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Archologia e storia di un castello della Valdichiana: Gaenne (Civitella Valdichiana –AR)

La ricerca si è articolata su due livelli distinti: quello archeologico e quello storico basato sullo
spoglio dell'edito e sulla ricerca d'archivio di fonti inedite. Lo scopo delle attività archeologiche è
stato quello di documentare e mettere in luce tutte le evidenze superstiti attualmente visibili nel
pianoro sommitale in cui sorgeva il castello di Gaenne, cercando di acquisire informazioni utili a
determinare la cronologia della lunga durata di vita del sito (Tav. 1). Da un punto di vista storico,
invece, con ricerche d’archivio e successive verifiche sul campo al momento dell’intervento, si è
tentato di colmare il vuoto cronologico tra il 1384 (data della distruzione) e il 1953 (data
dell’abbandono del sito). Nel presente contributo saranno quindi esposte entrambe le parti che
hanno caratterizzato il lavoro di prospezione: nella prima viene descritta la ricerca sulle fonti e nella
seconda vengono descritte le operazioni e i risultati del lavoro archeologico.
Gaenne è un toponimo di origine etrusca (PIERI 1919, pp. 33-34) derivato probabilmente da
CACNA-NAL, in latino GAGILIUS. Con variazioni attestate nelle fonti come Gaenna, Gajenna,
Gahenne e raro Gaivenne, è riferito ad un castello del contado aretino ricordato nel privilegio di
Carlo IV spedito nel 1356 alla città e al comune di Arezzo, distrutto dai Fiorentini nel 1386, e che
dette il titolo alla parrocchia di S. Maria a Gaenne nel piviere del Toppo. E’ localizzato su un’altura
di forma ellissoidale posta nella zona collinare e montuosa al confine N-E del territorio comunale di
Civitella in Val di Chiana (AR) a 406 metri s.l.m.
Il castello di Gaenne, situato a N/E rispetto al centro amministrativo del territorio comunale, si trova
vicino al confine W del comune di Arezzo, più precisamente nella zona soprastante Viciomaggio.
Nella carta topografica regionale della Toscana, scala 1: 25000, si trova nel quadrante 114-II; le
coordinate X 1.722.517,83 e Y 4.813.808,87 sono riferite al casolare che si imposta su parte delle
mura perimetrali del castello (Fig. 1).
L’altura su cui sorge il castello, particolarmente scoscesa su tre lati (N, E e W) permette di risolvere
facilmente il problema della sicurezza, e soprattutto di controllare l’incrocio di più valli e tratti di
itinerari che mettono in comunicazione la zona con la Valdichiana e con la valle dell’Arno.
Proprio per il tipo di caratteristiche fisiche del luogo in cui sorge Gaenne sono state fatte le più
disparate ipotesi sull’insediamento originario di questa zona.

Il lavoro sul campo è stato preceduto da una ricognizione dell’edito seguita da una ricerca sulle
fonti d’archivio, poiché la letteratura prodotta da storici ed eruditi locali ci consegna una storia
molto frammentaria se confrontata con il lungo periodo di frequentazione che ha avuto
l’insediamento di Gaenne e non risulta sufficiente alla comprensione del sito e del contesto
territoriale. Per questo motivo, pur non essendo questo un lavoro specificatamente archivistico, è
stato necessario cercare notizie inedite sul castello per tentare di colmare i vuoti cronologici
evidenti dalla letteratura. Questo tipo di ricerca, in realtà, ha permesso di definire in modo esaustivo
soltanto il succedersi delle vicende del sito in epoca moderna, documentando la parte che nelle
pubblicazioni edite era stata tralasciata perché considerata di minore importanza, così come
l’organizzazione del sito in epoca contemporanea per cui sono state fondamentali le fonti orali.
La bibliografia di base utilizzata è il capitolo specifico sul castello di Gaenne presente nella
pubblicazione di A. Bacci Strade romane e medievali nel territorio aretino (BACCI 1985, pag. 205-
211); qui vengono trattate quasi esclusivamente le vicende del castello e della chiesa interna ad esso
tra la fine del XIII e tutto il XIV secolo con un breve accenno alle notizie sulla chiesa nei secoli
XVI e XVIII. Le fonti maggiormente utilizzate da Bacci sono i Capitoli di resa dei Fiorentini e i
quattro volumi dell’opera Documenti per la storia di Arezzo nel Medioevo del Pasqui, non sembra
quindi necessario dilungarsi nella trascrizione di documenti dei cui contenuti siamo già a
conoscenza. Per questo motivo la ricerca d’archivio si è concentrata maggiormente sui periodi
precedenti e successivi al XIV secolo. A questo scopo sono state consultate le carte del monastero
delle SS. Flora e Lucilla, gli archivi parrocchiali e le visite pastorali che si trovano negli Archivi
Vescovile e Capitolare di Arezzo per ottenere ulteriori notizie da affiancare ai documenti già editi.
Con lo stesso intento è iniziata la ricerca a ritroso dei documenti riguardanti la casa colonica e i suoi
possessori svolta negli Archivi di Stato di Arezzo, Firenze e nell’Archivio Comunale di Civitella in
Val di Chiana (da ora in poi rispettivamente ASA, ASF, ACC). Nei documenti dell’Archivio
Vescovile di Arezzo (AVA) si è proceduto allo spoglio delle visite pastorali, da quella più antica del
1425 alla più recente del 1910 per trovare ulteriori notizie rispetto a quelle dei decimari dal 1278 al
1301. Infatti la chiesa di Santa Maria di Gaenne compare sotto il piviere del Toppo per la prima
volta nel 1278 e paga una fra le più alte decime del piviere: 3 lire e 2 soldi, (BACCI 1985, pag. 205).
Le uniche visite pastorali in cui viene citato Gaenne, non tanto la chiesa quanto il podere stesso,
sono quelle del 1877-1893 del vescovo Giusti e quella del 1910 fatta dal vescovo Volpi, in cui
compare l’obbligo di dire 277 messe annue al “legato pio” Carlo Casini, proprietario del podere di
Gaenne, che finanzia l’erezione della cappella dedicata ai Santi Isidoro, Paolo e Antonio cui spetta
il beneficio del podere di Gaenne. Sempre nell’AVA sono stati visionati gli inventari parrocchiali e
i benefiziali relativi alla donazione fatta da Carlo Casini alla chiesa di S. Maria Madre di Dio e S.
Carlo in cui era compreso il podere di Gaenne. I risultati della ricerca d’archivio ottenuti secondo
l’iter classico non hanno ampliato affatto le conoscenze sulla chiesa di S. Maria a Gaenne, tant’è
che gli unici due documenti che ne parlano fanno parte di raccolte di carte sparse riunite da
archivisti del passato in alcuni volumi senza intestazioni detenuti dall’AVA, come il “Romano” (c.
187) e un documento in cui si legge che la chiesa di S. Maria a Gaenne (dicitura che nel documento
appare barrata con aggiunta al suo posto di messer Franceso) “pagò a dì 16 di ottobre 95 lire 3 soldi
7 denari 6; pagò messer Francesco Bacci Rettore moderno per ditto lire 3.7.6” ; in questo non è
specificata neppure la data, anche se l’analisi paleografica del documento la fa attribuire al ‘500, per
cui il “95” può essere riferito al 1595 e non come creduto inizialmente al regesto di vecchi
documenti. È indicativo che la dicitura della chiesa sia barrata e che vi sia riscritto in seguito messer
Francesco, ciò lascia pensare che evidentemente questo pagava un beneficio nel territorio che in
precedenza era di pertinenza della chiesa. Questi documenti si vanno ad aggiungere ad altre due
citazioni nel Decimario del 1302 e in quello del 1309, sempre con decime abbastanza consistenti
per il piviere del Toppo, e a due documenti del 1554 e del 1776. Nel primo la chiesa di Gaenne paga
la tassa più alta del piviere (7 staia di grano), nell’altro il suo beneficio viene ancora censito e i
possedimenti appaiono assai vasti, comprendenti non solo ampie aree di bosco nella valle della
Lota, ma anche dei bei terreni in Val di Chiana (BACCI 1985, pag. 211). La ricerca di notizie
storiche si è allora concentrata sui documenti che precedono la presa del castello da parte dei
fiorentini. La maglia insediativa del territorio di Civitella in Valdichiana ricostruita delle fonti
storiche può essre utile per delineare il ruolo del sito nel contesto dell’insediamento medievale.
Gaenne compare infatti come “castello” appartenente alla consorteria dei Longobardi di Dorna
detentrice di terre e castelli in tutta la zona centro-settentrionale del territorio già nell’XI secolo. La
concomitante esistenza di Gaenne con altri insediamenti fortificati fa supporre che tutti questi siano
la dimostrazione di come l’unica consorteria, che ne detiene il potere, intenda distribuire
capillarmente i simboli del proprio dominio in varie parti del territorio, al fine di amministrarne in
modo migliore le risorse. Tra i castelli noti dalle fonti nell’XI secolo appartenenti alla famiglia di
Dorna troviamo, con Gaenne, il castello di Montoto, a N lungo il corso dell’Arno, e la stessa Dorna,
centro principale della consorteria, menzionata come castello dall’inizio del XII secolo (CORTESE
2000, pag. 70-71, Tab. 2, nn. 19 e 50; pag. 75, Tab. 3, n°14) ma già attestata come villa nell’843 e
nel 996. Nella stessa zona si trova anche Badia al Pino che ha origine e funzione diversa in quanto
sorta attorno alla potente abbazia del Pino; dalle fonti storiche abbiamo la possibilità di delineare il
quadro dei rapporti che intercorrevano tra la consorteria di Dorna e l’Abbazia del Pino. Nel 1065 i
longobardi di Dorna fanno all’Abate Guido, un giuramento solenne di fedeltà, e cioè di non
attentare alla sua vita e ai beni dei due monasteri (l’Abbazia del Pino e il Monastero di S. Flora e
Lucilla) da lui retti, in realtà dopo pochi anni si verificano azioni che disattendono le promesse fatte,
visto che nel 1081 fu sottratto “fraudolentemente e senza alcun diritto” il bosco di Castagnolo ai
monaci di S. Fiora e in seguito, nel 1110 fu distrutto il castello di Mugliano (BACCI 1985, pag.161-
162). Per il secolo immediatamente successivo sono totalmente assenti notizie che riguardano il
castello; l’unica fonte, della fine dell’XI secolo, che può riguardare indirettamente, Gaenne è la
donazione alla chiesa da parte di Guinigildo di Dorna vescovo di Senigallia di tutti i suoi
possedimenti nella marca di Tuscia (PASQUI 1899, vol. I n.239). Questo unico dato a disposizione
può lasciare spazio soltanto a ipotesi perché non vi è nessun riferimento al castello, anche se appare
molto probabile che Gaenne sia stato parte dei beni passati sotto il controllo diretto della chiesa. In
base a questa ipotesi sono stati analizzati due volumi che raccolgono le carte di S. Flora e Lucilla di
Scarmagli, e le carte della Canonica di Giannerini entrambi presenti nell’Archivio Capitolare di
Arezzo (ACA). Lo spoglio di questi volumi ha fornito soltanto poche informazioni di carattere
generale in parte già acquisite e pubblicate dal Pasqui nei Documenti per la storia della città di
Arezzo nel Medioevo; le altre notizie risultano essere troppo particolari (pagamenti all’Abate di SS.
Flora e Lucilla per l’uso dei terreni ecc.) per poter essere utilizzate nell’ottica di una conoscenza
generale delle vicende del sito. Restando sul piano delle ipotesi la stessa edificazione della chiesa di
S. Maria a Gaenne, precedente sicuramente al 1278, potrebbe essere testimonianza del passagio del
castello tra i possedimenti della chiesa aretina. L’unica eccezione è costituita da un documento del 6
settembre 1306 proveniente dal Regio Archivio Diplomatico (spoglio 14 c.136), da cui si evince che
i diritti dei terreni posti all’interno del “castello di Gaivenne” dovevano essere corrisposti all’abate
Ugo dell’Abbazia del Pino, è quindi probabile che il castello rientrasse, all’epoca, tra i possedimenti
dell’abbazia stessa.
Altro momento importante per la comprensione delle vicende del sito, assolutamente non
supportato da notizie documentarie certe, è il passaggio del castello ai Tarlati. Scarsi sono le fonti a
disposizione sull’argomento, la prima è del marzo 1337 ossia il trattato con cui Piero Saccone
Tarlati cede al Comune di Firenze la Signoria del Comune di Arezzo e del suo territorio per dieci
anni. In questo documento sono elencati terre e castelli che devono restare sotto la giurisdizione dei
fiorentini, compresi i castelli dei Tarlati da Pietramala, tra questi il castrum Gaienne (que filii Magii
de Petramala habent in terris Ubertinorum pro eorum matre) (PASQUI 1916, vol II, pag. 671),
l’altro è del febbraio 1339, anche qui si specifica che Gaenne fa parte dei possedimenti che i figli
di Magio da Pietramala hanno nelle terre degli Ubertini da parte della loro madre (SISI 1974, pag.
172). Anche se questa notizia non chiarisce le dinamiche né la data precisa del passaggio. Si può
soltanto ipotizzare, forse non a torto, che da quando Guglielmino degli Ubertini diventa vescovo di
Arezzo e decide di stabilirsi a Civitella della Chiana entra in possesso dei castelli della zona
appartenenti alla chiesa e che questi siano rimasti in mano agli Ubertini o a famiglie nobili a loro
legate, e che poi, nel caso specifico Gaenne, sia stato ceduto come parte di una dote. Come detto in
precedenza il problema maggiore riguarda la cronologia in quanto in nessun documento viene
specificato l’anno in cui avviene il passaggio di proprietà né tanto meno sappiamo con certezza se il
castello di Gaenne sia mai appartenuto alla famiglia Ubertini o ad un’altra famiglia nobile ad essi
legata.
Queste lacune di carattere storico non possono certo essere risolte dall’archeologia anche se questa
può fornire utili indicazioni, infatti lo studio e il confronto delle tecniche costruttive del recinto
murario del castello portano a collocarne l’edificazione intorno alla fine del XII secolo; ciò significa
che probabilmente Gaenne ancora prima di essere possedimento dei Tarlati aveva un ruolo preciso
nel contesto territoriale se, come riferiscono i Capitoli di resa, i fiorentini disfecero questo castello
con la sua rocca, ville e uomini (ASF, Cap. XV, 135). Informazioni di tipo diverso sono state
ottenute dalla lettura degli estimi delle comunità di Viciomaggio e Tuori, effettuata negli Archivi di
Stato di Arezzo (per il periodo che va dal 1826 al 1617) e di Firenze (dal 1617 al 1531); dall’analisi
di questi documenti è stato possibile ricostruire le fasi di vita del podere edificato sui ruderi del
castello durante l’età moderna, la successione dei proprietari, l’articolazione degli spazi abitativi, le
condizioni e il tipo di coltivazioni e vegetazione presenti nei terreni del podere. In realtà non viene
specificata né la data di costruzione né viene fatto alcun accenno alle condizioni del sito al
momento dell’edificazione della casa colonica, anche se per questo sono più che esaurienti le
evidenze rimaste. Pur non avendo una datazione prescisa sul podere è possibile restringere a circa
un trentennio la data di edificazione, infatti nelle Decime Granducali il podere compare citato per la
prima volta nel 1558 (ASF, Decime Granducali vol. 6449, c.182) mentre il documento precedente,
in cui non compare ancora il podere è relativo al 1531 (ASF, Decime Granducali vol. 6447, c.11r),
A parte le lacune dovute alla carenza di documenti specifici sul castello medievale e soprattutto al
passaggio di Gaenne ai Tarlati e alla sua funzione prima che questo fosse divenuto di proprietà dei
Tarlati, non si spiega come gli archivi della curia siano privi dei documenti sulla cappella di S.
Maria a Gaenne che pure compare fino al catasto lorenese del 1824. Per avere un’idea più chiara
delle vicende del sito nel periodo che sta tra la fine del castello e la sua occupazione per scopi
agricoli sono stati utilizzati, all’Archivio di Stato di Firenze, i documenti relativi alle Provvisioni,
cioè gli atti con cui il comune di Firenze agiva nei confronti dei castelli sottomessi in base alle
decisioni prese dai Priori dopo l’ispezione degli incaricati; anche in questo caso non viene fatto
alcun accenno al castello di Gaenne, probabilmente perché non vi fu una sottomissione violenta ma
il “sindaco” stesso, Zorino Guiducci, firmò la resa del Castello nel Palazzo della Signoria il 16
giugno 1385 (ASF, Cap. XV, 134). Il gesto definitivo della proprietà fiorentina fu ordinare
l’abbattimento della rocca “per tor via la speranza a chi si fosse di poterli rihavere” (AMMIRATO,
lib.15), infatti già gli incaricati del Comune di Firenze scrissero: “Gaenna è uno forte castello di sito
e di mura. Evvi uno cassero…E’ fortissimo da non vincersi se non per fame. Pare disutile a tenere,
però vuolsi levare il cassero et disfare le mura del castello. Sono ladroni et ridurli a villa. E’ nipote
di Pietramala. Battifolle ci pare rimanga a Arezzo; Gaenna et Civitella, et far di Gaenna et Civitella
una cosa e metterci uno offitiale con uno fante” (PASQUI 1937, vol. III, pag.270). Nella
documentazione relativa al periodo successivo alla distruzione del castello, ad esempio le
pubblicazioni di Klapisch- Zuber sul catasto fiorentino del 1427, Gaenne non risultà né come
comunità né come chiesa; ciò non significa che le ricerche storiche sul sito si siano esaurite, ma
soltanto che i dati a disposizione, pur non essendo completamente esaustivi, risultano sufficienti per
fare da contorno ad un lavoro archeologico; non è infatti escluso che, in caso di un approfondimento
dei dati derivanti dalla prospezione archeologica, non vi sia anche una ripresa delle ricerche
d’archivio.

Pur non avendo certezze né sul momento del passaggio del castello sotto i Tarlati, né se questo sia
mai appartenuto agli Ubertini, la posizione geografica e il ricorrere nei documenti della
specificazione in terra Ubertinorum quando si parla del castello di Gaenne ci porta
obbligatoriamente a tentare di delinearne il ruolo quadro dei rapporti di forza fra Tarlati e Ubertini.
Le due famiglie che sono state protagoniste nella scena politica aretina tra la fine del XIII e la prima
metà del XIV secolo. Dapprima gli Ubertini nella persona del vescovo Guglielmino, morto
combattendo i fiorentini a Campaldino nel 1289, poi con Guido Tarlati, anch’esso vescovo di
Arezzo, sotto il quale la città ha vissuto probabilmente il periodo di maggior potenza. Entrambe le
famiglie erano ghibelline e, dopo una fase iniziale in cui si schierarono unite per interessi comuni,
il desiderio di prevalere l’una sull’altra, in ambito cittadino,portò all’inevitabile scontro. I momenti
di maggior influenza delle due famiglie negli affari della città sono distinti, in quanto il vescovo
Guglielmino degli Ubertini ha operato tra il 1265 e il 1289, mentre Guido Tarlati dal 1312 al 1327.
L’unità di intenti tra le due famiglie, accennata in precedenza, si manifesta quando entrambe furono
protagoniste della lotta contro i Bostoli, di parte guelfa, i quali, nel 1215, tolsero al comune il
castello di Campoleone e agli Ubertini il castello di Rondine per renderlo all’ordine benedettino,
innescando una guerra interna alla città che si risolse con la cacciata della famiglia guelfa da
Arezzo. Durante il presulato di Guglielmino degli Ubertini, con il comune di Arezzo retto dalla
parte guelfa, e con la rivolta del popolo contro i nobili del 1284, troviamo ancora una volta Tarlati
e Ubertini a combattere insieme, per interessi comuni, per difendere il castello di Civitella,
residenza del vescovo, dalle truppe di Guelfo da Lucca, eletto dal governo popolare per cacciare i
nobili dalla città. L’episodio dell’assedio di Civitella si risolse con la vittoria dei nobili e in
particolar modo del vescovo Ubertini il quale, forte del sostegno prestatogli dalla nobiltà aretina,
abbandonò il castello di Civitella, entrò con le sue genti in città, dove vinta e cacciata la plebe, si
impadronì del governo della repubblica dividendolo con i nobili che lo avevano aiutato, ma
assommando nelle proprie mani la suprema direzione della sua parte in Arezzo, facendosi anche
capo dei ghibellini in Toscana. Dopo la morte del vescovo Guglielmino, fino ai primi anni del ‘300,
nonostante i continui tentativi dei fiorentini di entrare fisicamente in Arezzo, il potere in città è
tenuto dai nobili ghibellini, e in questo periodo si accentuano le rivalità tra Ubertini e Tarlati e le
rispettive famiglie consorziate, essendo uguale, in queste due potenti famiglie, l’aspirazione ad
avere il predominio in città. Dopo il 1307 le discordie interne alla città si intensificarono, e i Tarlati,
signori di Pietramala, adoperarono ogni mezzo per ottenere il primato e divenire un giorno arbitri
delle sorti della città. Questi non persero di vista il loro obiettivo di predominio neanche dopo che,
nel 1311 fu sottoscritta nel castello vescovile di Civitella, la pace tra guelfi e ghibellini e tra tutte le
famiglie che si erano contese il comando. E, proprio mentre tutta la parte ghibellina compiva,
assieme ai fuoriusciti fiorentini, un nuovo sforzo per abbattere la parte dei Neri, in Arezzo, i
ghibellini si divisero in “Secchi” e “Verdi”; i primi più tolleranti verso il reggimento popolare, gli
altri, che in sostanza erano i Tarlati con i loro seguaci, più intransigenti sostenitori dell’impero,
miravano ad avere la supremazia sulle altre famiglie aretine. Infatti, dopo le sanguinose lotte
intestine tra le due fazioni, sopite solo momentaneamente dalla pace di Civitella del 1311, voluta
dall’imperatore Arrigo VII, che voleva restaurare in Italia l’autorità imperiale e pacificare i partiti e
le consorterie familiari di Arezzo, con la cooperazione del vescovo Ildebrandino dei Conti Guidi,
nel 1312 fu eletto vescovo di Arezzo Guido Tarlati, che realizzò l’antico proposito della sua
famiglia, cioè quello di diventare signore di Arezzo (cfr. FALCIAI 1928). E proprio durante la
signoria di Guido Tarlati (1312- 1327), si verifica l’episodio che è la dimostrazione dei dissidi tra le
due potenti famiglie aretine; nel 1318 l’esercito del vescovo espugna e rade al suolo il castello di
Oliveto poichè questo, di vaste dimensioni e ben difeso dai proprietari, gli Ubertini, era come una
spina nel fianco per Guido Tarlati lanciato alla conquista degli altri castelli e ville circostanti come
Ciggiano, Gargonza e Monte San Savino (BIAGINI 1981, pag.211). Dopo questa divagazione storica
di carattere generale, è possibile tentare di capire quale fosse il ruolo del castello di Gaenne nel
contesto dei rapporti tra Tarlati ed Ubertini; e, anche se non ci sono fonti che toccano questo
argomento specifico, appare chiaro come la posizione geografica di Gaenne assuma una valenza
notevole in quanto il castello costituisce una roccaforte dei Tarlati nel territorio controllato dagli
Ubertini.
In realtà, la carenza di informazioni sulla data del passaggio del castello in mano ai Tarlati, non può
costituire un valido aiuto in fase di formulazione di ipotesi poiché non è ancora noto ad esempio, il
ruolo di Gaenne nell’assedio al castello di Oliveto, né se in quel periodo Gaenne fosse già di
proprietà dei Tarlati; l’unica cosa certa è che la presenza del castello nei documenti è sempre
accompagnata dalla formula in terra Ubertinorum come a ribadire una sorta di ruolo di spina nel
fianco in pieno territorio di competenza della famiglia avversaria.

L’analisi dei documenti che riguardano il castello e la casa colonica non fornisce informazioni tali
da poter ricavare elementi precisi, né per comprendere l’organizzazione urbanistica del sito, né per
il popolamento di questo nel corso dei secoli; è giusto però specificare che utili indicazioni per poter
formulare delle ipotesi possono essere fornite dalle evidenze archeologiche rimaste, così come può
essere utile prendere in considerazione le dimensioni del pianoro su cui è attestata la frequentazione
dall’ XI al XX secolo, pur mancando dati certi su come calcolare la densità di popolamento. La
prima notizia utile è quella della relazione dei commissari del comune di Firenze incaricati
dell’ispezione ai castelli del contado aretino che riferiscono il numero degli abitanti e del reggitore,
vi erano allora 40 persone al suo interno ed è tenuto da Bartolomeo di Magio di Pietramala (BACCI
1985, pag. 205); mentre l’altro documento parla più genericamente della comunità di Gaenne al
momento in cui elegge il sindaco che avrebbe dovuto firmare i Capitoli di sottomissione a Firenze
(BACCI 1985, pag. 209).
I documenti di età moderna che sono riferiti alla casa colonica non specificano mai il numero di
persone che vi risiedevano, ma nell’estimo del 1731 si sa che questa casa, per uso del coltivatore,
era formata “di stanze quindici da cielo a terra” e che intorno ad essa si trovavano pezzi di terra
“lavorata olivata fructata querciata e parte soda e boscata con aja”. Un altro contributo utile per la
consistenza demografica del sito in epoca contemporanea viene fornito dalle fonti orali, tramite le
quali sappiamo che, dagli inizi del ‘900 fino al 1953, la casa era abitata dai componenti della
famiglia del contadino che aveva in concessione il podere per conto del seminario. Mentre, per
quanto riguarda la struttura, sappiamo che le zone utilizzate per i lavori agricoli erano quelle poste
nelle immediate vicinanze della casa, in cui la parte posteriore era occupata da un orto, la zona W,
dove aumenta la pendenza del terreno, era occupata da terrazzamenti per gli olivi, e i campi erano
collocati a S nelle vicinanze del sentiero che conduce alla casa. Aggiungendo questi dati alle
evidenze archeologiche di superficie, si può ipotizzare che le attività del podere di Gaenne, anche
nei secoli precedenti, fossero concentrate attorno all’abitazione, mentre la parte più alta, dove si
trovava il cassero, non è mai stata utilizzata se non come cava di materiale. Le dimensioni del
pianoro, inferiore ai 5.000 mq, ci portano a ritenere che il numero delle persone che risiedevano a
Gaenne fosse relativamente basso, in linea con quanto riportato nell’ispezione del 1385, anche in
considerazione del fatto che mancano sia notizie che evidenze archeologiche relative al borgo, e
soprattutto informazioni circa l’effettiva estensione della cerchia muraria.

Dopo aver realizzato la planimetria generale del pianoro sommitale e delle evidenze presenti sul sito
si è tentato di interpretare le strutture rilevate organizzandole in piante di fase, in modo da
visualizzare lo spessore cronologico. L’analisi delle tecniche costruttive delle strutture rilevate ha
permesso di individuare due nuclei che caratterizzano l’epoca moderna e contemporanea e quella
medievale. Il primo, di età moderna, è costituito dalla casa colonica e da tutti gli annessi che si
sviluppano attorno ad essa, comprese le evidenze che testimoniano le attività necessarie allo
sfruttamento agricolo del terreno come gli accumuli di pietre derivanti dalla bonifica delle zone
interessate, l’innalzamento di muretti a secco di contenimento o terrazzamento e gli annessi posti
nella zona S all’inizio della strada di accesso al castello. Il secondo nucleo, quello medievale,
comprende la zona più alta del sito, qui sono visibili sia le mura del cassero (Fig. 2) che i grandi
lacerti di muratura da esse crollati in blocco; il pianoro nella zona S è chiuso da due tratti di mura
con andamento semicircolare (Fig. 3) e soprattutto la zona in cui la casa si imposta sulle mura del
castello. Oltre alle attribuzioni certe, determinate da fattori quali tecniche costruttive, dimensioni e
materiale impiegato, sul sito sono state rilevate strutture che a prima vista non hanno una
collocazione cronologica precisa, per cui sono state inserite nella piante di fase secondo la loro
probabile attribuzione. Sul limite N del pianoro, area 12000, è stata individuata una struttura in
pietra anch’essa probabilmente riferibile al periodo medievale, che potrebbe costiuire un tratto della
cinta muraria, ammesso che fosse estesa a tutto il pianoro. La diversa tipologia rispetto agli altri
lacerti di mura potrebbe essere spiegata col fatto che questa zona è già ben difesa naturalmente dalla
morfologia della collina, e quindi sarebbe stato un inutile dispendio di energia e soprattutto
economico l’aver costruito anche in quel luogo un muro di cinta imponente. Sempre su base
ipotetica è stata fatta l’attribuzione di un tratto di muratura posta nel lato N della casa colonica su
cui essa si imposta, poiché questa presenta caratteristiche diverse da tutte le altre visto che è l’unica
realizzata con blocchi di arenaria squadrati di medie e grandi dimensioni legati con una minima
quantità di malta, che tipologicamente si discosta dalle tecniche costruttive medievali che
utilizzano, in genere, blocchi di dimensioni minori come è evidente in tutte le strutture medievali
presenti sul sito. Questo tipo di muratura ne ricorda una simile presente nel cassero di Castel di
Pietra (GR) che è stata datata alla fine del XII secolo, e proprio per questo potrebbe essere l’unica
traccia visibile del primo recinto murato del castello di Gaenne.

La pulizia del pianoro sommitale ha permesso di mettere in luce tutte le evidenze superstiti presenti
e di conseguenza ha consentito di suddividere il sito in aree e settori per impostare correttamente la
prospezione da un punto di vista archeologico, in modo che ogni evidenza possa essere catalogata e
documentata secondo l’area di appartenenza tenendo conto che il prosieguo naturale di ogni
prospezione è lo scavo.
Sono state così definite le aree seguendo sia il criterio della funzionalità, per la zona occupata dalla
casa colonica e le sue immediate vicinanze, che quello topografico per le zone in cui, nonostante la
pulizia, la visibilità non era ottimale e per le quali non vi erano indicazioni certe sull’utilizzo.
In base a questa suddivisione si è provveduto alla documentazione delle singole evidenze presenti in
ogni area, ad esempio, l’accumulo di pietre presente nell’area 10000 è stato documentato sia nella
documentazione grafica che in quella fotografica come US 10001.
La suddivisone topografica del sito riveste una particolare importanza non solo in vista dello scavo
ma soprattutto per la documentazione della prospezione e in relazione ai passaggi successivi quali
planimetria e ricognizione, infatti ogni foto, pianta o prospetto realizzati durante la prospezione,
così come ogni reperto rinvenuto durante la ricognizione, risulteranno perfettamente collocati
all’interno del sito, e potranno essere riutilizzabili anche durante lo scavo. A questo scopo si è
provveduto a creare un’ulteriore tipo di documentazione relativa alle aree, in cui oltre alla
descrizione generale verranno elencate le evidenze archeologiche e le strutture presenti e quando
possibile una valutazione del potenziale archeologico.
Il sito è stato suddiviso in undici aree, delle quali quattro (area 1000, 2000, 3000, 4000) sono
costituite dai corpi di fabbrica che formano il nucleo abitativo della casa colonica (area 1000, 4000)
e dei suoi annessi (area 2000, 3000). Le altre comprendono tutto il pianoro su cui si estende
Gaenne; l’area 5000 ha come limite W il recinto del castello e tutto ciò che in esso è compreso,
include quindi tutti gli ambienti relativi all’età moderna che si sono sviluppati nelle vicinanze della
casa colonica. Dai limiti esterni degli ambienti 3 e 4 dell’area 5000 fino all’inizio della scarpata ad
E del sito abbiamo una zona priva di strutture denominata area 7000. L’area 8000 comprende la
porzione di terreno antistante la casa colonica su cui si affacciano le aperture, sia di ingresso
all’abitazione che delle stalle. Per realizzare la distinzione della zona N del sito, vista l’assenza di
indicazioni funzionali, il criterio utilizzato è stato quello di seguire l’andamento del terreno, le
tracce rimaste dell’accatastamento dei materiali lapidei ai margini del pianoro, probabilmente per
scopi agricoli, e i terrazzamenti agricoli; risultano pertanto tre grandi aree, 10000 11000 e 12000,
situate nella parte N dell’ellisse. La zona S, area 20000, è invece caratterizzata, nella parte più alta
del sito, dalla presenza di strutture medievali come il cassero e i crolli di ampi lacerti di muratura
che ne costituivano il sistema difensivo, mentre lungo lo stradello di accesso al castello, ad una
quota inferiore, sono evidenti due ambienti agricoli riferibili all’età moderna.
All’interno delle aree che presentano tracce di una frequentazione più intensa, area 5000 e 20000,
sono stati distinti, sempre con lo scopo di rendere migliore l’organizzazione in vista dello scavo, gli
ambienti delimitati da murature presenti in esse poiché questi costituiscono bacini stratigrafici
diversi tra loro a seconda del tipo di attività da cui sono stati interessati, e per i quali sarà
necessario tenere una documentazione diversificata. Nell’area 5000 sono stati evidenziati 5
ambienti, tutti probabilmente relativi all’età moderna o comunque riutilizzati in quel periodo, anche
l’analisi macroscopica delle tecniche murarie, il tipo di leganti utilizzati e la disposizione rispetto al
recinto medievale del castello, in realtà, fanno pensare che si tratti di costruzioni postmedievali;
l’unico ambiente di cui conosciamo la funzione precisa è l’ambiente 5 utilizzato come concimaia.
Nell’area 20000, oltre all’ambiente 1, in cui è stato riconosciuto il cassero del castello, e ai due
ambienti situati lungo la strada di accesso al castello, è stata fatta un’ulteriore distinzione in settori:
20100, 20400 e 20700. Tale distinzione è più interpretativa poiché, nonostante l’evidenza
archeologica, mancano gli elementi fondamentali che caratterizzano le altre distinzioni, infatti gli
ambienti sono identificabili dalla presenza di delimitazioni murarie o dai crolli di esse.
Nel caso specifico ci troviamo di fronte a due cumuli di pietre affiancati (20100 e 20400) di
dimensioni simili e con i limiti ben evidenti che hanno un andamento convergente verso il centro
dell’accumulo, questa particolare caratteristica ha fatto interpretare la zona come luogo di
approvvigionamento di materiali lapidei già sbozzati per l’età moderna, ma ciò non esclude che tali
accumuli siano stati in precedenza il crollo delle strutture di un ambiente; specialmente se messi in
relazione con l’altro settore, 20700, il quale si trova nelle immediate vicinanze del muro N del
cassero (amb.1), e anch’esso allineato con i due cumuli di pietre e delimitato da lacerti di muratura
crollati, i quali non essendo in giacitura primaria, almeno in superficie, non possono essere
interpretati come mura perimetrali di un ambiente. Se così fosse ci troveremmo di fronte ad una
serie di ambienti adiacenti al cassero la cui funzione può essere definita soltanto dall’elaborazione
dei dati dello scavo, quindi soltanto in fase di scavo si potrà verificare l’opportunità o meno di
questa distinzione, che è sembrata la più corretta durante il lavoro di prospezione, poiché non dà per
scontata anche la minima evidenza archeologica.

Pare adesso opportuno delineare in modo del tutto schematico quali sono stati i principali
mutamenti verificati materialmente dal momento che sul campo non hanno trovato riscontro alcune
delle informazioni prodotte dalla letteratura. Infatti né la notizia del sepolcro etrusco (RITTATORE
1938, XII pag. 260) né l’ipotesi di Fatucchi che Gaenne fosse stato un fortilizio bizantino (BACCI
1985, pag. 209) sono supportate da evidenze materiali.
L’unione dei dati emersi dalla prospezione archeologica e la cronologia fornita dalle fonti hanno
permesso di distinguere le fasi principali che si sono succedute sul sito di Gaenne:
1_ fasi precastrensi (pre 1069) ?
2_ edificazione delle strutture medievali visibili (post 1190)
3_ distruzione da parte dei fiorentini (1385)
4_ abbandono del castello ma presenza della chiesa anche se dai documenti risulta sine cura (fine
XIV- inizi XVI secolo)
5_ edificazione casa colonica (prima metà XVI secolo)
6_ vissuto della casa colonica (prima metà XVI- metà XX secolo)
7_ abbandono (dal 1953 ad oggi)

La pulizia totale dell’area sommitale ha permesso di individuare quali sono stati i cambiamenti nel
tessuto urbanistico occorsi dal momento dell'abbandono dopo l’abbattimento delle mura del
cassero. Si è potuto notare come il nucleo abitativo della casa colonica si imposti, nel lato W, sulle
mura del castello senza però sfruttarne la lunghezza totale né lo spessore, anche se l’intero lato W,
identificabile per la presenza della tecnica muraria “a bugnato” negli angolari, viene comunque
utilizzato dagli annessi della casa; infatti sulle mura del castello si impostano le stalle per gli
animali e un’ulteriore struttura, costituita da tre soli lati e aperta a N, utilizzata, almeno fino al 1953,
come ricovero per il carro dei buoi. Attorno alla casa colonica tanto nel lato N, quanto nel lato E,
sono stati individuati quattro ambienti, realizzati con muretti a secco, sempre attribuibili alle
trasformazioni avvenute in età moderna; all’interno dell’ambiente 3 è ancora visibile la cisterna
posta sul lato N, oggi cementata per ragioni di sicurezza; i muretti a secco che delimitano i quattro
ambienti non occupano tutta la larghezza del pianoro ma lasciano un margine di spazio, fino al
limite E dove inizia la scarpata, in modo che questo possa essere utilizzato per la coltivazione
ortiva. Altre attività evidenziate nel rilievo del sito, da attribuirsi sicuramente alle trasformazioni
avvenute in età moderna, sono gli accumuli di materiale lapideo realizzati per tentare di rendere
coltivabile il pianoro a N della casa (US 10001, US 11001, US 12001) e i muretti a secco innalzati
lungo i margini del pianoro. Nella zona più alta del sito, a S, dove sorgeva il cassero di cui
rimangono grandi lacerti di muratura crollati in blocco, non sono state individuate evidenti azioni di
cambiamento, sia per la grande percentuale di pietre che per l’andamento irregolare del terreno. Le
fonti orali confermano il fatto che la zona alta del sito non ha mai subito né tentativi di bonifica né
tantomeno trasformazioni, proprio per l’impossibilità di sfruttare da un punto di vista agricolo tale
zona. Di sicura realizzazione postmedievale sono inoltre i due ambienti individuati lungo la strada
di accesso al castello, nella zona SW dove il terreno torna ad essere pianeggiante, anche se manca la
conferma delle fonti orali; comunque tali ambienti, realizzati con muretti a secco, e vista la
vicinanza con i campi, dovevano essere utilizzati come deposito per gli attrezzi e per il raccolto.
Un’ulteriore testimonianza delle trasformazioni avvenute sul sito durante l’età moderna è costituita
dalla tipologia del piano di calpestio di fronte alla casa colonica; in fase di pulizia si è potuto notare
come questo sia stato realizzato sfruttando direttamente i grandi lacerti di muratura del castello,
crollati in blocco, livellando le irregolarità di questi con scaglie litiche e materiale vario (US 8002,
US 8003).
Più difficile sembra l’individuazione di evidenze attribuibili al castello di XI secolo, in quanto non
ci sono notizie sul tipo di fortificazione e inoltre sappiamo che in molti casi questa era costituita da
materiale deperibile di cui non restano tracce se non nel terreno, perciò sarebbe necessario lo scavo
del sito, indispensabile anche per chiarire definitivamente la frequentazione di Gaenne anche in
epoche di cui non restano tracce archeologiche evidenti, come per il periodo etrusco, ma sulla cui
presenza sembra esserci, da parte degli storici locali, una certezza assoluta.
Più difficile risulta individuare la struttura della chiesa in quanto gli unici indizi che ne potrebbero
testimoniare la presenza sono due archi a tutto sesto in arenaria presenti nell’angolo N della parete
est della casa colonica, dei quali uno solo appare ancora integro e con una croce incisa sulla chiave
di volta, mentre l’altro appare sconvolto da interventi di restauro e scomposto nelle sue parti che in
seguito sono state riutilizzate come materiale edilizio. Se comunque avessimo la certezza che l’arco
ancora integro fosse appartenuto alla chiesa, sarebbe lo stesso difficile identificarne le dimensioni a
causa dell’addossamento posteriore di un altro corpo di fabbrica (CF 4) al primo nucleo della casa
colonica (CF 1).
Lo stesso problema si ha nell’identificazione dell’area cimiteriale, perché al di là delle
testimonianze delle fonti orali e delle notizie trovate nell’edito, non siamo in possesso di nessun
indicatore certo sull’ubicazione dell’area del cimitero; l’unico reperto osteologico umano rinvenuto
durante la ricognizione, anche se trovato nella zona indicata come cimitero, non può costituire una
prova certa. Ci sono infatti notizie molto patricolareggiate sul cimitero, individuabile dal recinto
murato nella zona orientale sopra la casa colonica; di tale cimitero il sig. Cosimo Protei, che ha
abitato nella zona, ha perfino visto le lapidi con la croce attaccate al muro di recinzione (BACCI
1985, pag. 210).

La grande quantità di strutture presenti sul sito di Gaenne non corrisponde ad un’altrettanta varietà
di tecniche costruttive impiegate nella realizzazione degli edifici. Infatti per quanto sia vasto l’arco
di tempo intercorso tra la prima attestazione del sito (1069) e il definitivo abbandono (1953), le
tecniche costruttive individuate si riducono a quattro se, intendiamo considerare e comprendere tra
le tecniche costruttive anche gli archi in arenaria. Questo fatto, probabilmente, si spiega con la
grande quantità di materiale da costruzione che si è accumulato sul sito nel periodo che va
dall’abbandono del castello all’edificazione della casa colonica ed annessi, nei quali sono molto
abbondanti i materiali riutilizzati, sia quelli riconoscibili perché realizzati con tecniche particolari,
ad esempio le pietre bugnate, che quelli semplicemente sbozzati ma, ancora oggi facilmente
reperibili in tutto il sito (come testimoniano i già citati accumuli di pietre nei settori 20100 e 20400).
La prima tecnica costruttiva, è caratterizzata dall’utilizzo di blocchi di arenaria di medie
dimensioni, che oscillano in media tra i 35 e 65 cm. di lunghezza e i 20-35 cm. di altezza, legati con
malta non abbondante e posti in opera in corsi regolari; questa contraddistingue le murature
medievali presenti sul sito, è infatti visibile sia nella parte anteriore della casa colonica (Fig. 4),
dove questa si imposta sul muro del castello (area 5000), sia nei lacerti di muratura crollati in
blocco nell’area 8000 (Fig. 5), che nell’area 20000 in cui si trovano il cassero e gli altri blocchi
crollati. Dalla tecnica costruttiva utilizzata è possibile determinare il periodo in cui le mura del
castello sono state realizzate, poiché queste presentano la caratteristica muratura “a bugnato rustico”
nei cantonali, che si trova sia in edifici che in castra signorili come ad esempio le torri di
Montarrenti, tipica delle strutture di XII-XIII secolo (DE MINICIS 1999,pag. 151). La seconda
tecnica costruttiva individuata, si può definire mista, in quanto utilizza sia materiale litico che
laterizi oltre a materiale di riutilizzo, si trova impiegata nei paramenti murari della casa colonica e
dei suoi annessi; in questo caso fare una distinzione cronotipologica presenta notevoli difficoltà
poiché non vi sono indicatori che permettano di dare una datazione precisa, se si eccettuano alcuni
piccoli interventi di restauro realizzati con materiali moderni come il cemento, i mattoni forati di
produzione industriale o le tegole marsigliesi. Il tratto di muratura posto nel lato N della casa
colonica, che è stato interpretato come lacerto del primo recinto del castello dal momento che si
differenzia dalle altre tipologie edilizie presenti nel sito, costituisce la tecnica costruttiva distinta;
mentre un quarto tipo di tecnica costruttiva può essere considerato quello utilizzato nella
realizzazione dei due archi a tutto sesto in arenaria che si trovano inglobati nella muratura della
parete E della casa colonica.

I dati forniti dalla ricognizione di superficie fatta a Gaenne, non permettono di delineare con
certezza la struttura socio-economica del sito, in quanto le condizioni attuali, cioè la vegetazione
spontanea e il lungo periodo intercorso tra l’ultimo abbandono e la campagna di prospezione
archeologica, rendono molto scarsa la visibilità e di conseguenza minore la possibilità di rinvenire
materiale in superficie. In questo senso le associazioni possibili tra materiale ed evidenze
archeologiche che possono fornire utili informazioni sul tipo di struttura economica sono molto
ridotte.
Dalle fonti sappiamo che in età moderna e contemporanea il sito era organizzato su base familiare. I
dati forniti dalla ricognizione confermano queste informazioni, infatti, tutti i frammenti ceramici
rinvenuti nei pressi della casa colonica appartengono a manufatti comuni di uso domestico, che non
possono essere utilizzati come indicatori certi di uno status economico poiché si trovano
frequentemente anche in contesti archeologici urbani. Gli unici reperti medievali sono due
frammenti di maiolica arcaica (un’ansa di boccale e un fr. di una ciotola) rinvenuti nell’area 20000,
il primo in corrispondenza del cassero (amb.1), l’altro rinvenuto durante la pulizia di US 20002.
L’analisi macroscopica dell’impasto dei due frammenti suggerisce una provenienza valdarnese, la
zona di produzione consente anche di collocarli cronologicamente nel XIV secolo. Proprio nel
trecento infatti si assiste al floruit della produzione valdarnese di maiolica arcaica, poiché
aumentano i centri produttivi anche se questi necessitano di uno studio più approfondito che
consenta, come è avvenuto per quelli pisani, di distinguerne le fasi in base alla tipologia delle forme
e delle decorazioni. La presenza di maiolica arcaica in contesti di XIII secolo può essere considerata
indice di una struttura socio-economica elevata, mentre l’aumento dei centri di produzione e
dell’areale di distribuzione che avviene nel XIV secolo, fanno sì che questa sia più facilmente
accessibile, sebbene non venga mai considerata un prodotto dozzinale. La standardizzazione delle
produzioni, evidente anche da accorgimenti tecnologici quali ad esempio la diluizione dello smalto
stannifero, infatti, non mutano di molto il valore del prodotto. Più utili, nella determinazione della
struttura socio-economica del sito, risultano i dati ottenuti dallo studio degli elevati superstiti; infatti
sia lo spessore delle mura (2 mt.) che la posa in opera delle strutture, con la già accennata tecnica
del “bugnato rustico” nei cantonali, sono simboli di potenza e militare ed economica, che vanno di
pari passo in quanto una fortificazione così solida in un sito del genere, già ben difeso naturalmente,
implica un notevole dispendio economico sostenibile soltanto da una famiglia nobile ed affermata
come ad esempio i Tarlati.
In conclusione si può dire che l’organizzazione socio-economica del sito abbia vissuto due fasi
opposte tra loro: una più agiata, nel medioevo, in cui questo era il simbolo dell’affermazione
politico-militare della famiglia detentrice, l’altra, più modesta, in cui gli occupanti erano subordinati
al proprietario del podere, sia che questo fosse un privato cittadino (dalla metà del XVI ai primi
anni del XVIII secolo) che un ente (dal 1700 al 1953).

Per avere a disposizione un tipo di documentazione di facile e veloce consultazione che riguardi le
singole aree, in modo che, tramite voci fisse, sia possibile avere una panoramica generale di tutto
l’area oggetto di indagine è stata realizzata una scheda di valutazione del sito.
Questa scheda è stata realizzata appositamente per il caso specifico di Gaenne ed è derivata dalla
necessità di sintetizzare in poco spazio tutte le informazioni che provengono da un sito notevole sia
per dimensioni che per fasi di vita, in modo da avere subito a disposizione le notizie principali in
vista di un intervento archeologico, dal momento che tutte le voci mirano a far visualizzare
immediatamente le evidenze, l’attribuzione cronologica, e la presenza o meno di elementi per poter
valutare il potenziale archeologico. Teoricamente la sola consultazione di questo tipo di
documentazione dovrebbe servire ad avere una visione globale del sito e ad avere indicazioni utili
per progettare lo scavo e decidere la strategia di intervento. La scheda è così articolata: nella parte
superiore sono presenti le voci istituzionali ossia quelle che servono ad identificare lo scavo e la
localizzazione, l’anno, e il soggetto, in questo caso l’area da documentare; a queste notizie generali,
comuni a tutti tipi di schede, sempre nella parte superiore troviamo voci che indirizzano più
specificatamente sul soggetto cioè la localizzazione all’interno del sito, le dimensioni e la
cronologia se questa è esplicitata dalle fonti o da particolari tecniche costruttive.
La zona centrale della scheda è occupata dalla voce più importante, la descrizione, in cui il
compilatore deve preoccuparsi di annotare quante più notizie possibili in modo che chiunque
usufruisca della scheda sia in grado di farsi un’idea del sito pur non avendolo mai visto. In questa
voce saranno descritte nel particolare tutte le evidenze presenti nell’area in questione oltre alla
morfologia, l’andamento del terreno e ulteriori informazioni sulla localizzazione. All’interno del
campo occupato dalla descrizione si trovano due voci, che servono per ampliare gli argomenti
trattati, e sono: evidenze, in cui gli elementi individuati vengono descritti nel particolare e strutture,
in cui viene descritto lo stato di conservazione degli elevati. A fondo pagina sono state create delle
voci che possono rappresentare, se non una parte interpretativa vera e propria, una serie di elementi
utili alla valutazione del deposito archeologico; in questo senso sono state utilizzate le voci: sezioni
occasionali, crolli, strutture e presenza o meno di roccia vergine. Infatti sia la presenza di sezioni
occasionali che l’interramento delle strutture o dei crolli oppure la presenza di roccia vergine in
un’area possono fornire utili indicazioni sul deposito archeologico; se prendiamo come esempio le
sezioni dello scavo clandestino visibili nell’area 7000, possiamo stabilire che nella zona sotto lo
strato di humus è presente un crollo che ha uno spessore minimo di 80 cm., così come la presenza
di roccia vergine affiorante lungo la parete N di amb.4 nell’area 5000, e le stalle di CF1 scavate
nella roccia diventano indicatori importanti al momento in cui viene decisa la strategia di intervento
in caso di scavo.

In conclusione, pur non avendo a disposizione dati sul tipo di insediamento né sulla funzione del
castello Gaenne, è necessario, avvalendosi dei dati archeologici ottenuti, formulare qualche ipotesi
interpretativa sul ruolo del castello nel medioevo. L’assenza di un borgo pianificato emerge sia
dalle fonti che dalla ricognizione, ma ciò non significa assenza di popolazione soprattutto se
confrontiamo l’estensione di Gaenne con quella di altri castelli: mezzo ettaro coincide con l’area
sommitale di Castel di Pietra e Rocca San Silvestro non raggiunge l’ettaro. La prospezione
archeologica, effettuata soltanto nel pianoro sommitale, non ha interessato le zone circostanti
quindi, in assenza di dati certi, sembra azzardato parlare del castello come centro di riferimento di
un insediamento sparso. Che la funzione di Gaenne fosse “prevalentemente” militare non è in
contrasto con una funzione insediativa, tipica dei castelli toscani, basti pensare che la tassa decimale
pagata dalla chiesa del castello nel 1278, è una delle più alte del piviere del Toppo, inoltre, le 40
anime segnalate dagli ispettori fiorentini potrebbero rappresentare, anche durante la seconda metà
del XIV secolo, con la crisi dei castelli ormai a conclusione, un nucleo contadino costituito da 4 o 5
famiglie. L’ipotesi di una funzione “prevalentemente” militare può essere rafforzata sia dalla
presenza di possenti strutture difensive che dalla posizione geografica, visto che, come è già stato
accennato in precedenza, Gaenne, di proprietà della famiglia Tarlati, si trova nelle terre degli
Ubertini e in un punto viario importante soprattutto per i collegamenti con Siena (Via di Pescaiola).