Infermieristica in Ambito Intensivo
Infermieristica in Ambito Intensivo
La valutazione del paziente al di fuori della terapia intensiva (cioè in assenza di un monitoraggio continuo) segue una
metodica:
La valutazione dello stato di coscienza non coincide con una valutazione neurologica: semplicemente, si chiama il paziente
e si osserva il grado di risposta
- in caso di persona cosciente, in grado di parlare normalmente ed in maniera orientata – vie aeree pervie
- in caso di persona cosciente ma disfonica/dispnoica (non in grado di produrre suoni) – vie aeree parzialmente
pervie
o valutazione del cavo orale per ricerca di corpi estranei o edemi delle vie aeree superiori (corpo
affiorante)
- in caso di persona non cosciente, con respiro russante/gorgogliante – vie aeree ostruire = arresto respiratorio
→ manovra di apertura delle vie aeree
o rimozione di corpi estranei affioranti nel cavo orale
o iperestensione del capo → funzionale ad evitare la caduta della lingua (ostruzione della glottide) – da
evitare in caso di trauma
o sublussazione della mandibola → in paziente traumatizzato
o posizionamento della cannula di Guedel → evita la caduta della lingua
I tubi possiedono dei punti di repere utili all’anestesista per comprendere la posizione
ideale; esistono in varie misure (dal 2 al 9, le misure per il soggetto adulto medio si aggirano attorno al 7-8.5).
Al fine di evitare il decubito del tubo endotracheale al momento dell’inserzione, questo può essere mandrinato: è
importante non posizionare il mandrino oltre alla porzione terminale del tubo per non andare a ledere le strutture
dell’albero respiratorio.
L’aspiratore è un ulteriore strumento utile alla rimozione di eventuali liquidi biologici: possono essere utilizzate cannule
rigide (Yankauer) o sondini d’aspirazione morbidi.
Il corretto posizionamento del tubo è in trachea: non deve andare né in bronco destro, né in bronco sinistro (e tantomeno
in esofago) – per la valutazione di una corretta intubazione avviene tramite il controllo EtCO2 (cioè la CO2 espirata)
- in caso di mal posizionamento, i livelli di CO2 saranno bassi
- in caso di corretto posizionamento, i livelli di CO2 saranno più alti
Uno strumento utile nel caso di intubazione difficile o per evitare al meglio il contatto con secrezioni del paziente è il video-
laringoscopio; alternative all’intubazione orotracheale, in caso di difficoltà importanti, sono presidi sovraglottici:
- i-Gel – posizionamento semplice grazie al particolare materiale che va ad adattarsi alle vie aeree
- maschera laringea – da cuffiare necessariamente
Sono funzionali alla protezione delle vie aeree in caso di rigurgito e permettono un’insufflazione d’aria maggiore rispetto
alla gestione semplice delle vie aeree.
Ulteriori alternative sono:
- combitube – si tratta di un presidio da inserire alla cieca: in base al posizionamento in esofago o in trachea si opta
per la ventilazione nella via prossimale o distale
- tracheotomia d’urgenza
GESTIONE DELLA VENTILAZIONE
Il presidio più comunemente utilizzato nella ventilazione manuale è il pallone AMBU: si tratta di un pallone auto-
espandibile in grado di ventilare il paziente composto da:
- pallone in sé per sé
- maschera
- reservoir
- valvola peep – genera una pressione positiva di fine espirazione che permette il
mantenimento dell’apertura degli alveoli
- rilevazione FR e SpO2%
- esecuzione di emogasanalisi
Al di sotto degli 80 mmHg di PaO2 (= 92% di saturazione) la perfusione diviene trasporto-dipendente – cioè non dipende
dalla quantità di emoglobina ossigenata, ma da quanto questa raggiunge i tessuti attraverso l’azione dei meccanismi di
compenso (come la tachicardia).
La concentrazione di CO2 dipende strettamente dalla FR: in caso di iperventilazione si avrà un’espulsione di CO2 maggiore
(CO2↓) e, viceversa, in caso di ipoventilazione si avrà un’espulsione di CO2 minore (CO2↑).
La saturazione di ossigeno venosa è funzionale per comprendere il consumo di ossigeno (VO2), poiché rappresenta la
quota di ossigeno residuo in seguito allo scambio gassoso.
La pCO2 e i bicarbonati sono valori che possono svolgere un’azione compensatoria nei confronti del pH: pertanto, ad
esempio, si potrà definire un paziente in acidosi respiratoria nonostante il pH rientri nel range se in concomitanza ad
un’ipercapnia.
I bicarbonati vanno a compensare e tamponare l’acidosi respiratoria in caso di ipercapnia (↑bicarbonati ↓pH).
Per valutare lo scambio gassoso si esegue il rapporto PaO2/FiO2 (quest’ultimo non in percentuale ma in numero intero), e
da questo si comprende il grado di insufficienza respiratoria (= quanto sono alterati gli scambi gassosi).
Un altro parametro importante dell’emogasanalisi sono i lattati (= acido lattico): questi sono i cataboliti di una produzione
di energia nel contesto di un metabolismo anaerobico (↑ lattati, ↑ metabolismo anaerobico) – possono essere influenzati
da una glicemia più elevata (→ si corregge l’iperglicemia e si ripete l’emogasanalisi in modo da comprendere l’eventuale
stato di ipossia). Il range dei lattati si attesta in < 4 mEq/l.
O2terapia
L’ossigenoterapia è uno degli interventi più comuni per la risoluzione dell’ipossia, ed è funzionale all’incremento del
contenuto arterioso di emoglobina ossigenata (↑PaO2); quando si raggiunge una saturazione totale di emoglobina è
importante non andare ad incrementare ulteriormente la FiO2 poiché l’eccesso di ossigeno libero nel sangue andrà ad
alterare la dinamica respiratoria in negativo, oltre ad alimentare ulteriormente un processo infiammatorio.
Nel paziente acuto, scopo dell’O2terapia è il trattamento e la prevenzione dell’ipossia tissutale, che si verifica in caso di
squilibrio tra il trasporto di O2 (DO2) e il relativo consumo (VO2).
Si diversifica principalmente in:
I valori massimi di flusso per questa tipologia di presidio vanno sui 30-40 litri/min, e hanno come vantaggio:
- possibilità di washout della CO2 nello spazio morto anatomico (eliminazione di CO2 nelle alte vie respiratorie
tramite l’arricchimento di O2, garantendo un’inspirazione priva di CO2)
- erogazione di pressione positiva a livello del
rinofaringe (evita collassamento alveolare)
- aumento del volume polmonare respiratorio
- erogazione di una FiO2 costante e nota
- conservazione di funzione mucociliare mediante
umidificazione riscaldata dei gas (previene la
secchezza delle mucose, migliorando la
compliance del paziente)
La ventilazione a pressione positiva si contraddistingue dalla capacità di espansione meccanica degli alveoli polmonari
(funzionale al contrasto di atelettasia polmonare); si suddivide in invasiva o non invasiva (NIV): viene applicata nel caso in
cui l’O2terapia ad alti flussi non porti a risultati apprezzabili ad emogasanalisi.
Una ventilazione a pressione positiva (PEEP – pressione positiva di fine espirazione) è indicata in:
CPAP – nella CPAP la pressione positiva è costante, sia in inspirazione che in espirazione: l’applicazione tempestiva di una
CPAP previene dall’intubazione o dall’ECMO; la PEEP varia sui 5-10 cm/H2O,
La PEEP previene e contrasta l’atelettasia (cioè il collasso delle vie aeree distali a fine espirazione) migliorando la quantità
di superficie alveolare ventilata, riducendo il carico elastico e resistivo per la pompa ventilatoria (in altre parole, riduce il
lavoro respiratorio).
➢ FR > 28
➢ pO2 < 55
➢ pCO2 =< 40
➢ 7.10 < pH < 7.35
In generale, la CPAP è indicata nelle insufficienze respiratorie ipossiche non ipercapniche; cause di esclusione per il
trattamento in CPAP sono:
BiPAP – essa permette il supporto del paziente in fase inspiratoria/espiratoria grazie alle regolazioni di pressione di
inspirazione e di espirazione (applicata in casi di minor autonomia ventilatoria del paziente)
Il segno di trigger inspiratorio coincide al momento di inspirazione del paziente (che si traduce con una diminuzione della
pressione all’interno del respiratore) – ne consegue l’inizio dell’aumento della pressione nel circuito fino al livello di IPAP
nei tempi impostati; viceversa, il segno di trigger espiratorio coincide col momento di espirazione del paziente – la valvola
espiratoria si aprirà fino a raggiungere i valori impostati di PEEP.
L’obiettivo della BiPAP è il trattamento di insufficienze respiratorie ipossiche ed ipercapniche: pertanto, è indicata anche
nel paziente con BPCO riacutizzata.
Ventilazione invasiva
La ventilazione invasiva è funzionale nel momento in cui la NIV non riesca a fornire un pattern respiratorio adeguato e una
risoluzione del quadro dell’ipossia: essa è rappresentata dall’intubazione orotracheale e differisce totalmente dal respiro
spontaneo.
Il ventilatore possiede:
L’impostazione delle caratteristiche e dei parametri del ventilatore vede vari settaggi, tra cui l’impostazione del trigger
inspiratorio; esso può essere di due tipologie: a pressione o a flusso.
Si definiscono:
- ventilazioni controllate: si impostano tutti i parametri respiratori, il paziente subisce passivamente la ventilazione
- ventilazioni assistite/controllate: si impostano tutti i parametri respiratori, il paziente può eseguire atti respiratori
spontanei tra un atto respiratorio controllato e l’altro
- ventilazioni assistite: il ventilatore fornisce una pressione di supporto con un tempo inspiratorio (se il paziente
non respira, il ventilatore non assiste)
- ventilazioni spontanee: come la BiPAP
- pressione di picco (P picco/Paw max): non deve mai superare i 35 cm/H2O, poiché potrebbe causare un danno
alveolare
- PEEP: pressione di fine espirazione – in caso di perdite si avrà una diminuzione della FiO2
- Volume/minuto espirato: quanto volume viene espirato nel minuto
- Inspirazione/espirazione: indica quanto dura una fase inspiratoria e una fase espiratoria (la seconda deve durare
almeno il doppio della prima, poiché nell’inspirazione si ha l’assistenza del ventilatore mentre l’espirazione
dipende solamente dal ritorno elastico del polmone)
- Tempo respiratorio: se il tempo espiratorio è troppo basso si avrà un rebreathing della CO2 e un aumento della
pressione parenchimale
- Rise-time: il tempo che impiega un determinato volume/pressione per essere somministrata al paziente (si parte
da valori alti, come 3-4 secondi, per arrivare a tempi più bassi, 1-2 secondi)
Il monitoraggio grafico della ventilazione meccanica (funzionale anche all’individuazione di eventuali asincronie) prevede 6
fasi:
- sforzo inefficace
- doppio trigger
- autociclaggio
- ciclaggio anticipato
- ciclaggio ritardato
- asincronia di flusso
La pronazione del paziente è una procedura atta a migliorare lo scambio gassoso nel paziente intubato, andando ad
alterare il rapporto perfusione/ventilazione: quando il paziente è supino, la
porzione posteriore (della schiena) è iperperfusa mentre la porzione anteriore (del
torace) è ipoperfusa ma con la pronazione si va a ridistribuire la perfusione.
- ECMO veno-arterioso (attraverso l’aorta) – sostiene anche la funzionalità cardiaca, andando a sostituirsi
- ECMO veno-venoso – prettamente per l’insufficienza respiratoria
Le due componenti fondamentali dell’ECMO sono l’attività di pompa del sangue e l’ossigenatore.
CIRCOLO E CONTROLLO DELLE EMORRAGIE
Per quanto concerne la valutazione del circolo, è necessario:
- valutare il polso
- valutare il colorito cutaneo e la temperatura
- valutare il refill capillare (tempo >2 secondi è indice di una bassa perfusione periferica, tramite compressione del
letto ungueale)
- identificazione e trattamento di emorragie
Nella realtà clinica, la valutazione del circolo avviene contemporaneamente alla valutazione del respiro.
Viene ricercato principalmente il polso radiale e, se non apprezzabile (soprattutto in caso ipotensione importante), il polso
carotideo – se il polso è assente, si inizia l’RCP (rapporto 30:2).
Oltre alla presenza, si valuta la frequenza cardiaca (60-100 bpm), la ritmicità (intervalli di tempo regolari), l’ampiezza (che
riflette la pressione arteriosa del paziente – filiforme, polso ampio…), la simmetria (ipoperfusione selettiva, soprattutto in
caso di patologie dei vasi).
Shock
Una condizione che può rendere difficoltosa l’individuazione del polso è lo shock, cioè una sindrome causata da una ridotta
perfusione a livello sistemico con conseguente squilibrio tra la richiesta e la disponibilità di ossigeno – si manifesta come:
- ipossia
- tachicardia
- cute pallida, fredda, marezzata
- cianosi periferica
- …
Lo shock, se non trattato, ha evoluzione rapida e ingravescente fino alla morte del paziente.
Le cause legate allo shock sono riassunte in un qualsiasi fattore della seguente equazione:
Oltre all’equazione, lo shock può manifestarsi in seguito ad alterazione di uno dei tre seguenti fattori:
➢ pre-carico – valutato e monitorato in modo diretto tramite pressione venosa centrale ed ecografia della vena
cava inferiore (indice di collassabilità – cut-off <50%)
➢ post-carico – correlato a resistenze vascolari periferiche (una diminuzione delle resistenze si traduce in
vasodilatazione e quindi aumento del post-carico)
➢ contrattilità del cuore – valutato e monitorato tramite catetere di swan-ganz ed ecocardio
- emoglobina
- SpO2
- PaO2 attraverso l’EGA
- perfusione renale (“sacrificato” a causa della centralizzazione del circolo – in caso di ipoperfusione si manifesta
anuria) – diuresi ottimale = 0.5 – 1 mL/Kg/h
Si riconoscono differenti tipologie di shock, in base all’eziopatogenesi:
- shock cardiogeno – deficit nell’attività di pompa del cuore (IMA, cardiomiopatia dilatativa, insufficienza…)
- shock da ostruzione circolatoria – da ostruzione o stenosi dei vasi arteriosi, con difficoltà nel circolo di sangue
(tamponamento pericardico, EPA, pneumotorace iperteso…)
- shock ipovolemico
- shock settico
- shock anafilattico
- shock neurogeno
Il meccanismo fisiopatologico che si manifesta nello shock, conseguente all’ipoperfusione sistemica, comprende:
- ischemia cellulare
- infiammazione
- danno da radicali liberi (fattori pro-infiammatori)
1. fase iniziale – lieve depressione delle attività cardiocircolatorie (non segni chiari, ipotensione ortostatica…)
2. fase compensatoria – aggravamento della depressione dell’attività cardiocircolatoria con instaurazione dei
meccanismi di compenso
o tachicardia
o tachipnea
o iperglicemia
o …
3. fase di progressione – i meccanismi di compenso non sono più efficaci e si instaurano danni
4. fase di irreversibilità – il paziente giunge irrimediabilmente a morte
Monitoraggio elettrocardiografico
- FV – fibrillazione ventricolare: attività elettrica ventricolare disorganizzata incompatibile con la vita (paziente
necessariamente incosciente)
o ad alto voltaggio
o a basso dosaggio
- FA (fibrillazione atriale) – senza riconoscimento di onda P a causa di attività elettrica atriale disorganizzata. Il
rischio maggiore è correlato alla formazione di un flusso turbolento (→ formazione di emboli → embolia
polmonare)
- tachicardia ventricolare – incapacità nel riempimento ventricolare → shock (viene a mancare la funzione di
pompa)
o monomorfa
o polimorfa
- BAV di I grado – ritardo nella conduzione dal nodo SA al nodo AV, che si traduce come un allungamento del tratto
PQ
- BAV di II grado tipo I – il tratto PQ aumenta gradualmente fino alla perdita della conduzione di un complesso QRS
in rapporti regolari (2:1, 3:1, 4:1…)
- BAV di II grado tipo II – mancanza di conduzione di un complesso QRS senza ritardo del PQ in rapporti regolari
(2:1, 3:1, 4:1…)
STEMI e NSTEMI – si tratta di un sopraslivellamento del tratto ST, causato da un’ischemia acuta del miocardio.
Il sistema di trasduzione è un presidio funzionale al monitoraggio della pressione all’interno di un lume vasale grazie alla
conversione di un certo valore percepito di pressione idrostatica in segnale elettrico (restituendo un valore numerico e
un’onda a monitor), a livello di un qualsiasi vaso (arterioso, venoso, pressione intracranica, pressione intraddominale…).
Pressione arteriosa – tramite il raccordo del sistema di trasduzione ad un catetere arterioso, posto comunemente in arteria
radiale (ma anche in succlavia, pedidia, femorale…): una sacca di fisiologica posta a pressione (300 mmHg) permette il
mantenimento della pervietà della linea infusiva e del catetere stesso, contrapponendosi alla forza generata dalla
pressione arteriosa (si somministrano solamente 3 mL/h di soluzione fisiologica) – sinonimo di monitoraggio invasivo della
pressione arteriosa è il concetto di pressione arteriosa cruenta.
Il sistema di trasduzione possiede una valvola, detta fast-flush, che se chiusa non permette il passaggio di liquidi (eccezion
fatta per i 3 mL/h della soluzione fisiologica a pressione); se aperta, la valvola fast-flush permette un passaggio immediato
di liquidi, utile nel caso in cui si vogliano effettuare prelievi di sangue arterioso o somministrare farmaci.
Il trasduttore va posto ad altezze differenti, in base ai parametri che si necessita monitorare: per la PA media e pressione
venosa centrale, ad esempio, si pone il trasduttore a
livello dell’asse flebostatico, in modo da considerare
come valore di riferimento quello a livello del IV spazio
intercostale (grossomodo a livello del muscolo
cardiaco).
In sintesi, prima di effettuare un monitoraggio invasivo è importante calibrare il sistema di trasduzione in funzione dell’asse
flebostatico e dello zero elettrico (si ricalibra poi ogni 8 ore).
- pressione sistolica di picco – pressione massima generata dalla contrazione del ventricolo
- incisura dicrota – coincide con la chiusura della valvola aortica
- pressione diastolica
- incisura anacrota – identifica l’inizio di un nuovo ciclo cardiaco
- PA media – rappresentata dall’area sottesa al picco; costituisce l’unico elemento in grado di indicare la
perfusione d’organo (cut-off: 60-65 mmHg – valori al di sotto di questo valore si traducono in basse perfusioni
d’organo)
Per completezza, ai fini della valutazione del monitoraggio della pressione arteriosa cruenta, è necessario effettuare
pertanto un test dell’onda quadra e una verifica della pressione della soluzione fisiologica (oltre all’azzeramento elettrico e
la calibrazione dell’asse flebostatico).
Pressione venosa centrale – viene impiegato come indice molto aspecifico dello stato di volemia del paziente (attualmente
soppiantato da due parametri differenti: l’indice di collassabilità della vena cava e la variazione di pressione intratoracica
durante il ciclo respiratorio).
Il sistema di trasduzione viene raccordato ad un catetere venoso centrale (in prossimità della giunzione tra atrio destro e
vena cava): tale catetere viene inserito solitamente in vena succlavia o giugulare, e sono richieste particolari indicazioni
terapeutiche affinché questo possa essere posto, come:
- somministrazione veloce di fluidi in caso di rischio di grandi perdite ematiche (ustioni, sepsi, politrauma,
interventi ortopedici complessi…)
- somministrazione di farmaci vasoattivi (come la dopamina) o incompatibili
- infusione di grandi volumi di farmaci
- infusione di farmaci non somministrabili da vena periferica
La curva della pressione venosa centrale, nella sua globalità, descrive un ciclo cardiaco a meno che non si stiano
infondendo farmaci e, pertanto, la ritmicità coincide con quella del monitoraggio elettrocardiografico (potrebbero
interferire pressioni differenti, come la PEEP dal respiratore che va a comprimere la vena cava → aumento della PVC).
Catetere di Swan-Ganz – si tratta di un catetere in cui è presente una cuffia a livello distale localizzata in prossimità delle
arterie polmonari (viene fatta incuneare nelle arterie polmonari dopo il passaggio nel cuore di destra, a partire da vena
periferica); esso permette il monitoraggio di alcuni parametri:
IAP (intra-abdominal pressure) – funzionale al monitoraggio del rischio emorragico a partire dalle arterie addominali
(chirurgia addominale, politrauma…): successivamente al superamento di 20 cm/H2O, lo schiacciamento di organi
determina ipoperfusione (→ ischemia addominale). Il monitoraggio può essere operato tramite due sistemi:
- in periodo post-operatorio
- disufunzione d’organo
- trattamento con pacing intra-addominale (posizionamento di garze nell’addome del paziente, con chiusura
temporanea della ferita chirurgica con materiali simili a pellicole)
Nel paziente in respiro spontaneo la IAP ha un valore di 0 mmHg, mentre in paziente con ventilazione meccanica i valori
normali di IAP si aggirano intorno ai 6-7 mmHg – si considera ipertensione addominale con IAP > 12 mmHg.
Alti valori di IAP portano ad un circolo vizioso che vede una diminuzione del precarico associata ad un’inefficacia nella
funzione di pompa cardiaca.
Temperatura corporea – ipotermia ed ipertermia gravi causano problemi a diversi livelli d’organo.
Può essere rilevata tramite:
- sensori cutanei
- sensori vescicali – comunemente utilizzati, tramite termistore raccordato
a CV che fornisce un monitoraggio continuo
- sensori interni a CVC (come catetere di Swan-Ganz)
- sensori rettali
- sistema cardiovascolare
o 34°C – vasocostrizione, > postcarico
o 32°C – depressione, irritabilità miocardica
o 31°C – anomalie della conduzione
o 28°C – fibrillazione ventricolare
o aumentato rischio di ischemia miocardica
o vasocostrizione con diminuzione di flusso ematico tissutale (ostacola cicatrizzazione ferite)
- apparato respiratorio
o ipossia da vasocostrizione polmonare
o ipocapnia da diminuita produzione/iperventilazione
o spostamento a sinistra della curva di dissociazione dell’Hb
o ipossia
- S.N.C.
o 34°C – < metabolismo cellulare
o 33°C – obnubliamento del sensorio
o 30°C – coma
- sistema immunitario
o depressione della risposta immunitaria
- effetti ematologici
o aumento della viscosità, deficit della funzione piastrinica
o trombocitopenia
o deficit della coagulazione
- effetti metabolici
o acidosi metabolica
o iperglicemia
o ipokaliemia
o alterazione del metabolismo dei miorilassanti
o minor risposta delle amine vasoattive
- effetti renali
o aumento della diuresi (a causa dell’ostacolo nel riassorbimento del sodio)
VALUTAZIONE NEUROLOGICA
Alcuni punti della GCS potrebbero non essere valutabili, come nei casi di:
Oltre alla GCS è importante proseguire con un esame obiettivo delle pupille:
- diametro pupillare
o isocoriche
o anisocoriche – differenza di diametro (anisocoria dx>sx o
sx>dx) → probabile emorragia cerebrale a causa della
compressione del nervo ottico se in coma (coma
intracranico, ictus emorragico, tumore cerebrale…)
o miotiche – “a punta di spillo”, associato ad abuso di droghe
o midriatiche – eccessivamente dilatate, probabile morte cerebrale perché indice di prolungata carenza
di ossigeno al SNC
- risposta allo stimolo luminoso
- confusione
- delirium
- stupor
- locked-in syndrome
- stato vegetativo persistente
In alcuni tipi di pazienti (come in seguito ad emorragia cerebrale, ad esempio) è richiesto il monitoraggio della pressione
intracranica: all’interno della scatola cranica la pressione è costante (sistema rigido) e nel momento di un insulto (edema
cerebrale, idrocefalo…), affinché la pressione rimanga costante, si vanno a ridistribuire i volumi di sangue e liquor (legge di
Monro e Kellie) → se ciò non accade, si verifica ipertensione endocranica.
A livello del III e IV ventricolo viene posto un catetere a cui viene raccordato un trasduttore: non viene posta la sacca di
fisiologica a pressione ma viene impiegata una semplice siringa.
Valori normali di pressione intracranica sono 10-15 mmHg in clinostatismo (3-4 mmHg in ortostatismo).
L’ipertensione intracranica si ha nel caso in cui liquor, sangue o parenchima cerebrale aumentino eccessivamente in
quantità/volume – questa preoccupa poiché determina un’ipoperfusione cerebrale secondaria allo schiacciamento del
parenchima cerebrale sulle pareti della scatola cranica → ischemia → necrosi
La conseguenza più grave dell’ipertensione intracranica è l’incuneamento cerebrale, cioè una condizione che vede una
compressione delle strutture cerebrali all’interno del canale midollare (generando pressione sul tronco encefalico) →
morte cerebrale.
Anche in pazienti intubati e sedati è possibile somministrare una GCS riadattata, funzionale al riconoscimento precoce di
segni correlati ad un rialzo della PIC.