamente alla resistenza nei gruppi
comunisti e per questo sar arrestato e torturato. Dopo la liberazione di Roma,
costretto ad archiviare per ragioni economiche alcuni progetti cinematografici si
dedica alla regia teatrale, rinnovando completamente la scelta dei repertori e i
criteri di regia. Sono diverse le rappresentazioni teatrali da lui dirette in questo
periodo.
Nel 1947 si reca in Sicilia per la realizzazione di un documentario sui pescatori
di Aci Trezza. Nasce "La terra trema" liberamente ispirato ai Malavoglia di
Verga, girato con pochissimi mezzi tecnici e senza sceneggiatura prestabilita.
Nell'autunno 1948, viene presentato senza successo a Venezia suscitando
critiche contrastanti.
Fra il 1948 e il 1951 si dedica ancora al teatro con capolavori come "Un tram
che si chiama desiderio", "Oreste", "Morte di un commesso viaggiatore", "Il
seduttore" e gira Bellissima con Anna Magnani.
Nel 1954 la volta di un altro capolavoro, Senso, omaggio a Verdi e revisione
critica del Risorgimento. Il film suscit critiche anche dagli abituali estimatori e
polemiche per il mancato Leone d'oro alla Mostra del Cinema di Venezia.
Nel dicembre del 1954, ha luogo la prima de La Vestale, con Maria Callas.
Seguiranno La Sonnambula, la Traviata, Anna Bolena e Ifigenia in Tauride. Il
sodalizio con la Callas sar tra i momenti pi memorabili e geniali che Visconti
doner al teatro lirico.
Nel 1957 gira Le notti bianche vincendo il Leone d'argento, nel 1960 Rocco e
i suoi fratelli che fu censurato, Visconti accusato di oscenit. Gira l'episodio Il
lavoro di Boccaccio '70 e nel 1963 Il gattopardo (Palma d'Oro a Cannes).
Seguono Vaghe stelle dell'Orsa, un episodio di Le streghe, Lo straniero.
Tra il 1969 e 1973 realizza il progetto di una trilogia germanica con La caduta
degli dei, Morte a Venezia e Ludwig che oltre a ribadire il suo interesse per
l'Ottocento, costituisce una specie di testamento spirituale. Durante la
lavorazione di Ludwig, il regista viene colto da ictus. Rimane paralizzato alla
gamba e al braccio sinistri. Gruppo di famiglia in un interno del 1974 e
L'innocente del 1976 saranno i suoi ultimi lavori.
Muore il 17 marzo del 1976






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95

OPERE CINEMATOGRAFICHE:

N titolo
Anno
di
prod.
Tipo regista durata Cod.
01 Ossessione 1943 135 m
02 Giorni di gloria 1945
03 La terra trema 1948 VHS 160 m H038
04 Bellissima 1951 VHS 113 m
05 Un fatto di cronaca 1951
06 Anna Magnani 1953
07 Senso 1954
08 Le notti bianche 1957
09 Rocco e i suoi fratelli 1960 113 m
10 Il lavoro 1962
11 Il Gattopardo 1963 VHS 205 m F003
12 Vaghe stelle dellOrsa 1965
13 La strega bruciata viva 1967
14 Lo straniero 1967
15 La caduta degli dei 1969
16 Alla ricerca di Tadzio 1970
17 Morte a Venezia 1971
18 Ludwig 1973
19
Gruppo di famiglia in
un interno
1974
20 Linnocente 1976
























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96

02 ROBERTO ROSSELLINI
BIOGRAFIA









Nato a Roma nel 1906, egli si avvicina al cinema verso la met degli
anni '30, realizzando sia come montatore che come regista alcuni
cortometraggi per l'Istituto Luce, da "Daphne" (1936) a "Fantasia
sottomarina" (1939) sino a "Il ruscello di Ripasottile" (1941).
Nel '38 collabora alla sceneggiatura di "Luciano Serra pilota" di
Goffredo Alessandrini e nel '41 esordisce dietro la macchina da
presa con "La nave bianca", segmento iniziale di una "trilogia della
guerra" pi tardi completata da "Un pilota ritorna" (1942) e da
"L'uomo dalla croce" (1943).
Il 1945 l'anno di "Roma citt aperta", capo d'opera ed apripista
del neorealismo italiano, seguito da altri due film d'eccezione quali
"Pais" (1946) e "Germania anno zero" (1947).
Dipoi, con "Stromboli terra di Dio" (1949) egli d il via al suo
sodalizio artistico con Ingrid Bergman, segnato da tematiche legate
alla solitudine dell'individuo e da un linguaggio cinematografico
innovatore e seminale; "Europa '51" (1951) e "Viaggio in Italia"
(1954) saranno - successivamente allo splendido interludio di
"Francesco, giullare di Dio" (1950) - le tappe successive di questo
periglioso, affascinante percorso.
Dopo un periodo di crisi artistica e personale, caratterizzato da un
lungo viaggio in India destinato a produrre materiale per l'omonimo
film documentario del '58, egli diriger opere formalmente
impeccabili ma non pi che corrette quali "Il generale Della Rovere"
(1959), "Era notte a Roma" (1960) e "Viva l'Italia" (1961), prima di
dedicarsi interamente alla regia di lavori a carattere divulgativo e
didattico pensati per la televisione: da " Et del ferro" (1964) agli
"Atti degli Apostoli" (1968) fino a "Socrate" (1970), i prodotti di
questa fase risultano per tutti di modesto interesse artistico, con
l'eccezione de "La presa del potere di Luigi XIV" (1967), realizzato
per la TV francese ed all'altezza delle cose sue migliori.
Tornato alfine al cinema, licenzia con "Anno uno" (1974) ed "Il
Messia" (1976) due pellicole che affrontano tematiche gi visitate in
passato con ben altra forza e convinzione: poco dopo, il 3 giugno
1977, egli si spegne a Roma.



















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OPERE CINEMATOGRAFICHE


N titolo
Anno
di
prod.
Tipo regista durata Cod.
01 Un pilota ritorna 1942
02 Desiderio 1943
03 Roma Citt Aperta 1945 VHS 98 m H032
04 Pais 1946 VHS 125 m K008
05 Germania Anno Zero 1947 VHS 75 m H027
06 Lamore 1948
07 Stromboli, terra di Dio 1949 107 m
08
Francesco, Giullare di
Dio
1950
09 Linvidia 1952
10 Europa 51 1952
11 Viaggio in Italia 1953
12 Ingrid Bergman 1953
Epis. Da siamo donne

13
Giovanna dArco al
rogo
1954
14 La paura 1954
15 LIndia vista da R.R. 1958
16 Era notte a Roma 1960
17
La prise de pouvoir par
Louis XIV
1966
18 Gli Atti degli apostoli 1961
19 Socrate 1970
20 Pascal 1971
21 Agostino di Ippona 1972
22 Let di Cosimo 1973
23 Cartesius 1974
24 Anno uno 1974
25 Messia 1975













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03 VITTORIO DE SICA
BIOGRAFIA







Data e luogo di nascita: 7 Luglio 1901, Sora, Frosinone, Italia
Data e luogo di morte: 13 Novembre 1974, Ile-de-France, Francia
La vicenda cinematografica di De Sica si intreccia strettamente con
quella dello scrittore e sceneggiatore Cesare Zavattini, con il quale il re-
gista ha firmato dei grandi capolavori. De Sica inizi la sua carriera ci-
nematografica come attore, divenendo uno dei volti principali della sta-
gione dei La vicenda cinematografica di De Sica si intreccia stret-
tamente con quella dello scrittore e telefoni bianchi e della commedia
sentimentale. La coppia De Sica-Zavattini si incontra nel 1943 per
realizzare I bambini ci guardano, che narra il dramma di un bambino
all'interno di una famiglia piccolo-borghese divisa, e che in parte gi an-
ticipa alcune tematiche del Neorealismo. Appena tre anni pi tardi,
infatti, Sciusci (1946) ritorna nell'universo infantile ma stavolta il
dramma psicologico ha trovato un contesto sociale, l'indagine interiore
ha assunto i toni del-la denuncia civile, la piccola borghesia degli anni
fascisti mostra i tratti della disperazione dell'immediato dopoguerra.
Attraverso gli occhi di due piccoli lustrascarpe che la miseria e la guerra
hanno costretto ad affrontare il problema della sopravvivenza, De Sica
entra all'interno di un istituto di pena minorile, per mostrare con realismo
e distacco le condizioni disumane in cui vengono tenuti i piccoli inquisiti,
e mettere a nudo le dubbie funzioni rieducative di tutta l'istituzione
carceraria. Dietro l'epilogo tragico per, inserisce un elemento di
speranza. Ladri di biciclette (1948), il maggiore dei film di questa
stagione, scendeva talmen-te a fondo nella denuncia della situazione
sociale da sollevare non po-che polemiche, soprattutto in ambienti
governativi, sull'opportunit di mostrare all'estero l'immagine dei
problemi e delle difficolt italiane. Forse per evitare tali polemiche
Miracolo a Milano (1951) adotta uno stile favolistico, pur non
rinunciando alla denuncia della povert e dell'ingiustizia sociale nella
citt pi avanzata d'Italia. Ma il piglio neo-realistico di De Sica e
Zavattini torner di nuovo e con maggior rigore in Umberto D. (1952).
Questo film, infatti, presenta una narrazione ele-mentare, costruita
attraverso l'osservazione delle persone nei momenti di vita quotidiana
che meglio esprimono la miseria. E attraverso questo procedimento, la
coppia riesce a concretizzare la teoria del pedina-mento zavattiniano,
che attraverso l'osservazione di persone comuni mirava alla scoperta di
una realt che fosse degna di essere rappre-sentata, in quanto
sintomatica di problematiche generali. Ecco allora un pensionato, con le
difficolt che incontra ogni giorno per cercare di vi-vere con poche
migliaia di lire al mese, e con le umiliazioni che la sua situazione
comporta. L'emarginazione e la solitudine in cui egli viene lentamente
sospinto sono un dato che colpisce un'intera categoria sociale. Il film
raggiunge una essenzialit che in futuro - anche a causa del suo
insuccesso economico - De Sica e Zavattini non sapranno pi
raggiungere. La loro storia successiva , per lo pi, storia di
compromessi: prima con le esigenze di spettacolarit che richiedeva la
produzione americana (Stazione Termini, 1953), poi con la ripropo-
sizione stanca di contenuti neorealisti in forme incapaci di contenerli (Il
tetto, 1956, Il giudizio universale, 1961), infine con il richiamo del
successo commerciale (I sequestrati di Altona, 1962, Il boom, 1963,
Ieri, oggi, domani, 1963, Matrimonio all'italiana, 1964, Un mondo
nuovo, 1965, Caccia alla volpe, 1966, I girasoli, 1970). Le uniche
eccezioni, tra loro lontane, sono costituite da due trasposizioni sullo
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schermo di testi letterari: L'oro di Napoli (1954), dove l'ironia di Giu-
seppe Marotta serve per disegnare tanti piccoli e vivaci bozzetti che
esprimono compiutamente la cultura e la saggezza della citt parteneo-
pea, e Il giardino dei Finzi Contini (1970) che una diligente e sen-
tita,anche se a tratti manierata, rilettura del romanzo di Giorgio Bassani.

OPERE CINEMATOGRAFICHE

N titolo
Anno
di
prod.
Tipo NOTE durata Cod.
01 Maddalena zero in condotta 1940
02 Teresa Venerd 1941
03 Un garibaldino al convento 1942
04 I bambini ci guardano 1943 VHS 90 m
05 La porta del cielo 1943
06 Sciusci 1946 VHS 95 m RUB
07 Ladri di biciclette 1948 VHS 92 m F007
08 Miracolo a Milano 1951 VHS
Palma d'oro al Festival di
Cannes
F006
09 Umberto D. 1952 DVD 89 m
10 Stazione Termini 1953
11 Loro di Napoli 1954
12 Il tetto 1956
13 La ciociara 1960 DVD Oscar
14 Il giudizio universale 1961
15 Boccaccio 70 1961
16 Il boom 1963
17 Ieri, oggi e domani 1963
18 Matrimonio allitaliana 1964
19 Caccia alla volpe 1964
20 Un mondo nuovo 1966
21 Le streghe 1967 Un episodio
22 7 volte donna 1967
23 I sequestrati di Altona 1968
24 I girasoli 1969
25 Le coppie 1970 Un episodio
26 Il giardino dei Finzi Contini 1970
27 Lo chiameremo Andrea 1972
28 Una breve vacanza 1973
29 Il viaggio 1974
















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03 LUIGI ZAMPA
BIOGRAFIA


Data e luogo di nascita: 2 Gennaio 1905, Roma, Italia.
Data e luogo di morte: 16 Agosto 1991, Roma, Italia
Figlio di un operaio, dopo aver frequentato la scuola di recitazione di
Santa Cecilia, Luigi Zampa si iscrive al Centro sperimentale di cinema-
tografia e nel 1941 debutta dietro la macchina da presa col film Lattore
scomparso. Nel dopoguerra ottiene un enorme successo internazionale
con Vivere in pace (1947), un film sospeso a met tra la commedia di
costume e il melodramma, che riesce a raccontare con onest e par-
tecipazione emotiva il dramma di tutto un popolo, coinvolto in una guerra
di cui non condivide le ragioni ma di cui paga le conseguenze. Il film, che
ottiene a New York il premio della critica come miglior film straniero, in-
sieme a Sciusci di Vittorio De Sica (Oscar speciale 1947), fa apprezzare
il neorealismo dai cineasti e dal mercato americano. La vena migliore di
Zampa per losservazione divertita e satirica della realt, la corrosiva
critica di costume, che danno i primi frutti con Lonorevole Angelina
(1947), interpretato dallinarrivabile Anna Magnani. La sua sarcastica
denuncia contro corruzioni e maneggi di ieri (Processo alla citt, 1952)
e di oggi (Il medico della mutua, 1968) si fa vigorosa attraverso la col-
laborazione con lo scrittore Vitaliano Brancati (Anni difficili, 1948; Anni
facili, 1952; Larte di arrangiarsi, 1954) e con Alberto Sordi, che ha
diretto in molti film (Ladro lui, ladra lei, 1957; Il vigile, 1960).

OPERE CINEMATOGRAFICHE

N titolo
Anno
di
prod.
Tipo NOTE durata Cod.
01 Fra Diavolo 1941
02 Lattore scomparso 1941
03 Un americano in vacanza 1946
04 Lonorevole Angelina 1947 VHS 83 m
05 Vivere in pace 1947
06 Anni difficili 1947
07 Campane a martello 1949
08
E pi facile che un
cammello
1950
09 Processo alla citt 1953
10 Anni facili 1953
11 Larte di arrangiarsi 1954
12 La romana 1954
13 Il vigile 1960
14 Anni ruggenti 1962
15 Il medico della mutua 1967
16 Bello, onesto, emigrato in 1971
17 Bisturi, la mafia bianca 1973
18 Il mostro 1977



ISTITUTO TECNICO COMM. IGEA Antonio GRAMSCI Albano Laziale (RM)
101

05 GIUSEPPE DE SANTIS
BIOGRAFIA


(Fondi, LT, 1917 - Roma, 1997)
Dopo gli studi di lettere e filosofia allUniversit di Roma, si iscrive al
CSC e si dedica con grande passione alla critica cinematografica,
frequentando il gruppo della rivista Cinema assieme a giovani del
valore di Antonioni, Lizzani, Puccini. Sceneggiatore ed aiuto regista di
Visconti per Ossessione, contribuisce alla realizzazione del
documentario Giorni di gloria (1945) ed esordisce nel lungometraggio
con Caccia tragica (1947), ch un autentico manifesto della sua
poetica. Muovendosi secondo la logica di un cinema di intervento
politico diretto e immediato sulla realt nazionale, egli cala la lezione
dei sovietici (in testa, Pudovkin e Donskoj) dentro lo scenario
delluniverso contadino padano devastato dalla guerra, con esiti di
sorprendente efficacia. Il successivo Riso amaro (1949) precisa
vieppi i contorni dun cinema senza eguali in Italia: geniale mlo che
ibrida - a partire da certe intuizioni gramsciane - lestetica del fumetto
coi dettami del neorealismo, esso una sorta di western ambientato
nel vercellese in tutto degno degli affreschi epici statunitensi, un
capolavoro che resiste a meraviglia allusura del tempo. Il successivo
Non c pace tra gli ulivi (1950) segna pel Nostro il passaggio ad una
messinscena di sapore brechtiano, che tuttavia non depriva questo
dramma di pastori ciociari della propria carica emotiva. Roma ore 11
(1952), la pellicola sua maggiormente debitrice della lezione
neorealista, offre - prendendo le mosse da un tragico fatto di cronaca, il
crollo di una scala dove si accalcava un gran numero di disoccupate -
una ricchissima galleria di personaggi femminili dogni ceto sociale,
resa con impareggiabile sensibilit ed autentico slancio ideale. Il mutar
del clima culturale costringer pian piano al silenzio uno dei nostri pi
dotati cineasti: delle cose sue seguenti meritano, ancora, menzione il
dolente ritratto di donna di Un marito per Anna Zaccheo (1953), il
robusto film dazione Uomini e lupi (1956) e lambizioso Italiani
brava gente (1964), acre rappresentazione della disfatta nostrana
nella campagna di Russia

OPERE CINEMATOGRAFICHE
N titolo
Anno
di
prod.
Tipo NOTE durata Cod.
01 Giorni di gloria 1945
02 Riso amaro 1949 DVD 108
03 Non c pace tra gli ulivi 1950
04 Roma ore 11 1952
05 Un marito per Anna Zaccheo 1953
06 Giorni damore 1954
07 Uomini e lupi 1956
08 Italiani brava gente 1964
09
Un apprezzato professionista
di sicuro avvenire
1972
10 Oggi un altro giorno 1995